Molte dominazioni e differenti civiltà si sono succedute in Sicilia, sia per l'importanza strategica del luogo, sia per la singolare bontà del clima. Tutte le dominazioni hanno lasciato segni tangibili come i castelli, che raggiunsero il loro massimo splendore nel medioevo.

Molti furono edificati da Normanni e Svevi. Con Federico II il Regno di Sicilia raggiunse livelli invidiabili di prosperità, mai conseguiti fino a quell'epoca da nessun paese europeo e le più importanti casate nobiliari come i Chiaramonte, i Ventimiglia ed altri, si impegnarono in una vasta opera di edificazione. Nati per scopi di difesa e di potere, oggi i castelli sono luogo di attrazione per numerosi turisti e amanti dell'arte.

 

 

 

 

Come si raggiunge: Arrivati a Bronte, prendere la strada statale per Cesarò-Maniace, appena usciti dal paese dopo circa 2 km, seguire le indicazioni per il Castello. Facilmente raggiungibile dalla strada statale 120. Condizioni: Discrete. Visitabile: sì

Cenni storici:Quando Re Ferdinando di Borbone decise di ricompensare Orazio Nelson per i servigi che l'ammiraglio gli aveva reso stroncando la rivoluzione napoletana del 1799 e facendo impiccare l'ammiraglio Caracciolo, dovette scegliere fra alcune baronie siciliane che potevano essere regalate perché di regio patronato. La sua scelta ricadde alla fine sui possedimenti delle due celebri abbazie di 'Santa Maria di Maniace' e di 'S. Filippo di Fragalà', unite dal 149l, se non dal 1188, ed appanaggio da tre secoli dell'Ospedale grande e nuovo dei poveri di Palermo. Con la sua donazione Ferdinando concedette all'ammiraglio Nelson la facoltà di trasmettere la Ducea non solo a qualsiasi dei suoi parenti ma pure ad estranei nonché il privilegio di non pagare la tassa dell'investitura. Nella concessione, inoltre, il re spiegava che l'entità della Ducea era la stessa che papa Innocenzo VIII aveva donato nel 1491 all'Ospedale di Palermo e cioè tutti i possedimenti un tempo appartenenti alle due abbazie di Maniace e di Fragalà. Per volere di Nelson, alla cara lady Emma Hamilton andava una rendita di cinquecento sterline annue. Con una grande festa, che venne definita il 'Trionfo di Nelson', i Borboni festeggiarono a Palermo, il 3 settembre del 1799, la riconquista del Regno. Primo successore di Nelson nella Ducea fu il fratello, il reverendo William, ch'era stato detto erede con testamento del 10 maggio 1803. A William successe, nel febbraio del 1835, la figlia Charlotte, sposata a Samuel Hood, secondo visconte di Bridport. Fu Charlotte Nelson-Bridport la prima fra i successori dell'ammiraglio a voler conoscere l'estesa Ducea ereditata. Nel 1836 Charlotte, accompagnata dal marito decise di recarsi a visitare di persona la località. La divertirono i costumi dei locali, le uose degli uomini e le loro giubbe aperte fino a mezza schiena, mentre le donne avevano la testa avvolta in scialli di flanella bianca. Ma restò a tal punto scossa dalle difficoltà del viaggio in lettiga, dal nero paesaggio vulcanico e dai racconti delle atrocità commesse nel 1820, tra cui decapitazioni e squartamenti, che giurò di non rimettere più piede nell'isola a meno che in Inghilterra non scoppiasse una rivoluzione e anche in tal caso probabilmente sarebbe andata altrove. La duchessa non tornò mai più a Maniace. Nel 1838 una controversia sulla successione nella Ducea divise Charlotte Nelson-Bridport e il cugino Orazio Bolton, figlio di una sorella del grande ammiraglio. Il processo terminò il 17 dicembre del 1841 con la riconosciuta successione di Charlotte ed anche se le questioni legali, per l'opposizione di Orazio Bolton, si protrassero fino alla fine del 1846, la Ducea rimase proprietà della duchessa Nelson-Bridport. Molti dei locali del "Castello" furono costruiti nell'ottocento, quando fu ristrutturato ed ing1obato quello che restava dell'antica abbazia e soprattutto gli ambienti che si dipartivano dalla destra del portale della chiesa e circondavano il chiostro. Ma per potere avere il quadro completo e chiaro delle trasformazioni che il monumento ha subito (dal terremoto del 1693 fino al settembre 1981, quando Alessandro, ultimo discendente dei Nelson-Bridport, lo ha venduto al Comune di Bronte) sarebbe necessario uno studio accurato e profondo delle strutture del 'Castello', anche in vista di un suo probabile restauro e di una sua utilizzazione come centro culturale. Durante le agitazioni del 1820, ma soprattutto durante quelle del 1848 e del 1849, fu naturalmente la Ducea l'obiettivo principale dei rivoluzionari brontesi e della zona. Un gruppo di rivoluzionari riuscì ad occupare nel 1848 alcune terre della Ducea al 'Boschetto', presso Maniace. Ma l'episodio fu sporadico e rimase isolato. Anche nell'agosto del 1860 all'epoca dei famosi 'fatti di Bronte' le cose non cambiarono. Anche se il popolo brontese si scatenò, sfogando la sua rabbia secolare con il saccheggio delle case dei maggiorenti del paese e con l'assassinio di quindici persone, paradossalmente non indirizzò la rivolta verso il Castello di Nelson, che era il vero centro e simbolo della feudalità. Ciò nonostante l'avv. Nicolò Lombardo, già animatore dei moti del '48, avesse in mente di guidare i rivoluzionari verso la Ducea. Scoppiata la rivolta, gli sfuggì di mano e non riuscì più a guidare e a convincere. In ogni caso Nino Bixio, giunto a Bronte il 6 agosto, pose subito lo stato d'assedio e nel giro di pochissimi giorni domò ogni focolare di ribellione. Assistito da un'improvvisata ed impaurita "commissione", condannò alla fucilazione cinque persone, fra cui l'avv. Nicolò Lombardo, giudicati colpevoli di quelle sanguinose intricate vicende, sulle quali il giudizio storico non è ancora concorde.La liberazione garibaldina continuava, riprendeva il suo corso, eliminato anche sommariamente uno dei pochi intralci che si erano creati allo svolgimento dell'impresa dei 'Mille'. I Duchi erano rimasti nella Ducea, malgrado la liberazione garibaldina e l'unificazione italiana del 1861. Fallita anche la sanguinosa rivolta brontese del 1860, chi avrebbe più potuto togliere ai Nelson-Bridport le terre della Ducea per dividerle fra i contadini di Bronte o di Maniace o di Maletto se non il nuovo Stato italiano? Ma le speranze di un intervento in questo senso furono presto deluse. Da quella fallita sollevazione popolare, anzi, derivò altra repressione. Il regime di feudalità non fu superato neanche nel periodo fascista, nonostante l'accesa rivalità con la Gran Bretagna. Solo a seguito della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Inghilterra del giugno del 1940 qualcosa nella Ducea cominciò a cambiare. Il Duca Rowland Arthur Herbert Nelson-Bridport dovette abbandonare il Castello insieme a George Biblett, suo amministratore. Castello e Ducea, sequestrati il 19 settembre 1941, passarono allora nelle mani dell'ente di colonizzazione del latifondo siciliano, che, nel giro di qualche anno, realizzò, fra le altre opere, anche un borgo contadino nel parco del 'Castello' e quasi prospicientemente all'ingresso della residenza dei duchi. Il villaggio fu polemicamente chiamato 'Borgo Caracciolo' per ricordare la vittima italiana più illustre dell'ammiraglio Nelson e dello strapotere inglese nel Mediterraneo. Il 'Borgo Caracciolo', costruito insieme ad altre case coloniche, dalla ditta Castelli di Roma, non fu mai portato a termine, perchè la guerra e l'occupazione degli alleati ne impedirono il completamento. Durante la seconda guerra mondiale il 'Castello' fu anche sede del comando di Rodt e residenza del feldmaresciallo Kesselring. Nel 1956 una speciale commissione di conciliazione italo-britannica, istituita per occuparsi dei danni di guerra, decise che il duca Nelson-Bridport era il proprietario legittimo della Ducea e che lo stesso 'Borgo Caracciolo' gli apparteneva. Ritornati, dunque, i Duchi a Maniace, le grandi costruzioni del 'Borgo Caracciolo' vennero in un primo tempo adibite a fienili e a magazzini e, dopo qualche anno, nella primavera del 1964, abbattuti dalle ruspe. Le rovine di quei fabbricati, impressionanti, giacciono ancora fra gli alberi del parco del 'Castello', prive non solo di vita ma ormai anche di quel monito che i Duchi forse vollero, distruggendole, cancellare.

Il secondo dopoguerra é stato, per i problemi che hanno riguardato la Ducea e per le agitazioni e le rivendicazioni ch'essa ha direttamente o indirettamente provocato, un'epoca molto tormentata. Le riforme agrarie dei primi anni Cinquanta non poterono non interessare anche gli estesi possedimenti della Ducea di Bronte: un decreto del gennaio del 1951 della Regione siciliana sottopose infatti a scorporo la Ducea per 4.207 ettari su una superficie complessiva di 6.574 ettari. I Duchi e i loro amministratori ricorsero a degli espedienti. Obbligarono, in qualche modo, i contadini a comperare quelle terre, che altrimenti sarebbero state espropriate, ad un prezzo perfino superiore al loro valore reale. Fu facile, infatti, ventilare ai contadini che da decenni lavoravano le terre della Ducea il pericolo che quei fondi potessero essere, altrimenti, comprati da estranei. E quei contadini s'indebitarono fino all'inverosimile pur di restare sulle loro terre, mentre i Duchi raggiungevano il loro scopo, mantenendo integra la proprietà e percependone una rendita che li metteva al sicuro da ogni legge e da ogni riforma. Carlo Levi, che visitò la zona nel 1950, così descrisse quello che vide e che seppe: "Si incontravano per le strade i tortoriciani, alti e grossi, poi, tra lave antiche e recenti si torna nel deserto cui sovrasta solo e nudo l'Etna incombente e compare il piano della Ducea, dove nascono i tre affluenti del Simeto, Martello Cutó e Saraceno e i monti desolati su cui corre l'ombra delle nuvole. Sulle pendici dei monti si vedono, piccolissimi, i pagliari, piccole costruzioni di paglia a cono, con una porticina bassa, in cui vivono, alla rinfusa, i contadini del monte. Scendiamo in fretta al Castello di Maniace, il castello dell'ammiraglio Nelson e dei suoi eredi. C'è una chiesa antichissima con una Madonna bizantina, un cortile tra mura di pietra che sanno di caserma e di prigione e, in mezzo, una croce di lava con la scritta HEROI IMMORTALI NILI. Ci sono gli uffici della Ducea, un ufficio postale, i carabinieri. Lord Rowland Arthur Herbert Nelson Hood Visconte Bridport, Duca di Bronte, è l'attuale proprietario, ufficiale della marina inglese.

"Giravamo per i campi parlando con i contadini e uno di essi mi raccontava che per evitare lo scorporo la Ducea aveva costretto i contadini a comperare le terre dove lavoravano. Costretti con la minaccia di venderli ad altri e di cacciarli immediatamente dal loro lavoro: e queste vendite forzate avvennero, in buona parte, dopo il termine ultimo del 27 dicembre 1950 consentito dalla legge siciliana di riforma. Ai contadini che non avevano denaro fu detto di farselo prestare, e tra gli usurai di Tortorici e di Randazzo il tasso usuraio é del 35, 40, 50 per cento; il prezzo della terra imposto dalla Ducea, il doppio del suo valore. I contadini vendettero le vacche, le masserizie per pagare la prima rata e non essere cacciati dalle loro case. La terra deve essere pagata in cinque anni ma, quando non potessero pagare una rata, tornerebbe proprietaria la Ducea. Così i contadini forzati ad acquistare, si trovarono indebitati, rovinati, padroni di una terra venduta dopo i termini legali, soggetta perciò ad essere espropriata per la Riforma e data ad altri, in lotta quindi anche fra loro, coi braccianti, senza terra di Bronte". Dagli anni Cinquanta in poi la Ducea fu dunque il centro delle lotte contadine tese ad ottenere dall'amministrazione del Duca condizioni più umane di lavoro e di vita, lotte che nella zona hanno portato col tempo a profondi cambiamenti nella distribuzione delle terre e nella vita dei contadini, all'autonomia amministrativa del popolo maniacese e all'acquisto del castello Nelson da parte del Comune di Bronte, nel l981. Il 'Castello' non fu subito aperto al pubblico. Problemi di personale e di manutenzione, del resto mai risolti, hanno permesso solo un'intermittente fruizione di questo monumento. Nel gennaio del 1984 il 'Castello' ha subito anche un gravissimo furto ad opera di ignoti che sono penetrati di notte nei locali superiori e vi hanno asportato una ventina di preziose opere, fra dipinti e mobili, che non sono state ancora recuperate.

Questo il passato, ricostruito fino agli anni più recenti, dell'antica abbazia benedettina di 'Santa Maria di Maniace' alias "Castello Nelson". E il suo futuro? Oggi qualcosa finalmente sembra muoversi. Opinione pubblica, studiosi ed associazioni culturali della zona richiedono un impiego del monumento a fini culturali per evitare ch'esso decada sempre più e richiedono naturalmente un restauro attento ed efficiente - che però non stravolga l'aspetto del Castello, come é già successo in occasione di recenti restauri ai tetti - di alcune sue parti che purtroppo negli ultimi anni sono state molto rovinate dagli agenti atmosferici e dall'incuria degli uomini. Per la bellezza dei luoghi in cui sorge, per il suo grande valore storico ed architettonico e per i preziosi cimeli che conserva, il 'Castello' può, se restaurato e gestito correttamente, diventare nei prossimi anni una grande attrattiva turistica e un centro culturale d'importanza nazionale e internazionale. I progetti e le idee sono molti ma é necessario, oggi, soprattutto evitare gli errori commessi nel passato e cominciare a pensare seriamente, e subito, a ridare la vita al famoso 'Castello Nelson'.

" I Duchi che hanno abitato il Castello ": 1) Ammiraglio Orazio Nelson - 1799-1805, 2) Reverendo William Nelson - 1805-1835, 3) Charlotte Nelson-Bridport - 1835-1874, 4) Alexander Nelson-Bridport - 1874-1904, 5) Alexander Nelson-Hood - 1904-1937, 6) R. Arthur Herbert Nelson-Hood - 1937-1969, 7) Alexander Nelson-Hood - 1969-1981

 

COSA OFFRE IL TERRITORIO

 

 

 

 

Indirizzo: Piazza Castello - Acicastello. Come si raggiunge: Arrivati in paese, sulla piazza principale. Condizioni: Buone. Visitabile: sì

Storia: Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina.

Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di questi luoghi.

L'arrivo degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi.

La fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il 1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto. Sono ancora visibili, all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie della Santa al vescovo Maurizio.

L'affresco, purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di "romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro nome.

Nel l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.

Il possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.

Quando però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio. Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in possesso dei vescovi di Catania.

Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.

Quando però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno, chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel 1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia, passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu liberato.

Nel 1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono aragonese di Sicilia.

Martino, approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona, che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme. Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande afflusso di pubblico.

Martino fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).

Nel 1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di 20 onze d'oro.

Successivamente, nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci, Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il Municipio, seguì la stessa sorte.

Interessante é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto, piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000 fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa patronale.

Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura:

"PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".

Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi.

Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa.

Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo. Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Negli anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico, del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.

Dal 1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre, convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il passato.

 

COSA OFFRE IL TERRITORIO

 

 

 

 

 

 

Ubicazione: Piazza Federico di Svevia - Catania . P.za Federico di Svevia. TEL. 095/345830 - ORARIO: 8,30-13. 

Come si raggiunge: Centro storico di Catania – Piazza Duomo – Via Garibaldi – Piazza Mazzini – Via Castello Ursino. Condizioni: Buone. Visitabile: Si

Il castello Ursino, sito in piazza Federico di Svevia, ebbe origine con la costruzione di una 'roche' da parte dei Normanni, per controllare la popolazione musulmana della città. Questa prima fortezza sorse in un luogo diverso da quello prescelto più tardi per l'impianto del Castello, da alcuni studiosi identificato a Montevergini. Di tale fortilizio normanno non restano tracce. Risale al 1239 l'avvio del cantiere per la costruzione dell'attuale Castello, sotto la direzione dell'architetto militare Riccardo da Lentini, per volontà di Federico II Imperatore di Svevia. Nel 1255 è attestata per la prima volta la denominazione di 'castrum Ursinum', divenuta poi usuale. Tra il 1296 e il 1336 il Castello è a più riprese residenza di Federico III; anche negli anni successivi, durante i brevi regni di Pietro II, di Ludovico e quindi sotto Federico IV, mantiene il ruolo di residenza reale e sede di importanti eventi politici. Nel 1392, dopo lo sbarco dei Martini, Catania si rivolta contro gli Aragonesi; il presidio regio si chiude nel castello.

Negli anni tra la fine del '300 ed i primi del '400 il Castello è spesso residenza ufficiale dei sovrani e della corte. Nel XV ( primo venticinquennio) il Castello mantiene il suo ruolo di reggia; verso la seconda metà del secolo è a più riprese sede di sessioni parlamentari e residenza viceregia. Nel 1669 una disastrosa eruzione dell'Etna modifica sostanzialmente la topografia del luogo, dove sorge il Castello che rischia di essere seppellito. Nel 1693 il Castello subisce alcuni danni a seguito dei terremoti di gennaio. Nel 1837 vengono realizzati alcuni lavori al fine di riutilizzare militarmente il Castello, già adibito a prigione. Dal 1931 al 1934 vengono realizzati restauri e trasformazione del Castello in museo.

Il Castello è un grande complesso edilizio ad ali con corte centrale. Ogni lato misura m 50 circa. I quattro angoli sono dotati di torri circolari di poco superiori ai 10 metri. Delle torri semicilindriche mediane, solo 2 si sono conservate, ma è certa anche l'esistenza delle altre due. Le mura, realizzate in pietra lavica, presentano spessore di metri 2,50.

L'aspetto esterno del Castello è caratterizzato da numerose aperture in buona parte posteriori al progetto originario. All'interno, originariamente, l'edificio svevo presentava al pianterreno quattro ali edilizie con ambienti a pianta rettangolare coperti ognuno da tre volte a crociera; quattro stanze quadrate, anch'esse coperte da crociere, raccordavano tra loro i saloni. L'aspetto originario si è mantenuto nell'ala settentrionale che conserva integro il trionfo delle cinque crociere. Secondo un recente contributo il progetto originario prevedeva un piano superiore solo sull'aria settentrionale, diversamente da quello che sosteneva Giuseppe Agnello, secondo il quale il piano superiore era stato previsto nel disegno federiciano, realizzato e poi trasformato tra il XV e il XVI secolo.

Il Castello è sede del Museo Civico dal 20 ottobre 1934. Esso ospita le raccolte civiche in cui sono presenti le sezioni archeologiche Medievale, Rinascimentale e Moderna. Vi si conservano 8043 pezzi tra reperti archeologici, epigrafi, monete, sculture, pitture, sarcofaghi fittili greci, romani, mosaici. Sono presenti infatti vari reperti archeologici provenienti dalle città e dai territori di Catania, Paternò, Centuripe, Lentini, Roma, Trapani Caltagirone (ceramiche), Ercolano, Camarina. Inoltre si conserva la statua fittile di Kore trovata ad Inessa-Civita in territorio di Paternò, Nel museo è custodita l'iscrizione latina trovata nella fonte dell'antico acquedotto greco-romano presso il monastero benedettino di Santa Maria di Licodia già in territorio di Paternò.

Il Castello ospita anche, nelle splendide sale situate al piano terra, un prezioso patrimonio composto da donazioni di illustri catanesi, opere provenienti da chiese e conventi soppressi, dal Museo dei Benedettini e dalla collezione del principe di Biscari. Il nucleo principe della raccolta di questo illustre catanese è costituito da materiale archeologico proveniente dagli scavi eseguiti a Catania, nonchè da acquisti fatti a Napoli, Roma, Firenze. Tra i pezzi più pregevoli della collezione alcuni splendidi vasi attici, terrecotte arcaiche ed un cospicuo gruppo di bronzi. Il Castello inoltre ospita spesso mostre itineranti di rilevanza nazionale ed internazionale.

Il nome "castrum Ursinum" potrebbe essere collegato al "vir consularis Flavius Arsinius", che governò la Sicilia prima del 359 d.C e promosse il restauro del ninfeo di Catania; il ricordo di lui potrebbe essersi conservato nella denominazione dell'area su cui poi sorse il Castello, passando quindi a quest'ultimo.

Il Museo Civico di Castello Ursino, inaugurato nel 1934, nasce dalla confluenza delle raccolte private del principe Biscari e dei PP. Benedettini. La raccolta dei Benedettini, entrata in possesso del Comune di Catania nel 1866, si formò a metà del settecento per impulso dell'abate Vito Amico, intellettuale tra i più apprezzati del tempo, e del priore Placido Scammacca. Essa è costituita da materiali greci e romani, scavati e rinvenuti in città o acquistati sul mercato antiquario di Napoli e Roma, e oggetti portati dai missionari al ritorno dalla Cina e dal Giappone. Tra il 1927 ed il 1930 il Museo Civico entra in possesso delle collezione Biscari. Il nucleo principale della raccolta è formato da materiali archeologici di periodo ellenistico-romano, provenienti da Catania, e da vasi dell'antica Camarina. Tra i pezzi più pregevoli della collezione il grandioso cratere attico del IV secolo a. C., con Perseo che decapita la Gorgone, e il cosiddetto torso di Giove o di Bacco, frammento di una grande statua romana che adornava una basilica catanese. Sono inoltre da annoverare le sculture medievali e rinascimentali, i bronzi, dal XV al XVIII secolo, e i preziosi vasi di Giorgio da Gubbio.

La raccolta di dipinti parte dalla collezione di Giovan Battista Finocchiaro, in possesso del Comune di Catania già dal 1826. In seguito si arricchì delle acquisizioni del patrimonio artistico di chiese e conventi e soprattutto del museo dei Benedettini. Il patrimonio si intensificò con i contributi delle famiglie Rapisardi, Biscari, Gandolfo, Mirone, Zappalà Asmundo. Le opere che oggi si possono ammirare coprono un ampio arco di tempo che va dagli inizi del XV secolo alla fine dell’Ottocento. La pinacoteca vanta opere della scuola di Ribera, di Procaccini, Borremans, Luis de Morales, Luca Giordano, Aniello Ascione. Di notevole pregio il Guidizio Universale del Beato Angelico, la Madonna col Bambino di Antonello de Saliba. Fra la tavole cinquecentesche spicca l'Ultima Cena di Luis de Morales. Nel gruppo delle opere del XVII secolo sono particolarmente interessanti La morte di Catone, di Matthias Stomer e la Scena allegorica attribuita a Mario Minniti. Di grande impatto il San Giovanni Battista di Pietro Novelli, del quale si conserva anche un San Cristoforo.

 

COSA OFFRE IL TERRITORIO

 

 

 

 

Ubicazione: Via Castello - Calatabiano

Come si raggiunge: Autostrada Messina Catania uscita Giardini Naxos. Da Calatabiano, si snoda un sentiero verso il colle dove si trova il Castello, seguire le indicazioni. Condizioni: Ruderi. Visitabile: Si

Storia:Argomentando dalle vaghe e scarse memorie dello Schubring, pare che nel primo millennio a.C. le alture poste quasi di fronte a Taormina, dominanti la vallata sud-est dell'Alcantara, fossero abitate dai Siculi . Due fatti importanti ci fanno accogliere queste induzioni. L'aiuto che nel 427 a.C venne dalle popolazioni montane a Nasso, situata sul capo Schisò, quando i Messeni la investirono e la ridussero in tristissime condizioni . L'ospitalità data nel 403 a.C dalle popolazioni sul monte Tauro (Taormina) ai greci della medesima Nasso, già distrutta da Dionisio . Evidentemente le popolazioni del monte Tauro dovevano tenere qualche villaggio fortificato sulla riva destra dell'Akesines (Alcantara), atto a dominare la vallata omonima, di suprema importanza per le comunicazioni col mare . Lo Schubring, infatti, ha identificato questo villaggio col castello di Bidio, che secondo l'epitomatore Di Stefano era di origine sicula, nei pressi di Taormina, e il cui nome, secondoil Bochart, deriva dal fenicio e significa: << castello delle bianche mura >>. Ma sin qui, come abbiamo detto siamo sempre nel campo delle induzioni, le quali cominciano a diventare certe con la dominazione romana, poiché tra le costruzioni aragonesi dell'attuale Castello, si vedono qua e la dei grossi mattoni, come quelli esistenti nel teatro di Taormina . Con la dominazione saracena comincia a farsi maggior luce e diversi autori non hanno nessuna difficoltà ad assegnare origini saracene a Calatabiano, che dicono fondato tra il 900 ed il 1000 dopo Cristo . Invero lo storico Amico, seguito dai contemporanei, lo vuole di origine araba e afferma che derivò il nome da Biano, signore dei possedimenti, essendo la parola araba << Calata >> equivalente alla italiana castello . Ma noi, basandoci sulle anzidette induzioni e sull'esame obiettivo dei ruderi, opiniamo che il castello ebbe più antiche origini . Di fatti la rocca più alta differisce dalle altre costruzioni, per posizione e per sistema, tanto da poter formare parte indipendente . Quella certamente dovette essere la prima fortezza costruita sul monte, ma ad opera di quali popoli e in quale epoca non possiamo determinare con certezza.

 

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Ubicazione: Castiglione di Sicilia - centro urbano, ingresso ad ovest nella Via Pantano, che si può imboccare dalla centrale piazza Lauria.

Come si raggiunge: Autostrada Messina Catania, uscita Giardini Naxos, direzione Francavilla di sicilia, bivio per Castiglione di sicilia. Condizioni: Ruderi. Visitabile: Si

Storia: Il castello nel Medioevo costituiva la parte centrale e la roccaforte del paese. La sua posizione è quella tipica di molti altri castelli medievali, che permettevano il controllo su un vasto territorio, oltre che sulle vie di comunicazione, garantendo un opportuno isolamento, fattore essenziale di difesa. Non abbiamo notizie certe sulla sua origine, ma le due finestre bifore della parte ovest ci lasciano intuire che il nucleo principale sia stato edificato molto probabilmente durante il periodo normanno-svevo.

Tale sito nel corso della storia dell'abitato ha avuto di sicuro una funzione molto rilevante tanto da dare il nome al paese. E' certo che Castiglione nel XII secolo viene chiamato Quastallum dal geografo arabo Edrisi, Castillo in un diploma di Ruggero II re di Sicilia, Castillio in un diploma di papa Eugenio III, castellou in un documento greco, cioè semplicemente Castello. L'attuale nome, invece, significa Castello grande. Al latino medievale castellum, infatti, è stato aggiunto il suffisso accrescitivo -ione, facendolo diventare Castellione, che gli Aragonesi prima e gli Spagnoli poi pronunziavano Casteglione. Il termine ben presto comunque venne interpretato come Castello del Leone per offrire al paese un marchio di regalità, dando luogo anche allo stemma: un castello e due leoni accovacciati.

Il castello nel Medioevo, collegato alla roccaforte del Castelluccio e ad un avamposto identificabile con la chiesa di San Pietro, era messo in comunicazione con questi da passaggi sotterranei, che giungevano, si dice, fino al Cannizzo. Essi costituivano un vero e proprio complesso architettonico e difensivo, ed un vecchio stemma cinquecentesco della città, con tre torri, mette in evidenza la loro importanza. I vari quartieri del castello assumevano funzioni diverse. Vi era la parte più nobile riservata al castellano; vi erano le scuderie, i fienili, le stalle, le abitazioni per i servi e per gli addetti alla manutenzione; vi erano le carceri, all'interno delle quali, nelle scomode celle dette dammusi, lunghe non più di due metri e alte appena un metro, venivano rinchiusi spesso i più facinorosi avversari politici e i più incalliti delinquenti; vi erano le cisterne per conservare l'acqua piovana o per nascondervi, durante gli assedi, vettovaglie e suppellettile preziosa; vi erano le rotonde bombe di pietra, pronte per essere scagliate contro i nemici; vi era nella parte più alta un ampio locale, detto Solecchia, che comunemente si ritiene fosse la zecca dove si coniavano le monete, ma poteva essere la garçonnière o il luogo dove il feudatario si riparava dal sole, dopo aver contemplato quasi per intero il suo vastissimo feudo.

 

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Ubicazione: Centro Urbano di Licodia Eubea, Colle Castello

Come si raggiunge: superstrada Catania-Gela, uscita Licodia Eubea. Condizioni: Ruderi. Visitabile: Si

Storia: Quando nel IX secolo arrivarono gli arabi in Sicilia, sul colle castello si doveva già trovare una fortezza bizantina, infatti le mura del castello sono tipiche delle costruzioni bizantine, così come la galleria scavata sotto il castello, costruita con i mattoni di argilla cotti alla maniera dell’architettura tardo romana, la galleria metteva in comunicazione il castello con i cunicoli sottostanti che si dipanano per l’intero abitato. La fortezza, probabilmente fu rasa al suolo dagli arabi dopo la morte del loro capo e, solo dopo un lungo silenzio, precisamente nel 1269 Licodia viene nuovamente menzionata come "Castrum di Licodiae".  Quando a seguito di Carlo I d’Angiò vennero in Sicilia molti signori francesi il re assegnò loro castelli, feudi e cariche dello Stato. Il Castello di Licodia fu assegnato a Bertrando Artus, prima nominato amministratore e, in seguito dopo varie vicende, feudatario. Verso la fine del 1282 il Castello passa nelle mani degli Aragonesi per poi passare negli anni successivi nuovamente agli Angioini che lo concedono ad Ugolino da Callaro con le terre di Licodia per i meriti conseguiti durante la riconquista angioina. Negli anni successivi, furono i Filangeri ad avere il possesso del Castello dove, vi apportarono modifiche e migliorie negli anni della loro signoria. Nel 1393, il Camerlengo di origine catalana Ughetto Santapau venuto al seguito di re Martino ebbe in feudo il Castello di Licodia che, rimase alla famiglia Santapau fino al 1610, anno in cui viene nominato marchese Vincenzo Ruffo, figlio di Camilla Santapau e Muzio Ruffo, questi ultimi sepolti nella chiesa dei Cappuccini a Licodia Eubea. La famiglia Ruffo fu proprietaria del Castello fino al 1812 anno in cui fu abolito il feudalesimo. Dopo la distruzione del terremoto del 1693, rimangono solo i ruderi di un glorioso passato che attendono, solitari e silenziosi, il momento in cui potranno narrarci la magnificenza e la storia del loro passato.

 

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Ubicazione: centro urbano di Maletto, Via Petrina, tra la casa al n° 29 e la parte Absidale della chiesa di S,Antonio da Padova.

Come si raggiunge: Percorrendo la strada statale per Bronte, venendo da Randazzo, si incontra il bivio per Maletto. Al castello si accede tramite un cancello posto alla base della rocca nel centro centro storico del paese. Se il cancello è chiuso a chiave, chiederla alla signora della porta adiacente sulla sinistra. Condizioni: Ruderi.Visitabile: Si

Storia: Nel 1263, il conte Manfredi Maletta, degli svevi, su un impervio sperone roccioso, nel cuore di fitte foreste, costruisce una torre di avvistamento, che prende il nome di Torre del Fano. Da quel momento, dal nome del suo possessore, il luogo si chiama Maletto e nasce l’omonimo feudo. Questa torre, denominata anche il Castello, per la sua posizione è coinvolta nella lunga guerra dei "Vespri" tra angioini e aragonesi (1282). Perduto dai Maletta, il feudo e il castello passano, nel 1386 alla potente famiglia Spatafora, nelle cui mani resterà fino al 1812.

 

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Ubicazione: Contrada Borgo Lupo, territorio di Mineo

Come si raggiunge: Da Catania, imboccare la superstrada per Gela, passato il paese di Palagonia, nel territorio di Mineo, seguire le indicazioni per Contrada "Borgo Lupo", non vi è segnaletica per il Castello. Condizioni: Diroccato. Visitabile: Si

Storia: questo castello rappresenta un'opera unica dell'architettura medioevale siciliana per la sua torre "torroidale",che si ergeva un tempo su quattro piani con scala interna. Esistente nel 1143, apparteneva a Manfredi, figlio di Simone conte di Policastro e nipote di Matilde, figlia del conte Ruggero. Vicino al castello si trova un antico abbeveratoio, in ottimo stato, del 1641.

Epoca: XIII secolo. Il colle, presso la sommità del quale sorge il castello, ha restituito tracce e reperti risalenti all'età del bronzo (XII/XI sec. a.C.). In epoca medievale abbiamo notizie tramite l'opera geografica di Edrisi, il quale parla del casale malga al-Khalil (rifugio di Khalil). Nel 1199 Bartolomeo de Lucy dona alla figlia Margherita l'insediamento di Mineo e probabilmente anche quello di Mongialino. Agli inizi dell'anno successivo la stessa Margherita rinuncia ai possessi donatele dal padre e Mongialino appartiene ad un Manfredi signore di Mazzarino.

Nel 1287 l'insediamento torna alla corona e nel 1320 è feudo di Blasco Lancia. Nel 1355 Mongialino viene occupata da Manfredi Chiaramente conte di Modica. Nel 1558 lo storico ecclesiastico Fazello ricorda l'esistenza del castello e nel 1757 l'abate Vito Amico definisce quasi interi gli edifici del castello e ricorda il tentativo di ridare vita all'insediamento durante il XVII secolo.

Il castello sorge su di un colle roccioso sul limitare del vallone del torrente Pietralunga, affluente del fiume dei Monaci e del fiume Gornalunga. La fortezza si compone di un singolare dongione o mastio circolare e di una cinta muraria poligonale, presso la quale si conservano ancora parte delle merlature. Vito Amico afferma di distinguere, nel XVIII secolo, la presenza di una porta d'ingresso con corrispondente ponte levatoio, dei quali oggi non rimane più traccia. Il torrione circolare possedeva un diametro complessivo di 21 metri, con uno spessore murario esterno di circa 2,10 m. e un diametro del nucleo interno di circa m. 8,35. L'ambiente anulare interno presenta una larghezza di m. 4,12 ed è ancora in parte coperto da volte a botte, edificate in conci regolari e rinforzi di archi radianti impostati sulla muratura.

Sempre Amico ricorda dell'esistenza di ben quattro elevazioni, mentre attualmente si conservarono parzialmente il piano terreno e pochi ruderi del primo piano, del quale si intuisce una copertura medesima a quella del piano inferiore. Si ritiene, comunque, che le ulteriori soprelevazioni fossero lignee. Il nucleo centrale del cilindrico presenta singolarmente al suo interno una cisterna, che raccoglieva le acque piovane convogliate dalla copertura, la quale, secondo quanto scrive Amico, era rivestita da lamine di piombo. Esiste una seconda cisterna sotto il cortile cintato. Purtroppo l'equilibrio statico dell'edificio è quasi del tutto compromesso e sarebbero necessari degli interventi mirati al consolidamento di quanto rimane di questa splendida quanto rara struttura fortificata.

 

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Benché la tradizione attribuisca la costruzione del castello al condottiero siculo Ducezio, fatta eccezione per un breve tratto di muro a secco del VI secolo a.C., quanto oggi rimane del castello non può certo essere assegnato ad una età così antica. Si è pensato che i Romani, sulla base della fortificazione sicula, abbiano costruito un ridotto fortificato, poi ampliato dagli arabi.

L'impianto del castello sembra comunque datarsi tra il 1060 e il 1181 i Normanni completarono la costruzione che appariva formato da dodici torri merlate, disposte in circuito con triplice atrio, e nel punto più importante una torre più grande, detta "maestra", di forma ottagonale, costruita con blocchi squadrati. Ai piani superiori vi erano ampie aule, stanze segrete e appartamenti principeschi. In seguito venne ristrutturato, e divenne famoso per le nozze che vi si celebrarono nel 1361, fra Costanza D'Aragona e Federico III il Semplice. Ma già nel XVII secolo la fortificazione perdette importanza strategica e nel 1629 venne venduta ai Morgana e trasformata in carcere. Dopo il terremoto del 1693, non rimase che parte delle antiche mura e della torre centrale e il materiale di risulta fu utilizzato per la costruzione del palazzo Morgana. Purtroppo oggi si possono ammirare solo i resti della torre maestra, (muratura a sacco con blocchi calcarei squadrati), di cui si può vedere la base a pianta ottagonale, ma affacciandosi sulla vallata del pianoro del Castello Ducezio, si ha la meravigliosa vista dell'Etna, dell'intrecciarsi della catena Iblea con quella degli Erei, di Grammichele e Palagonia e della valle dei Margi.

Una delle porte della città, incorporata nelle mura del castello, venne recuperata e murata nel prospetto della confraternita del SS. Sacramento, contigua alla collegiata di S. Maria Maggiore. I resti del castello si trovano in cima al colle più orientale, e vi si accede tramite la via Castello partendo dal Largo S. Maria Maggiore. Oggi quest'area, a ridosso della quale vi è la casa del custode, è stata adibita a sede del serbatoio idrico del centro.

 

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Ubicazione: Centro urbano di Paternò

Come si raggiunge: Da Palermo autostrada A19 PA/CT uscita Gerbini. Da Catania SS 121, superstrada per Adrano, uscita Paternò. Da Messina Autostrada A18 ME/CT uscita Misterbianco dalla tangenziale ovest di Catania. Condizioni: Ottime. Visitabile: Si

E’ Ruggero D’Altavilla che costruì il maestoso castello sulla rupe lavica di Paternò ed è sempre lo stesso Ruggero che fece costruire a scopo difensivo i castelli di Adrano, Motta, Troina, Nicosia e in tanti altri comuni dell’isola.Secondo le affermazioni del coevo monaco benedettino Goffredo Malaterra, il castello di Paternò sorge su alcuni resti di una costruzione araba fatta costruire dall’emirato musulmano dell’epoca a scopo difensivo.Questo monaco era sempre al seguito dell’Altavilla con il compito non solo di raccoglierne e divulgare le gesta, ma anche perché Ruggero notò l’esigenza di contrapporre all’elemento arabo ormai presente, la cultura cristiana.Egli vedeva di buon animo il nascere di comunità religiose per riaffermare il culto cristiano.In un mondo in cui infuriavano guerre e disordini, violenze e corruzione, il monastero benedettino sviluppava un nuovo modello di società, dove al posto del concetto della proprietà privata e del privilegio subentrava la cristiana solidarietà fraterna. A Paternò diversi erano i monasteri ( S. Leone, S. Vito, S. Nicolò, L’Alena).

Col tempo il castello normanno non ebbe solo motivi bellici ma anche amministrativi e residenziali. Molti i personaggi storici che lo hanno abitato il più famoso è Federico II di Svevia che vi soggiorno nel 1221 e nel 1223. Il castello fu poi abitazione della regina Eleonora D’Aragona alla morte di Federico II D’Aragona avvenuta nel 1337. Divenne in seguito dimora della regina Bianca di Navarra che nel 1405 dall’alto del castello normanno promulgava le "Consuetudini della comunità di Paternò". Il castello infine passò poi alla famiglia Moncada, dinastia che governò la città per quattro secoli e che lo adibì ,per periodi, a pubbliche carceri.Alcuni graffiti ne sono la triste testimonianza.Attualmente è sotto la tutela della Regione Sicilia nella speranza di trasformarlo in sede di civico museo.La cappella del castello, alla sinistra appena si entra, è ricca di resti cromatici risalenti al 1200 e raffiguranti l’Annunciazione, una natività e un Cristo solenne oltre a vari medaglioni di santi

 

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Ubicazione: Piazza Umberto - Adrano. Condizioni: Ottime. Visitabile: Si

Come si raggiunge: Dalla Circonvallazione di Catania imboccare all'altezza di Misterbianco la S.S. 121 per Paternò, e proseguire per la S.S. 284.

Le radici di Adrano affondano addirittura nel Neolitico, come è testimoniato da un gran numero di reperti, e ci portano ai Siculi che nell'area del Mendolito avevano fondato uno dei centri più importanti dell'intera isola. Del resto, la città greca Adranon, sorta nel 400 a. C., trae il nome proprio dalla divinità sicula Adranos. Seguirono poi il dominio romano, quello bizantino e, successivamente, quello saraceno. Gli Arabi, abili agricoltori e artigiani, segnarono un notevole progresso del centro, fiorente anche sotto i Normanni, i quali lasciarono proseguire ai Saraceni l'esercizio di quelle loro attività che potevano essere proficue per gli abitanti. Non altrettanto invece fecero gli Svevi, la cui persecuzione degli Arabi si rivelò rovinosa per l'economia del luogo. Tempi migliori non giunsero nemmeno con gli Angioini, i quali probabilmente storpiarono alla francese il nome latino-medievale della città, Adernio, in quello di Adernò che si è mantenuto fino al 1929, né con gli Aragonesi.

Secondo la tradizione il castello fu fondato dal Gran Conte Ruggero, padre di Ruggero II, che nel 1070 aveva riscattato Adrano dalla dominazione araba.

È probabile che la costruzione del castello nell'area (la odierna piazza Umberto) già occupata da una torre di difesa di età greca, si debba agli Arabi. Della costruzione araba sono testimonianza le due porte del piano terreno che mettono in comunicazione i due vasti ambienti con archi ogivali realizzati con conci di pietra pomice.

La data 1000, incisa nello stipite della seconda porta, documenta probabilmente il completamento del piano terra.

Il castello non subì danni materiali nella signoria aragonese e durante il viceregno, ma fu più volte risistemato e in qualche parte subì trasformazioni architettoniche. Il bastione con le quattro torri, le finestre trilobate e le nicchie nei piani superiori testimoniano i lavori effettuati nell'edificio in età aragonese.

Nel 1754 il castello passò ad Alvarez di Toledo, figlio del Duca Vincenzo di Ferrandina e di Caterina Moncada, ma non fu abitato tanto che lo storico Vito Amico, che nel 1756 fu ad Adrano scrisse: "Il castello è crollato nei soffitti, è disabitato; solo il pianterreno è abitato a carcere". Nel 1797 Luigi Moncada Ventimiglia Aragona potè togliere il possesso del castello agli Alvarez, divenendone il proprietario. Tra la fine del settecento e i primi anni dell'ottocento, il castello subì altri lavori di deturpazione poiché il carcere venne spostato dal piano terra al primo piano. Fino al 1920 rimase patrimonio dei Moncada Ventimiglia, mentre il carcere mandamentale rimase fino al 1958, anno in cui l'edificio è stato dichiarato pericolante e il Comune di Adrano ha ceduto l'uso del castello alla Sovrintendenza BB. CC. AA. di Siracusa per destinarlo a museo archeologico. Da quel momento la Sovrintendenza di Siracusa insieme a quella di Catania, ha effettuato i lavori di restauro e il castello ospita sin dall'ottobre 1959 il Museo Archeologico Etneo con la Pinacoteca, la Galleria d'Arte Contemporanea, il Museo dell'Artigianato e delle Tradizioni Popolari e l'Archivio Storico.

Il castello ha un altezza di circa 34 metri, dalla base ai merli. Esso ha una pianta quadrilatera con una mole massiccia e con contrafforti angolari in conci lavici, una larghezza di 20 metri per ogni lato, mentre alla base del bastione ha una larghezza di 33.70 metri per ogni lato.

Ospita il Museo Archeologico Regionale, gestito dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania, che ha sede presso il Castello Normanno, dove sono raccolti materiali preistorici in gran parte provenienti dal territorio etneo, che documentano l'esistenza in quest'area di numerosi villaggi preistorici.

 

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Primo simbolo cittadino e riferimento storico e' il Castello Normanno, edificato per volere del Nobile Ruggero I nel 1070 e rientrante nello schema difensivo posto contro gli arabi insieme alle altre roccaforti catanesi importanti, quella di Paterno' e quella di Adrano. Esso si presenta come un caparbio torrione rettangolare alto circa 21 metri, con una copertura a terrazza arrichita dalla merlatura ed una suddivisione della struttura in tre elevazioni, la prima per gli alloggi militari, la seconda per l'alloggio del comandante della guarnigione e la terza caratterizzata dalla presenza di un arco a sesto acuto. La sua base presenta dei blocchi in pietra lavica. Gia' a partire da pochi anni dalla sua edificazione, inizia il passaggio di propieta' della struttura che cosi' appartenne alla Diocesi di Catania, al Conte di Aidone Enrico il Rosso, a Rinaldo Perollo, al Re Alfonso d'Aragona, ad Antonio Moncada, conte di Aderno', per arrivare agli inizi del 1900 quando fu acquistato dal Comune di Motta.

La Torre di Motta (o Dongione) fu costruita fra il 1070 ed il 1074 (pare sul rudere di una torre araba) per volontà del gran conte Ruggero il Normanno. Il massiccio torrione a pianta rettangolare è alto circa 21 metri e rappresenta una tipica struttura a carattere difensivo del tardo medioevo. La copertura a terrazza conserva la quasi intatta merlatura. La struttura è costituita da tre elevazioni. Solo la prima di queste presenta ancora le finestre originali ad arco a sesto acuto (esterno) e a tutto sesto (interno). Le altre due finestre quadrate così come l’attuale porta d’ingresso risalgono invece al XV sec.

Il piano terra era destinato ad alloggio militare. In esso sono visibili una serie di feritoie per la difesa. Sempre al piano terra fu ricavata la cisterna per la raccolta delle acque piovane e dove, come scrive l’umanista Lorenzo Valla, fu rinchiuso il conte di Modica, Bernardo di Cabrera.

Il primo piano era destinato all’alloggio del comandante della guarnigione. Il secondo piano è caratterizzato da un arco a sesto acuto. Le tre elevazioni erano collegate tra loro da una serie di scale a pioli retrattili di legno.

Già nel 1091, il castello venne concesso alla istituenda diocesi di Catania che ne detenne il possesso fino alla fine del XIII sec. Nel XIV secolo, per diciannove anni (dal 1355 al 1374), fu dimora del conte di Aidone, Enrico il Rosso.

Dopo essere stato di proprietà di Rinaldo Perollo, nel 1408 il castello fu acquistato da Sancho Ruiz de Lihorj per poi passare nelle mani del re Alfonso D’Aragona.

Nel 1514 il territorio di Motta fu acquistato da Aloisio Sanchez. Successivamente, nel 1526, Antonio Moncada, conte di Adernò, per 1210 once acquistò la terra di Motta ed il castello che rimasero di proprietà dei suoi discendenti fino al 1900, anno in cui venne acquistato dal comune di Motta.

 

 

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Sant'Agata di Militello sorge su una fertile pianura impreziosita dalle colture di agrumi. Rivolto verso il Mar Tirreno, il paese contempla le splendide isole Eolie.

La città fu fondata secondo la leggenda da alcuni pescatori catanesi che scampati a un naufragio eressero un abitato intitolato alla loro Santa patrona, Sant'Agata.

Nel 1630 il barone Luigi Galleco fece edificare su un'altura a difesa della costa un possente castello. La costruzione, dalle forme imponenti e dall'architettura priva di orpelli, è protetta da torri cilindriche dallo stile medievale e contiene un cortile alberato.

Sul prospetto si aprono delle grandi finestre e la zona d'accesso, sormontata da una struttura a archi.

Il cortile del castello, protetto in passato da un ponte levatoio, si inserisce in ambienti diversi che ospitavano le scuderie, i magazzini e le abitazioni della servitù.

Dal piano nobile, destinato agli appartamenti del principe e raggiungibile attraverso una caratteristica scala a chiocciola, si accede alle torri e alle ampie terrazze.

L'edificio contiene anche, in una sua ala, una elegante cappella corredata internamente di elementi classici.

Sorse sopra i ruderi dei fortificazioni greche e romane; fu abbattuto dai Saraceni e riedificato dai Normanni. Nel 1071 fu affidato dal Conte Ruggero ad Alaimo da Lentini e, successivamente, a Lanfranco di San Basilio assieme ai castelli di Oxina e Jatra. Nel 1154 passò a Manfredi, figlio del Conte Simone di Policastro e nel 1292 fu di Bonifacio Cammarana.

Una Signoria stabile cominciò con Abbo Barresi, che ne fu investito nel 1318 per mano del Regio Maestro Pellegrino. Nel 1337 ebbe il privilegio di recingere il Castello, e l'abitato di Militello, di mura. Nell'ottobre del 1354 il Parlamento siciliano tenne, nel Castello di Militello, una riunione. Nel 1444 Blasco II Barresi fu confermato Signore di Militello dal Re Alfonso di Spagna.

Nella notte tra il 26 ed il 27 agosto 1473 il Castello fu teatro di una terribile tragedia: la morte di Aldonza Santapau e del segretario Francesco Caruso, detto "Bellopiede" per le sue doti di danzatore. I Barresi di Militello, per alcuni decenni, perdettero il privilegio del mero e misto Impero, finché ne ritornarono in possesso con Vincenzo Barresi, primo Marchese di Militello.

L'epoca doro, per Militello, fu sotto i Principi Don Francesco Branciforte e Donna Giovanna d'Austria, che tennero una splendida corte e si circondarono di un nutrito gruppo di uomini di talento. Don Francesco fece installare una tipografia, appositamente giunta da Venezia, e fece giungere l'acqua in paese, testimoniata dalla Fontana della Ninfa Zizza.

La costruzione di questo monumento, risalente al 1607, è collegata ad un evento molto importante per Militello: l'arrivo dell'acqua potabile, che fu una delle opere pubbliche che tramandarono ai posteri l'operoso governo del Principe Francesco Branciforte. Più tardi, riferendosi all'evento, il poeta e storico militellese Pietro Carrera (1573-1647) compose il poemetto Zizza: Idillio pastorale, che narrava dell'infelice amore fra la ninfa e il pastorello Lèmbasi, trasformatisi in fonti sulla falsariga delle Metamorfosi di Ovidio.

Un bassorilievo, attribuito a Giandomenico Gagini jr., che raffigura Zizza, sta al centro della composizione, fiancheggiato da due teste di leoni poste dentro altrettante nicchie. Alla base una vasca ottagonale è sormontata da una maschera di satiro.

Questo periodo durò oltre un ventennio, dal 1602 al 1622, anno in cui morì il Principe Don Francesco.

Nella seconda metà del '600, Don Giuseppe Branciforte abbellì il Castello con magnifiche stanze, gallerie e fontane. Dopo di lui i Branciforte si trasferirono a Palermo.

Del castello, per le demolizioni dei terremoti, per i rimaneggiamenti continui, per le mutilazioni e trasformazioni moderne, rimane ben poco, sufficiente però a far intuire la sua struttura quadrata con corte centrale, con torri cilindriche ai vertici ed un grosso torrione al centro del prospetto a ponente. Di tutto ciò resta, oltre a qualche brano di muratura antica e rare porte a sesto acuto all'interno, un torrione a sud-ovest accanto alla Porta della Terra, sistemata nelle forme attuali nel Seicento.

 

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Per arrivare: da Catania prendere l'autostrada A18 CT-ME e si esce allo svincolo per Fiumefreddo. Si prende la SS 120 per Randazzo e si arriva a destinazione

TEL. 095/79991214 - ORARIO: 9-13 E 16-19. FESTIVITA' NAZIONALI CHIUSO.

Il Castello Carcere sorge sul ciglione lavico di ponente della città e domina tutta la Valle del Torrente Annunziata, emissario del lago Gurrida. Esso faceva parte delle fortificazioni che difendevano la città. Ingranditasi la cittadina intorno al Mille, fu circondata in tempi normanni da poderose mura di cinta, rafforzate da otto torrioni. Una di queste torri, la più poderosa, era il cosiddetto "Maschio", circondato da rafforzamenti particolari, da difese supplementari e da una cinta muraria più scura. Le notizie più remote, ci dicono che il Castello fu sede dell’Imperatore Federico II di Svevia, quando fuggendo con la madre Costanza la pestilenza di Palermo, vi si rifugiò. Con re Pietro I di Aragona, passate le furie del "Vespro" il Castello subì i primi rimaneggiamenti. Del periodo Aragonese non abbiamo altre notizie. Sappiamo che esso fu manomesso profondamente e che sotto Filippo II fu trasformato in pubbliche carceri per i delinquenti di tutta la Valdemone. E così il glorioso Castello, entrò nel ruolo di povero edificio comunale affidato a vari e spesso indegni padroni. Fu una prigione terribile; qui si infliggevano supplizi atroci e si esercitavano sopraffazioni sui malcapitati prigionieri come: violenze, torture, arbitri, stupri, estorsioni pecuniarie e privazioni di ogni genere, soprattutto di cibo. Un pubblico Consiglio del 1587 delibera le dovute riparazioni e la costruzione della camera delle donne. Un avvenimento politico mise a repentaglio un grande privilegio di cui da lungo tempo godeva la città. Crescendo sempre più i bisogni dello Stato, Re Filippo IV rivolge una lettera a Randazzo nella quale, raccontando le varie peripezie della guerra e le spese enormi fatte ed ancora necessarie per le operazioni in corso, si raccomanda alla loro generosità, dalla quale spera un buon gusto di spontaneo contributo. Il foglio reale portato in città suscitò il subbuglio fra i Giurati e la popolazione, e radunato il Consiglio si deliberò di offrire urgentemente un largo donativo da ricavarsi dalla vendita del Castello e del feudo Torrazze. E così il Castello fu messo in vendita e passò in mano di privati. Don Carlo Romeo l’undici Gennaio del 1640 ottenne l’atto di cessione ed in seguito il titolo di Barone del Castello di Randazzo. Finita la dinastia dei Romeo, il castello passò ad altri privati. Oggi restaurato è sede del museo archeologico Vagliasindi e lo si può ammirare in tutto il suo splendore.

 

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Il Castello Romeo di Montaguardia, piccola frazione di Randazzo, rappresenta un concentrato unico di storia e di cultura. Appartenuto al Marchese Romeo delle Torrazze, in passato ha avuto ospiti illustri: i Reali d'Italia Vittorio Emanuele III e la Regina Elena nel 1911, il Principe ereditario Umberto II futuro Re d'Italia nel 1922, le Principesse Mafalda e Giovanna di Savoia, molto legati ai Marchesi Romeo delle Torrazze e al Castello stesso. E' un maniero settecentesco di grande fascino e suggestione: collocato a "vedetta" del territorio dell'Alcantara, guarda il fiume omonimo da una terrazza naturale, avendo alle spalle il massiccio del vulcano Etna. Beneficia di una posizione incantevole: il suo territorio, infatti, al pari di quello di Randazzo, è custodito da ben tre aree protette, ossia il Parco dell'Etna, quello dei Nebrodi ed il Parco Fluviale dell'Alcantara.

Recentemente un gruppo imprenditoriale del veneto ha rilevato la struttura iniziando alcuni lavori di miglioria che ne hanno cambiato positivamente il volto e, da qui ad un anno, Castello Romeo si presenterà al grande pubblico interamente rinnovato ed arricchito di servizi-benessere ed alla persona, molto importanti.

Un cambiamento, comunque, all’insegna della continuità: a curare la ristorazione, infatti, la famiglia Scrivano, che da anni ha legato il proprio nome e il marchio aziendale al Castello Romeo.

 

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Chi visita il paese di Fiumefreddo di Sicilia non può certamente lasciarsi sfuggire l'opportunità di visitare il Castello degli Schiavi, uno dei gioielli in assoluto del barocco rurale siciliano del '700.

Ogni castello che si rispetti possiede almeno una leggenda ed anche il Castello degli Schiavi non viene meno a questa buona tradizione. Si narra che, un due secoli addietro, un valente medico palermitano, certo Gaetano Palmieri, abbia salvato da gravissima malattia il figlio del Principe di Palagonia, il Gravina-Crujllas, e che questi, riconoscente, gli abbia donato un appezzamento del suo feudo, quello vicino al fiume Fiumefreddo. Il Palmieri volle costruirvi una villa munita, per abitarla per lunghi periodi dell'anno, anche perchè quel luogo era gradito alla sua avvenente moglie, Rosalia, che amoreggiava con un certo Nello Corvaja di Taormina. Un dì, alla marina, sbarcarono alcuni pirati ottomani, i quali si diedero al saccheggio e, raggiunto il Castello, rapirono i due propietari. Mentre musulmani e cristiani stavano per arrivare alla spiaggia, ecco che, armati, si fecero loro incontro dei giovani, alla cui testa era il Corvaja (che dall'alto di Taormina aveva visto approdare le tristi galere) : i pirati furono uccisi o messi in fuga e i Palmieri liberati. Per ringraziare Iddio, fu eretta la chiesetta, accanto al Castello, dedicata alla Madonna della Sacra Lettera e fu costruita la loggia nella quale furono poste le due statue di musulmani, che guardano ansiosi verso il mare, come in attesa di essere liberati dai loro compagni. Per la presenza di queste due statue di mori (in siciliano, anche, "schiavi") la leggenda vuole che il Castello sia stato denominato "degli Schiavi".

Un cancello di ferro è l'ingresso, sopra un arco di pietra lavica chiuso da un mascherone dal viso arrabbiato, sormontato da una conchiglia consueta nel barocco catanese migliore di quel periodo. L'arco poggia su due false mensole che stanno come a sorreggere i due laterali lavici del portale.Tutto il portale alterna rettangoli spianati (con una linea chiusa incavata per tutto il perimetro, posta all'interno di questo di 2,5 cm.) con altrettanti aventi una piramide, atipica al vertice, in rialzo. I laterali poggiano su due false basi. La linea del murato laterale al portale ricorda tanti ingressi di fattorie di quella splendida Andalusia del '600. Sul murato, ancora i cappi di pietra lavica, dove, un tempo, venivano legati le cavalcature.

Gli interni : Il piano inferiore fa tutt'uno con lo scantinato. Non sembra esserci traccia di palmento; d'altronde la vite non doveva essere (come non è) una caratterizzante pianta di quel fondo, piuttosto gli agrumi. Era ed è un frigido ripostiglio per tenere a buona conservazione cibi e vini. Vi si deve scendere con torcia infuocata quando il buio della notte diventa padrone degli occhi dell'uomo. Le otto stanze del piano superiore abbagliano il visitatore, perchè cariche di ogni oggetto che il tempo ha accumulato, da quadri di antichi signori allo stemma dei Gravina in toson d'oro di Spagna, ad oggetti disutili nel tempo della disutile frenesia. La bandiera nostalgica con lo stemma dei Savoia nel bianco, i libri di pregio, i mobili antichi (del secolo scorso), il pianoforte non troppo remoto. Le porte bianche al sapore di nobile del '700, la pavimentazione disgraziatamente rifatta un trentennio addietro.

Mentre i prospetti settentrionale ed occidentale non meritano attenzione critica, quello meridionale completa l'armonia del già descritto orientale; d'altronde, l'osservatore, entrando per il cancello dalla strada, ha sotto gli occhi proprio questi due ultimi, mentre gli altri rimangono sempre esclusi, perchè danno sulla campagna di non dura fatica ma di alberi fitti che coprono la visuale del palazzo. Il prospetto meridionale, oltre a tre finestre (una nel piano di sotto e due in quello di sopra, queste ai lati della porta d'ingresso), del tutto simili a quelle dell'orientale, è interessante perchè presenta la scala esterna che dà alle stanze signorili del piano superiore. La scala sale, all'inizio, allineata al prospetto, per poi voltarsi in direzione della porta (in doppio movimento, il cui secondo è in allineamento col prospetto ma in direzione opposta rispetto all'allineamento di partenza), davanti alla quale si slarga in un armonioso ed invitante terrazino. La scala, stretta e con passamano in pietra lavica, ha al suo iniziare un archetto ed è preceduta da un'aiuola addossata al Castello (aiuola che prosegue anche davanti al prospetto di parata) ed è inseguita da rampicanti che donano un verde necessario ai chiaroscuri dell'insieme.

Il Castello degli Schiavi è stato in passato ma lo è tutt'oggi, il luogo in cui sono state girate scene di alcuni film : fù scoperto già nel 1968 da Pier Paolo Pasolini, che vi girò alcune parti de "L'orgia". Poi il grande balzo nella fama di tutti. Vi furono girate centrali scene de "Il Padrino" sia della parte I (1971) che della parte II (1974) e non solo.

I proprietari del Castello custodiscono infatti foto di Francis Ford Coppola che, stressato, scende di svelto la scala esterna di mezzodì; foto di Al Pacino affacciato, come signore impreziosito d'aria, dal balcone del prospetto di parata. E poi, come non citare la più ricordata scena de "Il Padrino" girata al Castello: l'auto che esplode per dinamite.

 

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La Masseria Silvestri viene costruita per volere di Antonino Silvestri (acquirente del 40% del feudo Granieri nel 1869). L'anno di costruzione si aggira intorno al 1885. Lo scopo è quello di dar vita ad un imponente opera di trasformazione agraria per la quale è richiesta una gran quantità di personale. La masseria diviene quindi la sede e la base di un primo nucleo insediativo legato strettamente all'attività agricola di trasformazione.

La masseria costituisce dunque l'embrione di quello che sarà, alcuni decenni dopo, il borgo agricolo e rurale di Granieri.

La masseria ha impianto rettangolare con dimensioni di m 70 x 100 circa. I quattro angoli sono turriti, e tra questi corre un muro di cinta alto circa 4 mt privo di aperture verso la campagna. Le torri sono costruite con pietre irregolari di piccolo taglio, ma con cantonali ed aperture a bugne lavorate e sagomate. Sono a pianta quadrata, con il piano inferiore leggermente scarpato, con segnapiano formato da una coppia di listelli piatti e poco aggettanti che collegano i cantonali. Nei due lati corti si aprono gli archi di accesso al vasto cortile interno, sul quale si affacciano i diversi locali adibiti ad alloggi e magazzini. Dal cortile si accede al palazzo padronale, posto sul lato nord. Il palazzo è a pianta rettangolare a due elevazioni, addossato al muro di cinta sul lato nord. I locali al pianterreno erano adibiti ad uffici e locali di servizio dell'azienda agricola. Il piano superiore era destinato ad abitazione della famiglia Silvestri.

Nella masseria furono istituiti alcuni dei primi servizi pubblici a servizio sia della popolazione che vi abitava sia di quella che abitava nelle contrade circostanti.

Furono istituiti: scuola elementare, stazione dei carabinieri, rivendita di generi alimentari, cappella per le funzioni religiose.

Oggi la masseria versa in parte in uno stato di abbandono, presentando gli acciacchi del tempo. Coperture diroccate e mancanti in alcune parti, lesioni diffuse nelle murature, infissi rovinati, speriamo non siano il preludio a danni ancora più gravi se non si provvede ad interventi di restauro organici che interessino l'intera struttura nella sua globalità.

Le origini del feudo Granieri non sono certe, ma documenti ne danno l'esistenza a metà del XIV secolo, quando è in possesso di Nicolò Lancia (o Lanza), Maestro Razionale del Regno di Sicilia.

Il territorio del feudo si suppone sia stato smembrato dalla vasta Baronia di Fatanesimo (o Santo Pietro) nel periodo in cui la Sicilia era sotto gli aragonesi.

Nicolò Lancia vendette il feudo a Corrado Piza, milite della terra di Licodia, e da questi passa al figlio Riccardo Piza.

Questi lo vende al conterraneo Ruggero Scolaro, anch'egli milite di Licodia.

Lo Scolaro a sua volta, nel 1365, dona il feudo al Monastero Benedettino di S. Nicola l'Arena e di S. Maria di Licodia.

I Benedettini del Monastero di S. Nicolò l'Arena di Catania e di S. Maria di Licodia, entrarono in possesso del feudo nel 1365 grazie alla donazione fatta dallo Scolaro con "il patto della redenzione".

Fino al 1417 fu in possesso del Monastero che lo vendettero, per capitalizzare, al nobile Francesco Paternò (Duca di Carcaci) per la somma di 150 onze d'oro.

Successivamente i monaci vollero restituito il feudo e, dopo controversie, ne ottennero nuovamente il possesso che si manterrà fino alla confisca del 1865 in attuazione alle leggi eversive sui Beni degli Enti Ecclesistici.

Durante il possesso benedettino il feudo è concesso in gabella per uso di pascolo e semina per periodi che vanno dai tre ai cinque anni. I gabelloti provengono da Vizzini e Licodia. Nell'ottocento sono anche di Grammichele, Mirabella, Piazza. Esclusi erano gli abitanti di Caltagirone, città con la quale il Monastero fu varie volte in lite per l'esercizio di diritti civici avanzati dai calatini.

Tale fatto escludeva la nomina dei cittadini calatini alle cariche pubbliche del feudo: giudice, notaio, guardie.

I monaci difesero presso le autorità regie il possesso del feudo e dei suoi beni, soprattutto il bosco che ricopriva gran parte della superficie e che garantiva proventi al monastero.

Nel 1865 il feudo è incamerato dal Regio Demanio in attuazione della legge 10 agosto 1862 più nota come "Legge Corleo", in attesa che venga messo in vendita.

Il feudo fu suddiviso in dodici quote, coincidenti con le diverse contrade che lo costituivano, e cioè: Cirrìo, Olivella, Cugnolungo, Conventazzo, Poggio delle Forche, Inchiuso, Vaito, Pietra Scritta, Insolio, Valle Bruca, Camarella, Mascalucia.

Le suddette quote furono acquisite all'asta da sei partecipanti, che divennero i nuovi proprietari del feudo dal mese di giugno del 1869.

 

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Definizione - Baglio/Masseria fortificata.

L'intero complesso sorge sulla sommità di un poggio, in posizione prominente rispetto alla campagna circostante. Si tratta di un tipo di masseria fortificata, meglio conosciuta con il nome di "baglio". Possiede una cinta muraria dalla pianta irregolare, inframezzata di tanto in tanto da alcune garitte lievemente aggettanti. All'interno del circuito murario si distinguono due corpi di fabbrica: il primo, orientato est/ovest, rappresentava probabilmente la zona residenziale; il secondo, orientato nord/sud, ospitava tutte le attività legate alla coltivazione del vasto territorio sottomesso al controllo della grande masseria. Non è da escludere che la parte settentrionale di quest'ultimo corpo di fabbrica un tempo fosse l'abitazione del custode del "baglio" (meglio conosciuto con il nome di "massaro"). Infine alla confluenza delle due strutture si erge, imponente, una torre dalla pianta poligonale irregolare. Quest'ultima struttura parrebbe presentare una stratificazione edilizia risalente ad epoca più antica, probabilmente medioevale.

 

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La garitta di S. Tecla

Il piccolo edificio fortificato sorge su di un suggestivo sperone di roccia lavica a ridosso del piccolo porto di S. Tecla. La garitta presenta una pianta quadrangolare e una consistente muratura in malta e pietra lavica. La copertura della costruzione è a quattro spioventi. Ad ogni punto cardinale corrispondono aperture rettangolari, utilizzate probabilmente come feritoie per mosche

La garitta di S. Maria la Scala

Il piccolo abitato di S. Maria la Scala, fra i più suggestivi di Sicilia, perché preserva quasi intatto il suo stato di piccolo scalo portuale al servizio di Acireale già dal XVIII secolo, presenta, similmente a S. Tecla, una garitta edificata su uno sperone di roccia lavica a strapiombo sul mare. Essa presenta una pianta circolare ed è edificata interamente in pietra lavica. Leggermente più piccola rispetto alla sorella presso S. Tecla, la garitta sembra quasi apparire come un'appendice naturale dello scoglio medesimo sul quale è stata costruita.

 

 

 

 

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Ad Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion, che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della chiesa.

Il popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.

La torretta – o guardiola, come viene anche chiamata – è posizionata in uno spazio nella via Artale Alagona, 3 Km fuori Catania, in direzione Nord. La torretta non poteva valere che come punto di osservazione avanzato rispetto alla più interna torre di Ognina. Aveva una funzione con le due garitte in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra sulle lave di Piazza Europa. Le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai state perché furono costruite per difendersi proprio da loro. Quando i galeoni musulmani venivano avvistati, le sentinelle delle garitte, attraverso una torcia accesa, davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i quali lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.

Il suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del Duomo di Catania. Da tutti i quartieri della città quindi, e anche dalle campagne, era un accorrere di gente per apprestare la più tenace difesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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il sito di Federico II di Svevia e la guida sui castelli Federiciani in Sicilia

 

 

 

 

 

 

 

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