Ori, argenti, bronzi. Finali di gioia e di conquiste agli albori del calcio internazionale. Tutto il metallo raccolto dai nerazzuri, in bella mostra nella bacheca di Società.

 

 

 

 

INTER - REAL MADRID 3 - 1

Vienna, 27 maggio 1964
Marcatori: 43' e 76' Mazzola, 62' Milani, 69' Felo (RM)

INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera

REAL MADRID: Vicente, Isidro, Santamaria, Pachin, Zoco, Muller, Amancio, Felo, Di Stefano, Puskas, Gento.
Allenatore: Miguel Munoz

1° turno: Everton – Inter  0-0  0-1
2° turno: Inter – Monaco 1-0  3-1
Quarti di finale: Partizan – Inter 0-2  1-2
Semifinale: Borussia Dortmund – Inter 2-2  0-2

 

BRILLANO LE LUCI della grande Ruota nella sera morbida del cielo del Prater.
Nella penombra luminosa dello stadio gli uomini in maglia bianca spiccano nitidi mentre si avviano al centro del campo. E intanto scrutano, con fastidio, le facce anonime degli avversari che l'illusione ottica fa sembrare anche meno numerosi nelle loro maglie scure. Tutti illustri  sconosciuti, per lo più, tranne uno. Quello lo conoscono bene: è, come loro, un "Grande di Spagna". Quasi come loro. I calciatori in maglia bianca sopportano pochi paragoni al mondo. Loro sono, presi in blocco, una leggenda vivente. Anche dall'altra parte, in verità, c'è una leggenda. Ma è solo un'eredità. Una pesante eredità. Il capitano dei bianchi ci pensa un momento, accigliato e scontroso, mentre cerca tra le facce scavate dai fari, poi si avvia, deciso, verso il gruppo avversario. Il ragazzo alto e magro dagli zigomi marcati e gli occhi grandi lo vede e, inconsciamente, rallenta il passo, staccandosi dai compagni. Poi si ferma del tutto, e lo guarda venire. L'uomo è di statura media, un viso abbastanza banale e la fronte stempiata. E un accenno di pancetta nel corpo rotondo. Ma porta come nessuno la camiseta bianca del Real Madrid. Per un attimo si arresta e lo fissa, intenso e severo, nella luce artificiale e fredda, poi chiude veloce lo spazio che ancora li separa e tende la mano: "Sono Alfredo Di Stefano. Conoscevo tuo padre. Sii degno di lui". Sandrino Mazzola prende meccanicamente la mano tesa mentre cerca di scuotersi, e richiama alla mente uno spagnolo scolastico per rispondere qualcosa di sensato. Ne esce soltanto un emozionato, banalissimo, "gracias". Alfredo Di Stefano è sempre stato il suo idolo.
Le 19,30 sono passate da poco a Vienna. E' il 27 maggio 1964.
Dagli altoparlanti dello stadio lo speaker annuncia il programma della serata.
Fra qualche minuto, sull'erba del Prater, l'Internazionale di Milano, campione d'Italia, sfiderà i campioni di Spagna del Real Madrid per contendersi la Coppa nata in un bistrot parigino, quasi una decade fa, dalla fervida mente di Gabriel Hanot. Per gli italiani è la prima partecipazione al torneo più importante del continente europeo. Il Real Madrid, invece, è nato con esso, con la Coppa Europa è uscito dai ristretti confini spagnoli per esportare nel mondo il suo fùtbol-arte. E ora partecipa per la nona volta alla competizione: ha giocato sei finali e ne ha vinte cinque, e stasera cerca, sotto gli occhi di venticinquemila italiani che hanno trasportato San Siro sulle rive del Danubio, una vittoria particolare, la vittoria sul tempo. Seduti accanto agli italiani, cinquecento spagnoli attendono l'evento. Lo speaker intanto scandisce le formazioni delle due squadre.
MAZZOLA le ascolta come in trance, mentre cerca inutil-mente di scuotersi. Ma come si parla a un mito? Eppure quando Puskas lo aveva avvicinato negli spogliatoi non si era sentito così impacciato. "Conoscevo tuo padre, ho giocato contro di lui", gli aveva ricordato, affabile, l'antico capitano della mitica Honved, l'ufficiale dell'armata ungherese in fuga attraverso l'Europa dopo la rivolta del '56. E lui, Sandrino, si era trovato a rispondere con un pizzico di ribalda ironia: "Mio padre l'aveva battuta, Colonnello". Puskas era scoppiato a ridere. La presenza di Di Stefano, invece, lo paralizza.

DALLA PANCHINA dell'Inter due occhi freddi in un volto grinzoso, da zingaro, osservano, scontenti, la scena. Anni prima quella mano era stata negata a lui, platealmente. E Helenio Herrera, detto H.H. oppure "il Mago", non è tipo da dimenticare o perdonare le offese. Al massimo finge di ignorarle, se gli conviene, stipandole nella memoria. E, inoltre, ora lo preoccupa il comportamento di Mazzola. Nonostante un cervellino intelligente e razionale, quel ragazzo nutre una pericolosa visione romantica del calcio e dei suoi eroi, e lui non vorrebbe ritrovarselo imbambolato sul campo. La partita che sta per iniziare è troppo importante: Helenio Herrera questa sera ha molte vendette da compiere. E un sogno da realizzare: distruggere il Real Madrid. Portare a termine il lavoro iniziato sulla panchina del Barcellona, dimostrare al mondo, e agli spagnoli che non lo avevano capito, che lui non è un ciarlatano ma un uomo che ha il coraggio delle sue idee, che è arrivato al successo soffrendo e penando.I Capitani Santamaria e Picchi IL SUCCESSO va a chi se lo merita. E Helenio Herrera lo merita. Con lui il Barcellona aveva vinto un campionato e poi un altro. Una Coppa di Spagna e poi un'altra. Ma a loro non bastava, perché il Real Madrid intanto era il padrone d'Europa. E allora Herrera aveva promesso la Coppa dei Campioni. Ma il suo Barca aveva perso a Madrid, nella semifinale che la sorte gli aveva offerto, e poi anche al Camp Nou. La stampa lo aveva flagellato, e i tifosi lo avevano inseguito, furenti, lungo le ramblas. Così se ne era andato, ma non aveva dimenticato. Il Real è la vostra ossessione, signori, e anche la mia. E troverò il sistema per batterlo, e nutrirmi della sua gloria. Perché la gloria es dinero.
Era emigrato in Italia, alla corte di Moratti, munifico signore rinascimentale del calcio milanese, che da anni aspettava, inutilmente, uno scudetto. Glielo aveva regalato lui, H.H., infine, al terzo tentativo, attraverso un mare di polemiche e una girandola di acquisti provati e scartati. E l'avversione di stanche primedonne che non ne volevano sapere del suo modo maniacale di intendere il calcio, dei suoi allenamenti snervanti, della sua concentrazione feroce. Tutte uguali le primedonne, erano così anche i suoi ungheresi del Barca, contavano solo sul proprio talento. Ma il calcio moderno è ritmo, signori, ritmo più fantasia. E a volte sono più utili gli onesti faticatori di certi campioni sfaticati. All'Inter, sostenuto da Moratti, alla fine l'aveva spuntata, si era liberato di Angelillo e degli "angeli dalla faccia sporca", e ora era qui, nella notte di Vienna, con una squadra che era un mix perfetto di talento e aggressività amalgamati con ferrea disciplina. Era qui per sconfiggere il Real Madrid nella "sua" Coppa dei Campioni.Helenio Herrera, il "Mago" che cambiò il calcio in Italia e portò l'Inter ai successi mondialiPURCHE' TUTTO funzioni alla perfezione, e i ragazzi ricordino la lezione. Sono così digiuni di calcio internazionale! Ma in campo ci sono Suarez e Picchi, si rassicura Herrera. Picchi, il livornese furente, che lui ha scoperto e valorizzato, non lascerà la trincea, e non permetterà agli altri di farlo. E Luisito Suarez, il Grande di Spagna, che Helenio si è portato dal Barcellona, pagherebbe di tasca sua per battere il Real Madrid. Quei due sono gli allenatori in campo. Ma non sono loro la chiave della serata. Vagando per il campo gli occhi di Herrera si fanno dolci per Tagnin. Mentre risuona il fischio d'inizio lui è già appiccicato a Di Stefano, pronto a seguirlo in ogni parte del campo: il più umile dei faticatori interisti sulla strada di Alfredo il Grande. In tanti hanno gridato alla follia, ma Herrera ha fiducia nell'onesto mestiere di Tagnin. Lo aveva ripescato nel purgatorio delle serie minori che scivolava oscuramente verso fine carriera dopo una squalifica di tre anni, lo aveva ricostruito nel fisico e nel morale, e poi proiettato nell'Olimpo del calcio internazionale. Non lo aveva mai tradito, e anche stasera avrebbe fatto la sua parte, in tutta umiltà. Anche Burgnich lo aveva ripescato dalla B, scartato dalla Juventus, e ora era la roccia del suo sistema difensivo. Questa sera si sarebbe preso cura di Gento, la veloce e velenosa ala sinistra del Real che, come Di Stefano, aveva alzato al cielo cinque Coppe dei Campioni, tutte quelle che il Real Madrid aveva vinto nella sua storia. Anche su Burgnich si poteva contare. Sistemandosi comodo in panchina Herrera guarda, senza preoccupazioni, la prima ondata madridista infrangersi contro la sua difesa. Gli va bene così, lui preferisce difendersi.

RIUSCIRE a passare nel primo tempo: l'ossessione spagnola è questa. Al Real Madrid il gioco dell'Inter suscita più timore che ammirazione. E l'undici madrileno, Di Stefano in testa, si prefigge di consacrare in ambito europeo la superiorità del proprio principio, un principio che si fonda sulla formula offensiva, sulla creazione del gioco di manovra a ondate successive, e le incursioni avvolgenti delle due ali. Ma questa è tattica, e la tattica si attua sul campo, e si è sempre in due a darle corpo. Di Stefano sa che non sarà un gioco facile.
Sulle piste del grande Alfredo, che punta dritto al cuore della difesa interista, Tagnin si sente sorprendentemente calmo. Almeno sul campo non ha più addosso la pressione dei giornalisti. Da giorni son tutti lì a chiedergli se ha mai giocato contro Di Stefano. Siamo matti? Quello è sempre appartenuto, calcisticamente parlando, a un altro pianeta. Lo ha visto, questo sì, tante volte in televisione. Cosa prova? Paura no, emozione neanche. Curiosità, e molta. E la certezza che sarà un maledetto affare tenerlo d'occhio. Per ora, però, li stiamo controllando bene.DOPO LA PRIMA ondata il Real si raccoglie, si fa più guardingo. La cosa preoccupa Herrera che cerca di indovinare il disegno tattico del suo collega spagnolo. Sembra che Munoz non abbia altri progetti, al momento, che le marcature a centrocampo. Ma ammesso che, conoscendolo bene, sappia come marcare Suarez, gli spagnoli non hanno la minima idea di cosa sia Mandrake nelle sue giornate di vena. Già al 5' Corso è lì, che interrompe il forcing madrileno con una stupenda punizione da oltre venticinque metri. Herrera ha un sogghigno dolceamaro. Questa sera se lo sorbiranno loro il maledetto mancino pieno di talento e di pigrizia che si fa beffe di lui e gli sbilancia la squadra. Ma è il cocco del presidente, e lui, Herrera, deve tenerselo per forza, e fare miracoli di ingegneria calcistica per raddrizzare un modulo zoppo. Un modulo che raggiunge la perfezione solo perché davanti a una difesa impenetrabile, magistralmente orchestrata da Armando Picchi, opera un Suarez immenso capace di sacrificarsi in copertura e costruire gioco con la potenza di un motore diesel e la classe della sua regia che illumina di lanci lunghissimi e precisi il contropiede della gazzella nera Jair, del dribbling ubriacante di Mazzola e della fatica puntuale di Milani. E del terzino fluidificante Facchetti. Ma in questa notte di maggio, mentre Suarez se ne sta prudentemente raccolto a coprire la difesa, e Mazzola latita, svanito per il campo, il fragile Corso giganteggia nel deserto del centrocampo, e gioca soffici palloni vellutati per parabole impossibili. Ora è ancora in azione, in combinazione con Facchetti e Guarneri che hanno abbandonato la trincea per cercare gloria in avanti. Herrera non ama quello che vede. Le sortite offensive dei due talentuosi della sua difesa rischiano di creare buchi pericolosi. Facchetti deve marcare Amancio, l'ala giovane e velocissima del Madrid, e dovrebbe essere abbastanza per una sera. Guarneri, poi, controlla Puskas, che avrà pure i suoi anni ma anche un tiro micidiale e un intatto fiuto del gol.Alfredo Di Stefano, la stella del Real fu preso sorprendentemente in consegna dall'umile Tagnin: la mossa di H.H. risultò vincenteBRIVIDI di apprensione gelano il Prater nerazzurro alla mezz'ora, quando Amancio semina il terrore nella retroguardia interista. Due minuti dopo è Picchi a intervenire, a portiere battuto, con uno straordinario salvataggio. Ma a poco a poco si spegne l'impeto del Real Madrid. E intanto si è svegliato Mazzola, mentre continua a brillare Corso. E' dal suo piede, "il piede sinistro di Dio", che al 43' parte il lancio che Guarneri vola a raccogliere mentre sulla sinistra scatta Facchetti che riceve e poi passa indietro a Mazzola. Sandrino aggancia al volo e lascia partire un magnifico pallone che si insacca alla destra di Vicente. Per il Real Madrid è come una pugnalata. Le sue stelle di prima grandezza stanno spegnendosi, fisicamente non ce la fanno quasi più. Ma si battono con orgoglio e dignità. L'inizio della ripresa è un festival di gioco merengue: al palo colto da Gento si aggiunge quello colto da Puskas, è un palo come se ne vedono pochi in un campo di calcio, il portiere era battutissimo e il Real avrebbe potuto pareggiare. Invece arriva, al 17', il gol di Milani. Quando una squadra conduce per due a zero va sul velluto, osannano i tifosi. 

Ma quando, sette minuti dopo, Felo segna il gol del 2-1 il Real si scatena. E allora l'Inter comincia a tremare. La squadra bianca scende in massa verso l'area interista e la ragnatela di p ggi che partono dai terzini sembra ogni volta che si concluda a rete. Sugli spalti esplodono l'ammirazione degli austriaci e le speranze degli spagnoli. E' dal 1960 che l'aficiòn madridista continua a vivere un sogno: tornare al Real Madrid dei cinque titoli europei, porre fine ai regni effimeri delle squadre di un giorno che ne hanno usurpato il titolo negli ultimi tre anni. Ma la nostalgia è a volte tanto cieca come l'amore, pensa Helenio Herrera. A guardare bene si vede che Puskas non riuscirà a piazzare il suo tiro, che Gento non è più Gento, che Di Stefano non ha spazio, e che gli altri, malgrado i dribbling di Amancio e i raffinati palleggi di Muller, sono troppo pochi per avere ragione di Burgnich, Facchetti, Guarneri e Picchi. La difesa dell'Inter si muove all'unisono, elastica e compatta, come Herrera ha insegnato, e in certi momenti par di sentire un'orchestra, tanto perfetto ne è il ritmo. E ALLORA esplode il gioco di centrocampo e di contropiede dell'Inter. Il Real Madrid è subito alle corde. Salta il gioco delle marcature, Jair ubriaca di finte Pachin, Milani e Mazzola con smarcamenti clamorosi nei punti più impensati della metà campo spagnola facilitano i lanci di Suarez e Corso. La terza rete arriva al 31': un errore di Zoco dà via libera a Mazzola. Sandrino scatta e dribbla a velocità fantastica, mette fuori causa Vicente e lo trafigge con un rasoterra micidiale, stupendo. La notte di reti e di gloria del ragazzo che quindici anni prima era stato vittima di una delle più spaventose tragedie sportive ammaina definitivamente dal pennone più alto del calcio mondiale la bandiera bianca del Real Madrid.

FINIVA quella sera, al Prater di Vienna, la favolosa avventura di una squadra che, grazie alla Coppa dei Campioni, divenne leggenda. Era cominciata al Parco dei Principi, il 13 giugno 1956, contro il Reims dell'asso Kopa. Si giocava in quel tardo pomeriggio parigino l'ultimo atto del primo capitolo della Coppa dei Campioni. Finì 4-3 per i madrileni, e Kopa fece meraviglie, ma l'undici guidato da un Alfredo Di Stefano presente in tutte le zone del campo provocò lunghi momenti di terror panico negli ammirati spettatori francesi. Negli anni altri grandi giocatori si erano sommati a Gento e Di Stefano: l'uruguayano Santa-maria, Kopa e il profugo Puskas, per esempio, e il Real Madrid era diventato il miglior ambasciatore di Spagna. Il regime franchista era al bando da un'Europa uscita dalla guerra nazifascista, ma ovunque vada il Real le folle si scatenano quando gioca il grande Di Stefano. Ma gli assiMoratti festeggia con i giocatori la conquista della prima Coppa dei Campionimadrileni sono soprattutto gli ambasciatori di un calcio inteso come arte. Un calcio che finisce a Vienna. Al fischio finale dell'arbitro, Moratti corre sul campo in mezzo ai suoi ragazzi: e i giocatori se lo issano sulle spalle, il presidente, mentre i tifosi impazziscono sugli spalti, e Picchi alza in alto, sempre più in alto, l'enorme Coppa d'argento. Dall'altra parte del prato i giocatori del Real Madrid, tutti intorno ad Alfredo Di Stefano, escono a testa bassa dal campo. Per un momento Puskas si volta a guardare, triste, i nuovi padroni d'Europa, poi segue i suoi compagni. Il re è morto. Viva il re.

 

 

INTER - BENFICA    1 - 0

Milano, 27 maggio 1965
Marcatori: 42' Jair

INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera

BENFICA: Costa Pereira, Cavem, Cruz, Neto, Germano, Raul, José Augusto, Coluna, Torres, Eusebio, Simoes. Allenatore: Elek Schwartz

Non partecipa al 1° turno
2° turno: Inter - Dinamo Bucarest 6-0  1-0
Quarti di finale: Inter – Rangers 3-1  0-1
Semifinale: Liverpool – Inter 3-1  0-3

 

La decima edizione della Coppa dei Campioni si confermò favorevole all'Italia che schierò per il secondo anno consecutivo due squadre. Ma dopo che il Bologna perse nel turno preliminare alla monetina contro l'Anderlecht, dopo aver concluso a reti bianche lo spareggio, l'Inter rimase da subito l'unica nostra rappresentante. I nerazzurri cominciarono a suon di reti rifilando un rotondo 6-0 ai romeni della Dinamo Bucarest, imitati dal Benfica che nel turno premilinare regolarono con un doppio 5-1 i lussemburghesi dell'Aris e al primo affondarono, nel ritorno, gli svizzeri dello Chaux de Fonds per 5-0. Nei quarti di finale il vantaggio per 3-1 dell'Inter sui Rangers di Glasgow le permise di passare il turno nonostante la sconfitta di misura in Scozia. Il Benfica invece si limitò a confermare il declino del Real Madrid imponendogli con autorevolezza un 5-1 a Lisbona che rese ininfluente la sconfitta per 2-1 a Madrid.
Così i lusitani si qualificarono per la quarta finale in cinque anni passando senza difficoltà in semifinale sugli ungheresi del Vasas Gyor (1-0 fuori casa e 4-0 a Lisbona). L'Inter invece se la vide brutta con il Liverpool, all'esordio in una manifestazione che poi avrebbe vinto per quattro volte, perdendo per 3-1 in Inghilterra la gara d'andata con la solita rete di Mazzola. Con un po' di fortuna l'Inter riuscì a ribaltare il risultato vincendo per 3-0 la gara di ritorno grazie al gol determinante di Facchetti, terzino con spiccata propensione al gol.
La finale fu giocata a Milano e per la seconda volta una squadra di casa poteva sfruttare questo enorme vantaggio (nel 1957 il Real superò la Fiorentina nella finale di Madrid). Sotto una fitta pioggia ma davanti a 85 mila spettatori, fu decisivo un gol di Jair a due minuti dal riposo. Il Benfica, con nove undicesimi della squadra sconfitta dal Milan nella finale di Vienna
di due anni prima, fu decimato dagli infortuni a tal punto che il difensore Germano prese il posto di Costa Pereira in porta per gran parte del secondo tempo. Con Eusebio Pallone d'Oro in carica il Benfica si arrese ad una squadra magistralmente diretta in campo da Luis Suarez e in panchina da Helenio Herrera, senza dimentica l'eleganza atletica di un giovane terzino di nome Facchetti. Al portoghese Torres del Benfica andò la palma di capocannoniere con 9 centri.
In una serata di pioggia al 42' Jair azzecca un diagonale che s'infila sotto le gambe di Costa Pereira. "L'Inter si tiene la Coppa e fa il vuoto in Europa" titola la Gazzetta del 28 maggio 1965. Si gioca a Milano, il terreno di gioco è coperto dall'acqua e il Benfica di Eusebio, dopo Dinamo Bucarest, Rangers e Liverpool, è l'ultima squadra a cadere sotto i colpi degli imbattibili nerazzurri.

Il 1965 è l'anno più glorioso della storia dell'Inter. Dopo aver vinto la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, i nerazzurri hanno lasciato il titolo al Bologna in un avvelenato finale di campionato. Per la prima volta nel calcio compare il termine doping e, per la prima volta, il titolo viene assegnato attraverso una gara di spareggio, che i nerazzurri perdono a Roma il 7 giugno 1964. Angelo Moratti è furibondo, la Figc ancora una volta ha remato contro l'Inter. Bisogna essere veramente più forti di tutti e di tutto, come sostiene Herrera, per far trionfare la giustizia sportiva. E così, nel 1965, l'Inter s'inventa un triplice capolavoro. Primo: vince lo scudetto, in rimonta sul Milan di Gino Viani. Il 31 gennaio 1965 i rossoneri battono il Mantova e in classifica hanno 7 punti di vantaggio sui nerazzurri, sconfitti a Foggia. Il 28 marzo 1965, al termine di uno dei derby più fantastici mai visti a San Siro, il Milan è battuto (5-2) e conserva un solo punto di vantaggio. Herrera, che ha lanciato in squadra il mediano Gianfranco Bedin, classe 1945, ci riprova con un altro giovane, il centravanti Sergio Gori detto "Bobo", classe 1946, figlio di uno dei più importanti ristoratori toscani di Milano. E proprio Gori, dopo il vantaggio firmato Suarez, stende la Juventus a Torino, mentre il Milan perde in casa con la Roma. Si va avanti così, lotta gomito a gomito, sino al 6 giugno, quando i rossoneri perdono a Cagliari e i nerazzurri pareggiano in rimonta 2-2 con il Torino a San Siro. Il gol tricolore, su rigore, è di Mazzola, capocannoniere del torneo con 17 reti. La formazione: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso. Domina la condizione atletica dell'Inter che, mentre prepara la vittoria del nono scudetto, rivince la Coppa Campioni.
E' questa la seconda impresa del 1965. In Europa la squadra di Herrera vola senza problemi sino alla semifinale con il Liverpool. Cade nella gara d'andata in Inghilterra (3-1) e non sembra in grado di recuperare la qualificazione. Invece, ancora una volta, la leggenda si materializza sul campo bagnato di San Siro, il 12 maggio, davanti a 80mila spettatori per un incasso di 161 milioni di lire. Punizione vincente di Corso, rete fotografia di Joaquim Peirò che ruba la palla al portiere inglese Lawrence (stava palleggiando con le mani), 3-0 di Facchetti. La finale della Coppa dei Campioni si disputa a Milano, il 27 maggio. Tempesta di pioggia sulla città nel pomeriggio, temperatura autunnale, stadio esaurito, gara equilibrata contro i portoghesi del Benfica guidati dal grande Eusebio, Inter in maglia bianca con striscia nerazzurra sul petto. Decide, al minuto numero 42 del primo tempo, una rete di Jair: la palla passa tra le gambe del portiere Costa Pereira. Il settimanale "Milaninter" titola: "Inter figlia di Dio". Diventerà uno slogan.

BAYERN - INTER    0 - 2

Madrid, 22 maggio 2010
Marcatori: 34'. 70' Milito - arbitro Webb (Inghilterra)

BAYERN MONACO (4-4-2): Butt, Lahm, Van Buyten, Demichelis, Badsturber, Van Bommel, Schweinsteiger, Robben, Muller, Altintop (17' st Klose), Olic (28' st Gomez). (Rensing, Contento, Gorlitz, Pranic, Tymoshchuk). All.: Van Gaal. INTER (4-2-3-1): Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (23' st Stankovic), Zanetti, Cambiasso, Pandev (33' st Muntari), Snejider, Eto'o, Milito (46' st Materazzi). (Toldo, Cordoba, Mariga, Balotelli). All.: Mourinho.

Zanetti: "Ci credevo: ora l'Inter è nella storia" Giovedì, 27 Maggio 2010

MILANO - Per capitan Zanetti, Massimo Moratti è "come un padre", José Mourinho "un uomo di grande personalità e dalla idee chiare", che ringrazia "per quanto ha dato all'Inter, tantissimo" e al quale augura "che la nuova avventura possa essere di successo".

Il giocatore simbolo dell'era nerazzurra di Massimo Moratti si gode la vittoria della tripletta che "ci ha portato nella storia" e annuncia che giocherà "almeno altri due-tre anni": questo e molto altro ancora ha raccontato stamane Javier Zanetti rispondendo alle numerose domande dei tifosi, oltre 1600, che hanno potuto esaudire le loro curiosità grazie alla video-chat, vista in tutto il mondo, organizzata a Il Corriere della Sera, in via Solferino.

"In 15 anni di Inter ho visto passare tantissimi campioni e tanti allenatori, forse - ripensandoci - mi sarebbe piaciuto che Simeone potesse rimanere più a lungo con noi. Perché così tanti stranieri all'Inter? Io l'ho detto sempre che questo non è problema, è vero che ci sono tanti stranieri e pochi italiani, ma quello che conta è fare bene per l'Inter, non conta di quale nazionalità sei. Qual è stato il periodo più difficile trascorso in nerazzurro? Ci sono stati tanti momenti difficili, ma il 1999 credo che sia stato il momento più brutto, credo che allora si toccò il fondo. Il Cinque Maggio? Una data difficile da digerire, perché nel 2002 - stando a vedere tutto quello che si è saputo dopo - poteva finire diversamente, meno male che quest'anno in quella data abbiamo vinto la Coppa Italia. Con quale grande campione mi piacerebbe un giorno giocare in squadra, all'Inter? Con Lionel Messi. L'avversario più difficile che ho avuto? Nedved e da marcare Kakà, che in qualsiasi momento può fare la differenza. Se il nuovo allenatore che arriverà deve avere più polso o più dialogo? Entrambe le cose, come Mourinho. Il vantaggio che troverà il nuovo allenatore è che trova un gruppo già formato. Io credo che mister Mourinho in questi due anni abbia fatto un ottimo lavoro insieme a noi e noi volevamo continuare con lui questo cammino di successi, ma lui ha preferito la sfida con il calcio spagnolo e noi gli auguriamo ogni bene. Balotelli? È giovane, ha commesso qualche errore, che speriamo non si ripeta più, perché lui può diventare un grande campione. Se ci stiamo godendo la vittoria della tripletta? Credo che dobbiamo stare tranquilli e felici per quello che abbiamo fatto, anche se non ci rendiamo quasi conto, l'ho detto ai miei compagni 'siamo entrati nella storia vera'. Io credo che tutti i miei compagni sappiano che qui si sta molto bene, soprattutto adesso che abbiamo intrapreso una strada vincente. Che differenze di emozioni ci sono state tra alzare le tre coppe conquistate quest'anno? La cosa più bella è vincere. Vincere il primo traguardo, con la sfida con la Roma, è stato emozionante. Vincere lo scudetto lottato fino all'ultimo è stato ancor più emozionante. E poi abbiamo chiuso la terna vincente a Madrid, con un trofeo che mancava da tantissimo tempo, quindi credo che questa emozione sia stata la più forte, anche perché siamo entrati nella storia vera. Ho sempre creduto che il momento dell'Inter sarebbe arrivato, ho continuato a crederci e ha funzionato. Tante volte ho pensato che non me ne sarei mai andato dall'Inter, che non avrei mai lasciato l'Inter da sconfitto, che sarebbe arrivato il nostro momento: eccolo. Se oltre a fare il calciatore ho avuto un altro sogno nel cassetto? Mi piace molto la musica, magari fare il cantante. Cosa farò dopo la carriera da calciatore? Sinceramente non ci ho ancora pensato, ma di sicuro mi piacerebbe avere un ruolo che mi permetta di essere utile in questa società. Se ho mai pensato di lasciare l'Inter? Nell'anno difficile con Tardelli ho avuto l'offerta del Real Madrid, ma dopo aver parlato con Moratti gli ho detto che la mia intenzione era di rimanere e lui mi disse che la sua era quella di avermi ancora nell'Inter. Moratti e Mourinho? Sono due persone diverse, per me Moratti è come un padre, per tutto quello che mi ha dato e per il fatto di aver creduto in me quando ero uno sconosciuto, non lo dimentico. Il mister ha personalità forte e idee molto chiare. Quale allenatore vorrei ora? È difficile scegliere, ci sono tanti allenatori che possono fare bene. Si parla di Capello e Hiddink? Grandissimi allenatori entrambi. Quando smetterò di giocare? Mi sento bene, vorrei giocare almeno altre due-tre stagioni. Provando nel frattempo a superare il record di Beppe Bergomi di 759 presenze in nerazzurro. Che cosa ho preso dall'Italia? L'Italia mi ha fatto crescere tantissimo, ho preso la vostra cultura. La maniera di vivere in Argentina è molto diversa da quella di qui. Quanto pesa il mancato scudetto del 1998? Tantissimo, quella partita lì per tutti noi era importante, ma sappiamo come è andata. Il miglior allenatore che ho avuto? Simoni, Cuper e Mourinho. Cosa ne penso di Calciopoli 2? Vergognoso quello che si sta dicendo dell'Inter, il parlare di Facchetti, l'Inter non ha fatto niente, ha sempre creduto nel lavoro, nella buona fede ed è stata sempre danneggiata. Adriano alla Roma? Credo che farà bene, credo che lo stare in Brasile per un po' gli abbia fatto bene. Cosa ho detto a Mourinho alla fine della partita di Madrid quando l'ho abbracciato? Gli ho detto 'Sei un grande e grazie'. Se Santon è il mio erede? Davide è un giovane che ancora deve crescere, però per quanto ha dimostrato è una grandissima promessa che diventerà un grandissimo campione".

 

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INDIPENDIENTE - INTER   1 - 0

Milano, 9 settembre 1964
Marcatori: 57' Rodriguez

INDEPENDIENTE: Santoro, Guzmán, Rolan, Ferreiro, Acevedo, Maldonado, Bernao, Mura, Prospitti, Rodríguez, Savoy. Allenatore: Manuel Giudice INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso.
Allenatore: Helenio Herrera

INTER - INDIPENDIENTE  2 - 0

Milano, 23 settembre 1964
Marcatori: 8' Mazzola, 39' Corso

INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Malatrasi, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso.
Allenatore: Helenio Herrera
INDEPENDIENTE: Santoro, Ferreiro, Decaría, Acevedo, Paflik, Maldonado, Suárez, Mura, Prospitti, Rodríguez, Savoy. Allenatore: Manuel Giudice

INTER - INDIPENDIENTE 2 - 0

SPAREGGIO - Madrid, 26 settembre 1964
Marcatori: 110' Corso

INTER: Sarti, Malatrasi, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Domenghini, Peirò, Milani, Suarez, Corso.
Allenatore: Helenio Herrera
INDEPENDIENTE: Santoro, Guzmán, Decaría, Paflik, Acevedo, Maldonado, Bernao, Prospitti, Suárez, Rodríguez, Savoy. Allenatore: Manuel Giudice

E' il 9 settembre 1964, l'Inter va alla conquista del mondo. L'avversario, per la finale della Coppa Intercontinentale, è l'Independiente di Avallaneda, il club campione del sudamerica. Si gioca in uno stadio "bolgia", Herrera ha riscaldato gli animi ("non me ne frega nulla dei tifosi avversari"), i nerazzurri marcano "hombre a hombre", non concedono metri agli argentini allenati da Manuel Giudice, scagliano la palla in tribuna davanti a ogni possibile pericolo. La resistenza umana e atletica dell'Inter campione d'Europa viene annullata dall'errore del portiere Sarti, una papera clamorosa: Independiente 1-Inter 0. Si riparte a San Siro, due settimane dopo, il 23 settembre. Non c'è partita. I nerazzurri dominano, trainati dal pubblico: 2-0, reti di Mazzola e Corso. Per assegnare la Coppa Intercontinentale serve una terza gara, la "bella". Si gioca a Madrid, il 26 settembre, stadio "Santiago Bernabeu", il tempio del Real. Herrera sostituisce Mazzola con Peirò, Burgnich con Malatrasi, Jair con Domenghini. Scelte discutibili. Infatti i nerazzurri soffrono e rischiano, alla fine dei tempi regolamentari il migliore in campo risulta Sarti, che para tutto e di più. Notte drammatica, senza fine. Si racconta di una Milano in religioso silenzio, in attesa di notizie da Madrid. Tempi supplementari, fatica immane per gli atleti, campo pesante, gara spezzettata. Serve un colpo di genio per rompere l'equilibrio. E chi, se non Corso, può inventare? Infatti, come volevasi dimostrare, l'Inter passa in vantaggio con il suo "Mandrake" al minuto numero 6 del secondo tempo supplementare: lancio di Milani, cross di Peirò, controllo di petto e sinistro vincente di Corso. E' il trionfo, l'Independiente s'inchina, il popolo nerazzurro scende in piazza: Inter sul tetto del mondo.                                          

 

 

 

 

 

 

 

 

INTER - INDIPENDIENTE   3 - 0

Milano, 8 settembre 1965
Marcatori: 2' Peirò, 23' e 60' Mazzola

INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera INDEPENDIENTE: Santoro, Navarro, Pavoni, Acevedo, Guzmán, Ferreiro, Bernao, De la Mata, Avallay, Rodríguez, Savoy. Allenatore: Manuel Giudice

INDIPENDIENTE - INTER  0 - 0

Avellaneda (ARG)Milano, 15 settembre 1965
Marcatori: --

INDEPENDIENTE: Santoro, Navarro, Pavoni, Ferreiro, Barrios, Guzmán, Bernao, Mura, Avallay, Mori, Savoy.
Allenatore: Manuel Giudice
INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.
Allenatore: Helenio Herrera

L'avversario è ancora l'Independiente. A differenza del precedente confronto, stavolta la gara d'andata si disputa a San Siro. E' mercoledì 8 settembre. Gli argentini non hanno neppure il tempo di respirare. Herrera ha chiesto ai nerazzurri di prendere l'avversario per il collo. Peirò, dopo 8 minuti, è già in gol; Mazzola, con una doppietta, mette il timbro al limpido 3-0. Una settimana dopo si gioca in casa dell'Independiente, che prova a buttarla in rissa: Suarez e Sarti vengono colpiti da alcuni oggetti lanciati dalle tribune, Jair è martoriato di falli. Una traversa e delle buone parate di Sarti certificano il pareggio e dunque la vittoria della seconda Coppa Intercontinentale. Titolo della "Gazzetta dello Sport": "Pari coraggioso dell'Inter: è campione". Ricorderà l'avvocato Prisco di aver seguito la gara in tribuna d'onore, protetto dagli alpini della sessione di Buenos Aires.
La Grande Inter vince il terzo scudetto, il secondo consecutivo, al termine del campionato '65-'66. Forse il successo meno complicato per la squadra di Angelo Moratti e il "Mago" Herrera. Qualche timida opposizione da parte di Milan e Bologna, ma nulla più. I rossoneri si arrendono nel derby, che i nerazzurri vincono 2-1, con una grande rete di Bedin (che annulla Rivera) e un gol di Domenghini. L'Inter è campione con 50 punti, 4 di vantaggio sul Bologna. La formazione tipo: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.
Non c'è notte senza alba, non c'è sogno senza risveglio. Il ciclo della Grande Inter si conclude un anno dopo, il 1° giugno 1967 nella fatal Mantova. I nerazzurri, che hanno già perso sfortunatamente la Coppa dei Campioni a Lisbona contro il Celtic, recuperano Suarez dall'infortunio e si presentano con Cappellini centravanti. Traversa di Mazzola, l'Inter è stanca, ma vuole mantenere il punto di distacco sulla Juventus (48 a 47) e comanda la partita. Un giovane Dino Zoff, portiere rivelazione del campionato, salva in più occasioni il Mantova. Al minuto numero 4 della ripresa il pasticcio: un tiro di Di Giacomo, l'ex di turno, inganna Sarti. La palla scivola tra le mani del portiere nerazzurro e va in rete. Una beffa: Sarti, due anni dopo, firmerà per la Juventus alla quale, in pratica, regala lo scudetto. E' infatti inutile l'assalto finale dell'Inter, l'arbitro padovano Francescon nega un rigore a Mazzola e caccia dal campo un furente Corso. Negli spogliatoi volano cazzotti e parole grosse, ma il titolo è della Juventus. Angelo Moratti, seppur deluso, trova la classe delle parole per scrivere la parola fine a una grande storia di calcio e passione: "Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti". E' solo la verità.

 

 

 

 

 

 

INTER - ROMA       2 - 0

Milano, 8 maggio 1991
Marcatori: 55' Matthaeus (R), 67' Berti

INTER: Zenga; Bergomi, Brehme, Battistini, Ferri, Paganin (65' Baresi), Bianchi, Berti, Matthaeus, Klinsmann, Serena (90' Pizzi). Allenatore: Trapattoni ROMA: Cervone, Tempestilli, Nela, Berthold, Aldair (72' Carboni), Comi (75' Muzzi), Gerolin, Di Mauro, Giannini, Völler, Rizzitelli. Allenatore: Ottavio Bianchi

ROMA - INTER       1 - 0

Roma, 22 maggio 1991
Marcatori: 81' Rizzitelli (R)

ROMA: Cervone, Tempestilli (57' Salsano), Gerolin, Berthold, Aldair, Nela, Desideri (69' Muzzi), Di Mauro, Giannini, Völler, Rizzitelli. Allenatore: Ottavio Bianchi INTER: Zenga; Bergomi, Brehme, Battistini, Ferri, Paganin, Bianchi, Berti, Klinsmann, Matthaeus, Pizzi (67' Mandorlini). Allenatore: Giovanni Trapattoni

Trentaduesimi di finale

Vienna 19-09-1990 Rapid Vienna - Inter 2-1
Verona 03-10-1990 Inter – Rapid Vienna 3-1
Sedicesimi di finale

Birmingham 24-10-1990 Aston Villa - Inter 2-0
Milano 07-11-1990 Inter – Aston Villa 3-0
Ottavi di finale

Milano 28-11-1990 Inter - Partizan 3-0
Belgrado 12-12-1990 Partizan - Inter 1-1
Quarti di finale

Bergamo 06-03-1991 Atalanta - Inter 0-0
Milano 20-03-1991 Inter - Atalanta 2-0
Semifinale

Lisbona 12-04-1991 Sporting Lisbona - Inter 0-0
Milano 24-04-1991 Inter – Sporting Lisbona 2-0


 

 

 

 

SALISBURGO - INTER    0 - 1

Vienna, 26 aprile 1994
Marcatori: 35' Berti

Konrad, Lainer, Weber, Winklhofer (61' Steiner), Fürstaller, Aigner, Amerhauser (46' Muzek), Artner, Marquinho, Pfeifenberger, Stadler. Zenga, A.Paganin, Orlando, Jonk, Bergomi, Battistini, Bianchi, Manicone, Berti, Bergkamp (89' Dell'Anno), Ruben Sosa (75' Ferri). Allenatore: Marini

INTER - SALISBURGO   1 - 0

Milano, 11 maggio 1994
Marcatori: 62' Jonk

Konrad, Lainer, Weber, Winklhofer (67' Amerhauser), Fürstaller, Aigner, Jurcevic, Artner (73' Steiner), Marquinho, Feiersinger, Hütter. Allenatore: Otto Baric Zenga, A.Paganin, Fontolan (67' Ferri), Jonk, Bergomi, Battistini, Orlando, Manicone, Berti, Bergkamp (89' M.Paganin), Ruben Sosa. Allenatore: Giampiero Marini

Trentaduesimi di finale

Milano 15-09-1993 Inter – Rapid Bucarest 3-1
Bucarest 29-09-1993 Rapid Bucarest - Inter 0-2
Sedicesimi di finale

Milano 20-10-1993 Inter – Apollon Limassol 1-0
Limassol 03-11-1993 Apollon Limassol - Inter 3-3
Ottavi di finale

Norwich 24-11-1993 Norwich City – Inter 0-1
Milano 08-12-1993 Inter – Norwich City 1-0
Quarti di finale

Dortmund 01-03-1994 Borussia Dortmund - Inter 1-3
Milano 17-03-1994 Inter – Borussia Dortmund 1-2
Semifinale

Cagliari 30-03-1994 Cagliari - Inter 3-2
Milano 12-04-1994 Inter - Cagliari 3-0

 

 

 

 

INTER - LAZIO       3 - 0

Parigi, 6 maggio 1998
Marcatori: 5' Zamorano, 60' Zanetti, 70' Ronaldo

Pagliuca, Colonnese, Fresi, J.Zanetti, West, Djorkaeff (68' Moriero), Winter (68' Cauet), Zé Elias, Simeone, Zamorano (72' Sartor), Ronaldo. Allenatore: Simoni Marchegiani, Favalli, Negro, Nesta, Grandoni (55' Gottardi), Fuser, Venturin (50' Almeyda), Nedved, Jugovic, Casiraghi, Mancini. Allenatore: Sven Goran Eriksson

 

Trentaduesimi di finale

Milano 16-09-1997 Inter – Neuchatel Xamax 2-0
Neuchatel 30-09-1997 Neuchatel Xamax - Inter 0-2
Sedicesimi di finale

Milano 21-10-1997 Inter - Lione 1-2
Lione 04-11-1997 Lione - Inter 1-3
Ottavi di finale

Strasburgo 25-11-1997 Strasburgo - Inter 2-0
Milano 09-12-1997 Inter - Strasbugo 3-0
Quarti di finale

Milano 03-03-1998 Inter – Schalke 04 1-0
Gelsenkirchen 17-03-1998 Schalke 04 - Inter 1-1
Semifinale

Milano 31-03-1998 Inter – Spartak Mosca 2-1
Mosca 14-04-1998 Spartak Mosca - Inter 1-2

 

 

 

 

 

 

AMBR.INTER - NOVARA  2 - 1

Roma, 18 maggio 1939

AMBROSIANA INTER: Sain, Buonocore, Setti, Locatelli, Olmi, Campatelli, Frossi, A.Demaria I, Guarnieri, Meazza, P.Ferraris II. Allenatore: Toni Cargnelli NOVARA: Caimo, Bonati, Galimberti, Rigotti, Marnese, Galli, Borrini, Romano, Marchionneschi, Versaldi, Barberis. Marcatori: 8' P.Ferraris II (I), 26' Frossi (I), 59' Romano (N)


 

 

 



INTER - NAPOLI      2 - 1

Roma, 8 giugno 1978

Marcatori: 6' Restelli, 18' Altobelli, 87' Bini

INTER: Cipollini, Canuti, Fedele (58' Chierico), G.Baresi, Gasparini, Bini, Scanziani, Oriali, Altobelli, Marini, Muraro (89' Anastasi). Allenatore: Eugenio Bersellini NAPOLI: Mattolini, Bruscolotti, La Palma, Restelli, Ferrario, Stanzione, Vinazzani, Juliano, Savoldi, Valente (62' Mocellin), Chiarugi. Allenatore: Gianni Di Marzio


 

 

 

 

INTER - TORINO       1 - 0

Milano, 5 maggio 1982

Marcatori: 40' Serena

INTER: Bordon, Baresi, Oriali, Marini, Bergomi, Bini, Bagni (86' Centi), Prohaska, Altobelli, Beccalossi, Serena. Allenatore:  Bersellini TORINO: Terraneo (72' Copparoni), Cuttone, Danova, Van De Korput, Zaccarelli, Beruatto, Bertoneri, Ermini, Dossena, Ferri, Pulici (76' Bonesso). Allenatore:Giacomini

TORINO - INTER       1 - 1

Milano, 20 maggio 1982

Marcatori: 12' Cuttone, 23' Altobelli

TORINO: Copparoni, Cuttone, Danova, Ferri, Van De Korput, Beruatto, Bonesso, Bertoneri, Dossena, Ermini (84' Sclosa), Mariani (68' Zennaro). Allenatore: Giacomini INTER: Bordon, Bergomi, Baresi, Marini, Canuti, Bini, Bagni, Prohaska, Altobelli, Beccalossi (79' Serena), Oriali.
Allenatore:  Bersellini

 

 

 

 

 

 

ROMA - INTER       0 - 2

Roma, 12 giugno 2005

Marcatori: 30' Adriano, 36' Adriano

ROMA: Curci, Panucci, Ferrari, Chivu, Cufrè (78' Scurto), Virga (58' Montella), Dacourt, Perrotta, Mancini (71' Greco), Totti, Cassano. Allenatore: Bruno Conti INTER: Toldo, J. Zanetti, Materazzi, Mihajlovic, Favalli, Zè Maria, Cambiasso, Stankovic, Kily Gonzalez (84' Van Der Meyde), Adriano, Martins (75' Cruz). Allenatore: Roberto Mancini

INTER - ROMA       1 - 0

Milano, 15 giugno 2005

Marcatori: 52' Mihajlovic

INTER: Toldo, Cordoba, Mihajlovic, Materazzi, Favalli (87' Gamarra), Zè Maria (85' Veron), Stankovic (92' Biava), C. Zanetti, Kily Gonzalez, Cruz, Martins. Allenatore: Roberto Mancini ROMA: Curci, Panucci, Mexes, Chivu (79' Ferrari), Cufrè, De Rossi, Dacourt (46' Montella, 73' Corvia), Perrotta, Mancini, Totti, Cassano. Allenatore: Bruno Conti

 

 

 

 

 

 

ROMA - INTER       1 - 1

Roma, 3 maggio 2006

Marcatori: 8' Cruz (I), 55' Mancini (R)

 

ROMA: Doni, Panucci, Mexes, Chivu (46' Bovo), Cufrè, De Rossi, Kharja, Tommasi (80' Okaka), Perrotta, Mancini (84' Alvarez), Taddei. Allenatore: Luciano Spalletti INTER: Julio Cesar, J. Zanetti, Cordoba, Samuel (70' Burdisso), Favalli, Figo, Pizarro, Cambiasso, Stankovic (73' Cesar), Adriano (80' Martins), Cruz. Allenatore: Roberto Mancini

INTER - ROMA       3 - 1

Milano, 11 maggio 2006

Marcatori: 6' Cambiasso (I), 46' Cruz (I), 76' Martins (I), 80' Nonda (R)

INTER: Julio Cesar, J. Zanetti, Samuel, Materazzi, Favalli, Figo (58' Solari), Pizarro, Cambiasso, Stankovic (66' Martins), Adriano (82' Kily Gonzalez), Cruz. Allenatore: Roberto Mancini ROMA: Doni, Panucci, Chivu (10' Kuffour), Bovo, Cufrè, Kharja (54' Totti), Dacourt, Rosi, Tommasi, Mancini, Okaka (75' Nonda). Allenatore: Luciano Spalletti

ROMA - INTER       0 - 1

Roma, 5 maggio 2010

Marcatori: 40' Milito

Julio Sergio; Burdisso (46' Motta), Mexes, Juan, Riise; De Rossi, Pizarro (46' Totti); Taddei, Perrotta , Vucinic; Toni (63' Menez) Julio Cesar; Maicon, Cordoba (39' Samuel), Materazzi, Chivu; Zanetti, Cambiasso, Thiago Motta; Sneijder (5' Balotelli, 93' Muntari); Eto’o, Milito

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

INTER - SAMPDORIA      2 - 0

Milano, 29 novembre 1989

Marcatori: 37' Cucchi, 86' A. Serena

INTER: Zenga, G. Baresi, Brehme, Matteoli, Bergomi, Verdelli, Bianchi, Berti, Morello, Cucchi, A. Serena. Allenatore: Giovanni Trapattoni SAMPDORIA: Pagliuca, Mannini, Invernizzi, Pari, Vierchowod, Katanec (45' Victor), A. Lombardo (57' Carboni), Cerezo, Mancini, Dossena, Vialli. Allenatore: Vujadin Boskov


 

 

 

 

 

JUVENTUS - INTER      0 - 1

Torino, 20 agosto 2005

Marcatori: 96' Veron

JUVENTUS: Chimenti, Zebina (111' Mutu), Kovac, Cannavaro, Zambrotta, Camoranesi (70' Del Piero), Vieira, Emerson, Nedved, Trezeguet (103' Zalayeta), Ibrahimovic. Allenatore: Fabio Capello INTER: Toldo, J. Zanetti, Cordoba, Materazzi (64' Samuel), Favalli, Zè Maria (59' Pizarro), Veron, Cambiasso, Stankovic, Adriano, Martins (100' Recoba). Allenatore: Roberto Mancini



 

 

 

INTER - ROMA      4 - 3

Milano, 26 agosto 2006

Marcatori: 13' Mancini (R), 25' Aquilani (R), 34' Aquilani (R), 44' Vieira (I), 65' Crespo (I), 74' Vieira (I), 94' Figo (I)

INTER: Toldo, J. Zanetti, Materazzi, Samuel, Grosso (54' Maicon), Figo, Vieira, Cambiasso, Stankovic (106' Dacourt), Adriano (61' Crespo), Ibrahimovic. Allenatore: Roberto Mancini ROMA: Doni; Panucci, Mexes, Chivu, Cufrè, De Rossi, Aquilani (81' Tonetto), Taddei (66' Cassetti), Perrotta, Mancini, Totti (72' s.t. Mido). Allenatore: Luciano Spalletti