Aci Castello (C.A.P. 95021) dista 208 Km. da Agrigento, 136 Km. da Caltanissetta, 9 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 105 Km. da Enna, 87 Km. da Messina, 258 Km. da Palermo, 113 Km. da Ragusa, 67 Km. da Siracusa, 365 Km. da Trapani.

Il comune conta 19.122 abitanti e ha una superficie di 865 ettari per una densità abitativa di 2210 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona pianeggiante, posta a 15 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in via Dante n. 28, tel. 095-7111654 fax. 095-7111620. L'indirizzo di posta elettronica è il seguente: acicastello.sindaco@tau.it.

Importante stazione balneare, Aci Castello vanta una ricca produzione di agrumi, olive, uva, mandorle e cereali. Fiorente è l'allevamento di bovini grazie alle numerose aree adibite a pascolo. Nel settore dell'artigianato spiccano gli oggetti lavorati in legno.

Il nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica e costruito nel 1076 dai Normanni. Il primo borgo venne fondato intorno al castello e venne ceduto dal conte normanno Ruggero ai vescovi di Catania. Intorno al 1170 venne completamente distrutto da un terribile terremoto e solo nel 1530 fu ripopolato con l'annessione dei vicini paesi di Ficarazzi e Aci Trezza. Nel 1647 appartenne alla nobile famiglia Massa e ad essa rimase sino all'abolizione del regime feudale.

Di notevole interesse architettonico risultano essere la Chiesa Madre con notevoli affreschi opere di Pietro Vasta (1697-1760) e il Castello normanno, oggi sede di un Museo, costruito con pietra lavica proveniente dal monte Etna.

È interessante ricordare che il primo caffè letterario di tutta Europa ebbe sede in Francia e venne fondato nel 1686 da Procopio dei Coltelli nativo di Aci Trezza, oggi frazione di Aci Castello, col nome di Cafè Procope per far conoscere in quel luogo gli ottimi gelati siciliani.

Il Castello

Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di questi luoghi.

L'arrivo degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi.

La fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il 1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto. Sono ancora visibili, all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie della Santa al vescovo Maurizio.

L'affresco, purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di "romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro nome.

Nel l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.

Il possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.

Quando però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio. Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in possesso dei vescovi di Catania.

Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.

Quando però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno, chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel 1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia, passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu liberato.

Nel 1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono aragonese di Sicilia.

Martino, approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona, che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme. Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande afflusso di pubblico.

Martino fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).

Nel 1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di 20 onze d'oro.

Successivamente, nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci, Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il Municipio, seguì la stessa sorte.

Interessante é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto, piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000 fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa patronale.

Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura:

"PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".

Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi. Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa. Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo.

Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Negli anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico, del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.

Dal 1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre, convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il passato.

 

 

Sulla magica Riviera dei Ciclopi sorge Aci Trezza, antico borgo marinaro che si specchia sulle acque cristalline del mare. Il nome Riviera dei Ciclopi si rifà ad un episodio cantato dal mitico Omero nell'Odissea. Si tratta dell'episodio in cui Ulisse, per sfuggire al terribile Ciclope Polifemo che lo aveva catturato insieme ai suoi compagni, acceca il gigante nel suo unico occhio con un dardo infuocato. L'eroe poi fugge con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope. Polifemo, travolto dal dolore e dalla rabbia scaglia contro la nave di Ulisse in fuga tre massi, che tutt'ora si trovano di fronte ad Aci Trezza a testimoniare l'episodio e che prendono il nome, per usare un'espressione Verghiana, di Faraglioni.

Piccolo borgo di pescatori dominato, dalla parte del mare, dai Faraglioni dei Ciclopi le cui masse laviche nere ed appuntite emergono dalle acque cristalline. Nell'Odissea si narra che questi fossero i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse che l'aveva accecato lanciandogli un dardo infuocato nell'unico occhio. L'eroe era poi fuggito con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope.

Il porticciolo, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra popolato dai fantasmi dei personaggi di Verga, la Maruzza e gli altri Malavoglia, che attendono ansiosi scrutando il mare, nella vana speranza di avvistare la Provvidenza con il suo carico di lupini. Ed è proprio ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare La terra trema, rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato tratto.

Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare Il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di Sant'Alfio ed il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda ...

Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarrate alle grosse pietre sotto il lavatoio...

Sulla riva c'era soltanto padron 'Ntoni, per quel carico di lupini che ci aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta

tratto da I Malavoglia di Giovanni Verga

Ulisse e Polifemo. La leggenda dell'incontro di Ulisse con Polifemo, che è una chiara metafora della superiorità dell'intelligenza sulla violenza, ha la sua esaltazione letteraria nella "Odissea".

Il poema omerico fu scritto circa sette secoli prima della nascita di Cristo, ma con ogni probabilità riprese leggende che già si tramandavano popolarmente da epoche precedenti.

Ulisse, nel suo pellegrinaggio lungo il Mediterraneo per tornare nell'isola di Itaca dopo l'assedio di Troia, approda in un'isola, la "Terra dei Ciclopi", dove chiede ospitalità al gigantesco e selvaggio Polifemo. Il ciclope, però, gli uccide alcuni compagni e li divora. Per salvarsi, Ulisse fa ubriacare di vino il rozzo gigante, gli acceca l'unico occhio e così può tornare ad imbarcarsi. Inutilmente il ciclope accecato tenterà di colpirlo lanciandogli come massi le cime di alcuni monti identificate dalla leggenda nei "Faraglioni di Acitrezza".

L'autore della "Odissea" aveva scritto che la "Terra dei Ciclopi" era un'isola del Mediterraneo: fu un poeta del quinto secolo avanti Cristo, Euripide, nel dramma satiresco "Ciclope", a localizzare la "Terra dei Ciclopi" nella fascia costiera che separa l'Etna dal mare.

La leggenda passò poi nella letteratura romana e venne ripresa da Virgilio che nel libro III della "Eneide" immaginò una sosta di Enea in Sicilia durante il viaggio da Troia verso il Lazio. L'esule troiano -secondo i versi di Virgilio- approdò vicino all'Etna e qui incontrò un ex compagno di Ulisse, Achemenide, il quale gli raccontò il modo in cui Ulisse aveva sconfitto Polifemo.

In realtà i Fraglioni sono masse laviche nere e appuntite che emergono dalle acque. L'isola Lachea, il più grande di questi scogli, è oggi sede di una stazione biologica dell'Università di Catania e riserva naturale protetta e ospita varie specie animali e tra cui la Lacerta, una specie endemica presente solo in quest'isola.

Il porticciolo di Aci Trezza, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra ancora popolato dai personaggi di Verga, la Maruzza, Padron 'Ntoni, La Mena, Bastianazzo con la sua barca la Provvidenza e da tutti gli altri Malavoglia. Qui infatti, lo scrittore catanese Giovanni Verga si ispirò per scrivere il suo capolavoro "I Malavoglia", che narra le vicende sfortunate di una famiglia di pescatori che lottano contro il destino avverso per risollvare le loro sorti dopo il naufragio della Provvidenza. Sembra di vederli ancora dalla costa di Aci Trezza scrutare il mare, nella vana speranza di avvistare la barca con il suo carico di lupini.

E ancora ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La terra trema" (1948) , rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato liberamente tratto. Ancora una volta protagonista è una famiglia di pescatori sfruttati nella loro povertà dai commercianti grossisti. Il giovanè Ntoni Valastro chiede ai pescatori di ribellarsi ma alcuni di essi vengono arrestati e poi fatti rilasciare dagli stessi grossisti cui serviva manodopera. Disposta a lottare contro l'oppressione, la famiglia Valastro ipoteca la casa per comprare una barca e lavorare in proprio. Un'eccezionale pesca di acciughe sembra aiutarli ma più tardi una tempesta distrugge la barca. Costretti a vendere le acciughe ai grossisti ad un prezzo irrisorio, perdono la casa e la famiglia si disgrega tra una sciagura e l'altra. 'Ntoni si rassegna così a lavorare per i grossisti e anche se umiliato.

U pisci a mare. Oggi la pantomima si è vestita di altri colori. Tra le bancarelle stracolme di oggetti, carrettini traboccanti di arachidi e ceci tostati e assordanti fuochi d’artificio, u Raisi, colui che dirige la pesca, si avvia a balzelloni sulla spiaggia, ostentando, in modo caricaturale, calzoni corti, un cappellaccio, stracci rossi, una fascia purpurea a tracolla.

Con fare minaccioso muove una canna di foglie fresche sulla mano destra ed un ombrello sulla sinistra. Alcuni pescatori, vistosamente ornati in rosso, con marcata gestualità iniziano la calata della barca.

Il loro compito è quello di arpionare u pisci, provetto nuotatore che furtivamente s’immerge nello specchio di acqua teatro della pantomima, nascondendosi tra le numerose imbarcazioni. In uno scenario scandito dalle urla della gente, ha così inizio la pesca.

U Raisi, dall’alto di uno scoglio, avvista la preda, lancia segnali, urla frasi arcaiche ed incita i marinai a catturarla. Il pesce, dopo vari tentativi, viene preso e levato a bordo, ma riesce a scappare. I pescatori imprecano, si accapigliano e u Raisi, disperato, si getta in acqua.

L’inseguimento del pesce si ripete e questa volta la preda viene ferita e catturata, macchiando di rosso il mare. Due pescatori tengono saldamente il pesce-uomo per le braccia e le gambe e minacciano di squartarlo con una grande mannaia. Urlano la bontà delle carni. Ma a pochi metri dall’approdo il pesce fugge definitivamente, scomparendo tra i flutti. Poi, tra l’entusiasmo generale, i pescatori capovolgono la barca e ritornano a terra in un gioco di spruzzi che coinvolge tutti gli spettatori.

Questa festa è considerata una delle manifestazioni popolari più importanti della Sicilia. Nella semplicità della rappresentazione, recitata, come già detto, da pescatori locali, è presente tutta la profondità del rapporto tra l’uomo e il mare, il pescatore e la preda, da Verga ad Hemingway. Il susseguirsi di momenti di conquista del pesce spada e della perdita della preda, sino al capovolgimento dell’imbarcazione, rappresentano l’alternarsi della ricchezza e della povertà, della felicità e della disperazione, della vita e della morte..

 
 

 

 

 

 

 

 Un piccolo speciale su una borgata marina piena di suggestiva bellezza
storica e ambientale. Capomulini offre anche un mistero: i ruderi di un

piccolo tempio romano dedicato a Giulio Cesare o a Ottaviano Augusto. Dal

porticciolo del piccolo borgo si può, inoltre, godere una rara visuale di
Acitrezza, dei suoi faraglioni e dell'isola Lachea.


Santa Maria alla Scala e' un piccolo centro balneare e peschereccio che si sviluppa a 15 metri sul livello del mare e che rientra nella provincia di Catania.

Il centro si ricorda soprattutto per la Chiesetta seicentesca, per il suo piccolo porto e per la sua spiaggia sassosa.

Affascinante borgo di pescatori intatto nella sua originaria architettura marinara, raggiungibile attraverso una iconografica mulattiera, detta delle chiazzette, perché sette rampe ne scandiscono il sinuoso correre verso il mare, su ognuna delle quali si possono ammirare straordinarie vedute sull'incantevole tratto di costa che da Taormina va a Capomulini.

 

Baganato da un mare turchese, incastonato tra nere rocce laviche e giardini d'aranci, come una cartolina illustrata di altri tempi, Santa Maria La Scala è sicuramente uno dei più graziosi e caratteristici borghi marinari della costa orientale etnea.

Le storie dei suoi uomini di mare, le favole, la mitologia hanno plasmato racconti e leggende ancora oggi affidate alla sola memoria degli anziani pescatori.

Vi si venera la Madonna della Scala la cui chiesa settencentesca ne custodisce una statua lignea di pregevole valore storico ed artistico. In occasione della festa ad Essa dedicata si svolge, tutti gli anni ad Agosto, la tradizionale "gara fra barche" utilizzando due imbarcazioni storiche tradizionali catanesi "palummedde cù speruni" di proprietà dell'Arcipretura del paese.

 

 

 

 

La leggenda narra che l'insistenza del nome Aci, caratterizzante ben sette località, derivi dall'ampia eco avuta dalle sfortunate vicende amorose del bel pastore Aci e della neride Galatea che di lui s'innamorò suscitando l'ira del ciclope Polifemo. Questi, folle di gelosia e di dispetto, si liberò del rivale scagliandogli contro, dalle vertiginose altezze del Mongibello (oggi Etna), sua infernale dimora, un enorme macigno che sommerse l'amante sfortunato.

Il sommo Giove, impietosito dal dolore di Galatea, volle tramutare l'amore dei due giovani in un gaio e imperituro fiumicello. Ma il fiume non ebbe miglior sorte del pastore, se è vero - come vuole un'altra credenza - che il nome deriva invece alle località dal fatto d'essere state, un tempo, tutte lambite dalle acque del fiume Aci, sommerso dalle tante eruzioni dell'Etna che si sono succedute nei secoli.

Per gli storici, il toponimo comune risale alla migrazione cui il terremoto del 1169 costrinse gli abitanti della località fondata dai Greci e successivamente detta Akis dai Romani. Questi lasciarono l'originario insediamento e diedero luogo a diverse borgate che conservarono nella loro denominazione l'eponimo di Aci.

Acireale e la Timpa

Attorno ad Acireale vi sono molti villaggi sul mare: Santa Caterina (con una suggestiva terrazza sulla Timpa, un'area naturalistica con una vegetazione originale, unica al mondo); Pozzillo (caratteristico villaggio di pescatori che sorge sulla pietra lavica, circondato dal verde dei limoneti); Santa Tecla (un paesino sul mare alle pendici di un costone ricoperto dalla vegetazione della Timpa, di limoneti e di oliveti); Santa Maria La Scala (un pittoresco villaggio di pescatori, che mantiene intatta la sua architettura originale); Stazzo (un paesinoaffascinante sulla costa); Capomulini (un aggregato situato sul golfo che abbraccia l'isola Lachea ed i mitici Faraglioni).

Acireale è una bellissimma città barocca sul mare, circondata dai limoneti. Dalle sue terrazze la vista abbraccia il golfo da Catania alla Calabria. E' nota anche per il carnevale, che richiama turisti da tutta l'Italia e per lo stabilimento termale, che sorge su un'antica villa. Attorno alla città vi sono molti villaggi sul mare: Santa Caterina (con una suggestiva terrazza sulla Timpa, un'area naturalistica con una vegetazione originale, unica al mondo); Pozzillo (caratteristico villaggio di pescatori che sorge sulla pietra lavica, circondato dal verde dei limoneti); Santa Tecla (un paesino sul mare alle pendici di un costone ricoperto dalla vegetazione della Timpa, da limoneti e da oliveti); Santa Maria La Scala (un pittoresco villaggio di pescatori, che mantiene intatta la sua architettura originale, con un caratteristico porticciolo); Stazzo (un paesino affascinante sulla costa, che odora di zagara); Capomulini (un aggregato situato sul golfo che abbraccia l'isola Lachea ed i mitici Faraglioni). Tutta l'area è affollata da villeggianti e turisti ed è rinomata per la sua cucina a base di pesce.

Piazza del Duomo - La piazza era un tempo chiamata Piazza del Cinque d'oro, con riferimento alle carte da gioco. Questo perchè la parte centrale era occupata da un palco contornato da quattro piccole aiuole. Qui venivano rappresentati spettacoli musicali e teatrali. La bella e grande piazza è delimitata da edifici barocchi: il Duomo, la Basilica dei S.S. Pietro e Paolo, dalla bella facciata resa asimmetrica dall'unico campanile, ed il Palazzo Comunale (1659) con bei balconi in ferro battuto sostenuti da mensole riccamente ornate da mascheroni e esseri mostruosi. Leggermente defilato, all'inizio di via Davì, il secentesco Palazzo Modò ha due bei balconi con reggimensola a mostri e presenta ancora, sulla facciata, il nome del teatro qui ospitato ai primi del '900, Eldorado, coronato da un mascherone.

Duomo - Dedicato alla SS. Annunziata e a S. Venera, ha una facciata bicroma in stile neogotico, opera di Giovan Battista Filippo Basile (1825-1891), autore del Teatro Massimo a Palermo e padre del più famoso Ernesto Basile, grande maestro del liberty. Racchiusa tra due campanili dalla cuspide maiolicata, la parte centrale è arricchita da un bel portale secentesco. All'interno, la parte più interessante è quella del transetto e del presbiterio, affrescati da P. Vasta. Il transetto, il cui pavimento è in gran parte occupato dalla ottocentesca meridiana di Wolfang Sertorius e F. Peters, termina sulla destra con la barocca cappella di S. Venera.

Basilica di S. Sebastiano - In corso Vittorio Emanuele, poco dopo piazza Duomo, sul lato sinistro. Preceduta da una balaustra sormontata da statue, la facciata barocca è un alternarsi armonioso di colonne, lesene, nicchie, volute e un fregio a ghirlanda retto da angioletti che corre lungo il cornicione che delimita il primo ordine. All'interno, il transetto ed il presbiterio presentano affreschi di P. Vasta che illustrano episodi della vita di S. Sebastiano, patrono della città.

Piazza S. Domenico - Alla fine di via Cavour. La Chiesa di S.Domenico, dalla bella facciata barocca, corona un lato di questa piccola piazza su cui si affaccia anche Palazzo Musumeci (XVII sec.) dai bei balconi in ferro battuto e dalle finestre in stile rococò.

Poco lontano, lungo la via che si diparte sulla destra guardando S. Domenico, si trova la Biblioteca Zelantea con l'annessa Pinacoteca. Qui sono conservati il bozzetto in gesso del gruppo statuario di Aci e Galatea (che si trova nei giardini di Villa Comunale) di Rosario Anastasi ed un busto di Giulio Cesare noto come Busto di Acireale (I sec. a. C.).

Villa Belvedere - A nord della città, alla fine di Corso Umberto I. E' un bel giardino tranquillo con una terrazza panoramica da dove si gode di belle viste sull'Etna e sul mare. Vi si trova il gruppo statuario di Aci e Galatea. All'entrata, sulla sinistra. il palco è la riproduzione di quello che un tempo ornava piazza del Duomo.

Terme di S. Venera - A sud della città, ingresso lungo la SS 114. Lo stabilimento termale, in stile neoclassico, nasce nel 1873, per volere del barone Agostino Pennisi di Floristella (il castello del barone è ancora visibile alle spalle delle terme, vicino alla vecchia stazione ferrroviaria).

Le terme sono alimentate da acque sulfuree che sgorgano nell'entroterra, a circa 3 km a sud di Acireale, in località Reitana, da dove vengono convogliate ed incanalate. E' qui che sono stati rinvenuti i resti del Complesso Termale Romano di S. Venera al Pozzo: due ambienti con copertura a volta a botte, probabilmente il Tepidarium ed il Calidarium.

Museo dei Pupi dell'Opra - Il teatro di Turi Grasso e figli è allestito con pupi di tradizione acese (alcuni del secolo scorso) che permettono di ammirare la maestria con cui sono forgiate le armature, allestiti i costumi e dipinti i particolari dei vari pupi. Vi si trova anche un piccolo teatro funzionante (per gli orari e le date degli spettacoli, rivolgersi al museo).

 
 
 
 
 

Giarre (C.A.P. 95014) dista 218 Km. da Agrigento, 152 Km. da Caltanissetta, 26 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 123 Km. da Enna, 70 Km. da Messina, 258 Km. da Palermo, 130 Km. da Ragusa, 84 Km. da Siracusa, 357 Km. da Trapani.

Il comune conta 27.184 abitanti e ha una superficie di 2.748 ettari per una densità abitativa di 989 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona collinare litoranea, posta a 81 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in via Callipoli n. 81, tel. 095-963111 fax. 095-963234, numero verde 800234658. L'indirizzo di posta elettronica è il seguente: giarre.lavpubblici@omnia.it.

Grosso centro agricolo e commerciale, Giarre vanta una ricca produzione di agrumi, ortaggi, uva, olive e cereali che si possono gustare nell'annuale Fiera agrumicola e ortofrutticola che si tiene nel mese di settembre.

Importante è pure la Fiera dei fiori della riviera ionico-etnea che si svolge ogni anno nel mese di settembre.

Nel settore dell'artigianato locale spiccano gli oggetti lavorati in ferro battuto e in rame visibili nella Mostra-Mercato dell'artigianato siciliano che si tiene ogni anno nel mese di dicembre.

Il nome Giarre deriva dal siciliano Giarri che significa "giare, contenitori di terracotta". Essi venivano fabbricati da abili artigiani locali per la conservazione delle derrate alimentari della vicina contea di Màscali.

Il primo nucleo abitato sorse nel VII secolo a.C. ad opera di una colonia di Calcidesi che si stanziarono su quel territorio.

Nel periodo romano esso fu devastato a causa di numerose rivolte servili sempre represse nel sangue. Solo a partire dalla seconda metà del 1800 il centro ebbe uno sviluppo autonomo, dato che sino al 1815 appartenne alla giurisdizione della vicina cittadina di Màscali.

Importante rilevanza architettonica ha il Duomo di stile neoclassico che venne eretto a partire dal 1794. In esso sono conservate una splendida tela raffigurante la Vergine e i Santi opera di Pietro Paolo Vasta (1697-1760) e una Cappella dedicata a S. Lucia in cui è racchiuso un dipinto del 1849 che rappresenta l'immagine del martirio di S. Agata opera di Giuseppe Vaccaro (1793-1866).

Fra i nomi illustri giarresi citiamo quello di Alfio Russo (1902-1976) celebre giornalista che diresse i seguenti giornali: "La Sicilia" di Catania, la "Nazione" di Firenze e il "Corriere della Sera" di Milano.

Giarre e' un importante centro agricolo e commerciale in provincia di Catania noto per le produzioni di ciliege, per quelle orticole, la produzione di vini ed il florovivaismo.

La citta' e' situata a 81 metri sul livello del mare e conta circa 27.200 abitanti.

La Chiesa Madre - Una prima tappa turistica deve decisamente riguardare la Chiesa Madre cittadina dedicata a S. Isidoro Agricola, il patrono cittadino. E' un'imponente costruzione neoclassica, con due torri campananie gemelle, di forma squadrata. I lavori per la sua edificazione iniziarono il 1794 e terminarono quasi un secolo dopo. La facciata presenta due campanili e quattro orologi, il suo interno e' suddiviso in tre navate, a croce latina ed uno stile neoclassico. La Chiesa preserva alcune opere d'arte interessanti come alcune tele settecentesche e ottocentesche come la tela raffigurante "La Vergine e Santi", nonche' un pregiato arazzo rosso raffigurante, tra l'altro, un'aquila con una croce sul petto ed uno stemma dei Borbone.

Da citare e' la chiesa dell'Oratorio, realizzata seguendo lo stile rococo' siciliano.

Il Corso - L'arteria principale è via Callipoli, fiancheggiata da bei negozi e da residenze signorili in stile liberty, neoclassico e barocco, edificati tra l'Ottocento ed il Novecento, tra i quali è degno di nota il Palazzetto Bonaventura (n° 170), in stile liberty. Al n° 154, Palazzo Quattrocchi è caratterizzato da decorazioni in stile moresco.

La bellezza cittadina e' ulteriormente arricchita dai belvederi riposti sul famoso vulcano Etna ed il Torrente Macchia.

Anche i dintorni cittadini sono affascinanti e meritano una visita turistica.

Il Santuario di Santa Maria la Strada fu edificato nel 1081 nella contrada che lo ospita per volere del Conte Ruggero che cosi' voleva ringraziare la Madonna per la sua vittoria sui Saraceni. Sempre nei dintorni cittadini, e precisamente nella localita' denominata Macchia, si trova il Museo Comunale degli Usi e dei Costumi delle Genti dell'Etna in cui si puo' ammirare, tra l'altro, la ricostruzione fedele di una tipica masseria del secolo scorso.

Dal punto di vista naturalistico Giarre ha molto da offrire.

Certamente da non sottovalutare e' il fatto che Giarre rientra nel Parco dell'Etna, una delle piu' interessanti oasi siciliane che consente, tra l'altro, la possibilita' d'ammirare delle vedute uniche sul Vulcano.

La sua nascita si deve al Vescovo-Conte Nicola Maria Caracciolo che nella seconda meta' del 1500, incominicio' ad interessarsi attivamente alla zona concedendo in enfiteusi le sue terre per poter iniziare l'ingente opera di bonifica nella zona. Nel 1815 la citta' ottenne l'autonomia da Mascali, citta' dalla quale fino a quel momento dipendeva. La storia cittadina e' legata a quella della vicina citta' di Riposto: le due citta' sono state unificate e divise piu' volte fino ad arrivare alla fine della Seconda Guerra Mondiale quando esse furono di nuovo suddivise per riprendere i loro toponimi originari.

Il nome Giarre ricorda i famosi contenitori utilizzati per conservare le decime da consegnare al Vescovo di Catania, signore di Mascali.

Riposto si trova a soli sei metri sul livello del mare, con alle spalle il vulcano Etna e conta quasi 13.900 abitanti.

La Chiesa Madre - Una prima tappa cittadina a carattere culturale riguarda la Chiesa Madre intitolata a San Pietro. Essa preserva interessanti tele d'origine ottocentesca, cioe' quella raffigurante L'Immacolata Concezione, quella raffigurante la Madonna del Rosario e quella raffigurante San Sebastiano.

Chiesa della Madonna della Lettera - Successiva tappa religiosa e culturale cittadina riguarda la Chiesa della Madonna della Lettera. Essa conserva un dipinto raffigurante la Madonna, un organo settecentesco ed una cripta dove si trovano un pozzo d'acqua marina ed i colatoi utilizzati per il trattamento delle salme.

Monumenti minori e dintorni - Tra gli edifici e costruzioni civili della citta' occorre citare innanzitutto la Villa Comunale, il Palazzo Comunale edificato intorno agli anni '20, le due torri edificate per difendere il territorio dalle incursioni dei pirati, nonche' il borgo marinaro Torre Archirafi, oggi interessante centro turistico.

La storia cittadina e' stata legata da sempre a quella della vicina Giarre: solo nel 1841 Riposto ottenne la possibilita' di diventare un comune autonomo. L'etimologia del nome deriva dal fatto che le decime del vino raccolte in passato nella Contea di Mascali erano "riposte" in questa citta' e questo spiega l'origine del nome. Il borgo si sviluppò ad opera di una colonia  messinese (da cui il culto della Madonna della Lettera) attorno ai magazzini e nel XIX sec. divenne un importante centro commerciale per l'esportazione del vino. Data la strategica posizione geografica cittadina, infatti, per raggiungere il mare tutte le strade della Contea in cui rientrava Riposto confluivano nell'attuale Corso Italia.

 

Santa Venerina (C.A.P. 95010) dista 223 Km. da Agrigento, 151 Km. da Caltanissetta, 24 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 116 Km. da Enna, 69 Km. da Messina, 267 Km. da Palermo, 128 Km. da Ragusa, 82 Km. da Siracusa, 374 Km da Trapani.

Il comune conta 7.692 abitanti e ha una superficie di 1.879 ettari per una densità abitativa di 409 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona litoranea collinare, posta a 337 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in piazza Regina Elena, tel. 095-953717 fax. 095-7001101.

Consigliata una visita alla psticceria Russo. La produzione agricola locale è basata sulla coltivazione dell'uva da mosto, della frutta, degli agrumi e sulle nocciole.

Già abitato in età bizantina e romana, come attestano resti di terme e un antico oratorio propri di quelle epoche, il territorio di Santa Venerina fu compreso in quello della vicina Acireale fino al 1934 quando ottenne la costituzione del comune. Il suo nome è legato alla Patrona di Acireale Santa Venera modificato da un amoroso vezzeggiativo.

Dedicata a Santa Venera è la Chiesa Matrice con all'interno settecenteschi dipinti di Alessandro (1720-1793) e Pietro Paolo (1697-1760) Vasta. Nella limitrofa frazione di Dàgala del Re è possibile ammirare resti di un tempietto cristiano con pitture parietali.

Tra le manifestazioni locali grande interesse desta il Presepio Vivente che si tiene annualmente nel mese di dicembre nella pubblica piazza.

 

 Il breve corso dell'Alcantara (nome arabo, Al Qanrarah, che significa ponte), lungo poco più di una quarantina di chilometri, prende origine da varie sorgenti presso Floresta, e dopo essersi ingrossato grazie a diversi torrenti dei Nebrodi, corre per la valle racchiusa fra le colline di marne ed arenarie che reggono Castiglione di Sicilia e Motta Camastra fino a sfociare nello Ionio. Migliaia di anni fa la valle fu invasa da una possente colata lavica sgorgata dal più eccentrico dei crateri etnei, il Monte Moio, e non si fermò se non quando giunse al mare formando Capo Schisò. Così la spessa coltre di lava coprì l'antico letto che il fiume aveva scavato, nel corso dei secoli, fra le arenarie. Ma l'acqua del fiume, ripreso il lento fluire, nel tempo incise e levigò pareti di oltre 20 metri, raggiungendo il suo antico letto di arenaria e formando delle suggestive gole dalle alte pareti di prismi basaltici ora incurvati ora leggermente ondulati, secondo le modalità di raffreddamento della colata. Vicine a Taormina, le gole sono molto frequentate da turisti italiani e stranieri e non sempre, nel tratto iniziale, sono un luogo di silenzio e tranquillità. A causa del notevole afflusso turistico, all'ingresso della gole sono stati costruiti un grande parcheggio ed un orrendo ascensore in cemento. Malgrado ciò le gole mantengono un ambiente ancora interessante. Il percorso suggerito è impegnativo, perchè la risalita del fiume avviene, fin dall'inizio, immersi nell'acqua fino alla cintola e prevede anche tratti a nuoto. E' consigliato ad escursionisti esperti e con una buona pratica di nuoto. Sono necessari un costume da bagno ed un paio di scarpe da tennis da indossare senza calze. Attenzione alla temperatura dell'acqua!

Dallo svincolo per Giardini - Naxos dell'autostrada Catania - Messina, si prende la statale 185 in direzione di Francavilla di Sicilia. Percorsi 13 km, poco prima di giungere a Motta Camastra (cartello giallo indicante le gole) si svolta a sinistra e, passando per un cancello, si entra in un largo spiazzo dove si parcheggia. Accanto al bar - ristorante inizia la scala che scende, tra fichi d'india e grandi cespugli di euforbia attaccati tenacemente alle rocce, sino al letto del fiume. Entrati nelle fredde acque dell'Alcantara, si attraversa il fiume e si raggiunge la spiaggetta sulla riva opposta. Nell'acqua, tenendosi a sinistra, si risale il fiume fra le alte e nere pareti laviche sino ad un gradino. Ci si sposta sulla destra, si sale sulle rocce facendo attenzione a non scivolare e, percorrendo un breve tratto fuori dall'acqua, si aggira il piccolo salto. Con una breve nuotata si raggiunge la riva opposta. Si prosegue a sinistra fino ad uno scivolo che si evita a sinistra, e si continua costeggiando le alte pareti laviche sin dove la gola si allarga. Si prosegue per un breve tratto al centro, poi ci si sposta a sinistra. Si sale sulle rocce, in questo punto simili ad un piano inclinato, e si prosegue fino ad un laghetto ai piedi di un'ampia cascata. A nuoto si raggiunge la spiaggia, formata dalla erosione a sinistra del lago. Qui si può sostare all'asciutto ed ammirare i prismi basaltici che come antiche colonne, chiudono l'anfiteatro. E' possibile proseguire, raggiungendo limpidi laghetti e straordinarie cascatelle. Occorre però arrampicare a sinistra della cascata utilizzando una corda fissa ed aiutandosi con qualche appiglio sulle levigatissime rocce. Il ritorno richiede lo stesso tempo.

 

 

 

 

 

in sottofondo STRANIZZA D'AMURI by Franco Battiato (L'era del cinghiale bianco - 1979)