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Pressappoco in questo stesso periodo, la squadra rossazzurra ebbe a conquistare la sua prima promozione nella massima serie. Fu un avvenimento che coinvolse tutta la citta gia proiettata in quel ventennio d'oro italico passato alla storia come boom economico. La formazione-tipo di quella squadra (vado a memoria) era: Seveso- Baccarini-Bravetti; Bearzot-Santarnaria-Fusco; Cattaneo-Manenti-MicheIoni (Ghiandi)-Marin-Bassetti. Presidente Giuseppe Rizzo, allenatore Piero Andreoli. In questo "pezzo", nato "per ordine" di Daniele Lo Porto, mi limito a ricordare alcune ore particolari che io passai, cinquanta anni fa, alla stazione Termini di Roma. Il Catania ha appena pareggiato 0-0 a Como conquistando così il punto necessario che vale la promozione in sede A. Ad attendere i giocatori che in treno ritornano in sede ci sono alcuni tifosi, qua e là, con bandiere e striscioni... Da
Vercelli, dove ero stato una ventina di giorni ospite di mia sorella e
di mio cognato, raggiunsi Genova col "bus diretto" e salii
sul treno per Roma dove avrei dovuto attendere la coincidenza per
Catania. Giunsi alla stazione Termini alle sei di mattina e notai
subito un centinaio di uomini bivaccati chi a terra chi sulle panche,
tutti aventi accanto bandiere avvolte attorno alle aste. Pensai: un
gruppo folkloristico di sbandieratori. Un signore, con una sciarpa
colorata al collo, mi chiese "del fuoco" per una cicca che
teneva in bocca; mi guardò attentamente e fece: "Siciliano,
vero?". "Si, di Catania" risposi. "Carusi - gridò
- ancora unu dei nostri c'è". Quel centinaio di persone che
prima Alla parola "Bellini" una nota operistica colpì le orecchie dei pupi in dormiveglia che, forse memori de "Suona la tromba intrepido", guizzarono in piedi come spinti da una molla e cominciarono a strombazzare in un concerto che avrebbe ucciso per asfissia il "Cigno". Gli
astanti guardavano sbigottiti ma anche divertiti questa irrefrenabíle
massa umana saltellante e caotica, mentre due signore, sedute in
disparte, commentavano fra loro spiacevoli sentenze: "Ecco, cara
mia, adesso arriva la diligenza e gli indiani l'assaltano... !".
La diligenza, cioè il treno Milano-Siracusa, arrivò alle sette e
dieci. Il gruppo dei tifosi catanesi, nel frattempo, s'era infoltito.
Dire che successe una baraonda infernale è poco, anzi è niente. I
tifosi, sempre più esaltati, si catapultarono negli "Selvaggi sono, selvaggi", intanto proclamavano le due signore ancora in disparte e impaurite, "selvaggi, selvaggi'. Mi avvicinai a loro e col mio abituale tatto chiesi quale fosse l'illustre città che le vide nascere. "Voghera, cittadina civile che non partorirà mai figli così selvaggi!". Le guardai amorevolmente e proferii educatamente: "Andate a fare in c... voi due e tutta Voghera!" ed entrai rozzamente nella mischia gridando a squarciagola "Viva Catania, forza Liotru ... !". A mia imperituna ignominia, non continuai il viaggio di ritorno su quel treno bardato tutto in rossazzurro; una gonnella made in London mi fece cambiare tragitto. Mi raccontarono poi che, nelle stazioni di fermata, il treno della gloria etnea fu preso d'assalto e osannato, e che a Giarre e ad Acireale fu costretto per tre ore intere a fermarsi sotto la pressione di masse gigantesche di tifosi esaltati e felici. E che in piazza della stazione di Catania una marea di cittadini, tifosi e non, mai finì di lanciare enormi, roboanti, sterminate grida di giubilo tal che il cielo tremò e gli uccelli scapparono e in quel posto mai più ebbero a tornare. In tale baccanale di gioia solo una voce fu di dissenso: quella di mio padre. "Che vergogna, manco quando arrivò Garibaldi tutta questa gente... Viva il Re!". (Aldo Motta – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004)
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IMMAGINI DELLA DISASTROSA SERIE A 1983-84
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La
storia del calcio Catanese comincia nel 1908, anno per altri versi
infausto e triste in quanto il terremoto aveva spazzato via le città di
Messina e Reggio Calabria.E’ il 19 giugno quando il Corriere di
Catania annuncia la nascita, in riva allo stretto, di una società
sportiva pro educazione fisica per le province di Catania e Messina, che
grazie alla generosità dell’Amministrazione Comunale catanese dell’epoca,
avrà uno stadio in Piazza d’Armi o Piazza Esposizione,
Nello scontro diretto, alla fine del primo tempo il risultato arride ai
rossoazzurri per due a zero, con reti del bomber Nicolosi. Ma negli
spogliatoi avvenne qualcosa d’imprevisto: ai giocatori fu dato l’ordine
di non spingere troppo per ottenere la vittoria. Dopo si seppe che la
società aveva un deficit di parecchi milioni e se la squadra fosse
andata in Serie A le casse sarebbero rimaste completamente vuote. Il
Genova pareggio l’incontro in maniera incredibile e andò in Serie A.
La formazione del Catania in quell’occasione era la seguente:Sernagiotto:
Bedendo Ferraro: Migliavacca Degni Micossi: Biavati Bodini Pignatelli
Casanova Nicolosi.Nel 1936/37 nonostante la società disponesse di una
rosa molto valida, si
Il
Catania quell’anno cominciò il suo campionato in maniera poco felice:
qualche polemica che all’interno non mancava mai, le cessioni degli
elementi più rappresentativi come Danova e Cinesinho, nonchè il
mancato arrivo di ricambi adeguati, fecero scricchiolare quello che
aveva rappresentato per i Catanesi un meraviglioso giocattolo.Al termine
del girone d’andata la squadra aveva totalizzato solo dieci punti e
aveva perso troppi incontri manifestando una debolezza caratteriale
notevole. Il malumore per questa crisi di risultati aveva contagiato
allenatore, squadra e ambiente. Poi un giorno scoppiò la bomba che mise
a nudo la debolezza della dirigenza e della squadra. Mentre l’allenatore
Carmelo Di Bella dirigeva l’allenamento, un fotografo immortalò
inconsapevolmente l’allenatore accanto ad una valigia porta indumenti,
l’episodio venne strumentalizzato non poco e Di Bella molto nervoso,
vedendo quella foto pubblicata sul giornale fraintese il messaggio, per
cui si presentò al Presidente Marcoccio dicendo che voleva andarsene.
Il presidente tentò invano di dissuaderlo, ma Don Carmelo che era un
uomo di parola e di grande temperamento, andò via e a lui subentrò l’allenatore
in seconda Gigi Valsecchi. Il Catania affidato a Gigi Valsecchi ebbe
inizialmente una bella fiammata d’orgoglio, pareggiò a Napoli, a
Con la trasformazione delle società calcistiche in società per azioni, uscì di scena un personaggio che tanto aveva dato al Calcio Catania, il dr. Ignazio Marcoccio,che aveva regalato alla città di Catania insieme alla squadra, pagine indimenticabili. A Marcoccio subentrò il vulcanico Angelo Massimino uomo competente, appassionato e grande tifoso, che lascerà anche lui un segno indelebile nella storia del calcio catanese e fu subito soprannominato "Mister miliardo". Sarebbe stato l’uomo della rinascita, pur con i suoi atteggiamenti balzani ma generosi. Ad allenare la squadrà chiamò Egizio Rubino, un gentleman della panchina, allenatore serio e preparato, il quale porrà le basi per la promozione del Catania in Serie A l’anno successivo.Nel 69/70 il Catania comincia il campionato con grande disinvoltura; Massimino prepara le cose per bene: ingaggia il terzino Limena dal Torino -che verrà battezzato il nuovo Facchetti- e che scomparirà tragicamente qualche anno dopo in un incidente stradale alla scogliera. Il mediano Bernardis -detto "Cavallo pazzo" per le sue sgroppate in avanti- Cavazzoni, centravanti di movimento, e, fiore all’occhiello della campagna acquisti, l’ala sinistra Aquilino Bonfanti, grande realizzatore, proveniente dal Verona. La squadra cominciò a spron battuto; nulla fu precluso ai rossoazzurri di Rubino: Mantova, Bergamo, Arezzo sono i campi dove il Catania giocò e diede spettacolo. Bonfanti, Limena e Cavazzoni ripagarono il loro presidente a suon di goal.
Il girone di
ritorno fu un po' difficile ma la squadra lo superò con grande
disinvoltura; tra l’altro esordì quell’anno un catanese purosangue,
Mimmo Ventura: giocò in prima squadra in B nell’incontro con il
Varese, e negli altri incontri nei quali si trovò a giocare diede il
suo apporto alla promozione.La certezza dell’avvenuta promozione si
ebbe a Reggio Calabria, nello storico derby con la Reggina del
14/06/1970, battuta dali etnei per 3 a 1. Era lo stesso giorno in cui l’Italia
giocava con il Messico per l’accesso alla finale dei mondiali del
1970. Quella di Reggio fu la più corposa invasione esterna che il tifo
catanese si sia concesso in tutti i tempi. Si calcola che ventimila
tifosi si siano trasferiti al di là dello stretto per sostenere la
squadra, una formazione umile e compatta che riuscirà a compiere il
terzo miracolo. Segna Pirola per i calabresi, pareggia Bonfanti su
punizione calibratissima, ma il pareggio non basta. Al 75° finalmente
la liberazione: segna Volpato , ed è qui che Massimino, piangendo di
gioia, si alza dalla panchina e va verso la tribuna alzando le braccia
in una ovazione di pubblico. Il terzo goal del suggello della vittoria
lo mette a segno Zimolo. E’ l’apotesi quel pomeriggio. I
rossoazzurri schieravano: Rado; Strucchi Limena; Buzzacchera Reggiani
Bernardis; Volpato Vaiani Zimolo (Gavazzi) Pereni Bonfanti.Reggina;Jacoboni
; Divina Grossi; Tacelli Pirola Sonetti; Perrucconi Lombardo Vallongo
Campagna Toschi. Bonfanti sarà il capocannoniere della Serie B con 14
reti e Rubino, coadiuvato dai fidi Calvanese e Bongiovanni, avrà la
soddisfazione di essere premiato come migliore allenatore per la B. Il
Catania fu promosso in Serie A insieme a Varese e Foggia. Il Mantova suo
immediato inseguitore sarà scavalcato dagli Etnei di un punto.Nell’anno
70/71 il Catania in Serie A ingaggia l’esperto centrocampista Romano
Fogli , il terzino Cherubini della Reggiana e il centravanti Baisi dal
Torino (cavallo di ritorno). Quell’anno, l’Amministrazione Comunale
dell’epoca non aveva per nulla affiancato Massimino cosi come si era
ripromessa. Inoltre una guerra interna tra marcocciani, abituati a un
certo modo di gestione, e massiminiani, abituati a seguire l’umore del
proprio presidente sempre più autocratico, crearono non pochi problemi.
Il Cibali restava l’eterna incompiuta: la sua penosa insufficienza e
la scarsa cura, erano diventati la favola di tutti e la giustificazione
per certe batoste subite dalla squadra. Di calcio quell’anno se ne
vide poco: il Catania retrocesse l’anno dopo vanificando la
meravigliosa pagina di Reggio Calabria. Nell’anno 71/72 il Catania
tornato in B liquida il bravo Rubino e si affida alla vecchia bandiera
Calvanese, ma farà presto a mollarlo alla terza giornata richiamando l’allenatore
Carmelo Di Bella. La società catanese ingaggia il centravanti Quadri ,
il terzino Guasti dal Prato, l’esperto stopper Spanio -uomo di mille
battaglie- l’ala D’Amato dalla Lazio e l’ala sinistra Francesconi,
puntuale realizzatore, proveniente dalla Sampdoria ma alla fine della
carriera e che si affianca a Bonfanti. Con questa squadra molto bene
equilibrata Di Bella infila una serie positiva vincendo a Como e a
Modena, ma alla tredicesima giornata di campionato scende al Cibali il
Livorno. L’arbitro Porcelli di Lodi, dopo aver fatto finta di non
vedere un paio di episodi sospetti in area livornese, convalida un goal
irregolare di Righi e i tifosi inviperiti rispondono con una sassaiola
da dimenticare. Il campo del Catania venne squalificato per quattro
giornate e gli etnei furono costretti a peregrinare per i campi
siciliani.Il Cibali riapre i battenti; il pareggio con il Palermo e la
vittoria ottenuta sul neutro di Alessandria con il Monza, mettono gli
etnei in condizione per poter ambire alla promozione in A. Durante l’incontro
al Cibali con il Como, il Catania ha l’opportunità di vincere per ben
due volte grazie a Francesconi, ma non c’è nulla da fare contro l’agguerrita
difesa del Como. A tre minuti dalla fine l’arbitro Sgherri
inspiegabilmente concede un rigore inesistente al Como. Scoppia la fine
del mondo: prima un tentativo di sassaiola, poi l’invasione di campo;
l’arbitro viene colpito mentre rientra negli spogliatoi. Il referto
dell'arbitro è duro, ma la risposta del Giudice sportivo è tremenda:
cinque giornate di squalifica vengono appioppate al Catania che chiude l’anno
con l’amaro in bocca e qualche recriminazione, a ragione. L’anno si
chiude con Francesconi cannoniere con dieci goal e Bonfanti con nove, ed
una classifica molto interessante che senza le decisioni del giudice
sportivo, avrebbe potuto portare qualcosa di più. L’annata nonostante
tutto fu positiva sotto l’aspetto tecnico, ma negativo sotto quello
gestionale, tifoseria e ordine pubblico. Nell’anno 1972/73 il
malcontento dei tifosi è immenso, prima perché la Società decide di
sfoltire i ranghi mandando via Baisi e Bonfanti insieme a Pereni; viene
ingaggiato il centravanti
La vittoria di Pulvirenti: "Interrotto un lungo digiuno". CATANIA - "E' indubbiamente una promozione meritata al termine di un campionato difficile con società importanti che ci hanno dato filo da torcere sino all'ultimo. Questi ragazzi con i nostri mezzi ci sono riusciti". Antonino Pulvirenti, presidente del Catania, festeggia la promozione in serie A del club siciliano atteso ben 23 anni. "Erano troppi - aggiunge il numero uno del club etneo -, bisognava rompere questo digiuno, sono emozionato. Festeggio con i ragazzi, con i tifosi, con molto entusiasmo. Ci tenevamo tutti a conquistare questa serie A: ringrazio i tifosi, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco, il tecnico Marino e la squadra. Abbiamo coquistato la serie A - chiude Pulvirenti guardando al futuro - ora vediamo cosa succederà...". Un sogno lungo 23 anni. Il Catania torna in serie A e la festa degli etnei è un... vulcano in piena eruzione. Correva l'anno 1983 quando la squadra siciliana faceva la sua ultima presenza nel massimo campionato: dopo gli spareggi, con la carovana dei quarantamila tifosi a colorare di rossazzurro l'Olimpico di Roma nella "finale" con la Cremonese. Poi il pronto ritorno in B, che riapriva l'era dei saliscendi tra i cadetti e la C1. Adesso è solo storia vecchia: il Catania torna nel calcio di prima serie con l'intento di restare il più a lungo possibile. Il campionato di serie B, vinto meritatamente dall'Atalanta, ha visto il Catania sempre in lotta per le prime posizioni. I bergamaschi di Colantuono hanno poi messo la parole fine al sogno degli etnei di vincere il torneo cadetto e da qui la lotta, splendida, per il secondo posto finale (vale la promozione diretta) tra il Catania ed un brillante Torino. La forza dei siciliani ha il nome, su tutti, di Gionatha Spinesi. Ventitrè reti per l'ex centravanti di Arezzo e Bari, quattro rigori, ed una sicurezza a piene mani per il reparto offensivo dei rossazzurri, perla preziosa di un tridente sempre decisivo. Brillante stagione di Mascara, De Zerbi senza dimenticare i veterani Baiocco, Biso e Sottil. E' la vittoria anche per la dirigenza Pulvirenti. Nel 2004 c'è stato infatti il passaggio di proprietà dalla famiglia Gaucci all'imprenditore catanese che ha sempre creduto in progetti ambiziosi ed ecco qui la prima splendida realtà. Il Catania chiude il campionato di serie B, come detto, al secondo posto, con 78 punti, frutto di 22 vittorie, 12 pareggi e 8 sconfitte. Catania che conclude la stagione con il miglior attacco: ben 67 reti per gli etnei, a fronte però delle 42 subite. Adesso il Catania si affaccia nuovamente nel calcio di massima serie. La volata finale premia i rossazzurri di Marino e la prima ..."cartolina" arriva da Palermo e dal Palermo. C'è attesa per lo storico derby siciliano, lontano tanti anni dalla serie A. Tornerà presto nel calendario della massima categoria con la speranza di vedere (sempre) solo due belle partite di calcio e con una leale e sportiva rivalità che ha sempre contraddistinto la sfida a distanza tra i due più importanti club siciliani. 28/05/2006
Il Catania della scalata in serie A |


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QUELLI CHE HANNO FATTO GRANDE QUESTA SQUADRA |
A questo spazio, prossimamente, sarà dedicata un'intera pagina web. Rigrazio pubblicamente il mio amico Alessandro Russo,
per i suoi continui, numerosi e preziosi contributi, autentiche chicche per ogni tifoso rossazzurro.
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4/6/1961: QUEL GIORNO AL CIBALI
arbitro: De Marchi di Pordenone
Clamoroso
al Cibali. Il grido di Sandro Ciotti a Tutto il Calcio minuto per minuto
il 4 giugno del 1961 è entrato nella storia, il Catania ha battuto
l'Inter di Herrera per 2-0 L'ANTEFATTO
- Ultima giornata di campionato. L'Inter è seconda in classifica a due
punti dalla Juve. La
Juve, pareggiando in casa col Bari, vinse lo scudetto. A quel punto la
ripetizione della partita diventava ininfluente. Il 9 giugno l'Inter
mandò in campo per protesta una squadra di ragazzini. Finì 9-1 per la
Juventus, con sei gol di Sivori, che però non riuscì a vincere la
classifica dei marcatori. Il gol per l'Inter venne segnato dal
debuttante Sandro Mazzola. Fu anche l'ultima partita di Boniperti Fonte: www.gazzetta.it - Testo di Giuseppe Bagnati
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Enzo Bearzot
La
circolare 94 scivolava veloce sulla corsia preferenziale,un fiume di
asfalto che ricopre un'antica cerchia dei navigli fiancheggiato dagli
alti complessi residenziali del centro storico della città. Correva
il bus arancione col suo carico di passeggeri che il primo tepore
della primavera aveva sospinto fuori delle case, in marcia verso gli
uffici, i centri commerciali e gli eleganti negozi del cuore della
city milanese. A una fermata una coppia di coniugi anziani era salita e facendosi largo tra la folla aveva trovato un posto. Lei un volto sereno, una chioma argentata s'era accomodata, lui, quasi a proteggerla, le era rimasto accanto in piedi, il viso che pareva scavato in un tronco di un secolare legno montano, lo sguardo che scrutava il percorso o immaginava orizzonti tempi e momenti già vissuti. Qualcuno lo riconosceva e sorrideva; non doveva essere impresa difficile perché tante volte i giornali, la televisione avevano riproposto una delle immagini più note del CT azzurro incollato all'immancabile pipa mentre sull'aereo presidenziale affronta l'interminabile scopone col presidente della Repubblica Sandro Pertini che riporta a casa la nazionale di calcio reduce da Madrid, campione del inondo 1982. Mi trovai così per caso e per la seconda volta accanto a Enzo Bearzot. La prima accadde in una sera quasi estiva di tanti anni prima. Sulla terrazza del mio vicino di casa in cui un muretto rendeva facili le relazioni tra le due famiglie, un gruppo di amici si era riunito per cenare e prendere un pò di fresco facendo quattro chiacchiere sotto le stelle. Noi bambini, insieme a qualche amichetto che abitava nel palazzo eravamo stati invitati per fare compagnia alle tre figlie del padrone di casa, un giovanotto di Livorno che si chiamava Alfredo Piram, il capitano del Catania, il club calcio che militava in serie B al cui vertice stava Arturo Michisanti l'uorno che gestiva, attraverso la Sisam, i servizi di nettezza urbana della città. C'erano Klein, Bassetti, l'immancabile portiere Pattini, Brondi. Manenti e proprio lui, Enzo Bearzot il mediano friulano che, proveniente dall'Inter, giocava nelle file rossazzurre. Da quell'incontro erano trascorsi più di cinquant'anni ma, trovandomi accanto al mediano della squadra che per la prima volta nel 1954 esordì in serie A mi colse la stessa emozione di quella sera in cui gli chiesi l'autografo. Confesso che provai ad avvicinarlo in maniera un pò goffa; avrei potuto chiedergli degli azzurri di Spagna, di Tardelli o di Altobelli, avrei potuto strappargli un giudizio sul momento del calcio italiano, sulla proposta di legge per evitare la bancarotta delle società. Riuscii a mormorare soltanto: Tosso stringerle la mano? lo sono di Catania". Si illuminò il suo volto e il suo cuore, che portava sulle spalle leggermente ricurve settantasette primavere, suppongo abbia avuto un leggero sussulto. Mi rispose con un sorriso: Io avevo la casa ad Acitrezza". La circolare si era leggermente svuotata e correva veloce lungo il fiume della sua corsia preferenziale. Mi parve, a un certo punto, che cercasse l'azzurro mare dei Ciclopi quando Enzo, l'ex ragazzo di Mariano del Friuli, cominciò a coniugare i verbi della sua memoria. lo mi ricordo. . .- disse - E giù col Catania di Michisanti prima e di Nuccio Rizzo, Seba D'Amico e Pippo Galli dopo, quello dei fratelli Mineo il segretario Giovanni e il medico sportivo Saro. Il Catania del mister Piero Andreoli, di capitan Fusco, di Seveso di Quoiani proprio quello che era stato promosso in serie A e che al rientro da Como dopo l'ultima partita fu accolto da una marea di tifosi alla stazione di Giarre e dal sindaco La Ferlita a Palazzo degli Elefanti. E poi i giocatori che frequentavano il barbiere Giovanni in via lago di Nicito o il ristorante di Ibri Finocchiaro in via Euplio Rejna o utilizzando li filobus andavano agli allenamenti al Cibali. Parla e ricorda Enzo Bearzot e mi sembra di rivedere un documentario di Ugo Saitta con le immagini della città felice e piena di speranze che c'era: la via Etnea lucida d'acqua che profuma di lavanda a Villa Bellini che vibra degli ottoni della banda civica diretta dal maestro Pennacchio, il treno che sferraglia sulla scogliera di Guardia Ognina e di San Giovanni Li cuti e poi il nuovo palazzo di Giustizia che si inaugura e hotel Excelsior che emerge dalle lave di piazza Esposizione. Catania del "passiaturi" di piazza dei Martiri, della pasticceria svizzera di via Etnea con l'elegante Peppino Nicolosi gran maestro del caffè espresso, gli arancini di Giardini e la cordialità di un'altro Peppino, il commendator Lorenti nel gran caffè di piazza Giovanni Verga. Catania, quella del fortunato programma radiofonico "Tutta la città ne parla", quella che accoglie Emma Bonino miss Italia 1954 e il lido dei Ciclopi che seleziona le candidate del concorso Miss Sicilia 53 e "forse stasera canta Don Marino Barreto". Lo vedo allontanarsi, attento e protettivo, dando il braccio alla moglie, lo seguo mentre scompare tra la folla che sciama e si disperde sul marciapiede e la sua figura ormai lontana mi pare che sulle spalle leggermente ricurve abbia posata ancora la maglia con i colori rosso-azzurri. Sembra dirigersi verso la tribuna B, verso l'abbraccio dei tifosi del Cibali al suo centro mediano, verso la sua stagione giovanile che alimentava i miei sogni di bambino sempre in bilico tra le trecce bionde di Iva Piram e le mani enormi di quella saracinesca umana che suppongo sia stato il riminese Giano Pattini. (Lino Serrano – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004) |

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Bulgarelli a Catania, stile e competenza.
Un
campione elegante e garbato in campo. Un uomo gentile e per bene nella
vita. Insomma Giacomo Bulgarelli, "Giacomino" per i tanti
amici come me che hanno avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo e di
lavorare con lui, era davvero una persona splendida, di quelle con le
quali dovevi necessariamente instaurare un rapporto corretto e leale,
veroe sincero.
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di Ellebi http://diariossazzurro.altervista.org/modules.php?name=News&file=article&sid=434
10.10.2009
- Dopo una lunga
malattia è morto ieri a Melle l'ex centrocampista del Catania Horst
Szymaniak, uno dei protagonisti dei fantastici anni '60 trascorsi dai
rossazzurri in Serie A sotto la gestione di Ignazio Nato il 29 agosto 1934 a Erkenschwick, in Germania, Szymaniak ha collezionato con la maglia del Catania 62 presenze e 8 reti in campionato, 2 presenze e 1 rete in Coppa Italia, oltre a due 2 presenze nelle Coppe Europee. Marcoccio lo portò in rossazzurro all'alba della stagione 1961-'62, strapandolo al Karlsruher e compiendo un colpo a sensazione, uno dei tanti che lo avrebbero reso celebre. Nel 1961 il possente centrocampista fu addirittura in lizza per il Pallone d'Oro, premio che poi fu assegnato ad Omar Sivori. Dopo la fortunata parentesi ai piedi dell'Etna, durata due stagioni, Szymaniak passò all'Inter, con cui vinse la Coppa dei Campioni, pur trovando pochisismo spazio in maglia nerazzurra, passò al Tasmania Berlino 1900, prima della parentesi al Biel-Bienne in Svizzera e dell'avventura statunitense con la formazione del St Louis Stars. Un
altro pezzo di storia rossazzurra dunque se ne va, ma rimane lo
splendido ricordo dei magici momenti che il gigante tedesco ha regalato
al pubblico del Cibali. Speriamo che il Catania possa ricordare
Szymaniak giocando con il utto al braccio la prossima gara di campionato
in programma contro il Cagliari il 18 ottobre prossimo. |

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Nonno Ignazio
(di Alessandro Russo) - tratto da La Zona Franca - n. 10/2009 - Novembre.
Mi capita, ultimamente, di passare al telefono molto più tempo del solito. “ “Sissignore - provo goffamente a difendermi - ma il dottor Ignazio Marcoccio, monumento inossidabile di una Milano del sud rossazzurra d’elite, non a ma ricevere intrusi in casa.” “Si ricordi che ogni promessa è un debito e lei ci aveva prospettato un vero e proprio percorso di memoria storica del mondo sportivo etneo. Un’ultima cosa, caro il mio Russo: lasci perdere le opinioni del direttore Cagnes ! Incastri pure quei suoi cappelletti all’inizio di ogni articolo, chè a me piacciono, intesi ?” “Strana gente, i miei capi al giornale” penso mentre poso il cellulare in tasca. Così ora son qui che busso a casa Marcoccio. Accanto a me Filippo Solarino e Roberto Quartarone, due fra i più diligenti studiosi di storia del calcio catanese che io conosca. All’ingresso ci accoglie, cordiale e sorridente, il presidente onorario del Catania e del Teatro Stabile, novantasei anni appena compiuti, un concentrato di simpatia e umanità.
Quando
ero ragazzo, giocavo una partita dopo l’altra; mi torna in mente il
Duca di Misterbianco, un presidente che ci ha rimesso tanti soldini.
Aveva un ufficio di rappresentanza in via Etnea che poi divenne la sede
della società; ero un fanatico di pallone e facevo parte
dell’Associazione Fascista Calcio Catania. Giocavo all’ala sinistra
ma non sono arrivato in prima squadra; in compenso ci riuscì mio
fratello Umberto che era più bravo di me e giocò con la casacca
rossazzurra in serie C. Quando le forze alleate liberarono la città nel
’43, per un po’ i catanesi si concentrano sulla ricostruzione poi,
un giorno, qualcuno riprende a giocare. Ormai la società legata al
vecchio regime non esiste più e mancano veri appassionati in grado di
plasmarne una forte. Rinascono quattro squadre che poi diventano due, ma
lo spirito dei veri sportivi è immutato. Nel settembre ‘46 grazie
all’impegno di Gianni Naso viene firmata la carta che sancisce la
nascita della nuova società.
Ma quasi tutti i dirigenti e i giocatori erano quelli del vecchio
Catania, la maglietta è rimasta rossazzurra e anche lo stemma è
identico a quello precedente. Intanto mi trasferisco a Roma ed entro a far parte del C.O.N.I. poi nel ’59 vengo nominato Commissario straordinario di un club sull’orlo del baratro e senza soldi nemmeno per i dipendenti. Riesco a salvarlo e vi rimango alla guida per dieci anni: sono stati tornei bellissimi, sia in A che in B. Ho dato ciò che potevo, senza mai prendere una lira. Mi piaceva l’idea di competere con le società del nord e l’ho fatto per la mia città, non certamente per mettermi in mostra; sin dall’inizio ho cercato di smuovere le acque e far andare avanti una baracca malmessa. Ero ottimo amico di Angelo Moratti e in buoni rapporti con i più importanti presidenti così da Torino e Milano, tornavo a casa con buoni giocatori che ci consentivano di tenere alta la nostra bandiera. Mi dicevano che avevo capacità manageriali, che ero un punto di riferimento ma la verità era che non mi interessava il lucro. Formammo una sorta di triplice alleanza; al mio fianco c’erano Michele Giuffrida, un dirigente bravo come pochi nel condurre le trattative e mister Carmelo Di Bella. Questi due signori erano formidabili a far funzionare le cose. Il mio compito, invece, era spiegare ai calciatori di non pensare a guadagni spropositati, anzi che si preoccupassero di giocare bene e divertirsi. La squadra era una famiglia: si viveva intensamente dentro e fuori dal campo. Mi è rimasto nel cuore Giorgio Michelotti, difensore arcigno e grintoso; l’episodio che ho invece impresso è il 2-0 con cui al Cibali liquidammo l’Internazionale, che poi perdette lo scudetto. Ci avevano definito ‘post-telegrafonici’ e hanno avuto ciò che si meritavano. Quando
nel 1969 la Federazione volle trasformare i club in società per azioni,
ho capito che non c’era più spazio per me. Sapevo che prima o poi lo
spirito vero dello sport ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Ricordo il
momento in cui tutti noi dirigenti eravamo riuniti a Torino; c’era
Umberto Agnelli e con lui gli altri presidenti, una confusione
indescrivibile. Uno sbraita da un lato ‘Facciamo questa cosa !’, dal
fondo della sala gli risponde un altro ‘No, facciamo questa !’
Dentro di me penso ‘Questi discorsi e questa baraonda non mi
piacciono‘ e quando tocca a me dico: ‘Arrivederci e grazie, avete
rovinato il calcio.’ La mia dichiarazione bomba è ancora annotata
agli atti: prima non Vengo trascinato in politica e nel ’72 sono primo cittadino. Sistemo piazza Europa, faccio il campo scuola e altri impianti di atletica. Tutti sanno che non sono lì per arraffare ma per mettere la mia esperienza al servizio della cittadinanza. A un certo punto capisco che anche da sindaco è meglio passare la mano; mi propongono di fare l’onorevole regionale. Rispondo: no, grazie…” È il congedo, lo sguardo e la voce di Ignazio Marcoccio tradiscono un pizzico di malinconia. “Grazie
per la visita, ragazzi. Io non amo parlare con la stampa, anche perché
ho una certa età. Ho fatto un’eccezione per voi, come l’ho fatta in
radio con Silvia Ventimiglia, che conosco da una vita e che mi chiama
affettuosamente ‘Nonno ‘Gnazio’.”
IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME "DAL FONDO UN TRAVERSONE"
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Fogli
mai ingialliti
(di Alessandro Russo) - tratto da Catania Magazine - novembre 2009
Estate 2009, movida catanese: strette di mano, pacche sulle spalle e strizzatine d’occhio. Quindi un salto indietro fino agli anni Settanta della storia rossazzurra: argomento scelto Romano Fogli. “Per uno come lui–parola di Roberto Quartarone, classe ’86, studente di Lingue con la testa al calcio e al basket - la fatidica frase ‘Una vita da mediano’ è riduttiva. Sono nato più di dieci anni dopo la sua partenza da Catania ma quando ne sento parlare penso a un centrocampista di valore assoluto. Immaginiamo Pirlo o De Rossi che a un tratto, seppur ancora capaci di giocare ad alti livelli, decidono di passare a una provinciale. Fogli veste il rossazzurro in un‘altalena di emozioni contraddittorie che ci vedono oscillare fra lo splendore della serie A e le buie cantine della C; nonostante fosse a fine carriera, con classe ed esperienza ha onorato quella maglia per quattro anni e con noi ha totalizzato 113 presenze e 3 reti.” L’ing. Antonio Buemi, 34 anni e alla perenne ricerca di soluzioni ordinarie, inserisce un tassello. “Con
Haller e Bulgarelli, negli anni Sessanta dava forma al centrocampo del
Bologna, incarnando lo stereotipo del mediano instancabile. Silvia Ventimiglia, irresistibile e romantica freelance viagrandese doc, raccoglie l’assist. “Io ho superato i quarant’anni e ricordo perfettamente quei quattro campionati da noi. Era un play-maker di qualità e la sua caratteristica principale era una continuità impressionante. Ho letto che da piccolo giocava in parrocchia e nelle piazze con una palla fatta di stracci e il debutto in A arrivò, del tutto inaspettato, a diciott’anni con la maglia granata del Toro. Dieci anni dopo era in nazionale nella sfortunata spedizione inglese ai Mondiali del ’66. Nell’estate ’70 Fogli è il botto etneo al calciomercato di Milano, il punto di forza della nostra campagna acquisti per irrobustire la zona nevralgica del campo. Diventa un riferimento per i compagni e tenta di mantener fermo il timone in anni non facili per il calcio catanese.“ “Quest’anno –le strappa la parola Cecilia Amenta, 35 anni, bionda come una spiga di grano e vivace più dell’ape maia- sono stata presente in tribuna al Massimino in quasi tutte le partite casalinghe. E’ capitato più volte, quando ci veniva assegnata una punizione dal limite, che i miei vicini di posto, due simpatici e brizzolati abbonati sulla sessantina, mormorassero a denti stretti ‘Ci vorrebbe un tiro alla Romano Fogli, una delle sue imprendibili punizioni a foglia morta che lasciavano il portiere ad acchiappar farfalle.” “Qualche
giorno fa –puntualizza la ventiseienne Antonietta Licciardello,
giornalista- l’ho sentito per un’intervista alla radio. ’Intanto
-queste le sue parole- ringrazio una città che mi ha voluto bene sin
dal primo momento e ancora una volta si è ricordata di me. Le mie
stagioni in Sicilia furono travagliate ma all’ombra dell’Etna mi
trovai benissimo. Venni giù a 32 anni compiuti, non certo per svernare
ma con la voglia giusta; ci tenevo insomma a lasciare il segno. Fu il
presidente Massimino in persona a convincermi: la sua era una passione
immensa e nel calcio la passione è tutto. Abitavo in via Villini a mare
in una zona meravigliosa e miei vicini di casa erano Volpati, Filippo Solarino, 42 anni, pubblicitario, rossazzurro fino al midollo apre l’album dei ricordi e chiude i lavori. “In un pomeriggio primaverile del ’72 –spiega- giochiamo al Vittorio Emanuele di Siracusa, in campo neutro, a causa di una delle tante giornate di squalifica del Cibali. Io ho 6 anni e l’avversario è il Modena; appena chiedo a mio padre come mai quel giocatore ha una fascia bianca sul braccio, mi risponde che è il 'capitano' e dai suoi piedi passano tutti i palloni importanti. Fogli è il regista, il simbolo indiscusso della squadra, il fine tessitore di gioco; polmoni d’acciaio e grande tecnica, è quello che detta i tempi. Dagli spalti e ancor di più dal campo, notavi il suo stile, la precisione dei passaggi, e sopratutto il suo carisma. L'ultimo ricordo che ho di Romano in maglia rossazzurra è il placcaggio a un invasore nel corso di un Catania-Novara, nello sfortunato torneo ’73-’74. Anche in quel gesto emerge la personalità di uno che non è abituato a tirarsi indietro.” |


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