Dove vai, devoto?

Dentro il bianco sacco e con la sciarpa del tuo

Catania al collo per ripararti dal freddo Febbraio?

Che afferri, devoto? 

Le tue mani ghiacciate non sentono più 

nemmeno il cordone che tira un'intera città.

Che cerchi, devoto?

Che ti punisci così tanto da caricarti un voto di

cinquanta chili sulle tue esili spalle? 

Che ti è mai successo, devoto?

Perchè non capisco, a soli vent'anni,

quali e quante pene dovresti espiare

per gravarti di fardelli così pesanti.

Cosa vuoi, devoto?

Mentre gridi "cit, cit, devoti tutti", scordando

per due giorni quel che ti aspetterà il sei mattina?

In cosa speri, devoto?

Mentre offri fiori bianchi a una bionda bambina

il cui nome ti ricorda sorelle, fratelli, cugini?

Ma se nei suoi occhi vedi l'alba di un giorno

migliore per te, per la tua terra, per tutti noi

e se è per questo che sei lì, a ricoprirti di cera bollente,

allora gridalo forte il tuo "Viva Sant'Agata!"

Adesso so dove vai, fratello devoto.

(M..R)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FESTA DI SANT'AGATA 2010

 

ARCIDIOCESI DI CATANIA CITTÀ DI CATANIA
CELEBRAZIONI IN ONORE DI S. AGATA VERGINE E MARTIRE
PATRONA PRINCIPALE DELLA CITTÀ E DELL'ARCIDIOCESI

 

PROGRAMMA

 

SABATO 30 GENNAIO
ORE 18,30 - DIVINA LITURGIA IN RITO GRECO BIZANTINO PRESIEDUTA DA S. E. R. MONS. SOTIR FERRARA, EPARCA DI PIANA DEGLI ALBANESI.; PARTECIPERANNO I MOVIMENTI ECCLESIALI E LE PARROCCHIE DELLA CITTÀ. ORE 20,30 - "CON AGATA IN CAMMINO": I GIOVANI DELL'ARCIDIOCESI IN PELLEGRINAGGIO NEI LUOGHI AGATINI. NELLA TARDA SERATA, NELLA CHIESA DI S. ORSOLA, IN PIAZZA SCAMMACCA, PROIEZIONE DI AUDIOVISIVO E GIOVANI A CONFRONTO SUL CULTO E LA FESTA DI S. AGATA, ANIMATO DALL'ASSOCIAZIONE "S. AGATA IN CATTEDRALE".

DOMENICA 31 GENNAIO
ORE 09,30 - "MARCIA DELLA PACE" DELL'AZIONE CATTOLICA RAGAZZI DA PIAZZA CAVOUR, LUNGO LA VIA ETNEA, FINO ALLA BASILICA CATTEDRALE DOVE ALLE ORE 11,00 SARÀ CELEBRATA LA S. MESSA. ORE 18,30 - S. MESSA PRESIEDUTA DA S. E. R. MONS. SALVATORE PAPPALARDO, ARCIVESCOVO METROPOLITA DI SIRACUSA; PARTECIPERANNO LE ASSOCIAZIONI AGATINE, LE CONFRATERNITE ED I GRUPPI DI VOLONTARIATO

 

LUNEDÌ 1 FEBBRAIO
ORE 18,30 - S. MESSA PRESIEDUTA DA S. E. R. MONS. ARCIVESCOVO; PARTECIPERANNO LE FORZE ARMATE, LA POLIZIA DI STATO, I VIGILI DEL FUOCO, I VIGILI URBANI, LA POLIZIA PENITENZIARIA, I VIGILANTES E LE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE E D'ARMA.

 

MARTEDÌ 02 FEBBRAIO - FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE GIORNATA MONDIALE DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA ORE 16,30 - NELLA BASILICA COLLEGIATA S. E. MONS. ARCIVESCOVO PRESIEDERÀ IL RITO DELLA BENEDIZIONE DELLE CANDELE. SEGUIRÀ LA PROCESSIONE FINO ALLA CATTEDRALE CON RIFLESSIONI DETTATE LUNGO IL PERCORSO; S. MESSA DURANTE LA QUALE I RELIGIOSI E LE RELIGIOSE, I CONSACRATI E LE CONSACRATE SECOLARI, RINNOVERANNO GLI IMPEGNI DI VITA CONSACRATA ED ALCUNI RICORDERANNO LA RICORRENZA GIUBILARE.

 

MERCOLEDÌ 03 FEBBRAIO
ORE 07,30; 10,00 - NELLA BASILICA CATTEDRALE SS. MESSE. ORE 12,00 - PROCESSIONE PER L'OFFERTA DELLA CERA DALLA CHIESA DI S. AGATA ALLA FORNACE ALLA BASILICA CATTEDRALE. PARTECIPERANNO S. E. MONS. ARCIVESCOVO, I CAPITOLI DELLE BASILICHE CATTEDRALE E COLLEGIATA, IL CLERO, GLI ALUNNI DEL SEMINARIO ARCIVESCOVILE, IL PREFETTO, IL SINDACO E IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA REGIONALE CON LE RISPETTIVE GIUNTE, IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE ED IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PROVINCIALE CON I RISPETTIVI CONSIGLIERI, IL MAGNIFICO RETTORE, GLI ORDINI EQUESTRI PONTIFICI, IL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA, L'ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME, LE AUTORITÀ NONCHÉ I GONFALONI DELLA CITTÀ, DELLA PROVINCIA E DELL'ATENEO SEGUITI DALLE STORICHE BERLINE DEL SENATO E DAI CEREI. RIFLESSIONI DETTATE DA MONS. ROSARIO CURRÒ, ARCIPRETE DI TRECASTAGNI. IN CATTEDRALE SOLENNE "TE DEUM", COMPOSTO E DIRETTO DAL MAESTRO MONS. NUNZIO SCHILIRÒ, ESEGUITO DALLA "CAPPELLA MUSICALE DEL DUOMO".

 

GIOVEDÌ 04 FEBBRAIO
ORE 06,00 - NELLA BASILICA CATTEDRALE "MESSA DELL'AURORA" CELEBRATA DA S. E. MONS. ARCIVESCOVO. ORE 07,00 - IN PIAZZA DUOMO RIFLESSIONI DI MONS. BARBARO SCIONTI, PARROCO DELLA BASILICA CATTEDRALE, CHE CONSEGNERÀ AI "DEVOTI" LE SACRE RELIQUIE DI S. AGATA PER LA PROCESSIONE CHE AVRÀ INIZIO DA PORTA UZEDA. DAVANTI ALL'ICONA DELLA MADONNA DELLA LETTERA S. E. MONS. ARCIVESCOVO OFFRIRÀ ALLA SANTA PATRONA IL TRADIZIONALE CERO E BENEDIRÀ LE CORONE DEL ROSARIO PER LA PREGHIERA GUIDATA DAGLI "AMICI DEL ROSARIO". DAVANTI ALLA CAPPELLA DEL SS. SALVATORE IN VIA DUSMET, OMAGGIO DELL'AUTORITÀ PORTUALE E DELLA CAPITANERIA DI PORTO. LA PROCESSIONE PROSEGUIRÀ PER LE VIE CALÌ, PIAZZA CUTELLI, VIA VITTORIO EMANUELE, PIAZZA DEI MARTIRI, DOVE RENDERANNO OMAGGIO I DIVERSAMENTE ABILI, VIA VI APRILE, DELLA LIBERTÀ, PIAZZA IOLANDA. IN DETTA PIAZZA RIFLESSIONI DEL REV.DO SAC. PIETRO LONGO, VICARIO EPISCOPALE PER LA PASTORALE. LA PROCESSIONE CONTINUA PER LE VIE UMBERTO, GROTTE BIANCHE, PIAZZA CARLO ALBERTO; DINANZI AL SANTUARIO DELLA SS. ANNUNZIATA AL CARMINE OMAGGIO DEI PADRI CARMELITANI, RIFLESSIONI DEL P. FRANCESCO COLLODORO O.C., VICARIO FORANEO; INDI PROSEGUE VERSO PIAZZA STESICORO DOVE S. E. MONS. ARCIVESCOVO SI RIVOLGERÀ AI FEDELI PER IL TRADIZIONALE MESSAGGIO ALLA CITTÀ. LUNGO LA SALITA DEI CAPPUCCINI E PIAZZA S. DOMENICO LE SACRE RELIQUIE RAGGIUNGERANNO LA CHIESA DI S. AGATA LA VETERE. CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DI S. AGATA, PRESIEDE MONS. CARMELO SMEDILA, VICARIO FORANEO, PARTECIPANO I PRESBITERI E DIACONI DEL VICARIATO. LA PROCESSIONE PROSEGUE PER LE VIE PLEBISCITO, VITTORIO EMANUELE, PIAZZA RISORGIMENTO, VIA AURORA, PALERMO, PIAZZA PALESTRO, VIA GARIBALDI, PLEBISCITO, DUSMET E RIENTRO IN DUOMO DA PORTA UZEDA.

 

VENERDÌ 05 FEBBRAIO - SOLENNITÀ DI S. AGATA
ORE 08,30 - IN CATTEDRALE ESPOSIZIONE DELLE SACRE RELIQUIE. ORE 10,00 - LE AUTORITÀ CON I GONFALONI DELLA CITTÀ, DELLA PROVINCIA E DELL'UNIVERSITÀ DA PALAZZO DEGLI ELEFANTI SI RECHERANNO IN CATTEDRALE. ORE 10,15 - SUA EMINENZA REVERENDISSIMA IL SIGNOR CARDINALE GIOVANNI BATTISTA RE, PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER I VESCOVI E PRESIDENTE DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE PER L'AMERICA LATINA, SUA ECCELLENZA MONS. ARCIVESCOVO, GLI ECC. MI
ARCIVESCOVI E VESCOVI DI SICILIA, I CANONICI, IL CLERO E IL SEMINARIO MUOVERANNO IN CORTEO LITURGICO DAL PALAZZO ARCIVESCOVILE FINO ALLA BASILICA CATTEDRALE PER IL SOLENNE PONTIFICALE. IL SERVIZIO LITURGICO SARÀ CURATO DAGLI ALUNNI DEL SEMINARIO ARCIVESCOVILE; LA CAPPELLA MUSICALE DEL DUOMO, DIRETTA DAL M° MONS. NUNZIO SCHILIRÒ, ESEGUIRÀ LA "MISSA BEATA VIRGO" DI NUNZIO SCHILIRÒ, PER CORO, ASSEMBLEA, ORGANO, TROMBE E TROMBONI; ALL'ORGANO IL M° SAC. GIUSEPPE MAIELI. CONTEMPORANEAMENTE A MIGÒLI IN TANZANIA NELLA PARROCCHIA S. MARIA DEL LAGO, S. MESSA SOLENNE. ORE 16,30 - S. MESSA PRESIEDUTA DA S. E. R. MONS. ANTONIO STAGLIANÒ, VESCOVO DI NOTO. ORE 17,30 - PROCESSIONE DELLE SACRE RELIQUIE PER VIA ETNEA; SUA EMINENZA IL CARDINALE E L' ARCIVESCOVO SEGUIRANNO LA PROCESSIONE, GUIDANDO ALCUNI MOMENTI DI PREGHIERA, FINO A PIAZZA STESICORO; DINANZI ALLA BASILICA COLLEGIATA OMAGGIO FLOREALE DEL CAPITOLO E DEI SOCI DEL CIRCOLO CITTADINO S. AGATA; LA PROCESSIONE PROSEGUE PER VIA CARONDA, PIAZZA CAVOUR; IN DETTA PIAZZA OMAGGIO FLOREALE DELL'ASSOCIAZIONE S. AGATA AL BORGO. INDI SI PROSEGUE PER VIA ETNEA, SANGIULIANO, CROCIFERI; DINANZI ALLA CHIESA DI S. BENEDETTO OMAGGIO FLOREALE DELLE MONACHE, SI PROSEGUE PER PIAZZA S. FRANCESCO D'ASSISI, VIA DELLA LETTERA, GARIBALDI, PIAZZA DUOMO.

 

DAL 06 ALL'11 FEBBRAIO IN DUOMO SS. MESSE ALL'ALTARE DI S. AGATA ALLE ORE 07,30; 10,00; 18,00. LA S. MESSA VESPERTINA SARÀ ANIMATA DALLE PARROCCHIE: S. MARIA DEL CARMELO ALLA BARRIERA (6), S. MARIA DEL CARMELO AL CANALICCHIO (8), S. GIUSEPPE AL PIGNO(9), CORPUS DOMINI IN BELPASSO (10), S. GIOVANNI AP. ED EV. AL VILLAGGIO DUSMET(11).

DOMENICA 07 FEBBRAIO
ORE 16,30 - NELLA BASILICA CATTEDRALE IN OCCASIONE DELLA "GIORNATA DEL MALATO", S. MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA IN PIAZZA DUOMO, PRESIEDE S. E. MONS. ARCIVESCOVO. VENERDÌ 12 FEBBRAIO - CHIUSURA DELLE CELEBRAZIONI ORE 07,30; 09,00; 11,00; 12,00; 13,00; 16,00; 17,00 - SS. MESSE ORE 08,00 - ESPOSIZIONE DELLE SACRE RELIQUIE. ORE 10,00 - S. MESSA PRESIEDUTA DAL REV.MO MONS. AGATINO CARUSO, VICARIO GENERALE DELL'ARCIDIOCESI, CON LA PARTECIPAZIONE DEL CAPITOLO METROPOLITANO. ORE 14,30 - S. MESSA PER I DISABILI PRESIEDUTA DAL REV.MO MONS. ALFIO RUSSO, PRESIDENTE DELL'OPERA DIOCESANA ASSISTENZA. ORE 19,00 - S. MESSA SOLENNE PRESIEDUTA DA S. E. MONS. ARCIVESCOVO. AL TERMINE PROCESSIONE DELLE SACRE RELIQUIE IN PIAZZA DUOMO CON LA PARTECIPAZIONE DELLE AUTORITÀ CITTADINE.

 

MANIFESTAZIONI CULTURALI E SPORTIVE

DOMENICA 17, 24, 31 GENNAIO ORE 09,30\13,00 - NELLE BASILICHE COLLEGIATA E MARIA SS. ANNUNZIATA AL CARMINE, NELLE CHIESE DI S. AGATA LA VETERE, S. FRANCESCO ALL'IMMACOLATA, ESPOSIZIONE DELLE CANDELORE. RESTERANNO APERTI AL PUBBLICO LA CRIPTA DI S. EUPLIO, I LUOGHI DEL MARTIRIO DI S. AGATA, LA CASA DEL FERCOLO (VARA), LE SALE DEL COMUNE A PALAZZO DEGLI ELEFANTI, IL MUSEO DIOCESANO.

 

GIOVEDÌ 14 GENNAIO ORE 11,00 - MONASTERO DEI BENEDETTINI \ BIBLIOTECHE RIUNITE "CIVICA E A. URSINO RECUPERO": ESPOSIZIONE DI OPERE SUL MARTIRIO DI S. AGATA E DOCUMENTI RIGUARDANTI LE CELEBRAZIONI. LA MOSTRA RIMARRÀ APERTA FINO AL 16 FEBBRAIO DALLE ORE 09,00 ALLE 13,00.

 

DOMENICA 17 GENNAIO
ORE 09,30 - MUSEO DIOCESANO: PREMIAZIONE DEI DISEGNI DEGLI ALUNNI DELLE SCUOLE ELEMENTARI E MEDIE DELL'ARCIDIOCESI PARTECIPANTI AL CONCORSO "S. AGATA NELLA FEDE E NELL'ARTE". ORE 10,30 - CHIESA DI S. PLACIDO: INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA "CIMELI AGATINI: ARTE POPOLARE" A CURA DELL'ASSOCIAZIONE "S. AGATA IN CATTEDRALE".

 

GIOVEDÌ 21 GENNAIO
ORE 19,30 - CHIESA DI S. GIULIANO: "ATTUALITÀ E VALORE DEL MARTIRIO E DEL MESSAGGIO DI S. AGATA NEL CONTESTO QUOTIDIANO", CONFERENZA TENUTA DA MONS. LEONE CALAMBROGIO A CURA DELLA SEZIONE DI CATANIA DELL'ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME

 

VENERDÌ 22 GENNAIO
ORE 20,00 - TEATRO MASSIMO BELLINI: "CONCERTO SINFONICO IN ONORE DI S. AGATA". SABATO 23 GENNAIO ORE 18,30 - BASILICA "MARIA SS. ANNUNZIATA AL CARMINE": "IL MARTIRIO DI S. AGATA", SACRA RAPPRESENTAZIONE A CURA DELLA COMUNITÀ PARROCCHIALE DEL DIVINO AMORE GUIDATA DAL PARROCO SAC. PIERO SAPIENZA.

 

28 GENNAIO\03 FEBBRAIO
GIRO DELLE CANDELORE NEI QUARTIERI DELLA CITTÀ, CON MANIFESTAZIONI PRESSO I MERCATI.

 

DOMENICA 31 GENNAIO
ORE 10,30 - XLIX TROFEO INTERNAZIONALE DI PODISMO "S. AGATA" E "PALIO DELLE MUNICIPALITÀ" , A URA DELLA PROVINCIA REGIONALE DI CATANIA E DELL' ASSESSORATO ALLO SPORT DEL COMUNE DI CATANIA. ORE 20,00 - NELLA CORTE DEL PALAZZO DEGLI ELEFANTI IL SINDACO ACCENDERÀ LA LAMPADA VOTIVA A S. AGATA E SARÀ CONSEGNATO IL PREMIO "LA CANDELORA D'ORO". A SEGUIRE, IN PIAZZA DUOMO, OMAGGIO FLOREALE DA PARTE DEI VIGILI DEL FUOCO.

 

30 GENNAIO\07 FEBBRAIO
XI TROFEO DI CALCIO A CURA DELL'ASSOCIAZIONE SPORTIVA VIGILI URBANI.

 

MARTEDÌ 03 FEBBRAIO
ORE 20,00 - IN PIAZZA DUOMO TRADIZIONALI INNI IN ONORE DI S. AGATA ESEGUITI DALLA "CORALE TOVINI". CONCERTO BANDISTICO DI MUSICHE BELLINIANE. LUIGI MAINA PRESIDENTE DELLE CELEBRAZIONI

PEREGRINATIO DEL VELO DI S. AGATA


DOMENICA 10 GENNAIO
ORE 09,30 - LA "PEREGRINATIO DEL VELO DI S. AGATA", PRESIEDUTA DA S. E.
MONS. ARCIVESCOVO, MUOVERÀ DALLA BASILICA CATTEDRALE FINO ALLA VIA DEL BOSCO DOVE
SARÀ ACCOLTA DAL POPOLO DI BARRIERA , QUINDI IN PROCESSIONE FINO ALLA PARROCCHIA S.
MARIA DEL CARMELO ALLA BARRIERA DOVE SARÀ CELEBRATA LA S. MESSA.
NEI GIORNI SUCCESSIVI LA "PEREGRINATIO" PROSEGUIRÀ NELLE PARROCCHIE:
MARTEDÌ 12 \14 - S. MARIA DEL CARMELO A CANALICCHIO
GIOVEDÌ 14\16 - S. GIUSEPPE AL PIGNO
SABATO 16\DOM. 17 - S. AGATA AL BORGO.
LUNEDÌ 18\20 - S. CATERINA IN S. PIETRO CLARENZA.
MERCOLEDÌ 20\22 - CORPUS DOMINI IN BELPASSO.
VENERDÌ 22\SAB.23 - ISTITUTO PER CIECHI "ARDIZZONE GIOENI"
SABATO 23\DOM. 24 - BASILICA COLLEGIATA.

LUNEDÌ 25\27 - S. MARIA DELL'AIUTO.
MERCOLEDÌ 27\29 - S. GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA AL VILLAGGIO DUSMET.
30, 31, 01 FEB - TRIDUO IN CATTEDRALE.

PEREGRINATIO DELLA RELIQUIA DELLA MAMMELLA

NELLE COMUNITA' MONASTICHE, NEGLI OSPEDALI, NELLE CARCERI.
LUNEDÌ 11 GEN. - MONASTERO "S. GIUSEPPE AL CARMINE" IN S. G. LA PUNTA.
MARTEDÌ 12 - MONASTERO "MADONNA DI FATIMA" IN S. AGATA LI BATTIATI.
MERCOLEDÌ 13 - MONASTERO "S. GIUSEPPE" IN S. GREGORIO.
GIOVEDÌ 14 - MONASTERO "S. CHIARA" IN BIANCAVILLA
VENERDÌ 15 - PARROCCHIA SACRO CUORE DI GESÙ E S. MARGHERITA IN PIANO TAVOLA.
SABATO 16 - PARROCCHIA SS. ANGELI CUSTODI.
DOMENICA 17 - S. AGATA LA VETERE E CASA DEL CLERO.
LUNEDÌ 18 - POLICLINICO DELLA CITTADELLA UNIVERSITARIA.
MARTEDÌ 19 - PRESIDIO OSPEDALIERO "GARIBALDI - CENTRO".
MERCOLEDÌ 20 - MONASTERO "S. BENEDETTO" IN CATANIA.
GIOVEDÌ 21 - PRESIDIO OSPEDALIERO "GARIBALDI - NESIMA".
VENERDÌ 22 - PRESIDIO OSPEDALIERO "ASCOLI - TOMASELLI" E " S. CURRÒ - S. LUIGI".
SABATO 23 - PRESIDIO OSPEDALIERO "VITTORIO EMANUELE".
- PARROCCHIA "MARTIRI INGLESI" IN S. AGATA LI BATTIATI. (SERA)
DOMENICA 24 - GIORNATA DELLE ASSOCIAZIONI AGATINE IN CATTEDRALE.
LUNEDÌ 25 - PRESIDIO OSPEDALIERO " S. MARTA E VILLERMOSA" E " S. BAMBINO".
MARTEDÌ 26 - PRESIDIO OSPEDALIERO " FERRAROTTO - ALESSI".
MERCOLEDÌ 27 - PRESIDIO OSPEDALIERO " CANNIZZARO".
GIOVEDÌ 28 - CARCERE DI PIAZZA LANZA.
- SUORE VINCENZIANE DI VIA BALLO
VENERDÌ 29 - CARCERE DI BICOCCA.
SABATO 30 \ LUNEDÌ 01 FEB - TRIDUO IN CATTEDRALE.

 

 

 

 

IL TESORO DI SANT'AGATA 

Il Busto

Dal 1376 la testa e il torace di sant'Agata sono custoditi in un prezioso reliquiario d'argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l'aspetto di una statua a mezzo busto, con l'incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro. In realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all'interno, in cui sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi interni. L'allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l'aveva commis- sionato in Francia, nel 1373, all'orafo senese Giovanni Di Bartolo.
La devozione dei fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I d'Inghilterra detto "Cuor di Leone", che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d'Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant'Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla "santuzza".
Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba.
I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde, durante la festa di sant'Agata si può vedere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente intatti.
Lo Scrigno

Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant'Agata la Vetere), dal 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d'argento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riquadri che raffigurano altrettante sante che onorano Agata, la prima vergine martire della chiesa. All'interno si conservano anche due documenti storici: la bolla pontificia di Urbano II che conferma solennemente che sant'Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un'altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant'Agata protettrice perpetua di Messina.
La Reliquia del Seno

Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant'Agata, la mammella.
Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che 1'8 agosto del 1126 sant'Agata apparve in sogno a una donna e la avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant'Agata.
La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini.
Le altre Reliquie

A Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell'ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore, un osso del braccio. Ad Alì, in provincia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti del velo. A Sant'Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant'Agata di Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara.
Anche all'estero si custodiscono piccole reliquie di sant'Agata. In Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar, ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in Germania (Colonia).

 

SANT'AGATA SU MARTE

(Mario Venuti)

 

Devo andare anch’io per le strade
Con un cero a illuminare la notte
Ritrovare le mie radici in un’antica tradizione
Rinnovare il suo valore culturale
Con un mio piano segreto diffondere amore

Siamo presi da questa bambina vergine divina
Con il cuore in questa terra
Ma già pronti ad esplorare l’universo
Stiamo portando
La festa di Sant’Agata su Marte
Cittadini, tutti devoti, tutti!

Laudamus te Agatha
Confidimus tibi aeterna diva
Ad omnibus civibus venerata
Da quando le tue spoglie
Ritornarono da Costantinopoli
Il potere di esaltarti
Appartiene solo al popolo

Dammi forza, dammi coraggio
Per sopportare ogni martirio
L’ira di qualche imperatore
Dammi forza, dammi coraggio
Rendi il mio cuore incorruttibile
Ferma il dolore in questa vita

Siamo uomini in perenne tentazione
In equilibrio sull’abisso
Stiamo portando
La festa di Sant’Agata su Marte
Cittadini, tutti devoti, tutti!

 

 

 

SANT’AGATA

La vita

LA SICILIA AL TEMPO DI AGATA

Negli anni in cui visse Agata, a metà del III secolo, l'impero romano aveva già raggiunto la massima estensione territoriale. I suoi confini andavano dalla Penisola iberica alla Mesopo­tamia, dalla Britannia all'Egitto, abbracciando popoli, lingue, religioni e costumi molto di­versi tra loro.

Il governo centrale si era preoccupato di dare uniformità alle terre conquistate impo­nendo a tutti la lingua latina, le leggi di Roma e la propria religione, ma non era in grado di amministrarle e di controllarle direttamente. Per questo aveva affidato ogni provincia a un proconsole o a un governatore, funzionari che godevano sia dei poteri civili che di quelli mi­litari: imponevano e riscuotevano le imposte, amministravano la giustizia, comandavano l'e­sercito.

Ai tempi dell'imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente, che per di più godeva di un'ottima posizione geografica. Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rap­presentava uno dei più vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell'epoca. Le fonti storiche narrano che era amministrata dal pro­console Quinziano, uomo rude, prepotente e superbo.

Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, al­loggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudi­ziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le at­tività pubbliche della città.

 

LE PERSECUZIONI

Sin dal 264 a.C., anno in cui con la prima guerra punica Roma sottrasse l'isola ai Carta­ginesi, in Sicilia era stata imposta la religione pagana dei Romani, col suo carico di divinità popolane e goderecce, esempi di corruzione e di dissolutezza nei costumi.

Quando la comunità cristiana iniziò a esse­re abbastanza ampia, intorno al 40 d.C., si ab­batterono su di essa le prime persecuzioni. Inizialmente con Nerone, a metà del primo secolo, ebbero carattere soltanto occasionale. Poi, nel corso del Il secolo, fu data loro una ba­se giuridica mediante una legge che vietava il culto cristiano.

Di questi primi secoli la Chiesa ricorda nu­merosi martiri che, con il loro coraggio e la de­terminazione nell'accettare la morte per Cristo, contribuirono ad accelerare la diffusione del cristianesimo.

All'inizio del III secolo, l'imperatore Settimio Severo emanò un editto di persecuzione. Egli stabilì che i cristiani dovessero essere prima de­nunciati alle autorità e poi invitati a rinnega­re pubblicamente la loro fede. Se accettavano di tornare alla religione pagana avevano dirit­to al libellum, una sorta di certificato di confor­mità religiosa, ma se si rifiutavano di sacrificare agli dèi, venivano prima torturati e poi uccisi. Con questo sistema, freddo e calcolatore, l'im­peratore cercava di fare apostati, cioè persone che abbandonavano la fede cristiana, e non martiri, che erano considerati più pericolosi dei cristiani vivi.

Poi, di fronte al diffondersi del cristianesimo e temendo che l'aumento dei fedeli potesse minacciare la stabilità dell'impero, nel 249 l'imperatore Decio ordinò una repressione an­cora più radicale: tutti i cristiani, denunciati o no, erano ricercati d'ufficio, rintracciati, tor­turati e infine uccisi.

 

AGATA «LA BUONA»

In quegli anni, a metà del III secolo, a Ca­tania nasceva Agata. La data non è mai stata storicamente accertata con esattezza, ma fu calcolata a ritroso partendo da un'altra che invece è certa, cioè il martirio avvenuto nel 251. La tradizione popolare e gli antichi atti vo­gliono che Agata, al momentò del martirio, fosse poco più che adolescente. Per questo mo­tivo si fa risalire la sua nascita intorno all'anno 235. Una voce aggiunge anche il giorno:

l’8 settembre, facendolo coincidere con una delle date più importanti del culto mariano, quella della nascita della Madonna.

La sua era una famiglia nobile e ricca. Pos­sedeva case e terreni coltivati, in città e in pro­vincia. Il padre Rao e la madre Apolla decise­ro di chiamarla Agata, che in greco significa «la buona». In questo nome c'era già racchiuso il suo destino: bontà e purezza furono, infatti, le doti che distinsero Agata sin dalla prima in­fanzia.

La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana, al centro della città, la ca­sa natale di Agata. In questo luogo in seguito è stato posto un piccolo altare che, in ogni pe­riodo dell'anno, è tanto ricco di fiori da sem­brare un giardino a primavera.

Dei suoi primi anni di vita non ci sono giun­te testimonianze documentate, ma si può sup­porre che sin dalla più tenera eta Agata abbia ricevuto dai genitori una buona educazione e che dal loro esempio abbia appreso il valore delle virtù cristiane: la preghiera, la rinuncia al­le ricchezze terrene, il coraggio nello scegliere Cristo.

Agata trascorreva le giornate della sua ado­lescenza in un sereno ambiente familiare. Era obbediente ai genitori, che amava profonda­mente, ma più di ogni cosa amava Dio. Fuggi­va il lusso e la vita mondana, che invece erano al centro degli interessi delle coetanee di pari grado sociale.

Cresceva in santità: metteva tutto il suo im­pegno nelle semplici cose di ogni giorno per imitare e testimoniare Gesù. E fu questo alle­namento quotidiano alla rinuncia e al sacrifi­cio che le permise di prepararsi ad affrontare la grande prova del martirio. Ma Agata cresceva anche in bellezza: il suo corpo era slanciato, i lineamenti delicati, le labbra rosee, i capelli biondi. La voce del popolo l'ha descritta per se­coli così, e in questo modo l'arte sacra l'ha sempre raffigurata. Qualcuno ha pensato di trovare una conferma, sia dell'altezza che del colore dei capelli, nelle ricognizioni fatte pe­riodicamente sulle reliquie della santa.

 

Come un bocciolo di rosa, la sua bellezza era nella grazia delle forme e nel pudore che le ri­vestiva. Bellezza, candore e purezza verginale facevano di Agata una creatura davvero ange­lica.

 

 

LA CONSACRAZIONE A DIO

Molto presto, già negli anni dell'infanzia, Agata ebbe chiaro nel cuore il desiderio di do­narsi totalmente a Cristo. Per lo Sposo celeste provava un sentimento semplice e spontaneo, ma anche così forte che era impaziente di pro­nunciare il voto di verginità.

Nel segreto dell'animo si era già promessa a Dio e, quando non aveva ancora compiuto 15 anni, sentì che era giunto il momento di con­sacrarsi solennemente. il vescovo di Catania ac­colse la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose il flam­meum, il velo color rosso fiamma che porta­vano le vergini consacrate.

Agata da quel giorno divenne sposa di Cristo. Aveva atteso con ansia e trepidazione quel mo­mento e aveva pregato tanto Dio di poter offrire a lui il suo cuore puro. Così, dopo tanta attesa, la consacrazione la rese profondamente felice, consentendole di vivere in preghiera e medi­tazione.

 

LA FUGA E L'ARRESTO

Un giorno, il proconsole Quinziano fu infor­mato che in città, tra le vergini consacrate, vi­veva una nobile e bella fanciulla. Decise allora che doveva conoscerla. Ordinò ai suoi uomini che la catturassero e la conducessero al pa­lazzo pretorio: si trattava proprio di Agata.

L'accusa formale, in forza dell'editto di per­secuzione dell'imperatore Decio, era quella di vilipendio della religione di Stato, un'accusa ri­servata a tutti i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l'ordine del proconsole na­sceva anche dal desiderio di soddisfare un ca­priccio e un interesse personale: piegare a sé una giovane bella e illibata e confiscarle i be­ni di famiglia.

Per sottrarsi all'ordine del proconsole, Agata per qualche tempo rimase nascosta lontano da Catania. Su questo punto storia e leggenda so­no fortemente intrecciate: più città si conten­dono il merito di aver dato asilo alla veigine esu­le. Tra le ipotesi più accreditate, la più probabile è quella secondo cui Agata si rifugiò a Galermo, una contrada poco distante da Catania, dove i genitori possedevano case e terreni.

Secondo un'altra tradizione, che nasce con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti del martirio, Agata si sarebbe rifugiata, invece che a Galermo, a Palermo. Un'ultima e poco attendibile ipotesi, questa di tradizione non italiana, sostiene che Agata si sa­rebbe nascosta in una grotta nell'isola di Malta.

Nei secoli, il popolo ha arricchito di avven­ture leggendarie la fuga e l'arresto di Agata. Una di queste narra che ella, inseguita dagli uomi­ni di Quinziano e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fosse fermata a riposare un istante. Nello stesso momento in cui si fermò, si dice per allacciarsi un calzare, un ulivo com­parve dal nulla e la giovinetta poté ripararsi e anche cibarsi dei suoi frutti. Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell'evento prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un'aiuola vicino ai luoghi del martirio.

Un'altra tradizione popolare legata a questa leggenda vuole che, il giorno della festa di sant'Agata, vengano consumati dolcetti di pa­sta reale, di colore verde e ricoperti di zuc­chero, che nella forma ricordano le olive, chia­mati appunto «olivette di sant'Agata».

Tornando alla storia, Agata rimase in esilio soltanto per poco tempo. Gli apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la raggiun­sero con quella facilità che è propria dei poten­ti e la condussero in tribunale al cospetto di Quinziano.

 

IN CASA DI AFRODISIA

Quinziano, non appena la vide, fu rapito dalla sua bellezza. Un ardore passionale lo in­vase, ma i suoi tentativi di seduzione furono tutti vani, perché Agata lo respinse sempre con grande fermezza.

Il proconsole pensò allora che un program­ma di rieducazione avrebbe potuto trasfor­mare la giovane e l'avrebbe convinta a rinun­ciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. La af­fidò così per un mese a una cortigiana, una ma­trona dissoluta, maestra di vizi e di corruzio­ne, che era conosciuta col nome di Afrodisia. La donna viveva in casa con le sue figlie, nove secondo la tradizione, diaboliche e licenziose almeno quanto lei.

Fu il mese più duro e terribile per la giova­ne Agata. La sua purezzà era costretta a subi­re continui insulti, cattivi esempi e inviti im­morali. Per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti, festini, di­vertimenti di ogni genere, le promise gioielli, ricchezze e schiavi. Ma Agata disprezzava ognu­no di questi doni.

Quando lo strumento della persuasione si ri­velò incapace a piegare la sua ferrea volontà, Afrodisia e le figlie tentarono di raggiungere lo stesso vile scopo attraverso le minacce. «Quin­ziano ti farà uccidere», le intimavano. Ma la vergine incorruttibile respingeva ogni proposta, si mostrava insensibile a ogni minaccia, op­poneva rifiuti secchi usando parole di fuoco:

«Vane sono le vostre promesse, stolte le vostre parole, impotenti le minacce. Sappiate che il mio cuore è fermo come una pietra in Cristo e non cederà mai». La giovane Agata fu sempre fedele al suo unico Sposo; a lui offriva le sofferenze che pativa per la fede e giorno do­po giorno la sua anima ne risultava sempre più temprata.

Allo scadere del mese e di fronte alla fer­mezza di Agata, Afrodisia non poté far altro che arrendersi. Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano: «Ha la testa più dura della lava dell'Etna, non fa altro che piangere e pregare il suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d'affetto è soltanto tempo perso».

 

IL PROCESSO

Quinziano prese atto che lusinghe, promes­se e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza.

Convocata al palazzo pretorio, Agata entrò fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpi­di incontrarono quelli di Quinziano, li trova­rono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa.

Agata non era spaventata, sapeva che lo Spi­rito Santo l'avrebbe assistita e le avrebbe sug­gerito le parole da dire al tiranno. Ne era cer­ta, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli.

Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equi­voco per provocarla. «Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo», chiari subito Agata. «Sono nata libera da una famiglia no­bile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dal­l'essere ancella di Gesù Cristo». Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di una martire.

«Tu che ti credi nobile», disse Agata a Quin­ziano, «sei in realtà schiavo delle tue passioni». Questa fu una grave provocazione per lui, l'a­drone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. «Dunque, noi che disprez­ziamo il nome e la servitù di Cristo», domandò irritato il proconsole, «siamo ignobili?».

Per Agata, che parlava con la forza della fe­de e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò:

«Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli co­struiti da miseri artigiani, strumenti del de­monio». Quinziano a quelle parole si sentì co­me un toro ferito. Era incapace di controbat­tere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle ri­sposte ispirate dalla fede che aveva Agata.

Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minac­ce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: «O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio», minacciò spazienti­to. Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: «Vuoi farmi soffrire?», lo irrise. «Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia». Poi, con vo­ce sicura, aggiunse: «Non adorerò mai le tue di­vinità. Come potrei adorare una Venere im­pudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere».

Queste parole, pesanti come macigni e affi­late come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltan­to con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l'umiliazione appena subita. Per niente avvili­ta per la percossa, Agata gli rispose: «Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Per­ché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli?». Erano parole inconfuta­bili, ma Quinziano non volle arrendersi e or­dinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.

 

IL CARCERE E LE TORTURE

Per un giorno e una notte Agata rimase chiu­sa in una cella del carcere, all'interno del pa­lazzo pretorio: diventata in seguito un luogo di culto, era una cameretta interrata, buia e umi­da. Il soffitto era alto e soltanto una finestrel­la irraggiungibile lasciava filtrare un raggio di luce attraverso una spessa grata di ferro. Non le fu dato né cibo, né acqua e una pesante ca­tena le stringeva le caviglie. Ma la giovane Aga­ta non disperò mai e continuò a pregare ancora più intensamente lo Sposo celeste.

La mattina successiva fu condotta per la se­conda volta davanti al proconsole. «Che pensi di fare per la tua salvezza?», le domandò Quin­ziano. «La mia salvezza è Cristo», rispose de­cisa Agata. Soltanto a quel punto Quinziano si rese conto che qualunque tentativo di persua­sione era destinato al fallimento e, con uno scatto d'ira, ordinò di sottoporla a orrende tor­ture.

Ad Agata furono stirate le membra, fu per­cossa con le verghe, lacerata col pettine di fer­ro, le furono squarciati i fianchi con lamine ar­roventate. Ogni tormento, invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuovo vigore. Al­lora Quinziano si accanì ulteriormente con­tro la giovinetta e ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. «Non ti vergogni», gli disse Agata, «di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre?».

L'ordine di Quinziano era un gesto di rabbia e di vendetta: ciò che non aveva potuto ottene­re, ora voleva distruggere. Voleva vederla soffrire per il dolore del martirio e per il pudore viola­to. Voleva umiliarla nella sua dignità di donna, ma nessun segno di turbamento segnò il volto né le parole di Agata: «Tu strazi il mio corpo», disse, «ma la mia anima rimane intatta».

 

IL MIRACOLO DI SAN PIETRO

Agata fu riportata in cella, ferita e sangui­nante. Le piaghe aperte bruciavano, il dolore era lancinante. Ma sapeva che pativa per Gesù e questo l'appagava. Così, mentre pregava in silenzio, con lo sguardo rivolto al cielo al di là della grata, lo Sposo celeste volle alleviarle il dolore e le mandò l'apostolo Pietro.

 

La notte successiva alle torture, nel buio della cella, la fanciulla vide avvicinarsi una lu­ce bianca. Era un fanciullo vestito di seta con una lucerna in mano. Lo seguiva un uomo an­ziano. Inizialmente Agata non volle che l'an­ziano le porgesse i medicamenti che aveva por­tato con sé per guarire le sue ferite. «La mia medicina è Cristo», disse, rifiutando delicata­mente l'aiuto «se egli vuole, con una sola pa­rola, può risanarmi».

Agata desiderava ardentemente soffrire per Cristo, morire per lui, diventare una martire per amore. Sapeva che il chicco di grano può da­re frutto soltanto se muore e così anche il suo sangue, versato per gli ideali del vangelo, pote­va essere il seme di un'umanità rinnovata in Cristo. «Le pene che io soffro», spiegò all'an­ziano visitatore, «completano il mio lungo de­siderio, coltivato sin dall'infanzia».

Ma quando l'uomo la rassicurò e le disse di essere l'apostolo di Cristo, Agata chinò il capo e accettò che su di lei si compisse la volontà di Dio. Aveva aspettato tanto, ma, obbediente al­la volontà del suo Sposo, abbandonò un desi­derio che era suo per accettare quello del Padre.

Il prodigio non tardò: quando l'uomo scom­parve nel buio, Agata si accorse che le ferite era­no guarite, il suo seno era rifiorito e il suo spi­rito si era rinvigorito.

 

LA CONDANNA A MORTE

Dopo quattro giorni di cella, all'alba del quinto fu condotta in tribunale per la terza volta. Quinziano fu sbalordito e incredulo nel vedere rimarginate le ferite sul corpo di Agata e volle sapere cosa fosse accaduto. Agata gli ri­spose fiera: «Mi ha fatta guarire Cristo».

Quella giovane fanciulla, così bella e fragile ma anche così determinata, doveva apparire al proconsole come la più pesante delle sconfitte personali. La sua stessa presenza era ormai imbarazzante e Quinziano volle liberarsi di quell'incubo con l'ordine definitivo: «Uccidetela», gridò. Per Agata fu decisa la morte più atroce: un letto di tizzoni ardenti con lamine ar­roventate e punte infuocate.

L’ordine fu eseguito immediatamente: Aga­ta fu gettata sulle braci, coperta soltanto dal suo velo da sposa di Cristo. Mentre il suo corpo ve­niva rivoltato sui carboni ardenti e trafitto da punte di ferro e lamine taglienti, la sua anima, che si era conservata pura, ardeva più forte per il Signore.

A questo punto, secondo la tradizione si sa­rebbe verificato un altro miracolo, a testimo­niare la chiara santità di Agata: il fuoco, che straziava il suo corpo, non bruciò invece il velo. Per questa ragione il «velo di sant'Agata» di­ventò da subito una delle reliquie più preziose. Più volte portato in processione di fronte al fuo­co delle colate laviche dell'Etna, ha avuto il potere di far arrestare il magma.

Le fonti storiche dicono che, quando Agata fu spinta nella fornace, un violento terremoto scosse l'intera città di Catania. Tutti pensarono che fosse il grido di dolore della sua terra per l'orrendo delitto. Silvano e Falconio, i due per­fidi consiglieri di Quinziano che avevano con­trofirmato la condanna a morte, finirono tra­volti dal crollo del palazzo pretorio.

Si narra anche che Quinziano fosse riuscito a fuggire, ma poco tempo dopo morì annega­to mentre tentava di attraversare in barca il fiu­me Simeto, vicino a Catania. Il suo corpo non fu mai ritrovato e per questa ragione una leg­genda popolare vuole che di tanto in tanto il fantasma del proconsole vaghi inquieto in quel­le zone; mentre c'è chi sostiene di vedere le acque del fiume, in certi periodi dell'anno, ri­bollire ancora per lo sdegno.

La folla dei catanesi che aveva assistito al supplizio di Agata l'accompagnò alle porte del carcere, dove venne condotta agonizzante, e ve­gliò su di lei negli ultimi istanti prima della morte.

Tutti poterono assistere al suo ultimo ge­sto. Con le poche forze che le erano rimaste, Agata unì le mani in preghiera e, di fronte al­la folla commossa, recitò con un filo di voce uesta orazione spontanea: «Signore, che mi

creato e custodito fin dalla mia prima infan zia e che nella giovinezza mi hai fatto agi­re con determinazione, che togliesti da me l'a­more terreno, che preservasti il mio corpo dal­le contaminazioni degli uomini, ti prego di ac­cogliere ora il mio spirito». Era il 5 febbraio 251.

 

 

LA «TAVOLA DELL'ANGELO»

I cristiani che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata raccolsero con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli pro­fumati, come era in uso a quell'epoca. Poi con grande venerazione lo deposero in un sarcofa­go di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è stato sempre oggetto di culto a Catania.

Le fonti narrano che, quando il sepolcro or­mai stava per essere chiuso, si avvicinò un fan­ciullo, vestito di seta bianca e seguito da altri cento giovanetti. Presso il capo della vergine de­pose una tavoletta di marmo, che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa di Sant'Agata a Cremona, con l'iscrizione latina «M.S.S.H.D.E.P.L. », che in italiano significa «Mente santa e spontanea, onore a Dio e libe­razione della patria». Questa iscrizione, detta anche «elogio dell'angelo», è la sintesi delle caratteristiche della santa catanese ed è an­che una solenne promessa di protezione alla città.

 

IL MIRACOLO DEL VELO

Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l'Etna minacciò di distruggere Catania con un'inarrestabile e spaventosa colata lavi­ca. Soltanto nel momento di maggiore sconfor­to qualcuno si ricordò dell'iscrizione sulla ta­voletta di marmo con cui l'angelo aveva pro­messo aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso pog­giato sul sarcofago della santa e, tra preghie­re e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata. Il fiume di mag­ma infuocato si arrestò per miracolo, lascian­do incolumi gli abitanti e intatte le case dei vil­laggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio: lo­di, celebrazioni, inni di ringraziamento. Pro­prio in seguito a questo evento Agata fu pro­clamata santa.

Dopo questo primo miracolo la fama di sant'Agata si diffuse rapidamente in tutta l'iso­la e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cap­pelletta nei pressi del luogo del martirio, di­venne meta di numerosi pellegrinaggi. Il suo nome venne in seguito inserito nel canone del­la messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano Il, era pronunciato ogni giorno dai sa­cerdoti in testa all'elenco delle sante martiri ri­cordate dalla Chiesa.

Con quel primo miracolo ottenuto per in­tercessione di sant'Agata, Catania legò in ma­niera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina, che allora seppe sal­vare la città dalla furia distruttrice dell'Etna e in seguito l'avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.

 

SANT'AGATA, SALVATRICE DI CATANIA

Gli avvenimenti più importanti che hanno ri­guardato la città di Catania sono legati a sant'A­gata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, for­ze terribili e devastanti, eventi paurosi di fron­te ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l'angelo consegnò alla città, hanno invocato l'aiuto della santa concittadi­na e hanno ottenuto sempre la sua protezione.

Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Ca­tania è stata salvata dalla distruzione della la­va. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Ma chi può contare le grazie ricevute in più di diciassette secoli dai catanesi e da quanti in tutto il mondo cristia­no si sono affidati a lei?

La liberazione dall'eccidio

Il 25 luglio 1127 i Mori presero d'assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stra­gi, massacri e rapine. Quando stavano per as­salire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all'intercessione di sant'Agata e la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello.

Un altro episodio ha dimostrato ancora una volta che la città ai piedi dell'Etna ha sempre goduto della vigile protezione di sant'Agata. Nel 1231 Federico il di Svevia era giunto in Si­cilia per assoggettarla. Molte città si ammuti­narono e Catania fu tra queste. Federico Il fu­rente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ot­tennero che, prima dell'esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ul­tima messa, alla quale presenziò lo stesso Fe­derico Il. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: «Non offendere la patria di Agata perché ella vendi­ca le ingiurie».

Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò sol­tanto che il popolo passasse sotto due spade in­crociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sotto­missione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l'intercessione della Madonna del­le Grazie e di sant'Agata.

La città ricorda questo evento con un bas­sorilievo di marmo che si trova oggi all'in­gresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico Il di Sve­via.

 

La lava e i terremoti

Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scor­rendo per i pendii dell'Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo pas­sare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la mor­te di sant'Agata, una processione col sacro ve­lo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i ca­tanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635.

Ma l'eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondan­do il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l'eruzione da chi aveva vissuto in pri­ma persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione.

Quando il magma era giunto a una distan­za di trecento metri dal duomo, miracolosa­mente scansò i luoghi in cui sant'Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scan­carsi in mare e proseguire per più di tre chilo­metri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto.

A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant'Agata in carcere, e che si tro­vava in un'edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centi­naia di metri. Ora quel dipinto si trova sull'al­tare maggiore della chiesa di Sant'Agata alle Sciare, a Catania.

Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lam­pada votiva d'argento che si trova al centro della cappella di sant'Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patro­na della città.

Nel 1693 un violento terremoto fece trema­re Catania. Ci furono diciottomila morti. Nes­suno dei novemila superstiti dopo la catastro­fe voleva più ritornare in città. Catania sareb­be diventata una città fantasma se un delega­to del vescovo, in processione con le reliquie di sant'Agata, non avesse supplicato il popolo a ri­manere e a ricostruire la città.

Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici del­l'Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant'Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In memoria dello straordi­nario miracolo, in quel punto sorge ora un piccolo altare.

 

La peste

In più occasioni sant'Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie.

Nel 1576, quando la peste cominciò a diffon­dersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all'intercessione della patrona. Le reliquie furono portate in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato.

I catanesi ottennero ùn altro segno di pro­tezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. il miracolo ci fu anche stavolta: le re­liquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta, nella zona del porto, una colonna sormontata da una effigie di sant'Agata che schiaccia la te­sta di un mostro, simbolo della peste.

 

 

I PATRONATI

In Italia sant'Agata è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il nome della santa. U titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glo­rificato, riecheggia nella storia della città.

La «A», lettera iniziale di questo popolaris­simo nome, sormonta il monumento principale della città, l'elefante Eliodoro, simbolo di Ca­tania. Un'altra «A» si staglia nella pietra sulla facciata del Palazzo municipale, una campeg­gia al centro dello stemma civico, un'altra al centro del gonfalone dell'Università.

All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino. Questa devozione ha un'origine antica: secondo la tradizione proprio il 5 febbraio, giorno del martirio della santa ca­tanese, uno scalpellino dalmata di nome Ma­rino, sfuggito con altri cristiani alle persecu­zioni di Diocleziano (nel IV secolo), fondò il pic­colo Stato sorto attorno al monte Titano.

Ma la santa catanese è compatrona anche di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuo­le che Agata si fosse rifugiata durante le per­secuzioni di Decio. Gli abitanti di Rabat han­no voluto individuare nelle «catacombe di sant'Agata» il punto preciso in cui si nascose per alcuni giorni. Anche qui la devozione affon­da le sue radici nella storia: il 20 luglio 1551, durante il primo assedio di Malta, una statua di sant'Agata fu collocata sulle mura della città affinché la proteggesse. La tradizione vuole che mille abitanti dell'isola, con l'aiuto celeste della santa, siano riusciti a contrastare e a bloccare l'assedio di diecimila turchi.

In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro ri­vestito di preziosi broccati. Sant'Agata è ve­nerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cap­pella del Palazzo reale, dove i re cattolici rice­vettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America. Nella provincia di Se­govia, sempre in Spagna, ogni anno, il 5 feb­braio viene eletta una sindachessa e quel gior­no nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne. In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coim­bra. In Germania è patrona di Aschaffemburg.

In Francia molte sono le località sotto il pa­tronato di Agata: a Le Fournet, una città im­mersa nei boschi della Normandia, nello stem­ma cittadino, in onore della santa, sono raffi­gurate la palma, simbolo del martirio, e la te­naglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Aga­ta e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste.

In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del piane­ta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma an­che in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. Stabilire quanti sono in tutto il mon­do i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata èun'impresa forse impossibile.

 

 

LE RELIQUIE

Il triste distacco

Nel 1040, dopo due secoli di dominazione araba, i Bizantini comandati dal generale Gior­gio Maniace tentarono di riconquistare la Si­cilia. La loro vittoria fu soltanto temporanea, anche perché Stefano, il responsabile della flotta bizantina, commise il grave errore di farsi sfuggire il più importante prigioniero di guerra, il capo militare arabo Abd Allah. Per questa ragione il generale Maniace inflisse a Stefano una severa punizione, ignaro che l'am­miraglio fosse un membro della casa imperia­le di Costantinopoli. Per sanare l'incidente di­plomatico e recuperare la stima dei sovrani che gli avevano già ordinato il rientro in patria, Giorgio Maniace decise di donare alla casa re­gnante le preziose reliquie della catanese sant'A­gata e della siracusana santa Lucia, già cono­sciute e venerate in tutto il Mediterraneo.

La tradizione racconta che un fortunale im­pedì la partenza della nave per tre giorni, qua­si che sant'Agata non volesse staccarsi dalla città nella quale era nata e aveva subito il mar­tirio. Alla fine i catanesi, àddolorati e inermi di fronte alla decisione del conquistatore, videro allontanarsi a bordo di una nave bizantina le preziose reliquie della loro patrona. Una fon­tanella con un'effigie di sant'Agata che guarda a oriente, posta di fronte alla marina, ricorda il punto dal quale i catanesi in lacrime assistettero impotenti a questo furto.

Il ritonio in patria

Dovettero passare 86 anni prima che le re­liquie di sant'Agata tornassero in patria. Si di­ce che fosse stata la stessa santa a volerlo, ri­chiedendolo espressamente a due militari a lei devoti, il provenzale Gisliberto e il pugliese Goselmo. Più volte la santa apparve loro in sogno, finché una notte i due decisero di sot­trarre le sacre spoglie dalla chiesa di Costan­tinopoli dove erano venerate.

Per sfuggire più facilmente ai controlli do­vettero sezionare il corpo della santa in cinque parti, per poi nasconderle dentro le faretre in cui normalmente si riponevano le frecce. Si narra che poi le avessero ricoperte con petali di rosa profumati.

I due militari presero una nave e si diresse­ro in Sicilia, ma prima si fermarono in Pu­ glia, regione in cui era nato Goselmo, e per suo desiderio vi lasciarono una preziosa reliquia, una mammella, ancora oggi venerata nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egit­to, a Galatina (Lecce).

Quando giunsero a Messina, i due soldati av­vertirono il vescovo di Catania, Maurizio, che le reliquie di sant'Agata erano finalmente giun­te vicino alla città. Il vescovo, che in quei gior­ni si trovava nella residenza estiva ad Acica­stello, fu enormemente felice, ma per pruden­za, prima di diffondere la notizia in città, vol­le accertarsi che i due dicessero la verità e che quelle che avevano trasportato fossero real­mente le spoglie della santa. Inviò a Messina due monaci fidatissimi, Oldmanno e Luca, per il riconoscimento: le reliquie furono confron­tate con i referti che erano stati redatti duran­te le ultime ricognizioni. Soltanto dopo la con­ferma dei monaci, il vescovo Maurizio diede la notizia ai catanesi. Era il 17 agosto 1126.

Il popolo, svegliato durante la notte da uno scampanio a festa, non perse tempo a cam­biarsi d'abito e si riversò in strada così come si trovava, anche a piedi nudi e in camicia da notte, per accogliere prima possibile le reli­quie finalmente recuperate. Lo storico incon­tro dei catanesi con le spoglie di sant'Agata avvenne nel quartiere di Ognina, dove in se­guito fu eretta una chiesa che nel 1381 la lava circondò senza distruggere, ma che più recen­temente fu abbandonata e infine lasciata an­dare in rovina.

A conferma dell'eccezionalità di quell'even­to del 1126, i documenti storici registrano un miracolo, compiuto quella stessa notte. Una donna, cieca e paralitica dalla nascita, riac­quistò vista e uso delle gambe nell'atto di pro­strarsi davanti al sacro tesoro.

I catanesi furono così riconoscenti ai due sol­dati che li elessero cittadini onorari e li volle­ro eterni custodi delle reliquie della santa: le lo­ro spoglie riposano in cattedrale, in una pare­te della cappella della Madonna, accanto a quella di sant'Agata, anche se il punto esatto non è indicato.

 

Il Busto

Dal 1376 la testa e il torace di sant'Agata so­no custoditi in un prezioso reliquiario d'ar­gento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l'aspetto di una statua a mezzo busto, con l'incarnato del volto in fi­ne smalto e il biondo dei capelli in oro. In realtà, però, è un raffinato forziere, cavo al­l'interno, in cui sono custodite le reliquie del­la testa, del costato e di alcuni organi interni. L'allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l'aveva commis­sionato in Francia, nel 1373, all'orafo senese Giovanni Di Bartolo.

La devozione dei fedeli arricchisce conti­nuamente di gioielli, ori e pietre preziose la fi­nissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reli­quiario, alcuni sono doni di particolare valo­re. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Ric­cardo I d'Inghilterra detto «Cuor di Leone», che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vi­cerè Ferdinando Acugna una massiccia colla­na quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò al­la patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d'Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant'Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla «santuzza».

Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reli­quiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba.

I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non na­sconde, durante la festa di sant'Agata si può ve­dere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora mor­bida, come se fosse stata tessuta di recente. At­traverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente in­tatti.

Lo scrigno

Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant'Agata la Vetere), dal 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d'ar­gento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riqua­dri che raffigurano altrettante sante che ono­rano Agata, la prima vergine martire della chie­sa. All'interno si conservano anche due docu­menti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che sant'Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un'altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant'Agata protettrice perpetua di Messina.

La reliquia del seno

Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant'A­gata, la mammella.

Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 sant'A­gata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le laibbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una lita­nia invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la boc­ca. Da essa venne fuori una mammella, evi­dentemente quella di sant'Agata.

La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini.

Le altre reliquie

A Palermo, nella Cappella regia, sono cu­stodite le reliquie dell'ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Sal­vatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provin­cia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano fram­menti del velo. A Sant'Agata dei Goti, in pro­vincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant'Agata di Bian­co, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Fi­renze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Ve­nalzio, a Ferrara.

Anche all'estero si custodiscono piccole re­liquie di sant'Agata. In Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar, ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ce­ca (Praga) e in Germania (Colonia).

 

 

I LUOGHI DI CULTO

La cattedrale

Al centro di Catania, all'interno del duomo, una celletta chiusa per tutto l'anno, protetta da impenetrabili cancelli e nascosta alla vista, cu­stodisce il bene più preziòso e più caro ai ca­tanesi e ai devoti agatini: il Busto e i ricchissi­mi ex voto che lo ricoprono interamente, co­munemente detti «il Tesoro».

La cappella è il vero «cuore» della cattedra­le, non soltanto per l'importanza che riveste, ma anche per la collocazione fisica. Il piccolo va­no, infatti, è ricavato all'interno di una parete, tra l'altare maggiore e la navata laterale destra. Un robusto cancello di bronzo e oro del 1485 la protegge da eventuali tentativi di furto.

La cattedrale fu costruita in epoca norman­na e fu completata nel 1094, durante l'esilio del­le reliquie a Costantinopoli. Dal 1125, ossia da quando Gisliberto e Goselmo le riportarono in patria, le reliquie della patrona sono sempre state custodite in cattedrale, con un'unica ec­cezione durante l'ultimo conflitto mondiale, quando per prudenza furono affidate al parro­co di Fleri, un centro abitato della provincia et­nea, e nascoste in una cisterna vuota dietro la chiesa.

La cattedrale fu distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita in pochissimo tempo da re­cord, solo due anni, in stile tardo-barocco su un progetto del Vaccarini. L'architetto palermita­no decise di mantenere le dimensioni della ba­silica normanna, la vecchia struttura a tre na­vate, le due cappelle del transetto e le tre absi­di normanne, rimaste in piedi dopo il terre­moto.

 

Sant'Agata la Vetere

L'attuale chiesa sorge sull'area che fu il più antico luogo di culto agatino: in quello stesso posto, infatti, nel 262, dieci anni dopo il mar­tirio, sorgeva la prima edicola dedicata a sant'A­gata.

L'edicola fu edificata per volontà del vesco­vo Everio nel luogo in cui sorgeva il palazzo pretorio distrutto dal terremoto del 251. In un primo momento non vi fu custodito il corpo della martire perché in periodo di persecuzio­ni i sarcofagi che contenevano spoglie di cri­stiani venivano confiscati. Per sessant'anni, prima che Costantino consentisse ai cristiani il culto, il corpo fu tenuto nascosto fuori dalle mura cittadine. Nel 313 le spoglie furono tra­slate nella chiesa di Sant'Agata la Vetere, di­ventata cattedrale della città, e lì rimasero fino al 1040, quando il generale Maniace ne fece bottino di guerra. Al rientro da Costantinopo­li, la chiesa di Sant'Agata la Vetere non era più cattedrale, ma in essa si continuò a con­servare il primo sarcofago di sant'Agata. Tale urna di pietra si trova ancora oggi al posto dell'altare maggiore. È lunga 2 metri, larga 80 centimetri e alta 60 ed è decorata con motivi dell'arte ellenistico-romana, della stessa epoca a cui risale la morte della santa. Il coperchio non è originale, ma di epoca più tarda.

All'interno della chiesa, la più grande a na­vata unica di Catania, si trova un'altra reli­quia: la cassa di legno nella quale furono con­servate le spoglie di sant'Agata per più di cin­que secoli. Un monumento settecentesco in marmo ricorda che quella fu l'area in cui Quin­ziano ordinò agli sgherri 'di recidere le mam­melle a sant'Agata.

In questa chiesa venivano celebrati solen­nemente i vespri del 4 febbraio, vigilia della so­lennità. Però, dopo il terremoto del dicembre 1990, la chiesa è stata dichiarata inagibile ed è al momento ancora chiusa alle celebrazioni.

 

Il carcere

E una chiesa addossata all'antico muro del­la città. Al suo interno si trova la celletta dove sant'Agata fu rinchiusa durante il processo, dove venne portata dopo il martirio, dove fu guarita dall'apostolo Pietro e dove il 5 febbraio 251 esalò l'ultimo respiro e rese l'anima a Dio.

La celletta buia, umida e tetra fu sempre un luogo di culto e, un tempo, un cunicolo, ora chiuso, la collegava alla chiesa di Sant'Agata la Vetere. Nel 1571 fu edificata una cappella che introduceva in questo luogo sacro e nel XVIII secolo fu ingrandita e abbellita con l'artistico portale che, dal tempo di Federico Il al terre­moto del 1693, aveva adornato l'ingresso prin­cipale del duomo.

 

Nel tempio sono custodite altre due reli­quie: la lastra di pietra dove sono impresse le orme dei piedi, che la tradizione vuole sant'A­gata abbia lasciato quando per la prima volta fu gettata in carcere, e la cassa di legno nella quale vennero trasportate le reliquie da Acica­stello a Catania al rientro da Costantinopoli.

Sia il terremoto del 1693 che le colate lavi­che che cambiarono la forma della città hanno sempre risparmiato la chiesetta. Oggi è meta di un gran numero di devoti che, ai piedi dell'al­tare, nel punto in cui Agata ottenne il miraco­lo da san Pietro, supplicano aiuto, invocano mi­racoli e innalzano lodi per grazie ricevute.

 

La fornace

Sul luogo dove sant'Agata subì il martirio del fuoco sorge una chiesetta a unica navata. Tuttora è visibile, nella cappella destra, attraverso un oblò, la fornace che al tempo delle persecu­zioni era utilizzata per le torture e che fu il luo­go dove si consumò il martirio di sant'Agata.

La chiesa della fornace, che i catanesi chia­mano anche «Carcara» e che è dedicata anche a san Biagio, subito dopo la caduta dell'impe­ro romano era una semplice cappella. Nel 1098 fu leggermente ampliata, ma non si poterono superare le attuali dimensioni, perché lo im­pediva il bastione del carcere romano che la af­fianca. Fu rimodernata nel 1589 e miracolo­samente preservata dall'eruzione del 1669.

Da questo luogo, prezioso in quanto docu­mento storico e di culto, il 3 febbraio di ogni anno si diparte la solenne processione per l'of­ferta della cera alla santa patrona.

 

   

LA FESTA

La processione

Ogni anno il 3, il 4 e il 5 febbraio Catania of­fre alla sua patrona una festa così straordina­ria che può essere paragonata soltanto alla Settimana santa di Siviglia o al Corpus Domi­ni di Cuzco, in Perù. In quei tre giorni la città dimentica ogni cosa per concentrarsi sulla fe­sta, misto di devozione e di folklore, che attira ogni anno sino a un milione di persone, tra de­voti e curiosi.

Il primo giorno è riservato all'offerta delle candele. Una suggestiva usanza popolare vuo­le che i ceri donati siano alti o pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Alla pro­cessione per la raccolta della cera, un breve gi­ro dalla fornace alla cattedrale, partecipano le maggiori autorità religiose, civili e militari. Due carrozze settecentesche, che un tempo appartenevano al senato che governava la città, e undici «candelore», grossi ceri rappresenta­tivi delle corporazioni o dei mestieri, vengono portate in corteo.

Questa prima giornata di festa si conclude in serata con un grandioso spettacolo di giochi Pi­rotecnici in piazza Duomo.

I fuochi artificiali durante la festa di sant'A­gata, oltre a esprimere la grande gioia dei fedeli, assumono un significato particolare, perché ricordano che la patrona, martirizzata sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell'Etna e di tut­ti gli incendi.

Il 4 febbraio è il giorno più emozionante, perché segna il primo incontro della città con la santa patrona. Già dalle prime ore dell'alba le strade della città si popolano di «cittadini». Sono devoti che indossano il tradizionale «sac­co» (un camice votivo di tela bianca lungo fi­no alla caviglia e stretto in vita da un cordon­cino), un berretto di velluto nero, guanti bian­chi e sventolano un fazzoletto anch'esso bian­co stirato a fitte pieghe. Rappresenta l'abbi­gliamento notturno che i catanesi indossavano quando, nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riporta­rono da Costantinopoli. Ma l'originario cami­ce da notte, nei secoli, si è arricchito anche del significato di veste penitenziale: secondo alcuni l'abito di tela bianca è la rivisitazione di una ve­ste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la ce­nere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il ci­licio.

Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona diversa, sono necessarie per apri­re il cancello di ferro che protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il tesoriere, la se­conda il cerimoniere, la terza il priore del ca­pitolo della cattedrale.

Quando la terza chiave toglie l'ultima man­data al cancello della cameretta in cui è cu­stodito il Busto, e il sacello viene aperto, il vi­so sorridente e sereno di sant'Agata si affaccia dalla cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di rivederla. Luccicante di oro e di gemme preziose, il busto di sant'Agata viene is­sato sul fercolo d'argento rinascimentale, fo­derato di velluto rosso, il colore del sangue del martirio, ma anche il colore dei re.

Prima di lasciare la cattedrale per la tradi­zionale processione lungo le vie della città, Ca­tania dà il benvenuto alla sua patrona con una messa solenne, celebrata dall'arcivescovo.

Tra i fragori degli spari a festa, il fercolo viene caricato del prezioso scrigno con le reli­quie e portato in processione per la città.

Il «giro», la processione del giorno 4, dura l'intera giornata. Il fercolo attraversa i luoghi del martirio e ripercorre le vicende della storia della «santuzza», che si intrecciano con quel­la della città: il duomo, i luoghi del martirio, percorsi in fretta, senza soste, quasi a evitare al­la santa il rinnovarsi del triste ricordo. Una sosta viene fatta anche alla «marina» da cui i catanesi, addolorati e inermi, videro partire le reliquie della santa per Costantinopoli. Poi una sosta alla colonna della peste, che ricorda il miracolo compiuto da sant'Agata nel 1743, quando la città fu risparmiata dall'epidemia.

I «cittadini» guidano il fercolo tra la folla che si accalca lungo le strade e nelle piazze. In quattromila o cinquemila trainano la pesante macchina. Tutti rigorosamente indossano il sacco votivo e a piccoli passi tra la folla tra­scinano il fercolo che, vuoto, pesa 17 quintali, ma - appesantito di scrigno, Busto e carico di cera - può pesare fino a 30 quintali. A ritmo ca­ denzato gridano: «cittadini, viva sant'Agata», un osanna che significa anche: «sant'Agata è viva» in mezzo alla folla.

Il «giro» si conclude a notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale.

Sul fercolo del 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente (simbolèggianti il martirio), vengono sostituiti da quelli bianchi (che rap­presentano la purezza). Nella tarda mattinata, in cattedrale viene celebrato il pontificale. Al tramonto ha inizio la seconda parte della pro­cessione che si snoda per le vie del centro di Ca­tania, attraversando anche il «Borgo», il quar­tiere che accolse i profughi da Misterbianco do­po l'eruzione del 1669. Il momento più atteso è il passaggio per la via di San Giuliano, che per la pendenza è il punto più pericoloso di tutta la processione. Esso rappresenta una prova di coraggio per i «cittadini», ma è interpretato an­che - a seconda di come viene superato l'«osta­colo» - come un segno celeste di buono o cat­tivo auspicio per l'intero anno. A notte fonda i fuochi artificiali segnano la chiusura dei fe­steggiamenti.

Quando Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e lo scrigno, i sacchi bianchi non profumano più di bucato, i volti so­no segnati dalla stanchezza, i muscoli fanno male, la voce è ridotta a un filo sottile. Ma la soddisfazione di aver portato in trionfo il cor­po di sant'Agata per le vie della sua Catania riempie tutti di gioia e ripaga di quelle fatiche. Bisognerà aspettare diversi mesi (la festa del 17 agosto), o un altro anno (la festa del 5 feb­braio), per poter vedere sorridere ancora una volta il viso buono della santa che fu martire per la salvezza della fede e di Catania.

 

Le «candelore»

La festa di sant'Agata è inscindibile dalla tradizionale sfilata delle «candelore», enormi ceri rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato, santi e scene del martirio, fio­ri e bandiere. Le candelore precedono il fercolo in processione, perché un tempo, quando man­cava l'illuminazione elettrica, avevano la fun­zione di illuminare il passo ai partecipani alla processione. Sono portate a spalla da un nu­mero di portatori che, a seconda del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini.

I maestri orafi del Trecento avevano realiz­zato il Busto di sant'Agata, un capolavoro d'ar­te raffinato e prezioso. Ma il popolo, da sempre vicino alla patrona, ha voluto essere presente nella festa con creazioni proprie, opere di fat­tura artigianale che rappresentassero, inoltre, associazioni di varie categorie di lavoratori.

Ognuna delle il candelore possiede una precisa identità. Sulle spalle dei portatori, es­sa si anima e vive la propria unicità, che si compone di diversi elementi: la forma che ca­ratterizza il cero, l'andatura e il tipo di ondeg­giamento che gli viene dato, la scelta di una marcia come sottofondo musicale.

Le candelore sfilano sempre nello stesso or­dine. Ad aprire la processione è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San Giuseppe La Rena e fu realizzato all'inizio del­l'Ottocento. È seguito da quello dei giardinie­ri e dei fiorai, in stile gotico-veneziano. Il ter­zo in ordine di uscita è quello dei pescivendo­li, in stile tardo-barocco con fregi di santi e pic­coli pesci. Il suo passo incònfondibile ha fatto guadagnare alla candelora il soprannome di «bersagliera».

Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che invece ha passo elegante ed è dunque chia­mato la «signorina». Quello dei macellai è una torre a quattro ordini. La candelora dei pastai è un semplice candeliere settecentesco senza scenografie.

La candelora dei pizzicagnoli e dei bettolie­ri è in stile liberty, quella dei panettieri è la più pesante di tutte, ornata con grandi angeli, e per la sua cadenza è chiamata la «mamma». Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di sant'Agata che fu introdotta dal car­dinale Dusmet. In passato le candelore sono state anche più numerose: esistevano quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori, fino a raggiungere in alcuni periodi il numero di 28.

 

 

 

Dedicato a Sant’AJITA* martire catanese

(di Santo Catarame)

Tantissimi furono i cristiani siciliani e in particolare catanesi perseguitati da funzionari dell’Impero Romano intorno al 250 d.c.

Consoli come Quinziano, il giustiziere della “Santuzza”, non erano rari in quel tempo di

Lotta al Cristianesimo, religione non sempre tollerata, spesso e volentieri sottoposta a rappresaglie dure.

E’ intuitivo credere che giovani fanciulle cristiane attirassero, in particolar modo, i detentori del potere. In tutti i tempi chi ha il potere cerca d’abusarne ed è facile tentare di abusare di una giovane donna bella e priva di difesa, rea di “lesa maestà.”

Inutile perdersi nel pro e contro la storia della vita e martirio di Santaituzza Bedda. Sturiusi d’ogni RISIMA*, si sono perduti tra il sacro e il profano…anzi, il pagano!

I catanesi stavano per perdere la loro “patrona”, attorno al milleseicento, per colpa dei soliti palermitani che: sporchi, brutti e cattivi, sostenevano che Agata felicissima e Santa, era nata a Palermo e ivi aveva subito il martirio. Sant'Agata

E’ noto che i palerminati sono invidiosi dei catanesi e non perdono un solo momento per “allisciarici a mutria”*.

I canonici di legno* di Catania presero subito.. fuoco, guidati, nella feroce difesa della natività d’Agata, dal prode dotto ecclesiastico Bernardo Colnago, che vinse la disputa, dinanzi ai tribunali vaticani, senza appello!

Purtroppo la vita non è semplice, al solito, struriusi e altri sturiusi non hanno dato pace ad Agata, ch’è stata considerata anche erede del culto di Demetra, Atena, e soprattutto Iside.

Del culto della dea Iside i catanesi erano seguaci fanatici da tempi remotissimi.

L’obelisco di Piazza Duomo sopra la famosissima statua di pietra dell’elefante, è un obelisco egiziano con scritti e forse preghiere, indirizzate alla dea, appunto, Iside, sposa egiziana del dio Osiride.

Gli isidei erano vestiti di bianco e gridavano: “cives vivat isis”, che oggi equivale al nostro “cittadini e viva Santajita”

Storici dei “culti e miti dell’antica Sicilia”, come il famoso prof. Emanuele Ciaceri, hanno sostenuto in diversi scritti , che il culto religioso di Agata, nelle sue manifestazioni folkloriche e più popolari , non è altro che la trasposizione cristiana della religione pagana propria dell’antico Egitto, cioè la religione di Iside e Osiride.

Affermazioni contestate sempre dagli studiosi di scuola religiosissima apologetica, come monsignor Salvatore Romeo, che, non hanno mai creduto ad una sola parola del professore Ciaceri.

Emanuele Ciaceri insegnava nell’università di Catania fino ai primi del novecento, era stimato ed approfondito studioso di culti religiosi antichi, molti scritti, in merito, si trovano nella rivista dell’Archivio storico di Catania.

La “calata da marina”* con cui iniziano i festeggiamenti del 4 febbraio, è un rito di “calata”, appunto, della nave verso le acque dello Jonio, di una grande barca, come la divinità orientale Iside, idolo della gente di mare.

Una calata simile avveniva, per Iside, nelle acque della città di Corinto.

Iside era molto amata dalla gente di mare e il culto molto diffuso nell’Italia meridionale.

In tempi antichi non molto lontani, la vara o fercolo di Sant’Ajita era, appunto, a forma di nave.

Vara-barcone ormai scomparsa, ma che in antiche fotografie ancora si può vedere ed ammirare.

 (per esempio nel libro pubblicato nel 1922 e scritto da monsignor Salvatore Romeo)

La vara a barca era molto simile alla vara di Santa Rosalia che, fino ad oggi, nella festa di luglio, gira per Palermo con la statua della santa palermitana.

I minnuzzi di santajituzza* sarebbero il relitto di una cerimonia che facevano i sacerdoti isidei

Portando, durante la festa, una coppa a forma di seno di donna, pieno di latte, simbolo di fertilità, latte che era regalato copiosamente al popolo dei fedeli pagani.

Non possiamo scrivere: ai posteri l’ardua sentenza, perché questi studi storici, antropologici o demopsicologici non sono stati continuati ed approfonditi e oggi nessun studioso, ci s’ammisca*.

La fede e la devozione a Sant’Agata è straordinariamente importante, se solo si contano non solo i numerosi fedeli e le numerosissime chiese intitolate a Sant’Agata e sparse per il mondo.

Oltre che in Sicilia, si trovano chiese cattoliche dedicate a Sant’Agata in: Ancona, Ravenna, Roma, Malta, San Marino, Cremona, Bologna, Vercelli (Santhia), Bergamo (Martirengo), Como. L’elencazione non è completa e dovrebbe comprendere anche chiese cattoliche ubicate all’estero e, in particolare, nell’america del sud.

In questi tempi di televisione dove l’informazione è preparata per metterci nel sacco,

è molto meglio entrare nel sacco che indossano i devoti di Santaituzza.

Spegniamo il televisore, anzi: buttiamo a mare i televisori senza pietà!

Avviso Sacro

Tutti a vedere la grandiosa Festa barocca di febbraio, che prevede:

1)      A calata da marina;

2)      Acchianata* dei cappuccini;

3)      Acchianata di via San Giuliano;

4)      ..u suspiru*.. delle monache benedettine;

5)      i vastunati o scuru* e di notti e notti fra i fedeli del rione cappuccini e i fedeli dell’angelo custode, …arbitro padre TIGNA! Con disfida finale in via Alonzo e Consoli (dove in tempi cavallereschi si facevano i duelli rusticani a Catania)

6)      annacata ddè cannalori;

7)      arriccogliuta taddi* e relativo incazzamento dell’arciprete don Ajulidda Janca* della diocesi di Centorbi*

masculi mangiativi i minni…fimmini i sfingiuni*….olivetti e magari …i viscotti ccà liffia*…nsumma addivittivi e lasciate solo in TV il presentatore Cocuzza che sebbene catanisi pari npocu nciucciatu di pipiritani*…

Cittadini evviva SANT’AJITA!

Nihil obstat quominus imprimatur, Magoo, censor ecclesiaticus.

 

*Traduzione di alcuni termini da lingua madre (siciliano) in lingua figlia (italiano)

sturiusi d’ogni risima=studiosi di diverse materie;

allisciarici a mutria= schiaffeggiare in viso;

canonici di legno= modo di dire siciliano per indicare tempi remoti;

calata da marina=discesa verso il mare;

minnuzzi di santajituzza=seni di Sant’Agata;

s’ammisca=s’intromette;

acchianata=salita;

suspiru ddè monichi=canto delle monache benedettine al passaggio della processione;

vastunati o scuru=botte da orbi,

arricogliuta taddi=ritornare tardi;

Ajulidda Janca=frate religioso(diz.Camilleri)

Centorbi=Centuripe

masculi mangiativi i minni..fimmini i sfingiuni=uomini e donne mangiate i dolci tipici della festa;

viscotti ccà liffia=biscotti con crosta di zucchero(diz.Piccitto)

nciucciatu di pipiritani=tutto preso da meretrici.

www.corrieredaristofane.it

 

 

FEDERICO II DI SVEVIA E GLI ENIGMATICI SIMBOLI DEL PORTICO DELLA CHIESA DI S. AGATA AL CARCERE DI CATANIA
di Giancarlo Burgio.

http://www.cataniacultura.com/132-portale-federico.htm

 

Il duecentesco portale della Chiesa di S. Agata al Carcere a Catania, voluto dall'Imperatore Federico II a ricordo della soffocata rivolta della città etnea, presenta simboli e sculture i cui significati sono ancora avvolti dal mistero nonostante nei secoli a noi più vicini diversi studiosi abbiano cercato di interpretarli. Con l'aiuto degli ingrandimenti fotografici, per di più, si notano particolari che tendono a smentire quanto già proposto in passato.

Nel Duomo di Catania esattamente di fronte la cappella dedicata alla S. Patrona Agata, vi è il più sontuoso monumento funebre marmoreo della Cattedrale, appartenente al Rev.mo Monsignor Pietro Galletti.
Nato a S. Cataldo il 27 ottobre 1664 fu vescovo di Catania dal 1729 al 1757 anno in cui morì all'età di 93 anni. Molteplici sono le opere da attribuire a lui durante il suo vescovato.
In Via Crociferi fece costruire la Chiesa di San Camillo dei PP Crociferi, e quella di San Francesco Borgia dei Gesuiti. In entrambe le chiese si trovano due lapidi a lui dedicate.
Sempre edificati dal Galletti furono sia il prospetto in marmo del Duomo sotto la direzione del geniale ingegnere G. B. Vaccarini, sia al suo interno la valorizzazione dei pregevoli dipinti scampati al terremoto del 1693, arricchendoli con superbe cornici dorate in oro zecchino. A proprie spese rieresse ed ornò l'archivio della gran corte arcivescovile distrutto sempre dal funereo cataclisma che colpì Catania e tutta la Val di Noto alla fine del XVII secolo.
Proprio per il rifacimento della facciata del Duomo si rese necessario trasferire il portale dell'antica cattedrale rimasto fortunosamente integro dopo il crollo del campanile che si abbatté soltanto nel corpo centrale della vecchia basilica. Il Galletti quindi lo fece rimuovere in un primo tempo nel 1734 ponendolo all'ingresso dell'antica Casa Municipale per poi passare definitivamente nel 1762 come portale della Chiesa del S. Carcere (cfr. Mons. Romeo: Sant'Agata V. M. e il suo culto).
Il portale, di notevole importanza storica, segue lo stile architettonico siciliano dell' XI secolo. Difatti oltre ad essere un raro avanzo dell'arte medievale in Catania, esso racchiude in tutti i suoi simboli, una pagina di storia cittadina riguardante l'epoca della sua costruzione. Fu fatto eseguire da Federico II svevo intorno al 1236 (più di 140 anni dopo la costruzione del tempio edificato da Ruggero nel 1094), nel tempo in cui erano note le lotte interne tra Federico ed il Papa Gregorio IX. Molte città anche siciliane si schierarono per l'uno o per l'altro fronte e Catania si strinse attorno al proprio vescovo Gualtiero, persona altamente carismatica ed influente su tutta la cittadinanza anche per la sua stretta vicinanza al Papa. Nello stesso tempo Federico revocò diversi presunti privilegi concessi dai precedenti sovrani alla città di Messina, con la scusa di essere incompatibili con il suo concetto di “stato autoritario”. Ciò fece scoppiare nel 1232 una rivolta in diverse città siciliane che lo stesso regnante dovette domare nel sangue. Dopo Messina portò la distruzione a Centuripe mentre Siracusa e Catania si limitarono alla resa. La storia racconta che per sottoscrivere tale resa l'imperatore inviò in città degli ambasciatori che furono respinti in un primo tempo. Successivamente entrati gli Svevi a Catania e messa in fuga la popolazione intera, si diressero verso la cattedrale dove nel frattempo si erano rifugiati gran parte dei comandanti. Tradizione vuole che Federico, dopo aver emanato l'ordine di condanna a morte di questi, volle di persona entrare nel sacro tempio e aperto un messale vide apparire a lettere di fuoco la nota frase: “NOLI OFFENDERE PATRIAM AGATHAE QUIA ULTRIX INIURIARUM EST” (non offendere la patria di Agata, perchè è vendicatrice delle ingiurie che ad essa si fanno). Frase senz'altro forte e intimidatoria quasi da non attribuirsi alla “volontà di una santa” (a me cara !), ma che può trovare ragione nella decisione di Federico II di commutare la pena corporale e luttuosa da infliggere ai catanesi, in una pena non meno severa della prima, quale quella dell'umiliazione e del pentimento. Mettere in ginocchio una delle più importanti città della Sicilia, voleva significare inferire un grosso colpo non solo alle città ribelli ma anche alla figura più emblematica per Catania e per il Papa stesso, cioè il vescovo. Difatti fu immediato l'ordine impartito dall'imperatore sia della costruzione di un castello maestoso ed imponente (Ursino) distante ma di fronte la Cattedrale, e sia di scolpire una serie di figure emblematiche che servissero da monito ai Catanesi ed ai viandanti, figure da collocare proprio all'ingresso della Cattedrale-fortezza di Catania.

Si deve al Prof. Musumeci l'interpretazione dei simboli posti su di essa. Il Prof. M. Musumeci, dotto archeologo e conoscitore del simbolismo medievale sostenne che il portale con i suoi simboli fu costruito nel 1241 da un “vescovo intruso”, un certo Enrico di Palimberga, proprio per adulare l'Imperatore Federico II. Quanto sottodescritto è tratto da “Monumenti di S. Agata esistenti in Catania” dello Sciuto Patti (1892). Il portale costruito in marmo bianco di Carrara è formato da archi concentrici e da esili colonnine, ma ciò che colpisce di più sono le rappresentazioni simboliche che danno un chiaro quadro dell'evento storico sopracitato. Sopra la prima colonna a sinistra vi è rappresentato l'Imperatore seduto comodamente sul suo trono che con la mano destra si liscia la barba, anziché impugnare la spada o lo scettro, come simbolo di superbia e di prestigio. Per contrapposizione sulla prima colonna di destra il pezzo scolpito, almeno come scritto dal Musumeci, più non esiste essendo il pezzo scomparso con il terremoto del 1818. Un'accurata descrizione del portale (e quindi anche della figura mancante) ci viene dal Guarnieri in “Le Zolle Historiche Catanee” del 1640, quando il portale era situato ancora nel Duomo. Questa figura era composta da una dama ginocchioni e umile, con le chiome disciolte all'indietro (rappresentante Catania) che sostiene tra le sue braccia un toro e sul dorso di questo un irco (o ariete), entrambi con le corna non rotte ma ritorte all'indietro. Continuando a destra sulla seconda colonna si nota un uccello strozzato che è l'aquila unicipite, emblema della casata normanna. Accanto all'imperatore seduto, sulla seconda colonna di sinistra vi è l'Idra a molti capi, con il petto a terra e sempre strozzata. Questa rappresenta tutte le città siciliane che come Catania vennero placate da Federico. Nel terzo arco, a sovrastare le colonne vi sono altre due allegorie: la prima a destra è una scimmia con una palla in bocca a rappresentare l'uomo che non raggiunge il proprio intento, testimoniato anche dal globo non inghiottito simbolo del potere mai raggiunto. Di contro alla scimmia è rappresentata, per come descritta sempre dal Guarnieri e dal Musumeci, una volpe seduta con i piedi tronchi e con il capo mozzo. Sempre il Musumeci in questa crede di riconoscere la depressione e l'annichilimento degli ordini monastici mendicanti. Ed è sempre dello stesso autore l'interpretazione delle due figure quasi speculari, che sovrastano i pilastri delle due ante della porta. Si tratta di un'Orsa che tiene fra le unghie il proprio parto in atto di offrirlo all'imperatore.
A vedere il portale oggi si nota come alcune figure non si trovino al posto descritto dal Guarnieri e dopo dal Musumeci, forse o per errore di descrizione oppure perché scambiate al momento del trasporto dell'intero portale.
Altri piccoli particolari si notano ben evidenti come la pietra a forma di testa d'uccello posta sull'Idra, frammento questo proveniente chissà da dove o inserito chissà da chi, avvallato dal fatto che la descrizione del 1640 parla dell'Idra come uccello proprio mozzo di testa. Anche l'aquila normanna pare che sia il vero simbolo mancante descritto dal Musumeci, al contrario della dama in ginocchio con il toro in braccio che è tranquillamente posizionata sul primo capitello di destra ed è mancante solo del capo.
Per le due figure poste sopra le ante (l'Orsa) è evidente come soprattutto quella di sinistra rappresenti più un leone dalla possente criniera che addenta una lepre mentre con la zampa trattiene la preda. Forse la forza dell'Imperatore che vuole tenere tra le sue fauci per il collo una città ormai in suo potere. E per ultimo mi piace attirare l'attenzione sul rilassamento con cui è seduto Federico II sul suo trono ben vistoso, quasi a volersi godere il suo momento di gloria, e su di uno splendido ricamo lungo tutto il suo mantello che il tempo ci ha voluto consegnare così come ha fatto per tutto l'intero corpo architettonico.
Come conclude Mons. Romeo in un paragrafo a p. 247 della sua opera “...speciosa era quell'età, in cui, chi più sapeva trattare di quei simboli, più era tenuto in conto. Era il secolo di Dante, e i simboli, che il poeta creò, non sono anche oggi indegni della nostra ammirazione.”

 

Le foto sono di Giancarlo Burgio

 

LA SANTA DEI CATANESI

di V. Giusto

 

Forse è nata a Catania, forse a Palermo. Forse è vissuta al tempo delle persecuzioni dell'imperatore Decio (249-251), forse all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano nel 303-4. Subì il martirio all'epoca di Quintiano, proconsole della Sicilia.

Incerte sono le notizie sulla vita di una delle più note sante di Sicilia, ma, nonostante tutto, il suo culto è molto diffuso e profondo.

Molto bella e di nobile e ricca famiglia, all'età di quindici anni venne chiesta in sposa dal proconsole Quintiano.

Agata, che si era votata interamente alla castità e all'amore per il Cristo, gli rispose che l'avrebbe sposato solo dopo aver completato la tessitura di una tela, che, però, andava disfacendo di notte, come la mitica Penelope.

Senonchè Quintiano scoprì l'inganno e minacciò di avviarla alla prostituzione se non avesse ripudiato la sua religione. Ma Agata, forte della sua fede in Cristo, non cedette alle minacce, rendendo Quintiano ancora più furioso. Questi, infatti, la fece prima fustigare e poi la sottopose ad indicibili torture, che culminarono nell'asportazione di un seno con una tenaglia infuocata.

Si dice che durante la sua prigionia venne a farle visita San Pietro, che la guarì dalle piaghe e le ridonò tutto l'ardore e l'amore in Cristo.

Sempre più infuriato, Quintiano, ordinò che la si facesse rotolare su un tappeto di carboni ardenti.

Dopo il supplizio del fuoco Agata fu riportata in carcere e morì. Quintiano, inseguito dal popolo che voleva lapidarlo, giunto sulle sponde del Simeto, fu disarcionato da cavallo e annegò nel fiume.

La tradizione vuole che proprio mentre la santa moriva, la Città di Catania vennisse scossa da un tremendo terremoto. L'anno seguente, nel giorno dell'anniversario della sua morte, un'eruzione dell'Etna minacciava la Città e i catanesi, invocando la protezione di Sant'Agata, trasportarono sul fronte lavico il suo velo, che oggi è conservato nella cattedrale di Catania, e, miracolosamente, la lava si fermò.

 

Nel 1040 il corpo della Santa fu trafugato e portato a Costantinopoli, ma venne successivamente riportato in Sicilia.

Il culto della Santa è oggi diffuso in tutta Italia, ma a Catania è intensamente e profondamente sentito.

Qui vi sono parecchie chiese dedicate alla Santa, ma quella più bella e più grande è certamente il Duomo.

Ogni anno, dal 3 al 5 febbraio, Catania celebra la sua "Santuzza" con solenni festeggiamenti, che attirano in questa bella e accogliente città centinaia di migliaia di persone, molte delle quali sono semplici turisti o curiosi, ma la maggior parte delle quali sono fedeli della Santa, accorsi alla sua festa per ringraziarla di qualche grazia ricevuta, per ottenerne qualcuna, o, semplicemente, per invocarne la protezione.

Questa festa è un misto di fede e di folclore ed è un grande spettacolo poter ammirare le lunghe e sfavillanti luminarie di luci multicolori con cui vengono addobbate strade e chiese, i fantasmagorici spettacoli pirotecnici, le solenni processioni, i cortei storici e, soprattutto, poter respirare l'atmosfera di misticità, di religiosità mista a forme quasi di paganesimo che la circonda.

La Festa

Tre giorni di culto, di devozione, di folclore, di tradizioni che non hanno riscontro nel mondo.

Soltanto la Settimana Santa di Siviglia in Spagna e la festa del Corpus Domini a Guzco in Perù possono paragonarsi, quanto a popolarità, ai festeggiamenti agatini, da cinque secoli sempre uguali. Per tre giorni la gente sciama nelle vie e nelle piazze. Devoti o curiosi si contano a centinaia e centinaia di migliaia, anche sino a un milione.

( Tre giorni incredibili )

Sono tre giorni di solennità, ma due in particolare, quando Sant'Agata il 4 e il 5 febbraio nel suo argenteo fercolo "a vara" va tra la sua gente, attraversa i quartieri popolari e quelli alti.

La prima giornata, il 5, si sviluppa in tre momenti: la lunga e solenne processione del mezzogiorno per l'Offerta della cera, a cui partecipano le più alte autorità cittadine civili, religiose e militari cun i gonfaloni del Comune, della Provincia e dell'Università. Dalla Chiesa di Sant'Agata alla Fornace alla Basilica Cattedrale la processione "taglia" due ali di folla incredibile. Chiudono le undici candelore, espressioni delle corporazioni dei mestieri cittadine, e le due carrozze del Senato catanese, una berlina settecentesca, seguita da una più , piccola, ospita gli amministratori comunali, il "Senato" di una volta, formato dal patrizio (il sindaco) e dai giurati (assessori). Nel pomeriggio alle 15 il trofeo podistico internazionale Sant'Agata con i campioni del cross mondiale tra strade antiche e moderne del centro. Infine la sera, dopo le 20 il grandioso spettacolo di fuochi artificiali in piazza Duomo.

La notte che segue è insonne per migliaia di catanesi che di buon mattino affollano la Basilica Cattedrale per il primo incontro con la Santa. L'atmosfera è fortemente emotiva. Sant'Agata viene portata dai devoti infagottati nel "sacco", che probabilmente rimanda alla tunica bianca dell'antico rito in onore di Iside, del cui culto Catania fu sede importante secoli prima dell'avvento dell'era cristiana. Prima sull'altare centrale poi sulla "vara", il fercolo, in un ondeggiare del suo busto, ricoperto di gioielli, donati anche da re e imperatori, tra cui la croce offerta da Vincenzo Bellini, procede simile a una barca con mare mosso, e tra battimani e sventolii di fazzoletti bianchi, che compongono come un volo di gabbiani, si incastona tra i fregi e le decorazioni del barocco urbano.

Una scenografia che nessun regista saprebbe ripetere, né, tanto meno, inventare. Dopodiché il fercolo con il busto reliquario di Sant'Agata e lo scrigno argenteo, di fine oreficeria, con le rimanenti reliquie, inizia il giro esterno (dei "viddani") attraversando Porta Uzeda (sino a qualche decennio fa si assisteva a un pittoresco lancio di larghe strisce, la nota "strisciata", che vestivano tutti i platani di vivaci colori), via Dusmet con i caratteristici archi che sorreggono la ferrovia e sotto cui, una volta, si increspava il mare, vicino alla via Biscari dove pare sia nata la nobile Agata. Un passaggio atteso è quello che va da piazza Carlo Alberto, dalla fiera, sino a piazza Stesicoro. E qui entriamo nei luoghi più cari ai catanesi, luoghi del culto, perché tra queste mura antiche Sant'Agata subì il carcere e il martirio, e dove, dopo atroci sofferenze, morì. Momento spettacolare anche questo. Le migliaia di devoti tirano di corsa il pesante fercolo per tutta la salita dei Cappuccini, fermandosi a metà per fare omaggio al Sacro Carcere. Quindi la seconda rampa e sosta a Sant'Agata la Vetere, la prima Cattedrale di Catania e primo luogo di sepultura della Patrona (ma c'è chi sostiene che fu sepolta in Piazza Carlo Alberto all'interno del santuario S.S. Annunziata, meglio conosciuto come chiesa del Carmine).

La sera il percorso nella Catania popolare: via Plebiscito, Fortino, S. Cristoforo. In questi quartieri la festa viene vissuta in modo diverso. Case (soprattutto molti bassi) aperte, illuminate, festanti; bar strapieni per tutta la notte. Musiche, bancarelle con torrone, calia, griglie mobili per arrostire carne di cavallo arrosto. Balconi illuminati, edicole illuminate e infiorate con l'effigie della santa, vetrine di negozi e bar con artistici modelli delle candelore. Grandi fuochi d'artificio prima del rientro, non senza il brivido di un sottopasso a risico della marina (sino al 1992 si è fatto di corsa), e ancora attraverso la Porta Uzeda nella Basilica Cattedrale mentre la notte ammorbidisce il buio se non alle prime luci dell'alba.

( Spettacolo e devozione )

Neppure il tempo di qualche ora di sonno perché nella tarda mattinata (siamo al giorno 5, al clou della festa) si celebra il pontificale presieduto da un prelato inviato appositamente.

Al tramonto ha inizio la seconda parte del giro della Patrona per il centro della città, nella Catania antica. Il fercolo procede con una lentezza inaudita, specie in questi ultimi anni, per via Etnea, il "salotto" cittadino. Le undici candelore parate a festa aprono la processione. Davanti al cordone almeno settecento devoti inneggianti ("tutti devoti tutti. Cittadini, viva Sant'Agata") tira la "vara". Suona la campana del Comune per annunziare l'omaggio del Sindaco alla padrona. Poi il fiume del corteo interminabile si muove mostrandoci per ore un quadro vivente. La gente si porterà in piazza Borgo per i fuochi d'artificio, noti come quelli della "sera del tre". Di corsa, come le candelore impegnate nella gara di resistenza, alla salita di S.Giuliano, pronti a sostenere il cereo della propria professione o maggiormente accattivante. Le ore passano, la notte avanza. Sant'Agata aspetta con pazienza all'incrocio tra via Etnea e via di S. Giuliano che finisca la "contesa", per lo strappo finale quello che terrà con il fiato sospeso, quello con l'applauso, se tutto sarà andato bene, liberatorio, sulla salita di S. Giuliano. Peccato per l'ora tarda, ma vedere la corsa così pericolosa e così sentita dai devoti è un grande spettacolo. È un pezzo della festa riservato ai giovani. Ci vogliono forti braccia e gambe salde per tirare le tonnellate e tonnellate della "vara". Ma é un segno d'amore e di devozione che non può mancare. E come una volta, farla in un' unica tirata, significa trarne dei buoni auspici per l'anno. Sì, perché il vero Capodanno per i catanesi è il 5 febbraio e tutti i contratti, un tempo avevano come punto di riferimento e di partenza questa data.

( Martirio e centro storico )

Catania, rinata molte volte da devastanti terremoti e eruzioni dell'Etna, ha tributato alla Patrona chiese e monumenti tra i più belli e prestigiosi. Oggi si possono ammirare nella salita dei Cappuccini, all'interno della chiesa di Sant'Agata al Carcere, i ruderi del III secolo d.C. che contengono la prigione dove Sant'Agata patì il martirio e vi spirò. Vicino ci sono le chiese di Sant'Agata alla Fornace (in piazza Stesicoro) e di Sant'Agata la Vetere (via S. Maddalena), la prima cattedrale di Catania (appunto la Vetere) e forse luogo della prima sepoltura. Ancora la Badia di Sant'Agata, la stele in piazza dei Martiri, la fontana di via Dusmet, il Duomo normanno-barocco.

Mentre la Basilica Cattedrale conserva le relique in pregevoli lavori di oreficeria, opere del Di Bartolo come il busto e lo scrigno (non c'è una statua di Sant'Agata), la chiesa del Sacro Carcere rappresenta il centro del culto agatino, la storia vivente del martirio, della vicenda agatina. Nel tempio, oltre alla buia stanzetta, si può vedere la lastra lavica in cui sono impresse le orme dei piedi. In questo tempio, che presto sarà santuario, il catanese ritrova la sua identità spirituale. I catanesi eressero il carcere come uno dei baluardi delle vecchie sue mura. Lo attesta il bastione, ancora oggi ben visibile che fa parte della parte muraria risalente alla fine dell'XI o all'inizio del XII secolo. Il carcere era interrato e annesso alle costruzioni nei pressi del pretorio dell'antica città romana, là dove c'era la residenza rappresentativa di Quinziano, suo persecutore. La chiesa custodisce alcune fra le più preziose memorie réligiose e storiche cittadine, ha una suggestione campestre nonostante inserita in piena città. Sopra l'altare maggiore una grande tavola datata 1588 e firmata dal Niger, raffigurante Sant'Agata al rogo. A fianco del carcere una pietra di lava, molto venerata, con l'impronta dei piedi. In sagrestia notevole la targa antica (sec. XV) con immagine della Santa. Lapidi commemorative, bassorilievi, un epigrafe "Noli offendere patriam Agathae, quia ultrix iniuriarum est" (Non offendere la patria di Agata, perché è vendicatrice delle ingiurie), un quadretto settecentesco rappresentante la Patrona.

( Candelore, una festa di barocco )

"Quasi tutte le feste siciliane - scrive lo storico mons. Giovanni Lanzafame - sono barocche". A proposito delle undici candelore parla specificamente di "barocco in movimento", anche per la famosa "annacata". Un barocco che si muove in una città barocca, come ridisegnata dal Vaccarini per la sua ricostruzione dopo il terremoto del 1693. In Spagna ben 120 "pasos" (fercoli) narrano per le strade la passione di Cristo e i dolori di Maria; in Perù il santissimo sacramento viene preceduto nella sua sontuosa processione dai "tronos" (fercoli) che narrano plasticamente con capolavori lignei la vita dei santi testimoni di Cristo e alcuni titoli della Madonna. Sul solco spagnolo anche le undici candelore catanesi. Un tempo superavano il numero di trenta: la guerra, lo sconquasso e la scomparsa di alcuni mestieri comportarono dolorosi tagli. Dieci cerei grandi e uno più piccolo, candelabri che illuminavano il percorso della processione. Camminano in ordine di anzianità, anche se tra i "Rinoti" e gli Ortofluricultori ci fu lotta aspra per il primo posto. Una mancata intesa e una diatriba fra le due categorie portarono le candelore a procedere in coppia per molto tempo, con la piccolina a fare da apripista.

Anche oggi apre il cero voluto da mons. Ventimiglia, segue quello dei "Rinoti" dono degli abitanti di San Giuseppe La Rena, con i bellissimi quattro grifoni alla base. Segue il cereo degli Ortofloricultori (giardinieri e fiorai) in stile gotico, con le statue dei martiri e vescovi catanesi. In cima c'è ora la boccia, ma per molto tempo campeggiò un mazzo di fiori. Un grande e totale restauro nel 1970-71 ad opera dell'allora tesoriere cav. Salvatore Urzì. E di seguito la candelora dei Pescivendoli, in stile rococò, ricca di stendardi ed ex voto e con la statua di S. Francesco di Paola, protettore della gente di mare; quella dei Fruttivendoli pregiata e scintillante con al centro un bel busto di Sant'Agata; dei Macellai che fa mostra del tradizionale mazzetto di fiori freschi; dei Pastai che è un puro candeliere settecentesco con il cerone in vera cera; dei Pizzicagnoli (alimentaristi) in stile liberty con le caratteristiche cariatidi alla base; dei Panettieri, la più pesante (la portano in dodici anziché in otto, in dieci però quella dei Vinaioli) con gli angeli ad altezza naturale; dei Vinaioli (bettolieri), appunto, il secondo cereo per pesantezza, ha alla base quattro artistici leoni e grifoni che sostengono tutto l'impianto. Chiude la candelora voluta dal beato Dusmet per il Circolo cittadino Sant'Agata: nel restauro del 1988 è stata arricchita da un artistico mazzu di fiori. La festa più attesa per le candelore, dopo che per giorni hanno girato la città in lungo e in largo, è quella del giorno 3 alla Pescheria e in piazza Duomo, quando fanno l'omaggio al sindaco.

( Un culto internazionale )

Il culto di Sant'Agata non è soltanto catanese. Tutt'altro. La venerazione per la martire è sparsa in tuttu il mondo. La Patrona catanese protegge 44 comuni italiani, dei quali 14 portano il nome della Santa. Nella vicina Malta è compatrona con S. Paolo, così come nella Repubblica di San Marino. In Spagna è venerata a Villarba del Alcor in Andalusia, a Jèria (provincia,di Valencia). A Barcellona è intestata a Sant'Agata la cappella di Palazzo Reale dove i Re cattolici ricevettero Cristoforo Colombo al suo primo viaggio dalla scoperta dell'America. A Zamarramala (Segovia) esiste una tradizione curiosa: il 5 febbraio comandano le donne che si eleggono addirittura una sindachessa. Gli uomini accudiscono la cucina. In Portogallo è Patrona di Agueda (appunto Agata) nella provincia di Coimbra. Anche in Germania il culto è esteso: è Patrona di Aschaffemburg. In Francia, a Le Fournet, in Normandia. A Costantinopoli si festeggiava a maggio in una grande chiesa, come pure nel Ponto. E' molto popolare in Grecia, specie nella regione etolica; gli etoli lasciano la città in processione per percorrere dieci chilometri e raggiungere il luogo del culto e lì vegliano tutta la notte per partecipare poi la mattina alle celebrazioni religiose in suo onore. Pure nella lontana India c'è Sant'Agata, a Viayawala. In Argentina è la patrona dei vigili del fuoco e viene solennemente festeggiata a La Boca di Buenos Aires.

In Italia la devozione è tanta: un oratorio nell'Abazia di Montecatini, a Cremona nella stupenda Collegiata dove esiste la tavoletta originale recante l'elogio che secondo la tradizione un Angelo collocò nel sepolcro. Una copia è visibile sulla mano sinistra di Sant'Agata. La Lombardia è la regione più ricca del culto agatino. Nel Duomo c'è un altare con un magnifico quadro su Sant'Agata.Due statuette anche nelle guglie. Firenze (esiste una tavola del XIII secolo) invocava Sant'Agata contro gli incendi; Roma le ha dedicato due belle chiese: Sant'Agata dei Goti e Sant'Agata alla Suburra (Trastevere); a Napoli un'effige nella catacomba di S. Gennaro in un affresco del IV secolo.

( L'arte e Sant'Agata )

Di Sant'Agata si hanno opere in tutte le parti del mondo: nella chiesa di S. Sofia a Kiev, nell'Ucraina, all'Apollinare Nuovo a Ravenna; nel portale di S. Stefano a Vienna; nel tempio di S. Giorgio a Dinkeluehl; statue si ammirano a Malta, a Villalba del Alcor in Spagna; una tavola processionale nel museo del Duomo nella galleria degli Uffizi (Filippo Lippi) e nella galleria Pitti (Sebastiano del Piombo) di Firenze; lavori del Borgognone a Bergamo.

A Catania, in case private e in tutte le chiese dedicate alla Patrona (Sant'Agata al Carcere, Borgo, la Vetere), esistono dei busti agatini di buona fattura. Nella chiesa di Sant'Agata alle Sciare un dipinto su pietra ardesia non toccato dalle lave del 1669.

Catania, con la sua provincia, è naturalmente piena di tele e documenti di Sant'Agata. Il più famoso a Nicolosi, a ricordo del beato cardinale Dusmet che fermò la lava con il velo della Santa, salvando la cittadina, alla fine del secolo scorso, dalla distruzione.

 

 

 

 

OLIVETTE DI S.AGATA

Le olivette di Sant'Agata sono i dolci più tipici della festa di Sant'Agata, si trovano su tutte le bancarelle, assieme ai torroni e alle mandorle zuccherate. Le "olivuzze", o "olivette", non sono altro che pasta reale colorata di verde a forma di  grossa oliva. Questi dolci si sono adeguati ai tempi: nascono infatti, in occasione della festa dei Santi e per il giorno dei Morti, ma oggi si trovano durante tutto l'anno. Inoltre un tempo, con il loro impasto, si imitava solo la frutta, mentre adesso è facile trovare nelle pasticcerie siciliane persino figure di personaggi tratti dal mondo dei fumetti. Il dolce è ricordato come "Frutta di Martorana" dal nome della chiesa di Palermo che anticamente aveva il "monopolio" della sua di preparazione L'importazione della pasta di mandorle, risale al prospero periodo della dominazione araba ed è detta reale, perchè, giustamente considerata "regina" della pasticceria isolana. La tradizione di preparare, per devozione, questi deliziosi dolcetti fatti con pasta di mandorle è ancora esistente e nasce da una leggenda che narra la nascita di un ulivo selvatico nel luogo in cui Sant'Agata, mentre veniva condotta al suo processo, si chinò per allacciarsi un sandalo.

 

IL TORRONE

Non c'è festa popolare in Sicilia dove mancano i "turrunari". Il torrone infatti è diffuso in tutta l'isola. L'origine del dolce è araba, come lo è anche la parola qubbayt, che in siciliano è diventata "cubbàita". Originariamente era fatto con miele, mandorle e "giuggiulena" (semi di sesamo lasciati dagli arabi a Siracusa). Molte le varietà dei torroni per ingredienti. Un tempo si preparava a Licata la "cicirata", con ceci tostati e cotti nel miele. I più noti di oggi sono quelli con mandorle e pistacchio, tradizionali a Paternò per la patrona S. Barbara, o ricoperti di cioccolata, molto diffusi a Piazza Armerina. 

 

I MINNUZZI

Ingredienti: 800 g di ‘’majorca'’ doppio zero, 300 g di zucchero, 300 g di sugna, 1 uovo, latte, zuccata di cioccolato a pezzettini per arricchire ( la crema di latte).

Preparazione: Sciogliere la sugna con la farina e lo zucchero, strofinandola tra le palme delle mani e impastarla, aggiungendovi, latte, finché l’impasto lo chiede. Far riposare qualche ora la palla ottenuta, stenderla col mattarello e sulla sfoglia depositare a distanze regolari tanti mucchietti di crema all’amitu arricchita da cubetti di zuccata e cioccolato a pezzettini. Chiudere con una sfoglia più grande, avendo l’avvertenza di spennellare albume battuto intorno ai mucchietti di crema, affinché possano appiccicarsi meglio i bordi delle due sfoglie, ora ritagliati dalla forma di latta rotonda e frastagliata. Passare l’albume montato a neve su ogni singola pasta e infornare. A cottura ultimata a forno moderato spolverare con zucchero a velo.