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GEORGE
HARRISON, IL PIÙ GIOVANE DEI BEATLES
Nasce
il 25 Febbraio 1943 a Liverpool. La famiglia, suo padre Harold, autista
di autobus, e sua madre casalinga, intuendo l'amore che George nutriva
per la musica non ostacolarono in alcun modo la passione del figlio,
contribuendo all'acquisto della prima "vera" chitarra
elettrica rigorosamente usata. George frequentò prima la Dovedale
Primary School, nella quale studiò anche John Lennon, successivamente
al Liverpool Institute, dove conobbe Paul McCartney.
Mostrò
la sua natura indipendente già da giovane, presentandosi a scuola con
capelli lunghi e indossando jeans. George e Paul prendevano lo stesso
autobus per andare a scuola e ben presto scoprirono la stessa passione
per la musica e la chitarra.
Ogni
giorno spendevano parecchie ore a suonare insieme fino a quando, nel
1956, Paul presentò il quattordicenne George ai Quarry Men. Troppo
giovane per far parte del gruppo, sedeva in un angolo della sala ad
ascoltarli abbracciando la sua chitarra e partecipando di tanto in tanto
quando il chitarrista titolare non era disponibile. Gradatamente George
divenne componente fisso del gruppo, che da allora prese il nome di
"Johnny and the Moondogs".
Fin
dall'inizio la popolarità dei Beatles era dovuta principalmente alle
canzoni di John e Paul, cosìcchè anche George concentrò la sua
attenzione nello scrivere brani musicali, anche se molte delle sue prime
opere non furono mai registrate dai Beatles.
La
prima canzone scritta da George e che appariva in un album dei Beatles
fu Don't bother me. George perse la più grande apparizione dei Beatles
in America all'"Ed Sullivan Show" il 9 Febbraio 1964, a causa
di una malattia alla gola.
Nei
mesi successivi, durante la registrazione del film A hard day's night,
si innamorò della modella Patty Boyd che sposò il 21 Gennaio 1966.
George comincia a trascorrere molto del suo tempo a leggere e studiare
sanscriti ed i trattati religiosi indiani. La sua trasformazione
musicale ed il suo nuovo modo di pensare, oltre a contagiare in parte
John Lennon e Paul McCartney, influenzarono anche altri artisti.
Le
composizioni che più rappresentano il cambiamento di George in quel
periodo furono cronologicamente Love you to, Within you without you e
The inner light la cui base musicale fu registrattta interamente a
Bombay con musicisti del posto. I
continui
viaggi in India, ben presto interrotti dagli altri tre Beatles e le
sempre più frequenti difficoltà ed incomprensioni caratteriali,
specialmente nei confronti di Paul McCartney, determinarono, intanto,
una prima preoccupante crepa nell'assetto interno del gruppo. La sua
ormai forte personalità ed il suo talento sin troppo sacrificato
provocarono in lui forti frustrazioni ma, allo stesso tempo, gli davano
nuovi stimoli competitivi.
Se
mai doveva darne ancora la prova, è con Abbey Road, l'ultimo album
"felice" composto dai Beatles, che George dimostra ancora una
volta tutta la sua bravura e genialità in brani come Something, il
brano più coverizzato dei Beatles insieme a Yesterday e Here comes the
sun in cui viene utilizzato per la prima volta dal quartetto il "Moog".
Significativa
per George è stata la sua attrazione per la musica e la cultura
indiana; organizzò a New York un concerto di beneficenza con molte star
della musica per raccogliere fondi per il Bangladesh, dove molte persone
stavano morendo di fame a causa della guerra civile.
Nonostante
il fatto che il 1972 fosse iniziato bene per George, con la
pubblicazione di un secondo triplo album in cofanetto (la registrazione
del suo Concert for Bangladesh), le sue buone intenzioni vennero
fiaccate quando il fisco statunitense pose delle tasse sui ricavi del
disco, causando un ritardo nella destinazione dei fondi alla popolazione
per la quale il concerto era stato organizzato.
Nonostante
tutto, il cofanetto raggiunse il primo posto nella classifica britannica
e vinse un "Grammy Award", e il Karma di George rimase
integro, dal momento che aveva agito in buona fede. George e Ravi
Shankar (il suo insegnante di sitar) ebbero anche un riconoscimento
dall'UNICEF per la raccolta di fondi a favore del Bangladesh.
Nel
1974 George occupò il primo posto delle classifiche sia con il singolo
Give me love, che con l'album dal quale era stato tratto il 45 giri
Living in a material world, ma era chiaro che fosse più interessato
alla spiritualità che non all'aspetto musicale.
Oltre
a lavorare con Ringo, lanciò la sua nuova etichetta discografica, la
"Dark Horse", e si imbarcò anche in un disastroso tour
statunitense che venne distrutto dai critici. Di lì a poco avrebbe
perso la moglie, Patty Boyd, innamorata dell'amico Eric Clapton.
Nel
1976 un tribunale americano stabilì che il brano My sweet Lord era un
plagio di He's so fine, una canzone portata al successo nel 1963 da un
gruppo femminile statunitense, "The Chiffons".
Musicalmente
parlando George attraversò un periodo di stallo, ma sviluppò un nuovo
interesse per il cinema attraverso la "Hand Made Films".
Trascorse gli ultimi anni del decennio seguendo una nuova passione, le
gare del Gran Premio di F1 e pubblicando un suo nuovo album tra il 1976
ed il 1981.
Si
sposò nuovamente e quando la seconda moglie, Olivia Arias, nell'Ottobre
del 1978 gli diede un figlio, Dhani, sembrò che George fosse finalmente
felice, sicuro e realizzato.
UN
MUSICISTA DA LEGGENDA CHE NON VOLEVA ESSERE STAR
(di
Ernesto Assante)
George
Harrison, l'ex chitarrista dei Beatles, l'autore di canzoni memorabili
come "Here comes the sun" e "My sweet Lord", è
morto ieri, alle 13,30, a Los Angeles, nella casa di un amico dove si
era ritirato da qualche giorno. Termina così la lunga battaglia che il
musicista inglese aveva iniziato, nel 1997, contro il cancro, che lo
aveva colpito prima alla gola, quindi ai polmoni e al cervello.
Con
Harrison scompare un grande pezzo di storia della musica popolare, un
altro dei componenti della band più leggendaria della storia del pop,
un musicista che, pur non avendo riscosso il successo personale che
hanno avuto John Lennon e Paul McCartney, è stato senza alcun dubbio
uno dei personaggi centrali della cultura giovanile degli anni Sessanta,
con il suo interesse per le religioni orientali e per la musica indiana.
E
con lui scompare un altro pezzo di quel grande sogno di "pace,
amore e musica" che ha animato il pianeta trenta anni fa, un sogno
costellato di canzoni meravigliose, di viaggi interiori e fisici, di
possibili e pacifiche rivoluzioni, un sogno che in parte, per qualche
tempo, è riuscito davvero a cambiare il mondo.
Il
suo soprannome, The Quiet One, "quello tranquillo" è servito
per anni a definire con semplicità il suo ruolo nei Beatles. Ma
"tranquillo" Harrison nella sua vita non lo è stato mai,
davvero. Anzi, rispetto agli altri Beatles è quello che ha accumulato
nella sua carriera solista il maggior numero di progetti, di
collaborazioni, di iniziative, in una instancabile ricerca di novità,
di risposte esistenziali, di musica, che ha segnato in maniera
determinante tutta la sua storia. A suo modo, in maniera completamente
diversa da quella del suo amico John Lennon, George era un ribelle, un
ragazzo che cercava di uscire dagli schemi, di trovare nuove strade, di
sfuggire all'ovvio. La sua infanzia era stata indubbiamente più
tranquilla di quella dei suoi due amici, John e Paul, non aveva sofferto
la separazione o la morte dei genitori come era accaduto a loro, ed era
cresciuto in una grande famiglia di modeste possibilità economiche (la
madre, Louise, era casalinga e il padre, Harold, autista) che lo aveva
portato ad avere una natura buona e compassionevole che stemperava la
sua propensione alla ribellione.
George
era nato il 25 febbraio del 1943, ed aveva due fratelli, Harold Jr. e
Peter, e una sorella minore, Louise, con i quali è rimasto sempre in
ottimi rapporti. Ed anche se era "buono e tranquillo" e non
dava dispiaceri ai genitori il suo sogno era quello di diventare famoso,
di essere un artista. George vestiva come un rocker, tendeva a dormire
in classe piuttosto che a studiare e soprattutto voleva suonare la
chitarra. Una passione sostenuta da sua madre, che acquistò, per far
contento il figlio, una chitarra usata da un suo compagno di classe alla
Dovendale Primary School, pagandola tre sterline. A scuola, comunque,
George non se la cavava male, e finite le primarie si iscrisse al
Liverpool Institute, dove erano già sia John Lennon, di due anni più
grande, che Paul McCartney, più grande di un anno. Paul e George
prendevano lo stesso autobus per andare a scuola, in breve tempo fecero
amicizia e iniziarono a condividere la loro grande passione per la
musica. George non iniziò subito a suonare con Paul e John, ma con suo
fratello Peter, con il quale mise in piedi una piccola skiffle band che
suonava alle feste, perché Paul presentò il quattordicenne George agli
altri Quarrymen ma gli altri componenti del gruppo pensarono che George
fosse troppo piccolo per suonare con loro. Harrison restò molto colpito
da Lennon e iniziò a imitarlo in tutto e a seguire i Quarrymen in ogni
loro esibizione, riuscendo a suonare anche un paio di volte al posto del
loro chitarrista. Nel 1958, alla fine, Harrison entrò a far parte della
formazione, diventando nel 1962, alla nascita dei Beatles, il
chitarrista solista del gruppo.
Il
suo ruolo nel quartetto fu di crescente importanza: se all'inizio la
coppia Lennon & McCartney scriveva la totalità delle canzoni dei
Beatles, pian piano George prese sicurezza e iniziò a sottoporre
all'attenzione degli altri le sue canzoni, fino ad arrivare, dal 1966,
ad avere una regola interna al gruppo che prevedeva che in ogni album
inciso dalla formazione ci fossero almeno uno o due brani scritti da
George. E' alla penna di Harrison, quindi, che si devono alcuni dei
grandi capolavori dei Beatles, da "Taxman" a "Something",
da "While my guitar gently weeps" a "Here comes the sun";
è alla voglia di ricerca spirituale e intellettuale di Harrison che si
deve la svolta mistica della band, il viaggio in India, l'incontro con
il guru Maharishi Mahesh Yogi, l'uso del sitar e l'amicizia con il
musicista indiano Ravi Shankar; è al suono della sua chitarra che si
deve molta della particolarità del sound dei Beatles.
E
fu proprio lui, con la realizzazione della colonna sonora del film
"Wonderwall", nel 1968, ad essere il primo dei Beatles a
lavorare da solo, in un periodo in cui le tensioni con Lennon e
McCartney si erano fatte più forti e in cui anche la sua vita privata
era piuttosto complicata: Harrison era sposato da diversi anni a Patti
Boyd ma la moglie aveva iniziato ad intrecciare una relazione con Eric
Clapton, che portò qualche anno dopo alla fine del matrimonio tra i
due. I tre rimasero comunque in ottimi rapporti, al punto che un anno
dopo, nel 1969, Harrison andò per la prima volta in tour senza i
Beatles, affiancando Clapton in molte date del tour dei Delaney and
Bonnie.
Pochi
mesi dopo i Beatles si sciolsero.
La
fine dell'avventura dei Fab Four segnò una rinascita artistica per
Harrison, il momento nel quale avrebbe potuto finalmente mettere a
frutto tutta la strada compiuta fino ad allora. Il risultato fu
eccellente, sia in termini di successo che di qualità: "All things
must pass", un album triplo, pubblicato alla fine del 1970, che
raccoglieva moltissimi dei migliori musicisti dell'epoca e un singolo
"My sweet lord" che raggiunse rapidamente i vertici delle
classifiche in tutto il mondo. Sfortunatamente il brano assomigliava
pericolosamente ad un'altra canzone, "He's so fine", un brano
inciso nel 1962 dalle Chiffons, che fecero causa a Harrison e la
vinsero: la corte, decise che Harrison aveva "inconsciamente"
copiato la canzone e stabilì un rimborso di un milione e seicentomila
dollari.
L'anno
seguente, il 1971, fu ancora più ricco di attività per Harrison, che
collaborò alla realizzazione di "Imagine" con il suo amico
John Lennon, produsse un album dei Badfinger (la prima band messa sotto
contratto dalla Apple, la casa discografica dei Beatles), e soprattutto
realizzò quello che fu destinato a passare alla storia come il primo
dei grandi concerti di beneficenza della storia del rock, il concerto
per il Bangladesh, per raccogliere fondi a favore della popolazione del
paese asiatico colpita da un alluvione, con la partecipazione, tra gli
altri, di tre carissimi amici di Harrison, Eric Clapton e Bob Dylan e
Ringo Starr. Dal concerto fu tratto un triplo album nel quale Harrison
proponeva per la prima volta in un disco le sue canzoni scritte per i
Beatles.
Nel
1973 Harrison trovò ancora il successo con l'album "Living in the
material world", che conteneva un singolo di grande impatto come
"Give me love" che lo portò ancora una volta al primo posto
delle classifiche sia in Europa che in America. Non fu così negli anni
seguenti, e album come "Dark Horse" del 1974 e "Extra
Texture" del 1975 segnarono un deciso declino della sua carriera
come musicista e autore. Il successo non tornò dalle parti di Harrison
fino alla fine degli anni Settanta, anzi il declino fu continuo,
nonostante qualche buona recensione per l'album 33 & 1/3, fino al
punto di arrivare al rifiuto della Warner Bros, nel 1979, di pubblicare
un album giudicato al di sotto di standard accettabili e al disastro
commerciale di "Gone Troppo" del 1982. Solo nel 1980,
all'indomani della morte di John Lennon, ci fu un ritorno in classifica,
ma fu tutto sotto il segno dei Beatles, con l'album "Somewhere in
England" che conteneva il singolo "All those years ago",
un brano di pura nostalgia che segnava la prima collaborazione tra
McCartney, Starr e Harrison dallo scioglimento del gruppo.
In
quegli anni Harrison aveva iniziato a concentrare i suoi interessi sul
cinema, aprendo, nel 1978, la "Hand Made Films", una casa di
produzione indipendente con la quale produsse diversi film, alcuni anche
di successo, come "Life of Brian" dei Monty Phyton, "Time
Bandits" e "Shangai Surprise", con Madonna e Sean Penn.
Il
ritorno al successo nel mondo della musica avvenne alla fine degli anni
Ottanta, prima con "Cloud Nine", album che portò nuovamente
Harrison ai vertici delle classifiche con "I got my mind set on you",
una cover di un brano di Rudy Clarke, e poi con il supergruppo dei
Traveling Wilburys, con Tom Petty, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne,
che pubblicarono due album di grandissimo successo, nel 1987 e nel 1990.
Per
tutto il decennio Novanta Harrison non lavorò ad album di materiale
nuovo, si limitò a publicare soltanto un disco dal vivo nel 1992 e si
concentrò con McCartney e Starr alla realizzazione della colossale
Anthology dei Beatles, in video e in disco.
Una
vita tranquilla, quella di "the quiet one", che non rilascia
molte interviste, non rilancia la sua carriera come McCartney, non cerca
insomma le luci della ribalta. E se non fosse per la cronaca nera
nessuno parlerebbe molto di lui: nel 1999 Harrison e sua moglie furono
vittime di una violenta aggressione da parte di un folle che entrò
nella loro casa e accoltellò il chitarrista. Le ferite riportate da
Harrison non furono gravi, ma lo shock per il musicista inglese fu
fortissimo. Il recupero avvenne tornando alla musica, ristampando prima
il disco del concerto per il Bangladesh e poi, per celebrare il
trentennale della sua carriera solista, con la riedzione di "All
things must pass", con una nuova versione di "My sweet
lord". Nonostante le notizie sulla sua salute e sul male incurabile
che lo aveva colpito, Harrison tornò al lavoro all'inizio del 2001, sia
per iniziare le registrazioni di un nuovo album che per produrre un
disco dell'amico Ravi Shankar. L'ultima canzone l'ha incisa il 1[b0]
ottobre assieme al figlio Dhani per il disco di Jools Holland,
intitolata "Horse to the water".
OMAGGIO
A GEORGE HARRISON
Non
c’era nebbia nella città degli angeli, ieri. È là che George
Harrison è andato a morire, a Los Angeles. L’aveva cantata nel ‘67
(l’anno santo del rock, l’anno colorato di mille colori dalla
sinfonia psichedelica di Sgt Pepper’s) profetizzando uno scenario da
Blade Runner, in una delle più bizzarre, lisergiche e misconosciute
canzoni dei Beatles, dove la sua bella, delicata e introversa voce -
appoggiata su un fiume sonoro cupo e onirico - sussurrava «c’è
nebbia sopra L.A., e i miei amici hanno smarrito la strada». Chissà se
c’è anche quella canzone, Blue Jay Way, tra tutte le belle,
bellissime, strepitose canzoni di George che in queste ore scorrono
implacabili nelle menti e nei cuori dei milioni, che si affollano nei
ricordi, che occupano qualche posto speciale nelle intricate storie di
ciascuno di noi.
Ventun’anni dopo la scomparsa di John, trentuno dopo lo scioglimento
dei Beatles, cinquantotto da quando vide la luce, George se n’è
andato, dopo una lunga malattia, che sembra una beffa del destino dopo
quei cinque sudici colpi di pistola che l’8 dicembre 1980 colpirono
John Lennon, un dolente requiem per uno dei sogni più sconvolgenti (per
la musica, per la civiltà dei cuori) che sono stati i Beatles. Nell’immaginario
comune, George era sempre «il terzo»: non era il fragile profeta
utopico (John), non era il grande orchestratore delle fantasie (Paul).
Per il popolo del rock, lui era quello delle suggestioni indiane, quello
che ha introdotto il sitar nella musica pop, il chitarrista delicato,
elegante e timido, la perfetta spalla per due mostri sacri dalla vena
irrefrenabile, prepotente, inestinguibile. Eppure, eppure...
Tuffatevi nel passato. Nella fredda Liverpool degli anni cinquanta.
George, nato il 25 febbraio del ‘43, era un ragazzino magro e timido.
Sognava, come tutti, il grande rock’n’roll che veniva dall’America,
la liberatoria e sconvolgente forza ritmico-orgasmica di Elvis, Little
Richard, Chuck Berry, Carl Perkins. Suo papà, Harold, che era stato
marinaio, faceva il guidatore di autobus ed era un fervente
sindacalista. Era stata mamma Louise a capire che il loro figlio più
piccolo aveva del talento: fu lei a compargli la prima chitarra, per tre
sterline. A diciassette anni, nel ‘58 si unì ai Quarrymen, chiamato
da un suo amico, tal Paul McCartney, che non molto tempo prima aveva
legato con un altro ragazzo un po’ disturbato e attaccabrighe, John
Lennon. Quello che affascinava i due, che già si dilettavano a scrivere
canzoni, era che il piccolo George era capace di fare dei veri e propri
assoli sulla chitarra. Se loro erano dei ragazzi, lui era proprio un
ragazzino: la prima avventura amburghese del gruppo (che aveva trovato
un nuovo nome: Beatles) si concluse rapidamente, perché le autorità
locali si accorserso che quel tipetto smilzo non aveva ancora compiuto
la maggiore età. Di lì a poco, avrebbe preso forma l’incredibile: la
beatlemania, un successo planetario senza precedenti, il furore colorato
degli anni sessanta, qualcosa che nel tempo si sarebbe trasformato in
una rivoluzione artistica, culturale e sociale che ancora non ha trovato
fino in fondo le parole per essere raccontata. Il George Harrison dei
primi Beatles è, perlopiù, quello di un chitarrismo delicato e
sobriamente intelligente, assolutamente peculiare: spesso una cascata di
note nitide e fresche, come in All My Loving oppure in A Hard Day’s
Night, limpidi concentrati di purezza.
Nondimeno, anno dopo anno e disco dopo disco, la personalità artistica
di George si staglia sempre di più: sin dall’inizio Harrison riesce a
non scrivere «alla Lennon-McCartney», e non deve esser stato facile.
Andiamo al glorioso 1966: Revolver, il grande album della svolta dei
Beatles, quello che preconizza il futuro e che proietta definitivamente
il rock in un altrove sonoro mai sentito prima, si apre con un ritmo
duro, staccato, implacabile, inedito. Era Taxman. La firma, inaudita per
l’incipit di un disco dei Beatles, era Harrison. Poche tracce dopo,
ecco Love You To: e dalla piovigginosa Londra in bianco e nero si apre
uno squarcio sconvolgente e dolcissimo in un mondo lontanissimo e
coloratissimo, l’India.
Sono un’infinità gli ambiti nei quali i Beatles, artisticamente, sono
stati i primi: i primi a farsi crescere i capelli, i primi a usare un
quartetto d’archi, i primi a fondere generi musicali diversi, i primi
di questo o di quello. In questo campionario di primati, quelli lanciati
da George sono tantissimi. Sì, oggi potremmo dire che è stato il buon
George, il timido George, ad inventare quello che ai nostri giorni viene
chiamata «world music». È stato lui a trascinare l’India (tramite
la sua conoscenza con il grande compositore e suonatore di sitar Ravi
Shankar) nell’Occidente materialista, ad aprire una porta culturale
che nessuno - e vieppiù in un campo che era considerato d’intrattenimento
- avrebbe potuto immaginare. È stato lui a trascinare gli altri tre
Beatles in India, così come è stato lui a fare le prime
sperimentazioni di musica elettronica, nel primo album solista
realizzato da un beatle, Wonderwall, nel ‘67, così come era stato lui
(si dice) il primo dei quattro ad aver fatto uso di droghe lisergiche
(ma questa è un’altra storia, forse).
A suo modo emblematica. la storia di George. Provateci voi a proporre
dei pezzi a dei tizi che ti aprono dinnanzi l’universo con A Day in
the Life oppure con la fluviale immensità di Abbey Road. Ebbene, lui ci
è riuscito: si presenta, un giorno, dagli altri scarafaggi e li
schianta lì un demo, con lui da solo alla chitarra. Era While My Guitar
Gently Weeps, 1968, White Album. Le parole del titolo (mentre la mia
chitarra gentilmente piange), l’aveva prese a caso da un dizionario.
La musica? Evita tutti i geniali trucchi della cabala Lennon-McCartney,
la sua voce è rarefatta e dolce, l’arpeggio è maliosamente obliquo,
la canzone è semplicemente perfetta così com’è. Nondimeno, i
Beatles, tutti insieme (e con l’aiuto di Eric Clapton, che consegna
alla storia uno degli assoli più lancinanti del rock), ci lavorano
sopra facendone una grande sinfonia del dolore. Something, che trovò
posto su Abbey Road, inizialmente era stata scartata da John e Paul:
folgorante e orgogliosa - in qualche modo sentimentalmente distaccata
dal grande fervore di quegli stessi anni sessanta che lo stesso George
aveva contribuito a inventare - da subito si è attestata come una delle
grandi canzoni-icona dei Fab four, a fianco di pezzi come Yesterday o
Strawberry Fields Forever.
Ma all’orizzonte le nubi si addensano. C’è una scena, nel
film-testamento Let It Be, che illustra alla perfezione le tensioni e l’irritazione
di George per la strabordante frenesia creativa di McCartney: «E
dimmelo cosa devo suonare, Paul. Farò qualsiasi cosa che vuoi. Anzi, se
vuoi non suono proprio». Abassato il sipario, nel ‘70, sulla più
grande avventura musicale del secolo, con milioni di fan sparsi sul
globo terracqueo a piangere lacrime sincere, è George il mistico,
George l’umanitario, il timido George a prendere la storia per le
corna: prima l’imponente e straordinario album triplo All Things Must
Pass e poi con il grande Concerto per il Bangla Desh al Madison Square
Garden, antesignano di tutti i Live Aid benefici a venire. Il disco
sembra una liberazione, è un fiume di idee, un capolavoro elegante e
sfaccettato, prodotto con intelligenza diabolica e orientale distacco,
dotato di un andamento, di un passo, saggio e deciso, che proietta il
solista Harrison nel tempo senza tempo dei capolavori che non temono la
storia. Il concerto per il Bangla Desh, da parte sua, mentre Lennon si
dilettava con i bed-in e McCartney si era ritirato in campagna a
leccarsi le ferite del dopo-Beatles,trasforma l’impeto umanitario dell’èra
flower power in azione pragmatica, in azione e, se vogliamo, in
politica.
Niente male, per uno che era «l’eterno terzo». George Harrison ha
vissuto tutte le sue stagioni con una grande, immensa, dignità: cosa
tanto più difficile se si considera il peso di un successo
irraccontabile, arrivato quand’era poco più che un ragazzino. Gli
anni settanta e ottanta passano con una manciata di album più o meno
riusciti, ma sempre dignitosi (cosa non necessariamente vera per Paul,
John & Ringo). È abbastanza rivelatore del carattere di George il
fatto che probabilmente senza di lui il mondo non avrebbe conosciuto l’iconoclasta
furia comica dei Monty Python: nel ‘78 era diventato produttore
cinematografico, con la «Handmade Films», a cui dobbiamo l’uscita di
Brian di Nazareth e, successivamente, di un film leggendario come Brazil,
di Terry Gilliam. Altrettanto, seppur sommessamente, divertita la
collaborazione con i vecchi compari Bob Dylan, Tom Petty, Roy Orbison e
Jeff Lynn nei Travelling Wilburys, così come il beffardo successo di
Cloud 9, l’album che nell’87 lo fece ripiombare, per lo stupore di
molti, sulla ribalta. Nel quale spiccava un pezzo dedicato alle antiche
glorie a fianco dei Beatles: When We Was Fab. Che sta a significare:
«quand’eravamo favolosi». Sotto i baffi, un sorrisetto ironico:
oibò, abbiamo cambiato il mondo. E allora? E noi, di quel sorrisetto
gli saremo grati. Sempre.
Roberto
Brunelli – L'UNITA' – 01/12/2001
E'
MORTO GEORGE HARRISON
George
Harrison è morto il 2911.2001 alle
13.30 ora di Los Angeles: lo ha detto l'amico Gavin De Becker all'Associated
Press. "È morto con un pensiero in testa" ha detto De Becker,
"amiamoci l'un l'altro". Con
l'ex Beatle c'erano la moglie Olivia e il figlio Dhani, 24 anni.
George
Harrison è il primo dei Beatles a morire di morte naturale. Con la sua
morte della rock band di Liverpool restano soltanto Paul McCartney e
Ringo Starr. John Lennon venne ucciso nel 1980, colpito da un fan
davanti al Dakota Palace, la sua residenza neyorkese davanti al Central
Park.
Nel
1988, quando seppe di essere malato di cancro alla gola, Harrison disse:
"è una cosa che serve a ricordarmi che può accaderci di
tutto". Non sapeva neppure quanto avesse ragione. L'anno dopo venne
assalito da un uomo e accoltellato diverse volte ma riuscì a
sopravvivere. Uno
dei suoi primi dischi da solista si intitolava "All Things must
Pass"
Nato
il 25 febbraio del '43, George era il più giovane dei Beatles. Proveniva
da una famiglia della working class di Liverpool: suo padre era stato
caposteward sulle vecchie navi di linea inglesi, poi autista e infine
sindacalista. Fu la madre ad aiutare George a inseguire la sua
aspirazione artistica: era il più piccolo e il più timido dei quattro
figli e la mamma gli diede tutto il sostegno di cui era capace perchè
imparasse a suonare bene la chitarra.Al Liverpool Institute conobbe Paul
McCartney, più grande di lui di un anno: tutti e due suonavano la
chitarra a scuola, tenevano concerti improvvisati di rock'n'roll
americano. Fu proprio grazie a Paul che George entrò nei Quarry Men, il
gruppo da cui nacquero i Beatles: Paul suscitò la curiosità di Lennon
dicendogli che George era più bravo di lui come chitarrista. Come prova
della sua abilità eseguì al cospetto di Lennon un brano rockabilly di
Bill Justis, 'Raunchy'. George non fu però invitato inizialmente a
unirsi al gruppo perchè considerato troppo giovane per essere preso sul
serio ma seguì passo passo John per un anno intero, come un allievo
segue il maestro, alle prove ma anche al cinema. Aspirava ad essere un
dandy e solo all'inizio del 1960 riuscì ad entrare ufficialmente nei
Beatles, proprio quando stava per lasciare la scuola e lavorare come
aiuto elettricista in un grande magazzino.

RED
RONNIE INTERVISTA GEORGE HARRISON
Con
la morte di George Harrison sono definitivamente morti anche Beatles. La
scomparsa di John Lennon, avvenuta in modo improvviso e violento, aveva
lasciato "vivo" John. E’ diventato un’icona, e per questo
immortale. Quindi pareva che, da un momento all’altro, ricomparisse
per riformare un gruppo che tutti vorrebbero rivedere insieme. Adesso
no, ora la favola del complesso più popolare al mondo è
definitivamente chiusa.
Geroge
era il timido dei quattro, quindi anche quello più sensibile. Fu lui a
provocare la svolta musicale dei Beatles, quella che portò al
capolavoro "Sgt. Pepper". George si lasciò convincere da
Donovan e portò i Beatles nel famoso viaggio in India, che trasformò
la musica del gruppo. George non solo fu affascinato dal sitar, ma anche
dalle filosofie orientali, che in futuro verranno abbracciate anche
dagli altri due più famosi Beatrles: John Lennon "sposerà"
il pacifismo e McCartney il vegetarianesimo.
Ho
incontrato George Harrison a Londra, all’83 di Baker Street. Era l’8
dicembre 1990, esattamente dieci anni dopo l’uccisione di John Lennon.
Era appena uscito "Nobody’s child", il secondo album dei
Traveling Wilburys, il supergruppo che George aveva costituito con Bob
Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne.. Abbiamo iniziato parlando
di Formula 1, di cui Harrison era fan scatenato. Mi aveva chiesto il
perché del nome "Red Ronnie" e gli avevo raccontato che era
un omaggio al pilota Ronnie Peterson, scomparso a Monza nel 1978, in un
incidente "quasi voluto" da Colin Chapman, il patron della sua
scuderia, la Lotus. Peterson avrebbe meritato di vincere almeno due
mondiali, uno in cui ha dovuto lasciar passare il compagno Emerson
Fittipaldi e l’altro in cui ha fatto lo stesso con Mario Andretti…
-
Era il mio eroe perché era contrarissimo alla politica nelle corse.
Voleva solo correre e lui era il più veloce.
"Effettivamente
era il più veloce. Ha spinto Andretti tutto l'anno e l'ha superato
nelle qualifiche. E’ rimasto indietro soltanto per via del suo
contratto. E la cosa più terribile è che a Monza gli hanno dato la
macchina vecchia, altrimenti avrebbe potuto.."
-
So tutto perché ero in Austria due settimane prima che vincesse la
corsa. L'ho incontranto per fargli un intervista, e gli ho detto:
"Sarai costretto ad arrivare secondo". Lui mi rispose:
"Aspetta domani e vedremo se vincerò oppure se arriverò secondo
nel campionato mondiale". Il giorno dopo, nel Grand Prix d'Austria,
ha sorpassato subito nella prima curva e ha vinto. Quindi a Monza gli
hanno dato la macchina sbagliata..
"Sì,
gli hanno dato la macchina vecchia, ma la cosa peggiore è stato, quando
ha lasciato il pit per fare il giro di riscaldamento prima della corsa,
che Colin Chapman disse con qualcuno (perché un mio amico ha sentito
quello che diceva): "Ecco Ronnie nella Mclaren dell'anno
prossimo"; perché doveva unirsi alla Mclaren l'anno
seguente".
-
La Lotus lo ha boicottato.
"Sì,
è stato un gran peccato".
-
Io avevo un amico dentro l'ospedale e per telefono mi teneva al corrente
di tutto quello che succedeva. Barbara non voleva che Colin Chapman e
Andretti visitassero Ronnie all'ospedale.
"E’
stata una cosa terribile".
-
Tu hai fatto un disco per la lotta contro il cancro, dopo la morte per
tumore del pilota Gunnar Nillson.
"Esatto.
Con Gunnar Nillson. Ed era dedicato a Ronnie Peterson. S'intitolava
"Faster" (più veloce). Avrebbe potuto facilmente vincere
quell'anno. Era molto più veloce di Andretti. Una volta venne a casa
mia con Mario; erano buoni amici. Lui era un vero gentleman: l'accordo
era che stesse dietro ad Andretti per lasciarlo vincere e ha mantenuto
la parola".
-
George, perché suoni ancora, soltanto perché ti piace?
"Adesso
sì, bisogna far pur qualcosa della propria vita ed è una cosa che io
so fare. Se non facessi musica..non ne faccio troppa, però mi piace
fare un disco ogni anno o due. Mi dà qualcosa da fare".
-
Per me i Travelling Wilburys sembrano 4 ragazzi molto famosi senza
problemi che si ritrovano come vecchi amici e suonano senza essere in
competizione soltanto per divertirsi.
"Esatto.
E’ proprio questa la sensazione. Quando scriviamo i pezzi, vengono
fuori molto rapidamente da tutti e 4. Inoltre è musica soltanto per
divertimento ma che sembri vero rock'n' roll, in contrasto alla musica
di oggi che è tutta computerizzata. Quindi fondamentalmente per farla
sembrare vera e per divertirci".
-
Adesso sei in rapporti amichevoli con Bob Dylan e mi sembra di capire
che fra i Beatles eri quello più vicino a Bob Dylan. Dico bene?
"Si.
Tutti noi abbiamo conosciuto Bob nel lontano 1964, ma negli anni l'ho
rivisto qualche volta. John lo conosceva un po’, ma io lo vedevo una
volta ogni 2 anni e ormai è un bel pezzo che lo conosco. Naturalmente
ha fatto il concerto per il Bangladesh con me e inoltre ho scritto un
paio di motivi insieme a lui negli anni '60".
-
Il concerto per il Bangladesh, che tu hai organizzato, è stato il primo
grosso concerto per beneficenza. E’ stato molti anni prima del Live
Aid che oggi è così conosciuto. Perché hai fatto questo concerto del
Bangladesh? So che c'erano problemi di soldi. Dico bene? Nelle cose che
tu e tua moglie fate adesso curi tutti gli aspetti.
"Bisogna
ricordarsi che nel lontano 1971 nessuno aveva mai fatto qualcosa del
genere ed era difficile sapere come gestirla. Quello che si dovrebbe
fare è di istituire un fondo di beneficenza prima della manifestazione.
Così tutto filerebbe liscio. Però è successo che, facendo le cose
così di fretta, il fondo di beneficenza è divenuto effettivo soltanto
dopo il concerto. E tutto sarebbe andato per il meglio se non fosse
stato per un funzionario della finanza americana che insisteva sulle
nostre intenzioni di farlo per guadagno. Tutto quello che voleva lui era
il 50% dei profitti. Di conseguenza abbiamo nominato degli avvocati che
hanno combattutto con l'ufficio delle imposte americane per 12/13 anni.
Alla fine abbiamo dovuto lo stesso dargli una percentuale dei soldi che
abbiamo raccolto, giusto per chiudere il discorso. Però abbiamo
raccolto parecchi soldi, qualcosa come 14 milioni di dollari, che non
era male per quell'epoca, ma niente in confronto a quello che si può
raccogliere oggigiorno. Se non fosse stato per quell'esperienza forse
sarebbe stato più facile anche per altri".
-
Se John Lennon fosse stato ancora vivo magari i Beatles potevano
rimettersi insieme per il Live Aid?
"Non
lo so. Chi può saperlo? Se John fosse vivo le possibilità sarebbero
maggiori. Ma avevamo deciso di non fare più concerti dei Beatles. Anche
quando John era ancora vivo ci offrivano delle cifre pazzesche, l'ultima
offerta è stata di 84 milioni di dollari (180 miliardi di lire) per
rifare lo spettacolo dei Beatles. Ma però non non volevamo farlo".
-
Perché?
"Perché
eravamo già stati i Beatles e il gruppo era stato sciolto. A
quell'epoca poteva sembrare che si facesse soltanto per il clichè o per
i soldi. Adesso, che è passato tanto tempo, forse sarebbe bello farlo
soltanto per divertimento ma è impossibile perché lui comunque non
c'è più".
-
Avevate deciso di non fare più concerti dal vivo ancora prima di
sciogliere il gruppo, come mai?
"Perché
negli anni '60 andare in tournée era diventata una cosa troppo
difficile. Era semplicemente troppo faticoso. Non riuscivamo a sentirci
mentre suonavamo e la musica è peggiorata parecchio. Oltre a questo,
eravamo ad un punto in cui i nostri dischi erano troppo elaborati, molto
più dei primi, da poterli riprodurre in 4 sul palcoscenico. Ma
principalmente è stato perché dovunque andavamo c'erano disordini.
Oppure perché ci trovavamo in mezzo a disordini studenteschi in
America, disordini razziali nel sud. Quando andammo in Canada c'erano
disordini tra la gente di lingua francese ed inglese. Lo stesso in
Giappone. Dovunque si andava ci si imbatteva sempre nei problemi
politici del luogo parallelamente alla Beatle-mania ed era terribile,
era pericoloso".
-
Adesso tu e naturalmente tua moglie siete coinvolti in un progetto per
aiutare i bambini rumeni, ma tu ti accerti personalmente che tutto
quello che fate arrivi a destinazione, dico bene?
"Ancora
una volta, prima di tutto bisogna ottenere l'autorizzazione appropriata
dal governo, cosa che hanno fatto prima di poter agire. L'altra cosa è
che attraverso un giornale inglese, il Daily Mail, il paese ha
contribuito con più di un milione di sterline, quindi parecchi soldi.
Dunque, i soldi non vengono spediti in Romania. I rumeni se ne
interessano molto poco. In questo momento, quello che lei cerca di fare
è di riuscire a convincere il governo e il popolo rumeno di riconoscere
i propri problemi. Il resto del mondo sta cercando di aiutare, ma il
popolo rumeno non se ne interessa. Però con i soldi raccolti in
Inghilterra comperano i camion principalmente per fornire quei beni che
servono ai bambini e agli orfanotrofi. Cose semplici, come sistemare le
cucine, i bagni, i gabinetti. Prima c'erano 2 bambini per ogni lettino,
quindi fornire più lettini, più vestiti, cose del genere sai, migliori
comodita'. Così comprano il materiale in Inghilterra e i nostri
collaboratori vanno là con i camion, passano dal primo orfanotrofio,
rifanno l'impianto elettrico, l'impianto idraulico per i bagni, montano
piastrelle nuove nei bagni, sai, tutte quelle cose che si danno per
scontate. Per certi versi vivono ancora in condizioni da inzio secolo.
In questo modo i soldi vengono spesi bene".
-
Oggi ho comprato questo libro: "The Quiet One (quello tranquillo),
la vita di George Harrison".
"Io
non ne so niente. Non ha niente a che fare con me. Infatti non dovresti
neppure pubblicizzarlo. Non l'ho letto, non conosco l'uomo che l'ha
scritto, non so cosa racconta, non ne so se è bello o brutto".
-
Ma non sei curioso di leggere un libro che parla di te?
"Solo
perché me l'hai fatto vedere. Ci sono già stati tanti libri sui
Beatles e anche un paio su di me. Diventerei matto se leggessi tutta
questa roba, essendo per la maggior parte cose che hanno sentito dire o
preso dai giornali, oppure cose che ti hanno visto fare nelle
interviste. La maggior parte dei libri vengono compilati dalle
interviste che hanno visto o raccolto negli anni dai giornali e riviste.
Non mi dirà niente che io non sappia già di me stesso. Dipende anche
dall'atteggiamento che decide di assumere l'autore. Di solito, per
spillare i soldi agli editori, ci vogliono delle porcherie. E’ questo
che succede di solito quindi non ha senso leggerlo per me. Mi farebbe
solo arrabbiare e non ne vale la pena".
-
Hai letto il libro di Albert Goldman su John Lennon?
"No.
Hanno riportato un pezzo sul giornale e ne ho letto qualche pagina, ma
non mi piace quell'uomo. E’ un villano. E’ lo stesso che ha scritto
il libro su Elvis. L'unica cosa che gli interessa è dare scandalo per
guadagnare molti soldi. Perché c'è gente che ama leggere le porcherie,
non importa se sono vere o false. Piace anche perché lo possono
riportare a puntate nei giornali per vendere più copie".
-
Secondo te una figura pubblica come te, John Lennon, Eric Clapton, Jimi
Hendrix, deve essere giudicata soltanto per la sua musica e per quello
che produce o anche in base alla vita privata?
"Forse
per entrambe, ma non è giusto giudicare una persona fino alla fine. Sai
com'è, un giorno potremmo fare qualcosa di grandioso e il giorno dopo
un grossissimo errore. La vita ha degli alti e bassi ed è una ruota che
gira e credo che la fine della vita di una persona è forse un momento
migliore per giudicare come funzionava. Io la penso così ma, a volte,
specialmente coi Beatles, fanno film, serie Tv e scrivono libri come se
fossimo gia' morti. Una volta aspettavano che la gente morisse prima di
scrivere certi racconti. Adesso lo fanno in qualsiasi momento".
-
Oggi ad esempio, io compro cose del genere perché mi piace veder le
foto. Quando vedi cose del passato ti danno fastidio?
"Le
cose caratteristiche di questo sono le foto, purtroppo copie delle copie
delle copie delle copie. Diciamo che potrei prendere questo,
fotografarlo e fare altre copie. Vedi, sono tutte vecchie fotografie
copiate e rubate. Io non riesco più a rapportarmi ai Beatles. Quello
per me è come vedere i Monkees o i Bay City Rollers. Non significa
niente per me".

-
Ma voi eravate i primi.
"Veramente
no. Noi non siamo stati i primi. All'inizio facevamo soltanto la musica
degli artisti che piacevano a noi come Chuck Berry, Bo Didley, ecc..
Tutti devono partire da qualcun'altro. Nessuno è completamente
originale. E i Beatles divennero molto originali grazie alle loro
canzoni, ma abbiamo iniziato semplicemente tentando di copiare Buddy
Holly, Little Richard e altri come loro".
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-
Avevate un po’ di controllo o eravate come in un sogno?
"Si,
è successo tutto così in fretta che..".
-
Ad esempio, ti ricordi quando facesti questa foto?
"No,
lo posso indovinare in base ai vestiti e alla pettinatura. Sarebbe lo
stesso per te. Se io avessi delle foto di te a 18 anni nel mio album non
sarebbe diverso, è soltanto che io ero più esposto al pubblico di te,
ma di fatto siamo tutti uguali".
-
Perché tua moglie Patti non ha cercato di distruggere i Beatles come
fecero Linda e Yoko?
"Non
l'ho mica detto io. Perché non l'ha fatto? Non lo so. Ti do il suo
numero di telefono così glielo chiedi tu. Io non lo so".
-
No, no. Credo che tutti ce l'abbiano con Yoko Ono. Questo lo dico io non
tu. Tu non stai dicendo niente.
"Sì,
ma non credo che questo sia molto giusto. Molti fattori contribuivano a
come eravamo messi a quell'epoca e non era soltanto per colpa di Yoko.
19.11 Noi ci stavamo dividendo comunque. Eravamo arrivati ad un punto in
cui nei Beatles ci si stava stretti in 4. Poi oltre ad altre cose è
morto anche il nostro manager e noi siamo molto cambiati e penso che
forse Yoko abbia aiutato a sollecitare la decisione di John, ma non
credo che sia giusto dare la colpa a lei per la totale distruzione dei
Beatles".
-
D'accordo, ma quando oggi vedi quello che ha fatto Yoko Ono nel senso
che da un concerto dei Beatles ne ha fatto un concerto di John Lennon e
vedi solo Yoko con lui.
"Non
lo so, io faccio parte dei Travelling Wilburys".
-
Non potrai mai fare una tournée; è soltanto una cosa che fai per
divertimento. Potresti fare una tournée con i Travelling Wilburys? No,
siete delle personalità troppo importanti...
"Anche
i Rolling Stones sono personalità troppo importanti ma loro hanno fatto
una tournée. Se volessimo potremmo farla..".
-
La state organizzando?
"No,
il problema più grosso è che né a Jeff Lynne né a me piace essere
guardati".
-
Cosa?!?
"Sai
a me non piace essere su un palco con tanta gente che mi guarda.
Semplicemente non mi piace. Preferisco la mia intimità. Mi piace l'idea
di suonare in un gruppo ma non mi piace l'idea di un mucchio di gente
che mi guarda. Secondo me, per essere così in uno spettacolo, in fondo
bisogna essere un esibizionista per essere una star o quello che la
gente definisce una star".
-
Strano sentire questa notizia da te. Fin dall'inizio hai intrapreso la
carriera sbagliata.
"Forse
ne ho avuto fin troppo negli anni '60. Mi piace l'idea di suonare in un
gruppo che si prospetta divertente. Ma ci sono troppi altri problemi. Il
più importante è che per fare una tourneè ci vuole molto tempo per la
preparazione. Poi, già che la fai, tanto vale farla grande. Finisci per
fare il giro del mondo che t'impegna per 9 mesi all'anno. Ma cosa
succede al resto della tua vita? Io ho una mia vita, come ce l'hai tu.
Sarebbe come se ti mettessero in televisione per un anno intero senza
poter ritornare a casa, a vedere la tua famiglia e fare tutte le altre
cose che ti piacciono. A me non piace particolarmente questa idea. Ma
chissà, forse un giorno mi sveglierò con la pazza idea di decidere di
fare una tournée".
-
Sei profondamente legato alla tua casa?
"Alla
mia casa? Soltanto perché ci abito".
-
Ti piace perché ovviamente vivrai in mezzo agli alberi e alla natura?
"Si,
mi piace essere a casa anche se qualsiasi casa mi andrebbe bene purchè
abbia dello spazio, la mia intimità e dell'aria buona. Mi piace vivere
fuori città; la città non mi piace. Alberi e cose del genere mi
piacciono".
-
Mi dai l'impressione di essere un uomo a cui piace camminare, pensare
molto e che ama la solitudine.
"Mi
piace la tranquillità e i momenti di calma. A volte mi piace stare
solo, ma quasi sempre mi piace stare con amici. Sono un gregario".
-
In questo periodo è tornato di moda anche il simbolo della pace.
"Quello
rimane sempre un ottimo simbolo".
-
Credi che i simboli possono aiutare ad ottenere la pace? Pensi che i
padroni della guerra o del potere stavano attenti quando i Beatles o
John Lennon parlavano di pace. O quando se ne parla adesso. Pensi che
possa aiutare o che loro se ne interessano?
"Credo
ci sia stato un tempo in cui la gente l'ha recepito. Sì, credo che ci
siano molte brave persone al mondo che amano la pace. Chiunque però
potrebbe prendere quel simbolo e trasformarlo in qualcosa di negativo se
volesse. E’ come il simbolo usato da Hitler, la svastica, che oggi
tutti vedono come una cosa negativa. Ma Hitler aveva rubato la svastica
dall'India e ancora oggi, se ci vai, vedi le svastiche all'interno dei
templi. E’ un simbolo antico, buono e positivo. A Hitler piaceva come
marchio. Come si usa, ad esempio, sui dischi, logo Travelling Wilburys.
E’ qualcosa che cattura l'attenzione. Hitler avrà pensato:
"Quello è un bel marchio da usare". Adesso per colpa sua è
visto come un simbolo del male. Quindi potresti anche prendere il
simbolo della pace e darlo a un tizio come Hitler. Non è il simbolo di
per sé, ma le azioni che lo accompagnano che sono importanti".
-
Avete lanciato "She’s my baby", una bella canzone d’amore.
"Siamo
passati tutti dalla fase complicata e anche i Beatles hanno scritto dei
testi molto complicati, anche Bob Dylan. E’ bello sedersi a scrivere
qualcosa di semplice, è ingenuo".
-
Ma i Beatles scrivevano delle canzoni molto complicate.
"Si,
alcune erano complicate".
-
Avete scritto "Revolution". E oggi "Revolution" è
usato come sigla di una pubblicità
"Si,
questo è successo per un po’, poi l'abbiamo fatta interrompere".
-
Come mai questo è possibile?
"E’
possibile perché le edizioni del disco sono state prese quando eravamo
tutti molto giovani, noi abbiamo firmato le edizioni ma nessuno ci ha
detto: "Adesso vi rubiamo i diritti d'autore". All'epoca le
edizioni furono vendute a qualcun altro che di conseguenza le ha
rivendute e così via. Quindi la gente che ora ne ha il possesso dice
che può fare quello che vuole con le canzoni, pur di fare i
soldi".

-
Ma adesso il proprietario è Michael Jackson. E perché Michael Jackson
fa questo? E’ un'artista pure lui.
"Gli
piacciono anche i soldi. Ma comunque noi l'abbiamo interrotta perché
l'editore può usare la musica come vuole, però non può usare il
disco. Adesso questo è tutto a posto e non dovrebbe più succedere,
almeno non possono usare i nostri dischi per fare delle pubblicità. Ma
se io voglio dare una delle mie canzoni a qualcuno per fare una
pubblicità televisiva quello va bene. Ma quello che è successo, di
usare la musica dei Beatles, non è stato corretto".
-
Per esempio, tu hai scritto "Something", hai diritto su
questa, hai il potere di decisione su queste?
"Sì,
ce l'ho, per esempio, se tu volessi fare una pubblicità. Infatti la mia
canzone più richiesta per questo scopo è "Here comes the sun".
Per esempio, ogni anno riceverò almeno 5 richieste per usarla negli
spot pubblicitari. Io sono restio a fare questo perché quando vedo alla
Tv uno spot, una canzone per esempio come "California girls"
dei Beach Boys, fa sì che la canzone sia meno importante e si
svalorizzi. Se volessi potrei dire a qualcuno di usare una mia canzone,
gli posso dare i diritti d'autore e loro la reincidono ma non gli darei
il disco dei Beatles per fare ciò".
-
Di tutte le canzoni che tu hai scritto qual'è quella di cui sei più
orgoglioso?
"Penso
nessuna. Mi piacciono canzoni diverse per motivi diversi, non mi viene
in mente niente in questo momento. Di solito mi piace l'ultima, quella
che ho scritto di più recente. Le ultime canzoni sono sempre le
migliori. Allora direi, adesso come adesso... Ci sono delle canzoni su
"Cloud Nine" che mi piacciono... "The devil
radio"... Ma è ovvio che le due canzoni che ho scritto io, per
quanto riguarda il successo di paroliere, che hanno fatto più impatto
sono "Here comes the sun" e "Something". Ma quelle
canzoni... Il successo di una canzone non dipende da quante copie ne
vendi, ma da quanta gente la canta, dev'essere una canzone che tutti
vogliono cantare. Per esempio, di "Something" ci saranno 150 o
200 o forse 300 versioni. Questo è indice di quanto è popolare una
canzone. Quando questa canzone è usata in uno spettacolo da gente come
James Brown e Smokey Robinson and the Miracles o anche Liberace e Frank
Sinatra. Se viene cantata da tutti questi diversi artisti vuol dire che
questa è una canzone di successo".
-
Ma se la tua canzone viene usata da un'artista che non ti piace oppure
da un'artista di cui l'ultimo lavoro non ti piace..?
"Ma
non importa, questo non importa. E’ sempre bello se un'artista incide
una versione della tua canzone, anche se non ti piace è sempre un
complimento".
-
Certo. Adesso cosa fai a parte riposarti? I Travelling Wilburys sono
finiti e non ci sono tourneè in vista.
"Ma
no, i Travelling Wilburys non sono finiti altrimenti non sarei su questa
sedia".
-
Ma per te è finita, adesso inizia per noi. Noi l'ascoltiamo ma per te
è finita. Non c'è una tournée in vista quindi a parte il riposo cosa
fai?
"Ho
molte cose da fare".
-
Cosa?
"Ho
una casa cinematografica. M'impegna molto. Poi un sacco di cose. Tu hai
detto che gli Wilburys... Il disco è finito ma dobbiamo fare dei video,
pantaloni Travelling Wilbury's che dobbiamo far fare, dei tavoli
Travelling Wilburys insomma il commercio dei Travelling Wilburys."
-
Quando sei a casa suoni la chitarra, scrivi testi?
"Quando
sono a casa suono la ukulele perché è piccola ed è facile da portare
in giro. Mi piace la ukulele. Suono un po’ la chitarra ma di solito la
suono soltanto quando sto scrivendo una canzone oppure quando sto
facendo un disco".
-
Come produttore di film hai prodotto "Shangai surprise" con
Madonna. Allora hai conosciuto Madonna, anzi conosci Madonna molto bene?
"No,
io non l'ho conosciuta molto bene. L'ho conosciuta per un po’, 6
settimane all'incirca. Mi è bastato".
-
E’ difficile avere a che fare con una diva dei nostri giorni?
"Allora
lo era. Si era appena sposata con Sean Penn e litigavano sempre. Questo
ha reso difficile il lavoro che dovevamo fare in quel momento".
-
Tu facevi da mediatore tra di loro?
"Un
po’."
-
Oggi è l'8 dicembre 1990 e sono 10 anni che è stato ucciso John Lennon.
Quando hai ricevuto la notizia che è stato ucciso?
"Saranno
state un paio di ore dopo che è stato ucciso. Qualcuno mi ha chiamato
durante la notte, anzi di prima mattina perché per me saranno state le
4 o 5 di mattina. Quando tutti hanno sentito la notizia".

-
Cos'hai fatto, ti sei rimesso a dormire? Non lo so, hai pianto?
"Mi
sono rimesso a dormire, pensando che fosse solo ferito. Ma...".
-
Eri ancora in buoni rapporti con John, con Paul e Ringo allora?
"Non
l'avevo visto da tanto, l'ultima volta sarà stato un anno o due prima
della sua uccisione. Sì, c'era un rapporto. Lui abitava a New York ed
io in Inghilterra quindi non ci vedevamo molto."
-
Faccia a faccia con la morte di un amico cosa senti? Cosa senti verso la
morte?
"E’
lo shock la cosa più brutta. In un certo senso la morte è quella che
succede a tutti, è il modo in cui la morte arriva.. Per John non è
stato un modo molto bello per morire. Ma la morte in sè è come la
vita, è l'altra faccia della moneta, è l'altra meta'. E’ come il
giorno e la notte, la vita e la morte, è tutto la stessa cosa".
-
Ma dopo la notte c'è un altro giorno. Quindi dopo la morte c'è
un'altra vita?
"Sì.
E’ un pezzo che non leggi la Bibbia eh!".
-
La reincarnazione?
"Sì.
Veramente l'hanno tolto quel pezzo dalla Bibbia per assecondare la
politica del Cristianesimo. Ma Cristo ne ha parlato, della
reincarnazione".
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-
Immagino che ti chiederanno tutti sulla morte di John Lennon, appunto è
la mia ultima domanda: John era veramente un bravo ragazzo e tutte le
cose che ha fatto per la pace sono state utili? Hanno veramente aiutato
la causa per la pace?
"Si,
credo che abbia aiutato certe persone, ma è ovvio che non ha aiutato
tutti, ma è stato un esempio. Come uno qualsiasi..Ma lui era molto
onesto sulle cose che pensava, e una di queste era la pace. Come l'ha
fatto o almeno come ha cercato di farlo coi bed-in, proteste pacifiste a
letto, era una specie di presa in giro. Era sincero a proposito della
pace e questa sincerità si è comunicata a molta gente, ma non
tutti".
-
Senz'altro sai che si dice che c'era un complotto della Cia per
ucciderlo?
"Non
penso, ma chissà. Per capire, sai troppo presto che è inutile provare.
Bob Dylan l'ha detto. Chissà forse, non si sa. Sapere quello che è o
quello che non è".
-
Spero di vederti dal vivo così potrai soffrire di nuovo davanti a un
pubblico.
"Metterò
un sacchetto in testa".
-
Potresti essere il tipo timido che sta sempre nel retroscena.
"Allora,
il Wilbury tranquillo".
-
Tu chiedi a chi fa le luci di non puntarle addosso a te.
"Sì,
luci nere".
-
Sì, così stai nell'ombra. Ti sentono suonare l'ukulele.. Perché è
facile da portare in tourneè.
"Forse
si. Ciao"
Ciao
George…. |