Una piccola carrellata dedicata agli ultimi Maestri catanesi.  Gli ultimi "mastri" rimasti, che dell'artigianato hanno fatto una ragione di vita da generazioni e che, ancora oggi, sentono il bisogno di creare con quel "prurito" che hanno sempre avuto in testa, da padre in figlio. E di manifestarlo sotto forma di legno, di terracotta, di zucchero,  di spade e burattini.

 

 

Due righe sono da dedicare a beneficio di quell’eventuale giovane lettore che non avesse mai sentito i termini “stazzuni”, “minicuccu” o “mauru” e non avesse mai sentito suo padre, timoroso di apparire un fossile, raccontare come era la vita nella sua giovinezza. Non immagina neppure che si potesse vivere in assenza di questa società dei consumi che gli stiamo lasciando in eredità, ma sappia che, quelli di noi che hanno coscienza, al consumismo abbiamo sacrificato la vita semplice, a misura d’uomo, di questa non andiamo fieri e di quella vita siamo un poco nostalgici.
Quando la mattina, all’alba, incominciava il nuovo giorno e le strade si animavano per il viavai degli uomini diretti al lavoro, le attività cominciavano di buon mattino perché si insegnava che é “’a matinata fa ‘a jurnata”. A quell’ora passava la vecchia o la giovanissima pastora che, con le sue caprette al seguito, portava il latte di casa in casa, dove ci si apprestava a fare colazione: La massaia usciva sull’uscio con una ciotola o lo stesso pentolino che avrebbe messo sul fuoco a bollire e assisteva la pastora che “mungeva” la sua capretta, che belava infastidita dalle frequenti palpazioni. Questi pastori non provenivano da lontano; nello stesso quartiere, in delle vie o dei cortili interni, attaccate alle case di “civile abitazione”, vi erano le stalle con le caprette, le pecorelle ed anche le mucche. Se i pastori con le bestiole più piccole andavano per le case a distribuire il latte, i pastori con le mucche lo distribuivano in stalla per cui bisognava andare attrezzati di bottiglia per attingere dai classici bidoni di alluminio il latte fumante, talvolta più caldo della temperatura corporea della mucca (la sofisticazione é antica). Era bello il latte appena munto, chi c’era in quei tempi, ne ha un bel ricordo, specie se l’ha vissuto da una posizione comoda e serena.

Ma prima di questi, che sembravano i lavoratori più mattinieri, c’erano quelli che andavano in campagna (‘a chiana), perché lavoratori agricoli, sensali, commercianti, o “cicuniari”. La cicoria é la verdura nota, ma il personaggio che da essa trae il nome é quel lavoratore instancabile che, nel corso dell’anno, ciclicamente andava per terre incolte a raccogliere erbe e prodotti spontanei, omaggi della madre terra. Questi raccoglievano e vendevano, oltre le verdure spontanee (“ciconia”, “scalora”, “vurranii”, ”caliceddi” “seghili salvaggi”, etc.), anche i “carduni”, i “cacucciuliddi”, i “vaccareddi”, i “crastuni” che dovevano essere saputi cercare in relazione agli eventi meteorologici e alla collocazione, in ciò consisteva la loro professionalità (mastranza).
Oltre alle stalle che ospitavano le graziose pecore, le cornute capre e le mansuete mucche, vi erano pure quelle dove i “carritteri”, i trasportatori dell’epoca, tenevano il “mezzo” che, a quel tempo, era il mulo o il cavallo, “motrice” con l’annesso carretto o “carramattu”, che, in seguito, hanno passato la mano ai camionisti, eredi naturali della professione con “tecnologia” avanzata. C’erano le stalle di quegli altri che tenevano il cavallo come hobby per attaccarlo al calesse e scorazzare per le strade del quartiere nel tempo libero, oggi sostituito dalle potenti moto e dalle fiammanti automobili. C’erano i “malazzeni”, dove venivano selezionati gli agrumi e la frutta per l’esportazione o ripuliti ortaggi e frutta per la conservazione, c’erano le concerie dove venivano essiccate le pelli degli animali, c’erano…… tanti altri posti che producevano rifiuti sgradevoli, e c’erano i ”fumirara”, i raccoglitori del “fumeri”, il prodotto delle stalle e ogni genere di rifiuto, destinato a concimare i vicini orti e le campagne più distanti. Una professione che surrogava il servizio pubblico della “nettezza urbana”, allora carente “poco più” che oggi. I “fumirara” raccoglievano nelle stalle, negli stabilimenti, nelle botteghe e per le strade il materiale organico di risulta che, venduto a chi ne poteva trarre utilità, era fonte di reddito per quelle famiglie, che da questo traevano sostentamento. Un giorno, dopo lunghe battaglie, partite dalla Salette, con in testa quel “capopopolo” di don Bonomo (S.d.B.), un lungo corteo di carrettini sporchi quanto mai, mezzi di lavoro di questi antesignani dei moderni operatori ecologici, sfilò per il quartiere fino ad un punto di raccolta dove vennero dati alle fiamme. Questo segnò la fine di una “professione” (?), i “reduci” passarono a libro paga del comune per una collocazione più sicura e dignitosa.
Antesignano dei moderni testimonials, si vedeva circolare per il quartiere, in epoca antecedente al popolarissimo Carosello televisivo, era il banditore. Un uomo caratteristico nel suo vistoso abbigliamento da clown che, con il suo tamburo, agli angoli delle vie richiamava l’attenzione (e non era difficile) dei passanti e dei residenti per procedere con la sua voce stentorea, aiutata da un tradizionale megafono, a fare la reclame (oggi pubblicità) a qualsiasi cosa gli venisse proposto di “vanniari”. Informava che la tale o tal’altra macelleria aveva una buona partita di carne per un’occasione determinata da un incidente occorso ad un vitello(“carni sdurrubbata”), che il pastificio, necessitato a smaltire le scorte, proponeva delle offerte speciali, che il negozio di tessuti si era approvvigionato di una buona partita di stoffa e voleva parteciparlo ai cittadini perché ne approfittassero. In parole povere era la promozione delle vendite fatta in forma artigianale che, con la sua audience amplificata dal passaparola, come in altra forma e dimensione succede oggi, era già l’anima del commercio.
Altre attività, connesse con la vita marinara, sono scomparse o si sono ridimensionate, ma erano presenti nel quotidiano della nostra giovinezza. Si vedeva, in tutte le stagioni, passando dal litorale della Playa, sulla riva un uomo dentro l’acqua dalla cintola in giù che, con movimenti lentissimi e procedendo come un gambero, trascinava un attrezzo, era il pescatore di telline, i “cozzuli da Playa”, che si raccolgono nelle rive sabbiose, al contrario, i mitili, i “cozzuli di Missina” che, con immersione integrale, vengono raccolte fra gli scogli, dove, chi va prende pure “rizzi”, “occhi di voi”, pateddi” ed, infine, “u mauru”. Anche queste cose sono andate via via scomparendo, non si può dire che non si vedano più, ma la frequenza non è quella di una volta, allorché il marinaio che aveva un po’ di tempo libero, ma soprattutto necessità di intascare qualche spicciolo, nella buona stagione in particolare, si immergeva e tornava con il “pescato” che vendeva direttamente. Fra queste la cosa che si è persa del tutto è “u mauru”, un’erba marina “citrigna” dall’inconfondibile gusto di mare che veniva proposta per le strade e servita in cartocci di carta paglia con succo di limone e una spolverata di sale. Erano lavori poveri, da fare a tempo perso perché non redditizi, forse per questo scomparsi, c’é da dire, però, che l’inquinamento delle coste ha fatto il più.
Tornando alle usanze e ai sapori perduti meritano di essere commemorati i “ceusa” bianchi e neri, quest’ultimi specialmente caratterizzavano le albe estive quando ti svegliava il grido del venditore : “ceusa bbelli, ma niuri!” e i genitori li raccomandavano, ma non ce ne era necessità, ai figli perché erano rinfrescanti, in particolare “’u sciroppu di ceusu”. Nonostante il gusto lievemente aspro, andavano a ruba, diversi erano i ”ceusa janchi” con quel gradevole gusto e l’odore delicatissimo. Crescendo ho capito che i gelsi erano un residuato del periodo della Catania produttrice della seta che, finita da un pezzo, ha portato con sé la presenza di questi alberi che hanno ceduto il passo alla cementificazione selvaggia ed è anche scomparsa la generazione di contadini, disposti a sporcarsi per raccoglierli, i miei nipoti ignoreranno che cosa fossero, come gia i miei figli non hanno conosciuto i “pira jalofuru”, i “piricedda di S. Giuvanni”, i “sorvi”, i “’nzalori” e i “minicucca”……… Quando lo snack bar non era diffuso e non c’erano né merendine né gelati industriali, ma c’era sempre la voglia di fare uno spuntino, per le strade trovavi chi ti proponesse qualche rimedio “ppi ‘ntuppari ‘nvuridduzzu”. Nelle mattinate d’estate per le strade c’erano certamente i carrettini dei venditori di “minnulata” che si accompagnava splendidamente “ccu ‘na bella mafadda cca giugiulena” o d’inverno uno che con lo stesso carrettino ti proponeva “u pani di napuli”, ancora caldo, a forma di filoncini monodose o a fette se la forma era di pancarré, un pane nel cui impasto erano inframmezzati i “ficu sicchi” oppure “’nmunzeddu di ficurinnia” che venivano sbucciati e consumati sul posto. Un menzione merita “’u sanceli” e “’a quarumi” che agli angoli delle vie era lo snack dei pomeriggi e delle sere fredde che, possiamo non avere apprezzato, ma facevano parte delle caratteristiche dei quartiere popolari, erano appannaggio degli operatori dei macelli che, invece di “ittari ‘u sangu” e disponendo delle interiora degli animali macellati, li cuocevano a beneficio degli estimatori che accorrevano alle ”quarare” per consumare sul posto. Dietro c’era sempre una “putia” (bottega del vino) per “rifarsi” la bocca dopo questi bocconi inevitabilmente grassi.
“Pallini e carboni!” – Così si annunciava l’uomo nero, “u carvunaru”, come il nordico spazzacamino, che, con il suo carretto altrettanto nero, andava di strada in strada ad offrire la sua mercanzia. Negli anni della nostra infanzia si cucinava a carbone nelle cucine in muratura o nei focolari mobili (“i fucuni di crita”), non esistevano le cucine a gas, e il combustibile usato era la legna o il carbone nelle sue varietà: “carvuni”, “carvuneddu tenniru” e “pallini”, un impasto con polvere di carbone. Lo stesso vendeva pure i detersivi: “sapuni”, “leva macchi”, “varichina”. Per la “liscìia” (per fare il bucato più bianco) vigeva il fai da te, le donne dell’epoca sapevano come, utilizzando la cenere “du fucularu” o “da conca”(braciere).
Il barbiere lo conosciamo come estetista, un operatore di bellezza, ma questa sua attuale specializzazione viene da lontano se ricordiamo che, oltre a fare tagli di capelli e radere barbe, ha collaborato, nei tempi, con il chirurgo per asportare arti, per incidere “craunchi”, per asportare denti, ma quando ero piccolo, sulla porta delle sale da barba spesse volte si leggeva “si applicano sagnetti”. Era l’ultima risorsa del barbiere come operatore sanitario: applicare sanguisughe su chi aveva necessità di un salutare salasso a scopo terapeutico.
Nel secondo dopoguerra gli americani portarono, tra l’altro, le calze di nylon, un indumento chic destinato a promuovere le gambe e la sensualità femminile, fino ad allora mortificata dalle gonne lunghe e dalle opache calze di seta. Ma la delicatezza del nuovo materiale e la scarsa dimestichezza nel maneggiarlo procurava frequenti “smagliature” dell’indumento e il costo non consentiva un frequente rinnovo del parco-calze. Nacque una attività per venire in soccorso alla vanità delle donne non abbienti, la “rimagliatrice” di calze di nylon. Era la parente povera della sarta, la professione femminile per eccellenza, che aveva il vantaggio di essere esercitata nel proprio domicilio, senza “fari parrari a nuddu”. Dello stesso genere era pure il lavoro della “macchinista” che, restando in casa, poteva cucire la partita di tomaie che il fabbricante di calzature le andava affidando. Diverso era per quelle che, costrette dal bisogno, uscivano di casa: il lavoro femminile non autonomo si svolgeva in casa d’altri per chi andava “a servizio”, nei “malazzeni” per quelle che lavoravano alla trasformazione dei prodotti agricoli e nelle “fabbriche” in pericolosa promiscuità che metteva a repentaglio la onorabilità, se non la virtù. Nel quartiere, posto alla periferia della città, sorgevano i luoghi in cui si svolgevano quelle attività manifatturiere con carattere industriale dove la manodopera femminile era preferita. Si ricordano per tutte le “sucarrara”, che, già dall’inizio del secolo ventesimo, prestavano la loro opera presso la vecchia caserma borbonica, divenuta per i catanesi “’a manifattura” dei tabacchi e le “pusparara” della “fabbrica de’ prospiri” di via “uttanta pammi”(via della Concordia).
Quando eravamo bambini, andando a scuola, lungo le strade, meno trafficate di oggi, si vedevano davanti alle porte e sui marciapiedi degli stecchi gialli messi ad asciugare su dei teli di “sacco” che prendevamo furtivamente per succhiarne il gusto. Erano le radici che le donne, su commissione, ripulivano spellandole con un coltello e li mettevano ad asciugare al sole per poi riconsegnarle alla “fabbrica di niculizia” che avrebbe fatto quel decotto che, essiccato, forma i bastoncini di liquirizia.
Erano i tempi in cui esistevano gli “stabilimenti” della liquirizia che, per i loro fumi e gli odori che sprigionavano erano allocati fuori dalla cinta urbana. Nella mia prima giovinezza ne ho registrati due, ai margini di questa, che era una vera e propria industria, c’era l’attività delle misere donne che, con un lavoro a domicilio di pochissimo valore aggiunto, preparavano la materia prima:, quelle, appunto, che ripulivano le radici.
Un altro opificio, allocato fuori dalla città, era “u stazzoni”, l’azienda produttrice di laterizi come “madduni, canali, e quatretti (piastrelle)” e altri oggetti di uso comune quali “tiani, rasti, quartari, bummuli” e “fuculari”, dei quali materia prima è la creta, che, asciugata al sole, veniva cotta nella “carcara” (fornace).

 


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Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era..,Sociologia


 

Fra l'ottocento e la prima metà del novecento, si sviluppò nella vivace Catania e nell'area etnea una fiorente attività artigianale: quella dell'allestimento e della decorazione artistica del carretto.

Abili artigiani con passione ed impegno si superarono sino ad elevare quegli umili mestieri a vere e proprie scuole d'arte, falegnami, scultori, fabbri e pittori si distinsero per l'alto livello artistico raggiunto.

In questo periodo storico, Aci Sant'Antonio diventò il centro più importante della cosiddetta "Scuola d'Arte del Carretto" buona parte dell'economia del paese si basava su queste attività, pensate c'erano più di 16 botteghe che aggregavano centinaia di persone tra artigiani, carrettieri ed apprendisti. Grazie a loro quasi inconsapevolmente con estrema semplicità, oggi è nato il "Mito" del Carretto di Sicilia.

LA TRADIZIONE ARTISTICA DI UNA FAMIGLIA

In questo contesto, tra intensi profumi di zagara e di vino, tra suoni di legno scolpito e di ferro rovente battuto, che prende colore e vita, nasce e cresce la tradizione artistica nella nostra famiglia.

Infatti ancora ragazzini i cugini Micio Puglisi e Minicu Di Mauro imprimono le loro prime pennellate seguendo a loro volta l'esperienza degli zii, Vincenzo e Salvatore, già affermati artigiani.

Ancora oggi Minicu Di Mauro, nostro grande maestro, insieme ad Antonio Zappalà (figghiu do soddu - della celebre putia), passano le loro giornate immortalando con antiche cadenze, le. gesta di eroici paladini e dei personaggi della Cavalleria Rusticana.

Testimone ne è il suo "Museo del Carretto Siciliano" a Bronte, che racconta in fondo anche la storia della sua famiglia. Il padre, don Affiu Gullotti, era infatti "Carrettiere di linea", un odierno autotrasportatore, che all'epoca portava vino, frumento, frutta e carbone, dalle campagne ai centri abitati e così in tutta l'Isola. "Il mio primo viaggio da solo - racconta don Cammelu -, lo ricordo come fosse ieri, lo feci ad otto anni andando col carretto a Pedara per trasportare vino. Per caricare non c'erano problemi poich‚ vi erano gli appositi carricaturi i carrettu". E poi in viaggio, con il lume del carrettiere e il paracqua appesi fra le due ruote alla preziosa "cascia i fusu" (copri asse ricco di piccole sculture in ferro battuto decorato).

Questo singolare museo si trova in contrada Cantera, fra l'Etna e i Nebrodi, a due passi dal Simeto, con una preziosa collezione di ben 50 carretti siciliani, una decina di calessi, carrozze per lieti eventi e poi giare e anfore decorate, pupi siciliani e i vari ornamenti del cavallo, adibito al traino: pennacchi, testiere, pettoriere e altro. D'epoca anche il salottino dove ci ha fatto accomodare per spiegarci anche cosa rappresentano le decorazioni, sui mascillari (sponde) o nella cascia i carrettu (pianale) o nei gambotti (raggi della ruota), raffiguranti scene epiche: "Il trionfo di Bacco"; poemi cavallereschi: "Duello di Ruggiero e Rinaldo"; saghe nostrane: "Turi Malacorda e i mafiosi di Palermo"; personaggi come: "Turi Giuliano"; e poi i passionali intrecci amorosi di "Cavalleria Rusticana" di Verga, con "Compari Affiu e Compari Turiddu". "Questa è una storia vera - si appassiona don Cammelu - accaduta in Sicilia, oltre un secolo fa: compari Turiddu, fidanzato con Lola, si allontanò per il servizio militare. Al ritorno la trova promessa a compare Affiu il carrettiere, con il quale si maritò. Compari Turiddu nel frattempo si fece assumere come campiere da massaro Cola il vignaiolo, che abitava di fronte alla Lola, e cominciò a corteggiarne la figlia Santuzza. Mentre lui la sera gli parlava da sotto la finestra, Lola osservava da dietro un vaso di basiricò. In sostanza anche in lei si risvegliava l'antica passione, portandola finanche al punto di richiamare Turiddu. Lo rimproverò perch‚ non salutava più e gli disse che se avesse voluto "salutarla" sapeva dove abitava. Però i frequenti "saluti" ingelosirono Santuzza inducendola a complimentarsi con compari Affiu, per la moglie che gli "adornava" la casa. Questo raggiunse compari Turiddu all'osteria, e lo sfidò a duello. L'indomani, giorno di Pasqua, fra i ficodindia della Canziria dei due duellanti alla siciliana (con il coltello) ad avere la peggio fu compari Turiddu". Questa è una delle scene storiche che l'anziano pittore Domenico Di Mauro di Aci Sant'Antonio con dipinti, sculture e intarsi ha raffigurato, in questi carretti siciliani caratterizzati proprio dall'abilità degli artigiani e dal gusto e sentimento popolare. Peculiarità che rendono questo patrimonio storico e culturale fiore all'occhiello della Sicilia.

 

 

Aci S. Antonio e il carretto siciliano

Un occasione davvero speciale durante la visita di Aci S. Antonio è rappresentata dalla possibilità di visitare le poche botteghe, rimaste ancora attive, dedite al carretto.

Una lunga procedura quella della costruzione del carretto, che chiama in causa diverse maestranze e un tempo il paese contava numerosi artigiani del carretto, il " carradore" è il vero costruttore del carretto composto da cassa, fiancate, stranghe, portello e ruote, mentre ad incidere, con motivi che vanno dal floreale all’antropomorfo, è lo scultore. Segue la fase della pittura con colori diversi a seconda della bottega in cui viene effettuata l’opera. Sull’intera anatomia del carretto vengono riportate scene appartenenti alla tradizione cavalleresca anche se non mancano temi mitologici e religiosi: Carlo Magno, Orlando , Rinaldo, i Vespri siciliani, Sant’Alfio e i suoi fratelli, San Giorgio Cavaliere, Sant’Agata e Santa Rosalia. Completato il carro si passa al lavoro del sellaio che in concordanza con le scene e i colori assegnati al carretto, fabbrica e ricama con nastri, specchietti e sonagli la bardatura del cavallo.

Oggi ad Aci S. Antonio la pittura del carretto sopravvive grazie ai maestri Domenico Di Mauro e Nerina Chiarenza. Lammittenza tende a non essere più quella di una volta, lo stesso carretto si smembra in più parti le quali diventano oggetto per le esigenze più raffinate dei collezionisti. Le richieste di fiancate, assi, ruote e casse, oltre alla cassa di ferro battuto, " Cascia di fusu", diventano richiesta di pezzi di radici di una cultura che tende a scomparire. Chiunque giunto qui ha apprezzato questo pezzo di Sicilia mobile, Guy de MAUPASSANT NEL VOLUME LA VIE ERRANTE DEL 1890 COMMENTA IL CARRETTO COSÌ: " PICCOLE SCATOLE QUADRATE POSTE IN ALTO A DELLE RUOTE GIALLE, SONO DECORATI CON PITTURE INGENUE E BIZZARRE CHE RAPPRESENTANO EVENTI STORICI O DETTAGLI, AVVENTURE D’OGNI TIPO, PUGNE SANGUINOSE, INCONTRI DI SOVRANI MA SOPRATTUTTO LE BATTAGLIE DI NAPOLEONE E DEGLI ESERCITI CRACIATI.

…………. QUESTI CARRI DIPINTI TRAVERSANO LE VIE, CURIOSI E DIFFERENTI, ATTIRANO L’OCCHIO E LA MENTE, SI MUOVONO COME REBUS CHE VIEN NATURALE TENTARE DI RISOLVERE !!!

la tradizione santantonese si chiama soprattutto "Carretto siciliano". Aci Sant'Antonio d'altronde ha una prerogativa veramente unica in Sicilia perché merita di essere considerata la capitale del "carretto siciliano". Vanta, infatti, eccezionali maestri decoratori del tipico carro isolano con artisti come Francesco D'Agata già nell'Ottocento, e ai nostri giorni con Domenico Di Mauro, Nerina Chiarenza, Raimondo Russo, Anzonio Zappalà. Saprà sfruttare la cittadina questo immenso patrimonio che potrebbe elevarla all'apice del turismo isolano?

 

 

 

MUSEO DEL CARRETTO DI CATANIA

 

 

E’ aperto su prenotazione per visite guidate - Via Luigi Capuana 38 - Catania - TEL. 095 525342

Il museo comprende circa 150 pezzi unici di parti di carretto: Mascìddari, Purteddi, Chiavi di Carretto, Ruote, Casse di fuso (rabeschi), oggetti in vetro ed in terracotta, autentiche opere d'arte, realizzate e decorate nel corso di 4 generazioni, con la passione e la competenza tramandate da più di un secolo.

L'ambiente è caratteristico ed è contraddistinto da uno stile inconfondibile, impareggiabile e apprezzato da sempre nel mondo lo stile siciliano, che ha elevato il carretto, umile mezzo di trasporto ad opera d'arte, rendendolo simbolo di questa terra ricca d'arte e vitale di temperamento, a ragione definita Perla del Mediterraneo.

 

 

 

LE BARCHE TRADIZIONALI CATANESI "Palummedde 'cù speruni"

  a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)

Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi ‘i riatteri, d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso che se ne faceva.

.. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini.

Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto

Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.

In questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in modo esclusivamente artigianale.

Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.

Le "varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o "masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o "minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".

Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".

Le "varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda" di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete e  fedeli in quanto costruite dal maestro maestro d’ascia detentore dell’antica arte Ignazio Garozzo presso il cantiere navale situato in Piazza Mancini Battaglia CT nell’anno 1982. Riportati agli antichi splendori nello stesso cantiere nell’anno 2009 dallo stesso Mastro d’ascia e decorati dal prof. Salvatore Finocchiaro, decoratore di Aci Trezza.

Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto.

L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro".

Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.

 

 

 

Il cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie a Salvatore Rodolico che insieme al figlio Sebastiano cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta", ne è memoria una piccola via che porta il nome di: "Via Rodolico". Gli strumenti utilizzati al tempo, per dar vita alle barche di legno, erano l'ascia, la sega a mano, il chianozzo (pialla a mano), il chiano (pialla lunga) e i virrina (i trapani a mano). Gli anni '60 segnano l'inizio di una stagione florida per il cantiere che, passato nelle mani di Salvatore Rodolico (figlio di Sebastiano), comincia a costruire imponenti pescherecci di legno. Le commesse erano tantissime: arrivavano dalla Toscana, dalle isole Eolie e dall'isola D'Elba. Intanto il cantiere si era stanziato all'interno del porto di Acitrezza, proprio dirimpetto all'isola Lachea, mentre andava sviluppandosi la pesca con i pescherecci anche a Trezza. Grazie alla gran quantità di commesse, anche da Acitrezza, il cantiere diede in quegli anni lavoro a più di 20 persone. Oggi non costruisce più imponenti pescherecci, l'ultimo risale al 1989, ma continua ad esistere grazie ai lavori di manutenzione e costruzione di piccole barche di legno. Passato in mano al giovane Sebastiano Rodolico (figlio di Salvatore) continua nella sua secolare arte di dar vita alle barche a legno. La tecnica, seppur con qualche variante dovuta alla nuova tecnologia, è sempre la stessa: "il fasciame di legno viene attaccato con la chiodatura zincata, poi il comento (le fessure tra un legno e l'altro) vengono chiuse con la stoppa catramata e quindi con la lanata (un pennellone) si passa, sul fasciame esterno, la pece per proteggere lo scafo (oggi sostituita con stucchi e pittura)". Le barche che solcano il mare di Trezza sono resistenti come una volta e l'arte dei maestri d'ascia attira, oggi anche, tantissimi turisti che percorrendo il Lungomare dei Ciclopi rimangono estasiati nel vedere quegli artigiani al lavoro.

Il testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net

 

 

 

Pupi (dal latino pupus, i, che significa bambinello) sono le caratterische marionette armate di quel teatro epico popolare che, venuto probabilmente dalla Spagna di Don Chisciotte, operò a Napoli e a Roma, ma sopratutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo.

I pupi sono espressione "splendente" di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatral popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo.

I pupi esprimono la volontà di continuare a battersi in quella che è stata definita "la più invisibile delle guerre invisibili" che, con i nostri ideali, sosteniamo dentro di noi più che fuori. Non a caso i pupi costituiscono un umile ma tenace segno di contraddizione e di resistenza rispetto alla logica della rassegnazione e del peggio, che è di tanta cultura e letteratura di "vinti".

I pupi ci aiutano a capire il Gran Teatro del Mondo, dove si è fin dalla nascita "agiti", giusta l’idea pirandelliana secondo la quale "siamo tutti pupi" (marionette, burattini, maschere, ombre), animati—stando alla Bhagavad Gita—dall’ onnipotente Spirito divino, che è nel cuore di tutti gli esseri e tutti agita al ritmo incalzante del tempo, col potere della meraviglia".

Con i pupi possiamo aprirci un varco verso quel pò di libertà che si può conseguire nella recita "a soggetto" del sacro canovaccio del destino, e affrontare il pathos dell’ esistenza in un "catartico" gioco di arte e di poesia. In tal senso, un teatro come quello dei pupi può essere "necessario, … essenziale come il pane".

E' opportuno distinguere il burattino, la marionetta, il pupo. Il burattino è animato dal basso, direttamente da pollice, indice, medio della mano o da asticelle. La marionetta è animata dall'alto, esclusivamente per mezzo di fili. Il pupo è anch'esso animato dall'alto, ma, al posto dei fili, ha per muovere la testa e il braccio destro due sottili aste di metallo. I pupi portano in scena l'epica dall'Iliade e dalla Bibbia alla Chanson de Roland e ai romanzi dell'epopea cavalleresca. Si ritiene che l'epopea carolingia sia arrivata in Sicilia con i Normanni, nel sec. XII. Che essa sia stata fatta propria dalla gente fin da allora o che sia diventata epopea popolare successivamente, poco importa; è certo che ha trovato in Sicilia uno straordinario favore per cui si è conservata fin ai giorni nostri.

All'inizio furono soprattutto i cantastorie a tramandarne il ricordo. A partire dal sec.XIX il racconto popolare dell'epica cavalleresca franco normanna utilizzò il pupo già conosciuto rivestendolo di foggie che si rifacevano alla iconografia cinquecentesca. Gli eroi paladini, rappresentati nel teatro dei pupi, unitamente alla esalazione dei valori morali di cui sono campioni, mettono in risalto il confronto tra la civiltà europea ed islamica, del cui urto la Sicilia è stata teatro: per questi valori i paladini lottano e muoiono, rimanendo cosi nella cultura popolare tra il mito e la storia vera.

Ogni singola rappresentazione veniva preannunciata da un "cartello" con la scena principale della serata e con una sintetica descrizione del programma. Il commento musicale, quando c'era, era affidato a musicanti di mestiere (generalmente un violino, un mandolino, una chitarra) che, su indicazione estemporanea del "parlatore", eseguivano brani in voga, veloci o lenti, a seconda dell'azione scenica.

 

LA FAMIGLIA NAPOLI DI CATANIA

La Compagnia della famiglia Napoli rappresenta la più antica tradizione di pupari catanesi. Fondata nel 1921 da Don Gaetano Napoli, oggi è gestita da Fiorenzo, direttore artistico, "parlatore" principale e maestro costruttore dei pupi. Lo affiancano Giuseppe, capo "maniante" e scenografo, Salvatore, ideatore e curatore delle musiche, e tutti gli componenti della famiglia, che collaborano attivamente affinchè la tradizione continui intatta, passando di padre in figlio.

I Napoli propongono spettacoli con recita a soggetto, basati sugli antichi canovacci, rispettando le caratteristiche fondamentali dell'Opera dei Pupi: le scene, le armature, i costumi, i suoni e soprattutto quella "improvvisazione" che rappresenta il momento artistico per eccellenza, poichè crea quel particolare rapporto con il pubblico che rende "magiche" queste rappresentazioni teatrali.

Oltre al classico repertorio cavalleresco la Compagnia ha allestito spettacoli su testi di diversa natura, da quelli tratti dal NÔ giapponese a Shakespeare, a scritti in versi siciliani di Salvatore Camilleri.

Fra i numerosi riconoscimenti avuti dalla Compagnia si può annoverare il Premium Erasmianus, ricevuto dai Reali d'Olanda nel 1978.

I Napoli custodiscono inoltre una vasta collezione di pupi, alcuni dei quali risalgono alla fine dell'Ottocento o ai primi del Novecento, scene, cartelli ed attrezzature teatrali.

L'attività artigianale della famiglia è svolta nella casa-bottega di via Reitano, aperta al pubblico, costituito per lo più da scolaresche e appassionati dell'Opra, per svelare le tecniche e i segreti di questa antichissima tradizione.

 

"L'oro dei Napoli". Su testi di Salvatore Zinna, la storia di questa straordinaria famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed ancora oggi, dimenticata proprio a Catania

(di Maurizio Giordano)

Sulla scena, con i loro ferri del mestiere, con il loro fedele armamentario e soprattutto con gli eterni pupi (Agramante, Subrino, Gradasso, Suddateddu a'n'coppu, Soldato cinese, Arturo di Macera, Luneide, Ideo, Peppenino, Rinaldo, Carlo Magno, Gano, Orlando, Clarice, Papa Martino, Vescovo di Patti, Oliviero, Brandimarte) i protagonisti sono proprio loro: Fiorenzo Napoli, Salvatore e Giuseppe Napoli, Italia Chiesa Napoli, Agnese Torrisi, Alessandro Napoli, Davide, Dario e Marco Napoli.

La Marionettistica dei Fratelli Napoli, figli, nipoti, moglie dell'indimenticabile Natale Napoli, raccontano attraverso le gesta dei loro pupi, gli ultimi cinquant'anni culturali, sociali di Catania. Viene quindi narrata, in parallelo, la storia di questa straordinaria famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed ancora oggi, dimenticata proprio a Catania. Una famiglia, una Marionettistica che ha dato vita al "miracolo dell'eredità", a quel mito fatto di baruni, scamappoggiu, martelli, punteruoli, copioni, tecniche, ma anche di cervelli, forza, braccia. Fiorenzo, il più piccolo dei figli di Natale Napoli, è quello che narra la storia, che rappresenta e che muove le fila di questa famiglia e che, durante lo spettacolo, apre lo scrigno dei ricordi e da vita ad una pièce che emoziona, che interessa grandi e piccini.

Il lavoro immagina un "naufragio culturale" e la famiglia Napoli viene vista, dall'autore e dal regista, come una sorta di "scialuppa", carica di un tesoro di inestimabile valore. Una scialuppa che viene a contatto con gli abitanti del luogo e che cerca di offrire loro qualcosa di questo tesoro. Si tratta del dramma di una famiglia di pupari, conduttori di un vascello fantasma. La loro storia inizia nel 1921 dal "mastru siddunaru" Gaetano Napoli, il capostipite, che acquista il suo "mestiere" di un centinaio di pupi e mette su una compagnia, con il fratello e i figli, distinguendosi perchè non si limita alla rappresentazione, ma si occupa anche della progettazione e costruzione degli elementi necessari allo spettacolo (pupi, fondali, cartelloni).

Una famiglia segnata da una anomalia straordinaria, un destino che si compie nell'affrontare il "naufragio' nelle culture tradizionali, soppiantate dal consumismo di massa. I figli di Gaetano, Natale e Pippo, affrontano il momento difficile con un'altra anomalia: se gli altri chiudono, loro aumentano il raggio d'azione, portando la tradizione fuori dai confini nazionali. Se gli altri dichiarano morta "l'Opra" loro innovano la rappresentazione ed i suoi elementi nel folle tentativo di tenerla al passo coi tempi, se gli altri dimenticano loro tramandano l'eredità ai figli di Natale ed Italia: Fiorenzo, Giuseppe e Salvatore e ad un nipote Alessandro.

Quando l'Opra dei Pupi muore dappertutto nasce il mito della famiglia Napoli, gli ultimi pupari del mondo. Ora fanno ingresso tra i "personaggi", tra quelli che non moriranno mai, malgrado le difficoltà da affrontare, primo fra tutti l'indifferenza della Catania culturale di oggi, quella degli spettacoli senza cuore, solo commerciali e poi la mancanza di una sede istituzionale per una famiglia che ha già conquistato un posto tra i miti. Lo spettacolo, prodotto da Arcana, si avvale delle musiche di Third Earl Band, Gonzales, Comelade, Salvi, Mahler, Jarret, Martens, Verdi e Bregovic. Uno spettacolo da vedere, un viaggio nella nostra storia, nei nostri ricordi, grazie ad una straordinaria famiglia da proteggere gelosamente e che custodisce il segreto delle tradizioni e di un mestiere eterno, quello dei miti. "Il nostro è un lavoro corale - spiega Fiorenzo Napoli - e questa tradizione vive in quanto è supportata dal lavoro di tutti. Il presente sono io, i miei fratelli, Salvatore e Giuseppe, mia moglie Agnese, mio cugino Alessandro. Il futuro è rappresentato dai miei figli, Davide, Dario e Marco".

Ma come è nato lo spettacolo "L'oro dei Napoli"?

"Questo spettacolo - racconta orgoglioso il regista Elio Gimbo - ha avuto una lunga gestazione. Coltivo da otto anni l'idea di uno spettacolo sul mondo dei pupi e sulla famiglia Napoli, dal '94, l'anno di Sud il mio primo spettacolo con dei pupi accostati agli attori. Da allora non ho mai perso di vista la famiglia Napoli ed il mio desiderio di arrivare ad una forma compiuta dell'accostamento fra pupi ed attori. L'oro dei Napoli è una riflessione sulla storia contemporanea di Catania. Immagino gli ultimi cinquant'anni di storia catanese come la descrizione di un naufragio, un inconsapevole "naufragio culturale" di cui noi cittadini siamo stati vittime ed artefici allo stesso tempo".

Ma come si può raccontare la storia di una famiglia così?

"Lasciando parlare loro - aggiunge il regista Gimbo - la famiglia, il gruppo, la Marionettistica. Con gli anni la famiglia si è allargata, loro non sono più soli, "loro" sono centinaia di Pupi, grandi e piccoli, antichi e recenti, sono fondali dipinti cento, cinquanta, venti o anche pochi anni fa. Oggi tutto questo è la Famiglia Napoli, i principi di un regno fantastico. Perciò raccontare la famiglia equivale a "far" raccontare la famiglia, a chiedergli di raccontare l'ultimo mezzo secolo di storia catanese, la storia di una forma d'arte nobile e preziosa, troppo fragile per combattere il "progresso" e troppo profonda per esserne sconfitta, fragile e profonda come i sogni o come uno spettacolo".

Maurizio Giordano

 

 

 

La famiglia Napoli

Sergio Corona

 

Le luci si spengono, si apre il sipario e i pupi entrano in scena. Orlando, Rinaldo, Angelica, Clarice, Carlo Magno, Gano di Magonza, Papa Martino, Subrino, Brandimarte: ci sono tutti. Le loro storie si intrecciano con la vita della famiglia dei pupari, i Napoli, che arrivano su una scialuppa in balia dei marosi: stanno cercando di mettere in salvo l’Opera dei Pupi, riconosciuta nel 2001 dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il pubblico segue rapito le gesta dei paladini e assiste al naufragio culturale di un Paese incapace di salvaguardare e valorizzare un tesoro di inestimabile valore.
Stasera la compagnia Fratelli Napoli mette in scena L’oro dei Napoli: la storia di una delle più antiche e famose famiglie di pupari raccontata dagli stessi protagonisti.
Prima che il regista convochi gli attori nei camerini per dare loro le ultime indicazioni, approfittiamo di un momento di distrazione del nostro nuovo amico e andiamo a salutare due protagonisti dello spettacolo: la signora Italia Chiesa, una delle più apprezzate interpreti catanesi, e suo figlio Fiorenzo Napoli, direttore artistico della compagnia, nonché principale parlatore e maestro costruttore dei pupi.
L’idea di un reportage sui Napoli ci era venuta in mente un paio di mesi fa, dopo una mattinata trascorsa con Fiorenzo nel laboratorio della compagnia. Ci aveva tenuti incollati alla sedia per tre ore con i suoi racconti straordinari, che ci scorrevano davanti quasi come un film. E lo stesso effetto ci avevano fatto le storie di Italia Chiesa, che quello stesso pomeriggio ci aveva accolti nella sua casa alle porte di Catania. Tutto ha inizio nel 1921, quando Gaetano Napoli decide di abbracciare il teatro popolare fondando la Marionettistica Napoli. Il successo è immediato. Una prima crisi però arriva nel 1934, in seguito alla scomparsa del figlio diciannovenne Rosario. Don Gaetano si defila, ma l’attività della compagnia continua grazie agli altri due figli, Pippo e Natale. Con lo scoppio della guerra tutto diviene ancora più difficile. Ma la vita va avanti. Natale conosce Italia Chiesa, figlia di attori, e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono Gaetano, Salvatore, Giuseppe e Fiorenzo. 

Gli anni del dopoguerra sono i più duri. Ma anche dopo, con l’avvento della televisione e il successo dei cinematografi, non è facile. Ci si mettono anche i proprietari di alcuni cinema che, preoccupati perché l’Opera dei Pupi toglie loro spettatori, boicottano gli spettacoli della compagnia. La scelta di andar via da Catania si rivela vincente: dai primi anni Cinquanta fino al 1970 i fratelli Napoli girano senza sosta tutta la Sicilia, e fanno anche tantissime tournée in Italia e all’estero, raccogliendo ovunque successo e popolarità. A Misterbianco e a Paternò i cinema sono costretti a chiudere perché i Pupi fanno ogni sera il tutto esaurito (non avevano tutti i torti, i poveri proprietari di cinema, a boicottare la Marionettisca Napoli…). Poi però i gusti del pubblico iniziano a cambiare e negli anni Settanta e Ottanta l’Opra viene snobbata anche dal popolo. La signora Italia ci rivela la storia che sta dietro il nome del figlio minore: la passione di Natale per il ciclismo. Fiorenzo si sarebbe dovuto chiamare Fausto, ma la storia d’amore tra Coppi e Giulia Occhini, la “dama bianca”, aveva destato così tanto scalpore in quell’Italia bigotta e intollerante che alla fine Italia e Natale decidono di optare per Fiorenzo, in onore di un altro grande campione di quegli anni: Fiorenzo Magni. E nei primi anni del dopoguerra come si sposta la compagnia? In bicicletta, naturalmente. Poi arrivano la Vespa e quindi, in pieno boom economico, la Fiat 1100. L’appartamento di Italia Chiesa non sembra la casa di un’artista: non c’è traccia di locandine, poster o ritagli di giornale. C’è solo qualche fotografia che nulla però ha a che fare con l’Opera dei Pupi o con il Teatro. Ma quando la signora ci racconta, con un misto di orgoglio e malinconia, di aver recitato negli anni Sessanta e Ottanta nel musical di Garinei e Giovannini Rinaldo in campo, uno dei più grandi successi teatrali italiani di tutti i tempi, allora vengono fuori le fotografie che la ritraggono accanto a Domenico Modugno, Delia Scala, Paolo Panelli, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Massimo Ranieri, Laura Saraceni, Carlo Croccolo. Parliamo anche della malattia di suo marito Natale e delle sofferenze che dovette affrontare durante una tournée, prima di morire di aneurisma cerebrale nel 1984. Ma torniamo allo spettacolo. Tutto è pronto. Giuseppe, capo maniante, e Fiorenzo, parlatore principale, sono ai loro posti. Così come i figli di Fiorenzo: Davide, maniante e secondo parlatore, e Marco, maniante. Salvatore, che si occupa delle luci e delle musiche, è accanto al regista Elio Gimbo. La moglie di Fiorenzo, Agnese Torrisi, direttore di scena, è dietro le quinte con l’altro figlio Dario, assistente di palcoscenico. Forse avremmo dovuto raccontare la storia di questa straordinaria famiglia di artisti parlando di pupi, fondali e cartelloni. Ma abbiamo preferito fare un viaggio in un’Italia che non c’è più, per ricordare a tutti da dove veniamo. E poi un libro sui pupi catanesi è già stato pubblicato qualche anno fa. Lo ha scritto un antropologo siciliano. Si chiama Alessandro Napoli, è cugino di Fiorenzo, e anche lui fa il maniante in questo spettacolo.

http://www.dirittinegati.eu/?p=440

 


 

Tutti i membri della famiglia Napoli prendono parte alla messinscena degli spettacoli ricoprendo con maestria i ruoli tipici dell'Opera: Italia Chiesa Napoli parratrici, Fiorenzo direttore artistico della compagnia, parraturi principale e maestro conduttore dei pupi; Giuseppe capo manianti e scenografo; Salvatore ideatore delle luci e fonico; Gaetano parraturi; Davide manianti e secondo parraturi; Dario assistente di palcoscenico; Marco manianti; Alessandro antropologo, manianti e addetto al fabbisogno degli spettacoli; Agnese Torrisi, direttore di scena.

 

Antica Bottega del puparo: Via Reitano, 55 - 95121 - Catania  (zona Castello Ursino) Tel. (+39) 095 34 10 52 http://www.fratellinapoli.it/

 

 

 

 

 

l primo teatro dei Pupi ad Acireale risale al 1870 quando Giovanni Grasso, figlio di Angelo, grande puparo catanese, venne ad Acireale per farsi conoscere. Ma colui che ha lasciato un'impronta molto più profonda nella tradizione dei Pupi di Acireale, fu don Mariano Pennisi (1867 - 1934) detto "Nasca", il quale creò un teatro stabile prima in via Tono e poi in via Alessi, dove ancora oggi si trova. La passione per i Pupi, questo grande puparo la trasmise al figlio adottivo Emanuele Macrì.Attivo sulla scena, geniale nell'improvvisazione, Macrì riusciva a trasformare ogni rappresentazione in un avvenimento scenico degno della più completa ammirazione.

 

 

Il teatro-museo dei pupi dell'Opera di Acireale, realizzato interamente dal puparo Turi Grasso e dalla sua famiglia, ha rappresentato in questi decenni un grande patrimonio storico-culturale per la città di Acireale.

Unico nel suo genere, il teatro-museo raccoglie in esso le migliori opere realizzate da Turi nei suoi cinquant'anni di attività, insieme a preziosi pupi e cimeli di fine ottocento, di fondali stile catanese, teste e scenografia teatrale del teatro dei pupi di Acireale.

Visitato da migliaia di turisti, studenti, ed appassionati delle tradizioni siciliane, il teatro dei pupi del maestro Turi Grasso è certamente da considerare un angolo di storia e di vera arte, nonché una finestra sulla nostra sicilianità.

Le grandi scene teatrali, i cartelloni di presentazione degli episodi della Storia dei Paladini, i pupi, il sipario del palcoscenico, il palco con il suo banco di manovra, tipico della tradizione di Acireale, il grande affresco di San Michele Arcangelo, rendono pienamente e viva l'opera ed il lavoro che l'unico puparo operante in Acireale, ha voluto realizzare per sè, per la sua famiglia e per la sua Acireale. il Teatro-Museo resta aperto al pubblico tutto l'anno nei giorni di Mercoledì, Sabato, Domenica. Nel periodo estivo ore 9/12 - 18/21, nel periodo invernale 9/12 - 15/18. Ingresso Libero

http://www.operadeipupi.com/

 

 

 

Solo un paese resiste ancora all´impeto rinnovatore del gusto: Acireale. Ed il merito di aver salvato una tradizione antichissima spetta alla popolazione del luogo, capace di balzare irritata sul palcoscenico per afferrare alla gola il traditore Gano di Maganza (in genere dipinto con colori forti, torvi, dominati dal nero), ma soprattutto alla pressione dei due pupari (si chiamano così), rispettivamente Mariano Pennisi ed Emanuele Macrì

Il nostro Teatro dei Pupi Siciliani Macrì è stato fondato nel 1887 da Mariano Pennisi, ultimo discendente d´una famiglia di pupari vaganti, che pur essendo analfabeta, sapeva recitare a memoria tutto l´Orlando furioso e tutta la Gerusalemme liberata.

Sotto le sue mani abilissime, lo stanzone che accoglieva ogni sera centinaia di spettatori urlanti, divenne un teatro vero e proprio, ed il numero dei pupi passò dalla trentina al centinaio. Ma Pennisi, oltre al teatro ed ai Pupi, ha regalato al folklore siciliano anche il suo successore, Emanuele Macrì. Nel 1908, infatti, non appena seppe del disastro di Messina, partì con una squadra di operai che l´aiutarono per due giorni e per due notti sotto una pioggia battente, a disseppellire la sua famiglia del suo vecchio amico Macrì. 

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Solo un paese resiste ancora all´impeto rinnovatore del gusto: Acireale. Ed il merito di aver salvato una tradizione antichissima spetta alla popolazione del luogo, capace di balzare irritata sul palcoscenico per afferrare alla gola il traditore Gano di Maganza (in genere dipinto con colori forti, torvi, dominati dal nero), ma soprattutto alla pressione dei due pupari (si chiamano così), rispettivamente Mariano Pennisi, Turi Grasso ed Emanuele Macrì

Il nostro Teatro dei Pupi Siciliani Macrì è stato fondato nel 1887 da Mariano Pennisi, ultimo discendente d´una famiglia di pupari vaganti, che pur essendo analfabeta, sapeva recitare a memoria tutto l´Orlando furioso e tutta la Gerusalemme liberata.

Sotto le sue mani abilissime, lo stanzone che accoglieva ogni sera centinaia di spettatori urlanti, divenne un teatro vero e proprio, ed il numero dei pupi passò dalla trentina al centinaio. Ma Pennisi, oltre al teatro ed ai Pupi, ha regalato al folklore siciliano anche il suo successore, Emanuele Macrì. Nel 1908, infatti, non appena seppe del disastro di Messina, partì con una squadra di operai che l´aiutarono per due giorni e per due notti sotto una pioggia battente, a disseppellire la sua famiglia del suo vecchio amico Macrì.

Purtroppo sotto le macerie del terremoto era rimasto vivo soltanto il piccolo Emanuele di tredici mesi, salvato dai corpi dei genitori tra i quali si era addormentato. Data sepoltura a tutti quei poveretti, Mariano Pennisi portò con sè il bambino e lo allevò come se fosse suo figlio. Solo che invece di farne un puparo, cominciò a sognare di farne un professionista. Ma fu un sogno di breve durata, perchè il piccolo Emanuele aveva già preso il virus del teatro, ed invece di stare sui banchi di scuola, preferiva sostare incantato davanti alla fucina dei pupi.

Pur avendo la testa di legno, confessava quando ritornava con il pensiero agli inizi i pupi mi hanno sempre capito, e fin dai tempi in cui non riuscivo quasi a camminare, hanno rappresentato il mio mondo ideale " Non aveva ancora sedici anni che già assumeva la direzione tecnica delle manovre, e quando nel 1936 Pennisi morì d´idropisia, lo fece chiamare per chiedergli "Giurami che i miei pupi non moriranno con me".

L´esordio avvenne nel mese di dicembre con un brano tratto dalla Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lo Dico, e più precisamente con il trentaseiesimo episodio del primo volume; dove appare Mambrino che ruba la fidanzata a Rinaldo. Fu un grande successo, e da quella sera ogni volta che i bambini di Acireale vedevano spuntare la figura massiccia e bonaria di don Emanuele , correvano a farsi narrare le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini. Anzi fu questo entusiasmo infantile a convincerlo che valeva la pena di affrontare altri pubblici.

Così, tre anni dopo, i Pupi di Acireale apparivano nei loro costumi sgargianti e fastosi sul palcoscenico allestito nel grande Salone dedicato a Bianca di Navarra in quel di Taormina. Stavolta il successo assunse i toni del trionfo, ed allora Emanuele Macrì si convinse che l´unica strada per salvarli, era di farli conoscere "nel continente". Prima però nell´angusta officina ricavata in un angolo di teatro costruì altri cinquanta pupi fra cui Alessandro Magno, il Guelfo di Negroponte e Trabalzio e dopo essere arrivato al numero di 200, cominciò a viaggiare. La prima tappa fu a Roma, dove al palazzo dell´Esposizione incantò sia il pubblico che la critica, e poi uscì addirittura d´Italia, toccando Salisburgo Bruxelles e tutte le principali città della Germania. Sospinta dall´onda dell´entusiasmo, la sua fama, varcò addirittura l´oceano. Prova ne sia che il figlio maggiore ha potuto impiantare un teatro dei pupi a Stony Creeck, nel Connecticut, con il quale ha partecipato, vincendolo, al Festival teatrale di Indianapolis.

I successi vennero con la partecipazione ai film: I GIROVAGHI, ARIA DI TAORMINA, TURI E I PALADINI; a riprese televisive: Australia, Giappone, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania Occidentale, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Olanda ed anche la Rai. Sono seguite molto tournée in Europa ed in America senza tralasciare gli spettacoli per le scuole e per il pubblico ad Acireale. Per queste accettiamo sempre le prenotazioni per effettuare recite sulla Chançón de Roland per gruppi turistici e scuole; periodicamente invece facciamo delle recite . Mostre di pupi, cartelloni e scene antiche dipinte a mano, queste si organizzano sia in loco che in altre città italiane ed in paesi esteri . Inoltre il Teatro E. Macrì di Acireale, quest´anno mette in vendita una piccola parte di materiale antico non utilizzabile per gli spettacoli, fra cui pupi armati e non , scene, teste e cartelloni dipinti su carta a tempera.

(sito ufficiale)

 

I Pupi Siciliani sono patrimonio dell'umanita'. L'Unesco ha ricosciuto il valore di questa forma d'arte di cultura popolare e nella primavera dello scorso anno il teatro dei pupi siciliani e' stato dichiarato "Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanita'" dall'Unesco, insieme ad altre 18 espressioni culturali popolari di tutto il mondo.

E' la prima volta che l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'istruzione, la scienza e la cultura, ha voluto dare un riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, ma a creazioni culturali e tradizioni, inserendole nel patrimonio mondiale piu' degno di protezione.

Una giuria di 18 membri, presieduta dallo scrittore spagnolo Juan Goytisolo, ha dovuto esaminare 32 candidature. Determinante per il buon esito della candidatura italiana, e' stato il contributo del Museo Internazionale delle Marionette "Antonio Pasqualino" - Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari -, presieduto dalla Sig.ra Marianne Vibaek, il cui personale si e' adoperato per fornire, in tempo breve, tutto il materiale documentario necessario.

 

 

La Scuola Palermitana

Il pupo palermitano e' alto da 80 cm a 100 cm, pesa circa 10 Kg e ha le gambe articolate di modo che possa inginocchiarsi per pregare o davanti ad una dama. Puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero grazie ad un filo, che passa attraverso il pugno destro del pupo ed e' fissato al pomo della spada, tirando il quale si fa in modo che la stessa possa essere impugnata facilmente. La visiera dell'elmo puo' essere abbassata prima di un combattimento e alcuni pupi possono muovere gli occhi e la bocca. La corazza puo' avere decorazioni a sbalzo o arabeschi in ottone saldati a stagno, che rendono piu' pregiata l'armatura. Secondo le esigenze di rappresentazione, la testa del pupo o il pupo stesso possono cadere in pezzi: si pensi allo squartamento di Gano o ad un moro diviso in due da un fendente. La manovra del pupo avviene di lato, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto parallelamente alla scena.

La Scuola Catanese

Il pupo catanese e' alto da 110 cm a 140 cm, pesa circa 30 Kg e ha le gambe rigide, motivo per cui non puo' inginocchiarsi. Non puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero: la spada e' permanentemente fissata alla mano destra, anche quando abbraccia una dama. La visiera dell'elmo non puo' essere chiusa. La corazza e decorata con l'aggiunta di piastre articolate come cosciali pendenti e i vestiti sono piu' raffinati rispetto quelli dei pupi palermitani. La manovra del pupo avviene dall'alto, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto su di un piano rialzato dietro la scena. Per ultimo, tra i pupi catanesi vi sono alcuni personaggi, come Pulicani o Uzeda, che non si trovano tra i pupi palermitani.

 

PUPARI IN ATTIVITA'

MIMMO CUTICCHIO - Palermo - (Associazione Figli d'Arte Cuticchio) - via B. all'Olivella 95 - 90133 Palermo - Tel. 091 323400 Fax 091 6815707 www.figlidartecuticchio.com

FRATELLI NAPOLI - Catania - via Madonna di Fatima 14 - 95030 Gravina di Catania - Tel. 095 416787

TEATRO IPPOGRIFO - diretto da NINO CUTICCHIO - Palermo - vicolo Ragusi 6 - 90133 Palermo - Tel. 0347 0676368 - oppure 091 329194

COMPAGNIA MACRI' - Acireale - via Galatea 89 - 95024 Acireale (CT) - Tel. 095 669998 Fax 095 575976

COMPAGNIA MANCUSO - Palermo

GIROLAMO CUTICCHIO - Palermo

OPERA DEI PUPI PUGLISI - Sortino, SR - Via Catullo, 2 96010 - Sortino (Siracusa) - Telefono 0931-956163 - e-mail: info@operadeipupi.it

FRATELLI PASQUALINO - Roma - via Gregorio VII 292 - 00165 Roma - Tel. 06-58231066 (anche fax) e-mail: Teatro@PupiSiciliani.com

TEATRO DELLE MARIONETTE AURORA - Canosa - via Conte Cavour 12 - 70053 Canosa di Puglia - Tel. 0833 965496

TEATRI DEI BURATTINI IN SICILIA

Teatro Manomagia - Dott. Francesco Fazio - Via Salvatore Paola 15 - 95125 Catania CT - Tel. +39 095509561 - Cell. 03386289544 - Fax. +39 095509867

La Casa di Creta - Steve Cable - Antonella Caldarella - Via Umberto 134 - 95131 Catania - Tel. - Fax 095539312 - Cell.0338 2044274

Compagnia Marionette Don Ignazio Puglisi - Via Catullo 2 - Sortino - Siracusa - Tel. +39 0931956163

Compagnia dei Pupari Vaccaro Mauceri - Ernesto Puzzo - Via Giudecca, 5 -  96100 Siracusa - Tel/fax 093 146 5540

Figli D'Arte Cuticchio - Via Bara all'olivella 95 -  90133 Palermo - Tel. 091.323400 - Fax 091.335922

Ass. Culturale Teatro delle Beffe - Via De Spuches 7 - 90141 Palermo (PA)

Opera dei Pupi di Vincenzo Argento e figli - Via Vittorio Emanuele, 445 - Palermo PA - Tel. 091.6113680 - 0333.2935028 

Compagnia Carlo Magno di E.Mancuso - Via La Rosa, 2 - Trabia (Palermo) - Tel. 091 814 6971 - 0347 5792257

Museo Internazionale delle Marionette A. Pasqualino - Via Butera 1 -  90133 Palermo Pa - Tel. 091.328060 / Fax 091.328276

 

Opera dei Pupi di G. Canino - Via S. Ippolito, 16/c - 91011 Alcamo (TP) - Tel. +39 0924506354

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I SAVIA

Città golosa e raffinata nei gusti, Catania non può certo ignorare una così importante ricorrenza: la Pasticceria Savia incarna i fasti della dolcezza tra cannoli invitanti e cassate variopinte, tra frutta mandorlata e l'esplosione di colori del marzapane caleidoscopico.

Com'è consuetudine cittadina, da ormai un secolo, dal caffè all'aperitivo, dall'arancina al pasticcino, a seconda dell'ora e degli impegni, Savia è la meta preferita da giovani e da eleganti signore, ragazzine e nonni, commendatori azzimati, impiegati e commesse frettolose nel break lavorativo di mezzogiorno.

Arrivano da ogni parte per gustare, vedere e farsi vedere, per lasciarsi tentare da un bocconcino dolce o da un assaggino salato mischiandosi in un insieme veramente festoso.Si può sicuramente dire, senza falsa modestia, che Savia è, ed è sempre stata, la "Vetrina dei Catanesi".

Per i pochi che non lo sapessero, la pasticceria Savia si trova incastonata ad angolo tra la Via Etnea e la via Umberto, di fronte la Villa Bellini; fu fondata nel 1897 dai coniugi Angelo ed Elisabetta Savia in quella zona periferica anticamente denominata Piano Nicosia. Da li mosse i primi passi, accrebbe la sua esperienza, maturò il suo mestiere grazie all'intuito e alla sagacia di Alfio e Carmelina Savia, trovò degna sistemazione nel cuore della città, proprio in quella via Etnea che Federico De Roberto aveva battezzato col nome prestigioso di "Salotto di Catania".

In quell'illustre angolo si perpetua grazie ad Angelo Savia, la tradizione dolciaria che trova il suo punto forte forte nell'acquisto di materie prime di eccelsa qualità, nella magistrale professionalità del suo personale, nella confezione dei prodotti sempre fragranti e, se questo non bastasse, nella proverbiale cortesia con la quale questi ultimi vengono offerti alla gentile clientela.

Forte di questi capisaldi Savia inizia un nuovo capitolo della sua storia: da oggi, grazie ai nipoti Alessandro e Claudio, si presenta al gentile pubblico in una veste completamente rinnovata; ma con una ferma convinzione che l'impegno e la dedizione all'affezionata clientela sarà sempre permeata sull' "Antico" spirito che ha contribuito a fare di Savia "la Pasticceria" per antonomasia (da Savia.it).

 

 

GLI SVIZZERI A CATANIA

Gli svizzeri Alessandro Caviezel e Ulrico Greuter giunsero a Catania nei primi del '900, dove aiutati economicamente dalla ditta Fratelli Caflish, fondarono la Pasticceria Svizzera "A. Caviezel & C." con sede in via Etnea.

Dopo le prime difficoltà, comincio la espansione della produzione svizzero-tedesco-austriaca ad opera di valenti pasticceri provenienti da quelle nazioni. La sede di via Etnea fu restaurata nel 1949 diventando punto di ritrovo della migliore società catanese.

Ceralacca rossa su un foglio bianco, una scritta sfumata a confondere un ricordo d'infanzia... un'immagine, incontrata per caso, a stimolare un riflesso di sapori e di ricordi lontani... vaghe sagome di un passato che solo in parte mi appartiene tornato così a ricomporsi, come per magia...

....l'albero di Natale, sotto, una cesta colma di doni ... una scatola trasparente profanata dalle mani di un bambino dentro cui compare una scritta ancora poco leggibile: "cotognata"Caviezel"...

Mio padre, ancora giovane, zii lontani, borselli in mano, maggiolini e fiat 127 circolano per le strade di una città, di campagna, di paste prese da Caviezel...

La tv in bianco e nero, il volto di Mina, ancora reale, le sue canzoni, ...il campanile del borgo a ripassare le ore, lente e infinite ...e ti accorgi che forse basta poco per colorare di ricordi l'infanzia fugace ed effimera come tutte le cose destinate a cambiare o a sparire... ...così cambiò il volto di una città nobile, a diventare grigia, violenta deserta...

...così cambiarono le abitudini, fatte di fughe da un centro invivibile, ...così cambiarono i gusti ancora accecati da un ricordo stordito dalla nostalgia per un epoca bella e confusa......così sparì Caviezel...un giorno la città si sveglia torna il sole dopo una lunga notte buia.

Timidi ricordi fanno capolino e trovano spazi in angoli nuovi ed antichi che mutano in progressive certezze......"è vero Catania vive" par di sentire dire ai residui passeggeri già adulti all'epoca dei miei ricordi d'infanzia, ...spazzati i resti grigi di anni bui e deserti, l'orgoglio di chi ama la nostra città torna prepotente a farla rivivere......infine una scatola trasparente a custodire il profumo delle cotogne di Sicilia, ...un foglio di carta con la ceralacca rossa, ...il miracolo di un ricordo che si fa presente... ...odori, sapori unici, l'insegna più nobile di una città che opera torna

a brillare nel cuore dei catanesi... ...e sembra dire ...ben tornati a Catania...ben tornato Caviezel...

Marcello Gulisano 31/10/1998 (da caviezel.it)

da Lucacaviezel.com

Ho curato per oltre quarant'anni il settore produttivo della nostra Pasticceria Svizzera, A.Caviezel & C. in Catania che contava nei momenti di maggiore fioritura in laboratorio oltre 70 fra pasticcieri e aiutanti. Tutta l'azienda, composta da tre pasticcerie ed un ristorante, contava oltre 200 collaboratori.

Insegno da oltre 30 anni nel settore della gelateria avendo iniziato l'attività con Corsi professionali per gelatieri al Politecnico del Commercio di Milano dove ho introdotto per la prima volta in Italia per gelatieri artigiani la tecnica della formulazione delle ricette attraverso il bilanciamento degli ingredienti.

Da allora mi dedico alla formazione professionale per inizianti ed all'aggiornamento continuo per gelatieri avanzati.

Ho collaborato alla costituzione della Scuola Europea del Gelato presso il CAPAC in Milano alla quale presto il mio contributo in qualità di esperto. Insegno anche presso CAST ALIMENTI, sede della Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani in Brescia, dove si svolgono in particolare Corsi di specializzazione per pasticcieri e gelatieri avanzati in occasione dei quali vengono rilasciati i Diplomi Master. Dedico il mio tempo disponibile alla conduzione di brevi Corsi di formazione, di aggiornamento e di specializzazione per gelatieri sia in Italia che all'estero.

Collaboro da anni con varie riviste del settore come "Il Gelato Artigianale", "Pasticceria Internazionale" e "Bar Giornale" e ho pubblicato due testi di base su "Scienza e Tecnologia del Gelato Artigianale " e "Scienza e Tecnologia del Semifreddo Artigianale", pubblicati da Chiriotti Editore di Pinerolo.

Mi sono stati assegnati numerosi premi e riconoscimenti tra i quali uno dei primi "CONO D'ORO" dal Comitato Nazionale dei Gelatieri Italiani, una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani quale "Riconoscimento per avere comunicato ed insegnato l'arte del gelato artigianale in Italia e nel Mondo" ed una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia della Gelateria Italiana e dalla rivista Gelato Artigianale per "l'opera di didattica e diffusione della cultura del gelato artigianale profusa nella crescita professionale dei colleghi".

Ho collaborato con l'Istituto della Enciclopedia Treccani in Roma per la ricerca e la stesura di documentazione relativa alla storia del gelato.

 

SPINELLA

L' Azienda fu fondata negli anni trenta dal maestro pasticciere Gaetano Spinella, che volle allocarla nel "salotto buono" di Catania in via Etnea, 300 di fronte al giardino Bellini.

La maestria del fondatore, rispettoso dei canoni della migliore tradizione dolciaria siciliana, ne determinò un immediato successo.

Dal 1996 la società "Pasticcerie Siciliane Riunite" ha rilevato l'Azienda, introducendo nella gestione moderni criteri manageriali che si sono integrati ai sapienti insegnamenti del fondatore.

 

CAV. CONDORELLI, E' STATO UN PIACERE

A Belpasso, suo paese natale, il cavaliere del lavoro Francesco Condorelli rappresentava una istituzione, cosi come la sua industria dolciaria, che proprio lo scorso anno ha festeggiato trenta anni di attività e di successi, derivati, in rnassima parte, dai torroncini commercializzati in tutto il mondo.

La notizia della scomparsa di Francesco Condorelli, ha offerto l'occasione per scoprire un personaggio che con i suoi 91 anni di esistenza pienamente vissuta, ha contrassegnato una pagina positiva dell'imprenditorialità siciliana sin da quando, ventunenne, nel 1933, divenne proprietario della pasticceria di Borrello.

Spirito irrequieto e curioso, Condorelli conobbe anche l'esperienza dell'emigrazione. Per un breve periodo della sua vita, su sollecitazione di un conoscente, decise di trasferirsi in Istria e nel 1939 giunse a Pola. L’avventura istriana fu breve, cosi come quella che lo portò, dopo la guerra, a Malta. Tornato definitivamente in Sicilia, nonostante fosse provato dai combattirnenti e dalla prigionia patita, mostrò tutta la sua tempra e si fece protagonista della locale vita imprenditoriale. La sua pasticceria cominciò ad essere frequentata dalle numerose comitive di gitanti che passavano da Belpasso, per salire a fare escursioni sull'Etna. Con le sue granite Francesco Condorelli fece ancora più dolci gli anni della- dolcevita- come rivelano le foto che lo ritraggono, sempre elegantissimo e sorridente, accanto ai personaggi famosi dell'epoca, spesso appartenenti al mondo dello spettacolo. Aneddoti, racconti, episodi e ricordi biografici furono raccolti dal Condorelli in un volume di ricordi, "La mia vita", pubblicato recentemente da Maimone. Nelle pagine autobiografiche, con la memoria prodigiosa che lo contraddistingueva, il cavaliere ci permette di entrare nel suo mondo più intime, in quello dei suoi affetti, ma anche nella vita sociale ed economica della provincia etnea. Significativi, per i dettagli e gli spunti di riflessione, le pagine che egli dedica agli anni del boom economico, quando la vita della zona etnea, pur tra gli alti e bassi dovuti alle difficoltà del la ripesa post bellica, fece di Catania la Milano del Sud.

A questo processo di sviluppo contribuii anche l'attività imprenditoriale di Condorelli. Ma il vero salto di qualità egli lo fece negli anni Settanta, quando inventò un prodotto - il torrone morbido monodose con glassa - che ha conquistato il mercato mondiale per la stia bontà e per merito di una abile campagna pubblicitaria, affidata a personaggi siciliani che hanno avuto successo nel mondo dello spettacolo. 1 messaggi promozionali e innovativi - celebre gli spot con i Re Magi - identificano immediatamente ed efficacemente i "Torroncini CondorelIi". Ma forse non tutti sanno che l'ìdea del morbido monodose maturò in seguito ad una cena in casa di una vedova a Venaria Reale in provincia di Torino. Quella sera il dolce era proprio una stecca di torrone che venne rotto con un grosso coltello in parti disegnali. A Condorelli, che era l'ospite, fu dato il pezzo più grosso e questo non gli sembrò giusto, per non parlare dei problemi di masticazione che, a causa della durezza, creava soprattutto alle persone anziane Gli balenò l'idea di un torrone morbido, dal gusto delicato, incartato in porzioni singole. E da qui anche il salto di qualità perché il marchio Condorelli divenne presto sinonimo di torroncino. Oggi nell'industria dolciaria Condorelli si trasformano ogni giorno settemila chili di mandorle per confezionare 15 mila chili di torrone morbido ricoperto in sette glasse diverse, L'industria dà lavoro a 54 dipendenti fissi, a 66 stagionali e a 96 agenti, che coprono tutto il territorio nazionale. Sono cifre imponenti e - siamo certi - destinate ad accrescersi con la istituzione della Fondazione, nata per ricordare uno dei più importanti imprenditori siciliani nel settore dolciario.

 

 

MANDOLINI E CHITARRE di Vittorio Fagone

Chi conosce la Sicilia, i paesi dell'interno e della zona orientale, sa cosa siano  le "uri 'i cauru", le ore di caldo. Le strade diventano deserte come, e forse più, che di notte. Le donne s'affacciano un momento sugli usci per girare la conserva di pomodoro esposta al sole nei grandi piatti smaltati, con un grande fazzoletto in testa. Dentro le case si fa il grande silenzio della siesta. Anche i ragazzi riposano, o perlomeno lasciano riposare gli altri. lo ricordo quelle insonnie di ragazzo in una stanza candida, con solo una consolle rustica di ciliegio e sopra una lastra di marmo bianchissima, e il gioco delle ombre rovesciate nel muro dallo spiraglio di luce sulla strada. Chiuso dentro quel silenzio bianco, attendendo i passi capovolti delle rare ombre, mi raggiungeva presto consolatrice la voce lieta e tenera di un mandolino. Io la seguivo; una canzone, un motivo dietro l'altro e, se mi assopivo, al risveglio la ritrovavo con gioia. Il barbiere catanese era forse nella strada l'unico che non dormisse. Dentro la bottega chiusa, forse sdraiato nella poltrona dei suoi clienti, s'esercitava col mandolino. Spesso provava delle nuove canzoni: a certi passaggi si fermava; poi ripeteva lentamente. Poi di nuovo suonava la canzone tutta intera, senza esitazione. Non mi capitò mai di vederlo suonare. La voce del mandolino usciva da uno spiraglio stretto forse più che quello da dove penetravano le ombre. C'è un punto nel "Don Giovanni", e tra quelli non trascurabili, in cui si sente netta e briosa la voce del mandolino. E ce n'è un altro, se non mi sbaglio, all'altro estremo nella storia della musica, dove è singolare l'apparizione del mandolino: la settima sinfonia di Mahler. Tra queste due opposte pagine ci sono le rare apparizioni "nobili" dello strumento. La vita del mandolino è diversa. È nella musica popolare; basta poco perchè diventi quasi un'orchestra: una sola chitarra. Una chitarra e un mandolino fanno una serenata, una festa, un piccolo spettacolo. Per questo sono gli emblemi di un Sud lieto e romantico. Ma chitarra e mandolino hanno una storia gloriosa della quale conviene accennare. La chitarra è uno strumento originale antichissimo: c'era una "cithàra" presso gli antichi greci e romani, e una chitarra anche in Egitto; ma erano strumenti diversi e a quattro corde. La chitarra da cui deriva la nostra, arrivò in Sicilia con gli arabi nel secolo XIII; da qui si diffuse in tutta l'Europa. Nel secolo XVIII le sue corde diventarono sei e la sua evoluzione fu, così, completa.

La fabbrica di chitarre e mandolini, la più giovane ma anche la più attiva in Sicilia, è sulla strada tra Catania e Messina, al bivio per Acireale. t nei giganteschi locali del vecchio mulino Samperi. Dal grande portone di ferro si entra nella corte vastissima; non si fa sforzo a rivederlo uno dei punti più attivi dell'industriosa Catania del secolo scorso. I locali dove ora è sistemata la direzione erano allora abitati, secondo la consuetudine ottocentesca dei "patrons", dallo stesso vecchio Samperi con tutta la famiglia. Dell'orgoglioso splendore borghese sono testimonianza gli stucchi e le pitture. Anche i grandi saloni di lavoro sono costruiti con la stessa generosità: hanno alte volte a crociera su robusti pilastri e in quelli al piano terreno la luce dall'esterno vi filtra viva. Ora lì dentro lavorano insieme una cinquantina di artigiani, eredi e continuatori dei famosi chitarrari catanesi. A Catania infatti almeno da un secolo e mezzo si costruiscono strumenti musicali. Gli artigiani stanno dispersi dietro grandi banconi; lavorano in un grande silenzio con una visibile concentrazione, da soli o al massimo in due allo stesso banco. Vicina a ogni tavola c'è una macchina dipinta di verde chiaro, però coperta con uno spesso foglio di cellophane. I due fratelli mi spiegano che le macchine sono pronte a entrare in funzione e che miglioreranno la produzione. Sono troppo gelosi, si capisce subito, della silenziosa sapienza delle loro mani, dell'antica nobiltà di tutti quei piccoli strumenti preziosi che ognuno tiene attaccati sul muro bianco alle spalle. Però sono lieti della disposizione razionale del lavoro: da una parte stanno i diversi legni, da uno ben secco e stagionato viene ricavato il manico sul quale poi verranno segnate le note; da un altro sottile viene ricavata la cassa, quella dalla forma caratteristica a otto coperta dalla tavola armonica, all'interno divisa in tanti solchi per le diverse onde sonore. Ci fermiamo nella grande sala in due punti a osservare gli artigiani più anziani e più abili. Uno curva su un ferro cavo rovente, alimentato da un piccolo focolare, i legni. Lo fa con piccoli colpi delle mani seguendo la tensione del legno, abbandonandolo e riprendendolo con miracolosa sensibilità. L'altro è il più anziano, pittoresco e bravo. Ha una faccia serena e curiosa sempre protesa, anche mentre parla, al lavoro che va compiendo: rifinire una cassa, legare le sin. gole parti degli strumenti e, soprattutto, intarsiarvi un piccolo fregio. Gli strumenti catanesi sono famosi anche per gli splendidi intarsi che portano sempre. Ogni mandolino, ogni chitarra ha un suo contrassegno grafico, quasi un monogramma. La tematica ornamentale è ingenua e poetica: una stella, un triangolo, un circolo, un rombo, la corolla di un fiore, un foglie, due fiori su uno stelo, una farfalla, una farfalla con le ali screziate, un'ape, un'ape sopra un fiore, una cetra, un'aquila, un giglio, una rosa, una margherita, una rondine. La rondine non sta che sulle chitarre, a larghe ali spiegate. Una rondine vuoi dire nostalgia, bellezza, casa: è uno dei segni patetici e antichi della tradizione popolare italiana. Queste forme gli intarsiatori catanesi (a Catania c'è forse il più abile fra tutti oggi in Italia, Franceschini) hanno esposte in un largo campionario che non guardano mai; gli artigiani le riproducono a memoria. Esse vengono riportate nello strato più superficiale del legno, con abilità e destrezza. Gli intarsi, va detto, un tempo erano fatti esclusivamente in madreperla; ora, per la necessità di mantenere accessibile il costo di uno strumento così popolare, anche. in celluloide. Però l'abilità e il gusto di chi sono testimoni non cambia. Un colpo solo, mi dice il direttore della fabbrica, osservando il vecchio artigiano al suo lavoro, un colpo sbagliato potrebbe distruggere uno strumento. Lo dice osservandolo con una punta di orgoglio e di preoccupazione. L'uomo anziano ride mostrando una fila di rughe attorno agli occhi. Forse non avrà mai sbagliato quel colpo. Nel piano più alto del mulino gli strumenti sono verniciati, stagionati, lucidati. Alla fine controllati severamente nella loro qualità musicale. Chi esegue il collaudo degli strumenti, chi li "prova" non e pero un uomo anziano. t un giovane, quasi un ragazzo, con una maglietta a righe e i capelli nerissimi. Controlla gli strumenti a lungo, all'orecchio, uno a uno. Fa questo lavoro contento, nelle pause si sente attorno un grande silenzio. Sembra lavorare senza nessuno sforzo. Mentre lo osservo mi ricordo di tutte le teorie scientifiche che andiamo ricavando dalla fine dei secolo scorso, sopra le età dei nostri sensi. Il nostro udito incomincia a invecchiare a venticinque, a trent'anni. Forse è vero. L'odore di vernice, il colore caldo degli strumenti, la folla delle loro forme accatastate, e però sempre distinte, fanno una strana composizione. Uscendo da qui questi mandolini con quanti oggetti si combineranno, daranno valore e una forma armoniosa, imprevedibile. Quando con i fratelli Leone ci ritroviamo nella stanza della direzione il balcone sul mare ha, nel caldo pomeriggio di autunno, le imposte socchiuse. Dei due fratelli l'abile conversatore mi dice, quasi a conclusione: "I nostri mandolini li portiamo in giro per il mondo. Li accompagno io stesso. Le chitarre le fanno anche i tedeschi e gli spagnoli ma i mandolini li facciamo solo noi. Li esportiamo dovunque, forse più che in qualunque altra parte in America ". Chi cercherà i mandolini catanesi in America? Ne soppeso uno: è elegante ma leggero e non superbo. Penso all'addensarsi di emozioni, di immagini, di segnali, di locuzioni, di voci, di canzoni che uno strumento come questo può riportare. Ecco rivedo il silenzioso barbiere con i capelli bagnati incollati in testa aprire, alle sei, nella mattina limpida e fresca le imposte complicate della bottega e scambiare il suo contegnoso saluto dall'altro lato della strada. Ma non trovo più la voce di quel mandolino che mi restituisca la tenerezza di una infanzia tutta consumata nel sole.

 

I FRANCHESCHINI, UNA FAMIGLIA DI GRANDI INTARSIATORI CATANESI (grazie al prof. Salvo Di Marco Franceschini)

 

Sono il pronipote di Antonino Franceschini, mio bisnonno, fondatore insieme al fratello Alessandro della rinomata frabbrica di strumenti musicali ANTONINO FRANCESCHINI & Co., e di Michele Franceschini, fratello di mia nonna e figlio di Antonino. Da notizie pervenutemi da parte dei miei familiari sapevo dell’importanza di questa azienda, chiusa, forse per motivi politici, durante il ventennio fascista.

 

 

 

Fornivano le finiture in madreperla, tra le altre attività,  alle ditte Scandalli e Soprani, i costruttori di fisarmoniche di Castelfidardo, con i quali intercorrevano rapporti di profonda amicizia oltre a quelli di carattere industriale, per la loro produzione più pregiata. I Franceschini, inoltre, erano fornitori ufficiali di Casa Savoia per quanto riguarda portagioie, cofanetti e altro. Mia nonna Rosa mi raccontava che Il Re Vittorio Emanuele III concesse per una lotteria di beneficenza, negli anni '20, un servizio da toletta costruito e decorato proprio dalla fabbrica di suo padre Antonino.

 Come Le avevo accennato in una precedente email, mio nonno, Salvatore di Marco Mancuso, genero di Antonino Franceschini, rinvenne nel corso della sua lunga prigionia in India, durante la seconda guerra mondiale, una chitarra "Antonino Franceschini e Co." della quale non trovo più la foto, purtroppo, che mio nonno aveva fatto. So anche da fonti familiari che parte del legname per la costruzione delle chitarre e dei mandolini proveniva dal Brasile (me lo diceva mia nonna) e che una delle cause, oltre a quella politica, della chiusura della fabbrica, fu proprio il regime autarchico a cui venne sottoposta l'Italia durante il ventennio, che impediva anche importazioni di legni pregiati.  Purtroppo la memoria storica si è esaurita non essendo più in vita i nonni e i prozii. Ma chissà se i discendenti di altre liuterie catanesi, qualora esistessero e fossero reperibili, potrebbero fornire altri lumi per le importanti attività industriali, non solo artigianali, della Catania della prima metà del sec. scorso.

L'incisore di cui parla Fagone come "migliore incisore d'Italia" è senz'altro Michele Franceschini di Antonino, l'unico ad avere esercitato questa professione con grande maestria. I fabbricanti di pianoforti catanesi Strano mi dicevano che ebbe modo di collaborare con loro, ancora per decenni, dopo la chiusura della fabbrica. Per quanto riguarda le marche dei pianoforti incise appunto in madreperla. Non si sposò, terzo degli otto figli di Antonino, unico maschio della famiglia del mio bisnonno,  e non ebbe discendenti: dei figli di Antonino convolò a nozze la sola Rosa, mia nonna, coniugata con Salvatore Di Marco Mancuso di Palermo.

 

Prof. Salvo di Marco Franceschini

 

 

 

 

 

CARMELO CATANIA

La stella di prima grandezza dei liutai siciliani fu sicuramente Carmelo Catania che fu l'unico, forse, a capire che la figura del liutaio doveva fondersi a quella dell'imprenditore per sopravvivere sul mercato interno e internazionale. Il periodo d'oro di Carmelo Catania fu quello dopo la guerra, fino agli anni 60. Le condizioni economiche e culturali portarono Carmelo Catania a produrre una gamma vastissima di strumenti artigianali prodotti su scala industriale. Le poche pagine del suo catalogo qui riprodotte testimoniano una capacità di filtrare tutte le influenze esterne con una sensibilità tutta Siciliana. Carmelo Catania fu forse il primo liutaio a organizzarsi industrialmente, promuoversi, esportare chitarre, stabilire alleanze e scambi commerciali. In Sicilia si creò un vero e proprio polo produttivo che realizzava strumenti o parti per conto terzi, Anche le prime acustiche di Oliviero Pigini furono costruite in sicilia e costituirono il primo catalogo Eko e GIEMMEI. Carmelo Catania è noto ai più per aver costruito la prima chitarra di Claudio Baglioni e Domenico Modugno e al pari di Eko contribuì alla diffusione della chitarra in Italia producendo modelli entry-level di acustiche per tutti gli anni 60.

 

 

 

Da Settembre 2005 Tony Braschi è diventato ufficialmente Endorser Saldaneri, per sponsorizzare uno dei modelli delle chitarre di alta liuteria della imponente produzione Saldaneri strumenti musicali. SALVATORE SALDANERI è uno dei maggiori liutai italiani di nuova generazione. Premiato nel 1998 con una borsa di mestiere dal SADA-CASA Artigiani, ad oggi ha esposto i suoi strumenti musicali in alcune delle maggiori Locations italiane ed internazionali come: il parco museo Jalari a Barcellona, le fiere internazionali di Musik Messe a Francoforte e del Mediterraneo a Palermo, il Disma Music Show di Rimini (nel 2000 e nel 2001) ; le iniziative "Spazio-Laboratorio" & "Antichi mestieri" , le mostre a Messina in Piazza Duomo e l’esposizione in occasione di "TELETHON” nel 2000. Le manifestazioni tra cui "Le botteghe del borgo" a Taormina, ed il quinto meeting internazionale 5Th International "Meeting Acoustic Guitar" di Sarzana (La Spezia). Numerosi i consensi ricevuti in questi anni correlati da importanti riconoscimenti conseguti dalla stampa disettore, tra cui le pubblicazioni di articoli come"GUITAR CLUB" a Maggio 2000; interviste e recensioni per riviste come Icocktails di maggio 2003, Guitarcook.com e nel 2005 viene pubblicato un articolo sul "Gazzettino del Tirreno". Per ulteriori informazioni visitare il sito: http://www.saldaneriguitars.it

 

 

 

Mi è arrivata questa mail:

Alla cortese attenzione dei maestri liutai Catanesi.

Siamo allievi della Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, e siamo stati autorizzati a contattarvi dal nostro Maestro, Vicepreside Giorgio Scolari. E' in nostro possesso un violino fabbricato ad Acireale, di Alfio Anastasi datato 1826,

e vorremmo avere qualche informazione a riguardo di questa fabbrica e del suddetto liutaio. Potreste gentilmente inviarci qualche notizia? In attesa di vostra risposta vi porgiamo cordiali saluti.

Gli allievi Rosalba De Bonis, Masahiro Awabayashi ,Oh Dong-Hyun

 

Chi è a conoscenza di fonti relative a questo liutaio, visto che l'interesse arriva proprio dalla città di Stradivari, è pregato di fornirmi qualsiasi notizia in merito.

Grazie - Mimmo Rapisarda

 

 

 

 

 

La Città di Caltagirone sorge alle sommità di un monte che separa la piana di Gela da quella di Catania. Il territorio è ricco di siti archeologici (S.Mauro, Montagna, S.Ippolito ecc.) che testimoniano insediamenti fin dall' epoca preistorica. In occasione di campagne di scavi sono stati reperiti diversi manufatti, anche in terracotta, risalenti ad epoca preellenistica.

L' utilizzazione dell' argilla, presente in gran quantità attorno a Caltagirone, è occasione di sviluppo artigianale ed economico già nel sec. VII a.C. per divenire, attorno al sec. V a.C., più raffinata e riconoscibile. Di questa epoca è, infatti, il famoso cratere a figure rosse che mostra un artigiano intento a modellare un vaso al tornio, conservato nel Museo della Ceramica di Caltagirone.

Con gli Arabi Caltagirone conosce un periodo fiorente sia in agricoltura che in altri settori e, certamente, nella produzione di manufatti in terracotta che divengono maiolica grazie alla tecnica dell'invetriatura importata dai Saraceni.

La ceramica di Caltagirone, costituita a quel tempo da manufatti di uso giornaliero, si diffonde rapidamente in tutta la Sicilia. In seguito i "cannatari"(fabbricatori di brocche)" , i "ciaramitari (fabbricatori di tegole)", gli "stovigliari (fabbricatori di stoviglie)" ebbero riconoscimento della loro valentia tanto che la ceramica di Caltagirone poteva circolare liberamente nel Regno di Sicilia in esenzione da tasse.

Purtroppo il terremoto del 1693, nefasto per tutta la Sicilia orientale, oltre a far crollare gran parte della Città, mandò in rovina quasi tutti i manufatti antichi in ceramica che si erano conservati fino a quel momemto. Fortunatamente, la diffusione della ceramica di Caltagirone permette di ritrovare oggetti di epoca precedente al terremoto in collezioni sparse nel mondo.

La ricostruzione impegnò grandemente gli amministratori della Città, i Senatori, che diedero commissione alle migliori maestranze. Furono aperte nuove strade a valle del nucleo originario e la città assunse l’aspetto barocco che ancor oggi possiamo ammirare.

Ai primi dell’800 inizia la fiorente attività dei figurinai che inizialmente produssero esclusivamente pastori da presepe. Nel 1848 il figurinaio Giacomo Bongiovanni si impegnò a fornire al Comune di Caltagirone annualmente quattro gruppi di figurine per il corrispettivo di settentadue ducati annui.

Il Bongiovanni ebbe il merito di vestire le sue figurine di argilla. Prima di lui, soltanto le teste , le mani ed i piedi erano di argilla ed il resto del corpo era costituito da stoffa o carta pesta alla maniera dei pupi napoletani. Figurinai che si distinsero nel tempo sono da ricordare i Morretta, i Bonanno, i Bongiovanni Vaccaro, per giungere ai nostri tempi con gli Scuto, i Branciforti, i Romano, i Patrì, i Raimondo, i Biondo ecc.

Nell’800 la ceramica trova diffusa utilizzazione in architettura tanto che si costruiscono capolavori quali la Villa Carolina, poi Vittorio Emanuele, con arredi del Basile realizzati dalla fabbrica Vella di Caltagirone, o il Cimitero nel quale il Progettista Nicastro volle tutti i particolari architettonici in terracotta sicchè costituisce un esempio unico nel suo genere.

L’ultimo grande lavoro pubblico che ha visto impiagata la ceramica è il rivestimento dei frontali dei gradini della famosa scala di Maria SS. del Monte realizzato negli anni ’50 dalla Scuola d’Arte di Caltagirone diretta dal Prof. Antonino Ragona al quale si deve anche l’istituzione del Museo della Ceramica.

Questa scala , in occasione dei festeggiamenti di luglio in onore del Patrono S.Giacomo, viene illuminata da migliaia di lucerne ad olio che disegnano splendidi arazzi. Questa antica tradizione è stata codificata a metà dell’800 dal francescano Padre Benedetto Papale.

Oggi Caltagirone offre ai visitatori un centro storico nel quale convivono edifici medioevali, barocchi, liberty che ha il cuore nella vecchia piazza della Loggia (Municipio) delimitata dal maestoso Palazzo dell’Aquila, dalla Corte Capitaniale, dal Palazzo Gravina con il lungo balcone gaginesco e dalla Galleria Luigi Sturzo nel cui interno è il più grande pannello di ceramica mai realizzato nel quale il Maestro Pino Romano ha rappresentato la battaglia di Judica che vide vincitori i Calatini sui Saraceni. Tale evento diede inizio alla potenza di Caltagirone che fu infeudata della Baronia di Camopietro.

A pochi metri dalla Piazza del Municipio, sul Corso Vittorio Emanuele, è la Mostra Mercato Permanente della Ceramica di Caltagirone che espone ceramiche prodotte da oltre sessanta botteghe della Città su una superficie di circa ottocento metri quadrati. Nello stesso edificio della Mostra si può ammirare il grande presepe animato nel quale i personaggi si muovono all’interno di una Caltagirone in miniatura.

Sembra superfluo consigliare per chi viaggia da queste parti l'acquisto di un bell'oggetto di ceramica.

Ve ne sono di tutti i tipi, per tutti i gusti, per tutte le tasche. La qualità è in genere buona, anche se all'incremento di questi anni dei turisti in visita a Caltagirone si è accompagnata l'apertura di negozi che vendono paccottiglia scadente.

Molto interessanti le ceramiche di Giacomo Alessi, un negozio ai piedi della scalinata, il cui laboratorio conduce una seria attività di studio e di ricerca sulle maioliche antiche, riproponendo con attenzione filologica i colori caldi ed i disegni tradizionali delle ceramiche rinascimentali e barocche del territorio calatino.

Belli da acquistare e facili da trovare dappertutto sono gli stampi per la mostarda: semplici formine in ceramica, decorate con motivi tridimensionali di piante ed animali, che una volta venivano utilizzate per informare questo dolce tipico della tradizione siciliana, a base di mosto di vino cotto e aromatizzato.

Caltagirone è al centro di un territorio agricolo ricco e vario e nei negozietti del centro storico potrete trovare perciò un'ottima varietà di prodotti agricoli, formaggi e altre prelibatezze confezionate artigianalmente: vi consigliamo per esempio di acquistare un vasetto di miele biologico, di eucalipto, di timo, di rosmarino, d'arancio, o di millefiori, raccolto nella campagna di San Pietro e confezionato artigianalmente da Gaetano Cannizzaro e dalla moglie Silvana nel loro laboratorio in centro: una vera esperienza del gusto. (www.guidasicilia.it)

 

 

 

 

Le officine ceramiche a Catania

tra la fine dell'Ottocento e il primo Trentennio del Novecento

 

L'arte della ceramica era molto conosciuta e diffusa nella città di Catania al tempi del Principe di Biscari (metà del XVIII), che la promosse e incoraggiò insieme alla cultura della canna da zucchero.

Alla fine dell'Ottocento appare piuttosto trascurata ad eccezione dei bellissimi costumi siciliani in terracotta. Si può documentare nel 1883 l'esistenza di una Società industriale di cristalli e porcellane operante a Catania in via Lincoln 146 e 148.

Inoltre in tale periodo erano numerose sia a Catania che in provincia molte fabbriche di lavori in argilla.

L'argilla era mista a gesso e calce e veniva utilizzata per la realizzazione di tegole, mattoni,  quadrelli e vasi per usi domestici.

Lo stabilimento sotto la ditta R. Ravesi & C. si distingueva in Sicilia per lavori in quadrelli di cemento idraulico, belli per eleganza e per la varietà del disegno, igienici perché non subivano le variazioni atmosferiche e resistenti, dal momento che si consolidavano come marmo.

Nel 1899 circolavano a Catania le pillole vegetali Ravesi "espulsivi" dei calcoli e della renella; erano preparate dal farmacista-chimico Cav. R. G. Ravesi Cesare, che ebbe diversi premi in varie esposizioni. Il laboratorio farmaceutico era sito in via Garibaldi 3 (ciascun scatolo veniva venduto L. 2,50).

Alla luce di tale testimomanza si spiega a Catania la circolazione di contenitori in ceramica collocabili nel primo ventennio del Novecento (come dai seguenti esemplari della collezione privata Mario Russo) che recavano la seguente dicitura dipinta: "Cachets Ravesi, efficace rimedio per espellere renella e calcoli"; sul fondo la sigla del vasaio "C. Limo aurum, Catania".

Un altro stabilimento ceramico, sito in via Lincoln 77, si firmava con la sigla "Scalia e Coniglione". Tra i committenti che si fornivano presso tale officina ricordiamo il Bar Brasile gestito da A. Imbrosciano.

 

 

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La pietra lavica

La lavorazione della pietra lavica, derivante dall’industria estrattiva delle vicine cave, per scopi ornamentali o per materiali da costruzione diede da vivere a molte famiglie. Ancora oggi é praticata da bravi artigiani locali. Molti mestieri erano legati all'estrazione ed alla lavorazione della pietra lavica.

Anticamente i"pirriaturi", estraevano lungo i costoni della montagna, solo strati superficiali di lava perché più porosi e più facilmente lavorabili con arnesi quali la subbia, lo scalpello, la mazzola e martello. Sul materiale estratto interveniva lo spaccapietre che ricavava lastre di pietra, infine lo scalpellino rifiniva il materiale. Uno degli usi prevalenti cui era destinata la pietra lavica era la pavimentazione delle strade urbane e rurali. Un tipo particolare di pietra, la "pietra pomice", leggerissima, veniva adoperata per la copertura a cupola delle chiese. Due cave famose furono u fussuni e la Perriera, quest'ultima forniva pietra pomice.

Oggi l'estrazione avviene con l'ausilio di moderne macchine quali la pala meccanica e le ruspe che permettono di raggiungere strati profondi dove la lava è più compatta, più dura e di colore più chiaro. Anche la lavorazione è facilitata dall'uso di altri strumenti e macchine: trapano, flex, fresa e levigatrice.

Col passare del tempo l’antico mestiere dello scalpellino ha subito un forte declino, lasciando vuoti incolmabili. D’altro canto anche l’edilizia, nei nostri centri si è snaturata, perdendo la connotazione col territorio, in nome o con l’alibi dello "sviluppo turistico". Tuttavia, in quest’ultimo periodo sembra però sia in atto un’inversione di tendenza. Soprattutto nel centro storico si punta alla ristrutturazione nel rispetto dei vincoli imposti da Comune e Sovrintendenza e, complessivamente, si assiste ad una ripresa nell’uso della pietra lavica.

Il basalto è un materiale resistente, espressivo e decorativo, quindi si presta alla lavorazione per la realizzazione di oggetti per arredamento e per pezzi di arredo urbano.

Con la pietra lavica si possono realizzare oggetti ornamentali e sculture ed in campo artistico si è notato un positivo incremento nel suo utilizzo per usi abitativi interni. Sempre più numerose sono le abitazioni nel cui interno le alzate dei gradini, i tavoli o le basi dei camini sono realizzati in questo modo.

L'anima della pietra lavica

di Maurizio Merlini

Cultura e scultura si compenetrano in un rapporto osmotico dalle mirabili suggestioni.

Nelle sorprendenti creazioni di Nino Valenziano Santangelo la generica peculiarità, tutta etnea, della lavorazione basaltica diviene singolare interpretazione di un artista ispirato, capace di apporre il sigillo d’autore a pietre laviche in apparenza amorfe e prive di personalità particolare.

Da vent’anni l’autodidatta maestro, avvocato nella società civile, si sbizzarrisce nell’intuizione figurativa dei blocchi lanciati dal vulcano, limitandosi ad assecondare sembianze già insite nelle rocce e che ai nostri sguardi, profani e distratti, appaiono dotate di configurazioni astratte, anonime e bislacche; dunque, il geniale artista innamorato dell’Etna non è un demiurgo, non plasma con capriccio inventivo la materia informe.

"Le pietre laviche - afferma compiaciuto Nino Santangelo - presentano aspetti pressocchè definiti, come le nuvole, basta solo leggere con attenzione".

Così questo scultore anomalo e originale riconosce nei massi lanciati dalla grande Montagna soggetti statuari già ben delineati da perfezionare, spesso con appena un paio di leggere incisioni di scalpello con cui dà corpo ai molteplici stimoli ondeggianti nel suo vasto retroterra culturale.

Le sale espositive del piccolo museo d’ineguagliabile valore, trascurato dalle autorità catanesi impegnate nella promozione turistica, sono gremite di statue, (alcune addirittura double face) raffiguranti volti celebri attinti da mitologia, religione, tradizioni popolari, storia, fauna, paesaggistica e architettura locale, stati d’animo: in rapida successione coinvolgente è possibile ammirare Gesù, Giufà, Socrate, Ciranò de Bergerac, il cavallo di Troia, Don Chisciotte, Angelo Musco, la vispa Teresa, Omero, Pirandello, il guerriero Vichingo, cani di tutte le razze, buonumore e malumore, Giove, Polifemo e una serio di "u liotru", elefante con obelisco emblema del capoluogo etneo . Tutti i pezzi della vasta collezione sono custoditi a Catania in via Santangelo Fulci 55/a, dove i visitatori sono accolti previa telefonata allo 095 7221642.

Da sottolineare la netta contrarietà dell’eccentrico Santangelo alla mercificazione dell’arte: le sue opere infatti non sono in vendita; l’autore si è voluto privare solamente di una statua bifronte, carica di significati esistenziali, donata a Papa Giovanni Paolo II e conservata nella biblioteca dei Musei Vaticani.

Il Museo di sculture in pietra lavica "Valenziano Santangelo" è stato realizzato ed allestito dallo scultore autodidatta avvocato Nino Valenziano Santangelo , che dal 1978 crea con la pietra lavica opere uniche. Le sculture costituiscono una mostra permanente, che contiene circa 230 capolavori, ricavati da leggeri ed intuitivi interventi su massi lavici.

Dall'intuizione tipica dell'artista, suggerita dalla forma primitiva della pietra, insieme alla creatività, prendono forma le sculture- meraviglia, che fanno rivivere storie, personaggi, miti del mondo greco-romano, cinematografico, letterario ed anche della tradizione siciliana. Colpiscono tra tutte la "maschera teatrale greca", dove volumi traforati in movimento richiamano le quinte nelle scene, e la "Maternità", in cui la pietra lavica si addolcisce nelle curve, dando l'idea della protezione materna. Interessanti sono poi le sculture -sorpresa, realizzate in modo che, attraverso una semplice rotazione orizzontale o verticale, la stessa opera assuma un aspetto profondamente diverso. Tutte le sculture hanno la caratteristica di essere quasi incolumi da interventi, poiché, come dice l'artista: "la stessa pietra fornisce i tratti particolari dell'opera finale". Simbolo di questa tecnica è la testa color ruggine del dio Vulcano, in cui sono stati scolpiti solo tre punti, gli occhi e il naso.

Oltre alle sculture il museo ospita anche una serie di reperti che mettono in risalto il carattere poliedrico della pietra lavica: bombe vulcaniche, cenere vulcanica, lava a corde, lava a lastroni, lapilli, conci antropomorfi dell'eruzione del 2001, basole, uno scampolo di muro a secco fatto di pezzi di sciara, come quelli delle tipiche 'casudde' , i muri di confine ed altri.

All'interno della galleria sono esposte delle foto che ritraggono alcune sculture naturali, trovate dall'avvocato Santangelo a San Giovanni Li Cuti, Acitrezza, e Pozzillo oltre che tra le sciare dell'Etna.

Il museo si trova in Via A. Santangelo Fulci, 55/A-B-C - telefonare per prenotare una visita: Tel 095 7221642

Michele Bertino è nato a Paternò il 10-06-1934. Maestro artigiano nella lavorazione della pietra lavica e dei marmi con laboratorio in Via Pò a Paternò. Ha iniziato l'attività ad 11 anni seguendo la scuola del Maestro Barbaro Costa di Paternò e  da allora ha sempre svolto l'attività di lavorazione della pietra lavica con particolare attenzione alla creazione di oggetti e manufatti con pregiati intarsi realizzati rigorosamente a mano.

Negli anni compresi tra il 1950 e il 1954 ha seguito corsi di disegno prospettico con il Prof. Salvatore Palumbo di Paternò per avere una maggiore competenza tecnica nella realizzazione dei disegni nelle opere in pietra che già da anni eseguiva. Ha realizzato centinaia di sculture in pietra lavica e marmi ed alcuni di essi sono posti in aree pubbliche quali le due fontane a zampillo in pietra lavica poste all'ingresso del Giardino Moncada di Paternò ed una fontana posta in via C. Renna in Paternò oltre ad innumerevoli sculture cimiteriali.

http://www.paternesi.com/Michele%20Bertino.htm

 

I COLTELLI DI SAN FRATELLO (da www.coltelliversaci.com)

 

Io e il coltello "Sanfratellano"

Mi chiamo Antonino Versaci, ho 20 anni e sono di San Fratello, un paesino in provincia di Messina. La mia storia ha inizio quando da piccolissimo, nell'officina di mio padre (fabbro), curiosando tra i vari cassetti, trovai un coltello "Sanfratellano" in fase di realizzazione e da quel giorno il mio unico desiderio fu quello di impossessarmene per ultimarlo da me. Ho ancora davanti agli occhi quel bambino accanto al nonno (anch'egli fabbro, ma in pensione), tutto eccitato dal fatto di finire il coltello, anche se non aveva la più pallida idea di come fare e ricordo ancora, come fosse oggi, mio nonno che con tantissima pazienza seguiva e correggeva i disastri del suo nipotino, tutto sporco, ma felicissimo di imparare.
A 17 anni, finalmente, grazie all'aiuto di mio padre, che si sacrifica in qualsiasi momento pur di rendermi felice, ho potuto realizzare il mio sogno imparando in un batter d'occhio a forgiare da me ed a costruire interamente un coltello secondo l'antica tradizione del mio paese…e quindi il coltello "Sanfratellano".
Quello "Sanfratellano" era il coltello posseduto dalla quasi totalità della popolazione dello stesso paese ed utilizzato per qualsiasi tipo di uso, ma per lo più era il coltello adoperato dai pastori, non solo del paese stesso ma un po' di tutta la zona, che a volte erano disposti a percorrere anche moltissimi chilometri pur di avere in tasca uno di questi rinomati coltelli, infatti, con esso il pastore poteva macellare le sue bestie, curarle, nutrirsi, difendersi, offendere e nelle lunghe giornate di solitudine con il proprio gregge, si prestava a strumento per intarsiare dei pezzi di legno che nelle mani abili del pastore assumevano la forma di vere e proprie opere d'arte…
Questo coltello, forgiato e creato dalle mani forti ed esperte di fabbri artisti, ha una forma abbastanza semplice con la lama a "foglia di ulivo" e in alcuni casi, a richiesta per lo più dei pastori, molto più fine e appuntita, proprio per facilitare ancor di più la macellazione degli animali; il manico in genere in corno bovino o in altri metalli come il rame e in qualche caso, in alluminio…
Tutte le parti metalliche che compongono il coltello vengono forgiate a mano dall'artigiano ed in particolare la lama e la molla per lo più con acciai al carbonio, le parti metalliche del manico sono invece forgiate in ferro (caratteristica principale è che le due parti del manico vengono forgiate in un singolo pezzo, una parte verrà lucidata mentre nell'altra sarà montato il corno).
Caratteristica fondamentale del coltello "Sanfratellano", se eseguito secondo l'antica tradizione, è che la sua forma non può esser riprodotta fedelmente neanche dallo stesso artigiano, poiché lo stesso lavora non facendo riferimento ad un disegno ben preciso su carta su cui sagomare le parti del coltello…ma sagoma con esperienza la forma del coltello direttamente sullo stesso una volta assemblate le varie parti forgiate…dando spesso anche qualche tocco personale al coltello…

Purtroppo, nonostante il coltello "Sanfratellano", come già detto, sia stato, e lo è ancora oggi, molto conosciuto e apprezzato, non solo all'interno del paese stesso, questa tradizione è andata un po' perdendosi poiché nessuno è stato capace di portare avanti con passione questa antica tradizione e quindi cercare di pubblicizzarlo per poterne trarre un più ampio apprezzamento dello stesso e di riflesso un maggiore sviluppo economico…al giorno d'oggi infatti, all'interno del paese stesso, sono pochissimi coloro capaci ancora di realizzarlo, ma ancor peggiore è il fatto che non c'è più nessun giovane che intende avvicinarsi a questa antica tradizione con la voglia di imparare…

diciamo pure che io sono l'eccezione che conferma la regola, infatti, anche se per me non è un lavoro (studio Giurisprudenza) cerco sempre di adoperarmi, nelle mie possibilità, per portare avanti il nome e la fama del coltello "Sanfratellano", cercando di rispecchiare e rispettare il più possibile l'antica tradizione tramandata dai fabbri del mio paese…

Unico mio dispiacere è quello di non poter più avere mio nonno al mio fianco, ma ogni qual volta ho tra le mani un coltello, lo sento vicinissimo nel mio cuore, che mi guarda e che mi guida proprio come la prima volta da bambino e nel mio cuore ritorno ad essere il nipotino, tutto sporco, ma felicissimo e voglioso di imparare…e sicuramente è proprio in questo che va ricercata la ragione della mia grandissima passione per i coltelli…

 

 

GLI ALTRI MESTIERI PERDUTI (da www.lentinionline.it)

 

Sono ormai figure rare quella del maniscalco ("u firraru"), del sellaio ("u baddunaru"), così detto perchè costruiva una specie di sella, "u badduni", dalla quale pensolavano due capienti sacche, dell'artigiano ("u quarararu") che costruiva od aggiustava grossi panciuti pentoloni in rame ("i quarari") da porre direttamente sul fuoco.

Resiste ancora qualche tradizionale attività artigianale come quella del calzolaio ("u scarparu") o del sarto ("u custureri"), pochi ma valenti, dedicati prevalentemente alle riparazioni.

ANTICHI MESTIERI LEGATI all’estrazione della pietra lavica e alla sua lavorazione.

PIRRIATURI

Il mestiere del pirriaturi prende il nome dalle cave di pietra (pirrere) presenti nel territorio di Nicolosi, dove si trovano i più grossi e compatti blocchi di basalto. Si trattava di un lavoro molto faticoso che consisteva nella vera e propria estrazione della pietra e in una sua prima lavorazione per l’ottenimento di blocchi anche di grandi dimensioni che venivano utilizzati soprattutto per la costruzione di abitazioni, delle strade e dei muretti. Il lavoratore si serviva di attrezzi piuttosto rudimentali quali la mazza (un grosso martello), u lagnettu (attrezzo affilato con il quale si intaccava la pietra per indebolirla), u cugnu e u cugnittu (cunei che si introducevano nelle spaccature della pietra e che servivano ad allargare la fenditura per arrivare alla vera e propria rottura del blocco compatto). Anche se attualmente la fatica degli uomini impiegati nell’estrazione dei massi rimane, importante è l’impiego di macchinari più moderni.

GHIAROTU

Gli intonaci delle abitazioni di Nicolosi, come si può vedere ancora nelle vecchie costruzioni, erano tutti della stessa tonalità di colore: terra bruciata digradante al rosa intenso. Questo perché veniva usata allo scopo "a ghiara", che altro non è che finissima lava, simile nella consistenza alla farina o alla sabbia che si trova nelle viscere della terra sotto le colate.

Per estrarre questa "sabbia" i ghiaroti scavavano dei cunicoli di grandezza tale da permettere l’accesso all’uomo, ma anche ad una particolare specie di muli di piccola statura, i quali venivano abituati a percorrere soltanto lo stretto cunicolo. Essi riportavano in superficie sacchi o bisacce contenenti la "polvere colorata" che, mischiata a calce e a pietrisco lavico, proteggeva le facciate delle abitazioni.

Oggi questa attività estrattiva è stata completamente abbandonata, soppiantata dai moderni prodotti che, pur cercando di "imitare" il colore della tradizione, non vi riescono né per la durata né per la consistenza.

SCAPPIDDINU

Lavorava nella cava di pietra utilizzando lo scalpello, quindi i manufatti da lui realizzati erano più raffinati e precisi di quelli del pirriaturi che si limitava a sgrossare i blocchi.

L’opera degli scalpellini era vistosamente presente nelle abitazioni, tutte anticamente fornite di un "porticato", con l’arco in pietra lavica, che si differenziava per la chiave di volta e per le lavorazioni laterali. Le parti che costituiscono questi archi non sono tra loro cementate e tutto l’insieme si regge avendo come perno la chiave di volta.

Grande maestria dunque degli scalpellini che, oltre ad abbellire con fiori, rami o lettere la struttura, dovevano essere in grado di determinare la precisa allocazione e grandezza della chiave in relazione all’altezza dell’arco.

PRICCIALARU

Operaio che con una grande mazza spaccava le pietre che servivano da base per le strade. U pricciali si divideva in due categorie: "rossu"(grosso) e "nicu"(piccolo).

GHIACATARU

Operaio specializzato per la costruzione della ghiacata cioè la massicciata delle strade, cortili, piazze.

BOTTAIO

Il bottaio "u vuttaru ", era uno di quei mestieri che venivano considerati privilegiati e di difficile esecuzione. Il procedimento di lavorazione era fatto necessariamente a mano e consisteva nel sistemare delle listelle di legno, di preferenza castagno, o rovere (per le botti che dovevano contenere vini o liquori pregiati ). Queste listelle di legno, doghe, potevano avere dimensione diversa in funzione delle dimensioni della botte che si doveva costruire, il lavoro cominciava col sistemare ogni doga, perfettamente piallata, in una forma circolare al cui interno c'era un fornello per alimentare una fiamma, la doga era normalmente più larga nella parte centrale e più stretta alle estremità, il numero delle doghe variava in funzione della capienza della costruenda botte, il fornello centrale serviva per fare quel vapore necessario a rendere il legno più duttile ed elastico alla lavorazione e facilitare la necessaria curvatura delle doghe, inoltre era essenziale per liberare il tannino dal legno, sostanza che passa facilmente nel vino e lo rende tossico. Per completare il lavoro occorrevano inoltre sei cerchi di ferro di diversa dimensione e due coperchi "timpagni ", che avevano il diametro della dimensione del foro finale della botte. L'arte magica del bottaio era ed è, per quei pochi artigiani rimasti; quella di far aderire le doghe l'una all'altra, tenerle con i cerchi metallici che venivano poste naturalmente all'esterno aiutandosi con uno speciale attrezzo a forma di scalpello smussato con un lungo manico che si colpiva con un martello e tutto questo veniva fatto senza l'uso di collanti, ottenendo dei contenitori che non facevano perdere il liquido contenuto. Purtroppo la moderna tecnologia ed il ricorso massiccio a contenitori di acciaio e di vetroresina stanno facendo scomparire la magia di un mestiere affascinante.

CALZOLAIO

Il mestiere del calzolaio "scarparu" nel catanese o "solacchianeddu" nel palermitano, è un mestiere antico e per molti versi in antitesi con i dettami della vita moderna, infatti esso consisteva e consiste per chi lo esercita, nel costruire scarpe su misura (che si rivelano "indistruttibili"), ma in ciò che egli si dimostrava prezioso per le esigue finanze delle famiglie contadine era nal lavoro di aggiustare le scarpe, risuolatura, mettere i sopratacchi e ricucire le parti che via via andavano sdrucendo. La materia prima utilizzata dal ciabattino e in relazione al tipo di lavoro e all'uso che si farà delle scarpe. Se deve fare delle scarpe che serviranno per una occasione, la pelle sarà delle più pregiate e le rifiniture molto più curate, le scarpe da lavoro saranno costruite con un principio che si ispira alla robustezza ed alla solidità. Infine se deve fare un lavoro di trattamento della scarpa (risuolatura ecc...) il materiale che una volta si usava era il cuoio duro, mentre oggi si è più portati ad usare materiale di gomma. Gli attrezzi, che sono gli strumenti indispensabili al suo lavoro, che in parte non si sono modificati sono, delle forme in ferro di varia dimensione che servono per inserirci le scarpe un caratteristico ed affilatissimo coltello "u trincetu", il martello anch'esso dalla forma caratteristica, tenaglia, lesina, spago, aghi, cera, pece, vetro per levigare le suole, e tutta una serie di piccoli chiodi "a siminziedda" , il tutto sparso su un basso tavolo da lavoro "u bancareddu". A completare un lavoro artigianale ben fatto; la solerzia, la pazienza e la passione dell'artigiano.

CANNIZZARU

La canna comune(Arundo donax), che cresce spontaneamente lungo i corsi d'acqua e in genere in terreni sabbiosi e paludosi, era molto usata nell'ambiente contadino per la sua molteplicità di usi. Serviva per costruire ripari, fungeva da palo di sostegno delle viti degli alberelli ancora deboli, la si usava per delimitare i confini di una proprietà, e per costruire silos contenitori di frumento. Il Cannizzaru era la figura addetta alla costruzione dei silos per i cereali. Cominciava il suo lavoro già nei mesi di Gennaio e Febbraio, quando raccoglieva ed avvolgeva in fasci canne grosse e lunghe dai quattro ai cinque metri. Le lasciava essiccare al sole ed al vento fino al mese di Giugno e solo allora passava alla costruzione dei silos. Il Cannizzaru disponeva le canne spaccate su un piano perfettamente livellato e procedeva ad una vera e propria tessitura. Nella fase di definizione, quando la superficie tessuta veniva avvolta a cilindro e sollevata verticalmente, l'artigiano ricorreva alla collaborazione di un volontario che, dentro il silos, recuperava e gli restituiva ogni volta il grosso ago col quale si procedeva a cucire il complesso.

CARDATORI, FILATORI, TINTORI E TESSITORI

Nella zona della ricerca il paese che produceva fibbre tessili era Carini, infatti in questo paese si produceva molto lino (Linum usitatissimum), agave (Agave sisalana), ampelodesmo "'ddisa" (Stipa tenacissima), cotone (Gossypium hirsutum), canapa (Cannabis sativa) e molta lana (prodotta anche in altri paesi della ricerca), da ciò lo sviluppo di una discreta attività artigianale inerente alla trasformazione delle fibre. Così per esempio, giunto il lino a maturazione, si falciava e si si consegnava ai marinai, i quali lo seppellivano a mare per un certo periodo, giunto a maturazione, si procedeva alla cardatura che consisteva nel battere il lino fino a renderlo filamentoso; dopo di che si consegnava ai filatori, che lo rendevano appunto in fili e si consegnava ai tintori. Cotone, agave, lana, ampelodesmo, subivano lo stesso procedimento, tranne che per il bagno in acqua di mare. Purtroppo questi mestieri sono scomparsi nella zona. L'ultima fase della artigianale era rappresentata dalla tessitura delle fibre, che si svolgeva in appositi telai. I prodotti più fini di questo processo, cotone e lino, erano riservati per la dote delle signorine delle famiglie più facoltose.

CARRETTIERE

Il carrettiere era un trasportatore di merci varie, che andavano dai prodotti stagionali della campagna al materiale da costruzione, al carbone, al concime. Generalmente lavorava per conto terzi, proprietari terrieri, commercianti e costruttori; raramente lavorava in proprio e cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra produttori, acquirenti, carrettieri erano spesso curati da un sensale. I carrettieri in linea di massima godevano di un mezzo di loro proprietà: un carretto e un cavallo. La forma di pagamento era quella a viaggio, la retribuzione era pattuita in base al percorso da compiere e al tipo di trasporto; chi lavorava per conto terzi poteva essere retribuito anche "a terzo", cioè percepiva un terzo del guadagno derivante dal servizio di trasporto. La vita dei carrettieri era " 'nca si caminava stratuna stratuna "( che si era sempre in giro per le strade), lungo i percorsi si fermavano " nno funnacu " fondaco, luogo di sosta dove i carrettieri albergavano assieme agli animali e per mangiare" un piattu ri pasta agghiu e ogghiu " (pasta con aglio ed olio) chiamata a tutt'oggi alla carrettiera, o " all'asciuttu, pani cu cumpanaggiu " (pane con formaggio e olive). Nei fondaci i carrettieri si scambiavano le loro esperienze di vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma soprattutto cantavano a gara , sfidandosi a chi sapesse il canto più bello. Ragione di incontro erano poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e carretto riccamente bardati. " Cacciari a misteri " , cioè guidare il cavallo a regola d'arte è ciò che distingue un carrettiere vero da chi " caccia a fumirari ", come un portatore di letame. L'appartenenza alla loro categoria era avvertita con orgoglio; essi, con il fatto che andavano in giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, insomma si consideravano profondi conoscitori della vita. Del mondo così riccamente articolato dei carrettieri, che cosa è rimasto? Purtroppo questo passato si presenta in maniera frammentaria nella memoria di qualche anziano, un passato, però, cui si è rimasti affettivamente legati, che non viene cancellato dalla propria storia. I carrettieri hanno sostituito il mezzo di trasporto, divenendo per la maggior parte camionisti o venditori ambulanti, chi tra essi ha conservato il carretto, assegna a questo antico mezzo di trasporto un valore immenso, come se si trattasse di un gioiello di famiglia. Il carretto oggi ha un valore essenzialmente affettivo, esso è simbolo della vita del carrettiere, una vita che ha profonde radici nella storia delle generazioni, una storia sempre presente e viva nella memoria. I canti dei carrettieri vivono ancora oggi numerosi e rappresentano una delle espressioni più importanti della nostra musica etnica. In sostanza quei canti, le specifiche modalità della loro fruizione all'interno dell'ambito sociale in cui sono vissuti confermano un concetto d'arte, di arte popolare, come tecnica, come qualità privilegiata.

CUFINARU E FASCIDDARU

La materia prima utilizzata da questa figura professionale era il giunco, variamente intrecciato e lavorato in relazione anche al genere di pianta utilizzata. Si trattava di attività periodica che assorbiva pochi mesi dell'anno. I tipi di giunco cui si faceva solitamente ricorso erano due: il primo (detto iunco munti),esile e lungo, era invece utilizzato nella fabbricazione di fiscelle per formaggi e ricotta. Le tecniche di lavorazione erano naturalmente diverse e richiedevano differenti competenze ed abilità. Nel primo caso, in particolare, il giunco veniva "cardato", schiacciato cioè per essere successivamente sottoponibile alla torsione secondo un procedimento assimibile a quello adottato nella tessitura della prima nana.

CURDARU

Il luogo di lavoro del curdaru era la strada. Per questo speciale artigiano qualsiasi spazio andava infatti bene, purchè abbastanza esteso da consentire la stesura dei filati: le lunghe vie strette ed ombrose, le piazzole retrostanti le chiese purchè poco frequentate. Nel condurre le operazioni di filatura il curdaru metteva in mostra la sua maestria, frutto di anni di apprendistato, ed una speciale abilità nel coordinare i movimenti delle mani e dei piedi. L'attività nel suo complesso richiedeva però la collaborazione esperta e fattiva, di più persone ognuna delle quali impegnata in fasi che, più che succedersi, si accavallavano. Il lavoro alla ruota manovrata a mano per imprimere movimento alle pulegge, il bagno in vasche di pietra in cui venivano immerse le matasse delle filacce, la lavorazione e la torsura delle corde stese ad una certa altezza da terra, il successivo stenderle per asciugarle: erano tutte operazioni regolate e successive che potevano essere portate a termine con la fattiva collaborazione del gruppo di lavoro.

MIETITORI E SPIGOLATORI

Le due attività, di mietitura e spigolatura, erano due lavori stagionali concatenati, legati alla coltivazione del grano. La zona di riferimento della ricerca non era e non è una zona cerealicola, quando a fine giugno si cominciava a mietere il grano, dove questo era più coltivato , era frequente assistere alla migrazione di numerosi contadini "viddana" verso le zone cerealicole, attirati da un congruo guadagno, che faceva dimenticare l'immane fatica del lavoro e la lontananza, anche se temporanea, dai propri affetti più cari, al lavoro della mietitura seguiva il lavoro più umile, ma non meno faticoso della spigolatura, che consisteva nella raccolta delle spighe che rimanevano sul terreno fuori dai covoni di grano, a queste due fasi seguiva la trebbiatura delle spighe per dividere la granella dalla paglia (spagliari). Nella zona di riferimento della ricerca la mietitura era riservata soprattutto a quelle essenze foraggiere che costituivano il rifornimento essenziale per i prosperosi allevamenti della zona.

PESCATORI

Reti, nasse, molta audacia e conoscenza delle abitudini dei pesci erano e sono gli arnesi dei pescatori della zona. Le reti e le nasse più che opere di artigiani specifici erano il frutto del sacrificio del pescatore o dei membri della sua famiglia, anche se l'intreccio delle nasse o la tessitura delle reti richiede una particolare maestria, che potrebbe far pensare a degli artigiani specifici. Per le reti un tempo si usava la canapa o il cotone, questo tipo di materiale aveva bisogno di molta manutenzione , infatti succedeva che qualche pesce restava tra le maglie della rete ed imputridendo determinava la lacerazione della stessa ed il pescatore era costretto a rammendare utilizzando uno speciale ago "vugghiola " nella quale era avvolto il filo di cotone o di canapa, ora invece si utilizza filo di nylon, che è molto più resistente e meno attaccabile delle fibre naturali. Esistono diversi tipi di reti, che assumono diversa denominazione in funzione del tipo di pesca svolta: reti di posta con deriva (alalungara); reti di circuizione ("u cianciolu "),che un tempo aveva la lunghezza di 250 m ed adesso se ne tessono di 1000 m ; reti di posta senza deriva tremaglie o " rrizzuolu "; reti da traino " a stràscinu " come la paranza. Per la costruzione delle nasse la materia prima è costituita dal giunco (detto iuncu munti), importato solitamente dalla provincia di Catania. E' necessario tenerlo in acqua per 24 ore prima di cominciare ad intrecciarlo in modo da formare le piccole maglie romboidali tipiche delle nasse, che verranno utilizzate nella così detta pesca minore. Nella fabbricazione delle nasse il pescatore comincia l'intreccio della campana esterna, il cui anello terminale è costituito da una verga di oleastro,si procede quindi alla tessitura della parte interna, a forma di imbuto: i fili terminali di questa parte costituiranno la maglia a trappola che impedisce ai pesci di uscire, una volta penetrati all'interno della nassa. Fatti combaciare perfettamente la campana e l'imbuto, il nassaru procede alla tessitura finale del coperchio. Le nasse nella zona erano utilizzate soprattutto per la pesca degli "asineddi ", tipo di maenide (maena smaris). Per pescare questa specie bisognava conoscere il ciclo della specie , infatti il periodo più propizio era fra marzo e giugno, periodo in cui essa è nella stagione dell'amore " u varu ", l'abilità del pescatore consisteva nell'individuare il branco fra i fondali di "rinazzuolu ", che è formato più da terriccio che da sabbia.

RICAMATRICI

Accanto al mestiere della sarta, era praticata anche l'arte del ricamo. Spesso esso era eseguito per l'allestimento della dote delle ragazze della famiglia, ma non era raro trovare chi ricamava per le ricche signore del paese e del vicino capoluogo, contribuendo così alle scarse finanze familiari. Il lavoro del ricamo si svolgeva, a secondo della estensione del capo da ricamare, o in un lungo telaio "tilaru ", in cui si lavorava a quattro mani, o in un maneggevole telaio formato da due cerchi concentrici, di diametro di 30 cm circa, in cui si incastra il tessuto da spessore variabile ma mai più . I punti che maggiormente si eseguivano nella zona erano:(i così detti punti sfilati) il 400, il 500 il 700 ; il punto ad intaglio ; il punto rodi ; il punto croce ; il pittoresco ; il punto norvegese. Da menzionare assieme a questi punti impegnativi ci sono pure ; il lavoro ai ferri, con i quali si facevano calze e maglioni per tutta la famiglia, ed il lavoro ad uncinetto, che è un piccolo ferro della lunghezza di 25 cm circa e di spessore variabile ma mai più spesso di 3 mm, con il quale si riusciva a fare anche delle bellissime copriletto matrimoniali.

SAPONARO

Intorno al 1900 uno dei mestieri tipici di Capaci era quello del saponaro. Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell'utilizzare la morchia "muria" (residuo dell'olio d'oliva), che il saponaro comprava al frantoio locale o in quelli dei paesi limitrofi, oppure la reperiva da persone che la compravano a loro volta in giro per i paesi "i murialori ". La Muria veniva raccolta e conservata negli otri " utra " (recipiente di pelle di capra) e poi lavorata con l' aggiunta di cenere (ottima quella di scorza di mandorle verdi ), che contiene potassio, questo ultimo serviva per fare avvenire l'idrolisi alcalina degli acidi grassi . Il tutto poi veniva versato in un tipico recipiente "quarara " dalla capienza variabile, ma mai inferiore a 500 l, e fatto bollire nell'apposita " Fornacella" col buco nel centro. Questo recipiente era collegato con dei tubi a delle vasche. Dopo cinque ore di cottura, il sapone, che via via si formava finiva nelle vasche di raffreddamento dove veniva rimosso spesso con l'aiuto di una cazzuola da muratori, quindi veniva conservato in delle latte o barili e pronto per la vendita. Quando il sapone riusciva troppo molle veniva chiamato "trema-trema". Se si voleva che il sapone assumesse una colorazione verde, nella prima fase di cottura si aggiungevano dei rami di fico d'india "pale ". Il sapone che si otteneva nella zona, appunto per l'utilizzo del potassio e non del sodio, era quello molle, che si usava per lavare la biancheria.

SIGGIARU

Quella del siggiaru era un'attività lavorativa semiprofessionale, in quanto integrata periodicamente con attività consimili.Oltre che costruttore di sedie, quest'ultimo, svolto per le strade dei paesi e dei quartieri urbani. Il lavoro di costruzione di una sedia era costituito da due fasi distinte. La prima consisteva nella sacomatura, nell'intaglio e nell'incollaggio delle aste di legno lavorate variamente (ncavigghiari i seggi era il modo di intendere complessivamente questo complesso di operazioni). La seconda fase, spesso riservata alla collaborazione dei membri della famiglia, moglie e figlie in primo luogo, consisteva invece nell'intreccio e nella definizione del fondo della sedia (ntranari i seggi era l'espressione usata per indicare questo secondo complesso di operazione). L'abilità dell'artigiano si manifestava nella sicurezza con cui incideva e rifiniva i singoli elementi, al fine di poterli successivamente assemblare senza alcuni intervento correttivo. Nella tessitura del fondo della sedia si manifestava invece, accanto all'abilità, il gusto delle decorazioni e delle varianti ad un modello sostanzialmente unitario.

STAGNINO

Un altro dei mestieri che resiste ma che un tempo era molto praticato è quello dello stagnino "stagnaru". L'artigiano aveva due luoghi di esecuzione della sua professione; nel laboratorio e nelle strade. Il lavoro consisteva nel fare le saldature a stagno per "aggiustare" vari tipi di recipienti metallici; pentole, pentoloni "quarare, contenitori di lamiera per l'acqua da usare nelle abitazioni "quartare, ma soprattutto nel passare o ripassare uno strato di zinco all'interno delle pentole di rame. Quest'ultima operazione era necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame, perchè esso rilascia una sostanza tossica a contatto con gli alimenti, lo strato di zinco creava un sicuro isolante. Gli arnesi che erano usati dallo stagnino erano: delle grosse forbici per tagliare le lamiere da utilizzare per rattoppare, un ferro per fondere lo stagno ed applicarlo nei posti dove era necessario, la forma di questo arnese era più o meno quella di un martello di ferro con la parte finale del manico composta di materiale termoisolante in considerazione del fatto che la parte metallica veniva immersa nella brace incandescente, delle barrette; di una lega di stagno e piombo (per le saldature dolci) di una lega di zinco rame e piombo (per le saldature forti), dei martelli di varia dimensione per sagomare i rattoppi di lamiera. Il metodo di saldatura sfruttava la diversa fusione dei metalli, il ferro aveva la stessa funzione dei moderni saldatori per i circuiti elettrici, ma a differenza di questo era riscaldato col fuoco quindi strumento indispensabile per gli stagnini era un fornello per il fuoco, che spesso era una normale latta di quelle usate per le riserve alimentari, la latta era riempita di carbone, al quale si dava fuoco fino a ridurlo in brace.

ZIMMILARU

La materia prima impiegata in questa attività era costituita dalla palma nana (Chamaerops humilis) "giummara" di cui venivano utilizzate sia le foglie lanciformi che la parte centrale, tenera e filamentosa (curina). La pianta veniva divelta nel periodo primaverile e lasciata ad essiccare al sole, per poi lavorarne le foglie nel periodo estivo. Si fabbricavano scope e scopini di vario tipo e destinati ad usi diversi. Dalla parte centrale della pianta si ricavavano invece cordicelle ed intrecci vari utilizzati successivamente nella tessitura di contenitori. Lo zimmini (da cui la denominazione dell'operatore) costituiva il contenitore di derrate agricole cui si faceva più ricorso. Lo zimmilaru svolgeva la treccia ripiegandola ogni volta verso il basso, in modo che le punte delle lacinie laterali si accavallassero su quelle interne, alternativamente, assumendo la conformazione di una spina di pesce.

 

 

 

U CUNIGGHIU                       Rosa Balestreri