La storia. Dalla fondazione alle sue coppe, dai quindici scudetti alle finali perdute, dalle gioie di una lattina alle sviste dell'arbitro Ceccarini.

 

 

 

 

 

 

Il Football Club Internazionale Milano nasce al ristorante "L'Orologio" la sera del 9 marzo 1908 da una costola di 43 dissidenti del preesistente Milan Football and Cricket Club il quale, in seguito al divieto di far giocare calciatori stranieri, aveva deciso di non partecipare a nessun torneo nazionale. Il nome scelto per la nuova squadra vuole simboleggiare la volontà cardine della società: dare la possibilità a giocatori non italiani di vestire questa maglia. Tutt'ora l'Inter è la squadra italiana con il maggior numero di tesserati stranieri.

Al primo Presidente Giovanni Paramithiotti succedono nel 1909 Ettore Strauss e nel 1910 Carlo De Medici il quale, dopo sole due Stagioni dalla fondazione, porta l'Inter di mister Fossati ad aggiudicarsi il primo Titolo nazionale battendo in Finale per 10-3 la quarta squadra di undicenni della Pro Vercelli, mandata in campo per protesta in seguito al rifiuto da parte della F.I.F. (Federazione Italiana del Football) di spostare la data del match nonostante gli impegni in tornei militari di alcuni vercellesi. Allo Scudetto seguono quattro Stagioni fiacche, durante le quali nel la Presidenza cambia diverse volte: entrano in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914) e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone, che rimane al vertice della società fino al (1919), quando la carica sarà rilevata da Giorgio Hulss. Durante la presidenza Modrone divampa la Prima guerra mondiale: essa porta all'interruzione del Campionato 1914/15 e alla sospensione di tutti i successivi. Arruolamenti e relative perdite non intralciano però il cammino nerazzuro, che nel 1919/20 vince il primo Scudetto del dopoguerra vincendo 3-2 la Finale contro il Livorno sul neutro di Bologna. Presidente è Francesco Mauro, allenatore Nino Resegotti.

Allo Scudetto segue un lungo periodo anonimo, segnato solo da una retrocessione evitata per un soffio (vedi a fianco) e, dopo molti piazzamenti di media classifica nei Gironi interregionali, da un quinto posto nel 1926/27. Due i cambi al timone: nel 1923 a Mauro succede Enrico Olivetti, e nel 1926 è la volta di Senatore Borletti. La panchina vede invece alternarsi Bob Spotishwood, Paolo Schiedler, Arpad Veisz e Josef Viola.
Con l'arrivo del "Ventennio", l'Inter si vede costretta a cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezza infatti il nome "Internazionale", che non rispetta la tradizionale italianità promossa dalla linea di governo e richiama troppo esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza Internazionale comunista. 

Nell'estate del 1928, sotto la guida del presidente Senatore Borletti (entrato in carica nel 1926), l'F.C. Internazionale si fonde con l'Unione Sportiva Milanese, muta nome e casacca e diviene "Società Sportiva Ambrosiana", con tenuta bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.
La nuova divisa dura soltanto pochi mesi, e di nuovo in nerazzurro (ma con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S. Milanese), la squadra di nuovo allenata da Arpad Veisz e guidata dai presidenti Ernesto Torrusio (1929) e Oreste Simonotti (1930) conquista il terzo Scudetto in occasione del primo Campionato a girone unico senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929/30, raggiungendo anche la semifinale di Mitropa Cup, coppa riservata ai club più forti di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia. In questo Campionato inoltre riceve la consacrazione definitiva Giuseppe Meazza, detto "Balilla", bomber nerazzurro brillante sostituto degli "ex" Antonio Powolny, Fulvio Bernardini e Luigi Cevenini III.
Dopo un quinto posto nel 1930/31 c'è aria di cambiamento: il nuovo timoniere Ferdinando Pozzani, soprannominato "Generale Po" per i modoi autarchici, lascia andare molte bandiere, cambia allenatore (Istvan Toth) e ottiene dalla FIGC il permesso per assumere la denominazione di Ambrosiana-Inter. Lo stravolgimento societario non porta però risultati, che si limitano a un deludente sesto posto. Il nuovo ritorno di Veisz, l'arrivo del prestigioso portiere Carlo Ceresoli e de nuovi attaccanti di spessore Levratto e Frione II sembra spingere l'Ambrosiana verso lo Scudetto, che però è mancato: nel 1932/33 la squadra arriva seconda otto punti sotto la Juventus. Il 1933 è anche l'anno dell'unica Finale in Mitropa Cup. Dopo aver liquidato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri resta da battere il fortissimo Austria Vienna: la vittoria per 2-1 a Milano sembra arridere a Meazza e compagni, che però Vienna vengono sconfitti 3-1 dai i padroni di casa, che vincono il trofeo.
Si sente di nuovo odore di Scudetto nel 1933/34. A due giornate dalla fine l'Ambrosiana batte la Juventus 3-2 all'Arena Civica, in un match storico che registra l'incasso record di 400 mila lire. Tuttavia le sconfitte con Fiorentina e Torino condannano i nerazzurri a un altro secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti. L'anno successivo, negativamente segnato dalla scomparsa di "Tito" Frione, ha dell'incredibile: all'ultima giornata Inter e Juve sono a pari punti. I bianconeri vincono a Firenze, mentre i nerazzurri perdono contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Levratto, e il 1934/35 diviene per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del terzo secondo posto consecutivo.
Passano due anni spenti, dove in panchina si avvicendano Albino Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi, ottenendo solo un quarto e un settimo posto in Serie A e una Semifinale di Mitropa Cup.
L'Ambrosiana-Inter torna in auge nel 1937/38, spuntandola nella corsa allo Scudetto su Juventus e Milan solo all'ultima giornata, seppur in Mitropa Cup arrivi un'eliminazione già ai quarti. Ancora protagonista del trionfo nerazzurro il centravanti Giuseppe Meazza, che si laurea Campione del Mondo per la seconda volta. La società compensa il ritiro di mister Castellazzi con Tony Cargnelli, abile teorico del "Sistema" (modulo che sostituisce il classico schema danubiano), e fronteggia l'improvviso declino di Meazza con il ritorno di Attilio Demaria dal Sudamerica. La squadra così rinnovata arriva terza in Serie A e vince la sua prima Coppa Italia nel 1938/39. Otto giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia arriva l'ultimo Tricolore sotto la denominazione di Ambrosiana-Inter. Nonostante l'idolo della folla Meazza sia bloccato per l'intera stagione da una grave vasocostrizione al piede, i nerazzurri dirigono autorevolmente il Campionato 1939/40, vincendo all'ultima di Campionato lo scontro diretto con il Bologna e festeggiando lo Scudetto sul neutro di San Siro, campo del Milan scelto perché il numero di spettatori era superiore alla capienza massima dell'Arena Civica (l'incasso sarà di 471 mila lire).
La coppia di allenatori Peruchetti-Zamberletti decide per la cessione di Meazza al Milan, considerato ormai finito. Dopo tredici anni passati in nerazzurro si fa tuttavia ancora rimpiangere segnando la rete del definitivo 2-2 nel derby cittadino. in Campionato un'Andata birllante si contrappone a un discutibile Ritorno, e nel 1940/41 l'Ambrosiana-Inter arriva seconda. Nei due anni successivi Ivo Fiorentini non va oltre una clamorosa dodicesima posizione e Giovanni Ferrari, sotto la nuova presidenza di Carlo Masseroni porta i suoi ragazzi a un modesto quarto posto. Nel 1943 la FIGC decide per la sospensione delle attività sportive nazionali: nel Campionato Alta Italia 1944, organizzato dai Comitati Regionali, l'Ambrosiana arriva prima nelle Eliminatorie Lombarde, ma è soltanto sesta nel Girone di Semifinale.
Il secondo dopoguerra e l'Inter di Foni
Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 il presidente Masseroni annuncia con toni gloriosi che "l'Ambrosiana torna a chiamarsi solo Internazionale". L'Inter saluta questo storico avvenimento senza fare faville, e alterna brillanti prestazioni (come uno storico 6-2 sul "Grande Torino") ad altre ben più fiacche. Il Campionato Misto Serie A-B 1945/46 è la prima e unica edizione "non a girone unico" dal 1929-30: nonostante la qualificazione ottenuta con la seconda piazza nel Campionato Alta Italia, nel Girone Finale la squadra di Carlo Carcano chiude soltanto al quarto posto.

Il 1946/47 parte con i migliori propositi: confermato Carcano, Masseroni ottiene dalla FIGC il permesso di tesserare calciatori stranieri e acquista i sudamericani Bovio, Cerioni, Pedemonte, Volpi e Zapirain, che diventano noti in Italia con il soprannome di "cinque bidoni" per la loro leggendaria inadeguatezza al calcio. Zapirain si fa notare solo come giocatore di biliardo, mentre Bovio, criticato a causa del sovrappeso, si caratterizza per comportamenti oggi impensabili: nel gennaio 1947, dopo un esaltante primo tempo a Modena, nella ripresa lascia la squadra in dieci pur di rimanere abbracciato alla stufa dello spogliatoio. Pochi giorni dopo Bovio, Cerioni e Volpi fuggono in Sudamerica e fanno perdere le loro tracce. Masseroni salva le sorti della squadra affidandone la gestione tecnica a Nino Nutrizio e all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza, tornato all'Inter a trentasei anni suonati. La coppia riesce nell'impresa e, nell'ultima partita di Meazza, i tifosi festeggiano una comoda salvezza al decimo posto.
Soltanto l'idolo della folla è confermato in panchina, e questo gli causa forti problemi di comunicazione con i propri giocatori, tanto da renderne necessario l'esonero e il ritorno di Carcano. Questi, non potendo più contare sul trascinatore dell'Andata Bruno Quaresima bloccato da un infortunio, decide di far girare la squadra attorno all'estro del giovane Benito Lorenzi, che si era già distinto all'inizio della Stagione. Alla fine del 1947/48, tuttavia, la terza piazza conquistata al giro di boa si riduce solo a un sofferto dodicesimo posto.
Il 1948/49 diventa tristemente famoso come l'anno della tragedia di Superga. L'Inter fa grandi acquisti: arrivano l'apolide Istvan Nyers, detto "Etienne" per le origini francesi, il difensore Attilio Giovannini e la punta Gino Armano, gettando le prime basi per un glorioso futuro. I nuovi campioni però non offrono il gioco richiesto da mister Astley, che viene sostituito a metà Stagione da Giulio Cappelli. Il nuovo allenatore conduce una sfrenata rimonta fino a raggiungere il secondo posto solitario, cinque punti davanti alla Juventus e altrettanti dietro a quel Torino che proprio con l'Inter gioca la sua ultima partita ufficiale.
Il Campionato 1949/50 riprende con i migliori propositi. il "tulipano volante" Faas Wilkes infiamma gli spalti, ma insiste troppo nelle azioni personali, mentre il dualismo Amadei-Lorenzi toglie serenità alla squadra. Alla fine l'Inter mette le mani su un terzo posto al di sotto delle aspettative. Il nuovo allenatore è Aldo Olivieri, la fiducia in Lorenzi è tale da portare alla cessione di Amadei e l'addio del centrocampista Aldo Campatelli porta Masseroni a cercare un nuovo campione del settore, trovato nello svedese Lennart Skoglund, detto "Nacka" per la regione d'origine. Il finale di Campionato è caratterizzato da una rimonta su un Milan in declino, ma l'Inter non è abbastanza incisivo e lo Scudetto 1950/51 rimane affare dei rossoneri per un solo punto. Nell'estate che precede il Campionato 1951/52 il presidente dà fiducia all'organico, rimpolpato solo dal portiere Giorgio Ghezzi. La squadra soffre però sulla continuità di rendimento, particolarmente evidente per Skoglund e Wilkes, e arriva solo terza.
Gli Anni Cinquanta
Lennart Skoglund :246 presenze e 57 retiIl 1952/53 inizia con una rivoluzione tattica. Il nuovo allenatore è il Dottor Alfredo Foni, un precursore del catenaccio, che reinventa Ivano Blason libero e scarta l'estroso Wilkes in favore di un più concreto Bruno Mazza, acquistato per pochi soldi. La nuova impostazione di gioco non piace alla critica, ma sbaraglia gli avversari all'insegna del "prima non prenderle": l'Inter è Campione d'Italia. In seguito alle pesanti critiche riguardo al gioco troppo difensivistico, nella Stagione successiva Foni decide di proporre un modello di calcio più estroso e aggressivo. A inizio Stagione Nyers è escluso dalla rosa per aver richiesto un aumento di stipendio, ma alla vigilia della partita contro il Milan Masseroni cede alle sue richieste pur di farlo giocare: segna una tripletta, gli unici tre gol dell'incontro, e l'Inter si aggiudica il derby. Skoglund è invece protagonista assoluto di un leggendario 6-0 sulla Juventus. In un Campionato in cui tutti i nerazzurri hanno il loro momento di gloria, l'Inter si impone in volata e, davanti alla Juve per un solo punto, è Campione d'Italia 1953/54.
Nel 1954 il presidente e patron Carlo Masseroni è ormai appagato dalle vittorie in Serie A e inizia una lunga trattativa con il petroliere Angelo Moratti per la cessione della società. Senza nuovi arrivi stranieri (il Ministro Andreotti ha chiuso le frontiere dopo la figuraccia a Svizzera '54) il vuoto lasciato da Giovannini vuole essere colmato da Giorgio Bernardin, che però non convince in linea con le prestazioni generali della squadra: alla fine del 1954/55 l'Inter arriva solo ottava.
La nascita della grande Inter
Il 28 maggio 1955, un sabato, Angelo Moratti, che acquista la società per 100 milioni, diventa il nuovo presidente e patron dell'Inter. Mentre nelle giovanili cresce gran parte dei campioni del futuro, Moratti allontana Foni e punta su Aldo Campatelli. Il Campionato inizia bene, dopo sei Giornate l'Inter è in testa, ma una sequela di cinque sconfitte porta all'esonero. È chiamato a curare le ferite Giuseppe Meazza, che recupera posizioni e limita i danni chiudendo il 1955/56 al terzo posto. L'anno successivo Moratti punta sulla coppia Frossi-Ferrero. Il primo è un catenacciaro, il secondo un teorico dell'offensivismo puro. Una coppia in teoria complementare, in pratica inefficace. Meazza rileva ancora una volta la guida della squadra: una iniziale serie positiva porta l'Inter al secondo posto, poi cinque sconfitte consecutive la fanno scendere di parecchio. Con la vittoria nell'ultima Giornata 1956/57 i nerazzurri agguantano la quinta posizione.


L'arrivo del centravanti Antonio Valentin Angelillo e del quotato allenatore John Carver non porta ancora risultati: nel 1957/58 la squadra si ferma al nono posto in classifica. Il disastro della Stagione appena conclusa pesa sulla società, che in estate cede Ghezzi e Lorenzi e si affida a mister Giuseppe Bigogno. I risultati non sono dei migliori e a tre mesi dalla fine del Campionato 1958/59 ritorna in panca Campatelli, che chiude terzo e perde la finale di Coppa Italia. Si mettono in luce gli attaccanti: Edwing Firmani gioca la miglior Stagione della sua carriera e Angelillo realizza 33 goal in 33 partite, risultato ineguagliato nella Serie A a 18 squadre, seppur segnando solo 5 volte nelle ultime 16 Giornate. Il 1959/60 è una Stagione transitoria. Parte Skoglud e in panca si siede la coppia Campatelli-Achilli. L'Andata è ottima, ma il Ritorno di Campionato è decisamente in declino e la squadra è eliminata ai Quarti in Coppa delle Fiere. Dopo una sconfitta nel derby viene esonerato Campatelli, dopo un mese tocca anche ad Achilli. Il ritorno di Giulio Cappelli permette di chiudere in quarta posizione.
Nell'estate Moratti getta le basi di quella che sarà la Grande Inter: in panchina fa sedere il "Mago" Helenio Herrera, dopo che era rimasto stregato da questo allenatore in una partita che la sua Inter perse contro il Barcellona allenato proprio da Herrera per 4-0 la stagione prima, e dietro la scrivania l'esperto uomo di calcio Italo Allodi. Herrera rivoluziona l'Inter stravolgendo le tattiche e trasformando Picchi in efficace libero, ma non manca di portare il suo estro nel calcio italiano con l'invenzione del "ritiro". Lo Scudetto 1960/61 va alla Juventus fra le polemiche: durante lo scontro diretto con l'Inter, seconda classificata, la partita è interrotta da un'invasione di campo di tifosi bianconeri. L'Inter vince 0-2 d'ufficio, ma la FIGC (presieduta da Umberto Agnelli) contesta la decisione, delibera che l'invasione non avrebbe condizionato lo svolgimento della gara e ne ordina la ripetizione al termine del Campionato. L'Inter risponde mandando a Torino la Primavera, che perde 9-1 e chiude al terzo posto. L'unica segnatura nerazzura è siglata su rigore dal fututo campione Sandro Mazzola, che sigilla così il suo esordio. Durante il periodo di mercato la chiacchierata vita amorosa di Angelillo porta il severo Herrera a ordinarne la cessione. Il "Mago" poi chiede e ottiene, per la cifra record di 250 milioni, il Pallone d'oro del Barcellona e già Campione d'Europa Luis Suárez. Secondo l'allenatore è il regista adatto ai nuovi meccanismi di gioco, ma un repentino infortunio lo costringe però a rinunciarvi nei primi due mesi del Campionato 1961/62, che l'Inter chiude in seconda posizione. La Coppa delle Fiere si chiude con l'eliminazione ai Quarti, in Coppa Italia addirittura agli Ottavi. Si mettono però in evidenza i gioielli del vivaio, su tutti Giacinto Facchetti, Gianfranco Bedin e Sandro Mazzola.
Nel 1955 Angelo Moratti diviene presidente dell'Inter. Da allora il suo obiettivo è quello di costruire una squadra che domini ad ogni livello ma gli inizi non sono facili. Moratti impiega otto anni per vincere il suo primo scudetto e in quegli anni cambia ben sette allenatori, non riuscendo mai a far decollare la sua squadra.
Dopo una partita di Coppa UEFA nella quale il Barcellona travolge l'Inter, Moratti decide di ingaggiare l'allenatore dei catalani Helenio Herrera. La scelta, alla luce dei risultati ottenuti, si dimostra ampiamente indovinata; per completare il quadro societario viene ingaggiato Italo Allodi, un manager in grado di allestire una squadra competitiva e vincente ad ogni livello. Allodi avrebbe fatto, in seguito, la fortuna anche di Juventus e Napoli oltre che della Nazionale.
All'intelaiatura della squadra si aggiungono presto Mario Corso e due giovani della primavera: Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola (figlio del grande Valentino). I due sarebbero diventati due bandiere nerazzurre e della Nazionale italiana.
La squadra impiega tre anni per vincere il suo primo scudetto ma, da allora, continuerà a mietere straordinari successi, inducendo molti a definirla la migliore squadra del mondo del periodo. Herrera, o HH (come viene spesso chiamato), costruisce la sue vittorie con la tattica del catenaccio: in porta c'e Giuliano Sarti, prelevato dalla Fiorentina; la difesa viene guidata dal libero Armando Picchi, capitano di quella squadra e autentico leader; davanti a lui ci sono due marcatori arcigni come Tarcisio Burgnich e Aristide Guarneri. Sulla fascia sinistra viene attuata la prima rivoluzione tattica di Herrera: Facchetti diventa il primo terzino capace di affondare in avanti e trasformarsi in una vera e propria ala. A centrocampo il regista è Luis Suarez che il mister volle a tutti i costi dopo averlo avuto al Barcellona; con i suoi lanci lunghi Suarez era in grado si servire palloni preziosi, principalmente alla velocissima ala destra Jair. Il centrocampo era rinforzato da Gianfranco Bedin; l'estrosità di Corso dava un tocco di fantasia alla squadra, e in attacco Mazzola fungeva da mezz'ala ed al centro era posizionato Joaquín Peiró.
Dopo il primo scudetto del 1964 arriva anche la prima Coppa dei Campioni vinta contro il grande Real Madrid. L'Inter vince per 3-1 con i gol di Mazzola (2) e Milani allo Stadio del Prater di Vienna. In quell'anno giunge anche la Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente; dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri vinsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso. Nella terza e decisiva partita giocata allo stadio "Santiago Bernabeu" di Madrid l'Inter vince per 1-0 con gol di Corso nei supplementari. Solamente lo scudetto viene perso in quell'anno, dopo lo spareggio di Roma giocato contro il Bologna.

 

È la primavera del 1964. L'Inter di Helenio Herrera domina la scena del campionato italiano; ha già vinto il campionato precedente con quattro punti di distacco sulla Juventus e sembra avviata a fare il bis. La Juventus è staccatissima, il Milan fatica a tenere il passo, ma c'è una squadra che si erge improvvisamente a fare da guastafeste. È il Bologna di Fulvio Bernardini: il "dottor Fuffo" ha compiuto un autentico miracolo, fautore del bel gioco ed innamorato pazzo dello spettacolo, ha insegnato ai suoi ragazzi a giocare in allegria, senza perdersi in troppe alchimie tattiche. Bernardini fa le prove generali nella stagione 1962-63 e si presenta a quella successiva conscio di avere una squadra in grado di puntare al massimo traguardo ed i risultati sono eccezionali, il Bologna incanta, come non succedeva ormai da anni, ed il pubblico va in estasi tanto che Bernardini non riesce a dominarsi. "Cosi si gioca solo in Paradiso !!!" dice al termine di una squillante vittoria.
Il portiere viene dal Mantova, William Negri e risulta pressoché imbattibile; la difesa è guidata da un grande libero come Janich, supportato da Tumburus, Pavinato e Furlanis; a metà campo ci sono Perani, Bulgarelli, che diventerà il primatista assoluto di presenze rossoblu con 329 partite in serie A, e Fogli, mediano di finissima tecnica; in attacco Ezio Pascutti, un'ala sinistra pazza, come solo i goleador di razza possono essere e poi due stranieri che cordialmente si detestano, ma che in campo si integrano alla perfezione: un mostro di tecnica e di fantasia come il tedesco Helmut Haller, beniamino del presidente che è andato personalmente ad ingaggiarlo in Germania ed il freddo, essenziale danese Harald Nielsen detto "Dondolo", dal gioco scarno ma dal grandissimo fiuto del goal, per il quale stravedono sia Bernardini, sia i tifosi,
Il 1° marzo 1964 è una domenica di festa per i rossoblu, che vincono a San Siro per 2-1 sul Milan, con goals di Nielsen e Pascutti, e prendono decisamente il comando della classifica con due punti di vantaggio sull'Inter e tre sullo stesso Milan. La città è in preda ad una febbre altissima; Haller, Nielsen, Bulgarelli non possono uscire di casa senza essere acclamati dai tifosi eccitati. "Scudetto, scudetto" si urla in ogni strada ed in ogni bar, è un magnifico momento di sport, ma come tutte le cose troppo belle non dura a lungo.
Tre giorni dopo, esattamente mercoledì 4 marzo, un'autentica "bomba" gela l'entusiasmo della città. Viene diffuso dalla Federazione questo comunicato:

"Le analisi effettuate dalla competente commissione sono risultate, all'esame per le sostanze amfetamine-simili, positive per i cinque giocatori del Bologna: Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani e Tumburus, sottoposti a controllo dopo la partita Bologna-Torino del 2 febbraio scorso. La presidenza federale ha inoltrato la documentazione alla commissione giudicante della Lega che giudicherà in base all'art.2 del regolamento di giustizia. Il giudizio avrà luogo nel pomeriggio di giovedì 12 marzo p.v.".In sostanza si dice che il Bologna, che aveva travolto il Torino di Rocco un mese prima, suscitando commenti entusiasti per la modernità e la freschezza del suo gioco, si era "aiutato" con sostanze stimolanti proibite.
Al presidente Dall'Ara, già sofferente di cuore, la notizia è portata con tutte le cautele del caso; il grande dirigente, noto per il suo cinico distacco, scoppia in un pianto dirotto: "Questa non me la dovevano fare". Tutta la città, superato il primo attimo di sbandamento, si organizza in una autentica rivolta contro il potere calcistico. Non c'è chi non veda in questo "colpo basso" al Bologna, una manovra delle grandi squadre del Nord per sottrarre ai rossoblu un primato guadagnato sul campo. La Lega Calcio viene ribattezzata "Lega lombarda" e contro di essa vengono organizzati cortei di protesta, lo stesso sindaco bolognese, Dozza, guida le manifestazioni di piazza. Città tradizionalmente tranquilla, Bologna scopre vocazioni rivoluzionarie e guerrigliere; incolpevoli auto targate Milano, di passaggio per la città, vengono rovesciate e date alle fiamme.
Secondo le norme della giustizia sportiva, è previsto un successivo controllo, in caso di accertata positività, sulle provette di scorta, custodite nei locali della Federazione medici sportivi al Centro Tecnico di Coverciano, sulle colline di Firenze. Ed a questo punto scatta l'operazione a sorpresa di tre avvocati bolognesi (Gabellini, Cagli e Magri) che, sospettando una "congiura" ai danni della società rossoblu, si rivolgono alla Magistratura ordinaria, chiedendo ed ottenendo il sequestro delle provette, prima del secondo esame da parte della giustizia sportiva. In mancanza della contro perizia, la sentenza della Commissione giudicante slitta di una settimana. C'è da dire che, se l'iniziativa dei tre avvocati fosse collegabile al Bologna, la società rischierebbe la radiazione, per aver violato la clausola compromissoria che impone di risolvere le controversie calcistiche nell'ambito della giustizia sportiva e vieta espressamente di rivolgersi alla Magistratura. Ma questi legami non vengono mai provati: ufficialmente, essi hanno agito da "privati cittadini nell'interesse della giustizia".
II 20 marzo, ad ogni modo, la Giudicante esprime il suo verdetto: partita persa al Bologna contro il Torino, un punto di penalizzazione in classifica, 18 mesi di squalifica a Fulvio Bernardini (salvato da più gravi sanzioni, in virtù del suo passato azzurro), assoluzione per i cinque giocatori, perché ignari delle sostanze che erano state loro somministrate. In parole povere, il Bologna perde tre punti, il primato in classifica ed uno sportivo, dal luminoso passato, che viene bollato come "untore".
La squalifica di Bernardini da vita a un curioso caso, chiamato "il giallo della radiolina"; la successiva domenica, quando il Bologna si reca all'Olimpico per giocare contro la Roma; "Fuffo", costretto ad assistere alla partita in tribuna, viene sostituito in panchina dal fido Cervellati, col quale si tiene in contatto grazie ad una piccola radio ricetrasmittente. L'inghippo è colto da un fotografo, il direttore sportivo del Bologna, Bovina, cerca di far sparire il corpo del reato, e viene squalificato per due mesi.
Mentre si attende il giudizio della magistratura ordinaria, la sola che possa effettuare le controperizie sulle seconde provette, il campionato va avanti, ma il Bologna è lacerato da grandi tensioni. In un clima infuocato, lo scontro diretto con l'Inter a Bologna è vinto dai nerazzurri, che paiono così spegnere ogni residuo sogno rossoblu.
Il colpo di scena arriva in maggio: gli esami di controllo, effettuati dalla magistratura ordinaria, rilevano, nelle provette-bis, la completa assenza di amfetamine e di qualsiasi altra sostanza proibita. Quindi è automatico che qualcuno ha dolosamente alterato il contenuto delle prime provette, immettendo in esse tali sostanze per danneggiare il Bologna. Sul piano penale, la scoperta porta all'apertura di un procedimento contro ignoti, sul piano sportivo lo sconcerto è enorme, perché una sentenza degli organi sportivi è clamorosamente sbugiardata dall'autorità dello Stato. Anche i più tenaci assertori dell'autonomia dei tribunali calcistici devono arrendersi. Il massimo ente sportivo italiano, il CONI, chiede alla Procura della Repubblica di Bologna una copia della perizia svolta sulle seconde provette. Tale copia viene passata alla C.A.F. (Commissione di Appello Federale) davanti alla quale pende il ricorso del Bologna contro la sentenza della Giudicante.
Il 16 maggio la C.A.F. assolve il Bologna, Bernardini ed il medico sociale Poggiali, per "non essere stata accertata in forma non dubbia l'infrazione". In sostanza, al Bologna vengono restituiti tre punti, quello di penalizzazione ed i due conquistati sul campo contro il Torino, grazie ai quali ritorna in testa alla classifica, alla pari con l'Inter.La sentenza viene accolta con grandi manifestazioni di giubilo, ma, sul piano dell'accertamento delle responsabilità, neppure il procedimento penale porterà mai a risultati apprezzabili. Il mistero resta ormai definitivamente irrisolto. Il "caso-doping" od il "giallo della pipì", come viene chiamato, è destinato ad alimentare per sempre la leggenda: c'è chi arriva a identificare il "congiurato" in un famoso personaggio che dopo aver vissuto pagine gloriose a Bologna si è trasferito a Milano. Chi, dall'altra sponda, parla di misteriosi e sconosciuti medicinali che il tedesco Haller avrebbe portato dalla Germania, ma resta inspiegabile, in questo caso, l'innocenza delle seconde provette.
Due anni dopo, il Giudice istruttore del Tribunale di Firenze, cui era stato affidato per competenza territoriale il procedimento contro ignoti, archivierà il caso, dopo aver ricostruito puntigliosamente i capitoli del giallo e l'impossibilità di una sua logica soluzione
Così, in un clima avvelenato, il Bologna tiene testa alla grande Inter di Helenio Herrera. Conclude il campionato a 54 punti, alla pari dei nerazzurri; per la prima volta, lo scudetto deve assegnato in una "bella" di novanta minuti, che viene fissato per il 7 giugno allo Stadio Olimpico di Roma.
Quattro giorni prima Renato Dall'Ara, da poco dimesso dalla clinica padovana dove era rimasto ricoverato per gli ormai frequenti attacchi di cuore, sale a Milano per concordare con il suo collega-rivale dell'Inter, il grande Angelo Moratti, i dettagli dello scontro. Pare che ad un certo punto si tocchi il tasto del premio-partita, che Dall'Ara vorrebbe calmierare. I toni si accendono, la discussione divampa, il cuore stanco di Dall'Ara si ferma. La morte lo coglie, dopo trent'anni di governo bolognese, proprio quando sta per riassaporare lo scudetto che andava inseguendo da ventitré anni, da quel 1941 che aveva visto il Bologna laurearsi campione d'Italia per la sesta volta.
La notizia della morte di Dall'Ara raggiunge il Bologna, in ritiro vicino a Roma, come un fulmine a ciel sereno. L'Inter del "mago" Helenio Herrera, intanto, si è appena laureata campione d'Europa a Vienna, sconfiggendo, in una partita memorabile, il leggendario Real Madrid di Puskas e di Di Stefano. Lo spareggio, il primo e sinora unico nella storia del calcio italiano, sembra opporre forze impari, essendo l'Inter nettamente favorita.
Bernardini, però, stupirà tutti con una mossa tattica che sarà decisiva: la mancanza, per infortunio, di Ezio Pascutti e le cattive condizioni del suo sostituto naturale Renna, consigliano a "Fuffo" il ricorso ad un espediente, dovuto anche alla necessità di controllare da vicino Mario Corso, numero undici dell'Inter, ma in realtà ispiratore di gioco a tutto campo. II Bologna, quindi, schiera un terzino, Johnny Capra, all'ala sinistra, con l'incarico di francobollare da vicino Corso. Per mantenere gli equilibri tattici, Haller gioca in posizione più avanzata del solito, funzionando in pratica da spalla offensiva di Nielsen.

Il Bologna si schiera con Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra. Risponde l'Inter con Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso. L'arbitro è Lo Bello di Siracusa, considerato il fischietto numero uno.
A Roma fa un caldo infernale. Il Bologna, che si è acclimatato trascorrendo la vigilia sul posto, mostra di risentirne meno rispetto all'Inter, che ha scelto di arrivare all'ultimo momento, scendendo dal "fresco" di un paese montano. Alla distanza, i nerazzurri crollano. Il Bologna passa in vantaggio con un tiro di punizione di Fogli, deviato da Facchetti, poi Nielsen raddoppia.
È il trionfo, è il "settimo sigillo" nella storia degli scudetti rossoblu. Bologna accoglie come eroi i reduci dall'Olimpico, ma le imponenti feste decretate non possono fare dimenticare la mancanza del presidente, primo artefice della conquista.
"Quei fatti di allora" disse l'avvocato Giuseppe Prisco, allora vicepresidente dell'Inter "rivelarono la debolezza della Federcalcio e lo strano comportamento della magistratura bolognese di allora. Ma la cosa scandalosa, secondo me, non fu tanto il mistero del doping quanto lo sfacciato aiuto che gli arbitri diedero al Bologna impegnato nella rincorsa all'Inter. Ricordo la partita Bologna-Lazio giocata subito dopo il fatto delle provette: al settimo minuto venne fischiato un rigore inesistente per un "volo" in area del centravanti Nielsen. I giocatori laziali rimasero di stucco e consigliarono l'arbitro di consultare il guardalinee che forse aveva visto meglio e di rimandare l'assegnazione del calcio di rigore ad un'altra occasione più limpida, che certamente sarebbe capitata nel corso della partita, vista l'enorme disparità tecnica tra Bologna e Lazio, che infatti terminò il campionato staccata di ben 24 punti dalla coppia di testa. I rigori decisivi per i rossoblu furono davvero tanti, troppi e così Bologna ed Inter arrivarono allo spareggio di Roma vinto, devo dire meritatamente, dalla squadra di Bernardini".
Giacomo Bulgarelli, uno dei giocatori-chiave del Bologna scudettato. simpaticamente ribattezzato "Drogarelli"' dall'avvocato Prisco, risponde così:
"Di sicuro posso dire che né io né i miei compagni di allora prendemmo anfetamine o qualsiasi altro tipo di sostanze stupefacenti. Tra l'altro le dosi trovate in quelle provette erano sufficienti per uccidere un cavallo e questa fu la prova più valida per confermare che le provette furono manomesse da ignoti. Tutto il resto non conta: lo scudetto lo conquistammo meritatamente sul campo con un recupero formidabile, su un Inter ormai demotivata e paga per la conquista della Coppa dei Campioni".
Ma ancora adesso c'è chi giura che, colpevoli o vittime ignare, quel 2 febbraio 1964, Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti avevano corso come leprotti, veloci ed imprendibili.
Bidescu

L'anno seguente l'Inter torna a dominare: vince di nuovo lo scudetto e ancora la Coppa dei Campioni, questa volta proprio a San Siro. Sotto un vero e proprio diluvio supera, infatti, il Benfica per 1-0 con gol di Jair. Arriva di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente. A San Siro l'Inter vince 3-0 con gol di Peiró e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina. Nella stagione 1965/66 arriva il terzo scudetto, con l'Inter che domina dall'inizio alla fine del campionato.
Al terzo anno l'Inter parte con due nuovi acquisti: la riserva del Brasile Jair e Tarcisio Burgnich, che arriva dal Palermo dove la Juventus l'aveva parcheggiato come scarto. Il "Mago" Herrera azzecca gli acquisti che, uniti ai vecchi colpi di mercato, ai giovani ormai affermati e al talento di Mario Corso, dalle celebri punzioni "a foglia morta", trascinano l'Inter verso la gloria. La squadra parte lenta, ma si riprende a metà Campionato e vince quasi tutti gli scontri diretti, come nel brillante 4-0 inflitto al Bologna alla tredicesima di Andata. Dopo la vittoria nel Derby dominato da Mazzola arriva tuttavia la doccia fredda di una sconfitta a Bergamo contro l'Atalanta. Se l'allenatore non dà peso all'accaduto, Moratti raduna furioso la squadra e ordina di far giocare le riserve Bugatti, Bolchi e Maschio al posto di Buffon, Zaglio e Di Giacomo, che il "Presidentissimo" ritiene responsabili della sconfitta. La frustata scuote i ragazzi e l'Inter scavalca il Genoa 6-0. Due mesi dopo la vittoria sulla Juventus, ancora vanto di Mazzola, proietta i nerazzurri verso lo Scudetto 1962/63. La certezza matematica arriva la settimana dopo. Va meno bene la Coppa Italia: l'Inter è fuori ai Quarti.
La vittoria in Serie A qualifica l'Inter in Coppa dei Campioni, e per affrontare la fatica dei due tornei arrivano il portiere Giuliano Sarti, il centravanti Aurelio Milani e il meno celebre Horst Szymaniak. In Europa la cavalcata è trionfale: eliminato l'Everton (0-0/1-0), i nerazzurri infilano Monaco (1-0/3-1), Partizan (2-0/2-1) e Borussia Dortmund (2-2/2-0), raggiungendo la Finale contro il Real Madrid. Si gioca a Vienna il 27 maggio 1964, e in una serata in cui Carlo Tagnin annulla Di Stéfano e Aristide Guarneri ferma Puskás, l'Inter si impone per 3-1 con doppietta di Mazzola e rete di Milani. Il club Campione d'Europa si fa valere altrettanto nella Serie A 1963/64, ma con esiti meno fausti. L'arrancante partenza è compensata da una buona ripresa. La squadra si trova prima in classifica dopo la penalizzazione inflitta al Bologna per l'uso di sostanze dopanti, ma una guerra di carte bollate riporta i tre punti agli emiliani. A fine Campionato Inter e Bologna sono appaiate a 54 punti, e lo Scudetto deve essere deciso sul neutro di Roma: nell'unico spareggio per il primo posto della storia, il Bologna vince 2-0 con autorete di Facchetti e gol di Nielsen lasciando i nerazzurri a bocca asciutta. Va segnalato che, con le regole attuali, l'Inter averebbe vinto il Campionato in virtù del 2-0 totale (0-0/2-0) negli scontri diretti.
La nuova Stagione inizia con un importante trofeo: la Coppa Intercontinentale. Il cattivo inizio con la sconfitta 1-0 in Argentina è appianato da un 2-0 a Milano. La vincente fra i nerazzurri e l'Independiente deve essere determinata il 26 settembre sul neutro di Madrid, dove l'Inter batte gli avversari con un 1-0 siglato da "Mariolino" Corso, laureandosi Club Campione del Mondo per prima in Italia. In Campionato l'inizio non è dei migliori, tanto che a fine gennaio il Milan ha sette punti di vantaggio. In una rimonta durata due mesi l'Inter vince 5-2 il derby, portando il distacco a un solo punto, e opera il sorpasso battendo 2-0 la Juventus a Torino mentre i cugini perdono in casa contro la Roma. Alla fine della Serie A 1964/65 si aggiungono altri due punti di distacco: l'Inter è Scudetto. Nel frattempo prosegue il cammino in Coppa dei Campioni inanellando un eclatante 6-0/1-0 alla Dinamo Bucarest, un più sofferto passaggio contro i Rangers (3-1/0-1, rischiando di andare allo spareggio) e un'incredibile eliminazione del Liverpool, che dopo aver vinto 3-1 in Inghilterra è travolta dai nerazzurri 3-0 a San Siro. La finale per l'Inter si gioca in casa, ma la vittoria non è così scontata: sotto una pioggia scrosciante entra solo il tiro di Jair, ma basta per fare dei nerazzurri i nuovi Campioni d'Europa. Manca un solo trofeo al grande slam: è la Coppa Italia. Il 29 agosto a Roma si gioca Juventus-Inter, ma la supremazia nerazzurra dimostrata in tutti gli altri tornei non si fa vedere. Con una rete di Menichelli, i bianconeri tolgono alla Beneamata l'ultimo trofeo.
Il 1965/66 si apre di nuovo sotto il segno di un'importante vittoria. In Coppa Intercontinentale i Campioni d'Europa affrontano ancora una volta l'Independiente, senza però dover ricorrere allo spareggio, poiché al 3-0 siglato a Milano si aggiungere un pareggio a reti inviolate a Buenos Aires. In Campionato gli avversari sono tanti, ma nessuno si fa abbastanza valere: il Napoli degli acquisti record Sivori e Altafini perde competitività alla tredicesima Giornata, il Milan, secondo di un punto a metà Campionato, crolla nel ritorno e il Bologna, risorto dopo un'iniziale crisi, si gioca tutte le speranze pareggiando la penultima contro la Juventus, mentre l'Inter affonda la Lazio e guadagna in anticipo la certezza matematica della Stella sul petto, simbolo di dieci Scudetti. Un'inaspettata nota negativa arriva dalla Coppa dei Campioni: dopo aver eliminato la Dinamo Bucarest (1-2/2-0) e il Ferencvaros (4-0/1-1), un Real Madrid dal dente avvelenato si prende la rivincita di due anni prima, elimina i nerazzurri (0-1/1-1) e si invola verso il suo trionfo. Negativa anche la Coppa Italia, con l'Inter fuori in semifinale.

Il poeta mancino Mario Corso è il "Sinistro di Dio" per le sue punizioni "a foglia morta", il livornese Armando Picchi comanda da leader la rocciosa difesa e lo spogliatoio. Che Inter quell'Inter che stava diventando grande e che aveva superato anche lo scandalo beffa (a suo danno, ovvio) della Federcalcio sul rifacimento di una partita esterna con la Juventus (come atto di rivolta alla Figc, Moratti manda in campo a Torino la squadra dei giovani che perde 9-1; la rete nerazzurra è firmata Sandro Mazzola, il primo gol di una lunga cavalcata).
"Presidente, vinceremos todos y contra todos". Herrera deve stregare Moratti, in qualche modo. Il tecnico ha già rischiato in più occasioni l'esonero, il suo rapporto con il manager Italo Allodi è tormentato. La prima penna del giornalismo sportivo italiano, Giovanni Brera, critica spesso e volentieri l'allenatore nato a Buenos Aires, cresciuto a Casablanca, affermatosi in Spagna. Insomma, le difficoltà non mancano. Però è proprio in questa terra di nessuno, in questa palestra di sudore e addestramenti (sta per essere costruito anche il centro sportivo dell'Inter ad Appiano Gentile, in provincia di Como), che nasce la leggenda, attraverso una fusione passionale e molecolare tra Moratti, la squadra, Herrera, i tifosi, la città di Milano. Raccontano i testimoni: "Non è possibile descrivere quanto era bella la città grazie alla forza, alle idee e al calcio della società nerazzurra". C'è da crederci, senza dubbi. Nascono in questo periodo gli Inter Club, l'istituzione del tifoso organizzato. Nasce, appunto, la leggenda. L'Inter di Herrera vince il suo primo scudetto, stagione '62-'63, decisivo il successo a Torino sulla Juventus nel cosiddetto Derby d'Italia: 1-0 per i nerazzurri, rete-partita di Sandro Mazzola, classe 1942, figlio d'arte, attaccante con un repertorio di colpi e un'intelligenza ben oltre la media naturale, potente e veloce al tempo stesso, un'altra pagina eterna della lunga e inconfondibile storia nerazzurra (in tutto, in 418 partite con una fedeltà senza macchia, Mazzola realizzerà 117 gol in campionato, 20 nelle coppe europee, 24 in Coppa Italia). "Il Mago", per regalare a Moratti il primo titolo tricolore, schiera la seguente formazione: Buffon; Burgnich, Facchetti; Zaglio, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez, Corso.
Giacinto Facchetti, nato a Treviglio nel luglio del 1942, diventa l'allievo prediletto del "Mago". Con un fisico da granatiere e una volontà di ferro, "rubato" all'atletica leggera, è l'Inter che si fa morale, rigorosa e puntuale nell'insegguimento dell'obiettivo. Facchetti è il primo terzino d'attacco della storia del calcio italiano, domina la fascia sinistra, marca e attacca contemporaneamente. Herrera lo proverà anche come attaccante per la facilità realizzativa e nel 1978, quando dirà stop al calcio giocato, Giacinto il "Gigante Buono" avrà realizzato, solo in campionato, un totale di 59 reti. Un atleta perfetto, un interista controtendenza rispetto al dna "pazzo": Facchetti, grazie al "Mago", è arrivato nell'Olimpo del calcio e vi è rimasto, figura di riferimento all'interno della Società (nel gennaio 2004 è stato nominato Presidente) e delle istituzioni calcistiche, nazionali e internazionali.
Anche dopo la conquista del primo scudetto, la prima richiesta che Herrera fa ad Angelo Moratti è quella di una cessione. Il ritornello si ripeterà ogni dodici mesi. Nel mirino del tecnico, Corso, veneto classe 1941, il campione con un piede solo (il sinistro), un artista del pallone. Troppo bravo tecnicamente, troppo geniale nelle giocate, per andare anche e sempre di corsa. Ma il Presidentissimo non cederà mai al ricatto del "Mago", e così vissero insieme felici e contenti. Unione favorita, senza dubbio, anche dai successi che la squadra comincia a raccogliere. Dopo lo scudetto parte una straordinaria e fortunata avventura in Europa che, mercoledì 27 maggio 1964, si conclude al "Prater" di Vienna, avversario il Real Madrid dei campionissimi, di Puskas e Di Stefano che affrontano la loro settima finale di coppa. L'Inter, al cospetto, sembra giovane, inesperta, ambiziosa e, al tempo stesso, indifesa. Invece, sotto l'apparenza, arde il grande fuoco nerazzurro; I tifosi partono da Milano con ogni mezzo possibile per raggiungere la capitale austriaca. Herrera, che da buon ex del Barcellona vive la finale quasi come un derby, prepara la gara in ogni particolare. Ed è trionfo. Il gregario Carlo Tagnin annulla Di Stefano, lo stopper Aristide Guarneri non lascia palla a Puskas, il grande capitano Picchi domina la scena difensiva, sul finale del primo tempo Facchetti lancia Mazzola che porta in vantaggio i nerazzurri. Nella ripresa 2-0 del centravanti Aurelio Milani, poi accorcia il Real con Felo, chiude Mazzola con una rete capolavoro. L'Inter è campione d'Europa. Milano e l'Italia intera scendono in piazza per celebrarla.

La fine di un ciclo
Nel 1967 l'Inter arriva alla fine della stagione in testa alla classifica ed in finale di Coppa Campioni ma in tre giorni perde tutto: il trofeo continentale va al Celtic Glasgow, che vince per 2-1, lo scudetto alla Juventus, dopo aver perso incredibilmente l'ultima di campionato contro il Mantova per 1-0 grazie a una clamorosa papera di Sarti.
Herrera resta un altro anno, ottenendo un anonimo quinto posto, e poi va alla Roma, mentre Moratti decide che era ora di passare la mano e lascia la presidenza a Ivanoe Fraizzoli nel 1968.
Sull'epopea della "Grande Inter" Ferruccio Mazzola ha gettato fosche nubi, accusando in particolare l'allenatore Herrera di sistemi di allenamento e punizione disumani e di impiegare costantemente sostanze dopanti. Tali accuse non hanno però mai trovato un concreto riscontro.
La formazione della Grande Inter è diventata una di quelle entrate nella storia del calcio italiano, fra quelle che si ricordano a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti... Fra i pali venne schierato, fino al 1963, Lorenzo Buffon, poi scambiato con Giuliano Sarti alla Fiorentina. Sarti divenne uno dei migliori portieri dell'epoca fra i pali dell'Inter.
I quattro difensori arrivarono tutti quanti al successo della maglia azzura, in particolare i due terzini, Tarcisio Burgnich a destra, forte in marcatura, insuperabile di testa, Giacinto Facchetti a sinistra, con le sue incursioni sulla fascia e i numerosi gol che fecero di lui il primo terzino-goleador del calcio italiano. Al centro Aristide Guarneri giocava in marcatura sul centravanti avversario mentre Armando Picchi ricopriva il ruolo di libero. Nemmeno un grande campione come Saul Malatrasi riuscì a spezzare gli equilibri creati da questi quattro giocatori. Faro del centrocampo della squadra fu senza ombra di dubbio Luisito Suarez, che Herrera aveva fortemente voluto con sé dopo l'esperienza al Barcellona. Alessandro Mazzola invece rimaneva il punto di riferimento per la finalizzazione della manovra, facendo da ponte fra centrocampo e attacco dopo aver cominciato la carriera come attaccante. Mancò invece una figura fissa nel ruolo di mediano, che vide susseguirsi giocatori di calibro come Gianfranco Bedin e Tagnin.
A parte vanno nominate le grandi ali che ebbe l'Inter in quel periodo, su tutti Mariolino Corso sulla fascia sinistra, ma non sono da dimenticare nemmeno Jair e Angelo Domenghini sulla fascia destra. La figura che mancò maggiormente alla Grande Inter fu probabilmente un grande centravanti, ma evidentemente non fu una carenza di peso. Inizialmente ricoprirono il ruolo di punte Gerry Hitchens ed Edwing Firmani, ma furono presto soppiantati dall'astro nascente di Mazzola. Inizialmente fu affiancato da un onestissimo Beniamino Di Giacomo o da Aurelio Milani, poi da Joaquín Peiró e da Angelo Domenghini che alternava il ruolo di ala e di centravanti.
Fraizzoli
Il 1967 è un anno dove in meno di una settimana l'Inter passa dal Paradiso all'inferno. In pochi giorni l'Inter perde dapprima la finale di Coppa dei Campioni 2-1 contro il Celtic Glasgow e meno di una settimana dopo è la volta della sconfitta a Mantova per 1-0 durante l'ultima Giornata di Campionato, che costa sorpasso e Scudetto in favore della Juventus. L'anno seguente l'Inter ottiene un deludente quinto posto, risultato che provoca il licenziamento di Helenio Herrera e pone le fondamenta per una decisione drastica da parte di Angelo Moratti. Infatti, nel 1968 il "Presidentissimo" passa la mano e diventa presidente Ivanoe Fraizzoli. Sotto la sua gestione arriva l'undicesimo Scudetto nel 1971, la seconda Coppa Italia nel 1978 ed il dodicesimo Scudetto nel 1980, gli ultimi due con allenatore Eugenio Bersellini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La lattina di Boninsegna
di Bidescu
Roberto Boninsegna, ex centravanti dell'Inter, del Cagliari, della Juventus ed eroe dello squadrone azzurro secondo in Messico nel 1970, tanti anni fa andò a giocare in Germania, a Colonia, una partitella di "vecchie glorie", insieme a Facchetti, Bellugi, Rosato, Altafini, Sala "il poeta" contro tedeschi gloriosi come Haller, Netzer, Vogts, Schutz. Una festa, una di quelle belle e sane rimpatriate che riconciliano con il calcio inteso finalmente solo come spettacolo e non "guerra" per i tre punti. Ma, se Facchetti, Rosato, Bellugi, Haller e Netzer furono accolti in campo da applausi e simpatia, lui, "Bonimba" venne invece subissato di fischi dal pubblico di Colonia da quando mise piede sul terreno di gioco, fino alla fine della partita.
Boninsegna sarà pure stato un grande cannoniere di Inter, Cagliari, Juve ed eroe azzurro, ma per i tedeschi è e resterà sempre "quello della lattina". Ecco come andò la storia.
Era il 20 ottobre del 1971. L'Inter, dopo aver vinto lo "scudetto del sorpasso", quello che, sotto la guida di Invernizzi, aveva rimontato sette punti al Milan di Liedholm, era impegnata nel secondo turno della Coppa dei Campioni. Il sorteggio le aveva affidato una squadra tedesca, il Borussia di Moenchengladbach che non aveva una grande caratura internazionale, anche se nelle sue file allineava campioni come Netzer, Vogts, Wimmer, Bonhof ed Heynckes. I nerazzurri, invece, potevano contare sui vari Mazzola, Burgnich, Facchetti, Corso, Boninsegna, Jair, giocatori che avevano vinto su tutti i campi del mondo. Convinti di passare agevolmente il turno, i giocatori dell'Inter entrarono nel piccolo stadio di Moenchengladbach, davanti a ventimila spettatori, con una certa sufficienza.
Invece si sbagliavano di grosso, perché stavano andando incontro ad una delle più sonanti sconfitte della loro storia, un 7-1 umiliante e clamoroso che ancora adesso è tra le disfatte più vistose della società. Quel 7-1 però è stato cancellato dal tabellone della Coppa dei Campioni ed all'atto pratico è come se non fosse mai successo niente.
Era il 29' del primo tempo. Il Borussia conduceva per 2-1. Aveva segnato prima Heynckes, Boninsegna aveva pareggiato, ma l'ala sinistra danese Le Fevre, aveva riportato in vantaggio i tedeschi. Il pallone era uscito in fallo laterale; Boninsegna era andato a raccoglierlo, per effettuare la rimessa, e stava per lanciarlo verso Jair, quando con un grido, era piombato a terra. Una lattina di Coca-Cola l'aveva colpito alla nuca facendogli perdere i sensi. Successe il finimondo: Invernizzi scattò dalla panchina, giunsero medico e massaggiatore e tutti i giocatori, compagni e avversari, fecero cerchio attorno al centravanti svenuto.Una confusione enorme, un caos indescrivibile durante il quale soltanto due giocatori non persero la testa. Uno fu Netzer. il biondo centrocampista del Borussia che poi sarebbe diventato un pilastro della nazionale, l'altro Sandro Mazzola. Il primo pensò a far sparire la lattina lanciandola immediatamente fuori dal campo, il secondo corse a recuperarla conscio dell'importanza di poter esibire il corpo del reato nell'eventuale processo. Ma torniamo a "Bonimba".

 Il centravanti restò intontito per qualche minuto. Poi l'arbitro olandese Dorpmans fu costretto ad ordinare la ripresa del gioco e l'Inter provvide alla sostituzione di Boninsegna. Entrò al suo posto Ghio. II Borussia riprese ad attaccare, i nerazzurri apparvero sempre più frastornati dal ritmo degli avversari e dall'urlo della folla e fu un disastro: 4-1 alla fine del primo tempo e 7-1 il risultato finale.
Ma il giorno dopo si scatenò la battaglia legale ed entrò in campo l'avvocato Giuseppe Prisco, vicepresidente nerazzurro. Fece ricorso alla commissione disciplinare dell'Uefa, sostenendo che la partita non poteva essere giudicata regolare, in quanto l'Inter non aveva avuto la possibilità, per cause esterne, di tenere in campo fino alla fine il suo centravanti. Si chiedeva quindi, visto che il regolamento delle coppe non prevedeva la sconfitta a tavolino per responsabilità oggettiva, almeno la ripetizione della gara. Dalla Germania piovvero insulti contro di noi. Boninsegna venne accusato di aver fatto una sceneggiata, il presidente Fraizzoli, l'allenatore Invernizzi e tutti gli altri di non saper perdere.
Furono otto giorni di fuoco, durante i quali l'Inter scoprì l'identità del lanciatore della lattina, l'operaio ventinovenne Manfred Kristein. Netzer disse che avrebbe venduto la sua "Ferrari Dino", perché non voleva avere niente a che fare con l'Italia, i nostri connazionali che lavoravano in Germania subirono angherie e soprusi dai compagni di lavoro tedeschi, ma alla fine la giustizia trionfò.
Il 28 ottobre 1971 la partita venne annullata dalla commissione disciplinare: il doppio confronto fra Inter ed il Borussia era da rifare. Non solo: il campo di Moenchengladbach fu squalificato per un turno, per cui l'Inter avrebbe usufruito del vantaggio di giocare la partita di ritorno in campo neutro. La prima scelta fu Berna, ma poi, per motivi di incasso, si scelse Berlino.
Tutta l'Inter esultò. Gli stessi giocatori furono felici di potersi confrontare di nuovo con i tedeschi. Soltanto uno non partecipò alle feste nerazzurre: Mariolino Corso, il mancino d'oro del centrocampo. Lui, infatti, fu l'unico interista a pagare: la commissione lo squalificò per un anno e due mesi ritenendolo colpevole di aver dato un calcio all'arbitro durante una mischia verificatasi a fine partita. Era tutto falso, perché il calcio l'aveva sferrato Ghio, ma non ci fu niente da fare. Corso fu sacrificato all'altare della giustizia sportiva ed obbligato ad assistere dalla tribuna alla ripetizione della sfida infuocata tra Inter e Borussia.
La partita di andata si giocò a San Siro il 3 novembre 1971. Lo stadio era pieno fino all'inverosimile, l'ambiente era surriscaldato come non mai. Forse soltanto ai tempi di Herrera, con la sfida Inter-Liverpool (il clamoroso 3-0 con goal-rapina di Peirò) si era arrivati a tanta agitazione. E l'Inter seppe regalare ai suoi tifosi una grande vittoria. Il risultato fu di 4-2, al termine di un incontro fantastico. Segnò per primo Mauro Bellugi, poi proprio Boninsegna, poi Le Fevre, Jair, Wittkamp e subito dopo, ormai allo scadere, Ghio.
Ma c'era ancora da giocare la partita di ritorno e non si sarebbe trattato certo di andare a fare una passeggiata dalle parti di Berlino. Ma stavolta l'Inter aveva un grande vantaggio: sapeva perfettamente cosa avrebbe incontrato, non avrebbe di certo sottovalutato la partita; per quasi un mese Invernizzi tenne in tensione i suoi ragazzi, e poi, all'ultimo momento, estrasse dal cilindro il colpo vincente. Mandò in porta un ragazzino di vent'anni, Ivano Bordon al posto di Lido Vieri. E Bordon, davanti ad ottanta mila spettatori e circa venti milioni di telespettatori italiani che videro la partita in diretta, disputò quello che può essere ritenuta il più bella partita della sua vita. Riuscì a parare tutto, tiri alti e tiri bassi, da lontano e da vicino, in mischia e su azione lineare. Parò anche un rigore, al cannoniere Hevcknes e fu eletto autentico eroe della serata.
Finì 0-0, furono grandi feste, e l'Inter poté così continuare la sua strada fino alla finale della Coppa dei Campioni. Non riuscì a vincere la coppa, perché si trovò di fronte l'imbattibile Ajax di allora, che vinse la partita con due goals del grandissimo Johann Crujiff, che si fece beffa della difesa interista.
Ma ora dobbiamo tornare alla partita di Moenchengladbach. Eravamo rimasti a quando Mazzola s'era diretto ai bordi del campo per recuperare "il corpo del reato". La lattina "vera", quella che colpì Boninsegna, non venne mai trovata. Netzer l'aveva lanciata verso un poliziotto che era stato sveltissimo ad infilarsela sotto il cappotto. Mazzola vide tutta la scena, provò a scuotere l'agente, ma dopo aver visto l'inutilità del suo tentativo non si perse d'animo. Si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di due tifosi italiani attaccati alla rete di recinzione. Mazzola ed i tifosi si capirono al volo, non ci fu neppure bisogno di parole. Uno di questi stava sorseggiando una "Coca-Cola" da una lattina uguale a quella appena sparita. Se la staccò dalle labbra e la lanciò a Sandro che corse a portarla all'arbitro davanti allo sguardo sorpreso di Netzer. Non si è mai saputo come se la cavarono i due tifosi italiani in mezzo alla folla di Moenchengladbach; ma, senza quel gesto e senza la presenza di spirito di capitan Mazzola, l'Inter non avrebbe mai potuto vincere la sua battaglia legale.
Ed i tedeschi continuano a fischiare Boninsegna ...

Pellegrini
Nel 1984 tocca al nuovo presidente Ernesto Pellegrini riorganizzare la squadra per centrare nuovi successi e nella stagione 1988/89 riesce ad allestire una squadra da record: è l'anno dei tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme e del record di punti, 58 (84 conteggiando tre punti a vittoria), con 26 vittorie, 6 pareggi e 2 sconfitte. Tale risultato non è mai stato eguagliato nella Serie A a 18 squadre.
Nella stagione successiva l'Inter si aggiudica la Supercoppa Italiana e nel 1991, a distanza di 26 anni dall'ultimo successo europeo, conquista la Coppa UEFA battendo in finale un'altra squadra italiana, la Roma. Gli anni Novanta, tuttavia, vedono i nerazzurri in difficoltà. Mentre i rivali storici della  Juventus e del Milan conoscono annate di successi, l'Inter ottiene mediocri piazzamenti in campionato. Nel 1994 arriva una gioia europea, la vittoria della Coppa UEFA dopo il successo nella doppia finale contro il Casino Salisburgo. Il successo in Europa si contrappone con il piazzamento molto deludente nel campionato nazionale, che l'Inter chiude ad un solo punto dal Piacenza retrocesso.

 

 


Il ritorno dei Moratti

Il 18 febbraio 1995 la squadra torna nelle mani della famiglia Moratti: è Massimo, figlio di Angelo, a prenderne le redini, assegnando all'ex capitano nerazzurro Giacinto Facchetti un ruolo dirigenziale. I risultati, però, faticano ad arrivare. Dopo aver concluso il campionato di Serie A 1994-1995 al 6° posto, nella stagione seguente l'Inter si piazza settima a 19 punti dal Milan campione d'Italia. Nel 1996-1997 la squadra giunge terza in campionato a 6 punti dalla Juventus e perde la doppia finale di Coppa UEFA contro lo Schalke 04 ai calci di rigore.
L'estate 1997 segna una svolta: Moratti ingaggia Luigi Simoni come allenatore e acquista per 48 miliardi di lire dal Barcellona il fuoriclasse brasiliano Ronaldo, che nel dicembre di quell'anno è eletto Pallone d'Oro. Con l'innesto del Fenomeno, che mantiene un rendimento straordinario nel suo primo anno italiano, nella stagione 1997-1998 la squadra torna ad essere competitiva e a battersi per lo scudetto insieme a una delle rivali storiche, la Juventus. I nerazzurri conducono la classifica per le prime 16 giornate prima di essere sorpassati a metà torneo dai bianconeri, campioni d'inverno. A quattro giornate dalla fine, con la Juventus capolista a quota 66 punti e l'Inter seconda a 65, le due rivali si affrontano a Torino. Il clima è molto teso a causa di polemiche suscitate da controverse decisioni arbitrali delle giornate precedenti riguardo le due squadre. Sul finire del primo tempo la Juventus passa in vantaggio con un gol di Alessandro Del Piero. Nella ripresa, sull'1-0, l'arbitro Ceccarini di Livorno decide di non intervenire di fronte ad un contatto in area bianconera tra Ronaldo e Mark Iuliano, parso ai più falloso e quindi punibile con il rigore. Nel proseguimento dell'azione è invece la Juventus a guadagnare il rigore, che però lo stesso Del Piero sbaglia, facendosi parare il tiro da Gianluca Pagliuca. Il finale di partita è molto acceso: Simoni, infuriato, si dirige verso Ceccarini ed è trattenuto dagli addetti. Mentre nei giorni successivi all'incontro si crea un vespaio di polemiche in tutto il paese, il giudice sportivo infligge all'Inter un totale di 10 giornate di squalifica, sommando le sanzioni all'allenatore ai giocatori. Nelle giornate successive la squadra di Simoni perde ulteriore terreno e così la Juventus vince il campionato di Serie A 1997-1998. In Coppa Italia i nerazzurri escono agli ottavi ad opera del Milan, sconfitto nel ritorno per 1-0 ma qualificato grazie al vittorioso 5-0 dell'andata. La maggiore soddisfazione dell'annata per l'Inter viene dall'Europa, dove i nerazzurri riscattano la sconfitta nella doppia finale di Coppa UEFA subita l'anno precedente contro lo Schalke 04. In quella stessa competizione, che da quell'annata è decisa dalla finale unica, l'Inter supera infatti la Lazio per 3-0 al Parco dei Principi di Parigi nel maggio 1998, mettendo in bacheca la terza Coppa UEFA della sua storia.
Anni bui
Nell'estate 1998 arriva all'Inter Roberto Baggio, reduce da un'ottima esperienza al Bologna. Il Codino, tuttavia, sin da subito non è schierato con continuità e non riesce ad essere decisivo per la squadra: anche per questo nel 1998-1999 l'Inter è artefice di un'altra stagione negativa. Estromessa ai quarti di finale della Champions League dal Manchester United (poi vincitore della manifestazione), in campionato delude ancora una volta, giungendo ottava cambiando addirittura 4 allenatori.
Nell'estate 1999 la dirigenza acquista Christian Vieri, versando alla Lazio 90 miliardi di lire e assume Marcello Lippi, il quale, dopo anni di successi con la Juventus, nella stagione precedente si era dimesso a febbraio per gli scarsi risultati ottenuti. La coppia d'attacco Vieri-Ronaldo fa già sognare i tifosi, ma una serie di danni fisici occorsi ai due bomber impedisce all'Inter di recitare un ruolo di protagonista in campionato. Ad essere colpito dalla sfortuna è soprattutto Ronaldo, che il 12 aprile 2000, proprio in occasione del suo ritorno in campo dopo un infortunio, rischia di essere costretto al ritiro dall'attività agonistica per un nuovo gravissimo infortunio al ginocchio. Al termine di una stagione travagliata la squadra si piazza quarta e vince lo spareggio per l'ingresso in Champions League contro il Parma del 23 maggio 2000.
Anche la stagione seguente si rivela fallimentare. Ad agosto i meneghini vengono clamorosamente estromessi dalla Champions al terzo turno preliminare dagli svedesi dell'Helsingborg, dopo che Alvaro Recoba fallisce un rigore decisivo al 90° minuto della partita di ritorno al Meazza. Ancora scottata dall'eliminazione, la squadra perde nell'esordio in campionato sul campo della Reggina, provocando il duro sfogo, documentato dalla televisione, dell'allenatore Marcello Lippi, che si rivolge ai giocatori con toni rabbiosi. Due giorni più tardi sulla panchina dell'Inter è chiamato Marco Tardelli, ex gloria bianconera e nerazzurra, campione del mondo nel 1982 e allora commissario tecnico della Nazionale italiana Under-21, con cui pochi mesi prima ha vinto il campionato europeo. Malgrado il cambio della guida tecnica, l'Inter stenta e l'11 maggio 2001 va incontro ad un pesantissimo crollo in casa nel derby contro il Milan (0-6). I nerazzurri chiudono il torneo al 5° posto davanti ai cugini, qualificandosi in Coppa UEFA. Marco Tardelli non viene confermato sulla panchina della squadra. Al termine di quella stagione scoppia lo scandalo dei passaporti falsi, riguardante la naturalizzazione illecita di alcuni calciatori extracomunitari. Tra le società coinvolte figura anche l'Inter. Il direttore sportivo Gabriele Oriali patteggia 20.000 euro di ammenda e Álvaro Recoba subisce una squalifica totale di 2 anni, poi ridotta dalla FIGC a 6 mesi di radiazione nelle competizioni nazionali con diffida.
L'Inter di Cuper e di Zaccheroni
Il fatale 5 maggio
Ronaldo : 100 presenze e 59 reti tra il 1997 e il 2002Nell'estate seguente Moratti decide di puntare su Hector Cuper, tecnico argentino che nelle due stagioni precedenti aveva condotto il Valencia a due finali consecutive di Champions League (entrambe perse). Lo scudetto è conteso per la maggior parte dell'annata tra i nerazzurri e la Roma campione d'Italia in carica. Quando mancano solo 5 giornate al termine l'Inter ha 6 punti di vantaggio sulla Juventus, terza dietro ai capitolini. In queste cinque settimane, tuttavia, accade l'imponderabile: l'Inter totalizza solo 7 punti sui 15 disponibili, mentre la Juve non ne lascia per strada neanche uno. Al 29° turno il club di Moratti perde 2-1 in casa con l'Atalanta e, nella stessa giornata, la Juventus vince sul campo del Perugia 4-0 e la Roma pareggia 2-2 in trasferta contro il Venezia. A questo punto la Beneamata si trova in testa con 3 punti di vantaggio sulle avversarie, appaiate in classifica prima che, nei successivi tre turni di campionato, la Juventus riesca a scavalcare la Roma. L'ultima giornata si disputa il 5 maggio 2002 con la classifica seguente: Inter 69, Juventus 68, Roma 67. È proprio nell'ultimo atto di un torneo così avvincente che si concretizza una delle sorprese più grandi degli ultimi decenni della Serie A. Il 5 maggio, in un Olimpico colmo di tifosi interisti (persino i sostenitori laziali, gemellati con quelli dell'Inter, inneggiano al tricolore prossimo per la compagine di Milano) la squadra di Cuper è sconfitta per 4-2 dalla Lazio e il risultato, unito alla vittoria per 2-0 della Signora sul campo dell'Udinese e a quella della Roma al Delle Alpi contro il Torino, vede l'Inter scavalcata da ambedue le contendenti: la Juventus (71 punti) conquista il suo 26° scudetto e la Roma (70) l'ingresso diretto in Champions a scapito dei milanesi, i quali, dopo aver mancato la grande occasione di riconquistare il tricolore dopo tredici anni, subiscono anche la beffa di dover affrontare, nella stagione successiva, il turno preliminare della massima competizione calcistica continentale. Il cammino in Coppa UEFA si interrompe in semifinale ad opera del Feyenoord, poi vincitore della competizione.
Nonostante il finale d'annata disastroso, per la stagione 2002-2003, che prende il via senza Ronaldo (ceduto al Real Madrid su richiesta del giocatore, a causa di insanabili contrasti con l'allenatore Cuper), Moratti rinnova la fiducia a Hector Cuper, che conduce la squadra al secondo posto finale in Serie A, a 7 punti dalla Juventus campione e a 4 dal Milan terzo. Christian Vieri è il capocannoniere del torneo con 24 gol. In Champions League i nerazzurri sono eliminati in semifinale dal Milan (poi campione d'Europa), nel primo derby di Milano nella storia delle coppe europee. La partita di andata, Milan-Inter, termina a reti inviolate; il ritorno, Inter-Milan, finisce 1-1 e consente ai rossoneri di passare il turno in virtù del gol segnato in trasferta. Proprio nella partita di ritorno si mette in luce Obafemi Martins, 19enne attaccante nigeriano cresciuto nel settore giovanile dell'Inter e autore dell'1-1 finale.
Da Cuper a Zaccheroni
Nell'estate 2003 inizia la terza stagione di Cuper, il quale è esonerato ad ottobre a seguito delle deludenti prestazioni dell'Inter ed è sostituito da Alberto Zaccheroni. A gennaio, nel calciomercato invernale, è richiamato dal prestito al Parma il giovane attaccante brasiliano Adriano, che, dopo aver esordito con l'Inter nel 2001 e aver realizzato molti gol con Fiorentina (6 gol) e Parma (23 gol) tra il 2002 e il 2004, segna gol importanti nel suo primo scorcio di stagione da titolare con la formazione nerazzurra. Il tecnico romagnolo finisce il campionato alle spalle di Milan, Roma e Juventus, centrando quel 4° posto che era l'obiettivo minimo dell'Inter dopo un avvio amaro. Tuttavia ciò non è sufficiente alla conferma per l'annata seguente. Intanto, nell'inverno 2003, è stato trovato positivo al nandrolone il nerazzurro Mohammed Kallon. La società si è dichiarata estranea alla vicenda, posizione che né il calciatore né il suo avvocato finora hanno mai smentito.

 

 

L'Inter di Mancini
A giugno 2004 Roberto Mancini è ufficialmente il nuovo allenatore dell'Inter. Il tecnico ritrova il centrocampista Dejan Stankovic e porta con sé a Milano dalla Lazio i difensori Giuseppe Favalli e Siniša Mihajlovi? e dal Chelsea l'ex compagno di squadra in biancoceleste Juan Sebastián Verón. La squadra può contare su un attacco sulla carta molto forte (Adriano, Vieri, Martins, Recoba), ma non riesce ad andare incontro alle grandi aspettative suscitate in estate, pareggiando ben 18 partite su 38 e giungendo terza in campionato dietro Juventus e Milan. In campo internazionale viene estromessa dalla Champions League ai quarti di finale ancora dal Milan con questi risultati: Milan-Inter 2-0; Inter-Milan 0-3 a tavolino (match sospeso nel secondo tempo per lancio di bengala dei sostenitori nerazzurri sul risultato di 1-0 per i rossoneri, subito dopo una rete annullata a Esteban Cambiasso). Il club di Moratti è comunque capace di mettere in bacheca un trofeo dopo sette anni. I nerazzurri conquistano infatti la quarta Coppa Italia il 15 giugno 2005 nella finale contro la Roma, imponendosi sia all'andata che al ritorno: 2-0 allo Stadio Olimpico con una doppietta di Adriano e 1-0 al Meazza con gol di Siniša Mihajlovic?.
La compagine meneghina comincia il 2005-2006 con il piede giusto: il 20 agosto 2005 si aggiudica la seconda Supercoppa Italiana della sua storia dopo quella del 1989, grazie a una rete di Juan Sebastián Verón nei supplementari contro la Juventus al Delle Alpi (1-0). Il campionato parte con la fuga della Juventus. Soltanto Milan e Inter sono in grado di mantenere l'impetuoso passo dei bianconeri, prima che un vistoso calo dei rossoneri permetta ai nerazzurri di occupare stabilmente la seconda piazza della classifica. Nel derby d'Italia di ritorno, disputato a marzo, l'Inter ripone le speranze di una rimonta che avrebbe dell'incredibile, ma viene sconfitta per 2-1 a San Siro con gol decisivo di Alessandro Del Piero. Il passo falso, unito alla precedente sconfitta con la Fiorentina, favorisce il notevole recupero del Milan, capace di rimontare 14 punti all'Inter e 11 alla Juventus. Alla fine, però, sono ancora i bianconeri a celebrare lo scudetto, davanti al Milan e all'Inter, staccata nettamente di 12 punti. In Champions League, nonostante le prime sfide a porte chiuse a San Siro a causa dei fatti del derby di Champions, il cammino dei nerazzurri è in discesa. Dopo il primo posto nella fase a gironi, la squadra sconfigge l'Ajax agli ottavi, ma esce inopinatamente dal torneo ai quarti di finale per mano degli spagnoli del Villarreal, malgrado la vittoria per 2-1 nel match di andata al Meazza. Il ritorno al Madrigal termina infatti 1-0 per gli avversari, che si qualificano alle semifinali in virtù del gol messo a segno da Diego Forlán al primo minuto di gioco della sfida di San Siro. Ai nerazzurri resta così la Coppa Italia, che vincono per la seconda volta consecutiva, ancora contro la Roma. Dopo il pareggio all'Olimpico (1-1 con reti di Cruz per l'Inter e di Mancini per la Roma) al ritorno la formazione milanese prevale per 3-1 (gol di Cambiasso, Cruz e Martins per l'Inter e di Nonda per la Roma), conquistando il trofeo per la quinta volta nella sua storia.A seguito dello scandalo del calcio italiano il 26 luglio 2006 il Commissario Straordinario della FIGC Guido Rossi, recepito il parere positivo di una commissione di "tre saggi" (Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi) appositamente creata, assegna d'ufficio all'Inter il 14° scudetto della sua storia, proclamandola Campione d'Italia in seguito ai provvedimenti della Corte Federale: retrocessione in Serie B della Juventus prima in classifica e 30 punti di penalizzazione inflitti al Milan secondo classificato dalla Corte Federale. Eccezion fatta per alcuni pareri isolati, la società e la tifoseria assumono una linea celebratrice dello scudetto, riassunta dall'opinione del presidente Facchetti il quale definì il trofeo "scudetto della correttezza".
Il 26 agosto 2006 l'Inter si presenta alla sfida di Supercoppa Italiana a San Siro come favorita, con la coccarda della Coppa Italia sulla manica sinistra e lo scudetto sul petto. Sebbene quello dell'Inter sia un double ottenuto a tavolino, in passato l'accoppiata era riuscita solo a Torino, Juventus, Napoli e Lazio. In campo giocano dall'inizio Zlatan Ibrahimovic e Patrick Vieira, fiori all'occhiello di una campagna-acquisti faraonica e provenienti dalla decaduta Juventus. Ceduto Obafemi Martins, in panchina c'è Hernán Crespo, altro grande acquisto (prelevato dal Chelsea), tornato in nerazzurro dopo tre anni. Nei primi 30 minuti di gioco la Roma realizza tre gol (Mancini e doppietta di Aquilani), ma sul finire della prima frazione il nuovo acquisto Patrick Vieira segna il gol che riapre la partita. Nel secondo tempo, infatti, Crespo, subentrato ad Adriano e ancora Vieira vanno in gol per il 3-3 su cui si chiudono i 90 minuti regolamentari. I supplementari danno poi merito ad un'Inter con maggiore qualità e forza fisica rispetto ad una Roma che accusa una preoccupante flessione fisica. La punizione di Luís Figo fissa il risultato sul 4-3 per la formazione nerazzurra e le consegna la terza Supercoppa Italiana della sua storia, la seconda consecutiva.
Il 4 settembre 2006, pochi giorni dopo la vittoria in Supercoppa, un grave lutto colpisce l'Inter, oscurandone l'atmosfera di ottimismo in vista della nuova stagione: muore, infatti, a Milano, il presidente Giacinto Facchetti, già bandiera nerazzurra negli anni sessanta e settanta, gravemente malato da alcuni mesi.
Nella stagione 2006-2007 l'Inter torna a dominare la scena italiana: ottiene il primato assoluto delle vittorie consecutive in campionato (17, record per i campionati europei di 1° livello) e occupa stabilmente la vetta della classifica di Serie A con molti punti di vantaggio sulla seconda in classifica. Anche il cammino in Coppa Italia è ottimo: raggiunge la terza finale consecutiva con la Roma. Non è mai accaduto prima che le stesse squadre si sfidassero in finale per tre anni di fila. L'avventura in Champions League dei nerazzurri si conclude, però, agli ottavi di finale, dove l'Inter è eliminata dal Valencia per la regola dei gol fuori casa. Con un doppio pareggio, 2-2 nell'andata al Meazza e 0-0 nel ritorno al Mestalla, si qualificano infatti gli spagnoli.
Intanto in Serie A l'Inter prosegue il suo dominio incontrastato. Il 18 aprile, però, subisce la prima sconfitta in campionato, ad opera della Roma, vittoriosa per 3-1 a San Siro. Si tratta della prima sconfitta dopo 39 partite consecutive di imbattibilità in tutte le competizioni. Il 22 aprile i nerazzurri conquistano il 15° scudetto, il primo vinto sul campo dopo 18 anni, con 5 giornate di anticipo sulla fine del campionato, grazie alla vittoria per 2-1 contro il Siena in trasferta e alla contemporanea sconfitta della Roma a Bergamo contro l'Atalanta.

 

 

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