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Il
Football Club Internazionale Milano nasce al ristorante
"L'Orologio" la sera del 9 marzo 1908 da una costola di 43
dissidenti del preesistente Milan Football and Cricket Club il quale,
in seguito al divieto di far giocare calciatori stranieri, aveva
deciso di non partecipare a nessun torneo nazionale. Il nome scelto
per la nuova squadra vuole simboleggiare la volontà cardine della
società: dare la possibilità a giocatori non italiani di vestire
questa maglia. Tutt'ora l'Inter è la squadra italiana con il maggior
numero di tesserati stranieri.
Al primo Presidente Giovanni Paramithiotti succedono nel 1909 Ettore
Strauss e nel 1910 Carlo De Medici il quale, dopo sole due Stagioni
dalla fondazione, porta l'Inter di mister Fossati ad aggiudicarsi il
primo Titolo nazionale battendo in Finale per 10-3 la quarta squadra
di undicenni della Pro Vercelli, mandata in campo per protesta in
seguito al rifiuto da parte della F.I.F. (Federazione Italiana del
Football) di spostare la data del match nonostante gli impegni in
tornei militari di alcuni vercellesi. Allo Scudetto seguono quattro
Stagioni fiacche, durante le quali nel la Presidenza cambia diverse
volte: entrano in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914)
e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone, che rimane al
vertice della società fino al (1919), quando la carica sarà rilevata
da Giorgio Hulss. Durante la presidenza Modrone divampa la Prima
guerra mondiale: essa porta all'interruzione del Campionato 1914/15 e
alla sospensione di tutti i successivi. Arruolamenti e relative
perdite non intralciano però il cammino nerazzuro, che nel 1919/20
vince il primo Scudetto del dopoguerra vincendo 3-2 la Finale contro
il Livorno sul neutro di Bologna. Presidente è Francesco Mauro,
allenatore Nino Resegotti.
Allo Scudetto segue un lungo periodo anonimo, segnato solo da una
retrocessione evitata per un soffio (vedi a fianco) e, dopo molti
piazzamenti di media classifica nei Gironi interregionali, da un
quinto posto nel 1926/27. Due i cambi al timone: nel 1923 a Mauro
succede Enrico Olivetti, e nel 1926 è la volta di Senatore Borletti.
La panchina vede invece alternarsi Bob Spotishwood, Paolo Schiedler,
Arpad Veisz e Josef Viola.
Con l'arrivo del "Ventennio", l'Inter si vede costretta a
cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezza infatti il
nome "Internazionale", che non rispetta la tradizionale
italianità promossa dalla linea di governo e richiama troppo
esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza
Internazionale comunista. 
Nell'estate del 1928, sotto la guida del
presidente Senatore Borletti (entrato in carica nel 1926), l'F.C.
Internazionale si fonde con l'Unione Sportiva Milanese, muta nome e
casacca e diviene "Società Sportiva Ambrosiana", con tenuta
bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.
La nuova divisa dura soltanto pochi mesi, e di nuovo in nerazzurro (ma
con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S.
Milanese), la squadra di nuovo allenata da Arpad Veisz e guidata dai
presidenti Ernesto Torrusio (1929) e Oreste Simonotti (1930) conquista
il terzo Scudetto in occasione del primo Campionato a girone unico
senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929/30, raggiungendo
anche la semifinale di Mitropa Cup, coppa riservata ai club più forti
di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia. In
questo Campionato inoltre riceve la consacrazione definitiva Giuseppe
Meazza, detto "Balilla", bomber nerazzurro brillante
sostituto degli "ex" Antonio Powolny, Fulvio Bernardini e
Luigi Cevenini III.
Dopo un quinto posto nel 1930/31 c'è aria di cambiamento: il nuovo
timoniere Ferdinando Pozzani, soprannominato "Generale Po"
per i modoi autarchici, lascia andare molte bandiere, cambia
allenatore (Istvan Toth) e ottiene dalla FIGC il permesso per assumere
la denominazione di Ambrosiana-Inter. Lo stravolgimento societario non
porta però risultati, che si limitano a un deludente sesto posto. Il
nuovo ritorno di Veisz, l'arrivo del prestigioso portiere Carlo
Ceresoli e de nuovi attaccanti di spessore Levratto e Frione II sembra
spingere l'Ambrosiana verso lo Scudetto, che però è mancato: nel
1932/33 la squadra arriva seconda otto punti sotto la Juventus. Il
1933 è anche l'anno dell'unica Finale in Mitropa Cup. Dopo aver
liquidato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri resta da battere
il fortissimo Austria Vienna: la vittoria per 2-1 a Milano sembra
arridere a Meazza e compagni, che però Vienna vengono sconfitti 3-1
dai i padroni di casa, che vincono il trofeo.
Si sente di nuovo odore di Scudetto nel 1933/34. A due giornate dalla
fine l'Ambrosiana batte la Juventus 3-2 all'Arena Civica, in un match
storico che registra l'incasso record di 400 mila lire. Tuttavia le
sconfitte con Fiorentina e Torino condannano i nerazzurri a un altro
secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti. L'anno
successivo, negativamente segnato dalla scomparsa di "Tito"
Frione, ha dell'incredibile: all'ultima giornata Inter e Juve sono a
pari punti. I bianconeri vincono a Firenze, mentre i nerazzurri
perdono contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Levratto, e il
1934/35 diviene per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del
terzo secondo posto consecutivo.
Passano due anni spenti, dove in panchina si avvicendano Albino
Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi,
ottenendo solo un quarto e un settimo posto in Serie A e una
Semifinale di Mitropa Cup.
L'Ambrosiana-Inter torna in auge nel 1937/38, spuntandola nella corsa
allo Scudetto su Juventus e Milan solo all'ultima giornata, seppur in
Mitropa Cup arrivi un'eliminazione già ai quarti. Ancora protagonista
del trionfo nerazzurro il centravanti Giuseppe Meazza, che si laurea
Campione del Mondo per la seconda volta. La società compensa il
ritiro di mister Castellazzi con Tony Cargnelli, abile teorico del
"Sistema" (modulo che sostituisce il classico schema
danubiano), e fronteggia l'improvviso declino di Meazza con il ritorno
di Attilio Demaria dal Sudamerica. La squadra così rinnovata arriva
terza in Serie A e vince la sua prima Coppa Italia nel 1938/39. Otto
giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia arriva l'ultimo
Tricolore sotto la denominazione di Ambrosiana-Inter. Nonostante
l'idolo della folla Meazza sia bloccato per l'intera stagione da una
grave vasocostrizione al piede, i nerazzurri dirigono autorevolmente
il Campionato 1939/40, vincendo all'ultima di Campionato lo scontro
diretto con il Bologna e festeggiando lo Scudetto sul neutro di San
Siro, campo del Milan scelto perché il numero di spettatori era
superiore alla capienza massima dell'Arena Civica (l'incasso sarà di
471 mila lire).
La coppia di allenatori Peruchetti-Zamberletti decide per la cessione
di Meazza al Milan, considerato ormai finito. Dopo tredici anni
passati in nerazzurro si fa tuttavia ancora rimpiangere segnando la
rete del definitivo 2-2 nel derby cittadino. in Campionato un'Andata
birllante si contrappone a un discutibile Ritorno, e nel 1940/41 l'Ambrosiana-Inter
arriva seconda. Nei due anni successivi Ivo Fiorentini non va oltre
una clamorosa dodicesima posizione e Giovanni Ferrari, sotto la nuova
presidenza di Carlo Masseroni porta i suoi ragazzi a un modesto quarto
posto. Nel 1943 la FIGC decide per la sospensione delle attività
sportive nazionali: nel Campionato Alta Italia 1944, organizzato dai
Comitati Regionali, l'Ambrosiana arriva prima nelle Eliminatorie
Lombarde, ma è soltanto sesta nel Girone di Semifinale.
Il secondo dopoguerra e l'Inter di Foni
Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 il presidente
Masseroni annuncia con toni gloriosi che "l'Ambrosiana torna a
chiamarsi solo Internazionale". L'Inter saluta questo storico
avvenimento senza fare faville, e alterna brillanti prestazioni (come
uno storico 6-2 sul "Grande Torino") ad altre ben più
fiacche. Il Campionato Misto Serie A-B 1945/46 è la prima e unica
edizione "non a girone unico" dal 1929-30: nonostante la
qualificazione ottenuta con la seconda piazza nel Campionato Alta
Italia, nel Girone Finale la squadra di Carlo Carcano chiude soltanto
al quarto posto.
Il 1946/47 parte con i migliori propositi: confermato Carcano,
Masseroni ottiene dalla FIGC il permesso di tesserare calciatori
stranieri e acquista i sudamericani Bovio, Cerioni, Pedemonte, Volpi e
Zapirain, che diventano noti in Italia con il soprannome di
"cinque bidoni" per la loro leggendaria inadeguatezza al
calcio. Zapirain si fa notare solo come giocatore di biliardo, mentre
Bovio, criticato a causa del sovrappeso, si caratterizza per
comportamenti oggi impensabili: nel gennaio 1947, dopo un esaltante
primo tempo a Modena, nella ripresa lascia la squadra in dieci pur di
rimanere abbracciato alla stufa dello spogliatoio. Pochi giorni dopo
Bovio, Cerioni e Volpi fuggono in Sudamerica e fanno perdere le loro
tracce. Masseroni salva le sorti della squadra affidandone la gestione
tecnica a Nino Nutrizio e all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza,
tornato all'Inter a trentasei anni suonati. La coppia riesce
nell'impresa e, nell'ultima partita di Meazza, i tifosi festeggiano
una comoda salvezza al decimo posto.
Soltanto l'idolo della folla è confermato in panchina, e questo gli
causa forti problemi di comunicazione con i propri giocatori, tanto da
renderne necessario l'esonero e il ritorno di Carcano. Questi, non
potendo più contare sul trascinatore dell'Andata Bruno Quaresima
bloccato da un infortunio, decide di far girare la squadra attorno
all'estro del giovane Benito Lorenzi, che si era già distinto
all'inizio della Stagione. Alla fine del 1947/48, tuttavia, la terza
piazza conquistata al giro di boa si riduce solo a un sofferto
dodicesimo posto.
Il 1948/49 diventa tristemente famoso come l'anno della tragedia di
Superga. L'Inter fa grandi acquisti: arrivano l'apolide Istvan Nyers,
detto "Etienne" per le origini francesi, il difensore
Attilio Giovannini e la punta Gino Armano, gettando le prime basi per
un glorioso futuro. I nuovi campioni però non offrono il gioco
richiesto da mister Astley, che viene sostituito a metà Stagione da
Giulio Cappelli. Il nuovo allenatore conduce una sfrenata rimonta fino
a raggiungere il secondo posto solitario, cinque punti davanti alla
Juventus e altrettanti dietro a quel Torino che proprio con l'Inter
gioca la sua ultima partita ufficiale.
Il Campionato 1949/50 riprende con i migliori propositi. il
"tulipano volante" Faas Wilkes infiamma gli spalti, ma
insiste troppo nelle azioni personali, mentre il dualismo
Amadei-Lorenzi toglie serenità alla squadra. Alla fine l'Inter mette
le mani su un terzo posto al di sotto delle aspettative. Il nuovo
allenatore è Aldo Olivieri, la fiducia in Lorenzi è tale da portare
alla cessione di Amadei e l'addio del centrocampista Aldo Campatelli
porta Masseroni a cercare un nuovo campione del settore, trovato nello
svedese Lennart Skoglund, detto "Nacka" per la regione
d'origine. Il finale di Campionato è caratterizzato da una rimonta su
un Milan in declino, ma l'Inter non è abbastanza incisivo e lo
Scudetto 1950/51 rimane affare dei rossoneri per un solo punto.
Nell'estate che precede il Campionato 1951/52 il presidente dà
fiducia all'organico, rimpolpato solo dal portiere Giorgio Ghezzi. La
squadra soffre però sulla continuità di rendimento, particolarmente
evidente per Skoglund e Wilkes, e arriva solo terza.
Gli Anni Cinquanta
Lennart Skoglund :246 presenze e 57 retiIl 1952/53 inizia con una
rivoluzione tattica. Il nuovo allenatore è il Dottor Alfredo Foni, un
precursore del catenaccio, che reinventa Ivano Blason libero e scarta
l'estroso Wilkes in favore di un più concreto Bruno Mazza, acquistato
per pochi soldi. La nuova impostazione di gioco non piace alla
critica, ma sbaraglia gli avversari all'insegna del "prima non
prenderle": l'Inter è Campione d'Italia. In seguito alle pesanti
critiche riguardo al gioco troppo difensivistico, nella Stagione
successiva Foni decide di proporre un modello di calcio più estroso e
aggressivo. A inizio Stagione Nyers è escluso dalla rosa per aver
richiesto un aumento di stipendio, ma alla vigilia della partita
contro il Milan Masseroni cede alle sue richieste pur di farlo
giocare: segna una tripletta, gli unici tre gol dell'incontro, e l'Inter
si aggiudica il derby. Skoglund è invece protagonista assoluto di un
leggendario 6-0 sulla Juventus. In un Campionato in cui tutti i
nerazzurri hanno il loro momento di gloria, l'Inter si impone in
volata e, davanti alla Juve per un solo punto, è Campione d'Italia
1953/54.
Nel 1954 il presidente e patron Carlo Masseroni è ormai appagato
dalle vittorie in Serie A e inizia una lunga trattativa con il
petroliere Angelo Moratti per la cessione della società. Senza nuovi
arrivi stranieri (il Ministro Andreotti ha chiuso le frontiere dopo la
figuraccia a Svizzera '54) il vuoto lasciato da Giovannini vuole
essere colmato da Giorgio Bernardin, che però non convince in linea
con le prestazioni generali della squadra: alla fine del 1954/55 l'Inter
arriva solo ottava.
La nascita della grande Inter
Il 28 maggio 1955, un sabato, Angelo Moratti, che acquista la società
per 100 milioni, diventa il nuovo presidente e patron dell'Inter.
Mentre nelle giovanili cresce gran parte dei campioni del futuro,
Moratti allontana Foni e punta su Aldo Campatelli. Il Campionato
inizia bene, dopo sei Giornate l'Inter è in testa, ma una sequela di
cinque sconfitte porta all'esonero. È chiamato a curare le ferite
Giuseppe Meazza, che recupera posizioni e limita i danni chiudendo il
1955/56 al terzo posto. L'anno successivo Moratti punta sulla coppia
Frossi-Ferrero. Il primo è un catenacciaro, il secondo un teorico
dell'offensivismo puro. Una coppia in teoria complementare, in pratica
inefficace. Meazza rileva ancora una volta la guida della squadra: una
iniziale serie positiva porta l'Inter al secondo posto, poi cinque
sconfitte consecutive la fanno scendere di parecchio. Con la vittoria
nell'ultima Giornata 1956/57 i nerazzurri agguantano la quinta
posizione.

L'arrivo del centravanti Antonio Valentin Angelillo e del quotato
allenatore John Carver non porta ancora risultati: nel 1957/58 la
squadra si ferma al nono posto in classifica. Il disastro della
Stagione appena conclusa pesa sulla società, che in estate cede
Ghezzi e Lorenzi e si affida a mister Giuseppe Bigogno. I risultati
non sono dei migliori e a tre mesi dalla fine del Campionato 1958/59
ritorna in panca Campatelli, che chiude terzo e perde la finale di
Coppa Italia. Si mettono in luce gli attaccanti: Edwing Firmani gioca
la miglior Stagione della sua carriera e Angelillo realizza 33 goal in
33 partite, risultato ineguagliato nella Serie A a 18 squadre, seppur
segnando solo 5 volte nelle ultime 16 Giornate. Il 1959/60 è una
Stagione transitoria. Parte Skoglud e in panca si siede la coppia
Campatelli-Achilli. L'Andata è ottima, ma il Ritorno di Campionato è
decisamente in declino e la squadra è eliminata ai Quarti in Coppa
delle Fiere. Dopo una sconfitta nel derby viene esonerato Campatelli,
dopo un mese tocca anche ad Achilli. Il ritorno di Giulio Cappelli
permette di chiudere in quarta posizione.
Nell'estate Moratti getta le basi di quella che sarà la Grande Inter:
in panchina fa sedere il "Mago" Helenio Herrera, dopo che
era rimasto stregato da questo allenatore in una partita che la sua
Inter perse contro il Barcellona allenato proprio da Herrera per 4-0
la stagione prima, e dietro la scrivania l'esperto uomo di calcio
Italo Allodi. Herrera rivoluziona l'Inter stravolgendo le tattiche e
trasformando Picchi in efficace libero, ma non manca di portare il suo
estro nel calcio italiano con l'invenzione del "ritiro". Lo
Scudetto 1960/61 va alla Juventus fra le polemiche: durante lo scontro
diretto con l'Inter, seconda classificata, la partita è interrotta da
un'invasione di campo di tifosi bianconeri. L'Inter vince 0-2
d'ufficio, ma la FIGC (presieduta da Umberto Agnelli) contesta la
decisione, delibera che l'invasione non avrebbe condizionato lo
svolgimento della gara e ne ordina la ripetizione al termine del
Campionato. L'Inter risponde mandando a Torino la Primavera, che perde
9-1 e chiude al terzo posto. L'unica segnatura nerazzura è siglata su
rigore dal fututo campione Sandro Mazzola, che sigilla così il suo
esordio. Durante il periodo di mercato la chiacchierata vita amorosa
di Angelillo porta il severo Herrera a ordinarne la cessione. Il
"Mago" poi chiede e ottiene, per la cifra record di 250
milioni, il Pallone d'oro del Barcellona e già Campione d'Europa Luis
Suárez. Secondo l'allenatore è il regista adatto ai nuovi meccanismi
di gioco, ma un repentino infortunio lo costringe però a rinunciarvi
nei primi due mesi del Campionato 1961/62, che l'Inter chiude in
seconda posizione. La Coppa delle Fiere si chiude con l'eliminazione
ai Quarti, in Coppa Italia addirittura agli Ottavi. Si mettono però
in evidenza i gioielli del vivaio, su tutti Giacinto Facchetti,
Gianfranco Bedin e Sandro Mazzola.
Nel 1955 Angelo Moratti diviene presidente dell'Inter. Da allora il
suo obiettivo è quello di costruire una squadra che domini ad ogni
livello ma gli inizi non sono facili. Moratti impiega otto anni per
vincere il suo primo scudetto e in quegli anni cambia ben sette
allenatori, non riuscendo mai a far decollare la sua squadra.
Dopo una partita di Coppa UEFA nella quale il Barcellona travolge l'Inter,
Moratti decide di ingaggiare l'allenatore dei catalani Helenio Herrera.
La scelta, alla luce dei risultati ottenuti, si dimostra ampiamente
indovinata; per completare il quadro societario viene ingaggiato Italo
Allodi, un manager in grado di allestire una squadra competitiva e
vincente ad ogni livello. Allodi avrebbe fatto, in seguito, la fortuna
anche di Juventus e Napoli oltre che della Nazionale.
All'intelaiatura della squadra si aggiungono presto Mario Corso e due
giovani della primavera: Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola (figlio
del grande Valentino). I due sarebbero diventati due bandiere
nerazzurre e della Nazionale italiana.
La squadra impiega tre anni per vincere il suo primo scudetto ma, da
allora, continuerà a mietere straordinari successi, inducendo molti a
definirla la migliore squadra del mondo del periodo. Herrera, o HH
(come viene spesso chiamato), costruisce la sue vittorie con la
tattica del catenaccio: in porta c'e Giuliano Sarti, prelevato dalla
Fiorentina; la difesa viene guidata dal libero Armando Picchi,
capitano di quella squadra e autentico leader; davanti a lui ci sono
due marcatori arcigni come Tarcisio Burgnich e Aristide Guarneri.
Sulla fascia sinistra viene attuata la prima rivoluzione tattica di
Herrera: Facchetti diventa il primo terzino capace di affondare in
avanti e trasformarsi in una vera e propria ala. A centrocampo il
regista è Luis Suarez che il mister volle a tutti i costi dopo averlo
avuto al Barcellona; con i suoi lanci lunghi Suarez era in grado si
servire palloni preziosi, principalmente alla velocissima ala destra
Jair. Il centrocampo era rinforzato da Gianfranco Bedin; l'estrosità
di Corso dava un tocco di fantasia alla squadra, e in attacco Mazzola
fungeva da mezz'ala ed al centro era posizionato Joaquín Peiró.
Dopo il primo scudetto del 1964 arriva anche la prima Coppa dei
Campioni vinta contro il grande Real Madrid. L'Inter vince per 3-1 con
i gol di Mazzola (2) e Milani allo Stadio del Prater di Vienna. In
quell'anno giunge anche la Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente;
dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri
vinsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso. Nella terza
e decisiva partita giocata allo stadio "Santiago Bernabeu"
di Madrid l'Inter vince per 1-0 con gol di Corso nei supplementari.
Solamente lo scudetto viene perso in quell'anno, dopo lo spareggio di
Roma giocato contro il Bologna.

È
la primavera del 1964. L'Inter di Helenio Herrera domina la scena del
campionato italiano; ha già vinto il campionato precedente con
quattro punti di distacco sulla Juventus e sembra avviata a fare il
bis. La Juventus è staccatissima, il Milan fatica a tenere il passo,
ma c'è una squadra che si erge improvvisamente a fare da guastafeste.
È il Bologna di Fulvio Bernardini: il "dottor Fuffo" ha
compiuto un autentico miracolo, fautore del bel gioco ed innamorato
pazzo dello spettacolo, ha insegnato ai suoi ragazzi a giocare in
allegria, senza perdersi in troppe alchimie tattiche. Bernardini fa le
prove generali nella stagione 1962-63 e si presenta a quella
successiva conscio di avere una squadra in grado di puntare al massimo
traguardo ed i risultati sono eccezionali, il Bologna incanta, come
non succedeva ormai da anni, ed il pubblico va in estasi tanto che
Bernardini non riesce a dominarsi. "Cosi si gioca solo in
Paradiso !!!" dice al termine di una squillante vittoria.
Il portiere viene dal Mantova, William Negri e risulta pressoché
imbattibile; la difesa è guidata da un grande libero come Janich,
supportato da Tumburus, Pavinato e Furlanis; a metà campo ci sono
Perani, Bulgarelli, che diventerà il primatista assoluto di presenze
rossoblu con 329 partite in serie A, e Fogli, mediano di finissima
tecnica; in attacco Ezio Pascutti, un'ala sinistra pazza, come solo i
goleador di razza possono essere e poi due stranieri che cordialmente
si detestano, ma che in campo si integrano alla perfezione: un mostro
di tecnica e di fantasia come il tedesco Helmut Haller, beniamino del
presidente che è andato personalmente ad ingaggiarlo in Germania ed
il freddo, essenziale danese Harald Nielsen detto "Dondolo",
dal gioco scarno ma dal grandissimo fiuto del goal, per il quale
stravedono sia Bernardini, sia i tifosi,
Il 1° marzo 1964 è una domenica di festa per i rossoblu, che vincono
a San Siro per 2-1 sul Milan, con goals di Nielsen e Pascutti, e
prendono decisamente il comando della classifica con due punti di
vantaggio sull'Inter e tre sullo stesso Milan. La città è in preda
ad una febbre altissima; Haller, Nielsen, Bulgarelli non possono
uscire di casa senza essere acclamati dai tifosi eccitati.
"Scudetto, scudetto" si urla in ogni strada ed in ogni bar,
è un magnifico momento di sport, ma come tutte le cose troppo belle
non dura a lungo.
Tre giorni dopo, esattamente mercoledì 4 marzo, un'autentica
"bomba" gela l'entusiasmo della città. Viene diffuso dalla
Federazione questo comunicato:
"Le analisi effettuate dalla competente commissione sono
risultate, all'esame per le sostanze amfetamine-simili, positive per i
cinque giocatori del Bologna: Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani e
Tumburus, sottoposti a controllo dopo la partita Bologna-Torino del 2
febbraio scorso. La presidenza federale ha inoltrato la documentazione
alla commissione giudicante della Lega che giudicherà in base all'art.2
del regolamento di giustizia. Il giudizio avrà luogo nel pomeriggio
di giovedì 12 marzo p.v.".In sostanza si dice che il Bologna,
che aveva travolto il Torino di Rocco un mese prima, suscitando
commenti entusiasti per la modernità e la freschezza del suo gioco,
si era "aiutato" con sostanze stimolanti proibite.
Al presidente Dall'Ara, già sofferente di cuore, la notizia è
portata con tutte le cautele del caso; il grande dirigente, noto per
il suo cinico distacco, scoppia in un pianto dirotto: "Questa non
me la dovevano fare". Tutta la città, superato il primo attimo
di sbandamento, si organizza in una autentica rivolta contro il potere
calcistico. Non c'è chi non veda in questo "colpo basso" al
Bologna, una manovra delle grandi squadre del Nord per sottrarre ai
rossoblu un primato guadagnato sul campo. La Lega Calcio viene
ribattezzata "Lega lombarda" e contro di essa vengono
organizzati cortei di protesta, lo stesso sindaco bolognese, Dozza,
guida le manifestazioni di piazza. Città tradizionalmente tranquilla,
Bologna scopre vocazioni rivoluzionarie e guerrigliere; incolpevoli
auto targate Milano, di passaggio per la città, vengono rovesciate e
date alle fiamme.
Secondo le norme della giustizia sportiva, è previsto un successivo
controllo, in caso di accertata positività, sulle provette di scorta,
custodite nei locali della Federazione medici sportivi al Centro
Tecnico di Coverciano, sulle colline di Firenze. Ed a questo punto
scatta l'operazione a sorpresa di tre avvocati bolognesi (Gabellini,
Cagli e Magri) che, sospettando una "congiura" ai danni
della società rossoblu, si rivolgono alla Magistratura ordinaria,
chiedendo ed ottenendo il sequestro delle provette, prima del secondo
esame da parte della giustizia sportiva. In mancanza della contro
perizia, la sentenza della Commissione giudicante slitta di una
settimana. C'è da dire che, se l'iniziativa dei tre avvocati fosse
collegabile al Bologna, la società rischierebbe la radiazione, per
aver violato la clausola compromissoria che impone di risolvere le
controversie calcistiche nell'ambito della giustizia sportiva e vieta
espressamente di rivolgersi alla Magistratura. Ma questi legami non
vengono mai provati: ufficialmente, essi hanno agito da "privati
cittadini nell'interesse della giustizia".
II 20 marzo, ad ogni modo, la Giudicante esprime il suo verdetto:
partita persa al Bologna contro il Torino, un punto di penalizzazione
in classifica, 18 mesi di squalifica a Fulvio Bernardini (salvato da
più gravi sanzioni, in virtù del suo passato azzurro), assoluzione
per i cinque giocatori, perché ignari delle sostanze che erano state
loro somministrate. In parole povere, il Bologna perde tre punti, il
primato in classifica ed uno sportivo, dal luminoso passato, che viene
bollato come "untore".
La squalifica di Bernardini da vita a un curioso caso, chiamato
"il giallo della radiolina"; la successiva domenica, quando
il Bologna si reca all'Olimpico per giocare contro la Roma; "Fuffo",
costretto ad assistere alla partita in tribuna, viene sostituito in
panchina dal fido Cervellati, col quale si tiene in contatto grazie ad
una piccola radio ricetrasmittente. L'inghippo è colto da un
fotografo, il direttore sportivo del Bologna, Bovina, cerca di far
sparire il corpo del reato, e viene squalificato per due mesi.
Mentre si attende il giudizio della magistratura ordinaria, la sola
che possa effettuare le controperizie sulle seconde provette, il
campionato va avanti, ma il Bologna è lacerato da grandi tensioni. In
un clima infuocato, lo scontro diretto con l'Inter a Bologna è vinto
dai nerazzurri, che paiono così spegnere ogni residuo sogno rossoblu.
Il colpo di scena arriva in maggio: gli esami di controllo, effettuati
dalla magistratura ordinaria, rilevano, nelle provette-bis, la
completa assenza di amfetamine e di qualsiasi altra sostanza proibita.
Quindi è automatico che qualcuno ha dolosamente alterato il contenuto
delle prime provette, immettendo in esse tali sostanze per danneggiare
il Bologna. Sul piano penale, la scoperta porta all'apertura di un
procedimento contro ignoti, sul piano sportivo lo sconcerto è enorme,
perché una sentenza degli organi sportivi è clamorosamente
sbugiardata dall'autorità dello Stato. Anche i più tenaci assertori
dell'autonomia dei tribunali calcistici devono arrendersi. Il massimo
ente sportivo italiano, il CONI, chiede alla Procura della Repubblica
di Bologna una copia della perizia svolta sulle seconde provette. Tale
copia viene passata alla C.A.F. (Commissione di Appello Federale)
davanti alla quale pende il ricorso del Bologna contro la sentenza
della Giudicante.
Il 16 maggio la C.A.F. assolve il Bologna, Bernardini ed il medico
sociale Poggiali, per "non essere stata accertata in forma non
dubbia l'infrazione". In sostanza, al Bologna vengono restituiti
tre punti, quello di penalizzazione ed i due conquistati sul campo
contro il Torino, grazie ai quali ritorna in testa alla classifica,
alla pari con l'Inter.La sentenza viene accolta con grandi
manifestazioni di giubilo, ma, sul piano dell'accertamento delle
responsabilità, neppure il procedimento penale porterà mai a
risultati apprezzabili. Il mistero resta ormai definitivamente
irrisolto. Il "caso-doping" od il "giallo della
pipì", come viene chiamato, è destinato ad alimentare per
sempre la leggenda: c'è chi arriva a identificare il
"congiurato" in un famoso personaggio che dopo aver vissuto
pagine gloriose a Bologna si è trasferito a Milano. Chi, dall'altra
sponda, parla di misteriosi e sconosciuti medicinali che il tedesco
Haller avrebbe portato dalla Germania, ma resta inspiegabile, in
questo caso, l'innocenza delle seconde provette.
Due anni dopo, il Giudice istruttore del Tribunale di Firenze, cui era
stato affidato per competenza territoriale il procedimento contro
ignoti, archivierà il caso, dopo aver ricostruito puntigliosamente i
capitoli del giallo e l'impossibilità di una sua logica soluzione
Così, in un clima avvelenato, il Bologna tiene testa alla grande
Inter di Helenio Herrera. Conclude il campionato a 54 punti, alla pari
dei nerazzurri; per la prima volta, lo scudetto deve assegnato in una
"bella" di novanta minuti, che viene fissato per il 7 giugno
allo Stadio Olimpico di Roma.
Quattro giorni prima Renato Dall'Ara, da poco dimesso dalla clinica
padovana dove era rimasto ricoverato per gli ormai frequenti attacchi
di cuore, sale a Milano per concordare con il suo collega-rivale dell'Inter,
il grande Angelo Moratti, i dettagli dello scontro. Pare che ad un
certo punto si tocchi il tasto del premio-partita, che Dall'Ara
vorrebbe calmierare. I toni si accendono, la discussione divampa, il
cuore stanco di Dall'Ara si ferma. La morte lo coglie, dopo trent'anni
di governo bolognese, proprio quando sta per riassaporare lo scudetto
che andava inseguendo da ventitré anni, da quel 1941 che aveva visto
il Bologna laurearsi campione d'Italia per la sesta volta.
La notizia della morte di Dall'Ara raggiunge il Bologna, in ritiro
vicino a Roma, come un fulmine a ciel sereno. L'Inter del
"mago" Helenio Herrera, intanto, si è appena laureata
campione d'Europa a Vienna, sconfiggendo, in una partita memorabile,
il leggendario Real Madrid di Puskas e di Di Stefano. Lo spareggio, il
primo e sinora unico nella storia del calcio italiano, sembra opporre
forze impari, essendo l'Inter nettamente favorita.
Bernardini, però, stupirà tutti con una mossa tattica che sarà
decisiva: la mancanza, per infortunio, di Ezio Pascutti e le cattive
condizioni del suo sostituto naturale Renna, consigliano a "Fuffo"
il ricorso ad un espediente, dovuto anche alla necessità di
controllare da vicino Mario Corso, numero undici dell'Inter, ma in
realtà ispiratore di gioco a tutto campo. II Bologna, quindi, schiera
un terzino, Johnny Capra, all'ala sinistra, con l'incarico di
francobollare da vicino Corso. Per mantenere gli equilibri tattici,
Haller gioca in posizione più avanzata del solito, funzionando in
pratica da spalla offensiva di Nielsen.
Il Bologna si schiera con Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich,
Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra. Risponde l'Inter
con Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair,
Mazzola, Milani, Suarez, Corso. L'arbitro è Lo Bello di Siracusa,
considerato il fischietto numero uno.
A Roma fa un caldo infernale. Il Bologna, che si è acclimatato
trascorrendo la vigilia sul posto, mostra di risentirne meno rispetto
all'Inter, che ha scelto di arrivare all'ultimo momento, scendendo dal
"fresco" di un paese montano. Alla distanza, i nerazzurri
crollano. Il Bologna passa in vantaggio con un tiro di punizione di
Fogli, deviato da Facchetti, poi Nielsen raddoppia.
È il trionfo, è il "settimo sigillo" nella storia degli
scudetti rossoblu. Bologna accoglie come eroi i reduci dall'Olimpico,
ma le imponenti feste decretate non possono fare dimenticare la
mancanza del presidente, primo artefice della conquista.
"Quei fatti di allora" disse l'avvocato Giuseppe Prisco,
allora vicepresidente dell'Inter "rivelarono la debolezza della
Federcalcio e lo strano comportamento della magistratura bolognese di
allora. Ma la cosa scandalosa, secondo me, non fu tanto il mistero del
doping quanto lo sfacciato aiuto che gli arbitri diedero al Bologna
impegnato nella rincorsa all'Inter. Ricordo la partita Bologna-Lazio
giocata subito dopo il fatto delle provette: al settimo minuto venne
fischiato un rigore inesistente per un "volo" in area del
centravanti Nielsen. I giocatori laziali rimasero di stucco e
consigliarono l'arbitro di consultare il guardalinee che forse aveva
visto meglio e di rimandare l'assegnazione del calcio di rigore ad
un'altra occasione più limpida, che certamente sarebbe capitata nel
corso della partita, vista l'enorme disparità tecnica tra Bologna e
Lazio, che infatti terminò il campionato staccata di ben 24 punti
dalla coppia di testa. I rigori decisivi per i rossoblu furono davvero
tanti, troppi e così Bologna ed Inter arrivarono allo spareggio di
Roma vinto, devo dire meritatamente, dalla squadra di Bernardini".
Giacomo Bulgarelli, uno dei giocatori-chiave del Bologna scudettato.
simpaticamente ribattezzato "Drogarelli"' dall'avvocato
Prisco, risponde così:
"Di sicuro posso dire che né io né i miei compagni di allora
prendemmo anfetamine o qualsiasi altro tipo di sostanze stupefacenti.
Tra l'altro le dosi trovate in quelle provette erano sufficienti per
uccidere un cavallo e questa fu la prova più valida per confermare
che le provette furono manomesse da ignoti. Tutto il resto non conta:
lo scudetto lo conquistammo meritatamente sul campo con un recupero
formidabile, su un Inter ormai demotivata e paga per la conquista
della Coppa dei Campioni".
Ma ancora adesso c'è chi giura che, colpevoli o vittime ignare, quel
2 febbraio 1964, Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti avevano
corso come leprotti, veloci ed imprendibili.
Bidescu
L'anno seguente l'Inter torna a dominare: vince di nuovo lo scudetto e
ancora la Coppa dei Campioni, questa volta proprio a San Siro. Sotto
un vero e proprio diluvio supera, infatti, il Benfica per 1-0 con gol
di Jair. Arriva di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora
contro l'Independiente. A San Siro l'Inter vince 3-0 con gol di Peiró
e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina. Nella stagione
1965/66 arriva il terzo scudetto, con l'Inter che domina dall'inizio
alla fine del campionato.
Al terzo anno l'Inter parte con due nuovi acquisti: la riserva del
Brasile Jair e Tarcisio Burgnich, che arriva dal Palermo dove la
Juventus l'aveva parcheggiato come scarto. Il "Mago" Herrera
azzecca gli acquisti che, uniti ai vecchi colpi di mercato, ai giovani
ormai affermati e al talento di Mario Corso, dalle celebri punzioni
"a foglia morta", trascinano l'Inter verso la gloria. La
squadra parte lenta, ma si riprende a metà Campionato e vince quasi
tutti gli scontri diretti, come nel brillante 4-0 inflitto al Bologna
alla tredicesima di Andata. Dopo la vittoria nel Derby dominato da
Mazzola arriva tuttavia la doccia fredda di una sconfitta a Bergamo
contro l'Atalanta. Se l'allenatore non dà peso all'accaduto, Moratti
raduna furioso la squadra e ordina di far giocare le riserve Bugatti,
Bolchi e Maschio al posto di Buffon, Zaglio e Di Giacomo, che il
"Presidentissimo" ritiene responsabili della sconfitta. La
frustata scuote i ragazzi e l'Inter scavalca il Genoa 6-0. Due mesi
dopo la vittoria sulla Juventus, ancora vanto di Mazzola, proietta i
nerazzurri verso lo Scudetto 1962/63. La certezza matematica arriva la
settimana dopo. Va meno bene la Coppa Italia: l'Inter è fuori ai
Quarti.
La vittoria in Serie A qualifica l'Inter in Coppa dei Campioni, e per
affrontare la fatica dei due tornei arrivano il portiere Giuliano
Sarti, il centravanti Aurelio Milani e il meno celebre Horst Szymaniak.
In Europa la cavalcata è trionfale: eliminato l'Everton (0-0/1-0), i
nerazzurri infilano Monaco (1-0/3-1), Partizan (2-0/2-1) e Borussia
Dortmund (2-2/2-0), raggiungendo la Finale contro il Real Madrid. Si
gioca a Vienna il 27 maggio 1964, e in una serata in cui Carlo Tagnin
annulla Di Stéfano e Aristide Guarneri ferma Puskás, l'Inter si
impone per 3-1 con doppietta di Mazzola e rete di Milani. Il club
Campione d'Europa si fa valere altrettanto nella Serie A 1963/64, ma
con esiti meno fausti. L'arrancante partenza è compensata da una
buona ripresa. La squadra si trova prima in classifica dopo la
penalizzazione inflitta al Bologna per l'uso di sostanze dopanti, ma
una guerra di carte bollate riporta i tre punti agli emiliani. A fine
Campionato Inter e Bologna sono appaiate a 54 punti, e lo Scudetto
deve essere deciso sul neutro di Roma: nell'unico spareggio per il
primo posto della storia, il Bologna vince 2-0 con autorete di
Facchetti e gol di Nielsen lasciando i nerazzurri a bocca asciutta. Va
segnalato che, con le regole attuali, l'Inter averebbe vinto il
Campionato in virtù del 2-0 totale (0-0/2-0) negli scontri diretti.
La nuova Stagione inizia con un importante trofeo: la Coppa
Intercontinentale. Il cattivo inizio con la sconfitta 1-0 in Argentina
è appianato da un 2-0 a Milano. La vincente fra i nerazzurri e l'Independiente
deve essere determinata il 26 settembre sul neutro di Madrid, dove l'Inter
batte gli avversari con un 1-0 siglato da "Mariolino" Corso,
laureandosi Club Campione del Mondo per prima in Italia. In Campionato
l'inizio non è dei migliori, tanto che a fine gennaio il Milan ha
sette punti di vantaggio. In una rimonta durata due mesi l'Inter vince
5-2 il derby, portando il distacco a un solo punto, e opera il
sorpasso battendo 2-0 la Juventus a Torino mentre i cugini perdono in
casa contro la Roma. Alla fine della Serie A 1964/65 si aggiungono
altri due punti di distacco: l'Inter è Scudetto. Nel frattempo
prosegue il cammino in Coppa dei Campioni inanellando un eclatante
6-0/1-0 alla Dinamo Bucarest, un più sofferto passaggio contro i
Rangers (3-1/0-1, rischiando di andare allo spareggio) e
un'incredibile eliminazione del Liverpool, che dopo aver vinto 3-1 in
Inghilterra è travolta dai nerazzurri 3-0 a San Siro. La finale per
l'Inter si gioca in casa, ma la vittoria non è così scontata: sotto
una pioggia scrosciante entra solo il tiro di Jair, ma basta per fare
dei nerazzurri i nuovi Campioni d'Europa. Manca un solo trofeo al
grande slam: è la Coppa Italia. Il 29 agosto a Roma si gioca
Juventus-Inter, ma la supremazia nerazzurra dimostrata in tutti gli
altri tornei non si fa vedere. Con una rete di Menichelli, i
bianconeri tolgono alla Beneamata l'ultimo trofeo.
Il 1965/66 si apre di nuovo sotto il segno di un'importante vittoria.
In Coppa Intercontinentale i Campioni d'Europa affrontano ancora una
volta l'Independiente, senza però dover ricorrere allo spareggio,
poiché al 3-0 siglato a Milano si aggiungere un pareggio a reti
inviolate a Buenos Aires. In Campionato gli avversari sono tanti, ma
nessuno si fa abbastanza valere: il Napoli degli acquisti record
Sivori e Altafini perde competitività alla tredicesima Giornata, il
Milan, secondo di un punto a metà Campionato, crolla nel ritorno e il
Bologna, risorto dopo un'iniziale crisi, si gioca tutte le speranze
pareggiando la penultima contro la Juventus, mentre l'Inter affonda la
Lazio e guadagna in anticipo la certezza matematica della Stella sul
petto, simbolo di dieci Scudetti. Un'inaspettata nota negativa arriva
dalla Coppa dei Campioni: dopo aver eliminato la Dinamo Bucarest
(1-2/2-0) e il Ferencvaros (4-0/1-1), un Real Madrid dal dente
avvelenato si prende la rivincita di due anni prima, elimina i
nerazzurri (0-1/1-1) e si invola verso il suo trionfo. Negativa anche
la Coppa Italia, con l'Inter fuori in semifinale.
Il
poeta mancino Mario Corso è il "Sinistro di Dio" per le sue
punizioni "a foglia morta", il livornese Armando Picchi
comanda da leader la rocciosa difesa e lo spogliatoio. Che Inter
quell'Inter che stava diventando grande e che aveva superato anche lo
scandalo beffa (a suo danno, ovvio) della Federcalcio sul rifacimento
di una partita esterna con la Juventus (come atto di rivolta alla Figc,
Moratti manda in campo a Torino la squadra dei giovani che perde 9-1;
la rete nerazzurra è firmata Sandro Mazzola, il primo gol di una
lunga cavalcata).
"Presidente, vinceremos todos y contra todos". Herrera deve
stregare Moratti, in qualche modo. Il tecnico ha già rischiato in
più occasioni l'esonero, il suo rapporto con il manager Italo Allodi
è tormentato. La prima penna del giornalismo sportivo italiano,
Giovanni Brera, critica spesso e volentieri l'allenatore nato a Buenos
Aires, cresciuto a Casablanca, affermatosi in Spagna. Insomma, le
difficoltà non mancano. Però è proprio in questa terra di nessuno,
in questa palestra di sudore e addestramenti (sta per essere costruito
anche il centro sportivo dell'Inter ad Appiano Gentile, in provincia
di Como), che nasce la leggenda, attraverso una fusione passionale e
molecolare tra Moratti, la squadra, Herrera, i tifosi, la città di
Milano. Raccontano i testimoni: "Non è possibile descrivere
quanto era bella la città grazie alla forza, alle idee e al calcio
della società nerazzurra". C'è da crederci, senza dubbi.
Nascono in questo periodo gli Inter Club, l'istituzione del tifoso
organizzato. Nasce, appunto, la leggenda. L'Inter di Herrera vince il
suo primo scudetto, stagione '62-'63, decisivo il successo a Torino
sulla Juventus nel cosiddetto Derby d'Italia: 1-0 per i nerazzurri,
rete-partita di Sandro Mazzola, classe 1942, figlio d'arte, attaccante
con un repertorio di colpi e un'intelligenza ben oltre la media
naturale, potente e veloce al tempo stesso, un'altra pagina eterna
della lunga e inconfondibile storia nerazzurra (in tutto, in 418
partite con una fedeltà senza macchia, Mazzola realizzerà 117 gol in
campionato, 20 nelle coppe europee, 24 in Coppa Italia). "Il
Mago", per regalare a Moratti il primo titolo tricolore, schiera
la seguente formazione: Buffon; Burgnich, Facchetti; Zaglio, Guarneri,
Picchi; Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez, Corso.
Giacinto Facchetti, nato a Treviglio nel luglio del 1942, diventa
l'allievo prediletto del "Mago". Con un fisico da granatiere
e una volontà di ferro, "rubato" all'atletica leggera, è
l'Inter che si fa morale, rigorosa e puntuale nell'insegguimento
dell'obiettivo. Facchetti è il primo terzino d'attacco della storia
del calcio italiano, domina la fascia sinistra, marca e attacca
contemporaneamente. Herrera lo proverà anche come attaccante per la
facilità realizzativa e nel 1978, quando dirà stop al calcio
giocato, Giacinto il "Gigante Buono" avrà realizzato, solo
in campionato, un totale di 59 reti. Un atleta perfetto, un interista
controtendenza rispetto al dna "pazzo": Facchetti, grazie al
"Mago", è arrivato nell'Olimpo del calcio e vi è rimasto,
figura di riferimento all'interno della Società (nel gennaio 2004 è
stato nominato Presidente) e delle istituzioni calcistiche, nazionali
e internazionali.
Anche dopo la conquista del primo scudetto, la prima richiesta che
Herrera fa ad Angelo Moratti è quella di una cessione. Il ritornello
si ripeterà ogni dodici mesi. Nel mirino del tecnico, Corso, veneto
classe 1941, il campione con un piede solo (il sinistro), un artista
del pallone. Troppo bravo tecnicamente, troppo geniale nelle giocate,
per andare anche e sempre di corsa. Ma il Presidentissimo non cederà
mai al ricatto del "Mago", e così vissero insieme felici e
contenti. Unione favorita, senza dubbio, anche dai successi che la
squadra comincia a raccogliere. Dopo lo scudetto parte una
straordinaria e fortunata avventura in Europa che, mercoledì 27
maggio 1964, si conclude al "Prater" di Vienna, avversario
il Real Madrid dei campionissimi, di Puskas e Di Stefano che
affrontano la loro settima finale di coppa. L'Inter, al cospetto,
sembra giovane, inesperta, ambiziosa e, al tempo stesso, indifesa.
Invece, sotto l'apparenza, arde il grande fuoco nerazzurro; I tifosi
partono da Milano con ogni mezzo possibile per raggiungere la capitale
austriaca. Herrera, che da buon ex del Barcellona vive la finale quasi
come un derby, prepara la gara in ogni particolare. Ed è trionfo. Il
gregario Carlo Tagnin annulla Di Stefano, lo stopper Aristide Guarneri
non lascia palla a Puskas, il grande capitano Picchi domina la scena
difensiva, sul finale del primo tempo Facchetti lancia Mazzola che
porta in vantaggio i nerazzurri. Nella ripresa 2-0 del centravanti
Aurelio Milani, poi accorcia il Real con Felo, chiude Mazzola con una
rete capolavoro. L'Inter è campione d'Europa. Milano e l'Italia
intera scendono in piazza per celebrarla.
La fine di un ciclo
Nel 1967 l'Inter arriva alla fine della stagione in testa alla
classifica ed in finale di Coppa Campioni ma in tre giorni perde
tutto: il trofeo continentale va al Celtic Glasgow, che vince per 2-1,
lo scudetto alla Juventus, dopo aver perso incredibilmente l'ultima di
campionato contro il Mantova per 1-0 grazie a una clamorosa papera di
Sarti.
Herrera resta un altro anno, ottenendo un anonimo quinto posto, e poi
va alla Roma, mentre Moratti decide che era ora di passare la mano e
lascia la presidenza a Ivanoe Fraizzoli nel 1968.
Sull'epopea della "Grande Inter" Ferruccio Mazzola ha
gettato fosche nubi, accusando in particolare l'allenatore Herrera di
sistemi di allenamento e punizione disumani e di impiegare
costantemente sostanze dopanti. Tali accuse non hanno però mai
trovato un concreto riscontro.
La formazione della Grande Inter è diventata una di quelle entrate
nella storia del calcio italiano, fra quelle che si ricordano a
memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti... Fra i pali venne schierato,
fino al 1963, Lorenzo Buffon, poi scambiato con Giuliano Sarti alla
Fiorentina. Sarti divenne uno dei migliori portieri dell'epoca fra i
pali dell'Inter.
I quattro difensori arrivarono tutti quanti al successo della maglia
azzura, in particolare i due terzini, Tarcisio Burgnich a destra,
forte in marcatura, insuperabile di testa, Giacinto Facchetti a
sinistra, con le sue incursioni sulla fascia e i numerosi gol che
fecero di lui il primo terzino-goleador del calcio italiano. Al centro
Aristide Guarneri giocava in marcatura sul centravanti avversario
mentre Armando Picchi ricopriva il ruolo di libero. Nemmeno un grande
campione come Saul Malatrasi riuscì a spezzare gli equilibri creati
da questi quattro giocatori. Faro del centrocampo della squadra fu
senza ombra di dubbio Luisito Suarez, che Herrera aveva fortemente
voluto con sé dopo l'esperienza al Barcellona. Alessandro Mazzola
invece rimaneva il punto di riferimento per la finalizzazione della
manovra, facendo da ponte fra centrocampo e attacco dopo aver
cominciato la carriera come attaccante. Mancò invece una figura fissa
nel ruolo di mediano, che vide susseguirsi giocatori di calibro come
Gianfranco Bedin e Tagnin.
A parte vanno nominate le grandi ali che ebbe l'Inter in quel periodo,
su tutti Mariolino Corso sulla fascia sinistra, ma non sono da
dimenticare nemmeno Jair e Angelo Domenghini sulla fascia destra. La
figura che mancò maggiormente alla Grande Inter fu probabilmente un
grande centravanti, ma evidentemente non fu una carenza di peso.
Inizialmente ricoprirono il ruolo di punte Gerry Hitchens ed Edwing
Firmani, ma furono presto soppiantati dall'astro nascente di Mazzola.
Inizialmente fu affiancato da un onestissimo Beniamino Di Giacomo o da
Aurelio Milani, poi da Joaquín Peiró e da Angelo Domenghini che
alternava il ruolo di ala e di centravanti.
Fraizzoli
Il 1967 è un anno dove in
meno di una settimana l'Inter passa dal Paradiso
all'inferno. In pochi
giorni l'Inter perde dapprima la finale di Coppa dei Campioni 2-1
contro il Celtic Glasgow e meno di una settimana dopo è la volta
della sconfitta a Mantova per 1-0 durante l'ultima Giornata di
Campionato, che costa sorpasso e Scudetto in favore della Juventus.
L'anno seguente l'Inter ottiene un deludente quinto posto, risultato
che provoca il licenziamento di Helenio Herrera e pone le fondamenta
per una decisione drastica da parte di Angelo Moratti. Infatti, nel
1968 il "Presidentissimo" passa la mano e diventa presidente
Ivanoe Fraizzoli. Sotto la sua gestione arriva l'undicesimo Scudetto
nel 1971, la seconda Coppa Italia nel 1978 ed il dodicesimo Scudetto
nel 1980, gli ultimi due con allenatore Eugenio Bersellini.

La
lattina di Boninsegna
di Bidescu
Roberto Boninsegna, ex centravanti dell'Inter, del Cagliari, della
Juventus ed eroe dello squadrone azzurro secondo in Messico nel 1970,
tanti anni fa andò a giocare in Germania, a Colonia, una partitella
di "vecchie glorie", insieme a Facchetti, Bellugi, Rosato,
Altafini, Sala "il poeta" contro tedeschi gloriosi come
Haller, Netzer, Vogts, Schutz. Una festa, una di quelle belle e sane
rimpatriate che riconciliano con il calcio inteso finalmente solo come
spettacolo e non "guerra" per i tre punti. Ma, se Facchetti,
Rosato, Bellugi, Haller e Netzer furono accolti in campo da applausi e
simpatia, lui, "Bonimba" venne invece subissato di fischi
dal pubblico di Colonia da quando mise piede sul terreno di gioco,
fino alla fine della partita.
Boninsegna sarà pure stato un grande cannoniere di Inter, Cagliari,
Juve ed eroe azzurro, ma per i tedeschi è e resterà sempre
"quello della lattina". Ecco come andò la storia.
Era il 20 ottobre del 1971. L'Inter, dopo aver vinto lo "scudetto
del sorpasso", quello che, sotto la guida di Invernizzi, aveva
rimontato sette punti al Milan di Liedholm, era impegnata nel secondo
turno della Coppa dei Campioni. Il sorteggio le aveva affidato una
squadra tedesca, il Borussia di Moenchengladbach che non aveva una
grande caratura internazionale, anche se nelle sue file allineava
campioni come Netzer, Vogts, Wimmer, Bonhof ed Heynckes. I nerazzurri,
invece, potevano contare sui vari Mazzola, Burgnich, Facchetti, Corso,
Boninsegna, Jair, giocatori che avevano vinto su tutti i campi del
mondo. Convinti di passare agevolmente il turno, i giocatori dell'Inter
entrarono nel piccolo stadio di Moenchengladbach, davanti a ventimila
spettatori, con una certa sufficienza.
Invece si sbagliavano di grosso, perché stavano andando incontro ad
una delle più sonanti sconfitte della loro storia, un 7-1 umiliante e
clamoroso che ancora adesso è tra le disfatte più vistose della
società. Quel 7-1 però è stato cancellato dal tabellone della Coppa
dei Campioni ed all'atto pratico è come se non fosse mai successo
niente.
Era il 29' del primo tempo. Il Borussia conduceva per 2-1. Aveva
segnato prima Heynckes, Boninsegna aveva pareggiato, ma l'ala sinistra
danese Le Fevre, aveva riportato in vantaggio i tedeschi. Il pallone
era uscito in fallo laterale; Boninsegna era andato a raccoglierlo,
per effettuare la rimessa, e stava per lanciarlo verso Jair, quando
con un grido, era piombato a terra. Una lattina di Coca-Cola l'aveva
colpito alla nuca facendogli perdere i sensi. Successe il finimondo:
Invernizzi scattò dalla panchina, giunsero medico e massaggiatore e
tutti i giocatori, compagni e avversari, fecero cerchio attorno al
centravanti svenuto.Una confusione enorme, un caos indescrivibile
durante il quale soltanto due giocatori non persero la testa. Uno fu
Netzer. il biondo centrocampista del Borussia che poi sarebbe
diventato un pilastro della nazionale, l'altro Sandro Mazzola. Il
primo pensò a far sparire la lattina lanciandola immediatamente fuori
dal campo, il secondo corse a recuperarla conscio dell'importanza di
poter esibire il corpo del reato nell'eventuale processo. Ma torniamo
a "Bonimba".
Il centravanti restò intontito per qualche minuto. Poi l'arbitro
olandese Dorpmans fu costretto ad ordinare la ripresa del gioco e l'Inter
provvide alla sostituzione di Boninsegna. Entrò al suo posto Ghio. II
Borussia riprese ad attaccare, i nerazzurri apparvero sempre più
frastornati dal ritmo degli avversari e dall'urlo della folla e fu un
disastro: 4-1 alla fine del primo tempo e 7-1 il risultato finale.
Ma il giorno dopo si scatenò la battaglia legale ed entrò in campo
l'avvocato Giuseppe Prisco, vicepresidente nerazzurro. Fece ricorso
alla commissione disciplinare dell'Uefa, sostenendo che la partita non
poteva essere giudicata regolare, in quanto l'Inter non aveva avuto la
possibilità, per cause esterne, di tenere in campo fino alla fine il
suo centravanti. Si chiedeva quindi, visto che il regolamento delle
coppe non prevedeva la sconfitta a tavolino per responsabilità
oggettiva, almeno la ripetizione della gara. Dalla Germania piovvero
insulti contro di noi. Boninsegna venne accusato di aver fatto una
sceneggiata, il presidente Fraizzoli, l'allenatore Invernizzi e tutti
gli altri di non saper perdere.
Furono otto giorni di fuoco, durante i quali l'Inter scoprì
l'identità del lanciatore della lattina, l'operaio ventinovenne
Manfred Kristein. Netzer disse che avrebbe venduto la sua "Ferrari
Dino", perché non voleva avere niente a che fare con l'Italia, i
nostri connazionali che lavoravano in Germania subirono angherie e
soprusi dai compagni di lavoro tedeschi, ma alla fine la giustizia
trionfò.
Il 28 ottobre 1971 la partita venne annullata dalla commissione
disciplinare: il doppio confronto fra Inter ed il Borussia era da
rifare. Non solo: il campo di Moenchengladbach fu squalificato per un
turno, per cui l'Inter avrebbe usufruito del vantaggio di giocare la
partita di ritorno in campo neutro. La prima scelta fu Berna, ma poi,
per motivi di incasso, si scelse Berlino.
Tutta l'Inter esultò. Gli stessi giocatori furono felici di potersi
confrontare di nuovo con i tedeschi. Soltanto uno non partecipò alle
feste nerazzurre: Mariolino Corso, il mancino d'oro del centrocampo.
Lui, infatti, fu l'unico interista a pagare: la commissione lo
squalificò per un anno e due mesi ritenendolo colpevole di aver dato
un calcio all'arbitro durante una mischia verificatasi a fine partita.
Era tutto falso, perché il calcio l'aveva sferrato Ghio, ma non ci fu
niente da fare. Corso fu sacrificato all'altare della giustizia
sportiva ed obbligato ad assistere dalla tribuna alla ripetizione
della sfida infuocata tra Inter e Borussia.
La partita di andata si giocò a San Siro il 3 novembre 1971. Lo
stadio era pieno fino all'inverosimile, l'ambiente era surriscaldato
come non mai. Forse soltanto ai tempi di Herrera, con la sfida
Inter-Liverpool (il clamoroso 3-0 con goal-rapina di Peirò) si era
arrivati a tanta agitazione. E l'Inter seppe regalare ai suoi tifosi
una grande vittoria. Il risultato fu di 4-2, al termine di un incontro
fantastico. Segnò per primo Mauro Bellugi, poi proprio Boninsegna,
poi Le Fevre, Jair, Wittkamp e subito dopo, ormai allo scadere, Ghio.
Ma c'era ancora da giocare la partita di ritorno e non si sarebbe
trattato certo di andare a fare una passeggiata dalle parti di
Berlino. Ma stavolta l'Inter aveva un grande vantaggio: sapeva
perfettamente cosa avrebbe incontrato, non avrebbe di certo
sottovalutato la partita; per quasi un mese Invernizzi tenne in
tensione i suoi ragazzi, e poi, all'ultimo momento, estrasse dal
cilindro il colpo vincente. Mandò in porta un ragazzino di vent'anni,
Ivano Bordon al posto di Lido Vieri. E Bordon, davanti ad ottanta mila
spettatori e circa venti milioni di telespettatori italiani che videro
la partita in diretta, disputò quello che può essere ritenuta il
più bella partita della sua vita. Riuscì a parare tutto, tiri alti e
tiri bassi, da lontano e da vicino, in mischia e su azione lineare.
Parò anche un rigore, al cannoniere Hevcknes e fu eletto autentico
eroe della serata.
Finì 0-0, furono grandi feste, e l'Inter poté così continuare la
sua strada fino alla finale della Coppa dei Campioni. Non riuscì a
vincere la coppa, perché si trovò di fronte l'imbattibile Ajax di
allora, che vinse la partita con due goals del grandissimo Johann
Crujiff, che si fece beffa della difesa interista.
Ma ora dobbiamo tornare alla partita di Moenchengladbach. Eravamo
rimasti a quando Mazzola s'era diretto ai bordi del campo per
recuperare "il corpo del reato". La lattina
"vera", quella che colpì Boninsegna, non venne mai trovata.
Netzer l'aveva lanciata verso un poliziotto che era stato sveltissimo
ad infilarsela sotto il cappotto. Mazzola vide tutta la scena, provò
a scuotere l'agente, ma dopo aver visto l'inutilità del suo tentativo
non si perse d'animo. Si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di
due tifosi italiani attaccati alla rete di recinzione. Mazzola ed i
tifosi si capirono al volo, non ci fu neppure bisogno di parole. Uno
di questi stava sorseggiando una "Coca-Cola" da una lattina
uguale a quella appena sparita. Se la staccò dalle labbra e la
lanciò a Sandro che corse a portarla all'arbitro davanti allo sguardo
sorpreso di Netzer. Non si è mai saputo come se la cavarono i due
tifosi italiani in mezzo alla folla di Moenchengladbach; ma, senza
quel gesto e senza la presenza di spirito di capitan Mazzola, l'Inter
non avrebbe mai potuto vincere la sua battaglia legale.
Ed i tedeschi continuano a fischiare Boninsegna ...
Pellegrini
Nel 1984 tocca al nuovo presidente Ernesto Pellegrini riorganizzare la
squadra per centrare nuovi successi e nella stagione 1988/89 riesce ad
allestire una squadra da record: è l'anno dei tedeschi Lothar
Matthäus e Andreas Brehme e del record di punti, 58 (84 conteggiando
tre punti a vittoria), con 26 vittorie, 6 pareggi e 2 sconfitte. Tale
risultato non è mai stato eguagliato nella Serie A a 18 squadre.
Nella stagione successiva l'Inter si aggiudica la Supercoppa Italiana
e nel 1991, a distanza di 26 anni dall'ultimo successo europeo,
conquista la Coppa UEFA battendo in finale un'altra squadra italiana,
la Roma. Gli anni Novanta, tuttavia, vedono i nerazzurri in
difficoltà. Mentre i rivali storici della Juventus e del Milan
conoscono annate di successi, l'Inter ottiene mediocri piazzamenti in
campionato. Nel 1994 arriva una gioia europea, la vittoria della Coppa
UEFA dopo il successo nella doppia finale contro il Casino Salisburgo.
Il successo in Europa si contrappone con il piazzamento molto
deludente nel campionato nazionale, che l'Inter chiude ad un solo
punto dal Piacenza retrocesso.
Il ritorno dei Moratti
Il
18 febbraio 1995 la squadra torna nelle mani della famiglia Moratti:
è Massimo, figlio di Angelo, a prenderne le redini, assegnando all'ex
capitano nerazzurro Giacinto Facchetti un ruolo dirigenziale. I
risultati, però, faticano ad arrivare. Dopo aver concluso il
campionato di Serie A 1994-1995 al 6° posto, nella stagione seguente
l'Inter si piazza settima a 19 punti dal Milan campione d'Italia. Nel
1996-1997 la squadra giunge terza in campionato a 6 punti dalla
Juventus e perde la doppia finale di Coppa UEFA contro lo Schalke 04
ai calci di rigore.
L'estate 1997 segna una svolta: Moratti ingaggia Luigi Simoni come
allenatore e acquista per 48 miliardi di lire dal Barcellona il
fuoriclasse brasiliano Ronaldo, che nel dicembre di quell'anno è
eletto Pallone d'Oro. Con l'innesto del Fenomeno, che mantiene un
rendimento straordinario nel suo primo anno italiano, nella stagione
1997-1998 la squadra torna ad essere competitiva e a battersi per lo
scudetto insieme a una delle rivali storiche, la Juventus. I
nerazzurri conducono la classifica per le prime 16 giornate prima di
essere sorpassati a metà torneo dai bianconeri, campioni d'inverno. A
quattro giornate dalla fine, con la Juventus capolista a quota 66
punti e l'Inter seconda a 65, le due rivali si affrontano a Torino. Il
clima è molto teso a causa di polemiche suscitate da controverse
decisioni arbitrali delle giornate precedenti riguardo le due squadre.
Sul finire del primo tempo la Juventus passa in vantaggio con un gol
di Alessandro Del Piero. Nella ripresa, sull'1-0, l'arbitro Ceccarini
di Livorno decide di non intervenire di fronte ad un contatto in area
bianconera tra Ronaldo e Mark Iuliano, parso ai più falloso e quindi
punibile con il rigore. Nel proseguimento dell'azione è invece la
Juventus a guadagnare il rigore, che però lo stesso Del Piero
sbaglia, facendosi parare il tiro da Gianluca Pagliuca. Il finale di
partita è molto acceso: Simoni, infuriato, si dirige verso Ceccarini
ed è trattenuto dagli addetti. Mentre nei giorni successivi
all'incontro si crea un vespaio di polemiche in tutto il paese, il
giudice sportivo infligge all'Inter un totale di 10 giornate di
squalifica, sommando le sanzioni all'allenatore ai giocatori. Nelle
giornate successive la squadra di Simoni perde ulteriore terreno e
così la Juventus vince il campionato di Serie A 1997-1998. In Coppa
Italia i nerazzurri escono agli ottavi ad opera del Milan, sconfitto
nel ritorno per 1-0 ma qualificato grazie al vittorioso 5-0
dell'andata. La maggiore soddisfazione dell'annata per l'Inter viene
dall'Europa, dove i nerazzurri riscattano la sconfitta nella doppia
finale di Coppa UEFA subita l'anno precedente contro lo Schalke 04. In
quella stessa competizione, che da quell'annata è decisa dalla finale
unica, l'Inter supera infatti la Lazio per 3-0 al Parco dei Principi
di Parigi nel maggio 1998, mettendo in bacheca la terza Coppa UEFA
della sua storia.
Anni bui
Nell'estate 1998 arriva all'Inter
Roberto Baggio, reduce da un'ottima esperienza al Bologna. Il Codino,
tuttavia, sin da subito non è schierato con continuità e non riesce
ad essere decisivo per la squadra: anche per questo nel 1998-1999 l'Inter
è artefice di un'altra stagione negativa. Estromessa ai quarti di
finale della Champions League dal Manchester United (poi vincitore
della manifestazione), in campionato delude ancora una volta,
giungendo ottava cambiando addirittura 4 allenatori.
Nell'estate 1999 la dirigenza acquista Christian Vieri, versando alla
Lazio 90 miliardi di lire e assume Marcello Lippi, il quale, dopo anni
di successi con la Juventus, nella stagione precedente si era dimesso
a febbraio per gli scarsi risultati ottenuti. La coppia d'attacco
Vieri-Ronaldo fa già sognare i tifosi, ma una serie di danni fisici
occorsi ai due bomber impedisce all'Inter di recitare un ruolo di
protagonista in campionato. Ad essere colpito dalla sfortuna è
soprattutto Ronaldo, che il 12 aprile 2000, proprio in occasione del
suo ritorno in campo dopo un infortunio, rischia di essere costretto
al ritiro dall'attività agonistica per un nuovo gravissimo infortunio
al ginocchio. Al termine di una stagione travagliata la squadra si
piazza quarta e vince lo spareggio per l'ingresso in Champions League
contro il Parma del 23 maggio 2000.
Anche la stagione seguente si rivela fallimentare. Ad agosto i
meneghini vengono clamorosamente estromessi dalla Champions al terzo
turno preliminare dagli svedesi dell'Helsingborg, dopo che Alvaro
Recoba fallisce un rigore decisivo al 90° minuto della partita di
ritorno al Meazza. Ancora scottata dall'eliminazione, la squadra perde
nell'esordio in campionato sul campo della Reggina, provocando il duro
sfogo, documentato dalla televisione, dell'allenatore Marcello Lippi,
che si rivolge ai giocatori con toni rabbiosi. Due giorni più tardi
sulla panchina dell'Inter è chiamato Marco Tardelli, ex gloria
bianconera e nerazzurra, campione del mondo nel 1982 e allora
commissario tecnico della Nazionale italiana Under-21, con cui pochi
mesi prima ha vinto il campionato europeo. Malgrado il cambio della
guida tecnica, l'Inter stenta e l'11 maggio 2001 va incontro ad un
pesantissimo crollo in casa nel derby contro il Milan (0-6). I
nerazzurri chiudono il torneo al 5° posto davanti ai cugini,
qualificandosi in Coppa UEFA. Marco Tardelli non viene confermato
sulla panchina della squadra. Al termine di quella stagione scoppia lo
scandalo dei passaporti falsi, riguardante la naturalizzazione
illecita di alcuni calciatori extracomunitari. Tra le società
coinvolte figura anche l'Inter. Il direttore sportivo Gabriele Oriali
patteggia 20.000 euro di ammenda e Álvaro Recoba subisce una
squalifica totale di 2 anni, poi ridotta dalla FIGC a 6 mesi di
radiazione nelle competizioni nazionali con diffida.
L'Inter di Cuper e di Zaccheroni
Il fatale 5 maggio
Ronaldo : 100 presenze e 59 reti tra il 1997 e il 2002Nell'estate
seguente Moratti decide di puntare su Hector Cuper, tecnico argentino
che nelle due stagioni precedenti aveva condotto il Valencia a due
finali consecutive di Champions League (entrambe perse). Lo scudetto
è conteso per la maggior parte dell'annata tra i nerazzurri e la Roma
campione d'Italia in carica. Quando mancano solo 5 giornate al termine
l'Inter ha 6 punti di vantaggio sulla Juventus, terza dietro ai
capitolini. In queste cinque settimane, tuttavia, accade
l'imponderabile: l'Inter totalizza solo 7 punti sui 15 disponibili,
mentre la Juve non ne lascia per strada neanche uno. Al 29° turno il
club di Moratti perde 2-1 in casa con l'Atalanta e, nella stessa
giornata, la Juventus vince sul campo del Perugia 4-0 e la Roma
pareggia 2-2 in trasferta contro il Venezia. A questo punto la
Beneamata si trova in testa con 3 punti di vantaggio sulle avversarie,
appaiate in classifica prima che, nei successivi tre turni di
campionato, la Juventus riesca a scavalcare la Roma. L'ultima giornata
si disputa il 5 maggio 2002 con la classifica seguente: Inter 69,
Juventus 68, Roma 67. È proprio nell'ultimo atto di un torneo così
avvincente che si concretizza una delle sorprese più grandi degli
ultimi decenni della Serie A. Il 5 maggio, in un Olimpico colmo di
tifosi interisti (persino i sostenitori laziali, gemellati con quelli
dell'Inter, inneggiano al tricolore prossimo per la compagine di
Milano) la squadra di Cuper è sconfitta per 4-2 dalla Lazio e il
risultato, unito alla vittoria per 2-0 della Signora sul campo
dell'Udinese e a quella della Roma al Delle Alpi contro il Torino,
vede l'Inter scavalcata da ambedue le contendenti: la Juventus (71
punti) conquista il suo 26° scudetto e la Roma (70) l'ingresso
diretto in Champions a scapito dei milanesi, i quali, dopo aver
mancato la grande occasione di riconquistare il tricolore dopo tredici
anni, subiscono anche la beffa di dover affrontare, nella stagione
successiva, il turno preliminare della massima competizione calcistica
continentale. Il cammino in Coppa UEFA si interrompe in semifinale ad
opera del Feyenoord, poi vincitore della competizione.
Nonostante il finale d'annata disastroso, per la stagione 2002-2003,
che prende il via senza Ronaldo (ceduto al Real Madrid su richiesta
del giocatore, a causa di insanabili contrasti con l'allenatore Cuper),
Moratti rinnova la fiducia a Hector Cuper, che conduce la squadra al
secondo posto finale in Serie A, a 7 punti dalla Juventus campione e a
4 dal Milan terzo. Christian Vieri è il capocannoniere del torneo con
24 gol. In Champions League i nerazzurri sono eliminati in semifinale
dal Milan (poi campione d'Europa), nel primo derby di Milano nella
storia delle coppe europee. La partita di andata, Milan-Inter, termina
a reti inviolate; il ritorno, Inter-Milan, finisce 1-1 e consente ai
rossoneri di passare il turno in virtù del gol segnato in trasferta.
Proprio nella partita di ritorno si mette in luce Obafemi Martins,
19enne attaccante nigeriano cresciuto nel settore giovanile dell'Inter
e autore dell'1-1 finale.
Da Cuper a Zaccheroni
Nell'estate 2003 inizia la terza stagione di Cuper, il quale è
esonerato ad ottobre a seguito delle deludenti prestazioni dell'Inter
ed è sostituito da Alberto Zaccheroni. A gennaio, nel calciomercato
invernale, è richiamato dal prestito al Parma il giovane attaccante
brasiliano Adriano, che, dopo aver esordito con l'Inter nel 2001 e
aver realizzato molti gol con Fiorentina (6 gol) e Parma (23 gol) tra
il 2002 e il 2004, segna gol importanti nel suo primo scorcio di
stagione da titolare con la formazione nerazzurra. Il tecnico
romagnolo finisce il campionato alle spalle di Milan, Roma e Juventus,
centrando quel 4° posto che era l'obiettivo minimo dell'Inter dopo un
avvio amaro. Tuttavia ciò non è sufficiente alla conferma per
l'annata seguente. Intanto, nell'inverno 2003, è stato trovato
positivo al nandrolone il nerazzurro Mohammed Kallon. La società si
è dichiarata estranea alla vicenda, posizione che né il calciatore
né il suo avvocato finora hanno mai smentito.
L'Inter
di Mancini
A giugno 2004 Roberto Mancini è ufficialmente il nuovo allenatore
dell'Inter. Il tecnico ritrova il centrocampista Dejan Stankovic e
porta con sé a Milano dalla Lazio i difensori Giuseppe Favalli e Siniša
Mihajlovi? e dal Chelsea l'ex compagno di squadra in biancoceleste
Juan Sebastián Verón. La squadra può contare su un attacco sulla
carta molto forte (Adriano, Vieri, Martins, Recoba), ma non riesce ad
andare incontro alle grandi aspettative suscitate in estate,
pareggiando ben 18 partite su 38 e giungendo terza in campionato
dietro Juventus e Milan. In campo internazionale viene estromessa
dalla Champions League ai quarti di finale ancora dal Milan con questi
risultati: Milan-Inter 2-0; Inter-Milan 0-3 a tavolino (match sospeso
nel secondo tempo per lancio di bengala dei sostenitori nerazzurri sul
risultato di 1-0 per i rossoneri, subito dopo una rete annullata a
Esteban Cambiasso). Il club di Moratti è comunque capace di mettere
in bacheca un trofeo dopo sette anni. I nerazzurri conquistano infatti
la quarta Coppa Italia il 15 giugno 2005 nella finale contro la Roma,
imponendosi sia all'andata che al ritorno: 2-0 allo Stadio Olimpico
con una doppietta di Adriano e 1-0 al Meazza con gol di Siniša
Mihajlovic?.
La compagine meneghina comincia il 2005-2006 con il piede giusto: il
20 agosto 2005 si aggiudica la seconda Supercoppa Italiana della sua
storia dopo quella del 1989, grazie a una rete di Juan Sebastián
Verón nei supplementari contro la Juventus al Delle Alpi (1-0). Il
campionato parte con la fuga della Juventus. Soltanto Milan e Inter
sono in grado di mantenere l'impetuoso passo dei bianconeri, prima che
un vistoso calo dei rossoneri permetta ai nerazzurri di occupare
stabilmente la seconda piazza della classifica. Nel derby d'Italia di
ritorno, disputato a marzo, l'Inter ripone le speranze di una rimonta
che avrebbe dell'incredibile, ma viene sconfitta per 2-1 a San Siro
con gol decisivo di Alessandro Del Piero. Il passo falso, unito alla
precedente sconfitta con la Fiorentina, favorisce il notevole recupero
del Milan, capace di rimontare 14 punti all'Inter e 11 alla Juventus.
Alla fine, però, sono ancora i bianconeri a celebrare lo scudetto,
davanti al Milan e all'Inter, staccata nettamente di 12 punti. In
Champions League, nonostante le prime sfide a porte chiuse a San Siro
a causa dei fatti del derby di Champions, il cammino dei nerazzurri è
in discesa. Dopo il primo posto nella fase a gironi, la squadra
sconfigge l'Ajax agli ottavi, ma esce inopinatamente dal torneo ai
quarti di finale per mano degli spagnoli del Villarreal, malgrado la
vittoria per 2-1 nel match di andata al Meazza. Il ritorno al Madrigal
termina infatti 1-0 per gli avversari, che si qualificano alle
semifinali in virtù del gol messo a segno da Diego Forlán al primo
minuto di gioco della sfida di San Siro. Ai nerazzurri resta così la
Coppa Italia, che vincono per la seconda volta consecutiva, ancora
contro la Roma. Dopo il pareggio all'Olimpico (1-1 con reti di Cruz
per l'Inter e di Mancini per la Roma) al ritorno la formazione
milanese prevale per 3-1 (gol di Cambiasso, Cruz e Martins per l'Inter
e di Nonda per la Roma), conquistando il trofeo per la quinta volta
nella sua storia.A seguito dello scandalo del calcio italiano il 26
luglio 2006 il Commissario Straordinario della FIGC Guido Rossi,
recepito il parere positivo di una commissione di "tre
saggi" (Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi)
appositamente creata, assegna d'ufficio all'Inter il 14° scudetto
della sua storia, proclamandola Campione d'Italia in seguito ai
provvedimenti della Corte Federale: retrocessione in Serie B della
Juventus prima in classifica e 30 punti di penalizzazione inflitti al
Milan secondo classificato dalla Corte Federale. Eccezion fatta per
alcuni pareri isolati, la società e la tifoseria assumono una linea
celebratrice dello scudetto, riassunta dall'opinione del presidente
Facchetti il quale definì il trofeo "scudetto della
correttezza".
Il 26 agosto 2006 l'Inter si presenta alla sfida di Supercoppa
Italiana a San Siro come favorita, con la coccarda della Coppa Italia
sulla manica sinistra e lo scudetto sul petto. Sebbene quello dell'Inter
sia un double ottenuto a tavolino, in passato l'accoppiata era
riuscita solo a Torino, Juventus, Napoli e Lazio. In campo giocano
dall'inizio Zlatan Ibrahimovic e Patrick Vieira, fiori all'occhiello
di una campagna-acquisti faraonica e provenienti dalla decaduta
Juventus. Ceduto Obafemi Martins, in panchina c'è Hernán Crespo,
altro grande acquisto (prelevato dal Chelsea), tornato in nerazzurro
dopo tre anni. Nei primi 30 minuti di gioco la Roma realizza tre gol
(Mancini e doppietta di Aquilani), ma sul finire della prima frazione
il nuovo acquisto Patrick Vieira segna il gol che riapre la partita.
Nel secondo tempo, infatti, Crespo, subentrato ad Adriano e ancora
Vieira vanno in gol per il 3-3 su cui si chiudono i 90 minuti
regolamentari. I supplementari danno poi merito ad un'Inter con
maggiore qualità e forza fisica rispetto ad una Roma che accusa una
preoccupante flessione fisica. La punizione di Luís Figo fissa il
risultato sul 4-3 per la formazione nerazzurra e le consegna la terza
Supercoppa Italiana della sua storia, la seconda consecutiva.
Il 4 settembre 2006, pochi giorni dopo la vittoria in Supercoppa, un
grave lutto colpisce l'Inter, oscurandone l'atmosfera di ottimismo in
vista della nuova stagione: muore, infatti, a Milano, il presidente
Giacinto Facchetti, già bandiera nerazzurra negli anni sessanta e
settanta, gravemente malato da alcuni mesi.
Nella stagione 2006-2007 l'Inter torna a dominare la scena italiana:
ottiene il primato assoluto delle vittorie consecutive in campionato
(17, record per i campionati europei di 1° livello) e occupa
stabilmente la vetta della classifica di Serie A con molti punti di
vantaggio sulla seconda in classifica. Anche il cammino in Coppa
Italia è ottimo: raggiunge la terza finale consecutiva con la Roma.
Non è mai accaduto prima che le stesse squadre si sfidassero in
finale per tre anni di fila. L'avventura in Champions League dei
nerazzurri si conclude, però, agli ottavi di finale, dove l'Inter è
eliminata dal Valencia per la regola dei gol fuori casa. Con un doppio
pareggio, 2-2 nell'andata al Meazza e 0-0 nel ritorno al Mestalla, si
qualificano infatti gli spagnoli.
Intanto in Serie A l'Inter prosegue il suo dominio incontrastato. Il
18 aprile, però, subisce la prima sconfitta in campionato, ad opera
della Roma, vittoriosa per 3-1 a San Siro. Si tratta della prima
sconfitta dopo 39 partite consecutive di imbattibilità in tutte le
competizioni. Il 22 aprile i nerazzurri conquistano il 15° scudetto,
il primo vinto sul campo dopo 18 anni, con 5 giornate di anticipo
sulla fine del campionato, grazie alla vittoria per 2-1 contro il
Siena in trasferta e alla contemporanea sconfitta della Roma a Bergamo
contro l'Atalanta.
in
prossimo e continuo aggiornamento
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