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Una piccola carrellata dedicata agli ultimi Maestri catanesi. Gli ultimi "mastri" rimasti, che dell'artigianato hanno fatto una ragione di vita da generazioni e che, ancora oggi, sentono il bisogno di creare con quel "prurito" che hanno sempre avuto in testa, da padre in figlio. E di manifestarlo sotto forma di legno, di terracotta, di zucchero, di spade e burattini. |

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Abili artigiani con passione ed impegno si superarono sino ad elevare quegli umili mestieri a vere e proprie scuole d'arte, falegnami, scultori, fabbri e pittori si distinsero per l'alto livello artistico raggiunto. In questo periodo storico, Aci Sant'Antonio diventò il centro più importante della cosiddetta "Scuola d'Arte del Carretto" buona parte dell'economia del paese si basava su queste attività, pensate c'erano più di 16 botteghe che aggregavano centinaia di persone tra artigiani, carrettieri ed apprendisti. Grazie a loro quasi inconsapevolmente con estrema semplicità, oggi è nato il "Mito" del Carretto di Sicilia. LA TRADIZIONE ARTISTICA DI UNA FAMIGLIA In questo contesto, tra intensi profumi di zagara e di vino, tra suoni di legno scolpito e di ferro rovente battuto, che prende colore e vita, nasce e cresce la tradizione artistica nella nostra famiglia. Infatti
ancora ragazzini i cugini Micio Puglisi e Minicu Di Mauro
imprimono le loro prime pennellate seguendo a loro volta l'esperienza
degli zii, Vincenzo e Salvatore, già affermati artigiani. Ancora oggi Minicu Di Mauro, nostro grande maestro, insieme ad Antonio Zappalà (figghiu do soddu - della celebre putia), passano le loro giornate immortalando con antiche cadenze, le. gesta di eroici paladini e dei personaggi della Cavalleria Rusticana. Testimone ne è il suo "Museo del Carretto Siciliano" a Bronte, che racconta in fondo anche la storia della sua famiglia. Il padre, don Affiu Gullotti, era infatti "Carrettiere di linea", un odierno autotrasportatore, che all'epoca portava vino, frumento, frutta e carbone, dalle campagne ai centri abitati e così in tutta l'Isola. "Il mio primo viaggio da solo - racconta don Cammelu -, lo ricordo come fosse ieri, lo feci ad otto anni andando col carretto a Pedara per trasportare vino. Per caricare non c'erano problemi poich‚ vi erano gli appositi carricaturi i carrettu". E poi in viaggio, con il lume del carrettiere e il paracqua appesi fra le due ruote alla preziosa "cascia i fusu" (copri asse ricco di piccole sculture in ferro battuto decorato). Questo
singolare museo si trova in contrada Cantera, fra l'Etna e i Nebrodi, a
due passi dal Simeto, con una preziosa collezione di ben 50 carretti
siciliani, una decina di calessi, carrozze per lieti eventi e poi giare
e anfore decorate, pupi siciliani e i vari ornamenti del cavallo,
adibito al traino: pennacchi, testiere, pettoriere e altro. D'epoca
anche il salottino dove ci ha fatto accomodare per spiegarci anche cosa
rappresentano le decorazioni, sui mascillari (sponde) o nella cascia i
carrettu (pianale) o nei gambotti (raggi della ruota), raffi
Aci S. Antonio e il carretto siciliano Un occasione davvero speciale durante la visita di Aci S. Antonio è rappresentata dalla possibilità di visitare le poche botteghe, rimaste ancora attive, dedite al carretto. Una lunga procedura quella della costruzione del carretto, che chiama in causa diverse maestranze e un tempo il paese contava numerosi artigiani del carretto, il " carradore" è il vero costruttore del carretto composto da cassa, fiancate, stranghe, portello e ruote, mentre ad incidere, con motivi che vanno dal floreale all’antropomorfo, è lo scultore. Segue la fase della pittura con colori diversi a seconda della bottega in cui viene effettuata l’opera. Sull’intera anatomia del carretto vengono riportate scene appartenenti alla tradizione cavalleresca anche se non mancano temi mitologici e religiosi: Carlo Magno, Orlando , Rinaldo, i Vespri siciliani, Sant’Alfio e i suoi fratelli, San Giorgio Cavaliere, Sant’Agata e Santa Rosalia. Completato il carro si passa al lavoro del sellaio che in concordanza con le scene e i colori assegnati al carretto, fabbrica e ricama con nastri, specchietti e sonagli la bardatura del cavallo. Oggi
ad Aci S. Antonio la pittura del carretto sopravvive grazie ai maestri Domenico
Di Mauro e Nerina Chiarenza. Lammittenza tende a non essere più
quella di una volta, lo stesso carretto si smembra in più parti le
quali diventano oggetto per le esigenze più raffinate dei
collezionisti. Le richieste di …………. QUESTI CARRI DIPINTI TRAVERSANO LE VIE, CURIOSI E DIFFERENTI, ATTIRANO L’OCCHIO E LA MENTE, SI MUOVONO COME REBUS CHE VIEN NATURALE TENTARE DI RISOLVERE !!! la tradizione santantonese si chiama soprattutto "Carretto siciliano". Aci Sant'Antonio d'altronde ha una prerogativa veramente unica in Sicilia perché merita di essere considerata la capitale del "carretto siciliano". Vanta, infatti, eccezionali maestri decoratori del tipico carro isolano con artisti come Francesco D'Agata già nell'Ottocento, e ai nostri giorni con Domenico Di Mauro, Nerina Chiarenza, Raimondo Russo, Anzonio Zappalà. Saprà sfruttare la cittadina questo immenso patrimonio che potrebbe elevarla all'apice del turismo isolano? MUSEO DEL CARRETTO DI CATANIA E’ aperto su prenotazione per visite guidate - Via Luigi Capuana 38 - Catania - TEL. 095 525342 Il museo comprende circa 150 pezzi unici di parti di carretto: Mascìddari, Purteddi, Chiavi di Carretto, Ruote, Casse di fuso (rabeschi), oggetti in vetro ed in terracotta, autentiche opere d'arte, realizzate e decorate nel corso di 4 generazioni, con la passione e la competenza tramandate da più di un secolo. L'ambiente è caratteristico ed è contraddistinto da uno stile inconfondibile, impareggiabile e apprezzato da sempre nel mondo lo stile siciliano, che ha elevato il carretto, umile mezzo di trasporto ad opera d'arte, rendendolo simbolo di questa terra ricca d'arte e vitale di temperamento, a ragione definita Perla del Mediterraneo.
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LE BARCHE TRADIZIONALI CATANESI "Palummedde 'cù speruni" a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it) Barche,
varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari,
cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi
‘i riatteri, .. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini. Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico. I Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna. Le
"varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano
praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o
"masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o
"minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una
rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non
superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e
spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella
era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a
forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a
becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con
rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le
classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai". Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".
Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto. L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro". Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.
Il cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie
a Salvatore Rodolico
che insieme al figlio Sebastiano
cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di
Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta",
ne è memoria una piccola via che porta il nome Il testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net
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Pupi
(dal latino pupus, i, che significa bambinello) sono le caratterische
marionette armate di quel teatro epico popolare che, venuto
probabilmente dalla Spagna di Don Chisciotte, operò a Napoli e a Roma,
ma sopratutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove
avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo. I pupi sono espressione "splendente" di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatral popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo. I pupi esprimono la volontà di continuare a battersi in quella che è stata definita "la più invisibile delle guerre invisibili" che, con i nostri ideali, sosteniamo dentro di noi più che fuori. Non a caso i pupi costituiscono un umile ma tenace segno di contraddizione e di resistenza rispetto alla logica della rassegnazione e del peggio, che è di tanta cultura e letteratura di "vinti". I
pupi ci aiutano a capire il Gran Teatro del Mondo, dove si è fin dalla
nascita "agiti", giusta l’idea pirandelliana secondo la
quale "siamo tutti pupi" (marionette, burattini, maschere,
ombre), animati—stando alla Bhagavad Gita—dall’ onnipotente
Spirito divino, che è nel cuore di tutti gli esseri e tutti agita al
ritmo incalzante del tempo, col potere della meraviglia". Con i pupi possiamo aprirci un varco verso quel pò di libertà che si può conseguire nella recita "a soggetto" del sacro canovaccio del destino, e affrontare il pathos dell’ esistenza in un "catartico" gioco di arte e di poesia. In tal senso, un teatro come quello dei pupi può essere "necessario, … essenziale come il pane". E' opportuno distinguere il burattino, la marionetta, il pupo. Il burattino è animato dal basso, direttamente da pollice, indice, medio della mano o da asticelle. La marionetta è animata dall'alto, esclusivamente per mezzo di fili. Il pupo è anch'esso animato dall'alto, ma, al posto dei fili, ha per muovere la testa e il braccio destro due sottili aste di metallo. I pupi portano in scena l'epica dall'Iliade e dalla Bibbia alla Chanson de Roland e ai romanzi dell'epopea cavalleresca. Si ritiene che l'epopea carolingia sia arrivata in Sicilia con i Normanni, nel sec. XII. Che essa sia stata fatta propria dalla gente fin da allora o che sia diventata epopea popolare successivamente, poco importa; è certo che ha trovato in Sicilia uno straordinario favore per cui si è conservata fin ai giorni nostri. All'inizio furono soprattutto i cantastorie a tramandarne il ricordo. A partire dal sec.XIX il racconto popolare dell'epica cavalleresca franco normanna utilizzò il pupo già conosciuto rivestendolo di foggie che si rifacevano alla iconografia cinquecentesca. Gli eroi paladini, rappresentati nel teatro dei pupi, unitamente alla esalazione dei valori morali di cui sono campioni, mettono in risalto il confronto tra la civiltà europea ed islamica, del cui urto la Sicilia è stata teatro: per questi valori i paladini lottano e muoiono, rimanendo cosi nella cultura popolare tra il mito e la storia vera. Ogni singola rappresentazione veniva preannunciata da un "cartello" con la scena principale della serata e con una sintetica descrizione del programma. Il commento musicale, quando c'era, era affidato a musicanti di mestiere (generalmente un violino, un mandolino, una chitarra) che, su indicazione estemporanea del "parlatore", eseguivano brani in voga, veloci o lenti, a seconda dell'azione scenica.
LA FAMIGLIA NAPOLI DI CATANIA La
Compagnia della famiglia Napoli rappresenta la più antica tradizione di
pupari catanesi. Fondata nel 1921 da Don Gaetano Napoli, oggi è gestita
da Fiorenzo, direttore artistico, "parlatore" principale e
maestro costruttore dei pupi. Lo affiancano Giuseppe, capo "maniante"
e scenografo, Salvatore, ideatore e curatore delle musiche, e tutti gli
componenti della famiglia, che collaborano attivamente affinchè la
tradizione continui intatta, passando di padre in figlio. I Napoli propongono spettacoli con recita a soggetto, basati sugli antichi canovacci, rispettando le caratteristiche fondamentali dell'Opera dei Pupi: le scene, le armature, i costumi, i suoni e soprattutto quella "improvvisazione" che rappresenta il momento artistico per eccellenza, poichè crea quel particolare rapporto con il pubblico che rende "magiche" queste rappresentazioni teatrali. Oltre al classico repertorio cavalleresco la Compagnia ha allestito spettacoli su testi di diversa natura, da quelli tratti dal NÔ giapponese a Shakespeare, a scritti in versi siciliani di Salvatore Camilleri. Fra i numerosi riconoscimenti avuti dalla Compagnia si può annoverare il Premium Erasmianus, ricevuto dai Reali d'Olanda nel 1978. I Napoli custodiscono inoltre una vasta collezione di pupi, alcuni dei quali risalgono alla fine dell'Ottocento o ai primi del Novecento, scene, cartelli ed attrezzature teatrali. L'attività artigianale della famiglia è svolta nella casa-bottega di via Reitano, aperta al pubblico, costituito per lo più da scolaresche e appassionati dell'Opra, per svelare le tecniche e i segreti di questa antichissima tradizione.
(di Maurizio Giordano) Sulla scena, con i loro ferri del mestiere, con il loro fedele armamentario e soprattutto con gli eterni pupi (Agramante, Subrino, Gradasso, Suddateddu a'n'coppu, Soldato cinese, Arturo di Macera, Luneide, Ideo, Peppenino, Rinaldo, Carlo Magno, Gano, Orlando, Clarice, Papa Martino, Vescovo di Patti, Oliviero, Brandimarte) i protagonisti sono proprio loro: Fiorenzo Napoli, Salvatore e Giuseppe Napoli, Italia Chiesa Napoli, Agnese Torrisi, Alessandro Napoli, Davide, Dario e Marco Napoli. La
Marionettistica dei Fratelli Napoli, figli, nipoti, moglie
dell'indimenticabile Natale Napoli, raccontano attraverso le gesta dei
loro pupi, gli ultimi cinquant'anni culturali, sociali di Catania. Viene
quindi narrata, in parallelo, la storia di questa straordinaria
famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed
ancora oggi, dimenticata proprio a Catania. Una famiglia, una
Marionettistica che ha dato vita al "miracolo dell'eredità",
a quel mito fatto di baruni, scamappoggiu, martelli, punteruoli,
copioni, tecniche, ma anche di cervelli, forza, braccia. Fiorenzo, il
più piccolo dei figli di Natale Napoli, è q Il lavoro immagina un "naufragio culturale" e la famiglia Napoli viene vista, dall'autore e dal regista, come una sorta di "scialuppa", carica di un tesoro di inestimabile valore. Una scialuppa che viene a contatto con gli abitanti del luogo e che cerca di offrire loro qualcosa di questo tesoro. Si tratta del dramma di una famiglia di pupari, conduttori di un vascello fantasma. La loro storia inizia nel 1921 dal "mastru siddunaru" Gaetano Napoli, il capostipite, che acquista il suo "mestiere" di un centinaio di pupi e mette su una compagnia, con il fratello e i figli, distinguendosi perchè non si limita alla rappresentazione, ma si occupa anche della progettazione e costruzione degli elementi necessari allo spettacolo (pupi, fondali, cartelloni). Una famiglia segnata da una anomalia straordinaria, un destino che si compie nell'affrontare il "naufragio' nelle culture tradizionali, soppiantate dal consumismo di massa. I figli di Gaetano, Natale e Pippo, affrontano il momento difficile con un'altra anomalia: se gli altri chiudono, loro aumentano il raggio d'azione, portando la tradizione fuori dai confini nazionali. Se gli altri dichiarano morta "l'Opra" loro innovano la rappresentazione ed i suoi elementi nel folle tentativo di tenerla al passo coi tempi, se gli altri dimenticano loro tramandano l'eredità ai figli di Natale ed Italia: Fiorenzo, Giuseppe e Salvatore e ad un nipote Alessandro. Quando l'Opra dei Pupi muore dappertutto nasce il mito della famiglia Napoli, gli ultimi pupari del mondo. Ora fanno ingresso tra i "personaggi", tra quelli che non moriranno mai, malgrado le difficoltà da affrontare, primo fra tutti l'indifferenza della Catania culturale di oggi, quella degli spettacoli senza cuore, solo commerciali e poi la mancanza di una sede istituzionale per una famiglia che ha già conquistato un posto tra i miti. Lo spettacolo, prodotto da Arcana, si avvale delle musiche di Third Earl Band, Gonzales, Comelade, Salvi, Mahler, Jarret, Martens, Verdi e Bregovic. Uno spettacolo da vedere, un viaggio nella nostra storia, nei nostri ricordi, grazie ad una straordinaria famiglia da proteggere gelosamente e che custodisce il segreto delle tradizioni e di un mestiere eterno, quello dei miti. "Il nostro è un lavoro corale - spiega Fiorenzo Napoli - e questa tradizione vive in quanto è supportata dal lavoro di tutti. Il presente sono io, i miei fratelli, Salvatore e Giuseppe, mia moglie Agnese, mio cugino Alessandro. Il futuro è rappresentato dai miei figli, Davide, Dario e Marco". Ma come è nato lo spettacolo "L'oro dei Napoli"?
Ma come si può raccontare la storia di una famiglia così? "Lasciando parlare loro - aggiunge il regista Gimbo - la famiglia, il gruppo, la Marionettistica. Con gli anni la famiglia si è allargata, loro non sono più soli, "loro" sono centinaia di Pupi, grandi e piccoli, antichi e recenti, sono fondali dipinti cento, cinquanta, venti o anche pochi anni fa. Oggi tutto questo è la Famiglia Napoli, i principi di un regno fantastico. Perciò raccontare la famiglia equivale a "far" raccontare la famiglia, a chiedergli di raccontare l'ultimo mezzo secolo di storia catanese, la storia di una forma d'arte nobile e preziosa, troppo fragile per combattere il "progresso" e troppo profonda per esserne sconfitta, fragile e profonda come i sogni o come uno spettacolo". Maurizio Giordano
I MACRI’ DI ACIREALE Solo un paese resiste ancora all´impeto rinnovatore del gusto: Acireale. Ed il merito di aver salvato una tradizione antichissima spetta alla popolazione del luogo, capace di balzare irritata sul palcoscenico per afferrare alla gola il traditore Gano di Maganza (in genere dipinto con colori forti, torvi, dominati dal nero), ma soprattutto alla pressione dei due pupari (si chiamano così), rispettivamente Mariano Pennisi ed Emanuele MacrìIl nostro Teatro dei Pupi Siciliani Macrì è stato fondato nel 1887 da Mariano Pennisi, ultimo discendente d´una famiglia di pupari vaganti, che pur essendo analfabeta, sapeva recitare a memoria tutto l´Orlando furioso e tutta la Gerusalemme liberata.
Purtroppo sotto le macerie del terremoto era rimasto vivo soltanto il piccolo Emanuele di tredici mesi, salvato dai corpi dei genitori tra i quali si era addormentato. Data sepoltura a tutti quei poveretti, Mariano Pennisi portò con sè il bambino e lo allevò come se fosse suo figlio. Solo che invece di farne un puparo, cominciò a sognare di farne un professionista. Ma fu un sogno di breve durata, perchè il piccolo Emanuele aveva già preso il virus del teatro, ed invece di stare sui banchi di scuola, preferiva sostare incantato davanti alla fucina dei pupi. Pur avendo la testa di legno, confessava quando ritornava con il pensiero agli inizi i pupi mi hanno sempre capito, e fin dai tempi in cui non riuscivo quasi a camminare, hanno rappresentato il mio mondo ideale " Non aveva ancora sedici anni che già assumeva la direzione tecnica delle manovre, e quando nel 1936 Pennisi morì d´idropisia, lo fece chiamare per chiedergli "Giurami che i miei pupi non moriranno con me". L´esordio avvenne nel mese di dicembre con un brano tratto dalla Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lo Dico, e più precisamente con il trentaseiesimo episodio del primo volume; dove appare Mambrino che ruba la fidanzata a Rinaldo. Fu un grande successo, e da quella sera ogni volta che i bambini di Acireale vedevano spuntare la figura massiccia e bonaria di don Emanuele , correvano a farsi narrare le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini. Anzi fu questo entusiasmo infantile a convincerlo che valeva la pena di affrontare altri pubblici. Così,
tre anni dopo, i Pupi di Acireale apparivano nei loro costumi sgargianti
e fastosi sul palcoscenico allestito nel grande Salone dedicato a Bianca
di Navarra in quel di Taormina. Stavolta il successo assunse i toni del
trionfo, ed allora Emanuele Macrì si convinse che l´unica strada per
salvarli, era di farli conoscere "nel continente". Prima però
nell´angusta officina ricavata in un angolo di teatro costruì altri
cinquanta pupi fra cui Alessandro Magno, il Guelfo di Negroponte e
Trabalzio e dopo essere arrivato al numero di 200, cominciò a
viaggiare. La prima tappa fu a Roma, dove al palazzo dell´Esposizione
incantò sia il pubblico che la critica, e poi uscì addirittura
d´Italia, toccando Salisburgo Bruxelles e tutte le principali città
della Germania. Sospinta dall´onda dell´entusiasmo, la sua fama,
varcò addirittura l´oceano. Prova ne sia che il figlio maggiore ha
potuto impiantare un teatro dei pupi a Stony Creeck, nel Connecticut,
con il quale ha partecipato, vincendolo, al Festival teatrale di
Indianapolis. I successi vennero con la partecipazione ai film: I GIROVAGHI, ARIA DI TAORMINA, TURI E I PALADINI; a riprese televisive: Australia, Giappone, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania Occidentale, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Olanda ed anche la Rai. Sono seguite molto tournée in Europa ed in America senza tralasciare gli spettacoli per le scuole e per il pubblico ad Acireale. Per queste accettiamo sempre le prenotazioni per effettuare recite sulla Chançón de Roland per gruppi turistici e scuole; periodicamente invece facciamo delle recite . Mostre di pupi, cartelloni e scene antiche dipinte a mano, queste si organizzano sia in loco che in altre città italiane ed in paesi esteri . Inoltre il Teatro E. Macrì di Acireale, quest´anno mette in vendita una piccola parte di materiale antico non utilizzabile per gli spettacoli, fra cui pupi armati e non , scene, teste e cartelloni dipinti su carta a tempera.
E' la prima volta che l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'istruzione, la scienza e la cultura, ha voluto dare un riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, ma a creazioni culturali e tradizioni, inserendole nel patrimonio mondiale piu' degno di protezione. Una giuria di 18 membri, presieduta dallo scrittore spagnolo Juan Goytisolo, ha dovuto esaminare 32 candidature. Determinante per il buon esito della candidatura italiana, e' stato il contributo del Museo Internazionale delle Marionette "Antonio Pasqualino" - Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari -, presieduto dalla Sig.ra Marianne Vibaek, il cui personale si e' adoperato per fornire, in tempo breve, tutto il materiale documentario necessario.
La
Scuola Palermitana Il pupo palermitano e' alto da 80 cm a 100 cm, pesa circa 10 Kg e ha le gambe articolate di modo che possa inginocchiarsi per pregare o davanti ad una dama. Puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero grazie ad un filo, che passa attraverso il pugno destro del pupo ed e' fissato al pomo della spada, tirando il quale si fa in modo che la stessa possa essere impugnata facilmente. La visiera dell'elmo puo' essere abbassata prima di un combattimento e alcuni pupi possono muovere gli occhi e la bocca. La corazza puo' avere decorazioni a sbalzo o arabeschi in ottone saldati a stagno, che rendono piu' pregiata l'armatura. Secondo le esigenze di rappresentazione, la testa del pupo o il pupo stesso possono cadere in pezzi: si pensi allo squartamento di Gano o ad un moro diviso in due da un fendente. La manovra del pupo avviene di lato, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto parallelamente alla scena. La Scuola Catanese Il pupo catanese e' alto da 110 cm a 140 cm, pesa circa 30 Kg e ha le gambe rigide, motivo per cui non puo' inginocchiarsi. Non puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero: la spada e' permanentemente fissata alla mano destra, anche quando abbraccia una dama. La visiera dell'elmo non puo' essere chiusa. La corazza e decorata con l'aggiunta di piastre articolate come cosciali pendenti e i vestiti sono piu' raffinati rispetto quelli dei pupi palermitani. La manovra del pupo avviene dall'alto, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto su di un piano rialzato dietro la scena. Per ultimo, tra i pupi catanesi vi sono alcuni personaggi, come Pulicani o Uzeda, che non si trovano tra i pupi palermitani.
PUPARI IN ATTIVITA' MIMMO CUTICCHIO - Palermo - (Associazione Figli d'Arte Cuticchio) - via B. all'Olivella 95 - 90133 Palermo - Tel. 091 323400 Fax 091 6815707 www.figlidartecuticchio.com FRATELLI NAPOLI - Catania - via Madonna di Fatima 14 - 95030 Gravina di Catania - Tel. 095 416787 TEATRO IPPOGRIFO - diretto da NINO CUTICCHIO - Palermo - vicolo Ragusi 6 - 90133 Palermo - Tel. 0347 0676368 - oppure 091 329194 COMPAGNIA MACRI' - Acireale - via Galatea 89 - 95024 Acireale (CT) - Tel. 095 669998 Fax 095 575976 COMPAGNIA MANCUSO - Palermo GIROLAMO CUTICCHIO - Palermo OPERA DEI PUPI PUGLISI - Sortino, SR - Via Catullo, 2 96010 - Sortino (Siracusa) - Telefono 0931-956163 - e-mail: info@operadeipupi.it FRATELLI PASQUALINO - Roma - via Gregorio VII 292 - 00165 Roma - Tel. 06-58231066 (anche fax) e-mail: Teatro@PupiSiciliani.com TEATRO DELLE MARIONETTE AURORA - Canosa - via Conte Cavour 12 - 70053 Canosa di Puglia - Tel. 0833 965496 TEATRI DEI BURATTINI IN SICILIA Teatro Manomagia - Dott. Francesco Fazio - Via Salvatore Paola 15 - 95125 Catania CT - Tel. +39 095509561 - Cell. 03386289544 - Fax. +39 095509867 La Casa di Creta - Steve Cable - Antonella Caldarella - Via Umberto 134 - 95131 Catania - Tel. - Fax 095539312 - Cell.0338 2044274 Compagnia Marionette Don Ignazio Puglisi - Via Catullo 2 - Sortino - Siracusa - Tel. +39 0931956163 Compagnia dei Pupari Vaccaro Mauceri - Ernesto Puzzo - Via Giudecca, 5 - 96100 Siracusa - Tel/fax 093 146 5540 Figli D'Arte Cuticchio - Via Bara all'olivella 95 - 90133 Palermo - Tel. 091.323400 - Fax 091.335922 Ass. Culturale Teatro delle Beffe - Via De Spuches 7 - 90141 Palermo (PA) Opera dei Pupi di Vincenzo Argento e figli - Via Vittorio Emanuele, 445 - Palermo PA - Tel. 091.6113680 - 0333.2935028 Compagnia Carlo Magno di E.Mancuso - Via La Rosa, 2 - Trabia (Palermo) - Tel. 091 814 6971 - 0347 5792257 Museo Internazionale delle Marionette A. Pasqualino - Via Butera 1 - 90133 Palermo Pa - Tel. 091.328060 / Fax 091.328276 Opera dei Pupi di G. Canino - Via S. Ippolito, 16/c - 91011 Alcamo (TP) - Tel. +39 0924506354 |

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I SAVIA Città golosa e raffinata nei gusti, Catania non può certo ignorare una così importante ricorrenza: la Pasticceria Savia incarna i fasti della dolcezza tra cannoli invitanti e cassate variopinte, tra frutta mandorlata e l'esplosione di colori del marzapane caleidoscopico.
Arrivano da ogni parte per gustare, vedere e farsi vedere, per lasciarsi tentare da un bocconcino dolce o da un assaggino salato mischiandosi in un insieme veramente festoso.Si può sicuramente dire, senza falsa modestia, che Savia è, ed è sempre stata, la "Vetrina dei Catanesi". Per i pochi che non lo sapessero, la pasticceria Savia si trova incastonata ad angolo tra la Via Etnea e la via Umberto, di fronte la Villa Bellini; fu fondata nel 1897 dai coniugi Angelo ed Elisabetta Savia in quella zona periferica anticamente denominata Piano Nicosia. Da li mosse i primi passi, accrebbe la sua
esperienza, maturò il suo mestiere grazie all'intuito e alla sagacia
di Alfio e Carmelina Savia, trovò degna sistemazione nel cuore della
città, proprio in quella via Etnea che Federico De Roberto aveva
battezzato col nome prestigioso di "Salotto di Catania".
In quell'illustre angolo si perpetua grazie ad Angelo Savia, la tradizione dolciaria che trova il suo punto forte forte nell'acquisto di materie prime di eccelsa qualità, nella magistrale professionalità del suo personale, nella confezione dei prodotti sempre fragranti e, se questo non bastasse, nella proverbiale cortesia con la quale questi ultimi vengono offerti alla gentile clientela.Forte di questi capisaldi Savia inizia un nuovo capitolo della sua storia: da oggi, grazie ai nipoti Alessandro e Claudio, si presenta al gentile pubblico in una veste completamente rinnovata; ma con una ferma convinzione che l'impegno e la dedizione all'affezionata clientela sarà sempre permeata sull' "Antico" spirito che ha contribuito a fare di Savia "la Pasticceria" per antonomasia (da Savia.it).
Gli svizzeri Alessandro Caviezel e Ulrico Greuter giunsero a Catania nei primi del '900, dove aiutati economicamente dalla ditta Fratelli Caflish, fondarono la Pasticceria Svizzera "A. Caviezel & C." con sede in via Etnea.Dopo le prime difficoltà, comincio la espansione della produzione svizzero-tedesco-austriaca ad opera di valenti pasticceri provenienti da quelle nazioni. La sede di via Etnea fu restaurata nel 1949 diventando punto di ritrovo della migliore società catanese. Ceralacca rossa su un foglio bianco, una scritta sfumata a confondere un ricordo d'infanzia... un'immagine, incontrata per caso, a stimolare un riflesso di sapori e di ricordi lontani... vaghe sagome di un passato che solo in parte mi appartiene tornato così a ricomporsi, come per magia... ....l'albero
di Natale, sotto, una cesta colma di doni ... una scatola trasparente
profanata dalle mani di un bambino dentro cui compare una scritta
ancora poco leggibile: "cotognata"Caviezel"... Mio padre, ancora giovane, zii lontani, borselli in mano, maggiolini e fiat 127 circolano per le strade di una città, di campagna, di paste prese da Caviezel... La tv in bianco e nero, il volto di Mina, ancora reale, le sue canzoni, ...il campanile del borgo a ripassare le ore, lente e infinite ...e ti accorgi che forse basta poco per colorare di ricordi l'infanzia fugace ed effimera come tutte le cose destinate a cambiare o a sparire... ...così cambiò il volto di una città nobile, a diventare grigia, violenta deserta... ...così cambiarono le abitudini, fatte di fughe da un centro invivibile, ...così cambiarono i gusti ancora accecati da un ricordo stordito dalla nostalgia per un epoca bella e confusa......così sparì Caviezel...un giorno la città si sveglia torna il sole dopo una lunga notte buia.
a brillare nel cuore dei catanesi... ...e sembra dire ...ben tornati a Catania...ben tornato Caviezel... Marcello Gulisano 31/10/1998 (da caviezel.it) da
Lucacaviezel.com Ho curato per oltre quarant'anni il settore produttivo della nostra Pasticceria Svizzera, A.Caviezel & C. in Catania che contava nei momenti di maggiore fioritura in laboratorio oltre 70 fra pasticcieri e aiutanti. Tutta l'azienda, composta da tre pasticcerie ed un ristorante, contava oltre 200 collaboratori. Insegno da oltre 30 anni nel settore della gelateria avendo iniziato l'attività con Corsi professionali per gelatieri al Politecnico del Commercio di Milano dove ho introdotto per la prima volta in Italia per gelatieri artigiani la tecnica della formulazione delle ricette attraverso il bilanciamento degli ingredienti. Da allora mi dedico alla formazione professionale per inizianti ed all'aggiornamento continuo per gelatieri avanzati. Ho collaborato alla costituzione della Scuola Europea del Gelato presso il CAPAC in Milano alla quale presto il mio contributo in qualità di esperto. Insegno anche presso CAST ALIMENTI, sede della Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani in Brescia, dove si svolgono in particolare Corsi di specializzazione per pasticcieri e gelatieri avanzati in occasione dei quali vengono rilasciati i Diplomi Master. Dedico il mio tempo disponibile alla conduzione di brevi Corsi di formazione, di aggiornamento e di specializzazione per gelatieri sia in Italia che all'estero. Collaboro da anni con varie riviste del settore come "Il Gelato Artigianale", "Pasticceria Internazionale" e "Bar Giornale" e ho pubblicato due testi di base su "Scienza e Tecnologia del Gelato Artigianale " e "Scienza e Tecnologia del Semifreddo Artigianale", pubblicati da Chiriotti Editore di Pinerolo. Mi sono stati assegnati numerosi premi e riconoscimenti tra i quali uno dei primi "CONO D'ORO" dal Comitato Nazionale dei Gelatieri Italiani, una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani quale "Riconoscimento per avere comunicato ed insegnato l'arte del gelato artigianale in Italia e nel Mondo" ed una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia della Gelateria Italiana e dalla rivista Gelato Artigianale per "l'opera di didattica e diffusione della cultura del gelato artigianale profusa nella crescita professionale dei colleghi". Ho collaborato con l'Istituto della Enciclopedia Treccani in Roma per la ricerca e la stesura di documentazione relativa alla storia del gelato.
SPINELLA L' Azienda fu fondata negli anni trenta dal maestro pasticciere Gaetano Spinella, che volle allocarla nel "salotto buono" di Catania in via Etnea, 300 di fronte al giardino Bellini.La maestria del fondatore, rispettoso dei canoni della migliore tradizione dolciaria siciliana, ne determinò un immediato successo. Dal 1996 la società "Pasticcerie Siciliane Riunite" ha rilevato l'Azienda, introducendo nella gestione moderni criteri manageriali che si sono integrati ai sapienti insegnamenti del fondatore.
CAV. CONDORELLI, E' STATO UN PIACERE A Belpasso, suo paese natale, il cavaliere del lavoro Francesco Condorelli rappresentava una istituzione, cosi come la sua industria dolciaria, che proprio lo scorso anno ha festeggiato trenta anni di attività e di successi, derivati, in rnassima parte, dai torroncini commercializzati in tutto il mondo. La
notizia della scomparsa di
Francesco Condorelli, ha offerto l'occasione per scoprire un
personaggio che con i suoi 91 anni di esistenza pienamente vissuta, ha
contrassegnato una pagina positiva dell'imprenditorialità siciliana sin da
quando, ventunenne, nel 1933, divenne proprietario della pasticceria di Borrello. Spirito
irrequieto e curioso, Condorelli conobbe anche l'esperienza dell'emigrazione.
Per un breve periodo della sua vita, su sollecitazione di un conoscente, decise
di trasferirsi in Istria e nel 1939 giunse a Pola. L’avventura istriana fu
breve, cosi come quella che lo portò, dopo la guerra, a Malta. Tornato
definitivamente in Sicilia, nonostante fosse provato dai combattirnenti e dalla
prigionia patita, mostrò tutta la sua tempra e si fece protagonista della
locale vita imprenditoriale. La sua pasticceria cominciò ad essere frequentata
dalle numerose comitive di gitanti che passavano da Belpasso, per salire a fare
escursioni sull'Etna. Con le sue granite Francesco Condorelli fece ancora più dolci gli
anni della- dolcevita- come rivelano le foto che lo ritraggono, sempre
elegantissimo e sorridente, accanto ai personaggi famosi dell'epoca, spesso
appartenenti al mondo dello spettacolo. Aneddoti, racconti, episodi e ricordi
biografici furono raccolti dal Condorelli in un volume di ricordi, A
questo processo di sviluppo contribuii anche l'attività imprenditoriale di
Condorelli. Ma il vero salto di qualità egli lo fece |

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Da Fetishguitars.com La
Sicilia è stata per buona parte del '900 uno dei grandi poli di
produzione di strumenti musicali in Italia insieme alle Marche e la
Lombardia. Lontana dagli standard qualitativi degli strumenti ad arco di
Cremona e dalla qualità dei mandolini napoletani, la Sicilia conquistò
rapidamente la fama di terra di liutai. Stranamente, all'ombra
dell'Etna, tutti i liutai siciliani nacquero a Catania. L'economia
depressa dell'isola aiutò a dare un contributo notevole a quell'ondata
migratoria degli anni 20 verso la Francia che diede origine a una
formidabile scuola di liuteria Francese, si ricordino, tra gli altri,
i liutai catanesi Pappalardo, Di Mauro, Amico, Anastasio, Busato, Bucolo,
Castelluccia, Favino, Olivieri, Burgassi, Martella, Grizzo, Rossito,
Petillo... A differenza di altre isole, sembra che i liutai
siciliani siano sempre stati aperti sia all'influenza barocca della
Spagna sia alle novità provenienti dall'Europa e dagli Stati Uniti. Il
mandolino non è tanto antico. Pare debba il suo nome, come del resto lo
strumento da cui deriva, la mandola, al mediterraneo frutto della
mandorla - si guardi la forma della cassa. E' uno dei più piccoli e
degli ultimi strumenti della famiglia dei liuti; fu ricavato per la
prima volta nel Settecento e subito ricercato per la grazia delle
dimensioni e la dolce vivacità del suono. [...] Queste cose io le
apprendo da un giovane catanese, il dottor Leone, che porta avanti la
più grande fabbrica di strumenti musicali a Catania." Correva
l'anno 1964 quando Vittorio Fagone scriveva queste righe per il volume
"Sicilia - n° 41", edito da S.F. Flaccorio. Tante cose sono
cambiate da allora, la fabbrica ha anche cambiato sede, ma la passione e
l'abilità dei maestri liutai sono rimaste immutate. Si sono affinate le
tecniche, ma gli strumenti, ancora oggi, sono realizzati a mano.
Macchinari come levigatrici o seghe a nastro hanno fatto la loro
comporsa, ma non cambiano lo spirito della lavorazione. Un esempio per
tutti. I listelli di legno che compongono la cassa armonica di un
mandolino sono piegati con l'ausilio di un tubo metallico riscaldato:
una volta questo tubo era scaldato dalla fiamma viva di un fuoco, oggi
questo avviene mediante una resistenza elettrica. Raccontare una azienda
che ha più di 50 anni di storia non è facile. Appena varcata la soglia
della fabbrica sono due le cose che colpiscono subito: si viene avvolti
dell'odore particolare del legno mentre una radiolina, con la sua voce
roca e resa tremula dagli anni, fa da sottofondo al lavoro degli operai.
Anche la vista non rimane indifferente. Lo sguardo spazia nei grandi
locali, posandosi ora sui macchinari, ora sulle pile di strumenti in
attesa della levigatura o dell'ultimo ritocco, fino a lasciare il posto
alla curiosità di fronte ad altre porte. Una conduce alla stanza dove
MANDOLINI E CHITARRE di Vittorio Fagone Chi conosce la Sicilia, i paesi dell'interno e della zona orientale, sa cosa siano le "uri 'i cauru", le ore di caldo. Le strade diventano deserte come, e forse più, che di notte. Le donne s'affacciano un momento sugli usci per girare la conserva di pomodoro esposta al sole nei grandi piatti smaltati, con un grande fazzoletto in testa. Dentro le case si fa il grande silenzio della siesta. Anche i ragazzi riposano, o perlomeno lasciano riposare gli altri. lo ricordo quelle insonnie di ragazzo in una stanza candida, con solo una consolle rustica di ciliegio e sopra una lastra di marmo bianchissima, e il gioco delle ombre rovesciate nel muro dallo spiraglio di luce sulla strada. Chiuso dentro quel silenzio bianco, attendendo i passi capovolti delle rare ombre, mi raggiungeva presto consolatrice la voce lieta e tenera di un mandolino. Io la seguivo; una canzone, un motivo dietro l'altro e, se mi assopivo, al risveglio la ritrovavo con gioia. Il barbiere catanese era forse nella strada l'unico che non dormisse. Dentro la bottega chiusa, forse sdraiato nella poltrona dei suoi clienti, s'esercitava col mandolino. Spesso provava delle nuove canzoni: a certi passaggi si fermava; poi ripeteva lentamente. Poi di nuovo suonava la canzone tutta intera, senza esitazione. Non mi capitò mai di vederlo suonare. La voce del mandolino usciva da uno spiraglio stretto forse più che quello da dove penetravano le ombre. C'è un punto nel "Don Giovanni", e tra quelli non trascurabili, in cui si sente netta e briosa la voce del mandolino. E ce n'è un altro, se non mi sbaglio, all'altro estremo nella storia della musica, dove è singolare l'apparizione del mandolino: la settima sinfonia di Mahler. Tra queste due opposte pagine ci sono le rare apparizioni "nobili" dello strumento. La vita del mandolino è diversa. È nella musica popolare; basta poco perchè diventi quasi un'orchestra: una sola chitarra. Una chitarra e un mandolino fanno una serenata, una festa, un piccolo spettacolo. Per questo sono gli emblemi di un Sud lieto e romantico. Ma chitarra e mandolino hanno una storia gloriosa della quale conviene accennare. La chitarra è uno strumento originale antichissimo: c'era una "cithàra" presso gli antichi greci e romani, e una chitarra anche in Egitto; ma erano strumenti diversi e a quattro corde. La chitarra da cui deriva la nostra, arrivò in Sicilia con gli arabi nel secolo XIII; da qui si diffuse in tutta l'Europa. Nel secolo XVIII le sue corde diventarono sei e la sua evoluzione fu, così, completa. La
fabbrica di chitarre e mandolini, la più giovane ma anche la più
attiva in Sicilia, è sulla strada tra Catania e Messina, al bivio per
Acireale. t nei giganteschi locali del vecchio mulino Samperi. Dal
grande portone di ferro si entra nella corte vastissima; non si fa
sforzo a rivederlo uno dei punti più attivi dell'industriosa Catania
del secolo scorso. I locali dove ora è sistemata la direzione erano
allora abitati, secondo la consuetudine ottocentesca dei "patrons",
dallo stesso vecchio Samperi con tutta la famiglia. Dell'orgoglioso
splendore borghese sono testimonianza gli stucchi e le pitture. Anche i
grandi saloni di lavoro sono costruiti con la stessa generosità: hanno
alte volte a crociera su robusti pilastri e in quelli al piano terreno
la luce dall'esterno vi filtra viva. Ora lì dentro lavorano insieme una
cinquantina di artigiani, eredi e continuatori dei famosi chitarrari
catanesi. A Catania infatti almeno da un secolo e mezzo si costruiscono
strumenti musicali. Gli artigiani stanno dispersi dietro grandi banconi;
lavorano in un grande silenzio con una visibile concentrazione, da soli
o al massimo in due allo stesso banco. Vicina a ogni tavola c'è una
macchina dipinta di verde chiaro, però coperta con uno spesso foglio di
cellophane. I due fratelli mi spiegano che le macchine sono pronte a
entrare in funzione e che miglioreranno la produzione. Sono troppo
gelosi, si capisce subito, della silenziosa sapienza delle loro mani,
dell'antica nobiltà di tutti quei piccoli strumenti preziosi che ognuno
tiene attaccati sul muro bianco alle spalle. Però sono lieti della
disposizione razionale del
CARMELO CATANIA La stella di prima grandezza dei liutai siciliani fu sicuramente Carmelo Catania che fu l'unico, forse, a capire che la figura del liutaio doveva fondersi a quella dell'imprenditore per sopravvivere sul mercato interno e internazionale. Il periodo d'oro di Carmelo Catania fu quello dopo la guerra, fino agli anni 60. Le condizioni economiche e culturali portarono Carmelo Catania a produrre una gamma vastissima di strumenti artigianali prodotti su scala industriale. Le poche pagine del suo catalogo qui riprodotte testimoniano una capacità di filtrare tutte le influenze esterne con una sensibilità tutta Siciliana. Carmelo Catania fu forse il primo liutaio a organizzarsi industrialmente, promuoversi, esportare chitarre, stabilire alleanze e scambi commerciali. In Sicilia si creò un vero e proprio polo produttivo che realizzava strumenti o parti per conto terzi, Anche le prime acustiche di Oliviero Pigini furono costruite in sicilia e costituirono il primo catalogo Eko e GIEMMEI. Carmelo Catania è noto ai più per aver costruito la prima chitarra di Claudio Baglioni e Domenico Modugno e al pari di Eko contribuì alla diffusione della chitarra in Italia producendo modelli entry-level di acustiche per tutti gli anni 60. Intervista
a Giovanni Catania Abbiamo avuto la fortuna di poter rivolgere qualche domanda al signor Giovanni figlio di Carmelo Catania noto fabbricante di strumenti musicali a corda fino al 1970 anno della sua morte. FG: A quando si possono far risalire i primi esemplari elettrificati costruiti da suo padre? GC: i primi modelli elettrificati costruiti da mio padre sono databili 1952/53 e poi inseriti nel catalogo edizione '54/55. FG: Abbiamo visto evidenti similitudini tra i pick-up e le meccaniche usati da suo padre e quelli montati dalle Wandré Framez di Meazzi... GC: le meccaniche venivano comprate a Milano da Abele Naldi, liutaio e anche fabbricante di accessori. Un figlio di questi, perito elettrotecnico, si dedicava nei ritagli di tempo alla costruzione di pick-up e parti elettriche. La somiglianza dei pick-up usati da mio padre con quelli usati da Meazzi è dovuta al fatto che anche Meazzi si riforniva da Naldi. (a proposito di Meazzi, si sa così poco della loro fabbrica forse perché, a quel che mi risulta, non è mai esistita. Per quel che so Meazzi era una ditta commerciale. I 3/4 dei piccoli artigiani catanesi lavoravano all'epoca del boom delle chitarre per loro e per Pigini, prima che questi impiantasse a Recanati gli stabilimenti Eko. Di poco diverso è il discorso per quanto riguarda la ditta Monzino.) FG: E' a conoscenza dei rapporti tra suo padre, e Oliviero Pigini, patron della Eko? GC: i rapporti di mio padre con Pigini erano di cordiale conoscenza; si incontravano spesso quando questi veniva a Catania per trattare con i suoi fornitori. In queste occasioni Pigini chiedeva sempre a mio padre di fare qualcosa insieme, ma mio padre, anche per negative esperienze avute in gioventù, non dava seguito a questi discorsi essendo contrario a qualsiasi forma di società od associazione commerciale. Non mi risulta che ebbero mai rapporti di affari, forse sporadicamente agli inizi dell'attività di Pigini, che però ebbe modo di visitare più volte il laboratorio di mio padre a Mascalucia, come del resto mio padre ebbe a visitare gli stabilimenti Eko a Recanati.
GC: i rapporti tra i liutai di Catania erano basati sia sulla sana rivalità sia sulla proficua collaborazione. Tanto per citare, mio padre rivendeva agli altri fabbricanti il profilato di ottone per i tasti, dato che questo veniva appositamente fabbricato da una trafileria di Firenze e bisognava ordinarne ogni volta una quantità che era superiore al fabbisogno. Altro esempio, quando erano pronte da montare le chitarre elettriche, veniva chiamato Francesco (Ciccino) Abramo (abramusic) che aiutava mio padre nella sistemazione e regolazione di pick-up e potenziometri. FG: Ha notizie dirette dell'emigrazione dei liutai catanesi a Parigi? GC: dell'emigrazione di liutai catanesi a Parigi non ho ricordo in quanto questo avvenne molto prima che io nascessi. Ho conosciuto la famiglia Jacobacci e la famiglia Di Mauro intorno al 1950 quando passata la guerra e riaperti i traffici e le frontiere tornarono per la prima volta in vacanza in Sicilia. Gli Jacobacci furono più volte ospitati in casa nostra, mentre i Di Mauro alternavano le loro vacanze tra la riviera romagnola e la loro venuta in Sicilia presso loro parenti. Con mio padre si incontravano anche a Parigi. Con entrambi intratteneva anche rapporti di affari, rapporti che con Di Mauro continuarono per un certo tempo anche dopo la sua scomparsa. Ho incontrato per l'ultima volta il vecchio Vincenzo Jacobacci nel 1971, quando venne da solo a Catania e in quella occasione,dopo aver reso omaggio alla tomba di mio padre, venne a trovare noi figli. FG: Ha notizie di cataloghi oltre a quello parzialmente riprodotto sul sito? GC: Il catalogo di cui hai pubblicato alcune pagine, non è il primo stampato da mio padre, se sei interessato posso mandarti alcune pagine di cataloghi precedenti che evidenziano ancor di più il lavoro di sperimentazione che faceva mio padre.
Da
Settembre 2005 Tony Braschi è diventato ufficialmente Endorser
Saldaneri, per sponsorizzare uno dei modelli
Mi è arrivata questa mail: Alla cortese attenzione dei maestri liutai Catanesi. Siamo allievi della Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, e siamo stati autorizzati a contattarvi dal nostro Maestro, Vicepreside Giorgio Scolari. E' in nostro possesso un violino fabbricato ad Acireale, di Alfio Anastasi datato 1826, e vorremmo avere qualche informazione a riguardo di questa fabbrica e del suddetto liutaio. Potreste gentilmente inviarci qualche notizia? In attesa di vostra risposta vi porgiamo cordiali saluti. Gli allievi Rosalba De Bonis, Masahiro Awabayashi ,Oh Dong-Hyun
Chi è a conoscenza di fonti relative a questo liutaio, visto che l'interesse arriva proprio dalla città di Stradivari, è pregato di fornirmi qualsiasi notizia in merito. Grazie - Mimmo Rapisarda
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La Città di Caltagirone sorge alle sommità di un monte che separa la piana di Gela da quella di Catania. Il territorio è ricco di siti archeologici (S.Mauro, Montagna, S.Ippolito ecc.) che testimoniano insediamenti fin dall' epoca preistorica. In occasione di campagne di scavi sono stati reperiti diversi manufatti, anche in terracotta, risalenti ad epoca preellenistica. L' utilizzazione dell' argilla, presente in gran quantità attorno a Caltagirone, è occasione di sviluppo artigianale ed economico già nel sec. VII a.C. per divenire, attorno al sec. V a.C., più raffinata e riconoscibile. Di questa epoca è, infatti, il famoso cratere a figure rosse che mostra un artigiano intento a modellare un vaso al tornio, conservato nel Museo della Ceramica di Caltagirone. Con gli Arabi Caltagirone conosce un periodo fiorente sia in agricoltura che in altri settori e, certamente, nella produzione di manufatti in terracotta che divengono maiolica grazie alla tecnica dell'invetriatura importata dai Saraceni. La ceramica di Caltagirone, costituita a quel tempo da manufatti di uso giornaliero, si diffonde rapidamente in tutta la Sicilia. In seguito i "cannatari"(fabbricatori di brocche)" , i "ciaramitari (fabbricatori di tegole)", gli "stovigliari (fabbricatori di stoviglie)" ebbero riconoscimento della loro valentia tanto che la ceramica di Caltagirone poteva circolare liberamente nel Regno di Sicilia in esenzione da tasse. Purtroppo
il terremoto del 1693, nefasto per tutta la Sicilia orientale, oltre a
far crollare gran parte della Città, mandò in rovina quasi tutti i
manufatti antichi in ceramica che si erano conservati fino a quel
momemto. Fortunatamente, la diffusione della ceramica di Caltagirone
permette di ritrovare oggetti di epoca precedente al terremoto in
collezioni sparse nel mondo. La ricostruzione impegnò grandemente gli amministratori della Città, i Senatori, che diedero commissione alle migliori maestranze. Furono aperte nuove strade a valle del nucleo originario e la città assunse l’aspetto barocco che ancor oggi possiamo ammirare. Ai primi dell’800 inizia la fiorente attività dei figurinai che inizialmente produssero esclusivamente pastori da presepe. Nel 1848 il figurinaio Giacomo Bongiovanni si impegnò a fornire al Comune di Caltagirone annualmente quattro gruppi di figurine per il corrispettivo di settentadue ducati annui. Il Bongiovanni ebbe il merito di vestire le sue figurine di argilla. Prima di lui, soltanto le teste , le mani ed i piedi erano di argilla ed il resto del corpo era costituito da stoffa o carta pesta alla maniera dei pupi napoletani. Figurinai che si distinsero nel tempo sono da ricordare i Morretta, i Bonanno, i Bongiovanni Vaccaro, per giungere ai nostri tempi con gli Scuto, i Branciforti, i Romano, i Patrì, i Raimondo, i Biondo ecc. Nell’800 la ceramica trova diffusa utilizzazione in architettura tanto che si costruiscono capolavori quali la Villa Carolina, poi Vittorio Emanuele, con arredi del Basile realizzati dalla fabbrica Vella di Caltagirone, o il Cimitero nel quale il Progettista Nicastro volle tutti i particolari architettonici in terracotta sicchè costituisce un esempio unico nel suo genere. L’ultimo grande lavoro pubblico che ha visto impiagata la ceramica è il rivestimento dei frontali dei gradini della famosa scala di Maria SS. del Monte realizzato negli anni ’50 dalla Scuola d’Arte di Caltagirone diretta dal Prof. Antonino Ragona al quale si deve anche l’istituzione del Museo della Ceramica. Questa scala , in occasione dei festeggiamenti di luglio in onore del Patrono S.Giacomo, viene illuminata da migliaia di lucerne ad olio che disegnano splendidi arazzi. Questa antica tradizione è stata codificata a metà dell’800 dal francescano Padre Benedetto Papale. Oggi Caltagirone offre ai visitatori un centro storico nel quale convivono edifici medioevali, barocchi, liberty che ha il cuore nella vecchia piazza della Loggia (Municipio) delimitata dal maestoso Palazzo dell’Aquila, dalla Corte Capitaniale, dal Palazzo Gravina con il lungo balcone gaginesco e dalla Galleria Luigi Sturzo nel cui interno è il più grande pannello di ceramica mai realizzato nel quale il Maestro Pino Romano ha rappresentato la battaglia di Judica che vide vincitori i Calatini sui Saraceni. Tale evento diede inizio alla potenza di Caltagirone che fu infeudata della Baronia di Camopietro. A pochi metri dalla Piazza del Municipio, sul Corso Vittorio Emanuele, è la Mostra Mercato Permanente della Ceramica di Caltagirone che espone ceramiche prodotte da oltre sessanta botteghe della Città su una superficie di circa ottocento metri quadrati. Nello stesso edificio della Mostra si può ammirare il grande presepe animato nel quale i personaggi si muovono all’interno di una Caltagirone in miniatura. Sembra superfluo consigliare per chi viaggia da queste parti l'acquisto di un bell'oggetto di ceramica. Ve ne sono di tutti i tipi, per tutti i gusti, per tutte le tasche. La qualità è in genere buona, anche se all'incremento di questi anni dei turisti in visita a Caltagirone si è accompagnata l'apertura di negozi che vendono paccottiglia scadente.
Belli da acquistare e facili da trovare dappertutto sono gli stampi per la mostarda: semplici formine in ceramica, decorate con motivi tridimensionali di piante ed animali, che una volta venivano utilizzate per informare questo dolce tipico della tradizione siciliana, a base di mosto di vino cotto e aromatizzato. Caltagirone è al centro di un territorio agricolo ricco e vario e nei negozietti del centro storico potrete trovare perciò un'ottima varietà di prodotti agricoli, formaggi e altre prelibatezze confezionate artigianalmente: vi consigliamo per esempio di acquistare un vasetto di miele biologico, di eucalipto, di timo, di rosmarino, d'arancio, o di millefiori, raccolto nella campagna di San Pietro e confezionato artigianalmente da Gaetano Cannizzaro e dalla moglie Silvana nel loro laboratorio in centro: una vera esperienza del gusto. (www.guidasicilia.it) |


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Le officine ceramiche a Catania tra la fine dell'Ottocento e il primo Trentennio del Novecento
L'arte
della ceramica era molto conosciuta e diffusa nella città di Catania
al tempi del Principe di Biscari (metà del XVIII), che la Alla fine dell'Ottocento appare piuttosto trascurata ad eccezione dei bellissimi costumi siciliani in terracotta. Si può documentare nel 1883 l'esistenza di una Società industriale di cristalli e porcellane operante a Catania in via Lincoln 146 e 148. Inoltre in tale periodo erano numerose sia a Catania che in provincia molte fabbriche di lavori in argilla. L'argilla
era mista a gesso e calce e veniva utilizzata per la realizzazione di
tegole, mattoni, Lo stabilimento sotto la ditta R. Ravesi & C. si distingueva in Sicilia per lavori in quadrelli di cemento idraulico, belli per eleganza e per la varietà del disegno, igienici perché non subivano le variazioni atmosferiche e resistenti, dal momento che si consolidavano come marmo. Nel 1899 circolavano a Catania le pillole vegetali Ravesi "espulsivi" dei calcoli e della renella; erano preparate dal farmacista-chimico Cav. R. G. Ravesi Cesare, che ebbe diversi premi in varie esposizioni. Il laboratorio farmaceutico era sito in via Garibaldi 3 (ciascun scatolo veniva venduto L. 2,50). Alla luce di tale testimomanza si spiega a Catania la circolazione di contenitori in ceramica collocabili nel primo ventennio del Novecento (come dai seguenti esemplari della collezione privata Mario Russo) che recavano la seguente dicitura dipinta: "Cachets Ravesi, efficace rimedio per espellere renella e calcoli"; sul fondo la sigla del vasaio "C. Limo aurum, Catania". Un altro stabilimento ceramico, sito in via Lincoln 77, si firmava con la sigla "Scalia e Coniglione". Tra i committenti che si fornivano presso tale officina ricordiamo il Bar Brasile gestito da A. Imbrosciano. |
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La pietra lavica La lavorazione della pietra lavica, derivante dall’industria estrattiva delle vicine cave, per scopi ornamentali o per materiali da costruzione diede da vivere a molte famiglie. Ancora oggi é praticata da bravi artigiani locali. Molti mestieri erano legati all'estrazione ed alla lavorazione della pietra lavica. Anticamente i"pirriaturi", estraevano lungo i costoni della montagna, solo strati superficiali di lava perché più porosi e più facilmente lavorabili con arnesi quali la subbia, lo scalpello, la mazzola e martello. Sul materiale estratto interveniva lo spaccapietre che ricavava lastre di pietra, infine lo scalpellino rifiniva il materiale. Uno degli usi prevalenti cui era destinata la pietra lavica era la pavimentazione delle strade urbane e rurali. Un tipo particolare di pietra, la "pietra pomice", leggerissima, veniva adoperata per la copertura a cupola delle chiese. Due cave famose furono u fussuni e la Perriera, quest'ultima forniva pietra pomice.
Col passare del tempo l’antico mestiere dello scalpellino ha subito un forte declino, lasciando vuoti incolmabili. D’altro canto anche l’edilizia, nei nostri centri si è snaturata, perdendo la connotazione col territorio, in nome o con l’alibi dello "sviluppo turistico". Tuttavia, in quest’ultimo periodo sembra però sia in atto un’inversione di tendenza. Soprattutto nel centro storico si punta alla ristrutturazione nel rispetto dei vincoli imposti da Comune e Sovrintendenza e, complessivamente, si assiste ad una ripresa nell’uso della pietra lavica. Il basalto è un materiale resistente, espressivo e decorativo, quindi si presta alla lavorazione per la realizzazione di oggetti per arredamento e per pezzi di arredo urbano. Con la pietra lavica si possono realizzare oggetti ornamentali e sculture ed in campo artistico si è notato un positivo incremento nel suo utilizzo per usi abitativi interni. Sempre più numerose sono le abitazioni nel cui interno le alzate dei gradini, i tavoli o le basi dei camini sono realizzati in questo modo. L'anima della pietra lavica di Maurizio Merlini
Cultura e scultura si compenetrano in un rapporto osmotico dalle mirabili suggestioni. Nelle sorprendenti creazioni di Nino Valenziano Santangelo la generica peculiarità, tutta etnea, della lavorazione basaltica diviene singolare interpretazione di un artista ispirato, capace di apporre il sigillo d’autore a pietre laviche in apparenza amorfe e prive di personalità particolare. Da vent’anni l’autodidatta maestro, avvocato nella società civile, si sbizzarrisce nell’intuizione figurativa dei blocchi lanciati dal vulcano, limitandosi ad assecondare sembianze già insite nelle rocce e che ai nostri sguardi, profani e distratti, appaiono dotate di configurazioni astratte, anonime e bislacche; dunque, il geniale artista innamorato dell’Etna non è un demiurgo, non plasma con capriccio inventivo la materia informe. "Le pietre laviche - afferma compiaciuto Nino Santangelo - presentano aspetti pressocchè definiti, come le nuvole, basta solo leggere con attenzione". Così questo scultore anomalo e originale riconosce nei massi lanciati dalla grande Montagna soggetti statuari già ben delineati da perfezionare, spesso con appena un paio di leggere incisioni di scalpello con cui dà corpo ai molteplici stimoli ondeggianti nel suo vasto retroterra culturale. Le
sale espositive del piccolo museo d’ineguagliabile valore, trascurato
dalle autorità catanesi impegnate nella promozione turistica, sono
gremite di statue, (alcune addirittura double face) raffiguranti volti
celebri attinti da mitologia, religione, tradizioni popolari, storia,
fauna, paesaggistica e architettura locale, stati d’animo: in rapida
successione coinvolgente è possibile ammirare Gesù, Giufà, Socrate,
Ciranò de Bergerac, il cavallo di Troia, Don Chisciotte, Angelo Musco,
la vispa Teresa, Omero, Pirandello, il guerriero Vichingo, cani di tutte
le razze, buonumore e malumore, Giove, Polifemo e una serio di "u
liotru", elefante con obelisco emblema del capoluogo etneo . Tutti
i pezzi della vasta collezione sono custoditi a Catania in via
Santangelo Fulci 55/a, dove i visitatori sono accolti previa telefonata
allo 095 7221642. Da sottolineare la netta contrarietà dell’eccentrico Santangelo alla mercificazione dell’arte: le sue opere infatti non sono in vendita; l’autore si è voluto privare solamente di una statua bifronte, carica di significati esistenziali, donata a Papa Giovanni Paolo II e conservata nella biblioteca dei Musei Vaticani. Il Museo di sculture in pietra lavica "Valenziano Santangelo" è stato realizzato ed allestito dallo scultore autodidatta avvocato Nino Valenziano Santangelo , che dal 1978 crea con la pietra lavica opere uniche. Le sculture costituiscono una mostra permanente, che contiene circa 230 capolavori, ricavati da leggeri ed intuitivi interventi su massi lavici. Dall'intuizione tipica dell'artista, suggerita dalla forma primitiva della pietra, insieme alla creatività, prendono forma le sculture- meraviglia, che fanno rivivere storie, personaggi, miti del mondo greco-romano, cinematografico, letterario ed anche della tradizione siciliana. Colpiscono tra tutte la "maschera teatrale greca", dove volumi traforati in movimento richiamano le quinte nelle scene, e la "Maternità", in cui la pietra lavica si addolcisce nelle curve, dando l'idea della protezione materna. Interessanti sono poi le sculture -sorpresa, realizzate in modo che, attraverso una semplice rotazione orizzontale o verticale, la stessa opera assuma un aspetto profondamente diverso. Tutte le sculture hanno la caratteristica di essere quasi incolumi da interventi, poiché, come dice l'artista: "la stessa pietra fornisce i tratti particolari dell'opera finale". Simbolo di questa tecnica è la testa color ruggine del dio Vulcano, in cui sono stati scolpiti solo tre punti, gli occhi e il naso. Oltre alle sculture il museo ospita anche una serie di reperti che mettono in risalto il carattere poliedrico della pietra lavica: bombe vulcaniche, cenere vulcanica, lava a corde, lava a lastroni, lapilli, conci antropomorfi dell'eruzione del 2001, basole, uno scampolo di muro a secco fatto di pezzi di sciara, come quelli delle tipiche 'casudde' , i muri di confine ed altri. All'interno della galleria sono esposte delle foto che ritraggono alcune sculture naturali, trovate dall'avvocato Santangelo a San Giovanni Li Cuti, Acitrezza, e Pozzillo oltre che tra le sciare dell'Etna. Il museo si trova in Via A. Santangelo Fulci, 55/A-B-C - telefonare per prenotare una visita: Tel 095 7221642
Michele
Bertino è nato a
Paternò il 10-06-1934. Maestro artigiano nella lavorazione della pietra
lavica e dei marmi con laboratorio in Via Pò a Paternò. Ha iniziato
l'attività ad 11 anni seguendo la scuola del Maestro Barbaro Costa di
Paternò e Negli anni compresi tra il 1950 e il 1954 ha seguito corsi di disegno prospettico con il Prof. Salvatore Palumbo di Paternò per avere una maggiore competenza tecnica nella realizzazione dei disegni nelle opere in pietra che già da anni eseguiva. Ha realizzato centinaia di sculture in pietra lavica e marmi ed alcuni di essi sono posti in aree pubbliche quali le due fontane a zampillo in pietra lavica poste all'ingresso del Giardino Moncada di Paternò ed una fontana posta in via C. Renna in Paternò oltre ad innumerevoli sculture cimiteriali. http://www.paternesi.com/Michele%20Bertino.htm
I COLTELLI DI SAN FRATELLO (da www.coltelliversaci.com)
Io
e il coltello "Sanfratellano" Mi
chiamo Antonino Versaci, ho 20 anni e sono di San Fratello, un paesino
in provincia di Messina. La mia storia ha inizio quando da piccolissimo,
nell'officina di mio padre (fabbro), curiosando tra i vari cassetti,
trovai un coltello "Sanfratellano" in fase di realizzazione e
da quel giorno il mio unico desiderio fu quello di impossessarmene per
ultimarlo da me. Ho ancora davanti agli occhi quel bambino accanto al
nonno (anch'egli fabbro, ma in pensione), tutto eccitato dal fatto di
finire il coltello, anche se non aveva la più pallida idea di come fare
e ricordo ancora, come fosse oggi, mio nonno che con tantissima pazienza
seguiva e correggeva i disastri del suo nipotino, tutto sporco, ma
felicissimo di imparare. diciamo pure che io sono l'eccezione che conferma la regola, infatti, anche se per me non è un lavoro (studio Giurisprudenza) cerco sempre di adoperarmi, nelle mie possibilità, per portare avanti il nome e la fama del coltello "Sanfratellano", cercando di rispecchiare e rispettare il più possibile l'antica tradizione tramandata dai fabbri del mio paese… Unico mio dispiacere è quello di non poter più avere mio nonno al mio fianco, ma ogni qual volta ho tra le mani un coltello, lo sento vicinissimo nel mio cuore, che mi guarda e che mi guida proprio come la prima volta da bambino e nel mio cuore ritorno ad essere il nipotino, tutto sporco, ma felicissimo e voglioso di imparare…e sicuramente è proprio in questo che va ricercata la ragione della mia grandissima passione per i coltelli…
GLI ALTRI MESTIERI PERDUTI (da www.lentinionline.it)
Sono ormai figure rare quella del maniscalco ("u firraru"), del sellaio ("u baddunaru"), così detto perchè costruiva una specie di sella, "u badduni", dalla quale pensolavano due capienti sacche, dell'artigiano ("u quarararu") che costruiva od aggiustava grossi panciuti pentoloni in rame ("i quarari") da porre direttamente sul fuoco. Resiste ancora qualche tradizionale attività artigianale come quella del calzolaio ("u scarparu") o del sarto ("u custureri"), pochi ma valenti, dedicati prevalentemente alle riparazioni. ANTICHI MESTIERI LEGATI all’estrazione della pietra lavica e alla sua lavorazione. PIRRIATURI Il mestiere del pirriaturi prende il nome dalle cave di pietra (pirrere) presenti nel territorio di Nicolosi, dove si trovano i più grossi e compatti blocchi di basalto. Si trattava di un lavoro molto faticoso che consisteva nella vera e propria estrazione della pietra e in una sua prima lavorazione per l’ottenimento di blocchi anche di grandi dimensioni che venivano utilizzati soprattutto per la costruzione di abitazioni, delle strade e dei muretti. Il lavoratore si serviva di attrezzi piuttosto rudimentali quali la mazza (un grosso martello), u lagnettu (attrezzo affilato con il quale si intaccava la pietra per indebolirla), u cugnu e u cugnittu (cunei che si introducevano nelle spaccature della pietra e che servivano ad allargare la fenditura per arrivare alla vera e propria rottura del blocco compatto). Anche se attualmente la fatica degli uomini impiegati nell’estrazione dei massi rimane, importante è l’impiego di macchinari più moderni. GHIAROTU Gli intonaci delle abitazioni di Nicolosi, come si può vedere ancora nelle vecchie costruzioni, erano tutti della stessa tonalità di colore: terra bruciata digradante al rosa intenso. Questo perché veniva usata allo scopo "a ghiara", che altro non è che finissima lava, simile nella consistenza alla farina o alla sabbia che si trova nelle viscere della terra sotto le colate. Per estrarre questa "sabbia" i ghiaroti scavavano dei cunicoli di grandezza tale da permettere l’accesso all’uomo, ma anche ad una particolare specie di muli di piccola statura, i quali venivano abituati a percorrere soltanto lo stretto cunicolo. Essi riportavano in superficie sacchi o bisacce contenenti la "polvere colorata" che, mischiata a calce e a pietrisco lavico, proteggeva le facciate delle abitazioni. Oggi questa attività estrattiva è stata completamente abbandonata, soppiantata dai moderni prodotti che, pur cercando di "imitare" il colore della tradizione, non vi riescono né per la durata né per la consistenza. SCAPPIDDINU Lavorava nella cava di pietra utilizzando lo scalpello, quindi i manufatti da lui realizzati erano più raffinati e precisi di quelli del pirriaturi che si limitava a sgrossare i blocchi. L’opera degli scalpellini era vistosamente presente nelle abitazioni, tutte anticamente fornite di un "porticato", con l’arco in pietra lavica, che si differenziava per la chiave di volta e per le lavorazioni laterali. Le parti che costituiscono questi archi non sono tra loro cementate e tutto l’insieme si regge avendo come perno la chiave di volta. Grande maestria dunque degli scalpellini che, oltre ad abbellire con fiori, rami o lettere la struttura, dovevano essere in grado di determinare la precisa allocazione e grandezza della chiave in relazione all’altezza dell’arco. PRICCIALARU Operaio che con una grande mazza spaccava le pietre che servivano da base per le strade. U pricciali si divideva in due categorie: "rossu"(grosso) e "nicu"(piccolo). GHIACATARU Operaio specializzato per la costruzione della ghiacata cioè la massicciata delle strade, cortili, piazze. BOTTAIO Il
bottaio "u vuttaru ", era uno di quei mestieri che venivano
considerati privilegiati e di difficile esecuzione. Il procedimento di
lavorazione era fatto necessariamente a mano e consisteva nel sistemare
delle listelle di legno, di preferenza castagno, o rovere (per le botti
che dovevano contenere vini o liquori pregiati ). Queste listelle di
legno, doghe, potevano avere dimensione diversa in funzione delle
dimensioni della botte che si doveva costruire, il lavoro cominciava col
sistemare ogni doga, perfettamente piallata, in una forma CALZOLAIO Il
mestiere del calzolaio "scarparu" nel catanese o "solacchianeddu"
nel palermitano, è un mestiere antico e per molti versi in antitesi con
i dettami della vita moderna, infatti esso consisteva e consiste per chi
lo esercita, nel costruire scarpe su misura (che si rivelano
"indistruttibili"), ma in ciò che egli si dimostrava prezioso
per le esigue finanze delle famiglie contadine era nal lavoro di
aggiustare le scarpe, risuolatura, mettere i sopratacchi e ricucire le
parti che via via andavano sdrucendo. La materia prima utilizzata dal
ciabattino e in relazione al tipo di lavoro e all'uso che si farà delle
scarpe. Se deve fare delle scarpe che serviranno per una occasione, la
pelle sarà delle più pregiate e le rifiniture molto più curate, le
scarpe da lavoro saranno costruite con un principio che si ispira alla
robustezza ed alla solidità. Infine se deve fare un lavoro di
trattamento della scarpa (risuolatura ecc...) il materiale che una volta
si usava era il cuoio duro, mentre oggi si è più portati ad CANNIZZARU La canna comune(Arundo donax), che cresce spontaneamente lungo i corsi d'acqua e in genere in terreni sabbiosi e paludosi, era molto usata nell'ambiente contadino per la sua molteplicità di usi. Serviva per costruire ripari, fungeva da palo di sostegno delle viti degli alberelli ancora deboli, la si usava per delimitare i confini di una proprietà, e per costruire silos contenitori di frumento. Il Cannizzaru era la figura addetta alla costruzione dei silos per i cereali. Cominciava il suo lavoro già nei mesi di Gennaio e Febbraio, quando raccoglieva ed avvolgeva in fasci canne grosse e lunghe dai quattro ai cinque metri. Le lasciava essiccare al sole ed al vento fino al mese di Giugno e solo allora passava alla costruzione dei silos. Il Cannizzaru disponeva le canne spaccate su un piano perfettamente livellato e procedeva ad una vera e propria tessitura. Nella fase di definizione, quando la superficie tessuta veniva avvolta a cilindro e sollevata verticalmente, l'artigiano ricorreva alla collaborazione di un volontario che, dentro il silos, recuperava e gli restituiva ogni volta il grosso ago col quale si procedeva a cucire il complesso. CARDATORI, FILATORI, TINTORI E TESSITORI Nella
zona della ricerca il paese che produceva fibbre tessili era Carini,
infatti in questo paese si produceva molto lino (Linum usitatissimum),
agave (Agave sisalana), ampelodesmo "'ddisa" (Stipa
tenacissima), cotone (Gossypium hirsutum), canapa (Cannabis sativa) e
molta lana (prodotta anche in altri paesi della ricerca), da ciò lo
sviluppo di una discreta attività artigianale inerente alla
trasformazione delle fibre. Così per esempio, giunto il lino a
maturazione, si falciava e si si consegnava ai marinai, i quali lo
seppellivano a mare per un certo periodo, giunto a maturazione, si
procedeva alla cardatura che consisteva nel battere il lino fino a
renderlo filamentoso; dopo di che si consegnava ai filatori, che lo
rendevano appunto in fili e si consegnava ai tintori. Cotone, agave,
lana, ampelodesmo, subivano lo stesso procedimento, tranne che per il
bagno in acqua di mare. Purtroppo questi mestieri sono scomparsi nella
zona. L'ultima fase della artigianale era rappresentata dalla tessitura
delle fibre, che si svolgeva in appositi telai. I prodotti più fini di
questo processo, cotone e lino, erano riservati per la dote delle
signorine delle famiglie più facoltose. CARRETTIERE Il
carrettiere era un trasportatore di merci varie, che andavano dai
prodotti stagionali della campagna al materiale da costruzione, al
carbone, al concime. Generalmente lavorava per conto terzi, proprietari
terrieri, commercianti e costruttori; raramente lavorava in proprio e
cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra
produttori, acquirenti, carrettieri erano spesso curati da un sensale. I
carrettieri in linea di massima godevano di un mezzo di loro proprietà:
un carretto e un cavallo. La forma di pagamento era quella a viaggio, la
retribuzione era pattuita in base al percorso da compiere e al tipo di
trasporto; chi lavorava per conto terzi poteva essere retribuito anche
"a terzo", cioè percepiva un terzo del guadagno derivante dal
servizio di trasporto. La vita dei carrettieri era " 'nca si
caminava stratuna stratuna "( che si era sempre in giro per le
strade), lungo i percorsi si fermavano " nno funnacu "
fondaco, luogo di sosta dove i carrettieri albergavano assieme agli
animali e per mangiare" un piattu ri pasta agghiu e ogghiu "
(pasta con aglio ed olio) chiamata a tutt'oggi alla carrettiera, o
" all'asciuttu, pani cu cumpanaggiu " (pane con formaggio e
olive). Nei fondaci i carrettieri si scambiavano le loro esperienze di
vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma soprattutto
cantavano a gara , sfidandosi a chi sapesse il canto più bello. Ragione
di incontro erano poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove
essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e carretto riccamente
bardati. " Cacciari a misteri " , cioè guidare il cavallo a
regola d'arte è ciò che distingue un carrettiere vero da chi "
caccia a fumirari ", come un portatore di letame. L'appartenenza
alla loro categoria era avvertita con orgoglio; essi, con il fatto che
andavano in giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, insomma si
consideravano profondi conoscitori della vita. Del mondo così
riccamente articolato dei carrettieri, che cosa è rimasto? Purtroppo
questo passato si presenta in maniera frammentaria nella memoria di
qualche anziano, un passato, però, cui si è rimasti affettivamente
legati, che non viene cancellato dalla propria storia. I carrettieri
hanno sostituito il mezzo di trasporto, divenendo per la maggior parte
camionisti o venditori ambulanti, chi tra essi ha conservato il
carretto, assegna a questo antico mezzo di trasporto un valore immenso,
come se si trattasse di un gioiello di famiglia. Il carretto oggi ha un
valore essenzialmente affettivo, esso è simbolo della vita del
carrettiere, una vita che ha profonde radici nella storia delle
generazioni, una storia sempre presente e viva nella memoria. I canti
dei carrettieri vivono ancora oggi numerosi e rappresentano una delle
espressioni più importanti della nostra musica etnica. In sostanza quei
canti, le specifiche CUFINARU E FASCIDDARU La materia prima utilizzata da questa figura professionale era il giunco, variamente intrecciato e lavorato in relazione anche al genere di pianta utilizzata. Si trattava di attività periodica che assorbiva pochi mesi dell'anno. I tipi di giunco cui si faceva solitamente ricorso erano due: il primo (detto iunco munti),esile e lungo, era invece utilizzato nella fabbricazione di fiscelle per formaggi e ricotta. Le tecniche di lavorazione erano naturalmente diverse e richiedevano differenti competenze ed abilità. Nel primo caso, in particolare, il giunco veniva "cardato", schiacciato cioè per essere successivamente sottoponibile alla torsione secondo un procedimento assimibile a quello adottato nella tessitura della prima nana. CURDARU Il luogo di lavoro del curdaru era la strada. Per questo speciale artigiano qualsiasi spazio andava infatti bene, purchè abbastanza esteso da consentire la stesura dei filati: le lunghe vie strette ed ombrose, le piazzole retrostanti le chiese purchè poco frequentate. Nel condurre le operazioni di filatura il curdaru metteva in mostra la sua maestria, frutto di anni di apprendistato, ed una speciale abilità nel coordinare i movimenti delle mani e dei piedi. L'attività nel suo complesso richiedeva però la collaborazione esperta e fattiva, di più persone ognuna delle quali impegnata in fasi che, più che succedersi, si accavallavano. Il lavoro alla ruota manovrata a mano per imprimere movimento alle pulegge, il bagno in vasche di pietra in cui venivano immerse le matasse delle filacce, la lavorazione e la torsura delle corde stese ad una certa altezza da terra, il successivo stenderle per asciugarle: erano tutte operazioni regolate e successive che potevano essere portate a termine con la fattiva collaborazione del gruppo di lavoro. MIETITORI E SPIGOLATORI Le
due attività, di mietitura e spigolatura, erano due lavori stagionali
concatenati, legati alla coltivazione del grano. La zona di riferimento
della ricerca non era e non è una zona cerealicola, quando a fine
giugno si cominciava a mietere il grano, dove questo era più coltivato
, era frequente assistere alla migrazione di numerosi contadini "viddana"
verso le zone cerealicole, attirati da un congruo guadagno, che faceva
dimenticare l'immane fatica del lavoro e la lontananza, anche se
temporanea, dai propri affetti più cari, al lavoro della mietitura
seguiva il lavoro più umile, ma non meno faticoso della spigolatura,
che consisteva nella raccolta delle spighe che rimanevano sul terreno
fuori dai covoni di grano, a queste due fasi seguiva la trebbiatura
delle spighe per dividere la granella dalla paglia (spagliari). Nella
zona di riferimento della ricerca la mietitura era riservata soprattutto
a quelle essenze foraggiere che costituivano il rifornimento essenziale
per i prosperosi allevamenti della zona. PESCATORI Reti, nasse, molta audacia e conoscenza delle abitudini dei pesci erano e sono gli arnesi dei pescatori della zona. Le reti e le nasse più che opere di artigiani specifici erano il frutto del sacrificio del pescatore o dei membri della sua famiglia, anche se l'intreccio delle nasse o la tessitura delle reti richiede una particolare maestria, che potrebbe far pensare a degli artigiani specifici. Per le reti un tempo si usava la canapa o il cotone, questo tipo di materiale aveva bisogno di molta manutenzione , infatti succedeva che qualche pesce restava tra le maglie della rete ed imputridendo determinava la lacerazione della stessa ed il pescatore era costretto a rammendare utilizzando uno speciale ago "vugghiola " nella quale era avvolto il filo di cotone o di canapa, ora invece si utilizza filo di nylon, che è molto più resistente e meno attaccabile delle fibre naturali. Esistono diversi tipi di reti, che assumono diversa denominazione in funzione del tipo di pesca svolta: reti di posta con deriva (alalungara); reti di circuizione ("u cianciolu "),che un tempo aveva la lunghezza di 250 m ed adesso se ne tessono di 1000 m ; reti di posta senza deriva tremaglie o " rrizzuolu "; reti da traino " a stràscinu " come la paranza. Per la costruzione delle nasse la materia prima è costituita dal giunco (detto iuncu munti), importato solitamente dalla provincia di Catania. E' necessario tenerlo in acqua per 24 ore prima di cominciare ad intrecciarlo in modo da formare le piccole maglie romboidali tipiche delle nasse, che verranno utilizzate nella così detta pesca minore. Nella fabbricazione delle nasse il pescatore comincia l'intreccio della campana esterna, il cui anello terminale è costituito da una verga di oleastro,si procede quindi alla tessitura della parte interna, a forma di imbuto: i fili terminali di questa parte costituiranno la maglia a trappola che impedisce ai pesci di uscire, una volta penetrati all'interno della nassa. Fatti combaciare perfettamente la campana e l'imbuto, il nassaru procede alla tessitura finale del coperchio. Le nasse nella zona erano utilizzate soprattutto per la pesca degli "asineddi ", tipo di maenide (maena smaris). Per pescare questa specie bisognava conoscere il ciclo della specie , infatti il periodo più propizio era fra marzo e giugno, periodo in cui essa è nella stagione dell'amore " u varu ", l'abilità del pescatore consisteva nell'individuare il branco fra i fondali di "rinazzuolu ", che è formato più da terriccio che da sabbia. RICAMATRICI Accanto al mestiere della sarta, era praticata anche l'arte del ricamo. Spesso esso era eseguito per l'allestimento della dote delle ragazze della famiglia, ma non era raro trovare chi ricamava per le ricche signore del paese e del vicino capoluogo, contribuendo così alle scarse finanze familiari. Il lavoro del ricamo si svolgeva, a secondo della estensione del capo da ricamare, o in un lungo telaio "tilaru ", in cui si lavorava a quattro mani, o in un maneggevole telaio formato da due cerchi concentrici, di diametro di 30 cm circa, in cui si incastra il tessuto da spessore variabile ma mai più . I punti che maggiormente si eseguivano nella zona erano:(i così detti punti sfilati) il 400, il 500 il 700 ; il punto ad intaglio ; il punto rodi ; il punto croce ; il pittoresco ; il punto norvegese. Da menzionare assieme a questi punti impegnativi ci sono pure ; il lavoro ai ferri, con i quali si facevano calze e maglioni per tutta la famiglia, ed il lavoro ad uncinetto, che è un piccolo ferro della lunghezza di 25 cm circa e di spessore variabile ma mai più spesso di 3 mm, con il quale si riusciva a fare anche delle bellissime copriletto matrimoniali.
Intorno al 1900 uno dei mestieri tipici di Capaci era quello del saponaro. Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell'utilizzare la morchia "muria" (residuo dell'olio d'oliva), che il saponaro comprava al frantoio locale o in quelli dei paesi limitrofi, oppure la reperiva da persone che la compravano a loro volta in giro per i paesi "i murialori ". La Muria veniva raccolta e conservata negli otri " utra " (recipiente di pelle di capra) e poi lavorata con l' aggiunta di cenere (ottima quella di scorza di mandorle verdi ), che contiene potassio, questo ultimo serviva per fare avvenire l'idrolisi alcalina degli acidi grassi . Il tutto poi veniva versato in un tipico recipiente "quarara " dalla capienza variabile, ma mai inferiore a 500 l, e fatto bollire nell'apposita " Fornacella" col buco nel centro. Questo recipiente era collegato con dei tubi a delle vasche. Dopo cinque ore di cottura, il sapone, che via via si formava finiva nelle vasche di raffreddamento dove veniva rimosso spesso con l'aiuto di una cazzuola da muratori, quindi veniva conservato in delle latte o barili e pronto per la vendita. Quando il sapone riusciva troppo molle veniva chiamato "trema-trema". Se si voleva che il sapone assumesse una colorazione verde, nella prima fase di cottura si aggiungevano dei rami di fico d'india "pale ". Il sapone che si otteneva nella zona, appunto per l'utilizzo del potassio e non del sodio, era quello molle, che si usava per lavare la biancheria. SIGGIARU Quella del siggiaru era un'attività lavorativa semiprofessionale, in quanto integrata periodicamente con attività consimili.Oltre che costruttore di sedie, quest'ultimo, svolto per le strade dei paesi e dei quartieri urbani. Il lavoro di costruzione di una sedia era costituito da due fasi distinte. La prima consisteva nella sacomatura, nell'intaglio e nell'incollaggio delle aste di legno lavorate variamente (ncavigghiari i seggi era il modo di intendere complessivamente questo complesso di operazioni). La seconda fase, spesso riservata alla collaborazione dei membri della famiglia, moglie e figlie in primo luogo, consisteva invece nell'intreccio e nella definizione del fondo della sedia (ntranari i seggi era l'espressione usata per indicare questo secondo complesso di operazione). L'abilità dell'artigiano si manifestava nella sicurezza con cui incideva e rifiniva i singoli elementi, al fine di poterli successivamente assemblare senza alcuni intervento correttivo. Nella tessitura del fondo della sedia si manifestava invece, accanto all'abilità, il gusto delle decorazioni e delle varianti ad un modello sostanzialmente unitario. STAGNINO Un altro dei mestieri che resiste ma che un tempo era molto praticato è quello dello stagnino "stagnaru". L'artigiano aveva due luoghi di esecuzione della sua professione; nel laboratorio e nelle strade. Il lavoro consisteva nel fare le saldature a stagno per "aggiustare" vari tipi di recipienti metallici; pentole, pentoloni "quarare, contenitori di lamiera per l'acqua da usare nelle abitazioni "quartare, ma soprattutto nel passare o ripassare uno strato di zinco all'interno delle pentole di rame. Quest'ultima operazione era necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame, perchè esso rilascia una sostanza tossica a contatto con gli alimenti, lo strato di zinco creava un sicuro isolante. Gli arnesi che erano usati dallo stagnino erano: delle grosse forbici per tagliare le lamiere da utilizzare per rattoppare, un ferro per fondere lo stagno ed applicarlo nei posti dove era necessario, la forma di questo arnese era più o meno quella di un martello di ferro con la parte finale del manico composta di materiale termoisolante in considerazione del fatto che la parte metallica veniva immersa nella brace incandescente, delle barrette; di una lega di stagno e piombo (per le saldature dolci) di una lega di zinco rame e piombo (per le saldature forti), dei martelli di varia dimensione per sagomare i rattoppi di lamiera. Il metodo di saldatura sfruttava la diversa fusione dei metalli, il ferro aveva la stessa funzione dei moderni saldatori per i circuiti elettrici, ma a differenza di questo era riscaldato col fuoco quindi strumento indispensabile per gli stagnini era un fornello per il fuoco, che spesso era una normale latta di quelle usate per le riserve alimentari, la latta era riempita di carbone, al quale si dava fuoco fino a ridurlo in brace. ZIMMILARU La materia prima impiegata in questa attività era costituita dalla palma nana (Chamaerops humilis) "giummara" di cui venivano utilizzate sia le foglie lanciformi che la parte centrale, tenera e filamentosa (curina). La pianta veniva divelta nel periodo primaverile e lasciata ad essiccare al sole, per poi lavorarne le foglie nel periodo estivo. Si fabbricavano scope e scopini di vario tipo e destinati ad usi diversi. Dalla parte centrale della pianta si ricavavano invece cordicelle ed intrecci vari utilizzati successivamente nella tessitura di contenitori. Lo zimmini (da cui la denominazione dell'operatore) costituiva il contenitore di derrate agricole cui si faceva più ricorso. Lo zimmilaru svolgeva la treccia ripiegandola ogni volta verso il basso, in modo che le punte delle lacinie laterali si accavallassero su quelle interne, alternativamente, assumendo la conformazione di una spina di pesce.
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