A colori e in bianco e nero. 

A colori come il mare e il cielo di Catania ma anche come quello dei suoi palazzi: il bianco del tufo e il nero della pietra lavica. E nella città vecchia di questi palazzi ce ne sono parecchi.

E poi, consentitemelo, mi sono voluto un po' divertire a pennellare questo spazio fotografico dedicato allo splendido quartiere della Civita ovvero l'antica Catania all'interno della quale, vicino ai rioni popolari - architettonicamente non meno validi di quelli più blasonati che lo circondano -, furono ricostruiti i sontuosi palazzi dell'aristocrazia catanese ad opera dei migliori architetti del tempo dopo il terremoto del 1693.

Una ricostruzione che non avvenne solo alla Civita, e gli esempi sono a tutti noti: anzi Noto, Acireale, Militello Val di Catania, Vizzini, Modica, Ragusa, tutta la zona di Via Crociferi, Piazza Duomo e parte del centro storico di Catania.  Fu, soprattutto, l'occasione per mettere in opera l'estro e la fantasia di quegli architetti (possiamo chiamarli artisti?) fra i quali spiccarono Ittar, Battaglia e Vaccarini, fautori del forte sviluppo dell'arte barocca in Sicilia orientale. Ma non solo quello, perchè tutta la parte bassa di Via Vittorio Emanuele (quella che da Piazza San Placido porta fino in Piazza dei Martiri e quindi al mare) è stata creata grazie alla costruzione, fino alla fine dell'Ottocento, di bellissimi e nobili palazzi che molti catanesi sconoscono. A volte basterebbe sollevare solo un po' il nostro naso per renderci conto di quello che abbiamo sopra le nostre teste. Questa è roba nostra, alla nostra portata; è in attesa di farci vedere i suoi terrazzi, i saloni, le stanze, la sua storia ..... e le occasioni sono tante, basta solo informarsi. Purtroppo i nostri sguardi rimangono calati in basso perchè al piano-terra di questi edifici c'è il ristorante dove cucinano un kebab eccezionale o perchè al Circolo culturale di fronte suona chissà chi.

Incastonato fra il centro storico e il porto, questo quartiere è un gioiello che va invece salvaguardato perchè è il biglietto di benvenuto per chi entra a Catania da ovest passando attraverso quegli archi bianchi e neri che la separano dal mare. Quel mare arretrato artificialmente tanto tempo fa e che una volta lambiva addirittura le mura della città, appunto la Civita.

 

 

 

Prima di muoverci lungo via Crociferi, percorriamo idealmente via Vittorio Emanuele, da ponente a levante, dall'incrocio con via Plebiscito fino a piazza dei
Martiri.
Per storia, posizione, tracciato e architettura, si tratta di una delle strade più importanti della Catania settecentesca.
Come ho avuto modo di accennarvi, questa arteria, ideata dal duca di Camastra, si chiamò in origine strada del Corso perchè, durante i festeggiamenti agatini e anche in altre occasioni, vi si svolgevano le corse dei cavalli, con o senza fantino. Nella seconda metà dell'Ottocento, venne intitolata al re Vittorio Emanuele II; ma poteva ben essere intitolata a Giovambattista Vaccarini, poiché in questa strada si affacciano le opere più significative di questo geniale architetto.
Proviamo ad immaginarla com'era sul finire del Settecento, senza l'ingombrante presenza delle automobili, senza i pali della segnaletica, senza le ragnatele dei fili
elettrici, senza la bruttura di certe orribili insegne pubblicitarie. Proviamo ad immaginarla com'era in pieno Ottocento, nel fulgore della sua architettura incontaminata, immersa nei dolci silenzi notturni, o durante le solenni processioni religiose, piena di folla, strabocchevole di cavalli e di carrozze, con le dame, in
crinolina e parrucca, appoggiate alle panciute ringhiere dei balconi. Quale differenza con lo stato attuale!
Allora sì , l'arte del Vaccarini trovava spazio e poteva agevolmente imporsi all'ammirazione dei catanesi e dei forestieri. Qui, infatti, egli realizzò opere destinate a restare come l'esempio più rimarchevole del barocchetto catanese: il monastero e la chiesa di Sant'Agata, di cui abbiamo parlato, i palazzi Valle e Serravalle, l'atrio del collegio Cutelli, il palazzo Reburdone e, poco distante, la sua stessa casa, ne danno ampia testimonianza.
- Scusi professore, . . .
- Dimmi, Donatella.
- Gradirei conoscere il significato dell'espressione « barocchetto catanese ».
- Ma certamente, cara. Catania settecentesca, si mostra in architettura attraverso il barocco delle chiese e dei palazzi; con lo sfoggio dei bugnati, dei frontali ricchi di frastagli, di volute, di mascheroni; con le grate panciute dei balconi; insomma, con un'architettura sfarzosa e, per molti aspetti, singolare. Ora, voi mi chiederete cos'è il barocco. In architettura (a noi interessa questo settore), è uno stile che prevalse nel Seicento, e si caratterizzò per le sue forme curvilinee, i disegni elaborati, le decorazioni complicate, gli effetti prospettici ricchi di chiaroscuri. Poi degenerò nel cattivo gusto; divenne artificioso, ampolloso, esagerato.
Non lasciatevi impressionare da certe parole ostiche; bisogna prendere confidenza anche con le parole che non ricorrono nella parlata di tutti i giorni. Il vocabolario c'è per questo, e bisogna farne buon uso. Dicevo, dunque, non lasciatevi impressionare dalle parole difficili, e seguitemi nella logica del discorso. Voi avete l'idea di che cosa voglia dire esser semplici? voi sapete cos'è la semplicità? Certamente, sì . Esser semplici significa lineari, credibili, naturali, essenziali, veri, spontanei. Ebbene, il barocco fu l'opposto della semplicità, divenne, anzi, sinonimo di tutto ciò che appare complicato, pesante, tronfio, aggrovigliato (non soltanto in architettura). Ma - potreste osservare - se così è, il barocco non serve, è da buttare! No. Il barocco catanese non arriva agli accessi testé elencati.
Resta entro i limiti della misura, tanto che alcuni autorevoli studiosi lo hanno definito « classico fiammeggiante ». Il barocco del Vaccarini, in particolare, sobrio e fastoso al tempo stesso, ricco di slanci ma privo di complicate strutture, pulito, leggero come non se ne vede altrove, ha tutti i requisiti per rappresentare il «barocchetto catanese».
Via Vittorio Emanuele sfoggia questa splendida cornice, soprattutto nella parte bassa, da piazza Duomo al piano della Statua (poi ribattezzato piazza dei Martiri, perché nel 1837 vi furono fucilati - ad opera dei Borboni, alla cui tirannide si erano ribellati - otto patrioti catanesi). Ma, essendo andati a finire al piano della Statua, conviene indugiare un po’ in quei paraggi, osservare i lati più interessanti di quest'angolo della vecchia città. E vediamo perché, in origine, si chiamò piano della Statua. Premesso che, nel Settecento, la parola piano veniva usata per indicare una piazza, resta da conoscere la radice del toponimo.
- È facile, professore. Si chiamò piano della Statua perché c'è la statua al centro della piazza.
- Bravo, Fabio. Dato che ci sei, dicci di quale statua si tratta.
- Della statua di Sant'Agata!
- Due volte bravo. Si tratta proprio della statua di Sant'Agata.

 

Lucio Sciacca - “La città” da Katana a Catania le lunghe radici - Cavallotto Edizioni - Anno 1980
http://www.cataniaperte.com

IL PIANO DELLA STATUA

 

Il Duca di Camastra, giunto a Catania nel pomeriggio del 12 febbraio 1693, esattamente un mese e un giorno dopo l'evento fatale, si trovò dinanzi ad un paesaggio allucinante: la città distrutta, migliaia di persone senza tetto, senza pane, senza speranza.
Dotato di polso ferreo e di ferrea volontà, munito dei pieni poteri conferitigli da Uzeda, il coraggioso magistrato, a cui non mancavano idee in fatto di urbanistica, si rimboccò le maniche e si mise subito a lavorare.
Per bonificare l'ambiente cominciò col togliere di mezzo due grossi ostacoli: i ladri che rovistavano ancora fra le macerie e i fabbricati pericolanti che minacciavano d'intralciare l'attuazione del suo piano regolatore. I ladri colti sul fatto furono impiccati e i fabbricati fatiscenti demoliti (a proposito di questi ultimi, scaturì poi il detto popolare: Ciò che il terremoto risparmiò, Camastra distrusse).
Trovatosi a dover operare sulla tabula rasa che gli si stendeva davanti, appuntò l'asta del suo ideale compasso nel centro dell'ex platea magna, (dove a tamburo battente sarebbero stati ricostruiti la Cattedrale, il Seminario e il Palazzo Senatorio) e da quel punto nevralgico tracciò con mano sicura quattro lunghe linee rette fra di esse ortogonali, le quattro strade costituenti la spina dorsale sulla quale, mese dopo l'altro, si formerà il tessuto connettivo della ricostruenda città.
L'odierno nostro itinerario ci porta a considerare il coronamento di una di queste strade, di quella che, tagliando la città alla base, da ponente a levante, si sarebbe poi conclusa verso il mare nel piano della Statua (oggi piazza dei Martiri).
Conviene annotare, in primo luogo, che al tempo del Camastra la strada s'interrompeva all'altezza di piazza Cutelli, e lì si fermava.
Nel giro dei successivi cinquant'anni, alcune cose cambiarono in quella zona.
Il tracciato viario fu prolungato fino al mare; nuove costruzioni si elevarono ai limiti dello spiazzale (tra queste, notevole il palazzo Reburbone, poi Gravina); il quartiere della Civita si dilatò a levante, scavalcando la porta di Ferro e il convento di San Francesco di Paola; lo spiazzale stesso venne ingrandito, così da poter degnamente accogliere una marmorea statua di Sant'Agata che i catanesi vollero, in quello scorcio di secolo, per saldare un debito di gratitudine con la loro Protettrice.
I fatti che determinarono l'atto di omaggio sono noti. Li riassumiamo in breve.

Nel 1743 la peste infierì nella città di Messina seminando, per cinque lunghissimi mesi, morte e desolazione fra quella gente. I catanesi, provati da non troppo remote sventure, paventarono il contagio, tanto più che il morbo s'era preannunciato anche a Siracusa.
Presi fra due fuochi, cosa potevano fare per uscirne illesi? Tapparsi in casa o fuggire? Affidarsi alla cintura sanitaria imposta dal regio governo? No. Una sola cosa c'era, piuttosto, da fare: rivolgersi a Sant'Agata. A Sant'Agata si rivolsero; e Sant'Agata li salvò dalla peste.
Riconoscenti per lo scampato pericolo, vollero un monumento che, onorando la Santa, ricordasse ai posteri il memorabile evento. Così, nel 1744, la statua (che rappresenta Agata nell'atto di calpestare l'idra velenosa della pestilenza, ed è opera del palermitano Michele Orlando) scolpita in marmo di Carrara, venne alzata sulla sommità d'una colonna romana proveniente dall'Anfiteatro, e collocata nel centro dello spiazzo che, da quel momento, fu chiamato piano della Statua.
Malgrado così nobile decorazione, nonostante l'impegno svolto dal patrizio Giovanni Rosso di Cerami (cui si devono l'ingrandimento della città e il primo progetto d'una passeggiata a mare in quella zona), malgrado il fervore religioso e le buone intenzioni del Decurionato, il piano della Statua per molti anni non fu che una polverosa spianata con la superba veduta dell'Etna sullo sfondo libero di tramontana, e nient'altro.
Nel 1806, un grosso avvenimento lo toccò da vicino.
Un ospite illustre prese alloggio nel palazzo del principe Reburdone: Ferdinando IV, terzo re di Sicilia.
Dalle cronache del tempo risulta che, nei quattro giorni trascorsi .a Catania, il re non si stancò di ammirare le bellezze della città, delle sue strade, delle sue piazze. In particolarè egli elogiò la imponente strada dritta dal Borgo a piazza Duomo; la strada Ferdinanda, coronata a occidente dalla Porta dell'Ittar; la strada del Corso, riccamente addobbata.
Del piano della Statua nemmeno un cenno. Come mai? Possibile che l'augusto ospite, che pure dormiva accanto, guardando il mare non lo avesse notato? O si trattò di presagio di futuri eventi?
Sta di fatto che trentuno anni dopo l'avvenimento ricordato, i patrioti catanesi che si erano ribellati alla tirannide borbonica furono in quel luogo fucilati.
"Là, suIl'ararida spiaggia, in quella piazza che doveva poi ricordare ai posteri il loro martirio, volto il viso verso l'immensa distesa del mare, i loro occhi fissarono per l'ultima volta l'azzurro del cielo ... ".
Cosi, in faccia al cielo settembrino, ai piedi di Agata, morirono Barbagallo Pittà e gli altri i cui nomi scolpiti in prosieguo di tempo nel marmo d'una lapide, furono cementati - guarda caso - su una parete di quel palazzo che aveva ospitato il terzo re di Sicilia.
Ribattezzata piazza dei Martiri e tuttavia trascurata dalle civiche amministrazioni succedutesi nell'ultimo Ottocento, essa servì soprattutto ai pescatori della vicina Civita che vi trovarono sole e spazio per stendere e asciugare le loro reti.
Poi, qualcuno prese a cuore le sorti di questa trascurata piazza, cosi vicina al mare alla stazione ferroviaria al porto; una piazza decorata da una colonna romana, dalla Statua per antonomasia, dal sangue dei martiri del 1837; una pIazza spazIosa, invitante, di felice squadratura.
Bitumato il fondo, sistemata la base della colonna, piantati tutt'intorno una collana di palmizi, costruiti dei sedili, delle aiuole e persino un grande albergo, essa si abbellì per la prima volta dopo un secolo e mezzo di abbandono.

E tuttavia, la toeletta non poteva dirsi completa. Le mancava l'ornamento più necessario e prestigioso: la passeggiata a mare.
Era l'inizio del ventesimo secolo. Giuseppe De Felice, pro-sindaco del tempo, trovò modo di occuparsi anche del piano della Statua.
Superate non poche difficoltà (remore di carattere finanziario, resistenze di privati, ostilità di politici), egli potè realizzare l'ambìta opera la quale, col passare del tempo, rivelò i suoi limiti.
L'espandersi dei vicini binari della ferrovia andò sempre più allontanandola dal mare; e i catanesi, che non avevano mai dimostrato inclinazione per quel passeggio, non seppero fare di meglio che voltarle le spalle.
La mai abbastanza compianta Carmelina Naselli scriveva agli inizi degli anni Trenta: " ... io dico che di passeggiate i catanesi ne facciamo ancora molte, e tuttavia disertiamo volentieri l'ampia terrazza della piazza dei Martiri la quale, a parte ogni altra considerazione, così alta com'è e isolata dal traffico, rimane uno dei posti più tranquilli e suggestivi ...
Davanti, a perdita d'occhio, le acque più azzurre, dopo quelle di Capri, che offrano i mari d'Italia; a sinistra la selvaggia bellezza della scogliera prolungantesi lontano, più oltre Acitrezza; a destra la dorata distesa della Plaja; alle spalle l'Etna, maestosa nel cobalto del cielo, elemento di bellezza, di ricchezza, se pur anche di timori ... " .
Verissimo. Ma, a dispetto di tutto questo, la bella terrazza fu smaccatamente snobbata dai catanesi. Questione di fortuna; di quella fortuna che la piazza non aveva avuto, evidentemente.

 

da Catania com'era, di Lucio Sciacca - Vito Cavallotto Editore

 

 

Palazzo Biscari, il più sontuoso edificio privato di Catania, rappresenta un caso unico, per la struttura, la pianta e le decorazioni. Dopo il terremoto che nel 1693 distrusse quasi interamente la città, Ignazio Paternò Castello III Principe di Biscari ottenne dal Luogotenente Generale Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, artefice della ricostruzione catanese, il permesso di edificare il nuovo palazzo sul terrapieno delle mura cinquecentesche di Carlo V. Ignazio muore nel 1700, il figlio Vincenzo, IV principe di Biscari, inizia lavori organici e continuativi che dureranno più di un secolo e a cui parteciperanno i più grandi architetti catanesi dell'epoca: Alonzo di Benedetto, Girolamo Palazzotto, Francesco Battaglia e suo figlio Antonino.
All'inizio del Settecento l'edificio si presentava come un vasto trapezio, accentrato sul grande cortile a cui si aveva accesso attraverso un portale riccamente ornato e sormontato dallo stemma con i quattro quarti di nobiltà. Nei primi decenni del secolo Antonino Amato completò la decorazione della facciata alla marina. Per chi allora arrivava dal mare, l'incontro con il palazzo offriva, grazie al totale dispiegarsi del paramento decorativo, la snella visione dei balconi e delle lesene con decorazioni a fiori, putti e telamoni che emergevano dal fondo nero della base lavica. E' il trionfo non solamente di un gusto e di uno stile, ma anche delle capacità tecniche degli intagliatori e dei decoratori che si erano formati nel grande cantiere della Catania del XVIII sec.
La terrazza si prolunga in una linea ideale, la stessa che collega l'ultima parte del Palazzo Episcopale e che doveva far parte di quel "Teatro alla Marina" a cui pensavano i nobili e il senato catanese alla fine del dodicesimo secolo.
Guardando il palazzo dal mare si distingue la parte verso est, più austera e maestosa, realizzata dopo il 1750, caratterizzata dal gioco di colonne e dai profondi balconi. Qui Battaglia discosta senza boria la sua opera dalla decorazione degli Amato, accanto ai quali aveva svolto la sua attività giovanile. L'ariosa galleria, pacatamente ripartita tra larghi binati di semicolonne, s'imposta sul cordone delle mura, distendendo piane superfici e fusti levigati: strutture limpide, articolate in funzione del ritmo e del paesaggio. Senza forzare verso una fredda compostezza formale, Francesco Battaglia mostra la genuinità, se non il vigore, delle sue inclinazioni classicistiche.
Il palazzo raggiunse il massimo splendore con l'intervento di Ignazio V Principe di Biscari, uomo eclettico, appassionato d'arte, di letteratura e di archeologia una delle figure delle più significative nella vita culturale di Catania nella metà del Settecento. Committente non comune, il principe non si limita a manifestare all'architetto le proprie esigenze, ma suggerisce e propone modelli e soluzioni che gli vengono ispirate da tutto ciò che vede durante i suoi numerosi viaggi.

Interessato al progresso culturale della sua città fece edificare un teatro privato con due ordini di palchi e con un accesso esterno per il pubblico che concede per l'Opera in attesa che quello cittadino sia completato e in cui paga i palchi che si è riservato.
Ma forse è come archeologo che è il benemerito di Catania. Riedesel e Brydone hanno assistito di persona ai lavori che, sotto la sua direzione, hanno portato alla luce l'anfiteatro antico. Incaricato della intendenza per gli scavi archeologici nella Val Demone e Val di Noto (l'attuale Sicilia Orientale), dedicò un particolare impegno alla costruzione e alla sistemazione di un museo che volle come degna cornice per le sue raccolte archeologiche provenienti dagli scavi che lui stesso dirigeva (1746). Le ampie sale ornate di colonne, disposte intorno a due cortili racchiudevano una collezione scelta con competenza, lodata ed elogiata nei diari dei numerosi eruditi di tutta Europa che nel Settecento vennero a visitarlo. La raccolta non comprende soltanto oggetti antichi (medaglie, vasi, cammei, statue) ma anche un museo storico siciliano (armi, abiti, giocattoli) e un gabinetto di fisica e storia naturale (strumenti e minerali). Vi si trovano in particolare, sotto la denominazione di "frutti dell'Etna" dei campioni di lava, di zolfo ecc.

Oggi il cortile centrale del palazzo si presenta attorniato da costruzioni di epoche diverse e dominato dalla scalinata centrale a tenaglia che introduce nella parte più preziosa dell'edificio.
La visita dell'interno si rivela di non comune interesse. Legata alla personalità di Ignazio, si sviluppa una coerente distribuzione degli spazi, specchio di una misura di vita, che si deve svolgere in una casa confortevole per lo spirito e per il corpo, nell'ordine e in armonia con ideali che non restano limitati nella contemplazione del passato.
Dopo la sala d'ingresso che contiene grandi tele raffiguranti le piante dei possedimenti dei Biscari, superate le successive stanze, si entra nel grande salone, che riunisce molti artifici dello stile rococò. Tutto è luce: le specchiere, le bianche porte e il rilucente pavimento di mattonelle ceramicate napoletane. Posti sopra i camini,inseriti in eleganti nicchie, gli specchi con la loro luce riflessa, nel mondo allusivo del rococò, evocano simbolicamente il fuoco. Il cui dio, Vulcano, ritroviamo nel "Consiglio degli Dei" riuniti a celebrare il trionfo del casato dei Paternò Castello nell'affresco del soffitto di Sebastiano lo Monaco. Qui si trova una realizzazione quasi unica: il cupolino si apre in un ballatoio su cui si disponevano tutt'intorno i musicisti. La grande cupola è decorata con otto ovali con figure allegoriche contrapposte: Purezza e Vanità, Forza e Giustizia, Giorno e Notte, Amore e Morte.
Le porte sono sormontate da sette grandi tele che mostrano vedute di Napoli, di ottima fattura e piene di particolari della vita di ogni giorno e di riferimenti topografici ed architettonici. Sono opere di Eustachio Pesci (1771) autore anche delle vedute presenti nel Palazzo Reale di Portici.
Nell'ingresso dell'alcova di fondo le colonne vengono capovolte, quasi con finalità anticostruttive per scioglierle da ogni rapporto con i canoni architettonici e per inserirle nella predominante ricerca dell'asimmetria. Ma è nella galleria che si coglie il frutto più sorprendente del "nuovo stile" introdotto nell'Isola. La scala riceve con esatta tangenza la luce che entra dalle larghe vetrate, gli stucchi accompagnano il dispiegarsi del ritmo, quasi la descrizione nello spazio di una vaporosa piroetta. Opera che supera i risultati dell'attività degli artigiani locali, e che potrebbe essere nata dalla collaborazione dell'esperienza tecnica di Francesco Battaglia con i decoratori (pensiamo ad Antonio Pepe), stimolati dai disegni che il principe Ignazio raccoglieva per la casa e per la biblioteca. Sulla porta della galleria gli affreschi aggiungono un elemento ricorrente della decorazione rococò: scene galanti alla Watteau sulle quali scorciano prosperosi putti, gemelli di quelli che nel soffitto del salone allargano la corona di fiori e frutta.
Boiseries, intarsi, specchi, affreschi, porcellane, cineserie si ritrovano nelle stanze dell'appartamento del primo piano, una suite di tre piccole camere, l'ultima delle quali è di grande interesse. In essa il pavimento a commesso di marmi antichi, è simile a quello della stanza di Leda a Palazzo Rondinini a Roma ( 1760). Il gusto dei marmi antichi, sia come collezione che per reimpiego, conobbe grande favore nella seconda metà del '700 in seguito agli scavi di Ercolano. Trovare questo in Sicilia è di indubbio interesse poiché, mentre nella Città Eterna l'abbondanza di marmi antichi permetteva questi disegni con grandi lastre, ciò era molto più raro nelle città "periferiche". Le pareti sono rivestite da una boiserie in legno di rosa con intarsi che creano motivi "à berceau" con intrecci di rami e pagode "en chinoiserie" eseguiti con notevole maestria.
Nella stanza si apre una piccola alcova affrescata con motivi "rocailles", su un lato della quale è posta una grande e profonda vasca di marmo dalle alte pareti, che non parrebbe destinata per le semplici abluzioni. Fungeva forse da fontana interna, creando, insieme alla boiserie, una sorta di fresco angolo di Arcadia, consacrato a guisa dei luoghi ombrosi di un giardino, a conversazioni di cui possiamo ancora percepire l'eco.
In queste stanze eleganti vetrine mostravano porcellane e preziosi oggetti.

“Fummo introdotti dal Principe il quale ci fece vedere la sua collezione di monete per un atto di deferenza speciale... Dopo aver dedicato a quest'esame un certo tempo, sempre troppo poco tuttavia, stavamo per congedarci, quando egli volle presentarci alla madre, nel cui appartamento erano esposti altri oggetti d'arte di più piccola dimensione...Ci aprì ella stessa la vetrina, in cui erano custoditi gli oggetti d'ambra lavorata... Questi oggetti come pure le conchiglie incise, che vengono lavorate a Trapani e infine alcuni squisiti lavori in avorio formavano la compiacenza particolare della gentildonna, che trovava il modo di raccontare in proposito più di una piacevole storiella. Il principe dal canto suo ci intrattenne intorno a cose più serie e così trascorsero alcune ore dilettevoli ed istruttive. Nel frattempo, la principessa aveva appreso che eravamo tedeschi, per cui ci domandò notizie dei signori von Riedesel, Bartels, Munter, tutti da lei conosciuti e dei quali aveva anche saputo discernere ed apprezzare egregiamente il carattere e il costume. Ci siamo congedati a malincuore da lei, ed ella stessa parve ci lasciasse andar via di malincuore.”

J. W. Goethe - Viaggio in Italia

 

Il palazzo è ancora oggi in gran parte abitato dai discendenti della famiglia e i suoi saloni principali sono spesso usati per manifestazioni di prestigio di carattere mondano e culturale.
Gran parte delle collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state donate al comune e trasferite al Museo Civico di Castello Ursino.

 

http://www.palazzobiscari.com/

Nicoletta Moncada Paternò - Castello 
Via Museo Biscari, 10-16 95131 Catania - Italy Tel. 095 7152508 - 095 321818 - 329 4145955 Fax: 095 32 1818 e-mail: info@palazzobiscari.com

 

 

 

 

Edificato nel XV secolo, insieme a Palazzo Biscari, era fra i palazzi più sontuosi della città. Oggi non rimane che un loggiato, sormontato da un balcone, custodito nel cortile del Monastero di San Placido. La decorazione a chevron, strisce a zig zag di pietra lavica e calcarea, mentre nella Porta della Chiesa del Santo Carcere si trova sulle colonne, qui decora orizzontalmente il balcone ed è interrotta, al centro, dallo stemma della famiglia. Il palazzo si trovava inserito nel monastero, perchè già nel XV secolo la famiglia lo aveva donato ai religiosi.
Crollato a causa del terremoto del 1693, il convento venne ricostruito, conservando i resti rinvenuti del preesistente monastero. All'interno di esso è possibile vedere una parte della struttura del palazzo, che era connessa al porto tramite un passaggio privato che attraversava le mura. Oggi è stato restituito dall'Amministrazione comunale alla città come luogo per incontri culturali e musicali. Ogni sabato molti giovani catanesi si recano nel cortile ad ascoltare i concerti che vi si svolgono, affollando la bella e vicina piazza Bellini.

http://www.cormorano.net/catania/arte/aragones.htm

 

Una "Casa della cultura". Un luogo ritrovato: Palazzo Platamone - ex Convento San Placido

Una "Casa della Cultura", aperta ai catanesi e ai visitatori. Il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli e l'assessore comunale alla Cultura Fabio Fatuzzo hanno presentato il nuovo Palazzo Platamone-ex Convento San Placido, dopo i lavori di riqualificazione funzionale dello storico edificio d’impianto barocco che è stato restaurato con criteri filologici dopo un lungo periodo di degrado e abbandono.

“Un luogo simbolo -ha detto il primo cittadino- che viene restituito alla città e che fa parte di questo nuovo spirito di collaborazione tra Comune e cittadino che stiamo ristabilendo ogni giorno. A Catania -ha detto il sindaco Stancanelli- approfittando anche di queste giornate dedicate agli auguri, sto percependo una voglia di riscatto che lascia ben sperare. Un nuovo patto basato sul rispetto delle regole della convivenza è più che mai necessario per risalire la china e riprendere ad amare questa città”.
La ristrutturazione di palazzo Platamone è stata voluta dal Comune di Catania che ha ritenuto il recupero del grande spazio strategico per lo sviluppo culturale della città inserendolo, nel 2003, nell’ambito dei progetti del PIT 35 ”Catania Città metropolitana”. Nello stesso anno ha partecipato al Bando ACRI – Sviluppo Sud – Distretti culturali, ottenendone il finanziamento alla conclusione dei lavori. Importante il contributo dell’Università di Catania: consulenza storica e ricerca archivistica sono state affidate al prof. Eugenio Magnano di San Lio, della Facoltà di Architettura; indagini diagnostiche su intonaci e danni da umidità al prof. Angelo Salemi del Dipartimento di Patologia dei materiali. Il progetto è stato curato in tutti i suoi aspetti tecnici ed amministrativi dal 1° Servizio della Direzione Cultura, con il coordinamento della dirigente, architetto Gabriella Sardella. Nel ripercorrere le tappe storiche della dell’imponente monumento, l’assessore alla cultura Fabio Fatuzzo ha evidenziato come palazzo Platamone si appresti a diventare “Casa della Cultura, per ospitare oltre agli uffici della Direzione, anche iniziative varie per promuovere l’arte e la cultura tra cui il teatro Stabile che avrà una sua sede permanente all’interno dell’edificio”. Alla presentazione erano presenti anche il vicepresidente della Provincia regionale etnea Nello Catalano, il direttore dello Stabile etneo Giuseppe Dipasquale, il soprintendente ai beni culturali e ambientali Gedo Campo e numerose altre autorità cittadine. L’ex monastero durante queste festività natalizie verrà aperto a quanti vorranno visitarlo e partecipare all’itinerario guidato, che verrà ripetuto più volte durante la giornata, grazie all’iniziativa “Un luogo ritrovato” realizzata dall’Assessorato alla Cultura in collaborazione con il Teatro Stabile di Catania e l'Istituto Musicale Vincenzo Bellini, e con la partecipazione dell’attore Fulvio D’Angelo, nome di punta del panorama teatrale.
Ogni tappa prevede, con leggere varianti, una lettura ad hoc dell’attore Fulvio D’Angelo, una presentazione affidata ai funzionari comunali e una parentesi musicale. L’appuntamento è all’ingresso di via Landolina, prima “stazione” con slides illustrative.

Note storiche

Le scosse sismiche del 9 e dell’11 gennaio del 1693 distrussero gran parte del monastero che era stata realizzato già a partire del 400. Venne assegnato un sito più ampio di quello pre-terremoto che solo in parte si sovrapponeva all’aerea preesistente.Alla grandiosa ricostruzione parteciparono alcuni fra i protagonisti della rinascita della città: Alonzo Di Benedetto, gli architetti Giuseppe Palazzotto, Francesco Battaglia, Stefano Ittar e probabilmente Giovanni Battista Vaccarini.
All’interno del settecentesco monumento, si rilevano tracce di una suggestiva stratificazione, come le accennate preesistenze di epoca romana; la loggia di casa Platamone. Con la legge Siccardi e l’applicazione delle leggi eversive, tra il 1864 ed il 1867, le monache dovettero abbandonare il monastero che nel 1909 entrò in possesso del Comune di Catania per essere destinato a sede di uffici finanziari. Nella parziale ricostruzione post bellica – la struttura fu danneggiata durante i bombardamenti del 1943 – venne ricavata la sala di un piccolo teatro; successivamente il fabbricato divenne sede della caserma dei vigili del fuoco, poi della falegnameria comunale, degli uffici destinati alla manutenzione e la corte fu adibita a parcheggio di automezzi della Nettezza Urbana.
A partire dagli anni ‘90, nonostante lo stato di degrado e l’inadeguatezza dei servizi e degli impianti, il chiostro ha ospitato spettacoli estivi all’aperto, e i locali siti alpiano terra, i soli ancora agibili dopo il terremoto di S. Lucia del 1991, hanno ospitato mostre temporanee.

Da oggi il Platamone s’appressa a diventare la “Casa della Cultura”: un libro aperto attraverso il quale sarà possibile leggere anche la stratificazione urbanistica e la storia di Catania.

19 dicembre 2008

http://www.comune.ct.it/informazioni/news/cultura/default.aspx?news=5009

 

 

 

 

Del periodo del tardo Medioevo rimangono testimonianze piuttosto esigue, a causa del terremoto di fine XVII secolo - Quelle "scampate" agli eventi naturali, oggi appaiono frammiste allo stile barocco come Palazzo Platamone ed il convento di San Placido
di Concetta Fisichella
CATANIA – Delle opere artistiche ed architettoniche tipiche della Catania del tardo Medioevo rimangono testimonianze piuttosto esigue, ciò a causa dell'eruzione e del terremoto di fine XVII secolo. Tuttavia, quelle "scampate" in parte alla forza distruttrice degli eventi naturali, oggi appaiono frammiste alle opere realizzate con gli stili architettonici che successivamente si sono affermati, come ad esempio il barocco. A dimostrazione di quanto appena detto, alle spalle di piazza Duomo, in via Vittorio Emanuele, troviamo Palazzo Platamone testimonianza dell'architettura tardo medievale e rinascimentale, e la chiesa di San Placido esempio dell'arte barocca. Legati dalla storia, essi furono col tempo "divisi" dagli stili architettonici.

Nel Quattrocento, tra le famiglie più prestigiose, vale a dire quelle che riuscirono ad ottenere un buon numero di designazioni, troviamo i Platamone; infatti, essi affiancarono al commercio, attività alla quale erano dediti, la gestione di numerose cariche pubbliche. Uno dei personaggio "celebri" di tale famiglia fu Battista Platamone; laureato in legge all'università di Padova, dal 1420 egli occupò diverse cariche di natura fiscale ed amministrativa, accumulando tra l'altro molti titoli nobiliari e feudi. Il suo nome é legato, insieme a quello di Alfonso il Magnanimo, alla nascita della prima Università siciliana, appunto quella di Catania (1434). Il palazzo dell'omonima famiglia è situato all'interno del cortile dell'ex convento di San Placido, e fu edificato nel XV secolo; all'epoca, tale edificio, insieme a palazzo Biscari, faceva parte dei palazzi più lussuosi e rappresentativi della città.

All'interno del monastero di S. Placido sono incastonate alcune strutture murarie, nonché le case, che appartenevano all'antico palazzo "alla marina" della famiglia Platamone; di fatto, già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi. Uno dei privilegi concessi a tale famiglia fu l'autorizzazione ad aprire nelle mura del palazzo una "posterna", in altri termini un passaggio che avrebbe condotto direttamente al porto. A causa dei nefasti avvenimenti che colpirono la città alla fine del Seicento, oggi rimangono poche testimonianze di tale edificio. Tuttavia, dopo il terremoto del 1693, che distrusse in gran parte il monastero, nella ricostruzione di questo ultimo vennero annesse le testimonianze più antiche del palazzo.

Oggi, delle costruzioni quattrocentesche di "casa" Platamone rimane, nel giardino della Badìa del convento, il grande loggiato sormontato dal parapetto di un balcone, risalente al XV secolo; la sua particolarità è la decorazione con motivo a chevron, vale a dire con fasce bicrome di pietra calcarea e pietra lavica che si alternano (segno tangibile dell'eredità islamica). Al centro della balconata é scolpito lo stemma della famiglia. Altra caratteristica é la serie di archetti ogivali, che poggiano sulle mensole di pietra calcarea, nei quali sono scolpiti elementi decorativi di tipo floreale, che si alternano con figure umane. Oggi, il convento femminile dove un tempo risedettero i Platamone rappresenta uno dei capolavori dell'architettura barocca, nati in seguito alla ricostruzione post terremoto; il monastero sorto sul Tempio di Bacco, occupa un intero isolato di forma trapezoidale.

Sul lato meridionale del convento, proprio di fronte al palazzo Biscari, è visibile un portone del tardo seicento di pietra intagliata a bugne; questo anticamente fu l'ingresso principale del convento. Più avanti, sempre sullo stesso fianco del convento, troviamo un rilievo di S. Agata. Il prospetto della Chiesa di San Placido è di Stefano Ittar (1769); egli, con grande maestria, ha saputo creare un gioco di concavità, che viene riproposto anche nell'interno luminoso, che é caratterizzato da un'unica navata. La Chiesa custodisce affreschi di G.B. Piparo e dipinti di Michele Rapisardi. Da qualche anno, il cortile interno del convento, il cosiddetto "Cortile Platamone", é stato restaurato dall'autorità cittadine e reso alla cittadinanza, in occasione di eventi teatrali, musicali e culturali.

http://www.compagniadelmediterraneo.it/web%20nuovo/NEWS/CATANIA.htm

Palazzo Pedagaggi  sorge in Via Vittorio Emanuele all'incrocio con Piazza Cutelli occupando l'intero isolato fra queste e le vie Sorrentino e Pedagaggi.
Fu edificato a partire dal 1803 dal barone di Pedagaggi su progetto dell'ingegnere Salvatore Zahra Buda, mentre l'ingegnere Mario Musumeci si occupò di seguirne i lavori fino al completamento definitivo nel 1809. Don Vincenzo Guttadauro, barone di Pedagaggi, aveva ricevuto in eredità dal padre, Don Enrico, I Principe di Emmanuel un'ala a sua scelta del vicino Palazzo Reburdone ma venuto in conflitto col fratello Luigi, II principe di Emmanuel, scelse di costruirsi una sua casa indipendente. Morto senza figli nel 1819, il barone lasciò alla pronipote Eleonora Guttadauro tutti i suoi beni compreso il palazzo che passò, per il matrimonio di Eleonora, ai Paternò Castello di Carcaci fino alla vendita nel 1859 al Barone Calì, la cui famiglia lo tenne fino al 1889 quando fu venduto al Banco di Sicilia per poi passare in parte all'Università di Catania che vi ha installato la Facoltà di Scienze Politiche.

Il progetto del palazzo prende ad esempio quella del Palazzo Reburdone, non tanto per i legami parentali fra i proprietari quanto per la struttura in se, la più moderna in quel momento disponibile in città. Così l'architetto adegua le caratteristiche essenziali di Palazzo Reburdone (la serie portale-androne-corte-scalone-loggia in prospettiva e l'infilata di stanze col salone angolare in fondo) allo spazio più contenuto di Palazzo Pedagaggi. Al Piano nobile il salone principale, ora aula magna di Scienze Politiche, presenta le proporzioni del diapente cioè di 2/3, al posto del diapason del modello avito e viene affrescata dal trapanese Giuseppe Errante che si occupa anche delle tele delle sovrapporte, con scene mitologiche e monocromi.

Progettato da Francesco Battaglia per la famiglia Guttadauro, Palazzo Reburdone fu costruito tra il 1776 e il 1785, anno in cui fu montato in facciata lo "scudo dell'Armi" dei Guttadauro ma i lavori di completamento del palazzo si protrassero per molti anni ancora. Voluto da una famiglia che cercava in quello scorcio di fine settecento di entrare a far parte della più alta aristocrazia isolana e insieme dell'elite patrizia catanese, Palazzo Reburdone doveva essere il simbolo più evidente della ricchezza e del prestigio della famiglia Guttadauro, originaria di Mineo, dunque provinciale e che in quel periodo stava rapidamente salendo i gradini della nobiltà siciliana (ascesa coronata nel 1787 con l'acquisizione del titolo principesco di Emmanuel). Il risultato fu uno dei più imponenti e nobili palazzi della città. Inponenza dovuta anche a ragioni dinastiche oltre che di prestigio; doveva infatti accogliere, secondo il volere del committente il Principe Enrico, le famiglie dei due figli maschi, il primogenito, erede del principato, e il secondogenito, Barone di Pedagaggi. Per contrasti insorti fra i due fratelli alla morte del padre il Pedagaggi non andò mai a vivere nel quarto che gli era destinato ma si fece costruire un altro palazzo, il vicino Palazzo Pedagaggi appunto. Estintasi la linea maschile dei Guttadauro nel 1820 il palazzo passò tramite Eleonora , ultima principessa di Emmanuel di casa Guttadauro, ai Paternò Castello ed ora è sede, in parte, del Dipartimento di Sociologia (al primo piano) e del Dipartimento di Analisi dei Processi Politici, Sociali e delle Istituzioni - DAPPSI (al secondo piano), entrambi della facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli studi di Catania; nonché della prestigiosa Accademia Gioenia.
Palazzo Reburdone presenta in alzato lo schema tipico dei palazzi patrizi catanesi: piano terra con botteghe su prospetti esterni e magazzini e locali di servizio su quelli interni; primo piano, o ammezzato per l'amnistrazione o dato in affitto a famiglie di basso ceto che gravitavano intorno alla famiglia Guttadauro per motivi economici o sociali; secondo piano o piano nobile, dove abitavano il padrone e la famiglia; terzo piano o piano cadetto, per la servitù e i cadetti. Tutti questi locali si distribuivano intorno alla grande corte d'onore, una delle più grandi di Catania, conclusa dal grande scalone a tenaglia dentro un corpo a duplice portico (un tempo attribuito al Vaccarini ma restitutito al Battaglia tanto per motivi stilistici quanto per motivi cronologici). Un secondo cortile sul lato ovest, serviva la cavallerizza e gli altri locali di servizio. Il piano nobile si raggiunge salendo il grande scalone da cui si dipartono le due ali del palazzo, con le due infilate di stanze che si concludono nei due grandi saloni, a rinserrare l'appartamento del principe con la sua alcova "alla turca" al centro della facciata, aperto sulla tribuna d'onore sopra il portone, luogo simbolico per eccellenza della continuità dinastica della famiglia. I due saloni gemelli seguono la proporzione del diapason, cioè due cubi perfetti posti uno accanto all'altro e sfondano con le loro volte il solaio del piano cadetto, i cui balconi in corrispondenza non sono per questo praticabili; le due volte presentano poi affreschi del sortinese Sebastiano Lo Monaco (salone est) e neoclassici (salone ovest).

 

 

 

 

Tipico esempio del barocco siciliano, progettato dal grande architetto G.B. Vaccarini è situato nel centro storico di Catania. Caduto in uno stato di abbandono tale da diventare inagibile, nel 2004 Alfio Puglisi Cosentino ne decide la rinascita e, ultimati gli interventi di restauro, nel 2008 Palazzo Valle diviene sede della Fondazione Puglisi Cosentino. La Fondazione è stata costituita con lo scopo di ricercare, acquisire, restaurare, conservare ed esporre opere dell’arte antica, moderna e contemporanea. La direzione artistica è stata affidata a Bruno Corà.

Il primo dicembre ha aperto i battenti il settecentesco Palazzo Valle, nel cuore di Catania, che darà conto ai catanesi ed ai siciliani, ma non solo, degli interventi che, in quattro anni di lavoro, hanno ridato dignità e vita ad una delle più importanti testimonianze del barocco siciliano. A volere il recupero del capolavoro di Giovanni Battista Vaccarini (Palermo, 1702-1768) è stato Alfio Puglisi Cosentino, che ha voluto trasformare uno sfregio della città etnea – il Palazzo era inagibile ed in parte crollato – in un luogo per la cultura.

Il Palazzo è stato infatti affidato alla Fondazione Puglisi Cosentino per l’arte che, a partire dalla prossima primavera, ne farà sede e centro di un intenso programma di iniziative espositive, eventi, incontri focalizzati soprattutto sull’arte contemporanea. Nella gestione di questa importante struttura, Alfio Puglisi Cosentino è affiancato dal direttore artistico Bruno Corà, critico d’arte di livello internazionale, e da un comitato scientifico internazionale di assoluto prestigio, composto da: Franca Falletti (direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze), Rudi Fuchs (storico dell’arte e Guest Curator), Marie Laure Bernadac (conservateur en chef, responsabile di arte contemporanea al Museo del Louvre), Gillo Dorfles (critico d’arte, già ordinario di Estetica presso le Università di Trieste e Milano), Manolo Borja-Villel (direttore del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid).

La vocazione per il contemporaneo di Palazzo Valle è simbolicamente sottolineata da due interventi che Alfio Puglisi Cosentino ha chiesto a Giovanni Anselmo e di Jannis Kounellis. I due artisti hanno creato per Palazzo Valle due installazioni permanenti che accoglieranno i visitatori della nuova sede culturale catanese. Sono opere pensate dai due grandi artisti appositamente per questi spazi, create per interloquire con le antiche pietre laviche e le arenarie con cui è stato innalzato il Palazzo. Evocano, con la loro potenza, la forza delle idee e dell’arte, là dove la contemporaneità si innesta, con cesure ma senza rifiuti, sulla grandezza della tradizione.

Due grandi installazioni di Giovanni Anselmo e di Jannins Kounellis accoglieranno i visitatori di Palazzo Valle. Sono state pensate dai due grandi artisti appositamente per questi spazi, create per interloquire con le antiche pietre laviche e le arenarie con cui è stato innalzato il Palazzo. Evocano, con la loro potenza, la forza delle idee e dell’arte, là dove la contemporaneità si innesta, con cesure ma senza rifiuti, sulla grandezza della tradizione. Nel 2004 Palazzo Valle è stato destinato da Alfio Puglisi Cosentino a sede di una fondazione per l’arte, che occupa la corte interna, il secondo e il terzo piano. Gli interventi di recupero e ripristino, realizzati grazie aI contributo economico della società Finsole e ai finanziamenti di un POR regionale, sono stati condotti con rigore progettuale ed esecutivo, e in pieno accordo con la Soprintendenza per i beni culturali ed ambientali di Catania, interlocutore attento e sensibile.

Il Palazzo è stato dotato di ampi e meravigliosi spazi espositivi, e attrezzato con sistemi di climatizzazione e illuminazione in linea con gli standard museali, oltre che di impianti tecnologici per la sicurezza, come videosorveglianza e sistemi antincendio e anti-intrusione. L’accesso alla Fondazione Puglisi Cosentino avviene attraverso il maestoso portone che si staglia su via Vittorio Emanuele. L’atrio d’ingresso accoglie il visitatore con due installazioni permanenti, opera di Giovanni Anselmo e di Jannis Kounellis, giovane esponente dell’arte povera. La corte interna, destinata alle opere scultoree, ospita un’altra installazione di Jannis Kounellis.

Percorrendo lo scalone sulla sinistra e arrivando al piano nobile, hanno inizio gli spazi espositivi veri e propri. Oltrepassata la biglietteria e il guardaroba, dodici sale si succedono in un percorso a U, caratterizzato nella parte centrale da un loggiato con vista sulla corte interna. Il secondo piano, oltre ad altre sei sale espositive, dispone di uno spazio per la didattica, di uffici e di una zona fruibile come deposito. La Fondazione Puglisi Cosentino opera a favore dell’arte classica, moderna e contemporanea. Per perseguire i suoi scopi, si propone di organizzare mostre, incontri, seminari, convegni, attività di studio e di ricerca che possano dar vita anche a pubblicazioni curate dall’istituzione stessa.

Rientrano tra le missioni della Fondazione tutte le iniziative finalizzate a promuovere la conoscenza, la sperimentazione e la creazione, a favorire la cultura, l’educazione artistica e civile e il diletto, a rappresentare una leva di sviluppo per il territorio anche in termini di incremento dell’afflusso turistico, ad avviare reti di interscambio con altre realtà operative d’Italia e d’Europa. La Fondazione si avvale della direzione artistica di Bruno Corà e di un comitato scientifico internazionale di assoluto prestigio, composto da: Franca Falletti (direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze), Rudi Fuchs (storico dell’arte e Guest Curator), Marie Laure Bernadac (conservateur en chef, responsabile di arte contemporanea al Museo del Louvre), Gillo Dorfles (critico d’arte, già ordinario di Estetica presso le Università di Trieste e Milano), Manolo Borja-Villel (direttore del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid).

Ufficio Stampa: Igor Calì, Ufficio Stampa Fondazione Puglisi Cosentino, tel. 3471898420 - igorcali@tiscali.it

 

 

 

 

Dopo il catastrofico terremoto del 1693, nella Catania risorta si annovera il Convitto Cutelli, Collegio voluto dal Conte Mario Cutelli.
La sua realizzazione può collocarsi attorno al 1760 e costituisce, dal punto di vista architettonico, un gioiello dell'arte settecentesca. L'opera dell'Abate Giovan Battista Vaccarini non poteva non essere presente nella progettazione di un edificio monumentale che, appunto, il grande architetto preparò, anche se si avvalse dell' aiuto di Francesco Battaglia. Il prospetto neoclassico sulla via Vittorio Emanuele è opera del Battaglia e continua sul lato di via Monsignor Ventimiglia e su quello di via Teatro Massimo. La parte attribuita al Vaccarini, che sappiamo alunno del Vanvitelli, è quella del circolare cortile monumentale che, per la purezza e l'armonia delle forme, si ammira entrando nell'edificio. La bella corte circolare è caratterizzata da un pavimento centrale in bianco e nero. All'interno, sotto il quadrante del grande orologio da torre, situato tra le statue del Tempo e della Fama, vi è un'iscrizione: "Ut praeesset diei et nocti anno MDCCLXXIX" (Questo orologio fu costruito affinché presiedesse al giorno e alla notte). Le statue del tempo e della fama simboleggiano la rivalità tra le due forze. Degno di menzione è lo scalone di marmo che porta al piano superiore dove si apre l'Aula Magna. In essa sono affrescate le figure delle glorie siciliane appartenenti al mondo scientifico e giuridico (Caronda, Empedocle, Teocrito, Stesicoro, Recupero, Ingrassia, Gioieni) e dove, nel 1837, furono condannati gli insorti contro la tirannia dei Borboni, come ricorda la lapide affissa alla facciata esterna inaugurata il 4 novembre 1926.
Lungo il percorso della Via Vittorio Emanuele, incastonato nel centro storico barocco della città, s’erige la sede dell' istituzione scolastica superiore più antica di Catania. Il conte Cutelli nel suo testamento manifestò l’esplicita volontà di destinare una parte dei suoi averi alla fondazione di un collegio. Il progetto iniziale del conte prevedeva la creazione di un istituto scolastico per soli nobili; era suo obiettivo la formazione di un vivaio di giovani patrizi in grado d’occupare le alte cariche presso la grande corte e l’amministrazione della città. Furono gli echi della rivoluzione francese a schiudere l’ingresso del convitto ai giovani privi di origine nobile. In un secondo momento a seguito di autorizzazione papale nel convitto oltre all’insegnamento del diritto civile e canonico s’iniziarono ad impartire lezioni di scienze e di lettere. Oggi il convitto si presenta nel suo aspetto architettonico originario ed ospita una scuola elementare, una scuola media e il liceo classico europeo. Assai pregevole è la struttura che, però, necessita di tempestivi interventi al fine di preservare quest’esempio di edilizia scolastica settecentesca.
http://xoomer.virgilio.it/convittocutelli

convcutelli@virgilio.it

 

Anche queso palazzo è sito in via Vittorio Emanuele. La facciata, nella fascia bassa, è animata da tre filari di aperture coronate da archi ribassati; in quella mediana da cornici sporgenti. La parte superiore, invece, ove si mostra il semplice telaio della finestra, non presenta alcuna cornice. Anche qui le lesene hanno in cima papitelli con pieducci floreali.

 

 

 

 

La cappella Bonajuto o del Salvaterello è un edificio religioso d'epoca bizantina di Catania, eretto tra il VI e il IX secolo d. C. 

Unico manufatto di rilievo superstite dell'epoca bizantina a Catania, la cappella è collocata all'interno del barocco palazzo Bonajuto in via Bonajuto 7, nel popolare quartiere catanese della Civita. Si presenta a croce greca con pianta quadrata, cupola e tre absidi («cellae trichorae» o «chiesa a trifoglio») in forma simile alla cuba bizantina presente in Sicilia. Oggi rispetto al piano della strada si trova interrato di circa 2 metri. L'edificio, che è inoltre arrichito di testimonianze medioevali e quattrocentesche, è scampato ai diversi terremoti che hanno colpito la città, fra cui quello devastante del 1693 (Terremoto del Val di Noto).

La famiglia Bonajuto prese possesso della cappella a partire dal quattrocento e nel secolo successivo vi edificò la propria residenza. Sino all'insediamento dei Bonajuto la cappella era dedicata al SS.Salvatore, denominazione che mantenne probabilmente sino al XVIII secolo [2]. Nel XVIII secolo quando la cappella fu oggetto di restauri e ristrutturazione dell'ingresso, questa fu meta del viaggio del pittore francese Jean Houel.

La cappella è stata restaurata da Paolo Orsi e Sebastiano Agati negli anni trenta. Oggi è visitabile e spesso affittata per fini espositivi e conferenze nonché come pub e come palcoscenico di gruppi musicali rock e di altro genere.

 

Di fronte al Palazzo Biscari è situato il Convento di San Placido. Sul lato meridionale sono visibili il Portone seicentesco di pietra ed un' edicola della stessa epoca che incornicia un rilievo di Sant'Agata.
Esso sorse sul Tempio di Bacco. Nel XV secolo vi risiedettero i Platamoni, nobile famiglia catanese oggi spenta, che qui aveva il proprio palazzo, in seguito donato al monastero. Della casa della famiglia rimane, nel giardino della Badìa, un terrazzo decorato da chevron.
La facciata barocca della Chiesa di San Placido è di Stefano Ittar, che la realizzò nel 1769. L'interno è a navata unica e custodisce affreschi di G.B. Piparo e dipinti di M. Rapisardi.

All'interno del monastero di S. Placido sono incastonate alcune strutture murarie, nonché le case, che appartenevano all'antico palazzo "alla marina" della famiglia Platamone; di fatto, già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi. Uno dei privilegi concessi a tale famiglia fu l'autorizzazione ad aprire nelle mura del palazzo una "posterna", in altri termini un passaggio che avrebbe condotto direttamente al porto. A causa dei nefasti avvenimenti che colpirono la città alla fine del Seicento, oggi rimangono poche testimonianze di tale edificio. Tuttavia, dopo il terremoto del 1693, che distrusse in gran parte il monastero, nella ricostruzione di questo ultimo vennero annesse le testimonianze più antiche del palazzo.

www.cormorano.net

 

La Civita, antico quartiere marinaro, era ai tempi di Gian Battista Vaccarini il cuore della città che risorgeva dopo il disastroso terremoto del 1693. Proprio in questo quartiere, che lo aveva visto maggiormente impegnato coi lavori di ricostruzione e che più amava, l'abate architetto costruì la sua casa. A due passi dal mare, nei pressi dell'antico convento dei frati di S.Francesco da Paola, i quali gli avevano offerto, in cambio dei servigi resi, una striscia della loro vigna. La piccola costruzione, che nell'esiguità della sua mole è un esempio di raffinata eleganza, è stretta a Nord tra la via Sorrentino, ad Est via Serravalle e via Colapesce a Sud.
Sorta in periodo tra barocco e rococò, è invece decisamente classicheggiante e rinascimentale, anche se la presenza di alcuni elementi decorativi la pone di estrazione barocca. È piana e riposante. A pianta quasi quadrata, si articola su due piani: dieci stanzette e un saloncino al piano nobile e quattro vani al piano terra. La facciata in via Colapesce era una volta in vista del mare. In pietra calcarea bianca, è ritmata da quattro arcate che sorreggono una terrazza delimitata da una balaustrata con il caratteristico motivo a «trafori ovali» di invenzione vaccariniana.La costruzione gira l'angolo in via Serravalle, dove presenta una altra apertura ad arco, chiuso in origine da una chiave di volta decorata e sormontato da un altorilievo rappresentante il busto di S. Agata, protettrice della città. L’apertura è formata da uno scalino in pietra lavica; oggi molto rialzato, ma una volta a livello stradale; si suppone che questo fosse l'ingresso principale della città. La facciata in via Sorrentino sembra essere rimasta incompleta: un semplice portone di ingresso ad arco di pietra bianca, sormontato da una finestra quasi rinascimentale affiancata da altre due a cornice piana; due semplici aperture in basso fiancheggiano il portone. Quattro occhialoni delimitati da una cornice circolare in pietra bianca, ritmano le superfici piane della facciata, dando luce alle scale interne. La casa, alla morte del maestro, passò in eredità alla sorella. Fu in seguito acquistata da una certa famiglia Piazza e divenne negli anni a venire abitazione di nuclei di pescatori e abitanti della zona. Solo nel 1941, già malridotta e cadente, fu dichiarata «monumento nazionale».


Nel giugno del 1988, ultimati tutti i lavori a seguito di un devastante degrado, la Domus Magistris ha finalmente potuto riacquistare la sua vera fisionomia. Lunica licenza riguarda il busto di S. Agata. Originariamente posto come chiave di volta nell'arco di ingresso, il busto è stato restituito alla devozione dei catanesi. Ma per la riapertura al pubblico della storica casa, occorreva altro tempo. Certo che il gioco altalenante delle pubbliche amministrazioni ha indubbiamente influito su tale ritardo, ma è proprio uno strano caso che la riapertura della dimora del massimo artefice della rinascita di Catania sia avvenuta quest'anno, nel 1993, a trecento anni giusti di distanza da quella terribile data: 1693, quando la città scempiata e stravolta, poté riacquistare corpo e anima grazie all'opera di Gian Battista Vaccarini, grande architetto e abate di Milazzo.

(Marilena Torrisi)

 

 

 

 

       

 

INTERMEZZO                                Pietro Mascagni  (Cavalleria rusticana)