
Le gloriose prelibatezze gastronomiche che rendono
Catania famosa in tutto il mondo.
Di seguito, una carrellata di autentici campioni "marca Liotru"

|
L’arancina
rappresenta la sublimazione del più classico, e forse universalmente più noto,
supplì di riso (perdonatemi la semplificazione banalissima, che non rende
merito a qualcosa di “unico”, ma è soltanto per rendere l’idea). Quando
si gusta un’arancina, si tiene in mano una sorta di fusione di tutte le
culture che hanno dominato la Sicilia nei secoli passati: gli arabi che hanno
portato il riso, oltre che lo zafferano che qualcuno aggiunge al riso stesso,
gli spagnoli che hanno introdotto il pomodoro, portato nella penisola iberica da
Cristoforo Colombo al suo ritorno dalle Americhe, i francesi per il ragù, che
ne costituisce il cuore, e la cultura greca, che ci ha dato il formaggio
canestrato fresco (un dadino di formaggio unito al cuore di ragù dà il
classico nocciolo filante all’arancina), ormai sostituito Naturalmente, a Catania le arancine si possono trovare un po’ in ogni rosticceria; quella che volevo segnalare io ha avuto l’idea di prendere l’arancina “tradizionale” e trasformarla, dando sfogo alla propria fantasia. Si tratta delle “Arancine espresse di Serafino”, in via Musumeci 90, a pochi passi da via Etnea e dalla villa Bellini (vedi mappa allegata). A parte, quindi, la classica arancina al ragù, si possono trovare le arancine modificate in chiave marinara (arancine al nero di seppia o ai gamberetti, ad esempio), oppure vegetariane (spinaci e ricotta o alla norma, con melanzane, anche qui giusto per citarne un paio), fino alle arancine dolci. E le forme sono le più stravaganti, per poter distinguere un gusto dall’altro. E così, accanto alle classiche arancine sferiche, piriformi o coniche, si trovano arancine cilindriche, quasi cubiche, piramidali. Arancine un po’ per tutti i gusti, quindi; un’ottima occasione per provare un gusto alternativo a quello tradizionale dell’arancina al ragù o dell’arancina al burro. Il costo è assolutamente alla portata di tutte le tasche (qualcosa in più di un euro al pezzo), e la calca che si vede un po’ a qualsiasi ora durante la sera e la notte rappresenta la migliore garanzia di qualità. (da un blog in rete)
Gli
Arabi solevano mangiare delle polpette di carne tritata, mescolata con riso ed
altre erbe tra cui lo zafferano, che anch’essi avevano introdotto in Sicilia.
Gli ingredienti ora menzionati sono gli stessi utilizzati tutt’oggi per la
composizione degli arancini cà carni, pertanto dobbiamo attribuire la nascita
di questa ricetta agli Arabi. LA RICETTA. Ingredienti per n. 4 persone: 450 gr di riso, 1/2 bustina di zafferano, 250 gr di carne tritata di vitello, 1/2 pomodoro pelato, 100 gr di piselli sgusciati, 6 uova, 100 gr di caciocavallo fresco, sale e pepe q.b., l.1 olio di semi di arachide per frittura, 100 gr di burro, 1cipolla, 300 gr di farina 00, 500 gr di pan grattato. Svolgimento della ricetta: Mettete
l.1 di acqua in una casseruola bassa, il burro,un pizzico di sale e pepe,
la bustina di zafferano e portate ad ebollizione. Buttate giù il riso (ribe
o roma) e rimestate una sola volta,
abbassate al minimo la fiamma e attendete che il riso abbia assorbito
tutta l’acqua di cottura. Versate il riso su di un tavolo e lasciate
freddare. Sbianchite i piselli, scolateli. In un altro
pentolino soffriggete la cipolla tritata, aggiungete la carne, un pò di
sale e pepe, il pomodoro pelato e lasciate cuocere a fuoco basso,
coprendo.
Ogni anno, l'8 settembre, a Ficarazzi (frazione di Acicastello) si svolge la Sagra dell'Arancino. Si possono degustare arancini dal gusto classico (al ragù, al burro, ai funghi ecc.) e dai gusti più nuovi e stuzzicanti (al pollo, al polpo, alla nutella, ai peperoni ecc.). Le serate saranno allietate da balletti, cabaret e animazioni varie.
Ad appassionare i siciliani più del tifo calcistico è la querelle sulla giusta denominazione del prelibato manicaretto isolano. Due le scuole di pensiero: la prima, riconducibile alla Sicilia occidentale, preferisce declinare il vocabolo con la 'a'. La seconda, tra lo Stretto e le pendici dell'Etna, attribuisce alla vivanda il genere maschile. Affascinati da questo mistero culinario e linguistico abbiamo voluto sciogliere una volta e per tutte l'enigma "Arancina
o arancino?". "This is the question". A spaccare
in due la Sicilia, forse più del calcio, anche adesso che il Catania
raggiunge il Palermo in serie A, è l'eterna diatriba
linguistico-alimentare. Qualcuno pensa che non valga la pena affrontare il
problema, mentre altri si infervorano a tal punto da litigare con amici e
fidanzate fuorisede per stabilire quale sia la dicitura più corretta. La querelle trova spazio anche su Internet: nei forum e nei blog. Cominciamo da un esempio emblematico. Su un forum Peppe interviene sostenendo che la corretta dicitura sia 'arancina' perché la gustosa vivanda sarebbe stata inventata nel capoluogo siciliano, dove appunto prende questo nome ("Qui a Palermo è femmina e visto che l'abbiamo inventata noi abbiamo il diritto di chiamarla come vogliamo"). Spostandoci sul forum della Rai troviamo una risposta di un "vero catanese" (così si definisce) che scrive "arancino (a Catania è 'masculo', a Palermo, dove credono di avere inventato anche il Padreterno, lo appellano al femminile)". Insomma, ci troviamo di fronte ad uno scontro sulla paternità del termine. È quella che abbiamo battezzato "teoria del copyright": chi l'ha inventata ha il diritto di darle il nome che vuole. C'è da chiedersi però se si possa stabilire con certezza l'origine dell'appetitoso manicaretto e in ogni caso se in principio a Palermo si chiamasse proprio 'arancina'. (ndr: masculu o fimmina, l'arancino è CATANISI!) Sempre sul forum Rai c'è un intervento che va oltre questa spiegazione e che riportiamo per intero: "Tendo a sottolineare che si chiamano arancine perché la forma tonda e dorata ricorda l'arancia, quindi si dice arancina e non arancino (almeno fino a quando non darete all'ottima preparazione la forma di un albero)". Tutto fila liscio, catanesi e messinesi non ce ne vogliano: forma e colore sono quelle del frutto dell'arancio che in italiano si chiama 'arancia', dunque il nome corretto è 'arancina'. Questa la seconda strada che possiamo percorrere. È la "teoria dell'origine", l'abbiamo voluta chiamare così perché deriva dall'etimo della parola. Adesso
è arrivato il momento di toccare con mano, o meglio, con i denti e andare
al bar a chiedere - senza paura di sbagliare - una bella arancina. Ma,
proprio quando crediamo di aver risolto l'arcano, il dizionario ci
contraddice. Abbiamo consultato due dizionari di siciliano: il Mortillaro
e il Traina, entrambi del diciannovesimo secolo. Tutti e due riportano il
termine 'arancinu', nome che dunque i nostri antenati usavano per indicare
quella palla di riso fritta tanto appetitosa. In italiano diverrebbe
dunque 'arancino'. È interessante notare, tuttavia, che in nessuno dei dizionari della lingua italiana consultati sia presente il termine 'arancina' ma solo il suo corrispettivo maschile. È soprattutto curioso constatare che nello Zingarelli il secondo significato di 'arancio' è il frutto agrumato. Di conseguenza alla voce 'arancino' troviamo anche "piccola arancia". Insomma, tirando le somme potremmo dire che, al di là di quanto scrivano i dizionari, la traduzione più esatta sarebbe 'arancina' mentre in siciliano 'arancinu' è il termine migliore. Ciononostante non crocifiggiamo chi si ostina a nominarlo 'arancino', perché anche l'italiano, come abbiamo visto, fa confusione tra il frutto e l'albero. Sebbene adesso ne possiamo avere una visione speriamo più chiara, sembra comunque che il nodo gordiano sia impossibile da sciogliere e sia destinato a rimanere confinato eternamente in quel luogo insondabile dove risiedono i grandi misteri dell'umanità... e della lingua italiana. Per dare una soluzione definitiva ai nostri cocenti dubbi abbiamo chiesto aiuto allo storico palermitano Gaetano Basile, direttore della rivista "Il Pitrè", esperto di tradizioni popolari e cucina sicilina, che dopo aver fatto un excursus storico, ha affrontato il problema linguistico risalendo alle origini etimologiche del termine. Per
adesso non definiamo il genere, ma limitiamoci alla pietanza. Quando nasce
e come è fatta? Quindi
c’era la carne ma senza pomodoro? Oggi
tra la Sicilia occidentale e la regione orientale dell'Isola c’è
differenza nella forma o nel condimento? Bene,
passiamo al nocciolo della nostra intervista. Ma
consultando i maggiori dizionari italiani, abbiamo scoperto che il termine
corretto sembra essere arancino? Ma
come mai diventa arancino, soprattutto nella regione orientale dell’Isola? Ma
si può dire che l’arancina è nata a Palermo o comunque nella Sicilia
occidentale? Sul
Traina, un dizionario siciliano edito a Palermo nel 1860, troviamo
arancinu. Come si spiega?
(da
un'opinione in rete) La pasticceria Savia è stato uno dei primi locali
che ho conosciuto quando ho iniziato la mia vita universitaria a Se proprio volessi sforzarmi di trovare un neo per scalfire questa valutazione assolutamente positiva, potrei puntare sulla mancanza di tavoli all'aperto per la bella stagione, quando la Sicilia con le sue splendide giornate, invita tutti a riversarsi nelle strade e nei locali all'aperto, a godere della piacevolissima atmosfera e del magnifico sole. E poi, è praticamente impossibile non trovare confusione all'interno, e non essere costretti a fare la fila, prima a una delle due casse per lo scontrino e poi al bancone.. ma posso garantire che l'attesa è abbondantemente compensata dalla goduria a cui saranno poco dopo sottoposte le vostre papille gustative.. Ma
non è tutto! Non solo Savia. A Catania, infatti, come in poche altre
città della Sicilia, sono molto diffusi straordinari pezzi di gastronomia
e rosticceria forse conosciuti solo nelle nostre terre. Ad esempio gli
arancini di riso in vari gusti (ragù, spinaci, burro, funghi), le
cartocciate (piccoli calzoni ripieni di pomodoro, formaggio, melanzane o
funghi o wurstel), le cipolline (involtini di pasta sfoglia ripieni di
cipolla, pomodoro e formaggio), le scacciate ripene di tuma, pomodoro, con
vari gusti (prosciutto, cavolfiori, patate, cipolla).
Le
ricette di Camilleri
"E così lei vuole sapere da me la storia degli arancini di
Montalbano, dei suoi polipetti alla napoletana, dei suoi involtini di
tonno arrostito. Vuole farmi arriminare in quella zona della mia memoria
dove sono sarbàti i profumi, gli aromi, i sapori, le atmosfere e i
segreti della tavola del commissario. Cioè della mia. E va bene,
parliamone: questo è un tema che puntualmente spalanca la porta della mia
giovinezza, è un piccolo viaggio nel tempo che faccio con piacere. Ma
sappia che è una storia lunga, che principia quando io - che oggi ho
quasi ottant'anni - ero un picciliddro che aveva sì e no sette anni. Ha
voglia di sentirla? E allora s'assittasse. Da dove cominciamo? Senza
dubbio da mia nonna Elvira, che era la generalessa della cucina. Vede, la
mia era una famiglia numerosa, nella Ogni
volta che la rifaccio, assaporo il piacere di tornare indietro nel tempo.
Ho provato, le dico la verità, anche a ripetere altre cose meravigliose
della mia infanzia. Come prendere il pane caldo, andare dalla capra e
mungere il latte direttamente sulla fetta. Non ci sono mai riuscito. La
verità è che i sapori del passato sono irripetibili. Una volta, bevendo
l'uovo appena fatto, ti accorgevi subito se la gallina aveva sconfinato
nel campo di trigonella. Oggi... lasciamo stare. Parliamo d'altro. Del
gelato, per esempio. A Porto Empedocle aveva il suo tempio nel Caffè
Castiglione, che aveva un segreto per i pezzi duri. Meravigliosi. Il
giorno che Mussolini passò da lì - fermandosi in tutto 15 minuti - gli
offrirono proprio il gelato del caffè Castiglione. Dopo un po' di tempo
telefonarono da Roma alla capitaneria di porto avvertendo che stava
ammarando un idrovolante per caricare un pozzo di gelato per il duce. Il
gelato del Caffè Castiglione. Da quella volta, ogni sabato si ripeteva
l'operazione. Così, quando Mussolini inaugurò la prima autostrada
italiana, da Roma a Ostia, mio zio Riccardo che era antifascista disse a
mio padre, fascistissimo: "Pippi', lo sai picchì Mussolini fici 'sta
strata? Picchì si scantava ca i gelati c'arrivavunu squagliati". Poi
venne la guerra, e il cibo cominciò a scarseggiare. Non era facile
neanche trovare il pesce. Mio padre una volta riuscì a comprare una
partita di linguate, che sarebbero le sogliole. Dunque organizzò una
grande cena all'aperto e furono invitati anche gli ufficiali amici suoi.
Capitò che proprio nel momento in cui vennero servite queste magnifiche
linguate, suonò la sirena dell'allarme aereo. Fu un fuggi-fuggi. I
soldati alle mitragliatrici, gli altri nel rifugio. Mio padre non si
mosse, restò davanti alla sua linguata. Papà, gli chiesi mentre correvo
verso il riparo, e gli aerei? "Mi ni futtu" rispose. Quando
uscimmo, lui era ancora lì, e s'era mangiato anche la mia linguata:
"Così impari a scantarti". Dell'arrivo degli americani ho un
ricordo nitidissimo. Mi venni a trovare a Serradifalco, proprio sulla
linea difensiva
da
Gli arancini di Montalbano: "Gesù, gli arancini di
Adelina ! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente
gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio
La barzellletta degli arancini. Un
cliente entra in un rinomato locale catanese in Via Etnea e chiede un invitante
arancina poggiata al banco della tavola calda! Arrivato
a metà si accorge di un pelo e chiede di cambiarlo. Nel secondo arancino trova
due peli, nel terzo una matassa arrotolata di peli. Che schifo, dice
l'avventore, voglio parlare con il titolare. Alle proteste del cliente, che minaccia di far chiamare l’Ufficio Igiene, il titolare replica “ma non è possibile, questo è uno storico locale. Venga con me nel laboratorio le faccio vedere come lavoriamo. Da noi l’igiene e la sicurezza per la nostra clientela è una cosa di vitale importanza”. Lo
invita a passare nel retrocucina e vede il che un lavorante, di spalle, che con
la mano prende del riso, mette il ragù, e per arrotolarlo bene e dargli la
forma a palla se lo sbatte con forza sotto l'ascella schiacciandola e
arrotolandola per farle assumere la forma di cono. A
quella vista, il titolare si mette a gridare “Pazzo, ma che stai facendo? Io
ti licenzio! Che schifo, una scena simile neppure nella peggiore cucina di uno
zoo! Che figura ci fai fare?” E il garzone :"Principali, lei si lamenta pi comu staiu facennu l’arancini…. avissi a vidiri comu fazzu i scorcia ‘de cannoli !!! " |

|
La granita è una sopraffina golosità solo Siciliana e in particolare Catanese,
che da sempre in molti cercano di imitare e che non ha nulla a che vedere con
quella di "mia matre" degli spot televisivi. Quella è solo granatina
con un po' di sciroppo.
La storia della granita trova la sua genesi sin da quando gli antichi Greci e
Romani si dilettavano nel preparare le prime rudimentali versioni di questa
squisita "bevanda gelata". Diverse varianti esistevano ma
fondamentalmente erano versioni a base di neve, succhi di frutta e ghiaccio che
non erano altro che quei pochi ingredienti presenti a quell'epoca utili per
poter realizzare in quei tempi andati delle granite "ante litteram".
Ed è proprio dalla Sicilia che, nella seconda metà del Seicento, un giovane
palermitano Francesco Procopio dei Coltelli che con il sogno di conquistare
Parigi, esportò in Francia la celeberrima granita. Il suo sogno di estasiare il
palato dei Francesi riuscì in pieno ed il suo celebre Caffe parigino detto
"Le Procope" ebbe un sorprendente successo da quando cominciò a
servire le cosiddette "acque gelate" siciliane
MENTRE A ROMA UN CENTURIONE INVENTO' IL MARITOZZO, INTANTO, QUI A CATANIA, GLI ARABI...... La colazione alle falde dell'Etna.
Panzerotti
catanesi. In quante pasticcerie o bar di Catania non avete visto il
dolce della foto? in nessuna. Il panzerotto catanese lo troviamo in
qualsiasi bar, pasticceria e anche panificio. Il panzerotto è uno dei
dolci più consumati giornalmente, assieme all'iris, dai catanesi. Spennellare con tuorlo e latte e infornare a 180° X circa 2O/25 minuti.
Spolverare di zucchero a velo appena raffreddati.
QUEL CERTO LANGUORINO A META' MATTINA...... LA ROSTICCERIA CATANESE Calorie a iosa ! ! ! . . ma, una volta tanto, ne vale la pena ! ! ! "Che ne dici se stasera ci facciamo una bella mangiata di pezzi di rosticceria?"…"ma sì dai è una bella idea!"…chissà quante volte
L'Arancino…
è il pezzo di tavola calda per antonomasia…è sicuramente il più
famoso al mondo e ne esistono tantissime varianti. Si tratta di un
timballetto di riso al quale è stato attribuito questo nome in
"onore" del frutto tipico della terra sicula…l'arancio…"paese
che vai forma e nome che trovi" Nella Sicilia orientale, catanese e
messinese soprattutto, solitamente tali pezzi vengono preparati con una
forma particolare e cioè a forma ovaloide, a mo' di pera, con riso
generalmente bianco. Nel resto della Sicilia invece ha forma rotonda,
Vediamo come si preparano per 6-8 persone …utilizzando mezzo chilo di
mezzo chilo di patate, precedentemente pelate, lessate e schiacciate), 2
uova un etto di burro 3 35 grammi di lievito di birra precedentemente
sciolto in acqua tiepida e un pizzico di sale, si prepara una pasta
piuttosto morbida e la si lavora lungo fio al raggiungimento di una
buona omogeneità. Si preleva un piccolo quantitativo alla volta e lo si
farcisce con qualche pezzetto di tuma e di prosciutto (un etto di
entrambi in totale), si crea una palla e la si deposita su una teglia
unta. Si lasciano lievitare le bombe in un luogo tiepido per circa due
ore, dopodiché si pone un pentolino contenente dell'olio a bollire e si
friggono le bombe un paio alla volta, finchè non raggiungano una bella
doratura. Si conclude la preparazione facendo sgocciolare le bombe e le
si depositano su della carta assorbente in modo da eliminare l'unto in
eccesso. Vi consiglio di servirle ancora calde.
La Mozzarella in carrozza è anche essa una dei pezzi da me
preferiti. Quando a casa mia, mia madre la prepara, ci dice sempre...diffidate
dalle imitazioni!...è una preparazione molto semplice. Comprate del
pane a cassetta dal quale otterrete dei quadrati di circa 5 cm per lato.
La medesima operazione va fatta con la mozzarella. A questo punto
metterete una fetta di mozzarella tra due fette di pane. A questo punto
dovrete passarli lateralmente alla farina in modo da ottenere un vero e
proprio impedimento fisico alla fuoriuscita della mozzarella a momento
della cottura. Mi raccomando a non infarinare il resto della fetta di
pane. Mediante un po' d'acqua tiepida inumidite la zona infarinata Dopo
aver finito questa operazione per tutto il pane a vostra disposizione,
ponetelo in un piatto grande l'uno accanto all'altro senza che però si
tocchino. In una terrina, sbattete due uova (le dosi sono per 6 persone)
ed aggiungete un pizzichino di sale e passate questo sbattuto su tutti
le "carrozze" ottenute. Fate assorbire lo sbattuto per circa
un'oretta e quando mancheranno pochi minuti all'ora, mediante una
paletta ponete uno alla volta le "carrozze" ottenute in una
padella contenente dell'olio bollente. Friggeteli fino a che la doratura
non sarà completa. Se volete potete aggiungere anche delle fette di
prosciutto e anziché usare un solo strato di mozzarella ne potete in
questo caso aggiungerne un altro cosicchè il prosciutto si trovi in
mezzo alla mozzarella.
|
|
Ma
vediamo insieme passo passo come riuscire a preparare i cannoli a casa nostra
senza troppa fatica: Preparazione:
Per prepare la pasta fritta dobbiamo impastare la farina, il cacao, 20 grammi di
burro, l’uovo, lo zucchero ed aggiungere poi il cucchiaio di Marsala per dare
corposità all’impasto. Una volta che il nostro impasto sarà omogeneo
dobbiamo farlo riposare per circa un'ora. Dopodichè dobbiamo spianarlo con un
mattarello e fare con l’aiuto di un oggetto tagliente dei quadrati di una
decina di centimetri da avvolgere diagonalmente attorno a tubi di latta o
utensili equivalenti che resistano alla frittura: quindi bagnamo le estremità
per farle aderire agli utensili e friggiamo in olio abbondante. Comprimere bene la pasta e friggere in abbondante olio ben caldo. Sfilare i cilindri solo quando la cialda si sarà raffreddata completamente. Successivamente preparare il ripieno, passando al setaccio la ricotta e unirvi zucchero, scorze d'arancia, cioccolato grattugiato, vaniglia e rum. Farcire i cannoli con questo composto e decorarne le estremità con la frutta candita. A piacere spolverizzare i cannoli con zucchero a velo.
|
|
E’ il dolce per eccellenza, una prelibatezza che non conosce vie di mezzo: o la si odia o la si ama appassionatamente. E’ sicuramente impegnativa, sia per la preparazione che per il consumo, vista la ricchezza degli ingredienti e l’elevatissimo apporto calorico. Si può dire che certamente la cassata è il dolce che più di tutti racchiude in sé il patrimonio gastronomico apportato da dominazioni e da culture diverse da quella italiana. La ricetta della cassata è stata tramandata attraverso i secoli raccogliendo via via nuovi ingredienti, applicazioni di nuovi metodi, usi e esperienze diverse; qualunque civiltà sia passata in Sicilia ha lasciato tracce di sè in questo dolce meraviglioso e opulento. L’origine del nome è dato dall’arabo “quas’at”, cioè “ciotola”, il recipiente rotondo nel quale veniva cotta la Cassata, ma potrebbe anche derivare dal latino “caseum”, formaggio, di cui è composto il ripieno. Il
primo a cimentarsi in questa preparazione è stato, a Palermo nell’anno
1000, nel periodo della dominazione araba, il cuoco dell’Emiro della
Kalsa. La cucina saracena usava ingredienti fino ad allora sconosciuti
nel territorio siciliano: la canna da zucchero, il limone, l’arancia
amara, il mandarino; fu facile unirli alla ricotta, che veniva prodotta
in Sicilia già dai tempi della Preistoria, assieme alle spezie e agli
aromi, sempre portati dagli Arabi. In principio fu solo un involucro
cotto al forno di pasta frolla ripiena di ricotta, zucchero, agrumi e La Cassata era un dolce così importante per la cultura siciliana dei secoli passati, che addirittura esisteva un documento, stilato dal Sinodo dei Vescovi di Mazara, riunito nell’anno 1575, che ne stabiliva la preparazione e il consumo come rituale necessario nel giorno di Pasqua. Nei nostri giorni, la Cassata rimane l’orgoglio delle vetrine dei pasticceri palermitani, e la preparazione che, con le sue decorazioni baroccheggianti, più di qualsiasi altra rimanda gli echi dell’opulenza della storia passata. Non è difficile dire che si può gustare un’ottima Cassata in molte altre zone d’Italia, per quanto però quella prodotta in Sicilia può contare sugli ingredienti freschi che si trovano sul posto, primo fra tutti la ricotta, e quella dell’Isola è davvero la migliore che si possa utilizzare. Con un po’ di conoscenza delle tecniche e soprattutto con un’ottima manualità, si può senz’altro provare a fare in casa una dignitosa Cassata siciliana; ci vuole tempo a disposizione e pazienza. _______________ Ecco la ricetta: Si taglia a strisce regolari un Pan di Spagna di forma rettangolare (se non si ha tempo per prepararlo si può acquistare già pronto dal pasticcere), e si fodera con queste strisce uno stampo bombato o rotondo a bordo basso; si spruzza sul Pan di Spagna un liquore, di preferenza del Maraschino, poi si riempie la cavità con una crema fatta unendo 500g di ricotta freschissima, rigorosamente di pecora, 200g di zucchero, 50g di cioccolato fondente a pezzetti piccoli, 200g di canditi a cubetti (arancia, cedro e zucca candita), un pizzico di cannella. Dopo aver versato la crema di ricotta nello stampo, si ricopre con altre strisce di Pan di Spagna spruzzate di liquore, in modo da chiudere la cassata. Si lascia riposare in frigo per qualche ora, meglio se tutta la notte, poi si sforma rivoltandola su un piatto di servizio e si passa alla decorazione, la parte più difficile: si prende della pasta di mandorle verde (per i neofiti, si trova in commercio già pronta, chi vuole cimentarsi deve unire nel mixer 200g di farina di mandorle e 200g di zucchero, e albume q.b. per ottenere una pasta resistente e plasmabile) e del la glassa fondente di zucchero, che si fa mixando nel robot da cucina 300g di zucchero a velo con pochissimo albume d’uovo e poche gocce di succo di limone, fino a ottenere una crema densa. A questo punto si stende col matterello la pasta di mandorle, e se ne taglia una striscia di circa 3mm di spessore con la quale di fascerà il bordo laterale del dolce. Poi si versa sulla superficie la glassa di zucchero, e con una spatola si distribuisce in uno strato sottile, facendo attenzione a coprire bene anche i lati del dolce. Si decora la superficie della Cassata con abbondante frutta candita, arance, ciliegie, cedro, zucca, mandarini, e si lascia asciugare completamente in luogo fresco |
|
di Melania Mertoli Tra Rame di Napoli, Ossa di Morto e Totò, questa festa rischia di essere un attentato alla nostra linea. Curiosità sulle loro antiche origini In
questo mese, in tutti i bar, panifici e pasticcerie di Catania si
possono trovare vere e proprie leccornie, orgoglio della nostra antica
tradizione gastronomica. Sono buonissimi, ricchi di sapori e odori. Ma
li conosciamo veramente ? Sappiamo da dove derivano e perché si
chiamano così ? I più venduti sono Rame
di Napoli, seguiti da
Ossa di Morto
e Totò,
ma anche Piparelle
e ‘Nduzzi
non sono da meno. Cominciamo dai Rame di Napoli. Sono biscotti ricoperti
di cioccolato scuro fondente o bianco, eseguiti in due versioni:
semplici e ripieni con la marmellata di albicocche. L’ultima versione
li vuole con la Nutella all’interno, cosa che potrebbe far perdere il
vero gusto ai nuovi conoscitori di questi dolci. Una
curiosità che li riguarda è che, mentre qui a Catania sono ultra
conosciuti, a Napoli li sconoscono. Strano, no ? Noi lo abbiamo appurato
telefonando alla pasticceria Scaturchio, la più antica della città –
risale al 1903 - e chiedendo anche ad alcuni napoletani. Non ne hanno
mai sentito parlare. E allora il loro nome da cosa nasce ? “ Da un
atto di stupido vassallaggio che noi catanesi abbiamo tributato a
Napoli. Per fare onore a questa città, al tempo del regno delle due
Sicilie – ci spiega il gastronomo e scrittore Pino Correnti –. Ma
Napoli di questo dolce non ne sapeva niente”. La dimostrazione di ciò
risiede nel fatto che tutt’oggi nella città partenopea non sanno cosa
siano. I “Totò” – diminutivo siciliano del nome Salvatore –
sono simili ai Rame di Napoli, ma anziché essere ricoperti di
cioccolato fondente, sono ricoperti di cioccolato liquido e hanno una
forma diversa. Passiamo alle “Ossa di morto” - chiamate anche “Pasta di garofano”. Questi biscotti sono formati da una parte chiara e una scura, quest’ultima messa sopra quella chiara, fatta con la stessa pasta e alla quale viene data la forma di piccole ossa una forma diversa. Gli “’nzuddi”, - “Zulle” nella lingua italiana - di cui ci sono due versioni, con le mandorle, più secche o ricoperte al miele, più morbide. Il loro nome deriva da Vincenzo Bellini come tiene a sottolineare il critico gastronomico Pino Correnti, che facendo ricerche in materia è risalito al periodo in cui il cigno catanese, all’età di 6 anni, “componeva la sua prima cantica, sgranocchiando questi dolci ai quali in seguito fu dato il suo nome”. Vincinzuddu Bellini è nato il 2 novembre 1801 e a lui, oltre alla pasta alla norma, dobbiamo attribuire anche questo dolce. La nostra gastronomia offre anche le “Piparelle”, cioè biscotti a forma di fettine di pane, eseguiti con ingredienti naturali quali farina, cioccolato, albumi d’uovo, mandorle e pepe nero, che si possono gustare inzuppandoli nel vino o nel mosto. Questo è il periodo in cui si preparano anche i “cannistri” - o canestri – che si possono regalare ad amici e parenti, in cui si mettono questi dolci, decorandoli con la frutta martorana, fatta di marzapane. Incredibilmente somigliante a quella vera, viene data loro forma di castagne, nespole, fichidindia, ma anche frutti di mare e pesci, tutti incredibilmente dolci. Chiudiamo il quadro delle delizie che vengono prodotti in questa ricorrenza con i “Bersaglieri”, biscotti ai quali viene conferita la forma di bastoncini ricoperti di cioccolato e i “Regina”, fatti come i primi, ma ricoperti di glassa bianca. A buon intenditor, …………….
N'ZUDDI
(ZULLE) Ingredienti: 1 kg di farina 0.0 900 g di zucchero 10 g di ammoniaca latte mandorle Preparazione:
In una ciotola molto capiente unite farina, zucchero, mandorle
sminuzzate, ammoniaca e cominciate pian pianino ad unire il latte
impastando con le mani, attenzione a non versarne troppo!
RAME
DI NAPOLI Per il biscotto: Farina 00, gr 250 Cacao in polvere, amaro, gr 25 Zucchero semolato, gr 125 Mandorle pelate, abbrustolite e spezzettate, gr 25 Cedro candito, in cubetti, gr 25 Latte intero, cc 60 Burro, gr 25 Miele di agrumi, 1 cucchiaino 6 gr di ammoniaca Uova, 1 piccola (max 60 gr) Per
la glassa di cioccolato: Uova, 1 piccola Burro, gr 35 Zucchero a
velo, gr 40 Cacao in polvere, amaro, gr 35; (si può sostituire con
cioccolata 68-70%) Esecuzione:
ricetta e foto provengono da http://www.gennarino.org/nuovo_sito/content/view/292/247/
OSSA
DI MORTO (ossa ri mortu) Tipici biscotti duri, tradizionalmente preparati per la ricorrenza del 2 novembre (festa dei morti) Ingredienti: farina, zucchero, acqua e chiodi di garofano. Preparazione: con la farina, lo zucchero, i chiodi di garofano pestati al mortaio e con un po' d' acqua, preparare un impasto piuttosto morbido e porlo in una pentola sul fuoco. Rimescolando continuamente con la spatola di legno, continuare la cottura finchè l' impasto risulterà soffice. Ungere le apposite formelle con calchi a foggia di ossa, teschi, depositarvi il composto, lasciarlo riposare per un paio di giorni e prima di cuocerle in forno bagnarle alla base con acqua in modo che, durante la cottura, lo zucchero, trasbordando nella parte inferiore, forma una base di sostegno di colore marrone bruciato |
|
Il principe Fabrizio Salina, il ‘’Gattopardo'’, nel gran buffet
della festa sceglie questi dolci, mentre l’autore Tomasi di Lampedusa
fa questa Ingredienti: 800 g di ‘’majorca'’ doppio zero, 300 g di zucchero, 300 g di sugna, 1 uovo, latte, zuccata di cioccolato a pezzettini per arricchire ( la crema di latti). Preparazione:
Sciogliere la sugna con la farina e lo zucchero, strofinandola tra le
palme delle mani e impastarla, aggiungendovi, latte, finché l’impasto
lo chiede. Far riposare qualche ora la palla ottenuta, stenderla col
mattarello e sulla sfoglia depositare a distanze regolari tanti
mucchietti di crema all’amitu arricchita da cubetti di zuccata e
cioccolato a pezzettini. Chiudere con una sfoglia più grande, avendo l’avvertenza
di spennellare albume battuto intorno ai mucchietti di crema, affinché
possano appiccicarsi meglio i bordi delle due sfoglie, ora ritagliati
dalla forma di latta rotonda e frastagliata. Passare l’albume montato
a neve su ogni singola pasta e infornare. A cottura ultimata a forno
moderato spolverare con zucchero a velo. |
|
Luogo di Produzione : Catania Dolciaria Antonino Valenzano Via M. di San Giuliano, 106 - 95024 Acireale (CT) Dati
Organolettici Forma: A esse
Sapore: Mediterraneo Crosta: Liscia Odore-profumo: Di semi di anice Colore: Biscottato uniforme
Pasta: Croccante |
|
La
cornice è quella del golfo di Catania: un arco che va da Capo Mulini a
Capo Santa Croce, nel comune di Augusta. Una porzione di mare tutelata
in parte dalla Riserva Naturale Marina delle Isole Ciclopi e solcata
ogni giorno dalle piccole barche dei pescatori del golfo. Qui, secondo
la stagione, si pescano aguglie, spigole,
tonni, triglie, sgombri, e masculini. I pescatori li chiamano anche
anciuvazzu o ancora anciuvurineddu: molti nomi per le piccole, guizzanti
acciughe, le stesse catturate dai liguri e dalle menaidi cilentane. Le
stesse che, diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono il grecale
ventiquattr’ore prima di arrivare, (…) è sempre I
masculini si vendono freschi sul mercato catanese di piazza Pardo ( ‘a
Piscaria) oppure vengono messi sotto sale dalle mogli dei pescatori. La
tecnica di salagione è la stessa di tutto il Mediterraneo, ma qui
esiste una preparazione assolutamente unica, inventata dai pescatori
catanesi per sfamarsi durante le molte ore trascorse in mare. Si tratta
di una conserva fatta con pezzetti di alici e con le teste che rimangono
impigliate nelle maglie della menaide. Impossibili da vendere, questi
“scarti” erano consumati in barca. Tornati a riva, le donne di casa
mettevano ciò che rimaneva sott’olio di oliva, in vasetti di vetro o
in piccoli orci di terracotta (i cugnitti) e all’occorrenza se ne
prelevava una parte per cucinare sughi e salse. |
|
Non è nebbia sulle strade, ma carne al fuoco. Secoli
di Fast Food da strada. In
Sicilia per mangiare sfizioso non bisogna sedersi ai tavoli dei
ristoranti. Basta andare nei mercati storici o nelle vie dei quartieri
popolari per trovare bocconi unici ed irripetibili. Quando
il Cardinale Karol Wojtyla visitò Catania, tra le tante specialità gli
offrirono i cuori di cipolla che gradì tanto da chiederne ancora. I
romani avevano ereditato dai greci queste abitudini. Nell'agorà greca
si vendevano in un angolo riparato bolliti e fritture che consumavano ,
in piedi o portavano a casa. Nel Thermopolion delle città greche di
Sicilia si vendevano arrosti, fritture e bolliti di ogni genere che si
potevano portare a casa o consumare insieme agli amici sul posto.
In Europa non ebbe
fortuna anche perché la chiesa romana considerava diabolico tutto ciò
che veniva dalla scismatica Bisanzio. Nel 955 a Venezia la forchetta
venne per la prima volta utilizzata da una principessa bizantina andata
in sposa al figlio del doge suscitando scandalo: "tale novità
parve un segno di raffinatezza talmente eccessivo che la dogaressa fu
severamente disapprovata dai preti, i quali invocarono su di lei la
collera divina.. Poco tempo dopo fu colta da una malattia innominabile,
e San Bonaventura non esitò a dichiarare che era stato un castigo di
Dio". In Sicilia fino al 1500 l'uso delle mani ritenuto virile
accomunava popolo e nobili. Addirittura i marinai inglesi fino al 1800
mangiavano virilmente con le mani.
(tratto da "I sapori lontani della cucina siciliana" - di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Editori
Le panelle di Palermo La storia gastronomica dei popoli mediterranei è ricca di pietanze, inventate o importate dai popoli occupanti, e poi radicate sui territori. Tra i consumi alimentari primordiali, la leguminosa pianta erbacea del cece, originaria dell'oriente, che cresce spontanea in tutto il bacino del Mediterraneo, occupa un posto di rilievo. Basti pensare che i suoi semi sono presenti nelle mense più povere di latini e arabi, popoli distanti fra loro parecchi secoli. Gli arabi, dominatori della Sicilia a cavallo tra il 9° e l'11° secolo, avvezzi alla sperimentazione gastronomica, ne macinarono i semi, ricavandone una farina che mescolata all'acqua e cotta sul fuoco dava una sorta di impasto crudo, dal sapore non eccezionale. Ma una sfoglia sottile di questa pasta, cotta a sua volta in una sostanza oleosa, diede vita alla prima "panella": una sorta di "schiacciata" di piccole dimensioni, di un bel colore dorato. Il detto: "pari 'na paniella" (sembra una panella) è appunto riferito ad oggetti che hanno avuto la malasorte di trovarsi schiacciati sotto pesi eccessivi. Prerogativa del territorio, le "panelle" si possono gustare solo a Palermo e dintorni, associate al pane, e rappresentano il caratteristico spuntino del palermitano. Si dice che non esista cittadino palermitano, di vecchia o di nuova generazione, che non le abbia gustate almeno una volta. Studenti e scolari nell'ora di ricreazione, negozianti, impiegati, manovali, artigiani, nelle pause di lavoro. Le deliziose frittelle di ceci, travalicano, con il loro superbo gusto, ogni differenza di censo e di cultura. Si
possono acquistare in una serie infinita di "friggitorie", di
tipo fisso od ambulante, sulle strade di grande traffico, nei quartieri
popolari o residenziali, nei quartieri nuovi, nel centro storico. In
tempi più recenti hanno fatto la loro apparizione le "motolape"
e i furgoncini che, attrezzati di tutto punto, portano in giro il
prodotto già pronto per essere cucinato a richiesta, perché, per
gustarle a dovere, le panelle devono essere molto calde. Una volta
raffreddate, anche se insaporite con qualche goccia di limone, perdono
il gusto originale. Se si prova poi a riscaldarle il risultato non è
dei migliori. Vanno gustate calde, e basta. Corre
voce che,fino a qualche anno fa', per verificare la temperatura
dell'olio, il panellaio di tanto in tanto adottasse un sistema… che
preferiamo non riferirvi (comunque approvato dai clienti) ma che gli
segnalava la condizione termica ideale. Quindi, armeggiando con alcune
schiumarole (manico lungo, manico corto, veri attrezzi del mestiere)
immergeva le panelle e, rimestando, in pochi minuti serviva gli attenti
clienti che là davanti seguivano con attenzione il processo di cottura. L'evoluzione
ha portato alla nascita di diverse friggitorie, ovviamente più evolute
dal punto di vista della scelta gastronomica, che si sono localizzate in
più parti della città, divenendo un punto di riferimento per i clienti
del "fast-food" alla palermitana. Questo tipo di locale
richiama alcuni locali dei mercati arabi, ma anche alcuni delle città
spagnole: ambedue friggono ogni sorta di vivanda, poi consumata per
strada. Poi si pone il recipiente sul fuoco e si rimescola continuamente sino ad ottenere una pasta piuttosto solida (tipo polenta) che, ancora calda, si spalma in apposite formelle di legno di faggio dalla canonica forma rettangolare (4x8 cm). Sulla formella di legno può essere inciso un elemento floreale che, al raffreddamento della pasta, forma sulla panella cruda un rilievo di circa 3 millimetri. Il Pitrè ci riferisce che in passato questi rilievi avevano differenti forme tra cui, più frequente, quella di pesce. I "i pisci-panelli", così le chiamavano i più indigenti che, mangiandole, s'illudevano di mangiare frittura di pesce, allora troppo costosa. Arrivano
ben calde e gonfie sul bancone, dove sono adagiate in un ripiano
d'alluminio bucherellato per permettere all'olio di scolare, e in men
che non si dica vanno a riempire la pagnottella che sarà tagliata a
metà, aperta a mo' di cerniera, e riempita. Utilizzando le esperte mani, si formano delle crocchette dalla tipica foggia ellittica, della lunghezza di circa sei centimetri. Anche queste vengono poi fritte in abbondante olio di semi. Dalla
preparazione delle panelle e delle crocchè, raschiando con una paletta
sia il fondo sia i bordi delle casseruole dove era stato preparato
l'impasto, si otteneva un nuovo impasto fatto dalle due materie prime.
Con questi impasto si produceva una crocchetta di "rascatura"
dal gusto particolare e, cosa da non sottovalutare, dal prezzo ancora
più basso, per chi non poteva permettersi neanche le crocchè
tradizionali. Le friggitorie ricalcano antiche tradizione della Magna Grecia, quando al "thermopolium" (antico bar - tavola calda) si compravano pietanze cotte, da consumare per strada. Un momento importante per le panelle (e per le arancine) si riscontra il 13 dicembre, giorno in cui si festeggia Santa Lucia e, per devozione, in tutta l'isola, non si consumano farinacei.
(n.d.r.) Ciò che è stato narrato, pur con dovizia di particolari storici, non può né potrà mai sostituire l'esperienza diretta: al viaggiatore raccomandiamo quindi di soffermarsi davanti ad una friggitoria, prima di acquistare il "pane con le panelle", per assaporare gli intensi profumi dei vari ingredienti. Poi assaggi. Il gusto "unico" della panella solleciterà le sue papille gustative come non mai. Degustandola, provi a guardarsi attorno… i palazzi… le chiese… la storia, gli sembrerà di farne parte Molti, prima di partire, ci ritornano. Molti, la seconda volta, appena scesi dal traghetto, girano subito a sinistra per andare alla tal panelleria dove due anni prima… Carlo Di Franco per PalermoWeb.com
I Catanesi e la carne di cavallo Catania
ha una grande "cultura" sulla carne equina... Per
questo il turista spesso rimane sorpreso che a Catania possa esserci la
"nebbia" in ogni periodo dell'anno. Gli amanti del culto (eh
sì, lo è!) mangiano
la carne equina persino cruda... ma c'è da chiedersi: da dove vengono i
cavalli che finiscono al macello? Sempre se sia
carne di cavallo... ma c'è chi garantisce che sia davvero carne d.o.c.
al 100%. Ma dove finiscono quei cavalli "dopati"di cui http://salmoriglio.blogspot.com/2006_11_01_archive.html
(nd.r. I catanesi ne sono molto ghiotti. A Catania ci sono molti posti dove si può mangiare in tutti i modi la carne di cavallo, . Io, invece, mi fermo qui perchè, personalmente, trovo terribile mangiare la carne di un animale come il cavallo. Clliccate qui e forse, dopo, cambierete idea.
|
|
(di Gianni Nicola Caracoglia (da "La Sicilia" - fascicolo allegato "In viaggio" - dicembre 2008)
Secondo me è solo il senso di colpa che fa ingrassare perché "carne fa carne, pane fa panza e vino fa danza . Perché non partire da un antico proverbio, commentato a proprio uso e consumo, per "condire" il senso della vita? E per uno che di mestiere fa lo chef? Il
salame nebroideo ci dà un ottimo aggancio per parlare di salsiccia,
vera regina della cucina popolare italica ma non disdegnata anche dai
menu nobiliari. Con l'aiuto del grande Chef Carmelo Chiaramonte, nostro
Virgilio "enogastromico" ripercorriamo, idealmente, una via
che in Sicilia ha un suo percorso ben preciso. Nell'area
iblea sicuramente si. A partire da Palazzolo Acreide, la cima della
cuccagna della salsiccia, passando per le vicine Sonino, Cassaro, Ferla,
Buscemi, Buccheri. Sono territori che hanno una grande tradizione della
carne, essendo tra le zone più alte e fredde di quel territorio. Qui
non mancavano le neviere dove poter conservare la carne macellata. Da
considerare che le vie iblee sono tortuose e sinuose come un cordone di
salsiccia". La
salsiccia catanese classica è condita solo con il pepe nero e il
peperoncino. Poi ci sono le varianti moderne con il pomodoro e il
formaggio. Fa storia a sé la salsiccia etnea della zona di
Linguaglossa, Randazzo, Piedimonte Etneo che non prevede l'uso del
tritacarne ma viene tagliata al cepo, cioè è tagliat a mano col
coltello sul ceppo di legno, quindi i pezzi sono più grossolani.
La salsiccia fresca ha una durata massima di 4/5 giorni dentro il frigorifero. Se la si vuol fare durare di più si aggiunge altro sale e la si fa seccare. Vorrei aggiungere un particolare: spesso si trova salsiccia con un colorito marroncino scuro: è un fenomeno naturale, dovuto al sale e al pepe, che avviene dopo un paio di giorni dalla preparazione ed è un segno di onestà da parte del macellaio che non ha utilizzato nitrato di potassio come conservante".
|
|
Tu la vedi per la prima volta (i Catanesi la vedono per la prima volta ad 1 mese di vita, quando la mamma gliela sbatte dentro al biberon ca u picciriddu à crisciri) e pensi vabbè è un muffin. Col cavolo! La Brioscina Tomarchio prende il muffin più buono e sofficioso e scioglievole che abbiate mai assaggiato e gli sputa in un occhio. Perchè la Brioscina Tomarchio è molto di più. Il popolo Catanese da secoli si interroga sulla composizione dei suoi ingredienti, ma il signor Tomarchio ha già fatto sapere che, a tempo debito, si trascinerà la ricetta nel sepolcro funerario, esattamente come il signor Nutella e il signor Coca Cola. Perchè quando tu apri la Brioscina Tomarchio, stacchi la cartina con occhi luciferini e affondi gli incisivi in quel bendiddìo profumato di vaniglia, se ti va bene vedi santa Rita da Cascia che si lancia col bungee jumping. Poi continui a mordere e masticare e mordere e godi come se stessi prendendo a pedate nelle tempie Alessia Fabiani. Quando azzanni la parte centrale, quella più alta e soffice, vedi Cannavaro nudo tra lenzula di seta che ti sussurra Voglio farti impazzire baby. Il mistero che avvolge la Brioscina Tomarchio si infittisce sul tema della sua diffusione. Pare sia impossibile trovarla fuori dall'interland catanese, e qui chiamo a testimoniare Aretusei, Buddaci, Palemmitani e Siculi vari. Perchè? Perchè negare al mondo intero la possibilità di girare per casa alle 3 di notte, con l'afa che ti fa sudare come un bisonte nella sauna finlandese, entrare in cucina e spararti l'apoteosi dell'apoteosi del godimento, la Brioscina Tomarchio con la Nutella? Che
crudeltà è mai questa? Perchè
la Brioscina Tomarchio di notte non fa ingrassare. Testato. Perchè la Brioscina Tomarchio con la Nutella è come prendere Jenna Jameson e Asia Carrera e chiderle a chiave nel box doccia. Poi dice perchè le siciliane hanno i fianchi larghi. Per non parlare poi della ricetta segreta delle notti Catanesi. Quelle notti in cui possibilmente hai il ciclo e vai in cerca di zuccheri come Satana in mezzo ad uno stuolo di vergini. Quelle notti in cui possibilmente ti sei già fatto fuori un bel panino della camionetta wurstel doppio formaggio parmigiana patatine tomato e maionese (affronteremo meglio il tema in un post apposito) ed hai lo sfrìccico del dolce. Cosa c'è di meglio del leggendario frappè alla Nutella? Vi elenco solo gli ingredienti: Brioscina Tomarchio, Panna e Nutella. A tonnellate. Sbattuti dentro al frullatore. Shakerati. Una colata di crema nutellosa con pezzetti sparsi di pandispagna da sciogliere sulla lingua. 7000 calorie di puro godimento ad ogni singola, voluttuosa cucchiaiata. Mi dicono sia divino, ma non l'ho mai assaggiato che io alla linea ci tengo. da LA SVITATA BLOGSPOT http://lostris18.splinder.com/post/12929855 |
|
Aceddu cu l'ova. Ingredienti 1 kg di farina 450 gr di zucchero 250 gr margarina 5 uova 2 buste di lievito 2 buste di vanillina uova q.b. per guarnire i biscotti codette ( o ciriminnacchi ) q.b. Preparazione
Unite farina, lievito,
vanillina, zucchero, uova e margarina, impastate tutto insieme e
lasciate riposare per qualche minuto.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
||
|
|