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No, non si tratta della musica catanese. Questa pagina è dedicata alla musica che preferisce il sottoscritto, senza nulla togliere alla canzone etnea, alla sua tradizione e a tutti i suoi nuovi esponenti che l'hanno fatta diventare quella che è oggi.
Era
il 1975. Nella sua stanza il mio compagno di scuola, mentre facciamo i compiti
tra un panino con la mortadella, qualche sigarettaa fumata di nascosto e un
complicato problema algebrico, mette sul piatto del famoso stereo Readest Digest
un lp con l'etichetta azzurra.
Aveva
sul soffitto un lampadario a tre vetri colorati: bianco, blu, rosso. Lascia
acceso solo quello rosso creando una di quelle atmosfere che si usavano allora
nei night club, aumenta i bassi, alza il volume e poggia delicatamente la
puntina sul vinile. Ascoltai tutto Rimmel almeno una ventina di volte. E poi, com'è certamente successo a tanti di voi, faceva da colonna sonora a qualcosa di speciale. Ancora adesso, ascoltando Rimmel o Pezzi di vetro vengo proiettato sui banchi di scuola, tutto rosso dalla vergogna, mentre tento di dichiarare qualcosa che non riesco a far uscire dalla bocca (cosa che l'interlocutrice capiva perfettamente!). Ma in quei momenti Pezzi di vetro, struggente com'era e com'è ancora adesso, era sempre al mio fianco. Se quel giorno non avessi ascoltato per caso "Pezzi di vetro" questa pagina non sarebbe mai esistita. Dal quel momento in poi sono stato "illuminato" da una luce abbagliante che ha stravolto il mio pessimo scibile musicale, limitato all'ascolto di hits estivi suonati nei juke box della spiaggia. Già "stregato", chiesi ad un mio amico barbiere di insegnarmi a suonare la chitarra. La voglia, la curiosità e la bramosia di sapere che da quello strumento poteva uscire qualcosa che desideravo ma che non potevo ottenere mi faceva star male, a tal punto da soffrire nel canticchiare Buonanotte fiorellino tambureggiando soltanto sulla "passiva" tastiera di legno. Io dovevo suonarla! Il mio amico
mi insegnò il giro di Do e poi , da solo, imparai tutti gli altri accordi
strimpellandoli nel suo Salone con la sua chitarra, con i
La mia passione per De Gregori è ormai diventata
leggendaria e questo, ormai, lo sa bene anche lui. In rete ho raccontato del
Principe fin dagli albori di internet, guadagnandomi i nomignoli che mi hanno appioppato Giaime Pintor, nel 1975, scrisse "De Gregori non è Nobel, è Rimmel". E’ il contrario, l’ho gia scritto in passato e lo ribadisco. Credendolo mendace come un trucco, Francesco non si fidò di uno zingaro che gli fece le carte e lo chiamò vincente. Invece mai profezia fu più azzeccata. Mai come quella volta De Gregori sbagliò le sue previsioni, perché quel futuro invadente non l’ha distrutto e stracciato come avrebbe voluto ma l’ha preso per mano convivendoci fin dal primo momento, fin da quando creò un capolavoro come Alice, a soli vent’anni. Ecco perché la sua carriera non è stato un trucco ingannevole ma una meravigliosa realtà, perché tutto quello che ha scritto e prodotto l’ha fatto in buona fede e per amore dell’arte. Ecco perché Francesco è Nobel, e non Rimmel. Ecco perchè gli dico grazie. Di lui è già tutto scritto nel sito di un mio amico . Però mi sembra doveroso ricordarlo qui attraverso un giro "in prima classe" che, se vi fa piacere, voglio farvi fare. Ci vediamo ... all'imbarcadèro a destra.
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Ma
anche tanta altra roba che ho poi rivalutato. Come, per esempio, il mio amico
Vincenzo Spampinato (Visto che poi si parla lo stesso di canzone catanese? Più
di così!) che ho conosciuto grazie al disco l'Amore nuovo.
Un disco che, insieme a
pochi altri, porterei tranquillamente con me su un'isola deserta o
su un altro pianeta. E se dovesse accadere questo, al
momento dell'atterraggio lo farei ascoltare agli
alieni dicendo loro: "Vedete, questa si chiama ...musica" .Vincenzo è un uomo davvero speciale, un'anima pura che sa
cogliere ancor oggi i momenti più emozionanti della vita trasformandoli in note
sul pentagramma, uno dei pochi artisti
rimasti attaccati in modo schietto e sincero a questo ruolo, un artista con la A
maiuscola.
Citando una frase famosa, una volta mi ha detto "Dio ci ha donato la cultura, ma è l'uomo che la vende". Questo dono Vincenzo l'ha avuto. Ma lui non la vende, la offre.
Innamorato
da sempre del proprio
mestiere, della musica e del concetto di arte, menestrello della città
di Catania - alla quale è molto legato -, Spampinato si è sempre
impegnato e distinto in iniziative umanitarie usando come strumento la
sua musica. Guccini diceva "Non
ho mai detto che a canzoni si fa
fan rivoluzioni". Certo, rivoluzioni no (anche se Dylan c'era
quasi riuscito), ma
se la sua chitarra può servire anche a sfamare qualcuno oltre che a
deliziarlo, ben vengano le sue opere.
Una sua biografia si conclude così: "insomma, una persona per bene". Io aggiungerei: ".... e un vero signore!"

Come
la maggior parte degli italiani che appartengono alla mia generazione, sono
legato a quasi tutto il cantautorato italiano: da
Ivano Fossati a
Francesco Guccini, da quel menestrello di Stefano Rosso a Mimmo Locasciulli.
Magari il mio medico di famiglia si fosse chiamato Locasciulli.....invece degli
antibiotici, sulla ricetta gli avrei fatto scrivere le sue canzoni! Il Dottore
pescarese è davvero un Grande. Favolosi
sono i suoi dischi dei primi anni
Ottanta, Sognadoro e Intorno ai trent'anni. Fu
allora che, girovagando anch'io intorno ai miei trent'anni, incontrai un
medico appena fresco di Folkstudio che cantava E siamo noi che
quando riparte il treno ci riprendiamo la giacca, ci mettiamo il cappello e ci
vediamo lì. Adesso che siamo entrambi intorno ai cinquanta, sono ben
felice di non averlo perso, quel treno.
Cantautore
- medico, appartenente alla cosidetta Scuola Romana (i suoi esordi sono
infatti al mitico Folkstudio, presso la cui etichetta pubblica anche il suo
primo album “Non rimanere là”), nel 1975. Ha lavorato per il teatro (“Jack
lo sventratore” di Vittorio Franceschi, presentata al Festival dei Due Mondi
di Spoleto nel ’92) e per il cinema (“La vera vita di Antonio H” di Enzo
Monteleone interpretato da Alessandro Haber). All’attività di cantautore
Locasciulli ha anche alternato, in questi anni, quella di produttore (Stefano
Delacroix, Alessandro Haber, Claudio Lolli, Goran Kuzminac).
Ha all’attivo sedici di album. L’ultimo in ordine di tempo è “Sglobal”
un album davvero importante, coprodotto da Locasciulli e Cohen ed impreziosito
dalla partecipazione di Frankie Hi-NRG (con cui Mimmo ha scritto e cantato la
canzone “Sglobal”), Marc Ribot, Stefano Di Battista ed Alex Britti. Grazie
a questi scambi artistici Locasciulli, con Cohen al suo fianco, ha iniziato a
frequentare giustificatamente i circuiti più esclusivi del mondo del jazz.
Ecco una piccola recensione sul suo CD Piano Piano, che scrissi un po' di tempo fa:
"Piano
piano" è veramente un bel lavoro, un'opera che merita di essere
collocata nella Cd-teca di ognuno di noi.
Locasciulli ha veramente tirato fuori tutto ciò che c'era ancora nella sua
anima, cercando fino in fondo nel ripostiglio delle sue emozioni e, in
particolare, di una vena
sanguigna in cui galleggiano globuli a forma di
diesis e bemolle. Il risultato sono questi undici splendidi pezzi, cantati con
una voce calda e tonante che ha guidato le mani di Mimmo sui tasti bianchi e
neri del suo pianoforte quasi a sfiorarli, quasi a chiedere il permesso per
aumentare la pressione delle sue dita e del timbro della voce su di loro. La
tastiera ha acconsentito di buon grado e, come in una partita a scacchi, i
tasti bianchi e neri del pianoforte hanno giocato con lui una partita in cui
non c'è stato lo scacco al Re perché tutti sono diventati vincitori, sia le
pedine che la scacchiera stessa. Suonata sulle sue prime ottave, ha reso suoni
forti e potenti ma al tempo stesso soffici e delicati.
Nella presentazione del CD l'artista spiega che le atmosfere non sono né folk
né jazz, né pop né ballads, né rock né musica leggera ma tutto un insieme
per cantare e suonare in totale libertà la sua musica: la canzone d'autore
nuda e cruda. In realtà è quello che ha fatto, con coraggio. Nonostante
altri suoi colleghi cerchino altre strade per mantenere il rapporto con il
loro pubblico, lui ha fatto questa scelta spericolata di ritornare indietro,
intorno ai trent'anni, per raccogliere quell'ultima valigia rimasta che aveva
dimenticato e che ha riaperto oggi, intorno ai cinquant'anni. L'ha aperta e ne
sono uscite fuori delle autentiche perle che nemmeno lui ricordava più.
Dagli specchi della bella canzone d'amore "Un po' di tempo ancora",
con "Randagio" lo stanco guerriero traghetta con un balzo
direttamente su un battello che naviga sulla Senna con il gran pavese pieno di
lampadine accese, nel cui percorso fiuviale, denso di atmosfere di giostre
parigine, i cuori randagi battono il tempo speciale al ritmo di una
fisarmonica degna di essere presente in una canzone di Edith Piaf.
A parte il tributo al grande Piero Ciampi con la struggente "Noi
no", il disco scivola via in un susseguirsi di
armoniose e suadenti
ballate suonante con lo stile inconfondibile di Locasciulli, esclusivamente
con strumenti
acustici, senza jack, amplificatori e pochissima batteria, a
comiciare dalle fotografie lasciate nel cassetto dei suoi ricordi con
"Piano piano", in cui Mimmo riprende e conclude il discorso
cominciato in "Dolce vita", dal lento walzer "
Vanina" alla
splendida "Hotelsong", da "Olio
sull'acqua"
all'incantevole nenia "Vola vola vola" cantata quasi in dialetto
abbruzzese, da "Inverno" alla degregoriana "Lettera dalla
riserva".
Infine, un discorso a parte si guadagna "L'interpretazione dei
sogni", una canzone in cui c'è il Dottore al cento per cento, con quella
musica che piace tanto a lui,
soffusa e rilassante, che sa tanto di lampade
accese su un piano a Casablanca, con accanto un bicchiere di Pernod e un
posacenere pieno con l'ultima sigaretta che brucia lenta fino a disturbare gli
occhi del pianista, fino a farlo smettere.
Ma se il pianista è un certo Locasciulli, non ci resta altro che dirgli
"Provaci ancora, Mimmo".

Ho ascoltato il suo CD Voglio portarti musica e mi è capitata una cosa che da tempo non accadeva: l'ho ascoltato in auto frequentemente, (unico luogo in cui oggi si riesce davvero ad assaporare la musica , visto il poco tempo che ci è rimasto e considerato che siamo costretti a viverci dentro per almeno un'ora al giorno) lasciandolo nel lettore come "disco fisso". Ascoltandola ho capito che non è vero, come ha detto qualcuno, che i giri armonici si sono esauriti, che non c'è più niente da raschiare in fondo al barile. Qualcosa in fondo al barile c'era ancora, e l'ho raccolta. A volte tenera e pacata fino a farci tuffare in soavi fiabe musicali, all'occasione sa uscire fuori gli artigli per arrivare a ritmi e sonorità tipicamente mediterranee, quasi nordafricane. Gli arpeggi della sua chitarra danzano da una canzone all'altra rendendo i brani ovattati di suoni, arrangiamenti e melodie che oggi, forse, è difficile trovare.
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Non
sono soltanto degregopatico. Come detto prima, la passione per De
Gregori mi ha portato a conoscere anche altri mondi musicali,
così sul
piatto arrivavano i dischi della West Coast, del Folk e del Country
Rock americano.
Neil Young
l'ho conosciuto a vent'anni grazie a un commilitone napoletano sui generis, anticonformista,
un personaggio particolare. Aveva già suonato il basso con Eugenio Bennato e Gigi
De Rienzo. In quel periodo, a forza di ascoltare le ballate del folksinger canadese,
eravamo diventati due Crazy Horse: giravamo tutti i negozi di strumenti
musicali e con la scusa di provarli (non avendo soldi) lui si metteva al
pianoforte suonando "Till the morning comes" ed io gli andavo
dietro con "Needle and the damage done" alla chitarra e
l'armonica a bocca,
con il negoziante che non sapeva se guardarc
i male o bene, perchè quel
duetto attirava gente. Le nostre guardie
notturne al porto di Catania: sui block notes delle contravvenzioni
c'erano scritti tutti gli accordi di Harvest e quindi "schitarrate a due" seduti
su umide bitte con 24 corde che facevano tutt'uno con le stelle, l'odore del mare
e i pescatori che passando ci prendevano per matti. Poi si comprò
un'Aria, nuova nuova, e per festeggiarne l'acquisto organizzò un piccolo
concerto in caserma invitando truppa, graduati ed ufficiali. Si
presentò sopra tre-quattro armadietti uniti, con le canzoni di Neil
Young,
l'armonica, la
chitarra a tracolla ....e nient'altro... proprio come mamma
l'aveva fatto! Che pazzo che eri Ciccio! Non ti ho rivisto più, ma
grazie per avermi fatto conoscere Neil.
Da Young a Crosby, Stills e Nash, Denver, Simon & Garfunkel e Dylan il passo è stato breve, anzi brevissimo.
Non
c'era posto sul palco, ma li avrei fatti salire volentieri: i Genesis!
Altrettanto breve è stato il passo per conoscere gli Eagles, i Little Feat con il loro inconfondibile rock-blues e i Beatles, i più grandi compositori del secolo scorso, che per me meritano una pagina a parte.
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Quando si esce per lo shopping io prendo spesso strade diverse da quelle "istituzionali" che portano ad abbigliamento, profumi e gioielli. Dentro il negozio di strumenti musicali mi perdo nelle sue pareti dove sono appese le Guild, le Martin, le Gibson, le Ibanez, le Taylor, le Fender, con i cartellini penzolanti che ogni volta mi fanno la stessa domanda "la chitarra o quell'altra cosa?" Ed io rimango lì, ad annusare il loro odore di legno, a fantasticare con la prospettiva che producono le corde dal ponticello alla meccanica, a sfiorarle con le dita per sentirne il suono come se stessi accarezzando il volante di una Ferrari. E poi, alla fine, discuto col rivenditore come se parlassimo di belle donne, di curve flessuose, di fedeltà negli anni, di corde che sembrano capelli, dell’importanza del tocco quando le fai vibrare. Mi piace andar per chitarre.
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