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La
storia della gastronomia siciliana e' come una favola che ha inizio con il
classico "c'era una volta".
Con
la farina di Farro, oltre a un ottimo pane, si ottennero delle tagliatelle
molto saporite e, niente poco di meno che, la pasta frolla. Queste
antiche popolazioni avevano eretto potenti e progredite citta', dove,
almeno da tre millenni si era sviluppata una cucina autoctona.
Il fatto che il banchetto fosse sentito come occasione principe per
discussioni sui piu' vari argomenti, sta alla base della ricchissima
letteratura detta "Del Convito e del Simposio". Ma
torniamo ai nostri amici greci ed alle loro abitudini alimentari.
Questi simpatici simposi erano, appunto, denominati "I Pranzi del
Panierino", ed e' questo piccolo recipiente di vimini, la "Spyris",
che a volte, vediamo appeso ad un chiodo in alcune raffigurazioni di cene. Le
citta' della Magna Grecia piu' reputate per sontuosita', a volte anche
eccessiva, delle mense furono: Siracusa, Crotone e Sibari ed e' proprio
dai cittadini di questa ultima citta' che e' nato il vocabolo Sibarita,
usato ancora oggi per indicare una persona amante della vita piacevole e
del buon cibo.
Ma
Cristoforo di Messisburgo, maestro di casa del Cardinale Ippolito D'Este,
nel descrivere un banchetto, servito il 16 gennaio 1543 alla corte
Estense, precisa che il secondo servizio di cucina comprendeva, con i
timballi di piccione, di conigli e lepri, in salsa pevorada, anche sei
piatti di riso alla siciliana con tuorli d'uovo crudi, formaggio
grattuggiato, pepe, zafferano e l' immancabile zucchero di tutte le
ricette medievali.
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Da
quando questo paragone è stato dedicato alla popolare pasta? Nel 1920 in casa
Musco-Pandolfini in via Etnea, si svolse un pranzo che adesso ci appare in tutta
la sua storica prospettiva. Il grande attore e mimo catanese Angelo Musco era
ancora celibe e viveva presso la diletta sorella Anna, sposata con Giuseppe
Pandolfini. La coppia aveva due figli, il celebre caratterista Turi Pandolfini e
Janu, prima teatrante, poi titolare di un notissimo negozio d’abbigliamento.
Janu era sposato con la signora Saridda D’Urso, nel cui |
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La qualità, i tipi, il gusto, le essenze, la manifattura dei gelati varia da una zona all' altra dell'isola, in una serrata e stimolante competizione fra una città e l'altra. A Palermo primeggiano i "pezzi duri". Il gelato di melone rosso (anguria) con profumo di gelsomino, tipico del Festino di Santa Rosalia, quello di "scorzonera e cannella", la cassata (da non confondere con la più famosa gemella, tradizionale torta pasquale), il coloratissimo "giardinetto" e financo il gelato di "riso e chantilly" di chiara origine francese. Durante la Belle Époque le gelaterie più famose, si trovavano lungo la passeggiata a mare del Foro Italico e spesso le signore consumavano il gelato all'interno delle loro eleganti carrozze, in sosta davanti al bar. Nel messinese spiccano le granite, di caffè e di limone, molto simili a quelle del palermitano, per la loro consistenza granulosa, ma del tutto diverse dalle granite dei paesi del val di Noto, vera e propria specialità dolciaria della zona, assai più compatte e lavorate. Programmare un viaggio in Sicilia, alla scoperta di cittadine quali Noto, Modica, Ragusa Ibla o Palazzolo Acreide, è un suggerimento che mi sentirei di porgere a tutti coloro che siano interessati alle bellezze architettoniche e paesaggistiche che questi luoghi offrono. Le passeggiate lungo le vie dei centri abitati, su cui si affacciano palazzi nobiliari ed eleganti edifici, presentano una scenografia del tutto particolare, che segna felicemente il passaggio dal tardo barocco, alle linee più morbide e contenute di un nascente Settecento. I prospetti dei fabbricati con i loro balconi ricchi di decorazioni, smerlettature, mascheroni scolpiti nella pietra bianca, si alternano alle chiese che svettano verso il cielo, la maggior parte delle volte al sommo di maestose scalinate, che esaltano l'armonia di curve e chiaroscuri, espressione di quel "barocco ibleo", sobrio ed elegante, che richiama visitatori da ogni parte del mondo. Paradossalmente dobbiamo al terremoto che alla fine del XVII secolo rase al suolo gran parte dei paesi della val di Noto, cancellando del tutto vestigia di passate civiltà, l'equilibrio architettonico di queste cittadine, specialmente di Noto, che subito dopo il sisma un clero assai potente ed una ricca aristocrazia feudale riuscirono in breve a ricostruire, secondo i canoni stilistici del tempo. Concluse tuttavia le suggestive passeggiate barocche ed esaurita la visita a questa affascinante parte di Sicilia, sarà bene non abbandonare frettolosamente i luoghi, ma concedersi una breve sosta e rivolgere 1' attenzione ad una successiva, piacevole scoperta: quella della illustre tradizione dolciaria del Ragusano e del Siracusano. Qui i dolci sono soprattutto a base di mandorle, produzione tipica della zona, cannella e ricotta. Si raccomanda di non trascurare i dolcetti "da riposto" cosi chiamati perché si possono tranquillamente "riporre" nella credenza di casa e consumare in tempi successivi all'acquisto. Ma la vera specialità della zona, specie delle tante pasticcerie di Noto o di Modica, sono i gelati, o più esattamente le granite. Se infatti i gelati, in coppa o a pezzi duri, si possono trovare un pò in ogni parte d'Italia, le granite restano un'assoluta prerogativa della Sicilia, ed in particolare della Sicilia orientale. A differenza di Palermo o di Messina, dove le granite sono per lo più di caffè o di limone, a Noto o a Modica e più generalmente in tutti i paesi limitrofi, la granita si arricchisce di innumerevoli sapori: mandorla, arancia, fragolina di bosco (quando è il tempo delle fragole), gelsi neri, mandarino. Nel più antico bar di Noto, a pochi passi dal duomo impacchettato per i restauri, ci si potrà sedere ai tavoli all'aperto e, nell'imbarazzo della scelta, dedicare una punta di attenzione anche alla granita di pesca aromatizzata al basilico. A paragone dei comuni gelati, che si presentano cremosi e mantecati, la granita - spiega il sig. Iacono, titolare di un'altra rinomata pasticceria, questa volta di Modica - è particolarmente dissetante, perché a base di acqua. Fra le specialità del locale, consiglia poi di assaggiare le granite di mandorle, prodotte in due diverse versioni: con la mandorla tostata o con la mandorla bianca. I suoi clienti più affezionati - racconta ancora - molti dei quali avvocati, vista la vicinanza col Palazzo di Giustizia, la mattina, prima di recarsi al lavoro, vengono a fare la prima colazione al bar con brioche e granita di caffè con panna. Nel passato, soprattutto in ambiente contadino, la granita si accompagnava al classico filoncino di pane. E del resto non manca neppure oggi qualche buongustaio alla ricerca di cibi genuini che preferisce sostituire il panino alla brioche. Nel ricco panorama dolciario della Sicilia orientale non figurano naturalmente soltanto le granite, ma gelati di ogni genere, torte, pezzi imbottiti, tartufi, coppe di vari gusti con panna, con pan di Spagna, con mandorle e canditi. È la granita, tuttavia, a mantenere il posto d'onore, rimanendo a tutt'oggi una specialità siciliana assolutamente irripetibile. Che non ha nulla a che vedere con la "grattata di ghiaccio" insaporita con essenze varie, che nei bar del Nord Italia servono come granita. Con grande delusione dei siciliani che per un momento, tenendo il bicchiere gelato fra le mani, avevano creduto di ritrovare gli antichi sapori della loro terra. Anna Pomar
Non così in Oriente. Fu proprio lì che venne realizzata la decisiva scoperta del sistema per congelare i succhi di frutta ponendoli in recipienti circondati di ghiaccio tritato. Gli Arabi svolsero un ruolo assai importante. In Sicilia erano soliti mescolare la neve dell'Etna ai succhi di frutta. Non a caso la parola sorbetto sembra tragga origine dall’arabo scherbet (dolce neve) oppure dall’etimo, sempre arabo, sharber (sorbire), da cui passando attraverso la lingua turca, sarebbe stato coniato il termine chorbet, ossia sorbetto. Alla fine del ’300 stava risorgendo, dalle nebbie del Medioevo, l’arte del vivere e del mangiar bene, e il consumo dei sorbetti continuava in tono minore, anche se le direttive di austerità del papa e dell’imperatore venivano sempre più disattese. Nel
lontano 1660 un certo Francesco Procopio De Coltelli lasciò la natia
Acitrezza per conquistare Parigi, Non partì con un carico di lupini, ma
con uno speciale utensile che serviva a fabbricare sorbetti e granite.
Forte della tradizione in materia, importata secoli prima in Sicilia dai
lungimirati musulmani, Procopio capi che la specialità nostrana poteva
avere successo anche in altre parti del inondo. E così inventò la sua
ricetta vincente: lo zucchero al posto del miele (come nell'uso arabo) e
il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la
durata. Ma non fu vita facile per il pescatore mancato. Passarono molti anni prima che Procopio potesse mettere a punto un sorbetto doc, e ad ogni tentativo fallito faceva ritorno nella sua Acitrezza e scoraggiato prendeva il largo, oltre i Faraglioni. Ma in quel fatidico 1660 riuscil finalmente ad aprire il suo primo caffè-gelateria nella capitale transalpina, addirittura con la benedizione del sovrano Luigi XIV, il mitico Re Sole, il quale era rimasto deliziato dal gusto "rnediterraneo" dei suoi sorbetti. La sua fama si propagò velocemente, al punto che dovette ampliare il suo locale e trasferirsi alla rue de l'Ancienne Cornédie Francaise, aprendo il famoso Cafè Procope. Il gelataio trezzoto divenne così Francois Procope De Couteaux, fu invitato alla corte di Versailles per ricevere dal re un ambito riconoscimento: "le Iettere patenti", una sorta di concessione esclusiva per produrre le cosiddette "acque gelate" (l'odierna granita), e poi gelati di frutta, "fiori d'anice e di cannella" e gelati al succo di limone e d'arance. Un secolo più tardi sarebbe nato anche il celebre "Cafè Napolitainse" del partenopeo Tortoni. E le vicende di questi due bar italiani si sarebbero incrociate più volte, luoghi che testimoniano grandi eventi storici e culturali, che lasceranno il segno in Europa. Il Café Procope diventerà il ritrovo ideale di illuministi di grande fama, quali Voltaire, Rosseau, D'Alembert, Diderot; si dice che alcuni di loro abbiano lasciato manoscritti, tutt'oggi consultabili a chi abbia voglia di visitare questo locale, nel cuore del quartiere latino di Parigi. Non solo. Negli anni della rivoluzione francese il bar sarà frequentato dai capi del movimento giacobino, dai vari Roberspierre, Danton, Marat e Saintjust; qualche storico francese sostiene che sia stato anche teatro di omicidi durante gli anni del terrore. E invece, trent'anni dopo, nel vicino Cafè Tortoni, si davano appuntamento il sommo Gioacchino Rossini e un giovane siciliano, di Catania, che aveva appena composto un'opera che avrebbe scosso definitivamente il melodramma europeo. Il dramma musicale in questione è "I Puritani", e l'artista è quel tale Vincenzo Bellini, giovane di belle speranze che suscitava l'ammirazione del grande autore di "Barbiere di Siviglia". Rossini preferiva le paste napoletane del "Tortoni", mentre Vincenzino avrebbe sicuramente gustato una granita di limone nel "Procope", fondato da quel conterraneo venuto da Acitrezza. |
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Costoro
furono tenuti in grande considerazione dai nobili siciliani che li
chiamavano monsù (monsieur) dandogli del rispettoso voi e alla Anche
loro, come il cuoco secretum del principe del rinascimento, seguivano i
loro signori nelle varie residenze e persino nei lussuosi alberghi
europei dove cucinavano per loro. Gli scrittori siciliani ne hanno
esaltato l'abilità. Gaston era il monsù di casa Tomasi di Lampedusa, a
lui si deve il noto timballo di maccheroni così descritto: 'Toro
brunito dell'involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che
emanava non era che il preludio della sensazione di delizia che si
sprigionava dall'interno quando il coltello squarciava la crosta ".
Tratto da "I sapori lontani della cucina siciliana" di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Edizioni |
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"Ti
faresti monaco?" gli domandò il principe, per chiasso. "Ci
staresti sempre, al convento?" "Sì," rispose egli, per
non dargliela vinta. San Benedetto, al capitolo della Misura dei cibi, aveva ordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e una libbra di pane; "se hanno poi da cenare, il Cellerario serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena"; ma questa era una delle tante "antichità" - come le chiamava fra' Carmelo - della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola diceva pure: "Ognuno poi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi"; ma tutti i giorni compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce. Molte altre "antichità" c'erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro, diceva insomma un'altra quantità di coglionerie, come le chiamava più precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell'Ordine prescriveva che un'emina al giorno dovesse bastare; "ma quelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersene, sappiano d'averne a ricevere propria e particolare mercede". Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti.
da "I Vicerè", di Federico De Roberto
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