Gli artefici che l'hanno fatta diventare grande: una famiglia di petrolieri col DNA nerazzurro, un mago spagnolo e imprenditori meneghini che pur di farla rimanere tale ci hanno rimesso, eccome.

 

 

PEPPINO PRISCO

Gennaio 1983: nell'ultima stagione di Fraizzoli presidente, Peppino Prisco ci offre un bel quadro dei suoi primi 50 anni di Inter, con tutti i suoi soliti ingredienti di humor anti-milanista... Cinquanta e più anni di Inter attraverso i ricordi di uno dei più noti avvocati milanesi, fedelissimo e "viscerale" tifoso e dirigente nerazzurro. Giocatori, personaggi, partite, processi tratti da un suo ideale block-notes
MILANO. Ormai è rimasto l'ultimo, il più ruspante, "Pierino" fra tutti i dirigenti calcistici italiani. In un mondo, quello degli asettici dopopartita "anni '80", fatto di "nella misura in cui la palla è rotonda" e di "tanto di cappello alla bravura degli antagonisti", le sue roncolate verbali riescono ancora a riempire taccuini sempre più anemici. La sua romantica faziosità è quasi una gratifica per avversari abituati ai minuetti grammaticali dei manager da batteria. Ai vertici dei suoi sogni di giovane sessantenne, c'è sempre un derby che si conclude 1-0 a favore dell'Inter, al 92', su rigore dubbio o - possibilmente - su autogol. I suoi amori sono, nell'ordine: 1) la Penna Nera degli Alpini; 2) l'Inter; 3) l'avversario domenicale del Milan; 4) l'avversario domenicale della Juventus. Una volta, vedendo giocare il negro Germano e dovendo commentare la "sbandata" che aveva preso per lui la contessina Agusta disse: "Io non sono razzista: ma non permetterei mai a mia figlia di sposare... un milanista". Quando la società rossonera, due anni fa, scivolò per la seconda volta in Serie B sospirò: "La prima volta era retrocesso pagando, adesso, perlomeno, è andato giù gratis". Questo è Peppino Prisco, anzi, l'avvocato Giuseppe Prisco, da ventuno anni vicepresidente dell'Inter. Ancor oggi il più grande "stopper" che la società nerazzurra abbia avuto: se non in campo, certamente nei tribunali sportivi.

MILIARDI. La sua ultima impresa risale ad ormai un mese fa: ed è un'impresa che vale di più dell'acquisto di Zico, se solo si volesse fare un conto meramente economico. In poche ore ha salvato l'Inter dall'onta di una calunnia per illecito (e in caso di riconosciuta colpevolezza, al danno morale si sarebbe aggiunta una pesantissima pena sportivo-pecuniaria) e dalla spada di Damocle di una disastrosa squalifica per intemperanze del pubblico. Insomma, le partite con Groningen e Real Madrid avrebbero potuto "regalare" all'Inter una perdita di miliardi e miliardi (soprattutto di mancato guadagno). Prisco lo ha evitato. E, naturalmente, non ha presentato la parcella. Perché - come ha sempre detto - "bauscia" si nasce.
Ma come può - gli abbiamo chiesto - un "bauscia" essere finito nel glorioso, ma mite corpo degli Alpini? "Si vede - ha risposto - che dovevo andare nei bersaglieri".

LATTINA. Sottotenente del battaglione "L'Aquila", medaglia d'argento e croce tedesca al valor militare. Aveva poco più di vent'anni quando - ben prima che inventassero trekking e jogging - si fece a piedi una passeggiatina dal Don fino quasi all'Italia. Ha raccontato con umiltà il suo eroismo in parecchie pubblicazioni. È sicuramente - in incognita - uno dei più arguti e preparati giornalisti italiani e si "sfoga" scrivendo ogni tanto su "Gazzetta", "Corriere" e "Giornale"; ma - più per vocazione familiare che per scelta - ha preferito fare l'avvocato. Ed è grazie alla sua preparazione a al suo talento professionale, che ha tolto la squadra del cuore da più d'un pasticcio, a cominciare da quello ormai storico della "lattina" di Moenchengladbach. "Nell'83 poi sono stato quasi in servizio permanente effettivo; prima il cosiddetto "scandalo" della partita Genoa-Inter, poi le montature su Inter-Groningen, infine i problemi legati al dopo partita di Inter-Real. Bisognerà che proponga che, nell'annuario ufficiale della società, d'ora in poi alle "voci" del medico sociale, dell'allenatore e del massaggiatore, venga aggiunta anche quella... dell'avvocato sociale".
Le rievocazioni di Peppino Prisco sono rievocazioni assolutamente disinteressate: non per nulla egli è l'unico vicepresidente della fresca mitologia del calcio italiano che non abbia mai sognato (né tantomeno sogni) di occupare la poltrona principale ("Anche perché, se diventassi presidente, non potrei certo fare tutto il chiasso che faccio ora in tribuna d'onore").

PROCESSI. I suoi ultimi exploit, si sa, sono legati al doppio "processo" di Ginevra. Alcuni giornali avevano previsto sentenze quasi capitali per l'Inter. I più affettuosi erano arrivati al punto di ipotizzare la radiazione per parecchi anni da tutte le Coppe Europee. Ma in realtà, nel podio delle imprese dell'avvocato-vicepresidente Prisco, a quale va conservato il primato assoluto? Sempre a quella della lattina?
"Direi di sì - risponde - perché in quell'occasione vinse la bravura: mentre stavolta ha vinto la fortuna. Quello del '71 fu un processo regolare impostato sull'abilità delle parti: quello del dicembre scorso è stato un "mostro" giuridico celebrato in condizioni proceduralmente disperate. Ancora oggi - e parlo ovviamente del "caso" Groningen - non sappiamo che cosa abbia detto il principale teste-accusatore, che cosa il presidente della società olandese e neppure che cosa abbia detto Apollonius. Forse in Italia esagereremo in fatto di tutela di diritti, ma questo tipo di "giustizia" sportiva internazionale è aberrante in senso opposto. Se fossimo stati condannati non avremmo mai saputo il perché".
- Certo, la stampa italiana non vi aveva comunque prospettato ipotesi incoraggianti.
"Beh, effettivamente nessuno, specie nel caso-Real, ci concedeva un verdetto benigno. Ma è un film già visto persino all'epoca del processo-Borussia, la mattina stessa della sentenza, "La Gazzetta dello Sport" pubblicò sedici pareri dei più autorevoli personaggi del mondo giuridico-calcistico italiano e non ce n'era uno che prevedesse la nostra assoluzione. Bastava che l'avvocato del Borussia avesse conosciuto la nostra lingua per accorgersi della cosa e gli sarebbe stato molto più agevole leggere la "La Gazzetta" alla corte invece che tenere la sua arringa".

RISCHI. In realtà, tornando al presente, che cosa ha rischiato l'Inter negli ultimi due processi?
"Avrebbe potuto subire un paio di turni di sospensione per il Real e una condanna molto più pesante (specie sul piano morale) per il Groningen: diciamo pure una squalifica per più d'un anno in aggiunta ad una considerevole pena pecuniaria. Ma si sarebbe trattato, è il caso di ripeterlo, di un'ingiustizia clamorosa. Voglio che si sappia che la "fedina" penale dell'Inter è tutt'ora immacolata, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Non siamo come il Milan che si fa pescare con le mani nel sacco (accadde, lo ricorderete, cinque anni fa) per aver equipaggiato di capi d'abbigliamento un arbitro scozzese e i suoi parenti fino alla quarta generazione".
- Dica la verità, avvocato, come ha fatto a "resistere" per due anni senza il Milan in Serie A?
"Oh, mi è molto mancato. Anche perché mi faceva una rabbia terribile constatare che - in B - vinceva spesso. Io mi difendevo come potevo a suon di battute. A un mio collega che mi chiedeva se seguissi le sorti del Milan anche in Serie B dissi di no, che mi dispiaceva molto, ma che non mi interessavo di calcio minore. A un altro avvocato milanista, un lunedì in tribunale, diedi una pacca sulle spalle dicendogli "Visto che bel 0-0 ha fatto ieri la tua squadra a San Siro col Campobasso? Sono soddisfazioni eh?". Ma pensi, a proposito di avvocati, che per non so quale beffa del destino, nel mio studio ce n'è uno che si chiama Corso e che è milanista. Una vera bestemmia!".

PRESIDENTI. Lei è stato consigliere al fianco di tre presidenti interisti: provi a definirli in poche battute.
"Masseroni era un "padrone" all'antica. I giocatori, per lui, erano "i uperari", gli operai. Ho il sospetto che oggi farebbe fatica a capire i tempi. Ma, calato nella realtà della sua epoca fu un grande dirigente. Pensi che non avrebbe mai immaginato di arrivare a quella carica: glielo comunicò una mattina, in tempo di guerra, l'allora presidente del CONI che gli disse per telefono "Carletto, saluto in te il nuovo presidente dell'Inter". "Ma a mi me interesa no el foball : a mi me pias el ciclismo". Ma non ci fu nulla da fare: era un ordine e Masseroni era uno che gli ordini non amava né discuterli né vederli discussi".
- Moratti?
"Moratti arrivò all'Inter come l'"uomo nuovo" (anche se era tutt'altro che un "parvenu", vantando - tra l'altro - una decennale amicizia personale con Meazza che era quasi suo coetaneo). Trasformò, da imprenditore (oggi si direbbe da grande manager) una società dilettantesca in un modello di perfezione. Ebbe, fra i suoi tanti meriti, persino la forza di lasciare al momento giusto. Fu un presidente perfetto".
- Fraizzoli?
"Fraizzoli è il tipico "tifoso da sempre". È un uomo, col cuore in mano. Ogni tanto ha sbagliato per troppa fiducia, ma come non essere solidale con lui quando lo attaccano per colpe che non ha? Lo hanno accusato, per esempio, di aver lasciato partire Oriali: ma lo sapete che cosa gli rispose Oriali quando Fraizzoli gli offrì un contratto biennale di un miliardo e 150 milioni? "Presidente, ma le tasse sono comprese o no?". Che cosa avrebbe dovuto fare pover'uomo?".NYERS. Lei, in ventun anni e passa di vicepresidenza non ha mai cercato di imporre qualcosa? L'acquisto o la conferma di un giocatore per esempio? "Più che "imporre" ho spesso cercato di "suggerire". Forse in un'occasione, però, mi impuntai sul serio e, alla fine, fui lieto di averlo fatto. Masseroni voleva mandare via Nyers perché questi (parlo di oltre trent'anni fa) non aveva restituito a tempo debito un prestito di sei milioni contratto con l'Inter. Io, che ero un grande ammiratore del giocatore, convinsi a uno a uno tutti i consiglieri a respingere il progetto del Presidente. E così, al termine di una movimentata seduta, i dodici membri del Consiglio Direttivo (con Masseroni astenuto) non solo votarono a favore della conferma di Nyers, ma sottoscrissero anche un "premio" di sette milioni. "E i alter ses?" e gli altri sei milioni, chiese Masseroni. "Glieli condoniamo". Masseroni sbiancò, ma la domenica dopo Nyers ci ripagò di ogni cosa, facendo le tre reti con cui battemmo il Milan, nel derby, per 3-1".
- Qual è stato il più grande giocatore che ha avuto l'Inter, secondo lei? Quello da mettere in bacheca: da rispolverare quando c'è il derby?
"Oh, l'Inter non ne ha avuti davvero pochi di grandi giocatori. Io sono tentato di risponderle Boninsegna: un vero giustiziere. Uno che aveva capito che dai difensori non bisogna prenderle, ma bisogna dargliele!".

BLOCCO. Che farebbe la "grande Inter" se trasportata in blocco nel campionato attuale?
"Avrebbe terminato il girone d'andata con sei punti di vantaggio sulla seconda".
- Quali giocatori, di quella squadra, vorrebbe innestare idealmente nell'Inter di adesso?
"Perlomeno Suarez e Mazzola".
- A proposito di Mazzola, lei, quindici anni fa, gli aveva pronosticato un futuro come grande allenatore. E invece...
"E invece Sandro, che si è confermato intelligente come io avevo previsto, ha capito che quello dell'allenatore è un mestiere aleatorio, che non sempre rende in proporzione ai meriti. E così ha optato per una ben più comoda carriera dirigenziale".

GIOIA. Quali sono le partite dell'Inter che lei non scorderà mai?
"Più di una, naturalmente: ma fondamentale resta quella della prima vittoria in Coppa dei Campioni al Prater. E sa perché la ricordo? Non solo per la gioia che mi diede, ma anche per un altro strano aneddoto. Alla vigilia, presagendo il trionfo mi ero imposto di non commuovermi, ovvero di non fare la figura che l'anno prima aveva fatto il mio "nemico d'infanzia" Polverini, consigliere del Milan, che s'era messo a piangere come un vitello. Ebbene, per tutta la sera ci riuscii poi crollai, per telefono, la notte, sentendo la voce gioiosa della mia piccola Anna, che aveva pochi anni ma che era già... felice per una vittoria dell'Inter. Così piansi in camera mia, ma non mi vide nessuno".
- E invece la partita da cancellare dalla mente?
"Quella di Mantova che ci costò lo scudetto. Mi ricordo che lo stesso Moratti non ebbe il coraggio di parlare coi giornalisti: se ne andò pochi minuti prima della fine. Mi fece un cenno come dire "pensaci tu". E io dovetti affrontare taccuini e microfoni da solo. Mi ricordo che dissi: "In otto giorni l'Inter ha perso sia il suo primato europeo che il suo primato italiano. Credo dunque che abbia perso anche quel primato di antipatia che aveva accumulato vincendo troppo". II giorno dopo, sulla "Stampa" di Torino, il grande Vittorio Pozzo (che mi amava come solo fra alpini ci si può amare) scrisse: "I dirigenti dell'Inter meritano solo disapprovazione e biasimo tranne uno: Peppino Prisco, che già in guerra, con la penna nera in testa e col moschetto 91 in braccio, aveva dimostrato di saper valutare gli uomini e le situazioni"".

SOGNO. Qual è stato il giocatore che lei avrebbe sognato, vedere all'Inter?
"Rossi, all'Inter, è stato più vicino di quanto la gente non creda. Così come ci fu vicino Riva: ma sapete perché l'affare sfumo? Perché il Bologna non volle darci Pascutti: sì perché, Riva, lo avremmo acquistato dal Cagliari... come merce di scambio per accontentare il "mago"".
- Qual'è stato, invece, il nerazzurro più brocco?
"Sui due piedi mi viene in mente un certo Rebizzi, per celebrare la cui "bravura" io avevo fatto la proposta che gli venisse tolta la maglia nerazzurra; che gli venisse concesso, al massimo, di giocare, con un maglia grigia con distintivo. Ma il record mondiale fu battuto da due sudamericani che io stesso andai a prendere all'aeroporto: si chiamavano Orlandi e Cacciavillani. Orlandi aveva i piedi piatti e un'apparente età di una quarantina e passa d'anni, tant'è vero che credevo che fosse il padre del giocatore che aspettavamo. "Dov'è suo figlio?, gli chiesi a bruciapelo. Cacciavillani, invece, ci era stato descritto come uno Schiaffino con un po' più di classe ma con molto più fiato. Probabilmente, ci fu un equivoco".

BEARZOT. A quei tempi, nell'Inter c'era anche Bearzot: che cosa ricorda di lui?
"Che aveva la morosa in via Besana e che tutte le sere veniva dalle parti del mio ufficio di via Podgora ad aspettarla".
- Quale stato il giocatore più simpatico fra tutti quelli che ha avuto l'Inter?
"Un certo Piero Pozzi perché era mio amico: e poi il grande Giovannini".
- E il più cattivo?
"Nesti: ma anche Boninsegna e Burgnich. Più di tutti però, lo fu il tedesco Szymaniak. Ma non era solo cattivo, era anche un duro. Una volta io vidi uscire dal campo di Marsiglia con una faccia quasi "sdoppiata" per il calcio di un avversario. Non so poi che fine abbia fatto quell'incauto che osò colpirlo...".
- Il giocatore più matto?
"A parte Corso (ma la sua era una follia "sana" e memorabile) mi sembra che il più matto di tutti sia in squadra adesso: gioca col numero 4".
- Il più bugiardo?
"Il portiere Ghezzi, celebre per le sue uscite spericolate. Più di una volta mi precipitai in campo temendo per la sua vita, dopo averlo visto agonizzante. Ma quello mi guardava, strizzava l'occhio mi sorrideva e si rialzava".

CAPITANO. Qual è stato, invece, il calciatore che avrebbe fatto carriera in qualsiasi altro campo?
"Picchi. Direi che era quasi "sprecato" per fare "solo" il calciatore. Era un grande capitano nel campo e nella vita. Una volta ricordo che alcuni suoi compagni di squadra mi chiesero se avevano fatto bene ad acquistare alcune azioni delle "Generali". Alla mia espressione allibita mi dissero: "Le abbiamo prese, perché ce l'ha detto Armando"".
- Avvocato, che avrebbe fatto se le fosse nato un figlio milanista?
"Avrei preteso l'analisi del sangue".
- E che farebbe se un giorno le dicessero che Inter e Milan si sono fuse?
"Comincerei a tifare per il Genoa". Peppino Prisco: nerazzurro forever...

 

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EUGENIO E REGOLATEZZA (maggio 1980)

MILANO. Lo chiamano "allenatore di campagna" e della gente semplice, quella che misura ancora il tempo con il sole. Di questa gente Eugenio Bersellini ha mantenuto la modestia, la capacità ormai rara di commuoversi, la grande dignità, la possibilità di tenere dentro di se anche le emozioni più violente che, al massimo, confessa con un lievissimo tremore della voce. Uomo attaccato alla realtà delle cose di tutti i giorni, Bersellini non si è scomposto nemmeno quando - a due minuti scarsi dalla fine della partita - Mozzini ha colpito il pallone che ha trafitto Tancredi dando all'Inter la gioia del dodicesimo scudetto, una gioia che inseguiva da nove anni. E dire che la stessa azione ha provocato una incontrollabile crisi di pianto in Onesti, l'alter ego di Bersellini. Lui - l'Eugenio - invece niente: stesso tono di voce pacato, stessa freddezza nell'esaminare i pro e i contro della partita, stessa determinazione nel dire, "da domani si ricomincia"... Come se vincere uno scudetto fosse cosa che capita tutti i giorni. E queste parole pronunciate proprio mentre, pochi metri più in là, Fraizzoli sottolineava di non riconoscersi in "questo" calcio e, conseguentemente, di essere incapace di gioire come avrebbe voluto. Fa una certa impressione vedere tanta emotività nel presidente e tanta freddezza nel mister, ma forse è anche grazie a questo cocktail di caratteri che l'Inter ha vinto il titolo.

RIMPIANTI. "Lo scudetto è arrivato - ci ha detto Bersellini - ma non è che sia soddisfatto in pieno di quello che ha fatto la mia squadra. Non mi riferisco tanto all'ultima partita, che i ragazzi hanno giocato in uno stato di enorme tensione, quanto a quello che è stato fatto durante tutto il campionato. So di essere un perfezionista, un incontentabile, ma troppe cose, provate e riprovate in allenamento non sono state realizzate in partita. Mi riferisco in particolare agli schemi, agli incroci, alla confusione che vedo ancora sulle... palle morte. Su quelle, cioè, che vengono giocate da fermo, su punizione o su corner. Ma c'è di più. Questo anno abbiamo vinto lo scudetto, d'accordo, però giocavamo meglio dodici mesi fa quando l'inesperienza finiva sempre col fregarci...". A questo punto, l'immagine del Bologna che giocava come si gioca il paradiso (e che non vinceva il titolo) è entrata negli spogliatoi di San Siro...

CANDORE. Capita la stessa cosa per molto meno, figuriamoci quando una squadra vince il campionato. Tutti lì, attorno al mister. Per complimentarsi con lui, per dirgli che è bravo, per ricordargli che c'era un altro come lui... ma in Cina e l'hanno ammazzato. Ma Bersellini è uno che da quest'orecchio mostra di non sentirci e lo dice chiaro e netto: "In questa impresa io ho una parte di merito, d'accordo, ma il merito maggiore e della società che mi ha aiutato a fare la squadra che desideravo. Quando arrivai all'Inter, tre anni fa, vidi tre ragazzini che mi parvero subito ben dotati: alludo a Pancheri, Baresi e Ambu che, infatti, adesso sono titolari. Era chiaro, però, che non bastavano e l'anno successivo pescai Altobelli, Beccalossi e Pasinato che sono stati tra i punti di forza della mia terza e migliore stagione nerazzurra. Quindi, se abbiamo vinto il dodicesimo scudetto della storia dell'Inter, il maggior merito, lo ripeto, va alla società: io mi tengo solo quello dell'impegno e della serietà nel lavoro cui si potrebbe aggiungere un po' di psicologia e tanto dialogo con i giocatori. Io non sono certo di quelli che dicono ai propri ragazzi che sono i migliori di tutti. Al contrario: al massimo dico loro che, sì, possono ottenere determinati risultati..., ma solo a certe condizioni. E siccome all'Inter ho sempre avuto la fortuna di avere a che fare con della gran brava gente, i risultati mi hanno dato perfettamente ragione".

MISSIONE COMPIUTA. Tre anni or sono l'Inter si affidò alla troika Bersellini-Mazzola-Beltrami: il loro programma era di rinvigorire e ristrutturare la squadra nelle prime due stagioni per poi renderla competitiva nella terza. Oggi, quindi, possiamo parlare di missione compiuta. "Forse con un minimo di anticipo rispetto ai programmi - precisa Bersellini - ma non sarò certamente io a lamentarmi. Adesso, comunque, è proibito dormire sugli allori: il difficile, ami, comincia proprio adesso, visto che sin d'ora sappiamo che il prossimo anno avremo il doppio impegno Campionato Coppa dei Campioni". A questo punto, il discorso sullo straniero diventa immediato. Stando alle voci di corridoio, all'Inter sono indecisi tra un centrocampista e una punta: nel primo caso Beltrami tenterebbe un ultimo aggancio nei confronti di Hansi Muller mentre nel secondo di nomi non se ne tanno. La decisione definitiva, ad ogni modo, spetta a Bersellini.

PRESENTIMENTO. San Siro stava sempre più somigliando ad un deposito di locomotive sotto pressione quando Mozzini - mai a segno da quando gioca nell'Inter e autore di cinque gol nel Torino - azzeccava un collo destro pieno che definire "colpo della domenica" è il minimo. "Che succedesse proprio questo - confessa Bersellini - non l'avrei mai immaginato, che però sì arrivasse al colpo di scena ci avrei giurato. All'inizio del secondo tempo l'ho detto: pareggiamo di sicuro e con uno dì quei gol che la gente non si aspetta. Non direi proprio di aver sbagliato pronostico".

DEDICA. Nella carriera di un allenatore - soprattutto se di campagna - uno scudetto non è certo cosa che capiti spesso per cui merita ben più di un premio in denaro e di una bottiglia di champagne. Uno scudetto significa il raggiungimento di un traguardo sperato sopra ogni altra cosa. La relazione di un sogno per tanto tempo covato in fondo al cuore ma cosa si prova in un momento così? "Una gioia enorme. Ma anche un grosso pugno nello stomaco e subito sei preso dalla commozione: come in un film vedi tutto quello che hai fatto, rileggi tutta la tua vita; ripercorri la tua carriera sin dal primo giorno. E poi pensi a qualcuno come per fargli vivere accanto a te questo meraviglioso istante. Anche a me è capitato tutto questo. Anche a me è venuta in mente una persona". Chi? "Una persona che appartiene a Eugenio Bersellini uomo e non a Eugenio Bersellini allenatore dì calcio. E' per questo che non ne faccio il nome, che questa emozione la tengo esclusivamente per me

 

 

 

BONINSEGNA - Io finito? Non fatemi ridere! (ago 75)
MANTOVA - Chi lo dava per fi­nito ha dovuto ingoiare il ro­spo senza avere neppure il tem­po di abbozzare una scusante. E' ba­stata la Coppa Italia (con il pun­tuale ritorno al gol) per rilanciare tutte intere le ambizioni di Roberto Boninsegna. Fuori ipotesi lo scudetto, dopo la campagna acquisti fifty-fifty dell'Inter, gli restano la Nazionale e la classifica cannonieri, due traguardi che Bobo si prefigge come stimolo a continuare. E' troppo abi­tuato a combattere per rassegnarsi a chiudere da comprimario. E chissà che non sia proprio la "rabbia in corpo" di Boninsegna a proiettare l'Inter in zona Juve.
A Mantova, Roberto vive gli ulti­mi scampoli di ferie attorniato dai vecchi amici, com'è consuetudine.. Ha fatto un paio di giorni a Cortina, una settimana a Viareggio per il torneo di tennis (tris fragoroso) poi è tor­nato a rifugiarsi sul lago, nel "casot­to" di Massimo Paccini, il suo vec­chio allenatore che guida ora la pattu­glia della Sampietrese. Di questa so­cietà dei miracoli della serie D: ottocen­to abitanti e millecinquecento spetta­tori a partita, Boninsegna è un po' il padrino, prodigo di consigli e di indicazioni. Impossibile non parlare di calcio. Si parte dai dilettanti dei tor­nei notturni ma il discorso finisce inevitabilmente sull'Inter. E' di pram­matica.
"Lo scorso anno - commenta Bo­bo - avevo detto chiaro e tondo co­me la pensavo: i risultati hanno poi fi­nito per confermare le mie previsioni. Era un'Inter senza capo né coda, raffazzonata alla meglio con giovani di belle speranze, ma niente più. Speranze in gran parte ingiustificate, poi...".
- Molti di questi giovani sosten­gono adesso che tu li "soffocavi", che facevi ben poco per dar loro una mano.
"Si fa presto a dire. Non ho mai avuto la vocazione della balia, e inol­tre da me si pretendono risultati, non suggerimenti. A parte ciò, non è un peccato mortale non essere da Inter, i ragazzini non li ho mai ostacolati. Ho sempre detto, però, che non tut­ti erano all'altezza di una squadra con ambizioni più o meno chiarite di scudetto. Non credo di essermi sba­gliato nel giudizio, viste le conclu­sioni...".
- Quest'anno, invece...
"Neppure questa è un'Inter da scudetto, almeno sulla carta. Però uno sforzo c'è stato. Bisogna anche consi­derare la pochezza che offriva il mer­cato".
- Per rimanere all'Inter hai pre­teso determinate garanzie?
"Non ho preteso la luna, sé è per questo. Ho buttato via un anno, e alla mia età non posso permettermi di gettare al vento un'altra stagione. Più che pretendere garanzie, ho vo­luto semplicemente che si ascoltas­sero anche le mie ragioni. Si vede che all'Inter ne hanno tenuto con­to, se è vero che Chiappella ha proposto il veto sulla mia cessione. In caso contrario, avrei chiesto di esse­re ceduto a una squadra con ambi­zioni solide. Ho bisogno di lottare per qualcosa di concreto, per sen­tirmi vivo; giocare così, senza sti­moli, è lontano dalla mia mentalità, non è più nemmeno sport".
- Con Chiappella e Fraizzoli avre­te sicuramente parlato anche di Maz­zola...
"Non è una novità ciò che pen­si di Sandrino. E' ancora un grosso giocatore, grossissimo anzi, che può svolgere determinati compiti da au­tentico fuoriclasse. Dipenderà da Chiap­pella trovargli la posizione più con­sona alle sue qualità".
- Libera...
"Ne parlano tutti bene: vedremo se riusciremo a integrarci. Brera sem­bra non avere dubbi in proposito, e io mi fido di ciò che dice Brera. E' un fatto, però, che dai tempi di Pellizzaro in poi non ho mai avuto un'ala autentica in grado di assecondar­mi. Sarò anche un pellagroso del gol ma senza spalle, con le difese che ci sono in circolazione, è un pò diffi­cile farsi largo".- Ti ha contestato anche Maria­ni, però...
"Giorgio è un amico e tutto som­mato mi è anche simpatico. Fuori dal campo non abbiamo mai avuto nien­te da dire; in campo... eravamo un po' troppo nervosi per sopportarci. Tutto qui".
- Che impressione t'ha fatto Chiap­pella?
"E' un buon uomo e ha un'indubbia esperienza calcistica. Dovremo es­sere noi a metterlo in condizione di lavorare in pace. Quello dell'Inter è sempre stato un ambiente difficile per tutti. Le polemiche ci sono anche nelle altre società: noi non facciamo eccezione alla regola ma abbiamo l'in­credibile difetto di mettere ogni co­sa in piazza. Così si finisce sempre per vivere con i nervi a fior di pelle. Chissà, forse Chiappella è l'uomo giu­sto per fare da... cuscinetto. Perlome­no me lo auguro".
- I tuoi obiettivi sono abbastan­za dichiarati: Nazionale e classifica cannonieri.
"Non credo di essere troppo vec­chio per la maglia azzurra. E' chiaro però che voglio meritarmela, senza chiedere aiuti a nessuno. Riuscissi a trovare la forma dello scorso autun­no, non dovrebbe essere un proble­ma. Quanto alla classifica cannonieri, il discorso è invariabilmente legato alla Nazionale: i gol rappresentano il miglior trampolino per arrivare alla maglia azzurra".
- Previsioni scudetto: a chi van­no i tuo favori?
"La Juve è là, forse irraggiungibile per tutti noi. Si è notevolmente rin­forzata con Bobo Gori, che è un gros­so giocatore. Tra gli outsiders metto ovviamente il Napoli, il Torino e il Milan. Sull'Inter non mi esprimo per scaramanzia

 

INTERVISTA A FRAIZZOLI

Il rag. dott. Ivanhoe Fraizzoli mi riceve nella stanza dei bottoni della Luigi Prada S.p.A. La manifattura è a pianterreno. Al piano nobile riposa Lady Renata nella pinacoteca di famiglia. Un miliardo di qua­dri (e anche più), da Giotto a Tintoretto. Si dovrebbe parlare dell'Inter, ma si finisce per par­lare di tutto, anche di pittura.
"Quindici anni fa - confida il presidente - mi è sfuggito un polittico di Paolo Uccello che era una meraviglia e non sono più riuscito a rintracciarlo. Non l'a­vevo preso subito perché lì per lì non sapevo dove metterlo, da­to che era lungo e stretto. Me ne sono pentito perché era bellissi­mo. Rappresentava il ritorno del guerriero, in cinque scene. C'e­rano le armature rinascimentali, raccontava in maniera emblema­tica la storia di quell'epoca. E io sono appassionato di storia".
- Se ha comprato tutti questi quadri, sarà anche appassionato di pittura.
"La passione me l'ha trasmes­sa mio suocero. Io forse ho una cultura superiore, anche se non mi intendo di arte perché ho fatto gli studi tecnici. Lui però aveva una grande sensibilità per il colore. Grazie a questa sensibi­lità ha messo insieme anche una notevole fortuna".
- Comprare quadri dicono che è anche una forma di investi­mento.
"A me non passa nemmeno per la testa. Non riesco a capire chi compra i quadri e poi li deposita in banca. Per investi­mento si devono comprare i gio­ielli, non i quadri. I quadri ser­vono a trasmettere serenità".
- Chissà come le sono servite le opere di Caravaggio quando l'Inter andava male.
"In quei momenti l'Inter l'a­vrei mollata tante volte se non fosse stato per mia moglie. Le darei un dispiacere troppo gros­so se le togliessi l'Inter".
- Ma è vero che comanda Lady Renata?
"Quando lo leggo sui giornali mi metto a ridere perché si trat­ta di una barzelletta. Renata co­manda in casa, perché è giusto che sia così, la casa è il regno della donna. Io ho già tante pre­occupazioni con l'Inter e il la­voro e queste gliele lascio volen­tieri, ma in ufficio comando io".
- E all'Inter chi comanda?
"All'Inter comandano gli alle­natori. E se la squadra va bene, il merito è loro. Se invece le cose vanno male la colpa è del presidente che è un pirla. Di me si ricordano solo le coglionate".
- A cosa allude?
"A Massa. Tutti a darmi ad­dosso perché nel Napoli sta gio­cando bene. Io l'avevo preso per­ché lo voleva già Heriberto e Invernizzi aveva insistito tanto. Per cedere Massa la Lazio volle assolutamente Frustalupi e Dio solo sa quanto mi dispiacque pri­varmi di Frustalupi".
- Dicevamo di Massa...
"All'Inter ha avuto prima Invernizzi, poi Masiero, dopo Her­rera e ancora Masiero. Tutti lo hanno bocciato. E' arrivato Sua­rez e non si opposto alla sua ces­sione. Voglio dire che Massa è stato valutato da cinque allena­tori, ma adesso che fa scintille nel Napoli la colpa è del presi­dente che l'ha dato via".
- E' vero che gli ultimi acqui­sti dell'Inter sono stati suggeriti da Suarez?
"E' vero ma non è che ci vo­lesse un cervellone per scoprire quello che serviva all'Inter. Lo sapevano tutti che occorreva un centrocampista da affiancare a Mazzola che resta il nostro uomo squadra, poi serviva una punta e un'ala tornante e non è che il mercato offrisse molto".
- Avete insistito invano con la Fiorentina per Merlo.
"Ho pure supplicato Ferlaino di darmi Esposito ma non c'è stato verso. Senza contare che ogni anno chiedo a Pianelli di cedermi Pulici. Io Pulici lo chie­do da quando esiste. Il primo an­no segnò un gol all'Inter lascian­do di sasso Burgnich e io capii che sarebbe diventato un grande centravanti. Ogni volta che in­contro Pianelli gli dico: me lo dai Pulici? E lui risponde inva­riabilmente: te lo do quando me ne vado".
-Ma è vero che certi acquisti li impone Lady Renata?
"Mia moglie ragiona da tifosa. Pretenderebbe di non cedere nes­sun giocatore dell'Inter e insi­ste per comprare i più bravi del­le altre squadre. Se la lasciassi fare, farebbe come i bambini. Fa pure il tifo per le squadre che hanno qualche ex giocatore del­l'Inter. Non le dico come tifa per il Genoa da quando il Genoa ha Corso".
- Ma perché, se sapeva di da­re un grosso dispiacere a sua moglie, lo mandò via?
"Perché si devono rispettare i programmi degli allenatori. Io avevo già fatto molto a salvare Corso quando Invernizzi, dopo la sconfitta di Torino, venne a dirmi che non l'avrebbe più fatto giocare e che a fine campionato l'avrebbe ceduto. Non potevo accettare il programma di Invernizzi che voleva far piazza pulita tutto d'un colpo. Le vecchie glo­rie bisogna diminuirle con cau­tela una all'anno".
- Come andarono esattamente le cose con il "mago di Abbiategrasso?"
"Invernizzi voleva copiare il programma della Juventus quan­do arrivò Picchi. Ma Picchi chi eliminò? I Sacco e i Leoncini che non avevano vinto nulla. In­vernizzi invece voleva mettere al bando gli idoli dei nostri tifosi a cominciare da Corso. Mi disse che tanto non saremo andati in serie B. Ma io gli spiegai che dovevo continuare ad andare al­lo stadio e non potevo rischiare la pelle per colpa sua".
- Invernizzi risponde che poi l'Inter ha varato il programma che era stato bocciato quando l'aveva presentato lui.
"Tanto per cominciare l'Inter negli ultimi anni ha dovuto cam­biare diversi programmi. Aveva­no varato un programma con Herrera, poi il Mago è stato col­pito da infarto ed è saltato tut­to. E' arrivato Suarez e abbiamo dovuto cambiare, fare un pro­gramma diverso. Perché è logico che la squadra vada rinnovata. Ragionando col sentimento pun­teremmo ancora su... Meazza. Suarez voleva effettivamente pun­tare sui giovani".

 

- Perché Suarez è fallito come il suo piano?
"Ho sbagliato anch'io ad ac­cettare quel piano e ho pure sba­gliato a scegliere Suarez. Non dovevo affidare l'Inter ad un al­lenatore alla sua prima esperien­za. Suarez doveva tornare all'In­ter qualche anno dopo. Sì è tro­vato di fronte ad un ostacolo troppo grosso. Perché doveva rea­lizzare l'"operazione primavera" e al tempo stesso accontentare i tifosi che pretendono risultati e spettacolo".
- Secondo lei è più difficile fare il presidente dell'Inter o il sindaco di Milano?
"So che è difficile fare il pre­sidente dell'Inter, non so che ostacoli debba superare il sinda­co di Milano perché sono stato solo consigliere comunale".
- A proposito; perché non ha continuato la carriera politica?
"Perché l'Inter mi porta via tutto il mio tempo libero e per­ché dagli uomini politici ho avu­to troppe delusioni. Prima delle ultime elezioni amministrative diversi partiti volevano metter­mi in lista ma io ho rifiutato. Ho spiegato che come presidente dell'Inter non potevo presentar­mi con un bottino di vittorie. Mi sarei presentato se avessi po­tuto varare il centro sportivo che vorrei costruire da anni per legare il mio nome a un'opera importante e per lasciare qualco­sa alla comunità di Milano. E' dal 1972 che la pratica giace in qualche cassetto di Palazzo Ma­rino. L'insensibilità dei politici è veramente grande".
- Ma lei è sempre iscritto al­la Democrazia Cristiana?
"Sì".
- A che corrente appartiene?
"Io ho sempre cercato di pen­sare con la mia testa. Mi sentivo vicino a uomini come Scalfaro, Arnaud e Forlani, soprattutto a quest'ultimo che è uno sportivo e aveva cercato di appoggiare in tutti i modi i miei progetti per la costruzione del centro dell'In­ter".
- Pensa che Fanfani sia usci­to definitivamente dalla scena dopo la trombatura e il matri­monio o crede che tornerà a gal­la?
"Le confesso che non ho segui­to molto le ultime vicende del mio partito. Preferisco pensare all'Inter".
- L'anno scorso per l'Inter è stato un anno disastroso.
"Hanno parlato di deserto di San Siro per il misero incasso di una partita che non aveva im­portanza, registrato quando a Mi­lano pioveva da quattro giorni. Ma sa a chi appartiene il record dell'incasso in campionato? A Inter-Juventus e l'abbiamo rea­lizzato l'anno scorso, in prece­denza, poi, c'erano almeno tre partite con incassi inferiori al nostro".
- Però la squadra non ha fun­zionato, questo è innegabile.
"Ma in trasferta abbiamo fi­nito a meno due e con questo quoziente di media inglese la Juventus ha vinto lo scudetto. Noi abbiamo perso 13 punti in casa, sia per il dramma di Sua­rez, sia perché il pubblico non ha voluto capire che il nostro programma era proiettato nel tempo".
- Che cosa rimprovera a Sua­rez?
"Tanto per cominciare, di avermi abbandonato. Io passo per un mangiallenatori. Ma Invernizzi volle andarsene, Herrera è sta­to colpito da infarto e Suarez ha dato le dimissioni".
- Con Invernizzi adesso siete ai ferri corti. Perché non lo fa riammettere al Circolo dell'In­ter?
"E' tutta colpa della sua in­tervista. Ho ancora quel "Guerino", qui nella mia scrivania. Ma io non sono capace di odiare nessuno. Mia moglie ogni tanto mi dice: Ricordati cosa ti ha fatto questo e cosa ti ha fatto quest'altro. Ma io non sono ca­pace, è il mio temperamento. Se Invernizzi fosse venuto da me e mi avesse detto lealmente: Presidente ho sbagliato, l'avrei per­donato. In quell'intervista rila­sciata a Taranto, non si limitava a criticarmi, arrivava a offender­mi. Bella riconoscenza. Perché è in fondo una mia creatura".
- Aveva litigato con Foni per promuoverlo allenatore in se­conda.
"E prima ancora l'avevo pro­mosso responsabile del settore giovanile, quando detti il benser­vito al dottor Giulio Cappelli. Quando fu licenziato Heriberto i giornali scrissero che i giocato­ri volevano Masiero ma io pre­ferii puntare su Invernizzi pro­prio perché credevo in lui".
- Ma è vero che in seguito avrebbe voluto riportarlo all'In­ter?
"Dissi a Ferlaino che se aves­si potuto, l'avrei ripreso volentie­ri, ma gli consigliai di portarlo al Napoli e Ferlaino era venuto qui da me a chiedere referenze, e io gli dissi che poteva pren­derlo ad occhi chiusi. Poi Lauro gli impose Vinicio".
- E con Vinicio il Napoli è arrivato a un passo dallo scu­detto.
"Ma proprio Ferlaino mi ha detto che il boom del Napoli di Vinicio è arrivato con una squa­dra che era stata costruita da Chiappella. A Napoli tutto è fa­cile, sono arrivati secondi e han­no toccato il cielo con un dito. Sembravano tutti impazziti dal­la gioia. Quando siamo arrivati secondi noi, è come se non aves­simo combinato nulla.
Il pub­blico di San Siro è fatto così, ha il palato fino".
- Polemiche a parte, quale è il suo giudizio su Invernizzi?
"Errori me ne ha fatti com­mettere anche lui, perché quan­do gli telefonai per dirgli che la Fiorentina era disposta a darci Chiarugi e ad aggiungere Fer­rante se avessimo ceduto Burgnich (Ugolini e Ignesti erano seduti su quel divano lì) lui ri­fiutò poi per Chiarugi mi presi tutte le colpe io.
Le confido una cosa che non ho mai confidato a nessuno: Invernizzi non volle nemmeno Savoldi"
- Sul serio?
"Può chiedere conferma a Mon­tanari. Il Bologna offriva Savol­di o Fedele più cinquanta milio­ni per Magistrelli e Invernizzi non volle saperne. In compenso mi segnalò Bettega quando nes­suno parlava ancora di lui. Ma nel Varese era solo in prestito e non ci fu verso di farselo dare dalla Juventus".
- A Suarez cosa rimprovera?
"Ad esempio di non aver col­laudato Catellani. Molti tecnici ritenevano Catellani superiore a Bellugi e anche per questo ave­vamo dato Bellugi al Bologna.
Ma Suarez come stopper ha poi impiegato Facchetti così quando è venuto Chiappella mi ha detto che lui Catellani non lo conosce­va.
E siccome voleva uno stopper-marcatore, abbiamo dovuto prendere Gasparini dal Verona".
- Dica la verità: è vero che nell'Inter ci sono i clan?
"Clan è un termine che fa co­modo ai giornali, ma nell'Inter ci sono i clan come ci sono in tutte le squadre, perché è umano che vengano formati gruppetti tra i giocatori.
Solo che nell'Inter ci sono giocatori di grossa perso­nalità e allora vengono definiti "padrini" come se si trattasse davvero di mafia".
- E' vero che farà di Mazzola il Boniperti della situazione?
"Non diciamolo più, perché porta jella: l'avevo già detto di Invernizzi. Io però vorrei fare quello che aveva fatto Masseroni ai suoi tempi. Cioè vorrei portare nel consiglio dell'Inter i più bra­vi degli ex giocatori: (ho già cominciato con Rovati, che fa par­te dei probiviri), perché in un consiglio non ci vogliono solo gli amministratori, sono necessari anche i tecnici, così si evitano certi errori".
- Adesso il suo pupillo è Maz­zola?
"Noi, cioè io Renata, vogliamo bene a tutti i grandi giocatori dell'Inter, e in particolare a Maz­zola che è stato molto sfortu­nato. Prima l'hanno messo con­tro tutti i centravanti del mo­mento, poi hanno creato un dua­lismo con Corso, infine in Nazio­nale l'hanno posto in antitesi a Rivera. Se nonostante tutto que­sto, Mazzola ha resistito è per­ché è veramente un ragazzo su­periore. E siccome ha anche una certa preparazione culturale, dico che dovrà restare nel calcio con cariche importanti".
- Che cosa pensa della troika azzurra Bernardini-Bearzot-Vicini?
"Non ho seguito molto la co­sa, aspettiamo di vederli all'ope­ra".
- Lei pensa che la Nazionale debba restare alla Federcalcio o vorrebbe che la pigliasse la Le­ga?
"Quando se ne parlò in Lega il problema fu male impostato. Perché dissero che si trattava di una patata bollente che la Fede­razione voleva togliersi di mano. E' vero che essendo la FIGC al vertice dell'organigramma, la Nazionale deve appartenere alla Federazione, ma la FIGC raggrup­pa anche i semi-professionisti e i dilettanti che vanno senz'altro aiutati ma hanno fini diversi. E io allora dico che siccome la Na­zionale è formata da giocatori della Lega professionisti, dovreb­be essere la Lega a gestirla".
-Lei è anche per la riaper­tura delle frontiere, non è vero?
"Certamente, perché solo così si potrebbe offrire nuovamente lo spettacolo e si calmierebbero certi prezzi delle "speranze" che ora dobbiamo comprare a peso d'oro perché il mercato non of­fre molto. L'ho detto anche a Onesti, che ho costretto tra l'al­tro a rimangiarsi la definizione di "ricchi scemi" che ci aveva affibbiato. Tutto lo sport italia­no vive con i proventi della sche­dina, cioè del calcio. Ebbene, tut­te le federazioni mantenute dal calcio possono importare gli stra­nieri, persino la pallavolo, solo al calcio è proibito. Tutto que­sto è assurdo".
- Ma la maggioranza delle so­cietà sono contrarie.
"Questa è una decisione che va presa al vertice, perché è lo­gico che l'Avellino l'Ascoli Pice­no preferiscano il regime attua­le, ma è la Federcalcio che de­ve imporre l'importazione degli stranieri, anche nell'interesse del calcio italiano.
Pigliamo le due più forti squadre europee, Ger­mania e Olanda: hanno le fron­tiere aperte, possono importare tutti i giocatori che vogliono".
- Come vede il futuro del cal­cio italiano?
"Bisogna fare qualcosa per su­perare questo impasse. Oggi ci sono almeno otto squadre che hanno ambizioni di scudetto. Queste squadre non cedono i lo­ro uomini-chiave e quindi è un giro vizioso.
Ai tempi di Morat­ti era molto più facile costruire lo squadrone".
- L'Inter ha sbagliato spes­so la campagna acquisti...
"Ma errori ne hanno commes­si tutti, compreso Allodi. I primi mesi rimase al mio fianco. Ri­cordo che mi sconsigliò di pren­dere Albertosi e fu lui, inoltre, ad acquistare Salvemini, visto che Foni voleva un attaccante in più".
- Ma a volere Salvemini fu Foni o Allodi?
"Veramente noi volevamo Ri­va e Scopigno era disposto a dar­celo a patto che gli procurassimo Vastola che allora giocava nel Varese, poi invece di Riva il Cagliari ci dette l'opzione che ho ancora in cassaforte. Per dar­ci Vastola, il Varese voleva assoluta­mente Achilli e Foni mi chiese un attaccante di rincalzo. Facemmo la cernita delle punte disponibi­li, avremmo preferito Barison ma naturalmente non era certo pos­sibile smuoverlo da Napoli.
Così ripiegammo su Salvemini, che tra l'altro ricordo con piacere, perché era un bravo ragazzo".
- L'Inter attuale cosa farà?
"Io ho fatto tutto quanto mi è stato possibile per accontenta­re l'allenatore, ora tocca a Chiappella".
- Lei crede alla decadenza di Milano?
"La decadenza di Milano è co­minciata trenta-quarant'anni fa, quando poco a poco tutti gli uf­fici burocratici sono stati tra­sportati a Roma, ma in campo industriale Milano è sempre all' avanguardia".
- Alfa Romeo e Innocenti so­no in cassa integrazione.
"Ma perché producono automobili e il mercato automobili­stico è in crisi dappertutto".
- I tifosi che hanno una bu­sta paga ridotta dovranno rinun­ciare allo stadio.
"Anche per questo noi e il Milan per i popolari abbiamo lasciato i prezzi dell'anno scor­so. Ma Milano può contare su un hinterland ricco, non ci sarà crisi, naturalmente se le squa­dre gireranno a dovere".
- Cosa pensa dei casi di Ri­vera e di Chinaglia?
"Ho già tante rogne con l'In­ter, non voglio preoccuparmi an­che di quelle degli altri".
- E' vero che ha il complesso del "Corriere della Sera"?
"Questa è un altra storia che è stata messa in giro sul mio con­to. Io sono milanese e i mila­nesi da sempre hanno tre cose: il duomo, il panettone e il Cor­riere".
- Ma il "Corriere", secondo lei, è cambiato?
"E' cambiato eccome, ma la­sciamo perdere queste cose, par­liamo di calcio. Io non ammini­stro l'Inter come privato citta­dino, l'amministro per conto della città, e devo quindi tener pre­sente anche quello che pensa la opinione pubblica.
E siccome la opinione pubblica è orientata dal "Corriere" devo preoccuparmi di quello che scrive il "Corriere". Come di quello che scrivono gli altri giornali milanesi, a comin­ciare dal "Giornale Nuovo" che è scritto da persone che hanno dato lustro anche al "Corriere". Siccome poi si tratta di sport, de­vo dare credito anche alla "Gaz­zetta dello Sport", perché ai miei tempi la "rosea" era un po' l'or­gano ufficiale del calcio italiano.
Però non mi lascio influenzare da nessuno, faccio sempre di te­sta mia".
- Non segue nemmeno i con­sigli di Lady Fraizzoli?
"Se avessi dato retta a mia moglie non avrei certo dato via Corso".
- Cosa pensa di questa Italia dove i rapimenti sono all'ordine del giorno?
"Viene un senso di tristezza e ho passato brutti momenti, quan­do sono stato minacciato anch'io, ho perso la mia privacy, per­ché bisogna circolare con le guardie del corpo ed evitare di uscire di sera".
- Il suo parere sul rapimento di Sannella?
"Io mi auguro che non l'abbia­no rapito".
- Ma è vero che era inguaia­to?
"A me non deve nemmeno una lira quindi io non posso che dir­ne bene. Però non dovete conti­nuare a scrivere che ha scoper­to Jair. Sannella ha portato Cinesinho ma non Jair. Ero in Bra­sile, ho seguito tutta la vicenda.
A segnalare Jair fu un certo Ric­ci, amico di un agente della Mon­dadori. Jair venne segnalato a Mondadori che allora era presi­dente del Verona, allora Sannel­la curava una pubblicazione che si stampava a Verona. Mondadori girò la soffiata a Moratti e Sannella andò in Brasile per con­to dell'Inter a prelevare quel Jair che però non aveva mai vi­sto e che era stato segnalato dal Ricci".
- Ha più rivisto Herrera?
"L'ho visto qualche mese fa quando abbiamo giocato l'ami­chevole a Treviso".
- Crede nel suo recupero?
"Se avessi creduto nel suo recupero, Herrera sarebbe ancora all'Inter.
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.. E A LADY RENATA

SANTA MARGHERITA - E' di nuovo pimpante, Lady Renata Fraizzoli, Nostra Si­gnora di San Siro. La presiden­tessa dell'Inter. I giornalisti l'hanno paragonata a una mo­della di Tiffany per i preziosi gioielli che sfoggia con disinvol­tura. Accetta il complimento ma rifiuta l'intervista.
" Guardi - dice cortese ma ge­lida - che se è venuto qui con la speranza di farmi parlare per­de il suo tempo. Io con i giornalisti non parlo da mesi anche se continuo a leggere il mio no­me sul giornale ".
- Dispiaciuta signora?
" Senta, quando incontro Al­berto Zardin della "Gazzetta" gli chiedo cosa ho detto a mia ma­dre mercoledì scorso ".
- Non capisco signora.
" Ebbene sulla "Gazzetta dello sport" ho letto che io avrei det­to a Mariolìno Corso di non im­pegnarsi con nessuno perché l' Inter è a sua disposizione ".
- Tutti sanno che lei ha un debole per Mariolino. Non aveva forse detto al Circolo dell'Inter che vale più un quarto d'ora di Corso di un'ora e mezza di Domenghini?
" Ma sulla "rosea" c'era pure scritto che io avevo incontrato i coniugi Corso alle "Colline Pi­stoiesi" ".
- Da Pietro Gori si mangia bene...
" Ma io non vado alle "Colline" da parecchio tempo, e non vedo Corso dal maggio dell'anno scorso
Mi sembra di averlo incon­trato a San Siro in occasione di una partita di Coppa Italia. Ho rivisto di recente la signora Enrica e a momenti nemmeno la ri­conoscevo perché dopo l'opera­zione è diventata bruna e le han­no tagliato pure i capelli".
- Dire che lei rivorrebbe Cor­so nello staff dell'Inter non è cer­to un'offesa.
" Ma scrivere che io l'ho in­contrato alle "Colline Pistoiesi", non è scrivere la verità. Una volta ì giornalisti prima di pubblicare una notizia la controllavano, og­gi non succede più. E a me que­sto genere di giornalismo non piace. Per questo da tempo non rilascio più dichiarazioni ai gior­nali. Così non ho da pentirmene".
Interviene il dottor Ivanhoe: " E' vero, cara, che dopo ogni in­tervista ti sei dovuta pentire di averla rilasciata perché il tuo pensiero è stato travisato. Però Domeniconi è un amico, ti pre­go Nana, digli qualcosa ".
Lady Renata scatta come se fosse Boninsegna: "Un amico Do­meniconi? Non ti ricordi, Ivan­hoe, che ti avevo ritagliato un suo articolo che aveva come tito­lo: "Fraizzoli è un pollo!". Ti ave­vo pure detto: Ivanhoe perché non vai a San Siro con un pollo al guinzaglio? ".
Cerco di difendermi:
- Non potete negare che in passato qualche volta avete sba­gliato gli acquisti...
" Ne abbiamo sbagliati tanti, tantissimi - ribatte il presiden­te -. Ma lei non ha mai sbaglia­to un articolo? ".
- Tanti, presidente, tantis­simi...
" Di noi però si ricordano solo gli acquisti sbagliati, mai quelli indovinati. Non mi sembra giu­sto ".
- Avete dato via Bellugi che a Bologna è tornato in Naziona­le e ora dovete arrangiarvi con Gasparini che sembra più un hip­py che uno stopper.
Riprende la Lady: " Mio mari­to ha spiegato tante volte che Bellugi non è stato ceduto per motivi tecnici. Come giocatore non è mai stato discusso. A vol­te il matrimonio guasta un uo­mo ".
- Cosa intende dire, gentile signora?
" Lui forse si era un po' mon­tata la testa! Aveva accanto una bella donna, ma poco chic. Ri­cordo che una sera l'ho conosciu­ta al Circolo. D'accordo la gio­ventù, ma a una signora non si addice la minigonna, insomma è un abbigliamento da ragazzina ".
- Qual è la moglie che preferisce?
" La signora Bordon. Che ra­gazza fine e di classe! ".
- Forse per questo Bordon è tornato titolare...
La Lady non raccoglie. Ivan­hoe cerca un'automobile per an­dare sul lungomare a fare la pas­seggiata del convalescente: " Il dottore - spiega - mi aveva or­dinato un po' di riposo dopo l'o­perazione di ernia. Ma per le fe­ste sono rimasto a Milano per­ché mio padre mi ha insegnato che bisogna dare l'esempio agli operai ".
- Anche gli operai adesso han­no diritto alle vacanze invernali.
" Ma noi a fine anno abbiamo i bilanci. La mia presenza era in­dispensabile, così sono rimasto a Milano. Ma ora voglio godermi un po' questo bel sole della ri­viera ligure ".
Il cavalier Franco Manni fa il gioco del cronista: " Domeniconi ha la macchina, vi accompagna lui ".
Così Ivanhoe Renata e Lady Fraizzoli prendono posto sull' automobile del " Guerino ". Scen­diamo nel viale e il presidente propone: " Andiamo a mangiare la focaccia. Conosco un presti­naio in un vicoletto ".
Va a far spesa, la signora Re­nata. Mentre la aspettiamo passa un signore distinto che non ci de­gna di uno sguardo.
" Non mi ha riconosciuto - fa Ivanhoe - eppure eravamo mol­to amici. Come è cambiato e co­me è invecchiato. Quando incon­tro qualcuno e Io trovo invec­chiato poi penso: chissà lui co­me avrà trovato cambiato me. Perché purtroppo si cambia, si invecchia ".
- E' la legge della vita, pre­sidente.
"Che brutto, invecchiare. Quan­do ero giovane venivo qui a San­ta Margherita e facevo pesca su­bacquea. Sono stato uno dei pri­mi sub: è un'esperienza bellissi­ma. Il mondo sommerso è un mondo fantastico. Compravo la focaccia e andavo in barca con la tuta e le pinne ".
Arriva la signora con la focaccia: " Adesso la fanno an­che a Milano, ma questa è diver­sa. A Milano la fanno troppo al­ta e con poco olio. Per mangiare la vera focaccia bisogna venire qui. A me piace pure andare a mangiare la pizza da Alfonso, an­che se la vera pizza si mangia a Napoli ".
Andiamo a prendere l'aperitivo da "Colombo": " E' il bar più an­tico di Santa Margherita " spiega il presidente. Il dottor Ivanhoe pensa al fegato e sceglie l'Aperol. La Lady chiede un "Carpano", si vede versare un "Punt e Mes" e commenta: " Evidentemente non sanno che tra il Carpano e il Punt e Mes c'è una certa diffe­renza. Mescolando Carpano e Punt e Mes si forma un aperitivo squisito che si chiama Milano-To­rino ".
Il cameriere ha udito tutto. To­glie il Punt e Mes e versa il Car­pano gradito alla signora.
" Molto gentile, ribatte, ma non era il caso. Andava bene anche il Punt e Mes ".
L'aperitivo fa riprendere la con­versazione:
- Signora, perché le squadre milanesi non vanno più bene co­me una volta?
" Perché anche nel calcio ci so­no i cicli e perché è difficile la­vorare a Milano. Comunque l'ultimo scudetto l'abbiamo vinto noi dell'Inter ".
- Quando l'avvocato Peppino Prisco fece mandar via Heriberto per la lite della sigaretta. A proposito: perché l'avvocato se­gue meno l'Inter che in passato? Ha perso la fiducia pure lui?
" Ha il figlio militare negli al­pini. E dice che forse sarà un pa­dre all'antica ma se il ragazzo non viene in licenza a Milano va lui a trovarlo in caserma ".
- Torniamo allo scudetto. Ave­te lasciato Invernizzi però in se­guito il "mago di Abbiategrasso" non si era comportato bene con voi. Adesso ho letto che ha rifiu­tato l'Avellino perché suo marito l'avrebbe pregato di tenersi pron­to per l'Inter.
Spiega Manni: " Il presidente dell'Avellino Japicca ha parlato proprio dell'Inter e forse Inver­nizzi gliel'ha detto davvero, ma era solo per trovare una scusa. In­vernizzi è l'unico allenatore li­bero, è sicuro di sistemarsi pre­sto in serie A, non gli conve­niva accettare l'Avellino e così ha tirato in ballo l'Inter. Ma non c'è nulla di vero ".
- E sul ritorno di Corso, co­sa può dire, presidente?
Fraizzoli è preciso: " Le giuro che tutto quello che so l'ho appre­so dai giornali. Sui giornali ho letto che Corso vorrebbe tornare all'Inter per insegnare il calcio ai giovani. Se è così Mariolino non ha che da dirmelo e lo accolgo a braccia aperte. Un posto nel settore giovanile glielo trovo su­bito. Del resto è tradizione del­l'Inter tenere nel proprio seno i giocatori-bandiera ".
- Mazzola farà il presidente?
" Per ora Sandrino ci serve co­me giocatore ".
- Da quanto tempo non vede Herrera?
" Dall'anno scorso a Venezia quando giocammo in amichevole a Treviso ".
- Non lo sente nemmeno a Radio Montecarlo?
" Parla troppo presto. Non mi sveglio certo alle 7,30 per senti­re il "Mago" che commenta il campionato di calcio ".
- Masiero dimostrò di saper sostituire degnamente Herrera. Perché è tornato a fare l'allena­tore in seconda?
"Bisognerebbe chiederlo a lui".
- Lei cosa dice?
" A me sembra che Masiero sia troppo grasso anche se mi è sim­patico proprio perché è paciocco­ne. Era robusto anche quando giocava ma Manni mi ha detto che adesso l'Enea è capace di mangiarsi tre piatti di pastasciut­ta. Al Miramare l'altro ieri sera ha protestato con il cameriere dicendo che la porzione di pesce era troppo piccola. Eppure pare che gli avessero portato una cer­nia gigante... ".
Si torna a parlare di giornali. E Fraizzoli la pensa come il "Guerino": le gazzette milanesi hanno contribuito ad affossare il Milan e l'Inter.
" Non sai più come comportar­ti. - si sfoga il presidente - Se parli con uno, si offende l'al­tro. Se poi parli anche con l'al­tro si offende il primo che spe­rava nell'esclusiva. Ricorda l'at­tacco di Ormezzano su "Tuttosport" quando sono stato inter­vistato in "Gazzetta"? Ma io mica ero andato alla "Gazzetta" per mettermi in vetrina. Un giorno mi aveva telefonato il direttore Griglie supplicandomi di dire qualcosa sull'Inter perché il Tour era finito e non sapeva come riempire il giornale ".
- E lei milanese col " coeur in man "...
" Io ho risposto: direttore, sto uscendo di casa perché devo an­dare da un avvocato che ha lo studio nei pressi di Piazza Cavour. Poi posso fare un salto da lei così ci conosciamo visto che ci siamo sentiti solo per telefo­no. Sono andato mi ha fatto in­tervistare da Maurizio Mosca (che ora a quanto mi risulta potreb­be anche diventare direttore) e gli altri si sono offesi, a comin­ciare dal "Corriere della sera" ".
- Presidente qual è il giornale che preferisce?
Interviene Lady Renata: " Glielo dico io: il "Giornale" di Mon­tanelli perché ha solo una pagina di sport ".
- Comunque poi avete rinun­ciato a querelare il " Corriere di informazione "...
" Perché dopo la lettera dell'av­vocato hanno pubblicato la lette­ra di rettifica. Io quella frase ("Oh la Madona" dopo un enne­simo errore di Libera n.d.r.) non l'avevo mai pronunciata. Non fa parte del mio linguaggio ".
- La frase di Gian Antonio Stella voleva solo essere una bat­tuta.
" Comunque io non l'avevo nemmeno letta, perché quel giornale lo apro solo per leggere l'ul­tima pagina, quella della televi­sione e del cinema. Il resto non lo guardo nemmeno ".
- Speriamo che lo guardi suo marito. Ci sono tante belle ragaz­ze... Tornando a bomba, se lei ri­cevesse con più frequenza la stampa certi equivoci non sorge­rebbero. Ad esempio Edgarda Ferri...
" Non mi ricordi quell'articolo su "La Stampa". Per fortuna mia madre non l'ha Ietto. Se l'imma­gina cosa avrebbe potuto pensa­re leggendo la storiella dei qua­dri che vanno e vengono in occa­sione delle campagne acquisti del­l'Inter? ".
- Non avete più fatto pace?
" Mi ha scritto una lunga let­tera, - interviene il marito - e mi ha spiegato che era scocciata perché non l'avevamo ricevuta. Ero stato io comunque a scriver­le, perché dal fratello di latte di mio padre che è di Mantova (e io sono legato alla città di Virgi­lio, i primi monumenti che ho vi­sto li ho visti a Mantova) mi ave­va mandato un libro su Mantova dove ci diceva che quella man­tovana era una razza gagliarda e onesta ".
- Ebbene?
" La prefazione era firmata pro­prio da Edgarda Ferri che, l'ho saputo dopo, è di Goito. Allora ho scritto alla Ferri dicendo che prima di conoscere lei anch'io la pensavo così sui mantovani, ma dopo avevo dovuto cambiare idea. Secondo me non si possono scri­vere cose del genere con tanta leggerezza. Invece non si control­lano le notizie proprio perché tutto serve a creare polemiche e quindi a far vendere giornali ".
- Parliamo di calcio, signora. Chi vincerà lo scudetto?
" Il Napoli a San Siro non mi è sembrato molto forte. Manni che se ne intende dice che alla fine del primo tempo potevamo vincere per tre a zero ".
- Qual è l'allenatore che com­piange di più?
" Mazzone. Poteva rimanersene tranquillo ad Ascoli Piceno. Chi gliel'ha fatto fare di andare a Fi­renze dove era fallita tanta gen­te più famosa di lui ".
- Qual è secondo lei la squa­dra-rivelazione del campionato?
" II Cesena. Ma i risultati de­vono stupire sino a un certo pun­to. II Cesena ha il grande Frustalupi ".
- Prima l'aveva l'Inter...
" E con noi Frustalupi ha sba­gliato una sola partita, quella di Rotterdam ".
- Allora perché l'avete dato via?
" Perché a volte una cessione è indispensabile per avere un cer­to giocatore ".
- Lo so, la Lazio non vi avreb­be dato Massa. Ma Peppiniello Massa a Milano ha fatto ridere i polli. Gianni Brera era stato co­stretto a consigliargli di tornare a Napoli a fare il pizzaiolo...
" E io le dico invece che a Mi­lano Massa è stato distrutto dal­la stampa. Ricordo che non ave­va più il coraggio di aprire i giornali. Se li faceva leggere dal­la moglie. Ragazzo sensibile era come traumatizzato ".
- Dunque questa stampa è pro­prio così cattiva?
" Glielo dirò quando avrò letto quello che scriverà di me. Anzi la prego di non scrivere niente! "

dal Guerin Sportivo del gennaio 1976ANTEFATTO

GENNAIO 1976: L'Inter di Fraizzoli conduce l'ennesima stagione mediocre nonstante i tanti proclami dell'estate, la mitica Lady Renata rilascia una gustosissima intervista veramente d'altri tempi...

 

 

 

INTER-HERRERA: I DUE NOMI MITICI DEGLI ANNI '60
di IGOR PRINCIPE
Gli anni Cinquanta, come abbiamo visto nella precedente puntata, cambiano il volto del sistema calcio. L'avvento della televisione e la nascita di squadre-mito (l'Ungheria di Puskas, il Real Madrid dello stesso magiaro e di Alfredo Di Stefano) sono i due elementi che più di tutti contribuiscono a fare dello sport più popolare al mondo un vero e proprio spettacolo. La trasfigurazione si completa a metà degli anni Sessanta grazie ad una squadra italiana: l'Inter. Dal 1954 ne è presidente un petroliere milanese, Angelo Moratti.
Dopo sei anni opachi quanto a risultati, il massimo dirigente chiama ad allenare i nerazzurri Helenio Herrera, argentino di origini spagnole che alla guida del Barcellona ha riscosso buoni risultati. L'ingaggio - 100mila dollari annui più i premi partita, inclusi quelli delle squadre giovanili dell'Inter - rende la misura del valore dell'uomo, che si autoproclama "mago" e stupisce i calciofili per la scarsa importanza che ripone negli schemi di gioco.

Il giornalista Gian Paolo Ormezzano, in un suo libro, ha scritto che Herrera "preferì intitolare tutto a se stesso, ai propri metodi spinti di allenamento, alla carica che in qualche maniera, dialettica o chimica, riusciva a impartire alla squadra. Ma la vera rivoluzione (…) consistette soprattutto nella costruzione totale della figura del tecnico, il quale divenne autenticamente mago, in possesso di poteri altissimi sul corpo e anche sull'anima dei suoi adepti, cioè dei suoi giocatori". Poteri che esercita con una concezione maniacale del calcio, che arriva a totalizzare la vita di chi lavora ai suoi ordini. Ai difensori, per esempio, pochi giorni prima di ogni partita consegna una fotografia dell'attaccante che devono marcare, intimando loro di portarsela anche in bagno. La sua, ad ogni modo, è un mania dai risvolti positivi, che non coinvolge l'impegno mentale dei giocatori anche nell'aspetto tattico.

In altre parole, Herrera non è un fanatico degli schemi. Anzi: degli undici che vanno in campo, ben quattro giocano soprattutto sulla fantasia: lo spagnolo Suarez, Mazzola, Corso, e il brasiliano Jair. Tra questi, il primo è ricordato per la capacità di lanciare il pallone per oltre quaranta metri con millimetrica precisione; e Corso per aver inventato il tiro "a foglia morta", che prima faceva impennare il pallone e poi, d'improvviso, lo lasciava cadere in rete, alle spalle del portiere. Con loro (e con altri campioni quali Facchetti, Burgnich, Picchi, il portiere Sarti) l'Inter di Herrera passerà alla storia. Non tanto per le vittorie nel campionato italiano (nel 1963, '65 e '66), quanto per quelle in campo internazionale.
Nel 1964, allo stadio del Prater di Vienna, i nerazzurri conquistano la Coppa dei Campioni battendo in finale il fortissimo Real Madrid, bissando il successo italiano ottenuto l'anno prima dal Milan. Nel 1965 raddoppiano, nella finale di Milano vinta 1 a 0 contro il Benefica. Non contenti del primato in Europa, i ragazzi di Herrera si impongono anche a livello mondiale, vincendo due coppe Intercontinentali consecutive ('65 e '66) battendo in entrambe le occasioni gli argentini dell'Independiente. In questo modo, l'Inter non solo scrive pagine memorabili nella storia calcistica mondiale, bensì imprime il suo marchio nel costume del Paese, contribuendo ad alzare il volume di quel "boom" che ne scuote l'economia e il modo di vivere.

 

IL MAGO DICE ADDIO
Di Lorena Lathrop C.
Helenio Herrera (1918 - 1997).
Era geniale , unico , inimitabile. HH, come lo chiamavano nella penisola, fece la sua apparizione nel calcio italiano di scatto, e questo non è mai tornato lo stesso. L'undicesimo allenatore che il facoltoso industriale Massimo Moratti aveva portato per il suo club, l'Inter, era già un trionfatore in Spagna con il Barcellona, merito che convinse il presidente ad affidargli il suo gioiello favorito.

Appena arrivato, Herrera cominciò ad imporre la propria legge. Giunto a San Siro per la prima volta, il pubblico non lo accolse con clamore, non perché non fosse di suo gradimento, ma soprattutto perché a quei tempi andare allo stadio non voleva dire urli, riservati solo per gli avvenimenti in campo. Questo comportamento colpì il Mago, che andò dal presidente e a forza di insistenze, ottenne la fondazione del primo Inter Club della storia nerazzurra (si chiamò I Moschettieri ed è tuttora esistente)

Poi, rivolse le sue attenzioni al lato sportivo. Quel che Van Gaal faceva nel Ajax poco tempo fa lo fece prima Herrera: tra i suoi incarichi e alle sue dipendenze si trovavano TUTTE le squadre giovanili e otteneva premi per ogni punto che conquistava ognuna di queste, dai Pulcini alla Primavera. In quest'ultima squadra, guidata ai tempi da Peppino Meazza, vide un gruppo di giovani che seguì con molta cura.

Ed il momento di farli debuttare giunse nel 1961, in maniera abbastanza atipica: il Mago andò su tutte le furie per il rifiuto della Federazione e della Juventus di cambiare una partita di campionato, prese la squadra "Primavera" e la gettò nella mischia. La Juventus di Sivori e Charles vinse 9-1 ed il gol della bandiera fu opera di Sandro Mazzola.

Herrera fece cambiamenti anche a tavola, mettendo restrizioni nel cibo (molto più scarso di prima; la ricerca di pietanze 'sazianti' divenne sempre più meticolosa). I giocatori erano anche costretti a cambiamenti radicali nella propria preparazione fisica: c'era la concentrazione (l'attuale 'ritiro') prima e dopo le partite, per evitare che andassero a cercare svaghi per una vittoria o 'anime consolatrici' per una sconfitta.

Famosa la polemica dopo la Coppa Intercontinentale del '65 nella quale, dopo il rifiuto di Herrera di dare loro un giorno libero, gli interisti scapparono alle loro case. Tornarono il giorno successivo e trovarono un Helenio Herrera "muto": non volle dare la formazione, partecipare all'allenamento, e rimase da parte. Si giurarono di vincere il campionato, e lo fecero... con HH che continuava a rimanere "muto"

Con le stelle della squadra aveva sempre in corso delle polemiche. Emblematico il caso di Sandro Mazzola. Sposato dopo la fine della stagione 63-64 (quella della "Pasqua del Sangue" tra Inter e Bologna a pari punti, c'era aria di campioni in casa Inter), testimone lo stesso Mago. Luna di miele? Macchè luna di miele: per la partita decisiva, Helenio Herrera "bussa alla porta" e senza voler sentire ragioni, lo porta in ritiro per lo spareggio con i rossoblù.

Addirittura, il Mago fece il seguente commento, destinatario Sandrino: "Finchè l'Inter non sarà campione, non c'è matrimonio che valga!". Nemmeno "fresco di nozze" era permesso ad un giocatore abbandonare le proprie responsabilità.

Non era tutto. Tappezzava i muri dello spogliatoio con consegne varie (ad esempio, "Il giocatore che non si è dato interamente sul campo, non ha dato nulla di sè"). Una volta diede una multa ad un giocatore a cui chiese che cosa avrebbe fatto la domenica seguente. Lui disse "vado a giocare a Roma". Per la sua somma sorpresa, ricevette una multa di 5.000 lire. "Doveva dire 'vado a vincere a Roma' ", si esaltò il Mago.

Riuniva i suoi giocatori e li arringava: "Vinceremo perché siamo i migliori! Qualcuno qui ne dubita?". Giunse a chiamare i suoi ragazzi prima delle partite per "pregare il pallone". Poco ortodosso, ma funzionava.

Avrebbe potuto essere C.T. dell'Italia negli strani (per gli azzurri) anni Sessanta; all'ultimo minuto, però, entrò in contrasto con tutti. Andò ad allenare la Spagna e poi ritornò all'Inter.

La formazione con cui sorprese il mondo fu: Giuliano Sarti, Tarcisio Burgnich, Aristide Guarnieri, Giacinto Facchetti, Armando Picchi, Luis Suárez, Mario Corso, Jair da Costa, Sandro Mazzola, Joaquín Peiró e Bedin.

Il suo sistema era semplice, uscito dal modulo creato da Karl Rappan: "verrou", lo chiamava lo svizzero, e "catenaccio" lo chiamò Herrera. La sua forza si basava su una difesa con un libero fisso (Picchi, che fu oggetto di polemica perché non usciva mai dall'area), un altro difensore centrale (Burgnich) e due 'finti' difensori/fluidificanti di fascia (Facchetti e Guarnieri) rapidi e concreti.

Complemento ideale a questo sistema di gioco veniva dall'azione dello splendido Luisito Suárez, che faceva da regista nel centrocampo. Era la fonte da cui bevevano Jair e Mazzola, specialmente quest'ultimo, grande goleador.

Ottenne tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, dopodiché la squadra e lui stesso andarono in declino. Passò alla Roma, poi volle ritornare, ma un infarto lo costrinse a lasciare tutto come un sogno.

Visse i suoi ultimi e vitali anni a Venezia, si mantenne come consulente di Massimo Moratti, figlio di Angelo. Mesi fa, gli aveva proposto di rifondare la Grande Inter con Facchetti come allenatore e lui stesso come d.t.. Quando morì il 9 di dicembre scorso, il suo legato, il taccuino con le sue idee, fu consegnato al suo discepolo prediletto: appunto, Giacinto Facchetti.

Una preferenza tinta d'aneddoto. Nel suo debutto in A con le giovanili l'anno '61, non giocò bene, ma il Mago assicurò a chi volesse ascoltare che quel ragazzo sarebbe uno dei pilastri della squadra. Ebbe ragione.

Oggi, Helenio Herrera riposa a Venezia, in un luogo alto ed al sole, come era suo desiderio. Ai funerali, Sandro Mazzola ricorda il fascino che aveva su di loro, "merito di una grande personalità."

Gli devono la stella, la gloria, la organizzazione, una raccolta di aneddoti gigante e ricca di ricordi che i suoi ragazzi, oggi, cercano in ognio modo di non far andare perduta. Invano. Solo lui aveva nelle sue mani la magia per fare quello che fece, e riportarla qui, adesso, è già impossibile.

Le sue vittorie e prodezze si sono perse nella nebbia di un passato vicino, e allo stesso tempo irraggiungibile. Tutte le sue note, contenute nei quaderni, hanno sapore di nostalgia adesso che se ne é andato. L'Inter vuole essere campione e dedicargli il titolo.

Solo uno? Non è abbastanza. Sarebbe meglio fare ritornare alla Milano nerazzurra lo splendore, il fasto che mancano da quando lui ha smesso. Quello sarebbe un regalo che renda onore alla sua grandezza . Sarebbe il miglior regalo postumo che il Mago HH avrebbe voluto ricevere.