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La
chiesa di S. Placido, che ha dato il nome anche alla piazzetta
antistante, è uno dei gioielli di Catania barocca; il prospetto (1769)
è di Stefano Ittar che ha saputo creare un gioco di concavità che si
ripropone anche nell’interno luminoso. Dentro il Il palazzo dei Platamone, insieme con quello dei Biscari ebbe la concessione di aprire nelle mura della città una "posterna" cioè un passaggio che conduceva direttamente al porto. Le case dei Platamone si trovano inserite nel monastero perché già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi; quando, con il terremoto del 1693, il convento crollò, venne ricostruito inglobando le testimonianze più antiche. Ciò che oggi resta di tutte le costruzioni quattrocentesche è il grande loggiato sormontato dal parapetto di un balcone (XV secolo); esso è decorato con un motivo a chevron, cioè con fasce bicolori (pietra calcarea e pietra lavica) alternate. Al centro, inserito in una cornice mistilinea, campeggia lo stemma della famiglia. Di straordinaria freschezza ed eleganza compositiva èla serie di archetti ogivali che poggiano sulle mensole di pietra calcarea; in questi archetti sono scolpite alcune decorazioni con motivi floreali, vegetali alternati a figure umane. Da
Piazza S. Placido lasciamo via Vittorio Emanuele a destra, per via
Sorrentino; all'incrocio con via Serravalle c'è la Casa di Vaccarini.
Via S. Francesco Di Paola, via Perrone, via Billotta Il Collegio Cutelli. E' sito in via Vittorio Emanuele. Del Vaccarini è la corte circolare interna, che si eleva per tre piani: in quello inferiore alcune colonne tuscaniche, affiancate da archi a tutto sesto, reggono l'architrave; al piano superiore un ballatoio continuo collega i diversi ambienti, i diversi sostegni e coronamenti; l'attico corona l'insieme e mostra motivi geometrici e classici. Le aperture sono incorniciate da lesene con capitelli geometrici. Era
alla civita che viveva il maestro Vaccarini, dove tuttora è possibile Numerosi sono gli edifici da vedere in via Vittorio Emanuele: Palazzo Reburdone, che ospitò re e nobili, i Palazzi Valle e Serravalle, il Monastero di San Placido dell'architetto Stefano Ittar, la Badìa di Sant'Agata su piazza Duomo, le chiese di San Francesco d'Assisi, di Sant'Agostino, della Trinità, Casa Bellini di Palazzo Gravina. Ma qui siamo nella parte bassa, quella che va dal mare, costeggia la Civita e arriva a Piazza Duomo. Da
Piazza Duca di Genova, ci immettiamo in Via Museo Biscari e dopo 100
metri arriviamo al portone di Palazzo Biscari. Il
prospetto fu costruito in diverse epoche: la terrazza superiore è
rococò e del medesimo stile sono le decorazioni e gli arredi degli
interni. E' concesso al pubblico di visitare i Saloni d'ingresso ed il
Grande Salone delle Feste con affreschi di Sebastiano Lo Monaco. Spesso
il Palazzo accoglie manifestazioni culturali e musicali. Sopra il Salone
è posto il Palco dei musicisti. Annesso al palazzo il principe volle un teatro, per molto tempo l'unico della città, una biblioteca ed un museo (per custodire i reperti venuti man mano alla luce dagli scavi) con la bellissima galleria dei marmi. Oggi la collezione Biscari è stata accolta dal museo del Castello Ursino, mentre gli antichi documenti della Biblioteca sono custoditi all'Archivio di Stato. Da via Museo Biscari si accede al cortile del museo, che fu sistemato da F. Battaglia nel 1758. Palazzo Biscari, il più sontuoso edificio privato di Catania, rappresenta un caso unico, per la struttura, la pianta e le decorazioni. Dopo il terremoto che nel 1693 distrusse quasi interamente la città, Ignazio Paternò Castello III Principe di Biscari ottenne dal re il permesso di edificare sul terrapieno delle mura cinquecentesche di Carlo V. Ignazio muore nel 1700 e il figlio Vincenzo, IV principe di Biscari inizia i lavori organici e continuativi che dureranno più di un secolo a cui parteciperanno i più grandi architetti catanesi dell’epoca: Alonzo di Benedetto, Girolamo Palazzotto, Francesco Battaglia e suo figlio Antonino. All’inizio del Settecento l’edificio si presentava come un vasto pentagono, accentrato sul grande cortile a cui si aveva accesso attraverso un portale riccamente ornato e sormontato dallo stemma con i quattro quarti di nobiltà. Nei primi decenni del secolo Antonino Amato completò la decorazione della facciata alla marina. Per chi allora usciva dalla Porta Saracena, l’incontro con il palazzo affacciato sul mare offriva, grazie al totale dispiegarsi del paramento decorativo, la snella visione dei balconi e delle lesene che emergevano dal fondo nero della base lavica con decorazioni a fiori, putti e telamoni. E’ il trionfo non solamente di un gusto e di uno stile, ma anche delle capacità tecniche degli intagliatori e dei decoratori che si erano formati nel grande cantiere della Catania del XVIII. La terrazza si prolunga in una linea ideale, la stessa che collega l’ultima parte del Palazzo Episcopale e che doveva far parte di quel ''Teatro alla Marina'' a cui pensavano i nobili e il senato catanese alla fine del dodicesimo secolo.
Da: J. W. Goethe - Viaggio in Italia Fummo introdotti dal Principe il quale ci fece vedere la sua collezione di monete per un atto di deferenza speciale... Dopo
aver dedicato a quest’esame un certo tempo, sempre troppo poco
tuttavia, stavamo per congedarci, quando egli volle presentarci alla
madre, nel cui appartamento erano esposti altri oggetti d’arte di più
piccola dimensione... Ci aprì ella stessa la vetrina, in cui erano custoditi gli oggetti d’ambra lavorata.... Questi oggetti come pure le conchiglie incise, che vengono lavorate a Trapani e infine alcuni squisiti lavori in avorio formavano la compiacenza particolare della gentildonna, che trovava il modo di raccontare in proposito più di una piacevole storiella. Il principe dal canto suo ci intrattenne intorno a cose più serie e così trascorsero alcune ore dilettevoli ed istruttive. Nel frattempo, la principessa aveva appreso che eravamo tedeschi, per cui ci domandò notizie dei signori von Riedesel, Bartels, Munter, tutti da lei conosciuti e dei quali aveva anche saputo discernere ed apprezzare egregiamente il carattere e il costume. Ci siamo congedati a malincuore da lei, ed ella stessa parve ci lasciasse andar via di malincuore. Oggi il cortile centrale del palazzo si presenta attorniato da costruzioni di epoche diverse e dominato dalla scalinata centrale a tenaglia che introduce nella parte più preziosa dell’edificio. La visita dell’interno si rivela di non comune interesse. Legata alla personalità di Ignazio si sviluppa una coerente distribuzione degli spazi, specchio di una misura di vita, che si deve svolgere in una casa confortevole per lo spirito e per il corpo, nell’ordine e in armonia con ideali che non restano limitati nella contemplazione del passato. Dopo la sala d’ingresso che contiene grandi tele raffiguranti le piante dei possedimenti dei Biscari e superate le successive stanze, si entra nel grande salone, che riunisce molti artifici dello stile rococò. Guardando
il palazzo dal mare si distingue la parte successiva, verso est, più
austera e maestosa, realizzata dopo il 1750, caratterizzata dal gioco di
colonne e dai profondi balconi. Qui Battaglia discosta senza boria la
sua opera dalla decorazione degli Amato, accanto ai
I pannelli e le porte presentano una mostra delle più diverse specie di uccelli, accompagnati da svolazzanti cartigli che ne forniscono la denominazione. L’incantevole adunata forma un vasto album rispondente al repertorio decorativo del tempo, da ricollegare non solo idealmente, ad una delle stanze inferiori del ''gabinetto di istoria naturale'' come conferma il nastro dipinto sulla porta con la scritta ''Storia degli uccelli''. Nei pannelli delle pareti della stanza di Don Chisciotte sono racchiuse tele che illustrano le imprese dell’hidalgo, tratte da una serie di incisioni dei disegni di Charles a. Coypel, primo pittore del re di Francia. l palazzo è ancora oggi in gran parte abitato dai discendenti e i suoi saloni principali sono spesso usati per manifestazioni di prestigio di carattere mondano e culturale. Gran parte delle collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state donate al comune e trasferite al Museo civico di Castello Ursino. Nelle vicinanze si può cenare al ristorante Sicilia in bocca alla Marina o Sicilia in bocca da Giuseppe Da Via Vittoio Emanuele, percorrendo Via Landolina, si arriva a Piazza Teatro Massimo, dove è sito il Teatro Massimo Bellini
Un teatro dentro la città Una
delle maggiori preoccupazioni del Sada fu quella di collegare l’edificio
teatrale con l’ambiente urbano circostante: "Diremo poi - scrive
l’architetto nella sua relazione del progetto di completamento - che
tanto il portico di prospetto quanto quelli di fianco, servono pure per
la circolazione pubblica e solo nelle sere di rappresentazione sarà
regolata la circolazione delle carrozze come meglio converrà per il
servizio del teatro". Oltre ai cavalcavia, che avrebbero congiunto
l’edificio ai palazzi circostanti, il Sada pensò anche alla
sistemazione monumentale della piazza, proporzionata alla solennità del
prospetto del teatro. Al centro immaginò di collocare un grande
monumento a Vicenzo Bellini lo stesso che il Comune aveva commissionato
allo scultore Monteverde (oggi questo monumento si trova in piazza
Stesicoro): "Una volta sistemata la Sulle
tracce di Vincenzo Bellini 1) nel Duomo di Catania è possibile visitare la tomba di Vincenzo Bellini; 2) in piazza S. Francesco 3 (dentro il palazzo GravinaCruyllas) è la casa-museo di Vincenzo Bellini. Nelle antiche stanze sono custoditi oggetti personali e manoscritti; 3) un bel busto marmoreo di Vincenzo Bellini è esposto nel piazzale di fronte all’ingresso principale della villa Bellini (in via Etnea di fronte a via Umberto). Torniamo a Piazza San Placido per continuare il giro, ma prima dobbiamo fare il pieno di cassatelle da Nonna Vincenza, tentatore biscottificio catanese che si trova proprio nella piazza. |
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Appena entrati a porta Uzeda si respira subito aria di barocco, di Settecento, sembra di essere proiettati all’indietro di trecento anni. Colpisce il colore nero della pietra di costruzione, il materiale lavico. Catania, la città di quel vulcano che spesso l'ha tradita, facendo scendere le colate di lava fin dentro le sue mura, la città ha un rapporto intenso. A ricordarcelo c'è il colore scuro che caratterizza i monumenti, le case, i portoni, spesso realizzati in pietra lavica e in tufo bianco.
Sotto Porta Uzeda entriamo in Piazza Duomo, cuore della città dell’epoca medievale ma ormai di aspetto barocco, dove è situata la famosa Fontana dell’Elefante, progettata da Giovanni Battista Vaccarini, conosciutissimo architetto siciliano.Di fronte si erge il palazzo del Municipio, la cui facciata principale è sempre del Vaccarini, alla destra i marciapiedi del Duomo dai quale parte Via Etna e alla sinisrtra l'ottocentesca fontana dell'Amenano La piazza del Duomo, centro della città, ha uno spiccato carattere architettonico e scenografico. Lo deve all'enfatica evidenza plastica e volumetrica degli edifici che la circondano e alle lunghe prospettive aperte dalle ampie arterie rettilinee che vi sboccano. Fu creata nel corso della ricostruzione della città, dopo il terremoto del 1693. Il Duomo di Catania e alla sua sinistra il palazzo del Municipio. Ha pianta rettangolare e l'orna al centro la fontana dell' elefante, del Vaccarini, d'ispirazione berniniana, con l'elefante che regge un obelisco egiziano. La limitano sul lato Nord il palazzo del municipio, corso da lesene a bugnato e con belle finestre a balcone, opera del Vaccarini (1741), e sul lato opposto il ricco palazzo dell'ex seminario dei chierici. Ma l' elemento predominante, che dà carattere a tutto l'ambiente , è la gran mole del Duomo, ricostruito subito dopo il 1693. Sorge sul lato Est, entro un recinto marmoreo coronato da statue, ed ha una sontuosa facciata eretta dal Vaccarini nel 1736, a due ordini di colonne, tutta animata di statue e di una ricca ornamentazione.
Opera dello scultore napoletano Tito Angelini, che fu fatta erigere per celebrare l'avvenuto imbrigliamento delle acque del fiume Amenano, che aveva provocato fino ad allora una enorme quantità di danni ai quartieri centrali della città. Il popolo, a causa del velo d'acqua che cade dai bordi della vasca, su cui sorge la statua del dio, denominò la fontana "dell'acqua o linzolo" (acqua che scende a lenzuolo). Inserita fra Palazzo dei Chierici e Palazzo Pardo, la fontana chiude prospetticamente la piazza del duomo a sud, concludendo il progetto scenografico di via Garibaldi. Fu progettata dallo scultore napoletano Tito Angelini nel 1867, a seguito della regolarizzazione del corso del fiume Amenano.
Dietro la fontana si apre la piazza Alonzo Di Benedetto, dove si tiene quotidianamente il caratteristico e pittoresco mercato del pesce. E visto che siamo proprio a due passi non possiamo esimerci dal visitare la Pescheria di Catania, inserita proprio al centro della città Fontana
dell’elefante, o del "Liotru", simbolo della città
dal 1239. E’ anche il simbolo delle appassionate e contraddittorie
anime della città e si trova nel centro della Piazza del Duomo, nel
punto di confluenza delle strade principali. La fontana venne progettata
dall'architetto Giovanni Battista Vaccarini, nel 1736, su suggestione
dell'omonimo obelisco berniniano a Piazza della Minerva a Roma. Furono
utilizzati preziosi oggetti appartenuti all'antica Catania come
l'elefante in pietra lavica di età romana e l'obelisco egiziano (alcuni
studiosi ritengono fosse una delle mete del La
leggenda racconta che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva
tra la sua fauna originaria anche l'elefante nano e che quando Catania
fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e nocivi furono
messi in fuga da un benigno elefante, al quale i catanesi, in segno di
gratitudine, eressero una statua, da essi chiamata col nome popolare di
Liotru, il cui nome deriverebbe dal nome di Eliodoro, un dotto catanese
vissuto a Catania nell'VIII secolo e fatto bruciare vivo nel 778 dal
vescovo di Catania. Eliodoro avrebbe voluto, per la sua cultura, essere
nominato vescovo di Catania. Deluso per la nomina di Leone II, si
vendicò, servendosi dei suoi poteri soprannaturali, turbando le
funzioni religiose con vari prodigi, tra cui c'era anche quello di
salire in groppa alla statua dell'Elefante, che è di pietra lavica
perché serviva da talismano contro le eruzioni etnee, e di farlo
camminare, e perfino Secondo il geografo arabo Idrisi l'elefante di Catania è una statua magica, un vero e proprio talismano, costruito in età bizantina, in pietra lavica, proprio per tenere lontane dalla città le offese dell'Etna. I catanesi sono legatissimi al simpatico pachiderma, tanto da autodefininirsi marca "elefante" quando vogliono dire di essere catanesi autentici. Le
terme Achilliane sotto il Duomo.
Così
come altri monumenti della Catania barocca anche il Duomo fu costruito
su parte di un antico edificio romano. Posto a un livello più basso del
piano di calpestio e completamente nascosto alla vista, questo edificio,
conosciuto con il nome di terme Achilliane, si estende fino alla parte
sud della piazza. Una porta che si apre sul lato destro della facciata
consente di accedere alla grande costruzione che oggi, per motivi di
sicurezza, viene tenuta chiusa al pubblico. L’importanza di questo
edificio termale, uno tra i tanti della Catania romana, è costituita
dal fatto che esso conserva, ancora leggibili, le imponenti strutture
dei diversi ambienti tra i quali spicca una grande sala rettangolare che
misura 12 metri per 13 la cui volta è sostenuta da quattro pilastri. Le
ariose volte, riprodotte in alcuni disegni settecenteschi, sono
abbellite da stucchi con immagini di fanciulli, animali e viticci con
grappoli d’uva. Secondo alcuni studiosi il Il
Seminario dei Chierici
Il transetto è chiuso da due cappelle cui si accede attraverso begli archi rinascimentali. Quella di destra, dedicata alla Madonna, racchiude il sarcofago di Costanza, moglie di Federico III d'Aragona, morta nel 1363. L'abside destra è occupata dalla cappella di Sant’Agata, di epoca rinascimentale, ma già esuberante nel decoro, soprattutto per le dorature. Bello il portale che dà accesso alle reliquie ed al tesoro. Di fronte il monumento funebre del vicerè Ferdinando de Acua (1495). Nel coro gli stalli del Cinquecento illustrano episodi della vita di Sant’Agata. Nella sagrestia si trova un affresco, gravemente danneggiato, che raffigura la città prima del 1669 con l'Etna sullo sfondo e le colate laviche che si avvicinano. Nlele vicinanze si può pranzare al ristorante I tre bicchieri
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Luogo
di atmosfere letterarie e artistiche, a pochi passi dal Duomo di
Catania. La Casa natale di Giovanni Verga, è un appartamento al secondo
piano di un palazzo ottocentesco, dove l'autore de ''I Malavoglia''
trascorse l'infanzia e risiedette per lunghi periodi Dopo la scomparsa dello scrittore, alcuni decenni più tardi, in via S. Anna fu ritrovato quanto rimaneva della passione pionieristica del Verga per la fotografia. Le lastre e le pellicole (oggi raccolte in una collezione privata) svelano un interesse documentario che, anche se casuale, certo non si discosta dall'ideologia verista. Le fotografie ritraggono soprattutto volti familiari allo scrittore: la madre, i fratelli, gli zii, i nipoti, ma anche i contadini che lavorano per la famiglia Verga, nelle campagne di Tebidi, a Vizzini. L'interesse per la fotografia (tecnica che nella seconda metà dell' Ottocento coinvolse intellettuali della buona borghesia in un hobby, per l'epoca, decisamente d' elite e che ispirò la poetica del Verismo) accomunò Verga, Capuana e De Roberto, rendendoli artefici di sperimentazioni non prive di interesse.
Alle
pareti, un'immagine di Antonino Abate, precettore del Verga, ed un
ritratto dello scrittore, opera di Amedeo Bianchi; su di un mobile, una
targa di ottone su marmo bianco con la dedica della cittadinanza di
Catania allo scrittore in occasione delle celebrazioni per il suo
ottantesimo compleanno. La camera da letto. E' un grande ambiente con
salottino e caminetto. Nell'armadio sono contenuti abiti e cappelli
d'epoca. Alle pareti vi sono ritratti di familiari e due fotografie
incorniciate, opera di I personaggi verghiani (pescatori, contadini, piccoli artigiani) si muovono in una realtà poco conosciuta ai più, caratterizzata da aspetti fortemente regionalistici e da una lingua che inaugura nuovi schemi sintattici e non disdegna l'uso di espressioni dialettali. A dispetto delle perplessità iniziali della critica del tempo, la narrativa verghiana fa senz'altro parte ancora oggi dei ricordi letterari di ciascuno di noi e, tradotta in tutte le lingue, è stata rappresentata nei migliori teatri e ha sedotto anche il cinema con personaggi indimenticabili.
Fu
eretto nel 1239, per volontà di Federico II, dall'architetto Riccardo
da Lentini. Esso faceva parte di un insieme di fortificazioni a difesa
della Sicilia orientale. Fu poi sede parlamentare e residenza dei re
angioini ed aragonesi sino al XV secolo. In seguito, dai Vicerè che vi
dimorarono, fu parzialmente trasformato in carcere. Tale rimase anche
con i Borboni e il governo italiano fino al XIX secolo. Fu restaurato
nel 1934. A pianta quadrata, con torri cilindriche angolari e torri semicilindriche a metà dei lati e circondato da un fossato. Porterebbe il nome di un console romano (Arsinius), oppure quello della famiglia romana degli Orsini, rifugiatasi qui nel Medioevo dopo essere stata cacciata da Roma per essersi schierata dalla parte dei Ghibellini (sostenitori dell'imperatore). Altre fonti dicono che venne denominato Castrum Sinus (Castello della spiaggia per via dell’allora sua vicinanza al mare), che per corruzione dialettale divenne Castrussìnu, e quindi "Castello Ursino". Sulla facciata orientale del castello è visibile una Pentalfa, che non è la "Stella di David", come vorrebbe qualcuno (il simbolo ebraico ha sei punte, e non cinque come la Pentalfa). Accanto all'unica porta d'ingresso è collocata una edicola marmorea, che rappresenta l'aquila sveva che strozza tra gli artigli un agnello (che simbolizza il popolo catanese che aveva osato ribellarsi all'imperatore). Originariamente sorgeva vicino al mare, che batteva sul lato orientale. La violenta eruzione del 1669 coprì il fossato che lo circondava e lo allontanò dal mare. Sono ancora visibili alcune parti originali del XIII secolo, come la torre di nord-est e la lunga sala occidentale. Le quattro torri degli angoli sono: Torre della Bandiera e Torre del Mortorio a nord, Torre della Scala e Torre del Magazzino a sud. Le due torri più piccole, dette di Santa Croce e di San Giorgio, furono aggiunte nel 1554. Il castello è oggi Museo Civico ed ospita la collezione prima ospitata dal museo Biscari, quella del monastero dei benedettini e numerose altre collezioni cittadine. Del periodo greco e romano, in particolare, il Castello conserva numerose testimonianze. Molto interessanti sono la Statuetta marmorea di Cerere, alcuni pezzi del teatro e dell'anfiteatro, l'unico dei mosaici romani pervenutici, il Ninfeo di Flavio Arsinio, il colossale torso di Giove, la testa di kouros, gli oggetti di arte egiziana in argilla e bronzo. Il patrimonio artistico comprende anche preziose carte miniate del XVI secolo, incisioni, stampe, opere d'arte del Medioevo e del Rinascimento, una Pinacoteca, che vanta opere della scuola di Ribera, di Procaccini, Borremans, Luis de Morales, Luca Giordano, Aniello Ascione, Bernazzano, Niger, Mario Minniti, nonchè un Giudizio Universale del Beato Angelico ed una Madonna con bambino di Antonello De Saliba. Pregevoli le opere dei pittori Van Dyck, Pietro Novelli, Stomer e degli autori catanesi Gandolfo, Attanasio, Rapisardi. Del Sunt Lacrimae Rerum di Natale Attanasio, che rappresenta quattro pazze in una cappella di manicomio, così scriveva Francesco Fiducia: L'affascinante verso virgiliano scavava nell'anima di lui solchi profondi, rendeva insonne l'artista e dalla lunga e tormentata vigilia non poteva che nascerne un capolavoro. Nel cortile interno del castello sono raccolti sarcofagi, colonne, frammenti architettonici e obelischi dell'antica Catania. quando si parla di bianco e nero la mente viaggia subito verso la struttura che più caratterizza Catania, dopo l’Elefante, si intende. Si trova a piazza Palestro ed è la Porta Garibaldi. .
In alto, nel posto che è ora occupato da un orologio si trovava un medaglione con i ritratti dei due sovrani, e altre iscrizioni ricordavano l’evento ma furono tutte barbaramente danneggiate o asportate per odio contro i regnanti, tanto che dopo la dominazione borbonica, la porta fu dedicata a Garibaldi, sebbene i catanesi continuino ad identificarla col nome di "fortino", associandola erroneamente al fortino del duca di Ligne che si trova in via Sacchero, nello stesso quartiere. . Ma il gioco del bianco e nero torna anche in un'altra struttura, questa volta un palazzo, al n°11 di via Lanolina, da dove si apre una grande entrata che conduce nel cortile dell’ex convento di San Placido, una delle strutture maggiormente rappresentative del barocco catanese. Del
Palazzo Platamone donato dall’omonima famiglia al monastero per
contribuire alla sua ricostruzione dopo il terremoto del 1693 è oggi
visibile una bella decorazione sul loggiato sormontato da frontone di un
balcone, realizzata con una bicromia a spina di pesce alternando E per finire una chiesa: S.Maria di Gesù, nell’omonima piazza dove impone la sua presenza un enorme ficus centenario, quasi interamente nascosta da grandi edifici moderni. . Qui a far da cornice ad un portale sormontato da un bassorilievo raffigurante una Pietà, due colonne realizzate con il gioco dei contrasti del bianco e del nero. Lo stesso motivo che si ripropone nel finestrone strombato a sinistra del prospetto, la Cappella Paternò. . CURIOSITA’: l’antico "Palazzo alla Marina" dei Platamone era, insieme a quello della famiglia Biscari, l’unico al quale venisse concessa la possibilità di aprire un accesso diretto al porto, una "posterna". |
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Allinizio siamo stati nella parte bassa di Via Vittorio Emanuele, quella che costeggia la Civita e arriva fino a Piazza Duomo. Adesso siamo nella parte superiore. E si comincia dal n° civico 266. Penserete, cos'è, una casa? Si suona il campanello e si entra direttamente in epoca greco-romana, dove in passato si recavano fino in 7.000 per assistere agli spettacoli!
Diciamo
sembra perché sulla sua età esistono pareri controversi in quanto sono
stati ritrovati al suo interno dei resti architettonici che lo fanno
risalire addirittura al secolo precedente e che hanno fatto ipotizzare
fosse costruito su un precedente teatro greco. Ma non è soltanto la sua veneranda età a renderlo particolarmente interessante, quanto il fatto che, nonostante tutto, ci sia ancora. Infatti sin dall’undicesimo secolo il teatro cominciò ad essere letteralmente spogliato dei suoi rivestimenti marmorei, riutilizzati per la costruzione della Cattedrale e nel corso dei secoli decine di edifici ed abitazioni private sono state realizzate a ridosso del sito e persino al suo interno. Quello che è ancora visibile è la struttura dei sedili che risultano suddivisi in nove cunei da otto scalette. Sono composti in calcare perché le file di sedili inferiori, destinate agli spettatori di riguardo, erano in marmo così come i pavimenti dell’orchestra e come abbiamo detto sono state tutte asportate. Una delle tante interessanti curiosità è che le strutture sottostanti il teatro sono bagnate dal fiume Amenano che in passato furono canalizzate per realizzare suggestivi giochi d’acqua. Inoltre
subito ad ovest è ben in mostra l’odeon con una struttura del tutto
simile a quella del teatro, ma molto più piccola, utilizzata per
esibizioni musicali, oratorie e spettacoli di danza. Anche questa struttura è costruita in pietra lavica, come del resto quasi tutti gli edifici etnei, e per rendere più appariscente la scena la pietra era alternata al marmo e ai mattoni.
Le opere di demolizione degli edifici circostanti il teatro sono iniziate negli anni trenta ma allo stato attuale quest’opera non è conclusa. E così ancora oggi c’è chi ha la "fortuna" - e pensa che "effetto scenico" - di uscire in balcone per stendere ad asciugare la biancheria al centro di un palcoscenico di età romana… …chissà se durante le sere d’estate, con un po’ di immaginazione, si riesce a sentire ancora l’eco di quei settemila spettatori assiepati a godersi lo spettacolo di artisti "d’altri tempi".
Sul lato meridionale a sette metri e mezzo sotto il livello della strada, sono visibili otto ambienti divisi in due parti; sul lato orientale, invece, si può intravedere un lungo corridoio sopra il quale, a due metri e mezzo sotto il livello della strada, si apre un porticato largo sette metri. Proprio da queste parti sono state rinvenuti resti della città imperiale: il Convento di S.Agostino per esempio, è stato costruito a ridosso di antiche volte e porticati e al suo interno sembra esistano ancora i resti di un pavimento lastricato. Inoltre da qui provengono le 32 colonne utilizzate per i portici di piazza Mazzini e che certamente appartennero ad un edificio pubblico romano. Ecco perché, alla luce di questi ritrovamenti, gli studiosi hanno individuato in quest’area l’antico foro romano. A pochi passi, in via della Rotonda, si trova il complesso termale, di cui è rimasta solo una sala circolare coperta da una cupola sostenuta da otto archi. Il complesso innalzato il suo livello di due metri, venne utilizzato come chiesa cristiana e così le nicchie destinate alle vasche termali vennero utilizzate una come abside e due come cappelle laterali. Una interessante curiosità è che qualche guida chiama questo edificio il "pantheon" perché, a causa della sua forma circolare creò, nell’immaginario di alcuni studiosi, l’idea che fosse servito di ispirazione per la costruzione del panthoen romano.
Una curiosità: Perché Terme dell’Indirizzo? Prendono il nome dal Convento Carmelitano di S.Maria dell’Indirizzo che a sua volta lo assume dall’omonima chiesa che fu costruita, secondo tradizione, in seguito ad un miracolo ricevuto nel 1610 da Don Pietro Girone, Duca di Ossunia. Questi infatti si stava recando per la prima volta a Catania a bordo di una nave spagnola ma, colto da un’improvvisa tempesta non riusciva a guadagnare la riva. Fu così che, invocando nella disperazione il nome di Maria apparve alla sua vista un raggio luminoso che gli mostrò l’indirizzo, cioè la retta via per guadagnare l’ingresso al porto di Catania sano e salvo. Al suo arrivò si accorse che la luce proveniva da un’icona della Madonna del Carmine e pochi anni dopo, nel 1635 proprio lì fece erigere una chiesa, poi distrutta del terremoto del 1693 e nuovamente riedificata insieme all’attuale Convento. CURIOSITA’ Dopo il terremoto del 1693 lo sviluppo urbano fu regolato in un modo molto complesso che segnò per sempre il destino della città. Il governo cittadino stabilì infatti di creare una sorta di mercato dei terreni, al fine di incentivare la ricostruzione, e divise la città in due parti: i lotti della zona di est, per intenderci quella di piazza Duomo e via Vittorio Emanuele, vennero venduti a prezzi più alti; nella zona di ovest, al di là della via Plebiscito e la zona dell’antica acropoli, i terreni furono praticamente "svenduti" a prezzi d’occasione.E’ per questo che nella parte più prestigiosa sono nate grandi strade e importanti palazzi oltre che gli edifici amministrativi e l’area ad est fu destinata ad essere abitata da nobili, religiosi e famiglie agiate; a ovest invece finì per concentrarsi quella parte di popolazione meno abbiente che occupò tutta l’area attorno alle vecchie rovine medioevali, ma lo fece in modo selvaggio, senza tener conto delle regole urbanistiche allora dettate dal Duca di Camastra, edificando oltre alle case, povere ed essenziali, gli edifici destinati alle attività sociali, ospedali ospizi, penitenziari. Via
Vittorio Emanuele è quasi
certamente uno degli assi generatori dell'insediamento antico di
Catania, lunghissima arteria che dal mare dirige a ovest suggerendo
l'orientamento della crescita dell'abitato fino al XX secolo. Il suo
aspetto è quindi settecentesco (gli edifici che vi affacciano sono un
buon esempio di barocco locale), ma molti sono i monumenti che rimandano
al passato della città, come ad esempio il Teatro romano e l’Odeon. Un'infilata di dimore settecentesche, resa scenografica anche dalla leggera pendenza della strada verso ovest, è ciò che rimane impresso oggi di questo rettifilo. Ma la strada sarebbe molto più antica. Lo sostengono gli studiosi delle origini di Catania, per i quali sarebbe uno degli assi del primo insediamento. Piazza
S. Francesco. Al centro della piazza c’è il monumento dedicato al
cardinale Dusmet e di fronte un palazzo ottocentesco al cui
interno è Così
lo descrisse Ercole Patti nel suo "Diario siciliano" "Domenica
mattina, per accompagnarvi il mio amico Mario Soldati di passaggio a
Catania, sono tornato a visitare la casa natale di Vincenzo Bellini.
[...] Dopo pochi gradini ripidi, attraverso una porticina incassata in
un muro spesso, entrammo nella prima saletta che, nonostante da tanti
anni trasformata in museo belliniano, conserva sempre quell’aria
intima di casa privata; sembra di entrare in uno di quegli appartamenti
della vecchia Catania abitati ancora oggi da piccoli impiegati. Nella
luce calma e malinconica che arriva dai balconi che si affacciano sulla
via Vittorio Emanuele, i cimeli sono disposti con cura nelle piccole
stanze. Ecco l’alcova dove nacque Vincenzo. Adesso c e il suo cembalo
che la riempie quasi tutta. Ha la tastiera coperta come se Bellini vi
avesse suonato poco fa. I piccoli oggetti personali appartenuti al
giovane maestro conservati dietro il vetro di una reca, in questa luce
di casa catanese, sono ancora pieni di intimità". Così Ercole
Patti nel suo Diario Siciliano (1971) descrisse l’atmosfera familiare
e un po’ decadente che aleggia dentro la casa-museo di Vincenzo
Bellini. Il museo è ospitato nella casa natale del musicista catanese
che si trova all’interno del settecentesco palazzo Gravina-Cruyllas,
in piazza 5. Francesco; gli anni che il musicista passò nella casa
furono circa sedici. La visita degli ambienti è possibile solo se si è
guidati, questo anche perché la disposizione degli oggetti e dei
manoscritti non è di facile decifrazione. Una piccola biblioteca
musicale, annessa al museo, contiene materiale utile per ricerche e
studi specifici su Vincenzo Bellini. Il museo fu inaugurato nel maggio
del 1930. Le stanze sono organizzare in modo da far comprendere la
sequenza dei fatti biografici e l’evolversi
A ridosso di San Francesco comincia Via Crociferi con l’Arco dei Benedettini dove, se non fosse per i resti romani e il Museo Belliniano tutto parlerebbe dello stile per eccellenza della città: il barocco del Settecento. E risalendo cominciamo a percorrere il salotto artistico per eccellenza di Catania. |
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E’
definita "la perla della ricostruzione del XVIII secolo a
Catania": è la Chiesa di San Giuliano, sulla Via Crociferi, di
fronte alla chiesa di San Francesco Borgia e all’Istituto d’arte.
Anch’essa attribuita con ogni probabilità al Vaccarini, che l’avrebbe
realizzata intorno al 1740, la facciata si inserisce in un contesto
molto suggestivo, e lo è essa stessa. Infatti la parte centrale sporge
rispetto alle fiancate laterali e sopra il portale figurano delle statue
femminili allegoriche, mentre in alto la cupola è circondata da una
galleria poligonale molto simile a quella che abbiamo già osservato
nella chiesa di S. Chiara e da dove naturalmente i religiosi e i
componenti le famiglie nobili potevano assistere alla processione di
S.Agata. Altrettanto Tracciata dopo il terremoto del 1693, deve il proprio nome alla Chiesa di S. Camillo dei Padri Crociferi, che si trova alla fine della strada. Già in epoca antica la via fu arricchita da edifici e chiese fatte costruire dalle famiglie più influenti, divenendo ben presto il centro della vita cittadina, ma dopo il terremoto l'edilizia civile ebbe minor peso e la strada divenne il monumento simbolo della potenza degli ordini monastici del Settecento. A questa fascinosa strada catanese è legata la leggenda del "Cavallo senza testa". Si racconta che, durante l'oppressivo dominio angioino, durato nell'isola dal 1270 al 1282, una ragazza catanese, di nome Gammazita, preferì gettarsi in un pozzo, anziché cedere alle voglie di un soldataccio francese. Ciò spiegherebbe le misteriose macchie ferruginose che si notano in un pozzo d'acqua potabile, tuttora esistente in via San Calogero, nei pressi del Castello Ursino. Tutta la zona costituisce uno splendido scenario per ambientazioni cinematografiche e letterarie, a giudicare dalla frequenza con cui compare, appunto, in film e libri. Alcuni esempi? Via dei Crociferi è sfondo scenografico dei film La sposa bella, con Ava Gardner e Dirk Bogarde, e Paolo il caldo, interpretato da Giancarlo Giannini. La Chiesa di San Benedetto è presente nel film Il bell'Antonio, e il Monastero delle Benedettine nella Storia di una capinera diretta da Zeffirelli (e tratta dall'omonima novella del Verga).
Vita
delle monache catanesi. "Prima
del terremoto del 1693 i monasteri in Catania erano quattordici, dopo,
il vescovo Riggio, li ridusse a sei: sotto la regola di S. Benedetto
quelli titolati a S. Placido, S. Giuliano, SS. Trinità, S. Benedetto e
S. Agata, il sesto sotto la regola serafica di S. Francesco si titolava
a S. Chiara. Quasi tutte le monache dei sei monasteri appartenevano al
patriziato catanese o alla ricca borghesia. Era, allora, abitudine d’ogni
famiglia nobile affidare alle religiose l’educazione delle proprie
figliuole, le quali rimanevano, poi, nel monastero in cui prendevano il
velo, sacrificandosi a favore del primogenito o, in mancanza di questo,
della sorella maggiore, unica erede delle ricchezze della famiglia. Dopo
un anno di noviziato la figliuola andava sposa a Cristo. Spogliata dall’abito
del noviziato, indossato quello monacale, si prostrava per terra in
mezzo all’oratorio e veniva coperta, come una morta, da una coltre
nera; ai piedi erano due candelabri accesi. La cerimonia si svolgeva fra
grande commozione, mentre le campane suonavano a morto. Quando la
professa si levava, il sacrificio era compiuto. Ai parenti e agli
invitati era, quindi, riservato uno splendido ‘trattamento’ offerto
dalla badessa". (Guglielmo Policastro, Catania nel Settecento,
1950). CURIOSITA’: La via Crociferi prende il nome dalla Chiesa di San Camillo dei Padri Crociferi che si trova alla fine della strada, fu ideata per unire la Porta del Re, sopra Piazza Stesicoro con Piazza Mazzini. Prima del terremoto del 1693 secondo quanto racconta Guglielmo Policastro nel suo "Catania del Settecento" nella città esistevano 14 monasteri, poi ridotti a 6. Tra questi quello di San Bnedetto, quello di San Placido, San Giuliano, SS.Trinità, quello di San Benedetto e Sant’Agata e quello di Santa Chiara. Naturalmente tutte le religiose appartenevano alle famiglie nobili catanesi o alla ricca borghesia, visto che l’unico erede della famiglia era sempre il primogenito. |
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Quando
nel 1558 per il troppo freddo i Benedettini lasciarono il loro monastero
di Nicolosi in contrada S. Nicolò l’Arena per trasferirsi in città,
costruirono un nuovo monastero che mantenne lo stesso nome. Il
Monastero dei
Benedettini di San Nicolò l’Arena fu però distrutto dal terremoto
del 1693 e la sua ricostruzione avvenne già nel 1703 con un progetto
più ampio; fu in seguito arricchito al suo interno da uno scalone d’onore
realizzato nel XVIII secolo da Palazzotto mentre sono del Vaccarini i
due chiostri interni collegati dal corridoio dell’orologio e la grande
ala del noviziato. E’
di dimensioni imponenti, 105 metri di lunghezza, e per questo è
considerato il secondo in Europa dopo quello portoghese di Mafra. Ebbe
un ruolo politico importante nel XVIII secolo visto che la maggior parte
dei monaci proveniva dalle famiglie nobili catanesi. Era una sorta di
città nella città e oggi sede della Facoltà di Lettere e Filosofia,
con l’ingresso da piazza Dante che da già un’idea dello sfarzo di
cui si circondavano i religiosi del monastero, percepibile nelle
decorazioni dei balconi e del prospetto, decorazioni che dovevano
apparire degne di un palazzo reale, insolita dimora per un luogo di
penitenza e preghiera. Un’ala
del monastero è inoltre occupata dalle biblioteche riunite Civita e
Ursino Recupero mentre nella sala Vaccarini è custodita la collezione
dei libri dei Benedettini. I Un
tempio del culto cristiano di enormi proporzioni, ispirata ai grandi
modelli romani: è la chiesa di San Nicola che fu tuttavia arricchita
del contributo di altri architetti, tra i quali Stefano Ittar che
concepì la cupola di ben 62 metri di altezza. E’ composta da tre
navate e raggiunge una lunghezza di 105 metri, molto ben illuminata
grazie alle vetrate che diffondono una luce assai suggestiva che riesce
a rompere la severità del marmo bianco che impera lungo tutte le
navate. Ai
lati si trovano diverse cappelle semicircolari, anch’esse molto ampie:
a destra quella di San Gregorio, quella di San Giovanni Battista e
quella di San Giuseppe; a sinistra la cappella di sant’Andrea, quella
di Sant’Euplio e la cappella di Sant’Agata. La facciata è
evidentemente ancora incompleta perché durante la realizzazione vennero
a mancare i sostegni economici. Tuttavia l’opera che in passato rese
ancor più celebre questa chiesa fu l’organo custodito al suo interno,
opera dell’Abate Donato del Piano magnifico nella sua maestosità,
composto da 72 registri, 5 ordini di tastiere e ben 2.916 canne capace
di riprodurre tutti gli strumenti a corda e a fiato, dalla cornamusa al
violino, dal contrabbasso al tamburo. Fu questo straordinario strumento
a colpire ed estasiare Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in
Sicilia, riconoscendone l’unicità e lo splendore delle note che
riusciva a produrre. Sfortunatamente negli anni i suoi pezzi sono stati
in gran parte depredati . Di
notevole interesse è invece la meridiana che attraversa l’interno
della chiesa e che raggiunge i 39 metri di lunghezza realizzando uno
spettro solare che in inverno raggiunge un diametro di 938 millimetri e
uno gnomone di 21,90 metri. Fu realizzata nel 1841 dall’astronomo
Wolgang Sartorius e dal professor Cristiano Peters de Flensburg ma si
possono leggere maggiori ragguagli sul suggestivo effetto di luce sulla
parete in marmo in cui sono rappresentate le figure dello zodiaco. CURIOSITA’ A
testimoniare quanto influenti fossero i monaci Benedettini, basta dare
uno sguardo alla piazza davanti la chiesa. Piazza dante è stata infatti
concepita da Stefano Ittar che realizzò un’esedra composta da tre
edifici che costituiscono una vera e propria cortina, mai terminata e
destinata a coprire alla vista del monastero alcuni tratti dei quartieri
più popolari. |
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Fonti: Enciclopedia di Catania, Catania 1987. G. Dato, La città di Catania. Forma e struttura, 1693-1833, Roma 1983. Guida di Catania e provincia, a c. di N. Recupero, Catania 1991. Roma 1981. G. Dato, La città di Catania. Forma e struttura, 1693-1833, Roma 1983. S. Boscarino, Sicilia Barocca. Architettura e città, 1610-1760 Z. Dato Toscano, U. Rodonò, Il Teatro Bellini di Catania. I progetti e la fabbrica dall’archivio dei disegni di Carlo Sada architetto (1849-192 4), Catania 1990.
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