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Con vero piacere pubblico parte del reportage fotografico della mia vacanza a Lampedusa. E' davvero l'isola che non c'è. Come dice Bennato niente ladri o gendarmi, niente odio o violenza, ma tanta tranquillità e cordialità da parte di una popolazione che non sa cosa significhi lo stress, l'ambizione, la fretta e l'orologio. E i cani, o meglio i cani abbandonati dai turisti l'anno prima, sono un po' come loro: dormono sotto le stelle sulla spiaggia di Guitgia, all'alba si svegliano, si stiracchiano un po', fanno il bagnetto fresco e poi con quattro coccole conquistano i bagnanti mattinieri fregando le loro colazioni, stuoie, asciugamani e il loro stesso corpo che farà da parasole per il sonnellino. La sera si possono poi trovare al corso principale, in mezzo alla strada a pancia in aria, mentre si godono il fresco ponentino lampedusano. Un po' come la canzone Piazza grande. Cani che hanno capito tutto della vita, in ogni senso. Ricordo con piacere la gentilezza dell'autista del nostro albergo, Salvatore (di nome e di fatto), che con cortesia ci scarrozzava in centro e alle nostre mete, oppure veniva a prelevarci in situazioni in cui i polpacci diventavano duri come il marmo (a Lampedusa si cammina tanto!). In certi momenti, quando lo vedevamo apparire all'improvviso col suo furgone, ci sembrava davvero l'arcangelo Gabriele. Per quello che è già presente nel web, mi sembra diminutivo descrivere qui le bellezze di quest'isola, le esplosioni di colori, l'infinità di tonalità di azzurro, i girotondi di saraghi che ti circondano sott'acqua, la baia dei Conigli, tutte le cale e calette e il pesce che quasi sostituisce il pane (peraltro pessimo). Ci sarebbe tantissimo da raccontare e non sono io quello che lo può fare in modo corretto. Mi limito a pubblicare qualche foto alla faccia della stampa nazionale, che per tutta l'estate ha dipinto Lampedusa come un'isola invasa da immigrati clandestini. E chi li ha visti? Un consiglio per i fumatori: se andate a Lampedusa portatevi le sigarette! Infine, un pensiero al ristorante "Polpo Escondito" che solo per il suo nome dovrebbe entrare di diritto nella Guida Michelin. Quando l'ho visto ho pensato "ma quant'è liscio questo gestore!" . Una sfida alla mia fantasia, a tal punto da realizzare la prima pagina che si vede a lato con un individuo che di liscìa se ne intende.
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Corriere
della Sera - giovedi' 24 agosto La
polemica, come il sale, dà sapore. Un dramma per noi. Se non saremo capaci di politiche illuminate, dovremo affrontare gli squilibri e le tensioni, creati da una insostenibile pressione migratoria. Un dramma, dunque, non solo africano. E che richiede una risposta europea. Non
sono un politico, non sono un economista, non sono uomo di governo.
Sono un musicista. Non spetta ame individuare certe soluzioni. Non ne
ho gli strumenti, né il ruolo. Quello che posso fare — e faccio—è
sollecitare una riflessione, sottolineare un’urgenza, richiamare a
una assunzione di responsabilità. Non rappresento, non sponsorizzo, né propongo alcuna linea o visione politica. Conosco il disagio di chi vive e il dolore di chi approda a Lampedusa e, in nome di quel disagio di quel dolore, chiedo: cosa si può fare? Un primo risultato è stato ottenuto. Il 13 settembre prossimo, a Bruxelles, si terrà una conferenza stampa internazionale su questo tema e un concerto, nell’emiciclo dell’Europarlamento, per sollecitare le Istituzioni europee a non considerare l’immigrazione clandestina un male necessario e inevitabile. Lo faccio senza la protezione di alcuna sigla, senza sventolare alcuna bandiera, semplicemente in nome del bisogno che questa nostra umanità ha di darsi più umanità. Mi permetto di sfruttare la visibilità che la mia condizione privilegiata mi concede per chiedere alla politica di fare ciò per cui è nata: affrontare e, possibilmente, risolvere i problemi e concorrere a costruire un mondo migliore. Lo so: l’indipendenza, almeno in politica, non paga. Non c’è scandalo nemmeno in questo. Non ho mai avuto tessere e non ho mai sbandierato fedi. Ho scontentato tutti e mi sono esposto agli attacchi di tutti. La mia «maglietta fina» è stata nera, rossa, bianca e verde a seconda della convenienza di chi mi giudicava. Fa parte del gioco. Va bene così, anche perché il persistere di certe valutazioni dimostra che non ho mai abdicato alla mia coerenza e alla mia libertà di pensiero. In questa vicenda sto dalla parte dei dimenticati. I lampedusani: da sempre italiani di serie B, dei quali ci ricordiamo solo durante la dolorosa stagione degli sbarchi. E il popolo, senza passato e senza futuro, delle carrette delmare. Mi piacerebbe davvero che, di fronte a un dramma di questa portata, ci scoprissimo capaci di mettere da parte le divisioni e capaci di unire sforzi, intelligenze, energie per approdare a soluzioni per una prospettiva migliore. Per il futuro di chi c’è e per quello di chi arriva. Magari costruendo un mondo nel quale per sopravvivere non si sia costretti ad abbandonare la propria terra. E, soprattutto, mi piacerebbe che, almeno una volta, dimostrassimo che, quando il dito indica la Luna, non siamo tra quelli che si perdono a guardare il dito.
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