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QUELLI CHE HANNO FATTO GRANDE QUESTA SQUADRA a cura di Alessandro Russo e Mimmo Rapisarda
La maggior parte dle merito di questo Tesoretto è da attribuire ad Alessandro Russo, che ringrazio pubblicamente per i suoi continui, numerosi e preziosi contributi. Le sue sono autentiche chicche (firmate Catania Magazine) per la felicità di ogni tifoso rossazzurro.
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Capitan Corti, siamo tutti con te.
"Gentile dott. Russo, speravo se in qualche modo la città di Catania avesse ricordi di Mario Corti, mio padre. Non è un bel periodo perchè la sua salute non è il massimo ma ho capito che a papà mancano tanto i vecchi tempi. Ho anche inserito un filmato su youtube intitolato 'Calcio Catania-capitano Corti'. Vorrei far sapere dove lo ha portato la sua passione per il pallone e spero che oltre ad essere ricordato come capitano della Catania serie A, si sappia che ha giocato e allenato in Serie A australiana fino a 42 anni, poi si è messo a fare solo l'allenatore. Mio padre è stato uno dei pionieri a sviluppare il football a livello professionale in Australia, poi è diventato campione del mondo di squash per i dopo 50. Lui mi ha insegnato tanto specialmente nella psicologia sportiva che applico negli arti marziali. Scusi i miei errori, sono in Italia da qualche anno ma l'inglese é la mia lingua madre. Ciao e grazie, Paul Corti," Anzitutto è bene che mi presenti perché non sono
affatto sicuro che tutti mi conoscono e ho una tremenda paura di
sembrare uno che si sopravaluti. Dunque, mi chiamo Mario Corti e sono
nato a Genova ventinove anni addietro, il 16 novembre del 1931. Genova,
dovete sapere, è una gran bella città, grande e piena di sole come
soltanto una città marinara può esserlo, con tante piazze dove i
ragazzini vanno a giocare interminabili partite con una palla di stracci
o, nei casi più
A questo punto, rimetto il prezioso volumetto al suo posto, mi siedo e
compongo il numero di un grande conoscitore di calcio catanese. "
Mario Corti -mi spiega con calma Raffaello Brullo- è un vero capitano.
L'ho sentito un annetto fa, quando mi ha detto testualmente che 'avere
un siciliano per amico non è una cosa facile ma, quando ce l'hai, è
per il resto della vita'. Da noi
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4 giugno 1961
arbitro: De Marchi di Pordenone Clamoroso
al Cibali. Il grido di Sandro Ciotti a Tutto il Calcio minuto per minuto
il 4 giugno del 1961 è entrato nella storia, il Catania ha battuto
l'Inter di Herrera per 2-0 L'ANTEFATTO
- Ultima giornata di campionato. L'Inter è seconda in classifica a due
punti dalla Juve. La
Juve, pareggiando in casa col Bari, vinse lo scudetto. A quel punto la
ripetizione della partita diventava ininfluente. Il 9 giugno l'Inter
mandò in campo per protesta una squadra di ragazzini. Finì 9-1 per la
Juventus, con sei gol di Sivori, che però non riuscì a vincere la
classifica dei marcatori. Il gol per l'Inter venne segnato dal
debuttante Sandro Mazzola. Fu anche l'ultima partita di Boniperti Fonte: www.gazzetta.it - Testo di Giuseppe Bagnati
4
giugno 1961: Catania-Inter 2-0. La domenica precedente, penultima di
campionato, la vetta della classifica: Inter e Juventus punti 46, Milan
44, anche perchè i nerazzurri hanno vinto a tavolino il confronto
diretto, sospeso al 30’ per invasione pacifica del campo. Ci si
dovrebbe avviare ad uno spareggio...
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Giorgio
Bernardis, cavaddu pazzu. dal
sito della Pro Romans di Udine |

Enzo Bearzot
La
circolare 94 scivolava veloce sulla corsia preferenziale,un fiume di
asfalto che ricopre un'antica cerchia dei navigli fiancheggiato dagli
alti complessi residenziali del centro storico della città. Correva
il bus arancione col suo carico di passeggeri che il primo tepore
della primavera aveva sospinto fuori delle case, in marcia verso gli
uffici, i centri commerciali e gli eleganti negozi del cuore della
city milanese. A una fermata una coppia di coniugi anziani era salita e facendosi largo tra la folla aveva trovato un posto. Lei un volto sereno, una chioma argentata s'era accomodata, lui, quasi a proteggerla, le era rimasto accanto in piedi, il viso che pareva scavato in un tronco di un secolare legno montano, lo sguardo che scrutava il percorso o immaginava orizzonti tempi e momenti già vissuti. Qualcuno lo riconosceva e sorrideva; non doveva essere impresa difficile perché tante volte i giornali, la televisione avevano riproposto una delle immagini più note del CT azzurro incollato all'immancabile pipa mentre sull'aereo presidenziale affronta l'interminabile scopone col presidente della Repubblica Sandro Pertini che riporta a casa la nazionale di calcio reduce da Madrid, campione del inondo 1982. Mi trovai così per caso e per la seconda volta accanto a Enzo Bearzot. La prima accadde in una sera quasi estiva di tanti anni prima. Sulla terrazza del mio vicino di casa in cui un muretto rendeva facili le relazioni tra le due famiglie, un gruppo di amici si era riunito per cenare e prendere un pò di fresco facendo quattro chiacchiere sotto le stelle. Noi bambini, insieme a qualche amichetto che abitava nel palazzo eravamo stati invitati per fare compagnia alle tre figlie del padrone di casa, un giovanotto di Livorno che si chiamava Alfredo Piram, il capitano del Catania, il club calcio che militava in serie B al cui vertice stava Arturo Michisanti l'uorno che gestiva, attraverso la Sisam, i servizi di nettezza urbana della città. C'erano Klein, Bassetti, l'immancabile portiere Pattini, Brondi. Manenti e proprio lui, Enzo Bearzot il mediano friulano che, proveniente dall'Inter, giocava nelle file rossazzurre. Da quell'incontro erano trascorsi più di cinquant'anni ma, trovandomi accanto al mediano della squadra che per la prima volta nel 1954 esordì in serie A mi colse la stessa emozione di quella sera in cui gli chiesi l'autografo. Confesso che provai ad avvicinarlo in maniera un pò goffa; avrei potuto chiedergli degli azzurri di Spagna, di Tardelli o di Altobelli, avrei potuto strappargli un giudizio sul momento del calcio italiano, sulla proposta di legge per evitare la bancarotta delle società. Riuscii a mormorare soltanto: Tosso stringerle la mano? lo sono di Catania". Si illuminò il suo volto e il suo cuore, che portava sulle spalle leggermente ricurve settantasette primavere, suppongo abbia avuto un leggero sussulto. Mi rispose con un sorriso: Io avevo la casa ad Acitrezza". La circolare si era leggermente svuotata e correva veloce lungo il fiume della sua corsia preferenziale. Mi parve, a un certo punto, che cercasse l'azzurro mare dei Ciclopi quando Enzo, l'ex ragazzo di Mariano del Friuli, cominciò a coniugare i verbi della sua memoria. lo mi ricordo. . .- disse - E giù col Catania di Michisanti prima e di Nuccio Rizzo, Seba D'Amico e Pippo Galli dopo, quello dei fratelli Mineo il segretario Giovanni e il medico sportivo Saro. Il Catania del mister Piero Andreoli, di capitan Fusco, di Seveso di Quoiani proprio quello che era stato promosso in serie A e che al rientro da Como dopo l'ultima partita fu accolto da una marea di tifosi alla stazione di Giarre e dal sindaco La Ferlita a Palazzo degli Elefanti. E poi i giocatori che frequentavano il barbiere Giovanni in via lago di Nicito o il ristorante di Ibri Finocchiaro in via Euplio Rejna o utilizzando li filobus andavano agli allenamenti al Cibali. Parla e ricorda Enzo Bearzot e mi sembra di rivedere un documentario di Ugo Saitta con le immagini della città felice e piena di speranze che c'era: la via Etnea lucida d'acqua che profuma di lavanda a Villa Bellini che vibra degli ottoni della banda civica diretta dal maestro Pennacchio, il treno che sferraglia sulla scogliera di Guardia Ognina e di San Giovanni Li cuti e poi il nuovo palazzo di Giustizia che si inaugura e hotel Excelsior che emerge dalle lave di piazza Esposizione. Catania del "passiaturi" di piazza dei Martiri, della pasticceria svizzera di via Etnea con l'elegante Peppino Nicolosi gran maestro del caffè espresso, gli arancini di Giardini e la cordialità di un'altro Peppino, il commendator Lorenti nel gran caffè di piazza Giovanni Verga. Catania, quella del fortunato programma radiofonico "Tutta la città ne parla", quella che accoglie Emma Bonino miss Italia 1954 e il lido dei Ciclopi che seleziona le candidate del concorso Miss Sicilia 53 e "forse stasera canta Don Marino Barreto". Lo vedo allontanarsi, attento e protettivo, dando il braccio alla moglie, lo seguo mentre scompare tra la folla che sciama e si disperde sul marciapiede e la sua figura ormai lontana mi pare che sulle spalle leggermente ricurve abbia posata ancora la maglia con i colori rosso-azzurri. Sembra dirigersi verso la tribuna B, verso l'abbraccio dei tifosi del Cibali al suo centro mediano, verso la sua stagione giovanile che alimentava i miei sogni di bambino sempre in bilico tra le trecce bionde di Iva Piram e le mani enormi di quella saracinesca umana che suppongo sia stato il riminese Giano Pattini. (Lino Serrano – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004) |

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Bulgarelli a Catania, stile e competenza.
Un
campione elegante e garbato in campo. Un uomo gentile e per bene nella
vita. Insomma Giacomo Bulgarelli, "Giacomino" per i tanti
amici come me che hanno avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo e di
lavorare con lui, era davvero una persona splendida, di quelle con le
quali dovevi necessariamente instaurare un rapporto corretto e leale,
veroe sincero.
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di Ellebi 10.10.2009 - Dopo una lunga malattia è morto ieri a Melle l'ex centrocampista del Catania Horst Szymaniak, uno dei protagonisti dei fantastici anni '60 trascorsi dai rossazzurri in Serie A sotto la gestione di Ignazio Marcoccio in società e di Carmelo Di Bella in panchina. Nato il 29 agosto 1934 a Erkenschwick, in Germania, Szymaniak ha collezionato con la maglia del Catania 62 presenze e 8 reti in campionato, 2 presenze e 1 rete in Coppa Italia, oltre a due 2 presenze nelle Coppe Europee. Marcoccio lo portò in rossazzurro all'alba della stagione 1961-'62, strapandolo al Karlsruher e compiendo un colpo a sensazione, uno dei tanti che lo avrebbero reso celebre. Nel 1961 il possente centrocampista fu addirittura in lizza per il Pallone d'Oro, premio che poi fu assegnato ad Omar Sivori. Dopo la fortunata parentesi ai piedi dell'Etna, durata due stagioni, Szymaniak passò all'Inter, con cui vinse la Coppa dei Campioni, pur trovando pochisismo spazio in maglia nerazzurra, passò al Tasmania Berlino 1900, prima della parentesi al Biel-Bienne in Svizzera e dell'avventura statunitense con la formazione del St Louis Stars. Un
altro pezzo di storia rossazzurra dunque se ne va, ma rimane lo
splendido ricordo dei magici momenti che il gigante tedesco ha regalato
al pubblico del Cibali. Speriamo che il Catania possa ricordare
Szymaniak giocando con il utto al braccio la prossima gara di campionato
in programma contro il Cagliari il 18 ottobre prossimo.
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Nonno Ignazio
(di Alessandro Russo) - tratto da La Zona Franca - n. 10/2009 - Novembre.
Mi capita, ultimamente, di passare al telefono molto più tempo del solito. “ “Sissignore - provo goffamente a difendermi - ma il dottor Ignazio Marcoccio, monumento inossidabile di una Milano del sud rossazzurra d’elite, non a ma ricevere intrusi in casa.” “Si ricordi che ogni promessa è un debito e lei ci aveva prospettato un vero e proprio percorso di memoria storica del mondo sportivo etneo. Un’ultima cosa, caro il mio Russo: lasci perdere le opinioni del direttore Cagnes ! Incastri pure quei suoi cappelletti all’inizio di ogni articolo, chè a me piacciono, intesi ?” “Strana gente, i miei capi al giornale” penso mentre poso il cellulare in tasca. Così ora son qui che busso a casa Marcoccio. Accanto a me Filippo Solarino e Roberto Quartarone, due fra i più diligenti studiosi di storia del calcio catanese che io conosca. All’ingresso ci accoglie, cordiale e sorridente, il presidente onorario del Catania e del Teatro Stabile, novantasei anni appena compiuti, un concentrato di simpatia e umanità.
Quando
ero ragazzo, giocavo una partita dopo l’altra; mi torna in mente il
Duca di Misterbianco, un presidente che ci ha rimesso tanti soldini.
Aveva un ufficio di rappresentanza in via Etnea che poi divenne la sede
della società; ero un fanatico di pallone e facevo parte
dell’Associazione Fascista Calcio Catania. Giocavo all’ala sinistra
ma non sono arrivato in prima squadra; in compenso ci riuscì mio
fratello Umberto che era più bravo di me e giocò con la casacca
rossazzurra in serie C. Quando le forze alleate liberarono la città nel
’43, per un po’ i catanesi si concentrano sulla ricostruzione poi,
un giorno, qualcuno riprende a giocare. Ormai la società legata al
vecchio regime non esiste più e mancano veri appassionati in grado di
plasmarne una forte. Rinascono quattro squadre che poi diventano due, ma
lo spirito dei veri sportivi è immutato. Nel settembre ‘46 grazie
all’impegno di Gianni Naso viene firmata la carta che sancisce la
nascita della nuova società.
Ma quasi tutti i dirigenti e i giocatori erano quelli del vecchio
Catania, la maglietta è rimasta rossazzurra e anche lo stemma è
identico a quello precedente. Intanto mi trasferisco a Roma ed entro a far parte del C.O.N.I. poi nel ’59 vengo nominato Commissario straordinario di un club sull’orlo del baratro e senza soldi nemmeno per i dipendenti. Riesco a salvarlo e vi rimango alla guida per dieci anni: sono stati tornei bellissimi, sia in A che in B. Ho dato ciò che potevo, senza mai prendere una lira. Mi piaceva l’idea di competere con le società del nord e l’ho fatto per la mia città, non certamente per mettermi in mostra; sin dall’inizio ho cercato di smuovere le acque e far andare avanti una baracca malmessa. Ero ottimo amico di Angelo Moratti e in buoni rapporti con i più importanti presidenti così da Torino e Milano, tornavo a casa con buoni giocatori che ci consentivano di tenere alta la nostra bandiera. Mi
dicevano che avevo capacità manageriali, che ero un punto di
riferimento ma la verità era che non mi interessava il lucro. Formammo
una sorta di triplice alleanza; al mio fianco c’erano Michele
Giuffrida, un dirigente bravo come pochi nel condurre le trattative e
mister Carmelo Di Bella. Questi due signori erano formidabili a far
funzionare le cose. Il mio compito, invece, era spiegare ai calciatori
di non pensare a guadagni spropositati, anzi che si preoccupassero di
giocare bene e divertirsi. La squadra era una famiglia: si viveva
intensamente dentro e fuori dal campo. Mi è rimasto nel cuore Giorgio
Michelotti, difensore arcigno e grintoso; Quando nel 1969 la Federazione volle trasformare i club in società per azioni, ho capito che non c’era più spazio per me. Sapevo che prima o poi lo spirito vero dello sport ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Ricordo il momento in cui tutti noi dirigenti eravamo riuniti a Torino; c’era Umberto Agnelli e con lui gli altri presidenti, una confusione indescrivibile. Uno sbraita da un lato ‘Facciamo questa cosa !’, dal fondo della sala gli risponde un altro ‘No, facciamo questa !’ Dentro di me penso ‘Questi discorsi e questa baraonda non mi piacciono‘ e quando tocca a me dico: ‘Arrivederci e grazie, avete rovinato il calcio.’ La mia dichiarazione bomba è ancora annotata agli atti: prima non si pensava al dio denaro, ora è scomparso lo sport. Ho passato la mano, è venuto Angelo Massimino, un grande innamorato, uno che si esponeva in prima persona rischiando in proprio. Non è vero che avevamo un rapporto conflittuale, è stata la stampa a ricamarci su in questa vicenda. Il mio concetto di come fare sport non coincideva col suo e Massimino era troppo accondiscendente con i calciatori. Vengo trascinato in politica e nel ’72 sono primo cittadino. Sistemo piazza Europa, faccio il campo scuola e altri impianti di atletica. Tutti sanno che non sono lì per arraffare ma per mettere la mia esperienza al servizio della cittadinanza. A un certo punto capisco che anche da sindaco è meglio passare la mano; mi propongono di fare l’onorevole regionale. Rispondo: no, grazie…” È il congedo, lo sguardo e la voce di Ignazio Marcoccio tradiscono un pizzico di malinconia. “Grazie
per la visita, ragazzi. Io non amo parlare con la stampa, anche perché
ho una certa età. Ho fatto un’eccezione per voi, come l’ho fatta in
radio con Silvia Ventimiglia, che conosco da una vita e che mi chiama
affettuosamente ‘Nonno ‘Gnazio’.”
IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME "DAL FONDO UN TRAVERSONE"
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Fogli
mai ingialliti
(di Alessandro Russo) - tratto da Catania Magazine - novembre 2009
Estate 2009, movida catanese: strette di mano, pacche sulle spalle e strizzatine d’occhio. Quindi un salto indietro fino agli anni Settanta della storia rossazzurra: argomento scelto Romano Fogli. “Per uno come lui–parola di Roberto Quartarone, classe ’86, studente di Lingue con la testa al calcio e al basket - la fatidica frase ‘Una vita da mediano’ è riduttiva. Sono nato più di dieci anni dopo la sua partenza da Catania ma quando ne sento parlare penso a un centrocampista di valore assoluto. Immaginiamo Pirlo o De Rossi che a un tratto, seppur ancora capaci di giocare ad alti livelli, decidono di passare a una provinciale. Fogli veste il rossazzurro in un‘altalena di emozioni contraddittorie che ci vedono oscillare fra lo splendore della serie A e le buie cantine della C; nonostante fosse a fine carriera, con classe ed esperienza ha onorato quella maglia per quattro anni e con noi ha totalizzato 113 presenze e 3 reti.” L’ing. Antonio Buemi, 34 anni e alla perenne ricerca di soluzioni ordinarie, inserisce un tassello. “Con
Haller e Bulgarelli, negli anni Sessanta dava forma al centrocampo del
Bologna, incarnando lo stereotipo del mediano instancabile. Silvia Ventimiglia, irresistibile e romantica freelance viagrandese doc, raccoglie l’assist. “Io ho superato i quarant’anni e ricordo perfettamente quei quattro campionati da noi. Era un play-maker di qualità e la sua caratteristica principale era una continuità impressionante. Ho letto che da piccolo giocava in parrocchia e nelle piazze con una palla fatta di stracci e il debutto in A arrivò, del tutto inaspettato, a diciott’anni con la maglia granata del Toro. Dieci anni dopo era in nazionale nella sfortunata spedizione inglese ai Mondiali del ’66. Nell’estate ’70 Fogli è il botto etneo al calciomercato di Milano, il punto di forza della nostra campagna acquisti per irrobustire la zona nevralgica del campo. Diventa un riferimento per i compagni e tenta di mantener fermo il timone in anni non facili per il calcio catanese.“ “Quest’anno –le strappa la parola Cecilia Amenta, 35 anni, bionda come una spiga di grano e vivace più dell’ape maia- sono stata presente in tribuna al Massimino in quasi tutte le partite casalinghe. E’ capitato più volte, quando ci veniva assegnata una punizione dal limite, che i miei vicini di posto, due simpatici e brizzolati abbonati sulla sessantina, mormorassero a denti stretti ‘Ci vorrebbe un tiro alla Romano Fogli, una delle sue imprendibili punizioni a foglia morta che lasciavano il portiere ad acchiappar farfalle.” “Qualche
giorno fa –puntualizza la ventiseienne Antonietta Licciardello,
giornalista- l’ho sentito per un’intervista alla radio. ’Intanto
-queste le sue parole- ringrazio una città che mi ha voluto bene sin
dal primo momento e ancora una volta si è ricordata di me. Le mie
stagioni in Sicilia furono travagliate ma all’ombra dell’Etna mi
trovai benissimo. Venni giù a 32 anni Filippo Solarino, 42 anni, pubblicitario, rossazzurro fino al midollo apre l’album dei ricordi e chiude i lavori. “In un pomeriggio primaverile del ’72 –spiega- giochiamo al Vittorio Emanuele di Siracusa, in campo neutro, a causa di una delle tante giornate di squalifica del Cibali. Io ho 6 anni e l’avversario è il Modena; appena chiedo a mio padre come mai quel giocatore ha una fascia bianca sul braccio, mi risponde che è il 'capitano' e dai suoi piedi passano tutti i palloni importanti. Fogli è il regista, il simbolo indiscusso della squadra, il fine tessitore di gioco; polmoni d’acciaio e grande tecnica, è quello che detta i tempi. Dagli spalti e ancor di più dal campo, notavi il suo stile, la precisione dei passaggi, e sopratutto il suo carisma. L'ultimo ricordo che ho di Romano in maglia rossazzurra è il placcaggio a un invasore nel corso di un Catania-Novara, nello sfortunato torneo ’73-’74. Anche in quel gesto emerge la personalità di uno che non è abituato a tirarsi indietro.”
GIOVANNI LO FARO
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La filosofia da indiano di Luca Lugnan
"Ciao
Ale, -chiedo scusa, ma al telefono c'è il mio amico Mimmo Rapisarda-
solo un consiglio. Per il prossimo 'Golden ex' lascia perdere ciò che
non serve: le api, il supermercato, la tua amica che ti chiama per
strada, il campo di calcio di quando eri bambino.'Don't bury the lead'
dicono gli anglosassoni, non allontanarti dal fatto più importante.
Togli il superfluo e punta al cuore delle cose: più breve è il testo,
maggiore sarà il valore di ogni parola."
Alessandro Russo (Catania Magazine - marzo 2010)
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Quei «ragazzi» anni Settanta, «padri» del Catania di oggi
Estratti dal quotidiano La Sicilia (giugno 2010) - Giovanni Lo Faro

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Labrocca,
emozioni rossazzurre
Pezzetti di storia, tessere di un mosaico che, quasi per magia (e per
l'idea che ha felicemente ispirato Nino Cantone, ex centrocampista del
Catania in C e in B ma, soprattutto, catanese innamorato dei colori
rossazzurri), s'è ricomposto, in una calda domenica d'estate.
Risvegliando ricordi e scatenando emozioni.
Amarcord Lunedì 28 Giugno 2010
- Giovanni
Lo Faro
Benincasa, che cuore rossazzurro Giovanni
Lo Faro
Domenica 04 Luglio 2010
Ritornano quei due: Ciceri e Spagnolo Vialli-Mancini,
o magari, andando a ritroso, Pulici-Graziani. Gemelli del gol, ai massimi
livelli, coppie, in ogni caso, che hanno esaltato le platee calcistiche, e
non soltanto nazionali. Fatte le debite proporzioni, di gemelli del gol ne
può vantare pure il Catania. Giampaolo
Spagnolo è oggi un distinto signore poco più che sessantenne. Il fisico
rotondetto, i capelli bianchissimi, fatichi a vedere in lui l’attaccante,
agile e svelto, l’ala destra (a quei tempi di esterni ancora non si
parlava…) che faceva ammattire gli avversari, saltandoli come birilli
prima di puntare la rete. Poi,
largo ai ricordi, alle prodezze di quella stagione esaltante: diciotto
volte in gol, Claudio Ciceri mise la firma, con l’ex acese Fatta e con
Malaman, sull’ultima decisiva vittoria del Catania a Torre del Greco:
"Pomeriggio indimenticabile, quello, c’erano tifosi appollaiati
dovunque, al Liguori: segnai il primo gol, poi fu un trionfo".
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Alessandro Russo, brillante medico ortopedico catanese e collaboratore del Magazine "Calcio Catania" (da cui provengono i testi del Golden Ex), è l'autore del volume "Massimino, una vita per (il) Catania" e nipote del compianto ed indimenticabile Cavaliere.
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