Il
mare di Catania è quello che Omero scelse per raccontare di Ulisse e
dei Ciclopi. Quello che Verga scelse per "I Malavoglia" e
Visconti per "La Terra Trema". Un mare dove si intrecciano da
sempre storie e leggende, e dove la movida catanese trova i suoi punti
di appoggio, tra granite, pesce e borghi marinari.
Il
mare bagna Catania da oriente e presenta due scenari naturali molto
diversi, separati dal porto e da una zona demaniale con la stazione e le
linee della ferrovia. A sud le spiagge di fine sabbia dorata fino
all'Oasi del Simeto e, oltre, fino al borgo di Agnone. A nord le lave
nere della scogliera che si spinge per 30 chilometri fino a Fiumefreddo,
in vista di Taormina. Così i catanesi si dividono in due fazioni: i
fautori della sabbia e quelli degli scogli.
Verso
sud, a partire dal faro Biscari, si svolge la grande "Plaia"
costellata di stabilimenti balneari dove il mare diventa un fatto
sociale e culturale, un mondo estivo di conoscenze, scambi e vicinato.
Più ci si avvicina all'Oasi naturalistica gestita dalla Lipu e più ci
si trova a contatto con la natura.
Il
mare di scoglio verso nord lo si incontra a piazza Europa e, poco più
avanti, nei due antichi, deliziosi borghi marinari di San Giovanni Li
Cuti e di Ognina, con chiesetta, porticciolo e ristoranti con vista
sullo Jonio. A partire dalla primavera sul mare luccicano le lampare,
piccole barche, dotate di luci, per la pesca notturna di polipi e
calamari. Lasciano il molo insieme ai pescherecci più grandi che escono
a caccia di pesce azzurro e pescespada. Sulla strada che costeggia la
scogliera nata dall'emersione di lave basaltiche, i grandi alberghi si
alternano a lidi balneari, ristoranti e complessi residenziali. La
litoranea s'interrompe davanti a una grande rupe sormontata da un
maniero normanno. Il fascinoso castello di Aci ha terrazze a strapiombo
sul mare, resti di torri merlate, portali duecenteschi e un giardino che
ospita una collezione di piante succulente. Ai suoi piedi una grande
piazza, cuore della vita sociale di Acicastello. Un chilometro più
avanti si raggiunge Aci Trezza, l'antico borgo di pescatori nel quale
Giovanni Verga ambientò "I Malavoglia" e Luchino Visconti girò
"La Terra trema". Di fronte alle case arroccate intorno al
porticciolo e alla chiesa si spiega lo spettacolo naturalistico e il
fascino omerico delle isole dei Ciclopi. La più grande, l'isola Lachea,
è un microcosmo tutelato con flora e fauna rarissime. Ospita una
stazione per gli studi biologici e di fisica del mare gestita
dall'Università di Catania. Sul molo non è difficile trovare barcaioli
disposti a portare turisti e bagnanti in un giro per le isole, oppure a
organizzare un'uscita notturna con pescatori. Alla sera non si contano
locali, pizzerie, ristoranti, gelaterie: la movida catanese invade la
costa. Tra le palme del giardino botanico del Banacher, uno dei locali
notturni all'aperto più belli d'Italia, si tira tardi fino all'alba per
l'immancabile granita con brioche al mercato ittico in piazza della
Marina, sempre ad Aci Trezza.
Ancora
qualche chilometro tra i limoneti e le scogliere e si incontrano Capo
Mulini, la timpa di Acireale, il belvedere di Santa Caterina, borghetti
marinari come Santa Maria La Scala, Santa Tecla (dove nuotare è ancora
piacevole), Stazzo, Pozzillo, Torre d'Archirafi. A ovest l'Etna cambia
volto mentre a nord la sagoma di Taormina si fa più definita.
(Toto Roccuzzo)
Figlio di Laerte e di
Anticlea, si finse
pazzo per non andare alla guerra di Troia; smascherato da Palimede, portò
la sua astuzia al servizio dei Greci, dopo aver arruolato anche Achille,
che si era travestito da fanciulla, anch'egli per evitare la guerra.
Grande fu il contributo che Ulisse diede alla vittoria dei Greci e di ciò
l'Iliade tratta a profusione. L'Odissea, invece, racconta le peripezie
dell'eroe nel viaggio di ritorno alla sua Itaca e le vicende drammatiche
con le quali scaccia i Proci e si riappropria delle proprie terre. Dopo
la sua morte fu posto fra i semidei. Fin qui la presunta storia, ma sono
in molti a vedere in Ulisse qualcosa di più e di diverso.
Esotericamente, il suo viaggio è inteso come le peripezie del Sè nella
lotta contro il corpo e le passioni, prima di conquistare la pienezza
della sua affermazione. Qualche storico vorrebbe che Ulisse fosse
vissuto ai tempi della Quarta Razza e che Ogigia, l'isola dove l'eroe
rimase per sette anni con Calypso, fosse l'Atlantide. Ma ciò è molto
improbabile, poiché i tempi presunti non coincidono. I filosofi stoici
lo consideravano il prototipo del saggio, mentre i politici vedevano in
Ulisse la figura del capo nonché dell'uomo di azione.
Demitizzare
Ulisse
Ulisse, in greco
Odisseo (il nome latino Ulixes risulta preso da una forma dialettale),
è l'eroe più celebre di tutta l'antichità e il più celebrato negli
ultimi 27 secoli.
Tutti
i manuali scolastici presentano l'Odissea come un poema in cui viene
narrato il ritorno avventuroso in patria di uno degli eroi della guerra
di Troia. In realtà le vicende di Ulisse sono solo il pretesto per
raccontare una storia che di avventuroso ha assai poco rispetto al
motivo di fondo che la domina e che è eminentemente tragico, come è
tragico il suo eroe principale.
Tra
la fine dell'VIII sec. a. C. e l'inizio del VII furono messi per
iscritto, in lingua greca, l'Iliade e l'Odissea, approdo finale di una
tradizione orale risalente, probabilmente, all'età dei greci micenei,
la cui civiltà era crollata verso il 1200-1100 a. C. Fu nel momento in
cui, verso il VII sec. a. C., molti greci cominciarono a migrare verso
occidente, portando con sé le loro memorie, che qualcuno mise per
iscritto i due poemi.
Secondo
un'antica tradizione leggendaria Ulisse è un bisnipote di Ermes, il dio
delle trasformazioni, che si contrappone ad Apollo, dio semplice,
chiaro, unico. E infatti per Omero Ulisse è al vertice delle capacità
umane, complessivamente intese: è dotato d'incredibile perspicacia e
intuito (polymetis), sa adattarsi alle più inattese emergenze della sua
tumultuosa esistenza (polytropos), ha una grandissima astuzia (polymechanos),
è capace di mille pensieri (polyphron) ed è in grado di sopportare le
più terribili sofferenze (polytlas), è insomma un uomo di mondo,
rotto, anzi "navigato" a tutte le esperienze (polyplanes).
E'
il personaggio più moderno perché il più umano, non ovviamente nel
senso "cristiano" o "laico" in cui oggi intendiamo
la parola "umano" o l'espressione "senso dell'umanità",
poiché Ulisse era anche capace di efferate crudeltà e terribili
vendette 1, ma semplicemente perché incarna tutte le caratteristiche
dell'uomo moderno, ed infatti egli è figlio di una grande civiltà
antagonistica: passione militare, volontà di comando, astuzia politica
e diplomatica, affabulazione e capacità di persuasione, relativismo
etico 2, licenza sessuale (note sono le sue amanti: Circe, Nausicaa,
Calipso ecc.), coraggio nell'affrontare le avventure, patriottismo 3 e
senso di superiorità etnica, di stirpe 4, di civiltà, spirito di
sacrificio 5, curiosità intellettuale 6, rispetto formale della
religione.
Ulisse
in realtà non è mai esistito, se non nella fantasia di un redattore o
di più redattori, che volevano convogliare in un individuo isolato quei
valori che tutti insieme non realizzarono né avrebbero potuto
realizzare alcun ideale sociale, di convivenza pacifica e democratica.
L'Iliade
infatti è il fallimento di una civiltà, quella micenea, rappresentata
da una polis che vince un'altra polis, senza per questo migliorare il
proprio destino, è cioè il simbolo dell'impossibilità di una
coesistenza in nome degli ideali e dei comportamenti che furono di molti
eroi troiani e greci e che in Ulisse si sommano stupendamente (sul piano
artistico delle letteratura) in un'unica persona, che però appare come
eroe isolato, i cui compagni di sventura sono soltanto delle comparse.
L'Odissea
è la sconfitta dell'Iliade, ma in forma sublimata, accentuando al
massimo l'umanità di un eroe di carta, che nella realtà non può
esistere, perché nessun uomo può essere tutte quelle cose insieme. Lo
stesso Omero afferma che oltre il Peloponneso esiste solo l'irrealtà.
L'Iliade
infatti, trattando il tema della guerra in nome di un ideale di
giustizia, suggeriva l'idea che entro certi limiti era possibile
sospendere le esigenze della democrazia, in attesa della conclusione del
conflitto. Ma l'Odissea è il tentativo di mascherare il fallimento di
quegli stessi ideali vissuti in tempo di pace.
Ulisse
viene fatto vivere in una dimensione surreale proprio perché non
sarebbe stato in grado di vivere un'esistenza normale, nella vita reale,
nella prosaicità di una vita pacifica, senza conflitti sociali o
bellici.
La
sua personalità è in fondo quella di un disadattato sociale, analoga a
quella dei reduci militari di qualunque sporca guerra, di uno che non può
avere amici che non siano i propri commilitoni, e che quindi andrebbe
rieducato a una vita sociale normale, dedicata al lavoro, al rispetto
delle regole di una convivenza civile.
E'
raro nella nostra civiltà, che nella sostanza rispecchia molti di quei
valori omerici, nonostante i duemila anni di cristianesimo, vedere
qualcuno criticare il mito di Ulisse, ovvero riprendere le critiche di
Sofocle (Filottete) ed Euripide (Ecuba), e anche di Filostrato (Eroico),
approfondendole ulteriormente.
Eppure
l'umanità di Ulisse è un inganno e dovremmo liberarcene, cioè non
dovremmo lasciarci più sedurre dalla sua personalità accattivante,
come lui non si lasciava sedurre dal canto delle sirene, perché Ulisse
non è un modello da imitare, ma un cattivo esempio per chi vuole
fuoriuscire dall'antagonismo sociale. Le sue disavventure non possono più
indurci a giustificare il suo egocentrismo, il suo maschilismo, e tutte
le debolezze connesse a questi vizi capitali, che dalla cultura della
sua civiltà si sono introiettati nel comportamento della sua persona.
Ulisse
è un personaggio invivibile, è quello che ogni maschio vorrebbe essere
e che se vi riuscisse renderebbe impossibile la vita di società. Egli
rappresenta il tentativo di voler sopravvivere a se stessi, nonostante
le contraddizioni impongano una svolta verso il recupero di una dignità
umana autentica.
Neppure
Penelope è in grado di riconoscerlo (e come avrebbe potuto dopo dieci
anni di guerra contro i troiani e dopo altri dieci di peregrinazioni?) e
ha bisogno di un segno tangibile, che però, guarda caso, è un'altra
prova di abilità: il letto scavato nell'ulivo, mentre a tutti gli altri
dovrà dare l'ennesima prova di forza. Ulisse non viene riconosciuto
come uomo, ma come artigiano e come militare. La sua personalità di
uomo è da tempo scomparsa.
Penelope
è in fondo la vera eroina (anch'essa molto irreale) che ha sopportato
per vent'anni l'egocentrismo del marito, solo che il suo atteggiamento
non fa storia, o meglio, non fa il "romanzo d'avventura", non
stimola la fantasia, non fa evadere nei sogni irreali. La sua figura non
appare chiaramente come un'alternativa a Ulisse, ma piuttosto come una
forma di ripiego.
Ulisse
torna a casa non perché vuole rivedere la moglie e il figlio, ma perché
è stanco delle sue avventure. Torna a casa da vecchio, come se avesse
bisogno di farsi compatire o perdonare. La strage dei Proci non è forse
servita a tale scopo? Il suo modo di dimostrare la propria utilità è
stato, ancora una volta, quello di usare le armi e seminare morte e
terrore. S'è fatto perdonare e nel contempo ha fatto capire chi comanda
di nuovo a Itaca: di tutti i pretendenti e molestatori di Penelope sono
due personaggi minori avranno salva la vita. E così ha dato
l'impressione d'essere tornato per rivendicare una proprietà
minacciata, di cui moglie e figlio costituivano un mero accessorio 7.
In
realtà Ulisse non può essere riscattato dal suo ritorno in patria,
dalla fedeltà coniugale affermata solo in ultima istanza, dall'amore
dimostrato nei confronti di un figlio che è cresciuto all'ombra della
sola madre. Non lo riscatta tutto ciò e neppure lo riscattano tutte le
sue disavventure, che lui in fondo ha cercato per dare un senso alla sua
vita errabonda, vana e vacua, e neppure il fatto ch'egli abbia
dimostrato una indipendenza di giudizio nei confronti della religione
ufficiale: Ulisse ha un atteggiamento troppo opportunista nei confronti
degli dèi pagani falsi e bugiardi.
La
vita di un uomo non può essere riscattata dalle disgrazie che avrebbe
potuto tranquillamente evitare, se avesse vissuto una vita più normale,
o peggio dagli ultimi cinque minuti in cui l'ha vissuta, accanto alla
moglie e al figlio, da vero marito e da vero padre, perché non saranno
questi minuti a porre le basi per un senso alternativo di umanità. Non
a caso una leggenda lo fa morire oltre le colonne d'Ercole, alla ricerca
di nuove avventure e giustamente Dante lo condanna all'Inferno (canto
XXVI), non solo come consigliere fraudolento, ma anche come uomo folle
ed egoista che porta alla rovina i suoi compagni, raggirati col miraggio
d'una conoscenza illimitata (che nella Commedia appare fine a se stessa,
ma che nella realtà storica diverrà occasione di saccheggi e
devastazioni coloniali da parte dell'Europa borghese).
Caponata
catanese
Ingredienti:Melanzane 8, peperoni gr. 800, pomodori maturi gr. 600,
cipolle grosse 2, sedano un mazzetto, aglio uno spicchio, olive bianche
gr. 200, capperi gr. 50, basilico, aceto mezzo bicchiere, olio, sale,
pepe. Preparazione: Tagliate le melanzane a dadi e friggetele in olio
abbondante dopo averle tenute circa un'ora in acqua salata. Preparate
una salsa di pomodoro con l'aglio e il basilico. Friggete a parte i
peperoni tagliati a strisce con le cipolle affettate e appena appassiti,
nell'olio rimasto in padella, rosolate le olive snocciolate, i capperi e
il sedano triturato.Versate quindi nella salsa già pronta le melanzane,
i peperoni e le cipolle, il sedano le olive e i capperi, lasciate
insaporire qualche minuto a fuoco basso e sfumate con l'aceto.
Correggete di sale e pepe e servite fredda.
Ulisse
deve smettere d'esserci simpatico. Uno che non ha imparato altro che a
uccidere e mentire, uno che odia la cultura perché conosce solo l'uso
della forza e dell'astuzia quando la forza non basta, uno che maschera
dietro una serietà formale la propria superficialità, per quale motivo
deve occupare un posto centrale nella cultura del nostro tempo e
soprattutto nella cultura classica delle nostre scuole?
Per
esempio: scannò Polissena, figlia di Priamo, sulla tomba di Achille per
esaudire un desiderio postumo di costui. Una delle cose più vergognose
che fece fu quella di far credere a Clitennestra che Achille voleva
sposare sua figlia Ifigenia; invece ne aveva bisogno il padre Agamennone
per sacrificarla ad Artemide.; Ulisse aveva un senso etico così relativo che quando ebbe necessità di
trafugare i cavalli di Reso e il Palladio, promise al soldato troiano
catturato, Dolone, un'alta ricompensa se li avesse aiutati, ma subito
dopo aver ottenuto quanto cercava chiese la testa di Dolone e le sue
spoglie le appese alla prua della sua nave. Nella stessa occasione,
quasi pugnalò a tradimento il compagno Diomede, che era riuscito a
mettere le mani sul Palladio prima di lui. Tuttavia Ulisse quando si trattò di entrare in guerra contro Troia,
onorando così lo stesso patto che lui aveva richiesto di firmare, si
finse pazzo, e mentre stava arando la sabbia, Palamede tolse dalle
braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo adagiò davanti all'aratro,
costringendo Ulisse a fermarsi. Fu in quell'occasione ch'egli promise di
vendicarsi di Palamede, riuscendo a farlo lapidare proprio durante la
guerra troiana, dopo averlo fatto passare per un traditore (cfr
Filostrato, Eroico).A dir il vero esiste una versione sulla nascita di Ulisse che vede non
in Laerte ma in Sisifo suo padre, il quale, per vendicarsi dei furti di
bestiame che subiva da parte del nonno di Ulisse, Autolico, violentò la
figlia di quest'ultimo, Anticlea, mettendola incinta. Fu proprio
Autolico che mise a Ulisse il nome di Odisseo, che in greco significa
"l'odioso". Però volle a tutti i costi le armi di Achille, che invece sarebbero
dovute spettare ad Aiace Telamonio, che era riuscito a trascinare il
corpo e le armi di Achille dietro le linee. Aiace, umiliato da Ulisse,
impazzì e si suicidò.
Attenzione che in Ulisse la curiosità intellettuale non coincide
propriamente con l'esperienza culturale. Ulisse è refrattario alla
cultura (p.es., fece di tutto per eliminare Palamede, figlio di Nauplio,
molto più colto e geniale di lui).
Non dimentichiamo che Ulisse voleva sposare Elena, messa all'asta da suo
padre Tindaro, e che sposò Penelope solo perché squattrinato. Fu in
quell'occasione che chiese a tutti i principi Achei di firmare un patto
di alleanza per difendere l'onore di Elena anche dopo il matrimonio; e
da qui nascerà, formalmente, la guerra di Troia.
Brevi
accenni sul borgo. Famosissimo
fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo
ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto
definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva
apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.
L'immane
colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura
che forma oggi un delizioso golfo.
Lo
splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le
casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le
vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico
chiamato Ognina.
Già
nota agli storiografi antichi, era così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e
ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio
Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui
borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la
provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati, di
conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione
di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri
d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale
etnea.
E’
necessario distinguere tra l’antica Ognina e quella nuova. Il
suo non è un nome proprio ma un nome comune: da Lògnina o Longone, un
termine che indicava i porti provvisti di pietre forate per l’approdo
delle navi. I Longoni erano le bitte d’ormeggio delle banchine
portuali, infatti troviamo Ognina a Siracusa, in Sardegna e all’Isola
d’Elba.
L’Ognina
di Catania era chiamata Porto Ulisse (o calcidico). Un grandissimo porto
costruito dai Calcidesi nel VIII sec. a.C. che poi subì altre
occupazioni fra le quali quella dei greci di Gerone e quella dei Romani.
Porto
Ulisse costituiva lo scalo ufficiale dell’antica Katane. La sua felice
posizione geografica lo faceva punto d’incontro quasi obbligato delle
vie marittime mediterranee. Poteva contenere quasi 250 navi ma scomparve
sotto l’eruzione lavica del 1381. Quel che è rimasto del grande Porto
Ulisse (oggi sepolto sotto il lungomare di Catania) e che arrivava fino
alla zona del Gaito, è l’attuale porticciolo di Ognina.
Virgilio,
nell’Eneide, ce lo descrive ampio, dal calmo specchio acqueo interno e
dalla imboccatura ridossata dai venti di traversia: "Portus ab
accessu ventorum immotus et ingens ipse".
Aveva
anche un porto ausiliario ad Agnone, sito all’inizio della piana di
Catania. I terreni della Piana, per i loro pregiatissimi prodotti erano
chiamati dai greci Elysia perché paragonati ai mitici campi Elisi, i
giardini di eterna primavera e di infinita delizia riservati nell’oltretomba
ai giusti. I Romani, per far risaltare
di più il loro dominio in quella
zona prosperosa (chiamata Horreum Romae – "Il granaio di
Roma"), premisero l’aggettivo "latia" (da latius che
significa "appartenente ai latini") sicchè quella
denominazione si mutò in "Latia Elysia". Il passaggio da
Latia Elysia a La Zia Lisa fu facile. Oggi indica la zona d’inizio della
Piana di Catania.
Nella
zona di Lognina scorre un fiume antichissimo, il Longane, che scaturiva
dalle colline di Santa Sofia, passando per Cibali e nei sottosuoli
ricchi di acqua, la cui abbondanza è confermata dal nome della vicina
località ogninese "Nizeti", derivante dal greco "nizo"
che significa lavo. Ad Ognina il fiume arriva ancor oggi con vere
risorgeze sottomarine facendoci ricordare la sua perenne presenza,
seppur nascosto dall’eruzione del 1381. La denominazione della vicina
zona Acque Casse deriva da Acquae cassae (che significa acque coperte)
testimonia la presenza del grande pozzo naturale che si è
venuto a creare a seguito delle colate laviche che coprirono il fiume.
La
vecchia Lognina partiva dalla Porta di Aci (l’attuale Piazza Stesicoro),
dove finiva la città e arrivava fino all’attuale porticciolo. Poi i
confini di Catania si estesero oltre la Porta di Aci invadendo Lognina e
a ricordarne l’antico sito rimase soltanto il nome di una strada detta
anche oggi Via Vecchia Ognina, che arriva fin quasi alla chiesa di S.
Maria di Betlem, allora punto di confine con la città, unica strada
catanese a non essere retta e dal suo percorso si capisce che era una
linea di confine tra due zone.
"San
Silvestro a mare", gara di nuoto nelle acque del Golfo di Ognina (31
dicembre)
L'ungherese
Andreas Garady si e' aggiudicato la 46/a edizione della 'San Silvestro a
Mare',
la storica nuotata di fine anno a Catania. Al secondo e terzo posto due
abilissimi nuotatori: Andrea Di Salvatore e Francesco Malato. L'edizione 2005,
che ha visto la partecipazione di 133 nuotatori, e' stata dedicata a Chico
Scimone l'ultranovantenne catanese scomparso il 9 aprile scorso e in passato
punto di riferimento per l'ultima nuotata dell'anno.
La
San Silvestro a mare è una gara internazionale di nuoto che si svolge ogni anno
il 31 dicembre a Catania, presso il porticciolo storico di Ognina. La gara vede
partecipanti di ogni fascia d'età e di varie nazioni (soprattutto l'Ungheria:
quattro hanno vinto altrettante edizioni negli anni ottanta-novanta). Tra i
partecipanti, si ricorda l'ex ct del Settebello, vincitore dell'edizioni 1979.
Nel 2002 partecipò per l'ultima volta Chico Scimone, di 91 anni.
Questo è l'elenco dei vincitori anno per anno:1960 Salvo Faro; 1961 Rita
Giarrusso; 1962 Lallo Pennisi; 1963 Lallo Pennisi; 1964 Gaetano Garozzo; 1965
Armando Maugeri; 1966 Sergio Alibertini; 1967 Nicola Gaspari; 1968 Sergio
Alibertini; 1969 Salvatore Gangemi; 1970 Armando Gangemi; 1971 Sergio Alibertini;
1972 Valerio Anzon; 1973 Antonio Arrigo; 1974 Carlo Scuderi; 1975 Carlo Scuderi;
1976 Salvo Scebba; 1977 Carlo Scuderi; 1978 Carlo Scuderi; 1979 Alessandro
Campagna; 1980 Adolfo Veroux; 1981 Adolfo Veroux 1982 Adolfo Veroux; 1983 Alfonso Musumeci; 1984 Alfonso Musumeci; 1985 Carmelo
Cacia; 1986 Alfonso Musumeci; 1987 Carmelo Cacia; 1988 Carmelo Cacia 1989 Tibor Kiss; 1990 Francesco Malato; 1991 Francesco Malato; 1992 Gabor Szabo;
1993 Davide Scavuzzo; 1994 Marco Conti; 1995 Francesco Malato; 1996 Marco Conti;
1997 Tamas Bessenyei; 1998 Tamas Nitsovits; 1999 MArco Conti; 2000 Francesco
Aldisio; 2001 Gabriele Paratore - 2006 Aurelio Scebba.
Aurelio
Scebba vince la S. Silvestro trent'anni dopo il trionfo del padre.
Il
pallanostista della Sp Energia ha preceduto Toth e Di Salvatore al "Tuffo a
mare e corsa".
"Papà ce l'ho fatta". Trent'anni dopo il successo di Salvo Scebba, il
figlio Aurelio iscrive il suo nome nell'albo d'oro della "San Silvestro a
mare". Il successo del pallanotista della Sp Energia Catania, appena 20
anni, spezza il dominio ungherese delle ultime edizioni e si riempie dei colori
della passione per una tradizione tramandata da padre a figlio e raccolta
davvero a pieno.
Alla prima partecipazione, quindi, Scebba è andato con un treno. Ci teneva
troppo a mettere in bacheca accanto alla coppa del padre, vinta nel '76, quella
sua, riuscendo a riportare il successo
della gara assoluti a Catania, battendo Toth e Andrea Di Salvatore, secondi a
pari merito.
Alla San Silvestro, però, l'importante è esserci. Da non mancare. La cartolina
più bella arriva proprio da lì, dal porticciolo di Ognina, perché alla
cavalcata di Scebba va senz'altro premiata la voglia del pubblico catanese di
non perdere l'appuntamento con il tuffo di fine anno e di non lasciare soli i
protagonisti dell'edizione numero 47, regalandogli quel calore, che le acque
gelide non certo regalano. Anche se la giornata è splendida.
La cornice di pubblico è da immortalare, davvero speciale, da custodire
nell'album dei ricordi della corsa, organizzata da Lallo Pennisi. La sua
passione non ha fatto altro che travolgere tutti in questi anni.
Pennisi descrive in una brochure le storie di protagonisti di oggi e del passato
e le trasmette al popolo della "San Silvestro a mare", forse proprio
per fare capire che dietro ogni singolo partecipante della San Silvestro
(domenica scorsa erano ben 130) si nasconde una storia speciale. C'è chi
rinuncia alle gite di fine anno, c'è chi rinuncia ai cenoni fuori porta.
C'è chi ha ormai instaurato un rapporto speciale con quelle acque, tanto da
rinnovarlo da 30 edizioni. Tutto senza regole. In un incrocio tra sport e poesia
che non può non emozionare.
La Sicilia 2.1.2007
Sul
nome del quartiere del Rotolo ad Ognina, descritto anche da Verga ne I
Malavoglia, alcuni sostengono che sia dovuto a un dipinto che raffigura
una Madonna che tiene in mano una bilancia che raggiunge un rotolo di
peso (trovasi attualmente all’angolo tra Via Messina e Via
Galatioto).
Ma che il nome sia stato originato dal Rotolo delle Sacre Scritture è
confermato da Jacomo Saba "un antico tempietto di Santa Maria del
Sacro Rotolo, da alcuni creduta della Lettera dei Messinesi, nei pressi
dell’Abbazia brasiliana Santa Maria di Lognina". Insomma, la
Madonna teneva in mano le sacre scritture. Tra Via Calipso e Via
Ginestra emergono tuttora i ruderi di quel Tempietto, che venne eretto
in onore di Sant’agata quando le sue reliquie, arrivate da
Costantinopoli, furono date in consegna al Vescovo Maurizio proprio in
quella zona.
Durante
la guerra dei Vespri, più volte il mare di Lognina conobbe le vicende
degli urti fra i D’Angiò e gli Aragona. I grandi ammiragli catanesi
Ruggero di Lauria e Artale Alagona si distinsero per valore e strategie
ed a loro venne intitolato il lungomare catanese, un tempo teatro delle
loro vittorie navali in difesa dei catanesi.
Ad
Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion,
che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi
nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della
chiesa.
Il
popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai
Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo
V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per
fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la
popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.
Come
funzionava la torre? Le sentinelle delle garitte in pietra lavica che
si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra
sulle lave di Piazza Europa, (le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo
sono mai state perché
furono costruite per difendersi proprio da loro), quando avvistavano i galeoni
musulmani che si avvicinavano alla costa , attraverso
una torcia accesa davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i
quali, a loro volta, lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.
Il
suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del
Duomo di Catania. Quindi, da tutti i quartieri della città era un accorrere di gente per apprestare la più tenace
difesa alla loro terra.
Dopo
l’eruzione del 1669 Lognina esisteva ancora grazie all’opera di
ricostruzione del Duca di Camastra, del Duca Uzeda e della Famiglia
Mancini Battaglia, ai quali è intitolato lo spazio antistante il porto.
Oggi
rimane solo il porto, che insieme al porticciolo peschereccio di Guardia
Ognina - San Giovanni Li Cuti, sono posti incantevoli della
scogliera cittadina.
Il
porticciolo di San Giovanni Li Cuti
è un piccolo gioiello incastonato
nel golfo e quello antichissimo di Ognina un ritrovo per i buongustai
del pesce, che vanno a comprarlo appena pescato. Famoso anche perchè
comprende quella spiaggetta sempre ripresa dalle TV nazionali che fa
vedere i primi bagni degli italiani.
E'
uno dei tratti della costa più belli ed affascinanti, ove il nero della
costa lavica spicca nel contrasto con l'azzurro vivido del mare e del
bianco delle onde.
Ognina, la
scogliera in cui tutto parla di Ulisse e di Sirene: dal nome delle
strade, dai luoghi, dalla sua storia, dal suo mare, dal suo profumo più
incantevole del canto delle sirene. Io
la definisco la "vasca da bagno degli Dei", in cui tutti prima o poi rimangono stregati,
affascinati e incantati. E' come la maga Circe, ti seduce e ti ammalia fino al punto di non accorgerti di baciarle le onde,
fino ad annegare.
(Mimmo
Rapisarda)
Palme e chioschi sul lungomare vero.
(Venerdì di Repubblica del 30.7.04)
Musica, cocktail e sport.......... Anche a Catania, che il mare ce l'ha, eccome,
sono state create aree "artificiali" di svago, sport e relax.
Lungo il viale Kennedy, in pieno centro, troviamo la Playa, una spiaggia
di sabbia fine e bianca con palme e chioschetti, aree sportive e spazi
con la musica. Proprio come le spiagge metropolitane, ma qui, alla
fine il mare c'è davvero.
Anche in questo caso i vari beach bar la sera si
trasformano in locali dove si beve e si ascolta musica. La Cucaracha, il camping internazionale e le
Capannine, sono i più e meglio frequentati.
In Piazza Europa ancora una zona centralissima è
stata creata una piattaforma sulla scogliera con bar e docce,
frequentata da catanesi in pausa pranzo, giusto fuori dalla porta
dell'ufficio. San Giovanni Li Cuti è un'altra piccola spiaggia sempre
in centro città, con beach bar per aperitvi.
La "Chiesa di Lognina", centro locale di
grande importanza non solo per l'organizzazione della festa, è un
santuario mariano da pochi anni. Non molto grande e costruita per la
prima volta nel 1308, fu poi ricostruita dopo il terremoto del 1693, che
distrusse Catania. Si affaccia su Piazza Ognina, di solito affollata
dalle barche lasciate lì a riposare, tra un pilastro e l'altro del
ponte in cemento armato sovrastante. Uscendo dalla Chiesa, zigzagando
tra le barche e passando sotto l'alto ponte, che è poi una grossa
strada, a destra e a sinistra si vedono grandi murales che sovrappongono
colorate immagini del mercato del pesce al grigio del cemento. Subito
dopo il piazzale, si apre la baia dove sin dall'epoca romana sorge il
porticciolo, dedicato a Ulisse. Nel luogo dove ora sorge la Chiesa, un
tempo d'era un tempio dedicato ad Atena. Il porto Ulyssis era il porto
naturale di Catania e pare che riuscisse ad ospitare allora fino a 300
navi. Poi nel Medioevo un'eruzione dell'Etna ha ridotto le dimensioni
del porto, ma non l'attività della pesca.
Per secoli, prima dell'espansione della città di
Catania, il Borgo era isolato e relativamente lontano dalla città; era
un'autonoma entità urbana e i nomi delle strade lo dimostrano: via
Calipso, via del Tritone, via dei Delfini. La gente del luogo sente
fastidio per l'indifferenza pluridecennale dell'amministrazione catanese
che, a loro parere, rischia di causare la rovina delle bellezze del
luogo. E lo dimostra comunque al visitatore la presenza di quella strada
in cemento armato. Da alcuni anni la parrocchia ha promosso associazioni
e comunità che cercano di correggere gli errori dei piani regolatori
generali, di aumentare il verde pubblico e di rilanciare il porto anche
a scopi turistici. Sull'acqua bassa e calma dell'insenatura d'inverno si
vedono solo le barchette a remi in legno, bianche, rosse e azzurre che,
ormeggiate al molo, si muovono appena alla lieve corrente. C'è anche
qualche yacht, ma solo qualcuno. D'estate invece vengono montati anche i
pontili per i motoscafi. Accanto a questo porticciolo di piccole barche,
c'è il molo per i pescherecci da pescespada e tonni. E in fondo, a
sinistra, oltre i palazzi e le case immersi nel verde e nel sole,
gigantesco il Vulcano, l'Etna.
(Viviana Mazza)
Un museo del mare sempre più famoso
Mare in Italy ha scoperto ad Ognina
(Ct.) il
meraviglioso “Museo del Mare“ antico scalo marittimo di Catania
detto anche il “Porto di Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una
tremenda colata lavica.
Il Museo è diviso in varie sezioni tutte molto
interessanti, si inizia con la parte archeologica comprendente reperti
di una nave romana naufragata nella zona di mare prospiciente Ognina,
per proseguire poi visitando la parte in cui sono esposti attrezzi
tipici della pesca, donazioni dei pescatori locali, per finire con la
sezione nella quale si trovano reperti naturalistici.
Il bilancio dei primi tre anni di vita del museo e
le intenzioni per i prossimi anni sono stati illustrati dal Sindaco
Umberto Scapagnini e dagli assessori al Commercio e Turismo ma in
particolar modo da chi ha fortemente voluto questa interessante
struttura, padre Antonio Fallico e i responsabili dell’Associazione S.
Maria di Ognina.
L’intenzione, è stato ribadito, è quella di
fare del museo un importante strumento di apprendimento utile a tutte le
fasce di età e cultura nonché naturalmente grande attrazione per tutti
gli amanti del mare, facendo uso anche di tecnologie multimediali che
riproducano l’ambiente marino reale.
Altro proposito è quello di incontrare alunni e
fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino sia con la visita al
museo sia direttamente con uscite in barca.
Il sindaco ha anche riferito di un piano per la
realizzazione di un Parco del Mare, una specie di acquario gigante di
cui la parte formativa sarebbe ospitata nel Museo di Ognina.
(Luca Coccia)
Litterio
al Luna Park del lungomare
L'
altro giorno, sig. La Rosa, ddu zzaurdu di me cucinu Affio si
nni nesci ca ni nn'havimu a jri all'una park!
"Bestia"
ci dissi "bestia chi ci jemu a fari all'una park ca già
sunu i setti i sira, u dici a stissa parola ca si cci a jri a
l'una"
"no”
mi dissi iddu,
“dda si cci po jri macari e setti'."bestia"ci dissi iùallura
u chiamamu setti park,
"no”mi dissi iddu"quello
si chiama luna tutta una parola, tutto ioncioto luna, senza
l'apostolo.
'Nzomma,
sig. La Rosa, mi hanno portato 'e setti all'una park, eromo il
sottoscritto, CIIICCCIIUUU, Fulippo "peri peri" e ddu zzaurdu di me
CUCINU AFFIO, e abbiamo venuti a Catania, a Ognina, alla piazza
dell'ammogghio
.... dell'arrotolo, do Rotolo, vah....
Miiiili
e chi c'era di cristiani! C'era una folla .... Proprio, chinu
chinu di picciriddi, picciriddi ca currevunu, mammi c'assicutavunu
i picciriddi ca currevunu, picciuttazzi c'assicutavunu i mammi
c'assicutavunu i picciriddi ca currevunu... Era insomma un fuggi
fuggi ginirali.
Appoi
i giostri, i bancarelli, il tiro inzegno ... ca è praticamente: tu spari n’fino ca non t'insigni ... non
t'insigni a sparagnari i soddi inveci di spinnilli in minchiati.
Ddocu Fulippu peri peri avvicinandomisici mi dissi:
"Madonna chi cunfusioni, mi staiu scantannu ca ni pirdemu";
"ma comu ti perdi tu, ca c’hai questo radari segnalatore
fetaiolo di peri morti!!!" Ca questa estate, sig. La Rosa,
ce ne siamo andati in campeggio col treno, sopra il vagone si
livau i scarpi... appunu a ricoverare tutto il vagoni per
avvelenamento al sangue con dasgnosi preservata!
A
un certo punto abbiamo visto come una specie di treno ca però
camina ndell'aria del cielo... C'era scritto OTTOVOLANTE, noi
eromo quattro e non ci pottimo andare; caminando caminando
abbiamo visto come una specie di palazzo tutto bello infiorato
ma sempri a tipo di giostra e c'era scritto TUNNEL DELL'AMORE;
ndella biglietteria si presentau CIICCIIUUU, I' impiegato u
taliavu un pocu curiuseddu, ppoi mi fa "prego, signora, si
accomodi" .
"a
mia signora?” ci
dissi iù“comu si
permettii?' . "ah mi scusi "mi fa iddu“Forsi
sognorina!"
Iù nda me testa dissi ma chistu che cosa vuoli diri???
Forsi picchi Cicciu havi quel vizietto, ci sembra ca macari
sugnu di l'autra sponda.
Comunqui,
pi non fari discussioni, u lassai perdiri e trasemu in questo
tunnel dell'amore. Acchianamo nda una barchetta ca appoi
passavamo del lago, canale.
CIICCIIIUUU
si vosi mettiri con me, era una barchetta a 4 posti, l'autri due
posti ci acchianaro n'autri due masculi che io non conoscevo,
ddocu visti che all'ingresso di questo tunnel c'erano fremmi na
pocu assai di individui strani e ntisi un ciauru di mari e
pensai forsi è perché siamo vicino al mare delungomari. Ad
ogni modo abbiamo partiti con questa specie di barchetta, prima
c'erano i lampioni belli grandi che facevano bella luci, poi i
lampioncini belli piccoli, poi sempri cchiù nichi quasi al buio
e ddocu iù ntisi una voci ca faceva "Beeddu, beeddu
‘cchi capiddi rizzi, lo sai ca sei cchiù beeddu do signor La
Rosa?" e sintevo come dei pallini di carta ca mi arrivavano
ndo coddu; mi stavo accomincianno a siddiari, e ci facevo "carusi
finemila picchì vi abbio ammollo" e chiddi nautra vota
"Bedduuu... Beddu, e chi capiddi rizzi, lo sai che sei cchiù
intelligenti del signor La Rosa?" e mi arrivavano autri
pallini di carta nda testa;
Ddocu iù mi siddiai, in quel
momento priciso arrivamu ndel punto del tunnel ca era o' scuru
completo e io non ci visti cchiù di l'occhi quanno 'ntisi una
mano ca si appoggiava ndella mia spalla o scuru; iù dissi
chista m'a vogghiu vidiri tutta e pinsai: sicuramenti sarà un
ladro bossaiolo, e intanto dda manu scinneva verso i sacchetti dè
causi e iù ddocu capii ca mi voleva furtiri u portafogghiu chi
sordi, e mi priparai!
Ero
teso e all'improvviso in quello scuro ca si pizziava ntisi a
manu ca avevo sopra il petto ca di botto s'avvicino' ai
sacchetti, scinnivu verso a panza “ma chistu” dissi nda me
testa“e chi
ci paru babbu?” Io ero pronto ppi bloccari i sacchetti di
causi; comu a mano si sollevavu iù u capii, dissi "nde sacchetti
si stà abbiannu", e mi chiantai in contemporaneo velocissimo i
manu ndei sacchetti, e il ladro borsaiolo cchiù lesto ancora di
mia mi acchiappau di sotto nei paesi bassi.
Iu
ddocu chiantu m’pugnu ccu tutta a me forza... dissi... ora ci
fazzu cascari a manu!... il ladro cchiù lesto ancora si livau a
manu e .... ntisi un dolore di l'autra munnu... ittai una
schigghia ca si 'ntisi oltre mare nei Foracoglioni da Trizza...
Chiddu
non era ladru di sordi, era latru di carni... Na vota ca si
visti scoperto il ladro ittò un sauto e scappò. Ciiicciuu, per
prendere le mie offese cercò d'acchiappallu, si alzò... la
barchetta si abbuttò di lato,... Cicciu persi l'equilibrio e
cascò 'ndell'acqua, io ci gridai "disgraziato ma
chi ti pari il momento di fariti il bagno? e intanto iddu
faceva..."glu... glu..." si stava anniando.
Io signor
La Rosa, arristai rimminchilonito, pinsai "ma come, un
puppu ca non sapi natari?' e subito u trascinai vicinu a
banchina del canale; si avvicinaru i cristiani e siccome aveva
pigghiato acqua assai ci ficiru a respirazione artificiale; iddu
veramente vuleva fatta a respirazione bocca a bocca, ma quelle
ci ficiro a respirazione artificali, quella coi bracci all'aria,
così accuminciau a jittari acqua da vucca...
Ittò
quasi trecentoquarantacinquelitri di acqua, cchiù acqua ittava
e cchiù acqua tirava, era un mistero!!!
Ci
vosi menz'ura ppi capiri picchì... aveva u culo a moddu!!!
Di
recente in una grotta spagnola, chiamata Gran Dolina, sono stati
scoperti dei reperti che, studiati, hanno portato il paleontologo Eduard
Carbonell ha dire che "erano cannibali i primi europei".
Poiché - ha ribadito il paleontologo - questi resti sono tra i piu
antichi tra i nostri progenitori, possiamo affermare dire che siamo
discendenti di cannibali".
Tra i popoli che in Europa hanno praticato il cannibalismo c'è stato
quello dei Lestrigoni, che secondo diverse teorie, che oggi hanno
trovato un riscontro, abitarono nell'età del bronzo (2000 a.C.) la
località di Valsavoia, territorio di Lentini.
Ad ipotizzare che i Lestrigoni fossero un popolo realmente esistito fu
lo storico Sebastiano Pisano Baudo, nato a Lentini nel 1840. Uno dei
capi dei Lestrigoni fu Antifate, personaggio omerico che viene
menzionato nell'Odissea, allorché Ulisse nel suo peregrinare lungo il
mare Mediterraneo approda nella Lestrigonia, terra abitata da un popolo
antropofago.
Ed Omero, a tal proposito narra di un compagno di Ulisse che fu divorato
dal re Antifate. In epoche successive i Lestrigoni, sempre secondo
l'ipotesi di Sebastiano Baudo si sarebbero evoluti e si sarebbero
chiamati Sicani che, oltre alla pastorizia, si sarebbero dedicati
all'agricoltura.
La ricostruzione di Sebastiano Pisano Baudo, però, non era supportata
da alcuna evidenza archeologica o storiografica, e ben presto fu
ritenuta destituita da fondamento.
Altri archeologi nel secolo scorso, fra cui Paolo Orsi e Luigi Bernabò
Brea , tentarono, con i loro scavi archeologici a Valsavoia, località
che si estende sulle basse colline di roccia calcarea, nelle vicinanze
del Biviere di Lentini, e precisamente nei pressi della masseria
Cattivelle, di rinvenire qualche reperto che potesse confermare la
presenza dei Lestrigoni in quel territorio. Non ci riuscirono.
Soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso, come ricorda Francesco
Valenti, direttore del museo archeologico di Lentini, durante alcuni
scavi in Valsavoia eseguiti dall'archeologo Umberto Spigo, attuale
direttore della sezione archeologia della Sovrintendenza ai Beni
culturali di Catania, venne rinvenuto quell'anello di congiunzione per
dimostrare che questa zona della Sicilia fu abitata dai Lestrigoni,
popolo antropofago.
Questo anello di congiunzione tra la località Valsavoia e i Lestrigoni
è dato dal rinvenimento di un tipo di ceramica della facies Vallelunga,
sito archeologico della provincia di Caltanissetta. In questo sito, come
fa rilevare l'archeologo Francesco Valenti vennero rinvenuti da un
gruppo di archeologi, caso unico sino ad ora in Sicilia, una serie di
teschi umani, disposti in cerchi, lungo il perimetro di
una capanna. Inoltre, altri teschi erano ammonticchiati in un'area dove
doveva, verosimilmente, sorgere un villaggio.
I dati archeologici contenuti in uno studio che venne presentato durante
un convegno svoltosi a Palermo, hanno escluso che si potesse trattare di
sepolture. Mentre, era evidente che quei teschi venissero utilizzati,
così come avviene tra i cacciatori di teste del Borneo o di altre aree
dove tuttora si pratica il cannibalismo, per uso magico e ornamentale.
Una specie di culto proprio di un popolo antropofago. Se il popolo che
abita la zona di Vallelunga era antropofago, era anche antropofago il
popolo che abita Valsavoia. Ad unire la località del Calatino a quella
del Siracusano c'è il tipo di ceramica che è stata rinvenuta in
entrambi i siti archeologici. Alla luce di questa scoperta vengono in
mente i Lestrigoni ed i racconti omerici sui popoli antropofagi della
Sicilia. Infatti, se molti reperti archeologici di ceramica della
cultura di Vallelunga, si associano a quelli della cultura dei
Lestrigoni diventa piu di un'ipotesi che la città degli antropofagi
dalle larghe porte, di cui parla Omero nell'Odissea, sia localizzata
nell'area del Lentinese di Valsavoia, unico sito tra quelli conosciuti
nella zona del Siracusano ad averci restituito ceramiche della facies
culturale di Vallelunga.
PAOLO MANGIAFICO (Lasicilia.it)
Al dio del fuoco erano accomunati i demoni Paliki suoi figli,
nati dall'unione con l'Etna, i santi gemelli protettori degli oppressi,
invocati dagli indigeni nella lotta contro i Greci invasori e poi contro
i Romani dagli schiavi e dalle plebi. Nel sacro recinto i due numi
davano rifugio ai perseguitati, tutelavano la santità del giuramento e
si invocava il loro aiuto nei tempi di carestia. In analogia con quanto
avveniva nei Delli ribollenti
di Naffia a Palika, nel tempio di Santa Sofia si praticava il culto
ordalico, in cui le divinità ctonie infliggevano il castigo della cecità
agli spergiuri (Diod. XI, 80) per virtù dell'acqua che zampillava da
una fonte posta alla sorgente del Lòngane e che proprio da questo
poggio dava corso al fiume che aveva foce nel golfo di Lògnina.
La qualità di «salvatori» dei due santi legati ai fenomeni
lavici ha finito col generare la mitica impresa dei Pii fratres dando concretezza al mito riguardante un miracolo operato
nella gioventù della loro vita terrena. Col propagarsi della leggenda
dai Siculi ai Sicelioti anche i loro nomi cambiarono, emigrando da una
contrada ad un'altra, e nomi diversi finirono con l'assumere a Siracusa
e altri ancora in altri luoghi dell'Isola. Narra la leggenda che nel
corso di un'eruzione dell'Etna, verificatasi in epoca arcaica, forse
quella del 693 a.C. che aprì una bocca nel Campus Piorum a
nord ovest di Catania, i pii fratelli Anfinomo e Anapia trassero
in salvo i propri genitori portandoli sulle spalle attraverso la colata
lavica che, al loro passaggio, si apriva creando un corridoio. La
venerazione che essi godettero a Catania e la loro effige impressa nelle
monete, dimostra e conferma il culto dei
Paliki presso gli Etnei,
potendosi supporre che il cosiddetto Campus Piorum altro non fosse che
il recinto sacro del santuario di Adranos, dove non è da escludere del
tutto che abbia potuto accogliere un cippo, dai sacerdoti mostrato come
luogo di sepoltura dei Fratres.
Nel toponimo campiu, dato dal volgo al colle di Cifali fino a pochi
anni addietro, fusione dialettale di Campus Piorum, trova conferma la
tradizione sacrale del luogo, quantunque nella memoria popolare se ne
sia perduto il reale riferimento.
Più tardi i Siceliotí finirono con l'assimilare Adranos con
il loro dio del fuoco Hephaistas, il quale si manifestava presso i
vulcani, protettore di tutte le artì meccaniche e di quelle che avevano
nel fuoco il loro elemento base. L'artefice insigne, «maestro
ai mortali, che prima entro spelonche, a guisa di fiere vivevan pei
monti», come recita l'inno omerico, aveva sede abituale nell'Etna,
ove insieme con lui lavoravano i Ciclopi. A causa dell'efficacia che il
vulcano ha sulla fertilità dei terreni circostanti, in gran parte
coltivati a vigneto, veniva associato a Dionisio, dio del vino. Sicché
alle orge erotiche connesse con i misteri della metallurgia, in cui
veniva eseguita la danza
'a
Norma Ingredienti: Magliette di maccheroncino gr. 600, pomodoro per
salsa kg. 1, melanzane 4, basilico un mazzetto, aglio 2 spicchi, ricotta
salata gr. 100, olio, sale, pepe. Preparazione: Spellate il pomodoro e
tagliatelo a pezzetti togliendo i semi e mettendo da parte il succo.
Soffriggete in padella l'aglio con olio abbondante, aggiungete il
pomodoro e appena sarà bene appassito allungate col succo, condite con
pepe e sale e lasciate insaporire per qualche minuto.
Spento il fuoco versate nella salsa una manciata di basilico,
possibilmente quello con le foglie piccolissime. Friggete a parte le
melanzane tagliate a tocchetti, dopo averle tenute per circa un'ora in
acqua e sale. Quando avrete pronta ogni cosa, lessate la pasta,
scolatela al dente e conditela nella zuppiera con la salsa e le
melanzane. Completerete la pietanza versando su ogni piatto un bel
cucchiaio di ricotta salata grattugiata.
zoppicante della pernice in onore del dio
Hephaistas zoppo, s'abbinavano i baccanali dionisiaci per affermare la
superiorità del vino inebriante sopra ogni altra bevanda. Euripide
ricorda come in onore di Hephaistas si celebrassero gare podistiche con
fiaccola in mano; manifestazione che si ritrova nella festa di
sant'Alfio nel centro vinicolo etneo di Trecastagni, dove nella corsa
dei nudi che recano torce al santuario dei tre martiri è da
rintracciare un frammento dell'antica sagra della vendemmia così come
la solennizzavano i coltivatori sicelioti. Del resto glì stessi
miracolosi santi patroni sembrerebbero essere una trasposizione
cristiana dei Paliki, giacché l'autenticità del terzo, san Filadelfio,
non va immune da gravi sospetti, avendo egli tutta l'apparenza di un
epiteto trasformatosi in persona. Né diversa origine hanno Gisliberto
e Goselino, gli armigeri bizantini che compirono l'impresa santa del
trafugamento delle reliquie di sant'Agata, portandole da Costantinopoli a
Catania.
In occasione dei baccanali ad Hephaistas, le vendemmiatrici
siceliote accompagnavano il ritmo cadenzato dei pigiatori con movimenti
frenetici della persona e urla sfrenate. I vignaioli col viso imbrattato
di mosto e celato sotto maschere grottesche, inscenavano rustiche
rappresentazioni cantando inni in onore del dio. Sulle vigne e nei
palmenti spesso si disputava il
cottabo, consistente nel lanciare in aria il vino da un boccale a
facendolo ricadere nello stesso recipiente. In epoca alessandrina la
comunità isiaca di Catania al seguito della principessa Teoxena,
solennizzava i riti metallurgici sostituendo ad Hephaistas il dio egizio
Ptah, creatore ed artista,patrono degli operai e degli artigiani. Un
frammento marmoreo di naoforo d'epoca romana, rinvenuto anticamente in
città, ne conferma il culto e le solennità.
(Luccjo Cammarata)
Nella parte meridionale dell'abitato sono state individuate
opere di fortificazioni megalitiche in tutto simili a quelle rinvenute
al Mendolito, poste a difesa dell'insediamento nel punto in cui l'Amenano
sboccava in mare. La dedalica costruzione consisteva in tre filari di
grossi blocchi calcarei collocati a secco per una lunghezza d'una
ventina di metri, poggiata sulle alluvioni di spiaggia del Mongibello
recente, ed innalzata sul lato sud occidentale della foce,
corrispondente all'attuale via Zappalà.
Gemelli, nell'aria dell'Indirizzo, punto in cui il fiume
faceva un piccolo porticciolo riparato dai venti, ed appunto per questo
necessitoso di una sicura difesa in quanto più esposto alle possibili
incursioni esterne, principalmente da parte dei pirati micenei e
nordafricani e degli schiavisti che già razziavano nel Mediterraneo.
Queste difese furono mantenute e migliorate dai colonizzatori greci ed
assolvettero la loro funzione di riparo fino a metà Cinquecento, epoca
in cui vennero totalmente ristrutturate per ordine vicereale di Juan de
Vega, il quale, per timore delle incursioni barbaresche impose alla
città il pesante onere di conchiudere prontamente la cortina. Fu in
questa occasione che vennero costruite le garitte d'avviso lungo il
litorale che va da Porto Ulisse alla scomparsa punta di Sciara Biscari,
delle quali rimangono presentemente due esemplari impiantati sopra la
colata lavica del Rotolo.
Al di là della ciclopica fortificazione, un tratto di
lastricato lavico d'epoca imprecisabile, inciso da profondi solchi
longitudinali, indicava un antichissimo sito sparso alla foce dell'Amenano.
Lo Spirito di questo torrentello era onoratissimo dagli Etnei, che a
sentir Claudiano lo ritenevano uno dei geni al seguito di Persefone
nell'ascesa dall'Avemo. La spiegazione sta nei suoi eccessi di magra, in
taluni periodi prolungati, per poi irrompere con furia improvvisa
straripando nei terreni all'intorno e fertilizzandoli dei detriti
trascinati per oltre 60 miglia di misterioso tragitto, fluttuando
sotterra senza potersene localizzare né il corso né la sorgente. Un
circuito sacro bagnato dalle acque benefattrici prossime alla foce, può
immaginarsi collegato fin d'allora strettamente con la vita religiosa e
sociale della tribù, che in esso purificava l'impurità fisica con
bagni e riti lustrali. Recinto divenuto in epoca imperiale romana un
vastissimo complesso termale, impropriamente nominato Terme Achilliane, sopra il quale poggia in parte l'ecclesia
munita di Ansgerio.
Maccu.
Ingredienti:Fave fresche grosse kg. 2, finocchietto selvatico un
mazzetto, cipolla una piccola, taglierine gr. 300. Preparazione:
Soffriggete in tegame la cipolla grattugiata con un pò d'olio e appena
dorata aggiungete le fave sgusciate (che saranno di quelle grosse e già
un pò dure), e il finocchietto tagliuzzato. Allungate
con acqua e lasciate cuocere a fuoco basso per circa due ore, ammaccando
sempre col mestolo di legno perchè le fave si sfarinino. A
fine cottura versate in tegame la pasta sminuzzata, aggiungete se
necessario un altro pò d'acqua, e condite con sale, pepe e olio crudo.
Servite la minestra tiepida o fredda.
Sullo sbocco settentrionale, in quella che fu poi la darsena
aragonese, è stata riesumata a circa otto metri sul livello del mare
un'armatura foranea attraversante l'impianto lavico del 252-53 che
lascia presumere l'esistenza di un porto-canale naturale scavato nel
basalto, simile a quello dell'antica Trotilon, presso Brucoli, inciso a
parete verticale nelle vive rocce ove sfocia il torrente Polcheria:
l'antico Pantakias, ch'era di portata molto maggiore rispetto a quella
dei nostri giorni. Con l'ingegnoso procedimento del portocanale dell'Amenano,
realizzato nel punto più impetuoso di massima traversia, si creava un
setto che, come è stato osservato dall'ingegnere D'Arrigo, rifletteva
le onde incidenti senza farle frangere e respingeva al largo le alghe e
le torbide sedimentarie fluitate dai flutti. Funzionava altresì da
impluvio durante le piene piovane che d'inverno scorrevano impetuose
dalle chine etnee, defluendo le acque alte nell'estuario. Nel
portocanale, che doveva svilupparsi con andamento meandriforme ed
appunto per ciò chiamato dal popolo la «petra pirduta», trovavano
rifugio le imbarcazioni durante l'infuriare del mare in traversia
sciroccale. Ancora nel medio evo la struttura sopravviveva in buona
parte e per la sua configurazìone ebbe nome di canalotto. Sembra avesse
l'entrata a orìente lungo la Costa del
Salvatore, in corrispondenza del Porto Puntone, nei pressi della
piazza dei Martiri, percorreva le attuali vie S. Tommaso e Anzalone
giungendo al piano degli
Amalfitani, il quale si specchiava nella darsena aragonese col Porto
Saraceno, oggi colmati artificialmente. In epoca primitiva si può
ragionevolmente ipotizzare che il canale proseguisse verso occidente,
dove al Chianu riceveva le
acque dell'Amenano; curvava per via Pardo; toccava l'Indirizzo
e sboccava in mare. La stretta lingua di
terra isolata che il portocanale formava fu dagli Arabi chiamata z'iz'eri (giseri), ossia budello, ricordata tuttora dalla toponomia
cittadina. Al tempo di re Alfonso lungo il lato settentrionale del canalotto
si affacciavano le terrazze di numerose ville baronali che godevano
il privilegio dello sbocco a mare, prova ne sono le tribune delle case
Bonajuto e Platamone.
(Luccjo Cammarata)
E’ senz'altro da escludersi che in antico il canalotto
possa essere stato il virgiliano
Portus ab accessu
ventorum immotus et ingens
Ipse; sed horrificis iuxta totat Aetna ruinis
Il porto del quale dà memoria il poeta è quello calcidico,
chiamato dagli scrittori classici Portus
Ulyssis, in ricordo del mitico sbarco dell'eroe itachense, e che sap piamo essere stato tanto grande da fare fondo
all'armata ateniese
di 230 triremi che nel 415 a.C. passava all'assedio di Siracusa.
L'approdo del portocanale invece non fu niente di più d'un riparo,
appena sufficiente alla modesta attività sicula di scambi con Malta e
l'Egeo. Scambi costituiti dall'esportazione della lana e degli ovini,
dell'ambra del Simeto e, principalmente, dal legname dell'Etna:
indispensabile per le costruzioni navali. Infatti i boschi etnei furono
di primaria importanza per l'attività marinara mercantile e militare
dei Sicelioti e per la potenza siracusana in particolare, la quale,
continuando la tradizione politica corinzia, attentò senza
intermissione alla libertà di Katana onde poter trarre legno per le sue
triremi. Un vivo ricordo ci ha lasciato Mosco, citato da Ateneo (v.
206-209), accennando all'immensa quantità di legname del bosco
etneo occorsa per lo scafo della grande galea oneraria progettata da
Archimede e destinata a Tolomeo. I tronchi
giungevano per via fluviale
alla foce dell'Amenano dove era la darsena, coperta dal neosoiko
sotto il quale si dava carena al naviglio in secco: luogo dai
Katanoi ben differenziato dal porto, che pare fosse ubicato nel tratto
di costa a settentrione della città, tra il Gaito
e Lògnina.
Tucidide (VI, 3‑5) attesta che quattro anni dopo la
fondazione di Siracusa (colonizzata nel 734-33 a.C.) i Calcidesi
di Theokles fondarono Leontinoì e dopo di essa Katana guidati dell'oikistes Evarcos. I coloni approdarono
nell'insenatura formatasi dalle colate laviche oloceniche
riversatesi in mare a nord di Lògnina,
allo stesso modo che a Naxos, dove le triremi dei primi
colonizzatori avevano sbarcato a riparo della punta di lava a mare
vomitata dal cratere di Moio nel corso del Mongibello
antico, oggi nota come Capo Schisò.
In questa baia di Lògnina in cui trovavano foce le fresche e
purissime acque del Lòngon, i Calcidesi di Katana diedero vita ai primi
accampamenti, e, come a Naxos, dove avevano edificato un altare ad
Apollo Archegetes, eressero un'ara ad Athena Lòngatis, dea dei
naviganti, alla quale offrivano sacrifici prima di andare per mare.
L'attributo quasi sicuramente è da mettere in relazione con le acque
del fiume, le quali furono successivamente sconvolte e sotterrate dalle
imponenti eruzioni magmatiche del 425 a.C. e dell'812. Tuttavia la
presenza del Lòngon si può rilevare tuttoggi dalle numerose polle
d'acqua dolce che affiorano dal fondo marino nel tratto di costa fra la
Jarita e la «Punta a' uzza». Le vene più vistose emergono a
cominciare dal «biveri»,
individuabile a meridione del Porto Ulisse ed in cui sopravvive una
copiosa fonte; ed appresso, allo «scaru 'ranni»
e allo «scaru a farata», che divisi dalla lingua di lava a mare
denominata dai marinai «punta ciaccata» formano la marina grande e la
marina piccola del porto di Lògnina. Polle ancora più estese affiorano
nella fascia costiera settentrionale ad iniziare dall'«acqua 'è
palummi», subito dopo la villa Alonzo; e negli scogli successivi, che
formano l'insenatura dell'«acqua 'è cafici»; segue la «punta o 'urnazzu»
e le lave dello «spagnulettu» con gli scogli bassi dei «vasciuliddi»,
in cui l'acqua dolce crea visibili ramificazioni in mare; superate
le «ruttazze» con la vasta «'rUtta o strambu» il fiume Lòngon
risorge alle «rocchi o corvu» e nella «punta di l'acqua pirduta»,
uno sperone roccioso proteso a mare e noto pure come «punta ro
palummaru», o più semplicemente «acqua ruci», dove è rintracciabile
il fonte più ampio di foce; le polle dell'«acqua 'è crapí» e la «punta
a 'uzza» chiudono il litorale di Lògnina
confinante con Aci Castello così come ricorda il Verga.
La
Pesca.
Tradizioni secolari che si sono in parte perdute a
causa dell'incalzante progresso tecnico ed alle conseguenti
modifiche delle abitudini di vita.
Le
caratteristiche barche dipinte, al pari dei famosi carretti
siciliani, sono scomparse, quelle attuali sono colorate da
semplici strisce policrome eseguite spesso dagli stessi
pescatori. Fino a circa un quarantennio addietro esisteva invece
il pittore addetto all'abbellimento delle barche: un vero e
proprio artista che riusciva a interpretare e a trasmettere
nelle sue pitture la passionalità e la spontaneità del
pescatore.
I
temi più ricorrenti erano tratti dalla tradizione culturale del
popolo catanese: immagini sacre quali la Madonna o San Francesco
di Paola (protettore dei pescatori); soggetti dal significato
simbolico e scaramantico: là sirena, gli occhi a prua, l'asso
di mazze ecc.; personaggi desunti dai poemi. epici (Orlando,
Rinaldo, Angelica ecc.). Nella parte anteriore o prua, le
vecchie barche avevano un prolungamento della chiglia, più o
meno alto, chiamato «palunimedda». Delle suddette,
folkloristiche barche è ancora rimasto qualche esemplare che
viene tirato fuori in occasione di importanti festività
marinare.
Le
barche che si trovano oggi nei vari, porti della provincia di
Catania sono tutte targate con la sigla della provincia di
appartenenza (CT) preceduta dal numero che sta ad indicare il
porticciolo di provenienza; seguono poi altri numeri che servono
a contraddistinguerle ulteriormente.
Le
barche del porto centrale portano la sigla CT, seguita dai
numeri che completano la targa, quelle di Ognina, 5 CT di
Acicastello e di Acitrezza, 4 CT; di Riposto, 3 CT ecc.
Un
tempo la pesca era aleatoria e poco remunerativa; i pescatori
conducevano un'esistenza grama e piena di stenti e di
sofferenze, per cui spesso, pagavano con la loro stessa vita il
prezzo di quell'amara condizione sociale.
Un
significativo esempio, a questo proposito, ci è dato dal
romanzo del Verga, «I Malavoglia» che rappresenta un vero e
proprio documento sulle misere condizioni di vita dei pescatori
di Acitrezza, nel secolo scorso. Il progresso, nel campo
specifico della pesca, è stato molto lento. Se si vuole
risalire alle origini di
essa, si deve risalire alle stesse origini dell'uomo.,
Quasi
sicuramente egli iniziò a catturare i pesci servendosi delle
sue stesse mani; poi creò i vari attrezzi, via via più
efficaci, per essere agevolato nel suo lavoro: bastoni, lance,
pietre acuminate ecc. Esistono dei reperti preistorici di
fiocine, arpioni, ami, reti ecc.
Dote
indispensabile del pescatore è sempre stata l'osservazione, la
conoscenza delle abitudini dei pesci, della velocità e
profondità delle correnti, delle condizioni meteorologiche.
Per
svariati millenni l'uomo ha usato sempre gli stessi attrezzi e
le stesse tecniche e le modifiche apportate sono state talmente
poche, da essere quasi irrilevanti.
La
vera e propria rivoluzione dei mezzi, delle tecniche e degli
strumenti da pesca si è avuta con l'avvento del motore e delle
fibre sintetiche. Nel primo periodo della meccanizzazione fu
usata la macchina a vapore, sostituita in seguito dal motore
diesel, di più facile manovrabilità, specie per i piccoli
pescherecci e per le barche da pesca.
I
nostri pescherecci che servono per la pesca costiera o piccola
pesca sono costruiti generalmente in legno e sono molto
slanciati, specie a prora. Il motore, sistemato al centro,
occupa gran parte dello spazio disponibile sotto coperta.
La
costruzione dei pescherecci è affidata a piccoli cantieri
navali, a livello artigianale.
La
pesca è stata notevolmente agevolata non solo dalla
meccanizzazione< o motorizzazione dei pescherecci, ma anche,
per quanto concerne gli attrezzi, dalla invenzione delle fibre
sintetiche.
Infatti
le tradizionali reti in fibre naturali (canapa, sisal, cotone,
manilla ecc.) sono state sostituite dalle moderne fibre
sintetiche ricavate dai poliammidi (nylon, perlon, rilsan); dai
poliesteri (terylene, dacron, amila ecc.); dai vinili (kreahlon,
courlene, vinilon ecc.).
Le
fibre sintetiche sono indubbiamente preferite dai pescatori,
perchè posseggono
superiori
alle vecchie fibre naturali.
Fra
le proprietà più importanti: la, leggerezza, il non
assorbimento dell'acqua, la resistenza alla luce del sole. ai
batteri, alle muffe, agli insetti. Hanno inoltre la capacità:
di sopportare notevoli carichi; di stiramento; di resilienza
(capacità di non subire deformazioni).
Esistono
vari tipi di rete: in relazione alle dimensioni dei pesci da
catturare e alla pesca che si vuole effettuare, se ne contano
circa un'ottantina.
Le
reti sono strumenti costituiti da filati di qualsiasi natura,
intrecciati a maglia di varia grandezza e si dividono in: reti
da posta, di circuizione, da traino, da raccolta, da lancio.
Le
reti da posta sono quelle destinate a sbarrare spazi acquei allo
scopo di ammagliare pesci vari. Le reti di circuizione sono
quelle calate in mare per recingere e catturare con immediata
azione di recupero un branco di pesci.
Le reti da traino vengono rimorchiate da una barca in
movimento e, nel progressivo avanzamento, vengono catturati
alcuni tipi di pesci.
Le
reti da raccolta sono costituite da un telo di rete di varia
grandezza e forma che, con moto dal fondo alla superficie,
servono a catturare animali marini. Le reti da lancio sono
costituite da un telo di reti destinate, con moto dalla
superficie
(Maria Grazia Posa)
Le
barche tradizionali catanesi "Palummedde 'cù speruni" a
cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)
Barche,
varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari,
cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi
‘i riatteri, d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe
continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano
nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche
costruttive, ma all’uso che se ne faceva.
..
I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi
e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa
catanese e i suoi habitat marini.
Dai
fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da
cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina
immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e
rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a
Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali
quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto
Una
costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli
impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali
quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto
visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato
semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed
attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di
agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle
merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto
non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli
sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di
attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina
mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.
In
questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola
cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni
innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito
arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento
che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in
modo esclusivamente artigianale.
Le
varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari
avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a
punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le
diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito
"palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le
tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.
Le
"varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano
praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o
"masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o
"minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una
rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non
superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e
spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella
era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a
forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a
becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con
rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le
classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".
Le
"varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i
nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente
alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia
(specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate
fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva
era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo
di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima
di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti
siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto
slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al
carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di
bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche
"varchi cù speruni".
Le
"varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda"
di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete
e fedeli in quanto costruite dal maestro d’ascia detentore dell’antica
arte, Angelo Belfiore e decorate da A. Bonaccorsi.
Attualmente
ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala
prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina
sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono
utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle
acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in
migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità
locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più
timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica
in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di
Agosto. L’assenza
dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le
caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica"
utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i
fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu"
con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni
che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi
e saltuariamente di una modesta vela "al carro".
Tra
le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste
né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri"
adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata"
usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi"
per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.
Il toponimo latino medievale aquae cassae, sussistente nella stradina che attraversa il litorale
settentrionale di Lògnina, attesta la presenza sotterranea di queste
falde acquifere. Fino agli inizi del secolo nostro, le acque per
innaffiare gli orti della zona venivano estratte dagli ortolani per
mezzo di norie da pozzi scavati nella lava. Famoso fu il pozzo della 'gna
Maruzza sito ai «vasciuliddi» e l'altro, esistente tuttora, ad occidente della
piazza Mancini Battaglia. Nei mesi invernali, dopo abbondanti pioggie,
entro quei pozzi si pescavano lunghe e sguizzanti anguille che dalle
acque sotterranee discendevano verso il mare.
La costa di Lògnina ricevendo le vene limpide del Lòngon
diviene più salmastra, dando maggior rigoglio ad una vegetazione di
alghe e zosteracee in cui si ingrassano vasti branchi di polposi
spannocchi (ammuru 'mpiriali), un tempo lunghi fino a venti centimetri
ed appunto per ciò celebri fin dalla preistoria, tanto che i Calcidesi
stabilitisi in quest'area li riprodussero nelle loro monete. Ottima
pastura trovano pure le brune castagnole (munaceddi),
oggi quasi del tutto scomparse, ma una volta abbondantissime nel
tratto di mare fra la villa Pancari e la punta di l'acqua pirduta, dove
nel mese di maggio, quando esse si avvicinavano alla costa per
depositare le uova, davano occasione ad una intensa pesca che si
effettuava con barche armate di «munaciddaru»: enorme gangama larga e
profonda circa dieci metri entro la quale viene sospesa l'esca usando
pezzetti di pesce.
Al Lòngon medesimo deve nome la contrada a monte dell'arco
costiero di Lógnina, detta dai Greci «Nizeti», cioè luogo di
lavatura, con riferimento alla pratica di lavaggio della lana che costì
si faceva dopo la tosatura delle pecore, dacché il fiume in questo
punto veniva allo scoperto, e di cui il toponimo «acqua 'è crapi
(abbeveratoio delle capre), che segna il tratto di costa in cui la vena più
ampia sfocia in mare, è segno tangibile. Ancora nel sec. XVI in queste
acque i produttori di seta erano usi lavare i manganelli.
Dall'era neozoica al medio evo l'arenile sedimentario a
settentrione della città è stato sconvolto e molestato da imponenti
lave che si sono riversate in mare con violente esplosioni,
accavallandosi le une alle altre. La cronistoria di codesta formazìone
costiera è senz'altro molto complessa e difficile risulta il
rilevamento.
Tuttavia le attività eruttive che hanno realmente
caratterizzato questa parte di scogliera sembrerebbero limitate nel
numero. Alle effusioni oloceniche che coprirono il lido a nord di Lògnina,
seguirono nel 425-26 a.C. le copiose lave fuoriuscite da una bocca
apertasi a quota 900 nei pressi di Nicolosi, le quali raggiunsero la
spiaggia nel tratto che successivamente venne detto del Rotolo.
Bagni
di sabbia e bagni di scoglio. Sul finire degli anni Venti e
nel ventennio successivo, quando il più modesto degli impiegati
lavorava in estate in giacca e cravatta con il colletto della
camicia duro e inamidato; quando il bikini non era entrato nemmeno
nell’enciclopedia britannica, una giornata passata al mare nella
nostra incontaminata Plaja, può oggi apparire come una nebulosa.
La Plaja entrò nei pensieri e nelle abitudini dei catanesi con
l’arrivo del nostro secolo. Negli anni successivi sorsero le
prime cabine private e i primi stabilimenti pubblici. Il lido
crebbe tanto rapidamente, divenendo un fatto di moda.
I catanesi frequentavano le scogliere a levante della città,
Guardia Ognina, Ognina, Acireale. I primi imprenditori che
gestirono questi stabilimenti furono i
Longobardo, i Guarnaccia,
i Mancini e gli Scuderi. Questi stabilimenti nacquero connessi
al bisogno di quelle fasce di persone che avevano bisogno di cure
elioterapiche e delle bagnanti, soprattutto di sesso femminile che
volevano sottrarsi a sguardi indiscreti per le quali la cabina
aveva uno sbocco interno lontano da occhi indiscreti.
La scoperta della Plaja per i catanesi fu quasi un fatto sociale,
si sbarazzarono di non poche prevenzioni e allargarono la
superficie della loro pelle ai raggi solari. La cabina diventò
una seconda casa. Il lido Jonio piazzò addirittura due
altoparlanti che proponevano tanghi e mazurke, sul far della sera
e di regola nei giorni festivi.
Il lido Else, il mitico lido Azzurro che ha visto
nascere e crescere tante generazioni di catanesi, oltre allo svago
mattutino,
avevano delle piste capaci di soddisfare le esigenze di tante
belle ragazze. Alla Plaja ci si arrivava con il tram che si
prendeva a ridosso di Porta Uzeda. Le vetture stipate fino
all’inverosimile, accoglievano quelle persone che andavano a
trovare i loro familiari, che arrivavano con vettovaglie
acquistate alla pescheria. Poi i Fratelli Gentilini ebbero
una idea geniale, trasformarono un vecchio peschereccio in un
vaporetto che faceva la spola nello specchio antistante Palazzo
Biscari. La corsa aveva la sua fine presso il Lido Spampinato,
costava cinquanta centesimi e suscitava nelle persone una gioia
immensa.
Le cabine erano delle case in miniatura con tutti i confort,
abitudine che è resistita ai nostri giorni. Il menù era vario,
le signore catanesi pensavano ad ogni particolare, c’era una
abbondanza di fritture e qualche rara insalata, i componenti della
famiglia aspettavano questo momento con una gioia grande.
Nel romanzo “Giovannino” di Ercole Patti si può cercare di
capire il fascino di quei tempi felici nel racconto della tavola
salvagente della sig.ra Laganà. Poi le fanciulle accorciarono il
gonnellino e i giovani allungarono gli sguardi rapaci. Peccato che
la guerra cancellò questa felicità.
http://www.ilbotteghino-online.it/view.php?id=483
Nel 252-53 scoppiava un'altra eruzione nel medesimo
punto, ma 50 metri più in basso, che originava il Monte Peloso e la
serie dei conetti e bocche di sprofondamento in direzione nord/sud. Il
magma eruttato nel corso di questa effusione formava un braccio lavico
con un fronte largo oltre tre chilometri che invadeva la città e
raggiungeva il mare, dando forma alla scogliera da S. Giovanni li Cuti a
Larmisi. Ancora più tremenda fu l'eruzione laterale che sconcertò la
regione catanese nell'agosto del 1381. Dal versante meridionale
dell'Etna, nei pressi di Tremestíeri, Mascalucia e Gravina, si aprì
un'imponente squarciatura, nota ai vulcanologi come «frattura dei cavòli»,
lunga oltre tre chilometri con due centri esplosivi a quota 430 e 370
s.l.m. e che diede origine al più basso sistema eruttivo con i monti
Arsi, Civello e Pomiciari di S. Maria. La lava, colata copíosa, nella
sua discesa distruttiva bruciò il bosco della Licatia scendendo fino a
Lògnina, dove colmò definitivamente quanto restava dell'insenatura,
dal Porto Ulisse alla Punta del cavallazzo. Scompariva così il «magniflico
porto» citato dal geografo arabo al-Edrisi nel Nuzhat almushtàq,
noto ai più come Libro di Ruggero, scritto nel 1154.
Profonde modificazioni ha subito la zona dal medio evo ad
oggi, massimamente quelle dovute alla costruzione della strada ferrata
Catania-Messina, realizzata nel giugno 1866; e, soprattutto, alla
perforazione della galleria ferroviaria sotto l'attuale piazza Europa ,
effettuata negli anni Cinquanta; nonché la successiva sistemazione
della zona a mare che, nel 1960‑64, ha dato origine alla litoranea
piazza Europa-Lògnina. Sicché la fascia di oltre tre
chilometri di sciare risulta affatto sconvolta rispetto al suo antico
aspetto. Attualmente comincia con lo sperone di Larmisi, sotto la
Stazione Centrale, al quale fanno seguito le tempe dei «trummi» e la
piccola «cala del Gajto», riservata oggi arbitrariamente ad approdo
privato, a ridosso della quale è il deposito locomotive con a fianco la
piazza Europa: inizio del
panoramico lungomare. Segue l'insenatura riparata di «S. Giovanni
li Cuti», col suo piccolo molo che difende il modesto borgo
marinaro dalle traversie. Da qui inizia la massiccia scogliera nera del Rotolo,
con i basalti scoscesi del «caiccu»,
seguiti da quelli imponenti della «Spizieria»,
dove fino a non molti anni or sono era impiantata una fabbrichetta
artigiana di sapone. Più avanti sono gli scogli del «galiuni»
e «d'u :gannatu», ricchi
di grotte e fondali frastagliati e pescosi. Chiude la «punta ro cavaddazzu»: un promontorio alto e scosceso
caratterizzato dall'arco e sottostante «rutta
pirciata», conosciuta da tutti i marinai quale riparo sicuro alla
pioggia improvvisa.
Da questo punto, segnato dalla cinquecentesca «jarita»,
inizia, come ricorda ilMassa. il porto di Lògnina,
servito da modesto imbarcadero e minuscolo arsenale.
Il parossismo eruttivo trecentesco che colmò con la sua lava
Lògnina privò la città del
sicuro e capace porto. Rimasta quindi Catania senza un approdo, il vesco
vo domenicano Simone del Pozzo cinque anni dopo avviava i lavori di
ampliamento del vecchio portocanale dell'Amenano per adattarlo ad
imbarcadero. E' questo il porto di cui parla Attanasio di Aci nella sua Cronica,
dicendolo minacciato dalle galee francesi al tempo di re Giacomo.
(Luccjo Cammarata)
Di
che si cibò Ulisse? Nonostante si possa affermare che quella siciliana è una
cultura gastronomica iscritta nella tradizione mediterranea, è anche ricca di
prodotti, spezie e profumi che testimoniano le tante dominazioni della Sicilia.
Non e' possibile parlare di cucina siciliana come di
un'unica entità: le diversità originate dalle numerose influenze culturali si
sono incrociate con quelle determinate dalla differenza tra cucina della costa e
dell'interno. La cucina della regione che circonda l'Etna, e più specificamente
quella di Catania è una delle più ricche e gustose della Sicilia.
Il pesce, vista la posizione geografica della regione, è
un' ingrediente base di molti piatti. Famosissima è l'insalata di mare con
polpi, gamberi e occhi di bue (molluschi tipici di questo mare) bolliti;
altrettanto diffusi sono i masculini marinati (alici del mare Ionio marinate in
olio e limone), le acciughe salate, gli occhi di bue crudi conditi con limone o
arrostiti sul carbone, la pepata di cozze soffritte, con pepe abbondante, limone
e prezzemolo tritato, u mauru, un'alga cruda condita con limone.
Tra i primi piatti un posto preminente lo occupa la
popolarissima pasta alla Norma con salsa di pomodoro, melanzane fritte, basilico
e abbondante ricotta salata grattugiata. Altre pietanze di spicco sono la pasta
con il nero delle seppie, con l'estratto di pomodoro, seppie e il nero di questi
gustosi molluschi; la pasta con i masculini (alici fresche in un soffritto di
cipolla, piselli e finocchietto rizzu); la pasta 'ncaciata, condita con
cavolfiori cucinati in un soffritto di cipolla e insaporiti con acciughe salate,
olive e, come vuole la tradizione, passata in un tegame a fuoco vivace con
abbondante caciocavallo grattugiato; la pasta con le uova di ricci, le linguine
al cartoccio o all'acqua di mare (con pesce e molluschi), la pasta con il muccu
(pesciolini neonati), u maccu (fave bollite e setacciate).
Anche tra i secondi il pesce è in primo piano. Molto
diffusi sono la frittura di pesce, che viene preparata con i pesci tipici della
costa come triglie, aguglie, pettini, masculini e opi di ognina, il pesce
arrostito sulla carbonella (orate, saraghi, dentici, luvari, àiole ecc.),
sparacanaci (triglie neonate fritte, mangiate assieme alla cipolla calabrese), u
muccu (frittata di neonate), le sarde a beccafico.
Non mancano certo i dolci, molto influenzati dal gusto
orientale e arabo. Primeggiano i cannoli di ricotta, la cassata siciliana, la
frutta martorana o pasta reale, le crispelle di riso, le paste di mandorla, le
olivette di Sant'Agata.
Una terra generosa e ricca di minerali regala prodotti
davvero unici. La coltivazione della vite rappresenta una delle attività più
conosciute di questi posti. Molto apprezzati sono i vini rossi doc dell'Etna.
Ma Il vino più pregiato è di colore giallo paglierino,
limpido e brillante. Tra i vini della zona ci sono l'Etna Bianco, Rosato, Rosso
e Bianco Superiore (Milo), quest'ultimo ottenuto da un pregiato vitigno locale,
adatto a piatti di pesce e antipasti, e non possiamo dimenticare la Malvasia.
Hanno avuto un grande rilancio i rosòli tipici, prodotti
con procedimenti tradizionali, alla camomilla e alla cannella.
UNA
STORIELLA SULLE ARANCINE
Un
cliente entra in un rinomato locale catanese in Via Etnea e chiede un invitante
arancina poggiata al banco della tavola calda!
Arrivato
a metà si accorge di un pelo e chiede di cambiarlo. Nel secondo arancino trova
due peli, nel terzo una matassa arrotolata di peli. Che schifo, dice
l'avventore, voglio parlare con il titolare.
Alle
proteste del cliente, che minaccia di far chiamare l’Ufficio Igiene, il
titolare replica “ma non è possibile, questo è uno storico locale. Venga con
me nel laboratorio le faccio vedere come lavoriamo. Da noi l’igiene e la
sicurezza per la nostra clientela è una cosa di vitale importanza”
Lo
invita a passare nel retrocucina e vede il che un lavorante, di spalle, che con
la mano prende del riso, mette il ragù, e per arrotolarlo bene e dargli la
forma a palla se lo sbatte con forza sotto l'ascella schiacciandola e
arrotolandola per farle assumere la forma di cono.
A
quella vista, il titolare si mette a gridare “Pazzo, ma che stai facendo? Io
ti licenzio! Che schifo, una scena simile neppure nella peggiore cucina di uno
zoo! Che figura ci fai fare?”
E
il garzone :"Principali, lei si lamenta pi comu staiu facennu
l’arancini…. avissi a vidiri comu fazzu i scorcia ‘de cannoli !!! "
Eccoci
arrivati al Porto di Ulisse
(come lo chiamava Plinio), nel piacevole
borgo di Ognina, l’antico porto naturale di Catania colmato dalla lava
nel 1381. E’ un tranquillo rifugio peschereccio riparato, dedito alla
pesca del pesce azzurro, qui ricco per la presenza di un’alga che
attira i gamberi imperiali: chi decide di ormeggiare troverà in paese
ogni rifornimento oltre al piacere di una cena di pesce cucinato alla
siciliana in riva al mare.
amosissimo
fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo
ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto
definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva
apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.
L'immane
colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura
che forma oggi un delizioso golfo.
Lo
splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le
casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le
vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico
chiamato Ognina.
Già
nota agli storiografi antichi, Ognina non era che una piccola borgata di
pescatori, ma così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e
ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio
Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui
borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la
provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati,di
conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione
di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri
d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale
etnea.Le
imbarcazioni realizzate erano solitamente destinate a due scopi:
-
Il trasporto locale tra i porti della costa, il carico e scarico dalle
imbarcazioni di maggiore stazza ancorate al largo, la pesca d'altura.
-Il
piccolo trasporto locale di modesti carichi, la pesca sotto costa.
Tra
queste ultime la“palombella
con sperone” di Ognina merita, per la sua slanciata sagoma, per la
caratteristicaprora
allungata e per le bellissime decorazioni sia interne che esterne,
particolari attenzioni. Essa, senza dubbio alcuno, può essere definita
la più bella e caratteristica barca della costa orientale siciliana
(Giordano Baroni).
La
tradizionale festa dell'8 Settembre della "Bammina"
Il sabato pomeriggio, intorno alle ore 18, la sacra immagine della
Vergine, fatta scendere dall’altare, viene posata su un piccolo
fercolo e portata sul sagrato della chiesa. Qui, al grido ritmato
dell’antico saluto “Ccu vera firi, evviva ‘a Bedda Matri ‘i l’Ognina”,
in un tripudio di folla convenuta da tutta la città, la Madonna, tra
inni, suoni ed applausi, viene portata in processione alla marina per
essere imbarcata su una barca pavesata a festa.
La
processione a mare costituisce un intero pomeriggio di suggestione perché,
imbarcata la sacra immagine, un gran numero di barche da pesca,
anch’esse adornate a festa, l’accompagna per il golfo fino al porto
di S. Giovanni li Cudi, spargendo in mare migliaia di lumini accesi che,
agli occhi di migliaia di fedeli, sembrano illuminare il cammino del
ritorno.
Nel
contesto della festa della “Bammina” si svolge la tradizionale gara
di voga per la conquista della “Coppa nostra Signora di Ognina”. La
gara si percorre nel golfo di Ognina su due “palummedde cù sperune”
d’epoca attrezzate a remi. L’equipaggio è costituito da quattro
vogatori ed un timoniere. Le due barche sono uguali e vengono, di volta
in volta, affidate ai vari equipaggi contendenti. La gara è ad
eliminazione diretta e si gareggia sempre in onore alla Signora …
La
bambina di Ognina
- Catania:
per una settimana la vita si ferma nel Borgo di Ognina, frazione della
città, zona di pescatori. Tutto ruota intorno alla preparazione di una
festa religiosa, che cade l'8 Settembre, quella della Madonna di Ognina.
La gente del luogo, giovani compresi, la chiama "la Bambina",
perché dopo il 1885 ne fu esposta un'immagine di cera che la vedeva in
fasce nella culla; ma il titolo vero è Nostra Signora di Ognina.
La
devozione della gente e la religiosità popolare intorno al culto sono
fortissime e non possono non stupire di questi tempi. Maria è vista
come madre della casa e della famiglia, come aiuto e soccorritrice nei
pericoli del mare e in tutti i rischi legati al lavoro, ai viaggi e alle
incertezze della vita. Venerare la Madonna è come venerare
l'Eucarestia: la mattina della festa la statua di Maria appare
sull'altare maggiore della Chiesa, alzandosi lentamente dalla parte del
tabernacolo a significare l'intima unione con ciò che esso contiene.
Questa tradizione è chiamata "la svelata". E le tradizioni
rappresentano un sentimento vero, vivo e comune a tutte le generazioni.
Durante la processione della statua nel quartiere e poi in mare la folla
grida più volte: "Con vera fede, evviva la bella Madre di Ognina".
Ascolta la messa celebrata all'aperto sul sagrato dal parroco o
dall'arcivescovo, si sposta sulla riva e sugli scogli a veder partire
per mare Maria: i pellegrini sono tanti e arrivano da Catania, dai paesi
etnei e anche da lontano; ringraziano Maria per le grazie e i miracoli
ricevuti e festeggiano in suo onore. Maria non sta affatto in cielo, per
la gente del luogo, ma la considerano proprio come una persona vera, che
abita e
vive quotidianamente accanto a loro. E non solo i pescatori più
anziani, ma anche i figli ventenni, che frequentano la Chiesa locale.
Sono alcuni di loro che si occupano dell'organizzazione della festa,
facendo parte di un Comitato laico legato alla parrocchia e guidato dai
sacerdoti. Uno di questi ragazzi racconta che il padre, un pescatore, e
gli altri in barca con lui, durante l'anno riservano a turno, in dono
alla Bambina, la cosiddetta mezza parte del pescato di uno di loro,
considerandola un membro dell'equipaggio. A farlo sono i pescatori di
molte barche e il ricavato viene usato per la riuscita della festa. La
sera del 7 Settembre, sempre i pescatori imbandiscono una grande
tavolata in Piazza Ognina: è la sagra del pesce azzurro e a tutti viene
offerto pesce arrostito. Abbienti e meno abbienti, cristiani praticanti
e non, tutti in zona danno un contributo. I bambini dopo la svelata
offrono fiori alla bambina a significare la consacrazione di ogni nucleo
familiare e il suo mettersi a disposizione della parrocchia. Maria tiene
Gesù tra le braccia, è di legno e vestita di rosso e d'azzurro. Sarà
forse il suo volto, come dice la gente "così venerabile e
devoto", a "rapire ogni cuore"? Il simulacro è stato
realizzato a Parigi da un monaco cistercense nel 1889, quattro anni dopo
un incendio avvenuto la notte stessa della festa e di cui nessuno sa la
causa, ma in cui l'antica statua è bruciata.
L'8 Settembre, dopo la messa all'aperto, la Bambina
viene sollevata e portata a braccio su una barca per la pesca delle
sardine, non grande perché possa passare tra gli scogli e decorata con
luci e bandiere. Poterla ospitare sulla propria barca è un onore e una
benedizione per tutto l'anno: non tutti possono riceverla ma tutte le
barche e i pescherecci del porto vengono adornati per la festa. Tra
canti e preghiere, attraversando le acque dell'insenatura su cui
galleggiano lumini di diverso colore, salutata da fuochi pirotecnici e
da un suono di trombe, la barca prende il mare. E' il primo pomeriggio e
la barca tornerà solo verso sera. Il parroco, alcuni pescatori, le
autorità e i ragazzi del comitato salgono sulla barca. Gli altri
seguono la processione per mare con barche a remi, procedendo lungo la
costa verso sud, o dai lidi, in molti dei quali si organizzano fuochi
per l'occasione.
Giunti nel punto più lontano dalla costa, i
marinai gettano in mare corone d'alloro in ricordo dei caduti. Quando la
processione arriva al porticciolo di S. Giovanni Licuti, la barca entra
in quest'altro golfo per un incontro tradizionale. Il parroco della
parrocchia locale, devota alla Madonna della Guardia, offre dei fiori e
i devoti delle due Chiese pregano insieme sulla spiaggia. I pescatori e
i possessori di barche del luogo offrono un salvadanaio pieno di offerte
e non importa se di solito vadano a Messa o meno.
Al ritorno la Bambina è accolta da un altro
spettacolo pirotecnico. Attraversa le vie del Borgo su un carro,
chiamato Vara in siciliano, fermandosi davanti alle abitazioni degli
ammalati gravi, dei portatori di handicap e nei luoghi tipicamente
popolari, dove sta la gente più bisognosa.
La domenica successiva, nelle acque del porto i
festeggiamenti continuano con gare di barche di vari quartieri e paesi.
Quattro persone più il timoniere, solitamente figli di pescatori, su
ogni barca dai colori azzurro e rosso dell'abito della Madonna, si
contendono un trofeo, che i vincitori potranno tenere per un anno.
Ultimamente ci sono anche squadre femminili.
(Viviana Mazza)
Qualche
mia fotografia all'edizione 2009
si consiglia di
attivare lo schermo intero (dopo
il "play", click
sul tastino a destra).
I
“MASTRI FESTA” tra devozione e vocazione (da sito ufficiale)
«Nà vota c’eranu i caruseddi, a cussa che sacchi e antinna…» con
queste parole semplici e ricche di significato lo Zio Carmelo Nania
(Tesoriere della Madonna) inizia a raccontarci la festa della Madonna di
Ognina, «…e se gli equipaggi erano formati da 10 marinai, e si doveva
distribuire il ricavato del pescato, una parte veniva dato alla Madonna,
che veniva considerata un componente dell’equipaggio, cioè l’undicesimo
marinaio, e quando si aprivano i caruseddi con le offerte c’era una
forma di competizione, a chi era riuscito a raccogliere più di tutti»,
«…il giorno della Svelata, l’8 mattina ,tutti i marinai smettevano
di lavorare e andavano in chiesa a pregare insieme la Madonna. Era il
momento religioso più importante…», «…poi c’era “a cussa che
vacchi”(la corsa con le barche) era un momento intenso per i marinai e
loro famiglie, più che una gara, era una sfida che coinvolgeva tutta la
borgata…», «…dopo che un incendio distrusse il vecchio Simulacro
della Madonna, i marinai addolorati dell’accaduto, furono risollevati
ed aiutati dal cavaliere Marano, (nobile ogninese) che prese due di
loro, e recatosi in Francia, acquistò l’attuale simulacro della
Madonna, regalandolo a tutta la borgata di Ognina…» Rivolgiamo
qualche domanda a Giacomo Nania (presidente del Comitato della festa).
Molta gente si chiede: “Ma chi ve lo fa fare?” «…noi del comitato
lo facciamo per devozione alla Madonna, è qualcosa con cui ci si nasce,
c’è l’abbiamo nel sangue. Molto tempo viene dedicato all’organizzazione
della festa, ed alle volte può venir meno il tempo dedicato alla
propria famiglia, anch’essa coinvolta intensamente nei preparativi per
la festa.»
Come
è cambiata la festa in questi anni? «Da qualche anno si cerca di far
riscoprire le vecchie tradizioni, organizzando anche spettacoli per i
più piccoli. A parte gli spettacoli sul mare, sono molte anche le
iniziative rivolte al sociale, ai diversamente abili e ai bambini
talassemici»
I
componenti del comitato (Mastri festa) come vivono tale impegno? «…la
maggior parte di noi siamo impegnati in parrocchia, nel sociale e nel
volontariato tutto l’anno, e non soltanto nel periodo della festa,
infatti per noi, la devozione alla Madonna, è più che un semplice
impegno, è uno stile di vita».
Programa
delle Manifestazioni religiose 2009 Sabato 5 settembre (inizio Triduo)
Ore
19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Chiesa”
Omelia dettata da don Carmelo Politi, parroco della parrocchia Maris
Stella– Catania. Canti eseguiti dalla Corale Polifonica S.Maria di
Ognina diretta da Maria Laura Cosentino.
Domenica
6 settembre
Ore
19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Famiglia”
Omelia dettata da don Franco Longhitano, parroco della parrocchia Santa
Maria della Salute e Vicario foraneo del V vicariato. Canti eseguiti
dalla Corale Polifonica S.Maria di Ognina.
Lunedì
7 settembre
Ore
19.00– S.Messa con canti mariani e Veglia di preghiera sul tema “Maria
Madre della comunione, del servizio e della missione”. Brani
evangelici interpretati dai pescatori di Ognina presso il molo piccolo.
Martedì
8 settembre
Ore
8.00– Festa liturgica della “Natività di Maria”. Pensiero
introduttivo di mons. Antonio Fallico, parroco del Santuario S.Maria di
Ognina. Tradizionale «Svelata» della effigie di «Nostra Signora di
Ognina». Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons.
Agatino Caruso, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Catania. Canti
eseguiti dalla corale polifonica S.Maria di Ognina. Consegna del
Medaglione d’argento ai membri del Comitato della Festa
Ore
10.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Orazio
Scuderi, parroco della parrocchia S.Giuseppe in Ognina.
Ore
12.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Giuseppe
Carciotto vicario parrocchiale di S.Maria di Ognina.
Ore
19.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Franco
Luvarà, parroco della parrocchia di S.Nicolò– Misterbianco.
Sabato
12 settembre
Ore
16.30– Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da S.E. Rev.ma
mons. Salvatore Gristina Arcivescovo Metropolita di Catania, con la
partecipazione di S.E. Rev.ma Mons. Adriano Caprioli Vescovo di
Reggio-Emilia Guastalla e Presidente del Comitato dei Congressi
Eucaristici Nazionali. Nel corso della solenne concelebrazione, in
occasione del 50° anniversario del XVI Congresso Eucaristico Nazionale,
S.E. Rev.ma Mons. Salvatore Gristina consacrerà alla Madonna l’Arcidiocesi
alla presenza delle massime Autorità Civili e Militari della Città e
della Provincia di Catania.
Processione
della Madonna a mare. Il Simulacro della Madonna percorrerà il Golfo di
Ognina e la Scogliera fino al porto di S. Giovanni Li Cuti e Piazza
Europa, seguita da un suggestivo corteo di barche pavesate a festa e
illuminate. Offerta di una corona di alloro in onore dei Caduti in mare.
Domenica
13 settembre
Ore
8.30- S. Messa con canti mariani celebrata da don Giuseppe Carciotto
Vicario parrocchiale del Santuario S. M. di Ognina.
Ore
10.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da Padre Armando
Cicchelli, parroco della parrocchia S. Maria della Guardia—Catania.
Ore
11.00– Consacrazione delle famiglie e omaggio floreale dei bambini
alla Madonna.
Ore
12.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da mons. Antonio
Fallico, parroco del Santuario S. Maria di Ognina.
Ore
16.30– S. Messa nel Santuario celebrata da don Angelo Mangano, parroco
della parrocchia S. Gelasio– Roma.
Processione
con il Simulacro della Vergine per le seguenti vie del Borgo di Ognina:
P.Ulisse-Anfuso-P.Ulisse-Barraco-P.Ulisse-Ginestra–
P.Ulisse-Calipso-Ruveglio-Rotatoria S.Agata al Rotolo (sosta presso la
Statua di S. Agata – presente il Sig. Sindaco di Catania Avv. Raffaele
Stancanelli – con omaggio floreale del Comitato e delle Associazioni
Agatine presiedute dal Grand’Uff. Luigi Maina)- Viale Alcide De
Gasperi-Calipso-Derna– Calipso-P.Ulisse– del Rotolo –
Messina-Pittoresca-Messina-Acireale-Fiume-Acireale-piazza Duce di
Camastra-Principe Nicola-G.Finocchiaro (incontro con la parrocchia
S.Giuseppe) – Messina-Policastro(incontro con la parrocchia S.Lucia)
Re Martino (fino al numero 158)- Galatioto-del Rotolo-della Marina–
Ciompi-Ruilio-Scilla-della Marina-piazza Nettuno-Artale Alagona-piazza
M.Battaglia-Messina-dei Conzari-Parrocchia-Viale Altare Alagona (sosta
sul piazzale della “Garitta”)- Scivola Porto-Marittima Piazza Ognina.
La
sagra del Tonno rosso La città di Catania è in stretta simbiosi con il mare; le coste
del catanese, varie ed egualmente pittoresche, si dispongono da un lato
verso il Simeto e dall’altro verso Acicastello; quasi al confine con
Acicastello si trova il pittoresco borgo di Ognina, meta privilegiata di
chi vuole godere un momento di fusione con il mare e il mondo dei
pescatori. Le barche, decorate con fasce di vario colore, affollano il
piccolo porto e le banchine si trasformano, soprattutto la domenica, in
un animato e colorato mercato del pesce. Il nucleo del quartiere, con i
suoi poli più importanti, la chiesa, la torre (accanto alla chiesa) e
il porto, cominciò ad assumere l’aspetto di borgo marinaro nel 1714:
alcuni documenti del tempo attestano la presenza di magazzini, bettole e
case di barcaioli. Uno dei momenti di massima fioritura edilizia fu la
fine dell’Ottocento quando, in questa zona, furono ubicate alcune case
per la villeggiatura appartenenti alle famiglie benestanti che avevano
la possibilità di possedere una casa fuori dal centro storico
cittadino.
L’8
settembre (con manifestazioni collaterali che vanno dal 5 al 14
settembre) si celebra la festa della Madonna di Ognina che è conosciuta
con il nome popolare di “A festa d’a Bammina” (la festa di Maria
bambina). Questa celebrazione, che affonda le radici in tradizioni
antichissime, richiama una moltitudine di fedeli e curiosi che giungono
anche da altre zone della Sicilia. Un tempo gli abitanti del quartiere
acquistavano un abito nuovo da indossare per questa particolare
occasione.
Uno dei momenti di più alta suggestione è la processione
delle barche pavesate e illuminate che accompagnano la Madonna a mare,
dal golfo di Ognina alla scogliera.
SAGRA
DEL TONNO ROSSO - INTERVISTA A PIPPO TESTA
Mazzi di fiori vengono gettati in
acqua in onore dei caduti del mare. Al suo rientro la “Bammina”
viene accolta da una festa di fuochi pirotecnici.
Insieme
alle celebrazioni religiose si svolgono le feste pagane: la Sagra del
tonno rosso e la gara delle barche.
Durante la sagra il pesce viene fritto all’aperto e venduto a un
prezzo simbolico. La gara delle barche vede la partecipazione di uomini
e donne, in una barca stanno cinque donne e nell’altra cinque uomini.
La sfida è vinta dall’equipaggio che riuscirà a tagliare per primo
il traguardo.
Ampi
parcheggi nella zona del vicino Istituto Nautico e nelle ampie strade
retrostanti (da raggiungere con largo anticipo, considerato che è una
zona balneare molto frequentata, inserita nel lungomare roccioso di
Catania ed anche per la grande partecipazione di fedeli alla festa)
(Comune
di Catania)
IL
BORGO DI OGNINA
Masculina da magghia
La cornice è quella del golfo di Catania: un arco
che va da Capo Mulini a Capo Santa Croce, nel comune di Augusta. Una
porzione di mare tutelata in parte dalla Riserva Naturale Marina delle
Isole Ciclopi e solcata ogni giorno dalle piccole barche dei pescatori
del golfo. Qui, secondo la stagione, si pescano aguglie, spigole, tonni,
triglie, sgombri, e masculini. I pescatori li chiamano anche anciuvazzu
o ancora anciuvurineddu: molti nomi per le piccole, guizzanti acciughe,
le stesse catturate dai liguri e dalle menaidi cilentane. Le stesse che,
diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono il grecale
ventiquattr’ore prima di arrivare, (…) è sempre stato così,
l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno». Ad aprile, si
comincia a calare le tratte (così chiamano a Catania le reti menaidi,
che hanno maglie di un centimetro di lato e sono lunghe circa 300
metri): il momento giusto è la notte fonda, quasi sul fare dell’alba.
La tecnica è la stessa praticata in tutto il Mediterraneo già dai
tempi di Omero. Questo meccanismo di cattura (l’imprigionamento della
testa dell’alice nelle maglie della rete, da cui il nome da magghia)
provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e
quindi pregiato. In Italia le flottiglie che praticano la pesca
tradizionale con la menaide sono poche: si trovano a Pisciotta, in
alcuni piccoli centri della costiera del Cilento (in Campania) e nel
golfo di Catania. Qui le famiglie che vivono di questo mestiere antico
sono una trentina: un gruppo sparuto – che si divide fra i porticcioli
di San Giovanni li Cuti, Ognina, Aci Trezza – e qualche civitotu (così
si chiamano gli abitanti del quartiere catanese della Civita) al porto
di Catania. Attualmente, i masculini da magghia sotto sale non sono in
commercio: si possono ancora assaggiare soltanto in qualche ristorante
di Catania o nelle dispense delle famiglie dei pescatori. Il neonato
Presidio sta tentando di riorganizzarne la produzione e la
commercializzazione.
Spaghetti alla Colatura di
Alici
Ingredienti per 4 persone:
- 350 gr di spaghetti - 15 olive nere - 1 cucchiaio di capperi- 1/2 spicchio d'aglio - 1 cucchiaio di colatura di alici -
4 gherigli di noci - olio extravergine di oliva - 1 peperoncino piccante - succo
di limone Procedimento: Snocciolare le olive e metterle nel bicchiere del mixer.
Unite un punta di peperoncino, l'aglio, i capperi, 4 cucchiai di olio, qualche
goccia di succo di limone, i gherigli di noce e la colatura di alici. Frullare
tutto per un minuto e mettere il composto ottenuto in una terrina. Non
aggiungete sale perchè la salsa è già molto saporita. Cuocere
le linguine in abbondante acqua non salata, scolatele al dente, tenendo da parte
un pò d'acqua di cottura, e versatele nella terrina. Mescolate bene per
amalgamare i sapori e, se le linguine si ammassassero troppo, diluite con acqua
di cottura. Servire subito.
I masculini si vendono freschi sul mercato catanese
di piazza Pardo ( ‘a Piscaria) oppure vengono messi sotto sale dalle
mogli dei pescatori. La tecnica di salagione è la stessa di tutto il
Mediterraneo, ma qui esiste una preparazione assolutamente unica,
inventata dai pescatori catanesi per sfamarsi durante le molte ore
trascorse in mare. Si tratta di una conserva fatta con pezzetti di alici
e con le teste che rimangono impigliate nelle maglie della menaide.
Impossibili da vendere, questi “scarti” erano consumati in barca.
Tornati a riva, le donne di casa mettevano ciò che rimaneva sott’olio
di oliva, in vasetti di vetro o in piccoli orci di terracotta (i
cugnitti) e all’occorrenza se ne prelevava una parte per cucinare
sughi e salse.