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INTER
- REAL MADRID 3 - 1
Vienna,
27 maggio 1964
Marcatori: 43' e 76' Mazzola, 62' Milani, 69' Felo (RM)
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| INTER: Sarti,
Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola,
Milani, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera |
REAL MADRID:
Vicente, Isidro, Santamaria, Pachin, Zoco, Muller, Amancio, Felo,
Di Stefano, Puskas, Gento.
Allenatore: Miguel Munoz |
1° turno: Everton – Inter 0-0 0-1
2° turno: Inter – Monaco 1-0 3-1
Quarti di finale: Partizan – Inter 0-2 1-2
Semifinale: Borussia Dortmund – Inter 2-2 0-2
BRILLANO
LE LUCI della grande Ruota nella sera morbida del cielo del Prater.
Nella penombra luminosa dello stadio gli uomini in maglia bianca
spiccano nitidi mentre si avviano al centro del campo. E intanto
scrutano, con fastidio, le facce anonime degli avversari che l'illusione
ottica fa sembrare anche meno numerosi nelle loro maglie scure. Tutti
illustri sconosciuti, per lo più, tranne uno. Quello lo conoscono bene:
è, come loro, un "Grande di Spagna". Quasi come loro. I
calciatori in maglia bianca sopportano pochi paragoni al mondo. Loro
sono, presi in blocco, una leggenda vivente. Anche dall'altra parte, in
verità, c'è una leggenda. Ma è solo un'eredità. Una pesante
eredità. Il capitano dei bianchi ci pensa un momento, accigliato e
scontroso, mentre cerca tra le facce scavate dai fari, poi si avvia,
deciso, verso il gruppo avversario. Il ragazzo alto e magro dagli zigomi
marcati e gli occhi grandi lo vede e, inconsciamente, rallenta il passo,
staccandosi dai compagni. Poi si ferma del tutto, e lo guarda venire.
L'uomo è di statura media, un viso abbastanza banale e la fronte
stempiata. E un accenno di pancetta nel corpo rotondo. Ma porta come
nessuno la camiseta bianca del Real Madrid. Per un attimo si arresta e
lo fissa, intenso e severo, nella luce artificiale e fredda, poi chiude
veloce lo spazio che ancora li separa e tende la mano: "Sono
Alfredo Di Stefano. Conoscevo tuo padre. Sii degno di lui".
Sandrino Mazzola prende meccanicamente la mano tesa mentre cerca di
scuotersi, e richiama alla mente uno spagnolo scolastico per rispondere
qualcosa di sensato. Ne esce soltanto un emozionato, banalissimo, "gracias".
Alfredo Di Stefano è sempre stato il suo idolo.
Le 19,30 sono passate da poco a Vienna. E' il 27 maggio 1964.
Dagli altoparlanti dello stadio lo speaker annuncia il programma della
serata.
Fra qualche minuto, sull'erba del Prater, l'Internazionale di Milano,
campione d'Italia, sfiderà i campioni di Spagna del Real Madrid per
contendersi la Coppa nata in un bistrot parigino, quasi una decade fa,
dalla fervida mente di Gabriel Hanot. Per gli italiani è la prima
partecipazione al torneo più importante del continente europeo. Il Real
Madrid, invece, è nato con esso, con la Coppa Europa è uscito dai
ristretti confini spagnoli per esportare nel mondo il suo fùtbol-arte.
E ora partecipa per la nona volta alla competizione: ha giocato sei
finali e ne ha vinte cinque, e stasera cerca, sotto gli occhi di
venticinquemila italiani che hanno trasportato San Siro sulle rive del
Danubio, una vittoria particolare, la vittoria sul tempo. Seduti accanto
agli italiani, cinquecento spagnoli attendono l'evento. Lo speaker
intanto scandisce le formazioni delle due squadre.
MAZZOLA le ascolta come in trance, mentre cerca inutil-mente di
scuotersi. Ma come si parla a un mito? Eppure quando Puskas lo aveva
avvicinato negli spogliatoi non si era sentito così impacciato.
"Conoscevo tuo padre, ho giocato contro di lui", gli aveva
ricordato, affabile, l'antico capitano della mitica Honved, l'ufficiale
dell'armata ungherese in fuga attraverso l'Europa dopo la rivolta del
'56. E lui, Sandrino, si era trovato a rispondere con un pizzico di
ribalda ironia: "Mio padre l'aveva battuta, Colonnello".
Puskas era scoppiato a ridere. La presenza di Di Stefano, invece, lo
paralizza.
DALLA
PANCHINA dell'Inter due occhi freddi in un volto grinzoso, da zingaro,
osservano, scontenti, la scena. Anni prima quella mano era stata negata
a lui, platealmente. E Helenio Herrera, detto H.H. oppure "il
Mago", non è tipo da dimenticare o perdonare le offese. Al massimo
finge di ignorarle, se gli conviene, stipandole nella memoria. E,
inoltre, ora lo preoccupa il comportamento di Mazzola. Nonostante un
cervellino intelligente e razionale, quel ragazzo nutre una pericolosa
visione romantica del calcio e dei suoi eroi, e lui non vorrebbe
ritrovarselo imbambolato sul campo. La partita che sta per iniziare è
troppo importante: Helenio Herrera questa sera ha molte vendette da
compiere. E un sogno da realizzare: distruggere il Real Madrid. Portare
a termine il lavoro iniziato sulla panchina del Barcellona, dimostrare
al mondo, e agli spagnoli che non lo avevano capito, che lui non è un
ciarlatano ma un uomo che ha il coraggio delle sue idee, che è arrivato
al successo soffrendo e penando.I Capitani Santamaria e Picchi IL
SUCCESSO va a chi se lo merita. E Helenio Herrera lo merita. Con lui il
Barcellona aveva vinto un campionato e poi un altro. Una Coppa di Spagna
e poi un'altra. Ma a loro non bastava, perché il Real Madrid intanto
era il padrone d'Europa. E allora Herrera aveva promesso la Coppa dei
Campioni. Ma il suo Barca aveva perso a Madrid, nella semifinale che la
sorte gli aveva offerto, e poi anche al Camp Nou. La stampa lo aveva
flagellato, e i tifosi lo avevano inseguito, furenti, lungo le ramblas.
Così se ne era andato, ma non aveva dimenticato. Il Real è la vostra
ossessione, signori, e anche la mia. E troverò il sistema per batterlo,
e nutrirmi della sua gloria. Perché la gloria es dinero.
Era emigrato in Italia, alla corte di Moratti, munifico signore
rinascimentale del calcio milanese, che da anni aspettava, inutilmente,
uno scudetto. Glielo aveva regalato lui, H.H., infine, al terzo
tentativo, attraverso un mare di polemiche e una girandola di acquisti
provati e scartati. E l'avversione di stanche primedonne che non ne
volevano sapere del suo modo maniacale di intendere il calcio, dei suoi
allenamenti snervanti, della sua concentrazione feroce. Tutte uguali le
primedonne, erano così anche i suoi ungheresi del Barca, contavano solo
sul proprio talento. Ma il calcio moderno è ritmo, signori, ritmo più
fantasia. E a volte sono più utili gli onesti faticatori di certi
campioni sfaticati. All'Inter, sostenuto da Moratti, alla fine l'aveva
spuntata, si era liberato di Angelillo e degli "angeli dalla faccia
sporca", e ora era qui, nella notte di Vienna, con una squadra che
era un mix perfetto di talento e aggressività amalgamati con ferrea
disciplina. Era qui per sconfiggere il Real Madrid nella "sua"
Coppa dei Campioni.Helenio Herrera, il "Mago" che cambiò il
calcio in Italia e portò l'Inter ai successi mondialiPURCHE' TUTTO
funzioni alla perfezione, e i ragazzi ricordino la lezione. Sono così
digiuni di calcio internazionale! Ma in campo ci sono Suarez e Picchi,
si rassicura Herrera. Picchi, il livornese furente, che lui ha scoperto
e valorizzato, non lascerà la trincea, e non permetterà agli altri di
farlo. E Luisito Suarez, il Grande di Spagna, che Helenio si è portato
dal Barcellona, pagherebbe di tasca sua per battere il Real Madrid. Quei
due sono gli allenatori in campo. Ma non sono loro la chiave della
serata. Vagando per il campo gli occhi di Herrera si fanno dolci per
Tagnin. Mentre risuona il fischio d'inizio lui è già appiccicato a Di
Stefano, pronto a seguirlo in ogni parte del campo: il più umile dei
faticatori interisti sulla strada di Alfredo il Grande. In tanti hanno
gridato alla follia, ma Herrera ha fiducia nell'onesto mestiere di
Tagnin. Lo aveva ripescato nel purgatorio delle serie minori che
scivolava oscuramente verso fine carriera dopo una squalifica di tre
anni, lo aveva ricostruito nel fisico e nel morale, e poi proiettato
nell'Olimpo del calcio internazionale. Non l o aveva mai tradito, e anche
stasera avrebbe fatto la sua parte, in tutta umiltà. Anche Burgnich lo
aveva ripescato dalla B, scartato dalla Juventus, e ora era la roccia
del suo sistema difensivo. Questa sera si sarebbe preso cura di Gento,
la veloce e velenosa ala sinistra del Real che, come Di Stefano, aveva
alzato al cielo cinque Coppe dei Campioni, tutte quelle che il Real
Madrid aveva vinto nella sua storia. Anche su Burgnich si poteva
contare. Sistemandosi comodo in panchina Herrera guarda, senza
preoccupazioni, la prima ondata madridista infrangersi contro la sua
difesa. Gli va bene così, lui preferisce difendersi.
RIUSCIRE
a passare nel primo tempo: l'ossessione spagnola è questa. Al Real
Madrid il gioco dell'Inter suscita più timore che ammirazione. E
l'undici madrileno, Di Stefano in testa, si prefigge di consacrare in
ambito europeo la superiorità del proprio principio, un principio che
si fonda sulla formula offensiva, sulla creazione del gioco di manovra a
ondate successive, e le incursioni avvolgenti delle due ali. Ma questa
è tattica, e la tattica si attua sul campo, e si è sempre in due a
darle corpo. Di Stefano sa che non sarà un gioco facile.
Sulle piste del grande Alfredo, che punta dritto al cuore della difesa
interista, Tagnin si sente sorprendentemente calmo. Almeno sul campo non
ha più addosso la pressione dei giornalisti. Da giorni son tutti lì a
chiedergli se ha mai giocato contro Di Stefano. Siamo matti? Quello è
sempre appartenuto, calcisticamente parlando, a un altro pianeta. Lo ha
visto, questo sì, tante volte in televisione. Cosa prova? Paura no,
emozione neanche. Curiosità, e molta. E la certezza che sarà un
maledetto affare tenerlo d'occhio. Per ora, però, li stiamo
controllando bene.DOPO LA PRIMA ondata il Real si raccoglie, si fa più
guardingo. La cosa preoccupa Herrera che cerca di indovinare il disegno
tattico del suo collega spagnolo. Sembra che Munoz non abbia altri
progetti, al momento, che le marcature a centrocampo. Ma ammesso che,
conoscendolo bene, sappia come marcare Suarez, gli spagnoli non hanno la
minima idea di cosa sia Mandrake nelle sue giornate di vena. Già al 5'
Corso è lì, che interrompe il forcing madrileno con una stupenda
punizione da oltre venticinque metri. Herrera ha un sogghigno dolceamaro.
Questa sera se lo sorbiranno loro il maledetto mancino pieno di talento
e di pigrizia che si fa beffe di lui e gli sbilancia la squadra. Ma è
il cocco del presidente, e lui, Herrera, deve tenerselo per forza, e
fare miracoli di ingegneria calcistica per raddrizzare un modulo zoppo.
Un modulo che raggiunge la perfezione solo perché davanti a una difesa
impenetrabile, magistralmente orchestrata da Armando Picchi, opera un
Suarez immenso capace di sacrificarsi in copertura e costruire gioco con
la potenza di un motore diesel e la classe della sua regia che illumina
di lanci lunghissimi e precisi il contropiede della gazzella nera
Jair,
del dribbling ubriacante di Mazzola e della fatica puntuale di Milani. E
del terzino fluidificante Facchetti. Ma in questa notte di maggio,
mentre Suarez se ne sta prudentemente raccolto a coprire la difesa, e
Mazzola latita, svanito per il campo, il fragile Corso giganteggia nel
deserto del centrocampo, e gioca soffici palloni vellutati per parabole
impossibili. Ora è ancora in azione, in combinazione con Facchetti e
Guarneri che hanno abbandonato la trincea per cercare gloria in avanti.
Herrera non ama quello che vede. Le sortite offensive dei due talentuosi
della sua difesa rischiano di creare buchi pericolosi. Facchetti deve
marcare Amancio, l'ala giovane e velocissima del Madrid, e dovrebbe
essere abbastanza per una sera. Guarneri, poi, controlla Puskas, che
avrà pure i suoi anni ma anche un tiro micidiale e un intatto fiuto del
gol.Alfredo Di Stefano, la stella del Real fu preso sorprendentemente in
consegna dall'umile Tagnin: la mossa di H.H. risultò vincenteBRIVIDI di
apprensione gelano il Prater nerazzurro alla mezz'ora, quando Amancio
semina il terrore nella retroguardia interista. Due minuti dopo è
Picchi a intervenire, a portiere battuto, con uno straordinario
salvataggio. Ma a poco a poco si spegne l'impeto del Real Madrid. E
intanto si è svegliato Mazzola, mentre continua a brillare Corso. E'
dal suo piede, "il piede sinistro di Dio", che al 43' parte il
lancio che Guarneri vola a raccogliere mentre sulla sinistra scatta
Facchetti che riceve e poi passa indietro a Mazzola. Sandrino aggancia
al volo e lascia partire un magnifico pallone che si insacca alla destra
di Vicente. Per il Real Madrid è come una pugnalata. Le sue stelle di
prima grandezza stanno spegnendosi, fisicamente non ce la fanno quasi
più. Ma si battono con orgoglio e dignità. L'inizio della ripresa è
un festival di gioco merengue: al palo colto da Gento si aggiunge quello
colto da Puskas, è un palo come se ne vedono pochi in un campo di
calcio, il portiere era battutissimo e il Real avrebbe potuto
pareggiare. Invece arriva, al 17', il gol di Milani. Quando una squadra
conduce per due a zero va sul velluto, osannano i tifosi.
Ma quando,
sette minuti dopo, Felo segna il gol del 2-1 il Real si scatena. E
allora l'Inter comincia a tremare. La squadra bianca scende in massa
verso l'area interista e la ragnatela di p ggi che partono dai terzini
sembra ogni volta che si concluda a rete. Sugli spalti esplodono
l'ammirazione degli austriaci e le speranze degli spagnoli. E' dal 1960
che l'aficiòn madridista continua a vivere un sogno: tornare al Real
Madrid dei cinque titoli europei, porre fine ai regni effimeri delle
squadre di un giorno che ne hanno usurpato il titolo negli ultimi tre
anni. Ma la nostalgia è a volte tanto cieca come l'amore, pensa Helenio
Herrera. A guardare bene si vede che Puskas non riuscirà a piazzare il
suo tiro, che Gento non è più Gento, che Di Stefano non ha spazio, e
che gli altri,
malgrado i dribbling di Amancio e i raffinati palleggi di
Muller, sono troppo pochi per avere ragione di Burgnich, Facchetti,
Guarneri e Picchi. La difesa dell'Inter si muove all'unisono, elastica e
compatta, come Herrera ha insegnato, e in certi momenti par di sentire
un'orchestra, tanto perfetto ne è il ritmo. E ALLORA esplode il gioco
di centrocampo e di contropiede dell'Inter. Il Real Madrid è subito
alle corde. Salta il gioco delle marcature, Jair ubriaca di finte Pachin,
Milani e Mazzola con smarcamenti clamorosi nei punti più impensati
della metà campo spagnola facilitano i lanci di Suarez e Corso. La
terza rete arriva al 31': un errore di Zoco dà via libera a Mazzola.
Sandrino scatta e dribbla a velocità fantastica, mette fuori causa
Vicente e lo trafigge con un rasoterra micidiale, stupendo. La notte di
reti e di gloria del ragazzo che quindici anni prima era stato vittima
di una delle più spaventose
tragedie sportive ammaina definitivamente
dal pennone più alto del calcio mondiale la bandiera bianca del Real
Madrid.
FINIVA
quella sera, al Prater di Vienna, la favolosa avventura di una squadra
che, grazie alla Coppa dei Campioni, divenne leggenda. Era cominciata al
Parco dei Principi, il 13 giugno 1956, contro il Reims dell'asso Kopa.
Si giocava in quel tardo pomeriggio parigino l'ultimo atto del primo
capitolo della Coppa dei Campioni. Finì 4-3 per i madrileni, e Kopa
fece meraviglie, ma l'undici guidato da un Alfredo Di Stefano presente
in tutte le zone del campo provocò lunghi momenti di terror panico
negli ammirati spettatori francesi. Negli anni altri grandi giocatori si
erano sommati a Gento e Di Stefano: l'uruguayano Santa-maria, Kopa e il
profugo Puskas, per esempio, e il Real Madrid era diventato il miglior
ambasciatore di Spagna. Il regime franchista era al bando da un'Europa
uscita dalla guerra nazifascista, ma ovunque vada il Real le folle si
scatenano quando gioca il grande Di Stefano. Ma gli assiMoratti
festeggia con i giocatori la conquista della prima Coppa dei
Campionimadrileni sono soprattutto gli ambasciatori di un calcio inteso
come arte. Un calcio che finisce a Vienna. Al fischio finale
dell'arbitro, Moratti corre sul campo in mezzo ai suoi ragazzi: e i
giocatori se lo issano sulle spalle, il presidente, mentre i tifosi
impazziscono sugli spalti, e Picchi alza in alto, sempre più in alto,
l'enorme Coppa d'argento. Dall'altra parte del prato i giocatori del
Real Madrid, tutti intorno ad Alfredo Di Stefano, escono a testa bassa
dal campo. Per un momento Puskas si volta a guardare, triste, i nuovi
padroni d'Europa, poi segue i suoi compagni. Il re è morto. Viva il re.
 
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INTER
- BENFICA 1 - 0
Milano,
27 maggio 1965
Marcatori: 42' Jair |

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INTER:
Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair,
Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera |
BENFICA:
Costa Pereira, Cavem, Cruz, Neto, Germano, Raul, José Augusto,
Coluna, Torres, Eusebio, Simoes. Allenatore: Elek Schwartz
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Non partecipa al 1° turno
2° turno: Inter - Dinamo Bucarest 6-0 1-0
Quarti di finale: Inter – Rangers 3-1 0-1
Semifinale: Liverpool – Inter 3-1 0-3
La
decima edizione della Coppa dei Campioni si confermò favorevole
all'Italia che schierò per il secondo anno consecutivo due squadre. Ma
dopo che il Bologna perse nel turno preliminare alla monetina contro
l'Anderlecht, dopo aver concluso a reti bianche lo spareggio, l'Inter
rimase
da subito l'unica nostra rappresentante. I nerazzurri
cominciarono
a suon di reti rifilando un rotondo 6-0 ai romeni della Dinamo Bucarest,
imitati dal Benfica che nel turno premilinare regolarono con un doppio
5-1 i lussemburghesi dell'Aris e al primo affondarono, nel ritorno, gli
svizzeri dello Chaux de Fonds per 5-0. Nei quarti di finale il vantaggio
per 3-1 dell'Inter sui Rangers di Glasgow le permise di passare il turno
nonostante la sconfitta di misura in Scozia. Il Benfica invece si
limitò a confermare il declino del Real Madrid imponendogli con
autorevolezza un 5-1 a Lisbona che rese ininfluente la sconfitta per 2-1
a Madrid.
Così i lusitani si
qualificarono per la quarta finale in cinque anni passando senza
difficoltà in semifinale sugli ungheresi del Vasas Gyor (1-0 fuori casa
e 4-0 a Lisbona). L'Inter invece se la vide brutta con il Liverpool, all'esordio in una
manifestazione che poi avrebbe vinto per quattro volte, perdendo per 3-1
in Inghilterra la gara d'andata con la solita rete di Mazzola. Con un
po' di fortuna
l'Inter riuscì a ribaltare il risultato vincendo per 3-0
la gara di ritorno grazie al gol determinante di Facchetti, terzino con
spiccata propensione al gol.
La finale fu giocata a Milano e per la seconda volta una squadra di casa
poteva sfruttare questo enorme vantaggio (nel 1957 il Real superò la
Fiorentina nella finale di Madrid). Sotto una fitta pioggia ma davanti a
85 mila spettatori, fu decisivo un gol di Jair a due minuti dal riposo.
Il Benfica, con nove undicesimi della squadra sconfitta dal Milan nella
finale di Vienna di due anni prima, fu decimato dagli infortuni a tal
punto che il difensore Germano prese il posto di Costa Pereira in porta
per gran parte del secondo tempo. Con Eusebio Pallone d'Oro in carica il
Benfica si arrese ad una squadra magistralmente diretta in campo da Luis
Suarez e in panchina da Helenio Herrera, senza dimentica l'eleganza
atletica di un giovane terzino di nome Facchetti. Al portoghese Torres
del Benfica andò la palma di capocannoniere con 9 centri.
In una serata di pioggia al 42' Jair azzecca un diagonale che s'infila
sotto le gambe di Costa Pereira. "L'Inter si tiene la Coppa e fa il
vuoto in Europa" titola la Gazzetta del 28 maggio 1965. Si gioca a
Milano, il terreno di gioco è coperto dall'acqua e il Benfica di
Eusebio, dopo Dinamo Bucarest, Rangers e Liverpool, è l'ultima squadra
a cadere sotto i colpi degli imbattibili nerazzurri.
Il 1965 è l'anno più glorioso della storia
dell'Inter.
Dopo aver vinto la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, i
nerazzurri hanno lasciato il titolo al Bologna in un avvelenato finale
di campionato. Per la prima volta nel calcio compare il termine doping
e, per la prima volta, il titolo viene assegnato attraverso una gara
di spareggio, che i nerazzurri perdono a Roma il 7 giugno 1964. Angelo
Moratti è furibondo, la Figc ancora una volta ha remato contro l'Inter.
Bisogna essere veramente più forti di tutti e di tutto, come sostiene
Herrera, per far trionfare la giustizia sportiva. E così, nel 1965, l'Inter s'inventa un triplice capolavoro. Primo: vince lo scudetto, in
rimonta sul Milan di Gino Viani. Il 31 gennaio 1965 i rossoneri
battono il Mantova e in classifica hanno 7 punti di vantaggio sui
nerazzurri, sconfitti a Foggia. Il 28 marzo 1965, al termine di uno
dei derby più fantastici mai visti a San Siro, il Milan è battuto
(5-2) e conserva un solo punto di vantaggio. Herrera, che ha
lanciato
in squadra il mediano Gianfranco Bedin, classe 1945, ci riprova con un
altro giovane, il centravanti Sergio Gori detto "Bobo",
classe 1946, figlio di uno dei più importanti ristoratori toscani di
Milano. E proprio Gori, dopo il vantaggio firmato Suarez, stende la
Juventus a Torino, mentre il Milan perde in casa con la Roma. Si va
avanti così, lotta gomito a gomito, sino al 6 giugno, quando i
rossoneri perdono a Cagliari e i nerazzurri pareggiano in rimonta 2-2
con il Torino a San Siro. Il gol tricolore, su rigore, è di Mazzola,
capocannoniere del torneo con 17 reti. La formazione: Sarti; Burgnich,
Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez,
Corso. Domina la condizione atletica dell'Inter che, mentre prepara la
vittoria del nono scudetto, rivince la Coppa Campioni.
E' questa la seconda impresa del 1965. In Europa la squadra di Herrera
vola senza problemi sino alla semifinale con il Liverpool. Cade nella
gara d'andata in Inghilterra (3-1) e non sembra in grado di recuperare
la qualificazione. Invece, ancora una volta, la leggenda si
materializza sul campo bagnato di San Siro, il 12 maggio, davanti a
80mila spettatori per un incasso di 161 milioni di lire. Punizione
vincente di Corso, rete fotografia di Joaquim Peirò che ruba la palla
al portiere inglese Lawrence (stava palleggiando con le mani), 3-0 di
Facchetti. La finale della Coppa dei Campioni si disputa a Milano, il
27 maggio. Tempesta di pioggia sulla città nel pomeriggio,
temperatura autunnale, stadio esaurito, gara equilibrata contro i
portoghesi del Benfica guidati dal grande Eusebio, Inter in maglia
bianca con striscia nerazzurra sul petto. Decide, al minuto numero 42
del primo tempo, una rete di Jair: la palla passa tra le gambe del
portiere Costa Pereira. Il settimanale "Milaninter" titola:
"Inter figlia di Dio". Diventerà uno slogan.
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BAYERN
- INTER 0 - 2
Madrid,
22 maggio 2010
Marcatori: 34'. 70' Milito - arbitro Webb (Inghilterra) |

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BAYERN MONACO (4-4-2):
Butt, Lahm, Van Buyten, Demichelis, Badsturber, Van Bommel,
Schweinsteiger, Robben, Muller, Altintop (17' st Klose), Olic (28'
st Gomez). (Rensing, Contento, Gorlitz, Pranic, Tymoshchuk). All.:
Van Gaal.
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INTER (4-2-3-1): Julio
Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (23' st Stankovic), Zanetti,
Cambiasso, Pandev (33' st Muntari), Snejider, Eto'o, Milito (46'
st Materazzi). (Toldo, Cordoba, Mariga, Balotelli). All.: Mourinho.
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Zanetti:
"Ci credevo: ora l'Inter è nella storia" Giovedì, 27 Maggio
2010 
MILANO
- Per capitan Zanetti, Massimo Moratti è "come un padre",
José Mourinho "un uomo di grande personalità e dalla idee
chiare", che ringrazia "per quanto ha dato all'Inter,
tantissimo" e al quale augura "che la nuova avventura possa
essere di successo".
Il
giocatore simbolo dell'era nerazzurra di Massimo Moratti si gode la
vittoria della tripletta che "ci ha portato nella storia" e
annuncia che giocherà "almeno altri due-tre anni": questo e
molto altro ancora ha raccontato stamane Javier Zanetti rispondendo alle
numerose domande dei tifosi, oltre 1600, che hanno potuto esaudire le
loro curiosità grazie alla video-chat, vista in tutto il mondo,
organizzata a Il Corriere della Sera, in via Solferino.
"In
15 anni di Inter ho visto passare tantissimi campioni e tanti
allenatori, forse - ripensandoci - mi sarebbe piaciuto che Simeone
potesse rimanere più a lungo con noi. Perché così tanti stranieri
all'Inter? Io l'ho detto sempre che questo non è problema, è vero che
ci sono tanti stranieri e pochi italiani, ma quello che conta è fare
bene per l'Inter, non conta di quale nazionalità sei. Qual è stato il
periodo più difficile trascorso in nerazzurro? Ci sono stati tanti
momenti difficili, ma il 1999 credo che sia stato il momento più
brutto, credo che allora si toccò il fondo. Il Cinque Maggio? Una data
difficile da digerire, perché nel 2002 - stando a vedere tutto quello
che si è saputo dopo - poteva finire diversamente, meno male che
quest'anno in quella data abbiamo vinto la Coppa Italia. Con quale
grande campione mi piacerebbe un giorno giocare in squadra, all'Inter?
Con Lionel Messi. L'avversario più difficile che ho avuto? Nedved e da
marcare Kakà, che in qualsiasi momento può fare la differenza. Se il
nuovo allenatore che arriverà deve avere più polso o più dialogo?
Entrambe le cose, come Mourinho. Il vantaggio che troverà il nuovo
allenatore è che trova un gruppo già formato. Io credo che mister
Mourinho in questi due anni abbia fatto un ottimo lavoro insieme a noi e
noi volevamo continuare con lui questo cammino di successi, ma lui ha
preferito la sfida con il calcio spagnolo e noi gli auguriamo ogni bene.
Balotelli? È giovane, ha commesso qualche errore, che speriamo non si
ripeta più, perché lui può diventare un grande campione. Se ci stiamo
godendo la vittoria della tripletta? Credo che dobbiamo stare tranquilli
e felici per quello che abbiamo fatto, anche se non ci rendiamo quasi
conto, l'ho detto ai miei compagni 'siamo entrati nella storia vera'. Io
credo che
tutti i miei compagni sappiano che qui si sta molto bene, soprattutto
adesso che abbiamo intrapreso una strada vincente. Che differenze di
emozioni ci sono state tra alzare le tre coppe conquistate quest'anno?
La cosa più bella è vincere. Vincere il primo traguardo, con la sfida
con la Roma, è stato emozionante. Vincere lo scudetto lottato fino
all'ultimo è stato ancor più emozionante. E poi abbiamo chiuso la
terna vincente a Madrid, con un trofeo che mancava da tantissimo tempo,
quindi credo che questa emozione sia stata la più forte, anche perché
siamo entrati nella storia vera. Ho sempre creduto che il momento
dell'Inter sarebbe arrivato, ho continuato a crederci e ha funzionato.
Tante volte ho pensato che non me ne sarei mai andato
dall'Inter, che non avrei mai lasciato l'Inter da sconfitto, che sarebbe
arrivato il nostro momento: eccolo. Se oltre a fare il calciatore ho
avuto un altro sogno nel cassetto? Mi piace molto la musica, magari fare
il cantante. Cosa farò dopo la carriera da calciatore? Sinceramente non
ci ho ancora pensato, ma di sicuro mi piacerebbe avere un ruolo che mi
permetta di essere utile in questa società. Se ho mai pensato di
lasciare l'Inter? Nell'anno difficile con Tardelli ho avuto l'offerta
del Real Madrid, ma dopo aver parlato con Moratti gli ho detto che la
mia intenzione era di rimanere e lui mi disse che la sua era quella di
avermi ancora nell'Inter. Moratti e Mourinho? Sono due persone diverse,
per me Moratti è come un padre, per tutto quello che mi ha dato e per
il fatto di aver creduto in me quando ero uno sconosciuto, non lo
dimentico. Il mister ha personalità forte e idee molto chiare. Quale
allenatore vorrei ora? È difficile scegliere, ci sono tanti allenatori
che possono fare bene. Si parla di Capello e Hiddink? Grandissimi
allenatori entrambi. Quando smetterò di giocare? Mi sento bene, vorrei
giocare almeno altre due-tre stagioni. Provando nel frattempo a superare
il record di Beppe Bergomi di 759 presenze in nerazzurro. Che cosa ho
preso dall'Italia? L'Italia mi ha fatto crescere tantissimo, ho preso la
vostra cultura. La maniera di vivere in Argentina è molto diversa da
quella di qui. Quanto pesa il mancato scudetto del 1998? Tantissimo,
quella partita lì per tutti noi era importante, ma sappiamo come è
andata. Il miglior allenatore che ho avuto? Simoni, Cuper e Mourinho.
Cosa ne penso di Calciopoli 2? Vergognoso quello che si sta dicendo
dell'Inter, il parlare di Facchetti, l'Inter non ha fatto niente, ha
sempre creduto nel lavoro, nella buona fede ed è stata sempre
danneggiata. Adriano alla Roma? Credo che farà bene, credo che lo stare
in Brasile per un po' gli abbia fatto bene. Cosa ho detto a Mourinho
alla fine della partita di Madrid quando l'ho abbracciato? Gli ho detto
'Sei un grande e grazie'. Se Santon è il mio erede? Davide è un
giovane che ancora deve crescere, però per quanto ha dimostrato è una
grandissima promessa che diventerà un grandissimo campione".
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