|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|

|
|
Natale in Sicilia - C’era una volta “u bammineddu…”
Testo a cura di Alfonso Stefano Gurrera. Giornalista free lance iscritto alla FLIP (Free Lance International Press). Esperto di gastronomia e viticoltura siciliana. Collabora con le testate: Quaderni del Pitrè, La Sicilia, Sicilia in Viaggio, Blumedia, il Sommelier. Autore del libro di cultura gastronomica Rigatoni... fuori dalla Norma Ed. Greco.
“San Giuseppe cu Maria sinni ieru a fare via”: era la colonna sonora dei Natali in Sicilia fino agli anni ‘60/70. Una dolce nenia accompagnata dal flautato suone delle zampogne. Apriva, nei quartieri popolari, guarniti dalle icone della Sacra Famiglia, e “parate” con arance, bacche e alloro, la novena rituale dell’Avvento. Aveva inizio, nel calendario gregoriano, nel giorno di S. Lucia per concludersi alla sera “d’a vigilia”, ovvero la Santa Notte della nascita “du bammineddu”. Verga così la descrisse ne ”I Malavoglia”: “Davanti ad ogni casa c’era la cappelletta adornata di frasche ed arance, e la sera vi accendevano le candele, quando veniva a suonare la cornamusa che era una festa per ogni dove”. I musicanti giungevano da Bronte e da Maletto dove sia la fabbrica dello strumento la “ciaramedda” che i canti venivano tramandati di padre in figlio. Nel repertorio “ninnaredde” o “nannaredde”, rievocanti la storia sacra, l’Annunciazione e l’adorazione dei Re Magi. Queste tradizioni prevedevano che lo zampognaro “calatu” da Maletto o de ‘i Munciuffi”, con “i scarpitti ‘i pilu” simili alle “ciocie” laziali dei burini, girassero per le case dei “parrusciani” per suonare durante la Novena. Era il dono più attteso dai bambini: arrivava dopo la recita del Rosario recitato, e tramandato, in dialetto, perché potesse seguirlo anche la servitù. Trovavano sempre, gli zampognari, già pronta “a rutta” (il presepe) con sparacogna, lippu” (muschio) felci, pietre e scorze di quercia, a volte di sughero, reperite nei boschi e lungo i torrenti. Ma il “Bambino” veniva deposto rigorosamente solo alla mezzanotte. Era tanto grande, il presepe, quanto ne potesse contenere il piano del comò. Spesso scolpito in cera e talvolta adagiato sul carillon sintonizzato sulle note di “Tu scendi dalle stelle” e non “Bianco Natale”. Invece nelle chiese, dove si preparavano allora come oggi, grandi presepi, alcuni con complicati meccanismi mobili, come quello presente nella “Badiedda” di S.Agata, di fronte al Duomo, allo scoccare della Notte Santa si cantava l’ Adeste fideles. Nella grotta vi erano sistemati i pastori, ma quella che più spiccava era una figurina emblematica dello stupore popolare nei confronti della stella cometa, “u spavintatu da ‘a stidda”. Naso rivolto all’insù con l’espressione di meraviglia divenuta metafora. Di recente, anche nel quartiere di pescatori ad Ognina a Catania, è stato ripristinato nel “Museo del Mare” un presepe con figure a grandezza naturale: offrono quei pesci dello Ionio, un tempo cibi tradizionali ‘a sira da ‘a vigilia e fra Gesù Bambino, Giuseppe, Maria e i pastori non mancano certo “u trizzoto” e la “ la sardara di Padron ‘ntoni come quella restaurata dal Capitano Grasso.

foto di Andrea Mirabella
L’arte dei presepi diffusa in varie zone conserva oggi il suo primato nell’isola
a Caltagirone. Oltre a quelli di terracotta, venivano anche organizzati nei
paesi, presepi viventi, una sorta di Sacre Rappresentazioni, prime forme
teatrali come quelle della Passione, per tramandare il racconto dei Vangeli. Le
più famose sopravvissute sono quelle di Custonaci, Assoro ma nel catanese
ancora sopravvivono quelle di Caltagirone, Motta, Giarratana, Bronte e Randazzo.
Quei Natali “poveri” hanno oggi perso tutta la loro…ricchezza.
Nulla è più come prima e non si è salvata neppure la tombola familiare con
“ciciri e fasola” per segnanumero. Intorno al “ceppo” sostituito dai
termosifoni, solo giochi d’azzardo che nulla hanno a che vedere con la
briscola “pazza” o col tressette amati dai nostri nonni. Sopravvivono per
fortuna le “scuticchiate “. Oggi come ieri, il cibo costituisce la “santificazione”
del rito, con usanze comuni o diverse, , da un paese all’altro, senza
distinzioni sociali, perché legate ai prodotti locali e a tradizioni radicate
nel costume.
Mettiamoci allora anche noi a tavola e viviamo, come in un viaggio a ritroso del tempo, il Natale delle tradizioni: è la vigilia e la cena è stata preceduta, - dal prescritto digiuno, (specie per i preti, recitata un un’anonima ottava) oggi coatto per la corsa stressante all’acquisto dei regali. Le nostre nonne preparavano invece un menu “ricco”, e faticoso!, di almeno sette verdure: cauliceddi, bastardi e broccoli (lessi o “affucati”) cadduni in pastella, cacoccioli chini ca’ muddica, minestra maritata, “ciconia”, e sinapi, come antipasti o contorni insieme a zuzzu (gelatina) di maiale che si ammazzava il 21 dicembre. Per per ricavarne anche salsicce preparate “al ceppo” con budello, non sintetico come oggi, finocchietto o con la variante, da Linguaglossa ad Acireale, di condimenti vari: peperoncino, formaggio con pepe, cipollina e pomodoro. Puculiarità rimasta in tutti i paesi etnei in gara con le Dop e le Doc a colpi di suino nero dei Nebrodi e Nerelli mascalesi che vivacizzano scoppiettanti cenoni meglio di quanto possano i mortaretti. E i forni, sia quelli in casa che nelle rosticcerie, lavoravano sin dal mattino per essere pronti ad accogliere scacciate, con tuma e acciuga, e cipollina fresca; o con ripieni di verdura. Massare e monsù friggevano crispelle tonde di ricotta o, allungate, con ripieno d’acciuga. Famosi a Catania i Pistorio (anche oggi), i Lorenti e i fratelli Stella, rubicondi e ben pasciuti nella rosticceria di S.Berillo. Piatti forti della tavola, il pesce a cominciare dal baccalà, a frittelle o lesso con olio e limone, acciughe in salamoia, caponi, sgombri per le tavole più modeste, anguille e capitoni. E dolci a profusione. Dopo “u scaccio” di noci, nocciole, mandorle, fichi secchi e pistacchio, tradizionali ingredienti della pasticceria, monacale e casalinga, della provincia di Catania. Ad ogni paese il suo dolce, a cominciare da quelli comuni a tutti: cannoli di ricotta o cioccolato, maxi a Randazzo come ad Acireale (modello Piana degli Albanesi ed Avola) nucatoli e mustazzoli li ritroviamo a Vizzini e Mineo apprezzata dal “cuoco” Luigi Capuana, preparati da lui dalla zia Memè, dolci di Riposto… a Caltagirone, e ancora Acireale, torroni a Belpasso antenati di quelli del “Cavaliere” e mostarda di fichidindia a S.Cono e Militello. Ad ogni paese il suo dolce, a cominciare da quelli comuni a tutti: cannoli di ricotta o cioccolato, maxi a Randazzo come ad Acireale (modello Piana degli Albanesi ed Avola) nucatoli e mustazzoli li ritroviamo a Vizzini e Mineo apprezzata dal “cuoco” Luigi Capuana, preparati da lui dalla zia Memè, dolci di Riposto… a Caltagirone, e ancora Acireale, torroni a Belpasso antenati di quelli del “Cavaliere” e mostarda di fichidindia a S.Cono e Militello.





|
La fiera, con ingresso dalla via Etnea, accoglierà inoltre tre padiglioni, dedicati rispettivamente alla realizzazione di quattro presepi (di cui due del Calatino), all’esposizione di tappeti realizzati a mano con le fettucce tipiche dell’artigianato siciliano e alla mostra fotografica “Pietra lavica nell’arte”, con immortalati squarci architettonici, come i rosoni dei palazzi, realizzati con l’occhio di pernice, tipo di pietra lavica molto porosa e rara.
foto di Andrea Mirabella La manifestazione è stata presentata nella sede della Provincia dal presidente Giuseppe Castiglione, dall’assessore allo Sviluppo economico Filippo Gagliano, dal vicepresidente Giovanni Ciampi, dal presidente del consiglio Giovanni Leonardi, dal presidente dell’VIII commissione Nello Cutuli e dal dirigente Sebastiano Messina, in presenza di diversi consiglieri provinciali. “La Provincia regionale di Catania incentiva la produzione, crede nel made in Sicily, nel valore e nella qualità delle nostre creazioni, consapevole del grande valore riconosciuto ad esse non solo in tutta Italia, ma anche all’estero”, ha dichiarato il presidente Castiglione. L’assessore Gagliano da parte sua, ha aggiunto: “La fiera natalizia è un’altra occasione per mostrare le nostre eccellenze e per contribuire anche allo sviluppo economico delle città e alla sua crescita”. La novità dell’edizione di “Natale ai Monoriti” 2011 è la presenza degli allievi dell’Istituto d’Arte Emilio Greco che, al pari degli artigiani presenti, daranno dimostrazione delle loro capacità creative. ORARI: aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 21.00 escluso 24 dicembre (25 dicembre dalle 16.00 alle 21.00). |



LE
VECCHIE DI NATALE
Viviamo in un tempo caratterizzato da mutamenti e da effimere quanto inconsistenti forme di memoria individuale e di gruppo.
Comportamenti in rapida evoluzione, disancorati dal peso delle tradizioni, connotano anche il vissuto sociale della nostra Isola.
Nei suoi contesti tradizionali tuttavia si manifestano momenti di consapevole resistenza a una "modernità" che, per essere consumabile, ha bisogno di negare immagini troppo forti o durature della propria identità. In tale orizzonte ideologico, del resto, il folklore è stato fatto oggetto di una crescente promozione turistica, caratterizzata da visioni estetizzanti e superficiali, adeguate a non "lasciare il segno" nel vasto e variegato pubblico dei fruitori. Di segni invece radicati e tenaci, perché elaborati collettivamente in tempi lunghi e atti a sfidare i cambiamenti, è composta la cultura dei siciliani che vivono e lavorano nei rioni e nei mercati popolari delle città o dei piccoli centri.
Il valore di questi segni costruttori di memoria non appare oggi soltanto campo delle analisi di storici e antropologi. Sempre più forte si pone l'esigenza dei ceti tradizionali di autorappresentarsi come detentori di un patrimonio di pratiche cerimoniali, ludiche ed ergologiche che hanno fatto, insieme ad altre, la storia della Sicilia. In questa dimensione le feste si ostentano, più che in passato, come luogo privilegiato per l'esercizio di molteplici negoziazioni dell'identità locale. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che esse costituiscono i serbatoi più ricchi di un sapere in grado di qualificare ancora attori e partecipanti di fronte alla comunità. Oggi l'esigenza mediatica di "stare sulla scena" genera alcune delle dinamiche di cambiamento cui, a livello di superficie, le feste sembrano sottoposte. Viceversa, la stessa natura pubblica e comunitaria dello spazio in cui annualmente esse prendono forma condiziona il permanere delle loro strutture profonde.
Esiti
di una prassi dalla lunga durata, le celebrazioni tradizionali rispondono a quel
bisogno di produzione simbolica e di orientamento collettivo nella realtà che
sono alla base di ogni cultura.
Grazie alle loro stratificazioni semantiche, le feste comunicano esperienze fondamentali sul mondo: la sua rigenerazione, il suo rinascere secondo processi di ciclica ripetizione. Se anche i contesti storici ed economici, preagrari e agrari, che le hanno generate dovessero diventare solo un referente ormai inconsapevole, il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e umana), trasmesso attraverso le immagini festive, continuerebbe a svolgere le sue funzioni fondanti: di propiziazione del futuro, di sconfitta incessante della morte.
L'intenso impatto emotivo e simbolico delle liturgie tradizionali rende conto quindi del loro permanere e anzi del loro moltiplicarsi nella società attuale, dominata dalle macchine. Il tempo della festa apre infatti a una dimensione speciale dell'esistere, in cui il corpo, il cibo, il dono divengono elementi di un diverso codice di accesso alla realtà, al sacro. Così è in Sicilia nelle feste di tutto il ciclo annuale, in cui l'albero o la spiga, le fave verdi, gli agrumi e i pani, che adornano i simulacri recati in processione o le tavole votive dedicate ai patroni, alludono ancora alla "verità" dell'eterno ricominciamento dei cicli stagionali e vitali. Come le numerose maschere, in forma animale (l'Orso di Saponara e il Cammello di Casalvecchio, in prov. di Messina; il Serpente di Butera, in prov. di Agrigento) o di demoni agrari (il Foforio di Mezzojuso e i Diavoli di Prizzi, in prov. di Palermo; i Giudei di San Fratello, in prov. di Messina, il Nardu di Sant'Elisabetta, in prov. di Agrigento) che continuano a proporsi come segni della potenza rigeneratrice della natura. Non diversamente, per il valore sacrale connesso al cibo (ricettacolo di energie), il consumo di grandi quantità di alimenti caratterizza in chiave augurale le celebrazioni festive. L'abbondanza goduta collettivamente, anche attraverso i circuiti cerimoniali del dono fra parenti e amici, fonda e rinsalda la solidarietà sociale.
In tale universo ideologico, non è un caso che le donne assumano uno statuto particolare. In quanto procreatrici, esse sono associabili infatti sul piano simbolico alle forze cosmogoniche - il seme, l'uovo - e agli emblemi della vita potenziata espressi dall'abbondanza alimentare e in genere dalla ricchezza. Così i loro compiti rituali, tra cui le questue di cibo e denaro effettuate per soddisfare un voto, insistono sul modulo centrale del potere degli alimenti, del valore della nutrizione e della continuità sociale.
La simbologia arcaica incentrata tenacemente sulle immagini della fecondità e del rinnovamento, ancora oggi ovunque attestabile in Sicilia, giustifica quindi la ridondanza dei tratti comportamentali e simbolici che caratterizzano l'intero ciclo calendariale. In modo emblematico consente di cogliere il significato profondo di certe figure femminili che ritornano anno dopo anno nello scenario delle celebrazioni natalizie e, sia pure residualmente, nel panorama di molte altre feste.
Esse appaiono nelle drammatizzazioni di fine-reinizio di un ciclo. Vecchia, Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna, Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. Condivide ovviamente la sua identità profonda con la più nota Befana (Tufània) apportatrice di doni e paurosa abbastanza da competere con lei nell'elargizione di carboni neri quanto le colpe dei piccoli disubbidienti.
La Vecchia ha però qualcosa in più. Se giunge di notte non lo fa sempre silenziosamente, anzi il suo arrivo è caratterizzato da frastuoni assordanti realizzati con gli strumenti più vari (corni di bue, cerbottane e buccìni di mare, campanacci, padelle, pentole e casseruole), da grida acute e da fischi da abisso infernale. Così era a Mezzojuso, quando la sera del 24 dicembre irrompeva il fantoccio di una vecchia grinzosa e lacera, o ad Alia (Pa) dove un uomo travestito, con bisaccia a tracolla e rocca e fuso in mano, veniva annunciato dal chiasso provocato da zufoli e tamburelli.
Piuttosto che essere "ignorata" dagli ansiosi destinatari dei suoi regali, come la Befana (pena il castigo!), la Vecchia ama essere chiamata a squarciagola, anzi invocata e richiesta di doni. A Isnello (Pa) la notte del 31 dicembre i contadini questuavano infatti alimenti di porta in porta secondo una formula tradizionale che evidenziava nella Nunna vecchia la vera fonte delle elargizioni. La stessa Nunna ama del resto raccoglierne per le strade, come avveniva ad Alia o a Gratteri (Pa) dove, fino agli anni Sessanta, la notte di Capodanno tante erano le Vecchie che giravano nei quartieri per richiedere cibi. Oggi è la maschera che cavalca su un asino, in mezzo a un corteo rumoroso, a lanciare sulla folla caramelle, dolci tipici e frutta secca acquistati dalla Pro Loco. Il corteo è sicuramente uno dei tratti costanti dello scenario rituale in cui questa figura prende forma.
Ad
accompagnarla sono sempre brigate di ragazzini e giovani che la tradizione vuole
siano suoi figli, "i figghi dâ Strina". A Strina, a Strina!
è del resto la formula intonata da svariati gruppi di monelli, un tempo anche
di adulti, che vanno in giro a questuare dolci, frutta secca e denaro, ammassati
in un paniere o in un sacco per una scorpacciata finale.
Con la sua controfigura mitica - la Befana - la Vecchia condivide però alcuni tratti. Ama sbucare, da Natale all'Epifania, da grotte, monti, castelli dirupati, guidando carovane di muli carichi di beni (rètini) che poi distribuirà. Il suo aspetto ugualmente pauroso - malgrado l'allegria con cui viene accolta - è reso minaccioso, con più pregnanza di quanto non facciano i dispetti o le punizioni della Befana, dalla credenza che una volta le Vecchie filassero lunga o breve, a seconda dei comportamenti, la vita degli umani.
Un pò benefattrici, un pò Parche dunque le Strine siciliane, che con tante altre entità consimili, più antiche e recenti, mediterranee ed europee, condividono statuto e funzioni simboliche. La loro contiguità con il tempo e lo spazio liminari (le notti, i luoghi selvaggi), con i frastuoni caotici ma festosi, con i colori della morte (il bianco o il nero dei loro mantelli) ma anche con gli odori della vita (i cibi e i dolci speziati elargiti in dono), queste portatrici di strenne (da qui la nostra strina e la strenua dei Romani) alludono all' eterno trascorrere dell'anno dalla fine all'inizio, dalla chiusura alla sua augurale riapertura.
Le modalità qualificanti queste maschere, le cui azioni festive non debbono essere scisse dal sistema di credenze ancora oggi radicato nell'immaginario folklorico, rimandano all'orizzonte simbolico della Grande Dea, figura antropomoffizzata dell'intera natura che in sé contiene vita e morte e il loro reciproco generarsi. I segni di questo codice antichissimo ma continuamente rifunzionalizzato, che traducono l'esperienza di un "principio" vitale perennemente riproducentesi, appaiono imperniati sulla divina facoltà di stimolare e distruggere ciclicamente la crescita, l'abbondanza, la varietà delle forme naturali. Fertilità e ambivalenza connotano dunque l'antica Dispensatrice in una dimensione simbolica che ne ha rappresentato, durante un tempo lunghissimo, i volti cangianti e molteplici e il patrocinio su ogni aspetto dell'esistente. Ecco perché assumono ancora oggi valore di propiziazione le pupe e pupidde di pasta o di zucchero donate e consumate in Sicilia nei rituali funebri, da Natale a Capodanno o in alcune feste patronali, in prossimità della conclusione-ricominciamento di un ciclo. Le bambole di pasta in sembianze giovanili, le Vècchie cariche di alimenti, questuati o tratti dalle viscere della terra, veicolano il medesimo significato: assumere in sé o ostentare nello spazio socializzato il principio procreatore per eccellenza, il principio femminile (anche quando paradossalmente a rappresentarlo nella scena rituale è un uomo, come avviene tuttora a Gratteri).
La Vecchia di Natale - tempo di ogni rinascita - coniuga dunque l'aspetto fecondante della moltiplicazione, grazie alla sua associazione con la copiosità alimentare, e quello dell'esaurimento energetico, tramite la sua figurazione di Anziana. Vecchia i Natali mancia pira cotti! si gridava infatti a Ciminna per enfatizzarne la bruttezza e la mancanza di denti.
Donatrice di vita, essa è anche regolatrice dei destini, nel suo aspetto di Parca. Se condivide quindi con la Befana, Babbo Natale, San Nicola e i Morti, sue controfigure più o meno addomesticate, lo statuto di antenata apportatrice di beni, il sistema di credenze e di leggende ancora attuale in Sicilia ne denuncia qualità più complesse e totalizzanti. Non è un caso che l'aspetto "materno" della Strina venga tuttora marcato dalla rappresentazione che rende suoi figli, numerosi e anonimi (una vera folla!), coloro che evocandola richiedono e ottengono doni (come a Vicari e a Isnello).
Lo stesso formulano tipico dei questuanti continua a correlare, sia pure in chiave ludica, la sua figura con l'idea della procreazione.
A Calamonaci (Ag), le strofe intonate dai bambini durante i giri di raccolta contengono maledizioni e invettive, per coloro che non manifestano la dovuta prodigalità, anche a sfondo sessuale.
Così essi cantano di porta in porta: La strina, la strina / la bedda matina. // S'un nni dati un cicireddu / vostru maritu cci cadi l'aceddu. // S'un nni lu dati ora ora / vostru maritu vi ietta fora.// La strina! Buon anno! (La strenna, la strenna / la bella mattina. // Se non ci date un cece [metaforico per "piccolo dono"] / a vostro marito cade l'uccello. // Se non ce lo date subito / vostro marito vi butta fuori. // La strenna! Buon anno!).
Strina e contemporaneamente stria (strega), questa maschera rituale perpetua ancora (insieme ad altre) un linguaggio cerimoniale in cui, tra augurio e minaccia, la vita continuamente si celebra, la morte si sconfigge.
Fatima Giallombardo

UN
REMOTO E UN RECENTE PRESEPE
Ecce
Dominus veniet, et erit in die illa lux magna ...
- Prope est iam dominus ...
- Veni Domine, et noli tardare...Voci
bianche di fanciulli e voci scure d'adolescenti, sopra le note dell'organo, là
dalla cantoria come dall'alto del cielo, precipitavano tra le navate, cadevano
sopra i fedeli. I cherichetti, in tunica rossa e cotta bianca, si muovevano sul
presbiterio a passo di danza, facevano oscillare il turibolo, spandevano fumi
azzurri d'incenso. Tuonava con voce grave l'officiante là all'altare, sotto il
drappo che nascondeva il presepe, sotto la faccia di saraceno del santo eremita
che troneggiava dentro il catino dell'abside: "Praecursor pro nobis
ingreditur ... Ipse est Rex iustitiae, cuius generatio non habet finem ...
"
Sera dopo sera la cerimonia in chiesa, il rito affollato di suoni, luci, odori, figure, colori. Si snodava in questo modo la novena, si procedeva atto dopo atto, verso la conclusione del gioioso dramma, verso il Natale, l'apertura del sipario, l'apparizione del Bambino, il fulgore d'ogni luce, il dispiegamento d'ogni canto, il concerto delle campane.
Diciamo d'un remoto Natale in un paese ai piedi dei Nebrodi, nella piana fitta d'ulivi e d'aranci, il mare di fronte con le Eolie fantasmatiche all'orizzonte e le boscose colline alle spalle, l'immenso Etna in fondo di nevi e caligini.
C'era stata, già prima, tutta l'ansia, c'era stato il travaglio per preparare in casa il presepe. La ricerca di sugheri, legni, pietre, vetri, stagnola, cartoni, tutta l'ossatura del favoloso teatro, l'apparato di monti, valli, anfratti, fiumare, gole, grotte, la primigenia, la nuda creazione di un ritaglio del mondo.
E quindi, sopra il deserto, i segni dell'uomo, recinti d'ovili, casupole sparse, villaggi, masseria, casali, mulini, e la città sullo sfondo, alta incombente, la fortezza con mura merlate di un potere nefasto, di un re spietato che avrebbe introdotto nel quadro serafico la lama del male, la tragedia d'una Strage. La pelle poi sullo scabro apparato, il tenero muschio, smeraldo, raccolto lungo gli argini dei torrenti, sopra gli orli di gèbbie e lo spino pungente che diveniva nimbo sopra la Grotta, su cui si sarebbe adagiata, a fiocchi, la neve, avrebbero volteggiato in Gloria gli angeli. E prati, siepi, alberi - ginestre, fichidindia, corbezzoli, ulivi, palme -, cascate d'acqua, laghi d'argento. Nel notturno cielo di carta, stelle infinite, vie lattee, tenebrosi sprofondi e vividi sprazzi, l'arco della cometa che sovrasta e attraversa tutto il teatro. Il mondo animato infine, animali, uomini, divine presenze.
I
pastori. Giungevano da santo Stefano di Camastra, il paese vicino dei
"cretari", sortivano dalle fornaci dei Gerbino, dei Frantatonio, in
cui si cuocevano giare alte e panciute come badesse (la giara di don Lolò
dell'omonima commedia di Pirandello), scifi, brocche, piatti, mafarate, càntari,
lucerne ... Tutto vasellame d'uso, ma il solo oggetto di "delizia",
d'ornamento che gli "stazzonari" si concedevano era la mastrangela, la
madre degli angeli, un'ottocentesca damina bianca con sulle spalle le ali
spiegate. Ed erano di delizia anche i pastori a Natale, per cui erano delegati i
"carusi", gli apprendisti. Che modellavano con mano grande, maldestra,
come quella del ragazzo "aspro e vorace" di Saba, ma che spalmavano i
pastori con colori soavi, rosa, pistacchio, celeste, giallo, i colori dei
"pupi" di zucchero, del marzapane, dei gelati.
Si disponevano sul presepe prima i pastori dei margini, delle baide ignare, quiete, non ancora investite e sconvolte dell'improvvisa Novella: la vecchia che fila, il contadino che zappa, il garzone tra le pecore al pascolo, il mugnaio, il maniscalco, il pescatore, il dormiente, l'infreddolito davanti al braciere ...
Al centro poi la luce e il moto, la danza degli angeli sospesi, il procedere in terra verso il luogo del prodigio, del richiamo, il convergere all Grotta del miracolo: gli zampognari, gli offerenti, lo "spaventato", i Magi e, sulla soglia dell'antro, in piena luce, come sorti dal profondo, dal buio, l'asino, il bue, i due attori supremi, Giuseppe e Maria, chini, adoranti accanto alla mangiatoia ancora vacante. Un tempo lungo, di nove giorni, doveva trascorrere perché si concludesse il trionfo, con l'apparizione del bambino rosato, questo spettacolo.
In questo tempo, dopo il rito liturgico, c'era la notte l'attesa di un'altra Novena, quella cantata sotto il balcone dai ciaramiddari, cantata dal cieco:
Quannu
Cesari jittavu lu gran
bannu 'mpiriusu.
'nta la piazza si truvava San
Giuseppi gluriusu.
questo il Natale di un paese ai piedi dei Nebrodi, il favoloso presepe della remota innocenza.
Tanti altri presepi poi vedemmo, con occhi ormai di disincanto, dai più preziosi del museo di Trapani ai popolari della Casa di Uccello. Ma ritrovammo per caso l'incanto, già carichi d'anni e malizia, grazie a un presepe di Angela Tripi, questa erede incantata di Giovanni Matera.
Avvenne a Parigi, sulla piazza del Municipio, in un padiglione dove ogni anno s'appronta il presepe d'un paese diverso.
La crèche de Sicile era un fantastico assemblaggio dei monumenti, dei luoghi più suggestivi dell'Isola. C'erano le chiese e i mercati di Palermo, i mosaici di Monreale, i templi greci di Segesta e di Agrigento, l'Etna fumante e il mare di Aci Trezza ... E i pastori, loro d'argilla e di stoffa, in umili panni o sfarzosi, ripetevano fisionomie, gesti, azioni, mobile com'era il presepe sonoro, di quel crogiolo di razze e di voci che è ancora la Sicilia.
"Ma dove siamo, in Oriente o in Occidente, siamo in Arabia o in terra cristiana? Cos'è questa confusione di monumenti, questa babele di epoche, lingue?" declamava la voce narrante. Eravamo in Sicilia, e la Natività era posta sotto le vele dell'abside, tra le colonne di una chiesa barocca diruta.
Concludeva la voce narrante: "Ecco il prodigio: è il riso del Bambino di Betlemme, dei bambini di Palermo e d'ogni luogo del mondo. E' l'amore, la pace, il messaggio antico e sempre nuovo del Natale".
Vincenzo Consolo
IL
TEATRO DEL MONDO (Caltagirone)
Del Natale il presepe è la prima immagine, iconografia esemplare della tradizione, paesaggi e architettura di un luogo che appartiene all'infanzia di ciascuno ed è per questo parafrasi delle memorie familiari.
Al di là del suo apparato di simboli religiosi e cristiani, il presepe è teatro antico e ingenuo, spazio di affettuosa composizione e di domestica rappresentazione del mondo, orizzonte di segni e di figure partecipato in qualche modo da tutti, anche dai non credenti, perché allegoria del paese, microcosmo di una realtà sognata più che vissuta, dove i conflitti si stemperano e vince l'armonia.
Quanto viene messo in scena attorno al tema della Natività evoca, da un lato, l'irruzione del Divino nella storia e, dall'altro, la dimensione quotidiana del vivere all'interno di un'ideale comunità umana.
Collocato
tra le pareti di una stanza semibuia, quasi sospesa nel gioco misterioso delle
luci intermittenti, ovvero custodito in piccole ed eleganti bacheche o sotto
campane di vetro, il presepe, sia esso colto o popolare, esteso o
miniaturizzato, è essenzialmente racconto, plastica narrazione di un evento
centrale che si fonda sulla
costruzione di un "recinto" o spazio sacro
entro il quale il tempo declinato nella ciclicità delle sue sequenze si rinnova
eguale e presente. Fulcro della rappresentazione sembra essere la grotta, ove
convergono i raggi delle stelle di cartone, gli scoscesi e tortuosi sentieri del
villaggio, i passi e gli sguardi dei pastori carichi di offerte. Ma, a guardar
bene, l'ordine cosmogonico disegnato dal presepe è dato dalla fitta trama delle
relazioni spaziali, dal tessuto connettivo degli elementi topografici, dalla
tridimensionalità dell'impianto scenografico, dalla rete di reciprocità
descritta tra architetture e fondali, tra percorsi e statuette. Il groviglio di
umanità, che anima la vita di questo teatro del mondo reinventato tra le
mura domestiche, si dispiega attraverso l'illustrazione dei vari mestieri e la
presentazione in forma di processione dei numerosi doni che pur nella loro
sostanziale povertà valgono ad arricchire l'ordito dei legami e dei vincoli di
riconoscimento della comunità.
Pur nello scomporre e ricomporre ogni anno la scenografia, variando o aggiungendo particolari, introducendo nuove figure o adoperando nuovi materiali, immutato resta tuttavia l'impianto complessivo della rappresentazione, l'idea della comunità, la sostanza narrativa del viaggio inteso come percorso simbolico verso la grotta ma anche come ricerca attraverso la memoria delle origini e dell'identità. Il paesaggio agropastorale del villaggio ricostruito si accompagna a scorci di un improbabile Oriente, frammenti di una Palestina immaginaria, con minareti in lontananza e sporadiche palme in mezzo al deserto di sabbia. Francesco Faeta ha osservato che "alcune volte, turrite mura di una Gerusalemme che sembra uscita da un fondale dell'opera dei pupi campeggiano sullo sfondo, in altri casi palazzi fortificati o loro ruderi si inscrivono nell'ambiente, altre volte ancora i resti di un tempio classico ospitano direttamente la Natività". Al di là della loro verosimiglianza, ciascuno dei segni costitutivi della scena presepiale è carico di evidenti funzioni simbolico-rituali: così il ponte che sormonta un breve ruscello scintillante di carta stagnola; così il piccolo lago con le acque sospese su cocci di vetro o di specchi; così le montagne di sughero, le fronde d'arancio, i candidi fiocchi di neve sfilacciati dall'ovatta e infine le stelle con al centro la cometa d'argento che brilla alta nel cielo blu di cartapesta. Nessuno di questi elementi paesagglstici trova riscontro in sicure fonti documentarie e tutti, pur ispirandosi con libertà ai testi della storia sacra, si richiamano ad una radicata tradizione orale e popolare, formatasi essenzialmente su una felice commistione di idealità artistiche e bisogni devozionali.
Dalla
letteratura dei miti alla costruzione tridimensionale del presepe i passaggi, le
migrazioni e i percorsi di segni e di simboli non sono né lineari né
unidirezionali. Come accade per tutti i fatti culturali, la genesi delle prime
rappresentazioni plastiche della scena della Natività è riconducibile a
vicende e fenomeni diversi, la cui influenza è stata reciproca e sincronica.
Come ha rilevato Gennaro Borrelli, "Presepe ha significato di
greppia che per l'occasione fu adoperata quale culla: la più antica chiesa che
porta questo nome è quella di Santa Maria ad Praesepe, ora S.Maria
Maggiore in Roma. Il luogo dove sin dal tempo di Papa Liborio (fondatore della
basilica) si adoperava un simulacro simboleggiante il divino evento è ora
ubicato nella cappella Sistina della chiesa stessa, e rappresenta un piccolo
ambiente, a forma di cripta, ove sin dal 354, anno in cui fu istituita la festa
della Natività, si celebravano messe nel giorno di Natale, davanti ad un
simbolo della sacra mangiatoia, sostituito, secondo la tradizione, tra il 642 ed
il 649, dalle vere reliquie della sacra culla di Betlemme".
Se gli studiosi hanno accertato che gran parte dell'iconografia del Natale è mutuata dai Vangeli apocrifi non meno che da descrizioni e narrazioni antecedenti alla diffusione del cristianesimo, di provenienza dal mondo orientale e in particolare da quello siriaco, la tradizione presepiale è stata probabilmente modellata sulle forme e le strutture teatrali dei drammi sacri ma ancora più decisamente promossa e favorita dallo sviluppo che il tema della Natività ha conosciuto nelle arti plastiche e figurative. In questo senso, è ormai chiaramente riconosciuto il notevole influsso esercitato dal presepe napoletano su quello siciliano, considerati gli stretti rapporti sociali e culturali tra i due centri del Meridione e il ruolo politico ed economico preminente della città partenopea.
Apparso come oggetto di culto soprattutto all'interno delle chiese e diffuso in Sicilia a partire dal secolo XV, il costume di rappresentare la nascita di Gesù con statuine tridimensionali mobili riprende moduli spaziali e schemi formali della cultura figurativa già espressa su questo soggetto attraverso i codici miniati, i mosaici, le immagini a stampa, le pitture su pareti e su vetro, e soprattutto i bassorilievi in marmo. Basterà ricordare i nomi del Laurana e dei Gagini, i primi veri giganti della scultura presepiale siciliana, per identificare i modelli espressivi più compiutamente rappresentativi e risalire alle origini dell'illustre tradizione artistica. Il passaggio dalla esecuzione delle figure in pietra a quelle in legno a tutto tondo può essere storicamente considerato l'atto di nascita del presepe vero e proprio, che si caratterizza subito per la teatralizzazione delle composizioni plastiche e la forte impronta naturalistica affidata alla modellazione dei personaggi.
"Teatralità e naturalismo, ha scritto Antonino Buttitta, riflettono naturalmente un chiaro spostamento di interesse dall'evento della Natività in quanto tale alle composite scenografie e alle situazioni d'ambiente". Fra più antichi presepi siciliani è quello che si conserva nella chiesa di San Bartolomeo a Scicli, opera di fattura napoletana che si fa risalire al 1576 anche se ha subìto nel tempo reiterati interventi di restauro, con pesanti rimaneggiamenti e consistenti integrazioni.
A dare impulso alla pratica di disporre i gruppi di statue, realizzati anche a grandezza naturale, secondo una precisa e articolata ambientazione scenografica contribuirono senza alcun dubbio i Gesuiti, impegnati a divulgare anche attraverso questo nuovo strumento di comunicazione visiva la potenza della Chiesa post-tridentina unitamente al prestigio del proprio ordine religioso. Presepi monumentali erano allestiti davanti all'altare o nei chiostri e restavano esposti durante tutto il periodo natalizio: rituali novene eseguite da pastori con le tradizionali "ciaramelle" accompagnavano le visite dei devoti.
Già nella prima metà del XVII secolo è attestato l'impiego di figure mobili, scolpite in legno in piccola o in grande scala, all'interno di presepi montati nelle cappelle private dei nobili. Uscite dalle chiese ed entrate nelle case delle famiglie aristocratiche, le statuine crescono di numero e si arricchiscono sempre più di elementi decorativi che ne accentuano eleganza formale e vivacità realistica. Nell'assumere funzioni di arredo con ambizioni estetiche, i presepi che occupavano interi salotti erano destinati a diventare oggetti d'arte, motivo di vanto, di orgoglio e perfino di competizione. Quando si cominciarono ad usare materiali preziosi come l'oro, l'argento, la madreperla, l'avorio e il corallo, l'evoluzione del presepe in soprammobile in stile raggiunse il suo culmine. Chiusa dentro bacheche di vetro, la piccola composizione della Natività s'imponeva su antichi cassettoni o davanti a raffinate specchiere, rimanendo stabilmente esposta per essere a lungo ammirata. In epoca barocca, tra Seicento e Settecento, sicura perizia tecnica e accurata perfezione formale si coniugavano nella creazione di presepi artistici, a formato ridotto, di produzione prevalentemente trapanese. Mentre a Napoli si introducevano i manichini lignei rivestiti con le più ricche e sfarzose stoffe degli abiti della moda del tempo, in Sicilia la ricchezza e la ricercatezza nei gusti e nello stile erano date soprattutto dalla lavorazione a bulino delle pietre più pregiate, con le quali erano eseguite le piccole e splendide Sacre Famiglie, oggi in gran parte conservate presso il Museo Pepoli di Trapani. Nella stagione in cui le arti decorative conoscevano in tutta l'Isola uno straordinario e originale sviluppo, le maestranze trapanesi seppero interpretare con esiti di altissima qualità e creatività le esigenze di rappresentanza simbolica della ricca borghesia emergente locale. Argentieri e corallari diedero vita a un capitolo tutto nuovo e tutto siciliano della storia del presepe, attraverso la manifattura di piccoli gruppi scultorei raffiguranti la Natività inserita fra i ruderi di un edificio classico o nel folto di una rigogliosa vegetazione.
La sapiente commistione cromatica dei diversi materiali preziosi: il bianco intenso dell'avorio, il rame dorato, il rosso vivo del corallo, i contrastanti riflessi delle lamine d'argento sbalzate e delle gemme e degli smalti applicati, ha contribuito a fare, di queste minute ed elaborate composizioni, singolari opere d'arte la cui fama ha percorso tutta l'Europa. Fra gli autori di questi presepi si ricorda il maestro Giuseppe Tipa che con i figli Andrea e Alberto fu titolare di una prestigiosa bottega attiva a Trapani almeno fino alla fine del XVIII secolo.
Alla
stessa città di Trapani e al nome di Giovanni Matera si legano le fortune di
un'altra fondamentale pagina nella storia della cultura figurativa siciliana:
l'arte della scultura modellata secondo le tecniche della "tela e
colla". In legno di tiglio erano costruiti la testa e lo scheletro delle
figure, su cui erano organicamente sovrapposte e morbidamente drappeggiate tele
imbevute di colla e gesso a simulare i costumi dei personaggi. Matera fu
insuperato caposcuola di queste particolari tecniche di scultura presepiale che
troveranno in seguito applicazione nella realizzazione dei famosi gruppi dei Misteri
della processione del Venerdì Santo. Le sue opere più significative si possono
ammirare nel Museo Pitrè di Palermo e nel Museo Nazionale di Monaco di Baviera.
Per il soggetto rappresentato e per la teatralità dispiegata nella forte carica
gestuale e nell'audace torsione dei corpi, sono di straordinario interesse le
figure che compongono le scene della Strage degli Innocenti. La brutale
efferatezza dell'eccidio è riprodotta con sequenze plastiche ed
espressionistiche che possiedono movimento e ritmo narrativo.
Tecniche e stile adoperati dal Matera furono a lungo modelli di riferimento per i costruttori di pastori dei presepi siciliani, grazie anche all'economicità dei materiali d'uso che favori una larga diffusione popolare di questa tradizione artigianale. Ciò non impedì nella lavorazione la sperimentazione di collanti a base animale, di nuove misture di argilla, stucco e pastiglia nella manifattura di composizioni scenografiche.
Un discorso a parte merita la produzione dei presepi in cera, particolarmente ricca nella regione iblea, che può vantare una storica e ancora fiorente apicoltura. La ceroplastica, attività praticata fin dal medioevo all'interno dei monasteri e dei conventi, diventò a partire dal secolo XVIII specializzazione dei cirari, che sfruttarono la versatilità e la duttilità della materia per eseguire ex voto, modellare santi e bambinelli e plasmare piccole Natività destinate ad una committenza non solo ecclesiastica. Dentro eleganti scaffarate le cere scolpite erano oggetto di culto ma anche di ammirazione artistica, per la varietà e la preziosità degli addobbi che spesso guarnivano i soggetti. Di notevole fattura sono le opere del siracusano Gaetano Zummo, tra i primi e il più celebre ceroplasta siciliano.
Nel Victoria and Albert Museum di Londra si trovano suoi gruppi statuari di grande pregio.
Attraverso documentate ricerche gli studiosi hanno accertato la paternità di non pochi presepi in cera. Sono, tra gli altri, noti i nomi di Anna Lo Fortino e di Rosalia Novelli di Palermo, di Giovanni Rosselli di Messina e di Ignazio Macca di Noto. Nel Museo Bellomo di Siracusa è possibile osservare parecchi esemplari della loro produzione ceroplastica, che ha attraversato tutto il Settecento fino a giungere ai primi decenni del secolo scorso. I temi della Sacra Famiglia, della Natività e dell'Adorazione dei Magi trovano negli effetti del bulino sulla docile cera un'accurata rappresentazione realistica animata da particolari espressivi e decorativi.
Alle
soglie dell'Ottocento il presepe, definitivamente uscito dagli ambienti
meramente ecclesiastici e aristocratici, comincia ad assumere connotati e
caratteri popolari, diventa oggetto domestico rituale, entra anche nelle case
delle famiglie meno abbienti, sia in città che nelle campagne. La svolta si può
ricondurre all'evoluzione delle tecniche di lavorazione delle figure e, più in
generale, ai mutamenti economici e culturali che investono la società
siciliana. Sono gli anni durante i quali prende forma quella straordinaria
tessitura di esperienze artistico-figurative che ha caratterizzato la vita e la
cultura delle classi popolari dell'Isola nel cuore dell'800. Pitture su vetro e
su carro, tavolette votive e cartelli dei cantastorie e dell'opera dei pupi sono
alcuni dei prodotti e dei generi della tradizione iconografica siciliana che
hanno conosciuto in quel periodo una fortunata stagione creativa. Ebbe
particolare sviluppo anche in quegli anni la ceramica popolare e con essa l'arte
dei flgurinai, ovvero degli artigiani che dall'argilla modellata ricavavano le
statuine da presepe. L'introduzione degli stampi di gesso nel ciclo di
lavorazione fu poi determinante per abbassare i costi e
incrementare la
produzione in serie delle figurine in terracotta. Da questo fatto tecnico e da
questo preciso momento può farsi cominciare la storia del presepe popolare con
le sue alterne vicende che continuano fino ai nostri giorni.
Antonino Cusumano
Se è vero che l'arte popolare pur muovendo da modelli culti non è di questi semplice o passiva ripetizione né imitazione più o meno fedele o sbiadita, la rappresentazione plastica della Natività a livello popolare, per le funzioni sociali radicalmente diverse a cui si richiama, si lascia riconoscere per determinati tratti distintivi, assunti in corrispondenza dei particolari significati e valori simbolici attribuiti alle opere. Così, le statuine d'argilla dipinte a forti tinte non sono più filologicamente riconducibili alla realtà storica dell'Evento rappresentato quanto piuttosto a quella metastorica del mito rievocato. Nella semplice forma di "pastori", i personaggi che partecipano al rito nterpretano ruoli e vestono costumi che sono di un tempo diverso da quello narrato: sono contadini, artigiani, pellegrini, venditori, cacciatori e pescatori che hanno facce, fogge e posture appartenenti al mondo popolare e alla dimensione quotidiana delle comunità siciliane del secolo scorso. I possibili anacronismi, certe incongruenze geografiche e temporali, alcune vistose discrasie tecniche, la mescolanza di stili architettonici, sono motivati dal bisogno di attualizzare, dall'urgenza di avvicinare alla realtà umana e sociale del vissuto lo spazio sacro del presepe e i suoi abitanti. In questo orizzonte culturale più della stesssa Natività, illustrata dalle figure fisse e canoniche della Sacra Famiglia, sembra essere privilegiato lo scenario della vita materiale tradizionale, il mercato, le botteghe, i mestieri, il complesso sistema di relazioni tra i luoghi dell'abitare e quelli del lavorare.
Antonino Buttitta ha osservato che "mentre nei presepi d'arte la ricerca dei tipi è suggerita vuoi da compiacimenti arcadici, vuoi da una volontà di realismo esasperato letterariamente motivato, nei presepi popolari molto più semplicemente si tratta della rappresentazione del mondo in cui l'artigiano organicamente appartiene. E' significativo che in un presepe del Museo Etnografico di Palermo, proveniente da Caltanissetta, è compreso uno zolfataio, figura altrove insolita, ma nota nell'area nissena dove un tempo l'estrazione dello zolfo costituiva la principale attività economica".
Giuseppe Pitrè e Carmelina Naselli ci hanno consegnato veri e propri cataloghi delle tipologie dei personaggi e degli elementi del paesaggio rilevati, tra la fine del'800 e i primi decenni del nostro secolo, nei presepi apparecchiati di anno in anno nelle case dei siciliani. Nello spoglio di questi elenchi dettagliati spiccano la quantità e la varietà degli offerenti attraverso i quali si dispiega l'amplissimo repertorio delle offerte, una sorta di inventario di tutto quello che si può mangiare e desiderare, un'abbondanza di beni alimentari che sembra voler riscattare la precarietà esistenziale della tradizionale condizione contadina. Anche se nelle rappresentazioni siciliane non c'è quell'immagine pantagruelica del mondo che viene evocata nelle scene al mercato dei presepi napoletani, tuttavia resta visibile nella ricchezza dei poveri frutti della terra portati in dono dai pastori l'idea del paese sognato più che vissuto, immaginato più che realmente abitato. Nelle repliche degli stessi soggetti che variano per piccoli particolari si esprime la volontà narrativa delle composizioni, il gusto per il racconto popolare, la tendenza a scandire in sequenze il movimento delle azioni compiute dai personaggi. Così, modellando la posizione delle braccia atteggiate in modo tale da caratterizzare i tipi desiderati, l'artigiano può ottenere dallo stesso stampo statuine differenti per funzioni e ruoli: il pastore che prepara la ricotta, quello che la sistema nelle fiscelle, colui che si mette in cammino per donarla, ovvero la lavandaia che deterge il bucato, quella che strizza i panni, quella che li batte e li strofina contro la pietra del fiume. Si aggiunga che allo scopo di dare movimento e gioco prospettico all'ambientazione le figure sono solitamente foggiate a diversa grandezza, in corrispondenza della loro importanza e soprattutto in rapporto alla collocazione a cui sono destinate nella spazio della rappresentazione.
Con l'introduzione sul mercato dei materiali sintetici prodotti dall'industria, il presepe sembra aver perso gran parte del suo fascino originario, minacciato se non soppiantato dalla moda imperversante dell'Albero o come questo adottato con funzione di semplice addobbo di luci e di arredo da salotto.
Nonostante
ciò, la parabola storica di questo "piccolo teatro della memoria" non
può ritenersi definitivamente conclusa. Nuove stagioni e nuove fortune possono
dischiudersi sull'orizzonte del presepe, con il recente recupero e il rilancio
già avviato di antiche e prestigiose botteghe, ma anche attraverso
l'affermazione di moderni orientamenti stilistici e formali che in direzione
della scultura d'autore tentano di battere nuove strade sperimentali. Tra gli
artigiani più illustri oggi attivamente impegnati, tra tradizione e
innovazione, a dare un futuro all'arte di foggiare statuine di terracotta vanno
ricordati almeno i nomi di Mario Lucerna di Messina, Angela Tripi di Palermo,
Mario Iudici, Enzo Forgia, Francesco Scarlatella e Enzo Venniro di Caltagirone.
Con la semplicità di un tempo o con nuovo estro inventivo essi tornano a dare vita e forma agli umili e antichi pastori, estratti dall' argilla degli stampi come lo furono gli uomini nel gesto primordiale del mito della creazione.
Se il presepe non è destinato ad essere confuso con le altre rutilanti e suggestive suppellettili del nostro Natale, se non è un'effimera cornice al nostro nevrotico desiderio di immagini coreografiche, è perché nel piccolo spazio di quella vita rappresentata c'è probabilmente un frammento della vita vissuta, e di questa quella costituisce, a livello delle strutture profonde, una forma di riscatto, una metafora della nostra identità.
Nell'apologo di Edoardo De Filippo il presepe, piantato dal protagonista come una bandiera nel cuore di una casa lacerata da contrasti insanabili, sembra avere il valore di un accanimento anacronistico, di un irriducibile ammutinamento.
Quella "cosa commovente", di cui parla Luca Cupiello, quel presepe così inutile e per ciò stesso così necessario, diventa strumento di resistenza ideologica e culturale, luogo simbolico entro il quale è possibile dare soluzione alle insopportabili contraddizioni del nostro tempo.
Il presepe, dunque, come argine alla cancellazione della memoria, come segno di rifondazione della vita. Ecco perché "fare il presepe" ogni anno non è soltanto un rito, domestico e familiare. E'un pò come "rifare il mondo" o provare a fare, come scrive Vincenzo Consolo, "la nuda creazione di un ritaglio del mondo".
Antonino Cusumano
|
|
|
|
|
SCARICA L'INTERO PROGRAMMA NATALIZIO IN PDF
Natale
2011: numerosi eventi e manifestazioni per il gran debutto del giorno
dell'Immacolata
Al via domani, giovedì 8 dicembre, le manifestazioni del programma "Un
Natale tutto Catanese" messo a punto dall'Amministrazione comunale per
ravvivare il periodo delle festività natalizie e di fine anno nel segno della
coralità e della solidarietà cittadina.
Per volere del sindaco Stancanelli, nell'intera giornata dell'Immacolata vie,
piazze, vicoli e quartieri cittadini si rivestiranno delle tipiche
atmosfere del Natale in un reticolo di concerti, mercatini, mostre, presepi,
rappresentazioni, visite guidate a siti e monumenti, con iniziative per grandi e
piccini. Il tutto grazie alla stretta sinergia tra pubblico e privato, con la
collaborazione dei teatri Massimo Bellini e Stabile, delle associazioni di
commercianti e di volontariato, delle scuole e parrocchie.
<<Anche quest'anno - afferma il sindaco Stancanelli - abbiamo un ricco
calendario di Arte, Musica e Spettacolo "Un Natale tutto Catanese..."
con eventi per un pubblico di ogni età nella nostra splendida Catania,
rigenerata nel suo cuore pulsante del centro storico liberato dalle auto e
illuminato dalle artistiche luci di Natale e dai tanti mercatini di prodotti
tipici e artigianali.
Un'unione tra centro e periferia simboleggiata dagli alberi di Natale che abbiamo sistemato in tutte le zone della città. Nel giorno dell'Immacolata, mi recherò personalmente insieme all'assessore Pesce nei tanti luoghi del Natale catanese per incontrare i cittadini che, sono certo, vorranno partecipare alle tante manifestazioni che la città offre in questo periodo natalizio>>
Di seguito, la variegata mappa degli eventi in programma l'otto dicembre, che si diramano come i fili di una rossa matassa dalle principali piazze del centro cittadino, con un'ideale estensione al quartiere popolare di Librino, perché "Catania è una sola".
MAPPA
INIZIATIVE E MANIFESTAZIONI
Librino
* nella Chiesa della Resurrezione del Signore di viale Castagnola 4, alle ore
19.45 è in programma un concerto di melodie natalizie, coro e pianoforte.

Centro
storico:
Le
piazze
* Piazza Università: nella mattinata, animazione da strada, giochi e
intrattenimento per bambini con l'allestimento di un campo di calcio a misura di
piccoli calciatori; concertini di musiche natalizie eseguiti dagli studenti
delle scuole di Catania Musco, Pestalozzi, Brancati, Feltre, Manzoni, Mascagni,
Malerba-Leopardi;
* Piazza Teatro Massimo e piazza Scammacca con le vie Rapisardi, Teatro Massimo,
Pulvirenti, S. Orsola, e porta Uzeda e strade limitrofe: dalle 10 alle 22
"Unni luci a fera", fiera mercato campagna amica della Coldiretti che
permette di acquistare prodotti a prezzi ridotti anche del 30 per cento,
mercatino del disco usato e da collezione e mercatini natalizi;
* Piazza Stesicoro: intera giornata, concertini di musiche natalizie degli
studenti delle scuole (anche su via Etnea), mercatini e visite all'Anfiteatro
romano;
* Piazza Vittorio Emanuele con via Umberto, porta Uzeda, via Montesano, via
Carcaci, piazza Stesicoro, e corso Italia (da largo Aquileia a via Messina),
dalle 10 alle 22, mercatini natalizi e, su via Umberto (da via Crispi sino alla
Villa Bellini), mostra-esposizione di auto storiche a cura dell'associazione dei
commercianti di via Umberto;
* Piazza Duomo, concerti di musiche natalizie, visite guidate a Palazzo degli
Elefanti dalle 8.30 alle 17.30, e a porta Uzeda mercatini natalizi;
* Piazza San Francesco d'Assisi: apertura dei Musei Emilio Greco e Belliniano
dalle ore 9 alle 13;
* Piazza Federico di Svevia, visite di Castello Ursino dalle ore 9 alle 20.
* Piazza Carlo Alberto: apertura straordinaria del mercato "Fera o luni"
* Piazza Alonzo di Benedetto: apertura straordinaria del mercato del pesce la
"Pescheria" .

Le
Vie
* su via Vittorio Emanuele si affacciano palazzi monumentali e siti storici che
offrono un ricco calendario di iniziative: Palazzo Platamone, corte Mariella Lo
Giudice, dalle 9 alle 13 e dalle 17 alle 22 rappresentazioni e installazioni del
Teatro Stabile per un salotto scenografico a cielo aperto;
Palazzo della Cultura (Platamone), apertura negli stessi orari, e inaugurazione
alle 11 della mostra di zampogne, strumenti musicali e fotografie Zampognarea e
alle 18 delle proiezioni video "Suoni in Aspromonte" di Nino Cannatà
con performance dal vivo. L'Archivio di Stato propone dalle 10 alle 22 la visita
della mostra "Itinerari d'archivio" attraverso la ricca tipologia del
materiale conservato, a partire da una pergamena del 1096 mentre l'Assessorato
comunale al Turismo presenta un'esposizione d'arte sul tema della Natività
realizzata dal liceo artistico Lazzaro di Catania; il Teatro e l'Odeon romano
sono aperti al pubblico per l'intera giornata.
Per informazioni: Direzione Cultura del Comune di Catania, www.comune.catania.it
Approfondimenti
Macro-Area dedicata al "Natale 2011" , "Un Natale tutto
Catanese"
7 dicembre 2011

|
Nel
periodo natalizio vengono organizzate a Catania diverse feste e
concerti, nei locali ma anche in famiglia, vi è infatti la voglia di
stare insieme, trascorrere il tempo a cena mangiando il pandoro e il
panettone, cercando di passare davvero un buon Natale, in attesa
dell'arrivo di Babbo Natale a Catania. Ma il Natale a Catania vuol dire anche andare al cinema a vedere gli spettacoli con il classico cinepanettone o film di Natale, o girare nei supermercati aperti anche la domenica durante tutto il periodo natalizio, dando alle giornate la magia del Natale coi suoni ed i colori che solo questo periodo può regalare. Il 25 dicembre a Catania è soprattutto auguri, biglietti, canzoni, disegni e pensieri di buon auspicio per tutti, parole d'amore e anche offerte speciali per il tuo natale, sia per organizzare il tuo cenone di Natale a Catania, o passare una serata in discoteca la notte di Natale, sperando che una volta fuori faccia capolino anche la neve.
Durante le vacanze di Natale è consuetCatania anche organizzare viaggi e soggiorni nelle località di montagna, per trascorrere una settimana bianca a Catania, laddove è possibile sciare, o partecipare alla messa di mezzanotte con intorno un bel paesaggio montano. Ecco perchè e consuetine consultare il meteo nei giorni di Natale e Santo Stefano o naviagare sui siti web alla ricerca di un last minute per trascorrere il tuo Natale a Catania, prenotando un albergo o affittando un appartamento per la settimana di Natale che culm a inerà infine con il veglione di Capodanno. In questo periodo è consuetCatania a Catania fare grandi spese, approfittando della tredicesima mensilità appena incassata, acquistando sciarpe, cappelli ma anche dolci o idee regalo come decoupage, cd con le canzoni di natale e sfondi natalizi oppure assistere al classico parallelo di Natale in tv. http://www.regioni-italiane.com/natale-catania.htm
|
![]()
![]()
![]()
![]()
|
Certo, la grande varietà di ricette e soprattutto, l’originalità degli accostamenti tra i vari ingredienti che rendono così particolare la cucina siciliana, sono sicuramente un retaggio delle varie popolazioni che in tempi passati hanno conquistato questa bellissima terra lasciandole in dono le proprie usanze gastronomiche. Nel periodo natalizio, la Sicilia si trasforma in un vero e proprio laboratorio del gusto e dei sapori con le sue ricette stuzzicanti e particolari. Al contrario di molte altre regioni, in Sicilia non c’è un menù prestabilito per la Vigilia ed un altro per il pranzo di Natale, ma ci sono semplicemente dei piatti tipici e tradizionali che vengono preparati a piacere. Tra
i più usuali ricordiamo senza dubbio il “timballo di riso” e le “lasagne
cacate”, un tipico piatto di Modica preparato con la ricotta ed il
ragù.
Altra ricetta tipica è lo “sfincione di San Vito”, una sorta di pizza che si consuma prevalentemente la sera di San Silvestro ma che fondamentalmente viene consumata durante tutto il periodo di natale. Come
contorno, ricordiamo il “pasticcio di spinaci” o “pastizzu” che
può essere preparato anche con i broccoli. Altro dolce natalizio è il "Buccellato", una specie di ciambellone che può essere preparato anche nella variante dei "buccellatini", ovvero delle piccole ciambelle ricoperte poi di miele. Abbiamo poi i “nucatili”, tipici biscottini natalizi a base di miele, i “mostaccioli”, presenti anche in altre tradizioni, e le “frittelle”, chiamate in dialetto siciliano, “sfinci”. Come
non ricordare la famosissima “cassata”, preparata in diverse
varianti in base alla ricorrenza in cui si prepara. Citiamo,
infine, i “cuddureddi”, dolci tipici natalizi per antonomasia, hanno
una particolare forma ad anello ripiena di vino cotto, spezie, mandorle,
cannella e canditi di arance locali. |
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
|
|
|
|
|
U
Meli dû-Bbamminu
L’Arranciata
I
Stidduzz’i Natali
Li
Ferri vecchi
I
Mustazzola
E’
il più semplice e genuino dolce natalizio: pane
col miele. «Cc’è-mmeli,… cc’è-mmeli..»! Sono dolcetti di mandorla o pasta frolla, a forma di piccola stella. Dolci
di cioccolato a forma di tenaglie,
martelli, chiavi,
cardini, chiodi o altri oggetti in ferro, preparati fondendo il
cioccolato, lavorandolo con burro di cacao e poi versandolo entro
stampi che impartiscono la caratteristica forma di ferru vecchiu.
Non appena il cioccolato rapprende, si cosparge con cacao
in polvere che simula a-rrùggia (ruggine). Si
possono confezionare con miele (mustazzola di meli), vino cotto (mustazzola
di vinucottu) o fichi d’India (mustazzola di ficurinia).
Questi ultimi si preparano setacciando i frutti e cuocendone il succo fino
ad ottenere uno sciroppo che si addensa con la semola e al quale si
aggiungono cioccolato, scorze
d'arancia, mandorle
e cannella. A cannedda può essere utilizzata in forma di
piccoli “cilindri”
che possono essere ricoperti con zucchero (cannedda ncunfittata) o
profumati con chiodi di garofano (cannedda ngalufarata). Sotto
le invitanti luci dâ vitrina dû cosaruciaru risalta il bel colore
ambrato dâ cutugnàta,
una confettura a base di zucchero e polpa
di cotogne, decorata dai disegni dello stampo di terracotta smaltata (u
stampu) entro il quale è fatta asciugare. Tipico
dolce
natalizio, riempito con una farcitura (rriminatu) a base di
vino cotto, fichi, pinoli, canditi,
mandorle tritate e uva
passa (pàssula di-rraçina ianca e-nniùra) Nei
giorni di festa, in piazza, tra le “praline, ”le
radici di liquirizia e i "dolcetti"
colorati, ordinatamente esposti supra
u vancuni , non può mancare la cosiddetta
fondà, a base di zucchero fuso e miele, generalmente ripiena di
sciroppo di frutta e, in passato, anche di rrosolìu. Insieme
alla colorata frutta candita, ci sono
le filze arrotolate di fichi secchi aromatizzati (dette anche cudduri
o iunci), chiuse alle estremità con un pezzetto di canna; solitamente
si mangiano insieme a noci e mandorle. Sono
dolci tradizionali di Bronte, preparati con uova montate, farina, zucchero
e, a piacere, pistacchio,
e cotti in una padella di rame dal fondo conico, arroventata da due
bracieri (i conchi) posti al di sopra e sotto di essa (ccû focu
supra e u focu sutta). La brace, che può essere messa anche
direttamente sul coperchio della padella, è raccolta utilizzando una
grande paletta (u palittuni ra braçia). Quannu
l'Arabbi-dduminiàvanu m-Palermu, alla Kalsa, i cuochi del
palazzo dell’Emiro, crearono la cassata, un “.. dolce nuovo e
rotondo..” che, nel 1575, il Sinodo di Mazara del Vallo, avrebbe
definito come “indispensabile della Pasqua”. Dopo il suo positivo
“esordio”, a cassata, manipolata dai cucineri delle famiglie
patrizie e dalle monache dei conventi, comparve sulle mense più
riccamente imbandite, durante le più importanti ricorrenze, prima tra
tutte, il Natale. E’
un dolce
d’origine araba, molto apprezzato, in Sicilia, anche durante
le feste natalizie. Originariamente, si preparava con mandorle e sesamo
(a-ggiuggiulena) ma anche con i ceci tostati e cotti nel miele (cicirata). La
colorata e invitante frutta
Martorana è un tipico dolce siciliano così denominato perché,
originariamente, confezionato dalle monache di clausura del Convento della
Martorana di Palermo. Le religiose che, col tempo, tramandarono la loro
ricetta ai pasticceri della città, elaborarono una tecnica che consisteva
nel cuocere in "acqua d'arance" (acqua aromatizzata con
cannella, vaniglia e buccia d’arancia tritata) un impasto a base di
zucchero, miele e mandorle sfarinate, per ottenere la “pasta di
marzapane. U mpastu, ingrediente base per la preparazione della
frutta Martorana, veniva cotto in un recipiente di rame e modellato prima
che si raffreddasse, quindi, infornato. Squisiti dolci, a forma di raviolo, tipici di Agira, nell'Ennese. A pasta dê cassateddi si prepara con acqua, farina, zucchero, sugna e uova. Per il ripieno, si utilizzano mandorle tostate, cacao, zucchero, bucce di limone tritate e-ffarina di cìciri. Tradizionalmente, i cassateddi sono cotte ntô furnu a-ppetra ove, prima dell'infornata, si fanno ardere scocc'i mènnuli. Dopo la cottura, le "cassatelle" sono spolverate con cannella e zucchero a velo. Dolci, anch'essi, a forma di raviolo, la cui pasta si prepara come quella dê cassateddi. Noti anche come cosa duçi dû picuraru, sono ripieni di ricotta amalgamata con zucchero e, insaporita, a piacere, con cannella, pezzetti di cioccolato e canditi. Confezionata ccû Pan'i Spagna e la crema dû pasticceri e ricoperta con panna e frutti di bosco, la torta a forma di stella, così chiara e "luminosa", ricorda a stidda cumeta e rende ancor più festosa l'atmosfera che profuma d'antico della vecchia cucina dove, attorno alla tavola imbandita, tutti si scambiano l'augùrii di Bbunu Natali.
|

|
di Giuseppe Valerio (In Viaggio allegato a La Sicilia - dic. 2008 Le feste di fine anno sono un'occasione per riscoprire l'enorme patrimonio gastronomico siciliano. Protagoniste scacce, scacciate, 'mpanate, sfincioni e cudduruni, variazioni sul tema delle tradizionali delizie da forno Prima
a che diventassimo tutti dei soggetti ipernutriti, grondanti colesterolo
e etti di sovrappeso, le Feste di FACCIA DI VECCHIA Questa
preparazione, che è del vittoriese e del ragusano, assume questo
curioso nome che trova una precisa corrispondenza con l'analoga pizza
emiliana detta stria (strega): entrambe infatti, cotte vicino al fuoco,
assumono una colorazione gialliccia
Ingredienti stendete
l'impasto in un disco spesso circa 1cm e adagiatelo in una teglia
rivestita di carta da forno.
LE SCACCE RAGUSANE
La ricetta della scaccia ragusana la devo a mia madre che nelle sue
scorribande siciliane un giorno "importò" nella scuola di
cucina questa bellissima "architettura", Per il ripieno: 200 gr ricotta - 250 gr salsiccia - 250 gr salsa di pomodoro - Caciocavallo fresco o altro formaggio di proprio gusto grattugiato o a fette - Sale e peperoncino qb - Foglie di menta fresca Impastare
bene la farina con gli altri ingredienti. L’impasto deve essere
abbastanza sodo e morbido, fare una palla, coprire e lasciare lievitare
per circa 30 minuti. Alternativa molto buona che faccio io quando sono in versione "purista" e mi piace lavorare con alimenti integrali. la sfoglia viene molto saporita e croccante, io la preferisco, anche se quella siciliana classica è solo con farina di semola rimacinata: 400 g farina integrale - 100 g farina Manitoba - 1 bustina lievito liofilizzato - Olio, - 1 uovo - Acqua qb. - 2 cucchiaini da tè di zucchero - Pizzico abbondante di sale Ripieno: Ricotta, salsiccia, melanzane e zucchine gratinate, parmigiano grattugiato, menta, basilico e un filo d'olio.
LA SCACCIATA CATANESE (di Giampiero) - www.gennarino.org La
schiacciata è una delle più celebri preparazioni invernali della
cucina popolare catanese; tradizionali sono quella con tuma e acciughe e
quella con cavolfiore e salsiccia. Preparazioni simili, ma con ripieni
diversi, non hanno tradizione, benché siano spesso preparate. Per il ripieno della schiacciata con tuma e acciughe; tuma, gr 400; pepato fresco, gr 200; acciughe salate, 8; olio EVO, q.b. Per il ripieno della schiacciata con cavolfiore e salsiccia, Cavolfiore, solo le cimette, gr 500; salsiccia, gr. 250; tuma o pepato fresco, gr 250; olive nere, una diecina; pepe nero in grani, macinato al momento, q.b.; sale e olio EVO, q.b. Esecuzione
(la sfoglia, fase comune): Versatevi
dentro formaggi e acciughe e coprite col secondo disco, esercitando una
leggera pressione sul bordo per chiudere. Tagliate il bordo eccedente 1
cm in più della teglia e formate il cordoncino. Versate un filo
abbondante di olio EVO sulla superficie della schiacciata e Esecuzione
(schiacciata cavolfiore e salsiccia) Preparate il ripieno: in una
capiente ciotola riunite: il cavolfiore, tagliato a pezzi piccoli e
velocemente passato in padella con un filo d'olio; la salsiccia, cruda,
ma spezzettata; il formaggio tagliato a dadini; le olive nere, private
del nocciolo e tagliate a pezzi. Mescolerete questi ingredienti con le
mani dopo aver aggiunto un filo d'olio EVO, una presa di sale e una
generosa spolverata di pepe nero macinato al momento. Dopo un'ora
dall'inizio della lievitazione accendete il forno alla max potenza
disponibile (220°-240° C). Dividete l'impasto di farina in due parti,
una delle quali più abbondante, e ricavatene due dischi; col primo (un
po' più spesso, dato che il cavolfiore in cottura rilascia acqua di
vegetazione e tende ad imbibire il fondo della schiacciata) foderate,
dopo averla unta con un filo d'olio EVO, una teglia rotonda di 28 cm di
diametro, lasciandone buona parte oltre il bordo della teglia
SCACCIATA
CATANESE
ricetta di
Marcella Candido Cianchetti
Preparare la pasta per focacce: Ingredienti per 4 persone:500 g di
farina di semola-25g di lievito di birra-una puntina di zucchero-sale-50
g di strutto(in mancanza sostituire con 3 cucchiai d'olio evo)
SFINCIONE PALERMITANO "U Sfinciuni" è un tipico piatto palermitano, caratteristico del periodo natalizio; un equivalente siciliano della Pizza Napoletana. Pietanza
povera per la nostra cucina, nasce dalla necessità di non presentare,
per le feste, il solito Pane, ma qualcosa di diverso, in una veste
intonata alla circostanza. A
Palermo anche lo sfincione è uscito dal tempo mitico della festa per
entrare in quello ordinario. INGREDIENTI 1
Kg di farina 00 - 1/2 Kg di farina di grano duro 5 gr di lievito di
birra 1 cucchiaio di sale 1 cucchiaio di zucchero 120 gr di strutto Per
la salsa:due kg cipolle tagliate a filettini sottili e leggermente
stufate una dozzina di sarde salate salsa di pomodoro a ricoprire la
pasta Preparazione Si
setacciano insieme le due farine, e si fanno ricadere in un ciotolone.
Si aggiungono il sale, lo zucchero, e il lievito sbriciolandolo con le
mani insieme alla farina. Si comincia a versare acqua tiepida, sempre
mescolando, finchè non si ottiene un impasto. Si trasferisce l’impasto
su una spianatoia, un tavolo, o comunque una superficie non troppo
fredda e ben infarinata e si aggiunge lo strutto. Si impasta con
energia, usando il palmo delle mani, e aggiungendo un po’ di farina se
si attacca, per circa venti minuti, finchè la pasta non è liscia,
soffice e piacevole al tatto. A questo punto, se ne fa una palla, si
rimette nel ciotolone infarinato, ci si fa su un taglio in croce, e si
copre con un tovagliolo.
M'PANATA
SICILIANA La prima descrizione è per la pasta e la seconda per il ripieno. 1)
Pasta: 1/2 Kg di farina; 1cubetto di lievito di birra; 4 cucchiai di
olio di oliva; 2 cucchiaini di sale; Su
una spianatoia versate a fontana la farina con il sale. Unite al centro
lo zucchero, il lievito di birra sciolto in poca acqua tiepida,l'olio e
incominciate ad impastare aggiungendo acqua a sufficienza per formare un
panetto liscio e morbido. Ora
riprendete il panetto, poggiatelo sulla spianatoia e lavoratelo ancora
per circa 5min. Stendete con il mattarello il panetto,ricavatene 2
dischi.
I BUCCATUREDDI Il
termine «buccaturedda» è pressoché intraducibile. A voler tentare
una traduzione potremmo azzardare un’assonanza con il verbo «abbuccari»
che indica il rovesciare qualcosa: in questo caso «abbuccari»,
rovesciare la pasta della focaccia in maniera da creare un grosso
panzerotto ripieno di verdure cotte. Perché questo sono, appunto, le «buccatureddi».
Col nome di «buccatureddi» quindi, si intendono un tipo di focacce
diverso per forma e lavorazione rispetto alle «scacce». Le dosi e la
lavorazione della pasta sono pressoché uguali.
Il pizzolo è un prodotto tipico della cucina solarinese e sortinese, ma può gustarsi in tutte le pizzerie della Provincia di Siracusa o in apposite pizzolerie (rinomate quelle di Sortino). Consiste in una pizza tonda di circa 20 cm di diametro, superficialmente condita con olio, origano, pepe, parmigiano e sale (a mo' di focaccia) e farcita con vari ingredienti, salati (in tal caso il ripieno sarà a base di salumi, verdure, formaggi, carne) o dolci (con ripieno di crema al pistacchio, crema cioccolato, ricotta e miele). Tipicamente sortinese è la focaccia (o in sortinese nfigghiulata) ripiena di fichi e nipitedda (melissa nepeta). Incerte
le sue origini. Si tratta, comunque, di un piatto tipico della
tradizione contadina di Solarino e Sortino - che nella sua ricetta
originaria consisteva di una focaccia farcita con peperoni -
commercializzato, però, solo di recente (anni '90)
U BASTADDU AFFUCATU I
broccoli affogati sono un contorno tipico della cucina siciliana, ed in
particolar modo della mia Catania. A Natale sulla tavola imbandita non
mancano mai! http://www.veganblog.it/2009/11/18/broccoli-affogati/
Uno dei piatti principe della tavola natalizia è sicuramente il baccalà. Pietanza antichissima importata dalla Norvegia, il merluzzo che diventa “stoccafisso” e “baccalà” non può mancare a Natale. Lo troviamo nel menù della vigilia, ma anche come spuntino a mezzogiorno del 24 dicembre. In questa lunga giornata che prepara la grande abbuffata del Natale, il digiuno è d’obbligo. Ma è un digiuno un po’ speciale, perché spizzicare è permesso e non solo a chi sta ai fornelli. Pizze di scarole e baccalà fritto aiutano a giungere a sera con un sano appetito, ma senza troppo soffrire!
|
|
BACCALA' FRITTO dosi per 4 persone: 700 G Baccalà Bagnato, 150 G Farina, 1 Uovo, 5 G Lievito Di Birra, 20 Cl Vino Bianco Secco, Olio Per Friggere. Oltre al tempo di preparazione e cottura, bisogna tenere conto di 2 ore per il riposo della pastella. Prima di procedere alle operazioni sciacquate sotto l'acqua corrente il baccalà per dissalarlo ulteriormente. Sciogliete il lievito di birra in pochissima acqua tiepida. In una ciotola setacciate la farina, unitevi l'uovo, il lievito di birra sciolto, un pizzico di sale e il vino. Amalgamate accuratamente con un cucchiaio di legno o con una frusta. Se il composto risultasse troppo denso, diluitelo con qualche altro cucchiaio di vino. Coprite la ciotola con un telo e fate riposare la pastella per due ore. Scolate il baccalà e asciugatelo bene su carta assorbente. Tagliatelo a pezzi e immergete ciascun pezzo nella pastella rigirandolo più volte per ricoprirlo completamente. In una padella scaldate abbondante olio e quando raggiungerà una temperatura elevate fatevi friggere pochi pezzetti di baccalà per volta. Man mano che saranno dorati e croccanti prelevateli e fateli asciugare su carta assorbente. Teneteli in caldo fino a quando non avrete fritto tutto il pesce. Servite i pezzetti di baccalà fritti su un piatto di portata precedentemente riscaldato. |

|
|
||||
|
LE REGOLE DEI PRINCIPALI GIOCHI DI CARTE NEL NATALE SICILIANO
|
||||
| Sette e mezzo | Trentuno | Ti vitti | Zecchinetta | |
| Briscola | Tressette | Pinnacolo | Poker | Stopp |
| Briscola in cinque | Chemin de fer | Peppa | Ramino | Tombola |
| Baccarà | Mercante in fiera | Scopa | Machiavelli | Cucù |
Le tradizioni musicali connesse alla celebrazione del Natale si sono mantenute in Sicilia particolarmente vitali. Con canti, musiche strumentali e azioni drammatiche si torna ogni anno a celebrare la Natività: dal 29 novembre, quando inizia la novena della Immacolata, al 6 gennaio, ricorrenza dell'Epifania.
Nelle case, davanti agli altari o ai presepi, nelle strade, presso edicole votive riccamente addobbate, e nelle chiese di molti paesi ancora si ripetono gli antichi canti, eseguiti dietro compenso da suonatori specializzati o in coro dai fedeli. E' inoltre ancora possibile osservare certe rappresentazioni drammatico-musicali della Natività, talvolta pienamente inserite nei medesimi circuiti di scambio (prestazione/offerta) che caratterizzano l'esecuzione "professionale" delle novene.
Tratto
connotativo di queste forme espressive è il doppio registro stilistico
determinato dal mescolarsi di apporti folklorici con ascendeze culte, dovute
soprattutto a interventi operati dalla Chiesa. Tra il IV e il IX secolo,
parallelamente al progressivo affermarsi di drammi sacri sul tema della
Passione, sorsero infatti anche le rappresentazioni drammatiche incentrate sulla
Natività. Queste, fondate sulla sequenza narrativa Annunciazione-Natività-Fuga
in Egitto, vennero a costituire una forma particolare di dramma sacro,
originariamente denominato officium pastorum. I canovacci destinati
all'esecuzione pubblica erano prodotti in ambiente chiesastico e presentavano
quindi testi rigidamente controllati.
Non diversamente accadeva per i canti. A tale riguardo basti ricordare l'emblematica vicenda degli orbi (ciechi), suonatori e cantori ambulanti siciliani. Gli orbi vennero infatti riuniti in congregazione a Palermo dai Gesuiti fin dal 1661, con il preciso obiettivo di diffondere presso il popolo un'ampia produzione di testi poetici dialettali di argomento religioso: storie di santi, canti di Natività e di Passione, rosari, ecc. La Chiesa fissava così, attraverso la scrittura, temi e motivi destinati alla più ampia ricezione popolare grazie alla mediazione "orale" degli orbi. L'ampio impiego di testi in latino e, più recentemente, in italiano - dalle Litaniae lauretanae a inni come Tu scendi dalle stelle, Evviva Maria, ecc. - conferma la natura "mista" del repertorio natalizio.
Caratteristica che emerge anche nella tipologia formale di molti moduli melodici associati ai canti e alle musiche strumentali del Natale, fondati su formule armoniche tonali e strutture ritmiche rigide (con predominio del 6/8) assai distanti dalle libere inflessioni del canto siciliano più arcaico (a esempio i canti dei contadini e dei carrettieri).
Così come il più recente repertorio strumentale ha accolto innumerevoli brani d'autore di circolazione sia nazionale che internazionale (dalla Bersagliera a Jingle bells).
I testi drammatici, poetici e musicali di provenienza soprattutto ecclesiastica si andarono tuttavia adattando all'ambiente in cui si diffondevano. Gli interpreti popolani tendevano a trasformare gli officia pastorum (o misteri) in rappresentazioni che lasciavano ampio spazio all'improvvisazione (anche con l'inserimento di danze, mimiche e dialoghi comici o addirittura osceni) e all'abbondante consumo di cibo e bevande (perfino all'interno delle chiese, nonostante le reiterate proibizioni sinodali). Le novene domiciliari assumevano l'andamento di una vera festa, con offerte alimentari, accensione di fuochi e balli estemporanei.
Nonostante secoli di attività normalizzatrice operata dalla Chiesa, ancora oggi in Sicilia sono osservabili questi comportamenti, significativa permanenza di più arcaici rituali destinati a celebrare il solstizio d'inverno: un passaggio stagionale ritenuto "straordinario" già in epoca preistorica e di cui il Natale costituisce, com'è noto, la riconfigurazione simbolica nei termini dell'ideologia cristiano-cattolica.
L'itinerario può prendere avvio da Monreale, importante centro a pochi chilometri da Palermo, dove diverse coppie di zampognari-cantori ancora si esibiscono dietro compenso dall'Immacolata all'Epifania. Particolare è però lo strumento impiegato da questi suonatori, unici in Sicilia a utilizzare la grande zampogna "a chiave" più comunemente diffusa nell'Italia centro-meridionale. Il medesimo strumento era adoperato dagli zampognari palermitani, la cui ultima generazione si è estinta all'inizio degli anni Sessanta. Questi sono stati però in parte sostituiti dai ciaramiddari di Monreale, che tuttora usano recarsi a suonare presso numerose famiglie e botteghe nei rioni popolari di Palermo (Brancaccio, Cuba-Calatafimi, Mezzomonreale, Guadagna, Uditore, Villa Ciambra, Boccadifalco). Dal 29 novembre al 7 dicembre si svolge la novena dell'Immacolata (nuvena dà Madonna), seguita dalla novena di Natale (nuvena i Natali) che va dal 16 al 24 dicembre. Il ciclo si chiude con l'ottava dell'Epifania (detta semplicemente ottava) che si celebra dal 29 dicembre al 5 gennaio. Il triduo (triinu) consiste in una prestazione musicale limitata ai tre giorni conclusivi dell'ottava (3-5 gennaio), e viene richiesto dalle famiglie meno abbienti o da quanti, se pure in ritardo, non vogliono rinunciare al "suono" della zampogna.
Novene, ottave e tridui si celebrano di mattina (a partire dalle sette) e di sera (dall'imbrunire). Le esibizioni avvengono all'interno delle abitazioni dei committenti (davanti al presepe o a immagini sacre) oppure all'esterno se vi si trova collocata un'edicola votiva (cappilluzza, cupulìcchia), ancora talvolta decorata secondo consuetudine con fronde d'agrumi cariche di frutti. I tre brani (tri caddozzi) in cui normalmente si articola ogni esibizione variano in funzione delle occasioni e delle richieste dei committenti (parrucciani). Il repertorio comprende canti di argomento devozionale analoghi a quelli ampiamente attestati in Sicilia nei secoli scorsi. Alcuni sono canti narrativi legati ai temi della Natività e della Passione: U caminu i san Giseppi (il viaggio a Betlemme); A la notti di Natali (la nascita); Ninu ninu lu picuraru (l'adorazione del Bambino); I tri Re (l'arrivo dei Magi); Quannu la santa Matri caminava (la ricerca del Cristo Morto da parte della Madonna). Altri raccontano "storie" di santi (Santa Rusulìa, Sant'Antuninu la missa nicìa, U miraculu i sant'Antuninu) e la parabola del Figliol prodigo (U figghiu prònicu).
Vi sono poi tre canzuni "lirico-narrative" (Quannu la santa Matri nutricava, San Gisippuzzu i fora vinìa, Sant'Antuninu quann'era malatu), una "canzonetta" (Dinghi dinghi la campanedda) e due versioni della Salve Regina (Sarvi Riggina dà Mmaculata, Sarvi Riggina di Natali).
Come
normalmente accade nella musica di tradizione orale, un ridotto numero di
melodie (quattro) viene adattato a testi diversi. Riguardo alle modalità
perfermotive si rileva in particolare la contrapposizione tra l'andamento libero
dei preludi (varianti più o meno estese della medesima struttura melodica) e il
tendenziale assestamento metrico delle parti cantate (caratterizzate dalla
propensione a ricercare la massima "consonanza" tra l'emissione vocale
e il timbro dell
o strumento). Il materiale melodico delle canzuni viene anche
proposto in forma strumentale, nell'ambito di estemporanei componimenti in cui
si usa fondere più melodie.
Specificamente strumentali sono invece la Pasturali e la Litania (quest'ultima veniva però cantata un tempo sul testo latino delle Litaniae lauretanae). Vengono inoltre eseguiti adattamenti strumentali di celebri canzoni religiose (Tu scendi dalle stelle, Mira il tuo popolo, La Madonna di Fatima), di marce (Bersagliera) e di canzonette (Calabrisella, Lazzarella, Turidduzzu), oltrechè alcuni ritmi di danza (valzer, tarantella), nonostante questo tipo di zampogna non abbia mai avuto funzione di accompagnamento al ballo.
La struttura della Pasturali, fondata su progressive variazioni di una frase esposta in apertura rivela con evidenza il nesso tra la tradizione della zampogna a chiave siciliana e la musica strumentale di ambiente colto dei secoli XVII e XVIII (con speciale riferimento ai repertori organistici).
La Litania non presenta lo stesso tipo di elaborazione compositiva della Pasturali, essendo chiaramente fondata su moduli vocali di più semplice struttura (alternanza di tre moduli ritmico-melodici variamente iterati). Anche in questo caso appaiono tuttavia evidenti i referenti "extra-popolari" del brano che presenta i tipici tratti stilistici e formali della produzione musicale di origine chiesastica.
Tra i canti del repertorio monrealese quello che rispecchia la forma canonica della "novena" (nuvena, nnuena) - ovvero di un esteso componimento narrativo suddiviso in nove parti da cantarsi giornalmente nel corso di tutto il ciclo devozionale - è U caminu i san Giseppi. I suonatori, tuttavia, non rispettano più la tradizionale modalità esecutiva, e ne cantano frammenti a loro piacimento o in base alle richieste dei committenti. Si tratta di un lungo testo in quartine di ottonari che narra le peripezie della Sacra Famiglia, dalla diffusione del bando imperiale relativo al censimento fino al momento della Natività.
Un modulo narrativo diffuso in tutta Europa e che in Sicilia ha avuto un interprete celebre nel canonico monrealese Antonio Diliberto, noto sotto lo pseudonimo di Benedetto Annuleru. Questi fu autore, intorno alla metà del Settecento, di un componimento intitolato Viàggiu dulurusu di Maria Santissima e lu patriarca San Giuseppi in Betlemmi, il cui successo fu tale da suscitare una vera proliferazione di testi molto simili: parafrasi, rimontaggi di parti o strofe con eventuale interpolazione di nuovi versi, ecc. (ancora oggi, peraltro, il Viàggiu dulurusu si esegue in tanti centri nelle più svariate combinazioni vocali e strumentali). Del Caminu i san Giseppi riportiamo le strofe corrispondenti alla prima giornata della novena:
Nta
la centru di lu nvernu manna Cèsani la bannu e li pòviri signuri tutt'a scrìviri si
vannu. San Giseppi'n tanta affannu: "Comu fazzu cu Maria, si cci dicu di stu bbannu
voli vìniri cu mmia". Arnuvat'unni Maria cci la misi a rracuntari quali bbanu ddulurusu
avìa ntisu publlicari.
"Lu tributu am'a ppagari senza nudda negativa, a la patria am'a ttuinnari a la patria nativa
A l'affritta di Maria san Giseppi ralligratu, cci ddicìa: "Signura mia, vui mm'aviti cunsulatu".
La documentazione relativa alle tradizioni musicali degli orbi-cantastorie, la cui tradizione si è protratta a Palermo fino agli anni Ottanta, e di questi ciaramiddani-cantori conferma la parziale sovrapposizione tra le due professioni.
Entrambe tipicamente urbane, hanno condiviso un repertorio poetico-musicale in gran parte analogo. Era tuttavia esteso a comprendere l'intero ciclo annuale il mestiere "devozionale" degli orbi, mentre appare rigidamente circoscritto al periodo natalizio quello dei ciaramiddari. Tra questi ultimi non è un caso che gli specialisti della zampogna "a chiave" non fossero pastori, come è nella tradizione dei suonatori di zampogna "a paio", bensì contadini e artigiani.
Questi zampognari-cantori del circondario palermitano, più sensibili a contesti semiculti e chiesastici, si sono posti, non diversamente dai cantastorie ciechi, come gli attori e i mediatori di un immaginario sacro ancora oggi in parte funzionale.
Tra le più singolari rappresentazioni musicali della Natività vi sono quelle rilevate in due piccoli centri interni rispettivamente situati sulle Madonie e sui Peloritani: Isnello e Antillo. La novena di Natale si usava annunciare ad Antillo (prov. di Messina) con la Pasturedda, un particolare ritmo a due campane che intendeva evocare il suono dei mulignedda (campanelli) appesi al collo degli animali recati dai pastori in dono al Bambino (quindi una "Adorazione dei pastori"). La Pasturedda si eseguiva insieme alla Campaniata (scampanata festiva pure eseguita con due campane) nei giorni della novena e nelle "vigilie" (15, 24 e 31 dicembre, 5 gennaio). Numerosi erano i fedeli che si avvicendavano - spesso per voto - a suonare la Pasturedda (specialmente in occasione delle vigilie). Oggi la novena non si svolge più secondo queste consuetudini, si è però mantenuto l'uso di eseguire la Pasturedda il 24 e 31 dicembre e il 5 gennaio.
Attualmente è soprattutto il parroco a mantenere viva la tradizione, anche attraverso il coinvolgimento di alcuni giovani del paese. Le campane vengono azionate mediante corde pendenti dai battagli stando in piedi vicino ai vasi. Una tecnica più elaborata caratterizza invece l'esecuzione della Naca o Bamminu nella notte di Natale a Isnello (prov. di Palermo). Qui sono cinque le campane che vengono manovrate da due suonatori mediante canapi (il campanaro più esperto, di norma il sacrestano, suona tre campane contemporaneamente). La sonata dura circa dieci minuti e si fonda su un preciso modulo nitmico più volte iterato. Il suono delle campane rappresenterebbe - similmente a quanto rilevato ad Antillo - lo scampanio degli armenti che con i pastori giunsero a cullare il sonno del Redentore.

![]()
![]()
La
Naca si effettuava un tempo anche per le vigilie dell'immacolata e
dell'Epifania, a sottolineare l'unitarietà con cui è vissuto a livello
popolare l'intero ciclo festivo.
Straordinariamente vitale è la tradizione musicale del Natale a Licata, popoloso centro costiero dell'Agrigentino. Sono soprattutto gli zampognari ad animare le celebrazioni, partecipando alle processioni dell'Immacolata (8 dicembre) e di santa Lucia (13 dicembre) ed eseguendo le novene domiciliari. Centinaia di famiglie usano ancora addobbare le edicole (fiureddi) presso gli usci di casa, con fronde di vegetali (palme, pino, carrubbo) e agrumi (arance e mandarini), per potere ospitare i suonatori nei nove giorni che precedono il Natale. I pochi zampognari ancora in attività addirittura non riescono a soddisfare le tante richieste, e pertanto a essi si sono aggiunte due orchestnine composte da suonatori di banda che in parte ricalcano il repertorio tradizionale. La zampogna che si utilizza a Licata è del tipo "a paio" (ciaramedda a paru). Diversamente dalla zampogna "a chiave" monrealese, questo strumento - tuttora ampiamente diffuso in Sicilia - è impiegato per ritmare i balli oltre che per accompagnare canti sacri ed eseguire sonate solistiche. Il sostegno ritmico è sempre dato dal cìmmulu (cerchietto, munito di piattini e sonagli), suonato dal cantore che fa coppia con lo zampognaro (altri cantori, due o tre, si associano di norma a formare il coro). Con lo scuotimento del cìmmulu i suonatori segnalano il loro arrivo presso l'abitazione dei clienti. Appena questi - soprattutto donne e bambini - si riuniscono all'esterno, si dà inizio alla novena con un canto in italiano (Tu scendi dalle stelle, O Maria quanto sei bella) o in siciliano (varie canzuni lirico-narrative sul tema della Natività). Vi sono anche canti in cui si mescolano strofe dialettali ad altre in lingua, secondo una prassi che ribadisce le interferenze stilistiche caratterizzanti le rappresentazioni musicali della Natività.
Di notevole interesse è la gestualità del cantore solista, a braccia aperte in postura di omaggio all'immagine sacra verso cui sta costantemente rivolto. I moduli musicali possono essere sommariamente distinti in due tipi: uno di andamento più regolare, rispondente alle consuete stilizzazioni di origine semiculta; un altro più libero, tendente a inflessioni modali. Non è un caso che nei canti eseguiti secondo quest'ultimo modulo sia piuttosto arduo per chi non conosca già i testi comprenderne le parole, a causa della dilatazione delle durate e per la propensione a fondere la voce con il timbro della zampogna. A tale modulo melodico sono associati esclusivamente testi siciliani in endecasillabi che racchiudono nuclei semantici autonomi articolati in strofe brevi (dal distico alla sestina). La zampogna assume un ruolo di sostegno armonico, attraverso formule che alternano suoni tenuti a virtuosistici abbellimenti. Ogni canto si conclude con una cadenza corale sulla tonica della melodia, seguita da un postludio strumentale in tempo vivace e regolare (tendente al 6/8) scandito dal cìmmulu. Questa struttura poetico-musicale offre ampie opportunità di giustapposizione modulare, poichè permette di collegare tra loro testi diversi (ma di contenuto unitario) mediante parti strumentali di raccordo (il postludio funge da preludio al canto successivo e così via). Temi ricorrenti sono l'adorazione dei pastori e la ninna nanna al Bambino:
O
Bbammineddu (e) quantu siti bbeddu, viniti a la me casa si vi piace, ah ... ah! Oh ... oh!
Ora ca li pasturi sunnu già arrivati, i longa via sunnu vinuti, ah ... ah! Oh ... oh!
U Bammineddu nta la naca ciancìa e l'ancilu Gabrieli lu nacava.
Tri palureddi santi ci diciva: "Dormi figliu, s'amatu di Maria". E li pasturi già
l'amm'adunari, oh ... oh! Oh! ... oh!
Vengono inoltre eseguite diverse melodie esclusivamente strumentali specificamente associate al Natale, come la Pasturali e la Campaniata. Interessante in quest'ultimo caso è il principio imitativo su cui si fonda il brano, inteso a riprodurre il suono delle "campane di Roma" che annunciano la Natività (l'imitazione è sostanzialmente ottenuta attraverso formule fondate su note ribattutte).
Come
tutti gli zampognari siciliani anche quelli licatesi adattano al loro strumento
diverse melodie di vasta diffusione popolare (Bersagliera, Bandiera rossa,
Marina, Bombolo, ecc.) ed eseguono brani di accompagnamento al ballo (ballitti).
La struttura di questi ultimi si basa su uno schema costante: breve preludio a
ritmo libero (in questa fase il suonatore di cerchietto si limita a scuotere lo
strumento facendo risuonare piattini e sonagli); giustapposizione di formule
melodico-ritmiche in tempo vivace (tendente al 6/8 o al 12/8), sostenute dal
cìmmulu, che possono essere variamente iterate e combinate secondo l'abilità
del suonatore. La novena si conclude sempre con un ballittu: se è già buio, e
il luogo lo permette, non è raro che presso le fiureddi siano allestiti dei
falò, scavalcati di corsa dai bambini mentre ancora riecheggia la musica. Con
l'acclamazione corale Viva Gesù Bambino! si conclude la parte musicale del
rito. Le famiglie offrono allora cibi e bevande ai suonatori e a tutti i
presenti, e se l'offerta è stata particolarmente generosa si suona ancora un
ballittu o un altro brano a richiesta.
L'aspetto più notevole della tradizione licatese risiede tuttavia nella Pasturali, una significativa permanenza degli antichi officia pastoram che si rappresenta dal 26 dicembre al 6 gennaio secondo modalità di committenza analoghe a quelle della novena. Data la durata, non inferiore a quaranta minuti, e il costo, pressochè corrispondente a quello pattuito per un'intera novena, il numero delle Pasturali inscenate ogni anno raramente supera la dozzina. La rappresentazione richiede la presenza di sei personaggi: tre pastori chiamati Bardàssaru, Marsioni e Titu (che nella tradizione locale sono i nomi dei Re Magi), un Curàtulu (soprintendente di masseria) e due suonatori. I pastori indossano i tradizionali costumi in pelle di capra, e il Curàtuilu porta il mantello. Tutti e tre hanno il volto coperto da lunga barba e reggono in mano un bastone. Particolarmente interessante è la struttura drammatica che fonde recitazione, mimica e musica senza soluzione di continuità.
Nelle parti recitate si alternano dialoghi "canonici" in italiano (certamente basati su un testo scritto di cui si è però persa la memoria) a battute improvvisate in dialetto strettissimo, a sfondo comico e talvolta osceno.
La fase preparatoria è affidata a coloro che hanno prenotato (addumannata) la Pastarali: famiglie e gruppi di vicinato (quasi sempre per voto, prumisioni), circoli o associazioni private (per vivacizzare le attività festive con uno spettacolo sempre gradito). L'allestimento della "scena" consiste nella costruzione di una capanna con legni, cartoni e frasche sotto una fiuredda addobbata come per le novene di Natale ma con maggiore illuminazione. In prossimità dell'edicola viene preparato un falò che sarà acceso all'inizio della rappresentazione, di norma effettuata nelle ore serali.
L'azione si apre con i pastori che si avvicinano lentamente, accompagnati dal suono di zampogna e cerchietto, simulando grande stupore per la forte luce che scorgono in lontananza. Giunti in prossimità della capanna la musica cessa, i pastori improvvisano qualche battuta scherzosa e poi si mettono a dormire. La musica riprende tra il russare e lo spulciarsi dei pastori, finché giunge il Curàtulu. Questi, che si mostra consapevole della miracolosa nascita con ampi gesti di gioia e meraviglia, tenta di svegliare il primo pastore per informarlo della "lieta novella":
Bardàssaru, come fai a dormire che al centro della notte Dio ha fatto giorno. Guarda che brillare di luce ch'è nato sulla grotta di Betlemme e tu dormi buon pastore, svegliati! Buon pastore, guarda gli agnelli che pascolano, gli uccelli che cantano e tu dormi o buon pastore, svegliati! Non temere, buon pastore, sveglia ch'è nato il Re di tutti i re!
Il tentativo fallisce e ricomincia la musica in sottofondo agli andirivieni del Curàtulu sempre più strabiliato dai sacri eventi. L'invito alla sveglia si ripete identico anche per gli altri due pastori, ma senza sortire effetti.
Il Curàtulu si rivolge allora di nuovo al primo pastore, ripetendo con lievi varianti la precedente esortazione per cercare di convincerlo, con le buone e con le cattive (a colpi di bastone), che è nato il Redentore. Questa volta Bardàssaru si alza e scambia qualche animata battuta con il Curàtulu, fino a concludere:
Buon pastore, tu dici che al centro della mezzanotte Dio ha fatto giorno, ancora gli occhi miei non sono convinti e questa non è ora di pascolare armenti!
La reazione di Bardàssaru non scoraggia il Curàtulu che, sempre intercalando gesti di meraviglia al suono della zampogna, si rivolge prima a Marsioni e poi a Titu, i quali replicano analogamente al loro compagno. La musica riprende e il Curàtulu prova ancora a persuaderli:
Titu, Bardàssaru e Marsioni, alzatevi o pastori! Venite anche voi ad adorare Gesù Bambino. Guardate che brillare sulla grotta di Betlemme, come fate a dormire o pastori, svegliatevi!
A
questo punto i pastori finalmente riconoscono l'avvento del Messia, escono dalla
capanna e si inginocchiano verso l'immagine sacra esposta nell'edicola. Il
Curàtulu allora declama un componimento in siciliano (cinque quartine
endecasillabe a rima alternata) che rievoca i momenti dell'Annunciazione e della
Natività.
La Pasturali si conclude con l'offerta al Bambino di Canti e melodie di danza analoghe a quelle eseguite per le novene. Nel frattempo i più giovani distruggono la Capanna per alimentare il falò e saltarci attraverso dando prova di coraggio e vigore, mentre i commitenti avviano la distribuzione tra il pubblico di dolci, cibi e bevande.
Una forma di Pastorale molto diversa rispetto a quella appena descritta si inscena il giorno dell'Epifania per le strade e nella piazza principale di Sant'Elisabetta, un piccolo centro rurale dello Agrigentino. I nuclei essenziali di questa azione drammatica sono costituiti dalla lunga performance itinerante del Nardu, figura esemplare del servo pigro e indolente, un po' scemo un po' saggio, e dalla rappresentazione in piazza di alcuni momenti della vita di una masseria: si prepara la ricotta che servirà a condire le "lasagne" (poi consumate collettivamente), si raccolgono l'erba e la legna, si trasporta l'acqua, si caccia il coniglio (che viene immediatamente scuoiato, arrostito e mangiato), si cattura il "ladro di arance" e infine si uccide il "lupo" che minaccia di attaccare un agnello. A queste sequenze si aggiunge un epilogo del tutto autonomo, costituito dall'arrivo a cavallo dei Magi (i tri Re) che scortano la Sacra Famiglia in un breve percorso dalla piazza alla chiesa. Nardu partecipa a questo corteo palesando grande stupore per la nascita miracolosa e assume quindi un ruolo assimilabile a quello dello "spaventato" del presepe (u meravigghiatu dà rutta).
La fase itinerante dell'azione è connotata da un variegato panorama musicale entro cui si sovrappongono i richiami che il Curàtulu e il Vurdunaru (mulattiere) rivolgono a Nardu, le sonate delle zampogne e della banda, i ritmi del tamburo e gli spari a salve dei Campieri a cavallo, oltre al festoso scampanio di un gregge, che pure sfila ostentando sonoramente l'identità della comunità pastorale.
Nardu - con il volto imbiancato, la gobba e un bastone sopra la nuca su cui poggia i polsi (nella tipica posizione assunta dai pastori nel momento del riposo) - agisce in silenzio comunicando esclusivamente attraverso gesti e mimiche (spesso oscene).
Le esortazioni a lui dirette vengono non a caso pronunciate con la tipica inflessione impiegata per chiamare gli animali (Oh! Nardu! Eoh! oh! oh! oh! / Unn'am'arrivari di stu passu Nardu! / Unn'am'arrivari, ah!). Travestimento e azioni del protagonista, orientati al rovesciamento della norma (disubbidisce, perde tempo, provoca le donne) e allo spreco (sputa il cibo e le bevande che i pastori gli offrono, lancia ricotta e fasci d'erba sul pubblico), rivelano chiaramente quale sia la funzione simbolica di questa maschera ctonia: instaurare il caos originario, in modo da rinnovare la fertilità naturale e umana (significativa a riguardo è anche la presenza nel corteo dei Cardunara, personaggi che recano a tracolla fasci di cardi selvatici, veri guardiani dell'ordine naturale che ostentano i frutti spontanei della terra). Di grande interesse è quindi la confluenza in questa rappresentazione di elementi eterogenei che la rendono un esempio unico in Sicilia.
Un confronto anche sommario tra le due forme drammatiche esaminate offre l'opportunità per alcune considerazioni conclusive. In entrambe le circostanze va anzitutto osservata l'opposizione tra figure come Bardàssaru, Marsioni, Titu e Nardu, che presentano i tratti caratterizzanti del basso-corporeo (stupidità, aggressività, volgarità, oscenità), e figure connotate in senso positivo: sovrintendenti di masseria, mulattiere, campieri e pastori "laboriosi". Sia a Licata che a Santa Elisabetta è inoltre presente la transizione dal basso verso l'alto del primo tipo drammatico: i pastori licatesi riconoscono la Natività e la loro azione assume la forma dell'Offerta musicale al Bambino; il Nardu muta atteggiamento e si accoda compostamente al corteo della Sacra Famiglia. Nel caso di Licata si rileva però l'adesione al modello delle Pastorali di origine ecclesiastica, come dimostra il personaggio del Curàtulu che, illuminato dalla grazia divina, è il vero artefice del passaggio dei Pastori dalla condizione "selvaggia" all'armonia di un'esistenza riscattata dal peccato originale, mentre i Pastori, dal canto loro, non palesano eccessi paragonabili a quelli del Nardu. A Santa Elisabetta permangono invece evidenti i tratti di un arcaico rituale propiziatorio agro-pastorale connesso al solstizio invernale, il cui tentativo di riplasmazione entro la cornice della festa cattolica appare assai forzato.
Sergio Bonanzinga
|
|
|
|
![]() |