|
a
|
|
|

|
|
|
![]() |
![]() |
|
Il
mese di novembre è sempre stato tradizionalmente un periodo ricco di
fiere e eventi particolari in quanto agevolato dalle ricorrenze di
Ognissanti e dei Morti che sancivano il riposo dal lavoro e
contemporaneamente la fine di un ciclo agrario (con la conclusione delle
semine) e un momento di approvvigionamento per affrontare l'inverno. La
Fiera dei Morti non è chiaramente realizzata solo con bancarelle e
oggetti rivolti ai bambini, bensì come dicevamo è una fiera completa e
pertanto è possibile ritrovarvi vettovaglie, indumenti e quant'altro
tipico dei mercati. A Palermo veniva spesso dislocata alla Vucciria,
tant'è che esiste una frase tipica "Sapiri la Vucciria" ossia
conoscere che i regali dei morti non sono donati dai Defunti, bensì dai
vivi. Questo detto tipico nasconde l'innocenza dei bambini che seppur a
conoscenza dell'accaduto fingono di non "sapiri la Vucciria"
al fine di ricevere i regali. Pur non avendo nessun legame con la manifestazione viene da ricordare che la Playa fu scelta quale cimitero pubblico in occasione dell'epidemia di colera del 1837, immediatamente annullata per motivi di igiene pubblica. Fonte: www.cuoreinsicilia.it |

|
Halloween
o "murticeddi"?
LA
NOSTRA HALLOWEEN AMBULANTE. L’altro
ieri sono andato alla Fiera dei Morti. Ogni anno, dopo averla visitata,
con delusione mi riprometto di non ritornarci più e invece, come tutti
i miei concittadini, ci ricasco ogni anno. Non so cosa mi spinga a
rivisitarla, consapevole di ritrovarci le stesse cose dell'anno
precedente, ma noi siamo fatti così, siamo tosti, cocciuti, di
coccio.... come Carraro. Dopo aver acquistato i giocattoli per me e mio
fratello, mentre noi eravamo già sotto le coperte ci facevano capire
che all’ingresso di casa arrivavano i defunti con i doni da mettere
successivamente ai piedi del letto. Mentre loro attuavano questa recita,
con mio fratello battevamo i denti dal terrore. Però non dovevamo avere
paura perché era una mancanza di rispetto verso i morti che, offesi,
avrebbero potuto non regalarci niente. Il mio sonno arrivava tardi,
memore di quello che dicevano i miei compagni di scuola "Stanotti
venunu i motti e ti rattuni i peri!" (stanotte vengono i morti e ti
grattano i piedi). A Palermo, invece, i bambini trovavano il "cestino dei morti", consistente in una base di "ruci 'mmiscu" (dolce misto fatto da rimasugli di biscotti impastati) sulla quale poggia una selezione di frutti di martorana, Paladini di zucchero e la "pupaccena", una statuetta cava fatta con lo zucchero indurito e dipinta con colori leggerissimi. Di solito i regali erano armi: pistole del West con tanto di fodero a cintura. Si caricavano con i gommini nei loro tamburi e quando il cane scattava avveniva il botto. Ma contro chi si sparava se il nemico non c’era? E allora ecco le armi degli indiani, soprattutto archi con le frecce a ventosa. L’indomani era festa! Le strade sembravano quelle di Kansas City, spari dovunque, con lo sceriffo che già padroneggiava su tutti e le bambine davano terra da mangiare, a mo’ di pappa, alle loro nuove figlie-bamboline. Chi aveva il triciclo, chi il Forte Alamo con i soldatini, chi il completino da cow-boy con pistole che sparavano a salve interi caricatori (i famosi "caps") che dopo una settimana, finita la festa, diventavano introvabili. Anche mio padre si divertiva a sparare; spesso mi riconsegnava "le armi" il 5 novembre! Ho il vago sospetto che i giocattoli, alla Fiera dei Morti, se li scegliesse personalmente. C’è da dire, però, che la generazione alla quale appartengo era in un certo senso privilegiata, negli anni dai cinquanta ai settanta c’erano già i giocattoli. Ma dai ricordi dei miei zii e dei miei nonni, quando ai tempi di guerra e dopoguerra un giocattolo era considerato uno sfizio o un capriccio, dove era già un’impresa portare il pane a casa, i doni dei morti ai bimbi erano costituiti soltanto da pere e mele cotte, scarpe, abiti e fucili fatti col cartone. Ed era un sacrificio per i genitori. E’ un rapporto strettissimo quello che lega i catanesi ai propri cari estinti tant'è che per l'occasione viene allestita un fiera ad hoc (fiera dei morti, appunto) dove ci si muove tra bancarelle che offrono merce di varia natura, ma soprattutto i giocattoli per "i picciriddi". Non so se già allora, a Catania, c’era la Fiera dei Morti. Il luogo storico, a dire il vero, è sempre stato Piazza Carlo Alberto, dove si svolge anche "a fera 'o luni" (fiera del lunedì), quotidiano mercato ortofrutticolo e pescheria all'aperto che tuttora conserva l'antico nome poiché si svolgeva solo di lunedì. La fiera si è fatta sempre lì e trent’anni fa aveva un certo fascino. Adesso è una bolgia. Ogni anno, ogni 31 di ottobre frotte di catanesi di qualsiasi ceto sociale, come se andassero allo stadio, si scaraventano in massa alla Fiera dei Morti, una volta ubicata alla Plaja, un’altra volta al porto, un’altra alla Villa Bellini. Da un po’ di anni è al Corso Sicilia e i catanesi (anche quelli benestanti) ci vanno con la baldanza di chi sta per fare l’affare della vita. Ormai si trovano le stesse cose presenti in ogni mercatino rionale italiano: romagnoli che cucinano Fiorentine e frittate con l’ultima bistecchiera, brasiliani che vendono i prodotti dei pellerossa, argentini che vendono dubbi tappeti persiani, napoletani che vendono CD contraffatti sparando ad alto volume l’ultimo successo di Nino D’Angelo o di Gigi D’Alessio. Ma i catanesi ci stanno bene in quella bolgia. "calando" dai loro quartieri sono capaci di girare per più di un’ora per cercare un posto per l’auto, alla fine si assoggetterano agli spietati ricatti di improvvisati parcheggiatori e, già stanchi, si infileranno con felicità in quel girone dantesco puzzolente di patate fritte, di olio, di pizze a taglio andate a male, ma croccante di genuina "catanesità" all’inverosimile, tanto liotrica che farebbe risvegliare dalla tomba Nino Martoglio per scriverci una delle sue commedie. Appena dentro mi viene già sete. Mi avvicino ad una di
quelle bancarelle che offrono di tutto, dal Bacardi al panino con mille
specialità da farsi venire l’intossicazione. Attendo la mia bevanda
accanto alla faccia quasi di cuoio di una porchetta che, poveretta,
sembra dirmi "ti prego, ordina un’altra cosa". All’improvviso
sento in perfetto accento catanese "Ciao m’pare… n’cafè".
Sarà la porchetta? Mi volto e vedo alle mie spalle due vu cumprà
senegalesi alti due metri, neri neri, che rivolgono quel "ciao
compare: un caffè" al barman. Sentirli parlare in dialetto è
davvero uno spasso! Loro lo sanno e lo fanno apposta, questi senegalesi
lisci! Nella zona "antiquariato" c’è quello che cerca di vendere qualcosa di antico. Non sa con chi ha a che fare: "Anticu? Tu si anticu! Chissu vecchiu è!". E ancora: "a n'euru, a n'euru!", che non si capisce se vende a un euro o invoca un'ambulanza per farsi ricoverare alla Neuro. Un altro, forte di aver letto da qualche parte le gesta di un certo Napoleone Bonaparte e di un Napoleone III, cerca di spacciare un mobile in stile Napoleone Terzaparte! La logica non fa una grinza: Bonaparte è stato il primo Napoleone, ha fatto bene il suo dovere (da lì "bona") e la sua dinastia non poteva che arrivare alla terza parte, compresa la mobilia del periodo! Enormi madri di famiglia vendono giocattolini luminosi; altre donne, bellissime da mozzare il fiato, arabe o siciliane o catanesi (in quel contesto dove ormai si mescolano civiltà che reciprocamente cercano e ritrovano le loro origini non ci capisco più niente) vendono altra mercanzia dai Camper-Biochetasi-da Zio Mario-da Zio Nino-da Zia Lucia: "Ma u paninu u voli ca rucula o ca maionesi? Ci mettu n’pocu di pocchetta?: - "Pani di Lintini originali, ah…"s’accomota…" In un angolino mi accorgo della presenza di una piccola folla. I catanesi vengono assaliti dalla loro innata curiosità ed io, da buon concittadino, mi avvicino. Al centro dell’anello umano tre pellerossa stanno suonando con chitarre e flauti "Let it be" dei Beatles cercando di ottenere, a fine esibizione, delle offerte. Vedendo cosa sono costretti a fare per vivere i veri padroni d’America, mi viene da dire "Guarda come si è ridotto un grande popolo!". Un catanese, a me vicino, continua la considerazione: "……..e sunavanu macari bella musica!". Sempre più divertito, mi allontano
fra le bancarelle di giocattoli. I bambini davanti a quei balocchi
cominciano ad essere sempre più esigenti e si ricordano del prodotto
che hanno visto in tv; vogliono questo, vogliono quello e invece
ricevono ceffoni, ne prendono di santa ragione da madri nervose, padri
nervosi, nonni nervosi (per la verità già da piccoli hanno le
cosidette "corna"). Tutti sono nervosi, pure i vigili urbani
sono nervosi, anche la gioventù che va a spasso con la sciarpa da
ultras e coi capelli mezzo rasati è nervosa. All’incrocio fra il vialetto delle scarpe e quello delle felpe, intere famiglie si ritrovano e si salutano parlando di cassa integrazione, di assegni di assistenza, di TFR, di arrampicate sul campanile della Cattedrale per manifestare contro le autorità, di bivacchi davanti al Municipio perché la fabbrica sta chiudendo. Puntualmente si fanno fregare sulla scarpe strette "mi stanno un po' strette" e il venditore "signora, poi cedono...", oppure "mi stanno un po' larghe" e il venditore "signora mia, queste si adattano al piede e poi si restringono". E fra l'ennesima fregatura parlano del Nord, del lavoro "n’continenti", perché al Nord di lavoro ce ne sta tanto. Però loro non vogliono commettere l’errore dei loro nonni, non vogliono tornare qui in età pensionabile portandosi dietro un cancro ai polmoni beccato nelle fabbriche piemontesi; se proprio se lo devono beccare, che sia alla pelle per il troppo sole che hanno preso... perchè vogliono morire qui. Stavolta, con caparbietà, vogliono vivere a casa loro, stavolta la loro terra non la vogliono lasciare. A tutti i costi, anche campando della vendita di caldarroste. Li lascio alle loro speranze:- Ma tu ppi cu voti? - Belluscono….- Ma cchi dici? Non è candidatu o Cumuni….- Turi…. comu si chiama chiddu…..ah… Sciampagnini! Poi si rimettono in cammino alla ricerca delle scarpe giuste che, in ogni caso, dopo due giorni li costringeranno ad una visita podologica. Abbagliati da tutto quel ben di Dio luccicante acquisteranno anche altri oggetti inutili che non useranno mai, che non serviranno a nulla, che arrivati a casa si guasteranno. L’affare della loro vita, come ogni anno, non l’hanno fatto, ma non fa niente. Domattina per le strade non ci saranno più gli spari di una volta ma finestre chiuse dalle quali si intravedono televisori accessi che proiettano silenziosi videogiochi acquistati dai marocchini, che non funzioneranno e che bisognerà riportare per il ricambio. E di nuovo la ricerca del parcheggio, il marocchino che non si trova perchè sono tutti uguali…ma non fa niente….. tanto siamo indistruttibili, inossidabili. Alla Fiera dobbiamo andarci, costi quel che costi, perché ci divertiamo da matti in quella Halloween ambulante in cui tutti, ma proprio tutti, ritorniamo "picciriddi". Tanto, domani è festa e non si lavora… e
dopodomani nemmeno.
|
|
( L’attesa.Nella
notte tra l’1 e il 2 novembre per i bambini si rinnova la credenza
della visita notturna dei Defunti Un
occhio aperto, l’altro socchiuso. I bambini aspettano incuriositi,
finché il sonno non prende il sopravvento. Nella
speranza e nel timore che si riesca a vedere se i defunti ritornano
davvero. Già, proprio i morti, che secondo la tradizione la notte tra
l’1 e il 2 novembre, in silenzio mentre tutti dormono, entrano in
casa, accarezzano e baciano in fronte i propri amati, rimboccano loro le
coperte e poi si allontanano, non prima però di aver lasciato tanti
doni nascosti per casa: dentro un armadio, sul tappeto o magari sotto il
letto, perché la gioia dei bimbi al mattino è proprio quella di
cercare i regali che durante la "visita" notturna i nonni, gli
zii, i parenti che non ci sono più, hanno lasciato chissà dove per
casa. Il
giorno dedicato ai defunti è una festività che in Sicilia si tramanda
da generazioni, senza paura, nel tentativo sovente di creare un legame
affettivo tra le nuove generazioni e quelle scomparse da tempo, ma
rimaste nel cuore di chi resta proprio per essere tramandate. I cari
defunti, che nell’immaginario collettivo sono cupi e addolorati, la
notte tra l’1 e il 2 novembre si trasformano, diventano sorridenti e,
abbandonando per qualche ora le loro eterne dimore, distribuiscono
giocattoli, dolci e vestiti ai bimbi. Nel
tempo i doni sono cambiati e così le pistole giocattolo, che i bambini
attendevano con ansia, hanno lasciato spazio a playstation, robot,
automobiline, trenini elettrici ed interi cantieri in miniatura; le
bambine, invece, continuano a trovare le classiche bambole che piangono
senza il ciuccio, Barbie, cucine con tutto il pentolame, forni per
cuocere i dolci e tanti abiti. La tradizione vuole che poi si vada al
cimitero a portare fiori, per ringraziare i propri cari per la loro
generosità e a ricordarli come quando erano in vita. Il
giorno dei morti è il giorno che Da
qui in poi la storia, che è sospesa tra religione e leggenda, diventa
più chiara. Il rito della commemorazione dei defunti sopravvive alle
epoche e ai culti: dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, fino al
Messico e alla Cina, è un proliferare di riti, dove l’unico comune
denominatore è consolare le anime dei defunti perché siano propizie
per i vivi. La
tradizione celtica fu quella che ebbe maggiore eco. La celebrazione più
importante del calendario celtico era la "notte di Samhain",
la notte di tutti i morti e di tutte le anime, che si festeggiava tra il
31 ottobre e il 1° novembre. In
epoca cristiana, queste tradizioni erano ancora molto presenti: In
memoria dei cari scomparsi ci si mascherava da santi, da angeli e
diavoli e si accendevano falò. Riti religiosi che nel tempo si sono
mescolati al pagano, dunque, ma ancora oggi durante la notte dei morti,
c’è chi lascia sui davanzali un cero acceso, per far "luce"
ed accogliere il passaggio dei propri cari. Mentre tra gli anziani c’è
ancora chi riesce persino a vedere le anime camminare per le strade, in
una notte sospesa tra l’amore e il ricordo. Lucy
Gullotta
Giovanni Verga – da VAGABONDAGGIO (1887) Nella collina solitaria, irta di croci sull’occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d’armenti, c’è un’ora di festa, quando l’autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe. Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c’era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s’accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell’azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell’abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre. Narrava
la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso,
fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e
che ogni anno, il dì dei Morti - nell’ora in cui le mamme vanno in
punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei
loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di
regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio
gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i
morti - un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si
levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri
che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani
pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che
chiamavasi per ciò « Tutto
l’anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli
circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo Erano defunti d’ogni età e d’ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l’ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell’azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d’angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude. Poscia, nell’ore in cui il sole moriva sull’orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all’altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell’ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d’orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell’ora torbida dell’agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all’altra, come li porta il vento. - Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero. - Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d’aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch’esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito! A quell’ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella «Camera del Prete», recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate. Più nulla! più nulla! - Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo. - Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell’altro l’arma omicida. - Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall’agonia. - Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell’attesa già disperata. - Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. - E neppure le lotte in cui l’uno si è logorato. - Né le speranze che hanno accompagnato l’altro sin là. - Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. - Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. - Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. - Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. - E non l’azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. - L’onda che s’ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa. Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l’argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l’enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall’incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell’argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete». Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.
|
|
|
I dolci della nostra tradizione di Melania Mertoli Tra Rame di Napoli, Ossa di Morto e Totò, questa festa rischia di essere un attentato alla nostra linea. Curiosità sulle loro antiche origini In
questo mese, in tutti i bar, panifici e pasticcerie di Catania si
possono trovare vere e proprie leccornie, orgoglio della nostra antica
tradizione gastronomica. Sono buonissimi, ricchi di sapori e odori. Ma
li conosciamo veramente ? Sappiamo da dove derivano e perché si
chiamano così ? I più venduti sono Rame
di Napoli, seguiti da
Ossa di Morto
e Totò,
ma anche Piparelle
e ‘Nduzzi
non sono da meno. Cominciamo dai Rame di Napoli. Sono biscotti ricoperti
di cioccolato scuro fondente o bianco, eseguiti in due versioni:
semplici e ripieni con la marmellata di albicocche. L’ultima versione
li vuole con la Nutella all’interno, cosa che potrebbe far perdere il
vero gusto ai nuovi conoscitori di questi dolci. Una
curiosità che li riguarda è che, mentre qui a Catania sono ultra
conosciuti, a Napoli li sconoscono. Strano, no ? Noi lo abbiamo appurato
telefonando alla pasticceria Scaturchio, la più antica della città –
risale al 1903 - e chiedendo anche ad alcuni napoletani. Non ne hanno
mai sentito parlare. E allora il loro nome da cosa nasce ? “ Da un
atto di stupido vassallaggio che noi catanesi abbiamo tributato a
Napoli. Per fare onore a questa città, al tempo del regno delle due
Sicilie – ci spiega il gastronomo e scrittore Pino Correnti –. Ma
Napoli di questo dolce non ne sapeva niente”. La dimostrazione di ciò
risiede nel fatto che tutt’oggi nella città partenopea non sanno cosa
siano. I “Totò” – diminutivo siciliano del nome Salvatore –
sono simili ai Rame di Napoli, ma anziché essere ricoperti di
cioccolato fondente, sono ricoperti di cioccolato liquido e hanno una
forma diversa. Passiamo alle “Ossa di morto” - chiamate anche “Pasta di garofano”. Questi biscotti sono formati da una parte chiara e una scura, quest’ultima messa sopra quella chiara, fatta con la stessa pasta e alla quale viene data la forma di piccole ossa una forma diversa. Gli “’nzuddi”, - “Zulle” nella lingua italiana - di cui ci sono due versioni, con le mandorle, più secche o ricoperte al miele, più morbide. Il loro nome deriva da Vincenzo Bellini come tiene a sottolineare il critico gastronomico Pino Correnti, che facendo ricerche in materia è risalito al periodo in cui il cigno catanese, all’età di 6 anni, “componeva la sua prima cantica, sgranocchiando questi dolci ai quali in seguito fu dato il suo nome”. Vincinzuddu Bellini è nato il 2 novembre 1801 e a lui, oltre alla pasta alla norma, dobbiamo attribuire anche questo dolce. La nostra gastronomia offre anche le “Piparelle”, cioè biscotti a forma di fettine di pane, eseguiti con ingredienti naturali quali farina, cioccolato, albumi d’uovo, mandorle e pepe nero, che si possono gustare inzuppandoli nel vino o nel mosto. Questo è il periodo in cui si preparano anche i “cannistri” - o canestri – che si possono regalare ad amici e parenti, in cui si mettono questi dolci, decorandoli con la frutta martorana, fatta di marzapane. Incredibilmente somigliante a quella vera, viene data loro forma di castagne, nespole, fichidindia, ma anche frutti di mare e pesci, tutti incredibilmente dolci. Chiudiamo il quadro delle delizie che vengono prodotti in questa ricorrenza con i “Bersaglieri”, biscotti ai quali viene conferita la forma di bastoncini ricoperti di cioccolato e i “Regina”, fatti come i primi, ma ricoperti di glassa bianca. A buon intenditor, …………….
N'ZUDDI
(ZULLE) Ingredienti: 1 kg di farina 0.0 900 g di zucchero 10 g di ammoniaca latte mandorle Preparazione:
In una ciotola molto capiente unite farina, zucchero, mandorle
sminuzzate, ammoniaca e cominciate pian pianino ad unire il latte
impastando con le mani, attenzione a non versarne troppo!
RAME
DI NAPOLI Per il biscotto: Farina 00, gr 250 Cacao in polvere, amaro, gr 25 Zucchero semolato, gr 125 Mandorle pelate, abbrustolite e spezzettate, gr 25 Cedro candito, in cubetti, gr 25 Latte intero, cc 60 Burro, gr 25 Miele di agrumi, 1 cucchiaino 6 gr di ammoniaca Uova, 1 piccola (max 60 gr) Per
la glassa di cioccolato: Uova, 1 piccola Burro, gr 35 Zucchero a
velo, gr 40 Cacao in polvere, amaro, gr 35; (si può sostituire con
cioccolata 68-70%) Esecuzione:
ricetta e foto provengono da http://www.gennarino.org/nuovo_sito/content/view/292/247/
OSSA
DI MORTO (ossa ri mortu) Tipici biscotti duri, tradizionalmente preparati per la ricorrenza del 2 novembre (festa dei morti) Ingredienti: farina, zucchero, acqua e chiodi di garofano. Preparazione: con la farina, lo zucchero, i chiodi di garofano pestati al mortaio e con un po' d' acqua, preparare un impasto piuttosto morbido e porlo in una pentola sul fuoco. Rimescolando continuamente con la spatola di legno, continuare la cottura finchè l' impasto risulterà soffice. Ungere le apposite formelle con calchi a foggia di ossa, teschi, depositarvi il composto, lasciarlo riposare per un paio di giorni e prima di cuocerle in forno bagnarle alla base con acqua in modo che, durante la cottura, lo zucchero, trasbordando nella parte inferiore, forma una base di sostegno di colore marrone bruciato
Novembre e la Festa dei Morti di Nicola Lupo Essendo
ancora in novembre, si potrebbe incominciare, dalle tradizioni popolari
sui morti, perché il loro culto era molto sentito e condizionava tutta
la vita delle famiglie. C’erano
tanti gradi di lutto a seconda della parentela, dell’età e della
circostanza in cui era avvenuto il decesso: il lutto stretto era quello
che durava più a lungo e con manifestazioni più evidenti: infatti in
quei casi gli uomini dovevano indossare il vestito nero,la camicia
bianca con bottoni neri, e la immancabile cravatta nera e non dovevano
sbarbarsi per parecchi giorni (forse una o due settimane). Passando
al ricordo dei parenti defunti esso era strettamente legato a loro;
perciò ai figli si parlava spesso di loro, sia che li avessero
conosciuti, sia che fossero morti prima; e, quindi, anche i regali si
facevano come mandati dalla nonna o dal nonno morto, e in genere,
venivano effettuati facendoli trovare, dentro le scarpe, il 2 novembre,
commemorativo dei defunti, o quando ricorreva la data della loro
scomparsa. La
visita ai defunti nella prima settimana di novembre allora era un mesto
pellegrinaggio, mentre adesso, mi dicono, sia diventato un grande
ingorgo di automobili, e ai tradizionali fiori freschi, si sono aggiunte
le opere di bene fatte tramite le pie Dame di S. Vincenzo con il
cosiddetto “fiore che non marcisce”: cartellino bordato a lutto, a
riprova dell’offerta, che si depone o appende sulla tomba del caro
estinto con una frase di ricordo e l’indicazione del parente
offerente. Nicola
Lupo Nicola (bronteinseieme.it) |

![]() |
|
![]() |
|
|