Civita di Catania. In via Landolina 11 si apre il grande ingresso che conduce nel cortile dell’ex monastero di S. Placido. Il monastero occupa un intero isolato di forma trapezoidale; il lato corto di questo isolato è impegnato dalla facciata della chiesa e solo in parte dall’edificio che si sviluppa, invece, lungo i lati più lunghi.

 La chiesa di S. Placido, che ha dato il nome anche alla piazzetta antistante, è uno dei gioielli di Catania barocca; il prospetto (1769) è di Stefano Ittar che ha saputo creare un gioco di concavità che si ripropone anche nell’interno luminoso. Dentro il monastero di S. Placido sono incastonate alcune strutture murarie che appartenevano all’antico palazzo "alla marina" della famiglia Platamone.

 Il palazzo dei Platamone, insieme con quello dei Biscari ebbe la concessione di aprire nelle mura della città una "posterna" cioè un passaggio che conduceva direttamente al porto. Le case dei Platamone si trovano inserite nel monastero perché già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi; quando, con il terremoto del 1693, il convento crollò, venne ricostruito inglobando le testimonianze più antiche. Ciò che oggi resta di tutte le costruzioni quattrocentesche è il grande loggiato sormontato dal parapetto di un balcone (XV secolo); esso è decorato con un motivo a chevron, cioè con fasce bicolori (pietra calcarea e pietra lavica) alternate. Al centro, inserito in una cornice mistilinea, campeggia lo stemma della famiglia. Di straordinaria freschezza ed eleganza compositiva èla serie di archetti ogivali che poggiano sulle mensole di pietra calcarea; in questi archetti sono scolpite alcune decorazioni con motivi floreali, vegetali alternati a figure umane.

Da Piazza S. Placido lasciamo  via Vittorio Emanuele a destra, per via Sorrentino; all'incrocio con via Serravalle c'è la Casa di Vaccarini. Via S. Francesco Di Paola, via Perrone, via Billotta, via Carnazza Amari, piazza Duca di Genova, via Museo Biscari, via Porticello, via Dusmet e poi vicine ci sono Porta Uzeda e il Duomo.

Il Collegio Cutelli. E' sito in via Vittorio Emanuele.

Del Vaccarini è la corte circolare interna, che si eleva per tre piani: in quello inferiore alcune colonne tuscaniche, affiancate da archi a tutto sesto, reggono l'architrave; al piano superiore un ballatoio continuo collega i diversi ambienti, i diversi sostegni e coronamenti; l'attico corona l'insieme e mostra motivi geometrici e classici. Le aperture sono incorniciate da lesene con capitelli geometrici.

Era alla civita che viveva il maestro Vaccarini, dove tuttora è possibile vedere l'abitazione, la "Casa del Vaccarini". Nell'arco di ingresso aveva voluto vi fosse il busto di Sant'Agata, mentre, in una grotta del giardino, custodiva l'immagine di Santa Rosalia, patrona della città natìa. Vicino alla dimora fece costruire, su di uno scoglio, la chiesetta del Santissimo Salvatore, ove si recava a pregare la mattina. Un portichetto dinanzi al mare raccoglieva i profumi della brezza e filtrava la radiosa luce di levante. Agli inizi del XX secolo fu colmato il giardino su cui si apriva il portico, per farvi passare via C. Colombo. Auspicabile sarebbe la realizzazione di un antico progetto: trasformare Casa Vaccarini in un museo, come è stato fatto per il museo G.Verga e per il museo V. Bellini.

Numerosi sono gli edifici da vedere in via Vittorio Emanuele: Palazzo Reburdone, che ospitò re e nobili, i Palazzi Valle e Serravalle, il Monastero di San Placido dell'architetto Stefano Ittar, la Badìa di Sant'Agata su piazza Duomo, le chiese di San Francesco d'Assisi, di Sant'Agostino, della Trinità, Casa Bellini di Palazzo Gravina. Ma qui siamo nella parte bassa, quella che va dal mare, costeggia la Civita e arriva a Piazza Duomo.

Da Piazza Duca di Genova, ci immettiamo in Via Museo Biscari e dopo 100 metri arriviamo al portone di Palazzo Biscari.  E' il più elegante degli edifici settecenteschi. Vi risiedeva il principe di Biscari, che lo fece costruire alla Marina, a ridosso delle mura cittadine. Esso è testimonianza non solo dell'affermarsi del nuovo gusto, ma anche delle capacità degli artigiani e dei capomastri della Catania dell'epoca.

Il prospetto fu costruito in diverse epoche: la terrazza superiore è rococò e del medesimo stile sono le decorazioni e gli arredi degli interni. E' concesso al pubblico di visitare i Saloni d'ingresso ed il Grande Salone delle Feste con affreschi di Sebastiano Lo Monaco. Spesso il Palazzo accoglie manifestazioni culturali e musicali. Sopra il Salone è posto il Palco dei musicisti.

Annesso al palazzo il principe volle un teatro, per molto tempo l'unico della città, una biblioteca ed un museo (per custodire i reperti venuti man mano alla luce dagli scavi) con la bellissima galleria dei marmi.

Oggi la collezione Biscari è stata accolta dal museo del Castello Ursino, mentre gli antichi documenti della Biblioteca sono custoditi all'Archivio di Stato. Da via Museo Biscari si accede al cortile del museo, che fu sistemato da F. Battaglia nel 1758.

Palazzo Biscari, il più sontuoso edificio privato di Catania, rappresenta un caso unico, per la struttura, la pianta e le decorazioni. Dopo il terremoto che nel 1693 distrusse quasi interamente la città, Ignazio Paternò Castello III Principe di Biscari ottenne dal re il permesso di edificare sul terrapieno delle mura cinquecentesche di Carlo V. Ignazio muore nel 1700 e il figlio Vincenzo, IV principe di Biscari inizia i lavori organici e continuativi che dureranno più di un secolo a cui parteciperanno i più grandi architetti catanesi dell’epoca: Alonzo di Benedetto, Girolamo Palazzotto, Francesco Battaglia e suo figlio Antonino. All’inizio del Settecento l’edificio si presentava come un vasto pentagono, accentrato sul grande cortile a cui si aveva accesso attraverso un portale riccamente ornato e sormontato dallo stemma con i quattro quarti di nobiltà. Nei primi decenni del secolo Antonino Amato completò la decorazione della facciata alla marina. Per chi allora usciva dalla Porta Saracena, l’incontro con il palazzo affacciato sul mare offriva, grazie al totale dispiegarsi del paramento decorativo, la snella visione dei balconi e delle lesene che emergevano dal fondo nero della base lavica con decorazioni a fiori, putti e telamoni. E’ il trionfo non solamente di un gusto e di uno stile, ma anche delle capacità tecniche degli intagliatori e dei decoratori che si erano formati nel grande cantiere della Catania del XVIII. La terrazza si prolunga in una linea ideale, la stessa che collega l’ultima parte del Palazzo Episcopale e che doveva far parte di quel ''Teatro alla Marina'' a cui pensavano i nobili e il senato catanese alla fine del dodicesimo secolo.

Il palazzo raggiunse il massimo splendore con l’intervento di Ignazio V Principe di Biscari. Ignazio, uomo eclettico, appassionato d’arte, di letteratura e di archeologia fu una figura pregnante della vita culturale di Catania nella metà del Settecento. Committente non comune, il principe non si  limita a manifestare all’architetto le proprie esigenze, ma suggerisce, propone modi e soluzioni che gli vengono ispirate da tutto ciò che vede durante i suoi numerosi viaggi. Oltre alla costruzione di un teatro con tre ordini di palchi e con un accesso esterno per il pubblico, dedicò un particolare impegno alla costruzione e alla sistemazione di un museo che volle come degna cornice per le sue collezioni archeologiche provenienti dagli scavi che lui stesso dirigeva. Le ampie sale ornate di colonne, disposte intorno a due cortili racchiudevano pregevoli collezioni di monete, medaglie, gemme intagliate, cammei antichi, disegni, stampe e armature, ricordate ed elogiate nei diari dei numerosi eruditi di tutta Europa che nel Settecento vennero a visitarlo.

Da: J. W. Goethe - Viaggio in Italia

Fummo introdotti dal Principe il quale ci fece vedere la sua collezione di monete per un atto di deferenza speciale...

Dopo aver dedicato a quest’esame un certo tempo, sempre troppo poco tuttavia, stavamo per congedarci, quando egli volle presentarci alla madre, nel cui appartamento erano esposti altri oggetti d’arte di più piccola dimensione...

Ci aprì ella stessa la vetrina, in cui erano custoditi gli oggetti d’ambra lavorata....

Questi oggetti come pure le conchiglie incise, che vengono lavorate a Trapani e infine alcuni squisiti lavori in avorio formavano la compiacenza particolare della gentildonna, che trovava il modo di raccontare in proposito più di una piacevole storiella. Il principe dal canto suo ci intrattenne intorno a cose più serie e così trascorsero alcune ore dilettevoli ed istruttive. Nel frattempo, la principessa aveva appreso che eravamo tedeschi, per cui ci domandò notizie dei signori von Riedesel, Bartels, Munter, tutti da lei conosciuti e dei quali aveva anche saputo discernere ed apprezzare egregiamente il carattere e il costume. Ci siamo congedati a malincuore da lei, ed ella stessa parve ci lasciasse andar via di malincuore.

Oggi il cortile centrale del palazzo si presenta attorniato da costruzioni di epoche diverse e dominato dalla scalinata centrale a tenaglia che introduce nella parte più preziosa dell’edificio. La visita dell’interno si rivela di non comune interesse. Legata alla personalità di Ignazio si sviluppa una coerente distribuzione degli spazi, specchio di una misura di vita, che si deve svolgere in una casa confortevole per lo spirito e per il corpo, nell’ordine e in armonia con ideali che non restano limitati nella contemplazione del passato. Dopo la sala d’ingresso che contiene grandi tele raffiguranti le piante dei possedimenti dei Biscari e superate le successive stanze, si entra nel grande salone, che riunisce molti artifici dello stile rococò.

Guardando il palazzo dal mare si distingue la parte successiva, verso est, più austera e maestosa, realizzata dopo il 1750, caratterizzata dal gioco di colonne e dai profondi balconi. Qui Battaglia discosta senza boria la sua opera dalla decorazione degli Amato, accanto ai quali aveva svolto la sua attività giovanile. L’ariosa galleria, pacatamente ripartita tra i larghi binati di semicolonne, s’imposta sul cordone delle mura, distendendo piane superfici e fusti levigati: strutture limpide, articolate in funzione del ritmo e del paesaggio. Senza forzare verso una fredda compostezza formale, Francesco Battaglia mostra la genuinità, se non il vigore, delle sue inclinazioni classicistiche. Oltre le specchiere, le bianche porte e il rilucente pavimento di ceramica napoletana, notiamo gli specchi posti sopra i camini delle nicchie, che, con la loro luce riflessa, nel mondo allusivo del rococò, evocano simbolicamente il fuoco. Il cui dio, Vulcano, ritroviamo nel ''Consiglio degli Dei'' riuniti a celebrare il trionfo del casato dei Paternò Castello, nell’affresco del soffitto di Sebastiano lo Monaco. Qui si trova una realizzazione quasi unica: il cupolino si apre in un ballatoio su cui si disponevano tutt’intorno i musicanti. Nell’ingresso dell’alcova di fondo le colonne vengono capovolte per scioglierle da ogni rapporto con i canoni architettonici e per inserirla nelle predominante ricerca dell’asimmetria. Ma è nella galleria che si coglie il frutto più sorprendente del ''nuovo stile'' nell’Isola. La scala riceve con esatta tangenza la luce che entra dalle larghe vetrate. Gli stucchi accompagnano il dispiegarsi del ritmo, quasi la descrizione nello spazio di una vaporosa piroetta Opera che supera i risultati dell’attività degli artigiani locali, e che potrebbe essere nata dalla collaborazione dell’esperienza tecnica di Francesco Battaglia con i decoratori (pensiamo ad Antonio Pepe) stimolati dai disegni che il principe Ignazio raccoglieva per la casa e per la biblioteca. Sulla porta della galleria gli affreschi aggiungono un elemento ricorrente della tematica della decorazione rococò: scene galanti alla Watteau sulle quali scorciano prosperosi putti gemelli di quelli che nel soffitto del salone allargano la corona di fiori e frutta.

oiseries, intarsi, specchi, affreschi, porcellane, cineserie si ritrovano nelle stanze dell’appartamento del primo piano, dove spicca la galleria degli uccelli e la stanza di don Chisciotte. Nella galleria, ricca di specchi e già costellata da piccole diafane porcellane, si stende un raffinato pavimento di ceramica.

I pannelli e le porte presentano una mostra delle più diverse specie di uccelli, accompagnati da svolazzanti cartigli che ne forniscono la denominazione. L’incantevole adunata forma un vasto album rispondente al repertorio decorativo del tempo, da ricollegare non solo idealmente, ad una delle stanze inferiori del ''gabinetto di istoria naturale'' come conferma il nastro dipinto sulla porta con la scritta ''Storia degli uccelli''. Nei pannelli delle pareti della stanza di Don Chisciotte sono racchiuse tele che illustrano le imprese dell’hidalgo, tratte da una serie di incisioni dei disegni di Charles a. Coypel, primo pittore del re di Francia.

l palazzo è ancora oggi in gran parte abitato dai discendenti e i suoi saloni principali sono spesso usati per manifestazioni di prestigio di carattere mondano e culturale. Gran parte delle collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state donate al comune e trasferite al Museo civico di Castello Ursino.

Nelle vicinanze si può cenare al ristorante Sicilia in bocca alla MarinaSicilia in bocca da Giuseppe

Da Via Vittoio Emanuele, percorrendo Via Landolina, si arriva a Piazza Teatro Massimo, dove è sito il Teatro Massimo  Bellini

Il Teatro Bellini, che si affaccia sull’omonima piazza, fu inaugurato il 31 maggio del 1890 con la rappresentazione della Norma di Vincenzo Bellini. La realizzazione di questo ambizioso monumento alla musica ha dietro di sé una lunga e contrastata storia di progetti e ripensamenti. L’attuale edificio è opera di Carlo Sada (architetto che si formò all’Accademia di Brera e a Roma); egli giunse a Catania al seguito di Andrea Scala, suo maestro, che finì col soppiantare nel 1880. Lo stile del Teatro catanese si ispira all’eclettismo francese del ‘secondo impero’ imposto a Parigi da Charles Garnier con l’Opéra di Parigi. Il prospetto del Teatro Bellini è carico di ornamenti e allegorie; molto elegante il portico d’ingresso per le carrozze chiuso da cancellate in ferro. L’interno è caratterizzato da una grande sala, dall’acustica eccellente, con quattro ordini di palchi e la galleria. Tutt’intorno gli spazi sono stati utilizzati per ricavare eleganti corridoi, saloni e il foyer all’interno del quale è un bel monumento a Vincenzo Bellini. Gli affreschi del soffitto sono di Ernesto Bellandi; nel 1883 il pittore Giuseppe Sciuti dipinse un antisipario che narra di una leggendaria vittoria dei Catanesi sui Libici.

Un teatro dentro la città

Una delle maggiori preoccupazioni del Sada fu quella di collegare l’edificio teatrale con l’ambiente urbano circostante: "Diremo poi - scrive l’architetto nella sua relazione del progetto di completamento - che tanto il portico di prospetto quanto quelli di fianco, servono pure per la circolazione pubblica e solo nelle sere di rappresentazione sarà regolata la circolazione delle carrozze come meglio converrà per il servizio del teatro". Oltre ai cavalcavia, che avrebbero congiunto l’edificio ai palazzi circostanti, il Sada pensò anche alla sistemazione monumentale della piazza, proporzionata alla solennità del prospetto del teatro. Al centro immaginò di collocare un grande monumento a Vicenzo Bellini lo stesso che il Comune aveva commissionato allo scultore Monteverde (oggi questo monumento si trova in piazza Stesicoro): "Una volta sistemata la piazza è qui che vorremmo fosse collocato il monumento del sommo maestro che il Comune sta facendo fare all’illustre scultore Monteverde, non solo per l’ornamento che questa piazza ne acquisterebbe essendo adesso così informe; ma il più sarebbe per principio di logica e quindi in correlazione col concetto estetico, e, cioè che il monumento del grand’uomo (Bellini) fosse situato sulla piazza omonima, ove si trova il tempio a lui dedicato". Il sogno del teatro dentro la città si è potuto realizzare solo in minima parte: la costruzione dei due cavalcavia che saldano l’edificio ai due palazzi confinanti.

Sulle tracce di Vincenzo Bellini

1) nel Duomo di Catania è possibile visitare la tomba di Vincenzo Bellini;

2) in piazza S. Francesco 3 (dentro il palazzo GravinaCruyllas) è la casa-museo di Vincenzo Bellini. Nelle antiche stanze sono custoditi oggetti personali e manoscritti;

3) un bel busto marmoreo di Vincenzo Bellini è esposto nel piazzale di fronte all’ingresso principale della villa Bellini (in via Etnea di fronte a via Umberto).

Torniamo a Piazza San Placido per continuare il giro, ma prima dobbiamo fare il pieno di cassatelle da Nonna Vincenza, tentatore biscottificio catanese che si trova proprio nella piazza.  

Da Piazza S. Placido scendiamo a Via Dusmet e costeggiando gli archi della Marina ci avviamo a destra lungo la strada che porta fino a Porta Uzeda. Su questa strada alberata a sinistra la Villa Pacini e a destra le facciate barocche di Palazzo Biscari e dell’Arcivescovado.

Entriamo a Porta Uzeda attraverso la porta di Carlo V. Porta Uzeda chiude, come una quinta di grande valore scenografico, la via Etnea a sud, nel tratto in cui, superata la piazza Duomo, s'insinua per concludersi in via Dusmet, tra l'ex palazzo dei Chierici a ovest e l'ala di levante dello stesso seminario. Fu appunto per unire questi due corpi di fabbrica che nel 1695, per volere del Duca di Camastra, don Giuseppe Lanza, venne costruito un cavalcavia che diede origine a una porta che allora fu detta della Marina. Ma cambiò nome in quello stesso anno in omaggio al vicerè don Francesco Paceco, duca di Uzeda, venuto a Catania per rendersi conto dei lavori di ricostruzione della città sulle macerie del terremoto del 1693. Sopra quell'arco, negli anni che seguirono, a iniziativa del vescovo mons. Salvatore Ventimiglia,  vennero costruiti i piani superiori, collegati anch'essi con le due ali del palazzo. In alto fu eretto un sontuoso fastigio con una nicchia centrale, che racchiude un busto di Sant'Agata che guarda la città, e un'iscrizione marmorea: D.O.M. Sapientiae et bonis artibus - 1780. Sul balcone che si apre sulla porta c'è un grande stemma del vescovo Ventimiglia

Appena entrati a porta Uzeda si respira subito aria di barocco, di Settecento, sembra di essere proiettati all’indietro di trecento anni. Colpisce il colore nero della pietra di costruzione, il materiale lavico. Catania, la città di quel vulcano che spesso l'ha tradita, facendo scendere le colate di lava fin dentro le sue mura, la città ha un rapporto intenso. A ricordarcelo c'è il colore scuro che caratterizza i monumenti, le case, i portoni, spesso realizzati in pietra lavica e in tufo bianco.

La città cambiò faccia dall'oggi al domani, dopo l'eruzione dell'Etna nel 1669 e il terremoto del 1693. I due cataclismi obbligarono a ricostruire quasi completamente persino il centro geografico della città, laddove si erano insediati i Greci e i Normanni avevano eretto la prima Cattedrale. Si ricorse a precauzioni urbanistiche e a stili più moderni; si ricorse a quel barocco, per il quale Catania è famosa e del quale si ha qui un primo assaggio.

Sotto Porta Uzeda entriamo in Piazza Duomo, cuore della città dell’epoca medievale ma ormai di aspetto barocco, dove è situata la famosa Fontana dell’Elefante, progettata da Giovanni Battista Vaccarini, conosciutissimo architetto siciliano.Di fronte si erge il palazzo del Municipio, la cui facciata principale è sempre del Vaccarini, alla destra i marciapiedi del Duomo dai quale parte Via Etna e alla sinisrtra l'ottocentesca fontana dell'Amenano

La piazza del Duomo, centro della città, ha uno spiccato carattere architettonico e scenografico.

Lo deve all'enfatica evidenza plastica e volumetrica degli edifici che la circondano e alle lunghe prospettive aperte dalle ampie arterie rettilinee che vi sboccano.

Fu creata nel corso della ricostruzione della città, dopo il terremoto del 1693.

Il Duomo di Catania e alla sua sinistra il palazzo del Municipio. Ha pianta rettangolare e l'orna al centro la fontana dell' elefante, del Vaccarini, d'ispirazione berniniana, con l'elefante che regge un obelisco egiziano.

La limitano sul lato Nord il palazzo del municipio, corso da lesene a bugnato e con belle finestre a balcone, opera del Vaccarini (1741), e sul lato opposto il ricco palazzo dell'ex seminario dei chierici.

Ma l' elemento predominante, che dà carattere a tutto l'ambiente , è la gran mole del Duomo, ricostruito subito dopo il 1693.

Sorge sul lato Est, entro un recinto marmoreo coronato da statue, ed ha una sontuosa facciata eretta dal Vaccarini nel 1736, a due ordini di colonne, tutta animata di statue e di una ricca ornamentazione.

Opera dello scultore napoletano Tito Angelini, che fu fatta erigere per celebrare l'avvenuto imbrigliamento delle acque del fiume Amenano, che aveva provocato fino ad allora una enorme quantità di danni ai quartieri centrali della città. Il popolo, a causa del velo d'acqua che cade dai bordi della vasca, su cui sorge la statua del dio, denominò la fontana "dell'acqua o linzolo" (acqua che scende a lenzuolo). Inserita fra Palazzo dei Chierici e Palazzo Pardo, la fontana chiude prospetticamente la piazza del duomo a sud, concludendo il progetto scenografico di via Garibaldi. Fu progettata dallo scultore napoletano Tito Angelini nel 1867, a seguito della regolarizzazione del corso del fiume Amenano.

E' costituita da una grande vasca a forma di conchiglia sulla quale si staglia la figura di un giovane nel quale è personificato Amenano, dio fluviale onorato nell'antichità dai catanesi. Ai due lati, altrettanti tritoni.La conchiglia poggia su un basamento che reca nella parte anteriore lo stemma della città. Nella parte opposta, dentro uno scudo, le parole: Acqua - l'Amenano - 1867 (anno dell'inaugurazione).

Dietro la fontana si apre la piazza Alonzo Di Benedetto, dove si tiene quotidianamente il caratteristico e pittoresco mercato del pesce.

E visto che siamo proprio a due passi non possiamo esimerci dal visitare la Pescheria di Catania, inserita proprio al centro della città

Fontana dell’elefante, o del "Liotru", simbolo della città dal 1239. E’ anche il simbolo delle appassionate e contraddittorie anime della città e si trova nel centro della Piazza del Duomo, nel punto di confluenza delle strade principali. La fontana venne progettata dall'architetto Giovanni Battista Vaccarini, nel 1736, su suggestione dell'omonimo obelisco berniniano a Piazza della Minerva a Roma. Furono utilizzati preziosi oggetti appartenuti all'antica Catania come l'elefante in pietra lavica di età romana e l'obelisco egiziano (alcuni studiosi ritengono fosse una delle mete del Circo romano), in granito di Syene, con geroglifici riguardanti il culto di Iside. Sul basamento si trovano le statue allegoriche dei fiumi Simeto e Amenano e putti che versano acqua in piccole conche, mentre l'elefante regge sulla gualdrappa marmorea l'obelisco, culminante con una palla e le cristiane insegne di Sant’Agata.

La leggenda racconta che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva tra la sua fauna originaria anche l'elefante nano e che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e nocivi furono messi in fuga da un benigno elefante, al quale i catanesi, in segno di gratitudine, eressero una statua, da essi chiamata col nome popolare di Liotru, il cui nome deriverebbe dal nome di Eliodoro, un dotto catanese vissuto a Catania nell'VIII secolo e fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania. Eliodoro avrebbe voluto, per la sua cultura, essere nominato vescovo di Catania. Deluso per la nomina di Leone II, si vendicò, servendosi dei suoi poteri soprannaturali, turbando le funzioni religiose con vari prodigi, tra cui c'era anche quello di salire in groppa alla statua dell'Elefante, che è di pietra lavica perché serviva da talismano contro le eruzioni etnee, e di farlo camminare, e perfino correre. Il popolo, allora, ribattezzò il pachiderma come "il cavallo di Eliodoro", che nella pronunzia siciliana divenne "u cavaddu di Liotru".

Secondo il geografo arabo Idrisi l'elefante di Catania è una statua magica, un vero e proprio talismano, costruito in età bizantina, in pietra lavica, proprio per tenere lontane dalla città le offese dell'Etna. I catanesi sono legatissimi al simpatico pachiderma, tanto da autodefininirsi marca "elefante" quando vogliono dire di essere catanesi autentici.

Le terme Achilliane sotto il Duomo. Così come altri monumenti della Catania barocca anche il Duomo fu costruito su parte di un antico edificio romano. Posto a un livello più basso del piano di calpestio e completamente nascosto alla vista, questo edificio, conosciuto con il nome di terme Achilliane, si estende fino alla parte sud della piazza. Una porta che si apre sul lato destro della facciata consente di accedere alla grande costruzione che oggi, per motivi di sicurezza, viene tenuta chiusa al pubblico. L’importanza di questo edificio termale, uno tra i tanti della Catania romana, è costituita dal fatto che esso conserva, ancora leggibili, le imponenti strutture dei diversi ambienti tra i quali spicca una grande sala rettangolare che misura 12 metri per 13 la cui volta è sostenuta da quattro pilastri. Le ariose volte, riprodotte in alcuni disegni settecenteschi, sono abbellite da stucchi con immagini di fanciulli, animali e viticci con grappoli d’uva. Secondo alcuni studiosi il grande edificio, costruito vicino al mare, può essere datato intorno al III secolo d.C.

Il Seminario dei Chierici. La data di fondazione del primo Seminario dei Chierici fu il 18 aprile del 1572; il luogo deputato per la costruzione fu l’antica Platea Magna che oggi corrisponde alla Piazza Duomo. Dopo il terremoto del 1693 venne ricostruito, in parte, sulle mura ed, in parte, su un’area occupata dall’antico Vescovado. L’impianto attuale, iniziato da Alonzo di Benedetto all’indomani del terremoto e continuato da Francesco Battaglia (1720), ha subito diverse modifiche. Il corpo di fabbrica che si protende sulla piazzetta Alonzo di Benedetto ingloba la fontana dei Sette Canali.

Il palazzo Municipale di Catania, i cui lavori iniziarono subito dopo il terremoto del 1693, è a forma quadrangolare con un’ampia corte porticata su due lati. Ha un atrio d’ingresso su ognuno dei quattro prospetti a sottolineare il suo carattere di edificio aperto al pubblico e di servizio alla collettività. L’ingresso su piazza Duomo, cuore della città, è enfatizzato da un grande portale collegato alla tribuna (balcone centrale) del piano superiore. Il Vaccarini, nel 1735, intervenne quando l’impianto già raggiungeva la prima elevazione e modificò il prospetto interrompendo le paraste a bugne diamantate facendole continuare con piatte lesene; allo stesso tempo innalzò la sontuosa tribuna che poggiava sul portale d’ingresso il cui ballatoio è sorretto da quattro colonne di granito. La trabeazione del balcone è sostenuta da capitelli, mentre sui due tronconi del timpano spezzato, poggiano due gruppi scultorei secondo una disposizione di moda a quel tempo. Al centro dei due gruppi risalta il grande stemma della città. Punto focale della costruzione è, come abbiamo visto, la grande tribuna, dalla quale le autorità possono seguire le celebrazioni religiose che si svolgono nel grande teatro barocco della piazza. Ed è da questa tribuna che, in occasione delle feste agatine, le autorità politiche e religiose (unite insieme da una profonda devozione nei confronti della santa) assistono alla "cantata" (cioè all’esecuzione di canti religiosi dedicati a S. Agata) e agli spettacoli dei fuochi d’artificio. Ne I Viceré di Federico De Roberto (1861-1927) si legge: "Saliva dalla via un rumore come d’alveare, tanta era la folla, e il campanone del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane della Badia, della Collegiata e dei Minoriti <Viva Sant’Agata!...> Tutte le signore s’inginocchiarono. (...) cominciava lo sparo dei fuochi d’artificio pagati dal principe; in mezzo al fumo che pareva quello d’una battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e frequenti come le scariche di un reggimento; le grida di viva si perdevano in mezzo al fragore degli scoppi e solo vedevansi sul mar delle teste sventolare i fazzoletti come sciami di colombe impazzate". All’ingresso trovano posto anche le carrozze del Senato: una fastosa berlina in legno dorato e dipinto della fine del XVIII secolo, e un’altra carrozza più semplice; vengono entrambe usate nel corso dei festeggiamenti agatini: il giorno 3 febbraio le autorità cittadine, a bordo delle carrozze, raggiungono la chiesa di S. Biagio (in piazza Stesicoro) per offrire la cera alla santa.

Duomo, ovvero Cattedrale di Sant’Agata, patrona della città. E’ stato edificato alla fine dell'XI secolo dal normanno Ruggero I, ma anche rifatto dopo il terremoto del 1693. La sfarzosa facciata a duplice ordine, con colonne del piano inferiore provenienti da un edificio più antico, è uno dei capolavori di Vaccarini. Lungo via Vittorio Emanuele II, in corrispondenza del cortile del palazzo del Vescovo, si possono ammirare le alte absidi normanne in lava. L'aspetto massiccio e le alte e strette monotone che fanno pensare a delle feritoie sottolineano come il Duomo fosse concepito come chiesa fortificata. Il lato nord presenta un bel portale cinquecentesco, con una trabeazione ornata da putti. All'interno, dal lato nord, si possono notare alcuni basamenti delle colonne dell'edificio normanno. Addossato al secondo pilastro a destra, nella navata centrale, si può vedere la grande stele funeraria di Bellini.

Il transetto è chiuso da due cappelle cui si accede attraverso begli archi rinascimentali. Quella di destra, dedicata alla Madonna, racchiude il sarcofago di Costanza, moglie di Federico III d'Aragona, morta nel 1363. L'abside destra è occupata dalla cappella di Sant’Agata, di epoca rinascimentale, ma già esuberante nel decoro, soprattutto per le dorature. Bello il portale che dà accesso alle reliquie ed al tesoro. Di fronte il monumento funebre del vicerè Ferdinando de Acua (1495). Nel coro gli stalli del Cinquecento illustrano episodi della vita di Sant’Agata. Nella sagrestia si trova un affresco, gravemente danneggiato, che raffigura la città prima del 1669 con l'Etna sullo sfondo e le colate laviche che si avvicinano. Nlele vicinanze si può pranzare al ristorante I tre bicchieri

 

 

La casa natale di Verga è a Catania in via Sant'Anna 8, una stradina che collega Via Garibaldi con Via Vittorio Emanuele. Tel. e fax 095/7150598.

Luogo di atmosfere letterarie e artistiche, a pochi passi dal Duomo di Catania. La Casa natale di Giovanni Verga, è un appartamento al secondo piano di un palazzo ottocentesco, dove l'autore de ''I Malavoglia'' trascorse l'infanzia e risiedette per lunghi periodi circondato dai familiari e dagli amici più cari. Dopo la morte di Giovannino Verga Patriarca, erede dello scrittore, la casa venne acquistata dalla Regione Siciliana ed aperta al pubblico dopo il restauro. Al suo interno sono custoditi gli arredi ed i libri che appartennero allo scrittore di Mastro Don Gesualdo. Tra gli oltre 2600 volumi figurano opere di Giacosa, Oriani, Rod, Capuana, Di Giacomo, Deledda, Marinetti, Borgese, Villaroel, nonchè di autori russi e francesi come Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Gorkij, Flaubert, Maupassant, Dumas, Zola.

Dopo la scomparsa dello scrittore, alcuni decenni più tardi, in via S. Anna fu ritrovato quanto rimaneva della passione pionieristica del Verga per la fotografia. Le lastre e le pellicole (oggi raccolte in una collezione privata) svelano un interesse documentario che, anche se casuale, certo non si discosta dall'ideologia verista. Le fotografie ritraggono soprattutto volti familiari allo scrittore: la madre, i fratelli, gli zii, i nipoti, ma anche i contadini che lavorano per la famiglia Verga, nelle campagne di Tebidi, a Vizzini. L'interesse per la fotografia (tecnica che nella seconda metà dell' Ottocento coinvolse intellettuali della buona borghesia in un hobby, per l'epoca, decisamente d' elite e che ispirò la poetica del Verismo) accomunò Verga, Capuana e De Roberto, rendendoli artefici di sperimentazioni non prive di interesse.

Il salotto di Casa Verga è un'ampia stanza oggi arredata con bacheche che espongono riproduzioni di manoscritti verghiani (gli originali sono custoditi presso la Biblioteca universitaria regionale di Catania). Sulla parete destra, una cornice datata 1920 racchiude un diploma con decorazioni floreali e soggetti campestri dipinti da Alessandro Abate, dono dei soci del Circolo Unione allo scrittore in occasione del suo ottantesimo compleanno. In un angolo un busto del Verga e, su un tavolino, in una scatola di legno, una maschera di cera che riproduce il volto di Giovan Battista Verga Catalano, padre dello scrittore. Nella biblioteca, sei librerie di noce scuro custodiscono i volumi personali di Giovanni Verga. I dorsi in pelle hanno il fascino discreto e l'eleganza dell'editoria ottocentesca: su alcuni spiccano ancora le iniziali dorate 'GV'. Tra le numerose dediche di scrittori del secolo scorso, vanno ricordate quelle di Luigi Capuana, testimonianza di un sodalizio affettivo e culturale destinato a rimanere memorabile nella nostra letteratura. Sul panno del grande tavolo, posto al centro della stanza, sono sparsi pochi oggetti: un tagliacarte, un tampone, la riproduzione in terracotta della campana di Rovereto, il calco della mano di Dina di Sordevolo che dal 1889 sarà la compagna dello scrittore.

Alle pareti, un'immagine di Antonino Abate, precettore del Verga, ed un ritratto dello scrittore, opera di Amedeo Bianchi; su di un mobile, una targa di ottone su marmo bianco con la dedica della cittadinanza di Catania allo scrittore in occasione delle celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno. La camera da letto. E' un grande ambiente con salottino e caminetto. Nell'armadio sono contenuti abiti e cappelli d'epoca. Alle pareti vi sono ritratti di familiari e due fotografie incorniciate, opera di Michele Grita, che raffigurano il Verga e il nipote Marco. Giovanni Verga, romanziere e novelliere è uno dei maggiori rappresentanti del verismo o naturalismo italiano. I suoi primi romanzi vengono pubblicati in un clima letterario ancora fortemente influenzato dalla produzione manzoniana e scottiana e dalle teorie del naturalismo francese, che trovano consensi anche tra i letterati del nostro Paese. Verga e Capuana furono considerati i capiscuola del verismo: al Capuana viene riconosciuto il merito di aver elaborato la teoria dell'impersonalità e dell'oggettività, ma appartengono sicuramente a Verga le opere più significative della stagione verista, opere non sempre di facile comprensione per i lettori del tempo.

I personaggi verghiani (pescatori, contadini, piccoli artigiani) si muovono in una realtà poco conosciuta ai più, caratterizzata da aspetti fortemente regionalistici e da una lingua che inaugura nuovi schemi sintattici e non disdegna l'uso di espressioni dialettali. A dispetto delle perplessità iniziali della critica del tempo, la narrativa verghiana fa senz'altro parte ancora oggi dei ricordi letterari di ciascuno di noi e, tradotta in tutte le lingue, è stata rappresentata nei migliori teatri e ha sedotto anche il cinema con personaggi indimenticabili.

Una traversa di Via Garibaldi, la via Auteri conduce a sinistra al Castello Ursino, il "segno" per eccellenza del passaggio in città dell'imperatore Federico II di Svevia; gli spazi interni, semplici e razionali come tutta l'architettura sveva, fanno da cornice al Museo civico, ricca collezione che dall'epoca romana si spinge sino al Settecento.

Fu eretto nel 1239, per volontà di Federico II, dall'architetto Riccardo da Lentini. Esso faceva parte di un insieme di fortificazioni a difesa della Sicilia orientale. Fu poi sede parlamentare e residenza dei re angioini ed aragonesi sino al XV secolo. In seguito, dai Vicerè che vi dimorarono, fu parzialmente trasformato in carcere. Tale rimase anche con i Borboni e il governo italiano fino al XIX secolo. Fu restaurato nel 1934.

A pianta quadrata, con torri cilindriche angolari e torri semicilindriche a metà dei lati e circondato da un fossato. Porterebbe il nome di un console romano (Arsinius), oppure quello della famiglia romana degli Orsini, rifugiatasi qui nel Medioevo dopo essere stata cacciata da Roma per essersi schierata dalla parte dei Ghibellini (sostenitori dell'imperatore).

Altre fonti dicono che venne denominato Castrum Sinus (Castello della spiaggia per via dell’allora sua vicinanza al mare), che per corruzione dialettale divenne Castrussìnu, e quindi "Castello Ursino".

Sulla facciata orientale del castello è visibile una Pentalfa, che non è la "Stella di David", come vorrebbe qualcuno (il simbolo ebraico ha sei punte, e non cinque come la Pentalfa). Accanto all'unica porta d'ingresso è collocata una edicola marmorea, che rappresenta l'aquila sveva che strozza tra gli artigli un agnello (che simbolizza il popolo catanese che aveva osato ribellarsi all'imperatore).

Originariamente sorgeva vicino al mare, che batteva sul lato orientale. La violenta eruzione del 1669 coprì il fossato che lo circondava e lo allontanò dal mare. Sono ancora visibili alcune parti originali del XIII secolo, come la torre di nord-est e la lunga sala occidentale. Le quattro torri degli angoli sono: Torre della Bandiera e Torre del Mortorio a nord, Torre della Scala e Torre del Magazzino a sud. Le due torri più piccole, dette di Santa Croce e di San Giorgio, furono aggiunte nel 1554.

Il castello è oggi Museo Civico ed ospita la collezione prima ospitata dal museo Biscari, quella del monastero dei benedettini e numerose altre collezioni cittadine.

Del periodo greco e romano, in particolare, il Castello conserva numerose testimonianze. Molto interessanti sono la Statuetta marmorea di Cerere, alcuni pezzi del teatro e dell'anfiteatro, l'unico dei mosaici romani pervenutici, il Ninfeo di Flavio Arsinio, il colossale torso di Giove, la testa di kouros, gli oggetti di arte egiziana in argilla e bronzo. Il patrimonio artistico comprende anche preziose carte miniate del XVI secolo, incisioni, stampe, opere d'arte del Medioevo e del Rinascimento, una Pinacoteca, che vanta opere della scuola di Ribera, di Procaccini, Borremans, Luis de Morales, Luca Giordano, Aniello Ascione, Bernazzano, Niger, Mario Minniti, nonchè un Giudizio Universale del Beato Angelico ed una Madonna con bambino di Antonello De Saliba. Pregevoli le opere dei pittori Van Dyck, Pietro Novelli, Stomer e degli autori catanesi Gandolfo, Attanasio, Rapisardi. Del Sunt Lacrimae Rerum di Natale Attanasio, che rappresenta quattro pazze in una cappella di manicomio, così scriveva Francesco Fiducia: L'affascinante verso virgiliano scavava nell'anima di lui solchi profondi, rendeva insonne l'artista e dalla lunga e tormentata vigilia non poteva che nascerne un capolavoro. Nel cortile interno del castello sono raccolti sarcofagi, colonne, frammenti architettonici e obelischi dell'antica Catania.

 quando si parla di bianco e nero la mente viaggia subito verso la struttura che più caratterizza Catania, dopo l’Elefante, si intende. Si trova a piazza Palestro ed è la Porta Garibaldi. .

Una volta chiamata Porta Ferdinandea, richiama assolutamente l’idea di arco trionfale o di una porta di frontiera, è stata realizzata nel 1768 per opera di Stefano Ittar allo scopo di festeggiare in forma solenne il matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Carolina d’Austria. .

In alto, nel posto che è ora occupato da un orologio si trovava un medaglione con i ritratti dei due sovrani, e altre iscrizioni ricordavano l’evento ma furono tutte barbaramente danneggiate o asportate per odio contro i regnanti, tanto che dopo la dominazione borbonica, la porta fu dedicata a Garibaldi, sebbene i catanesi continuino ad identificarla col nome di "fortino", associandola erroneamente al fortino del duca di Ligne che si trova in via Sacchero, nello stesso quartiere. .

Ma il gioco del bianco e nero torna anche in un'altra struttura, questa volta un palazzo, al n°11 di via Lanolina, da dove si apre una grande entrata che conduce nel cortile dell’ex convento di San Placido, una delle strutture maggiormente rappresentative del barocco catanese.

Del Palazzo Platamone donato dall’omonima famiglia al monastero per contribuire alla sua ricostruzione dopo il terremoto del 1693 è oggi visibile una bella decorazione sul loggiato sormontato da frontone di un balcone, realizzata con una bicromia a spina di pesce alternando ancora la pietra lavica alla pietra calcarea, al centro della quale si trova un bassorilievo romboidale con lo stemma della famiglia. Il balcone poggia su una serie di mensole che si alternano ad altrettanti archetti ogivali decorati con motivi floreali e umani. .

E per finire una chiesa: S.Maria di Gesù, nell’omonima piazza dove impone la sua presenza un enorme ficus centenario, quasi interamente nascosta da grandi edifici moderni. .

Qui a far da cornice ad un portale sormontato da un bassorilievo raffigurante una Pietà, due colonne realizzate con il gioco dei contrasti del bianco e del nero. Lo stesso motivo che si ripropone nel finestrone strombato a sinistra del prospetto, la Cappella Paternò. .

CURIOSITA’: l’antico "Palazzo alla Marina" dei Platamone era, insieme a quello della famiglia Biscari, l’unico al quale venisse concessa la possibilità di aprire un accesso diretto al porto, una "posterna".

 

 

Allinizio siamo stati nella parte bassa di Via Vittorio Emanuele, quella che costeggia la Civita e arriva fino a Piazza Duomo. Adesso siamo nella parte superiore. 

E si comincia dal n° civico 266. Penserete, cos'è, una casa? Si suona il campanello e si entra direttamente in epoca greco-romana, dove in passato si recavano fino in 7.000 per assistere agli spettacoli!

E’ qui che si nasconde alla vista dell’ignaro passante il meraviglioso teatro romano. Letteralmente sepolto da costruzioni relativamente recenti, che appaiono come invadenti sentinelle di un tesoro abbandonato e che sono praticamente adagiate sulla sua cinta muraria quando non addirittura ubicate al suo interno, il sito è ciò che resta di un teatro che sembra risalire al II secolo dopo Cristo.

Diciamo sembra perché sulla sua età esistono pareri controversi in quanto sono stati ritrovati al suo interno dei resti architettonici che lo fanno risalire addirittura al secolo precedente e che hanno fatto ipotizzare fosse costruito su un precedente teatro greco.

Ma non è soltanto la sua veneranda età a renderlo particolarmente interessante, quanto il fatto che, nonostante tutto, ci sia ancora.

Infatti sin dall’undicesimo secolo il teatro cominciò ad essere letteralmente spogliato dei suoi rivestimenti marmorei, riutilizzati per la costruzione della Cattedrale e nel corso dei secoli decine di edifici ed abitazioni private sono state realizzate a ridosso del sito e persino al suo interno.

Quello che è ancora visibile è la struttura dei sedili che risultano suddivisi in nove cunei da otto scalette. Sono composti in calcare perché le file di sedili inferiori, destinate agli spettatori di riguardo, erano in marmo così come i pavimenti dell’orchestra e come abbiamo detto sono state tutte asportate.

Una delle tante interessanti curiosità è che le strutture sottostanti il teatro sono bagnate dal fiume Amenano che in passato furono canalizzate per realizzare suggestivi giochi d’acqua.

Inoltre subito ad ovest è ben in mostra l’odeon con una struttura del tutto simile a quella del teatro, ma molto più piccola, utilizzata per esibizioni musicali, oratorie e spettacoli di danza.

Anche questa struttura è costruita in pietra lavica, come del resto quasi tutti gli edifici etnei, e per rendere più appariscente la scena la pietra era alternata al marmo e ai mattoni.

La differenze fra le due strutture sta nel fatto che l’Odeon era dotato di copertura e che si trova ad un livello più alto: mentre il teatro è addossato alla collina di Montevergine, l’odeon vi è costruito sopra.

Le opere di demolizione degli edifici circostanti il teatro sono iniziate negli anni trenta ma allo stato attuale quest’opera non è conclusa.

E così ancora oggi c’è chi ha la "fortuna" - e pensa che "effetto scenico" - di uscire in balcone per stendere ad asciugare la biancheria al centro di un palcoscenico di età romana…

…chissà se durante le sere d’estate, con un po’ di immaginazione, si riesce a sentire ancora l’eco di quei settemila spettatori assiepati a godersi lo spettacolo di artisti "d’altri tempi".

 

L’area del foro si trova nel cortile S. Pantaleone dove si arriva percorrendo la via Vittorio Emanuele e svoltando per via Porro e la via Orfanelli.

Sul lato meridionale a sette metri e mezzo sotto il livello della strada, sono visibili otto ambienti divisi in due parti; sul lato orientale, invece, si può intravedere un lungo corridoio sopra il quale, a due metri e mezzo sotto il livello della strada, si apre un porticato largo sette metri.

Proprio da queste parti sono state rinvenuti resti della città imperiale: il Convento di S.Agostino per esempio, è stato costruito a ridosso di antiche volte e porticati e al suo interno sembra esistano ancora i resti di un pavimento lastricato.

Inoltre da qui provengono le 32 colonne utilizzate per i portici di piazza Mazzini e che certamente appartennero ad un edificio pubblico romano.

Ecco perché, alla luce di questi ritrovamenti, gli studiosi hanno individuato in quest’area l’antico foro romano.

A pochi passi, in via della Rotonda, si trova il complesso termale, di cui è rimasta solo una sala circolare coperta da una cupola sostenuta da otto archi. Il complesso innalzato il suo livello di due metri, venne utilizzato come chiesa cristiana e così le nicchie destinate alle vasche termali vennero utilizzate una come abside e due come cappelle laterali.

Una interessante curiosità è che qualche guida chiama questo edificio il "pantheon" perché, a causa della sua forma circolare creò, nell’immaginario di alcuni studiosi, l’idea che fosse servito di ispirazione per la costruzione del panthoen romano.

Ma esiste ancora un altro complesso termale, conosciuto col nome di "Terme dell’Indirizzo". Si trova a piazza Currò, così chiamate perché si trovano in parte incorporate al Convento di S.Maria dell’Indirizzo. Qui di suggestivo interesse gli ancora riconoscibili impianti di funzionamento delle terme cioè le fornaci che riscaldavano le sale, i condotti per l’aria calda e i canali di deflusso delle acque.

Una curiosità: Perché Terme dell’Indirizzo? Prendono il nome dal Convento Carmelitano di S.Maria dell’Indirizzo che a sua volta lo assume dall’omonima chiesa che fu costruita, secondo tradizione, in seguito ad un miracolo ricevuto nel 1610 da Don Pietro Girone, Duca di Ossunia.

Questi infatti si stava recando per la prima volta a Catania a bordo di una nave spagnola ma, colto da un’improvvisa tempesta non riusciva a guadagnare la riva. Fu così che, invocando nella disperazione il nome di Maria apparve alla sua vista un raggio luminoso che gli mostrò l’indirizzo, cioè la retta via per guadagnare l’ingresso al porto di Catania sano e salvo.

Al suo arrivò si accorse che la luce proveniva da un’icona della Madonna del Carmine e pochi anni dopo, nel 1635 proprio lì fece erigere una chiesa, poi distrutta del terremoto del 1693 e nuovamente riedificata insieme all’attuale Convento.

CURIOSITA’

Dopo il terremoto del 1693 lo sviluppo urbano fu regolato in un modo molto complesso che segnò per sempre il destino della città. Il governo cittadino stabilì infatti di creare una sorta di mercato dei terreni, al fine di incentivare la ricostruzione, e divise la città in due parti: i lotti della zona di est, per intenderci quella di piazza Duomo e via Vittorio Emanuele, vennero venduti a prezzi più alti; nella zona di ovest, al di là della via Plebiscito e la zona dell’antica acropoli, i terreni furono praticamente "svenduti" a prezzi d’occasione.

E’ per questo che nella parte più prestigiosa sono nate grandi strade e importanti palazzi oltre che gli edifici amministrativi e l’area ad est fu destinata ad essere abitata da nobili, religiosi e famiglie agiate; a ovest invece finì per concentrarsi quella parte di popolazione meno abbiente che occupò tutta l’area attorno alle vecchie rovine medioevali, ma lo fece in modo selvaggio, senza tener conto delle regole urbanistiche allora dettate dal Duca di Camastra, edificando oltre alle case, povere ed essenziali, gli edifici destinati alle attività sociali, ospedali ospizi, penitenziari.

Via Vittorio Emanuele è quasi certamente uno degli assi generatori dell'insediamento antico di Catania, lunghissima arteria che dal mare dirige a ovest suggerendo l'orientamento della crescita dell'abitato fino al XX secolo. Il suo aspetto è quindi settecentesco (gli edifici che vi affacciano sono un buon esempio di barocco locale), ma molti sono i monumenti che rimandano al passato della città, come ad esempio il Teatro romano e l’Odeon.

Un'infilata di dimore settecentesche, resa scenografica anche dalla leggera pendenza della strada verso ovest, è ciò che rimane impresso oggi di questo rettifilo. Ma la strada sarebbe molto più antica. Lo sostengono gli studiosi delle origini di Catania, per i quali sarebbe uno degli assi del primo insediamento.

Piazza S. Francesco. Al centro della piazza c’è il monumento dedicato al cardinale Dusmet e di fronte un palazzo ottocentesco al cui interno è allocato il Museo Belliniano di Catania, inaugurato il 5 maggio 1930. Nato per iniziativa del prof. Benedetto Condorelli, è stato via via ingrandito e arricchito di cimeli e documentazioni riguardanti la vita e le opere del grande musicista catanese Vincenzo Bellini. Il nucleo principale del museo è costituito dalla casa natale del Bellini: annessa al museo la biblioteca con un ampia raccolta di opuscoli e opere critiche. E' anche disponibile un impianto di riproduzione stereofonica per l'ascolto delle incisioni discografiche delle opere del musicista. Morì giovanissimo Vincenzo Bellini, a soli 34 anni. Ma il suo astro era già molto famoso, grazie sia alla Norma sia alla Sonnambula composte nel 1832. Aveva cominciato a musicare a soli 10 anni, rivelando subito un estro eccezionale. E proprio alcune sue partiture autografe sono fra le scoperte che si fanno in questa casa-museo, dedicata a un altro degli ambasciatori di Catania nel mondo. Assieme a strumenti musicali, brani di composizioni incompiute e appunti legati a questo genio musicale, sono conservati oggetti appartenuti alla vita di Bellini come lettere, quadri, documenti e una raccolta di fotografie. Il museo ospita anche spartiti di musicisti italiani e stranieri dal Settecento al Novecento (Piazza San Francesco d’Assisi, 3 – Tel. 095-7150535 - Orari: 9-13 dal lunedì alla domenica; 15-18 il martedì e il giovedì).

Così lo descrisse Ercole Patti nel suo "Diario siciliano"

"Domenica mattina, per accompagnarvi il mio amico Mario Soldati di passaggio a Catania, sono tornato a visitare la casa natale di Vincenzo Bellini. [...] Dopo pochi gradini ripidi, attraverso una porticina incassata in un muro spesso, entrammo nella prima saletta che, nonostante da tanti anni trasformata in museo belliniano, conserva sempre quell’aria intima di casa privata; sembra di entrare in uno di quegli appartamenti della vecchia Catania abitati ancora oggi da piccoli impiegati. Nella luce calma e malinconica che arriva dai balconi che si affacciano sulla via Vittorio Emanuele, i cimeli sono disposti con cura nelle piccole stanze. Ecco l’alcova dove nacque Vincenzo. Adesso c e il suo cembalo che la riempie quasi tutta. Ha la tastiera coperta come se Bellini vi avesse suonato poco fa. I piccoli oggetti personali appartenuti al giovane maestro conservati dietro il vetro di una reca, in questa luce di casa catanese, sono ancora pieni di intimità". Così Ercole Patti nel suo Diario Siciliano (1971) descrisse l’atmosfera familiare e un po’ decadente che aleggia dentro la casa-museo di Vincenzo Bellini. Il museo è ospitato nella casa natale del musicista catanese che si trova all’interno del settecentesco palazzo Gravina-Cruyllas, in piazza 5. Francesco; gli anni che il musicista passò nella casa furono circa sedici. La visita degli ambienti è possibile solo se si è guidati, questo anche perché la disposizione degli oggetti e dei manoscritti non è di facile decifrazione. Una piccola biblioteca musicale, annessa al museo, contiene materiale utile per ricerche e studi specifici su Vincenzo Bellini. Il museo fu inaugurato nel maggio del 1930. Le stanze sono organizzare in modo da far comprendere la sequenza dei fatti biografici e l’evolversi dell’opera del maestro. La visita comincia dalla Sala A che conserva il pavimento originario del tempo dell’artista. Sulle pareti sono esposti documenti che riguardano l’infanzia di Bellini e documentazioni fotografiche di Catania antica. Nella stanza è custodito il leggio con l’album su cui appose la firma il re Vittorio Emanuele. Si conserva anche una piccola scultura di Bellini, opera dello scultore Salvatore Grimaldi. L’alcova è il locale dove, secondo le testimonianze dei discendenti dell’artista, nacque il musicista. L’intero spazio è occupato dal clavicembalo del cugino Vincenzo che fu suonato dall’artista durante un successivo soggiorno catanese. Sulla parete di fondo spicca un bel ritratto giovanile di Bellini. Nella Sala B, che forse costituiva il soggiorno della casa, sono custoditi moltissimi oggetti personali: sulle pareti sono esposti molti ritratti del maestro, dei Duchi di Sammartino suoi benefattori e i due tappeti ricamati da Giuditta Turina ed altre dame milanesi. Al centro della stanza è una vetrina piena di cimeli con la maschera di cera conforme al calco del volto di Bellini. La Sala C contiene pannelli che permettono di ricostruire i periodi principali della vita del compositore e cioè il periodo catanese: 1801-1819; il periodo napoletano: 1819-1 827; il periodo milanese: 1827-1833; Palermo: 1832; Londra: 1833; il periodo parigino: 1833-1835. La Sala D, che, forse, non fu abitata da Bellini, contiene manoscritti e partiture musicali; si conservano sia le opere giovanili, sia quelle della piena maturità artistica. Tra gli altri reperti è un pianoforte a tavolino di legno giallo di produzione viennese.

Sempre in Piazza S. Francesco, la chiesa di S. Francesco e l’Immacolata. Il percorso rosso che segnala i monumenti della Catania barocca comprende anche la chiesa di S. Francesco e dell’Immacolata preceduta da un’ariosa scalinata e dal sagrato chiuso da una balaustrata (1850 ca.) sulla quale poggiano le statue di S. Giuseppe da Copertino, S. Chiara, S. Agata e S. Bonaventura. La facciata in pietra calcarea è chiusa, ai lati, da due torri quadrangolari che conferiscono alla costruzione un ardito slancio verticale. La storia della chiesa è strettamente legata alla figura della regina Eleonora d’Angiò, moglie di Federico Il d’Aragona e sorella del minorita S. Ludovico da Tolosa. Una lapide ricorda che nella chiesa sono custodite le spoglie della regina che morì nel 1343; in una tela di pittore anonimo del Settecento (a sinistra dell’ingresso) è rappresentata la regina in compagnia di S. Chiara fondatrice dell’ordine delle Clarisse. L’interno della chiesa e ampio e luminoso, tra le opere di interesse artistico si possono ammirare (navata destra): una statua dell’immacolata attribuita al palermitano Bagnasco (XVIII secolo); l’immagine dell’immacolata corrisponde all’iconografia barocca con la Vergine vestita di azzurro, eretta sul globo terrestre, con ai piedi la mezzaluna e una corona di dodici stelle intorno alla testa. Al primo altare è I ‘immacolata con S. Francesco e le anime purganti di P. Liotta (1850-1912); sull’altare successivo è S. Giuseppe da Copertino in estasi di G. Rapisardi (1799-1859); di G. Zacco (1786-1843) è il S. Ludovico da Tolosa e S. Bonaventura sul terzo altare. Al quinto altare è una interessante tavola (pittore ignoto) quattrocentesca che rappresenta S. Antonio. Alla fine della navata è la cappella con l’Immacolata chiusa da un cupolino. L’ampia area presbiteriale, coperta da una finta cupola con i pennacchi dipinti da Francesco Sozzi, pittore palermitano padre del più famoso Olivio, ha, al centro, un bellissimo altare cinquecentesco; sullo sfondo è un grande affresco di F. Battaglia (1701-1788) con l’episodio dell’indulgenza della Porziuncola. A destra dell’altare è l’organo sul quale si esercitava il piccolo Vincenzo Bellini che era nato nel palazzo Gravina-Cruyllas che si trova proprio di fronte alla chiesa. Oggi nella casa natale di Bellini è stato allestito un museo che conserva manoscritti e memorie del grande musicista catanese. Lungo la navata sinistra si dispongono tre altari in marmi policromi: al secondo è un’opera particolarmente interessante: la Salita al Calvario (1541) di Jacopo Vignerio che fu recuperata dalle rovine del terremoto del 1693; è la copia di una famosa opera di Raffaello conosciuta con il nome di Lo Spasimo di Sicilia perché fu realizzata per la chiesa palermitana dello Spasimo. Agli ultimi due altari sono le tele: lo Sposalizio della Vergine, opera settecentesca del Gramignani Arezzi e un S. Francesco che riceve le stimmate del Guarnaccia (1770). Alla fine della navata è la cappella del Crocefisso.

A ridosso di San Francesco comincia Via Crociferi con l’Arco dei Benedettini dove, se non fosse per i resti romani e il Museo Belliniano tutto parlerebbe dello stile per eccellenza della città: il barocco del Settecento. E risalendo cominciamo a percorrere il salotto artistico per eccellenza di Catania.

SAN FRANCESCO SAN BENEDETTO E SAN GIULIANO

E’ definita "la perla della ricostruzione del XVIII secolo a Catania": è la Chiesa di San Giuliano, sulla Via Crociferi, di fronte alla chiesa di San Francesco Borgia e all’Istituto d’arte. Anch’essa attribuita con ogni probabilità al Vaccarini, che l’avrebbe realizzata intorno al 1740, la facciata si inserisce in un contesto molto suggestivo, e lo è essa stessa. Infatti la parte centrale sporge rispetto alle fiancate laterali e sopra il portale figurano delle statue femminili allegoriche, mentre in alto la cupola è circondata da una galleria poligonale molto simile a quella che abbiamo già osservato nella  chiesa di S. Chiara e da dove naturalmente i religiosi e i componenti le famiglie nobili potevano assistere alla processione di S.Agata. Altrettanto coinvolgente l’interno, in forma ottagonale, che appare con una suggestiva luce dorata. 

Tracciata dopo il terremoto del 1693, deve il proprio nome alla Chiesa di S. Camillo dei Padri Crociferi, che si trova alla fine della strada.

Già in epoca antica la via fu arricchita da edifici e chiese fatte costruire dalle famiglie più influenti, divenendo ben presto il centro della vita cittadina, ma dopo il terremoto l'edilizia civile ebbe minor peso e la strada divenne il monumento simbolo della potenza degli ordini monastici del Settecento.

A questa fascinosa strada catanese è legata la leggenda del "Cavallo senza testa". Si racconta che, durante l'oppressivo dominio angioino, durato nell'isola dal 1270 al 1282, una ragazza catanese, di nome Gammazita, preferì gettarsi in un pozzo, anziché cedere alle voglie di un soldataccio francese. Ciò spiegherebbe le misteriose macchie ferruginose che si notano in un pozzo d'acqua potabile, tuttora esistente in via San Calogero, nei pressi del Castello Ursino.

Tutta la zona costituisce uno splendido scenario per ambientazioni cinematografiche e letterarie, a giudicare dalla frequenza con cui compare, appunto, in film e libri. Alcuni esempi? Via dei Crociferi è sfondo scenografico dei film La sposa bella, con Ava Gardner e Dirk Bogarde, e Paolo il caldo, interpretato da Giancarlo Giannini. La Chiesa di San Benedetto è presente nel film Il bell'Antonio, e il Monastero delle Benedettine nella Storia di una capinera diretta da Zeffirelli (e tratta dall'omonima novella del Verga).

S. Benedetto. Incastonata nella sequenza ininterrotta di chiese e monasteri, che caratterizza la splendida via Crociferi, S. Benedetto può essere considerata uno dei punti più alti del decorativismo tardo-barocco catanese. La via Crociferi (che ha preso il nome dalla chiesa di S. Camillo dei Padri Crociferi che si trova proprio alla fine della strada) si inserisce in un contesto urbano di estremo inreresse; fu ricavata a metà altezza del pendio collinare sul quale poggiano anche il Teatro e l’odeon romani e aveva lo scopo di collegare la Porta del Re (sopra piazza Stesicoro) con il piano di S. Filippo (la piazza Mazzini). Tra le peculiarità di questa strada (che è servita da scenario per celebri opere letterarie e cinematografiche) è la presenza del grande arco di S. Benedetto che congiunge la Badia Grande (che si trova a fianco della chiesa) e la Badia Piccola (di fronte). Quest’ultima, per la grazia delle forme e l’armonia dell’insieme, è stata attribuita a G. Battista Vaccarini. L’attuale aspetto della chiesa di S. Benedetto risale alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693 che aveva interamente distrutto l’antico tempio adorno di pitture, sculture, marmi e arredi preziosi; in quel tragico evento morirono anche 55 delle 60 religiose che vivevano negli edifici sorti accanto alla chiesa. Nel luglio dello stesso anno si ricominciò a costruire il monastero, nel 1704 fu innalzato l’arco di S. Benedetto e nel 1708 cominciarono i lavori di sgombero e di ricostruzione della grande chiesa. La facciata (è ignoto l’autore) è in pietra calcarea con il primo ordine segnato dalle semicolonne con capitello che sorreggono una trabeazione dentellata e un timpano spezzato con le allegorie della Temperanza e della Fortezza. Altre statue a tutto tondo, caratteristiche di quella teatralità barocca che tende a trasformare le chiese in scenografie teatrali, rendono plastico il prospetto sul quale spicca il grande portone con le storie di S. Benedetto. L’interno è preceduto da un vestibolo con pavimento di marmi policromi; le doppie gradinate a tenaglia sono sottolineate da una balaustrata sinuosa su cui poggiano otto figure di angeli. Alla fine della scalinata si trova una bussola a vetri incisi realizzata nel nostro secolo. La chiesa, a unica navata, è illuminata dalla luce che penetra dai sei finestroni sulla volta e dai raffinati candelieri a triplice voluta che poggiano sulla trabeazione. Bellissimo il pavimento in marmi policromi del tardo Seicento che fu recuperato dalle rovine del terremoto; di particolare interesse, per la preziosità, è l’altare maggiore in pietre dure, argento di bolla e oro di zecchini veneziani, eseguito fra il 1792 e il 1795 da V. Todaro e B. Matteo. Nella calotta absidale, affrescata dal pittore messinese G. Tuccari (1667-1743), è la scena dell’incoronazione della Vergine. La volta fu decorata, sempre dal Tuccari, con episodi che narrano la vita e l’opera di S. Benedetto; nell’ampio spazio curvilineo il pittore ha distribuito tutta una serie di personaggi, allegorie, e decori che risplendono sul fondo a lumeggiature d’oro. Sopra la bussola a vetri è la settecentesca cantoria dorata dietro la quale si nascondevano le religiose per seguire la messa e le sacre celebrazioni. Tra le opere d’arte della chiesa una Immacolata di S. Lo Monaco (fine Settecento), un S. Benedetto di M. Rapisardi (1822-1886), l’altare del SS. Crocefisso con il fondo di marmo scuro, il Martirio di S. Agata affresco di autore ignoto datato al 1726.

La chiesa di S. Giuliano è inserita in un contesto urbano di grande suggestione; si affaccia, infatti, sulla via Crociferi che può essere considerata, senza alcun dubbio, la "perla" della ricostruzione settecentesca di Catania. Proprio di fronte alla chiesa è il grande complesso dei Gesuiti costituito dalla chiesa di S. Francesco Borgia e dal grande Collegio (oggi sede dell’Istituto d’Arte) che si estende, molto in profondità, con i quattro cortili e gli ambienti per i religiosi. Secondo alcuni studiosi la chiesa di S. Giuliano può essere attribuita al Vaccarini che l’avrebbe realizzata tra il 1739 e il 1751. Il prospetto, concavo al centro, è movimentato da una loggia di coronamento che si dispone all’altezza del secondo ordine della facciata. Sul frontone spezzato, che sovrasta il portale d’ingresso, poggiano due figure femminili allegoriche. Il breve sagrato, chiuso da una cancellata, è decorato da una tessitura di sassi bianchi e neri. In alto, la cupola è avvolta da un loggiato poligonale che ricorda quello della chiesa di S. Chiara. Da questo loggiato le religiose, spesso provenienti da famiglie della nobiltà catanese, potevano seguire la processione della festa di S. Agata che, la notte del giorno 5, saliva lungo la via Sangiuliano per svoltare, poi, in via Crociferi. L’interno, avvolto da una suggestiva luce dorata, è un grande spazio ottagonale in cui trovano posto le ampie cappelle e gli altari. Le opere d’arte più importanti sono: l’altare maggiore, un Crocefisso del XIV secolo, la Madonna delle Grazie con S. Giuseppe e S. Benedetto di O. Sozzi e un S. Antonio Abate del Seicento. Accanto alla chiesa è il convento di S. Giuliano, oggi sede della Camera del Lavoro.

Vita delle monache catanesi. "Prima del terremoto del 1693 i monasteri in Catania erano quattordici, dopo, il vescovo Riggio, li ridusse a sei: sotto la regola di S. Benedetto quelli titolati a S. Placido, S. Giuliano, SS. Trinità, S. Benedetto e S. Agata, il sesto sotto la regola serafica di S. Francesco si titolava a S. Chiara. Quasi tutte le monache dei sei monasteri appartenevano al patriziato catanese o alla ricca borghesia. Era, allora, abitudine d’ogni famiglia nobile affidare alle religiose l’educazione delle proprie figliuole, le quali rimanevano, poi, nel monastero in cui prendevano il velo, sacrificandosi a favore del primogenito o, in mancanza di questo, della sorella maggiore, unica erede delle ricchezze della famiglia. Dopo un anno di noviziato la figliuola andava sposa a Cristo. Spogliata dall’abito del noviziato, indossato quello monacale, si prostrava per terra in mezzo all’oratorio e veniva coperta, come una morta, da una coltre nera; ai piedi erano due candelabri accesi. La cerimonia si svolgeva fra grande commozione, mentre le campane suonavano a morto. Quando la professa si levava, il sacrificio era compiuto. Ai parenti e agli invitati era, quindi, riservato uno splendido ‘trattamento’ offerto dalla badessa". (Guglielmo Policastro, Catania nel Settecento, 1950).

CURIOSITA’: La via Crociferi prende il nome dalla Chiesa di San Camillo dei Padri Crociferi che si trova alla fine della strada, fu ideata per unire la Porta del Re, sopra Piazza Stesicoro con Piazza Mazzini.

Prima del terremoto del 1693 secondo quanto racconta Guglielmo Policastro nel suo "Catania del Settecento" nella città esistevano 14 monasteri, poi ridotti a 6. Tra questi quello di San Bnedetto, quello di San Placido, San Giuliano, SS.Trinità, quello di San Benedetto e Sant’Agata e quello di Santa Chiara. Naturalmente tutte le religiose appartenevano alle famiglie nobili catanesi o alla ricca borghesia, visto che l’unico erede della famiglia era sempre il primogenito.

MONASTERO DEI BENEDETTINI

Quando nel 1558 per il troppo freddo i Benedettini lasciarono il loro monastero di Nicolosi in contrada S. Nicolò l’Arena per trasferirsi in città, costruirono un nuovo monastero che mantenne lo stesso nome.

Il Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena fu però distrutto dal terremoto del 1693 e la sua ricostruzione avvenne già nel 1703 con un progetto più ampio; fu in seguito arricchito al suo interno da uno scalone d’onore realizzato nel XVIII secolo da Palazzotto mentre sono del Vaccarini i due chiostri interni collegati dal corridoio dell’orologio e la grande ala del noviziato.

E’ di dimensioni imponenti, 105 metri di lunghezza, e per questo è considerato il secondo in Europa dopo quello portoghese di Mafra.

Ebbe un ruolo politico importante nel XVIII secolo visto che la maggior parte dei monaci proveniva dalle famiglie nobili catanesi. Era una sorta di città nella città e oggi sede della Facoltà di Lettere e Filosofia, con l’ingresso da piazza Dante che da già un’idea dello sfarzo di cui si circondavano i religiosi del monastero, percepibile nelle decorazioni dei balconi e del prospetto, decorazioni che dovevano apparire degne di un palazzo reale, insolita dimora per un luogo di penitenza e preghiera.

Un’ala del monastero è inoltre occupata dalle biblioteche riunite Civita e Ursino Recupero mentre nella sala Vaccarini è custodita la collezione dei libri dei Benedettini.

Il modo migliore per una visita, compatibilmente con i lavori in corso per il suo restauro e con le esigenze della Facoltà ospite è l’ingresso da piazza Dante, per ammirare il meraviglioso portale barocco. Da qui si ha subito l’idea della ricchezza che fa pensare al palazzo Biscari  altrettanto riccamente decorato ma anche di quanti stili siano mirabilmente rappresentati in questa struttura: il primo chiostro infatti propone decorazioni in ceramica di gusto neo gotico mentre proseguendo su per lo scalone, si giunge alle stanze di rappresentanza affrescate con temi classici. Di notevole interesse l’Antirefettorio e il grande Refettorio: il primo sormontato da una grande cupola, il secondo da enormi finestroni di cui rimangono le decorazioni raffiguranti la Gloria di San Benedetto e San Nicolò. Dopo la visita al suo interno si può lasciare l’edificio dal vestibolo della biblioteca e girare intorno alla struttura attraverso il giardino, tenendosi sulla sinistra fino all’ingresso posteriore da dove, attraverso un ponte in pietra intagliata una volta si arrivava al famoso giardino "La Flora" oggi occupato dai locali dell’ospedale Vittorio Emanuele. Da qui si può osservare la presenza di ciò che fu la causa della distruzione della città nel 1669: un banco di lava fa mostra di sé in tutta la sua imponenza. Procedendo a ritroso ci si ritrova in piazza Dante e si esce dal portale, concepito in asse con la via Lanza, oggi Sangiuliano.

SAN NICOLA. E’ immensa e basta entrarvi per percepire il senso di potenza e di magnificenza che l’architetto Contini che la ideò nel 1687 intendeva trasmettere.

Un tempio del culto cristiano di enormi proporzioni, ispirata ai grandi modelli romani: è la chiesa di San Nicola che fu tuttavia arricchita del contributo di altri architetti, tra i quali Stefano Ittar che concepì la cupola di ben 62 metri di altezza. E’ composta da tre navate e raggiunge una lunghezza di 105 metri, molto ben illuminata grazie alle vetrate che diffondono una luce assai suggestiva che riesce a rompere la severità del marmo bianco che impera lungo tutte le navate.

Ai lati si trovano diverse cappelle semicircolari, anch’esse molto ampie: a destra quella di San Gregorio, quella di San Giovanni Battista e quella di San Giuseppe; a sinistra la cappella di sant’Andrea, quella di Sant’Euplio e la cappella di Sant’Agata. La facciata è evidentemente ancora incompleta perché durante la realizzazione vennero a mancare i sostegni economici. Tuttavia l’opera che in passato rese ancor più celebre questa chiesa fu l’organo custodito al suo interno, opera dell’Abate Donato del Piano magnifico nella sua maestosità, composto da 72 registri, 5 ordini di tastiere e ben 2.916 canne capace di riprodurre tutti gli strumenti a corda e a fiato, dalla cornamusa al violino, dal contrabbasso al tamburo. Fu questo straordinario strumento a colpire ed estasiare Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in Sicilia, riconoscendone l’unicità e lo splendore delle note che riusciva a produrre. Sfortunatamente negli anni i suoi pezzi sono stati in gran parte depredati .

Di notevole interesse è invece la meridiana che attraversa l’interno della chiesa e che raggiunge i 39 metri di lunghezza realizzando uno spettro solare che in inverno raggiunge un diametro di 938 millimetri e uno gnomone di 21,90 metri. Fu realizzata nel 1841 dall’astronomo Wolgang Sartorius e dal professor Cristiano Peters de Flensburg ma si possono leggere maggiori ragguagli sul suggestivo effetto di luce sulla parete in marmo in cui sono rappresentate le figure dello zodiaco.

CURIOSITA’

A testimoniare quanto influenti fossero i monaci Benedettini, basta dare uno sguardo alla piazza davanti la chiesa. Piazza dante è stata infatti concepita da Stefano Ittar che realizzò un’esedra composta da tre edifici che costituiscono una vera e propria cortina, mai terminata e destinata a coprire alla vista del monastero alcuni tratti dei quartieri più popolari.

 

 

Fonti:

Enciclopedia di Catania, Catania 1987.

G. Dato, La città di Catania. Forma e struttura, 1693-1833, Roma 1983.

Guida di Catania e provincia, a c. di N. Recupero, Catania 1991.

Roma 1981. G. Dato, La città di Catania. Forma e struttura, 1693-1833, Roma 1983.

S. Boscarino, Sicilia Barocca. Architettura e città, 1610-1760

Z. Dato Toscano, U. Rodonò, Il Teatro Bellini di Catania. I progetti e la fabbrica dall’archivio dei disegni di Carlo Sada architetto (1849-192 4), Catania 1990.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in sottofondo E VUI DURMITI ANCORA, by Parmisano-Calì, tratto da "LA CANZONE CATANESE TRA '800 E '900"intrepretate e arrangiate  dall'Associazione Culturale "Schizzi d'arte"con la promozione del Rotary Club - Catania - Distretto 2110