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Catania (CT), dal 29 ottobre al 4 novembre 2009

"La Fiera dei Morti rappresenta un appuntamento storico ed importante per la nostra città". Lo afferma l'assessore alle Attività produttive Mario Chisari durante il sopralluogo effettuato ieri nel parcheggio di via Santa Sofia, il sito scelto per ospitare la tradizionale manifestazione in ricorrenza di Ognissanti e dei Morti. Con lui erano presenti il presidente della VI municipalità Sebastiano Anastasi, Nunzio Cappadonna, Filippo Zuccarello e Sebastiano Coco. " Un evento che unisce da un lato l'importante tradizione del culto dei Defunti, e dall'altro la forte vocazione commerciale di Catania. Questa Amministrazione si è prodigata per rendere ogni anno migliore la Fiera e finora ci siamo sempre riusciti". Anche quest'anno, dopo il successo dell'anno scorso, sarà il parcheggio di Santa Sofia ad ospitare l'evento. Una scelta quasi obbligatoria dopo gli apprezzamenti di avventori e commercianti. Un segnale all'insegna della continuità e dell'interesse che l'amministrazione Stancanelli rivolge alle periferie: "E' stata un'idea geniale che servirà da volano per una parte di Catania finalmente rivalutata- afferma Anastasi- troppo spesso Trappeto Nord è finita sulla pagine di cronaca nera. Con questa manifestazione di accenderanno i riflettori sulla parte sana del territorio". La fiera dei morti di Catania, pur non rinunziando alla sua storia, si adegua alla mutevolezza degli ultimi tempi. Una scelta decisa verso le tipiche produzioni siciliane, contenendo la quantità della merce importata, repe­ribile nei negozi e nel mercato settima­nale. Il risultato è una vasta area munita di stand adatti e di infrastrutture indispensabili quali par­cheggi, impianti per incontri commer­ciali, dibattiti culturali, divertimenti, spettacoli e fiera_catanialocali per la ristorazione e per i servizi igienici. "Gli stand saranno almeno 250 ed ospiteranno circa 500 box- sottolinea Cappadonna- ci sarà uno spazio dedicato ai parcheggi. Abbiamo persino eliminato le zone d'ombra e fatto in modo che ogni singola area sia rivalutata come merita". Un salto di qualità, finalizzato alla trasformazione delle fiera mercato- nelle passate amministrazioni- in rassegna campionaria ed espositiva sotto il Sindaco Stancenelli. Il risultato?Un valido strumento di sviluppo per la città e il suo hinterland. Tante le persone che quest'anno verranno alla fiera dei morti per fare gli acquisti e per godersi una passeggiata in famiglia e con gli amici. Arrivare al sito con la voglia autentica di ritrovarsi sotto uno skyline che non è esattamente quello del solito centro commerciale. " Siamo riusciti ad ospitare mezzo milione di persone provenienti da tutta la Sicilia Orientale- sottolinea il vice Sindaco Mario Chisari- una vera e propria fiera campionaria che ha incontrato la soddisfazione ed il piacere di tutti. Le tante dimostrazioni di stima sono garanzia che il parcheggio di Santa Sofia è una scelta vincente".


 

 

 

Il mese di novembre è sempre stato tradizionalmente un periodo ricco di fiere e eventi particolari in quanto agevolato dalle ricorrenze di Ognissanti e dei Morti che sancivano il riposo dal lavoro e contemporaneamente la fine di un ciclo agrario (con la conclusione delle semine) e un momento di approvvigionamento per affrontare l'inverno.
In Sicilia si credeva che, alla rinascita dei semi, i Defunti tornassero portando con loro fiori per far gioire i viventi e rallegrando i bambini con giocattoli, dolci e frutta secca.
La tradizione narra che nella notte tra 1 e 2 novembre i Morti lascino le loro dimore abituali per trafugare denaro, oggetti e dolci e consegnarli l'indomani ai bambini. L'evento assume pertanto dei processi rituali che coinvolgono le mamme per prime nell'atto di preparare la giusta atmosfera a stimolare nei bambini il senso di rispetto nei confronti dei Defunti insieme all'agitazione e la frenesia che tipicamente riveste il clima festivo.
I Morti assumono tradizionalmente aspetti diversi nei vari paesi siciliani. Ad Acireale giravano avvolti nel lenzuolo bianco, mentre in alcuni paesi etnei si trasformavano in formiche per poter entrare nelle case dei loro parenti da fessure e anfratti per non farsi vedere.
Capita spesso che le tradizioni si intreccino e scambino atti e manifestazioni tipiche. Infatti il Pitrè narra che in provincia di Catania, ma anche in altri luoghi siciliani, i bambini lascino le loro scarpe vecchie o le ciabatte in angoli della casa per ritrovare il 2 novembre un paio di scarpe nuove, o le scarpe piene di dolci e giocattoli oppure di cenere e carbone per i monelli, a modificare e anticipare la più nota tradizione che vuole dedicare queste attività alla Befana.

La Fiera dei Morti non è chiaramente realizzata solo con bancarelle e oggetti rivolti ai bambini, bensì come dicevamo è una fiera completa e pertanto è possibile ritrovarvi vettovaglie, indumenti e quant'altro tipico dei mercati. A Palermo veniva spesso dislocata alla Vucciria, tant'è che esiste una frase tipica "Sapiri la Vucciria" ossia conoscere che i regali dei morti non sono donati dai Defunti, bensì dai vivi. Questo detto tipico nasconde l'innocenza dei bambini che seppur a conoscenza dell'accaduto fingono di non "sapiri la Vucciria" al fine di ricevere i regali.
A Catania la Fiera dei Morti è allocata alla Playa, nel lungomare con stands espositivi divisi in settori: alimentare, calzature, abbigliamento, giocattoli, etc­.

Pur non avendo nessun legame con la manifestazione viene da ricordare che la Playa fu scelta quale cimitero pubblico in occasione dell'epidemia di colera del 1837, immediatamente annullata per motivi di igiene pubblica.

Fonte: www.cuoreinsicilia.it

Halloween o "murticeddi"?

LA RICORRENZA DEI DEFUNTI
di Gianni Arcidiacono (La Sicilia del 30.10.2006)
La "partita" fra le due feste è aperta. Riuscirà la cupa tradizione irlandese a soppiantare quella siciliana dolce e romantica? La società dei consumi dice sì, ma forse per "il nostro caro estinto" c'è ancora qualche speranza
Irlanda e Sicilia. Fervono già i grandi preparativi nelle due isole. Riuscirà Halloween a soppiantare e a relegare nel totale oblio la festa dei morti? A ben guardare gli addobbi delle vetrine e a vedere i preparativi che in moltissime scuole si stanno effettuando sembra proprio di sì, ma forse qualche possibilità è ancora data, e probabilmente se si spiegasse chiaramente l'origine delle due feste, la bilancia potrebbe ancora pendere dalla parte della Sicilia. Questo sarebbe il compito principale dei genitori e degli insegnanti, ma anche i nonni e i media, possono fare la loro parte. Vediamo un po' di spiegare sperando di essere d'aiuto e di dare uno spunto per ulteriori approfondimenti. Halloween, festa prettamente irlandese, esportata negli Usa negli anni quaranta dell'Ottocento, risale alle antiche tradizioni celtiche. Per i Celti il nuovo anno cominciava il primo novembre; giorno che segnava la fine dell'estate e l'inizio del buio e freddo inverno. Essi ritenevano che nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, tutte le leggi del tempo fossero sospese, permettendo agli spiriti dei morti durante l'anno precedente, di tornare sulla terra in cerca di corpi da possedere per il prossimo anno.
I vivi non volevano essere posseduti, così la notte del 31 ottobre spegnevano i focolari nelle loro case per renderle fredde e indesiderabili, e si travestivano con maschere mostruose, girando per tutto il vicinato e facendo un gran frastuono, di modo da spaventare gli spiriti.
Nel settimo secolo il Papa Bonifacio IV, istituì la festa di Ognissanti il 13 maggio, ma nell'anno 835 Papa Gregorio la spostò al primo novembre, probabilmente per sradicare l'antica festa celtica, che veniva chiamata all-hallows e che da allora si chiamò all-hallows'even, e che nel tempo diventò Halloween. La festa si trasformò, nel mondo anglosassone, in una festa per bambini, che, mascherandosi, andavano in giro, porta a porta, a ripetere il ritornello "Trick or treat?" ossia "dolcetto o scherzetto?". L'origine di tale usanza sembra debba attribuirsi alle leggende che attribuivano alle fate l'uso di fare scherzi pestiferi se non avessero trovato latte e cibo sulla soglia delle case.
Anche la lanterna a forma di zucca, simbolo oggi di Halloween, ha la sua storia.
Una leggenda irlandese racconta che un fabbro di nome Jack incontrò il diavolo nella notte di Halloween. Jack promise la sua anima in cambio di una bevuta; il diavolo accettò e per poter permettere a Jack di pagare, si trasformò in una moneta da sei penny, ma Jack furbamente chiuse la moneta nel proprio borsellino contenente un crocefisso d'argento. Il diavolo non poteva liberarsi, e ottenne la libertà solo dietro la promessa di attendere un anno per reclamare l'anima.
L'anno seguente il diavolo si presentò a Jack, ma questi furbescamente gli chiese di esaudirgli un ultimo desiderio: raccogliergli una mela su un albero; il demonio acconsentì e salì sul melo. Prontamente Jack estrasse il coltello e segnò una croce sul tronco, così il diavolo rimase imprigionato di nuovo. Per poterlo liberare, Jack si fece promettere che il diavolo rinunciasse per sempre ad avere la sua anima. L'anno dopo Jack morì, ma non potè accedere al Paradiso per tutte le
malefatte compiute in vita, così si recò all'inferno, ma il diavolo memore della promessa fatta, lo respinse. Jack non voleva andar via per via del buio fitto, allora il diavolo spazientito gli lanciò un tizzone acceso; per evitare che il vento lo spegnesse, Jack lo pose all'interno della rapa che stava mangiando. Da allora l'anima di Jack vaga per la terra in attesa del giorno del giudizio. Gli irlandesi
chiamano tale figura Jack o' lantern, e la rapa diventò zucca, solo nel 1845, quando a seguito della carestia di patate oltre 700.000 mila irlandesi emigrarono negli Usa, le rape erano difficili da trovare, mentre le zucche erano abbondanti e grandi.
Oggi non solo i bambini ma anche gli adulti amano travestirsi per fare scherzi. Anche questo ha una motivazione. Nei Paesi anglosassoni non esiste la festa di Carnevale, e così si supplisce con Halloween.
In Sicilia invece esiste una gran festa di Carnevale e, come dicevano i romani "semel in anno licet insanire", due volte sarebbe proprio troppo. La notte tra l'uno e il due novembre i nostri cari "murticeddi ", tornano a visitare i proprii cari, e ai bambini portano doni e dolci. La tradizione siciliana è più dolce e romantica, ricorda ai bambini i parenti morti, e fa desiderare la loro visita. Nei tempi andati tutti i bambini, ricchi e poveri, andavano a letto presto e la mattina del due novembre andavano in giro per casa alla ricerca dei doni lasciati dai murticeddi. I più ricchi bei giocattoli e dolci, i meno fortunati un cavalluccio di cartapesta o una formina di mostarda. Le fiere dei morti erano piene di bancarelle ricche di giocattoli e dolci e i bambini pregavano che i loro morticini gli portassero il bene desiderato.
Per l'occasione nella Sicilia occidentale si preparavano Pupi di zucchero, vanto dei maestri pasticceri, oggi difficilissimi da trovare. In Sicilia orientale, invece, rame di Napoli, ossa di morto, n'zuddi, pasta reale e formine di mostarda e di cotognata.
Per tutto si ringraziava i murticeddi, e si andava con animo grato al cimitero per portare loro un fiore. La battaglia non è ancora persa. Non è escluso che la "festività dei morti", possa tornare alle vecchie glorie, e Halloween sia raccontato come fatto di cultura e costume, perché è giusto che ogni popolo debba conservare le proprie usanze e le proprie tradizioni.

 

 

LA NOSTRA HALLOWEEN AMBULANTE. 
Novembre 2004

L’altro ieri sono andato alla Fiera dei Morti. Ogni anno, dopo averla visitata, con delusione mi riprometto di non ritornarci più e invece, come tutti i miei concittadini, ci ricasco ogni anno. Non so cosa mi spinga a rivisitarla, consapevole di ritrovarci le stesse cose dell'anno precedente, ma noi siamo fatti così, siamo tosti, cocciuti, di coccio.... come Carraro.
La festa di Ognissanti fu istituita nell'ottavo secolo da Gregorio II e nel 998 Odilio, abate di Cluny, aggiunse nel giorno seguente la festa di tutte le anime. Il due di novembre, dunque, nei paesi cattolici si commemorano i defunti con messe e processioni e con una serie di rituali.
In Sicilia si chiama "íornu di li morti", o semplicemente "li morti", ed è una ricorrenza molto sentita, differente da provincia a provincia.
A Palermo si va a visitare le Catacombe dei Cappuccini fuori Porta Nuova, dove per antica usanza gli scheletri pendono attaccati alle pareti, esposti agli occhi dei loro congiunti che accendono per loro candele di cera. Ai bimbi palermitani si chiede che quella sera se ne stiano tutti al mercato della Vuccíria; luogo dove una volta si festeggiava l’usanza. E la frase proverbiale "Sapiri la Vucciria" significa sapere che le "cose" dei morti (i regali ai bambini) non son donate dai morti, ma bensì dai vivi, e quindi conoscere quest’inganno significa essere accorto, scaltro e malizioso. Ad Acireale si consumano li favi'n quasuni, cioè fave cucinate in un particolar modo, secondo un antico rito romano in cui il pater familias allontanava le anime dei defunti lanciando dietro di sé delle fave nere.

Ma che aspetto hanno i morti siciliani? Si dice che ad Acireale vestano di bianco avvolti nel lenzuolo e calzino scarpe di seta, forse per eludere la vigilanza dei venditori ai quali andranno a rubare qualche cosa; a Partinico nel solo lenzuolo a piedi nudi e con un grattugia di sotto; a Milazzo col teschio pesante che hanno sul debole collo; a Catania passeggiano in processione per le strade recitando il rosario; in altri comuni etnei camminano con un collo sottilissimo quanto un filo; a Salemi si dice che la messa dei morti sia celebrata tra le ore di mezzogiorno ed il vespro: quando suonano le campane. Chi, tratto in inganno, entra in chiesa e vede il volto cadaverico di un prete, deve fuggire immediatamente facendosi il segno della croce. Altrimenti non sopravvivrà; a Modica si pensava che i morti risorgessero la notte della loro festa e quando canta il gallo per la prima volta escono a schiera dalle sepolture e si ordinano a due a due come nelle processioni e camminano lentamente; a Francofonte credevano che al primo risorgere dicessero "cumanna cumanna!" e subito diventavano vento; ad Erice, rifacendosi ad antichi usi funebri, si credeva che i morti mangiassero; a Messina, invece, gli adulti avevano l'abitudine di andare al cimitero e, seduti vicino alle tombe, mangiare e bere allegramente per poter vivere più lungamente i parenti morti.
Dovunque vadano, si faranno formiche per entrare nelle case dei loro congiunti, per penetrare nelle fessure delle porte in modo che passino i loro doni.
La leggenda dice pure che durante il viaggio dei morti le campane della parrocchia suonano tutta la notte a mortorio, e che le mamme e le nonne, nelle prime ore della sera, trattengono figli e nipoti raccontando loro le geste dei morti. E si celebrano le messe, perché in Sicilia si crede che a celebrare la messa dei morti siano condannate le anime dei preti che ingannarono i fedeli, non celebrando, per avidità di guadagno, le messe per cui avevano ricevuto le elemosine. I siciliani le chiamano appunto "misse scurdate".
Quindi, nella notte fra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti lasciano le loro nicchie e scendono in città a rubare ai più ricchi pasticcieri, mercanti, sarti, per far regali ai bambini dei loro parenti che siano stati buoni nell'anno e che li abbiano pregati. E la preghiera fanciullesca è questa: "Armi santi, armi santi, sugnu unu e vuatri síti tanti: Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai, cosi di morti mittitimìnni assai.". In realtà i derubati sono papà e mamma, e i nonni. Ricordo ancora l’operetta che mettevano in scena i miei genitori la notte prima. 

Dopo aver acquistato i giocattoli per me e mio fratello, mentre noi eravamo già sotto le coperte ci facevano capire che all’ingresso di casa arrivavano i defunti con i doni da mettere successivamente ai piedi del letto. Mentre loro attuavano questa recita, con mio fratello battevamo i denti dal terrore. Però non dovevamo avere paura perché era una mancanza di rispetto verso i morti che, offesi, avrebbero potuto non regalarci niente. Il mio sonno arrivava tardi, memore di quello che dicevano i miei compagni di scuola "Stanotti venunu i motti e ti rattuni i peri!" (stanotte vengono i morti e ti grattano i piedi).
La mattina dopo, al risveglio, con timore mi affacciavo sotto il letto per vedere cosa mi avevano lasciato questi morti. Io ci avrei rinunciato tranquillamente ai giocattoli, sapendo che arrivavano dall’aldilà. Impiegavo almeno dieci minuti prima di vedere che c’era sotto il letto. Mi immaginavo di vedere all’improvviso lo scheletro di mia nonna che mi porgeva, sorridente, la pista Politoys e mi diceva "ioca, beddu da nanna" (gioca, nipotino bello di nonna tua). Comunque, anche se ricca di tradizioni, è un’usanza macabra, degna della migliore produzione di Stephen King e che farebbe imbestialire qualsiasi pediatra o psichiatra infantile. Purtroppo, per ottenere i giocattoli dovevamo superare questa prova. Ma il sadismo dei genitori nel terrorizarci non si limitava ai giocattoli. L’indomani, mentre giocavamo, ci "invitavano" a mangiare i dolci tipici di questa ricorrenza: le rame di Napoli al cioccolato, i Totò, le n’Zulle e gli immancabili "ossa 'i mortu": macabri dolcetti a forma di teschio o tibia o femore o falange di pasta bianca che subito si sfarina sotto i denti, proprio come ossa calcinate, il tutto deposto su uno strato croccante di pasta marroncina: la bara! 

A Palermo, invece, i bambini trovavano il "cestino dei morti", consistente in una base di "ruci 'mmiscu" (dolce misto fatto da rimasugli di biscotti impastati) sulla quale poggia una selezione di frutti di martorana, Paladini di zucchero e la "pupaccena", una statuetta cava fatta con lo zucchero indurito e dipinta con colori leggerissimi. Di solito i regali erano armi: pistole del West con tanto di fodero a cintura. Si caricavano con i gommini nei loro tamburi e quando il cane scattava avveniva il botto. Ma contro chi si sparava se il nemico non c’era? E allora ecco le armi degli indiani, soprattutto archi con le frecce a ventosa.

L’indomani era festa! Le strade sembravano quelle di Kansas City, spari dovunque, con lo sceriffo che già padroneggiava su tutti e le bambine davano terra da mangiare, a mo’ di pappa, alle loro nuove figlie-bamboline. Chi aveva il triciclo, chi il Forte Alamo con i soldatini, chi il completino da cow-boy con pistole che sparavano a salve interi caricatori (i famosi "caps") che dopo una settimana, finita la festa, diventavano introvabili. Anche mio padre si divertiva a sparare; spesso mi riconsegnava "le armi" il 5 novembre! Ho il vago sospetto che i giocattoli, alla Fiera dei Morti, se li scegliesse personalmente. 

C’è da dire, però, che la generazione alla quale appartengo era in un certo senso privilegiata, negli anni dai cinquanta ai settanta c’erano già i giocattoli. Ma dai ricordi dei miei zii e dei miei nonni, quando ai tempi di guerra e dopoguerra un giocattolo era considerato uno sfizio o un capriccio, dove era già un’impresa portare il pane a casa, i doni dei morti ai bimbi erano costituiti soltanto da pere e mele cotte, scarpe, abiti e fucili fatti col cartone. Ed era un sacrificio per i genitori. 

E’ un rapporto strettissimo quello che lega i catanesi ai propri cari estinti tant'è che per l'occasione viene allestita un fiera ad hoc (fiera dei morti, appunto) dove ci si muove tra bancarelle che offrono merce di varia natura, ma soprattutto i giocattoli per "i picciriddi". Non so se già allora, a Catania, c’era la Fiera dei Morti. Il luogo storico, a dire il vero, è sempre stato Piazza Carlo Alberto, dove si svolge anche "a fera 'o luni" (fiera del lunedì), quotidiano mercato ortofrutticolo e pescheria all'aperto che tuttora conserva l'antico nome poiché si svolgeva solo di lunedì. La fiera si è fatta sempre lì e trent’anni fa aveva un certo fascino. 

Adesso è una bolgia. Ogni anno, ogni 31 di ottobre frotte di catanesi di qualsiasi ceto sociale, come se andassero allo stadio, si scaraventano in massa alla Fiera dei Morti, una volta ubicata alla Plaja, un’altra volta al porto, un’altra alla Villa Bellini. 

Da un po’ di anni è al Corso Sicilia e i catanesi (anche quelli benestanti) ci vanno con la baldanza di chi sta per fare l’affare della vita. Ormai si trovano le stesse cose presenti in ogni mercatino rionale italiano: romagnoli che cucinano Fiorentine e frittate con l’ultima bistecchiera, brasiliani che vendono i prodotti dei pellerossa, argentini che vendono dubbi tappeti persiani, napoletani che vendono CD contraffatti sparando ad alto volume l’ultimo successo di Nino D’Angelo o di Gigi D’Alessio. 

Ma i catanesi ci stanno bene in quella bolgia. "calando" dai loro quartieri sono capaci di girare per più di un’ora per cercare un posto per l’auto, alla fine si assoggetterano agli spietati ricatti di improvvisati parcheggiatori e, già stanchi, si infileranno con felicità in quel girone dantesco puzzolente di patate fritte, di olio, di pizze a taglio andate a male, ma croccante di genuina "catanesità" all’inverosimile, tanto liotrica che farebbe risvegliare dalla tomba Nino Martoglio per scriverci una delle sue commedie. 

Appena dentro mi viene già sete. Mi avvicino ad una di quelle bancarelle che offrono di tutto, dal Bacardi al panino con mille specialità da farsi venire l’intossicazione. Attendo la mia bevanda accanto alla faccia quasi di cuoio di una porchetta che, poveretta, sembra dirmi "ti prego, ordina un’altra cosa". All’improvviso sento in perfetto accento catanese "Ciao m’pare… n’cafè". Sarà la porchetta? Mi volto e vedo alle mie spalle due vu cumprà senegalesi alti due metri, neri neri, che rivolgono quel "ciao compare: un caffè" al barman. Sentirli parlare in dialetto è davvero uno spasso! Loro lo sanno e lo fanno apposta, questi senegalesi lisci!
Mentre mi appresto a pagare, vedo un gruppo di ragazzi che stanno portando alla cassa le vettovaglie per la gita dell’indomani (visto che capita di festivo e immancabilmente …. o’ Milu!) ed avevano pure otto ciambelle di pane da più di un chilo ciascuna, i cosiddetti "cucciddati". Scherzando, dico a uno di loro: "Ma a che vi serviranno mai domani tutte queste ciambelle? Quanti siete, una trentina?" E il ragazzo catanese, con una risposta bruciante mi indica le ciambelle e iniziando a contarle dice: "Semu ottu: Iu, Ninu, Arazzio, Melo, Turi, Pippo, Giuvanni e Cicciu."

Nella zona "antiquariato" c’è quello che cerca di vendere qualcosa di antico. Non sa con chi ha a che fare: "Anticu? Tu si anticu! Chissu vecchiu è!". E ancora: "a n'euru, a n'euru!", che non si capisce se vende a un euro o invoca un'ambulanza per farsi ricoverare alla Neuro. Un altro, forte di aver letto da qualche parte le gesta di un certo Napoleone Bonaparte e di un Napoleone III, cerca di spacciare un mobile in stile Napoleone Terzaparte! La logica non fa una grinza: Bonaparte è stato il primo Napoleone, ha fatto bene il suo dovere (da lì "bona") e la sua dinastia non poteva che arrivare alla terza parte, compresa la mobilia del periodo! 

Enormi madri di famiglia vendono giocattolini luminosi; altre donne, bellissime da mozzare il fiato, arabe o siciliane o catanesi (in quel contesto dove ormai si mescolano civiltà che reciprocamente cercano e ritrovano le loro origini non ci capisco più niente) vendono altra mercanzia dai Camper-Biochetasi-da Zio Mario-da Zio Nino-da Zia Lucia: "Ma u paninu u voli ca rucula o ca maionesi? Ci mettu n’pocu di pocchetta?: - "Pani di Lintini originali, ah…"s’accomota…" 

In un angolino mi accorgo della presenza di una piccola folla. I catanesi vengono assaliti dalla loro innata curiosità ed io, da buon concittadino, mi avvicino. Al centro dell’anello umano tre pellerossa stanno suonando con chitarre e flauti "Let it be" dei Beatles cercando di ottenere, a fine esibizione, delle offerte. Vedendo cosa sono costretti a fare per vivere i veri padroni d’America, mi viene da dire "Guarda come si è ridotto un grande popolo!". Un catanese, a me vicino, continua la considerazione: "……..e sunavanu macari bella musica!". 

Sempre più divertito, mi allontano fra le bancarelle di giocattoli. I bambini davanti a quei balocchi cominciano ad essere sempre più esigenti e si ricordano del prodotto che hanno visto in tv; vogliono questo, vogliono quello e invece ricevono ceffoni, ne prendono di santa ragione da madri nervose, padri nervosi, nonni nervosi (per la verità già da piccoli hanno le cosidette "corna"). Tutti sono nervosi, pure i vigili urbani sono nervosi, anche la gioventù che va a spasso con la sciarpa da ultras e coi capelli mezzo rasati è nervosa.
Fra la frutta e verdura con cartelli che fanno sganasciare dalle risate, tipo "fiche nostrane" su una cassetta di fichi secchi, passa un milanese che chiede a un venditore di lumache "quanto vanno all'etto?" e il venditore "quannu vannu a lettu no' sacciu, ma ogni matina e' cincu i trovu tutti ccaà!" (quando vanno a letto non lo so, ma ogni mattina alle cinque le trovo tutte qua).
Non lo fa capire, ma è stanco e nervoso anche il commerciante che cerca di rifilare a una giovane madre la tutina troppo stretta per il bambino. E quando devono "rifilare" si raffinano con una sorta di lingua italiana che, a modo loro, li fa apparire più "professionali"……: signora, guardi che questa tutina la mette pure mio figlio che ha due anni come quello suo…..suo figlio ha fatto due anni l’1giugno? Mio figlio il 3 giugno…. che coincidenza, "se la spaciano" di due giorni!!!! 

All’incrocio fra il vialetto delle scarpe e quello delle felpe, intere famiglie si ritrovano e si salutano parlando di cassa integrazione, di assegni di assistenza, di TFR, di arrampicate sul campanile della Cattedrale per manifestare contro le autorità, di bivacchi davanti al Municipio perché la fabbrica sta chiudendo. Puntualmente si fanno fregare sulla scarpe strette "mi stanno un po' strette" e il venditore "signora, poi cedono...", oppure "mi stanno un po' larghe" e il venditore "signora mia, queste si adattano al piede e poi si restringono".  E fra l'ennesima fregatura parlano del Nord, del lavoro "n’continenti", perché al Nord di lavoro ce ne sta tanto. Però loro non vogliono commettere l’errore dei loro nonni, non vogliono tornare qui in età pensionabile portandosi dietro un cancro ai polmoni beccato nelle fabbriche piemontesi; se proprio se lo devono beccare, che sia alla pelle per il troppo sole che hanno preso...  perchè vogliono morire qui. Stavolta, con caparbietà, vogliono vivere a casa loro, stavolta la loro terra non la vogliono lasciare. A tutti i costi, anche campando della vendita di caldarroste. 

Li lascio alle loro speranze:- Ma tu ppi cu voti? - Belluscono….- Ma cchi dici? Non è candidatu o Cumuni….- Turi…. comu si chiama chiddu…..ah… Sciampagnini! Poi si rimettono in cammino alla ricerca delle scarpe giuste che, in ogni caso, dopo due giorni li costringeranno ad una visita podologica. Abbagliati da tutto quel ben di Dio luccicante acquisteranno anche altri oggetti inutili che non useranno mai, che non serviranno a nulla, che arrivati a casa si guasteranno. L’affare della loro vita, come ogni anno, non l’hanno fatto, ma non fa niente. Domattina per le strade non ci saranno più gli spari di una volta ma finestre chiuse dalle quali si intravedono televisori accessi che proiettano silenziosi videogiochi acquistati dai marocchini, che non funzioneranno e che bisognerà riportare per il ricambio. 

E di nuovo la ricerca del parcheggio, il marocchino che non si trova perchè sono tutti uguali…ma non fa niente….. tanto siamo indistruttibili, inossidabili. Alla Fiera dobbiamo andarci, costi quel che costi, perché ci divertiamo da matti in quella Halloween ambulante in cui tutti, ma proprio tutti, ritorniamo "picciriddi". 

Tanto, domani è festa e non si lavora… e dopodomani nemmeno.
(Mimmo Rapisarda)

 

 

LA FESTA DEI BAMBINI

( La Sicilia , 28.10.2007)

L’attesa.Nella notte tra l’1 e il 2 novembre per i bambini si rinnova la credenza della visita notturna dei Defunti .

Un occhio aperto, l’altro socchiuso. I bambini aspettano incuriositi, finché il sonno non prende il sopravvento.

Nella speranza e nel timore che si riesca a vedere se i defunti ritornano davvero. Già, proprio i morti, che secondo la tradizione la notte tra l’1 e il 2 novembre, in silenzio mentre tutti dormono, entrano in casa, accarezzano e baciano in fronte i propri amati, rimboccano loro le coperte e poi si allontanano, non prima però di aver lasciato tanti doni nascosti per casa: dentro un armadio, sul tappeto o magari sotto il letto, perché la gioia dei bimbi al mattino è proprio quella di cercare i regali che durante la "visita" notturna i nonni, gli zii, i parenti che non ci sono più, hanno lasciato chissà dove per casa.

Il giorno dedicato ai defunti è una festività che in Sicilia si tramanda da generazioni, senza paura, nel tentativo sovente di creare un legame affettivo tra le nuove generazioni e quelle scomparse da tempo, ma rimaste nel cuore di chi resta proprio per essere tramandate. I cari defunti, che nell’immaginario collettivo sono cupi e addolorati, la notte tra l’1 e il 2 novembre si trasformano, diventano sorridenti e, abbandonando per qualche ora le loro eterne dimore, distribuiscono giocattoli, dolci e vestiti ai bimbi.

Nel tempo i doni sono cambiati e così le pistole giocattolo, che i bambini attendevano con ansia, hanno lasciato spazio a playstation, robot, automobiline, trenini elettrici ed interi cantieri in miniatura; le bambine, invece, continuano a trovare le classiche bambole che piangono senza il ciuccio, Barbie, cucine con tutto il pentolame, forni per cuocere i dolci e tanti abiti. La tradizione vuole che poi si vada al cimitero a portare fiori, per ringraziare i propri cari per la loro generosità e a ricordarli come quando erano in vita.

Il giorno dei morti è il giorno che la Chiesa cattolica dedica alla commemorazione dei defunti, ma la festa ha origini antiche, che uniscono paesi lontani per epoche e distanze. La nascita della festività e, soprattutto, il fatto che i festeggiamenti cadano il 2 novembre, non sono casuali. Civiltà antichissime celebravano la festa degli antenati o dei defunti in un periodo che cadeva proprio tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre. Questa data sembra riferirsi al periodo del grande Diluvio di cui parla la Genesi , il Diluvio per cui Noè costruì l’arca che, secondo il racconto di Mosè, cadde nel "diciassettesimo giorno del secondo mese", che corrisponderebbe al nostro novembre. La Festa dei Morti nacque dunque in "onore" di persone che Dio aveva distrutto, per esorcizzare la paura di nuovi eventi simili.

Da qui in poi la storia, che è sospesa tra religione e leggenda, diventa più chiara. Il rito della commemorazione dei defunti sopravvive alle epoche e ai culti: dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, fino al Messico e alla Cina, è un proliferare di riti, dove l’unico comune denominatore è consolare le anime dei defunti perché siano propizie per i vivi.

La tradizione celtica fu quella che ebbe maggiore eco. La celebrazione più importante del calendario celtico era la "notte di Samhain", la notte di tutti i morti e di tutte le anime, che si festeggiava tra il 31 ottobre e il 1° novembre.

In epoca cristiana, queste tradizioni erano ancora molto presenti: la Chiesa cattolica faticava a sradicare i culti pagani. Così, nel 835 Papa Gregorio II spostò la festa di "Tutti i Santi" dal 13 Maggio al 1 novembre, pensando in questo modo di dare un nuovo significato ai culti pagani. Nel 998 Odilo abate di Cluny aggiungeva al calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti.

In memoria dei cari scomparsi ci si mascherava da santi, da angeli e diavoli e si accendevano falò. Riti religiosi che nel tempo si sono mescolati al pagano, dunque, ma ancora oggi durante la notte dei morti, c’è chi lascia sui davanzali un cero acceso, per far "luce" ed accogliere il passaggio dei propri cari. Mentre tra gli anziani c’è ancora chi riesce persino a vedere le anime camminare per le strade, in una notte sospesa tra l’amore e il ricordo.

Lucy Gullotta

 

 

 

 

Giovanni Verga – da VAGABONDAGGIO (1887)

Nella collina solitaria, irta di croci sull’occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d’armenti, c’è un’ora di festa, quando l’autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.

Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c’era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s’accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell’azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell’abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.

Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti - nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò « la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s’additavano l’illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.

Tutto l’anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s’internava muggendo nella «Camera del Prete», e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l’amo. Un palombaro che s’era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott’acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch’era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s’accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt’intorno, rosi dall’acqua, e bianchi quali ossa al sole. L’onda che s’ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell’ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s’era strascinato via. L’estate, nell’ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l’onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia. - Così quel prete, un sant’uomo, aveva perso l’anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei - la tentazione - era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent’anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata. Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l’altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane. L’alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate. Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all’immobilità di quei cadaveri.

Erano defunti d’ogni età e d’ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l’ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell’azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d’angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude.

Poscia, nell’ore in cui il sole moriva sull’orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all’altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell’ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d’orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell’ora torbida dell’agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all’altra, come li porta il vento. - Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero. - Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d’aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch’esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito!

A quell’ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella «Camera del Prete», recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.

Più nulla! più nulla! - Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo. - Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell’altro l’arma omicida. - Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall’agonia. - Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell’attesa già disperata. - Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. - E neppure le lotte in cui l’uno si è logorato. - Né le speranze che hanno accompagnato l’altro sin là. - Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. - Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. - Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. - Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. - E non l’azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. - L’onda che s’ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.

Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l’argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l’enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall’incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell’argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete».

Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.

 

 

 

 

 

I dolci della nostra tradizione

di Melania Mertoli

Tra Rame di Napoli, Ossa di Morto e Totò, questa festa rischia di essere un attentato alla nostra linea. Curiosità sulle loro antiche origini

In questo mese, in tutti i bar, panifici e pasticcerie di Catania si possono trovare vere e proprie leccornie, orgoglio della nostra antica tradizione gastronomica. Sono buonissimi, ricchi di sapori e odori. Ma li conosciamo veramente ? Sappiamo da dove derivano e perché si chiamano così ? I più venduti sono Rame di Napoli, seguiti da Ossa di Morto e Totò, ma anche Piparelle e ‘Nduzzi non sono da meno. Cominciamo dai Rame di Napoli. Sono biscotti ricoperti di cioccolato scuro fondente o bianco, eseguiti in due versioni: semplici e ripieni con la marmellata di albicocche. L’ultima versione li vuole con la Nutella all’interno, cosa che potrebbe far perdere il vero gusto ai nuovi conoscitori di questi dolci.

Una curiosità che li riguarda è che, mentre qui a Catania sono ultra conosciuti, a Napoli li sconoscono. Strano, no ? Noi lo abbiamo appurato telefonando alla pasticceria Scaturchio, la più antica della città – risale al 1903 - e chiedendo anche ad alcuni napoletani. Non ne hanno mai sentito parlare. E allora il loro nome da cosa nasce ? “ Da un atto di stupido vassallaggio che noi catanesi abbiamo tributato a Napoli. Per fare onore a questa città, al tempo del regno delle due Sicilie – ci spiega il gastronomo e scrittore Pino Correnti –. Ma Napoli di questo dolce non ne sapeva niente”. La dimostrazione di ciò risiede nel fatto che tutt’oggi nella città partenopea non sanno cosa siano. I “Totò” – diminutivo siciliano del nome Salvatore – sono simili ai Rame di Napoli, ma anziché essere ricoperti di cioccolato fondente, sono ricoperti di cioccolato liquido e hanno una forma diversa.

Passiamo alle “Ossa di morto” - chiamate anche “Pasta di garofano”. Questi biscotti sono formati da una parte chiara e una scura, quest’ultima messa sopra quella chiara, fatta con la stessa pasta e alla quale viene data la forma di piccole ossa una forma diversa.

Gli “’nzuddi”, - “Zulle” nella lingua italiana - di cui ci sono due versioni, con le mandorle, più secche o ricoperte al miele, più morbide. Il loro nome deriva da Vincenzo Bellini come tiene a sottolineare il critico gastronomico Pino Correnti, che facendo ricerche in materia è risalito al periodo in cui il cigno catanese, all’età di 6 anni, “componeva la sua prima cantica, sgranocchiando questi dolci ai quali in seguito fu dato il suo nome”.

Vincinzuddu Bellini è nato il 2 novembre 1801 e a lui, oltre alla pasta alla norma, dobbiamo attribuire anche questo dolce.

La nostra gastronomia offre anche le “Piparelle”, cioè biscotti a forma di fettine di pane, eseguiti con ingredienti naturali quali farina, cioccolato, albumi d’uovo, mandorle e pepe nero, che si possono gustare inzuppandoli nel vino o nel mosto.

Questo è il periodo in cui si preparano anche i “cannistri” - o canestri – che si possono regalare ad amici e parenti, in cui si mettono questi dolci, decorandoli con la frutta martorana, fatta di marzapane. Incredibilmente somigliante a quella vera, viene data loro forma di castagne, nespole, fichidindia, ma anche frutti di mare e pesci, tutti incredibilmente dolci.

Chiudiamo il quadro delle delizie che vengono prodotti in questa ricorrenza con i “Bersaglieri”, biscotti ai quali viene conferita la forma di bastoncini ricoperti di cioccolato e i “Regina”, fatti come i primi, ma ricoperti di glassa bianca.

A buon intenditor, …………….

 

 

 

 

N'ZUDDI   (ZULLE)

Ingredienti: 1 kg di farina 0.0 900 g di zucchero 10 g di ammoniaca latte mandorle

Preparazione: In una ciotola molto capiente unite farina, zucchero, mandorle sminuzzate, ammoniaca e cominciate pian pianino ad unire il latte impastando con le mani, attenzione a non versarne troppo!
Lasciate riposare per qualche minuto l'impasto pronto, a cui avrete dato la forma di una palla gigante e coperto con un panno.
Messa la carta forno sulla teglia e acceso il forno a 180°C, prendere l'impasto a piccole dosi e fate tante piccole palline, rotolate ogni pallina in una ciotola con dello zucchero, poggiate la pallina sulla teglia e schiacchiate in questa maniera otterrete dei biscottini rotondi. Tagliate le mandorle in due nel senso della lunghezza e mettetene ogni metà su ogni biscotto. Infornate per 5 minuti.
Buon appetito!

 

 

 

RAME DI NAPOLI

Per il biscotto: Farina 00, gr 250 Cacao in polvere, amaro, gr 25 Zucchero semolato, gr 125 Mandorle pelate, abbrustolite e spezzettate, gr 25 Cedro candito, in cubetti, gr 25 Latte intero, cc 60 Burro, gr 25 Miele di agrumi, 1 cucchiaino 6 gr di ammoniaca Uova, 1 piccola (max 60 gr) 

Per la glassa di cioccolato: Uova, 1 piccola Burro, gr 35 Zucchero a velo, gr 40 Cacao in polvere, amaro, gr 35; (si può sostituire con cioccolata 68-70%)

Esecuzione:
Sciogliere nel latte intiepidito lo zucchero, il burro, il miele e il lievito; setacciare farina e cacao sulla spianatoia e fare la fontana;
rompervi l'uovo, mescolandolo con una forchetta, versarvi il latte con gli altri ingredienti. Impastare fino ad ottenere una pasta morbida che però non si attacchi alle dita. Al termine dell'impasto aggiungere mandorle e canditi e distribuire bene nella massa. Stendere col mattarello a uno spessore di circa 1 cm e ritagliare i biscotti, che devono avere forma ovale, pressapoco 10x6. Stenderli su una placca da forno e farli cuocere per circa 20 minuti a 180° C.
Quando saranno freddi ricoprirli con una glassa fatta mescolando accuratamente gli ingredienti. Mettere in luogo fresco e aspettare che la glassa si solidifichi... Sulla glassa non ancora rappresa si possono distribuire pistacchi (non salati) spezzettati, come decorazione.

 

ricetta e foto provengono da

http://www.gennarino.org/nuovo_sito/content/view/292/247/

 

 

 

 

OSSA DI MORTO (ossa ri mortu)

Tipici biscotti duri, tradizionalmente preparati per la ricorrenza del 2 novembre (festa dei morti)

Ingredienti: farina, zucchero, acqua e chiodi di garofano. 

Preparazione: con la farina, lo zucchero, i chiodi di garofano pestati al mortaio e con un po' d' acqua, preparare un impasto piuttosto morbido e porlo in una pentola sul fuoco. Rimescolando continuamente con la spatola di legno, continuare la cottura finchè l' impasto risulterà soffice. Ungere le apposite formelle con calchi a foggia di ossa, teschi, depositarvi il composto, lasciarlo riposare per un paio di giorni e prima di cuocerle in forno bagnarle alla base con acqua in modo che, durante la cottura, lo zucchero, trasbordando nella parte inferiore, forma una base di sostegno di colore marrone bruciato

 

 

 

Novembre e la Festa dei Morti

di Nicola Lupo

Essendo ancora in novembre, si potrebbe incominciare, dalle tradizioni popolari sui morti, perché il loro culto era molto sentito e condizionava tutta la vita delle famiglie.
Infatti a cominciare dal lutto, esso incombeva, specialmente nella vita delle donne, le quali dovevano rispettare certe regole fisse che stabilivano i tempi e i modi del lutto stesso, a seconda che si trattasse dei genitori del marito o propri, dei figli o dei cognati, degli zii o dei compari ecc..

C’erano tanti gradi di lutto a seconda della parentela, dell’età e della circostanza in cui era avvenuto il decesso: il lutto stretto era quello che durava più a lungo e con manifestazioni più evidenti: infatti in quei casi gli uomini dovevano indossare il vestito nero,la camicia bianca con bottoni neri, e la immancabile cravatta nera e non dovevano sbarbarsi per parecchi giorni (forse una o due settimane).
Chi risentiva di più del lutto da mostrare erano le donne, le quali dovevano vestire di nero dentro e fuori casa per parecchio tempo, tanto che spesso succedeva che le morti si accavallassero e quindi esse non smettevano di portare il lutto e per adeguare i vestiti dovevano ricorrere alla tintoria che, allora, avveniva in casa: si comprava, da Caponnetto o da altri il tubetto che conteneva il nero, si mettevano i vestiti a mollo nel “lavizzu“, (grande recipiente di rame a bocca larghissima, più del fondo), e lì avveniva la tinteggiatura che, ripetuta nel tempo diverse volte, riduceva le vesti lise e di un colore indefinibile.
Un capo di abbigliamento caratteristico delle donne era “u fazzirittuni” un grandissimo “fazzoletto” che, piegato in due a triangolo, si appoggiava o sulle spalle o sulla testa in modo da coprire tutto il corpo fino alle ginocchia; la stoffa di questo indumento era il cotone, spesso setificato, di colore nero; anch’ esso, quando era stinto, si tingeva come detto sopra, fino a quando non diventava un indistinto color melanzana.
Durante la veglia funebre (detta “u visritu”) si piangeva a voce alta anche con grida di strazio, e cominciava la persona più colpita, per esempio la moglie in caso della morte del marito giovane, la quale ne elogiava i meriti e rimpiangeva la virtù, specie in funzione del mantenimento e dell’educazione dei figli, seguita da parenti, amiche e vicine, che ricordavano, per chi aveva studiato, le “prefiche” delle civiltà precedenti.
Dette usanze antiche venivano ricordate anche dal pranzo che seguiva il funerale: esso era preparato da parenti più lontani o da amici per la famiglia, ma vi partecipavano anche coloro che avevano pianto di più assieme ai familiari del/la defunto/a, che lo gustavano di più in quanto il loro dolere non era sentito al punto da togliere l’appetito.

Passando al ricordo dei parenti defunti esso era strettamente legato a loro; perciò ai figli si parlava spesso di loro, sia che li avessero conosciuti, sia che fossero morti prima; e, quindi, anche i regali si facevano come mandati dalla nonna o dal nonno morto, e in genere, venivano effettuati facendoli trovare, dentro le scarpe, il 2 novembre, commemorativo dei defunti, o quando ricorreva la data della loro scomparsa.
Il 2 novembre sostituiva, infatti, sia Babbo Natale che la Befana e non si conosceva la nuova festa tutta americana Halloween, regalo della globalizzazione. I doni che si facevano trovare ai bambini in occasione della memoria dei defunti erano specialmente i dolciumi e a Bronte i preferiti erano “i crozzi ‘i mottu“, dolcetti durissimi che riproducevano in miniatura teschi e ossa lunghe, che dovevamo ricordare i parenti defunti, ma che i ragazzi mangiavano o per desiderio di dolce, o ricusavano perché mettevano a repentaglio i loro giovani denti.
Il negozio specializzato nella vendita dei suddetti dolci speciali per quella ricorrenza, era la drogheria di don Angelo Caponnetto, che era situata in Corso Umberto I, angolo via Pietro Calanna, cioè vicino alla Chiesa di S. Giovanni e quasi davanti a quella del Rosario.
Il negozio Caponnetto era quasi un bazar, perché vendeva un po’ di tutto e il suo proprietario era un personaggio (4) caratteristico per la sua simpatia e l’aria soddisfatta che aveva acquisito con il raggiunto benessere: infatti col suo negozio aveva sistemato i suoi sei figli, tre maschi e tre femmine: la più grande l’aveva sposata a Maruzzella (5), negoziante di tessuti, le altre due gestivano la casa e il magazzino; i tre maschi andarono via da Bronte e approdarono a Roma dove i primi due ebbero rinomati negozi di abbigliamento in zone prestigiose, come il viale Regina Margherita, mentre il più piccolo, Vittorio (6), mio compagno di scuola anche dai Salesiani di Pedara, diventò maestro elementare e insegnò anche a Roma dove visse e morì.

La visita ai defunti nella prima settimana di novembre allora era un mesto pellegrinaggio, mentre adesso, mi dicono, sia diventato un grande ingorgo di automobili, e ai tradizionali fiori freschi, si sono aggiunte le opere di bene fatte tramite le pie Dame di S. Vincenzo con il cosiddetto “fiore che non marcisce”: cartellino bordato a lutto, a riprova dell’offerta, che si depone o appende sulla tomba del caro estinto con una frase di ricordo e l’indicazione del parente offerente.
Una volta si andava al cimitero il 2 novembre non solo per visitare i propri parenti defunti, ma anche per “vedere” le cappelle e le tombe più caratteristiche. Noi andavamo a visitare la tomba di Maria Brunetti, una giovanissima maestra randazzese che era ospite dei nostri genitori e morì in casa loro vittima della famigerata spagnola, l’influenza che fece molte vittime nel 1916.
Ma curiosavamo fra le altre tombe a caccia di epitaffi curiosi: un noto delinquente ricordato come una persona perbene; un vecchio rimpianto dai genitori, ed altre amenità che suscitavano il riso anche in quel luogo di serena tristezza.
Allora c’erano le cripte nelle chiese, dove venivano sepolti i preti, consuetudine che fu interrotta dalla legge napoleonica che istituì i cimiteri e che ispirò i Sepolcri di Ugo Foscolo.
Celebre e visitata quella della Matrice, dove in un coro come quello che c’era dietro l’altare maggiore, erano sistemati gli scheletri dei preti, vestiti dei paramenti sacri e con un cartiglio appuntato ad una manica, con tutti i dati di riconoscimento.
In noi ragazzi aveva fatto impressione un nome: Cicirello; e quindi il 2 novembre era un susseguirsi di appuntamenti: “oggi andiamo a vedere padre Cicirello!” ed era come volere esorcizzare la paura che incuteva quel lugubre sotterraneo con quella schiera di scheletri che ci terrorizzavano, ma su cui cercavamo di scherzare.

Nicola Lupo Nicola  (bronteinseieme.it)

 

 

 

 

 

 

 

CANZONE DELLA FINE DEL MONDO   MOdena City Rambles