Le partite da non dimenticare, gli eroi che le hanno rese celebri, i movimenti e le azioni che fungendo da penna le hanno scritte per sempre nel libro della storia del calcio.

 

 

 

 

CELTIC - INTER       2 - 1

Lisbona, 25 maggio 1967
Marcatori: 8' Mazzola (R), 63' Gemmell, 85' Chalmers

FINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1967

Simpson; Craig, McNeill, Gemmell; Murdoch, Clark;  Johnstone, Wallace, Chalmers, Auld, Lennox . Allenatore: Stein

Sarti; Burgnich, Guarneri, Facchetti; Bedin, Picchi; Domenghini, Mazzola, Cappellini, Bicicli, Corso. Allenatore: Herrera

1° turno: Inter - Torpedo Moscow 1-0 0-0
2° turno: Inter - Vasas SC 2-1 2-0
Quarti di finale: Inter - Real Madrid 1-0 2-0
Semifinale: Inter - CSKA Sofia 1-1 1-1

INTER - CELTIC 1967
La conclusione del ciclo Herrera

Correva l'anno 1967. Un'anno terribile per dirla alla John Fante, uno degli scrittori Italo-americani che si è occupato volentieri di sport. Un' anno terribile per l'Internazionale, come mi piace ricordarla, col suo nome di fondazione per esteso. La squadra di Herrera che aveva già vinto tutto, tre scudetti, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali, era pronta per una nuova annata trionfale: la terza accoppiata campionato - Coppa dei Campioni. I nerazzurri erano riusciti a realizzare una storica impresa al Bernabeu contro il Real Madrid, battendo i "merengues" che quell'anno schieravano Pirri, Zoco, Amancio e Gento, nomi giganteschi. Solo la Juventus era riuscita a fare altrettanto al Bernabeu, prima che la Roma di Capello ci riuscisse ancora dopo ben trentacinque anni!
Ebbene, quell'anno terribile, l'Inter perse lo scudetto all'ultima giornata: battuta a Mantova per un cross beffardo di Beniamino Di Giacomo che non aveva assolutamente intenzione di tirare a rete. La colpa fu di Giuliano Sarti, portiere della Fiorentina e dell'Inter, nonchè della Nazionale che si esibì in una della più incredibili papere della storia del calcio. Contemporaneamente, la Juventus, sotto di un punto prima dell'ultima giornata (47 per lei, 48 per i nerazzurri), riuscì a battere la Lazio al Comunale conquistando il tredicesimo scudetto!
Ma la vera partita di quell'anno terribile, l'Inter di Herrera la disputò a Lisbona. Finale di Coppa dei Campioni: di fronte a Sarti - Burnich - Facchetti - Bedin - Guarneri - Picchi - Domenghini - Cappellini - Mazzola - Suarez - Corso, il Celtic Glasgow, fino allora una compagine sconosciuta e senz'altro poco temibile per il grande calcio europeo. Ma le imprendibili magliette orizzontali bianche e verdi dettero una severa lezione alla squadra di Helenio Herrera, già battuta in campionato dall'altro Herrera: Heriberto.
Dopo essere andati subito in vantaggio con Mazzola all'ottavo minuto del primo tempo, su calcio di rigore, i milanesi subirono una feroce reazione degli scozzesi che per tutti i restanti ottanta minuti assediarono la porta di Sarti trafiggendolo due volte.
Quella partita a Lisbona fu una vera disfatta per l'Inter, che da quel momento chiuse il grande ciclo di Helenio Herrera, per rivincere lo scudetto nel 1971, pensate un po', guidata da l'altro Herrera, Heriberto, sostituito alla sesta giornata da Giovanni Invernizzi.

 

 

 

AJAX - INTER       2 - 0

Rotterdam, 31 maggio 1972
Marcatori: 48' Cruijff, 77' Cruijff

FINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1972

AJAX AMSTERDAM Stuy Suurbier Krol Haan Hulshoff Blankenburg Swart Neeksens Muhren Cruijff Keizer All. Kovacs NTER Bordon Bellugi Facchetti Oriali Giubertoni (12' Bertini) Burgnich Jair (56' Pellizzaro) Bedin Boninsegna Mazzola Frustalupi All. Invernizzi
1° turno: Inter - AEK Atene 4-1  2-3
Ottavi: Inter - Borussia Monchengladbach 4-2  0-0
Quarti di finale: Inter - Standard Liegi 1-0  1-2
Semifinale: Inter – Celtic 0-0  5-4
La stagione seguente, l'en plein. Archiviati campionato e coppa d'Olanda (3-1 all'ADO), l'Ajax elimina Dynamo Dresda, Olympique Marsiglia, Arsenal, Benfica e conquista al De Kuip, lo stadio del Feyenoord, la sua seconda Coppa dei Campioni consecutiva.
L'Inter non è più lo squadrone leggendario dei tempi di Herrera. Arriva alla finale dopo vicende assai rocambolesche come la "partita della lattina" di Mönchengladbach (che il Borussia aveva stravinto 7-1) e, in semifinale, dopo 210' senza gol, la vittoria sul Celtic ai rigori. Nell'ultimo atto, l'infortunio di Giubertoni dopo neanche un quarto d'ora costringe il tecnico interista Invernizzi a rivedere la difesa. I suoi resistono un tempo, il non ancora ventenne Oriali fa l'impossibile per contenere Cruijff, ma non c'è niente da fare: troppo forte quell'Ajax per l'Inter, troppo forte Cruijff per Oriali. Il numero 14 gli scappa due volte, e sono due gol. Quelli decisivi. Il primo arriva, al 48', su papera di Bordon che in uscita alta si scontra con Frustalupi, lasciando all'olandese la porta sguarnita e la più facile delle occasioni. Il secondo, al 77', incornando in splendida elevazione una punizione calciata da Keizer quasi all'altezza della bandierina di sinistra. È una gara senza storia, sia chiaro, ma la fortuna aiuta gli "ajacidi", perché lo spiovente da cui nasce il vantaggio nasce da un rimpallo perso banalmente dai nerazzurri. A quel punto l'attacco interista, votato esclusivamente al contropiede, è una pallottola spuntata.

Generazione di fenomeni

Non c’è solo Cruijff, fuoriclasse straordinario, nel Grande Ajax della prima metà degli anni Settanta. Alcuni sono campioni veri, altri quasi. In ogni caso, atleti straordinari.
HEINZ STUY (portiere, 6-2-1945) – Non un fenomeno tra i pali, scalza il più «tradizionale» Gerrit (Gert) Bals, perché sa stazionare al limite dell’area dove svolge le funzioni di libero aggiunto. Alto e prestante (1,88 m per 85 kg), è l’unico «ajacide» dell’epoca a non vestire mai l’arancione.
WIM SUURBIER (terzino destro, 16-1-1945) – Nelle giovanili era nato ala sinistra, poi retrocede a terzino e, con l’esplosione di Krol, cambia fascia. Sa fare tutto: difende, imposta, crossa e segna.
VELIBOR VASOVIC (libero, 3-10-1939) – Dà ordine alla difesa ed è infallibile dal dischetto. Fortissima personalità, a Wembley alza da capitano la Coppa dei Campioni del ’71.
BARRY HULSHOFF (difensore centrale, 30-9-1946) – Una montagna d’uomo (1,92 m per 82 kg), domina di testa e non è male coi piedi. Incontrista temibile e generoso, incappa spesso in infortuni. In Nazionale, 14 presenze e 6 reti. Tante per un attaccante, incredibili per un centrale difensivo.

RUUD KROL (terzino sinistro, 24-3-49) – La classe fatta difensore. Come Suurbier dall’altra parte, sa fare bene tutto. A fine carriera, si ricicla da libero con risultati straordinari. È l’ultimo a lasciare l’Ajax. Poi sverna nella Nasl, al Napoli e ai francesi del Cannes.
ARIE HAAN (centrocampista, 16-11-1948) – Lento di passo, ha la «castagna» da fuori e buon senso tattico. A Monaco ’74 Michels lo impiega addirittura da libero. 35 partite e 6 gol in Nazionale.
JOHAN NEESKENS (centrocampista, 15-9-1951) – Il calciatore totale per antonomasia. Nella categoria, l’unico superiore a Tardelli. Falcata e tiro irresistibili, fondo, grinta, senso del gol. Da ragazzino, furoreggia nel baseball. Nel ’74-75 raggiunge al Barcellona il «gemello» Cruijff.
GERRIE MUHREN (interno sinistro, 2-2-1946) – Mancino, buona tecnica, sa cucire il gioco e interdire. Per motivi personali, un figlio malato, salta il mondiale del ’74. In arancione, 10 gettoni.
JOHNNY REP (centravanti/ala, 25-11-1951) – Attaccante completo, per la foga e l’incredibile mole di lavoro, talvolta spreca troppo. Carattere pepatino e lingua lunga, «digerisce» a fatica l’ingombrante personalità di Cruijff. 12 gol in 42 partite coi Tulipani.
JOHAN CRUIJFF (attaccante, 25-4-1947) – Grandissimo in campo e in panchina. Con entrambi i club della sua vita, l’Ajax e il Barcellona. La tecnica sposata alla velocità. Profondo conoscitore del gioco, ha il difetto di ritenersi infallibile. Alza da capitano la Coppa dei Campioni ’72-73.
PIET KEIZER (ala sinistra, 14-6-1943) – Bandiera dell’Ajax, mancino puro, grande realizzatore (146 reti in 365 gare di Eredivisie). Due gravissimi infortuni e una certa incompatibilità caratteriale con Cruijff ne condizionano una carriera comunque di altissimo livello. Capitano a Rotterdam ’72.
NICO RIJNDERS (difensore/centrocampista, 30-7-1947) – Mediano difensivo, 8 volte nazionale. Inesauribile incontrista, trasferitosi al Bruges, morirà durante una partita, colto da un infarto.
HORST BLANKENBURG (difensore centrale, 10-7-1947) – Tedesco arrivato nel ’70 dal Monaco 1860, in patria rischia una lunga squalifica per una storia mai chiarita di partite truccate. Nasce mediano, poi Kovacs ne fa l’erede di Vasovic. È suo il cross per il gol di Rep che condanna la Juve nel ’73.
SJAAK SWART (ala destra, 3-7-1938) – Idolo dei tifosi per le funamboliche giocate sull’«out» di destra, sotto rete non perdona: 165 gol in 463 gare di campionato con l’Ajax, 10 su 31 in Nazionale.
DICK VAN DIJK (centravanti, 15-2-1946) – Ariete un po’ grezzo sul piano tecnico, segna il gol che sblocca il risultato a Wembley nel ’71. In Nazionale, 7 presenze e una rete.
(Christian Giordano)

 

 

 

 

 

 

 

INTER - BORUSSIA 4 - 2

Milano, 3 novembre 1971
Marcatori: 10' Bellugi, 13' Boninsegna, 38' Le Fevre, 57' Jair, 89' Wittkamp, 90' Ghio

OTTAVI DI COPPA DEI CAMPIONI 1972

Bordon Bellugi Giubertoni Burgnich Facchetti Oriali (Fabbian) Bedin Mazzola Jair (Ghio) Boninsegna Frustalupi

Kleff  Bonhof Sieloff Müller Bleidick (Wittkamp) Wimmer Vogts Netzer Kulik Heynckes Le Fevre

BORUSSIA - INTER   0 - 0

Berlino, 1 dicembre 1971
Marcatori: nessuno

OTTAVI DI COPPA DEI CAMPIONI 1972

Kleff Vogts Müller (Surau) Sieloff Bonhof Danner (Wittkamp) Wimmer Netzer Kulik Heynckes Le Fevre

Bordon Burgnich Bellugi Facchetti Oriali Bedin Giubertoni Mazzola Frustalupi Ghio (Pellizzaro) Boninsegna

 

Da Moenchengladbach, quella volta tomai col soprabito macchiato di Coca Cola. La lattina più famosa del calcio europeo, infatti volò verso la nuca di Bobo Boninsegna passando esattamente sulla mia testa, e su quelle di Oddone Nordio, del "Carlino", ambedue inviati al seguito dell'Inter in Coppa Campioni. Gli spruzzi di un liquido scuro (dapprima si pensò fosse birra nera) mi sembra di vederli ancora luccicare nella luce dei fari. E ricordo, come fosse ieri, l'impatto, durissimo, con la testa di Boninsegna. Che crollò a terra, tramortito. E vidi, altrettanto distintamente, Sandro Mazzola chinarsi, raccogliere qualcosa, consegnarlo all'arbitro, il disorientato olandese Porpman. Mi voltai di scatto: un giovane, biondo e atticciato, cercava di sgattaiolare dal suo posto di tribuna, ma fu subito afferrato da un paio di poliziotti che lo trascinarono via senza complimenti. Avevo un impermeabile chiaro: le macchie di Coca Cola lasciarono un tenue alone anche dopo le fatiche del "Lavasecco", al ritorno in Italia.

L'episodio, clamoroso, fece epoca. La partita fra il Borussia e l'Inter valeva per gli ottavi di finale della grande Coppa. I nerazzurri avevano vinto lo scudetto alla guida di Gianni Invernizzi, subentrato a Heriberto Herrera alla sesta giornata del torneo, dopo un derby malamente perduto per 3-0 con gli eterni rivali del Milan.

IL TABELLINO: 20.10.1971  - Borussia - Inter 7-1

Borussia (Trainer Weisweiler): Kleff - Vogts, Müller, Sieloff, Bleidick - Bonhof, Netzer (80.Wittkamp), Kulik - Wimmer, Heynckes, Le Fèvre

Internazionale (Trainer Invernizzi): Vieri (46. Bordon) - Oriali, Giubertoni, Burgnich, Facchetti - Fabbian, Bedin, Corso, Mazzola - Jair, Boninsegna (Ghio)
Marcatori: Heynches, Heynches, Boninsegna, Le Fevre, Le Fevre, Netzer, Netze, Sieloff ( R ).

E Invernizzi, richiamati in squadra Bedin e Jair, ai quali il paraguaiano aveva decretato un incomprensibile ostracismo, infilò una serie stupefacente di vittorie consecutive, regalando a Ivanhoe Fraizzoli il primo scudetto della sua entusiastica, tormentata presidenza. Dunque, l'Inter in Coppa. Elimina al primo turno i greci dell'AEK di Atene con una certa facilità, viene sorteggiata con il Borussia di Moenchengladbach per il secondo. E, pur con tutto il rispetto che si deve al calcio tedesco, nessuno se ne preoccupa troppo. Il Borussia, era poco conosciuto in Italia. La Germania avrebbe vinto il suo secondo mondiale tre anni più tardi; i nomi di Berti Vogts; di Gunther Netzer; di Wimmer, del belga Le Fèvre dicevano poco, eccezion fatta per alcuni "specialisti" del calcio germanico. Così, la trasferta a Moenchengladbach fu affrontata con allegria. La comitiva si stabilì a Colonia, in un grande abergo a poche centinaia di metri dalla famosa Cattedrale, il gioiello dell'arte gotica, a Moenchengladbach facevamo una scappata, con i giocatori, il giorno di vigilia. Una quarantina di chilometri in direzione della frontiera con l'Olanda, ed eccoci in una cittadina di circa 60 mila abitanti, con un Campetto dall'aria provinciale, tribune in legno a ridosso del terreno di gioco, scarsa capienza, roba da sagra di paese (infatti il Borussia, gli incontri di cassetta, li giocava, e li gioca a Colonia oppure a Dusseldorf). I nerazzurri tornarono in albergo ancora più euforici: saranno campioni di Germania, dicevano, ma hanno tutta l'aria di essere una Pro Vercelli o un Novara dei tempi eroici. A noi, non possono incutere timore.

INIZIO TERRIBILE
Invece... Si gioca alle 20,30 del 20 ottobre 1971. Serata fredda, ma non rigida, piove: campo stipato, molti i tifosi italiani al seguito dell'Inter più i soliti, entusiasti, emigranti per ragioni di lavoro. Al via, i tedeschi si scatenano. Impongono al gioco un ritmo pazzesco, i nerazzurri sono subito travolti. Al 7', il Borussia è già in gol con Heynckes, centravanti di enormi possibilità, che Giubertoni, lo stopper nerazzurro, non riesce a controllare. Vigorosa reazione dell'Inter, gol di Boninsegna (un arcigno guerriero, che nelle aspre battaglie di Coppa ci sguazzava come una foca nel mare gelato) al 18', replica bruciante di Le Fèvre al 19'. La partita è sempre più veloce, sempre più combattuta, sempre più dura per i nerazzurri che, tuttavia, lottano come leoni. Poco prima della mezz'ora, il fattaccio. Vola la famosa lattina, Boninsegna stramazza al suolo, lo portano via a braccia, fra i clamori del pubblico inferocito contro, i soliti italiani maestri nel "fare la scena". L'arbitro, che penso non si fosse mai trovato in simili frangenti, non sa che pesci pigliare.
I nerazzurri lo attorniano, chiedono la sospensione di gioco, a stento trattenuti da Invernizzi, volato sui campo per cercare di calmare gli animi. Lo stadio è una bolgia, pochi sì accorgono del fermo del teppista che ha lanciato la lattina (ripeto: lì per lì si pensò ad una lattina di birra scura, sapemmo soltanto più tardi, in albergo, che si trattava invece di Coca Cola), finalmente il gioco riprende. Ma l'Inter, sicura di avere già partita vinta per 3-0 secondo i regolamenti italiani vista la riscontrata impossibilità da parte di Boninsegna di riprendere il gioco, manda in campo Ghio e... lascia via libera al Borussia. Che colpisce ancora ben cinque volte, subito con Le Fèvre, poi con Netzer alla chiusura del primo tempo, ancora con Heynckes e Netzer alla ripresa, per toccare quota 7 a 1 con un rigore fasullo, decretato comicamente dall'arbitro all'ultimo minuto e realizzato da Sieloff. A Corso saltano i nervi e prende a calci l'arbitro.
Si tentò, goffamente, di incolpare Ghio (che non accettò il sacrificio...). Corso, squalificato, non giocò più contro il Borussia

Si torna a Colonia dopo un assedio, senza conseguenze, allo spogliatoio dell'Inter. Boninsegna non si fa vedere, ma si apprende dal medico sociale, quel gran galantuomo del dottor Angelo Quarenghi, che il giocatore è in stato di choc; che presenta una vasta ecchimosi; che è stato visitato anche dal medico del Borussia, dopo di che è stato fatto un esposto alla Polizia locale. Insomma: sembra pacifico che l'Inter abbia vinto a tavolino quando il DS nerazzurro, Franco Manni, scende dalla sua camera agitatissimo. E dice, quasi gridando, a Prisco, vice-presidente dell'Inter e luminare del Foro milanese: "Avvocato, guardi qui: nel Regolamento dell'UEFA non è previsto un caso come questo... Ho sfogliato dieci volte il volumetto, nella versione in francese; niente!". Costernazione e stupore. Possibile che l'UEFA non abbia previsto le sanzioni a carico di una Società colpevole, per il principio della responsabilità oggettiva, dell'atto teppistico di uno dei suoi sostenitori? Incredibile, ma vero: non c'è traccia di niente. Le ore trascorrono in consultazioni febbrili, Prisco sviscera tutti i cavilli di ogni capoverso del Regolamento (poche, scarne paginette): niente da fare. L'Inter, che dopo l'uscita dal campo di Boninsegna aveva giocherellato, tranquilla, convinta di aver già in tasca il 3-0 a tavolino, quindi in pratica il passaggio ai quarti di finale, rischiava di essere sbattuta fuori con un 7-1 che avrebbe fatto clamore per anni. Nessuno toccò il letto, quella notte a Colonia nell'albergo dei nerazzurri. E il viaggio di ritorno in Italia fu tutt'altro che, allegro

IL CAPOLAVORO DI PRISCO
Ovviamente, le polemiche incendiarono gli ambienti calcistici italiani e tedeschi, ma le fiamme lambirono anche i Paesi neutrali. L'Inter avanzò reclamo, dopo la riserva scritta consegnata all'arbitro la sera della gara, chiese la vittoria a tavolino. I tedeschi tentarono di dimostrare che il "lanciatore" era un italiano al seguito dell'Inter, ma la Polizia fu costretta (è la parola esatta) a rendere noto che si trattava di un olandese, da tempo però naturalizzato tedesco, ovviamente tifoso del Borussia. Forte di questa dichiarazione ufficiale, l'Inter pretese che il caso fosse discusso dalla Commissione Disciplinare dell'UEFA che, dopo molti tentennamenti, si riunì a Ginevra. E a Ginevra andò Peppino Prisco, ferratissimo in ogni branca dello scibile legale, quello calcistico incluso. E Prisco dovette combattere una autentica battaglia con i delegati tedeschi. Verso la mezzanotte di una giornata estenuante, il suo trionfo: la partita veniva annullata, si sarebbe rigiocata, in campo neutro (sia pure in Germania, ma distante più di cento chilometri da Moenchengladbach) dopo l'incontro di ritorno, fissato per il 3 novembre a Milano. Prisco può ben dire, a distanza di anni, che l'Inter, agli ottavi di finale di quella indimenticabile Coppa dei Campioni, almeno all'ottanta per cento fu lui a qualificarla

DOPPIO TRIONFO
Il resto lo fecero loro, i nerazzurri. A San Siro si giocò il 3 novembre, in un clima teso e drammatico. Il Borussia non aveva voluto scendere a Milano, si era acquartierato in periferia, aveva preteso, ed ottenuto, una nutrita scorta di Polizia temendo chissà quali rappresaglie da parte dei tifosi italiani. Timori ridicoli, come dimostrarono i fatti. Le... rappresaglie vennero da parte dei nerazzurri che stravinsero per 4-2 un incontro indimenticabile. Jupp Heinckess, stella del Borussia '71 Peppino Prisco: grazie a lui Inter qualificata agli ottavi!Segnò per primo Bellugi, con una irresistibile proiezione offensiva. Raddoppiò Boninsegna; il solito Le Fèvre accorciò le distanze, ma alla ripresa del gioco andò subito a segno Jair. Gran bordata di Wittkamp e rete finale di Ghio, subentrato a Jair a pochi minuti dal termine. Quattro a due, durissima sconfitta per i campioni di Germania, nel frattempo divenuti celeberrimi anche in Italia. E Netzer, il gigante biondo che in Nazionale contendeva a Overath il ruolo di regista; e Bonhof, il centrocampista dal tiro micidiale; e il mastino Vogts; e la punta di diamante Heynckes; e l'ala belga Le Fèvre; e il regista Wimmer alla vigilia erano temuti come altrettanti spauracchi. Invece...
Ma si doveva giocare ancora la partita... di andata, quella annullata dall'UEFA. Forte di due reti di vantaggio, l'Inter scese in campo molto sicura di sé il primo dicembre, nel maestoso Stadio Olimpico di Berlino Ovest, in una serata rigida e nebbiosa. Fu il trionfo di Ivano Bordon, il portierino appena ventenne, che prese il posto del titolare Lido Vieri.
A proposito di Bordon: la sera della vigilia, nell'albergo dell'Inter, si sparse il terrore. Invernizzi, verso le 20,30, piombò nella sala da pranzo sconvolto dicendo: "Ho perso Bordon!". Febbrili ricerche, disperazione, Bordon non si trovava. Poi a qualcuno venne in mente di dare un'occhiata nella camera da letto di Bordon: e lo trovò beatamente addormentato... Era un ragazzo, era una riserva, sapeva già che avrebbe dovuto giocare contro i draghi del Borussia: e se la dormiva, sereno come un bambino fra le braccia della mamma... Non dormì però la sera dopo, quando il Borussia si scatenò contro la sua rete. Ma Bordon parò tutto, compreso un calcio di rigore di Sielof, decretato, a sorpresa dall'arbitro inglese Taylor, severo fino alla esagerazione! Finì zero a zero, artefice primo Bordon, davanti al quale Bellugi, Facchetti, Giubertoni e Burgnich (che giocava libero) eressero un'autentica diga.
E gli articolati contropiede di Mazzola e Boninsegna fecero tremare più volte il portiere Kleff.

 

"La coca cola di Boninsegna." di Stefano Tomasoni

in vendita nelle librerie

 Inter-Borussia, la sfida più lunga" (Limina Editore), con prefazione di Luigi Maria Prisco, figlio dell'indimenticabile Peppino.
Il volume ricostruisce la rocambolesca e irripetibile sfida tra Inter e Borussia Moenchengladbach - ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1971/72 -, quella della famosa "partita della lattina", che vide Roberto Boninsegna colpito appunto da un lattina di Coca-Cola lanciata dagli spalti.

Ecco un breve riassunto della storia.
Dal 20 ottobre al 1 dicembre 1971 Inter e Borussia Moenchengladbach si incontrarono tre volte per stabilire chi dovesse proseguire nel cammino della Coppa. Quella lunga sfida - tra le due squadre che in quel momento più rifornivano di giocatori le rispettive Nazionali - fu anche la prima vera occasione di rivincita di Italia-Germania 4 a 3, mitica semifinale dei Mondiali giocati l’anno prima in Messico. Una sfida che in campo durò 270 minuti e fuori dal campo si protrasse per 40 giorni, tra ricorsi, controricorsi e sentenze dell’Uefa destinate a cambiare le regole del calcio europeo.
Nella prima partita, in casa del Borussia, dopo mezz’ora di gioco una lattina di Coca-Cola lanciata da uno spettatore colpì in testa Boninsegna, mettendolo ko. L'Inter presentò ricorso per l’incidente, ma si scontrò contro un regolamento Uefa che all’epoca non prevedeva la vittoria “a tavolino” per casi del genere. Sembrava una battaglia persa per “mancanza di giurisprudenza” circa la responsabilità oggettiva della società padrona di casa, ma c’era da fare i conti con Peppino Prisco, che fu protagonista di un duello legale combattuto in punta di fioretto, con il risultato che a Ginevra l’Uefa emise una sentenza che stravolse le sue stesse regole: annullò il risultato della partita (un surreale 7-1 per il Borussia, scaturito da una gara che dopo l'incidente aveva perso senso) e ne ordinò la ripetizione. Seguirono il match di ritorno, vinto a San Siro 4-2 da un’Inter trasformata che spuntò tutte le armi dei tedeschi, l’inutile controricorso del Borussia e la terza decisiva partita, giocata nello storico Olympiastadion di Berlino, davanti a 70 mila spettatori. Fu un assedio di 90 minuti, ma l’Inter riuscì a resistere e a guadagnare il passaggio del turno, anche grazie alla strepitosa serata del giovane Ivano Bordon, che quella sera parò tutto, compreso un rigore.

Il libro ricostruisce la storia di quei 40 giorni attraverso le cronache dei giornali dell’epoca, documentazione originale fornita dall’avv. Luigi Maria Prisco e le voci e le testimonianze dirette dei giocatori dell’Inter protagonisti dei fatti, in particolare Roberto Boninsegna, Sandro Mazzola e Ivano Bordon, ma anche Tarcisio Burgnich, Gianfranco Bedin, Mauro Bellugi. Gli ultimi capitoli raccontano il "resto" di quella Coppa dei Campioni, che vide l'Inter arrivare in finale, persa poi contro la squadra europea più forte di quel momento, l'Ajax di Johan Cruijff.

 

 

 

LE FAMOSE DOPPIETTE DI ROBERTO BAGGIO

 

INTER - PARMA       3 - 1

Verona, 23 maggio 2000
Marcatori: 6' pt R.Baggio; 25' st Stanic, 39' R.Baggio, 46' Zamorano

SPAREGGIO PRELIMINARI DI COPPA DEI CAMPIONI 2001

Inter (4-4-2): Peruzzi 6, Simic 6, Cordoba 5.5, Blanc 6, Domoraud 6, Cauet 7, Zanetti 6.5, Jugovic 6.5, Serena 6 (30' st Recoba 6.5), R.Baggio 7.5 (40' st Fresi sv), Vieri 6 (33' pt Zamorano 6.5). (22 Ferron, 3 Colonnese, 25 Rivas, 19 Russo). Allenatore: Lippi, 6.5.

Parma (3-5-2): Buffon 6, Sartor 5, Thuram 6.5, Cannavaro 6.5, Fuser 5.5, Breda 5.5, Bolano 6.5 (15' st Stanic 6.5), D.Baggio 6 (39' st Dabo sv), Vanoli 5, Crespo 5, Amoroso 6 (15' st Di Vaio 5.5). (12 Guardalben, 3 Benarrivo, 18 Maini, 25 Walem). Allenatore: Malesani, 

di Francesco Bianco

Era un traguardo che attendevamo, ma con spiriti evidentemente differenti. Noi trepidavamo per festeggiare, per emozionarci e per sognare un'altra stagione, per prolungare di qualche altro fotogramma quel film che dura ormai da diciassette anni; lui per sorridere un'ultima volta, sentirsi leggero e smettere senza rimpianti.
È giusto così, forse. A guardare la grazia e la semplicità con Roberto Baggio realizza i suoi gol più belli, si rischia di dimenticare i guai e le sofferenze che ne hanno accompagnato la carriera. Ripercorrere le tappe che lo hanno portato a duecento (quinto miglior realizzatore di sempre nella massima serie) è più un omaggio dovuto che effettivamente
necessario. Chiunque segua il campionato italiano dagli anni ottanta, non può non avere la memoria gonfia delle prodezze di Roby, dal calcio di punizione che non impedì al Napoli di vincere il suo primo scudetto al sinsitro che ha privato il Parma di una vittoria importante per la lotta al quarto posto. In mezzo, pur escludendo Nazionale, Coppe Europee, Coppa Italia e altre competizioni, una serie infinita di gioielli di ogni fattura: calci di punizione e di rigore, conlcusioni al volo, tiri di controbalzo, colpi di testa, serpentine ubriacanti, pallonetti, destri e sinistri. Tutto questo ben di Dio Baggio lo ha guadagnato a dispetto di una carriera non propriamente felicissima: andò via dalla Juventus all'indomani della vittoria del primo scduetto di Lippi, lasciando a Del Piero, Vialli e Ravanelli la gioia di alzare al cielo la Coppa dei Campioni; al Milan lasciò poca traccia, pagandone le conseguenze anche in Nazionale (dove non ha giocato, da titolare, altro che un campionato del mondo); a Bologna, quando qualcuno aveva forse smesso di credere in lui, è risorto dalle sue ceneri, segnando le ventidue reti stagionali che restano tutt'ora il suo record; poi l'Inter, ancora una "grande", alla quale Roby non riuscì ad esprimersi ai suoi livelli. Erano i tempi del difficile e rapporto con Lippi; Baggio giocò poco, ma riuscì a congedarsi con la doppietta al Parma nello spareggio che regalò all'Inter un posto in Champions League. A Brescia, ancora una volta, un Baggio completamente diverso: rivitalizzato da Mazzone, più esperto ed astuto, raffinato come e più che in passato. Azzardo nel dire che forse, da un punto di vista squisitamente tecnico e stilistico, il miglior Baggio si è visto proprio in queste ultime stagioni, con la maglia delle Rondinelle. La doppietta contro la Fiorentina, nell'Aprile del 2002 (dopo il recupero record dall'infortunio al ginocchio, patito nella semifinale di Coppa Italia col Parma), ha emozionato una nazione intera, che si è illusa di poterlo rivedere all'opera in una rassegna mondiale. Così non è stato, peccato. L'ultimo obiettivo di Baggio è così diventato arrivare a quota 200, per poter dire addio. Peccato ci sia già arrivato.

L'Inter ritrova Ronaldo e con il brasiliano anche il gusto della vittoria. Ma le reti decisive sono firmate da Baggio e c'è grande gioia a San Siro (78.829 paganti, oltre 5 miliardi di incasso). Con questa vittoria,l'Inter scavalca il Real Madrid ed è prima nel girone. L'ultimo turno a Graz non sembra proibitivo. Primo tempo con diverse occasioni sciupate da interisti e madrileni, poi (50') un tiro di Ronaldo è deviato da Zamorano che consuma la vendetta dell'ex. Dopo 8', guizzo di Savio e pareggio dell'ex sampdoriano Seedorf. La classe di Baggio (85' e 95') firma una serata di livello.

INTER - REAL MADRID  3 - 1

Milano, 25 novembre 1998
Marcatori: 6' Zamorano, 14' Seedorf, 41' Baggio, 50' Baggio.

PRIMO TURNO COPPA DEI CAMPIONI 1999

 

Pagliuca 6,5, Bergomi 6,5, Colonnese 6,5, Galante 6, West 6,5, Moriero 6 (12' st Zanetti 5,5), Winter 7, Sousa 5, (30' st Cauet 6), Simeone 7,5, Ronaldo 7, Zamorano 6,5 (23' st Baggio 8) . (22 Frey, 24 Silvestre, 6 Djorkaeff, 21 Pirlo). All. Simoni 7. Illgner 6,5, Campo 5,5, Sanchis 5 (43' st Suker s.v), Sanz 6, Roberto Carlos 6,5 (36' st Jarni s.v.), Raul 6, Seedorf 7, Redondo 7, Jaime 6, Mijatovic 7, Savio 7 (25 Almansa, 14 Guti, 20 Rojas, 18 Karanka, 15 Morientes). All. Hiddink 6.

 

 

 

BOLOGNA - INTER       2 - 0

Roma, 7 giugno 1964

Marcatori: Fogli, Nelsen

Arbitro: Rosario Lo Bello

SPAREGGIO PER IL TITOLO DI CAMPIONE D'ITALIA

Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso

Secondo molti in quella stagione il calcio cambiò profondamente.
Qualcuno azzarda addirittura che quell'anno il calcio, il compagno delle "domeniche della buona gente", perse improvvisamente la sua innocenza.
L'iconografia delle tavole di Walter Molino sulla "Domenica del Corriere", o le pagine ingiallite di qualche vecchio quotidiano ci riportano un clima che, per noi abituati agli eccessi biscardiani, sembra quasi incredibile.
Stadi pieni, incidenti pochi, al massimo qualche salutare scazzottata.
Poche anche le polemiche, pochissime quelle non legate alla tattica.
Eppure quell'anno cambiò qualcosa, il calcio uscì prepotentemente dal rettangolo verde e riempì le aule dei tribunali, molti anni prima dello scandalo del "totonero".
Sarebbe passato alla storia come l'anno del "doping", trenta e più anni prima delle esternazioni di Zdenek Zeman, ma fu anche una vicenda di grande calcio. Un calcio giocato da una fioritura di talenti con pochi paragoni nella storia del calcio italiano che si avviava a dominare la scena europea e mondiale con l'Inter di Moratti ed Herrera.
Proprio l'Inter di Moratti, regina di una Milano non ancora "da bere", ma sempre più stretta nei panni di "capitale morale", si contrapporrà al Bologna, più "paesano", allenato da Fulvio Bernardini, in una sfida da romanzo d'appendice in cui non mancheranno i colpi di scena, e i momenti drammatici.
In quel Campionato si mettono in luce tre squadre su tutte : il Milan Campione d'Europa in carica (e prima squadra italiana ad aver conquistato la Coppa dei Campioni battendo a Wembley il Benfica) che aveva divorziato da Rocco , l'Inter Campione d'Italia e futura Campione d'Europa ed il Bologna del presidente Dall'Ara e di Fulvio Bernardini, una squadra dal gioco spumeggiante e ricca di calciatori brillanti e talentuosi come Bulgarelli, Haller, Pascutti, Fogli, Nielsen e con in porta uno dei migliori estremi difensori della storia del nostro calcio: il mantovano William Negri detto "Carburo". Da qualche anno il Bologna era una piacevole realtà del nostro calcio. Una squadra ammirata e stimata anche dagli avversari per il suo gioco brillante ed aperto, in contrapposizione, palese ed a volte stridente, con il "difensivismo", o ancora di più, col "catenaccio".
Proprio il Bologna, quindi, ed il suo tecnico, Bernardini, diventano inevitabilmente, anzi automaticamente l'esempio da contrapporre al calcio difensivista del Milan di Nereo Rocco e Gipo Viani, e dell' Inter di Helenio Herrera.
Specialmente Fulvio Bernardini, allenatore colto e di ottima dialettica, sfrutta questa situazione non perdendo occasione per mettere in risalto le prestazioni spumeggianti del suo Bologna nei confronti del calcio, spesso avaro, anche se micidiale, delle milanesi.
Dopo una clamorosa vittoria ottenuta l'anno prima contro il Modena, Bernardini, autentico esteta del calcio, negli spogliatoi si era lasciato andare esclamando addirittura, riferendosi al gioco del Bologna :- "così si gioca solo in Paradiso !"
E quella frase del "Dottore", così lontana dal suo modo misurato di esprimersi, era diventata una "griffe" per i rossoblù che per tutti si identificavano ne "la squadra che gioca come si gioca solo in Paradiso". In effetti il Bologna aveva, a detta di chi l'ha visto, un impianto di gioco formidabile e rappresentava l'antitesi del "calcio all'italiana" che aveva la sua massima espressione, appunto, nell'Inter di Helenio Herrera, bloccata sulla formidabile difesa orchestrata da Picchi, e sul micidiale contropiede ispirato dai lanci di Suarez e Corso e mirabilmente finalizzato dalla velocità di Jair e Sandro Mazzola.
Naturale che, poiché anche il Milan aveva le stesse caratteristiche dell'Inter, si creasse un "dualismo" fra la "scuola italiana" appoggiata dai giornali milanesi e il resto dell'Italia (segnatamente il centro-sud dove Bernardini a Roma e Firenze aveva lasciato un grande ricordo) che propendeva spassionatamente per il Bologna.
Il Bologna va in fuga.
La svolta si ha alla 23 ma giornata quando il Bologna, capolista solitario con un punto sul Milan e due sull'Inter, è di scena a San Siro contro i rossoneri per un autentico esame di idoneità allo scudetto, del quale, senza remore scaramantiche, si cominciava a parlare in casa rossoblù.
Proprio vincendo a Milano con il Milan, al termine di una spettacolare partita, il Bologna sembra iniziare una fuga decisiva anche in vista di qualche "distrazione" dell'Inter impegnata in Coppa dei Campioni. Ma, allora come oggigiorno, il calcio italiano ha sempre avuto una sorpresa da offrire e quella fu particolarmente clamorosa.
Galeotta fu la pipì
Nella settimana successiva alla vittoria di San Siro vengono fuori insistenti le voci, alimentate da indiscrezioni sui giornali milanesi, di un caso di "doping" in cui sarebbero coinvolti cinque calciatori del Bologna.
Dopo molti "si dice" ecco la notizia clamorosa : dopo la partita vinta 4-1 con il Torino un mese prima, i calciatori rossoblù Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani e Tumburus erano risultati "positivi per amfetamine" al controllo antidoping, le cui analisi erano state fatte a Firenze.
La notizia ha un clamore incredibile.
La Giustizia sportiva penalizza la Società bolognese dandole partita persa con il Torino e infliggendole un ulteriore penalizzazione di un punto.

L'allenatore Bernardini (che non venne radiato per meriti azzurri) viene squalificato per 18 mesi e il medico sociale del Bologna viene inibito con effetto immediato.
I cinque calciatori, invece, con una decisione che suscita qualche perplessità, non vengono puniti.
Si rischia una guerra di secessione fra Bologna "la dotta" e l'operosa Milano.
Ad alimentare il clima rovente arriva anche il fatto che, nonostante la squalifica, Fulvio Bernardini viene colto in flagrante a dare indicazioni al suo secondo, Cervellati, con l'aiuto di un "Walkie-Talkie" !
La tecnologia irrompeva nel calcio !
Adesso può far sorridere, ma allora le pagine di settimanali femminili, rotocalchi, e quotidiani politici furono invase dalle foto delle "radioline galeotte".
La cosa assunse dimensioni inusuali, i giornali milanesi stigmatizzarono la furbata del tecnico bolognese e c'è chi lanciò una crociata moralizzatrice.
Il clima, già caldo divenne incandescente in attesa dello scontro diretto Bologna - Inter previsto per la domenica di Pasqua, subito presentata come quella che sarebbe stata una "Pasqua di sangue". Invece l'Inter espugnò Bologna e non accadde niente di men che ragionevole dando prova, se ce ne fosse stato bisogno, che il pubblico bolognese era fra i più sportivi d'Italia.
Enzo Biagi racconta di un clima mai più vissuto dai tempi della guerra civile dopo l' 8 settembre, un certo numero di cittadini "ottimi" della città emiliana (avvocati, professori universitari ecc. ecc.) si rese protagonista di una azione per l'epoca clamorosa sporgendo alla Magistratura ordinaria una denuncia contro ignoti per la presunta manomissione delle provette di cui fu chiesta la controanalisi e qui venne il bello. Secondo procedura i prelievi effettuati negli spogliatoi erano stati divisi in due provette: una per l'analisi e l'altra per l'eventuale controanalisi, queste ultime, conservate ancora a Firenze presso il Centro tecnico di Coverciano, sottoposte ad un secondo esame rivelarono sì un contenuto di amfetamine, ma "non metabolizzate" (ovvero aggiunte al liquido organico dopo il prelievo) e in concentrazione tale da stendere un cavallo non un calciatore !
La manomissione "a danno del Bologna" era quindi certa e non più un'ipotesi dei più irriducibili tifosi rossoblù. Fra i principali protagonisti della polemica giornalistica che spaccò in due il fronte della critica : Gianni Brera (pro Inter) e Antonio Ghirelli (pro Bernardini e quindi Bologna).
Fiumi di inchiostro "avvelenato" scorsero su Stadio e sulla Gazzetta mentre l'Inter cominciò a rallentare per gli impegni di Coppa Campioni ed il Bologna (secondo la critica nordista) incontrò la benevolenza di certi arbitri che gli permisero di restare in quota fino a quando non avvenne l'altro "coup de theatre".
Un colpo di spugna o giustizia è fatta ?


Mentre il campionato si avviava all'epilogo, con l'Inter Campione d'Italia per il secondo anno consecutivo e finalista di Coppa Campioni a Vienna con il Real Madrid, ecco la bomba : "vista l'impossibilità di provare con certezza la colpevolezza della società" il Bologna è assolto e gli vengono restituiti i punti della penalizzazione, cosa che gli consente di balzare a pari punti con l'Inter in testa alla classifica.
I milanesi insorgono, il resto dell'Italia esulta.
L'Inter deve giocare la finale a Vienna, e chiede che lo spareggio sia il più possibile lontano dall'evento europeo, in Federazione hanno fretta di "chiudere il tombino".
Addirittura all'Inter si propone "uno scudetto per uno" e Dall'Ara , uomo la cui oculatezza è leggendaria, avverte i suoi "mezzo scudetto, mezzi premi !". Si tengono riunioni infuocate in Lega a Milano per stabilire la data che è fissata, infine, per il 7 giugno, allo Stadio Olimpico di Roma.
Muore il Presidente dall'Ara.
Proprio durante una di queste riunione Renato Dall'Ara, Presidentissimo del Bologna, da prima della guerra, muore stroncato da un infarto fra le braccia di Angelo Moratti. Mancano solo tre giorni allo spareggio.
Renato Dall'Ara è un personaggio unico, sono celebri i suoi sfrondoni grammaticali come il latinismo "sine qua non", tradotto in "siamo qua noi", oppure il leggendario "sit ben daun, si metta bene a sedere", rivolto ad un ospite inglese in visita al Bologna Calcio.
Alcune malelingue hanno sostenuto, basandosi sulla sua acclarata avarizia, che il cuore gli aveva ceduto mentre in Lega si parlava dei premi, ascoltando la cifra che Moratti, autentico mecenate senza pari quando si parlava di cordoni della borsa da allentare, era disposto a pagare in caso di vittoria interista nel Campionato dopo quella già ottenuta in Coppa dei Campioni, a Vienna col Real Madrid, battuto per la primissima volta da una squadra italiana.
L'Inter era arrivata: Herrera l'aveva spremuta per eliminare i tedeschi in semifinale e trionfare poi al Prater sugli spagnoli, il Bologna invece, raccontano le cronache, aspettò la partitissima in un comodo ritiro presso Roma con il caloroso abbraccio dei tifosi romani che, specialmente per la presenza di Bernardini ex idolo di Testaccio, si erano schierati dalla parte del Bologna.
Vinse il Bologna 2-0 con un gol di Fogli su punizione (deviazione di Facchetti in barriera) ed il raddoppio di Nielsen, in contropiede, su lancio smarcante ancora di Fogli, autentico mattatore di quell'afoso pomeriggio romano.
Tatticamente vi fu una clamorosa sorpresa : Bernardini , l'uomo in antitesi col catenaccio, rinunciò al bomber Pascutti per inserire un terzino, la riserva Capra, come "ala tornante".
Fu, giudicandolo a posteriori, un capolavoro tattico, mascherato da impellente necessità.
La mossa sorprese l'Inter che non si aspettava un Bologna "coperto" ed Herrera era famoso per non cambiare mai durante il gioco, per la disperazione dei suoi giocatori.
Fatalmente i nerazzurri si trovarono messi male in campo contro un avversario che, con loro somma sorpresa, non li attaccava ma aspettava che a sbilanciarsi fossero loro.
Qualcuno, in quella trasmissione rievocativa di cui ho detto, raccontò che molti sul campo si raccomandarono a Picchi, autentico allenatore in campo, di cambiare qualcosa prima che fosse troppo tardi :- "Io un cambio proprio nulla" - dicono rispondesse il povero Picchi con il suo inconfondibile accento livornese - " se vol cambiare, che cambi qui' testone in panchina, che fa bene altro che lui !". Ma forse questa è un'altra delle leggende del calcio.

 

 

CLAMOROSO AL CIBALI!

CATANIA - INTER      2 - 0

Catania, 4 giugno 1961

Marcatori: 25' Castellazzi 70' Calvanese

CAMPIONATO SERIE A - 1960-61

Gaspari Michelotti Giavara Ferretti Grani Corti Caceffo Biagini Calvanese Prenna Castellazzi Da Pozzo Picchi Facchetti Bolchi Guarneri Balleri Bicicli Lindskog Firmani Corso Morbello

"Clamoroso al Cibali". Questa la frase pronunciata da Sandro Ciotti. Per chi non lo sapesse il tutto avvenne il 4 Giugno del 1961. Un gran bel giorno. Di fronte al Catania c'era l' Inter, che vincendo avrebbe vinto lo scudetto. Il Catania, non aveva niente da perdere e per i nerazzurri la partita sembrava essere in discesa. Ma il Catania tirò fuori l'orgoglio e l' Inter tornò a casa con una sconfitta per 2 a 0, reti di Castellazzi al 25' e Calvanese al 70', cosi chè gli ospiti persero lo scudetto che andò alla Juve. Il tutto, naturalmente, venne sbattuto in prima pagina per tutta la settimana.

Questo stadio sito nel cuore della città, in piazza Spedini,  e passato alla storia calcistica il 4 giugno di quarantacinque anni fa in virtù del raddoppio sull’Internazionale del mago Helenio Herrera e del deus ex-machina Angelo Moratti, è ora intitolato all’indimenticabile patron dei rossazzurri, Angelo Massimino. Ma è famoso soprattutto per quel 4 giugno: corre il minuto settantunesimo quando, dopo un assist del mediano Mirko Ferretti, l’argentino Todo Calvanese spedisce la sfera alle spalle del guardiano della porta  nerazzurra Mario Da Pozzo.  In quel momento un urlo gracchiante ma suadente, “ATTENZIONE-CLAMOROSO AL CIBALI”, irrompe sulla trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto.”  E’ del trentatreenne Sandro Ciotti, non ancora principe dei cronisti del pallone, che annuncia l’imprendibile diagonale dell’estroso numero nove dei padroni di casa.

(da “Angelo Massimino, una vita per il Catania”)

 

 

 

MILAN - INTER     2 - 5

Milano, 28 marzo 1965

Marcatori: 5' Jair, 17' Amarildo, 68' Domenghini, 73' Corso, 75' Amarildo, 81' Mazzola, 84' Mazzola

CAMPIONATO SERIE A - 1964-65

Barluzzi Noletti  Pelagalli  Benitez  Maldini  Trapattoni  Mora  Rivera  Altafini  Amarildo  Lodetti Sarti Burgnich Facchetti Bedin Guarneri Picchi Jair Mazzola Domenghini Suarez Corso

Il 28 marzo 1965, al termine di uno dei derby più fantastici mai visti a San Siro, il Milan è battuto (5-2) e conserva un solo punto di vantaggio. Herrera, che ha lanciato in squadra il mediano Gianfranco Bedin, classe 1945, ci riprova con un altro giovane, il centravanti Sergio Gori detto "Bobo", classe 1946, figlio di uno dei più importanti ristoratori toscani di Milano. E proprio Gori, dopo il vantaggio firmato Suarez, stende la Juventus a Torino, mentre il Milan perde in casa con la Roma. Si va avanti così, lotta gomito a gomito, sino al 6 giugno, quando i rossoneri perdono a Cagliari e i nerazzurri pareggiano in rimonta 2-2 con il Torino a San Siro. Il gol tricolore, su rigore, è di Mazzola, capocannoniere del torneo con 17 reti. La formazione: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso. Domina la condizione atletica dell'Inter che, mentre prepara la vittoria del nono scudetto, rivince la Coppa Campioni.

 

 

 

 

 

 

JUVENTUS - INTER     1 - 0

Torino, 26 aprile 1998

Marcatori: Del Piero

CAMPIONATO SERIE A - 1997-98

Peruzzi, Torricelli, Iuliano, Montero (13' st birindelli), Pessotto, Di Livio, Deschamps, Davids (39' st Pecchia), Zidane, Inzaghi (17' st Conte), Del Piero. Pagliuca, Fresi, West, Colonnese, Zanetti, Moriero (11' st Zamorano), Winter (22' st Ze Elias), Simeone, Cauet, Djorkaeff, Ronaldo.

La Juventus approfitta di una accomodante condotta arbitrale aggiudicandosi il big match di ieri contro l'Inter per 1-0. Netto il rigore su Ronaldo non concesso dall'arbitro Ceccarini, contro il quale poi si e' scatenata la rabbia dei nerazzurri e del loro allenatore, Simoni, che comunque poco ha fatto per vincere la gara. Il presidente dell'Inter, Moratti, abbandonando il campo prima del 90°, ha giustificato ironicamente i favori arbitrali alla squadra di Agnelli: "Non e' colpa loro, e' un'abitudine". La sfida-scudetto e' stata cosi' decisa da un gol di Del Piero nel primo tempo, che nella ripresa ha poi calciato su Pagliuca un rigore concesso stavolta ineccepibilmente alla Juve dall'arbitro Ceccarini.

 

 

 

 

QUESTA PERMETTELA AL TITOLARE DEL SITO, PERCHE' FU PROPRIO DA QUEL

GIORNO CHE  LE SUE ARTERIE DIVENNERO TOTALMENTE NERAZZURE

CATANIA - INTER     0 - 1

Catania, 28 marzo 1971

Marcatori: 84' Bernardis (A) - Arbitro Angonese 21.900 spettatori

CAMPIONATO SERIE A - 1970-71

Rado Strucchi Bernardis Buzzacchera Reggiani Biondi Volpato Fogli Baisi Pereni Bonfanti Rubino All. Bordon Bellugi Facchetti Bedin Oriali Cella Jair  (Frustalupi 78') Bertini Boninsegna Mazzola Corso All.  Invernizzi

Il mio ricordo più bello è associato alla partita Catania-Inter del 28.3.1971. Tipico dei ragazzini, la notte prima non riuscii nemmeno a dormire pensando di veder giocare la squadra del mio cuore: l’Inter! Era l’Inter zeppa di vice Campioni del mondo ai Mondiali di Messico ‘70: Mazzola, Facchetti, Burgnich, Bertini, Boninsegna. Io ero seduto nella tribuna laterale con un mio amichetto, ma quando vidi quei colori nero-azzurri sbucare fuori dagli spogliatoi, cominciò a battermi il cuore. Non potevo rimanere là, dovevo vederli da vicino!

Col mio amico scendemmo sotto e andammo in curva, proprio vicino alla bandierina del calcio d'angolo per vedere meglio le azioni. Quel giorno pioveva, il cibali era un pantano, ma c’era abbastanza verde da far spiccare quei colori indossati dalla pantera Jair, da Mariolino Corso e da Bonimba. Vedere le mie figurine Panini lì davanti, in carne ed ossa, mi faceva venire i brividi. Quando smise di piovere, seppur inzuppato dalla testa ai piedi, ero ancora lì e al settimo cielo. L’erba bagnata emanava un fresco odore e potevo sentire Bordon mentre incitava Bellugi a lanciare il pallone verso l’ennesima cavalcata di Facchetti. Mi sembrava di stare in mezzo ai miei campioni. Non al Cibali, ma a San Siro. Cosa potevo desiderare di più a 13 anni? Oggi tutto questo sarebbe stato normale, ma negli anni Settanta no. Clamoroso al Cibali! In quel pomeriggio si è realizzato un sogno!