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Aci
Castello (C.A.P. 95021) dista 208 Km. da Agrigento, 136 Km. da
Caltanissetta, 9 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 105 Km. da
Enna, 87 Km. da Messina, 258 Km. da Palermo, 113 Km. da Ragusa, 67 Km. da
Siracusa, 365 Km. da Trapani.
Il
comune conta 19.122 abitanti e ha una superficie di 865 ettari per una
densità abitativa di 2210 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una
zona pianeggiante, posta a 15 metri sopra il livello del mare.
Il
municipio è sito in via Dante n. 28, tel. 095-7111654 fax. 095-7111620.
L'indirizzo di posta elettronica è il seguente: acicastello.sindaco@tau.it.
Importante
stazione balneare, Aci Castello vanta una ricca produzione di agrumi,
olive, uva, mandorle e cereali. Fiorente è l'allevamento di bovini grazie
alle numerose aree adibite a pascolo. Nel settore dell'artigianato
spiccano gli oggetti lavorati in legno.
Il
nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di
pietra lavica e costruito nel 1076 dai Normanni. Il primo borgo venne
fondato intorno al castello e venne ceduto dal conte normanno Ruggero ai
vescovi di Catania. Intorno al 1170 venne completamente distrutto da un
terribile terremoto e solo nel 1530 fu ripopolato con l'annessione dei
vicini paesi di Ficarazzi e Aci Trezza. Nel 1647 appartenne alla nobile
famiglia Massa e ad essa rimase sino all'abolizione del regime feudale.
Di
notevole interesse architettonico risultano essere la Chiesa Madre con
notevoli affreschi opere di Pietro Vasta (1697-1760) e il Castello
normanno, oggi sede di un Museo, costruito con pietra lavica proveniente
dal monte Etna.
È
interessante ricordare che il primo caffè letterario di tutta Europa ebbe
sede in Francia e venne fondato nel 1686 da Procopio dei Coltelli nativo
di Aci Trezza, oggi frazione di Aci Castello, col nome di Cafè Procope
per far conoscere in quel luogo gli ottimi gelati siciliani.
Il
Castello
Durante
il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana
poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu
frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo
del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina.
Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a
causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata
dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose
battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda
quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).
Anche
i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti
nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di
questi luoghi.
L'arrivo
degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni,
testimoniato dagli stessi scrittori arabi.
La
fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con
esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una
fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema
difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il
1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto
il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del
castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed
ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito
concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le
sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di
Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto. Sono ancora visibili,
all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i
resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie
della Santa al vescovo Maurizio.
L'affresco,
purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di
"romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro
nome.
Nel
l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino
la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la
colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il
ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.
Il
possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.
Quando
però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da
Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio.
Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la
rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in
possesso dei vescovi di Catania.
Dalla
fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone
della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini
di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci
ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio
Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.
Quando
però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare
il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per
riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno,
chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva
un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel
1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò
a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un
assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di
Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di
Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di
Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel
tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia,
passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu
liberato.
Nel
1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente
espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il
quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con
la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono
aragonese di Sicilia.
Martino,
approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver
guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona,
che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita
resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto
frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la
propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme.
Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di
tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande
afflusso di pubblico.
Martino
fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra
divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina
Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore
in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re
Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a
Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di
Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).
Nel
1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune
opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di
20 onze d'oro.
Successivamente,
nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del
castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo
la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò
al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario
Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il
d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del
Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di
conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio
furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove
morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi
privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito
di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed
alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo
il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze
delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano
lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci,
Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il
Municipio, seguì la stessa sorte.
Interessante
é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono
arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto,
piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del
castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é
l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni
vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000
fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di
definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo
veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa
patronale.
Nel
seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla
radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che
per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la
dicitura:
"PHILIPPUS
III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI
1634".
Esso
venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza
il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne
venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò
7.500 scudi. Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale
nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati
negli anni successivi dai discendenti del Massa. Poche le testimonianze
relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un
povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del
castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del
castello, uomo crudelissimo.
Questi
fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del
castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca
Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo
onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste
storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.
Nel
XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel
1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté
più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla
seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo
periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza"
che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di
don Garzia e di donna Violante.
Agli
inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di
masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne
usata come rifugio antiaereo.
Negli
anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale
restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico,
del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.
Dal
1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del
castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre,
convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed
archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il
ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di
tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro
propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il
passato.
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