capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino. capitano che hai trovato principesse in ogni porto, pensi mai al rematore che sua moglie crede morto

 

 

 

 

Il mare di Catania è quello che Omero scelse per raccontare di Ulisse e dei Ciclopi. Quello che Verga scelse per "I Malavoglia" e Visconti per "La Terra Trema". Un mare dove si intrecciano da sempre storie e leggende, e dove la movida catanese trova i suoi punti di appoggio, tra granite, pesce e borghi marinari.

Il mare bagna Catania da oriente e presenta due scenari naturali molto diversi, separati dal porto e da una zona demaniale con la stazione e le linee della ferrovia. A sud le spiagge di fine sabbia dorata fino all'Oasi del Simeto e, oltre, fino al borgo di Agnone. A nord le lave nere della scogliera che si spinge per 30 chilometri fino a Fiumefreddo, in vista di Taormina. Così i catanesi si dividono in due fazioni: i fautori della sabbia e quelli degli scogli.

Verso sud, a partire dal faro Biscari, si svolge la grande "Plaia" costellata di stabilimenti balneari dove il mare diventa un fatto sociale e culturale, un mondo estivo di conoscenze, scambi e vicinato. Più ci si avvicina all'Oasi naturalistica gestita dalla Lipu e più ci si trova a contatto con la natura.

Il mare di scoglio verso nord lo si incontra a piazza Europa e, poco più avanti, nei due antichi, deliziosi borghi marinari di San Giovanni Li Cuti e di Ognina, con chiesetta, porticciolo e ristoranti con vista sullo Jonio. A partire dalla primavera sul mare luccicano le lampare, piccole barche, dotate di luci, per la pesca notturna di polipi e calamari. Lasciano il molo insieme ai pescherecci più grandi che escono a caccia di pesce azzurro e pescespada. Sulla strada che costeggia la scogliera nata dall'emersione di lave basaltiche, i grandi alberghi si alternano a lidi balneari, ristoranti e complessi residenziali. La litoranea s'interrompe davanti a una grande rupe sormontata da un maniero normanno. Il fascinoso castello di Aci ha terrazze a strapiombo sul mare, resti di torri merlate, portali duecenteschi e un giardino che ospita una collezione di piante succulente. Ai suoi piedi una grande piazza, cuore della vita sociale di Acicastello. Un chilometro più avanti si raggiunge Aci Trezza, l'antico borgo di pescatori nel quale Giovanni Verga ambientò "I Malavoglia" e Luchino Visconti girò "La Terra trema". Di fronte alle case arroccate intorno al porticciolo e alla chiesa si spiega lo spettacolo naturalistico e il fascino omerico delle isole dei Ciclopi. La più grande, l'isola Lachea, è un microcosmo tutelato con flora e fauna rarissime. Ospita una stazione per gli studi biologici e di fisica del mare gestita dall'Università di Catania. Sul molo non è difficile trovare barcaioli disposti a portare turisti e bagnanti in un giro per le isole, oppure a organizzare un'uscita notturna con pescatori. Alla sera non si contano locali, pizzerie, ristoranti, gelaterie: la movida catanese invade la costa. Tra le palme del giardino botanico del Banacher, uno dei locali notturni all'aperto più belli d'Italia, si tira tardi fino all'alba per l'immancabile granita con brioche al mercato ittico in piazza della Marina, sempre ad Aci Trezza.

Ancora qualche chilometro tra i limoneti e le scogliere e si incontrano Capo Mulini, la timpa di Acireale, il belvedere di Santa Caterina, borghetti marinari come Santa Maria La Scala, Santa Tecla (dove nuotare è ancora piacevole), Stazzo, Pozzillo, Torre d'Archirafi. A ovest l'Etna cambia volto mentre a nord la sagoma di Taormina si fa più definita.

(Toto Roccuzzo)

 

 

Figlio di Laerte e di Anticlea, si finse pazzo per non andare alla guerra di Troia; smascherato da Palimede, portò la sua astuzia al servizio dei Greci, dopo aver arruolato anche Achille, che si era travestito da fanciulla, anch'egli per evitare la guerra. Grande fu il contributo che Ulisse diede alla vittoria dei Greci e di ciò l'Iliade tratta a profusione. L'Odissea, invece, racconta le peripezie dell'eroe nel viaggio di ritorno alla sua Itaca e le vicende drammatiche con le quali scaccia i Proci e si riappropria delle proprie terre. Dopo la sua morte fu posto fra i semidei. Fin qui la presunta storia, ma sono in molti a vedere in Ulisse qualcosa di più e di diverso. Esotericamente, il suo viaggio è inteso come le peripezie del Sè nella lotta contro il corpo e le passioni, prima di conquistare la pienezza della sua affermazione. Qualche storico vorrebbe che Ulisse fosse vissuto ai tempi della Quarta Razza e che Ogigia, l'isola dove l'eroe rimase per sette anni con Calypso, fosse l'Atlantide. Ma ciò è molto improbabile, poiché i tempi presunti non coincidono. I filosofi stoici lo consideravano il prototipo del saggio, mentre i politici vedevano in Ulisse la figura del capo nonché dell'uomo di azione.

Demitizzare Ulisse Ulisse, in greco Odisseo (il nome latino Ulixes risulta preso da una forma dialettale), è l'eroe più celebre di tutta l'antichità e il più celebrato negli ultimi 27 secoli.  

Tutti i manuali scolastici presentano l'Odissea come un poema in cui viene narrato il ritorno avventuroso in patria di uno degli eroi della guerra di Troia. In realtà le vicende di Ulisse sono solo il pretesto per raccontare una storia che di avventuroso ha assai poco rispetto al motivo di fondo che la domina e che è eminentemente tragico, come è tragico il suo eroe principale. 

Tra la fine dell'VIII sec. a. C. e l'inizio del VII furono messi per iscritto, in lingua greca, l'Iliade e l'Odissea, approdo finale di una tradizione orale risalente, probabilmente, all'età dei greci micenei, la cui civiltà era crollata verso il 1200-1100 a. C. Fu nel momento in cui, verso il VII sec. a. C., molti greci cominciarono a migrare verso occidente, portando con sé le loro memorie, che qualcuno mise per iscritto i due poemi. 

Secondo un'antica tradizione leggendaria Ulisse è un bisnipote di Ermes, il dio delle trasformazioni, che si contrappone ad Apollo, dio semplice, chiaro, unico. E infatti per Omero Ulisse è al vertice delle capacità umane, complessivamente intese: è dotato d'incredibile perspicacia e intuito (polymetis), sa adattarsi alle più inattese emergenze della sua tumultuosa esistenza (polytropos), ha una grandissima astuzia (polymechanos), è capace di mille pensieri (polyphron) ed è in grado di sopportare le più terribili sofferenze (polytlas), è insomma un uomo di mondo, rotto, anzi "navigato" a tutte le esperienze (polyplanes). 

E' il personaggio più moderno perché il più umano, non ovviamente nel senso "cristiano" o "laico" in cui oggi intendiamo la parola "umano" o l'espressione "senso dell'umanità", poiché Ulisse era anche capace di efferate crudeltà e terribili vendette 1, ma semplicemente perché incarna tutte le caratteristiche dell'uomo moderno, ed infatti egli è figlio di una grande civiltà antagonistica: passione militare, volontà di comando, astuzia politica e diplomatica, affabulazione e capacità di persuasione, relativismo etico 2, licenza sessuale (note sono le sue amanti: Circe, Nausicaa, Calipso ecc.), coraggio nell'affrontare le avventure, patriottismo 3 e senso di superiorità etnica, di stirpe 4, di civiltà, spirito di sacrificio 5, curiosità intellettuale 6, rispetto formale della religione. 

Ulisse in realtà non è mai esistito, se non nella fantasia di un redattore o di più redattori, che volevano convogliare in un individuo isolato quei valori che tutti insieme non realizzarono né avrebbero potuto realizzare alcun ideale sociale, di convivenza pacifica e democratica. 

L'Iliade infatti è il fallimento di una civiltà, quella micenea, rappresentata da una polis che vince un'altra polis, senza per questo migliorare il proprio destino, è cioè il simbolo dell'impossibilità di una coesistenza in nome degli ideali e dei comportamenti che furono di molti eroi troiani e greci e che in Ulisse si sommano stupendamente (sul piano artistico delle letteratura) in un'unica persona, che però appare come eroe isolato, i cui compagni di sventura sono soltanto delle comparse. 

L'Odissea è la sconfitta dell'Iliade, ma in forma sublimata, accentuando al massimo l'umanità di un eroe di carta, che nella realtà non può esistere, perché nessun uomo può essere tutte quelle cose insieme. Lo stesso Omero afferma che oltre il Peloponneso esiste solo l'irrealtà. 

L'Iliade infatti, trattando il tema della guerra in nome di un ideale di giustizia, suggeriva l'idea che entro certi limiti era possibile sospendere le esigenze della democrazia, in attesa della conclusione del conflitto. Ma l'Odissea è il tentativo di mascherare il fallimento di quegli stessi ideali vissuti in tempo di pace. 

Ulisse viene fatto vivere in una dimensione surreale proprio perché non sarebbe stato in grado di vivere un'esistenza normale, nella vita reale, nella prosaicità di una vita pacifica, senza conflitti sociali o bellici.  

La sua personalità è in fondo quella di un disadattato sociale, analoga a quella dei reduci militari di qualunque sporca guerra, di uno che non può avere amici che non siano i propri commilitoni, e che quindi andrebbe rieducato a una vita sociale normale, dedicata al lavoro, al rispetto delle regole di una convivenza civile. 

E' raro nella nostra civiltà, che nella sostanza rispecchia molti di quei valori omerici, nonostante i duemila anni di cristianesimo, vedere qualcuno criticare il mito di Ulisse, ovvero riprendere le critiche di Sofocle (Filottete) ed Euripide (Ecuba), e anche di Filostrato (Eroico), approfondendole ulteriormente.  

Eppure l'umanità di Ulisse è un inganno e dovremmo liberarcene, cioè non dovremmo lasciarci più sedurre dalla sua personalità accattivante, come lui non si lasciava sedurre dal canto delle sirene, perché Ulisse non è un modello da imitare, ma un cattivo esempio per chi vuole fuoriuscire dall'antagonismo sociale. Le sue disavventure non possono più indurci a giustificare il suo egocentrismo, il suo maschilismo, e tutte le debolezze connesse a questi vizi capitali, che dalla cultura della sua civiltà si sono introiettati nel comportamento della sua persona. 

Ulisse è un personaggio invivibile, è quello che ogni maschio vorrebbe essere e che se vi riuscisse renderebbe impossibile la vita di società. Egli rappresenta il tentativo di voler sopravvivere a se stessi, nonostante le contraddizioni impongano una svolta verso il recupero di una dignità umana autentica. 

Neppure Penelope è in grado di riconoscerlo (e come avrebbe potuto dopo dieci anni di guerra contro i troiani e dopo altri dieci di peregrinazioni?) e ha bisogno di un segno tangibile, che però, guarda caso, è un'altra prova di abilità: il letto scavato nell'ulivo, mentre a tutti gli altri dovrà dare l'ennesima prova di forza. Ulisse non viene riconosciuto come uomo, ma come artigiano e come militare. La sua personalità di uomo è da tempo scomparsa. 

Penelope è in fondo la vera eroina (anch'essa molto irreale) che ha sopportato per vent'anni l'egocentrismo del marito, solo che il suo atteggiamento non fa storia, o meglio, non fa il "romanzo d'avventura", non stimola la fantasia, non fa evadere nei sogni irreali. La sua figura non appare chiaramente come un'alternativa a Ulisse, ma piuttosto come una forma di ripiego.   

Ulisse torna a casa non perché vuole rivedere la moglie e il figlio, ma perché è stanco delle sue avventure. Torna a casa da vecchio, come se avesse bisogno di farsi compatire o perdonare. La strage dei Proci non è forse servita a tale scopo? Il suo modo di dimostrare la propria utilità è stato, ancora una volta, quello di usare le armi e seminare morte e terrore. S'è fatto perdonare e nel contempo ha fatto capire chi comanda di nuovo a Itaca: di tutti i pretendenti e molestatori di Penelope sono due personaggi minori avranno salva la vita. E così ha dato l'impressione d'essere tornato per rivendicare una proprietà minacciata, di cui moglie e figlio costituivano un mero accessorio 7. 

In realtà Ulisse non può essere riscattato dal suo ritorno in patria, dalla fedeltà coniugale affermata solo in ultima istanza, dall'amore dimostrato nei confronti di un figlio che è cresciuto all'ombra della sola madre. Non lo riscatta tutto ciò e neppure lo riscattano tutte le sue disavventure, che lui in fondo ha cercato per dare un senso alla sua vita errabonda, vana e vacua, e neppure il fatto ch'egli abbia dimostrato una indipendenza di giudizio nei confronti della religione ufficiale: Ulisse ha un atteggiamento troppo opportunista nei confronti degli dèi pagani falsi e bugiardi.  

La vita di un uomo non può essere riscattata dalle disgrazie che avrebbe potuto tranquillamente evitare, se avesse vissuto una vita più normale, o peggio dagli ultimi cinque minuti in cui l'ha vissuta, accanto alla moglie e al figlio, da vero marito e da vero padre, perché non saranno questi minuti a porre le basi per un senso alternativo di umanità. Non a caso una leggenda lo fa morire oltre le colonne d'Ercole, alla ricerca di nuove avventure e giustamente Dante lo condanna all'Inferno (canto XXVI), non solo come consigliere fraudolento, ma anche come uomo folle ed egoista che porta alla rovina i suoi compagni, raggirati col miraggio d'una conoscenza illimitata (che nella Commedia appare fine a se stessa, ma che nella realtà storica diverrà occasione di saccheggi e devastazioni coloniali da parte dell'Europa borghese).   

 

Caponata catanese  Ingredienti:Melanzane 8, peperoni gr. 800, pomodori maturi gr. 600,  cipolle grosse 2, sedano un mazzetto, aglio uno spicchio, olive bianche gr. 200, capperi gr. 50, basilico, aceto mezzo bicchiere, olio, sale, pepe. Preparazione: Tagliate le melanzane a dadi e friggetele in olio abbondante dopo averle tenute circa un'ora in acqua salata. Preparate una salsa di pomodoro con l'aglio e il basilico. Friggete a parte i peperoni tagliati a strisce con le cipolle affettate e appena appassiti, nell'olio rimasto in padella, rosolate le olive snocciolate, i capperi e il sedano triturato.Versate quindi nella salsa già pronta le melanzane, i peperoni e le cipolle, il sedano le olive e i capperi, lasciate insaporire qualche minuto a fuoco basso e sfumate con l'aceto. Correggete di sale e pepe e servite fredda.  

Ulisse deve smettere d'esserci simpatico. Uno che non ha imparato altro che a uccidere e mentire, uno che odia la cultura perché conosce solo l'uso della forza e dell'astuzia quando la forza non basta, uno che maschera dietro una serietà formale la propria superficialità, per quale motivo deve occupare un posto centrale nella cultura del nostro tempo e soprattutto nella cultura classica delle nostre scuole? 

 Per esempio: scannò Polissena, figlia di Priamo, sulla tomba di Achille per esaudire un desiderio postumo di costui. Una delle cose più vergognose che fece fu quella di far credere a Clitennestra che Achille voleva sposare sua figlia Ifigenia; invece ne aveva bisogno il padre Agamennone per sacrificarla ad Artemide.; Ulisse aveva un senso etico così relativo che quando ebbe necessità di trafugare i cavalli di Reso e il Palladio, promise al soldato troiano catturato, Dolone, un'alta ricompensa se li avesse aiutati, ma subito dopo aver ottenuto quanto cercava chiese la testa di Dolone e le sue spoglie le appese alla prua della sua nave. Nella stessa occasione, quasi pugnalò a tradimento il compagno Diomede, che era riuscito a mettere le mani sul Palladio prima di lui. Tuttavia Ulisse quando si trattò di entrare in guerra contro Troia, onorando così lo stesso patto che lui aveva richiesto di firmare, si finse pazzo, e mentre stava arando la sabbia, Palamede tolse dalle braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo adagiò davanti all'aratro, costringendo Ulisse a fermarsi. Fu in quell'occasione ch'egli promise di vendicarsi di Palamede, riuscendo a farlo lapidare proprio durante la guerra troiana, dopo averlo fatto passare per un traditore (cfr Filostrato, Eroico). A dir il vero esiste una versione sulla nascita di Ulisse che vede non in Laerte ma in Sisifo suo padre, il quale, per vendicarsi dei furti di bestiame che subiva da parte del nonno di Ulisse, Autolico, violentò la figlia di quest'ultimo, Anticlea, mettendola incinta. Fu proprio Autolico che mise a Ulisse il nome di Odisseo, che in greco significa "l'odioso". Però volle a tutti i costi le armi di Achille, che invece sarebbero dovute spettare ad Aiace Telamonio, che era riuscito a trascinare il corpo e le armi di Achille dietro le linee. Aiace, umiliato da Ulisse, impazzì e si suicidò. Attenzione che in Ulisse la curiosità intellettuale non coincide propriamente con l'esperienza culturale. Ulisse è refrattario alla cultura (p.es., fece di tutto per eliminare Palamede, figlio di Nauplio, molto più colto e geniale di lui). Non dimentichiamo che Ulisse voleva sposare Elena, messa all'asta da suo padre Tindaro, e che sposò Penelope solo perché squattrinato. Fu in quell'occasione che chiese a tutti i principi Achei di firmare un patto di alleanza per difendere l'onore di Elena anche dopo il matrimonio; e da qui nascerà, formalmente, la guerra di Troia.

http://www.homolaicus.com/storia/antica/grecia/ulisse/ulisse.htm

 

 

 

Brevi accenni sul borgo. Famosissimo fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.

L'immane colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura che forma oggi un delizioso golfo.

Lo splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico chiamato Ognina.

Già nota agli storiografi antichi, era  così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati, di conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale etnea.

E’ necessario distinguere tra l’antica Ognina e quella nuova. Il suo non è un nome proprio ma un nome comune: da Lògnina o Longone, un termine che indicava i porti provvisti di pietre forate per l’approdo delle navi. I Longoni erano le bitte d’ormeggio delle banchine portuali, infatti troviamo Ognina a Siracusa, in Sardegna e all’Isola d’Elba.

L’Ognina di Catania era chiamata Porto Ulisse (o calcidico). Un grandissimo porto costruito dai Calcidesi nel VIII sec. a.C. che poi subì altre occupazioni fra le quali quella dei greci di Gerone e quella dei Romani.

Porto Ulisse costituiva lo scalo ufficiale dell’antica Katane. La sua felice posizione geografica lo faceva punto d’incontro quasi obbligato delle vie marittime mediterranee. Poteva contenere quasi 250 navi ma scomparve sotto l’eruzione lavica del 1381. Quel che è rimasto del grande Porto Ulisse (oggi sepolto sotto il lungomare di Catania) e che arrivava fino alla zona del Gaito, è l’attuale porticciolo di Ognina.

Virgilio, nell’Eneide, ce lo descrive ampio, dal calmo specchio acqueo interno e dalla imboccatura ridossata dai venti di traversia: "Portus ab accessu ventorum immotus et ingens ipse".

Aveva anche un porto ausiliario ad Agnone, sito all’inizio della piana di Catania. I terreni della Piana, per i loro pregiatissimi prodotti erano chiamati dai greci Elysia perché paragonati ai mitici campi Elisi, i giardini di eterna primavera e di infinita delizia riservati nell’oltretomba ai giusti. I Romani, per far risaltare di più il loro dominio in quella zona prosperosa (chiamata Horreum Romae – "Il granaio di Roma"), premisero l’aggettivo "latia" (da latius che significa "appartenente ai latini") sicchè quella denominazione si mutò in "Latia Elysia". Il passaggio da Latia Elysia a La Zia Lisa fu facile. Oggi indica la zona d’inizio della Piana di Catania.

Nella zona di Lognina scorre un fiume antichissimo, il Longane, che scaturiva dalle colline di Santa Sofia, passando per Cibali e nei sottosuoli ricchi di acqua, la cui abbondanza è confermata dal nome della vicina località ogninese "Nizeti", derivante dal greco "nizo" che significa lavo. Ad Ognina il fiume arriva ancor oggi con vere risorgeze sottomarine facendoci ricordare la sua perenne presenza, seppur nascosto  dall’eruzione del 1381. La denominazione della vicina zona Acque Casse deriva da Acquae cassae (che significa acque coperte) testimonia la presenza del grande pozzo naturale che si è venuto a creare a seguito delle colate laviche che coprirono il fiume.

La vecchia Lognina partiva dalla Porta di Aci (l’attuale Piazza Stesicoro), dove finiva la città e arrivava fino all’attuale porticciolo. Poi i confini di Catania si estesero oltre la Porta di Aci invadendo Lognina e a ricordarne l’antico sito rimase soltanto il nome di una strada detta anche oggi Via Vecchia Ognina, che arriva fin quasi alla chiesa di S. Maria di Betlem, allora punto di confine con la città, unica strada catanese a non essere retta e dal suo percorso si capisce che era una linea di confine tra due zone.

 

"San Silvestro a mare", gara di nuoto nelle acque del Golfo di Ognina (31 dicembre)

L'ungherese Andreas Garady si e' aggiudicato la 46/a edizione della 'San Silvestro a Mare', la storica nuotata di fine anno a Catania. Al secondo e terzo posto due abilissimi nuotatori: Andrea Di Salvatore e Francesco Malato. L'edizione 2005, che ha visto la partecipazione di 133 nuotatori, e' stata dedicata a Chico Scimone l'ultranovantenne catanese scomparso il 9 aprile scorso e in passato punto di riferimento per l'ultima nuotata dell'anno.

La San Silvestro a mare è una gara internazionale di nuoto che si svolge ogni anno il 31 dicembre a Catania, presso il porticciolo storico di Ognina. La gara vede partecipanti di ogni fascia d'età e di varie nazioni (soprattutto l'Ungheria: quattro hanno vinto altrettante edizioni negli anni ottanta-novanta). Tra i partecipanti, si ricorda l'ex ct del Settebello, vincitore dell'edizioni 1979. Nel 2002 partecipò per l'ultima volta Chico Scimone, di 91 anni.
Questo è l'elenco dei vincitori anno per anno:1960 Salvo Faro; 1961 Rita Giarrusso; 1962 Lallo Pennisi; 1963 Lallo Pennisi; 1964 Gaetano Garozzo; 1965 Armando Maugeri; 1966 Sergio Alibertini; 1967 Nicola Gaspari; 1968 Sergio Alibertini; 1969 Salvatore Gangemi; 1970 Armando Gangemi; 1971 Sergio Alibertini; 1972 Valerio Anzon; 1973 Antonio Arrigo; 1974 Carlo Scuderi; 1975 Carlo Scuderi; 1976 Salvo Scebba; 1977 Carlo Scuderi; 1978 Carlo Scuderi; 1979 Alessandro Campagna; 1980 Adolfo Veroux; 1981 Adolfo Veroux 1982 Adolfo Veroux; 1983 Alfonso Musumeci; 1984 Alfonso Musumeci; 1985 Carmelo Cacia; 1986 Alfonso Musumeci; 1987 Carmelo Cacia; 1988 Carmelo Cacia 1989 Tibor Kiss; 1990 Francesco Malato; 1991 Francesco Malato; 1992 Gabor Szabo; 1993 Davide Scavuzzo; 1994 Marco Conti; 1995 Francesco Malato; 1996 Marco Conti; 1997 Tamas Bessenyei; 1998 Tamas Nitsovits; 1999 MArco Conti; 2000 Francesco Aldisio; 2001 Gabriele Paratore   -   2006 Aurelio Scebba.

Aurelio Scebba vince la S. Silvestro trent'anni dopo il trionfo del padre. 

Il pallanostista della Sp Energia ha preceduto Toth e Di Salvatore al "Tuffo a mare e corsa".
"Papà ce l'ho fatta". Trent'anni dopo il successo di Salvo Scebba, il figlio Aurelio iscrive il suo nome nell'albo d'oro della "San Silvestro a mare". Il successo del pallanotista della Sp Energia Catania, appena 20 anni, spezza il dominio ungherese delle ultime edizioni e si riempie dei colori della passione per una tradizione tramandata da padre a figlio e raccolta davvero a pieno.
Alla prima partecipazione, quindi, Scebba è andato con un treno. Ci teneva troppo a mettere in bacheca accanto alla coppa del padre, vinta nel '76, quella sua, riuscendo a riportare il successo
della gara assoluti a Catania, battendo Toth e Andrea Di Salvatore, secondi a pari merito.
Alla San Silvestro, però, l'importante è esserci. Da non mancare. La cartolina più bella arriva proprio da lì, dal porticciolo di Ognina, perché alla cavalcata di Scebba va senz'altro premiata la voglia del pubblico catanese di non perdere l'appuntamento con il tuffo di fine anno e di non lasciare soli i protagonisti dell'edizione numero 47, regalandogli quel calore, che le acque gelide non certo regalano. Anche se la giornata è splendida.
La cornice di pubblico è da immortalare, davvero speciale, da custodire nell'album dei ricordi della corsa, organizzata da Lallo Pennisi. La sua passione non ha fatto altro che travolgere tutti in questi anni.
Pennisi descrive in una brochure le storie di protagonisti di oggi e del passato e le trasmette al popolo della "San Silvestro a mare", forse proprio per fare capire che dietro ogni singolo partecipante della San Silvestro (domenica scorsa erano ben 130) si nasconde una storia speciale. C'è chi rinuncia alle gite di fine anno, c'è chi rinuncia ai cenoni fuori porta.
C'è chi ha ormai instaurato un rapporto speciale con quelle acque, tanto da rinnovarlo da 30 edizioni. Tutto senza regole. In un incrocio tra sport e poesia che non può non emozionare.
La Sicilia 2.1.2007

 

 

 

Sul nome del quartiere del Rotolo ad Ognina, descritto anche da Verga ne I Malavoglia, alcuni sostengono che sia dovuto a un dipinto che raffigura una Madonna che tiene in mano una bilancia che raggiunge un rotolo di peso (trovasi attualmente all’angolo tra Via Messina e Via Galatioto). Ma che il nome sia stato originato dal Rotolo delle Sacre Scritture è confermato da Jacomo Saba "un antico tempietto di Santa Maria del Sacro Rotolo, da alcuni creduta della Lettera dei Messinesi, nei pressi dell’Abbazia brasiliana Santa Maria di Lognina". Insomma, la Madonna teneva in mano le sacre scritture. Tra Via Calipso e Via Ginestra emergono tuttora i ruderi di quel Tempietto, che venne eretto in onore di Sant’agata quando le sue reliquie, arrivate da Costantinopoli, furono date in consegna al Vescovo Maurizio proprio in quella zona.

Durante la guerra dei Vespri, più volte il mare di Lognina conobbe le vicende degli urti fra i D’Angiò e gli Aragona. I grandi ammiragli catanesi Ruggero di Lauria e Artale Alagona si distinsero per valore e strategie ed a loro venne intitolato il lungomare catanese, un tempo teatro delle loro vittorie navali in difesa dei catanesi.

Ad Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion, che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della chiesa.

Il popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.

Come funzionava la torre? Le sentinelle delle garitte in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra sulle lave di Piazza Europa, (le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai state perché furono costruite per difendersi proprio da loro), quando avvistavano i galeoni musulmani che si avvicinavano alla costa , attraverso una torcia accesa davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i quali, a loro volta, lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.

Il suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del Duomo di Catania. Quindi, da tutti i quartieri della città  era un accorrere di gente per apprestare la più tenace difesa alla loro terra.

Dopo l’eruzione del 1669 Lognina esisteva ancora grazie all’opera di ricostruzione del Duca di Camastra, del Duca Uzeda e della Famiglia Mancini Battaglia, ai quali è intitolato lo spazio antistante il porto.

Oggi rimane solo il porto, che insieme al porticciolo peschereccio di Guardia Ognina - San Giovanni Li Cuti, sono posti incantevoli della scogliera cittadina.

Il porticciolo di San Giovanni Li Cuti è un piccolo gioiello incastonato nel golfo e quello antichissimo di Ognina un ritrovo per i buongustai del pesce, che vanno a comprarlo appena pescato. Famoso anche perchè comprende quella spiaggetta sempre ripresa dalle TV nazionali che fa vedere i primi bagni degli italiani.  E' uno dei tratti della costa più belli ed affascinanti, ove il nero della costa lavica spicca nel contrasto con l'azzurro vivido del mare e del bianco delle onde.

Ognina, la scogliera in cui tutto parla di Ulisse e di Sirene: dal nome delle strade, dai luoghi, dalla sua storia, dal suo mare, dal suo profumo più incantevole del canto delle sirene. Io la definisco  la "vasca da bagno degli Dei", in cui tutti prima o poi rimangono stregati, affascinati e incantati. E' come la maga Circe, ti seduce e ti ammalia fino al punto di non accorgerti di baciarle le onde, fino ad annegare.

(Mimmo Rapisarda)

 

Palme e chioschi sul lungomare vero. (Venerdì di Repubblica del 30.7.04) Musica, cocktail e sport.......... Anche a Catania, che il mare ce l'ha, eccome, sono state create aree "artificiali" di svago, sport e relax. Lungo il viale Kennedy, in pieno centro, troviamo la Playa, una spiaggia di sabbia fine e bianca con palme e chioschetti, aree sportive e spazi con la musica. Proprio come le spiagge metropolitane, ma qui, alla fine il mare c'è davvero. Anche in questo caso i vari beach bar la sera si trasformano in locali dove si beve e si ascolta musica. La Cucaracha, il camping internazionale e le Capannine, sono i più e meglio frequentati.

In Piazza Europa ancora una zona centralissima è stata creata una piattaforma sulla scogliera con bar e docce, frequentata da catanesi in pausa pranzo, giusto fuori dalla porta dell'ufficio. San Giovanni Li Cuti è un'altra piccola spiaggia sempre in centro città, con beach bar per aperitvi.

 

 

La "Chiesa di Lognina", centro locale di grande importanza non solo per l'organizzazione della festa, è un santuario mariano da pochi anni. Non molto grande e costruita per la prima volta nel 1308, fu poi ricostruita dopo il terremoto del 1693, che distrusse Catania. Si affaccia su Piazza Ognina, di solito affollata dalle barche lasciate lì a riposare, tra un pilastro e l'altro del ponte in cemento armato sovrastante. Uscendo dalla Chiesa, zigzagando tra le barche e passando sotto l'alto ponte, che è poi una grossa strada, a destra e a sinistra si vedono grandi murales che sovrappongono colorate immagini del mercato del pesce al grigio del cemento. Subito dopo il piazzale, si apre la baia dove sin dall'epoca romana sorge il porticciolo, dedicato a Ulisse. Nel luogo dove ora sorge la Chiesa, un tempo d'era un tempio dedicato ad Atena. Il porto Ulyssis era il porto naturale di Catania e pare che riuscisse ad ospitare allora fino a 300 navi. Poi nel Medioevo un'eruzione dell'Etna ha ridotto le dimensioni del porto, ma non l'attività della pesca.

Per secoli, prima dell'espansione della città di Catania, il Borgo era isolato e relativamente lontano dalla città; era un'autonoma entità urbana e i nomi delle strade lo dimostrano: via Calipso, via del Tritone, via dei Delfini. La gente del luogo sente fastidio per l'indifferenza pluridecennale dell'amministrazione catanese che, a loro parere, rischia di causare la rovina delle bellezze del luogo. E lo dimostra comunque al visitatore la presenza di quella strada in cemento armato. Da alcuni anni la parrocchia ha promosso associazioni e comunità che cercano di correggere gli errori dei piani regolatori generali, di aumentare il verde pubblico e di rilanciare il porto anche a scopi turistici. Sull'acqua bassa e calma dell'insenatura d'inverno si vedono solo le barchette a remi in legno, bianche, rosse e azzurre che, ormeggiate al molo, si muovono appena alla lieve corrente. C'è anche qualche yacht, ma solo qualcuno. D'estate invece vengono montati anche i pontili per i motoscafi. Accanto a questo porticciolo di piccole barche, c'è il molo per i pescherecci da pescespada e tonni. E in fondo, a sinistra, oltre i palazzi e le case immersi nel verde e nel sole, gigantesco il Vulcano, l'Etna.

(Viviana Mazza)

 

   

 

Un museo del mare sempre più famoso Mare in Italy ha scoperto ad Ognina (Ct.) il meraviglioso “Museo del Mare“ antico scalo marittimo di Catania detto anche il “Porto di Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una tremenda colata lavica.

Il Museo è diviso in varie sezioni tutte molto interessanti, si inizia con la parte archeologica comprendente reperti di una nave romana naufragata nella zona di mare prospiciente Ognina, per proseguire poi visitando la parte in cui sono esposti attrezzi tipici della pesca, donazioni dei pescatori locali, per finire con la sezione nella quale si trovano reperti naturalistici.

Il bilancio dei primi tre anni di vita del museo e le intenzioni per i prossimi anni sono stati illustrati dal Sindaco Umberto Scapagnini e dagli assessori al Commercio e Turismo ma in particolar modo da chi ha fortemente voluto questa interessante struttura, padre Antonio Fallico e i responsabili dell’Associazione S. Maria di Ognina.

L’intenzione, è stato ribadito, è quella di fare del museo un importante strumento di apprendimento utile a tutte le fasce di età e cultura nonché naturalmente grande attrazione per tutti gli amanti del mare, facendo uso anche di tecnologie multimediali che riproducano l’ambiente marino reale.

Altro proposito è quello di incontrare alunni e fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino sia con la visita al museo sia direttamente con uscite in barca.

Il sindaco ha anche riferito di un piano per la realizzazione di un Parco del Mare, una specie di acquario gigante di cui la parte formativa sarebbe ospitata nel Museo di Ognina. (Luca Coccia)

 

Litterio al Luna Park del lungomare

L' altro giorno, sig. La Rosa, ddu zzaurdu di me cucinu Affio si nni nesci ca ni nn'havimu a jri all'una park!

"Bestia" ci dissi "bestia chi ci jemu a fari all'una park ca già sunu i setti i sira, u dici a stissa parola ca si cci a jri a l'una"

"no”  mi dissi iddu, “dda si cci po jri macari e setti'. "bestia"  ci dissi iù  allura u chiamamu setti park,

 "no” mi dissi iddu  "quello si chiama luna tutta una parola, tutto ioncioto luna, senza l'apostolo.

'Nzomma, sig. La Rosa, mi hanno portato 'e setti all'una park, eromo il sottoscritto, CIIICCCIIUUU, Fulippo "peri peri" e ddu zzaurdu di me CUCINU AFFIO, e abbiamo venuti a Catania, a Ognina, alla piazza dell'ammogghio .... dell'arrotolo, do Rotolo, vah....

Miiiili  e chi c'era di cristiani! C'era una folla .... Proprio, chinu chinu di picciriddi, picciriddi ca currevunu, mammi c'assicutavunu i picciriddi ca currevunu, picciuttazzi c'assicutavunu i mammi c'assicutavunu i picciriddi ca currevunu... Era insomma un fuggi fuggi ginirali.

Appoi i giostri, i bancarelli, il tiro inzegno ... ca è praticamente: tu spari n’fino ca non t'insigni ... non t'insigni a sparagnari i soddi inveci di spinnilli in minchiati. Ddocu Fulippu peri peri avvicinandomisici mi dissi: "Madonna chi cunfusioni, mi staiu scantannu ca ni pirdemu"; "ma comu ti perdi tu, ca c’hai questo radari segnalatore fetaiolo di peri morti!!!" Ca questa estate, sig. La Rosa, ce ne siamo andati in campeggio col treno, sopra il vagone si livau i scarpi... appunu a ricoverare tutto il vagoni per avvelenamento al sangue con dasgnosi preservata!

A un certo punto abbiamo visto come una specie di treno ca però camina ndell'aria del cielo... C'era scritto OTTOVOLANTE, noi eromo quattro e non ci pottimo andare; caminando caminando abbiamo visto come una specie di palazzo tutto bello infiorato ma sempri a tipo di giostra e c'era scritto TUNNEL DELL'AMORE; ndella biglietteria si presentau CIICCIIUUU, I' impiegato u taliavu un pocu curiuseddu, ppoi mi fa "prego, signora, si accomodi" .

"a mia signora?”  ci dissi iù  “comu si permettii?' . "ah mi scusi "  mi fa iddu  “Forsi sognorina!"

Iù nda me testa dissi ma chistu che cosa vuoli diri??? Forsi picchi Cicciu havi quel vizietto, ci sembra ca macari sugnu di l'autra sponda.

Comunqui, pi non fari discussioni, u lassai perdiri e trasemu in questo tunnel dell'amore. Acchianamo nda una barchetta ca appoi passavamo del lago, canale.

CIICCIIIUUU si vosi mettiri con me, era una barchetta a 4 posti, l'autri due posti ci acchianaro n'autri due masculi che io non conoscevo, ddocu visti che all'ingresso di questo tunnel c'erano fremmi na pocu assai di individui strani e ntisi un ciauru di mari e pensai forsi è perché siamo vicino al mare delungomari. Ad ogni modo abbiamo partiti con questa specie di barchetta, prima c'erano i lampioni belli grandi che facevano bella luci, poi i lampioncini belli piccoli, poi sempri cchiù nichi quasi al buio e ddocu iù ntisi una voci ca faceva "Beeddu, beeddu ‘cchi capiddi rizzi, lo sai ca sei cchiù beeddu do signor La Rosa?" e sintevo come dei pallini di carta ca mi arrivavano ndo coddu; mi stavo accomincianno a siddiari, e ci facevo "carusi finemila picchì vi abbio ammollo" e chiddi nautra vota "Bedduuu... Beddu, e chi capiddi rizzi, lo sai che sei cchiù intelligenti del signor La Rosa?" e mi arrivavano autri pallini di carta nda testa;

Ddocu iù mi siddiai, in quel momento priciso arrivamu ndel punto del tunnel ca era o' scuru completo e io non ci visti cchiù di l'occhi quanno 'ntisi una mano ca si appoggiava ndella mia spalla o scuru; iù dissi chista m'a vogghiu vidiri tutta e pinsai: sicuramenti sarà un ladro bossaiolo, e intanto dda manu scinneva verso i sacchetti dè causi e iù ddocu capii ca mi voleva furtiri u portafogghiu chi sordi, e mi priparai!

Ero teso e all'improvviso in quello scuro ca si pizziava ntisi a manu ca avevo sopra il petto ca di botto s'avvicino' ai sacchetti, scinnivu verso a panza “ma chistu” dissi nda me testa  “e chi ci paru babbu?” Io ero pronto ppi bloccari i sacchetti di causi; comu a mano si sollevavu iù u capii, dissi "nde sacchetti si stà abbiannu", e mi chiantai in contemporaneo velocissimo i manu ndei sacchetti, e il ladro borsaiolo cchiù lesto ancora di mia mi acchiappau di sotto nei paesi bassi.

Iu ddocu chiantu m’pugnu ccu tutta a me forza... dissi... ora ci fazzu cascari a manu!... il ladro cchiù lesto ancora si livau a manu e .... ntisi un dolore di l'autra munnu... ittai una schigghia ca si 'ntisi oltre mare nei Foracoglioni da Trizza...

Chiddu non era ladru di sordi, era latru di carni... Na vota ca si visti scoperto il ladro ittò un sauto e scappò. Ciiicciuu, per prendere le mie offese cercò d'acchiappallu, si alzò... la barchetta si abbuttò di lato,... Cicciu persi l'equilibrio e cascò 'ndell'acqua, io ci gridai "disgraziato ma chi ti pari il momento di fariti il bagno? e intanto iddu faceva..."glu... glu..." si stava anniando.

Io signor La Rosa, arristai rimminchilonito, pinsai "ma come, un puppu ca non sapi natari?' e subito u trascinai vicinu a banchina del canale; si avvicinaru i cristiani e siccome aveva pigghiato acqua assai ci ficiru a respirazione artificiale; iddu veramente vuleva fatta a respirazione bocca a bocca, ma quelle ci ficiro a respirazione artificali, quella coi bracci all'aria, così accuminciau a jittari acqua da vucca... Ittò quasi trecentoquarantacinquelitri di acqua, cchiù acqua ittava e cchiù acqua tirava, era un mistero!!!

Ci vosi menz'ura ppi capiri picchì... aveva u culo a moddu!!!

 

Di recente in una grotta spagnola, chiamata Gran Dolina, sono stati scoperti dei reperti che, studiati, hanno portato il paleontologo Eduard Carbonell ha dire che "erano cannibali i primi europei".
Poiché - ha ribadito il paleontologo - questi resti sono tra i piu antichi tra i nostri progenitori, possiamo affermare dire che siamo discendenti di cannibali".
Tra i popoli che in Europa hanno praticato il cannibalismo c'è stato quello dei Lestrigoni, che secondo diverse teorie, che oggi hanno trovato un riscontro, abitarono nell'età del bronzo (2000 a.C.) la località di Valsavoia, territorio di Lentini.
Ad ipotizzare che i Lestrigoni fossero un popolo realmente esistito fu lo storico Sebastiano Pisano Baudo, nato a Lentini nel 1840. Uno dei capi dei Lestrigoni fu Antifate, personaggio omerico che viene menzionato nell'Odissea, allorché Ulisse nel suo peregrinare lungo il mare Mediterraneo approda nella Lestrigonia, terra abitata da un popolo antropofago.
Ed Omero, a tal proposito narra di un compagno di Ulisse che fu divorato dal re Antifate. In epoche successive i Lestrigoni, sempre secondo l'ipotesi di Sebastiano Baudo si sarebbero evoluti e si sarebbero chiamati Sicani che, oltre alla pastorizia, si sarebbero dedicati all'agricoltura.

 

 

 

La ricostruzione di Sebastiano Pisano Baudo, però, non era supportata da alcuna evidenza archeologica o storiografica, e ben presto fu ritenuta destituita da fondamento.
Altri archeologi nel secolo scorso, fra cui Paolo Orsi e Luigi Bernabò Brea , tentarono, con i loro scavi archeologici a Valsavoia, località che si estende sulle basse colline di roccia calcarea, nelle vicinanze del Biviere di Lentini, e precisamente nei pressi della masseria Cattivelle, di rinvenire qualche reperto che potesse confermare la presenza dei Lestrigoni in quel territorio. Non ci riuscirono.
Soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso, come ricorda Francesco Valenti, direttore del museo archeologico di Lentini, durante alcuni scavi in Valsavoia eseguiti dall'archeologo Umberto Spigo, attuale direttore della sezione archeologia della Sovrintendenza ai Beni culturali di Catania, venne rinvenuto quell'anello di congiunzione per dimostrare che questa zona della Sicilia fu abitata dai Lestrigoni, popolo antropofago.
Questo anello di congiunzione tra la località Valsavoia e i Lestrigoni è dato dal rinvenimento di un tipo di ceramica della facies Vallelunga, sito archeologico della provincia di Caltanissetta. In questo sito, come fa rilevare l'archeologo Francesco Valenti vennero rinvenuti da un gruppo di archeologi, caso unico sino ad ora in Sicilia, una serie di teschi umani, disposti in cerchi, lungo il perimetro di
una capanna. Inoltre, altri teschi erano ammonticchiati in un'area dove doveva, verosimilmente, sorgere un villaggio.
I dati archeologici contenuti in uno studio che venne presentato durante un convegno svoltosi a Palermo, hanno escluso che si potesse trattare di sepolture. Mentre, era evidente che quei teschi venissero utilizzati, così come avviene tra i cacciatori di teste del Borneo o di altre aree dove tuttora si pratica il cannibalismo, per uso magico e ornamentale.
Una specie di culto proprio di un popolo antropofago. Se il popolo che abita la zona di Vallelunga era antropofago, era anche antropofago il popolo che abita Valsavoia. Ad unire la località del Calatino a quella del Siracusano c'è il tipo di ceramica che è stata rinvenuta in entrambi i siti archeologici. Alla luce di questa scoperta vengono in mente i Lestrigoni ed i racconti omerici sui popoli antropofagi della Sicilia. Infatti, se molti reperti archeologici di ceramica della cultura di Vallelunga, si associano a quelli della cultura dei Lestrigoni diventa piu di un'ipotesi che la città degli antropofagi dalle larghe porte, di cui parla Omero nell'Odissea, sia localizzata nell'area del Lentinese di Valsavoia, unico sito tra quelli conosciuti nella zona del Siracusano ad averci restituito ceramiche della facies culturale di Vallelunga.
PAOLO MANGIAFICO (Lasicilia.it)

 

 

Al dio del fuoco erano accomunati i demoni Paliki suoi figli, nati dall'unione con l'Etna, i santi gemelli protettori degli oppressi, invocati dagli indigeni nella lotta contro i Greci invasori e poi contro i Romani dagli schiavi e dalle plebi. Nel sacro recinto i due numi davano rifugio ai perseguitati, tutelavano la santità del giuramento e si invocava il loro aiuto nei tempi di carestia. In analogia con quanto avveniva nei Delli ribollenti di Naffia a Palika, nel tempio di Santa Sofia si praticava il culto ordalico, in cui le divinità ctonie infliggevano il castigo della cecità agli spergiuri (Diod. XI, 80) per virtù dell'acqua che zampillava da una fonte posta alla sorgente del Lòngane e che proprio da questo poggio dava corso al fiume che aveva foce nel golfo di Lògnina.

La qualità di «salvatori» dei due santi legati ai fenomeni lavici ha finito col generare la mitica impresa dei Pii fratres dando concretezza al mito riguardante un miracolo operato nella gioventù della loro vita terrena. Col propagarsi della leggenda dai Siculi ai Sicelioti anche i loro nomi cambiarono, emigrando da una contrada ad un'altra, e nomi diversi finirono con l'assumere a Siracusa e altri ancora in altri luoghi dell'Isola. Narra la leggenda che nel corso di un'eruzione dell'Etna, verificatasi in epoca arcaica, forse quella del 693 a.C. che aprì una bocca nel Campus Piorum a nord ovest di Catania, i pii fratelli Anfinomo e Anapia trassero in salvo i propri genitori portandoli sulle spalle attraverso la colata lavica che, al loro passaggio, si apriva creando un corridoio. La venerazione che essi godettero a Catania e la loro effige impressa nelle monete, dimostra e conferma il culto dei Paliki presso gli Etnei, potendosi supporre che il cosiddetto Campus Piorum altro non fosse che il recinto sacro del santuario di Adranos, dove non è da escludere del tutto che abbia potuto accogliere un cippo, dai sacerdoti mostrato come luogo di sepoltura dei Fratres. Nel toponimo campiu, dato dal volgo al colle di Cifali fino a pochi anni addietro, fusione dialettale di Campus Piorum, trova conferma la tradizione sacrale del luogo, quantunque nella memoria popolare se ne sia perduto il reale riferimento.

Più tardi i Siceliotí finirono con l'assimilare Adranos con il loro dio del fuoco Hephaistas, il quale si manifestava presso i vulcani, protettore di tutte le artì meccaniche e di quelle che avevano nel fuoco il loro elemento base. L'artefice insigne, «maestro ai mortali, che prima entro spelonche, a guisa di fiere vivevan pei monti», come recita l'inno omerico, aveva sede abituale nell'Etna, ove insieme con lui lavoravano i Ciclopi. A causa dell'efficacia che il vulcano ha sulla fertilità dei terreni circostanti, in gran parte coltivati a vigneto, veniva associato a Dionisio, dio del vino. Sicché alle orge erotiche connesse con i misteri della metallurgia, in cui veniva eseguita la danza 

 

'a Norma Ingredienti: Magliette di maccheroncino gr. 600, pomodoro per salsa kg. 1, melanzane 4, basilico un mazzetto, aglio 2 spicchi, ricotta salata gr. 100, olio, sale, pepe. Preparazione: Spellate il pomodoro e tagliatelo a pezzetti togliendo i semi e mettendo da parte il succo. Soffriggete in padella l'aglio con olio abbondante, aggiungete il pomodoro e appena sarà bene appassito allungate col succo, condite con pepe e sale e lasciate insaporire per qualche minuto. Spento il fuoco versate nella salsa una manciata di basilico, possibilmente quello con le foglie piccolissime. Friggete a parte le melanzane tagliate a tocchetti, dopo averle tenute per circa un'ora in acqua e sale. Quando avrete pronta ogni cosa, lessate la pasta, scolatela al dente e conditela nella zuppiera con la salsa e le melanzane. Completerete la pietanza versando su ogni piatto un bel cucchiaio di ricotta salata grattugiata.  

zoppicante della pernice in onore del dio Hephaistas zoppo, s'abbinavano i baccanali dionisiaci per affermare la superiorità del vino inebriante sopra ogni altra bevanda. Euripide ricorda come in onore di Hephaistas si celebrassero gare podistiche con fiaccola in mano; manifestazione che si ritrova nella festa di sant'Alfio nel centro vinicolo etneo di Trecastagni, dove nella corsa dei nudi che recano torce al santuario dei tre martiri è da rintracciare un frammento dell'antica sagra della vendemmia così come la solennizzavano i coltivatori sicelioti. Del resto glì stessi miracolosi santi patroni sembrerebbero essere una trasposizione cristiana dei Paliki, giacché l'autenticità del terzo, san Filadelfio, non va immune da gravi sospetti, avendo egli tutta l'apparenza di un epiteto trasformatosi in persona. Né diversa origine hanno Gisliberto e Goselino, gli armigeri bizantini che compirono l'impresa santa del trafugamento delle reliquie di sant'Agata, portandole da Costantinopoli a Catania.

In occasione dei baccanali ad Hephaistas, le vendemmiatrici siceliote accompagnavano il ritmo cadenzato dei pigiatori con movimenti frenetici della persona e urla sfrenate. I vignaioli col viso imbrattato di mosto e celato sotto maschere grottesche, inscenavano rustiche rappresentazioni cantando inni in onore del dio. Sulle vigne e nei palmenti spesso si disputava il cottabo, consistente nel lanciare in aria il vino da un boccale a facendolo ricadere nello stesso recipiente. In epoca alessandrina la comunità isiaca di Catania al seguito della principessa Teoxena, solennizzava i riti metallurgici sostituendo ad Hephaistas il dio egizio Ptah, creatore ed artista,patrono degli operai e degli artigiani. Un frammento marmoreo di naoforo d'epoca romana, rinvenuto anticamente in città, ne conferma il culto e le solennità.   (Luccjo Cammarata)

 

 

Nella parte meridionale dell'abitato sono state individuate opere di fortificazioni megalitiche in tutto simili a quelle rinvenute al Mendolito, poste a difesa dell'insediamento nel punto in cui l'Amenano sboccava in mare. La dedalica costruzione consisteva in tre filari di grossi blocchi calcarei collocati a secco per una lunghezza d'una ventina di metri, poggiata sulle alluvioni di spiaggia del Mongibello recente, ed innalzata sul lato sud occidentale della foce, corrispondente all'attuale via Zappalà.

Gemelli, nell'aria dell'Indirizzo, punto in cui il fiume faceva un piccolo porticciolo riparato dai venti, ed appunto per questo necessitoso di una sicura difesa in quanto più esposto alle possibili incursioni esterne, principalmente da parte dei pirati micenei e nordafricani e degli schiavisti che già razziavano nel Mediterraneo. Queste difese furono mantenute e migliorate dai colonizzatori greci ed assolvettero la loro funzione di riparo fino a metà Cinquecento, epoca in cui vennero totalmente ristrutturate per ordine vicereale di Juan de Vega, il quale, per timore delle incursioni barbaresche  impose alla città il pesante onere di conchiudere prontamente la cortina. Fu in questa occasione che vennero costruite le garitte d'avviso lungo il litorale che va da Porto Ulisse alla scomparsa punta di Sciara Biscari, delle quali rimangono presentemente due esemplari impiantati sopra la colata lavica del Rotolo.

Al di là della ciclopica fortificazione, un tratto di lastricato lavico d'epoca imprecisabile, inciso da profondi solchi longitudinali, indicava un antichissimo sito sparso alla foce dell'Amenano. Lo Spirito di questo torrentello era onoratissimo dagli Etnei, che a sentir Claudiano lo ritenevano uno dei geni al seguito di Persefone nell'ascesa dall'Avemo. La spiegazione sta nei suoi eccessi di magra, in taluni periodi prolungati, per poi irrompere con furia improvvisa straripando nei terreni all'intorno e fertilizzandoli dei detriti trascinati per oltre 60 miglia di misterioso tragitto, fluttuando sotterra senza potersene localizzare né il corso né la sorgente. Un circuito sacro bagnato dalle acque benefattrici prossime alla foce, può immaginarsi collegato fin d'allora strettamente con la vita religiosa e sociale della tribù, che in esso purificava l'impurità fisica con bagni e riti lustrali. Recinto divenuto in epoca imperiale romana un vastissimo complesso termale, impropriamente nominato Terme Achilliane, sopra il quale poggia in parte l'ecclesia munita di Ansgerio.

 

Maccu. Ingredienti:Fave fresche grosse kg. 2, finocchietto selvatico un mazzetto, cipolla una piccola, taglierine gr. 300. Preparazione: Soffriggete in tegame la cipolla grattugiata con un pò d'olio e appena dorata aggiungete le fave sgusciate (che saranno di quelle grosse e già un pò dure), e il finocchietto tagliuzzato. Allungate con acqua e lasciate cuocere a fuoco basso per circa due ore, ammaccando sempre col mestolo di legno perchè le fave si sfarinino. A fine cottura versate in tegame la pasta sminuzzata, aggiungete se necessario un altro pò d'acqua, e condite con sale, pepe e olio crudo. Servite la minestra tiepida o fredda.  

 

 

Sullo sbocco settentrionale, in quella che fu poi la darsena aragonese, è stata riesumata a circa otto metri sul livello del mare un'armatura foranea attraversante l'impianto lavico del 252-53 che lascia presumere l'esistenza di un porto-canale naturale scavato nel basalto, simile a quello dell'antica Trotilon, presso Brucoli, inciso a parete verticale nelle vive rocce ove sfocia il torrente Polcheria: l'antico Pantakias, ch'era di portata molto maggiore rispetto a quella dei nostri giorni. Con l'ingegnoso procedimento del portocanale dell'Amenano, realizzato nel punto più impetuoso di massima traversia, si creava un setto che, come è stato osservato dall'ingegnere D'Arrigo, rifletteva le onde incidenti senza farle frangere e respingeva al largo le alghe e le torbide sedimentarie fluitate dai flutti. Funzionava altresì da impluvio durante le piene piovane che d'inverno scorrevano impetuose dalle chine etnee, defluendo le acque alte nell'estuario. Nel portocanale, che doveva svilupparsi con andamento meandriforme ed appunto per ciò chiamato dal popolo la «petra pirduta», trovavano rifugio le imbarcazioni durante l'infuriare del mare in traversia sciroccale. Ancora nel medio evo la struttura sopravviveva in buona parte e per la sua configurazìone ebbe nome di canalotto. Sembra avesse l'entrata a orìente lungo la Costa del Salvatore, in corrispondenza del Porto Puntone, nei pressi della piazza dei Martiri, percorreva le attuali vie S. Tommaso e Anzalone giungendo al piano degli Amalfitani, il quale si specchiava nella darsena aragonese col Porto Saraceno, oggi colmati artificialmente. In epoca primitiva si può ragionevolmente ipotizzare che il canale proseguisse verso occidente, dove al Chianu riceveva le acque dell'Amenano; curvava per via Pardo; toccava l'Indirizzo e sboccava in mare. La stretta lingua di terra isolata che il portocanale formava fu dagli Arabi chiamata z'iz'eri (giseri), ossia budello, ricordata tuttora dalla toponomia cittadina. Al tempo di re Alfonso lungo il lato settentrionale del canalotto si affacciavano le terrazze di numerose ville baronali che godevano il privilegio dello sbocco a mare, prova ne sono le tribune delle case Bonajuto e Platamone. (Luccjo Cammarata)

 

 

E’ senz'altro da escludersi che in antico il canalotto possa essere stato il virgiliano

Portus ab accessu ventorum immotus et ingens

Ipse; sed horrificis iuxta totat Aetna ruinis

Il porto del quale dà memoria il poeta è quello calcidico, chiamato dagli scrittori classici Portus Ulyssis, in ricordo del mitico sbarco dell'eroe itachense, e che sap piamo essere stato tanto grande da fare fondo all'armata ateniese di 230 triremi che nel 415 a.C. passava all'assedio di Siracusa. L'approdo del portocanale invece non fu niente di più d'un riparo, appena sufficiente alla modesta attività sicula di scambi con Malta e l'Egeo. Scambi costituiti dall'esportazione della lana e degli ovini, dell'ambra del Simeto e, principalmente, dal legname dell'Etna: indispensabile per le costruzioni navali. Infatti i boschi etnei furono di primaria importanza per l'attività marinara mercantile e militare dei Sicelioti e per la potenza siracusana in particolare, la quale, continuando la tradizione politica corinzia, attentò senza intermissione alla libertà di Katana onde poter trarre legno per le sue triremi. Un vivo ricordo ci ha lasciato Mosco, citato da Ateneo (v. 206-209), accennando all'immensa quantità di legname del bosco etneo occorsa per lo scafo della grande galea oneraria progettata da Archimede e destinata a Tolomeo. I tronchi giungevano per via fluviale alla foce dell'Amenano dove era la darsena, coperta dal neosoiko sotto il quale si dava carena al naviglio in secco: luogo dai Katanoi ben differenziato dal porto, che pare fosse ubicato nel tratto di costa a settentrione della città, tra il Gaito e Lògnina.

Tucidide (VI, 3‑5) attesta che quattro anni dopo la fondazione di Siracusa (colonizzata nel 734-33 a.C.) i Calcidesi di Theokles fondarono Leontinoì e dopo di essa Katana guidati dell'oikistes Evarcos. I coloni approdarono nell'insenatura formatasi dalle colate laviche oloceniche riversatesi in mare a nord di Lògnina, allo stesso modo che a Naxos, dove le triremi dei primi colonizzatori avevano sbarcato a riparo della punta di lava a mare vomitata dal cratere di Moio nel corso del Mongibello antico, oggi nota come Capo Schisò.

In questa baia di Lògnina in cui trovavano foce le fresche e purissime acque del Lòngon, i Calcidesi di Katana diedero vita ai primi accampamenti, e, come a Naxos, dove avevano edificato un altare ad Apollo Archegetes, eressero un'ara ad Athena Lòngatis, dea dei naviganti, alla quale offrivano sacrifici prima di andare per mare. L'attributo quasi sicuramente è da mettere in relazione con le acque del fiume, le quali furono successivamente sconvolte e sotterrate dalle imponenti eruzioni magmatiche del 425 a.C. e dell'812. Tuttavia la presenza del Lòngon si può rilevare tuttoggi dalle numerose polle d'acqua dolce che affiorano dal fondo marino nel tratto di costa fra la Jarita e la «Punta a' uzza». Le vene più vistose emergono a cominciare dal «biveri», individuabile a meridione del Porto Ulisse ed in cui sopravvive una copiosa fonte; ed appresso, allo «scaru 'ranni» e allo «scaru a farata», che divisi dalla lingua di lava a mare denominata dai marinai «punta ciaccata» formano la marina grande e la marina piccola del porto di Lògnina. Polle ancora più estese affiorano nella fascia costiera settentrionale ad iniziare dall'«acqua 'è palummi», subito dopo la villa Alonzo; e negli scogli successivi, che formano l'insenatura dell'«acqua 'è cafici»; segue la «punta o 'urnazzu» e le lave dello «spagnulettu» con gli scogli bassi dei «vasciuliddi», in cui l'acqua dolce crea visibili ramificazioni in mare; superate le «ruttazze» con la vasta «'rUtta o strambu» il fiume Lòngon risorge alle «rocchi o corvu» e nella «punta di l'acqua pirduta», uno sperone roccioso proteso a mare e noto pure come «punta ro palummaru», o più semplicemente «acqua ruci», dove è rintracciabile il fonte più ampio di foce; le polle dell'«acqua 'è crapí» e la «punta a 'uzza» chiudono il litorale di Lògnina confinante con Aci Castello così come ricorda il Verga.  

 

 

La Pesca. Tradizioni secolari che si sono in parte perdute a causa dell'incalzante progresso tecnico ed alle conseguenti modifiche delle abitudini di vita.  

Le caratteristiche barche dipinte, al pari dei famosi carretti siciliani, sono scomparse, quelle attuali sono colorate da semplici strisce policrome eseguite spesso dagli stessi pescatori. Fino a circa un quarantennio addietro esisteva invece il pittore addetto all'abbellimento delle barche: un vero e proprio artista che riusciva a interpretare e a trasmettere nelle sue pitture la passionalità e la spontaneità del pescatore.

I temi più ricorrenti erano tratti dalla tradizione culturale del popolo catanese: immagini sacre quali la Madonna o San Francesco di Paola (protettore dei pescatori); soggetti dal significato simbolico e scaramantico: là sirena, gli occhi a prua, l'asso di mazze ecc.; personaggi desunti dai poemi. epici (Orlando, Rinaldo, Angelica ecc.). Nella parte anteriore o prua, le vecchie barche avevano un prolungamento della chiglia, più o meno alto, chiamato «palunimedda». Delle suddette, folkloristiche barche è ancora rimasto qualche esemplare che viene tirato fuori in occasione di importanti festività marinare.

Le barche che si trovano oggi nei vari, porti della provincia di Catania sono tutte targate con la sigla della provincia di appartenenza (CT) preceduta dal numero che sta ad indicare il porticciolo di provenienza; seguono poi altri numeri che servono a contraddistinguerle ulteriormente.

Le barche del porto centrale portano la sigla CT, seguita dai numeri che completano la targa, quelle di Ognina, 5 CT di Acicastello e di Acitrezza, 4 CT; di Riposto, 3 CT ecc.

Un tempo la pesca era aleatoria e poco remunerativa; i pescatori conducevano un'esistenza grama e piena di stenti e di sofferenze, per cui spesso, pagavano con la loro stessa vita il prezzo di quell'amara condizione sociale.

Un significativo esempio, a questo proposito, ci è dato dal romanzo del Verga, «I Malavoglia» che rappresenta un vero e proprio documento sulle misere condizioni di vita dei pescatori di Acitrezza, nel secolo scorso. Il progresso, nel campo specifico della pesca, è stato molto lento. Se si vuole risalire alle origini di essa, si deve risalire alle stesse origini dell'uomo.,

Quasi sicuramente egli iniziò a catturare i pesci servendosi delle sue stesse mani; poi creò i vari attrezzi, via via più efficaci, per essere agevolato nel suo lavoro: bastoni, lance, pietre acuminate ecc. Esistono dei reperti preistorici di fiocine, arpioni, ami, reti ecc.

Dote indispensabile del pescatore è sempre stata l'osservazione, la conoscenza delle abitudini dei pesci, della velocità e profondità delle correnti, delle condizioni meteorologiche.

Per svariati millenni l'uomo ha usato sempre gli stessi attrezzi e le stesse tecniche e le modifiche apportate sono state talmente poche, da essere quasi irrilevanti.

La vera e propria rivoluzione dei mezzi, delle tecniche e degli strumenti da pesca si è avuta con l'avvento del motore e delle fibre sintetiche. Nel primo periodo della meccanizzazione fu usata la macchina a vapore, sostituita in seguito dal motore diesel, di più facile manovrabilità, specie per i piccoli pescherecci e per le barche da pesca.

I nostri pescherecci che servono per la pesca costiera o piccola pesca sono costruiti generalmente in legno e sono molto slanciati, specie a prora. Il motore, sistemato al centro, occupa gran parte dello spazio disponibile sotto coperta.

La costruzione dei pescherecci è affidata a piccoli cantieri navali, a livello artigianale.

La pesca è stata notevolmente agevolata non solo dalla meccanizzazione< o motorizzazione dei pescherecci, ma anche, per quanto concerne gli attrezzi, dalla invenzione delle fibre sintetiche.

Infatti le tradizionali reti in fibre naturali (canapa, sisal, cotone, manilla ecc.) sono state sostituite dalle moderne fibre sintetiche ricavate dai poliammidi (nylon, perlon, rilsan); dai poliesteri (terylene, dacron, amila ecc.); dai vinili (kreahlon, courlene, vinilon ecc.). Le fibre sintetiche sono indubbiamente preferite dai pescatori, perchè posseggono superiori alle vecchie fibre naturali.

Fra le proprietà più importanti: la, leggerezza, il non assorbimento dell'acqua, la resistenza alla luce del sole. ai batteri, alle muffe, agli insetti. Hanno inoltre la capacità: di sopportare notevoli carichi; di stiramento; di resilienza (capacità di non subire deformazioni).

Esistono vari tipi di rete: in relazione alle dimensioni dei pesci da catturare e alla pesca che si vuole effettuare, se ne contano circa un'ottantina. Le reti sono strumenti costituiti da filati di qualsiasi natura, intrecciati a maglia di varia grandezza e si dividono in: reti da posta, di circuizione, da traino, da raccolta, da lancio.

Le reti da posta sono quelle destinate a sbarrare spazi acquei allo scopo di ammagliare pesci vari. Le reti di circuizione sono quelle calate in mare per recingere e catturare con immediata azione di recupero un branco di pesci. Le reti da traino vengono rimorchiate da una barca in movimento e, nel progressivo avanzamento, vengono catturati alcuni tipi di pesci.

Le reti da raccolta sono costituite da un telo di rete di varia grandezza e forma che, con moto dal fondo alla superficie, servono a catturare animali marini. Le reti da lancio sono costituite da un telo di reti destinate, con moto dalla superficie (Maria Grazia Posa)

Le barche tradizionali catanesi "Palummedde 'cù speruni" a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)

Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi ‘i riatteri,  d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso che se ne faceva.

.. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini.

Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto

Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.

In questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in modo esclusivamente artigianale.

Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.

Le "varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o "masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o "minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".

Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".

Le "varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda" di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete e  fedeli in quanto costruite dal maestro d’ascia detentore dell’antica arte, Angelo Belfiore e decorate da A. Bonaccorsi.

Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto. L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro".

Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.

Il toponimo latino medievale aquae cassae, sussistente nella stradina che attraversa il litorale settentrionale di Lògnina, attesta la presenza sotterranea di queste falde acquifere. Fino agli inizi del secolo nostro, le acque per innaffiare gli orti della zona venivano estratte dagli ortolani per mezzo di norie da pozzi scavati nella lava. Famoso fu il pozzo della 'gna Maruzza sito ai «vasciuliddi» e l'altro, esistente tuttora, ad occidente della piazza Mancini Battaglia. Nei mesi invernali, dopo abbondanti pioggie, entro quei pozzi si pescavano lunghe e sguizzanti anguille che dalle acque sotterranee discendevano verso il mare.

La costa di Lògnina ricevendo le vene limpide del Lòngon diviene più salmastra, dando maggior rigoglio ad una vegetazione di alghe e zosteracee in cui si ingrassano vasti branchi di polposi spannocchi (ammuru 'mpiriali), un tempo lunghi fino a venti centimetri ed appunto per ciò celebri fin dalla preistoria, tanto che i Calcidesi stabilitisi in quest'area li riprodussero nelle loro monete. Ottima pastura trovano pure le brune castagnole (munaceddi), oggi quasi del tutto scomparse, ma una volta abbondantissime nel tratto di mare fra la villa Pancari e la punta di l'acqua pirduta, dove nel mese di maggio, quando esse si avvicinavano alla costa per depositare le uova, davano occasione ad una intensa pesca che si effettuava con barche armate di «munaciddaru»: enorme gangama larga e profonda circa dieci metri entro la quale viene sospesa l'esca usando pezzetti di pesce.

Al Lòngon medesimo deve nome la contrada a monte dell'arco costiero di Lógnina, detta dai Greci «Nizeti», cioè luogo di lavatura, con riferimento alla pratica di lavaggio della lana che costì si faceva dopo la tosatura delle pecore, dacché il fiume in questo punto veniva allo scoperto, e di cui il toponimo «acqua 'è crapi (abbeveratoio delle capre), che segna il tratto di costa in cui la vena più ampia sfocia in mare, è segno tangibile. Ancora nel sec. XVI in queste acque i produttori di seta erano usi lavare i manganelli.

Dall'era neozoica al medio evo l'arenile sedimentario a settentrione della città è stato sconvolto e molestato da imponenti lave che si sono riversate in mare con violente esplosioni, accavallandosi le une alle altre. La cronistoria di codesta formazìone costiera è senz'altro molto complessa e difficile risulta il rilevamento.

Tuttavia le attività eruttive che hanno realmente caratterizzato questa parte di scogliera sembrerebbero limitate nel numero. Alle effusioni oloceniche che coprirono il lido a nord di Lògnina, seguirono nel 425-26 a.C. le copiose lave fuoriuscite da una bocca apertasi a quota 900 nei pressi di Nicolosi, le quali raggiunsero la spiaggia nel tratto che successivamente venne detto del Rotolo.  

 

Bagni di sabbia e bagni di scoglio. Sul finire degli anni Venti e nel ventennio successivo, quando il più modesto degli impiegati lavorava in estate in giacca e cravatta con il colletto della camicia duro e inamidato; quando il bikini non era entrato nemmeno nell’enciclopedia britannica, una giornata passata al mare nella nostra incontaminata Plaja, può oggi apparire come una nebulosa. La Plaja entrò nei pensieri e nelle abitudini dei catanesi con l’arrivo del nostro secolo. Negli anni successivi sorsero le prime cabine private e i primi stabilimenti pubblici. Il lido crebbe tanto rapidamente, divenendo un fatto di moda.
I catanesi frequentavano le scogliere a levante della città, Guardia Ognina, Ognina, Acireale. I primi imprenditori che gestirono questi stabilimenti furono i
Longobardo, i Guarnaccia, i Mancini e gli Scuderi. Questi stabilimenti nacquero connessi al bisogno di quelle fasce di persone che avevano bisogno di cure elioterapiche e delle bagnanti, soprattutto di sesso femminile che volevano sottrarsi a sguardi indiscreti per le quali la cabina aveva uno sbocco interno lontano da occhi indiscreti.
La scoperta della Plaja per i catanesi fu quasi un fatto sociale, si sbarazzarono di non poche prevenzioni e allargarono la superficie della loro pelle ai raggi solari. La cabina diventò una seconda casa. Il lido Jonio piazzò addirittura due altoparlanti che proponevano tanghi e mazurke, sul far della sera e di regola nei giorni festivi.
Il lido Else, il mitico lido Azzurro che ha visto nascere e crescere tante generazioni di catanesi, oltre allo svago
mattutino, avevano delle piste capaci di soddisfare le esigenze di tante belle ragazze. Alla Plaja ci si arrivava con il tram che si prendeva a ridosso di Porta Uzeda. Le vetture stipate fino all’inverosimile, accoglievano quelle persone che andavano a trovare i loro familiari, che arrivavano con vettovaglie acquistate alla pescheria. Poi i Fratelli Gentilini ebbero una idea geniale, trasformarono un vecchio peschereccio in un vaporetto che faceva la spola nello specchio antistante Palazzo Biscari. La corsa aveva la sua fine presso il Lido Spampinato, costava cinquanta centesimi e suscitava nelle persone una gioia immensa.
Le cabine erano delle case in miniatura con tutti i confort, abitudine che è resistita ai nostri giorni. Il menù era vario, le signore catanesi pensavano ad ogni particolare, c’era una abbondanza di fritture e qualche rara insalata, i componenti della famiglia aspettavano questo momento con una gioia grande.
Nel romanzo “Giovannino” di Ercole Patti si può cercare di capire il fascino di quei tempi felici nel racconto della tavola salvagente della sig.ra Laganà. Poi le fanciulle accorciarono il gonnellino e i giovani allungarono gli sguardi rapaci. Peccato che la guerra cancellò questa felicità.
http://www.ilbotteghino-online.it/view.php?id=483

 

 

Nel 252-53 scoppiava un'altra eruzione nel medesimo punto, ma 50 metri più in basso, che originava il Monte Peloso e la serie dei conetti e bocche di sprofondamento in direzione nord/sud. Il magma eruttato nel corso di questa effusione formava un braccio lavico con un fronte largo oltre tre chilometri che invadeva la città e raggiungeva il mare, dando forma alla scogliera da S. Giovanni li Cuti a Larmisi. Ancora più tremenda fu l'eruzione laterale che sconcertò la regione catanese nell'agosto del 1381. Dal versante meridionale dell'Etna, nei pressi di Tremestíeri, Mascalucia e Gravina, si aprì un'imponente squarciatura, nota ai vulcanologi come «frattura dei cavòli», lunga oltre tre chilometri con due centri esplosivi a quota 430 e 370 s.l.m. e che diede origine al più basso sistema eruttivo con i monti Arsi, Civello e Pomiciari di S. Maria. La lava, colata copíosa, nella sua discesa distruttiva bruciò il bosco della Licatia scendendo fino a Lògnina, dove colmò definitivamente quanto restava dell'insenatura, dal Porto Ulisse alla Punta del cavallazzo. Scompariva così il «magniflico porto» citato dal geografo arabo al-Edrisi nel Nuzhat almushtàq, noto ai più come Libro di Ruggero, scritto nel 1154.

Profonde modificazioni ha subito la zona dal medio evo ad oggi, massimamente quelle dovute alla costruzione della strada ferrata Catania-Messina, realizzata nel giugno 1866; e, soprattutto, alla perforazione della galleria ferroviaria sotto l'attuale piazza Europa , effettuata negli anni Cinquanta; nonché la successiva sistemazione della zona a mare che, nel 1960‑64, ha dato origine alla litoranea piazza Europa-Lògnina. Sicché la fascia di oltre tre chilometri di sciare risulta affatto sconvolta rispetto al suo antico aspetto. Attualmente comincia con lo sperone di Larmisi, sotto la Stazione Centrale, al quale fanno seguito le tempe dei «trummi» e la piccola «cala del Gajto», riservata oggi arbitrariamente ad approdo privato, a ridosso della quale è il deposito locomotive con a fianco la piazza Europa: inizio del panoramico lungomare. Segue l'insenatura riparata di «S. Giovanni li Cuti», col suo piccolo molo che difende il modesto borgo marinaro dalle traversie. Da qui inizia la massiccia scogliera nera del Rotolo, con i basalti scoscesi del «caiccu», seguiti da quelli imponenti della «Spizieria», dove fino a non molti anni or sono era impiantata una fabbrichetta artigiana di sapone. Più avanti sono gli scogli del «galiuni» e «d'u :gannatu», ricchi di grotte e fondali frastagliati e pescosi. Chiude la «punta ro cavaddazzu»: un promontorio alto e scosceso caratterizzato dall'arco e sottostante «rutta pirciata», conosciuta da tutti i marinai quale riparo sicuro alla pioggia improvvisa.

Da questo punto, segnato dalla cinquecentesca «jarita», inizia, come ricorda ilMassa. il porto di Lògnina, servito da modesto imbarcadero e minuscolo arsenale.

Il parossismo eruttivo trecentesco che colmò con la sua lava Lògnina privò la città del sicuro e capace porto. Rimasta quindi Catania senza un approdo, il vesco vo domenicano Simone del Pozzo cinque anni dopo avviava i lavori di ampliamento del vecchio portocanale dell'Amenano per adattarlo ad imbarcadero. E' questo il porto di cui parla Attanasio di Aci nella sua Cronica, dicendolo minacciato dalle galee francesi al tempo di re Giacomo.   (Luccjo Cammarata)

Di che si cibò Ulisse? Nonostante si possa affermare che quella siciliana è una cultura gastronomica iscritta nella tradizione mediterranea, è anche ricca di prodotti, spezie e profumi che testimoniano le tante dominazioni della Sicilia.

Non e' possibile parlare di cucina siciliana come di un'unica entità: le diversità originate dalle numerose influenze culturali si sono incrociate con quelle determinate dalla differenza tra cucina della costa e dell'interno. La cucina della regione che circonda l'Etna, e più specificamente quella di Catania è una delle più ricche e gustose della Sicilia.

Il pesce, vista la posizione geografica della regione, è un' ingrediente base di molti piatti. Famosissima è l'insalata di mare con polpi, gamberi e occhi di bue (molluschi tipici di questo mare) bolliti; altrettanto diffusi sono i masculini marinati (alici del mare Ionio marinate in olio e limone), le acciughe salate, gli occhi di bue crudi conditi con limone o arrostiti sul carbone, la pepata di cozze soffritte, con pepe abbondante, limone e prezzemolo tritato, u mauru, un'alga cruda condita con limone.

Tra i primi piatti un posto preminente lo occupa la popolarissima pasta alla Norma con salsa di pomodoro, melanzane fritte, basilico e abbondante ricotta salata grattugiata. Altre pietanze di spicco sono la pasta con il nero delle seppie, con l'estratto di pomodoro, seppie e il nero di questi gustosi molluschi;  la pasta con i masculini (alici fresche in un soffritto di cipolla, piselli e finocchietto rizzu); la pasta 'ncaciata, condita con cavolfiori cucinati in un soffritto di cipolla e insaporiti con acciughe salate, olive e, come vuole la tradizione, passata in un tegame a fuoco vivace con abbondante caciocavallo grattugiato; la pasta con le uova di ricci, le linguine al cartoccio o all'acqua di mare (con pesce e molluschi), la pasta con il muccu (pesciolini neonati), u maccu (fave bollite e setacciate).

Anche tra i secondi il pesce è in primo piano. Molto diffusi sono la frittura di pesce, che viene preparata con i pesci tipici della costa come triglie, aguglie, pettini, masculini e opi di ognina, il pesce arrostito sulla carbonella (orate, saraghi, dentici, luvari, àiole ecc.), sparacanaci (triglie neonate fritte, mangiate assieme alla cipolla calabrese), u muccu (frittata di neonate), le sarde a beccafico.

Non mancano certo i dolci, molto influenzati dal gusto orientale e arabo. Primeggiano i cannoli di ricotta, la cassata siciliana, la frutta martorana o pasta reale, le crispelle di riso, le paste di mandorla, le olivette di Sant'Agata.

Una terra generosa e ricca di minerali regala prodotti davvero unici. La coltivazione della vite rappresenta una delle attività più conosciute di questi posti. Molto apprezzati sono i vini rossi doc dell'Etna.

Ma Il vino più pregiato è di colore giallo paglierino, limpido e brillante. Tra i vini della zona ci sono l'Etna Bianco, Rosato, Rosso e Bianco Superiore (Milo), quest'ultimo ottenuto da un pregiato vitigno locale, adatto a piatti di pesce e antipasti, e non possiamo dimenticare la Malvasia.

Hanno avuto un grande rilancio i rosòli tipici, prodotti con procedimenti tradizionali, alla camomilla e alla cannella.

 

 

UNA STORIELLA SULLE ARANCINE

Un cliente entra in un rinomato locale catanese in Via Etnea e chiede un invitante arancina poggiata al banco della tavola calda!

Arrivato a metà si accorge di un pelo e chiede di cambiarlo. Nel secondo arancino trova due peli, nel terzo una matassa arrotolata di peli. Che schifo, dice l'avventore, voglio parlare con il titolare.

Alle proteste del cliente, che minaccia di far chiamare l’Ufficio Igiene, il titolare replica “ma non è possibile, questo è uno storico locale. Venga con me nel laboratorio le faccio vedere come lavoriamo. Da noi l’igiene e la sicurezza per la nostra clientela è una cosa di vitale importanza”

Lo invita a passare nel retrocucina e vede il che un lavorante, di spalle, che con la mano prende del riso, mette il ragù, e per arrotolarlo bene e dargli la forma a palla se lo sbatte con forza sotto l'ascella schiacciandola e arrotolandola per farle assumere la forma di cono.

A quella vista, il titolare si mette a gridare “Pazzo, ma che stai facendo? Io ti licenzio! Che schifo, una scena simile neppure nella peggiore cucina di uno zoo! Che figura ci fai fare?”

E il garzone :"Principali, lei si lamenta pi comu staiu facennu l’arancini…. avissi a vidiri comu fazzu i scorcia ‘de cannoli !!! "

 

 

 

Eccoci arrivati al Porto di Ulisse (come lo chiamava Plinio), nel piacevole borgo di Ognina, l’antico porto naturale di Catania colmato dalla lava nel 1381. E’ un tranquillo rifugio peschereccio riparato, dedito alla pesca del pesce azzurro, qui ricco per la presenza di un’alga che attira i gamberi imperiali: chi decide di ormeggiare troverà in paese ogni rifornimento oltre al piacere di una cena di pesce cucinato alla siciliana in riva al mare.

amosissimo fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.

L'immane colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura che forma oggi un delizioso golfo. 

Lo splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico chiamato Ognina.

Già nota agli storiografi antichi, Ognina non era che una piccola borgata di pescatori, ma così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati,   di conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale etnea.  Le imbarcazioni realizzate erano solitamente destinate a due scopi:  

- Il trasporto locale tra i porti della costa, il carico e scarico dalle imbarcazioni di maggiore stazza ancorate al largo, la pesca d'altura.

-Il piccolo trasporto locale di modesti carichi, la pesca sotto costa. 

Tra queste ultime la  “palombella con sperone” di Ognina merita, per la sua slanciata sagoma, per la caratteristica  prora allungata e per le bellissime decorazioni sia interne che esterne, particolari attenzioni. Essa, senza dubbio alcuno, può essere definita la più bella e caratteristica barca della costa orientale siciliana (Giordano Baroni).  

 

 

  La tradizionale festa dell'8 Settembre della "Bammina" Il sabato pomeriggio, intorno alle ore 18, la sacra immagine della Vergine, fatta scendere dall’altare, viene posata su un piccolo fercolo e portata sul sagrato della chiesa. Qui, al grido ritmato dell’antico saluto “Ccu vera firi, evviva ‘a Bedda Matri ‘i l’Ognina”, in un tripudio di folla convenuta da tutta la città, la Madonna, tra inni, suoni ed applausi, viene portata in processione alla marina per essere imbarcata su una barca pavesata a festa.    

 La processione a mare costituisce un intero pomeriggio di suggestione perché, imbarcata la sacra immagine, un gran numero di barche da pesca, anch’esse adornate a festa, l’accompagna per il golfo fino al porto di S. Giovanni li Cudi, spargendo in mare migliaia di lumini accesi che, agli occhi di migliaia di fedeli, sembrano illuminare il cammino del ritorno.

Nel contesto della festa della “Bammina” si svolge la tradizionale gara di voga per la conquista della “Coppa nostra Signora di Ognina”. La gara si percorre nel golfo di Ognina su due “palummedde cù sperune” d’epoca attrezzate a remi. L’equipaggio è costituito da quattro vogatori ed un timoniere. Le due barche sono uguali e vengono, di volta in volta, affidate ai vari equipaggi contendenti. La gara è ad eliminazione diretta e si gareggia sempre in onore alla Signora …   

La bambina di Ognina - Catania: per una settimana la vita si ferma nel Borgo di Ognina, frazione della città, zona di pescatori. Tutto ruota intorno alla preparazione di una festa religiosa, che cade l'8 Settembre, quella della Madonna di Ognina. La gente del luogo, giovani compresi, la chiama "la Bambina", perché dopo il 1885 ne fu esposta un'immagine di cera che la vedeva in fasce nella culla; ma il titolo vero è Nostra Signora di Ognina.

La devozione della gente e la religiosità popolare intorno al culto sono fortissime e non possono non stupire di questi tempi. Maria è vista come madre della casa e della famiglia, come aiuto e soccorritrice nei pericoli del mare e in tutti i rischi legati al lavoro, ai viaggi e alle incertezze della vita. Venerare la Madonna è come venerare l'Eucarestia: la mattina della festa la statua di Maria appare sull'altare maggiore della Chiesa, alzandosi lentamente dalla parte del tabernacolo a significare l'intima unione con ciò che esso contiene. Questa tradizione è chiamata "la svelata". E le tradizioni rappresentano un sentimento vero, vivo e comune a tutte le generazioni. Durante la processione della statua nel quartiere e poi in mare la folla grida più volte: "Con vera fede, evviva la bella Madre di Ognina". Ascolta la messa celebrata all'aperto sul sagrato dal parroco o dall'arcivescovo, si sposta sulla riva e sugli scogli a veder partire per mare Maria: i pellegrini sono tanti e arrivano da Catania, dai paesi etnei e anche da lontano; ringraziano Maria per le grazie e i miracoli ricevuti e festeggiano in suo onore. Maria non sta affatto in cielo, per la gente del luogo, ma la considerano proprio come una persona vera, che abita e vive quotidianamente accanto a loro. E non solo i pescatori più anziani, ma anche i figli ventenni, che frequentano la Chiesa locale. Sono alcuni di loro che si occupano dell'organizzazione della festa, facendo parte di un Comitato laico legato alla parrocchia e guidato dai sacerdoti. Uno di questi ragazzi racconta che il padre, un pescatore, e gli altri in barca con lui, durante l'anno riservano a turno, in dono alla Bambina, la cosiddetta mezza parte del pescato di uno di loro, considerandola un membro dell'equipaggio. A farlo sono i pescatori di molte barche e il ricavato viene usato per la riuscita della festa. La sera del 7 Settembre, sempre i pescatori imbandiscono una grande tavolata in Piazza Ognina: è la sagra del pesce azzurro e a tutti viene offerto pesce arrostito. Abbienti e meno abbienti, cristiani praticanti e non, tutti in zona danno un contributo. I bambini dopo la svelata offrono fiori alla bambina a significare la consacrazione di ogni nucleo familiare e il suo mettersi a disposizione della parrocchia. Maria tiene Gesù tra le braccia, è di legno e vestita di rosso e d'azzurro. Sarà forse il suo volto, come dice la gente "così venerabile e devoto", a "rapire ogni cuore"? Il simulacro è stato realizzato a Parigi da un monaco cistercense nel 1889, quattro anni dopo un incendio avvenuto la notte stessa della festa e di cui nessuno sa la causa, ma in cui l'antica statua è bruciata.

L'8 Settembre, dopo la messa all'aperto, la Bambina viene sollevata e portata a braccio su una barca per la pesca delle sardine, non grande perché possa passare tra gli scogli e decorata con luci e bandiere. Poterla ospitare sulla propria barca è un onore e una benedizione per tutto l'anno: non tutti possono riceverla ma tutte le barche e i pescherecci del porto vengono adornati per la festa. Tra canti e preghiere, attraversando le acque dell'insenatura su cui galleggiano lumini di diverso colore, salutata da fuochi pirotecnici e da un suono di trombe, la barca prende il mare. E' il primo pomeriggio e la barca tornerà solo verso sera. Il parroco, alcuni pescatori, le autorità e i ragazzi del comitato salgono sulla barca. Gli altri seguono la processione per mare con barche a remi, procedendo lungo la costa verso sud, o dai lidi, in molti dei quali si organizzano fuochi per l'occasione.

Giunti nel punto più lontano dalla costa, i marinai gettano in mare corone d'alloro in ricordo dei caduti. Quando la processione arriva al porticciolo di S. Giovanni Licuti, la barca entra in quest'altro golfo per un incontro tradizionale. Il parroco della parrocchia locale, devota alla Madonna della Guardia, offre dei fiori e i devoti delle due Chiese pregano insieme sulla spiaggia. I pescatori e i possessori di barche del luogo offrono un salvadanaio pieno di offerte e non importa se di solito vadano a Messa o meno.

Al ritorno la Bambina è accolta da un altro spettacolo pirotecnico. Attraversa le vie del Borgo su un carro, chiamato Vara in siciliano, fermandosi davanti alle abitazioni degli ammalati gravi, dei portatori di handicap e nei luoghi tipicamente popolari, dove sta la gente più bisognosa.

La domenica successiva, nelle acque del porto i festeggiamenti continuano con gare di barche di vari quartieri e paesi. Quattro persone più il timoniere, solitamente figli di pescatori, su ogni barca dai colori azzurro e rosso dell'abito della Madonna, si contendono un trofeo, che i vincitori potranno tenere per un anno. Ultimamente ci sono anche squadre femminili.

(Viviana Mazza)

Qualche mia fotografia all'edizione 2009

 

 

 

 

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I “MASTRI FESTA” tra devozione e vocazione (da sito ufficiale)
«Nà vota c’eranu i caruseddi, a cussa che sacchi e antinna…» con queste parole semplici e ricche di significato lo Zio Carmelo Nania (Tesoriere della Madonna) inizia a raccontarci la festa della Madonna di Ognina, «…e se gli equipaggi erano formati da 10 marinai, e si doveva distribuire il ricavato del pescato, una parte veniva dato alla Madonna, che veniva considerata un componente dell’equipaggio, cioè l’undicesimo marinaio, e quando si aprivano i caruseddi con le offerte c’era una forma di competizione, a chi era riuscito a raccogliere più di tutti», «…il giorno della Svelata, l’8 mattina ,tutti i marinai smettevano di lavorare e andavano in chiesa a pregare insieme la Madonna. Era il momento religioso più importante…», «…poi c’era “a cussa che vacchi”(la corsa con le barche) era un momento intenso per i marinai e loro famiglie, più che una gara, era una sfida che coinvolgeva tutta la borgata…», «…dopo che un incendio distrusse il vecchio Simulacro della Madonna, i marinai addolorati dell’accaduto, furono risollevati ed aiutati dal cavaliere Marano, (nobile ogninese) che prese due di loro, e recatosi in Francia, acquistò l’attuale simulacro della Madonna, regalandolo a tutta la borgata di Ognina…» Rivolgiamo qualche domanda a Giacomo Nania (presidente del Comitato della festa). Molta gente si chiede: “Ma chi ve lo fa fare?” «…noi del comitato lo facciamo per devozione alla Madonna, è qualcosa con cui ci si nasce, c’è l’abbiamo nel sangue. Molto tempo viene dedicato all’organizzazione della festa, ed alle volte può venir meno il tempo dedicato alla propria famiglia, anch’essa coinvolta intensamente nei preparativi per la festa.»

Come è cambiata la festa in questi anni? «Da qualche anno si cerca di far riscoprire le vecchie tradizioni, organizzando anche spettacoli per i più piccoli. A parte gli spettacoli sul mare, sono molte anche le iniziative rivolte al sociale, ai diversamente abili e ai bambini talassemici»

I componenti del comitato (Mastri festa) come vivono tale impegno? «…la maggior parte di noi siamo impegnati in parrocchia, nel sociale e nel volontariato tutto l’anno, e non soltanto nel periodo della festa, infatti per noi, la devozione alla Madonna, è più che un semplice impegno, è uno stile di vita».

 

 

 

 

Programa delle Manifestazioni religiose 2009
Sabato 5 settembre (inizio Triduo)

Ore 19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Chiesa” Omelia dettata da don Carmelo Politi, parroco della parrocchia Maris Stella– Catania. Canti eseguiti dalla Corale Polifonica S.Maria di Ognina diretta da Maria Laura Cosentino.

Domenica 6 settembre

Ore 19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Famiglia” Omelia dettata da don Franco Longhitano, parroco della parrocchia Santa Maria della Salute e Vicario foraneo del V vicariato. Canti eseguiti dalla Corale Polifonica S.Maria di Ognina.

Lunedì 7 settembre

Ore 19.00– S.Messa con canti mariani e Veglia di preghiera sul tema “Maria Madre della comunione, del servizio e della missione”. Brani evangelici interpretati dai pescatori di Ognina presso il molo piccolo.

Martedì 8 settembre

Ore 8.00– Festa liturgica della “Natività di Maria”. Pensiero introduttivo di mons. Antonio Fallico, parroco del Santuario S.Maria di Ognina. Tradizionale «Svelata» della effigie di «Nostra Signora di Ognina». Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Agatino Caruso, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Catania. Canti eseguiti dalla corale polifonica S.Maria di Ognina. Consegna del Medaglione d’argento ai membri del Comitato della Festa

Ore 10.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Orazio Scuderi, parroco della parrocchia S.Giuseppe in Ognina.

Ore 12.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Giuseppe Carciotto vicario parrocchiale di S.Maria di Ognina.

Ore 19.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Franco Luvarà, parroco della parrocchia di S.Nicolò– Misterbianco.

Sabato 12 settembre

Ore 16.30– Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da S.E. Rev.ma mons. Salvatore Gristina Arcivescovo Metropolita di Catania, con la partecipazione di S.E. Rev.ma Mons. Adriano Caprioli Vescovo di Reggio-Emilia Guastalla e Presidente del Comitato dei Congressi Eucaristici Nazionali. Nel corso della solenne concelebrazione, in occasione del 50° anniversario del XVI Congresso Eucaristico Nazionale, S.E. Rev.ma Mons. Salvatore Gristina consacrerà alla Madonna l’Arcidiocesi alla presenza delle massime Autorità Civili e Militari della Città e della Provincia di Catania.

Processione della Madonna a mare. Il Simulacro della Madonna percorrerà il Golfo di Ognina e la Scogliera fino al porto di S. Giovanni Li Cuti e Piazza Europa, seguita da un suggestivo corteo di barche pavesate a festa e illuminate. Offerta di una corona di alloro in onore dei Caduti in mare.

Domenica 13 settembre

Ore 8.30- S. Messa con canti mariani celebrata da don Giuseppe Carciotto Vicario parrocchiale del Santuario S. M. di Ognina.

Ore 10.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da Padre Armando Cicchelli, parroco della parrocchia S. Maria della Guardia—Catania.

Ore 11.00– Consacrazione delle famiglie e omaggio floreale dei bambini alla Madonna.

Ore 12.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da mons. Antonio Fallico, parroco del Santuario S. Maria di Ognina.

Ore 16.30– S. Messa nel Santuario celebrata da don Angelo Mangano, parroco della parrocchia S. Gelasio– Roma.

Processione con il Simulacro della Vergine per le seguenti vie del Borgo di Ognina: P.Ulisse-Anfuso-P.Ulisse-Barraco-P.Ulisse-Ginestra– P.Ulisse-Calipso-Ruveglio-Rotatoria S.Agata al Rotolo (sosta presso la Statua di S. Agata – presente il Sig. Sindaco di Catania Avv. Raffaele Stancanelli – con omaggio floreale del Comitato e delle Associazioni Agatine presiedute dal Grand’Uff. Luigi Maina)- Viale Alcide De Gasperi-Calipso-Derna– Calipso-P.Ulisse– del Rotolo – Messina-Pittoresca-Messina-Acireale-Fiume-Acireale-piazza Duce di Camastra-Principe Nicola-G.Finocchiaro (incontro con la parrocchia S.Giuseppe) – Messina-Policastro(incontro con la parrocchia S.Lucia) Re Martino (fino al numero 158)- Galatioto-del Rotolo-della Marina– Ciompi-Ruilio-Scilla-della Marina-piazza Nettuno-Artale Alagona-piazza M.Battaglia-Messina-dei Conzari-Parrocchia-Viale Altare Alagona (sosta sul piazzale della “Garitta”)- Scivola Porto-Marittima Piazza Ognina.

 

 

 

 

 

La sagra del Tonno rosso
La città di Catania è in stretta simbiosi con il mare; le coste del catanese, varie ed egualmente pittoresche, si dispongono da un lato verso il Simeto e dall’altro verso Acicastello; quasi al confine con Acicastello si trova il pittoresco borgo di Ognina, meta privilegiata di chi vuole godere un momento di fusione con il mare e il mondo dei pescatori. Le barche, decorate con fasce di vario colore, affollano il piccolo porto e le banchine si trasformano, soprattutto la domenica, in un animato e colorato mercato del pesce. Il nucleo del quartiere, con i suoi poli più importanti, la chiesa, la torre (accanto alla chiesa) e il porto, cominciò ad assumere l’aspetto di borgo marinaro nel 1714: alcuni documenti del tempo attestano la presenza di magazzini, bettole e case di barcaioli. Uno dei momenti di massima fioritura edilizia fu la fine dell’Ottocento quando, in questa zona, furono ubicate alcune case per la villeggiatura appartenenti alle famiglie benestanti che avevano la possibilità di possedere una casa fuori dal centro storico cittadino.

L’8 settembre (con manifestazioni collaterali che vanno dal 5 al 14 settembre) si celebra la festa della Madonna di Ognina che è conosciuta con il nome popolare di “A festa d’a Bammina” (la festa di Maria bambina). Questa celebrazione, che affonda le radici in tradizioni antichissime, richiama una moltitudine di fedeli e curiosi che giungono anche da altre zone della Sicilia. Un tempo gli abitanti del quartiere acquistavano un abito nuovo da indossare per questa particolare occasione. 

Uno dei momenti di più alta suggestione è la processione delle barche pavesate e illuminate che accompagnano la Madonna a mare, dal golfo di Ognina alla scogliera. 

 

 

SAGRA DEL TONNO ROSSO - INTERVISTA A PIPPO TESTA

Mazzi di fiori vengono gettati in acqua in onore dei caduti del mare. Al suo rientro la “Bammina” viene accolta da una festa di fuochi pirotecnici.

Insieme alle celebrazioni religiose si svolgono le feste pagane: la Sagra del tonno rosso e la gara delle barche.
Durante la sagra il pesce viene fritto all’aperto e venduto a un prezzo simbolico. La gara delle barche vede la partecipazione di uomini e donne, in una barca stanno cinque donne e nell’altra cinque uomini. La sfida è vinta dall’equipaggio che riuscirà a tagliare per primo il traguardo.

Ampi parcheggi nella zona del vicino Istituto Nautico e nelle ampie strade retrostanti (da raggiungere con largo anticipo, considerato che è una zona balneare molto frequentata, inserita nel lungomare roccioso di Catania ed anche per la grande partecipazione di fedeli alla festa)

(Comune di Catania)

 

 

 

 

IL BORGO DI OGNINA

 

 

 

Masculina da magghia La cornice è quella del golfo di Catania: un arco che va da Capo Mulini a Capo Santa Croce, nel comune di Augusta. Una porzione di mare tutelata in parte dalla Riserva Naturale Marina delle Isole Ciclopi e solcata ogni giorno dalle piccole barche dei pescatori del golfo. Qui, secondo la stagione, si pescano aguglie, spigole, tonni, triglie, sgombri, e masculini. I pescatori li chiamano anche anciuvazzu o ancora anciuvurineddu: molti nomi per le piccole, guizzanti acciughe, le stesse catturate dai liguri e dalle menaidi cilentane. Le stesse che, diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono il grecale ventiquattr’ore prima di arrivare, (…) è sempre stato così, l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno». Ad aprile, si comincia a calare le tratte (così chiamano a Catania le reti menaidi, che hanno maglie di un centimetro di lato e sono lunghe circa 300 metri): il momento giusto è la notte fonda, quasi sul fare dell’alba. La tecnica è la stessa praticata in tutto il Mediterraneo già dai tempi di Omero. Questo meccanismo di cattura (l’imprigionamento della testa dell’alice nelle maglie della rete, da cui il nome da magghia) provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e quindi pregiato. In Italia le flottiglie che praticano la pesca tradizionale con la menaide sono poche: si trovano a Pisciotta, in alcuni piccoli centri della costiera del Cilento (in Campania) e nel golfo di Catania. Qui le famiglie che vivono di questo mestiere antico sono una trentina: un gruppo sparuto – che si divide fra i porticcioli di San Giovanni li Cuti, Ognina, Aci Trezza – e qualche civitotu (così si chiamano gli abitanti del quartiere catanese della Civita) al porto di Catania. Attualmente, i masculini da magghia sotto sale non sono in commercio: si possono ancora assaggiare soltanto in qualche ristorante di Catania o nelle dispense delle famiglie dei pescatori. Il neonato Presidio sta tentando di riorganizzarne la produzione e la commercializzazione.  

 

Spaghetti alla Colatura di Alici Ingredienti per 4 persone: - 350 gr di spaghetti - 15 olive nere - 1 cucchiaio di capperi - 1/2 spicchio d'aglio - 1 cucchiaio di colatura di alici - 4 gherigli di noci - olio extravergine di oliva - 1 peperoncino piccante - succo di limone Procedimento: Snocciolare le olive e metterle nel bicchiere del mixer. Unite un punta di peperoncino, l'aglio, i capperi, 4 cucchiai di olio, qualche goccia di succo di limone, i gherigli di noce e la colatura di alici.  Frullare tutto per un minuto e mettere il composto ottenuto in una terrina. Non aggiungete sale perchè la salsa è già molto saporita.  Cuocere le linguine in abbondante acqua non salata, scolatele al dente, tenendo da parte un pò d'acqua di cottura, e versatele nella terrina. Mescolate bene per amalgamare i sapori e, se le linguine si ammassassero troppo, diluite con acqua di cottura. Servire subito. 

 

I masculini si vendono freschi sul mercato catanese di piazza Pardo ( ‘a Piscaria) oppure vengono messi sotto sale dalle mogli dei pescatori. La tecnica di salagione è la stessa di tutto il Mediterraneo, ma qui esiste una preparazione assolutamente unica, inventata dai pescatori catanesi per sfamarsi durante le molte ore trascorse in mare. Si tratta di una conserva fatta con pezzetti di alici e con le teste che rimangono impigliate nelle maglie della menaide. Impossibili da vendere, questi “scarti” erano consumati in barca. Tornati a riva, le donne di casa mettevano ciò che rimaneva sott’olio di oliva, in vasetti di vetro o in piccoli orci di terracotta (i cugnitti) e all’occorrenza se ne prelevava una parte per cucinare sughi e salse.

Area di produzione: Golfo di Catania