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Dove vai, devoto? Dentro il bianco sacco e con la sciarpa del tuo Catania al collo per ripararti dal freddo Febbraio? Che afferri, devoto? Le tue mani ghiacciate non sentono più nemmeno il cordone che tira un'intera città. Che cerchi, devoto? Che ti punisci così tanto da caricarti un voto di cinquanta chili sulle tue esili spalle? Che ti è mai successo, devoto? Perchè non capisco, a soli vent'anni, quali e quante pene dovresti espiare per gravarti di fardelli così pesanti. Cosa vuoi, devoto? Mentre gridi "cit, cit, devoti tutti", scordando per due giorni quel che ti aspetterà il sei mattina? In cosa speri, devoto? Mentre offri fiori bianchi a una bionda bambina il cui nome ti ricorda sorelle, fratelli, cugini? Ma se nei suoi occhi vedi l'alba di un giorno migliore per te, per la tua terra, per tutti noi e se è per questo che sei lì, a ricoprirti di cera bollente, allora gridalo forte il tuo "Viva Sant'Agata!" Adesso so dove vai, fratello devoto. (M..R)
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FESTA DI SANT'AGATA 2010
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ARCIDIOCESI
DI CATANIA CITTÀ DI CATANIA
PROGRAMMA
SABATO
30 GENNAIO
DOMENICA
31 GENNAIO
LUNEDÌ
1 FEBBRAIO
MARTEDÌ 02 FEBBRAIO - FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE GIORNATA MONDIALE DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA ORE 16,30 - NELLA BASILICA COLLEGIATA S. E. MONS. ARCIVESCOVO PRESIEDERÀ IL RITO DELLA BENEDIZIONE DELLE CANDELE. SEGUIRÀ LA PROCESSIONE FINO ALLA CATTEDRALE CON RIFLESSIONI DETTATE LUNGO IL PERCORSO; S. MESSA DURANTE LA QUALE I RELIGIOSI E LE RELIGIOSE, I CONSACRATI E LE CONSACRATE SECOLARI, RINNOVERANNO GLI IMPEGNI DI VITA CONSACRATA ED ALCUNI RICORDERANNO LA RICORRENZA GIUBILARE.
MERCOLEDÌ
03 FEBBRAIO
GIOVEDÌ
04 FEBBRAIO
VENERDÌ
05 FEBBRAIO - SOLENNITÀ DI S. AGATA
DAL 06 ALL'11 FEBBRAIO IN DUOMO SS. MESSE ALL'ALTARE DI S. AGATA ALLE ORE 07,30; 10,00; 18,00. LA S. MESSA VESPERTINA SARÀ ANIMATA DALLE PARROCCHIE: S. MARIA DEL CARMELO ALLA BARRIERA (6), S. MARIA DEL CARMELO AL CANALICCHIO (8), S. GIUSEPPE AL PIGNO(9), CORPUS DOMINI IN BELPASSO (10), S. GIOVANNI AP. ED EV. AL VILLAGGIO DUSMET(11).
DOMENICA
07 FEBBRAIO
MANIFESTAZIONI
CULTURALI E SPORTIVE DOMENICA 17, 24, 31 GENNAIO ORE 09,30\13,00 - NELLE BASILICHE COLLEGIATA E MARIA SS. ANNUNZIATA AL CARMINE, NELLE CHIESE DI S. AGATA LA VETERE, S. FRANCESCO ALL'IMMACOLATA, ESPOSIZIONE DELLE CANDELORE. RESTERANNO APERTI AL PUBBLICO LA CRIPTA DI S. EUPLIO, I LUOGHI DEL MARTIRIO DI S. AGATA, LA CASA DEL FERCOLO (VARA), LE SALE DEL COMUNE A PALAZZO DEGLI ELEFANTI, IL MUSEO DIOCESANO.
GIOVEDÌ 14 GENNAIO ORE 11,00 - MONASTERO DEI BENEDETTINI \ BIBLIOTECHE RIUNITE "CIVICA E A. URSINO RECUPERO": ESPOSIZIONE DI OPERE SUL MARTIRIO DI S. AGATA E DOCUMENTI RIGUARDANTI LE CELEBRAZIONI. LA MOSTRA RIMARRÀ APERTA FINO AL 16 FEBBRAIO DALLE ORE 09,00 ALLE 13,00.
DOMENICA
17 GENNAIO
GIOVEDÌ
21 GENNAIO
VENERDÌ
22 GENNAIO
28
GENNAIO\03 FEBBRAIO
DOMENICA
31 GENNAIO
30
GENNAIO\07 FEBBRAIO
MARTEDÌ
03 FEBBRAIO PEREGRINATIO DEL VELO DI S. AGATA
PEREGRINATIO
DELLA RELIQUIA DELLA MAMMELLA
NELLE COMUNITA' MONASTICHE, NEGLI OSPEDALI, NELLE CARCERI.
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IL TESORO DI SANT'AGATA Il
Busto Dal
1376 la testa e il torace di sant'Agata sono custoditi in un prezioso
reliquiario d'argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con
ceselli e smalto. Ha l'aspetto di una statua a mezzo busto, con
l'incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro.
In realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all'interno, in cui
sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi
interni. L'allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo
di Limoges, l'aveva commis- sionato in Francia, nel 1373, all'orafo
senese Giovanni Di Bartolo. Le
reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di
legno (oggi custodita nella chiesa di Sant'Agata la Vetere), dal Fra
tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli e
Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede
come protagonista una reliquia di sant'Agata, la mammella. A
Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell'ulna e
del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore,
un osso del braccio. Ad Alì, in provincia di Messina, parte di un
osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti
del velo. A Sant'Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si
conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant'Agata di
Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a
Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara.
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SANT’AGATA La vita LA SICILIA AL TEMPO DI AGATA Negli anni in cui visse Agata, a metà del III secolo, l'impero romano aveva già raggiunto la massima estensione territoriale. I suoi confini andavano dalla Penisola iberica alla Mesopotamia, dalla Britannia all'Egitto, abbracciando popoli, lingue, religioni e costumi molto diversi tra loro. Il governo centrale si era preoccupato di dare uniformità alle terre conquistate imponendo a tutti la lingua latina, le leggi di Roma e la propria religione, ma non era in grado di amministrarle e di controllarle direttamente. Per questo aveva affidato ogni provincia a un proconsole o a un governatore, funzionari che godevano sia dei poteri civili che di quelli militari: imponevano e riscuotevano le imposte, amministravano la giustizia, comandavano l'esercito. Ai
tempi dell'imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente,
che per di più godeva di un'ottima posizione geografica. Il suo grande
porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più vivaci
punti di scambio commerciale e culturale dell'epoca. Le fonti storiche
narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude,
prepotente e superbo. Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città. LE PERSECUZIONI Sin dal 264 a.C., anno in cui con la prima guerra punica Roma sottrasse l'isola ai Cartaginesi, in Sicilia era stata imposta la religione pagana dei Romani, col suo carico di divinità popolane e goderecce, esempi di corruzione e di dissolutezza nei costumi. Quando la comunità cristiana iniziò a essere abbastanza ampia, intorno al 40 d.C., si abbatterono su di essa le prime persecuzioni. Inizialmente con Nerone, a metà del primo secolo, ebbero carattere soltanto occasionale. Poi, nel corso del Il secolo, fu data loro una base giuridica mediante una legge che vietava il culto cristiano. Di questi primi secoli la Chiesa ricorda numerosi martiri che, con il loro coraggio e la determinazione nell'accettare la morte per Cristo, contribuirono ad accelerare la diffusione del cristianesimo. All'inizio del III secolo, l'imperatore Settimio Severo emanò un editto di persecuzione. Egli stabilì che i cristiani dovessero essere prima denunciati alle autorità e poi invitati a rinnegare pubblicamente la loro fede. Se accettavano di tornare alla religione pagana avevano diritto al libellum, una sorta di certificato di conformità religiosa, ma se si rifiutavano di sacrificare agli dèi, venivano prima torturati e poi uccisi. Con questo sistema, freddo e calcolatore, l'imperatore cercava di fare apostati, cioè persone che abbandonavano la fede cristiana, e non martiri, che erano considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Poi, di fronte al diffondersi del cristianesimo e temendo che l'aumento dei fedeli potesse minacciare la stabilità dell'impero, nel 249 l'imperatore Decio ordinò una repressione ancora più radicale: tutti i cristiani, denunciati o no, erano ricercati d'ufficio, rintracciati, torturati e infine uccisi.
AGATA «LA BUONA» In
quegli anni, a metà del III secolo, a Catania nasceva Agata. La data
non è mai stata storicamente accertata con esattezza, ma fu calcolata a
ritroso partendo da un'altra che invece è certa, cioè il martirio
avvenuto nel 251. La tradizione popolare e gli antichi atti vogliono
che Agata, al momentò del martirio, fosse poco più che adolescente.
Per questo motivo si fa risalire la sua nascita intorno all'anno 235.
Una voce aggiunge anche il giorno: l’8 settembre, facendolo coincidere con una delle date più importanti del culto mariano, quella della nascita della Madonna. La sua era una famiglia nobile e ricca. Possedeva case e terreni coltivati, in città e in provincia. Il padre Rao e la madre Apolla decisero di chiamarla Agata, che in greco significa «la buona». In questo nome c'era già racchiuso il suo destino: bontà e purezza furono, infatti, le doti che distinsero Agata sin dalla prima infanzia. La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana, al centro della città, la casa natale di Agata. In questo luogo in seguito è stato posto un piccolo altare che, in ogni periodo dell'anno, è tanto ricco di fiori da sembrare un giardino a primavera. Dei suoi primi anni di vita non ci sono giunte testimonianze documentate, ma si può supporre che sin dalla più tenera eta Agata abbia ricevuto dai genitori una buona educazione e che dal loro esempio abbia appreso il valore delle virtù cristiane: la preghiera, la rinuncia alle ricchezze terrene, il coraggio nello scegliere Cristo. Agata trascorreva le giornate della sua adolescenza in un sereno ambiente familiare. Era obbediente ai genitori, che amava profondamente, ma più di ogni cosa amava Dio. Fuggiva il lusso e la vita mondana, che invece erano al centro degli interessi delle coetanee di pari grado sociale. Cresceva in santità: metteva tutto il suo impegno nelle semplici cose di ogni giorno per imitare e testimoniare Gesù. E fu questo allenamento quotidiano alla rinuncia e al sacrificio che le permise di prepararsi ad affrontare la grande prova del martirio. Ma Agata cresceva anche in bellezza: il suo corpo era slanciato, i lineamenti delicati, le labbra rosee, i capelli biondi. La voce del popolo l'ha descritta per secoli così, e in questo modo l'arte sacra l'ha sempre raffigurata. Qualcuno ha pensato di trovare una conferma, sia dell'altezza che del colore dei capelli, nelle ricognizioni fatte periodicamente sulle reliquie della santa.
Come un bocciolo di rosa, la sua bellezza era nella grazia delle forme e nel pudore che le rivestiva. Bellezza, candore e purezza verginale facevano di Agata una creatura davvero angelica. LA CONSACRAZIONE A DIO Molto presto, già negli anni dell'infanzia, Agata ebbe chiaro nel cuore il desiderio di donarsi totalmente a Cristo. Per lo Sposo celeste provava un sentimento semplice e spontaneo, ma anche così forte che era impaziente di pronunciare il voto di verginità. Nel segreto dell'animo si era già promessa a Dio e, quando non aveva ancora compiuto 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi solennemente. il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose il flammeum, il velo color rosso fiamma che portavano le vergini consacrate. Agata da quel giorno divenne sposa di Cristo. Aveva atteso con ansia e trepidazione quel momento e aveva pregato tanto Dio di poter offrire a lui il suo cuore puro. Così, dopo tanta attesa, la consacrazione la rese profondamente felice, consentendole di vivere in preghiera e meditazione. LA FUGA E L'ARRESTO Un giorno, il proconsole Quinziano fu informato che in città, tra le vergini consacrate, viveva una nobile e bella fanciulla. Decise allora che doveva conoscerla. Ordinò ai suoi uomini che la catturassero e la conducessero al palazzo pretorio: si trattava proprio di Agata. L'accusa formale, in forza dell'editto di persecuzione dell'imperatore Decio, era quella di vilipendio della religione di Stato, un'accusa riservata a tutti i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l'ordine del proconsole nasceva anche dal desiderio di soddisfare un capriccio e un interesse personale: piegare a sé una giovane bella e illibata e confiscarle i beni di famiglia. Per
sottrarsi all'ordine del proconsole, Agata per qualche tempo rimase
nascosta lontano da Catania. Su questo punto storia e leggenda sono
fortemente intrecciate: più città si contendono il merito di aver
dato asilo alla veigine esule. Tra le ipotesi più accreditate, la più
probabile è quella secondo cui Agata si rifugiò a Galermo, una
contrada poco distante da Catania, dove i genitori possedevano case e
terreni. Secondo un'altra tradizione, che nasce con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti del martirio, Agata si sarebbe rifugiata, invece che a Galermo, a Palermo. Un'ultima e poco attendibile ipotesi, questa di tradizione non italiana, sostiene che Agata si sarebbe nascosta in una grotta nell'isola di Malta. Nei secoli, il popolo ha arricchito di avventure leggendarie la fuga e l'arresto di Agata. Una di queste narra che ella, inseguita dagli uomini di Quinziano e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fosse fermata a riposare un istante. Nello stesso momento in cui si fermò, si dice per allacciarsi un calzare, un ulivo comparve dal nulla e la giovinetta poté ripararsi e anche cibarsi dei suoi frutti. Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell'evento prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un'aiuola vicino ai luoghi del martirio. Un'altra tradizione popolare legata a questa leggenda vuole che, il giorno della festa di sant'Agata, vengano consumati dolcetti di pasta reale, di colore verde e ricoperti di zucchero, che nella forma ricordano le olive, chiamati appunto «olivette di sant'Agata». Tornando alla storia, Agata rimase in esilio soltanto per poco tempo. Gli apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la raggiunsero con quella facilità che è propria dei potenti e la condussero in tribunale al cospetto di Quinziano. IN CASA DI AFRODISIA Quinziano, non appena la vide, fu rapito dalla sua bellezza. Un ardore passionale lo invase, ma i suoi tentativi di seduzione furono tutti vani, perché Agata lo respinse sempre con grande fermezza. Il proconsole pensò allora che un programma di rieducazione avrebbe potuto trasformare la giovane e l'avrebbe convinta a rinunciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. La affidò così per un mese a una cortigiana, una matrona dissoluta, maestra di vizi e di corruzione, che era conosciuta col nome di Afrodisia. La donna viveva in casa con le sue figlie, nove secondo la tradizione, diaboliche e licenziose almeno quanto lei. Fu il mese più duro e terribile per la giovane Agata. La sua purezzà era costretta a subire continui insulti, cattivi esempi e inviti immorali. Per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti, festini, divertimenti di ogni genere, le promise gioielli, ricchezze e schiavi. Ma Agata disprezzava ognuno di questi doni. Quando lo strumento della persuasione si rivelò incapace a piegare la sua ferrea volontà, Afrodisia e le figlie tentarono di raggiungere lo stesso vile scopo attraverso le minacce. «Quinziano ti farà uccidere», le intimavano. Ma la vergine incorruttibile respingeva ogni proposta, si mostrava insensibile a ogni minaccia, opponeva rifiuti secchi usando parole di fuoco: «Vane
sono le vostre promesse, stolte le vostre parole, impotenti le minacce.
Sappiate che il mio cuore è fermo come una pietra in Cristo e non cederà
mai». La giovane Agata fu sempre fedele al suo unico Sposo; a lui
offriva le sofferenze che pativa per la fede e giorno dopo giorno la
sua anima ne risultava sempre più temprata. Allo scadere del mese e di fronte alla fermezza di Agata, Afrodisia non poté far altro che arrendersi. Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano: «Ha la testa più dura della lava dell'Etna, non fa altro che piangere e pregare il suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d'affetto è soltanto tempo perso». IL PROCESSO Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza. Convocata al palazzo pretorio, Agata entrò fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa. Agata non era spaventata, sapeva che lo Spirito Santo l'avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli. Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. «Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo», chiari subito Agata. «Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall'essere ancella di Gesù Cristo». Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di una martire. «Tu che ti credi nobile», disse Agata a Quinziano, «sei in realtà schiavo delle tue passioni». Questa fu una grave provocazione per lui, l'adrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. «Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo», domandò irritato il proconsole, «siamo ignobili?». Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: «Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio». Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata. Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: «O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio», minacciò spazientito. Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: «Vuoi farmi soffrire?», lo irrise. «Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia». Poi, con voce sicura, aggiunse: «Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere». Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l'umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: «Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli?». Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.
IL CARCERE E LE TORTURE Per un giorno e una notte Agata rimase chiusa in una cella del carcere, all'interno del palazzo pretorio: diventata in seguito un luogo di culto, era una cameretta interrata, buia e umida. Il soffitto era alto e soltanto una finestrella irraggiungibile lasciava filtrare un raggio di luce attraverso una spessa grata di ferro. Non le fu dato né cibo, né acqua e una pesante catena le stringeva le caviglie. Ma la giovane Agata non disperò mai e continuò a pregare ancora più intensamente lo Sposo celeste. La mattina successiva fu condotta per la seconda volta davanti al proconsole. «Che pensi di fare per la tua salvezza?», le domandò Quinziano. «La mia salvezza è Cristo», rispose decisa Agata. Soltanto a quel punto Quinziano si rese conto che qualunque tentativo di persuasione era destinato al fallimento e, con uno scatto d'ira, ordinò di sottoporla a orrende torture. Ad Agata furono stirate le membra, fu percossa con le verghe, lacerata col pettine di ferro, le furono squarciati i fianchi con lamine arroventate. Ogni tormento, invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuovo vigore. Allora Quinziano si accanì ulteriormente contro la giovinetta e ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. «Non ti vergogni», gli disse Agata, «di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre?». L'ordine di Quinziano era un gesto di rabbia e di vendetta: ciò che non aveva potuto ottenere, ora voleva distruggere. Voleva vederla soffrire per il dolore del martirio e per il pudore violato. Voleva umiliarla nella sua dignità di donna, ma nessun segno di turbamento segnò il volto né le parole di Agata: «Tu strazi il mio corpo», disse, «ma la mia anima rimane intatta». IL MIRACOLO DI SAN PIETRO Agata fu riportata in cella, ferita e sanguinante. Le piaghe aperte bruciavano, il dolore era lancinante. Ma sapeva che pativa per Gesù e questo l'appagava. Così, mentre pregava in silenzio, con lo sguardo rivolto al cielo al di là della grata, lo Sposo celeste volle alleviarle il dolore e le mandò l'apostolo Pietro. La notte successiva alle torture, nel buio della cella, la fanciulla vide avvicinarsi una luce bianca. Era un fanciullo vestito di seta con una lucerna in mano. Lo seguiva un uomo anziano. Inizialmente Agata non volle che l'anziano le porgesse i medicamenti che aveva portato con sé per guarire le sue ferite. «La mia medicina è Cristo», disse, rifiutando delicatamente l'aiuto «se egli vuole, con una sola parola, può risanarmi». Agata desiderava ardentemente soffrire per Cristo, morire per lui, diventare una martire per amore. Sapeva che il chicco di grano può dare frutto soltanto se muore e così anche il suo sangue, versato per gli ideali del vangelo, poteva essere il seme di un'umanità rinnovata in Cristo. «Le pene che io soffro», spiegò all'anziano visitatore, «completano il mio lungo desiderio, coltivato sin dall'infanzia». Ma quando l'uomo la rassicurò e le disse di essere l'apostolo di Cristo, Agata chinò il capo e accettò che su di lei si compisse la volontà di Dio. Aveva aspettato tanto, ma, obbediente alla volontà del suo Sposo, abbandonò un desiderio che era suo per accettare quello del Padre. Il prodigio non tardò: quando l'uomo scomparve nel buio, Agata si accorse che le ferite erano guarite, il suo seno era rifiorito e il suo spirito si era rinvigorito.
LA CONDANNA A MORTE Dopo quattro giorni di cella, all'alba del quinto fu condotta in tribunale per la terza volta. Quinziano fu sbalordito e incredulo nel vedere rimarginate le ferite sul corpo di Agata e volle sapere cosa fosse accaduto. Agata gli rispose fiera: «Mi ha fatta guarire Cristo». Quella giovane fanciulla, così bella e fragile ma anche così determinata, doveva apparire al proconsole come la più pesante delle sconfitte personali. La sua stessa presenza era ormai imbarazzante e Quinziano volle liberarsi di quell'incubo con l'ordine definitivo: «Uccidetela», gridò. Per Agata fu decisa la morte più atroce: un letto di tizzoni ardenti con lamine arroventate e punte infuocate. L’ordine fu eseguito immediatamente: Agata fu gettata sulle braci, coperta soltanto dal suo velo da sposa di Cristo. Mentre il suo corpo veniva rivoltato sui carboni ardenti e trafitto da punte di ferro e lamine taglienti, la sua anima, che si era conservata pura, ardeva più forte per il Signore. A questo punto, secondo la tradizione si sarebbe verificato un altro miracolo, a testimoniare la chiara santità di Agata: il fuoco, che straziava il suo corpo, non bruciò invece il velo. Per questa ragione il «velo di sant'Agata» diventò da subito una delle reliquie più preziose. Più volte portato in processione di fronte al fuoco delle colate laviche dell'Etna, ha avuto il potere di far arrestare il magma. Le fonti storiche dicono che, quando Agata fu spinta nella fornace, un violento terremoto scosse l'intera città di Catania. Tutti pensarono che fosse il grido di dolore della sua terra per l'orrendo delitto. Silvano e Falconio, i due perfidi consiglieri di Quinziano che avevano controfirmato la condanna a morte, finirono travolti dal crollo del palazzo pretorio. Si narra anche che Quinziano fosse riuscito a fuggire, ma poco tempo dopo morì annegato mentre tentava di attraversare in barca il fiume Simeto, vicino a Catania. Il suo corpo non fu mai ritrovato e per questa ragione una leggenda popolare vuole che di tanto in tanto il fantasma del proconsole vaghi inquieto in quelle zone; mentre c'è chi sostiene di vedere le acque del fiume, in certi periodi dell'anno, ribollire ancora per lo sdegno. La folla dei catanesi che aveva assistito al supplizio di Agata l'accompagnò alle porte del carcere, dove venne condotta agonizzante, e vegliò su di lei negli ultimi istanti prima della morte. Tutti poterono assistere al suo ultimo gesto. Con le poche forze che le erano rimaste, Agata unì le mani in preghiera e, di fronte alla folla commossa, recitò con un filo di voce uesta orazione spontanea: «Signore, che mi creato e custodito fin dalla mia prima infan zia e che nella giovinezza mi hai fatto agire con determinazione, che togliesti da me l'amore terreno, che preservasti il mio corpo dalle contaminazioni degli uomini, ti prego di accogliere ora il mio spirito». Era il 5 febbraio 251.
LA «TAVOLA DELL'ANGELO» I cristiani che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata raccolsero con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli profumati, come era in uso a quell'epoca. Poi con grande venerazione lo deposero in un sarcofago di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è stato sempre oggetto di culto a Catania. Le fonti narrano che, quando il sepolcro ormai stava per essere chiuso, si avvicinò un fanciullo, vestito di seta bianca e seguito da altri cento giovanetti. Presso il capo della vergine depose una tavoletta di marmo, che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa di Sant'Agata a Cremona, con l'iscrizione latina «M.S.S.H.D.E.P.L. », che in italiano significa «Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria». Questa iscrizione, detta anche «elogio dell'angelo», è la sintesi delle caratteristiche della santa catanese ed è anche una solenne promessa di protezione alla città. IL MIRACOLO DEL VELO Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l'Etna minacciò di distruggere Catania con un'inarrestabile e spaventosa colata lavica. Soltanto nel momento di maggiore sconforto qualcuno si ricordò dell'iscrizione sulla tavoletta di marmo con cui l'angelo aveva promesso aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso poggiato sul sarcofago della santa e, tra preghiere e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata. Il fiume di magma infuocato si arrestò per miracolo, lasciando incolumi gli abitanti e intatte le case dei villaggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio: lodi, celebrazioni, inni di ringraziamento. Proprio in seguito a questo evento Agata fu proclamata santa. Dopo questo primo miracolo la fama di sant'Agata si diffuse rapidamente in tutta l'isola e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cappelletta nei pressi del luogo del martirio, divenne meta di numerosi pellegrinaggi. Il suo nome venne in seguito inserito nel canone della messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano Il, era pronunciato ogni giorno dai sacerdoti in testa all'elenco delle sante martiri ricordate dalla Chiesa. Con quel primo miracolo ottenuto per intercessione di sant'Agata, Catania legò in maniera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina, che allora seppe salvare la città dalla furia distruttrice dell'Etna e in seguito l'avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.
SANT'AGATA, SALVATRICE DI CATANIA Gli avvenimenti più importanti che hanno riguardato la città di Catania sono legati a sant'Agata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, forze terribili e devastanti, eventi paurosi di fronte ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l'angelo consegnò alla città, hanno invocato l'aiuto della santa concittadina e hanno ottenuto sempre la sua protezione. Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Ma chi può contare le grazie ricevute in più di diciassette secoli dai catanesi e da quanti in tutto il mondo cristiano si sono affidati a lei? La liberazione dall'eccidio Il 25 luglio 1127 i Mori presero d'assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stragi, massacri e rapine. Quando stavano per assalire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all'intercessione di sant'Agata e la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello. Un altro episodio ha dimostrato ancora una volta che la città ai piedi dell'Etna ha sempre goduto della vigile protezione di sant'Agata. Nel 1231 Federico il di Svevia era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si ammutinarono e Catania fu tra queste. Federico Il furente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell'esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ultima messa, alla quale presenziò lo stesso Federico Il. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: «Non offendere la patria di Agata perché ella vendica le ingiurie». Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò soltanto che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l'intercessione della Madonna delle Grazie e di sant'Agata. La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all'ingresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico Il di Svevia. La lava e i terremoti Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii dell'Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di sant'Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635. Ma l'eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l'eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione. Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente scansò i luoghi in cui sant'Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scancarsi in mare e proseguire per più di tre chilometri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto. A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant'Agata in carcere, e che si trovava in un'edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull'altare maggiore della chiesa di Sant'Agata alle Sciare, a Catania. Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lampada votiva d'argento che si trova al centro della cappella di sant'Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patrona della città.
Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici dell'Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant'Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In memoria dello straordinario miracolo, in quel punto sorge ora un piccolo altare. La peste In più occasioni sant'Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie. Nel 1576, quando la peste cominciò a diffondersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all'intercessione della patrona. Le reliquie furono portate in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato. I catanesi ottennero ùn altro segno di protezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. il miracolo ci fu anche stavolta: le reliquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta, nella zona del porto, una colonna sormontata da una effigie di sant'Agata che schiaccia la testa di un mostro, simbolo della peste.
I PATRONATI In
Italia sant'Agata è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il nome
della santa. U titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la
devozione è profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran
voce, implorato, glorificato, riecheggia nella storia della città. La «A», lettera iniziale di questo popolarissimo nome, sormonta il monumento principale della città, l'elefante Eliodoro, simbolo di Catania. Un'altra «A» si staglia nella pietra sulla facciata del Palazzo municipale, una campeggia al centro dello stemma civico, un'altra al centro del gonfalone dell'Università. All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino. Questa devozione ha un'origine antica: secondo la tradizione proprio il 5 febbraio, giorno del martirio della santa catanese, uno scalpellino dalmata di nome Marino, sfuggito con altri cristiani alle persecuzioni di Diocleziano (nel IV secolo), fondò il piccolo Stato sorto attorno al monte Titano. Ma la santa catanese è compatrona anche di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuole che Agata si fosse rifugiata durante le persecuzioni di Decio. Gli abitanti di Rabat hanno voluto individuare nelle «catacombe di sant'Agata» il punto preciso in cui si nascose per alcuni giorni. Anche qui la devozione affonda le sue radici nella storia: il 20 luglio 1551, durante il primo assedio di Malta, una statua di sant'Agata fu collocata sulle mura della città affinché la proteggesse. La tradizione vuole che mille abitanti dell'isola, con l'aiuto celeste della santa, siano riusciti a contrastare e a bloccare l'assedio di diecimila turchi. In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro rivestito di preziosi broccati. Sant'Agata è venerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cappella del Palazzo reale, dove i re cattolici ricevettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America. Nella provincia di Segovia, sempre in Spagna, ogni anno, il 5 febbraio viene eletta una sindachessa e quel giorno nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne. In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coimbra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il patronato di Agata: a Le Fournet, una città immersa nei boschi della Normandia, nello stemma cittadino, in onore della santa, sono raffigurate la palma, simbolo del martirio, e la tenaglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Agata e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del pianeta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma anche in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. Stabilire quanti sono in tutto il mondo i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata èun'impresa forse impossibile.
LE RELIQUIE Il triste distacco Nel 1040, dopo due secoli di dominazione araba, i Bizantini comandati dal generale Giorgio Maniace tentarono di riconquistare la Sicilia. La loro vittoria fu soltanto temporanea, anche perché Stefano, il responsabile della flotta bizantina, commise il grave errore di farsi sfuggire il più importante prigioniero di guerra, il capo militare arabo Abd Allah. Per questa ragione il generale Maniace inflisse a Stefano una severa punizione, ignaro che l'ammiraglio fosse un membro della casa imperiale di Costantinopoli. Per sanare l'incidente diplomatico e recuperare la stima dei sovrani che gli avevano già ordinato il rientro in patria, Giorgio Maniace decise di donare alla casa regnante le preziose reliquie della catanese sant'Agata e della siracusana santa Lucia, già conosciute e venerate in tutto il Mediterraneo. La
tradizione racconta che un fortunale impedì la partenza della nave
per tre giorni, quasi che sant'Agata non volesse staccarsi dalla città
nella quale era nata e aveva subito il martirio. Alla fine i catanesi,
àddolorati e inermi di fronte alla decisione del conquistatore, videro
allontanarsi a bordo di una nave bizantina le preziose reliquie della
loro patrona. Una fontanella con un'effigie di sant'Agata che guarda a
oriente, posta di fronte alla marina, ricorda il punto dal quale i
catanesi in lacrime assistettero impotenti a questo furto. Il ritonio in patria Dovettero passare 86 anni prima che le reliquie di sant'Agata tornassero in patria. Si dice che fosse stata la stessa santa a volerlo, richiedendolo espressamente a due militari a lei devoti, il provenzale Gisliberto e il pugliese Goselmo. Più volte la santa apparve loro in sogno, finché una notte i due decisero di sottrarre le sacre spoglie dalla chiesa di Costantinopoli dove erano venerate. Per sfuggire più facilmente ai controlli dovettero sezionare il corpo della santa in cinque parti, per poi nasconderle dentro le faretre in cui normalmente si riponevano le frecce. Si narra che poi le avessero ricoperte con petali di rosa profumati. I due militari presero una nave e si diressero in Sicilia, ma prima si fermarono in Pu glia, regione in cui era nato Goselmo, e per suo desiderio vi lasciarono una preziosa reliquia, una mammella, ancora oggi venerata nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, a Galatina (Lecce). Quando giunsero a Messina, i due soldati avvertirono il vescovo di Catania, Maurizio, che le reliquie di sant'Agata erano finalmente giunte vicino alla città. Il vescovo, che in quei giorni si trovava nella residenza estiva ad Acicastello, fu enormemente felice, ma per prudenza, prima di diffondere la notizia in città, volle accertarsi che i due dicessero la verità e che quelle che avevano trasportato fossero realmente le spoglie della santa. Inviò a Messina due monaci fidatissimi, Oldmanno e Luca, per il riconoscimento: le reliquie furono confrontate con i referti che erano stati redatti durante le ultime ricognizioni. Soltanto dopo la conferma dei monaci, il vescovo Maurizio diede la notizia ai catanesi. Era il 17 agosto 1126. Il popolo, svegliato durante la notte da uno scampanio a festa, non perse tempo a cambiarsi d'abito e si riversò in strada così come si trovava, anche a piedi nudi e in camicia da notte, per accogliere prima possibile le reliquie finalmente recuperate. Lo storico incontro dei catanesi con le spoglie di sant'Agata avvenne nel quartiere di Ognina, dove in seguito fu eretta una chiesa che nel 1381 la lava circondò senza distruggere, ma che più recentemente fu abbandonata e infine lasciata andare in rovina. A conferma dell'eccezionalità di quell'evento del 1126, i documenti storici registrano un miracolo, compiuto quella stessa notte. Una donna, cieca e paralitica dalla nascita, riacquistò vista e uso delle gambe nell'atto di prostrarsi davanti al sacro tesoro. I catanesi furono così riconoscenti ai due soldati che li elessero cittadini onorari e li vollero eterni custodi delle reliquie della santa: le loro spoglie riposano in cattedrale, in una parete della cappella della Madonna, accanto a quella di sant'Agata, anche se il punto esatto non è indicato.
Il Busto Dal 1376 la testa e il torace di sant'Agata sono custoditi in un prezioso reliquiario d'argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l'aspetto di una statua a mezzo busto, con l'incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro. In realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all'interno, in cui sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi interni. L'allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l'aveva commissionato in Francia, nel 1373, all'orafo senese Giovanni Di Bartolo. La devozione dei fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I d'Inghilterra detto «Cuor di Leone», che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d'Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant'Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla «santuzza». Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba. I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde, durante la festa di sant'Agata si può vedere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente intatti. Lo scrigno Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant'Agata la Vetere), dal 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d'argento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riquadri che raffigurano altrettante sante che onorano Agata, la prima vergine martire della chiesa. All'interno si conservano anche due documenti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che sant'Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un'altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant'Agata protettrice perpetua di Messina. La reliquia del seno Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant'Agata, la mammella. Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 sant'Agata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le laibbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant'Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini. Le altre reliquie A Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell'ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provincia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti del velo. A Sant'Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant'Agata di Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara. Anche all'estero si custodiscono piccole reliquie di sant'Agata. In Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar, ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in Germania (Colonia).
I LUOGHI DI CULTO La cattedrale Al centro di Catania, all'interno del duomo, una celletta chiusa per tutto l'anno, protetta da impenetrabili cancelli e nascosta alla vista, custodisce il bene più preziòso e più caro ai catanesi e ai devoti agatini: il Busto e i ricchissimi ex voto che lo ricoprono interamente, comunemente detti «il Tesoro». La cappella è il vero «cuore» della cattedrale, non soltanto per l'importanza che riveste, ma anche per la collocazione fisica. Il piccolo vano, infatti, è ricavato all'interno di una parete, tra l'altare maggiore e la navata laterale destra. Un robusto cancello di bronzo e oro del 1485 la protegge da eventuali tentativi di furto. La cattedrale fu costruita in epoca normanna e fu completata nel 1094, durante l'esilio delle reliquie a Costantinopoli. Dal 1125, ossia da quando Gisliberto e Goselmo le riportarono in patria, le reliquie della patrona sono sempre state custodite in cattedrale, con un'unica eccezione durante l'ultimo conflitto mondiale, quando per prudenza furono affidate al parroco di Fleri, un centro abitato della provincia etnea, e nascoste in una cisterna vuota dietro la chiesa. La cattedrale fu distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita in pochissimo tempo da record, solo due anni, in stile tardo-barocco su un progetto del Vaccarini. L'architetto palermitano decise di mantenere le dimensioni della basilica normanna, la vecchia struttura a tre navate, le due cappelle del transetto e le tre absidi normanne, rimaste in piedi dopo il terremoto. Sant'Agata la Vetere L'attuale chiesa sorge sull'area che fu il più antico luogo di culto agatino: in quello stesso posto, infatti, nel 262, dieci anni dopo il martirio, sorgeva la prima edicola dedicata a sant'Agata. L'edicola fu edificata per volontà del vescovo Everio nel luogo in cui sorgeva il palazzo pretorio distrutto dal terremoto del 251. In un primo momento non vi fu custodito il corpo della martire perché in periodo di persecuzioni i sarcofagi che contenevano spoglie di cristiani venivano confiscati. Per sessant'anni, prima che Costantino consentisse ai cristiani il culto, il corpo fu tenuto nascosto fuori dalle mura cittadine. Nel 313 le spoglie furono traslate nella chiesa di Sant'Agata la Vetere, diventata cattedrale della città, e lì rimasero fino al 1040, quando il generale Maniace ne fece bottino di guerra. Al rientro da Costantinopoli, la chiesa di Sant'Agata la Vetere non era più cattedrale, ma in essa si continuò a conservare il primo sarcofago di sant'Agata. Tale urna di pietra si trova ancora oggi al posto dell'altare maggiore. È lunga 2 metri, larga 80 centimetri e alta 60 ed è decorata con motivi dell'arte ellenistico-romana, della stessa epoca a cui risale la morte della santa. Il coperchio non è originale, ma di epoca più tarda. All'interno della chiesa, la più grande a navata unica di Catania, si trova un'altra reliquia: la cassa di legno nella quale furono conservate le spoglie di sant'Agata per più di cinque secoli. Un monumento settecentesco in marmo ricorda che quella fu l'area in cui Quinziano ordinò agli sgherri 'di recidere le mammelle a sant'Agata. In questa chiesa venivano celebrati solennemente i vespri del 4 febbraio, vigilia della solennità. Però, dopo il terremoto del dicembre 1990, la chiesa è stata dichiarata inagibile ed è al momento ancora chiusa alle celebrazioni. Il carcere E una chiesa addossata all'antico muro della città. Al suo interno si trova la celletta dove sant'Agata fu rinchiusa durante il processo, dove venne portata dopo il martirio, dove fu guarita dall'apostolo Pietro e dove il 5 febbraio 251 esalò l'ultimo respiro e rese l'anima a Dio. La celletta buia, umida e tetra fu sempre un luogo di culto e, un tempo, un cunicolo, ora chiuso, la collegava alla chiesa di Sant'Agata la Vetere. Nel 1571 fu edificata una cappella che introduceva in questo luogo sacro e nel XVIII secolo fu ingrandita e abbellita con l'artistico portale che, dal tempo di Federico Il al terremoto del 1693, aveva adornato l'ingresso principale del duomo. Nel tempio sono custodite altre due reliquie: la lastra di pietra dove sono impresse le orme dei piedi, che la tradizione vuole sant'Agata abbia lasciato quando per la prima volta fu gettata in carcere, e la cassa di legno nella quale vennero trasportate le reliquie da Acicastello a Catania al rientro da Costantinopoli. Sia il terremoto del 1693 che le colate laviche che cambiarono la forma della città hanno sempre risparmiato la chiesetta. Oggi è meta di un gran numero di devoti che, ai piedi dell'altare, nel punto in cui Agata ottenne il miracolo da san Pietro, supplicano aiuto, invocano miracoli e innalzano lodi per grazie ricevute. La fornace Sul luogo dove sant'Agata subì il martirio del fuoco sorge una chiesetta a unica navata. Tuttora è visibile, nella cappella destra, attraverso un oblò, la fornace che al tempo delle persecuzioni era utilizzata per le torture e che fu il luogo dove si consumò il martirio di sant'Agata. La chiesa della fornace, che i catanesi chiamano anche «Carcara» e che è dedicata anche a san Biagio, subito dopo la caduta dell'impero romano era una semplice cappella. Nel 1098 fu leggermente ampliata, ma non si poterono superare le attuali dimensioni, perché lo impediva il bastione del carcere romano che la affianca. Fu rimodernata nel 1589 e miracolosamente preservata dall'eruzione del 1669. Da questo luogo, prezioso in quanto documento storico e di culto, il 3 febbraio di ogni anno si diparte la solenne processione per l'offerta della cera alla santa patrona. LA FESTA La processione Ogni anno il 3, il 4 e il 5 febbraio Catania offre alla sua patrona una festa così straordinaria che può essere paragonata soltanto alla Settimana santa di Siviglia o al Corpus Domini di Cuzco, in Perù. In quei tre giorni la città dimentica ogni cosa per concentrarsi sulla festa, misto di devozione e di folklore, che attira ogni anno sino a un milione di persone, tra devoti e curiosi.
Questa prima giornata di festa si conclude in serata con un grandioso spettacolo di giochi Pirotecnici in piazza Duomo. I fuochi artificiali durante la festa di sant'Agata, oltre a esprimere la grande gioia dei fedeli, assumono un significato particolare, perché ricordano che la patrona, martirizzata sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell'Etna e di tutti gli incendi. Il 4 febbraio è il giorno più emozionante, perché segna il primo incontro della città con la santa patrona. Già dalle prime ore dell'alba le strade della città si popolano di «cittadini». Sono devoti che indossano il tradizionale «sacco» (un camice votivo di tela bianca lungo fino alla caviglia e stretto in vita da un cordoncino), un berretto di velluto nero, guanti bianchi e sventolano un fazzoletto anch'esso bianco stirato a fitte pieghe. Rappresenta l'abbigliamento notturno che i catanesi indossavano quando, nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli. Ma l'originario camice da notte, nei secoli, si è arricchito anche del significato di veste penitenziale: secondo alcuni l'abito di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il cilicio. Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona diversa, sono necessarie per aprire il cancello di ferro che protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il tesoriere, la seconda il cerimoniere, la terza il priore del capitolo della cattedrale. Quando la terza chiave toglie l'ultima mandata al cancello della cameretta in cui è custodito il Busto, e il sacello viene aperto, il viso sorridente e sereno di sant'Agata si affaccia dalla cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di rivederla. Luccicante di oro e di gemme preziose, il busto di sant'Agata viene issato sul fercolo d'argento rinascimentale, foderato di velluto rosso, il colore del sangue del martirio, ma anche il colore dei re. Prima di lasciare la cattedrale per la tradizionale processione lungo le vie della città, Catania dà il benvenuto alla sua patrona con una messa solenne, celebrata dall'arcivescovo. Tra i fragori degli spari a festa, il fercolo viene caricato del prezioso scrigno con le reliquie e portato in processione per la città. Il «giro», la processione del giorno 4, dura l'intera giornata. Il fercolo attraversa i luoghi del martirio e ripercorre le vicende della storia della «santuzza», che si intrecciano con quella della città: il duomo, i luoghi del martirio, percorsi in fretta, senza soste, quasi a evitare alla santa il rinnovarsi del triste ricordo. Una sosta viene fatta anche alla «marina» da cui i catanesi, addolorati e inermi, videro partire le reliquie della santa per Costantinopoli. Poi una sosta alla colonna della peste, che ricorda il miracolo compiuto da sant'Agata nel 1743, quando la città fu risparmiata dall'epidemia. I «cittadini» guidano il fercolo tra la folla che si accalca lungo le strade e nelle piazze. In quattromila o cinquemila trainano la pesante macchina. Tutti rigorosamente indossano il sacco votivo e a piccoli passi tra la folla trascinano il fercolo che, vuoto, pesa 17 quintali, ma - appesantito di scrigno, Busto e carico di cera - può pesare fino a 30 quintali. A ritmo ca denzato gridano: «cittadini, viva sant'Agata», un osanna che significa anche: «sant'Agata è viva» in mezzo alla folla. Il «giro» si conclude a notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale. Sul fercolo del 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente (simbolèggianti il martirio), vengono sostituiti da quelli bianchi (che rappresentano la purezza). Nella tarda mattinata, in cattedrale viene celebrato il pontificale. Al tramonto ha inizio la seconda parte della processione che si snoda per le vie del centro di Catania, attraversando anche il «Borgo», il quartiere che accolse i profughi da Misterbianco dopo l'eruzione del 1669. Il momento più atteso è il passaggio per la via di San Giuliano, che per la pendenza è il punto più pericoloso di tutta la processione. Esso rappresenta una prova di coraggio per i «cittadini», ma è interpretato anche - a seconda di come viene superato l'«ostacolo» - come un segno celeste di buono o cattivo auspicio per l'intero anno. A notte fonda i fuochi artificiali segnano la chiusura dei festeggiamenti. Quando Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e lo scrigno, i sacchi bianchi non profumano più di bucato, i volti sono segnati dalla stanchezza, i muscoli fanno male, la voce è ridotta a un filo sottile. Ma la soddisfazione di aver portato in trionfo il corpo di sant'Agata per le vie della sua Catania riempie tutti di gioia e ripaga di quelle fatiche. Bisognerà aspettare diversi mesi (la festa del 17 agosto), o un altro anno (la festa del 5 febbraio), per poter vedere sorridere ancora una volta il viso buono della santa che fu martire per la salvezza della fede e di Catania. Le «candelore» La festa di sant'Agata è inscindibile dalla tradizionale sfilata delle «candelore», enormi ceri rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato, santi e scene del martirio, fiori e bandiere. Le candelore precedono il fercolo in processione, perché un tempo, quando mancava l'illuminazione elettrica, avevano la funzione di illuminare il passo ai partecipani alla processione. Sono portate a spalla da un numero di portatori che, a seconda del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini. I maestri orafi del Trecento avevano realizzato il Busto di sant'Agata, un capolavoro d'arte raffinato e prezioso. Ma il popolo, da sempre vicino alla patrona, ha voluto essere presente nella festa con creazioni proprie, opere di fattura artigianale che rappresentassero, inoltre, associazioni di varie categorie di lavoratori. Ognuna delle il candelore possiede una precisa identità. Sulle spalle dei portatori, essa si anima e vive la propria unicità, che si compone di diversi elementi: la forma che caratterizza il cero, l'andatura e il tipo di ondeggiamento che gli viene dato, la scelta di una marcia come sottofondo musicale. Le candelore sfilano sempre nello stesso ordine. Ad aprire la processione è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San Giuseppe La Rena e fu realizzato all'inizio dell'Ottocento. È seguito da quello dei giardinieri e dei fiorai, in stile gotico-veneziano. Il terzo in ordine di uscita è quello dei pescivendoli, in stile tardo-barocco con fregi di santi e piccoli pesci. Il suo passo incònfondibile ha fatto guadagnare alla candelora il soprannome di «bersagliera». Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che invece ha passo elegante ed è dunque chiamato la «signorina». Quello dei macellai è una torre a quattro ordini. La candelora dei pastai è un semplice candeliere settecentesco senza scenografie. La candelora dei pizzicagnoli e dei bettolieri è in stile liberty, quella dei panettieri è la più pesante di tutte, ornata con grandi angeli, e per la sua cadenza è chiamata la «mamma». Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di sant'Agata che fu introdotta dal cardinale Dusmet. In passato le candelore sono state anche più numerose: esistevano quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori, fino a raggiungere in alcuni periodi il numero di 28.
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Dedicato
a Sant’AJITA* martire catanese (di Santo Catarame) Tantissimi
furono i cristiani siciliani e in particolare catanesi perseguitati da
funzionari dell’Impero Romano intorno al 250 d.c. Consoli
come Quinziano, il giustiziere della “Santuzza”, non erano rari in
quel tempo di Lotta
al Cristianesimo, religione non sempre tollerata, spesso e volentieri
sottoposta a rappresaglie dure. E’
intuitivo credere che giovani fanciulle cristiane attirassero, in
particolar modo, i detentori del potere. In tutti i tempi chi ha il
potere cerca d’abusarne ed è facile tentare di abusare di una giovane
donna bella e priva di difesa, rea di “lesa maestà.” Inutile
perdersi nel pro e contro la storia della vita e martirio di Santaituzza
Bedda. Sturiusi d’ogni RISIMA*, si sono perduti tra il sacro e il
profano…anzi, il pagano! I
catanesi stavano per perdere la loro “patrona”, attorno al
milleseicento, per colpa dei soliti palermitani che: sporchi, brutti e
cattivi, sostenevano che Agata felicissima e Santa, era nata a Palermo e
ivi aveva subito il martirio. E’
noto che i palerminati sono invidiosi dei catanesi e non perdono un solo
momento per “allisciarici a mutria”*. I
canonici di legno* di Catania presero subito.. fuoco, guidati, nella
feroce difesa della natività d’Agata, dal prode dotto ecclesiastico
Bernardo Colnago, che vinse la disputa, dinanzi ai tribunali vaticani,
senza appello! Purtroppo
la vita non è semplice, al solito, struriusi e altri sturiusi non hanno
dato pace ad Agata, ch’è stata considerata anche erede del culto di
Demetra, Atena, e soprattutto Iside. Del
culto della dea Iside i catanesi erano seguaci fanatici da tempi
remotissimi. L’obelisco
di Piazza Duomo sopra la famosissima statua di pietra dell’elefante,
è un obelisco egiziano con scritti e forse preghiere, indirizzate alla
dea, appunto, Iside, sposa egiziana del dio Osiride. Gli
isidei erano vestiti di bianco e gridavano: “cives vivat isis”, che
oggi equivale al nostro “cittadini e viva Santajita” Storici
dei “culti e miti dell’antica Sicilia”, come il famoso prof.
Emanuele Ciaceri, hanno sostenuto in diversi scritti , che il culto
religioso di Agata, nelle sue manifestazioni folkloriche e più popolari
, non è altro che la trasposizione cristiana della religione pagana
propria dell’antico Egitto, cioè la religione di Iside e Osiride. Affermazioni
contestate sempre dagli studiosi di scuola religiosissima apologetica,
come monsignor Salvatore Romeo, che, non hanno mai creduto ad una sola
parola del professore Ciaceri. Emanuele
Ciaceri insegnava nell’università di Catania fino ai primi del
novecento, era stimato ed approfondito studioso di culti religiosi
antichi, molti scritti, in merito, si trovano nella rivista
dell’Archivio storico di Catania. La
“calata da marina”* con cui iniziano i festeggiamenti del 4
febbraio, è un rito di “calata”, appunto, della nave verso le acque
dello Jonio, di una grande barca, come la divinità orientale Iside,
idolo della gente di mare. Una
calata simile avveniva, per Iside, nelle acque della città di Corinto. Iside
era molto amata dalla gente di mare e il culto molto diffuso
nell’Italia meridionale. In
tempi antichi non molto lontani, la vara o fercolo di Sant’Ajita era,
appunto, a forma di nave. Vara-barcone
ormai scomparsa, ma che in antiche fotografie ancora si può vedere ed
ammirare. (per
esempio nel libro pubblicato nel 1922 e scritto da monsignor Salvatore
Romeo) La
vara a barca era molto simile alla vara di Santa Rosalia che, fino ad
oggi, nella festa di luglio, gira per Palermo con la statua della santa
palermitana. I
minnuzzi di santajituzza* sarebbero il relitto di una cerimonia che
facevano i sacerdoti isidei Portando,
durante la festa, una coppa a forma di seno di donna, pieno di latte,
simbolo di fertilità, latte che era regalato copiosamente al popolo dei
fedeli pagani. Non
possiamo scrivere: ai posteri l’ardua sentenza, perché questi studi
storici, antropologici o demopsicologici non sono stati continuati ed
approfonditi e oggi nessun studioso, ci s’ammisca*. La
fede e la devozione a Sant’Agata è straordinariamente importante, se
solo si contano non solo i numerosi fedeli e le numerosissime chiese
intitolate a Sant’Agata e sparse per il mondo. Oltre
che in Sicilia, si trovano chiese cattoliche dedicate a Sant’Agata in:
Ancona, Ravenna, Roma, Malta, San Marino, Cremona, Bologna, Vercelli (Santhia),
Bergamo (Martirengo), Como. L’elencazione non è completa e dovrebbe
comprendere anche chiese cattoliche ubicate all’estero e, in
particolare, nell’america del sud. In
questi tempi di televisione dove l’informazione è preparata per
metterci nel sacco, è
molto meglio entrare nel sacco che indossano i devoti di Santaituzza. Spegniamo
il televisore, anzi: buttiamo a mare i televisori senza pietà! Avviso
Sacro Tutti
a vedere la grandiosa Festa barocca di febbraio, che prevede: 1)
A calata da marina; 2)
Acchianata* dei cappuccini; 3)
Acchianata di via San Giuliano; 4)
..u suspiru*.. delle monache benedettine; 5)
i vastunati o scuru* e di notti e notti fra i fedeli del rione
cappuccini e i fedeli dell’angelo custode, …arbitro padre TIGNA! Con
disfida finale in via Alonzo e Consoli (dove in tempi cavallereschi si
facevano i duelli rusticani a Catania) 6)
annacata ddè cannalori; 7)
arriccogliuta taddi* e relativo incazzamento dell’arciprete don
Ajulidda Janca* della diocesi di Centorbi* masculi
mangiativi i minni…fimmini i sfingiuni*….olivetti e magari …i
viscotti ccà liffia*…nsumma addivittivi e lasciate solo in TV il
presentatore Cocuzza che sebbene catanisi pari npocu nciucciatu di
pipiritani*…
Nihil
obstat quominus imprimatur, Magoo, censor ecclesiaticus. *Traduzione
di alcuni termini da lingua madre (siciliano) in lingua figlia
(italiano) sturiusi
d’ogni risima=studiosi di diverse materie; allisciarici
a mutria= schiaffeggiare in viso; canonici
di legno= modo di dire siciliano per indicare tempi remoti; calata
da marina=discesa verso il mare; minnuzzi
di santajituzza=seni di Sant’Agata; s’ammisca=s’intromette; acchianata=salita; suspiru
ddè monichi=canto delle monache benedettine al passaggio della
processione; vastunati
o scuru=botte da orbi, arricogliuta
taddi=ritornare tardi; Ajulidda
Janca=frate religioso(diz.Camilleri) Centorbi=Centuripe masculi
mangiativi i minni..fimmini i sfingiuni=uomini e donne mangiate i dolci
tipici della festa; viscotti
ccà liffia=biscotti con crosta di zucchero(diz.Piccitto) nciucciatu
di pipiritani=tutto preso da meretrici. www.corrieredaristofane.it
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FEDERICO
II DI SVEVIA E GLI ENIGMATICI SIMBOLI DEL PORTICO DELLA CHIESA DI S.
AGATA AL CARCERE DI CATANIA
Il
duecentesco portale della Chiesa di S. Agata al Carcere a Catania,
voluto dall'Imperatore Federico II a ricordo della soffocata rivolta
della città etnea, presenta simboli e sculture i cui significati sono
ancora avvolti dal mistero nonostante nei secoli a noi più vicini
diversi studiosi abbiano cercato di interpretarli. Con l'aiuto degli
ingrandimenti fotografici, per di più, si notano particolari che
tendono a smentire quanto già proposto in passato. Nel
Duomo di Catania esattamente di fronte la cappella dedicata alla S.
Patrona Agata, vi è il più sontuoso monumento funebre marmoreo della
Cattedrale, appartenente al Rev.mo Monsignor Pietro Galletti. Si
deve al Prof. Musumeci l'interpretazione dei simboli posti su di essa.
Il Prof. M. Musumeci, dotto archeologo e conoscitore del simbolismo
medievale sostenne che il portale con i suoi simboli fu costruito nel
1241 da un “vescovo intruso”, un certo Enrico di Palimberga,
proprio per adulare l'Imperatore Federico II. Quanto sottodescritto è
tratto da “Monumenti di S. Agata esistenti in Catania” dello
Sciuto Patti (1892). Il portale costruito in marmo bianco di Carrara
è formato da archi concentrici e da esili colonnine, ma ciò che
colpisce di più sono le rappresentazioni simboliche che danno un
chiaro quadro dell'evento storico sopracitato. Sopra la prima colonna
a sinistra vi è rappresentato l'Imperatore seduto comodamente sul suo
trono che con la mano destra si liscia la barba, anziché impugnare la
spada o lo scettro, come simbolo di superbia e di prestigio. Per
contrapposizione sulla prima colonna di destra il pezzo scolpito,
almeno come scritto dal Musumeci, più non esiste essendo il pezzo
scomparso con il terremoto del 1818. Un'accurata descrizione del
portale (e quindi anche della figura mancante) ci viene dal Guarnieri
in “Le Zolle Historiche Catanee” del 1640, quando il portale era
situato ancora nel Duomo. Questa figura era composta da una dama
ginocchioni e umile, con le chiome disciolte all'indietro (r
Le foto sono di Giancarlo Burgio
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LA SANTA DEI CATANESI di V. Giusto
Forse è nata a Catania, forse a Palermo. Forse è vissuta al tempo delle persecuzioni dell'imperatore Decio (249-251), forse all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano nel 303-4. Subì il martirio all'epoca di Quintiano, proconsole della Sicilia. Incerte sono le notizie sulla vita di una delle più note sante di Sicilia, ma, nonostante tutto, il suo culto è molto diffuso e profondo.
Agata, che si era votata interamente alla castità e all'amore per il Cristo, gli rispose che l'avrebbe sposato solo dopo aver completato la tessitura di una tela, che, però, andava disfacendo di notte, come la mitica Penelope. Senonchè Quintiano scoprì l'inganno e minacciò di avviarla alla prostituzione se non avesse ripudiato la sua religione. Ma Agata, forte della sua fede in Cristo, non cedette alle minacce, rendendo Quintiano ancora più furioso. Questi, infatti, la fece prima fustigare e poi la sottopose ad indicibili torture, che culminarono nell'asportazione di un seno con una tenaglia infuocata. Si dice che durante la sua prigionia venne a farle visita San Pietro, che la guarì dalle piaghe e le ridonò tutto l'ardore e l'amore in Cristo. Sempre più infuriato, Quintiano, ordinò che la si facesse rotolare su un tappeto di carboni ardenti. Dopo il supplizio del fuoco Agata fu riportata in carcere e morì. Quintiano, inseguito dal popolo che voleva lapidarlo, giunto sulle sponde del Simeto, fu disarcionato da cavallo e annegò nel fiume. La tradizione vuole che proprio mentre la santa moriva, la Città di Catania vennisse scossa da un tremendo terremoto. L'anno seguente, nel giorno dell'anniversario della sua morte, un'eruzione dell'Etna minacciava la Città e i catanesi, invocando la protezione di Sant'Agata, trasportarono sul fronte lavico il suo velo, che oggi è conservato nella cattedrale di Catania, e, miracolosamente, la lava si fermò.
Il culto della Santa è oggi diffuso in tutta Italia, ma a Catania è intensamente e profondamente sentito. Qui vi sono parecchie chiese dedicate alla Santa, ma quella più bella e più grande è certamente il Duomo. Ogni anno, dal 3 al 5 febbraio, Catania celebra la sua "Santuzza" con solenni festeggiamenti, che attirano in questa bella e accogliente città centinaia di migliaia di persone, molte delle quali sono semplici turisti o curiosi, ma la maggior parte delle quali sono fedeli della Santa, accorsi alla sua festa per ringraziarla di qualche grazia ricevuta, per ottenerne qualcuna, o, semplicemente, per invocarne la protezione. Questa festa è un misto di fede e di folclore ed è un grande spettacolo poter ammirare le lunghe e sfavillanti luminarie di luci multicolori con cui vengono addobbate strade e chiese, i fantasmagorici spettacoli pirotecnici, le solenni processioni, i cortei storici e, soprattutto, poter respirare l'atmosfera di misticità, di religiosità mista a forme quasi di paganesimo che la circonda.
La Festa
Soltanto la Settimana Santa di Siviglia in Spagna e la festa del Corpus Domini a Guzco in Perù possono paragonarsi, quanto a popolarità, ai festeggiamenti agatini, da cinque secoli sempre uguali. Per tre giorni la gente sciama nelle vie e nelle piazze. Devoti o curiosi si contano a centinaia e centinaia di migliaia, anche sino a un milione. ( Tre giorni incredibili ) Sono tre giorni di solennità, ma due in particolare, quando Sant'Agata il 4 e il 5 febbraio nel suo argenteo fercolo "a vara" va tra la sua gente, attraversa i quartieri popolari e quelli alti. La prima giornata, il 5, si sviluppa in tre momenti: la lunga e solenne processione del mezzogiorno per l'Offerta della cera, a cui partecipano le più alte autorità cittadine civili, religiose e militari cun i gonfaloni del Comune, della Provincia e dell'Università. Dalla Chiesa di Sant'Agata alla Fornace alla Basilica Cattedrale la processione "taglia" due ali di folla incredibile. Chiudono le undici candelore, espressioni delle corporazioni dei mestieri cittadine, e le due carrozze del Senato catanese, una berlina settecentesca, seguita da una più , piccola, ospita gli amministratori comunali, il "Senato" di una volta, formato dal patrizio (il sindaco) e dai giurati (assessori). Nel pomeriggio alle 15 il trofeo podistico internazionale Sant'Agata con i campioni del cross mondiale tra strade antiche e moderne del centro. Infine la sera, dopo le 20 il grandioso spettacolo di fuochi artificiali in piazza Duomo.
Una scenografia che nessun regista saprebbe ripetere, né, tanto meno, inventare. Dopodiché il fercolo con il busto reliquario di Sant'Agata e lo scrigno argenteo, di fine oreficeria, con le rimanenti reliquie, inizia il giro esterno (dei "viddani") attraversando Porta Uzeda (sino a qualche decennio fa si assisteva a un pittoresco lancio di larghe strisce, la nota "strisciata", che vestivano tutti i platani di vivaci colori), via Dusmet con i caratteristici archi che sorreggono la ferrovia e sotto cui, una volta, si increspava il mare, vicino alla via Biscari dove pare sia nata la nobile Agata. Un passaggio atteso è quello che va da piazza Carlo Alberto, dalla fiera, sino a piazza Stesicoro. E qui entriamo nei luoghi più cari ai catanesi, luoghi del culto, perché tra queste mura antiche Sant'Agata subì il carcere e il martirio, e dove, dopo atroci sofferenze, morì. Momento spettacolare anche questo. Le migliaia di devoti tirano di corsa il pesante fercolo per tutta la salita dei Cappuccini, fermandosi a metà per fare omaggio al Sacro Carcere. Quindi la seconda rampa e sosta a Sant'Agata la Vetere, la prima Cattedrale di Catania e primo luogo di sepultura della Patrona (ma c'è chi sostiene che fu sepolta in Piazza Carlo Alberto all'interno del santuario S.S. Annunziata, meglio conosciuto come chiesa del Carmine). La sera il percorso nella Catania popolare: via Plebiscito, Fortino, S. Cristoforo. In questi quartieri la festa viene vissuta in modo diverso. Case (soprattutto molti bassi) aperte, illuminate, festanti; bar strapieni per tutta la notte. Musiche, bancarelle con torrone, calia, griglie mobili per arrostire carne di cavallo arrosto. Balconi illuminati, edicole illuminate e infiorate con l'effigie della santa, vetrine di negozi e bar con artistici modelli delle candelore. Grandi fuochi d'artificio prima del rientro, non senza il brivido di un sottopasso a risico della marina (sino al 1992 si è fatto di corsa), e ancora attraverso la Porta Uzeda nella Basilica Cattedrale mentre la notte ammorbidisce il buio se non alle prime luci dell'alba.
Neppure il tempo di qualche ora di sonno perché nella tarda mattinata (siamo al giorno 5, al clou della festa) si celebra il pontificale presieduto da un prelato inviato appositamente. Al tramonto ha inizio la seconda parte del giro della Patrona per il centro della città, nella Catania antica. Il fercolo procede con una lentezza inaudita, specie in questi ultimi anni, per via Etnea, il "salotto" cittadino. Le undici candelore parate a festa aprono la processione. Davanti al cordone almeno settecento devoti inneggianti ("tutti devoti tutti. Cittadini, viva Sant'Agata") tira la "vara". Suona la campana del Comune per annunziare l'omaggio del Sindaco alla padrona. Poi il fiume del corteo interminabile si muove mostrandoci per ore un quadro vivente. La gente si porterà in piazza Borgo per i fuochi d'artificio, noti come quelli della "sera del tre". Di corsa, come le candelore impegnate nella gara di resistenza, alla salita di S.Giuliano, pronti a sostenere il cereo della propria professione o maggiormente accattivante. Le ore passano, la notte avanza. Sant'Agata aspetta con pazienza all'incrocio tra via Etnea e via di S. Giuliano che finisca la "contesa", per lo strappo finale quello che terrà con il fiato sospeso, quello con l'applauso, se tutto sarà andato bene, liberatorio, sulla salita di S. Giuliano. Peccato per l'ora tarda, ma vedere la corsa così pericolosa e così sentita dai devoti è un grande spettacolo. È un pezzo della festa riservato ai giovani. Ci vogliono forti braccia e gambe salde per tirare le tonnellate e tonnellate della "vara". Ma é un segno d'amore e di devozione che non può mancare. E come una volta, farla in un' unica tirata, significa trarne dei buoni auspici per l'anno. Sì, perché il vero Capodanno per i catanesi è il 5 febbraio e tutti i contratti, un tempo avevano come punto di riferimento e di partenza questa data.
Catania, rinata molte volte da devastanti terremoti e eruzioni dell'Etna, ha tributato alla Patrona chiese e monumenti tra i più belli e prestigiosi. Oggi si possono ammirare nella salita dei Cappuccini, all'interno della chiesa di Sant'Agata al Carcere, i ruderi del III secolo d.C. che contengono la prigione dove Sant'Agata patì il martirio e vi spirò. Vicino ci sono le chiese di Sant'Agata alla Fornace (in piazza Stesicoro) e di Sant'Agata la Vetere (via S. Maddalena), la prima cattedrale di Catania (appunto la Vetere) e forse luogo della prima sepoltura. Ancora la Badia di Sant'Agata, la stele in piazza dei Martiri, la fontana di via Dusmet, il Duomo normanno-barocco. Mentre la Basilica Cattedrale conserva le relique in pregevoli lavori di oreficeria, opere del Di Bartolo come il busto e lo scrigno (non c'è una statua di Sant'Agata), la chiesa del Sacro Carcere rappresenta il centro del culto agatino, la storia vivente del martirio, della vicenda agatina. Nel tempio, oltre alla buia stanzetta, si può vedere la lastra lavica in cui sono impresse le orme dei piedi. In questo tempio, che presto sarà santuario, il catanese ritrova la sua identità spirituale. I catanesi eressero il carcere come uno dei baluardi delle vecchie sue mura. Lo attesta il bastione, ancora oggi ben visibile che fa parte della parte muraria risalente alla fine dell'XI o all'inizio del XII secolo. Il carcere era interrato e annesso alle costruzioni nei pressi del pretorio dell'antica città romana, là dove c'era la residenza rappresentativa di Quinziano, suo persecutore. La chiesa custodisce alcune fra le più preziose memorie réligiose e storiche cittadine, ha una suggestione campestre nonostante inserita in piena città. Sopra l'altare maggiore una grande tavola datata 1588 e firmata dal Niger, raffigurante Sant'Agata al rogo. A fianco del carcere una pietra di lava, molto venerata, con l'impronta dei piedi. In sagrestia notevole la targa antica (sec. XV) con immagine della Santa. Lapidi commemorative, bassorilievi, un epigrafe "Noli offendere patriam Agathae, quia ultrix iniuriarum est" (Non offendere la patria di Agata, perché è vendicatrice delle ingiurie), un quadretto settecentesco rappresentante la Patrona.
"Quasi tutte le feste siciliane - scrive lo storico mons. Giovanni Lanzafame - sono barocche". A proposito delle undici candelore parla specificamente di "barocco in movimento", anche per la famosa "annacata". Un barocco che si muove in una città barocca, come ridisegnata dal Vaccarini per la sua ricostruzione dopo il terremoto del 1693. In Spagna ben 120 "pasos" (fercoli) narrano per le strade la passione di Cristo e i dolori di Maria; in Perù il santissimo sacramento viene preceduto nella sua sontuosa processione dai "tronos" (fercoli) che narrano plasticamente con capolavori lignei la vita dei santi testimoni di Cristo e alcuni titoli della Madonna. Sul solco spagnolo anche le undici candelore catanesi. Un tempo superavano il numero di trenta: la guerra, lo sconquasso e la scomparsa di alcuni mestieri comportarono dolorosi tagli. Dieci cerei grandi e uno più piccolo, candelabri che illuminavano il percorso della processione. Camminano in ordine di anzianità, anche se tra i "Rinoti" e gli Ortofluricultori ci fu lotta aspra per il primo posto. Una mancata intesa e una diatriba fra le due categorie portarono le candelore a procedere in coppia per molto tempo, con la piccolina a fare da apripista. Anche oggi apre il cero voluto da mons. Ventimiglia, segue quello dei "Rinoti" dono degli abitanti di San Giuseppe La Rena, con i bellissimi quattro grifoni alla base. Segue il cereo degli Ortofloricultori (giardinieri e fiorai) in stile gotico, con le statue dei martiri e vescovi catanesi. In cima c'è ora la boccia, ma per molto tempo campeggiò un mazzo di fiori. Un grande e totale restauro nel 1970-71 ad opera dell'allora tesoriere cav. Salvatore Urzì. E di seguito la candelora dei Pescivendoli, in stile rococò, ricca di stendardi ed ex voto e con la statua di S. Francesco di Paola, protettore della gente di mare; quella dei Fruttivendoli pregiata e scintillante con al centro un bel busto di Sant'Agata; dei Macellai che fa mostra del tradizionale mazzetto di fiori freschi; dei Pastai che è un puro candeliere settecentesco con il cerone in vera cera; dei Pizzicagnoli (alimentaristi) in stile liberty con le caratteristiche cariatidi alla base; dei Panettieri, la più pesante (la portano in dodici anziché in otto, in dieci però quella dei Vinaioli) con gli angeli ad altezza naturale; dei Vinaioli (bettolieri), appunto, il secondo cereo per pesantezza, ha alla base quattro artistici leoni e grifoni che sostengono tutto l'impianto. Chiude la candelora voluta dal beato Dusmet per il Circolo cittadino Sant'Agata: nel restauro del 1988 è stata arricchita da un artistico mazzu di fiori. La festa più attesa per le candelore, dopo che per giorni hanno girato la città in lungo e in largo, è quella del giorno 3 alla Pescheria e in piazza Duomo, quando fanno l'omaggio al sindaco. ( Un culto internazionale ) Il
culto di Sant'Agata non è soltanto catanese. Tutt'altro. La venerazione
per la martire è sparsa in tuttu il mondo. La Patrona catanese protegge
44 comuni italiani, dei quali 14 portano il nome della Santa. Nella
vicina Malta è compatrona con S. Paolo, così come nella Repubblica di
San Marino. In Spagna è venerata a Villarba del Alcor in Andalusia, a Jèria
(provincia,di Valencia). A Barcellona è intestata a Sant'Agata la
cappella di Palazzo Reale dove i Re cattolici ricevettero Cristoforo
Colombo al suo primo viaggio dalla scoperta dell'America. A Zamarramala
(Segovia) esiste una tradizione curiosa: il 5 febbraio comandano le
donne che si eleggono addirittura una sindachessa. Gli uomini
accudiscono la cucina. In Portogallo è Patrona di Agueda (appunto
Agata) nella provincia di Coimbra. Anche in Germania il culto è esteso:
è Patrona di In Italia la devozione è tanta: un oratorio nell'Abazia di Montecatini, a Cremona nella stupenda Collegiata dove esiste la tavoletta originale recante l'elogio che secondo la tradizione un Angelo collocò nel sepolcro. Una copia è visibile sulla mano sinistra di Sant'Agata. La Lombardia è la regione più ricca del culto agatino. Nel Duomo c'è un altare con un magnifico quadro su Sant'Agata.Due statuette anche nelle guglie. Firenze (esiste una tavola del XIII secolo) invocava Sant'Agata contro gli incendi; Roma le ha dedicato due belle chiese: Sant'Agata dei Goti e Sant'Agata alla Suburra (Trastevere); a Napoli un'effige nella catacomba di S. Gennaro in un affresco del IV secolo. ( L'arte e Sant'Agata ) Di Sant'Agata si hanno opere in tutte le parti del mondo: nella chiesa di S. Sofia a Kiev, nell'Ucraina, all'Apollinare Nuovo a Ravenna; nel portale di S. Stefano a Vienna; nel tempio di S. Giorgio a Dinkeluehl; statue si ammirano a Malta, a Villalba del Alcor in Spagna; una tavola processionale nel museo del Duomo nella galleria degli Uffizi (Filippo Lippi) e nella galleria Pitti (Sebastiano del Piombo) di Firenze; lavori del Borgognone a Bergamo. A Catania, in case private e in tutte le chiese dedicate alla Patrona (Sant'Agata al Carcere, Borgo, la Vetere), esistono dei busti agatini di buona fattura. Nella chiesa di Sant'Agata alle Sciare un dipinto su pietra ardesia non toccato dalle lave del 1669. Catania, con la sua provincia, è naturalmente piena di tele e documenti di Sant'Agata. Il più famoso a Nicolosi, a ricordo del beato cardinale Dusmet che fermò la lava con il velo della Santa, salvando la cittadina, alla fine del secolo scorso, dalla distruzione.
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OLIVETTE
DI S.AGATA
Le olivette di Sant'Agata sono i dolci più tipici della festa di Sant'Agata, si
trovano su tutte le bancarelle, assieme ai torroni e alle mandorle zuccherate.
Le "olivuzze", o "olivette", non sono altro che pasta reale
colorata di verde a forma di grossa oliva. Questi dolci si sono adeguati ai
tempi: nascono infatti, in occasione della festa dei Santi e per il giorno dei
Morti, ma oggi si trovano durante tutto l'anno. Inoltre un tempo, con il loro
impasto, si imitava solo la frutta, mentre adesso è facile trovare nelle
pasticcerie siciliane persino figure di personaggi tratti dal mondo dei fumetti.
Il dolce è ricordato come "Frutta di Martorana" dal nome della chiesa
di Palermo che anticamente aveva il "monopolio" della sua di
preparazione L'importazione della pasta di mandorle, risale al prospero periodo
della dominazione araba ed è detta reale, perchè, giustamente considerata
"regina" della pasticceria isolana. La tradizione di preparare, per
devozione, questi deliziosi dolcetti fatti con pasta di mandorle è ancora
esistente e nasce da una leggenda che narra la nascita di un ulivo selvatico nel
luogo in cui Sant'Agata, mentre veniva condotta al suo processo, si chinò per
allacciarsi un sandalo.
IL TORRONE Non c'è festa popolare in Sicilia dove mancano i "turrunari". Il torrone infatti è diffuso in tutta l'isola. L'origine del dolce è araba, come lo è anche la parola qubbayt, che in siciliano è diventata "cubbàita". Originariamente era fatto con miele, mandorle e "giuggiulena" (semi di sesamo lasciati dagli arabi a Siracusa). Molte le varietà dei torroni per ingredienti. Un tempo si preparava a Licata la "cicirata", con ceci tostati e cotti nel miele. I più noti di oggi sono quelli con mandorle e pistacchio, tradizionali a Paternò per la patrona S. Barbara, o ricoperti di cioccolata, molto diffusi a Piazza Armerina.
I MINNUZZI Ingredienti: 800 g di ‘’majorca'’ doppio zero, 300 g di zucchero, 300 g di sugna, 1 uovo, latte, zuccata di cioccolato a pezzettini per arricchire ( la crema di latte). Preparazione: Sciogliere la sugna con la farina e lo zucchero, strofinandola tra le palme delle mani e impastarla, aggiungendovi, latte, finché l’impasto lo chiede. Far riposare qualche ora la palla ottenuta, stenderla col mattarello e sulla sfoglia depositare a distanze regolari tanti mucchietti di crema all’amitu arricchita da cubetti di zuccata e cioccolato a pezzettini. Chiudere con una sfoglia più grande, avendo l’avvertenza di spennellare albume battuto intorno ai mucchietti di crema, affinché possano appiccicarsi meglio i bordi delle due sfoglie, ora ritagliati dalla forma di latta rotonda e frastagliata. Passare l’albume montato a neve su ogni singola pasta e infornare. A cottura ultimata a forno moderato spolverare con zucchero a velo.
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