QUELLI CHE HANNO FATTO GRANDE QUESTA SQUADRA

a cura di Alessandro Russo e Mimmo Rapisarda

 

La maggior parte dle merito di questo Tesoretto è da attribuire ad Alessandro Russo, che ringrazio pubblicamente per i suoi continui,  numerosi e preziosi contributi.

  Le sue sono autentiche chicche (firmate Catania Magazine) per la felicità di ogni tifoso rossazzurro. 

 

 

 

 

 

 

Caro tifoso, credi veramente di sapere tutto sul Calcio Catania ? In uscita a Novembre, in tutte le librerie d'Italia, la storia del calcio come non l'avete "mai" letta. Rivelazioni e dettagli dimenticati della storia del calcio rossazzurro.

 

Capitan Corti, siamo tutti con te.

"Gentile dott. Russo, speravo se in qualche modo la città di Catania avesse ricordi di Mario Corti, mio padre. Non è un bel periodo perchè la sua salute non è il massimo ma ho capito che a papà mancano tanto i vecchi tempi. Ho anche inserito un filmato su youtube intitolato 'Calcio Catania-capitano Corti'. Vorrei far sapere dove lo ha portato la sua passione per il pallone e spero che oltre ad essere ricordato come capitano della Catania serie A, si sappia che ha giocato e allenato in Serie A australiana fino a 42 anni, poi si è messo a fare solo l'allenatore. Mio padre è stato uno dei pionieri a sviluppare il football a livello professionale in Australia, poi è diventato campione del mondo di squash per i dopo 50. Lui mi ha insegnato tanto specialmente nella psicologia sportiva che applico negli arti marziali. Scusi i miei errori, sono in Italia da qualche anno ma l'inglese é la mia lingua madre. 

Ciao e grazie, Paul Corti,"
Tre minuti dopo aver letto questa missiva sono già al lavoro. Dal mio piccolo archivio storico rossazzurro estraggo un volumetto regalatomi dal collezionista Angelo Cocuzza. È un libricino genuino come le pagnotte casarecce di una volta, si intitola" Come siamo andati in serie A", è stato stampato nel giugno del '60 presso la Tipografia Etna di via Ventimiglia 13. Ma la cosa davvero importante è che trattasi di un'antologia di ricordi scritta di suo pugno da Mario Corti.
"L'idea di scrivere -inizio a leggere- un piccolo libro sul Catania e sulla mia carriera di calciatore mi venne un giorno di gennaio grigio e lungo, pieno soltanto di tanta pioggia. Il "Cibali" era un pantano e io e i miei compagni eravamo rimasti tappati negli spogliatoi rimandando all'indomani l'allenamento. Mentre gli altri scambiavano tra di loro le solite quattro chiacchiere, io invece mi tirai su il bavero dell'impermeabile ed uscii sulla pista a godermi la pioggia e a guardare le tribune vuote. Fu allora che pensai per la prima volta di raccontare agli sportivi rossazzurri i tanti episodi di cui è stata composta la promozione della 'loro' squadra in A, i tanti episodi di cui è infiorettata la breve carriera di un calciatore. Naturalmente mi auguro che nessuno rida di questo mio lavoro; il mio mestiere, lo sapete, è tirar calci a un pallone e non gingillarmi con le parole. Tuttavia spero di riuscire a trovare lo stesso quelle più indicate per farvi una breve storia del Catania 1959-'60, delle sue aspirazioni, delle sue battaglie, delle sue sofferenze (abbiamo avuto, sì, anche quelle), delle sue soddisfazioni. 

 Anzitutto è bene che mi presenti perché non sono affatto sicuro che tutti mi conoscono e ho una tremenda paura di sembrare uno che si sopravaluti. Dunque, mi chiamo Mario Corti e sono nato a Genova ventinove anni addietro, il 16 novembre del 1931. Genova, dovete sapere, è una gran bella città, grande e piena di sole come soltanto una città marinara può esserlo, con tante piazze dove i ragazzini vanno a giocare interminabili partite con una palla di stracci o, nei casi più fortunati, con un vecchio e rappezzatissimo pallone di cuoio. Cominciai anch'io così: marinavo la scuola, arrivavo in piazza, mettevo i libri a far da segnaporta e mi gettavo in mezzo alla mischia cercando di dare quante più pedate potevo al pallone. Dove andasse non importava, eravamo in tanti e quello che contava era riuscire ogni tanto a colpirlo con un calcione. Un giorno un capoccione che m'aveva visto giocare diverse partite pressoché regolari con sette da una parte e sette dall'altra e tempi variabili da mezz'ora ad un'ora, mi chiamò a sè: "Mario, giovedì procurati un paio di scarpe come quelli che usano i veri calciatori, proprio da football insomma, e aspettami alle 16 in piazza De Ferrari. Voglio farti vedere da quelli della Sampdoria, mi pare che cercano un elemento come te per la squadra ragazzi'. Cominciò così la mia carriera, avevo 13 anni e l'anno appresso ero centromediano titolare della squadra ragazzi della Sampdoria dove rimasi a farmi le ossa fino ai 17 anni. Così è cominciata la mia vita di calciatore. Niente di speciale, ma ho voluto raccontarvela così saprete che razza d'uomo è quello che alla domenica si mette sulle spalle la maglia rossazzurra numero 6 e che s'è ficcato in testa di buttar giù i capitoli che seguiranno… "

A questo punto, rimetto il prezioso volumetto al suo posto, mi siedo e compongo il numero di un grande conoscitore di calcio catanese. " Mario Corti -mi spiega con calma Raffaello Brullo- è un vero capitano. L'ho sentito un annetto fa, quando mi ha detto testualmente che 'avere un siciliano per amico non è una cosa facile ma, quando ce l'hai, è per il resto della vita'. Da noi arriva nella stagione 57-'58, dove ritrova Gipo Poggi, il tecnico che l'ha cresciuto e fatto esordire in A con i blucerchiati. Il suo costo è di 14 milioni di lire, il suo ruolo è laterale difensivo ma se la cava bene anche da interno e da libero. Con lui il primo anno si ottiene un dignitoso piazzamento di centro classifica, mentre la stagione successiva si rischia di ruzzolare in C. Il terzo campionato, stagione 1959-60, coincide con l'arrivo di Ignazio Marcoccio, con la conferma di Carmelo Di Bella e con il ritorno in A. È il '60 e Mario rimane per altri quattro memorabili campionati di A diventando, guida, bandiera e punto di riferimento per l'intera combriccola. Ama fare scherzi terribili ma sa come mantenere alta la concentrazione del gruppo. Lo chiamano 'signor Smemoranda' per via delle continue dimenticanze, in campo è però uno con gli attributi e negli spogliatoi prima di una gara tosta, carica i compagni gridando 'Due palle abbiamo noi e due ne hanno loro'. Negli anni trascorsi qui il suo rendimento è all'apice tanto che 'Il calcio italiano' lo definisce tra i migliori laterali della A. Apre perfino un ristorante in Piazza Trento, poi dopo 200 partite in rossazzurro passa al Paternò in D. L'anno seguente, nel '65, emigra in Australia e va a giocare nell'Adelaide Juventus. Un giorno, poi, arriva la notizia di un'inchiesta su una presunta combine in Catania-Sampdoria 1-5 dell'aprile '64. Mario Corti viene additato da un tale, che mi pare si chiami Antonio Pettinato, quale responsabile del fattaccio, ma sono tutte fandonie tanto è vero che le indagini non portano a nulla, se non ad un amaro sipario per uno dei più grandi protagonisti del pallone etneo".

Mario Corti oggi

 

4 giugno 1961

 

quel giorno c'erano questi: Gaspari Michelotti Giavara Ferretti Grani Corti Caceffo Biagini Calvanese Prenna Castellazzi 

e pure questi: Da Pozzo Picchi Facchetti Bolchi Guarneri Balleri Bicicli Lindskog Firmani Corso Morbello (clicca per risoluz.orig.)

arbitro: De Marchi di Pordenone

Clamoroso al Cibali. Il grido di Sandro Ciotti a Tutto il Calcio minuto per minuto il 4 giugno del 1961 è entrato nella storia, il Catania ha battuto l'Inter di Herrera per 2-0
Ricordo di quel mitico Catania, da allora simbolo della riscossa delle provinciali

CLAMOROSO AL CIBALI è diventato uno slogan, ha dato nome a siti internet, lo sentiamo tirare in ballo quando c'è un risultato clamoroso, fa da contenitore di storie di bidoni, di imprese singolari.
La partita del "clamoroso al Cibali", urlato da Ciotti al secondo gol rossazzurro l'abbiamo ricostruita con le testimonianze dei giocatori del Catania che erano in campo quel giorno. E vinsero 2-0

L'ANTEFATTO - Ultima giornata di campionato. L'Inter è seconda in classifica a due punti dalla Juve.
Ma dopo si dovrà ripetere Juventus-Inter, lo scudetto è ancora possibile. La partita si era giocata in campionato il 16 aprile ed era stata sospesa dall'arbitro Gambarotta perché oltre cinquemila spettatori che non avevano trovato posto sugli spalti si erano piazzati a bordo campo. Decisione della disciplinare: 0-2 per l'Inter. La Juve non ci sta, presenta ricorso (Umberto Agnelli è presidente della Juventus e della Figc). La Caf, proprio alla vigilia di Catania-Inter, decide che la partita dovrà ripetersi, Per l'Inter è una brutta mazzata, ma non è ancora tutto perduto. Invece….
LA VENDETTA - Il Catania, neo promosso in A, è la rivelazione del campionato. Alla penultima di andata è secondo a due punti dall'Inter, che dovrà affrontare a San Siro. Il Catania ne prende cinque, quattro sono autoreti. Helenio Herrera dichiara a fine partita: "Abbiamo
battuto una squadra di postele-grafonici". E il Catania se la lega al dito.
Così ricordava Memo Prenna (1930-2008) centrocampista e leader della squadra: "Per come avevamo giocato forse aveva pure ragione, quattro autoreti sono un po' troppe. Ma ci siamo guardati in faccia promettendoci vendetta".
Aggiunge Amilcare Ferretti, mediano che giocò poi nella Fiorentina e nel Torino: "Herrera involontariamente ci diede una carica enorme. Dopo il 5-0 di San Siro abbiamo battuto il Milan per 4-3. Raccontano che Herrera abbia detto all'interista Bicicli: ti mando a giocare con i postelegrafonici". E Mario Castellazzi, autore del primo gol: "Eravamo un gruppo unito, Prenna era un vero capitano anche fuori dal campo. Ci invitava a casa sua, eravamo decisi a vendicarci".FATE I BRAVI - Giorgio Michelotti, terzino, rivela un particolare: "Qualche giorno prima della partita vennero i dirigenti ad offrirci un premio doppio se avessimo lasciato vincere l'Inter. Ci alzammo tutti in piedi: 'No, ci dispiace. Ce la giochiamo'. E giocammo alla morte".
"Quella partita - aggiunge il portiere Gaspari - l'abbiamo preparata noi giocatori. Abbiamo mandato tutti fuori, Di Bella, i dirigenti, ci tenevamo troppo".
"E comunque quel Catania poteva vincere con chiunque", ricorda il centravanti argentino Salvador Calvanese, che è ritornato nel 1974 nella sua Buenos Aires e che abbiamo rintracciato in vacanza a Bariloche.
LA PARTITA - "La palla loro l'hanno vista poco - dice Ferretti - Mi hanno detto che in tribuna c'era anche Suarez che l'Inter aveva acquistato per la stagione successiva. Mi sono divertito tanto, il Cibali era un inferno per gli avversari, quell'anno riuscì a vincere solo la Juve". E il fondo campo catanese non era il massimo. Nelle note di quella partita la Gazzetta scrive: "Terreno con qualche vago presentimento d'erba".
Non può dimenticarla nemmeno Alvaro Biagini, centrocampista: "Mi sono sposato tre giorni dopo. Ricordo un torello fatto da me, Calvanese e Ferretti con Facchetti frastornato tra gli olè del pubblico. Conservo una foto di Gaspari portato in trionfo dai tifosi catanesi".
E Prenna: "I nostri tifosi intonarono un ironico Herrera cha cha cha. E quando Calvanese capitava vicino alla panchina dell'Inter, stoppava la palla col sedere sotto gli occhi del mago". Michelotti: "Facchetti era così confuso da sbagliare spogliatoio a fine partita".
Gaspari dopo la partita andò a salutare i giocatori dell'Inter nel loro albergo. "Avevo giocato a Livorno con Picchi e Balleri. Erano amareggiati. Balleri si era fatto pure espellere. Mi dissero: ci avete rovinato".

La Juve, pareggiando in casa col Bari, vinse lo scudetto. A quel punto la ripetizione della partita diventava ininfluente. Il 9 giugno l'Inter mandò in campo per protesta una squadra di ragazzini. Finì 9-1 per la Juventus, con sei gol di Sivori, che però non riuscì a vincere la classifica dei marcatori. Il gol per l'Inter venne segnato dal debuttante Sandro Mazzola. Fu anche l'ultima partita di Boniperti
CHE GOL - Il primo fu di Castellazzi: "Me lo ricordo benissimo, respinta della difesa dell'Inter, stop di petto e tiro a volo all'incrocio, Me ne annullarono un altro, presi una traversa. Poteva finire anche 4-0".
"Ricordo che fu un golazo, anche se ho dimenticato come si sviluppò l'azione", afferma Calvanese, commosso a sentir parlare di Catania, di quella partita. Con un rimpianto. "Dopo aver giocato nel Catania, avevo cominciato ad allenare i ragazzi del vivaio rossazzurro molti erano pronti per diventare titolari. Massimino non voleva saperne. Un giorno (all'inizio della stagione 1971-72 n.d.r.) offre a me la panchina della prima squadra. Io gli dico che preferisco restare con i giovani anche perché non ho il tesserino di allenatore, Lui insiste. La Federcalcio non lo consentì e io rimasi fuori sia dalla prima squadra che da quella ragazzi. Ecco perché ho lasciato Catania".
Ma lui resterà sempre quello di Clamoroso al Cibali. Nato per colpa di Helenio Herrera.

Fonte: www.gazzetta.it - Testo di Giuseppe Bagnati

 

Tre storiche vittorie del Catania sull’Inter, tutte al Cibali.

4 giugno 1961: Catania-Inter 2-0. La domenica precedente, penultima di campionato, la vetta della classifica: Inter e Juventus punti 46, Milan 44, anche perchè i nerazzurri hanno vinto a tavolino il confronto diretto, sospeso al 30’ per invasione pacifica del campo. Ci si dovrebbe avviare ad uno spareggio...
Ma a metà settimana avviene il più diabolico colpo di scena: a Roma, la Commissione d’appello annulla la delibera del giudice sportivo, ordinando la ripetizione dell’incontro, a campionato concluso. L’alta classifica cambia volto: Juventus 46, Inter e Milan 44. E così la Juve, che può pareggiare (1-1) in casa con il Bari (portandolo agli spareggi-salvezza con Udinese e Lecco), è campione d’Italia, mentre la più frastornata Inter si fa infinocchiare al Cibali.
Biagini, Ferretti e Corti dirigono alla grande l’orchestra della squadra etnea, che dà un severo colpo di spugna allo 0-4 d’andata - con quattro autoreti - mortificato dall’appellativo di postelegrafonici. Reti: Castellazzi al 25’ e Calvanese al 70’. Catania: Gaspari; Michelotti, Giavara; Ferretti, Grani, Corti; Caceffo, Biagini, Calvanese, Prenna, Castellazzi. All. Di Bella. Inter: Da Pozzo; Picchi, Facchetti; Bolchi, Guarneri, Balleri; Bicicli, Lindskog, Firmani, Corso, Morbello. All. Herrera.
30 settembre 1962: Catania-Inter 1-0. È la terza giornata; il Catania è reduce da due pari sui campi di Torino (1-1) e Spal (2-2), invece l’Inter - poi campione d’Italia - dal pari esterno con il Mantova (0-0) e dalla vittoria casalinga sul Lanerossi Vicenza (1-0). Al Cibali i nerazzurri si confermano fuori corda, nè miglioreranno 8 giorni dopo a Palermo (1-1). E il Milan fa invano la corte al portierone Vavassori, che il Catania valuta la favolosa - per l’epoca - cifra di 100 milioni; ma il club rossonero ribatte invano: 70 milioni, più il terzino Zagatti. Rete: Milan al 63’. Catania: Vavassori; Giavara, Rambaldelli; Corti, Bicchierai,
Benaglia; Vigni, Szymaniak, Calvanese, Milan, Prenna. All. Di Bella. Inter: Lorenzo Buffon; Picchi, Facchetti; Dellagiovanna, Guarneri, Masiero; Bicicli, Bettini I, Hitchens, Corso, Morbello. All. Herrera.
20 febbraio 1966: Catania-Inter 1-0. Ventiduesima giornata. Il Catania, che retrocederà con Sampdoria e Varese ma che grazie a questo successo balza dal penultimo al terzultimo posto, è reduce da un buon pari a Firenze (0-0); l’Inter - che vincerà lo scudetto - da diciassette risultati utili, cioè dieci vittorie e sette pareggi (una sola sconfitta, a Roma 0-2, il 26 settembre). Protagonista è Carlo Facchin, che firma il gol decisivo, colpisce un palo e si vede annullare un’altra rete. Rete: Facchin al 19’. Catania: Vavassori; Buzzacchera, Puccini; Fantazzi, Lampredi, Bicchierai; Fanello, Artico, Petroni, Cella, Facchin. All. Di Bella. Inter: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Cappellini. All. Herrera. Arbitro: D’Agostini di Roma.
GAETANO SCONZO (La Sicilia del 12.3.2010)

 

 

Giorgio Bernardis, cavaddu pazzu.

Qualche giorno fa ho incontrato il dottor Lucio De Odorico, stimato medico di base operante nel nostro paese, ma pure presidente dell’Udinese Club Romans, il quale si apprestava a guidare i supporters bianconeri romanesi nella trasferta, dal chiaro sapore turistico, fino a Catania, in occasione della sfida di serie A, che l’Udinese era chiamata a disputare contro la formazione sicula stessa. Per l’occasione ho fatto presente al nostro medico, che una volta giunto laggiù avrebbe potuto far presente e vantare, con legittimo orgoglio, qualora avesse avuto modo di scambiare qualche battuta o intavolare un discorso coi tifosi del Catania, che negli anni Sessanta e Settanta, ad ingrossare le file della formazione locale c’era pure un nostro glorioso calciatore proveniente dalla Pro Romans, ovvero Giorgio Bernardis, attaccante prima, centrocampista e difensore poi, nato a Campolongo al Torre (Ud) il 22 giugno 1945, il quale dopo aver militato nelle formazioni giovanili e nella prima squadra della Pro Romans, nel 1963, assieme a Giorgetto Zoff, venne ceduto al Mantova, con la cui compagine ha esordito in seria A nella stagione 1964/65, collezionando tre presenze. “Cavallo pazzo”, Bernardis, come lo chiamavano allora i tifosi della Pro Romans, è passato quindi per una stagione in forza all’Empoli in serie C, poi per due stagioni nella stessa serie col Pesaro, mentre nella stagione 1968/69 finì al Catania in serie B, dove rimase per 6 stagioni, di cui una in serie A nel campionato1970/71, collezionando 30 presenze con 2 reti all’attivo. Nel novembre 1973 Bernardis venne prelevato dal Lanerossi Vicenza in serie A, con la cui formazione rimase in forza per tre stagioni, di cui due in serie A. Complessivamente il nostro Bernardis, che oggi vive a Reggio Emilia, dove esercita la professione di fisioterapista, vanta 55 presenze in serie A, con 5 reti all’attivo; 112 in serie B, dove ha siglato 11 reti, mentre in serie C conta 97 presenze con 6 reti all’attivo. E proprio pensando al nuovo libro della Pro Romans, ho desiderato contattarlo telefonicamente, sia per chiedergli una foto con dedica con cui impreziosire il nostro libro, ma ancor più ero mosso dal desiderio di risentirlo, considerando che non l’ho più incontrato dopo aver militato assieme a lui nella Pro Romans e dopo la trasferta a Mantova del 1963, quando in tre, lui, Giogetto Zoff ed il sottoscritto, abbiamo sostenuto quel provino calcistico alla corte dell’Ozo Mantova. Un provino che mise giustamente in risalto le doti dei due miei compagni di squadra, che io non potevo vantare, tant’è che Giorgio Bernardis e Giorgetto Zoff, hanno in seguito militato nella massima serie calcistica italiana. Ma tornando al capitolo libro, sono riuscito a mettermi in contatto con l’amico Bernardis e l’ho trovato come l’avevo lasciato, vale a dire una persona molto semplice, spontanea e genuina, come del resto rimangono tutte quelle persone che hanno dovuto guadagnarsi la carriera col sudore, la costanza, tanto impegno e massima applicazione. E la conferma che portava ancora con sé quei preziosi valori morali mi è giunta dalla foto che mi ha gentilmente spedito e che qui vi allego, in cui emerge, forse inconsciamente, tutto il suo non proprio agevole passato, che ritengo si possa intravedere pienamente nella dedica che impreziosisce la foto in cui si legge testualmente: “Agli sportivi della Pro Romans in ricordo dei tanti chilometri percorsi in bicicletta per giocare a pallone. Con affetto Bernardis Giorgio”.
Bisogna sapere, infatti, che Bernardis ai tempi in cui militava nelle file della Pro Romans, vale a dire nei primi anni Sessanta, lavorava in una fabbrica del triangolo della sedia, mi pare fosse Manzano o altra località limitrofa, che giornalmente, partendo da Campolongo, raggiungeva in sella alla propria bicicletta, mentre al ritorno allargava il suo giro ciclistico toccando Romans nei giorni in cui doveva sostenere le sedute di allenamento con la Pro. Sacrifici che evidentemente gli sono rimasti impressi nella mente, esternandoli forse proprio attraverso la significativa dedica che ha regalato ai suoi ex sostenitori giallo-rossi. Spero proprio che il 30 dicembre, in occasione della presentazione del libro, possa essere presente pure lui. “Se per caso mi trovo a Campolongo, dove faccio spesso ritorno - mi ha confidato - sarò ben lieto di venire a Romans”. Lo speriamo tutti.

dal sito della Pro Romans di Udine

Enzo Bearzot

 

La circolare 94 scivolava veloce sulla corsia preferenziale,un fiume di asfalto che ricopre un'antica cerchia dei navigli fiancheggiato dagli alti complessi residenziali del centro storico della città. Correva il bus arancione col suo carico di passeggeri che il primo tepore della primavera aveva sospinto fuori delle case, in marcia verso gli uffici, i centri commerciali e gli eleganti negozi del cuore della city milanese.

A una fermata una coppia di coniugi anziani era salita e facendosi largo tra la folla aveva trovato un posto. Lei un volto sereno, una chioma argentata s'era accomodata, lui, quasi a proteggerla, le era rimasto accanto in piedi, il viso che pareva scavato in un tronco di un secolare legno montano, lo sguardo che scrutava il percorso o immaginava orizzonti tempi e momenti già vissuti.

Qualcuno lo riconosceva e sorrideva; non doveva essere impresa difficile perché tante volte i giornali, la televisione avevano riproposto una delle immagini più note del CT azzurro incollato all'immancabile pipa mentre sull'aereo presidenziale affronta l'interminabile scopone col presidente della Repubblica Sandro Pertini che riporta a casa la nazionale di calcio reduce da Madrid, campione del inondo 1982.

Mi trovai così per caso e per la seconda volta accanto a Enzo Bearzot.

La prima accadde in una sera quasi estiva di tanti anni prima. Sulla terrazza del mio vicino di casa in cui un muretto rendeva facili le relazioni tra le due famiglie, un gruppo di amici si era riunito per cenare e prendere un pò di fresco facendo quattro chiacchiere sotto le stelle. Noi bambini, insieme a qualche amichetto che abitava nel palazzo eravamo stati invitati per fare compagnia alle tre figlie del padrone di casa, un giovanotto di Livorno che si chiamava Alfredo Piram, il capitano del Catania, il club calcio che militava in serie B al cui vertice stava Arturo Michisanti l'uorno che gestiva, attraverso la Sisam, i servizi di nettezza urbana della città. C'erano Klein, Bassetti, l'immancabile portiere Pattini, Brondi. Manenti e proprio lui, Enzo Bearzot il mediano friulano che, proveniente dall'Inter, giocava nelle file rossazzurre.

Da quell'incontro erano trascorsi più di cinquant'anni ma, trovandomi accanto al mediano della squadra che per la prima volta nel 1954 esordì in serie A mi colse la stessa emozione di quella sera in cui gli chiesi l'autografo.

Confesso che provai ad avvicinarlo in maniera un pò goffa; avrei potuto chiedergli degli azzurri di Spagna, di Tardelli o di Altobelli, avrei potuto strappargli un giudizio sul momento del calcio italiano, sulla proposta di legge per evitare la bancarotta delle società. Riuscii a mormorare soltanto: Tosso stringerle la mano? lo sono di Catania".

Si illuminò il suo volto e il suo cuore, che portava sulle spalle leggermente ricurve settantasette primavere, suppongo abbia avuto un leggero sussulto. Mi rispose con un sorriso: Io avevo la casa ad Acitrezza".

La circolare si era leggermente svuotata e correva veloce lungo il fiume della sua corsia preferenziale. Mi parve, a un certo punto, che cercasse l'azzurro mare dei Ciclopi quando Enzo, l'ex ragazzo di Mariano del Friuli, cominciò a coniugare i verbi della sua memoria.

lo mi ricordo. . .- disse - E giù col Catania di Michisanti prima e di Nuccio Rizzo, Seba D'Amico e Pippo Galli dopo, quello dei fratelli Mineo il segretario Giovanni e il medico sportivo Saro. Il Catania del mister Piero Andreoli, di capitan Fusco, di Seveso di Quoiani proprio quello che era stato promosso in serie A e che al rientro da Como dopo l'ultima partita fu accolto da una marea di tifosi alla stazione di Giarre e dal sindaco La Ferlita a Palazzo degli Elefanti.

E poi i giocatori che frequentavano il barbiere Giovanni in via lago di Nicito o il ristorante di Ibri Finocchiaro in via Euplio Rejna o utilizzando li filobus andavano agli allenamenti al Cibali. Parla e ricorda Enzo Bearzot e mi sembra di rivedere un documentario di Ugo Saitta con le immagini della città felice e piena di speranze che c'era: la via Etnea lucida d'acqua che profuma di lavanda a Villa Bellini che vibra degli ottoni della banda civica diretta dal maestro Pennacchio, il treno che sferraglia sulla scogliera di Guardia Ognina e di San Giovanni Li cuti e poi il nuovo palazzo di Giustizia che si inaugura e hotel Excelsior che emerge dalle lave di piazza Esposizione. Catania del "passiaturi" di piazza dei Martiri, della pasticceria svizzera di via Etnea con l'elegante Peppino Nicolosi gran maestro del caffè espresso, gli arancini di Giardini e la cordialità di un'altro Peppino, il commendator Lorenti nel gran caffè di piazza Giovanni Verga. Catania, quella del fortunato programma radiofonico "Tutta la città ne parla", quella che accoglie Emma Bonino miss Italia 1954 e il lido dei Ciclopi che seleziona le candidate del concorso Miss Sicilia 53 e "forse stasera canta Don Marino Barreto".

Lo vedo allontanarsi, attento e protettivo, dando il braccio alla moglie, lo seguo mentre scompare tra la folla che sciama e si disperde sul marciapiede e la sua figura ormai lontana mi pare che sulle spalle leggermente ricurve abbia posata ancora la maglia con i colori rosso-azzurri. Sembra dirigersi verso la tribuna B, verso l'abbraccio dei tifosi del Cibali al suo centro mediano, verso la sua stagione giovanile che alimentava i miei sogni di bambino sempre in bilico tra le trecce bionde di Iva Piram e le mani enormi di quella saracinesca umana che suppongo sia stato il riminese Giano Pattini.

(Lino Serrano – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004)

Bulgarelli a Catania, stile e competenza.


di Andrea Lodato - la Sicilia, 15.2.2009

Un campione elegante e garbato in campo. Un uomo gentile e per bene nella vita. Insomma Giacomo Bulgarelli, "Giacomino" per i tanti amici come me che hanno avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo e di lavorare con lui, era davvero una persona splendida, di quelle con le quali dovevi necessariamente instaurare un rapporto corretto e leale, veroe sincero.
E in quei sei mesi della stagione calcistica 1984-'85, quando il Catania del presidentissimo Angelo Massimino gli affidò il ruolo di direttore sportivo in serie B, tra me, giovanissimo cronista sportivo di questo quotidiano, e Lui, ex calciatore di chiara fama e di classe cristallina e dirigente alle prime esperienze importanti, era davvero nato subito un rapporto speciale.
Sì, è proprio così, forse in me, e per la verità anche in qualche altro giovane collega di allora, Giacomino aveva visto più un figlio, un ragazzotto pieno di buona volontà che cominciava ad affrontare con impegno la difficile ma affascinante vita del giornalista, e quindi, da buon padre di famiglia, da bolognese tutto d'un pezzo, nei miei confronti aveva quasi un occhio di riguardo, che cercai di meritarmi sempre.
Ma c'è da dire che Bulgarelli, arrivato con il tecnico Mimmo Renna in un Catania appena tristemente retrocesso dalla serie A dopo una stagione disastrosa nella quale aveva racimolato la miseria di 12 punti,
aveva subito affascinato tutti con il suo garbo da gentiluomo vecchio stampo, coi suoi occhi buoni dal colore ceruleo, con la riga dei capelli sempre ordinata, col suo dialetto bolognese simpatico e forbito, con la sua passione per la buona tavola e per il vino di qualità, con le sue idee moderne e innovative in campo calcistico, con la sua storia di atleta serio e di gran classe.
In quei sei mesi in rossazzurro mi parlò di tante storie della sua vita, belle e brutte. Era orgoglioso delle 486 partite giocate sempre e solo con la maglia del Bologna, dell'unico scudetto vinto coi felsinei nello storico spareggio del 1964 a Roma contro la grande Inter del mitico Helenio Herrera e del titolo europeo conquistato nel 1968 con la Nazionale, di cui faceva parte anche il catanesissimo Pietruzzo Anastasi.
Gli bruciava, invece, ancora la sconfitta subita nel 1966 ai Mondiali d'Inghilterra contro i dilettanti della Corea del Nord e mi parlava spesso anche di quel rigore "inesistente" fischiatogli a favore dall'arbitro Gonella nell'altrettanto famosa finale di Coppa Italia tra Palermo e Bologna. "E' vero, quel rigore non c'era, ma il Palermo in quella partita si mangiò almeno dieci gol", ripeteva con la solita onestà quasi a giustificarsi ancora nei confronti del Palermo, squadra con la quale per altro lavorò dopo aver lasciato il Catania.
Questo era Bulgarelli, che voleva rilanciare la squadra rossazzurra ma alla fine non riuscì a trovare il feeling giusto con Massimino, nonostante la stima reciproca. E così, prima che quel campionato finisse, andò via, sempre con grande stile e con una classe immensa. Quella stessa con la quale volava sul campo insieme con i campionissimi di allora Rivera e Mazzola, con la quale ha vissuto tutta la sua vita e della quale, chi lo ha conosciuto, non si dimenticherà mai.

 

Addio a Horst Szymaniak

di Ellebi

10.10.2009 - Dopo una lunga malattia è morto ieri a Melle l'ex centrocampista del Catania Horst Szymaniak, uno dei protagonisti dei fantastici anni '60 trascorsi dai rossazzurri in Serie A sotto la gestione di Ignazio  Marcoccio in società e di Carmelo Di Bella in panchina.

Nato il 29 agosto 1934 a Erkenschwick, in Germania, Szymaniak ha collezionato con la maglia del Catania 62 presenze e 8 reti in campionato, 2 presenze e 1 rete in Coppa Italia, oltre a due 2 presenze nelle Coppe Europee.

Marcoccio lo portò in rossazzurro all'alba della stagione 1961-'62, strapandolo al Karlsruher e compiendo un colpo a sensazione, uno dei tanti che lo avrebbero reso celebre. Nel 1961 il possente centrocampista fu addirittura in lizza per il Pallone d'Oro, premio che poi fu assegnato ad Omar Sivori. Dopo la fortunata parentesi ai piedi dell'Etna, durata due stagioni, Szymaniak passò all'Inter, con cui vinse la Coppa dei Campioni, pur trovando pochisismo spazio in maglia nerazzurra, passò al Tasmania Berlino 1900, prima della parentesi al Biel-Bienne in Svizzera e dell'avventura statunitense con la formazione del St Louis Stars.

Un altro pezzo di storia rossazzurra dunque se ne va, ma rimane lo splendido ricordo dei magici momenti che il gigante tedesco ha regalato al pubblico del Cibali. Speriamo che il Catania possa ricordare Szymaniak giocando con il utto al braccio la prossima gara di campionato in programma contro il Cagliari il 18 ottobre prossimo.
http://diariossazzurro.altervista.org/modules.php?name=News&file=article&sid=434

 

Nonno Ignazio

 

(di Alessandro Russo) - tratto da La Zona Franca - n. 10/2009 - Novembre.

 

Mi capita, ultimamente, di passare al telefono molto più tempo del solito.

Sono sei mesi - mi strilla l’editore all’orecchio destro- che aspettiamo questa ‘famosa’ intervista per La Zona Franca… “

“Sissignore - provo goffamente a difendermi - ma il dottor Ignazio Marcoccio, monumento inossidabile di una Milano del sud rossazzurra d’elite, non a ma ricevere intrusi in casa.”

“Si ricordi che ogni promessa è un debito e lei ci aveva prospettato un vero e proprio percorso di memoria storica del mondo sportivo etneo. Un’ultima cosa, caro il mio Russo: lasci perdere le opinioni del direttore Cagnes ! Incastri pure quei suoi cappelletti all’inizio di ogni articolo, chè a me piacciono, intesi ?”

“Strana gente, i miei capi al giornale” penso mentre poso il cellulare in tasca.

Così  ora son qui che busso a casa Marcoccio. Accanto a me Filippo Solarino e Roberto Quartarone, due fra i più diligenti studiosi di storia del calcio catanese che io conosca.

All’ingresso ci accoglie, cordiale e sorridente, il presidente onorario del Catania e del Teatro Stabile, novantasei anni appena compiuti, un concentrato di simpatia e umanità.

Il pallone di oggi è marcio, – esordisce con una voce carica di energia- una volta non era così, in generale fare sport era una cosa magnifica, c’era un entusiasmo goliardico, ora c’è un carrozzone che va verso un pericoloso declino. Niente di genuino, solo un mero interesse economico, per questo da un giorno all’altro io ho mollato e non sono più andato allo stadio. Non è sport, questo, ma un pretesto per riscuotere denaro.

Quando ero ragazzo, giocavo una partita dopo l’altra; mi torna in mente il Duca di Misterbianco, un presidente che ci ha rimesso tanti soldini. Aveva un ufficio di rappresentanza in via Etnea che poi divenne la sede della società; ero un fanatico di pallone e facevo parte dell’Associazione Fascista Calcio Catania. Giocavo all’ala sinistra ma non sono arrivato in prima squadra; in compenso ci riuscì mio fratello Umberto che era più bravo di me e giocò con la casacca rossazzurra in serie C. Quando le forze alleate liberarono la città nel ’43, per un po’ i catanesi si concentrano sulla ricostruzione poi, un giorno, qualcuno riprende a giocare. Ormai la società legata al vecchio regime non esiste più e mancano veri appassionati in grado di plasmarne una forte. Rinascono quattro squadre che poi diventano due, ma lo spirito dei veri sportivi è immutato. Nel settembre ‘46 grazie all’impegno di Gianni Naso viene firmata la carta che sancisce la nascita della nuova società. Ma quasi tutti i dirigenti e i giocatori erano quelli del vecchio Catania, la maglietta è rimasta rossazzurra e anche lo stemma è identico a quello precedente.

Intanto mi trasferisco a Roma ed entro a far parte del C.O.N.I. poi nel ’59 vengo nominato Commissario straordinario di un club sull’orlo del baratro e senza soldi nemmeno per i dipendenti. Riesco a salvarlo e vi rimango alla guida per dieci anni: sono stati tornei bellissimi, sia in A che in B. Ho dato ciò che potevo, senza mai prendere una lira. Mi piaceva l’idea di competere con le società del nord e l’ho fatto per la mia città, non certamente per mettermi in mostra; sin dall’inizio ho cercato di smuovere le acque e far andare avanti una baracca malmessa. Ero ottimo amico di Angelo Moratti e in buoni rapporti con i più importanti presidenti così da Torino e Milano, tornavo a casa con buoni giocatori che ci consentivano di tenere alta la nostra bandiera.

Mi dicevano che avevo capacità manageriali, che ero un  punto di riferimento ma la verità era che non mi interessava il lucro. Formammo una sorta di triplice alleanza; al mio fianco c’erano Michele Giuffrida, un dirigente bravo come pochi nel condurre le trattative e mister Carmelo Di Bella. Questi due signori erano formidabili a far funzionare le cose. Il mio compito, invece, era spiegare ai calciatori di non pensare a guadagni spropositati, anzi che si preoccupassero di giocare bene e divertirsi. La squadra era una famiglia: si viveva intensamente dentro e fuori dal campo. Mi è rimasto nel cuore Giorgio Michelotti, difensore arcigno e grintoso; l’episodio che ho invece impresso è il 2-0 con cui al Cibali liquidammo l’Internazionale, che poi perdette lo scudetto. Ci avevano definito ‘post-telegrafonici’ e hanno avuto ciò che si meritavano.

Quando nel 1969 la Federazione volle trasformare i club in società per azioni, ho capito che non c’era più spazio per me. Sapevo che prima o poi lo spirito vero dello sport ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Ricordo il momento in cui tutti noi dirigenti eravamo riuniti a Torino; c’era Umberto Agnelli e con lui gli altri presidenti, una confusione indescrivibile. Uno sbraita da un lato ‘Facciamo questa cosa !’, dal fondo della sala gli risponde un altro ‘No, facciamo questa !’ Dentro di me penso ‘Questi discorsi e questa baraonda non mi piacciono‘ e quando tocca a me dico: ‘Arrivederci e grazie, avete rovinato il calcio.’ La mia dichiarazione bomba è ancora annotata agli atti: prima non  si pensava al dio denaro, ora è scomparso lo sport. Ho passato la mano, è venuto Angelo Massimino, un grande innamorato, uno che si esponeva in prima persona rischiando in proprio. Non è vero che avevamo un rapporto conflittuale, è stata la stampa a ricamarci su in questa vicenda. Il mio concetto di come fare sport non coincideva col suo e Massimino era troppo accondiscendente con i calciatori.

Vengo trascinato in politica e nel ’72 sono primo cittadino. Sistemo piazza Europa, faccio il campo scuola e altri impianti di atletica. Tutti sanno che non sono lì per arraffare ma per mettere la mia esperienza al servizio della cittadinanza. A un certo punto capisco che anche da sindaco è meglio passare la mano; mi propongono di fare l’onorevole regionale. Rispondo: no, grazie…”

È il congedo, lo sguardo e la voce di Ignazio Marcoccio tradiscono un pizzico di malinconia.

“Grazie per la visita, ragazzi. Io non amo parlare con la stampa, anche perché ho una certa età. Ho fatto un’eccezione per voi, come l’ho fatta in radio con Silvia Ventimiglia, che conosco da una vita e che mi chiama affettuosamente ‘Nonno ‘Gnazio’.” 
  Alessandro Russo 

 

IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME "DAL FONDO UN TRAVERSONE"

 

Fogli mai ingialliti

 

 

(di Alessandro Russo) - tratto da Catania Magazine - novembre 2009

 

Estate 2009, movida catanese: strette di mano, pacche sulle spalle e strizzatine d’occhio. Quindi un salto indietro fino agli anni Settanta della storia rossazzurra: argomento scelto Romano Fogli.

“Per uno come lui–parola di Roberto Quartarone, classe ’86, studente di Lingue con la testa al calcio e al basket - la fatidica frase ‘Una vita da mediano’ è riduttiva. Sono nato più di dieci anni dopo la sua partenza da Catania ma quando ne sento parlare penso a un centrocampista di valore assoluto. Immaginiamo Pirlo o De Rossi che a un tratto, seppur ancora capaci di giocare ad alti livelli, decidono di passare a una provinciale. Fogli veste il rossazzurro in un‘altalena di emozioni contraddittorie che ci vedono oscillare fra lo splendore della serie A e le buie cantine della C; nonostante fosse a fine carriera, con classe ed esperienza ha onorato quella maglia per quattro anni e con noi ha totalizzato 113 presenze e 3 reti.”

L’ing. Antonio Buemi, 34 anni e alla perenne ricerca di soluzioni ordinarie, inserisce un tassello.

“Con Haller e Bulgarelli, negli anni Sessanta dava forma al centrocampo del Bologna, incarnando lo stereotipo del mediano instancabile. Ingranaggio invisibile e indispensabile di una squadra vincente, in rossoblù ‘Romanino‘ recupera palloni e macina chilometri. Conquista così la vittoria del campionato e diventa ‘Grissino tricolore’; leggendario rimane il suo gol direttamente su calcio piazzato che sblocca lo spareggio-scudetto contro l’Internazionale. Era il 7 giugno ‘64, si giocava allo Stadio Olimpico di Roma e fu lui il vero mattatore di quell’afoso pomeriggio estivo. Consacratosi ad alti livelli, passa al Milan, alza al cielo Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale e colleziona 13 gettoni di presenza in azzurro.”

Silvia Ventimiglia, irresistibile e romantica freelance viagrandese doc, raccoglie l’assist.

“Io ho superato i quarant’anni e ricordo perfettamente quei quattro campionati da noi. Era un play-maker di qualità e la sua caratteristica principale era una continuità impressionante. Ho letto che da piccolo giocava in parrocchia e nelle piazze con una palla fatta di stracci e il debutto in A arrivò, del tutto inaspettato, a diciott’anni con la maglia granata del Toro. Dieci anni dopo era in nazionale nella sfortunata spedizione inglese ai Mondiali del ’66. Nell’estate ’70 Fogli è il botto etneo al calciomercato di Milano, il punto di forza della nostra campagna acquisti per irrobustire la zona nevralgica del campo. Diventa un riferimento per i compagni e tenta di mantener fermo il timone in anni non facili per il calcio catanese.“

“Quest’anno –le strappa la parola Cecilia Amenta, 35 anni, bionda come una spiga di grano e vivace più dell’ape maia- sono stata presente in tribuna al Massimino in quasi tutte le partite casalinghe. E’ capitato più volte, quando ci veniva assegnata una punizione dal limite, che i miei vicini di posto, due simpatici e brizzolati abbonati sulla sessantina, mormorassero a denti stretti ‘Ci vorrebbe un tiro alla Romano Fogli, una delle sue imprendibili punizioni a foglia morta che lasciavano il portiere ad acchiappar farfalle.”

“Qualche giorno fa –puntualizza la ventiseienne Antonietta Licciardello, giornalista- l’ho sentito per un’intervista alla radio. ’Intanto -queste le sue parole- ringrazio una città che mi ha voluto bene sin dal primo momento e ancora una volta si è ricordata di me. Le mie stagioni in Sicilia furono travagliate ma all’ombra dell’Etna mi trovai benissimo. Venni giù a 32 anni compiuti, non certo per svernare ma con la voglia giusta; ci tenevo insomma a lasciare il segno. Fu il presidente Massimino in persona a convincermi: la sua era una passione immensa e nel calcio la passione è tutto. Abitavo in via Villini a mare in una zona meravigliosa e miei vicini di casa erano Volpati, Pereni, Montanari e il compianto Memo Prenna. Il primo campionato si concluse con la retrocessione tra i cadetti e l’ultimo addirittura con una rovinosa caduta in terza serie; in mezzo conquistammo un ottavo e poi un quinto posto in B. Appese le scarpette al chiodo, ho continuato a vivere di pallone allenando Reggiana, Foggia, Livorno e Siena; poi sono stato il vice di Trapattoni a Firenze e di Gentile nell’under 21 azzurra. “

Filippo Solarino, 42 anni, pubblicitario, rossazzurro fino al midollo apre l’album dei ricordi e chiude i lavori.

“In un pomeriggio primaverile del ’72 –spiega- giochiamo al Vittorio Emanuele di Siracusa, in campo neutro, a causa di una delle tante giornate di squalifica del Cibali. Io ho 6 anni e l’avversario è il Modena; appena chiedo a mio padre come mai quel giocatore ha una fascia bianca sul braccio, mi risponde che è il 'capitano' e dai suoi piedi passano tutti i palloni importanti. Fogli è il regista, il simbolo indiscusso della squadra, il fine tessitore di gioco; polmoni d’acciaio e grande tecnica, è quello che detta i tempi.

Dagli spalti e ancor di più dal campo, notavi il suo stile, la precisione dei passaggi, e sopratutto il suo carisma. L'ultimo ricordo che ho di Romano in maglia rossazzurra è il placcaggio a un invasore nel corso di un Catania-Novara, nello sfortunato torneo ’73-’74. Anche in quel gesto emerge la personalità di uno che non è abituato a tirarsi indietro.”

 

GIOVANNI LO FARO
C’è stato posto pure per il Catania nel cuore di Romano Fogli, se non nel palmares, ricchissimo, di uno dei migliori talenti che il calcio italiano abbia espresso. La sorte, anzi, non si può dire sia stata benevola con l’ex centrocampista di Torino, Bologna, Milan e della Nazionale, se in maglia rossazzurra, dov’era approdato a fine carriera, ma con grandi speranze nella stagione ’70-’71, gli regalò più amarezze che soddisfazioni. Due retrocessioni, dalla Serie A e dalla Serie B, un buco nero, o quasi, nella sua storia calcistica eppure di quegli anni, di quell’esperienza, Fogli, che oggi ha 72 anni, conserva un buon ricordo.
«Certo mi avrebbe fatto piacere continuare a vincere - racconta - ma quelli trascorsi a Catania li considero in ogni caso anni non poco importanti per la mia storia umana e professionale… ».
Diventa paonazzo, se gli dico che è stato uno dei giocatori più rappresentativi ad aver indossato la maglia rossazzurra, e ti serve, lui che nel calcio ha vinto tutto o quasi, una bella prova di umiltà. «No, Catania vanta una bella tradizione, negli anni della Serie A, soprattutto, in rossazzurro sono passati elementi di grande livello tecnico. Me ne sovvengono due, in particolare, il tedesco Szymaniak e il brasiliano Cinesinho».
Passaggi importanti, questi, in coincidenza con le stagioni d’oro del calcio catanese, che hanno lasciato ricordi indelebili: e se i più giovani ai ricordi non possono attingere, soccorrono i racconti di chi di quegli anni formidabili è stato testimone, se non protagonista diretto, e in mancanza, gli annali, cartacei o digitali, importa poco. E Fogli, che di quei tempi fu protagonista, è testimone lucidissimo: «Ricordo benissimo Szymaniak, punto di forza della Nazionale tedesca, nelle cui file giocò i mondiali che si disputarono in Cile, nel 1962 (ma Szymaniak, appena ventiquattrenne, aveva partecipato pure ai mondiali di Svezia 1958, ndr), al fianco di Helmut Haller, mio compagno e amico al Bologna di Bernardini, campione d’Italia, prima di andare alla Juve».
Colgo l’attimo: Negri, Furlanis, Pasinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Scorrono i brividi lungo la schiena di Romano Fogli, e gli occhi si fanno lucidi: lo scudetto del ’64, conquistato nello spareggio di Roma con l’Inter, scommetto che per lui non valga meno della Coppa dei Campioni e della Coppa Intercontinentale che avrebbe poi vinto con la maglia del Milan, proprio l’anno prima di passare al Catania.
Ma nella storia del grande campione ci sono pure pagine amare. Fogli ne apre due, la battaglia di Manchester (semifinale di Coppa dei Campioni, 15 maggio 1969, ndr), nella quale Roberto Rosato, suo compagno di squadra al Milan e in Nazionale, da poco scomparso («sono andato a trovarlo, ho provato tanto dolore, era un bravissimo ragazzo»), fu violentemente colpito al volto con un pugno da Denis Law, l’attaccante scozzese che alcuni anni prima aveva giocato in Italia indossando la maglia del Torino, e la sconfitta di Middlesbrough, sempre Inghilterra, dove l’Italia cedette alla Corea del Nord e finì incredibilmente fuori dai mondiali.
«Posso capire cosa si prova - così, Fogli, sulla recente eliminazione della Nazionale dal Mondiale - fu dura pure per noi uscire a capo chino dall’Ayresome park ma certe scelte di Lippi davvero non mi hanno convinto. E resta incomprensibile, soprattutto, il motivo per il quale abbia deciso di puntare su elementi che in campionato avevano giocato poco o nulla, e che non erano nelle migliori condizioni per sostenere il peso di un campionato del mondo».
Le ragioni della crisi, per Romano Fogli, sono però più profonde: «C’è poca attenzione per i giovani, i vivai non sono molto curati, per non dire che è sempre più difficile che i nostri ragazzi trovino spazio. Gli stranieri? C’erano pure ai miei tempi, Szymaniak e Cinesinho del Catania erano stranieri, e straniero era Haller del Bologna e della Juve, giocatori importanti, che molto hanno dato al calcio italiano. E’ giusto che le frontiere rimangano aperte, ma sono convinto che un limite è necessario stabilirlo, tre - cinque elementi in campo, al massimo: l’Inter che ha vinto la Champions non può certo essere considerata espressione del calcio italiano…».
L’ultimo pensiero è per il Catania di oggi, che è oggi, tra le più belle realtà della Serie A, il Catania degli argentini, e di uno in particolare, Maxi Lopez, oggetto del desiderio di molti club (però resterà alla base). Sembra uno strappo alla regola ma Fogli se lo concede: «Maxi Lopez è un grandissimo giocatore, i miei complimenti al Catania, che seguo sempre con simpatia, i dirigenti rossazzurri hanno avuto
l’intuito che ad altri è mancato… Il Catania? Certo, è una squadra che ha consolidato la propria presenza in Serie A. Esprime un buon calcio, le proprie strategie sono vincenti. Ho seguito molte partite, ne ho ricavato ottime sensazioni».

 

 

 

 

La filosofia da indiano di Luca Lugnan

 

"Ciao Ale, -chiedo scusa, ma al telefono c'è il mio amico Mimmo Rapisarda- solo un consiglio. Per il prossimo 'Golden ex' lascia perdere ciò che non serve: le api, il supermercato, la tua amica che ti chiama per strada, il campo di calcio di quando eri bambino.'Don't bury the lead' dicono gli anglosassoni, non allontanarti dal fatto più importante. Togli il superfluo e punta al cuore delle cose: più breve è il testo, maggiore sarà il valore di ogni parola."
Accontento Mimmo, vero tifoso del Catania e stregato d'amore per la città dell'Etna, e comincio a buttar giù il nuovo articolo. E' dedicato a una dinamica ala peperina al servizio dell'Elefante rossazzurro alla fine degli anni '90. Il numero 11 sulle spalle della gloriosa casacca in 52 partite di C2, 10 gol realizzati e una promozione in C1 luccicano nel suo palmares.
Non aggiungo altro.
"Grazie della chiamata, Alessandro; -ho in linea ora Luca Lugnan- mi fa piacere
avere conferma di aver lasciato un buon ricordo a Catania, la piazza che in assoluto mi ha regalato le più grosse soddisfazioni. Come sai sono una persona schietta, detesto la gente ipocrita e tutti quelli che amano fare i furbi. Ho girato una ventina di città senza mai riscontrare tanto affetto, calore e passione. Di più, vivete il calcio e l'amicizia in maniera totale e vi legate ai beniamini come in nessun'altra parte del Belpaese: siete incredibili e unici. Ora abito al confine con la Slovenia, in Friuli, a Ipplis di Premariacco, un paesino di 800 abitanti. Vivo qui con mia moglie Elisabetta e i nostri tre figli: Deborah di diciassette anni, Federica di tredici e il piccolo bomberino dei' pulcini', Gianluca di otto anni.
Durante il biennio all'ombra dell'Etna, il rapporto con i tifosi è stato positivo dal momento che un calciatore la stima e la fiducia se la guadagna sul campo. Nei primi mesi, è vero, ci furono contestazioni ma gli ultras con me si sono sempre comportati in modo splendido. Mi avevano affibbiato il nomignolo di 'Indio', giacché in effetti a un indiano ci somiglio un po'. Non riesco a descrivere il calore che mi hanno trasmesso nei momenti di difficoltà facendomi sentire importante. Essendo basato sulla generosità e sul pressing alla difesa avversaria, il mio modo di giocare era coinvolgente. Mi piaceva infiammare la folla, ero un po' il trascinatore della squadra e questa mia maniera di interpretare il calcio faceva piacere alla gente e spingeva i compagni a dare il massimo durante l'arco dei novanta minuti, gara per gara.
Un po' mi aveva infastidito l'esser considerato traditore perché poi andai al Palermo, anche se posso capire il punto di vista del tifoso che non conosce i dettagli. Se Angelozzi, il diesse del Catania dell'epoca, dopo la vittoria del torneo di C2 mi avesse proposto il rinnovo, nell'estate 1999 avrei comprato casa ad Acireale. Mia moglie Elisabetta e io ci stavamo pensando seriamente, perché da due anni abitavamo in un residence a Santa Tecla. Invece rimasi senza contratto e, per quello che avevo dato alla maglia rossazzurra in termini di dedizione e sacrificio, non lo meritavo proprio. Fu quasi una pugnalata, ma poi mi chiamò il Palermo, anch'esso in C1. Alla guida dei 'cugini' c'era Massimo Morgia che già mi aveva avuto alle sue dipendenze e che credeva molto in me. Passai dalla delusione al sogno di vincere con i rosanero; in quel caso sarei stato l'unico attaccante a conquistare due promozioni con le maglie più rappresentative della Sicilia. Comunque, ormai è acqua passata, con il Palermo arrivammo quinti e il sogno sfumò. E poi lo scorso giugno sono tornato a vestirlo il rossazzurro, al memorial "Valentina Valenti-Un gol alla leucemia", la manifestazione benefica svoltasi ad Aci S. Antonio.
Ora l'anagrafe è impietosa, ho compiuto 41 anni e dopo aver conseguito il diploma di base B Uefa per allenatori, ho creato il marchio 'socceraccademia' e un'agenzia di servizi sportivi, la L11 che si occupa di camp estivi per bimbi dai sette ai quattordici anni con docenti di Coverciano e corsi per gli istruttori stessi. Non nascondo che mi capita spesso di lasciarmi trascinare dalla nostalgia e ritornare con la mente al lungomare di Acitrezza, ai tifosi, agli amici di Catania e soprattutto ai suoi colori che non scorderò più per tutta la vita. Una volta giocavamo in casa e nel giro di cinque minuti avevamo già segnato due gol. Sugli sviluppi di un'azione entrai in area palla al piede, costringendo l'avversario al fallo da rigore. A quel punto, considerando che i rigoristi ufficiali avevano fatto cilecca in varie occasioni, decisi che toccava a me tirare dagli undici metri. Feci un cenno e sistemai il pallone sul dischetto ma mister Cucchi urlò che l'incaricato era Passiatore. Si creò un siparietto esilarante con il tecnico che indicava il mio compagno e io che non ne volevo sapere. Allora Cucchi decise di sostituirmi, ma io ero determinato a calciare il penalty e dissi alla panchina: prima lo trasformo, poi esco. Alla fine fui costretto a lasciare il rettangolo verde. Un'altra volta provenivo da una doppia squalifica e al rientro l'allenatore mi fece iniziare dalla panchina con la maglia numero 18. Ero sicuro che sarei entrato in campo e avrei fatto gol e, prima del fischio d'inizio, mi misi sotto quella con il numero 11. Così fu: entrai, segnai e mi levai la casacca mostrando il numero che mi apparteneva di diritto. Questo gesto fece impazzire i tifosi, che nella partita successiva esposero uno striscione raffigurante un grande numero 11. Per non vivere di soli ricordi, ora mi tocca star sempre in azione; d'altronde ero aggressivo in campo e lo sono nella vita che ogni giorno va presa di petto altrimenti ti schiaccia." Filosofia da indiano…

 

Alessandro Russo (Catania Magazine - marzo 2010)

 

 

 

Quei «ragazzi» anni Settanta, «padri» del Catania di oggi

Estratti dal quotidiano La Sicilia (giugno 2010) - Giovanni Lo Faro

 

 

Labrocca, emozioni rossazzurre
Chi si rivede... L’ex terzino: «Ho vissuto sette stagioni indimenticabili tra amarezze e successi storici»


GIOVANNI LO FARO

Pezzetti di storia, tessere di un mosaico che, quasi per magia (e per l'idea che ha felicemente ispirato Nino Cantone, ex centrocampista del Catania in C e in B ma, soprattutto, catanese innamorato dei colori rossazzurri), s'è ricomposto, in una calda domenica d'estate. Risvegliando ricordi e scatenando emozioni.
Così, la voce di Luca Fossati, cerimoniere e speaker d'occasione che scandiva i nomi dei protagonisti della sfida con le vecchie glorie del Torino, è parsa la voce, inimitabile, di chi, a quei tempi, annunciava, dai microfoni gracchianti del vecchio Cibali, la formazione del Catania: Petrovic, Fatta, Prestanti, Poletto, Battilani, Benincasa, Spagnolo, Biondi, Ciceri, Giagnoni, Malaman.
Pezzetti di storia, si ritrovano in sei, vecchi compagni d'avventura, legati dall'amore per una maglia che forse non si sono mai tolta di dosso. Guido Battilani, roccioso difensore di scuola milanista, ha gli occhi lucidi, al ricordo, il Catania ha rappresentato la parentesi più bella, e più esaltante, insieme, della sua carriera di calciatore. «Eravamo un bel gruppo, dentro e fuori dal campo, Rambone aveva avuto la mano felice nelle scelte, Rubino, con la sua saggezza, fece il resto, pilotando la squadra verso la promozione in B».
Davanti ai suoi occhi, scorrono i fotogrammi di quell'impresa, fino all'esaltante pomeriggio al Liguori di Torre del Greco, dove il Catania, accompagnato da un numero incredibile di sostenitori, saltò a piè pari l'ultimo ostacolo, rendendo vano l'assalto del Bari, avversario orgoglioso e duro a morire. «Quei tempi - confessa - li rivivo sempre con grande piacere, giocavo sulla linea difensiva, ora al fianco di Fraccapani ora di Benincasa, con il centrocampo che ci garantiva buona copertura, non era certo facile superarci: perdemmo una sola partita, a Messina, il gol di Angelozzi non bastò ad evitare la resa».
Sorride, Battilani («ne sono passati di anni, adesso sono nonno di una bella bambina di due anni, è lei la mia vittoria più bella»), che, adesso, per hobby, fa l'allenatore, tra Eccellenza e Promozione, ma non manca di seguire il Catania «che - dice - è ormai una bella realtà del campionato di Serie A».
Di quel Catania che schierava fior di giocatori (come dimenticare il compianto Guido Biondi e Piero Giagnoni, fratello del più famoso Gustavo, allenatore del Torino in A?), Adelchi Malaman fu pedina fondamentale, anche se il granatiere veronese trovò in Guido Angelozzi, che proprio in quegli anni muoveva i primi passi nel calcio professionistico, un antagonista di tutto rispetto. «A Catania ritorno sempre con grande piacere - dice Malaman che, con la maglia rossazzurra, nella stagione '74-'75, quella della promozione in B, mise a segno otto reti - ho lasciato parecchi amici, quelle stagioni in rossazzurro hanno lasciato un'impronta indelebile. Il calcio? Non l'ho abbandonato del tutto, collaboro con il Verona, che è la squadra della mia città».
Mimmo Labrocca, che in quella stagione indossava la maglia del Siracusa, dell'esaltante impresa del Catania, fu spettatore interessato: Massimino fece di tutto per assicurarsi le prestazioni del terzino di Asmara, ragazzone dal gioco essenziale ma devastante, nelle proiezioni d'offesa. «C'è di tutto - dice - nelle mie sette stagioni in rossazzurro, l'amarezza di una retrocessione in C, la rabbia per un tentativo di risalita fallito nello spareggio di Catanzaro con la Nocerina, ma anche la gioia del ritorno in B, con De Petrillo in panchina, e, dopo l'ennesimo passaggio a Siracusa, il ritorno in rossazzurro giusto in tempo per mettere lo zampino nella promozione in Serie A, nella stagione '82-'83».
Chiuso com'era da Mosti, Chinellato, Ciampoli e da un certo Claudio Ranieri, Mimmo Labrocca giocò non più di sei partite in prima squadra, ma gli bastarono per mettere la firma in calce ad una delle pagine più belle della storia del calcio catanese.

Amarcord

Lunedì 28 Giugno 2010 - Giovanni Lo Faro
Ispica. Il sole, da queste parti, non è mai un optional. Nel senso che illumina e riscalda le stagioni che si susseguono senza soluzione di continuità. O quasi. Tunisi sta più a nord, così l'Africa sembra essere qui, con le sue luci abbaglianti e con l'azzurro intenso del suo mare. Che è anche questo mare.
Da queste parti, qualcuno ha voluto che, in concomitanza con la realizzazione dell'ennesimo villaggio-paradiso al Borgo Rio Favara, le vecchie glorie del Torino e del Catania, di un Catania che a quei tempi masticava con rabbia la polvere della periferia del calcio, si ritrovassero, per una passerella, l'ennesima, pur'essa, carica di rimpianti.
I volti. I nomi. Noti e meno noti. Eppure i ricordi affiorano, patinati di nostalgia. Alla chiamata di Nino Cantone (catanese purosangue, come il buon Mimmo Ventura, che assaggiò la A negli anni sessanta, come Chiavaro e Angelozzi, figli di quella splendida scuola di calcio che fu l'Interclub: cosa non da poco, in quei tempi di calcio amaro), hanno risposto in tanti.
Antonio Ceccarini le sue emozioni, la sua commozione, se volete, non esita a consegnarla al cronista: «Mentre l'aereo planava su Catania, dove non tornavo da tempo, il pensiero è andato ad Angelo Massimino, il vecchio presidente, persona unica, irripetibile: ne serbo un ottimo ricordo, così come un ottimo ricordo serbo della città e degli anni che vi ho vissuto».
Calcio di Serie C, prima, ma calcio sincero, genuino. E un pizzico di rammarico: «Non c'ero, nella stagione della promozione in B del Catania di Egizio Rubino, la società mi aveva ceduto all'Avellino: la maglia rossazzurra l'avrei recuperata un anno dopo, in B».
Carriera di buon profilo, quella del "rosso": il passaggio ad Acireale, alla corte di Dino Bovoli, il trasferimento a Catania a conclusione di una trattativa che avrebbe portato in rossazzurro pure Fatta, centrocampista palermitano di buona statura, tecnica e tattica.
Il meglio di sé, però, Antonio Ceccarini l'avrebbe dato con la maglia biancorossa del Perugia: sette stagioni, cinque delle quali in A. «Proprio contro il Catania - ricorda - giocai una delle ultime partite della mia carriera: era la stagione '82-'83».
La stagione, se ci fate caso, della terza promozione in Serie A del Catania, guidato allora da Gianni Di Marzio: «Quella partita, in un Cibali che ribolliva d'entusiasmo, la ricordo come un film dell'orrore per il tragico episodio che la caratterizzò e che rese amara la festa per un Catania che, proprio grazie al successo sul Perugia, s'era assicurato la partecipazione agli spareggi-promozione con Cremonese e Como».
I volti. I nomi. Ciceri e Spagnolo, che un vecchio tifoso rossazzurro, gli occhi lucidi per l'emozione, non aveva mancato di coccolarsi al loro arrivo, sabato sera, a Fontanarossa, al Catania di Angelo Massimino e di Gennaro Rambone e Egizio Rubino regalarono la gioia di una promozione in B. «La retrocessione in C mi aveva segnato - racconta Giampaolo Spagnolo - fu una stagione terribile, quella, anche se mi diede modo di conoscere un personaggio come Memo Prenna: fu l'ultimo degli allenatori a confrontarsi, quell'anno, con un progetto salvezza destinato a fallire».
Spagnolo sarebbe stato però con Ciceri (36 gol in due) il protagonista dell'operazione rilancio concepita da Massimino, avviata da Gennaro Rambone e portata a termine da Egizio Rubino, l'anno successivo: trentotto partite, una sola sconfitta, una cavalcata esaltante. «Il Catania che oggi si fa rispettare in Serie A suscita entusiasmo ma - puntualizza Ciceri - pure il nostro Catania, il Catania che provava a recuperare le posizioni sulla scala del calcio, riusciva ad infiammare i tifosi: era Serie C, ma ricordo che giocavamo in uno stadio sempre pieno…».
Calcio d'altri tempi, calcio di sentimenti genuini, il calcio-business non l'avevano ancora inventato (e di soldi, dicono un po' tutti, se ne vedevano pochi…) così come non avevano ancora inventato il calcio di tante cronache incomprensibilmente urlate. «Ci è toccata la ventura di essere calciatori in tempi sbagliati», sottolinea Spagnolo. E, stuzzicato, aggiunge: «Le mie serpentine? Gli avversari saltati come birilli? E' passato tanto tempo, restano soltanto i ricordi».
La passione? «Quella - dice Claudio Ciceri - è rimasta intatta, come intatto è rimasto l'amore per una città che ci continua a dare la prova di quanto ci abbia voluto bene…». Sottoscrive la gratitudine, ma ti consegna un grande sogno: «Questa esperienza è stata bellissima, i luoghi sono magici, il calore della gente impagabile: e se provassimo, la stagione prossima, a trasferirla sul terreno del Cibali?».
28/06/2010

Benincasa, che cuore rossazzurro 

Giovanni Lo Faro Domenica 04 Luglio 2010
E tempesta di sentimenti, inevitabilmente. Sull'onda dei ricordi scivolano i fotogrammi, sbiaditi, della bella gioventù: com'eravamo? Roberto Benincasa, che viaggia verso i sessant'anni (a vederlo ancora in campo, fisico asciutto e il passo svelto di sempre, chi mai ci potrebbe credere?), era poco più di un ragazzino quando approdò a Catania.
Veniva dalla Reggiana, accompagnato dalla fama di libero di buone potenzialità, elegante nei movimenti ed efficace nell'azione, non mancò di mettersi in luce, sin dalla prima, sfortunata stagione al Catania, in B. Restò in rossazzurro, dopo la retrocessione, e trovò posto, in quel progetto di rilancio che Massimino affidò inizialmente a Rambone ma che sarebbe, poi, toccato a Rubino, il tecnico della seconda Serie A del Catania, condurre felicemente in porto.
Benincasa, che con il Catania giocò non meno di ottanta partite, quegli anni li ricorda bene, e li rivive con un pizzico di nostalgia. «Facevamo gruppo in campo e fuori - ricorda - naturale che ci riuscisse di farci apprezzare, quella del ritorno del Catania in B fu davvero un'impresa esaltante, una delle pagine più belle della mia storia calcistica, il duello con il Bari, che riuscimmo a bruciare sul filo di lana, fu davvero esaltante».
Venti vittorie, diciassette pareggi, una sola sconfitta, cinquantasette gol all'attivo e ventuno al passivo: era ancora il calcio dei due punti a vittoria, il Catania chiuse a quota cinquantasette, saltando, nell'ultimo turno, l'insidia di Torre del Greco, tra l'entusiasmo dei propri sostenitori. Bella impresa, ma gli effetti non tardarono ad esaurirsi, in quegli anni Settanta nei quali il calcio catanese si ritrovò spesso e volentieri sull'ascensore.
«Riuscimmo a difendere la categoria -racconta - poi, l'anno dopo, il giocattolo si guastò e fu di nuovo Serie C. Rammarico? Entrai in conflitto con l'allenatore (sulla panchina del Catania era ritornato, per la terza volta, Carmelo Di Bella, ndr), mi ritrovai fuori rosa, presi, a malincuore, la strada del ritorno: giocai a Livorno, arrivai ad un passo dal Siena, la squadra della mia città. La passione per il calcio era ancora forte, ma decisi, a un certo punto, di riprendere gli studi, i miei ci tenevano che arrivassi alla laurea… ».
Scarpette al chiodo, libri in mano, Roberto Benincasa, che a Catania aveva continuato a frequentare l'Università, riuscì a conseguire la laurea in Economia e Commercio. «Al calcio non pensai più, trovai un impiego in banca, ma capii ben presto che non faceva per me. Né mi garbava più di tanto la prospettiva di occuparmi della gestione di un'impresa commerciale che mi era stata proposta. Poi, conobbi la ragazza che oggi è mia moglie e che mi ha regalato due figli, e accettai di buon grado di dare una mano nell'azienda di famiglia della quale oggi mi occupo a tempo pieno».
Ma il calcio, oggi, cos'è per Roberto Benincasa? «Ho curato il settore giovanile di una società dilettantistica della mia zona, con il Siena no, non sono mai riuscito a giocare né a collaborare: ne seguo le vicende, però, e sono convinto che la nuova proprietà, che peraltro sta già operando molto bene sul mercato, saprà risollevarne le sorti dopo l'ultima stagione che è culminata nella retrocessione in B».
Un messaggio ai catanesi? «Ricordo tutti con grande affetto, il loro calore, la loro generosità hanno lasciato il segno dentro di meno. E proprio per questo, un'idea, una proposta, se volete, vorrei lanciarla: non sarebbe bello che noi, vecchi giocatori e non, ci si impegnasse per un'iniziativa di solidarietà nei confronti di chi più ha bisogno… ».
Sulla passerella, in maglia rossazzurra, al Cibali, con il pensiero, però, a chi è meno fortunato: si può provare?
04/07/2010

 

Ritornano quei due: Ciceri e Spagnolo

Vialli-Mancini, o magari, andando a ritroso, Pulici-Graziani. Gemelli del gol, ai massimi livelli, coppie, in ogni caso, che hanno esaltato le platee calcistiche, e non soltanto nazionali. Fatte le debite proporzioni, di gemelli del gol ne può vantare pure il Catania.
Ricordate Angelo Crialesi e Aldo Cantarutti? Fecero la fortuna del Catania di Gianni Di Marzio che sui loro gol costruì una delle più belle promozioni in A, nella stagione ’82-’83: 11 gol Cantarutti, 5 Crialesi (che però ebbe il merito di firmare, negli spareggi dell’Olimpico con Como e Cremonese, il gol più pesante, quello che, di fatto, decise la sfida a tre per la promozione), ma non va dimenticato che i due si erano fatti apprezzare pure nella precedente stagione in B, dieci gol ciascuno, e che Cantarutti, soprattutto,
non avrebbe mancato di dare il suo contributo (quattro bersagli, non molti, ma neanche pochi, per una squadra subito in difficoltà all’impatto con le grandi del calcio) in quel rapido passaggio della formazione rossazzurra nella massima Serie.

Ma pagine non meno esaltanti, sia pure in una categoria inferiore, avevano scritto, qualche anno prima, pure Giampaolo Spagnolo e Claudio Ciceri, la coppia del gol più prolifica che sia passata per Catania (nella speciale classifica dei goleador rossazzurri di tutti i tempi occupano il quinto ed il nono posto, con 41 e 29 gol, rispettivamente), protagonisti di primo piano nella stagione ’74-’75, quella che valse l’immediato ritorno in Serie B dopo l’incredibile retrocessione dell’anno precedente. 

Giampaolo Spagnolo è oggi un distinto signore poco più che sessantenne. Il fisico rotondetto, i capelli bianchissimi, fatichi a vedere in lui l’attaccante, agile e svelto, l’ala destra (a quei tempi di esterni ancora non si parlava…) che faceva ammattire gli avversari, saltandoli come birilli prima di puntare la rete.
Segnò venti gol, Spagnolo, in quel Catania con il quale Massimino riuscì a cancellare subito la retrocessione dell’anno precedente, quel tonfo in C che rimane, ancora oggi, uno degli snodi più controversi della storia del calcio a Catania: "Ero arrivato dalla Reggiana, con un consistente carico di speranze, ma le cose non andarono per il verso giusto, la retrocessione, a fine stagione, fu inevitabile".
Fu la stagione dei tre allenatori succedutisi in panchina, da Guido Mazzetti, che la gestione Coco aveva subito voluto al timone della squadra, a Gigi Valsecchi, a Memo Prenna che arrivò a situazione compromessa.
Volta pagina, come pagina voltò, allora, il Catania ritornato nelle mani di Angelo Massimino: squadra a Gennaro Rambone, quindi a Egizio Rubino, uno dei tecnici che il presidente stimava di più e che gli aveva regalato qualche anno prima la gioia della promozione in Serie A. Il Catania spicca il volo, sostenuto dai gol di Spagnolo e Ciceri (trentotto, in due!), gemellati dai tifosi in uno slogan che i due
non hanno dimenticato: "Con Ciceri e Spagnolo, Catania in B in un volo".
Di fatto, volò quel Catania, che giocava bene e riscuoteva consensi: ventuno vittorie, una sola sconfitta, cinquantasette punti, uno in più del Bari di Pirazzini che gli contese, fino all’ultimo, l’unico posto disponibile per il salto di categoria.
Ricordi ancora vivi, emozioni forti, Claudio Ciceri sembra aver fermato il tempo. Certo, il caschetto di capelli biondi che gli incorniciava il volto s’è un tantino ingrigito, ma l’andatura è quella che ricordi, e pure la parlata, sciolta e spesso pungente. "Bel tuffo nel passato - mi dice, mentre i suoi vecchi compagni provano a dimostrare, sul campo, di non aver ancora dimenticato il loro mestiere - ci voleva davvero, dopo tanti anni: giocare sul terreno del Cibali (oggi Massimino, ndr) sarebbe stata tutta un’altra cosa, ma va bene pure così". 

Poi, largo ai ricordi, alle prodezze di quella stagione esaltante: diciotto volte in gol, Claudio Ciceri mise la firma, con l’ex acese Fatta e con Malaman, sull’ultima decisiva vittoria del Catania a Torre del Greco: "Pomeriggio indimenticabile, quello, c’erano tifosi appollaiati dovunque, al Liguori: segnai il primo gol, poi fu un trionfo".
Saluta, il vecchio eroe, non senza consegnarti un’idea: "Visto che gli ex calciatori del Torino si sono organizzati da tempo in associazione, non sarebbe bene se a Catania si provasse a fare la stessa cosa?". Registro, e giro la proposta, sicuro che qualcuno troverà il modo per renderla concreta.

 

 

 

 

Alessandro Russo, brillante medico ortopedico catanese e collaboratore del Magazine "Calcio Catania" (da cui provengono i testi del Golden Ex), è l'autore del volume "Massimino, una vita per (il) Catania" e nipote del compianto ed indimenticabile Cavaliere.

 

 

 

 

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