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La
storia della gastronomia siciliana e' come una favola che ha inizio con
il classico "c'era una volta".
I Greci provenienti dalle Cicladi nel 735 a.C. sbarcarono sul litorale ionico, in prossimita' dell'odierna Naxos, ed i Corinzi di Archia nel 734 a.C. furono a Siracusa. Diverse, come sappiamo, furono le novita' che apportarono questi colonizzatori e, per restare in tema, da un punto di vista alimentare, L'arte del fare il vino nasce proprio da loro, I'ulivo, il farro ed altri prodotti, gia' esistenti nell'isola, vennero utilizzati in modo diverso, ebbero, per cosi' dire, una nuova impronta greca che porto' ad ottimi risultati. Prendiamo per esempio il farro. Il Farro, prima dei Greci, veniva utilizzato in Sicilia, per fare il pane, poi, venne utilizzato in tutt'altro modo. Con la farina di Farro, oltre a un ottimo pane, si ottennero delle tagliatelle molto saporite e, niente poco di meno che, la pasta frolla. Con il farro macinato grosso essi si fecero delle ottime zuppe ed, infine, con il seme intero, unito a fave, lenticchie, ceci, ed interiora, la famosa Fabata Puls. Questo non ci deve fare credere che quando i Greci sbarcarono la Sicilia era abitata da selvaggi. Sulle coste ioniche abitavano i Siculi ed in quelle tirreniche prosperavano i Sicani e gli Elimi. Queste
antiche popolazioni avevano eretto potenti e progredite citta', dove,
almeno da tre millenni si era sviluppata una cucina autoctona.
Il fatto che il banchetto fosse sentito come occasione principe per
discussioni sui piu' vari argomenti, sta alla base della ricchissima
letteratura detta "Del Convito e del Simposio". Ma
torniamo ai nostri amici greci ed alle loro abitudini alimentari.
Questi simpatici simposi erano, appunto, denominati "I Pranzi del
Panierino", ed e' questo piccolo recipiente di vimini, la "Spyris",
che a volte, vediamo appeso ad un chiodo in alcune raffigurazioni di cene. Le
citta' della Magna Grecia piu' reputate per sontuosita', a volte anche
eccessiva, delle mense furono: Siracusa, Crotone e Sibari ed e' proprio
dai cittadini di questa ultima citta' che e' nato il vocabolo Sibarita,
usato ancora oggi per indicare una persona amante della vita piacevole e
del buon cibo. Anche loro, come i Greci, apportano molte novita' nell'arte, in generale, e nella cucina, in particolare. Ci fanno conoscere la canna da zucchero, il riso, il gelsomino, il cotone, I'anice, il sesamo e le droghe: cannella e zafferano. Sono abilissimi pasticceri e, tra i dolci, segnaliamo: la Cubbaita (Qubbayt), ossia, un dolcissimo torrone di miele con semi di sesamo e maridorle; i Nucatuli, dalla parola araba "Nagal" (frutta secca, confettura, dolce secco); la Cupita o meglio Copata: torrone molto duro confezionato in grossi pani, a base di nocciole, albume d'uovo, zucchero miele ed amido.
Sempre agli arabi dobbiamo la Cassata ed il sorbetto.
Ma
Cristoforo di Messisburgo, maestro di casa del Cardinale Ippolito D'Este,
nel descrivere un banchetto, servito il 16 gennaio 1543 alla corte
Estense, precisa che il secondo servizio di cucina comprendeva, con i
timballi di piccione, di conigli e lepri, in salsa pevorada, anche sei
piatti di riso alla siciliana con tuorli d'uovo crudi, formaggio
grattuggiato, pepe, zafferano e l' immancabile zucchero di tutte le
ricette medievali. |
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È certo che un record dell'arte culinaria di questa terra è quello delle svariatissime influenze che sulla gastronomia siciliana vennero sovrapponendosi via via: Greci, Romani, Arabi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Inglesi... popoli provenienti dalle più lontane contrade convennero nell'isola del sole e dei limoni portando, insieme a brame di possesso e a progetti di conquista, usanze e ingredienti che si innestarono, fondendovisi senza difficoltà, sulle tradizioni locali. Cucina tipicamente mediterranea, i suoi temi fondamentali sono olio, pasta, pesce, frutta, ortaggi, erbe aromatiche; ma a questa base colorata e fragrante, e che è identica a tutte le cucine meridionali italiane, si aggiungono echi, sapori, profumi nuovi, di varia provenienza, spesso inediti per il palato continentale, che derivano appunto dalla storia. La gamma dei piatti e delle creazioni è straordinariamente ricca ed è particolarmente evidente nelle famiglie, sia in quelle modeste sia in quelle aristocratiche. Se si ripercorrono il difficile passato della Sicilia e i vari periodi delle dominazioni che l'isola subì, si ritrovano - una per una - le tessere di quel mosaico policromo e ghiottosissimo che è il suo attuale patrimonio gastronomico. Della Magna Grecia restano intatti i sapori delle olive, della ricotta salata, del miele dei fiori, del pesce, dell'omerico agnello alla brace e soprattutto del vino. Al periodo romano risalgono invece piatti come le seppie ripiene, le cipolle al forno, il "maccu", purea di fave cotte in acqua insaporita con erbe aromatiche, che si condisce con olio crudo e si mangia con pane o pasta. È un piatto semplice, che oggi si trova quasi soltanto nell'interno dell'isola: per secoli è stato il cibo più frequente del contadino e dello zolfataro, che se lo portavano, dentro la "quartara" o anfora di terracotta, nei campi e in miniera. Alla dominazione araba riportano invece piatti di netto stampo orientale, come il "cuscusu" (la forma più elementare e primitiva di pasta alimentare che si conosca, minutissime palline di farina di semola e acqua che vengono lasciate ad asciugare al sole e conservate) con cui si realizza la famosa zuppa di pesce del Trapanese; la "cassata", che certamente è il dolce più classico della fantasmagoria dolciaria isolana; la "cubbaita", torrone al miele con semi di sesamo e mandorle, e il gelido nettare che gli Arabi chiamavano "sciarbàt" e che univa alla neve prelevata dall'Etna le essenze profumate di agrumi, frutti e fiori: da qui venne il "sorbetto" che i gelatai siciliani portarono a fama mondiale. Fu, quello arabo, il periodo in cui la Sicilia assunse ancor più l'aspetto di isola felice, profumata e lussureggiante come un giardino. Nuove colture (riso, agrumi, canna da zucchero, anice, ecc.), nuove importazioni (spezie e droghe), nuovi impianti (le tonnare, per esempio): nel generale fervore anche la tavola divenne più sofisticata ed elaborata. Al periodo del dominio angioino e aragonese risale il popolare "farsumagru", che prima si chiamò "rollò", dal francese "roulé", e che è l'indiscusso sovrano dei piatti siciliani a base di carne: un ricco arrotolato di vitello che racchiude una farcia piena di ogni bendiddio. Echi di usanze francesi si trovano in piatti popolari che ne scimmiottano il nome con una certa ironia, come la "pasta cacata", condita con ricotta fresca e un densissimo ragù, alla quale in qualche modo si contrappone la semplicissima pasta e ricotta che dimostra come la cucina siciliana riesce, grazie alla straordinaria qualità delle materie prime, a creare nel modo più semplice una preparazione magnifica. La ricetta arriva dalla tradizione popolare, sempre basata su accostamenti elementari, e ricorda in qualche modo quella laziale dei bucatini "cacio e pepe". In questo caso la pasta è del tipo corto, formato ditalini o conchigliette. La ricotta deve essere freschissima e va diluita in una tazza con un poco di acqua di cottura della pasta. Alla fine si condisce tutto insieme e si completa con una spolverata di pecorino grattugiato. Di origine francese è anche l'"ancidda brudacchiata", che è la traduzione di "anguilla in brouet", cucinata con pepe, zenzero, cannella, chiodi di garofano e zafferano sciolto nel vino.
Si giunge così al lungo periodo della dominazione spagnola in Sicilia; l'epoca dei Viceré. Al seguito dei Conquistadores spagnoli di ritorno dall'America, si diffuse in Europa il pomodoro che, nel Sud d'Italia e quindi anche in Sicilia, ebbe enorme fortuna trovando terreno ideale. Pochi anni dopo fu la volta di un'altra protagonista della cucina meridionale, la melanzana, anch'essa di origine sudamericana. Si crearono con questi ortaggi piatti come la "caponata" di verdure, tuttora uno dei più caratteristici e diffusi dell'isola. In questo stesso periodo nacque il Pan di Spagna, base di molti dolci, e si diffuse il cioccolato. Il capitolo più celebre della cucina siciliana è quello baronale. Nelle sontuose dimore dei gattopardi dei secoli XVIII e XIX la tavola raggiunse opulenza e fasto straordinari. Il popolo non aveva di che sfamarsi, ma i baroni e gli alti prelati si contendevano i più abili "monsù", cioè i maestri della cucina (dal francese "monsieur") che prendevano al loro servizio per avere sempre una tavola ricca di invenzioni spettacolari. È rimasta celebre la descrizione che fece l'inglese Patrick Brydone di un pranzo offerto nel giugno del 1770 dalla nobiltà di Agrigento al proprio vescovo. "A tavola eravamo esattamente in trenta, ma sulla mia parola non credo che i piatti siano stati meno di un centinaio. Erano tutti guarniti con le salse più succulente e delicate... Non mancava nulla di ciò che può stimolare e stuzzicare il palato...". Tra le portate, quelle che più colpirono il viaggiatore inglese furono le murene e il fegato di polli fatto ingrossare a dismisura. A un certo punto del banchetto ci fu un interessante scambio eno-gastronomico perché gli invitati britannici furono pregati di preparare un ponce, bevanda di cui in Sicilia si era sentito parlare ma che non si era ancora assaggiata. L'accoglienza fu entusiasta, ma l'incredibile pranzo aveva in serbo altre sorprese. Al momento dei dessert, continua il cronista anglosassone, "uno dei camerieri offrì al capitano il simulacro di una bella pesca e questi, impreparato a qualsiasi inganno, non dubitò affatto che si trattasse di un frutto vero. Tagliatala in due, se ne cacciò subito in bocca una grossa metà... ma tosto il freddo violento ebbe la meglio ed egli cominciò a rotolare la pesca da una parte all'altra della bocca, con gli occhi che gli lacrimavano; finché, non potendone più, la sputò nel piatto imprecando: "Una palla di neve dipinta, perdio!"".
La gustosa descrizione di Brydone offre la testimonianza storica di un'arte - quella dolciaria, in particolare quella dei gelati - che non è andata perduta. Basta entrare nelle più importanti gelaterie di Palermo, di Catania, di Messina per capire come il gelato sia una tradizione secolare. Nella rutilante esposizione di "spumoni", "spongati", granite, "geli", "pezzi duri", sorbetti, si incontrano tutti i gusti possibili e immaginabili: fra gli altri, il gelato di fico d'India, il frutto-simbolo della Sicilia, e quello di gelsomino o "scursunera", in cui si vorrebbe affondare la lingua ma anche il naso, irresistibilmente. Straordinario è anche il "gelu di meluni": è un gelato di cocomero in cui, nella pasta spumosa e vermiglia dell'anguria occhieggiano pezzetti di cioccolato amaro che imitano perfettamente i semi del frutto. L'arte della rappresentazione, la ricerca puntuale della verosimiglianza, la perfetta abilità nell'imitazione sono caratteristiche tipicamente siciliane e hanno la massima espressione nei celebri frutti di "pasta reale" o "della Martorana", dal nome del convento palermitano che anticamente aveva il monopolio di questa preparazione. Questi dolci prelibati sono a base di pasta di mandorle la cui consistenza morbida, plasmabile come creta, permette di modellare qualsiasi forma: vengono di preferenza riprodotti frutti che, opportunamente colorati, sono una vera e propria sfida alla natura e compongono bellissime "nature morte". Altri soggetti tradizionali sono agnelli pasquali, pesci e in genere simboli religiosi. |
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"Norma" a Catania non solo significa "Musica", ma anche il "non plus ultra" di ogni cosa: infatti l’omaggio al Cigno catanese, autore di Norma, è stato ed è sempre senza riserve. Ma anche se dovessimo scrivere "norma" con la enne minuscola, avremmo sentenziato: pasta secondo l’alta tradizione degli antichi buongustai catanesi. "Pari ‘na Norma", sembra una Norma, era ed è il paragone corrente per l’iperbolica mania di cui sono sempre stati affetti gli abitanti della città.
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Città golosa e raffinata nei gusti, Catania non può certo
ignorare una così importante ricorrenza: la Pasticceria Savia incarna
i fasti della dolcezza tra cannoli Com'è consuetudine cittadina, da ormai un secolo, dal caffè all'aperitivo, dall'arancina al pasticcino, a seconda dell'ora e degli impegni, Savia è la meta preferita da giovani e da eleganti signore, ragazzine e nonni, commendatori azzimati, impiegati e commesse frettolose nel break lavorativo di mezzogiorno. Arrivano da ogni parte per gustare, vedere e farsi vedere, per lasciarsi tentare da un bocconcino dolce o da un assaggino salato mischiandosi in un insieme veramente festoso.Si può sicuramente dire, senza falsa modestia, che Savia è, ed è sempre stata, la "Vetrina dei Catanesi". Per
i pochi che non lo sapessero, la pasticceria Savia si trova
incastonata ad angolo tra la Via Etnea e la via Umberto, di fronte la
Villa Bellini; fu fondata nel 1897 dai coniugi
Angelo ed Elisabetta
Savia
in quella zona periferica anticamente denominata Piano Nicosia.
Da li mosse i primi passi, accrebbe la In quell'illustre angolo si perpetua grazie ad Angelo Savia, la tradizione dolciaria che trova il suo punto forte forte nell'acquisto di materie prime di eccelsa qualità, nella magistrale professionalità del suo personale, nella confezione dei prodotti sempre fragranti e, se questo non bastasse, nella proverbiale cortesia con la quale questi ultimi vengono offerti alla gentile clientela. Forte di questi capisaldi Savia inizia un nuovo capitolo della sua storia: da oggi, grazie ai nipoti Alessandro e Claudio, si presenta al gentile pubblico in una veste completamente rinnovata; ma con una ferma convinzione che l'impegno e la dedizione all'affezionata clientela sarà sempre permeata sull' "Antico" spirito che ha contribuito a fare di Savia "la Pasticceria" per antonomasia (da Savia.it).
GLI SVIZZERI A CATANIA Gli svizzeri Alessandro Caviezel e Ulrico Greuter giunsero a Catania nei primi del '900, dove aiutati economicamente dalla ditta Fratelli Caflish, fondarono la Pasticceria Svizzera "A. Caviezel & C." con sede in via Etnea. Dopo le prime difficoltà, comincio la espansione della produzione svizzero-tedesco-austriaca ad opera di valenti pasticceri provenienti da quelle nazioni. La sede di via Etnea fu restaurata nel 1949 diventando punto di ritrovo della migliore società catanese. Ceralacca rossa su un foglio bianco, una scritta sfumata a confondere un ricordo d'infanzia... un'immagine, incontrata per caso, a stimolare un riflesso di sapori e di ricordi lontani... vaghe sagome di un passato che solo in parte mi appartiene tornato così a ricomporsi, come per magia... ....l'albero di Natale, sotto, una cesta colma di doni ... una scatola trasparente profanata dalle mani di un bambino dentro cui compare una scritta ancora poco leggibile: "cotognata"Caviezel"... Mio padre, ancora giovane, zii lontani, borselli in mano, maggiolini e fiat 127 circolano per le strade di una città, di campagna, di paste prese da Caviezel... La tv in bianco e nero, il volto di Mina, ancora reale, le sue canzoni, ...il campanile del borgo a ripassare le ore, lente e infinite ...e ti accorgi che forse basta poco per colorare di ricordi l'infanzia fugace ed effimera come tutte le cose destinate a cambiare o a sparire... ...così cambiò il volto di una città nobile, a diventare grigia, violenta deserta... ...così cambiarono le abitudini, fatte di fughe da un centro invivibile, ...così cambiarono i gusti ancora accecati da un ricordo stordito dalla nostalgia per un epoca bella e confusa......così sparì Caviezel...un giorno la città si sveglia torna il sole dopo una lunga notte buia. Timidi ricordi fanno capolino e trovano spazi in angoli nuovi ed antichi che mutano in progressive certezze......"è vero Catania vive" par di sentire dire ai residui passeggeri già adulti all'epoca dei miei ricordi d'infanzia, ...spazzati i resti grigi di anni bui e deserti, l'orgoglio di chi ama la nostra città torna prepotente a farla rivivere......infine una scatola trasparente a custodire il profumo delle cotogne di Sicilia, ...un foglio di carta con la ceralacca rossa, ...il miracolo di un ricordo che si fa presente... ...odori, sapori unici, l'insegna più nobile di una città che opera torna a brillare nel cuore dei catanesi... ...e sembra dire ...ben tornati a Catania...ben tornato Caviezel... Marcello Gulisano 31/10/1998 (da caviezel.it) da
Lucacaviezel.com Ho curato per oltre quarant'anni il settore produttivo della nostra Pasticceria Svizzera, A.Caviezel & C. in Catania che contava nei momenti di maggiore fioritura in laboratorio oltre 70 fra pasticcieri e aiutanti. Tutta l'azienda, composta da tre pasticcerie ed un ristorante, contava oltre 200 collaboratori. Insegno da oltre 30 anni nel settore della gelateria avendo iniziato l'attività con Corsi professionali per gelatieri al Politecnico del Commercio di Milano dove ho introdotto per la prima volta in Italia per gelatieri artigiani la tecnica della formulazione delle ricette attraverso il bilanciamento degli ingredienti. Da allora mi dedico alla formazione professionale per inizianti ed all'aggiornamento continuo per gelatieri avanzati. Ho collaborato alla costituzione della Scuola Europea del Gelato presso il CAPAC in Milano alla quale presto il mio contributo in qualità di esperto. Insegno anche presso CAST ALIMENTI, sede della Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani in Brescia, dove si svolgono in particolare Corsi di specializzazione per pasticcieri e gelatieri avanzati in occasione dei quali vengono rilasciati i Diplomi Master. Dedico il mio tempo disponibile alla conduzione di brevi Corsi di formazione, di aggiornamento e di specializzazione per gelatieri sia in Italia che all'estero. Collaboro da anni con varie riviste del settore come "Il Gelato Artigianale", "Pasticceria Internazionale" e "Bar Giornale" e ho pubblicato due testi di base su "Scienza e Tecnologia del Gelato Artigianale " e "Scienza e Tecnologia del Semifreddo Artigianale", pubblicati da Chiriotti Editore di Pinerolo. Mi sono stati assegnati numerosi premi e riconoscimenti tra i quali uno dei primi "CONO D'ORO" dal Comitato Nazionale dei Gelatieri Italiani, una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani quale "Riconoscimento per avere comunicato ed insegnato l'arte del gelato artigianale in Italia e nel Mondo" ed una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia della Gelateria Italiana e dalla rivista Gelato Artigianale per "l'opera di didattica e diffusione della cultura del gelato artigianale profusa nella crescita professionale dei colleghi". Ho collaborato con l'Istituto della Enciclopedia Treccani in Roma per la ricerca e la stesura di documentazione relativa alla storia del gelato.
L' Azienda fu fondata negli anni trenta dal maestro pasticciere Gaetano Spinella, che volle allocarla nel "salotto buono" di Catania in via Etnea, 300 di fronte al giardino Bellini. La maestria del fondatore, rispettoso dei canoni della migliore tradizione dolciaria siciliana, ne determinò un immediato successo. Dal 1996 la società "Pasticcerie Siciliane Riunite" ha rilevato l'Azienda, introducendo nella gestione moderni criteri manageriali che si sono integrati ai sapienti insegnamenti del fondatore.
Gaetano
Mantegna aveva appena 10 anni quando inizia l'attività di apprendista
pasticcere. Nel 1946 decide di realizzare il sogno di una vita: aprire una
pasticceria tutta sua al centro di Catania. In
occasione dell'inaugurazione, Gaetano Mantegna realizza una delle sue celebri
sculture: un bellissimo pesce spada di martorana di 5 kg completamente
modellato a mano. L'opera ha avuto un successo tale da essere acquistata da un
ufficiale americano per poi donarla ad una baronessa inglese. Da
sempre situata in Via Etnea a Catania, in pieno centro storico, la pasticceria
Mantegna ha subìto negli anni importanti trasformazioni.
CONDORELLI A Belpasso, suo paese natale, il cavaliere del lavoro Francesco Condorelli rappresentava una istituzione, cosi come la sua industria dolciaria, che proprio lo scorso anno ha festeggiato trenta anni di attività e di successi, derivati, in rnassima parte, dai torroncini commercializzati in tutto il mondo. La notizia della scomparsa di Condorelli, ha offerto l'occasione per scoprire un personaggio che con i suoi 91 anni di esistenza pienamente vissuta, ha contrassegnato una pagina positiva dell'imprenditorialità siciliana sin da quando, ventunenne, nel 1933, divenne proprietario della pasticceria di Borrello. Spirito
irrequieto e curioso, Condorelli conobbe anche l'esperienza dell'emigrazione.
Per un breve periodo della sua vita, su sollecitazione di un conoscente, decise
di trasferirsi in Istria e nel 1939 giunse a Pola. L’avventura istriana fu
breve, cosi come quella che lo portò, dopo la guerra, a Malta. Tornato
definitivamente in Sicilia, nonostante fosse provato dai combattirnenti e dalla
prigionia patita, mostrò tutta la sua tempra e si fece protagonista della
locale vita imprenditoriale. La sua pasticceria cominciò ad essere frequentata
dalle numerose comitive di gitanti che passavano da Belpasso, per salire a fare
escursioni sull'Etna. Con le sue granite Condorelli fece ancora più dolci gli
anni della- dolcevita- come rivelano le foto che lo ritraggono, sempre
elegantissimo e sorridente, accanto ai personaggi famosi dell'epoca, spesso
appartenenti al mondo dello spettacolo. Aneddoti, racconti, episodi e ricordi
biografici furono raccolti dal Condorelli in un volume di ricordi, "La mia
vita", pubblicato recentemente da Maimone. Nelle pagine autobiografiche,
con la memoria prodigiosa che lo contraddistingueva, il cavaliere ci permette di
entrare nel suo mondo più intime, in quello dei suoi affetti, ma anche nella
vita sociale ed economica della provincia etnea. Significativi, per i dettagli e
gli spunti di riflessione, le pagine che egli dedica agli anni del boom
economico, quando la vita della zona etnea, pur tra gli alti e bassi dovuti alle
difficoltà del la ripesa post bellica, fece di Catania la Milano del Sud. A questo processo di sviluppo contribuii anche l'attività imprenditoriale di Condorelli. Ma il vero salto di qualità egli lo fece negli anni Settanta, quando inventò un prodotto - il torrone morbido monodose con glassa - che ha conquistato il mercato mondiale per la stia bontà e per merito di una abile campagna pubblicitaria, affidata a personaggi siciliani che hanno avuto successo nel mondo dello spettacolo. I messaggi promozionali e innovativi - celebre gli spot con i Re Magi - identificano immediatamente ed efficacemente i "Torroncini CondorelIi". Ma forse non tutti sanno che l'ìdea del morbido monodose maturò in seguito ad una cena in casa di una vedova a Venaria Reale in provincia di Torino. Quella sera il dolce era proprio una stecca di torrone che venne rotto con un grosso coltello in parti disegnali. A Condorelli, che era l'ospite, fu dato il pezzo più grosso e questo non gli sembrò giusto, per non parlare dei problemi di masticazione che, a causa della durezza, creava soprattutto alle persone anziane Gli balenò l'idea di un torrone morbido, dal gusto delicato, incartato in porzioni singole. E da qui anche il salto di qualità perché il marchio Condorelli divenne presto sinonimo di torroncino. Oggi nell'industria dolciaria Condorelli si trasformano ogni giorno settemila chili di mandorle per confezionare 15 mila chili di torrone morbido ricoperto in sette glasse diverse, L'industria dà lavoro a 54 dipendenti fissi, a 66 stagionali e a 96 agenti, che coprono tutto il territorio nazionale. Sono cifre imponenti e - siamo certi - destinate ad accrescersi con la istituzione della Fondazione, nata per ricordare uno dei più importanti imprenditori siciliani nel settore dolciario.
I LOCALI DEL PASSATO
In centro, famoso era
Finocchiaro, preferito da attori di varietà
quando essi si esibivano a Catania, e dove abitualmente consumavano i
loro pasti i giocatori della locale squadra di calcio. Altro ristorante
rinomato era il "Venezia" in via Montesano e gestito da
Indelicato. da "A Catania con amore" di Alfio Motta - Edizioni Greco
Nel centro storico della città, prima degli anni Trenta, prosperarono Caffé
di così chiara rinomanza da passare se non alla grande storia, certamente
alla piccola storia di Catania.
Di
lunghe radici (la sua nascita rimonta al 1828), visse stagioni più o meno
fortunate, ma fu sempre all'altezza di se stesso.
Col trascorrere degli anni, i Caffé, che avevano fatto storia a Catania
scomparvero tutti, uno dopo l'altro.
LA BIRRARIA SVIZZERA La Birrari Svizzera, ubicata nel lato ponente - tramontana del palazzetto Biscari, constava di due ampi saloni e aveva l’ingresso su Piazza San Nicolella. Gestita dai fratelli Tscharner, svizzeri d’origine, catanesi d’adozione, la birraria era il ritrovo preferito dai giornalisti, ma anche dai commercianti, negozianti, funzionari della vicina Posta Centrale. Per loro gli Albertini, i Luzzatto, i Morello, gli Scarfoglio altro non erano che colleghi collocati dalla geografia e dal caso, più in vista; con costoro, all’occasione volentieri polemizzavano; e le occasioni non mancavano, giacché è utile tener presente che uno che se ne intendeva, Francesco Crispi, aveva definito Catania di quegli anni la più difficile prefettura del Regno, e Catania, dai caporioni ai maneggioni della politica, di tale definizione era orgogliosa. Nel 1914 la Birraria si trasferì al pian terreno del palazzo Tezzano, con tre ingressi su Via Etnea. Sul frontale esterno, al riparo d’una longilinea pensilina di vetro, campeggiavano ventidue grandi lettere d’ottone brunito: "Grande Birraria Svizzera". Tra un ingresso e l’altro, guarnite degli stipiti intagliati in pietra tenera di Siracusa, facevano spicco due eleganti lastre di marmo con l’indicazione di alcune specialità della ditta. Ne fu autore l’architetto Paolo Lanzerotti. Inaugurata li 29 Maggio 1915, con una grandiosa cerimonia, la grande Birraria divenne il ritrovo più accogliente, ambito e salottiero della città, in aperta competizione col "Diana" di Milano, a quel tempo ritenuto il più elegante Caffè d’Italia. Scomparsi i F.lli Tscharner il prestigioso locale passò nelle mani di Peppino Lorenti. Rimodernato secondo i gusti del nuovo tempo, impreziosito di alcune sanguigne di Roberto Rimini, dotato di un’ampia scala di biliardi nei cantinati, la grande Birraria si trasformò in "Gran Caffè Lorenti" . http://win.liceocutelli.it/didattica/ipertesti/brancati/LA%20BIRRARIA%20SVIZZERA.htm
Via
Etnea
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I gelati in Sicilia hanno tradizione antica. Una volta, nelle famiglie patrizie, si conservava per la stagione estiva la neve dell'Etna in apposite "case neviere", anfratti naturali in luoghi particolarmente freschi, per ripararla dal caldo e utilizzarla all'occorrenza nella preparazione di sorbetti e gelati. Fino ad oggi nessuna grande industria del Nord, con i suoi prodotti accuratamente studiati e confezionati, è riuscita a scalzare il posto che nelle scelte dei buongustai occupa il gelato artigianale, un vero e proprio vanto della pasticceria siciliana.
Programmare un viaggio in Sicilia, alla scoperta di cittadine quali Noto, Modica, Ragusa Ibla o Palazzolo Acreide, è un suggerimento che mi sentirei di porgere a tutti coloro che siano interessati alle bellezze architettoniche e paesaggistiche che questi luoghi offrono. Le passeggiate lungo le vie dei centri abitati, su cui si affacciano palazzi nobiliari ed eleganti edifici, presentano una scenografia del tutto particolare, che segna felicemente il passaggio dal tardo barocco, alle linee più morbide e contenute di un nascente Settecento. I prospetti dei fabbricati con i loro balconi ricchi di decorazioni, smerlettature, mascheroni scolpiti nella pietra bianca, si alternano alle chiese che svettano verso il cielo, la maggior parte delle volte al sommo di maestose scalinate, che esaltano l'armonia di curve e chiaroscuri, espressione di quel "barocco ibleo", sobrio ed elegante, che richiama visitatori da ogni parte del mondo. Paradossalmente dobbiamo al terremoto che alla fine del XVII secolo rase al suolo gran parte dei paesi della val di Noto, cancellando del tutto vestigia di passate civiltà, l'equilibrio architettonico di queste cittadine, specialmente di Noto, che subito dopo il sisma un clero assai potente ed una ricca aristocrazia feudale riuscirono in breve a ricostruire, secondo i canoni stilistici del tempo.
Ma la vera specialità della zona, specie delle tante pasticcerie di Noto o di Modica, sono i gelati, o più esattamente le granite. Se infatti i gelati, in coppa o a pezzi duri, si possono trovare un pò in ogni parte d'Italia, le granite restano un'assoluta prerogativa della Sicilia, ed in particolare della Sicilia orientale. A differenza di Palermo o di Messina, dove le granite sono per lo più di caffè o di limone, a Noto o a Modica e più generalmente in tutti i paesi limitrofi, la granita si arricchisce di innumerevoli sapori: mandorla, arancia, fragolina di bosco (quando è il tempo delle fragole), gelsi neri, mandarino. Nel più antico bar di Noto, a pochi passi dal duomo impacchettato per i restauri, ci si potrà sedere ai tavoli all'aperto e, nell'imbarazzo della scelta, dedicare una punta di attenzione anche alla granita di pesca aromatizzata al basilico. A paragone dei comuni gelati, che si presentano cremosi e mantecati, la granita - spiega il sig. Iacono, titolare di un'altra rinomata pasticceria, questa volta di Modica - è particolarmente dissetante, perché a base di acqua. Fra le specialità del locale, consiglia poi di assaggiare le granite di mandorle, prodotte in due diverse versioni: con la mandorla tostata o con la mandorla bianca. I suoi clienti più affezionati - racconta ancora - molti dei quali avvocati, vista la vicinanza col Palazzo di Giustizia, la mattina, prima di recarsi al lavoro, vengono a fare la prima colazione al bar con brioche e granita di caffè con panna. Nel passato, soprattutto in ambiente contadino, la granita si accompagnava al classico filoncino di pane. E del resto non manca neppure oggi qualche buongustaio alla ricerca di cibi genuini che preferisce sostituire il panino alla brioche. Nel ricco panorama dolciario della Sicilia orientale non figurano naturalmente soltanto le granite, ma gelati di ogni genere, torte, pezzi imbottiti, tartufi, coppe di vari gusti con panna, con pan di Spagna, con mandorle e canditi. È la granita, tuttavia, a mantenere il posto d'onore, rimanendo a tutt'oggi una specialità siciliana assolutamente irripetibile. Che non ha nulla a che vedere con la "grattata di ghiaccio" insaporita con essenze varie, che nei bar del Nord Italia servono come granita. Con grande delusione dei siciliani che per un momento, tenendo il bicchiere gelato fra le mani, avevano creduto di ritrovare gli antichi sapori della loro terra. Anna Pomar
Non
così in Oriente. Fu proprio lì che venne realizzata la decisiva
scoperta del sistema per congelare i succhi di frutta ponendoli in
recipienti circondati di ghiaccio tritato. Gli Arabi svolsero un ruolo
assai importante. In Sicilia erano soliti mescolare la neve dell'Etna ai
succhi di frutta. Non a caso la parola sorbetto sembra tragga origine
dall’arabo scherbet (dolce neve) oppure dall’etimo, sempre arabo,
sharber (sorbire), da cui passando attraverso la lingua turca, sarebbe
stato coniato il termine chorbet, ossia sorbetto. Alla fine del ’300 stava risorgendo, dalle nebbie del Medioevo, l’arte del vivere e del mangiar bene, e il consumo dei sorbetti continuava in tono minore, anche se le direttive di austerità del papa e dell’imperatore venivano sempre più disattese. Nel lontano 1660 un certo Francesco Procopio De Coltelli lasciò la natia Acitrezza per conquistare Parigi, Non partì con un carico di lupini, ma con uno speciale utensile che serviva a fabbricare sorbetti e granite. Forte della tradizione in materia, importata secoli prima in Sicilia dai lungimirati musulmani, Procopio capi che la specialità nostrana poteva avere successo anche in altre parti del inondo. E così inventò la sua ricetta vincente: lo zucchero al posto del miele (come nell'uso arabo) e il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la durata. Ma non fu vita facile per il pescatore mancato. Passarono molti anni prima che Procopio potesse mettere a punto un sorbetto doc, e ad ogni tentativo fallito faceva ritorno nella sua Acitrezza e scoraggiato prendeva il largo, oltre i Faraglioni. Ma in quel fatidico 1660 riuscil finalmente ad aprire il suo primo caffè-gelateria nella capitale transalpina, addirittura con la benedizione del sovrano Luigi XIV, il mitico Re Sole, il quale era rimasto deliziato dal gusto "rnediterraneo" dei suoi sorbetti. La sua fama si propagò velocemente, al punto che dovette ampliare il suo locale e trasferirsi alla rue de l'Ancienne Cornédie Francaise, aprendo il famoso Cafè Procope. Il gelataio trezzoto divenne così Francois Procope De Couteaux, fu invitato alla corte di Versailles per ricevere dal re un ambito riconoscimento: "le Iettere patenti", una sorta di concessione esclusiva per produrre le cosiddette "acque gelate" (l'odierna granita), e poi gelati di frutta, "fiori d'anice e di cannella" e gelati al succo di limone e d'arance. Un secolo più tardi sarebbe nato anche il celebre "Cafè Napolitainse" del partenopeo Tortoni. E le vicende di questi due bar italiani si sarebbero incrociate più volte, luoghi che testimoniano grandi eventi storici e culturali, che lasceranno il segno in Europa. Il Café Procope diventerà il ritrovo ideale di illuministi di grande fama, quali Voltaire, Rosseau, D'Alembert, Diderot; si dice che alcuni di loro abbiano lasciato manoscritti, tutt'oggi consultabili a chi abbia voglia di visitare questo locale, nel cuore del quartiere latino di Parigi. Non solo. Negli anni della rivoluzione francese il bar sarà frequentato dai capi del movimento giacobino, dai vari Roberspierre, Danton, Marat e Saintjust; qualche storico francese sostiene che sia stato anche teatro di omicidi durante gli anni del terrore. E invece, trent'anni dopo, nel vicino Cafè Tortoni, si davano appuntamento il sommo Gioacchino Rossini e un giovane siciliano, di Catania, che aveva appena composto un'opera che avrebbe scosso definitivamente il melodramma europeo. Il dramma musicale in questione è "I Puritani", e l'artista è quel tale Vincenzo Bellini, giovane di belle speranze che suscitava l'ammirazione del grande autore di "Barbiere di Siviglia". Rossini preferiva le paste napoletane del "Tortoni", mentre Vincenzino avrebbe sicuramente gustato una granita di limone nel "Procope", fondato da quel conterraneo venuto da Acitrezza. |
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Costoro
furono tenuti in grande considerazione dai nobili siciliani che li
chiamavano monsù (monsieur) dandogli del rispettoso voi e alla Anche
loro, come il cuoco secretum del principe del rinascimento, seguivano i
loro signori nelle varie residenze e persino nei lussuosi alberghi
europei dove cucinavano per loro. Gli scrittori siciliani ne hanno
esaltato l'abilità. Gaston era il monsù di casa Tomasi di Lampedusa, a
lui si deve il noto timballo di maccheroni così descritto: 'Toro
brunito dell'involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che
emanava non era che il preludio della sensazione di delizia che si
sprigionava dall'interno quando il coltello squarciava la crosta ".
Tratto da "I sapori lontani della cucina siciliana" di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Edizioni |
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"Ti
faresti monaco?" gli domandò il principe, per chiasso. "Ci
staresti sempre, al convento?" "Sì," rispose egli, per
non dargliela vinta. San Benedetto, al capitolo della Misura dei cibi, aveva ordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e una libbra di pane; "se hanno poi da cenare, il Cellerario serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena"; ma questa era una delle tante "antichità" - come le chiamava fra' Carmelo - della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola diceva pure: "Ognuno poi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi"; ma tutti i giorni compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce. Molte altre "antichità" c'erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro, diceva insomma un'altra quantità di coglionerie, come le chiamava più precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell'Ordine prescriveva che un'emina al giorno dovesse bastare; "ma quelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersene, sappiano d'averne a ricevere propria e particolare mercede". Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d'oro posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il letto, al posto del pitale. Gli altri monaci, subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbini, la cui camera era piena di ventagli e d'ombrellini che le signore gli davano ad accomodare, cominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se ne andava dalla baronessa Lisi, Padre Broggi dalla Caldara, altri da altre signore ed amiche. Tornavano all'ave, per entrare in chiesa, ma quelli che venivano un poco più tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in camera; e non già per dormire, ché la sera, fino a tre ore di notte, quando si serravano i portoni, c'erano visite di parenti e d'amici, si teneva conversazione, molti Padri facevano la loro partita.
da "I Vicerè", di Federico De Roberto
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Quel timballo di maccheroni Parla Gian Luigi Beccaria, professore di Storia della lingua italiana e membro dell'Accademia della Crusca, autore di un saggio sul rapporto tra scrittori e gastronomia - La Sicilia, Mercoledì 24 Marzo 2010 La
cena del "Gattopardo" nel film omonimo di Luchino Visconti
Cibo e scrittura, così come cibo e pittura, vanno a braccetto. Non solo
trionfi di frutti, carni e pesci sulle tele dei più grandi artisti dal
Rinascimento in poi; ma anche stravaganti impalcature cibarie nella cena
del "parvenu" Trimalcione, apoteosi di dolci nel pranzo di
nozze della provinciale Madame Bovary, filosofici gaudi promessi dalle
"spigole immerse nelle soffici salse" al ballo del
"Gattopardo", o "il 'pudding', il prosciutto, e l'oca
grassa dorata" di Joyce nel racconto "I morti"…
"Nelle pagine degli scrittori - nota Gian Luigi Beccaria in "Misticanze.
Parole del gusto, linguaggi del cibo" (Garzanti, 233 pagine, 15 €)
- la gola passa attraverso l'occhio, e attraverso la parola, scorre
lungo la qualità fonica del nome. Come se un nome lo si potesse
assaporare, masticare o bere." Un saggio che ci guida attraverso
letteratura e cibo e naturalmente lingua, visto che a condurci è un
professore di Storia della lingua italiana all'Università di Torino e
membro dell'Accademia della Crusca.
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