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CELTIC
- INTER 2 - 1
Lisbona,
25 maggio 1967
Marcatori: 8' Mazzola (R), 63' Gemmell, 85' Chalmers
FINALE
DI COPPA DEI CAMPIONI 1967 |

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Simpson;
Craig, McNeill, Gemmell; Murdoch, Clark;
Johnstone, Wallace, Chalmers, Auld,
Lennox
. Allenatore: Stein |
Sarti;
Burgnich, Guarneri, Facchetti; Bedin, Picchi; Domenghini,
Mazzola, Cappellini, Bicicli, Corso. Allenatore: Herrera |
1°
turno: Inter - Torpedo Moscow 1-0 0-0
2° turno: Inter - Vasas SC 2-1 2-0
Quarti di finale: Inter - Real Madrid 1-0 2-0
Semifinale: Inter - CSKA Sofia 1-1 1-1
INTER - CELTIC 1967
La conclusione del ciclo Herrera
Correva l'anno 1967.
Un'anno terribile per dirla alla John Fante, uno degli scrittori
Italo-americani che si è occupato volentieri di sport. Un' anno
terribile per l'Internazionale, come mi piace ricordarla, col suo nome
di fondazione per esteso. La squadra di Herrera che aveva già vinto
tutto, tre scudetti, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe
Intercontinentali, era pronta per una nuova annata trionfale: la terza
accoppiata
campionato - Coppa dei Campioni. I nerazzurri erano riusciti
a realizzare una storica impresa al Bernabeu contro il Real Madrid,
battendo i "merengues" che quell'anno schieravano Pirri, Zoco,
Amancio e Gento, nomi giganteschi. Solo la Juventus era riuscita a fare
altrettanto al Bernabeu, prima che la Roma di Capello ci riuscisse
ancora dopo ben trentacinque anni!
Ebbene, quell'anno terribile, l'Inter perse lo scudetto all'ultima
giornata: battuta a Mantova per un cross beffardo di Beniamino Di
Giacomo che non aveva assolutamente intenzione di tirare a rete. La
colpa fu di Giuliano Sarti, portiere della Fiorentina e dell'Inter,
nonchè della Nazionale che si esibì in una della più incredibili
papere della storia del calcio. Contemporaneamente, la Juventus, sotto
di un punto prima dell'ultima giornata (47 per lei, 48 per i
nerazzurri), riuscì a battere la Lazio al Comunale conquistando il
tredicesimo scudetto!
Ma la vera partita di quell'anno terribile, l'Inter di Herrera la
disputò a Lisbona. Finale di Coppa dei Campioni: di fronte a Sarti -
Burnich - Facchetti - Bedin - Guarneri - Picchi - Domenghini -
Cappellini - Mazzola - Suarez - Corso, il Celtic Glasgow, fino allora
una compagine sconosciuta e senz'altro poco temibile per il grande
calcio europeo. Ma le imprendibili magliette orizzontali bianche e verdi
dettero una severa lezione alla squadra di Helenio Herrera, già battuta
in campionato dall'altro Herrera: Heriberto.
Dopo essere andati subito in vantaggio con Mazzola all'ottavo minuto del
primo tempo, su calcio di rigore, i milanesi subirono una feroce
reazione degli scozzesi che per tutti i restanti ottanta minuti
assediarono la porta di Sarti trafiggendolo due volte.
Quella partita a Lisbona fu una vera disfatta per l'Inter, che da quel
momento chiuse il grande ciclo di Helenio Herrera, per rivincere lo
scudetto nel 1971, pensate un po', guidata da l'altro Herrera, Heriberto,
sostituito alla sesta giornata da Giovanni Invernizzi.
 
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AJAX
- INTER 2 - 0
Rotterdam,
31 maggio 1972
Marcatori: 48' Cruijff, 77' Cruijff
FINALE
DI COPPA DEI CAMPIONI 1972 |

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| AJAX
AMSTERDAM Stuy Suurbier Krol Haan Hulshoff Blankenburg Swart Neeksens
Muhren Cruijff Keizer All.
Kovacs |
NTER
Bordon Bellugi Facchetti Oriali Giubertoni (12' Bertini) Burgnich Jair
(56' Pellizzaro) Bedin Boninsegna Mazzola Frustalupi All.
Invernizzi |
1° turno: Inter - AEK Atene 4-1 2-3
Ottavi: Inter - Borussia Monchengladbach 4-2 0-0
Quarti di finale: Inter - Standard Liegi 1-0 1-2
Semifinale: Inter – Celtic 0-0 5-4
La stagione seguente, l'en plein. Archiviati
campionato e coppa d'Olanda (3-1 all'ADO), l'Ajax elimina Dynamo
Dresda, Olympique Marsiglia, Arsenal, Benfica e conquista al De
Kuip, lo stadio del Feyenoord, la sua seconda Coppa dei Campioni
consecutiva.
L'Inter non è più lo squadrone leggendario dei tempi di Herrera.
Arriva alla finale dopo vicende assai rocambolesche come la
"partita della lattina" di Mönchengladbach (che il
Borussia aveva stravinto 7-1) e, in semifinale, dopo 210' senza
gol, la vittoria sul Celtic ai rigori. Nell'ultimo atto,
l'infortunio di Giubertoni dopo neanche un quarto d'ora costringe
il tecnico interista Invernizzi a rivedere la difesa. I suoi
resistono un tempo, il non ancora ventenne Oriali fa l'impossibile
per contenere Cruijff, ma non c'è niente da fare: troppo forte
quell'Ajax per l'Inter, troppo forte Cruijff per Oriali. Il numero
14 gli scappa due volte, e sono due gol. Quelli decisivi. Il primo
arriva, al 48', su papera di Bordon che in uscita alta si scontra
con Frustalupi, lasciando all'olandese la porta sguarnita e la
più facile delle occasioni. Il secondo, al 77', incornando in
splendida elevazione una punizione calciata da Keizer quasi
all'altezza della bandierina di sinistra. È una gara senza
storia, sia chiaro, ma la fortuna aiuta gli "ajacidi",
perché lo spiovente da cui nasce il vantaggio nasce da un
rimpallo perso banalmente dai nerazzurri. A quel punto l'attacco
interista, votato esclusivamente al contropiede, è una pallottola
spuntata.
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Generazione
di fenomeni
Non
c’è solo Cruijff, fuoriclasse straordinario, nel Grande Ajax
della prima metà degli anni Settanta. Alcuni sono campioni
veri, altri quasi. In ogni caso, atleti straordinari.
HEINZ STUY (portiere, 6-2-1945) – Non un fenomeno tra i pali,
scalza il più «tradizionale» Gerrit (Gert) Bals, perché sa
stazionare al limite dell’area dove svolge le funzioni di
libero aggiunto. Alto e prestante (1,88 m per 85 kg), è l’unico
«ajacide» dell’epoca a non vestire mai l’arancione.
WIM SUURBIER (terzino destro, 16-1-1945) – Nelle giovanili era
nato ala sinistra, poi retrocede a terzino e, con l’esplosione
di Krol, cambia fascia. Sa fare tutto: difende, imposta, crossa
e segna.
VELIBOR VASOVIC (libero, 3-10-1939) – Dà ordine alla difesa
ed è infallibile dal dischetto. Fortissima personalità, a
Wembley alza da capitano la Coppa dei Campioni del ’71.
BARRY HULSHOFF (difensore centrale, 30-9-1946) – Una montagna
d’uomo (1,92 m per 82 kg), domina di testa e non è male coi
piedi. Incontrista temibile e generoso, incappa spesso in
infortuni. In Nazionale, 14 presenze e 6 reti. Tante per un
attaccante, incredibili per un centrale difensivo.
RUUD KROL (terzino sinistro, 24-3-49) – La classe fatta
difensore. Come Suurbier dall’altra parte, sa fare bene tutto.
A fine carriera, si ricicla da libero con risultati
straordinari. È l’ultimo a lasciare l’Ajax. Poi sverna
nella Nasl, al Napoli e ai francesi del Cannes.
ARIE HAAN (centrocampista, 16-11-1948) – Lento di passo, ha la
«castagna» da fuori e buon senso tattico. A Monaco ’74
Michels lo impiega addirittura da libero. 35 partite e 6 gol in
Nazionale.
JOHAN NEESKENS (centrocampista, 15-9-1951) – Il calciatore
totale per antonomasia. Nella categoria, l’unico superiore a
Tardelli. Falcata e tiro irresistibili, fondo, grinta, senso del
gol. Da ragazzino, furoreggia nel baseball. Nel ’74-75
raggiunge al Barcellona il «gemello» Cruijff.
GERRIE MUHREN (interno sinistro, 2-2-1946) – Mancino, buona
tecnica, sa cucire il gioco e interdire. Per motivi personali,
un figlio malato, salta il mondiale del ’74. In arancione, 10
gettoni.
JOHNNY REP (centravanti/ala, 25-11-1951) – Attaccante
completo, per la foga e l’incredibile mole di lavoro, talvolta
spreca troppo. Carattere pepatino e lingua lunga, «digerisce»
a fatica l’ingombrante personalità di Cruijff. 12 gol in 42
partite coi Tulipani.
JOHAN CRUIJFF (attaccante, 25-4-1947) – Grandissimo in campo e
in panchina. Con entrambi i club della sua vita, l’Ajax e il
Barcellona. La tecnica sposata alla velocità. Profondo
conoscitore del gioco, ha il difetto di ritenersi infallibile.
Alza da capitano la Coppa dei Campioni ’72-73.
PIET KEIZER (ala sinistra, 14-6-1943) – Bandiera dell’Ajax,
mancino puro, grande realizzatore (146 reti in 365 gare di
Eredivisie). Due gravissimi infortuni e una certa
incompatibilità caratteriale con Cruijff ne condizionano una
carriera comunque di altissimo livello. Capitano a Rotterdam ’72.
NICO RIJNDERS (difensore/centrocampista, 30-7-1947) – Mediano
difensivo, 8 volte nazionale. Inesauribile incontrista,
trasferitosi al Bruges, morirà durante una partita, colto da un
infarto.
HORST BLANKENBURG (difensore centrale, 10-7-1947) – Tedesco
arrivato nel ’70 dal Monaco 1860, in patria rischia una lunga
squalifica per una storia mai chiarita di partite truccate.
Nasce mediano, poi Kovacs ne fa l’erede di Vasovic. È suo il
cross per il gol di Rep che condanna la Juve nel ’73.
SJAAK SWART (ala destra, 3-7-1938) – Idolo dei tifosi per le
funamboliche giocate sull’«out» di destra, sotto rete non
perdona: 165 gol in 463 gare di campionato con l’Ajax, 10 su
31 in Nazionale.
DICK VAN DIJK (centravanti, 15-2-1946) – Ariete un po’
grezzo sul piano tecnico, segna il gol che sblocca il risultato
a Wembley nel ’71. In Nazionale, 7 presenze e una rete.
(Christian Giordano)
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INTER
- BORUSSIA 4 - 2
Milano,
3 novembre 1971
Marcatori: 10' Bellugi, 13' Boninsegna, 38' Le Fevre, 57' Jair,
89' Wittkamp, 90' Ghio
OTTAVI
DI COPPA DEI CAMPIONI 1972 |

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Bordon
Bellugi Giubertoni Burgnich Facchetti Oriali (Fabbian) Bedin
Mazzola Jair (Ghio) Boninsegna Frustalupi
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Kleff
Bonhof Sieloff Müller Bleidick (Wittkamp) Wimmer Vogts Netzer
Kulik Heynckes Le Fevre
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BORUSSIA
- INTER 0 - 0
Berlino,
1 dicembre 1971
Marcatori: nessuno OTTAVI
DI COPPA DEI CAMPIONI 1972 |

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Kleff
Vogts Müller (Surau) Sieloff Bonhof Danner (Wittkamp)
Wimmer Netzer Kulik Heynckes Le Fevre |
Bordon
Burgnich Bellugi Facchetti Oriali Bedin Giubertoni
Mazzola Frustalupi Ghio (Pellizzaro) Boninsegna |
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Da Moenchengladbach, quella volta tomai col soprabito macchiato di Coca
Cola. La lattina più famosa del calcio europeo, infatti volò verso la
nuca di Bobo Boninsegna passando esattamente sulla mia testa, e su
quelle di Oddone Nordio, del "Carlino", ambedue inviati al
seguito dell'Inter in Coppa Campioni. Gli spruzzi di un liquido scuro
(dapprima si pensò fosse birra nera) mi sembra di vederli ancora
luccicare nella luce dei fari. E ricordo, come fosse ieri, l'impatto,
durissimo, con la testa di Boninsegna. Che crollò a terra, tramortito.
E vidi, altrettanto distintamente, Sandro Mazzola chinarsi, raccogliere
qualcosa, consegnarlo all'arbitro, il disorientato olandese Porpman. Mi
voltai di scatto: un giovane, biondo e atticciato, cercava di
sgattaiolare dal suo posto di tribuna, ma fu subito afferrato da un paio
di poliziotti che lo trascinarono via senza complimenti. Avevo un
impermeabile chiaro: le macchie di Coca Cola lasciarono un tenue alone
anche dopo le fatiche del "Lavasecco", al ritorno in Italia.
L'episodio, clamoroso, fece epoca. La partita fra il Borussia e l'Inter
valeva per gli ottavi di finale della grande Coppa. I nerazzurri avevano
vinto lo scudetto alla guida di Gianni Invernizzi, subentrato a
Heriberto Herrera alla sesta giornata del torneo, dopo un derby
malamente perduto per 3-0 con gli eterni rivali del Milan.
IL
TABELLINO: 20.10.1971 - Borussia - Inter 7-1
Borussia
(Trainer Weisweiler): Kleff - Vogts, Müller, Sieloff, Bleidick - Bonhof,
Netzer (80.Wittkamp), Kulik - Wimmer, Heynckes, Le Fèvre
Internazionale
(Trainer Invernizzi): Vieri (46. Bordon) - Oriali, Giubertoni, Burgnich,
Facchetti - Fabbian, Bedin, Corso, Mazzola - Jair, Boninsegna (Ghio)
Marcatori: Heynches, Heynches, Boninsegna, Le Fevre, Le Fevre, Netzer,
Netze, Sieloff
( R ).
E Invernizzi, richiamati in squadra Bedin e Jair, ai quali il
paraguaiano aveva decretato un incomprensibile ostracismo, infilò una
serie stupefacente di vittorie consecutive, regalando a Ivanhoe
Fraizzoli il primo scudetto della sua entusiastica, tormentata
presidenza. Dunque, l'Inter in Coppa. Elimina al primo turno i greci
dell'AEK di Atene con una certa facilità, viene sorteggiata con il
Borussia di Moenchengladbach per il secondo. E, pur con tutto il
rispetto che si deve al calcio tedesco, nessuno se ne preoccupa troppo.
Il Borussia, era poco conosciuto in Italia. La Germania avrebbe vinto il
suo secondo mondiale tre anni più tardi; i nomi di Berti Vogts; di
Gunther Netzer; di Wimmer, del belga Le Fèvre dicevano poco, eccezion
fatta per alcuni "specialisti" del calcio germanico. Così, la
trasferta a Moenchengladbach fu affrontata con allegria. La comitiva si
stabilì a Colonia, in un grande abergo a poche centinaia di metri dalla
famosa Cattedrale, il gioiello dell'arte gotica, a Moenchengladbach
facevamo una scappata, con i giocatori, il giorno di vigilia. Una
quarantina di chilometri in direzione della frontiera con l'Olanda, ed
eccoci in una cittadina di circa 60 mila abitanti, con un Campetto
dall'aria provinciale, tribune in legno a ridosso del terreno di gioco,
scarsa capienza, roba da sagra di paese (infatti il Borussia, gli
incontri di cassetta, li giocava, e li gioca a Colonia oppure a
Dusseldorf). I nerazzurri tornarono in albergo ancora più euforici:
saranno campioni di Germania, dicevano, ma hanno tutta l'aria di essere
una Pro Vercelli o un Novara dei tempi eroici. A noi, non possono
incutere timore.
INIZIO
TERRIBILE
Invece... Si gioca alle 20,30 del 20 ottobre 1971. Serata fredda, ma non
rigida, piove: campo stipato, molti i tifosi italiani al seguito dell'Inter
più i soliti, entusiasti, emigranti per ragioni di lavoro. Al via, i
tedeschi si scatenano. Impongono al gioco un ritmo pazzesco, i
nerazzurri sono subito travolti. Al 7', il Borussia è già in gol con
Heynckes, centravanti di enormi possibilità, che Giubertoni, lo stopper
nerazzurro, non riesce a controllare. Vigorosa reazione dell'Inter, gol
di Boninsegna (un arcigno guerriero, che nelle aspre battaglie di Coppa
ci sguazzava come una foca nel mare gelato) al 18', replica bruciante di
Le Fèvre al 19'. La partita è sempre più veloce, sempre più
combattuta, sempre più dura per i nerazzurri che, tuttavia, lottano
come leoni. Poco prima della mezz'ora, il fattaccio. Vola la famosa
lattina, Boninsegna stramazza al suolo, lo portano via a braccia, fra i
clamori del pubblico inferocito contro, i soliti italiani maestri nel
"fare la scena". L'arbitro, che penso non si fosse mai trovato
in simili frangenti, non sa che pesci pigliare.
I nerazzurri lo attorniano, chiedono la sospensione di gioco, a stento
trattenuti da Invernizzi, volato sui campo per cercare di calmare gli
animi. Lo stadio è una bolgia, pochi sì accorgono del fermo del
teppista che ha lanciato la lattina (ripeto: lì per lì si pensò ad
una lattina di birra scura, sapemmo soltanto più tardi, in albergo, che
si trattava invece di Coca Cola), finalmente il gioco riprende. Ma l'Inter,
sicura di avere già partita vinta per 3-0 secondo i regolamenti
italiani vista la riscontrata impossibilità da parte di Boninsegna di
riprendere il gioco, manda in campo Ghio e... lascia via libera al
Borussia. Che colpisce ancora ben cinque volte, subito con Le Fèvre,
poi con Netzer alla chiusura del primo tempo, ancora con Heynckes e
Netzer alla ripresa, per toccare quota 7 a 1 con un rigore fasullo,
decretato comicamente dall'arbitro all'ultimo minuto e realizzato da
Sieloff. A Corso saltano i nervi e prende a calci l'arbitro.
Si tentò, goffamente, di incolpare Ghio (che non accettò il
sacrificio...). Corso, squalificato, non giocò più contro il Borussia
Si torna a Colonia dopo un assedio, senza conseguenze, allo spogliatoio
dell'Inter. Boninsegna non si fa vedere, ma si apprende dal medico
sociale, quel gran galantuomo del dottor Angelo Quarenghi, che il
giocatore è in stato di choc; che presenta una vasta ecchimosi; che è
stato visitato anche dal medico del Borussia, dopo di che è stato fatto
un esposto alla Polizia locale. Insomma: sembra pacifico che l'Inter
abbia vinto a tavolino quando il DS nerazzurro, Franco Manni, scende
dalla sua camera agitatissimo. E dice, quasi gridando, a Prisco,
vice-presidente dell'Inter e luminare del Foro milanese: "Avvocato,
guardi qui: nel Regolamento dell'UEFA non è previsto un caso come
questo... Ho sfogliato dieci volte il volumetto, nella versione in
francese; niente!". Costernazione e stupore. Possibile che l'UEFA
non abbia previsto le sanzioni a carico di una Società colpevole, per
il principio della responsabilità oggettiva, dell'atto teppistico di
uno dei suoi sostenitori? Incredibile, ma vero: non c'è traccia di
niente. Le ore trascorrono in consultazioni febbrili, Prisco sviscera
tutti i cavilli di ogni capoverso del Regolamento (poche, scarne
paginette): niente da fare. L'Inter, che dopo l'uscita dal campo di
Boninsegna aveva giocherellato, tranquilla, convinta di aver già in
tasca il 3-0 a tavolino, quindi in pratica il passaggio ai quarti di
finale, rischiava di essere sbattuta fuori con un 7-1 che avrebbe fatto
clamore per anni. Nessuno toccò il letto, quella notte a Colonia
nell'albergo dei nerazzurri. E il viaggio di ritorno in Italia fu tutt'altro
che, allegro
IL
CAPOLAVORO DI PRISCO
Ovviamente, le polemiche incendiarono gli ambienti calcistici italiani e
tedeschi, ma le fiamme lambirono anche i Paesi neutrali. L'Inter avanzò
reclamo, dopo la riserva scritta consegnata all'arbitro la sera della
gara, chiese la vittoria a tavolino. I tedeschi tentarono di dimostrare
che il "lanciatore" era un italiano al seguito dell'Inter, ma
la Polizia fu costretta (è la parola esatta) a rendere noto che si
trattava di un olandese, da tempo però naturalizzato tedesco,
ovviamente tifoso del Borussia. Forte di questa dichiarazione ufficiale,
l'Inter pretese che il caso fosse discusso dalla Commissione
Disciplinare dell'UEFA che, dopo molti tentennamenti, si riunì a
Ginevra. E a Ginevra andò Peppino Prisco, ferratissimo in ogni branca
dello scibile legale, quello calcistico incluso. E Prisco dovette
combattere una autentica battaglia con i delegati tedeschi. Verso la
mezzanotte di una giornata estenuante, il suo trionfo: la partita veniva
annullata, si sarebbe rigiocata, in campo neutro (sia pure in Germania,
ma distante più di cento chilometri da Moenchengladbach) dopo
l'incontro di ritorno, fissato per il 3 novembre a Milano. Prisco può
ben dire, a distanza di anni, che l'Inter, agli ottavi di finale di
quella indimenticabile Coppa dei Campioni, almeno all'ottanta per cento
fu lui a qualificarla
DOPPIO
TRIONFO
Il resto lo fecero loro, i nerazzurri. A San Siro si giocò il 3
novembre, in un clima teso e drammatico. Il Borussia non aveva voluto
scendere a Milano, si era acquartierato in periferia, aveva preteso, ed
ottenuto, una nutrita scorta di Polizia temendo chissà quali
rappresaglie da parte dei tifosi italiani. Timori ridicoli, come
dimostrarono i fatti. Le... rappresaglie vennero da parte dei nerazzurri
che stravinsero per 4-2 un incontro indimenticabile. Jupp Heinckess,
stella del Borussia '71 Peppino Prisco: grazie a lui Inter qualificata
agli ottavi!Segnò per primo Bellugi, con una irresistibile proiezione
offensiva. Raddoppiò Boninsegna; il solito Le Fèvre accorciò le
distanze, ma alla ripresa del gioco andò subito a segno Jair. Gran
bordata di Wittkamp e rete finale di Ghio, subentrato a Jair a pochi
minuti dal termine. Quattro a due, durissima sconfitta per i campioni di
Germania, nel frattempo divenuti celeberrimi anche in Italia. E Netzer,
il gigante biondo che in Nazionale contendeva a Overath il ruolo di
regista; e Bonhof, il centrocampista dal tiro micidiale; e il mastino
Vogts; e la punta di diamante Heynckes; e l'ala belga Le Fèvre; e il
regista Wimmer alla vigilia erano temuti come altrettanti spauracchi.
Invece...
Ma si doveva giocare ancora la partita... di andata, quella annullata
dall'UEFA. Forte di due reti di vantaggio, l'Inter scese in campo molto
sicura di sé il primo dicembre, nel maestoso Stadio Olimpico di Berlino
Ovest, in una serata rigida e nebbiosa. Fu il trionfo di Ivano Bordon,
il portierino appena ventenne, che prese il posto del titolare Lido
Vieri.
A proposito di Bordon: la sera della vigilia, nell'albergo dell'Inter,
si sparse il terrore. Invernizzi, verso le 20,30, piombò nella sala da
pranzo sconvolto dicendo: "Ho perso Bordon!". Febbrili
ricerche, disperazione, Bordon non si trovava. Poi a qualcuno venne in
mente di dare un'occhiata nella camera da letto di Bordon: e lo trovò
beatamente addormentato... Era un ragazzo, era una riserva, sapeva già
che avrebbe dovuto giocare contro i draghi del Borussia: e se la
dormiva, sereno come un bambino fra le braccia della mamma... Non dormì
però la sera dopo, quando il Borussia si scatenò contro la sua rete.
Ma Bordon parò tutto, compreso un calcio di rigore di Sielof,
decretato, a sorpresa dall'arbitro inglese Taylor, severo fino alla
esagerazione! Finì zero a zero, artefice primo Bordon, davanti al quale
Bellugi, Facchetti, Giubertoni e Burgnich (che giocava libero) eressero
un'autentica diga.
E gli articolati contropiede di Mazzola e Boninsegna fecero tremare più
volte il portiere Kleff.

"La
coca cola di Boninsegna." di Stefano Tomasoni
in
vendita nelle librerie
Inter-Borussia,
la sfida più lunga" (Limina Editore), con prefazione di Luigi
Maria Prisco, figlio dell'indimenticabile Peppino.
Il volume ricostruisce la rocambolesca e irripetibile sfida tra Inter e
Borussia Moenchengladbach - ottavi di finale della Coppa dei Campioni
1971/72 -, quella della famosa "partita della lattina", che
vide Roberto Boninsegna colpito appunto da un lattina di Coca-Cola
lanciata dagli spalti.
Ecco
un breve riassunto della storia.
Dal 20 ottobre al 1 dicembre 1971 Inter e Borussia Moenchengladbach si
incontrarono tre volte per stabilire chi dovesse proseguire nel cammino
della Coppa. Quella lunga sfida - tra le due squadre che in quel momento
più rifornivano di giocatori le rispettive Nazionali - fu anche la
prima vera occasione di rivincita di Italia-Germania 4 a 3, mitica
semifinale dei Mondiali giocati l’anno prima in Messico. Una sfida che
in campo durò 270 minuti e fuori dal campo si protrasse per 40 giorni,
tra ricorsi, controricorsi e sentenze dell’Uefa destinate a cambiare
le regole del calcio europeo.
Nella prima partita, in casa del Borussia, dopo mezz’ora di gioco una
lattina di Coca-Cola lanciata da uno spettatore colpì in testa
Boninsegna, mettendolo ko. L'Inter presentò ricorso per l’incidente,
ma si scontrò contro un regolamento Uefa che all’epoca non prevedeva
la vittoria “a tavolino” per casi del genere. Sembrava una battaglia
persa per “mancanza di giurisprudenza” circa la responsabilità
oggettiva della società padrona di casa, ma c’era da fare i conti con
Peppino Prisco, che fu protagonista di un duello legale combattuto in
punta di fioretto, con il risultato che a Ginevra l’Uefa emise una
sentenza che stravolse le sue stesse regole: annullò il risultato della
partita (un surreale 7-1 per il Borussia, scaturito da una gara che dopo
l'incidente aveva perso senso) e ne ordinò la ripetizione. Seguirono il
match di ritorno, vinto a San Siro 4-2 da un’Inter trasformata che
spuntò tutte le armi dei tedeschi, l’inutile controricorso del
Borussia e la terza decisiva partita, giocata nello storico
Olympiastadion di Berlino, davanti a 70 mila spettatori. Fu un assedio
di 90 minuti, ma l’Inter riuscì a resistere e a guadagnare il
passaggio del turno, anche grazie alla strepitosa serata del giovane
Ivano Bordon, che quella sera parò tutto, compreso un rigore.
Il
libro ricostruisce la storia di quei 40 giorni attraverso le cronache
dei giornali dell’epoca, documentazione originale fornita dall’avv.
Luigi Maria Prisco e le voci e le testimonianze dirette dei giocatori
dell’Inter protagonisti dei fatti, in particolare Roberto Boninsegna,
Sandro Mazzola e Ivano Bordon, ma anche Tarcisio Burgnich, Gianfranco
Bedin, Mauro Bellugi. Gli ultimi capitoli raccontano il
"resto" di quella Coppa dei Campioni, che vide l'Inter
arrivare in finale, persa poi contro la squadra europea più forte di
quel momento, l'Ajax di Johan Cruijff.

LE
FAMOSE DOPPIETTE DI ROBERTO BAGGIO
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INTER
- PARMA 3 - 1
Verona,
23 maggio 2000
Marcatori: 6' pt R.Baggio; 25' st Stanic, 39'
R.Baggio, 46' Zamorano
SPAREGGIO
PRELIMINARI
DI COPPA DEI CAMPIONI 2001 |

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Inter
(4-4-2): Peruzzi 6, Simic 6, Cordoba 5.5, Blanc 6, Domoraud 6,
Cauet 7, Zanetti 6.5, Jugovic 6.5, Serena 6 (30' st Recoba 6.5),
R.Baggio 7.5 (40' st Fresi sv), Vieri 6 (33' pt Zamorano 6.5).
(22 Ferron, 3 Colonnese, 25 Rivas, 19 Russo). Allenatore: Lippi,
6.5. |
Parma
(3-5-2): Buffon 6, Sartor 5, Thuram 6.5, Cannavaro 6.5, Fuser
5.5, Breda 5.5, Bolano 6.5 (15' st Stanic 6.5), D.Baggio 6 (39'
st Dabo sv), Vanoli 5, Crespo 5, Amoroso 6 (15' st Di Vaio 5.5).
(12 Guardalben, 3 Benarrivo, 18 Maini, 25 Walem). Allenatore:
Malesani, |
di
Francesco Bianco
Era
un traguardo che attendevamo, ma con spiriti evidentemente differenti.
Noi trepidavamo per festeggiare, per emozionarci e per sognare un'altra
stagione, per prolungare di qualche altro fotogramma quel film che dura
ormai da diciassette anni; lui per sorridere un'ultima volta, sentirsi
leggero e smettere senza rimpianti.
È giusto così, forse. A guardare la grazia e la semplicità con
Roberto Baggio realizza i suoi gol più belli, si rischia di dimenticare
i guai e le sofferenze che ne hanno accompagnato la carriera.
Ripercorrere le tappe che lo hanno portato a duecento (quinto miglior
realizzatore di sempre nella massima serie) è più un omaggio dovuto
che effettivamente
necessario. Chiunque segua il campionato italiano dagli anni ottanta,
non può non avere la memoria gonfia delle prodezze di Roby, dal calcio
di punizione che non impedì al Napoli di vincere il suo primo scudetto
al sinsitro che ha privato il Parma di una vittoria importante per la
lotta al quarto posto. In mezzo, pur escludendo Nazionale, Coppe
Europee, Coppa Italia e altre competizioni, una serie infinita di
gioielli di ogni fattura: calci di punizione e di rigore, conlcusioni al
volo, tiri di controbalzo, colpi di testa, serpentine ubriacanti,
pallonetti, destri e sinistri. Tutto questo ben di Dio Baggio lo ha
guadagnato a dispetto di una carriera non propriamente felicissima:
andò via dalla Juventus all'indomani della vittoria del primo scduetto
di Lippi, lasciando a Del Piero, Vialli e Ravanelli la gioia di alzare
al cielo la Coppa dei Campioni; al Milan lasciò poca traccia, pagandone
le conseguenze anche in Nazionale (dove non ha giocato, da titolare,
altro che un campionato del mondo); a Bologna, quando qualcuno aveva
forse smesso di credere in lui, è risorto dalle sue ceneri, segnando le
ventidue reti stagionali che restano tutt'ora il suo record; poi l'Inter,
ancora una "grande", alla quale Roby non riuscì ad esprimersi
ai suoi livelli. Erano i tempi del difficile e rapporto con Lippi;
Baggio giocò poco, ma riuscì a congedarsi con la
doppietta al Parma nello spareggio che regalò all'Inter un posto in
Champions League. A Brescia, ancora una volta, un Baggio completamente
diverso: rivitalizzato da Mazzone, più esperto ed astuto, raffinato
come e più che in passato. Azzardo nel dire che forse, da un punto di
vista squisitamente tecnico e stilistico, il miglior Baggio si è visto
proprio in queste ultime stagioni, con la maglia delle Rondinelle. La
doppietta contro la Fiorentina, nell'Aprile del 2002 (dopo il recupero
record dall'infortunio al ginocchio, patito nella semifinale di Coppa
Italia col Parma), ha emozionato una nazione intera, che si è illusa di
poterlo rivedere all'opera in una rassegna mondiale. Così non è stato,
peccato. L'ultimo obiettivo di Baggio è così diventato arrivare a
quota 200, per poter dire addio. Peccato ci sia già arrivato.
L'Inter
ritrova Ronaldo e con il brasiliano anche il gusto della vittoria. Ma le
reti decisive sono firmate da Baggio e c'è grande gioia a San Siro
(78.829 paganti, oltre 5 miliardi di incasso). Con questa vittoria,l'Inter
scavalca il Real Madrid ed è prima nel girone. L'ultimo turno a Graz
non sembra proibitivo. Primo tempo con diverse occasioni sciupate da
interisti e madrileni, poi (50') un tiro di Ronaldo è deviato da
Zamorano che consuma la vendetta dell'ex. Dopo 8', guizzo di Savio e
pareggio dell'ex sampdoriano Seedorf. La classe di Baggio (85' e 95')
firma una serata di livello.
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INTER
- REAL MADRID 3 - 1
Milano,
25 novembre 1998
Marcatori: 6' Zamorano, 14' Seedorf, 41' Baggio,
50' Baggio.
PRIMO
TURNO COPPA DEI CAMPIONI 1999
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| Pagliuca
6,5, Bergomi 6,5, Colonnese 6,5, Galante 6, West 6,5, Moriero 6
(12' st Zanetti 5,5), Winter 7, Sousa 5, (30' st Cauet 6),
Simeone 7,5, Ronaldo 7, Zamorano 6,5 (23' st Baggio 8) . (22
Frey, 24 Silvestre, 6 Djorkaeff, 21 Pirlo). All. Simoni 7. |
Illgner
6,5, Campo 5,5, Sanchis 5 (43' st Suker s.v), Sanz 6, Roberto
Carlos 6,5 (36' st Jarni s.v.), Raul 6, Seedorf 7, Redondo 7,
Jaime 6, Mijatovic 7, Savio 7 (25 Almansa, 14 Guti, 20 Rojas, 18
Karanka, 15 Morientes). All. Hiddink 6. |
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