Non molti lo sanno, in quanto pensata da sempre solo come città siciliana ai piedi di un vulcano da cui proteggersi, ma Catania non doveva proteggersi solo dal Mongibello. Altri pericoli incombevano sulle sue spiagge essendo, come altre città marinare del 1500, vulnerabile ai continui attacchi che provenivano via mare dal Medio Oriente. Così, per volere di Carlo V, si  rese necessaria la sua difesa attraverso fortificazioni, mura, vedette e stratagemmi di segnalazioni.

Come Lucca e altri borghi medievali, era una città "recintata" il cui accesso avveniva solo dalle sue porte. Tante altre città italiane furono fortificate per difendersi, con la differenza che queste hanno conservato i loro ruderi, mentre i nostri se li è mangiati l'Etna nel 1669.  Ecco quel che è rimasto, o meglio, tentare di far capire dov'erano.

Niente di scientifico, i testi non sono miei e in merito esistono già varie pubblicazioni, ho solo voluto rendere l'informazione più sintetica. Da profano, ho solo pubblicato dati già presenti in rete al fine di mettere un po' di ordine a un passato che ci appartiene.

Mi sono divertito un mondo a raccogliere i dati e collegarli fra loro come le mura di Carlo V. Capire finalmente perchè quella strada si chiama così, cercare le sue immagini, riesumarla da sotto la terra....  credetemi, è stato davvero entusiasmante.

Indagare la nostra storia e scoprire, con sorpresa, dove si poggiano i piedi sono le gite domenicali più proficue, che consiglio a tutti.

 

Poco si conosce dell'antica fortificazione che cingeva la città di Katane, antico nome di Catania, anche se non mancano prove della sua esistenza, nelle gouaches di Jean-Pierre Houël e in diversi ritrovamenti a seguito di scavi archeologici lungo il tratto nord di Via del Plebscito. Tale fortificazione dovette avere degli accessi di cui ad oggi non si è ancora trovata traccia. In epoca tardoantica le mura dovettero essere in grave stato di abbandono, se per le fonti riguardanti le prime incursioni islamiche della Sicilia la città viene descritta sprovvista di difese. Questo dato ci fa supporre che gli antichi ingressi dovettero ormai essere crollati o di sicuro non più manutenuti. Con l'avvento dei Normanni in città viene eretta la nuova cattedrale, concepita come ecclesia munita, cioè una sorta di incastellamento atto a sorvegliare la costa e il porto vecchio, detto Saraceno. La presenza di tale fabbrica e lo stesso porto fa supporre l'esistenza di una porta che conducesse all'interno della città dal versante marino, quasi certamente presso lo stesso porticciolo. Tuttavia è con gli Aragonesi che abbiamo conoscenza della realizzazione di una robusta fortificazione che proteggesse la città, già oggetto di interessi politici al tempo di Pietro III d'Aragona e ancora al tempo del pronipote Federico IV di Aragona. Di questo periodo probabilmente sono alcune delle più antiche porte della città di cui ancora al 20 aprile 1833 esistevano resti o memoria. Su disposizione del re Carlo la città si dota di un nuovo sistema difensivo basato su bastioni e nuove cortine. In questo sistema difensivo vennero ricavate diverse aperture, tra cui nel 1553 la Porta delli Canali. Tuttavia a seguito dell'eruzione del 1669 la città rimase sprovvista di difese nel suo tratto a sud-ovest e divenne necessaria la edificazione di un nuovo tratto murario che cingesse la zona colpita dalla lava. Dopo diversi tentativi nel 1672 venne completato un piccolo fortilizio isolato dal resto della cortina muraria, chiamato per il suo aspetto Fortino, in cui esisteva una sola apertura, la Porta di Ligne. Non molti anni più tardi venne ricavata la Porta Uzeda nel tratto di mura a sud, prossimo alla Cattedrale e prospiciente il Porto. Tuttavia a seguito del sisma del 1693 il sistema difensivo civico ormai cessava la sua esistenza e nelle mura si aprirono diversi varchi per agevolare l'accrescimento della città. I bastioni erano diventati ingombranti ricordi del passato e vennero riciclati in abitazioni, mentre le porte superstiti vennero demolite per l'ampliamento di alcune strade. Porte della cortina muraria. Prima dell'eruzione del 1669. All'alba dell'eruzione del 1669 le porte civiche esistenti erano dodici, la maggior parte delle quali posteriori al 1550. Di queste appena quattro giunsero fino al 1833, sopravvivendo a colate e terremoti, ma a loro volta il numero venne ridotto nel corso del XIX secolo per opera umana.».

http://it.wikipedia.org/wiki/Porte_di_Catania#Storia

 

La Cattedrale "Ecclesia Munita" L’impianto originario della basilica, edificata da Ruggero I d’Altavilla, risale al 1094, quando i normanni, strappata la Sicilia al dominio arabo, si impiantarono in città dando nuovo vigore al cristianesimo. Nel 1092, Papa Urbano II concesse al normanno Ruggero di ricostituire la diocesi di Catania affidando il potere episcopale all’Abate benedettino Ansgerio il quale sarà anche nominato signore feudale del vastissimo territorio della diocesi attribuendogli piena giurisdizione con il potere di amministrare la giustizia.
Ruggero per l’edificazione della Cattedrale scelse, in un primo tempo, il sito dell’odierna chiesa di Sant’Agata la Vetere dove nel 1091 aveva fondato il monastero Sant’Agata con l’annessa chiesa abbaziale. Nel 1094 preferì trasferire la sede vescovile nel cuore della città e l’antica Cattedrale venne denominata Sant’Agata la Vetere (ossia la Vecchia) per distinguerla dalla nuova che stava sorgendo.

Secondo Ruggero era necessario edificare la nuova chiesa sul mare, con muri spessi e nelle forme di una “Ecclesia munita” (chiesa – fortezza) non solo per difendere la città e il litorale dagli attacchi esterni, provenienti dal mare, ma soprattutto perché, con le sue forme, era chiara espressione dell’accentramento dei poteri politici e religiosi nelle mani del vescovo.
A questo periodo risale il Capitolo della Cattedrale, un’importante istituzione ecclesiastica che per diversi secoli segnò la vita della diocesi, composto sin dalla sua nascita dai monaci benedettini dell’abazia di Sant’Agata (è importante sottolineare che per molto tempo il vescovo si identificò con l’abate e venne nominato dai monaci benedettini costituenti il Capitolo della Cattedrale). Altra istituzione che risale al periodo normanno è la così detta “parrocchialità universa” che individua nel vescovo l’unico parroco della Diocesi e nella Cattedrale l’unica parrocchia (tale istituzione permarrà fino al XX sec).
Dell’antico impianto normanno rimangono solo i muri perimetrali del transetto e delle absidi (visibili dal cortile del Palazzo Arcivescovile) caratterizzati dalle feritoie e dai camminamenti di ronda, delimitati dai merli. All’interno invece nella parte superstite romanica la presenza di colonne provenienti dagli edifici greco – romani della città testimonia, anche a Catania, la consuetudine, diffusa in epoca medievale, di spogliare gli edifici pagani e riutilizzare le decorazioni nella costruzione degli edifici sacri trasformando ciò che era pagano in cristiano.
Alla luce di ciò si comprende anche il motivo per cui i normanni costruirono la cattedrale sopra le terme pagane cercando così di cancellarne ogni traccia.
http://www.cattedralecatania.it/fasicostr.aspx

 


 

Le Mura di Carlo V erano un complesso murario che venne fatto realizzare a Catania dall'imperatore Carlo V a difesa della città: esse erano costituite da undici bastioni ed avevano sette porte di accesso alla città. L'incarico della costruzione venne dato all'architetto Antonio Ferramolino all'inizio del XVI secolo ma la costruzione andò avanti con molta lentezza vista la complessità dell'opera. Esse racchiudevano completamente la città del tempo e la difendevano dai pericoli esterni. Ma, prima l'eruzione dell'Etna del 1669 e poi il terremoto del 1693 le rovinarono gravemente, ma la loro scomparsa definitiva si deve al piano di rinnovo urbano del XVIII secolo. Agli inizi del XVIII secolo il Duca di Camastra, che ebbe l'incarico della ricostruzione di Catania, fece allargare un'apertura del 1672, ovvero quella vicina alla piazza del Duomo, facendo realizzare la Porta scenografica che venne intitolata al viceré duca di Uzeda.

 

Sopra questo tratto di mura, contro il parere del duca di Camastra, vennero edificati il seminario arcivescovile ed il Palazzo dei Chierici che si affaccia sulla piazza Duomo di fronte al Palazzo degli Elefanti sede del Municipio. Del sistema fortilizio rimangono ancora cospicue tracce.

 

 

I bastioni di Catania  erano fortificazioni cinquecentesche distribuite lungo le mura di Carlo V. Per volere di Carlo V di Spagna, lungo la cinta muraria venne commissionato all'architetto Sferrandino da Bergamo di edificare sette porte e undici bastioni, tutti in pietra lavica.
Le mura e, conseguentemente, bastioni e porte, in seguito alle devastazioni di fine Seicento (colata lavica nel 1669 e terremoto nel 1693), furono quasi interamente distrutte. Durante la ricostruzione settecentesca di Catania, lungo il tratto sull'attuale via Dusmet, sui resti della cinta vennero edificati numerosi palazzi, tra cui il prestigioso Palazzo Biscari e l'Arcivescovato. Sono quindi visibili i baluardi inferiori delle mura, riconoscibili per la tipica struttura scoscesa, così come in alcune zone dello storico quartiere della Civita.
È ancora evidente, lungo la via Plebiscito, il percorso della cinta tra il Bastione degli Infetti e il Bastione del Tindaro, sul cui tratto - senza porte - si addossava il complesso monastico di San Nicolò l'Arena; in queste zone sorgevano anche il Bastione San Giovanni e il Bastione Sant'Euplio (in piazza Sant'Antonio). Andarono invece completamente inghiottiti dalla lava il Bastione San Giorgio e il Bastione Santa Croce, nei pressi del Castello Ursino; tra via Dusmet e via Porta di Ferro (per l'omonima porta), si trovavano il Bastione del Salvatore, eretto nel 1552, e il Bastione Don Perrucchio, alla marina. Il Bastione San Giuliano sorgeva sul terreno dell'odierno Convitto Cutelli, il Bastione San Michele, al centro di piazza Santo Spirito, e il Bastione del Santo Carcere, accanto alla chiesa dedicata a Sant'Agata, su via dei Cappuccini, chiudevano il cerchio difensivo attorno alla città.
Le mura alla Marina, un tempo dette Beloardo di Sant’Agata. Del perimetro difensivo di Catania, infatti, proprio la cortina muraria a mare è stata quella che ha subìto maggiori rifacimenti, al punto che oggi risulta quasi del tutto impossibile stabilire quale andamento seguisse nelle epoche più antiche. Alcune planimetrie cinquecentesche permettono di ipotizzare che parte delle mura medioevali non fosse ancora stato abbattuto, permettendoci una vaga idea di come proseguissero le mura della città prima dell’erezione dei nuovi bastioni, ma nulla di davvero concreto. Così ciò che ci è noto è frutto di quel progetto di fortificazioni iniziato poco prima del 1550 su volere di Carlo V e fondamentalmente mai concluso. Nella sua Pianta topografica della città di Catania, Sebastiano Ittar ricorda che il tratto di mura alla marina – che a partire dalla Porta delli Canali circonda i palazzi dei Chierici e dell’Arcivescovato, passando dalla Porta Uzeda e chiudendo con la scomparsa Porta del Porticciolo – veniva impropriamente chiamato “Bastione di Sant’Agata”.

Si tratta di una originale conformazione a W delle mura che, presso il transetto merlato della Cattedrale che fungeva da vedetta, stringe formando un vertice. Sulla base della epigrafe che sovrasta la Porta di Carlo V (già delli Canali) possiamo stabilirne la datazione al 1553, stabilendo anche una certa precocità dello stile della medesima porta che richiama in anticipo su tutta l’Italia lo stile Classico come elemento di decorazione urbana: in Toscana, per esempio, solo la fine del secolo vedrà imitata la medesima porta sulle cortine civiche.

Tale precocità può essere letta e inserita nel confronto con le antichità classiche che a Catania sopravvivevano all’epoca e facevano parte del vivere quotidiano (un esempio per tutti: durante i moti del 1542 i catanesi ribelli si davano appuntamento presso la Pietra del Malconsiglio, un capitello liscio proveniente probabilmente da un tempio romano, forse quello del culto isideo), un confronto che non cessa di esistere nel 1612, quando viene inaugurata alla presenza del viceré il duca di Ossuna la Fontana delli Canali in seguito nota come fontana de’ setti canneddi e oggi la più antica fontana urbana esistente, né tantomeno nel 1621, quando il successore del duca di Ossuna, Francesco Lanario duca di Carpignano, provvide alla risistemazione della cortina, al suo abbellimento con tre ricche fontane e creò il primo passiaturi di Catania, esempio unico al mondo occidentale di allora di una passeggiata alla marina lastricata, alberata e dotata di comode panchine: per la realizzazione di detta passeggiata infatti si ricorse alla spoliazione dell’imponente acquedotto romano che da quasi mille e settecento anni si imponeva nelle campagne che dalla città giungevano all’odierno abitato di S. Maria di Licodia, riducendone gli archi della metà.
La colata del 1669 raggiunse il Porto nella sua parte meridionale, minacciando l’ingresso delle lave anche dalla suddetta Porta civica, come fece già dalle porte del Sardo, della Consolazione, della Decima e più a nord da una porta detta del Regno o della Giudecca. La brusca frenata causata dall’impatto tra le lave calde e il mare non risparmiò le fontane del ’21, se non la più modesta di esse, ribattezzata in seguito Fonte Lanaria.
Ma un sistema fortilizio non si limita all’estetica, essendo esso frutto di una necessaria protezione militare di un comunità costantemente sotto attacco piratesco. Pensiamo ai diversi progetti che si sono susseguiti nel tempo per difendere la città e quasi nessuno davvero compiuto: dal Ferramolino allo Spannocchi, dal Negro (sebbene non sia chiaro se la sua presenza in città fosse militare o di studio) al Camilliani passando per altri architetti via via richiamati dai viceré per il rafforzamento delle mura urbiche catanesi.

Uno dei progetti, forse dei primi del Seicento, riguardava la vigilanza sulla costa, con un sistema di torrette e di fuochi da fare invidia ad un recente film di tolkeriana ispirazione.

 

Braun & Hogenberg, La clarissima Città di Catania, 1592.

 

 

Le torrette, aventi una distanza tra esse tale da permettere un rapido aggiornamento visivo fino ai castelli che ospitavano le milizie, presero presto il nome allusivo di Torri Sarracine, riferendosi al nemico da cui difendevano la costa. Laddove non si sfruttavano preesistenze come il campanile della Cattedrale (resa nel 1662 una delle più alte torri d’Occidente con i suoi quasi 100 metri), della chiesa di Santa Maria di Ognina o le vedette del Castrum Acis (ad Acicastello) e della Fortezza del Tocco (ad Acireale), le torrette costiere, impropriamente dette anche garitte, vennero realizzate secondo forme e dimensioni standardizzate. In pianta quadrata, esse vennero alzate con robusti angoli in conci lavici squadrati di varia dimensione; le pareti sono invece in materiale lavico non lavorato, calce, ghiara, cunei di vario genere (ceramiche, pietra calcarea o rocce laviche di minori dimensioni); si presentano con due aperture contrapposte dagli stipiti e dalla trave in più conci di pietra lavica ben riquadrata di cui una solitamente rivolta verso il mare, mentre ortogonali ad esse (a nord e a sud) due finestre si aprivano con analoga architettura. Chiudeva l’edificio una riconoscibile cuspide piramidale circondata da quattro più piccole piramidi ognuna su uno dei rispettivi cantoni della guardiola.
L’esempio più antico, databile alla metà del XVI secolo, sembrerebbe essere la torretta angolare intra moenia che spalleggiava il Castello Ursino nella estremità meridionale della linea fortificata alla Marina e ritrovata solo in anni a noi molto recenti (oggi è sita in un delizioso giardino che decora lo spazio tra il maniero federiciano e i resti ritrovati delle mura civiche, sepolte dalla colata del 1669): questa infatti appare nelle illustrazioni realizzate da Tiburzio Spannocchi verso la fine degli anni cinquanta del secolo.
Il fascino e la suggestione di tali torrette ha incantato da sempre chi scrive, instillando una vera passione per i sistemi difensivi del passato. Molte generazioni di catanesi hanno affrontato, ai tempi in cui piazza Europa era una piazza, l’arrampicata coraggiosa verso la torretta sfidando vertigini e aspre rocce sentendosi chissà quali cavalieri di perduti regni delle favole. Ma alle favole, crescendo, si smette di credere e i luoghi che da piccoli sembravano magici si scontrano inesorabilmente con la realtà.
Così duole narrare che il glorioso sistema difensivo, che un tempo proteggeva la città dagli agenti esterni, non è riuscito a proteggersi dalle “aggressioni interne”, finendo inesorabilmente fagocitato, deturpato, dilaniato dalla medesima città che giurò di proteggere.
Il caso del Bastione di San Giovanni è piuttosto eloquente in merito, giacché di esso si può avere idea solo sbirciando attraverso un cancello perennemente chiuso o immaginandoselo sgombro dalle casette popolari o dalle piante che ai suoi fianchi o al suo interno hanno ormai preso pieno predominio. Ma anche la stessa Porta di Carlo V piange in silenzio il soffocamento del settecentesco palazzo del Seminario e delle bancherelle dei pescivendoli. La sorte non ha risparmiato nulla, se la cortina muraria detta Beloardo di Sant’Agata è stato svuotato nel tempo per ricavarne botteghe di ogni tipo. Per tacere della scomparsa della passeggiata alla Marina a causa della realizzazione del ponte ferroviario di fine Ottocento, cui ci riserviamo la cura di un approfondimento in seguito.
Ma ciò che intristisce maggiormente è la amara lettura di un articolo di Italpress e riportato dal Corriere del Sud, intitolato Le garritte spagnole trasformate in case abusive. Già tempo fa denunciammo altrove le pessime condizioni di piazza Europa e della sua torretta ridotta a deposito di cartoni e materiale accatastato da chissà chi, ma la coscienza che il “biglietto da visita” alla città dal mare verta in sì gravi condizioni rende difficile poter credere esista un interesse a valorizzare e dare nuova linfa vitale a questi baluardi della nostra storia passata.
Appaiono quindi le torrette del Lungomare quali depositi e latrine, punti in cui trovare bottiglie, preservativi, siringhe, dove il tanfo diventa irrespirabile e dove la cultura e la coscienza civica muoiono. Invano si è cercato di ripulirle, al punto da spingere Marco Morabito, responsabile servizio giardini pubblici, a dichiarare che “l’ideale sarebbe murare le entrate delle torri per evitare a tutti un simile spettacolo”.
Una soluzione tanto drastica – diremmo noi – appare l’inverosimile. Impossibile ipotizzare che qualche blocco di forato basti a far desistere incivili ed emarginati a considerare un bene monumentale al pari di una discarica-tugurio-alcova. Impossibile immaginare che nessuna anonima bomboletta spray non uccida l’estetica del monumento e che dopo poco anonimi martelli non decidono di riaprire le torri isolate per ricavare ancora una volta un ambiente degradato.
Ecco perché ci sentiamo in obbligo a suggerire una visione “nuova” delle cosiddette garitte. Prendendo spunto da un progetto analogo vi vediamo bene la creazione di Case per i Pipistrelli all’interno, affinché si incentivi l’aumento delle colonie cittadine degli utilissimi “amici dell’uomo” (basti pensare che in media un pipistrello riesce a mangiare ben 2000 zanzare per notte), fornendo loro un luogo dove stare, al riparo, protetti e monitorati da gruppi volontari e da ricercatori.
http://www.urbanfile.org/blogs/2012/10/31/ripari-perduti-analisi-di-alcuni-antichi-sistemi-difensivi-in-rovina/

 

 

Le porte di Catania prima del terremoto del 1693 erano dieci. Oggi, di quelle antiche porte, ne resta solo una costruita al tempo di Carlo V di Spagna, ed è la cosiddetta porta delli Canali o porta di Carlo V (visibile dalla piazzetta Pardo in pescheria).
Oltre a questa, percorrendo le mura verso est, vi era la porta del Porticello che dava sull'antico molo; la porta di Ferro che aveva di fronte la chiesa di San Francesco di Paola; la porta di Sant'Orsola alla spalle dell'attuale Teatro Massimo Bellini; la porta di Aci a nord da cui si dipartiva l'antica strada verso Acium; la porta del re a fianco della chiesa di Sant'Agata la Vetere; la porta di Sardo (contrada); la porta della Consolazione (contrada); la porta della Decima dove vi erano i magazzini del Dazio; ed in fine la porta del Sale che si apriva nella cerchia muraria attorno al castello Ursino.
Poi a sud, dopo il terremoto, fu aperta nelle mura la Porta Uzeda (che ricorda il nome di un viceré di Sicilia e collegava Piazza del Duomo all'antica zona del porto che oggi è la villetta Pacini. Porta Garibaldi fu costruita nel 1768 in occasione della venuta a Catania del re Ferdinando IV di Borbone (I delle Due Sicilie) e quindi fu detta inizialmente Porta Ferdinandea. La zona è detta del Futtinu (o "Fortino").
 

La Porta delli canali o di Carlo V è  la sola porta delle cinquecentesche mura di Carlo V che si conserva intatta alla Pescheria. Era collegata con un abbeveratorio con una fonte a sette canali e portava alla marina. Qui sgorgava anche l'Amenano, il fiume, poi interrato dal terremoto, che oggi riemerge nella fontana detta dell'«acqua ‘o linzolu». La porta si apriva su una piazza larga da cui si accedeva alla strada che correva lungo le mura, fatta costruire da Lanario e per questo detta «Lanaria». Da questa porta il 4 febbraio usciva il fercolo di Sant'Agata per il giro esterno della città.
Nota in passato come Porta delli Canali, prendeva il nome dall'omonima fontana sulla quale si affacciava, è l'unica porta superstite. La grande apertura, realizzata con largo uso di blocchi lavici ben squadrati provenienti probabilmente da un non ben identificato monumento antico, fa verso all'arte classica di cui sono evidenti citazioni le lesene a capitello tuscanico e il registro metopale che esse reggono.

 

Su tutto una lapide marmorea incisa in caratteri e lingua latina che esprime il desiderio di Carlo V di dotare di mura la città di Catania, donde l'attuale nome. Un tempo aperta e ben visibile, a seguito della ricostruzione settecentesca venne inglobata da una fabbrica del sovrastante Seminario dei Chierici. La posizione e la presenza della lapide commemorativa, nonché l'interesse del Lanario di abbellire questo tratto di mura fanno pensare che la Porta fu destinata per essere la principale apertura a sud, in sostituzione della Porta del Porticciolo e della Porta della Decima. La monumentale Fontana dei 36 Canali da cui prese in passato il nome venne realizzata nel 1621, dietro un preciso piano di abbellimento e decoro voluto da don Francesco Lanario Duca di Carpignano, sulle mura di fronte alla Porta e sopra di essa stava una sorta di tribuna adornata con pitture che raffiguravano la storia del dio fluviale Amenano, ma venne distrutta poi dall'eruzione del 1669. Oggi una fontana ben più ridotta, la Fontana dei Sette Canali rimane a ricordo di quella maggiore in piazza Alonzo di Benedetto, non distante dalla Porta di Carlo V.


 

 

La Porta Vega o del Porticello, ubicata nell'attuale via Porticello, era situata nella cortina tra il Vescovado e il Palazzo Biscari alla Marina. Fu costruita nel 1552 da Vega «per il commercio del carico dei formenti e delle feluche e barche, avea in avanti il porto saraceno». Sul frontespizio vi era uno stemma degli aragonesi, oggi conservato al museo civico di Castello Ursino. Dopo il terremoto del 1693, quando la città fu ricostruita, su questo tratto di mura - uno dei pochi conservati - ebbero il privilegio di costruire i propri palazzi il vescovo e il principe di Biscari, edifici che possiamo ammirare ancora oggi

Nota anche come Porta Saracena e riedificata nel 1553, sostituiva una porta più antica - la Porta del Porto - e prendeva il nome dal viceré Juan de Vega cui fu dedicata. L'altro appellativo si deve invece al Porto Aragonese, detto anche Porticciolo o Porto Saraceno, appunto, in quanto ritenuto eretto dai musulmani durante la loro dominazione in Sicilia. Nel Settecento fu oggetto di discordia tra l'Arcidiocesi e la famiglia Paternò Castello, entrambe le parti confinanti con la Porta e interessate al suo controllo. Venne demolita nel corso del XIX secolo per l'ampliamento della viuzza che da essa giungeva al porto, oggi via Porticello.
 

 

 

 

La Porta di Ferro era Ubicata in fondo all'attuale via omonima, vicino piazza Cutelli. Era chiamata così perché celava sotto la copertura di ferro una delle celebri porte di legno bottino di guerra dell'Imperatore Carlo V, poi trasportate qui. Fu bruciata nel 1647 dai ribelli, e dai frantumi rimasti ne venne fabbricata un'altra. Venne demolita intorno al 1860, insieme al tratto di cortina, per tracciare l'attuale via Porta di Ferro. Sullo sfondo la chiesetta di San Salvatore, una delle poche sopravvissute al sisma del 1693, poi demolita per realizzare il porto nuovo.
Questa Porta deve il nome alla grata metallica che la chiudeva, secondo la tradizione ottenuta col bottino di una presunta vittoria dei Catanesi sui Libici, avvenimento in realtà mai accaduto. Venne detta anche Pontone, con chiaro riferimento nautico. Risale al 1555 e sorgeva dov'è oggi l'omonima via. Stando all'Ittar essa si sostituiva alla Porta del Porto. La sua sorte venne decretata con l'ampliamento della strada che porta il suo nome.


Della Porta del Porto è certa la sua presenza nel Medioevo, nasceva per garantire un accesso alla città dal piccolo Porto Aragonese. L'accesso era sotto la giurisdizione della famiglia dei Platamone, arricchitasi proprio grazie alle concessioni portuali. Venne abbattuta insieme al tratto di mura su cui si affacciava per la realizzazione della nuova cortina cinquecentesca che circondava il quartiere Civita il quale, in espansione, vedeva nel vecchio tratto di mura un pesante limite. La sua incerta ubicazione dovette essere non lontana dall'attuale piazza Duca d'Aosta.

 


 

Porta di Sant'Orsola, chiamata in precedenza «posterna Joenio», fu aperta nel 1671 nella cortina di Nord-Est dove, fin dal 1500, si aprivano altre posterne private che prendevano il nome dei proprietari delle case prospicienti le mura, quale le posterne di Campanello e di Savarino, quest'ultima antichissima, risalente al 1379. La porta era ubicata vicino alla chiesa di Sant'Orsola, nell'area dell'attuale piazza Scammacca 13, dietro il Teatro Massimo, e fu demolita dopo il terremoto del 1693 per tracciare le nuove strade di Catania.


Eretta nel 1671 non distante dalla Porta della Lanza, prese il nome dalla vicina chiesa omonima. Essa non sopravvisse al sisma del 1693, mentre la chiesetta cui deve il nome conservò parte del fabbricato che ne condizionò una inusuale pianta ovale con finto ingresso, oltre ad un'ampia cripta appartenente al tempio originario.

La chiesa faceva parte del monastero di S. Orsola sorto nei primi decenni del Quattrocento. Nel 1558 il vescovo Nicola Maria Caracciolo chiuse il monastero perché esso sorgeva a ridosso delle mura della città e trasferì altrove le monache. La chiesa fu concessa quindi alla confraternita della Orazione e morte. Distrutta dal terremoto del 1693, fu ricostruita nella forma attuale. Dopo lavori di restauro che ne hanno permesso l'agibilità e che sono stati curati dall'arciconfraternita, nel 1972 è stata consacrata da mons. Domenico Picchinenna.
 

 

 

Era detta anche porta Stesicorea perché vicina al sepolcro del grande poeta imerese. Si aprirva sull'attuale piazza Stesicoro ed era una delle porte più importanti di città perché conduceva alla strada per Jaci e consentiva l'ingresso in città dei contadini e dei commercianti dei vicini casali etnei e di quanti provenivano dal Val Demone. Subito fuori le mura si conservavano i resti dell'anfiteatro romano i cui ordini superiori erano stati demoliti nel cinquecento proprio per evitare che, in caso di invasione, fosse facile per il nemico dare l'assalto alle fortificazioni. Di fronte si apriva il convento dei Cappuccini e l'omonima salita che tutt'oggi ne conserva il nome.

 

Anticamente chiamata Porta Stesicorea in quanto la tradizione vuole che si affacciasse sul Sepolcro di Stesicoro: non lungi da tale porta dunque era l'antica necropoli civica. Situata nel Piano che da essa prese il nome, venne ribattezzata Porta di Jaci dalla città di Aci, indicante a partire dal XIV secolo l'odierna Acireale. La porta appare nelle più antiche planimetrie addossata all'anfiteatro, pertanto potrebbe essere stata ad esso coeva.

 

 

 

La Porta del Re e S. Agata la Vetere era chiamata così perché fu fatta aprire da re Federico III d'Aragona. Si trovava all'inizio dell'attuale via Santa Maddalena, vicino al bastione e alla chiesa di Sant'Agata la Vetere, una delle tre chiese - insieme al Santo Carcere e a San Biagio -legate al martirio e alla morte della Patrona. Durante la processione del 4 febbraio le reliquie della Patrona entravano dalla porta e sostavano in chiesa dove veniva celebrata una messa in suo onore. Una delle tappe che il fercolo fa ancora oggi. Fuori la porta, su un grande piano, sorgeva la chiesa Santa Maria La Grande, il convento dei Domenicani e la chiesa di San Vito


Detta anticamente Porta Aquilonare, non è noto il re cui si riferisca. Forse, data la sua posizione sulle mura di epoca aragonese, poté essere l'ingresso privilegiato alla città dei sovrani del Regno di Trinacria, diretti devozionalmente all'antica chiesa di Sant'Agata la Vetere, prima sede della cattedra vescovile e tradizionalmente sede del sepolcro della patrona della città. La riverenza della più alta carica civica verso tale chiesa è tutt'oggi celebrata dal sindaco di Catania e dalle autorità cittadine che per l'apertura della Festa di Sant'Agata si reca a rendere omaggio all'antico sepolcro sito nella Vetere. Per Aquilonare, invece, si intende il nord (quindi andrebbe letta come Porta Nord) in quanto nel XIV secolo in lingua siciliana tale era il suo significato. La Porta si apriva dov'è oggi via Santa Maddalena, proprio di fronte alla Chiesa della Purità.

 

 

 

La Porta della Decima o Porta Siracusa prende il nome dagli adiacenti magazzini delle decime, cioè della tassa del 10% da versare alla curia vescovile, applicata a tutte le merci provenienti dall'entroterra e che arrivavano in città attraverso questo ingresso. Si trovava a settentrione della chiesa di San Giuseppe al Transito, alla fine dell'attuale via Naumachia. Era di disegno arabo con ornamenti di tipo bizantino. Con la Porta di Carlo V era considerata una delle porte più belle di città. Fu demolita dopo il 1860.

Secondo quanto riportato da Sebastiano Ittar nella sua Pianta topografica della città di Catania la Porta della Decima era nota anche come Porta Siracusa e nasceva in sostituzione dell'antica Porta Ariana. La sua esistenza è certa nel Medioevo, in quanto al di sotto di tale ingresso vi passarono i catanesi ribelli al re Federico in umiliazione sotto un arco di spade. Qui, dato il nome, avveniva il pagamento della decima, ossia un decimo del raccolto che veniva versato come tributo al sovrano. Ancora integra nel 1833, venne demolita per la lastricazione dell'antistante piazza San Giuseppe, oggi titolata piazza Carmelo Maravigna.
 

 

fonti: wikipedia

 

La Porta di Sardo, eretta sulla cortina muraria medioevale a ovest, nel tratto di via Garibaldi che s'appresta all'incrocio con la via del Plebiscito, venne ricavata col piano di fortificazione cinquecentesco. Mai completata, venne abbattuta nel 1792 per ampliare la stessa via Garibaldi. Deve il nome al feudo del Sardo, ricco terreno a occidente della città.


DOVE SI TROVAVA

Porta della Consolazione, probabilmente medioevale, si apriva poco oltre il Bastione di San Giovanni. La sua distruzione avvenne con l'eruzione del 1669 la cui colata entrò da questa porta per fermarsi parecchi metri all'interno, presso l'attuale chiesa Santi Cosma e Damiano.

DOVE SI TROVAVA

Eretta nel sistema difensivo del fossato del Castello Ursino nel corso del XVI secolo, anch'essa venne demolita totalmente dall'eruzione secentesca. Quasi certamente nella zona occidentale di piazza Federico II di Svevia. Qui avveniva il deposito, il controllo e la tassazione del sale destinato al castellano il quale a sua volta ripartiva il minerale ai cittadini.

 

DOVE SI TROVAVA

Porta della Lanza. Di porte con questo titolo ne esistettero due. La prima di età non definita dovette essere forse di epoca aragonese, aprendosi sulle mura di tal periodo; la seconda la sostituì nel XVI secolo, eretta non lungi e crollata a seguito del terremoto del 1693. I pochi resti residui furono abbattuti per l'ampliamento della strada Lanza, cioè l'attuale via Antonino di San Giuliano.

La Porta della Cunzaria era una postierla sita presso il Bastione Grande o di San Salvatore, conduceva ad una conceria di pelli che nel XVI secolo era ubicata dove oggi sorge la Dogana Portuale e che nel Settecento venne adattata a lazzaretto, su uno sperone lavico a picco sul mare. La porticciuola fu chiusa certamente dopo l'eruzione del 1669, in quanto non compare più menzione di tale apertura in piante posteriori a tale data.

Le postierle erano «via di fuga». Alcune partivano dal fossato del Castello Ursino che si apriva a ridosso del Bastione di San Giorgio. Altre postierle si aprivano presso alcuni dei bastioni, tuttavia di esse non è rimasta denominazione alcuna.


 

I beni archeologici di Catania in una mappa. Il tesoro che abbiamo e non conosciamo

Beni facilmente visibili e visitabili in verde, bellezze da scoprire con un po’ di pazienza in giallo e veri e propri misteri negati a cittadini e turisti in rosso. È un semaforo troppo lento quello della fruizione dei resti antichi nel capoluogo etneo. Per lo più senza una vera programmazione da parte degli enti locali, spesso in stato di abbandono o affidati a cittadini volontari. Una delle più grandi occasioni mancate della città, che CTzen vi presenta in questa inchiesta. Guarda la mappa

Non solo mare, Etna e barocco. Le potenzialità del turismo a Catania potrebbero passare anche dalle inesplorate risorse archeologiche. Beni del periodo greco o romano, ma anche medievale e rinascimentale, per lo più sconosciuti ai cittadini, non sempre di facile accesso per i turisti e spesso nemmeno segnalati da un cartello. Se non immersi nel degrado. A mancare sono i fondi, ci si sente rispondere da più parti. Ma alla base sembra non esistere una vera programmazione da parte degli enti locali - su tutti la Regione Siciliana – che riescono a farsi sfuggire anche i finanziamenti europei pensati proprio per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. CTzen, con l’aiuto del tecnico archeologo catanese Iorga Prato, ha raccolto i principali in una mappa commentata: beni facilmente visibili e visitabili (in verde), bellezze da scoprire con un po’ di pazienza (in giallo) e veri e propri misteri negati a cittadini e turisti (in rosso). Una sorta di guida alla scoperta della Catania archeologica e all’analisi della sua occasione mancata. Almeno finora.

Dei 103 siti censiti nella recente mappa a cura degli archeologi Maria Grazia Branciforti – anche direttrice del parco archeologico etneo - e Vincenzo La Rosa, meno della metà esistono ormai solo in letteratura. Aggiungendo quelli fuori dalle mura Cinquecentesche della città o di periodi successivi, la situazione non migliora. L’entusiasmo per una cartina per metà colorata di verde passa presto quando si nota che la maggior parte dei beni liberamente fruibili non rientra in nessun progetto. E spesso non è nemmeno segnalata da un cartello che aiuti il turista meno esperto, come nel caso dei resti del ’600 dell’acquedotto benedettino, tra le opere idrauliche più imponenti del suo tempo.

Fanno eccezione alcune delle testimonianze del passato che rientrano sotto la tutela del parco archeologico etneo, come il teatro romano di Catania, meta principale dei turisti che approdano in città anche solo per pochi giorni. Una struttura, quella del parco-museo, che presto potrebbe diventare autonoma, staccandosi dall’assessorato regionale ai Beni culturali – da cui oggi dipende -, con tanti progetti ma poche risorse.

Al gruppo dei resti archeologici in giallo appartengono per lo più quelli che si trovano in strutture o terreni privati. Tra i più noti, il cosiddetto mausoleo Modica, nell’omonima villa, o la necropoli sotto ai grandi magazzini La Rinascente. Ma anche testimonianze in anonimi condomini. Nonostante la legge prescriva al proprietario di tutelare il bene e renderlo accessibile su richiesta, troppo spesso la norma viene ignorata. Senza troppa pressione da parte della Sovrintendenza etnea. Nella stessa categoria si trovano anche strutture antiche accessibili su prenotazione e altre solo parzialmente visitabili per motivi di sicurezza.

Alla zona rossa, infine, appartengono i beni non accessibili. Perché chiusi dentro strutture private abusive o edifici pubblici abbandonati. Ma anche perché circondati da barriere architettoniche che nessuno si è mai preoccupato di rimuovere. Come nel caso dell’ex convento dei Gesuiti - chiuso da anni e in attesa di un progetto di messa in sicurezza – o degli scavi di via Crociferi – il cui accesso attende ancora di essere adeguato alle normative europee. In entrambi i casi diretta responsabilità della Regione Sicilia.

Ma in uno scenario desolante sono tanti i cittadini che non si arrendono e fanno da sé. Come spesso accade anche per altri servizi cittadini. Associazioni come Etna ‘ngeniousa, Officine Culturali e Gammazita garantiscono infatti ai visitatori – su base volontaria – tour dei beni o anche solo la possibilità di fruirne. Un modello ancora troppo poco imitato dalle istituzioni.

http://ctzen.it/2014/04/18/i-beni-archeologici-di-catania-in-una-mappa-il-tesoro-che-abbiamo-e-non-conosciamo/

 


 

Della Porta della Giudecca  se ne suppone l'esistenza, ma non si hanno notizie certe su posizione o età di realizzazione. Certamente in uso nel Medioevo collegava la Giudecca di Catania al relativo cimitero che trovavasi fuori dalle mura civiche.
Verosimilmente realizzata nel XIV secolo sul tratto di mura a nord-ovest, dove oggi è ubicato l'Ospedale Vittorio Emanuele II, è andata distrutta dalla colata del 1669. La posizione prossima al quartiere della Cipriana e di conseguenza alla Judeca Suprana potrebbe portare a identificarla con la predetta Porta della Giudecca. I due quartieri noti si trovavano prevalentemente nella zona a sud della città.

JUDECA SUPRANA

Il primo quartiere era detto Judeca Suprana (Iodeka Supran, Giudecca superiore) o in siciliano Judeca di Susu e corrispondeva al Piano della Cipriana, quartiere che dopo l'esilio degli Ebrei dalla Sicilia venne acquisito dai Padri Benedettini che nel 1558 iniziarono, alla presenza del viceré di Sicilia Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, il primo impianto di quello che sarebbe poi stato il maggiore convento del Regno. Il quartiere si estendeva tra le attuali via della Cipriana (è una piccola traversa di via Quartarone), via Maura (in ebraico significa Moro), piazza Dante e il convento benedettino. In via Sant'Anna era la mezkita di questo quartiere, termine ebraico-medioevale che indicava la sinagoga.

 

 

JUDEA SUTTANA. Il secondo era invece la Judeca Suttana (Iodeka Sutanah o Giudecca inferiore) detta anche Judeca di Jusu, dov'è oggi la Pescheria: qui infatti dovette pure esserci un grande mercato del pesce. La zona era piuttosto paludosa e talora malsana a causa della presenza del fiume Amenano che qui scorreva a vista e prendeva il nome di Judicello, propriamente a causa della Giudecca. Interessante notare come nella cartografia della Sicilia di XVI e XVII secolo il fiume fosse sempre segnalato con tale nome e mai come Amenano. Era compreso tra le attuali chiesa di Sant'Agata alle Sciare, la Pescheria (più precisamente presso il Pozzo di Gammazita) e via Marano. La sinagoga di questo quartiere era ubicata dov'è oggi la via Recupero, presso la chiesa dei SS. Cosma e Damiano.
La dislocazione della comunità ebraica si può desumere anche dalla toponomastica: via Marano viene propriamente da marrano, cioè il termine dispregiativo riferito agli Ebrei convertiti al Cristianesimo, mentre via Gisira viene dal termine islamico jizia, la tassa cioè che veniva versata per la libertà di culto. Indirettamente invece via Santa Maria della Catena indica la presenza della giudecca: infatti in Sicilia tutti i toponimi che indicano catena e le chiese titolate Santa Maria della Catena sono rispettivamente contrade abitate in quel tempo da giudei e sedi d’antiche sinagoghe.

fonte: wikipedia



 

Detta anche Porta di Ligne, era l'unica porta esistente nel Ridotto o Fortino, un tratto di mura eretto nel 1672 sulle lave ancora calde, distante dal sistema difensivo originario, ma facente parte di esso in quanto ne sostituiva la parte sud-ovest, irrimediabilmente perduta. Deve il nome al viceré Claude Lamoral I di Ligne che inaugurò il fortilizio entrando per tale porta in pompa magna. L'ultima testa coronata a passarvi fu Vittorio Amedeo II di Savoia durante il suo soggiorno siciliano, dopodiché decadde e si preferirono altri più comodi accessi, come la Porta Ferdinanda del 1768. Il Fortino datato un secolo divenne Fortino Vecchio e oggi la Porta, ancora ben visibile in fondo alla via Sacchero, prende tale nome.
La vera storia del Fortino
Un angolo suggestivo di Catania ma poco conosciuto. Stiamo parlando della "Porta Ferdinandea" o "Porta Garibaldi" l'arco trionfale costruito nel 1768, su progetto di Stefano Ittar e Francesco Battaglia, per commemorare le nozze di Ferdinando I delle Due Sicilie e Maria Carolina d'Asburgo-Lorena.
Sono molti i monumenti storici - appartenenti ad epoche diverse - che caratterizzano Catania rendendola unica, di cui gli stessi catanesi spesso sconoscono la storia. Il monumento in questione soprannominato erroneamente "Porta Fortino" si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, alla fine di via Garibaldi. In realtà la vera "Porta Fortino" è quella che si trova in via Sacchero, a pochi passi da piazza Palestro. Il "Fortino Vecchio", come era chiamato una volta, fu di grande interesse storico e fu voluto dal Principe di Lignè Claudio Smeraldo.

 

 

Temendo per le incursioni sempre più frequenti dei francesi, nell'ottobre del 1672 decise di fortificare la città dalla parte occidentale con mura esterne e con alcuni fortini costruiti nelle vicine colline. In origine, nel 1673, si trattava di un vero e proprio fortino militare, oggi della costruzione originale non resta che un arco, mentre tutto il resto è sparito sotto un groviglio di casupole. Ma torniamo alla "Porta Ferdinandea" oggi diventata luogo di ritrovo di ragazzini in scooter e ammirata distrattamente dai turisti stranieri che si aggirano per le vie del centro storico.
La costruzione di questo monumento fu suggerita e poi personalmente eseguita da Ignazio Paternò Castello di Biscari e da Domenico Rosso di Cerami. Ne venne fuori un maestoso arco trionfale, un capolavoro d'arte settecentesca, formato alternando parallelamente strisce di pietre bianche e nere. La porta nel suo progetto originale doveva rappresentare l'ingresso solenne ad ovest della città, in perfetto asse con l'ingresso del Duomo. Nel 1862 cambiò denominazione in "Porta Garibaldi" in onore del generale che aveva messo fine alla denominazione borbonica.
Daniela Cocina
http://forum.termometropolitico.it/forum/movimenti-e-cultura-politica/regno-delle-due-sicilie/37065-catania-la-vera-storia-del-fortino.html

 


 


 

PORTA CELEBRATIVA inaugurata come Porta Ferdinandea, venne ribattezzata subito Porta del Fortino o Fortino. Dai catanesi e ancora è così appellata. Eretta nel 1768 per celebrare le nozze di re Ferdinando III di Borbone e Maria Carolina di Asburgo è riconoscibile dalla elegante bicromia del nero della pietra lavica e del bianco della pietra di Lentini, nonché dall'ampio registro di simbologie legate alla città di Catania: l'elefante, Sant'Agata, la Fenicie (Melior de cinere surgo è il motto della ricostruenda città). La Porta presentava ai due lati due torrioni semiconici, mentre l'intera piazza riprendeva il gusto bicromo della Porta, cui pure faceva da contraltare una coppia di egide con le armi borboniche poste ad ingresso della piazza (oggi piazza Palestro) sul lato opposto alla Porta. L'intero apparato decorativo esterno ad essa, però, venne demolito nel corso del XIX e degli inizi del XX secolo, così che oggi di quell'aspetto non restano che stampe settecentesche e sbiadite foto degli inizi del XX secolo.

 

 

Porta Uzeda, PORTA CELEBRATIVA detta anche Porta grande della Marina, si trattò di una breccia aperta nel 1696 nel tratto di mura che si affacciava sul mare (detto Bastione di Sant'Agata per mettere in comunicazione la nuova insenatura creatasi a seguito della colata e la Platea Magna, oggi piazza del Duomo. Venne voluta dal Duca di Camastra, fautore della ricostruzione come simbolo della rinata città: avrebbe rappresentato lo spirito di rinascita dalle macerie di Catania creando nel contempo un "salotto urbano" con il resto degli edifici che sarebbero dovuti sorgere tutt'intorno alla piazza che fosse il cuore del nuovo volto barocco impostato con il piano di risanamento. In seguito la porta venne battezzata Porta Uzeda, in onore al viceré Giovan Francesco Pacecho Duca di Uzeda. La Porta esiste ancora ed è una delle maggiori attrazioni della medesima piazza. Al suo interno una rappresentazione del Cristo incoronato di spine venne danneggiato dal bombardamento alleato: si scheggiò propriamente un punto della fronte, quasi a rappresentare come la guerra non fosse altro che un'altra piaga sul Suo volto sofferente.
 

 



 

Gli undici bastioni. Bastione San Giorgio (Castello Ursino)  Bastione Santa Croce (Castello Ursino)  Bastione Don Perrucchio (Civita)  Bastione Grande (del Salvatore) (Civita)  Bastione San Giuliano (Convitto Cutelli)  Bastione San Michele (Piazza Santo Spirito)  Bastione del Santo Carcere (Via Cappuccini)  Bastione degli Infetti (Via Plebiscito)  Bastione del Tindaro (Via Plebiscito)  Bastione San Giovanni (S. Nicolò)  Bastione Sant'Euplio (Piazza Sant’Antonio)
Esistono altri edifici, al di fuori delle mura cinquecentesche, che hanno avuto la funzione di fortificazione e sorveglianza per la città di Catania e possono quindi essere considerati bastioni a tutti gli effetti. Ne sono esempio la garitta di guardia in pietra lavica presente al centro di piazza Europa e la torre del campanile della Parrocchia-Santuario di Santa Maria di Ognina.

 

fonte: "Catania dal blasonato Barocco della ricostruzione al vivace Liberty dei viali" - Gaetano D'Emilio - Edizioni Media snc Catania

 

Il Bastione degli infetti - di cui resta tutt'ora una parte vicino via Plebiscito - venne chiamato così perché, nel 1576, durante la peste, vi furono ricoverati i maschi di città.

Attigua al bastione era la torre del Vescovo, che nel 1370 le autorità cittadine donarono a don Antonio de Vulpone, vescovo di Milevi, perché benemerito della città. Alle sue spalle si apriva la contrada della Gurna di Anicito costituita da una valle, coronata di monti, dove d'inverno si raccoglieva l'acqua piovana formando un grande lago navigabile. Il lago viene colmato in sole 6 ore, e scompare, con la colata lavica del 1669.

COSTRUITO IN PIETRA LAVICA DA CARLO V. C'è chi crede nella bellezza culturale della propria città. Chi si domanda come mai New York riesca ad avere un numero di centri commerciali vicino a quello di Catania. Forse questo nessuno potrà mai spiegarlo. Così come trovare resti della cinta muraria cittadina cinquecentesca abbandonati: nessuno potrà mai pensarlo. Fantascienza per chi vive fuori Catania. Realtà per chi vive, invece, tutti i giorni il quartiere Antico Corso. Qui, infatti, il Bastione degli Infetti, uno degli 11 costruiti per volere di Carlo V, totalmente in pietra lavica, rimane chiuso al pubblico. Abbandonato.

FERMO' LA LAVA NEL 1669. Salvatore Castro, presidente del comitato popolare Antico corso, ha svelato la storia che racchiude il bastione cinquecentesco. "Siamo in presenza di una fortificazione di rinforzo, simile al bastione del Tindaro, che rimane però in condizioni migliori di questo". In occasione dell'eruzione vulcanica, che distrusse parte della città etnea, quest'area della cinta muraria di Catania contribuì a deviare il corso della lava. "La colata defluì - continua Castro - lungo la zona periferica e Castello Ursino. Insieme al convento dei Benedettini - la parte più vecchia - contribuì a preservare e custodire la zona più abitata della città"
OGGI COSA RIMANE. Passando lungo Via Torre del Vescovo muore la dignità di un posto così prezioso per la storia di Catania. Inizia qui, infatti, il basamento roccioso in pietra lavica eretto secoli fa su ordine del sovrano Carlo V. La presenza dei cassonetti della spazzatura, però, lascia nel degrado una vista tanto importante. Tra sporcizia e rifiuti, muore la memoria e il valore storico-architettonico della città.

http://www.cataniatoday.it/cronaca/bastione-degli-infetti-antico-corso-cosa-rimane-11-dicembre-2012.html

 

Prende il nome dal vicino bastione dell'Arcora o del Tindaro, nella mitologia greca re di Sparta e padre di Elena. Era ubicato dove oggi sorge il padiglione pediatrico dell'ospedale Vittorio Emanuele. Prospiciente via Botte dell'Acqua, attigua a via Plebiscito, era utilizzata per portare le mercanzie al monastero dei Benedettini. Fu parzialmente sommersa dalle lave del 1669 il cui banco, alto almeno dieci metri, è tutt'ora visibile in zona.

 

 

La Torre del Vescovo  sorge nei pressi dell’ospedale Vittorio Emanuele e occupa il limite nord-occidentale della collina di Montevergine, antica acropoli di Catania. La torre si ritene fondata agli inizi del XIV sec. (1302 d.C.?) ed è parte integrante dell’antica cinta muraria aragonese. Venne acquistata dal vescovo Antonio de Vulpone e trasformata, insieme all’area antistante, in lazzaretto.
L’edificio si caratterizza per la pianta quadrata e la tecnica edilizia (non uniforme) costituita da pietrame lavico appena sbozzato, inzeppato con frammenti di terracotta e legato insieme da malta. I cantonali sono rinforzati con blocchi di pietra lavica squadrati. Della torre si conservano solo tre dei quattro muri perimetrali, solo quelli rivolti verso l’esterno della cinta muraria. Si tratta, probabilmente, di un semplice accorgimento architettonico: in caso di assedio e di conquista della cinta muraria, gli attaccanti non avrebbero potuto utilizzare la torre contro la città, essendo essa, in corrispondenza del lato meridionale, esposta al tiro degli arcieri. L’edificio conserva solo le saettiere del primo piano, sebbene sia probabile che esistesse anche una seconda elevazione, oggi del tutto scomparsa. Il pavimento di entrambi i piani doveva essere ligneo. Non si conserva merlatura e la scarpa del pianterreno appare come aggiunta posticcia di tempi relativamente recenti.
Nel XVI sec. il lazzaretto si estese, comprendendo oltre alla Torre del Vescovo anche il limitrofo bastione di Carlo V. Il nuovo complesso prese il nome di “Ospedale degli Infetti“.

http://www.medioevosicilia.eu/markIII/torre-del-vescovo/

 

 

 

BASTIONE DEGLI INFETTI

 

La delegazione di Catania quest'anno promuove il "Bastione degli Infetti". Costruito nel 1550, sotto il regno di Carlo V, è il più integro degli undici bastioni i cui venne munita la città a scopo difensivo (sette sono del tutto scomparsi, di quattro se ne intravedono dei frammenti limitati), ma non sono molti i catanesi che ne conoscono l'esistenza, essendo inglobato nel quartiere Antico Corso.

«Il recupero del Bastione degli Infetti - dice Antonella Mandalà - avrebbe una duplice funzione: culturale, perché fa riemergere e dà valore a un bene che fa parte della storia cittadina; sociale, perché si donerebbe a un quartiere trascurato dalle istituzioni uno spazio di aggregazione per anziani e bambini e un luogo silenzioso e lontano dai pericoli e dal traffico».

Il bastione ha bisogno di limitati interventi al suo interno. All'esterno l'intervento consisterebbe nell'acquisizione di alcune casupole fatiscenti che andrebbero demolite per mettere in vista il bastione esterno, attualmente non visibile.

Venerdì prossimo alle ore 18,30, alla testata nord di via Antico Corso, di fronte alla Torre del Vescovo, il Fai di Catania presenterà l'iniziativa e inviterà a votare per il Bastione degli Infetti. Dalle ore 16,30, sarà possibile visitare il Bastione, fino a sera inoltrata, e nel pomeriggio di sabato 4, grazie all'attività del "Comitato Popolare Antico Corso".

La Sicilia 01/10/2014

 

CATANIA - C’è l’università. C’è il monastero dei Benedettini. C’è Piazza Dante e c’è via Plebiscito. In mezzo alla strada i bracieri ardono e migliaia di polpette di cavallo vengono cotte a ritmi da catena di montaggio. C’è un bene storico che sta cadendo in rovina, preda dell’abbandono.

Siamo nell’Antico Corso, uno dei quartieri più ricchi di importanti reperti della città etnea e meno valorizzato.  Dagli anni ’90 un comitato di cittadini, il “comitato popolare Antico Corso”, come un martello vigila sul quartiere. Qui dove i bambini hanno poche chances e pochissimi spazi per giocare, i cittadini si sono sostituiti al Comune. L’ultimo obiettivo del combattivo comitato è ripartire dalla preservazione di un bene appartenente a tutta la città.

Si tratta del Bastione degli infetti, costruito in pietra lavica per volontà di Carlo V. Quando ci fu l’eruzione lavica del 1669 questo bastione contribuì a preservare la zona, cuore storico e pulsante di Catania.

Il bastione, adesso, è in totale abbandono. È visitabile all’interno, ma non è visibile dall’esterno perché circondato da costruzioni, alcune delle quali fatiscenti. Alcuni hanno utilizzato le mura perimetrali del bastione come mura portanti. E, tra l’altro, non è raro sentire il nitrire dei cavalli all’interno della struttura, dove probabilmente vengono tenute le bestie prima della macellazione.

Eppure il sito archeologico di via del Vescovo è un’attrazione segnalata in tutte le guide turistiche della città. L’iniziativa del comitato è semplice e chiunque abbia a cuore la bellezza e la storia della propria terrà può contribuire, basta una semplice firma.

Il Bastione è stato candidato come “luogo del cuore” nella campagna del Fai, Fondo Ambiente Italiano, e con un congruo numero di firme potrebbe ricevere un cospicuo finanziamento per poter essere riportato agli antichi splendori e divenire un’attrazione turistica fruibile.

NewSicilia.it fa propria la campagna di sensibilizzazione lanciata dal comitato popolare Antico Corso e vi segnala il link a questa pagina per poter votare il Bastione. C’è tempo sino a novembre per poter votare.

“Questo è un primo passo - spiegano dal comitato - per valorizzare un bene di Catania e tutto il quartiere. È nato come un gioco ma l’idea è di ridare una dignità storica alla città”.

Inoltre, dopo le operazioni di pulizia del Bastione condotte con grande abnegazione dai membri del comitato e da semplici cittadini, vi sarà una due giorni di eventi all’interno del sito per raccogliere ulteriori firme e adesioni.

I prossimi 3 e 4 ottobre il Bastione si aprirà alla cittadinanza e vi saranno laboratori, concerti e work shop. A questo indirizzo è possibile visitare la pagina facebook dell’evento completo. Una semplice firma può restituirci un pezzo importante della nostra storia, spesso bistrattata.

Andrea Sessa

 

(foto di Elvira Tomarchio)

 

http://www.newsicilia.it/cultura/catania-salvare-bastione-degli-infetti/14478#.VClMwZTGJlA.facebook

 

 

 

 

https://www.facebook.com/SiciliaIn3D/photos_stream?tab=photos

 

CATANIA - Se l’Antico Corso è la nostra casa, il Bastione degli Infetti è il giardino: curiamolo insieme. Queste sono le parole d’ordine lanciate dai volontari del Comitato Popolare Antico Corso, impegnati nel pomeriggio di oggi in una pulizia straordinaria del Bastione. Armati di attrezzi da giardinaggio, guanti e sacchi per la raccolta della spazzatura, i volontari si sono dati appuntamento davanti a quello che la delegazione catanese del Fai (fondo ambiente Italia) candiderà ufficialmente il 3 ottobre come “luogo del cuore”: il Bastione degli Infetti. Una grande opportunità che potrebbe consentire, in caso di finanziamento, l’abbattimento delle costruzioni (in parte fatiscenti) che circondano il bastione “per rendere visibile una parte del suo perimetro esterno”.

Negli stessi giorni il comitato organizzerà degli spettacoli nell’area interna al bastione. In vista dell’appuntamento i militanti hanno effettuato una pulizia straordinaria, estirpando piante infestanti e raccogliendo spazzatura. “L’iniziativa serve a dire che la cittadinanza c’è ed è in grado di spendersi attivamente per valorizzare questo bene”, spiega il presidente del comitato, Salvatore Castro. Il degrado di questa porzione di terra, al centro di un recente reportage di Live Sicilia Catania, è il primo nemico da battere. “Lo sforzo successivo è quello di accendere i riflettori a livello nazionale – continua Castro- e focalizzare l’attenzione su questa parte del centro storico”.

Qualche segnale è arrivato anche da parte dell’amministrazione comunale: due pulizie straordinarie della zona limitrofa al bastione: una sabato (giorno in cui originariamente doveva svolgersi l’iniziativa), l’altra oggi pomeriggio. Rimane ancora orfano del cartello, indicante il bastione, il palo posto davanti all’area. “Ci abbiamo pensato noi”, dice un volontario indicando una locandina raffigurante il bastione. Castro si dice “felice” delle pulizie straordinarie dell’area, ma rinnova l’invito a collaborare. “Il nostro non è un messaggio di sfida: noi ci siamo e vogliamo lavorare insieme all’amministrazione su un progetto di riscatto comune”.

 avide Ruffino, animatore del comitato e consigliere di quartiere in quota Pd, è dello stesso avviso. “Questo è l’inizio di una serie di appuntamenti volti al rilancio di questo spazio; spero che l’amministrazione comunale colga al volo quest’opportunità e appoggi i volontari che stanno tentando di far rivivere questo luogo”. Un messaggio che la prima municipalità ha recepito. “Presidente e consiglieri hanno sposato in toto questa iniziativa perché vogliono che questo luogo torni a vivere”, dice Ruffino. Adesso tocca alla giunta comunale.

 

http://catania.livesicilia.it/2014/09/15/il-comitato-antico-corso-ripulisce-il-bastione-degli-infetti_308720/

 

http://www.anticocorso.it/

 

 

Ballarò al Bastione (le foto)

 

 

 

Ruderi del Bastione di San Giovanni, presso la via omonima, eretto nel 1555 a rinforzo delle mura medioevali. Illeso all'eruzione del 1669, venne in parte demolito dal terremoto successivo, mentre il degrado, l'incuria e "l'aggressione" dei nuovi fabbricati hanno fatto il resto. Ad oggi la porzione in migliori condizioni è sita nel vico Cancello.

testo e foto: http://www.panoramio.com/photo/47094021

 

 

 

 

 

 

 

DOVE SI TROVAVANO I DUE BASTIONI ALLA MARINA, COLLEGATI DALLE MURA,

A DIFESA DELLA CITTA' DAI PRESSANTI ATTACCHI TURCHI

 

Il bastione Grande (o del Salvatore) di fronte alla chiesetta del Signore Ritrovato

 

 

 

marina

IL GIORNO IN CUI PERDEMMO IL MARE

 

A proposito di questa zona delle mura, la questione della strada ferrata quando, negli anni ’60 dell’800, ingegneri sabaudi che conoscevano solo dalle mappe la costa catanese decisero a tavolino di distruggere in maniera criminale una parte del centro storico. Pagina che merita di essere visitata. http://markaliotru.it/il-giorno-in-cui-perdemmo-il-mare-aspirazioni-per-la-marina-di-domani/

 

Chiesetta del Signore Ritrovato

 

 

GLI ALTRI BASTIONI

 

 

(Via Cappuccini)

(Piazza Sant’Antonio)

 (Castello Ursino)

 (Castello Ursino)

(Piazza Santo Spirito)

(Convitto Cutelli)

 

 

ciò che rimane di una parte delle mura di Carlo V, vicino al luogo dove sorgeva il bastione di San Giuliano

Vicolo della Sfera, una traversina di Via Landolina fra il teatro Massimo e il Convitto Cutelli.

 

 

 

ALTRE FORTIFICAZIONI

 

Il Piano S.Agata era uno spazio vasto per l'epoca, ampliato nel 1599 per volontà del vicerè. Vi sorgeva la cattedrale fondata nel 1091 da Ruggero il Normanno, con il vescovado e il campanile, allora il più alto d'Europa. Con il sisma del 1693 rovinò paurosamente sulla chiesa distruggendola. Nell'immagine è possibile vedere il Palazzo o Loggia del Senato e l'Elefante, simbolo di città, allora senza la «ricostruzione» fattane da Vaccarini, dunque senza obelisco e senza le insegne di Sant'Agata. Nella piazza c'erano anche banche e le botteghe degli orefici e degli argentieri. Nei giorni della festa di Sant'Agata era addobbata di arazzi e di luci e ospitava una fiera ricca di mercanzie.

 

La torre di Don Lorenzo Gioeni sorgeva nel quartiere di Sant'Agata la Vetere ed era uno dei più importanti palazzi privati di città, ubicato sulla collina di Monte Vergine dove oggi sorgono il collegio Pio IX e l'ospedale Santa Marta. Nel 1516 fu presa d'assalto dai rivoltosi catanesi che non volevano come capitano d'armi don Giovanni Gioeni che vi si asserragliò con i suoi fedelissimi. Nel 1576 vi furono ricoverate in convalescenza le donne scampate alla peste. In questa Torre, nel 1669, si trasferirono i soldati spagnoli di guardia al castello Ursino investito e parzialmente coperto dalla colata lavica. Crollò nel sisma del 1693.

 


 

 

 

 

 

La Certosa abbandonata di Catania. Dai fasti medievali ai fitti rovi di oggi

Claudia Campese, Marco Di Mauro 17 Agosto 2015

 

Cultura e spettacoli – Alle spalle del cimitero etneo, costruita nel Trecento, dell'abbazia restano un grande cortile con il pozzo saraceno, la schiera di celle di difficile accesso, e la chiesa di Santa Maria di Nuovaluce ormai impraticabile. Sconosciuta da catanesi e turisti, è prima diventata stalla per mucche e poi dimenticata.

Da abbazia a stalla per le mucche. Ignorata dai catanesi e sconosciuta dai turisti. Tra l'erba alta di Fossa della Creta, alle spalle del cimitero etneo, restano le tracce dei fasti medievali dell'unica certosa di Catania: Santa Maria di Nuovaluce. Dietro gli anonimi caseggiati della periferia, un sentiero conduce a uno dei luoghi storici della città. «L'edificio sorge intorno ai resti di una chiesa che la tradizione vuole eretta all'indomani del terremoto del 1169 - spiega Iorga Prato, tecnico archeologo - Secondo i racconti, dal colle emerge un bagliore che guida la popolazione in fuga. Questa luce proviene da un'icona orientaleggiante della Madonna, da quel momento venerata come “di Nuova Luce"». Due secoli dopo, Artale I Alagona - condottiero di nobile famiglia che sconfigge la truppa angioina durante i Vespri nella battaglia navale nota come Scacco di Ognina - decide di costruire il monastero e di affidarlo all'ordine dei Certosini. Una piccola comunità di circa trenta monaci si stabilisce così a Fossa della Creta, a partire dal 1370.

 Ma quella che oggi è una verde collina che domina la città si rivela allora un'area malarica. Poco più di dieci anni dopo, i monaci certosini abbandonano la struttura per trasferirsi sull'Etna. Il loro posto viene preso dai frati benedettini e il complesso acquisisce il titolo di Regia Abbazia. Compare così nella planimetria di Van Aelt del 1592. Il secolo dopo arrivano la colata di lava del 1669 e il terremoto del 1693. Superato indenne il primo fenomeno naturale, nel secondo caso l'abbazia ha bisogno di un importante restauro. Dopo, cambiano ancora una volta gli inquilini: saranno i carmelitani scalzi a vivere attorno al grande cortile oggi occupato dall'erba alta. Almeno fino a quando il regime sabaudo non incamera i beni ecclesiastici e l'abbazia viene abbandonata.

 «Alcuni frammenti marmorei del cenobio trecentesco, tra cui la stessa lapide di fondazione, sono stati recuperati e destinati al museo civico Castello Ursino, dove sono ancora conservati - spiega Prato - mentre l'icona della Madonna si ammira oggi al museo Diocesano». Il convento, abbandonato al suo destino, finisce per essere adattato in complesso di stalle e ricovero per cavalli e mucche. Oggi, della vita trascorsa durante gli ultimi otto secoli, restano un grande cortile con il pozzo saraceno, la lunga schiera di celle di difficile ma possibile accesso, e la chiesa di Santa Maria di Nuovaluce, impraticabile a causa dei fitti cespugli di rovi. Per lo più dei ruderi, usurati dal tempo e dall'abbandono, coperti dalla vegetazione spontanea, ma che con l'attenzione delle istituzioni potrebbe diventare un'ulteriore attrazione turistica della città.

http://catania.meridionews.it/articolo/35202/la-certosa-abbandonata-di-catania-dai-fasti-medievali-ai-fitti-rovi-di-oggi/

 

 

 

 

 

Molte dominazioni e differenti civiltà si sono succedute in Sicilia, sia per l'importanza strategica del luogo, sia per la singolare bontà del clima. Tutte le dominazioni hanno lasciato segni tangibili come i castelli, che raggiunsero il loro massimo splendore nel medioevo.

Molti furono edificati da Normanni e Svevi. Con Federico II il Regno di Sicilia raggiunse livelli invidiabili di prosperità, mai conseguiti fino a quell'epoca da nessun paese europeo e le più importanti casate nobiliari come i Chiaramonte, i Ventimiglia ed altri, si impegnarono in una vasta opera di edificazione. Nati per scopi di difesa e di potere, oggi i castelli sono luogo di attrazione per numerosi turisti e amanti dell'arte.



 

 

MANIACE - BRONTE . Come si raggiunge: Arrivati a Bronte, prendere la strada statale per Cesarò-Maniace, appena usciti dal paese dopo circa 2 km, seguire le indicazioni per il Castello. Facilmente raggiungibile dalla strada statale 120. Condizioni: Discrete. Visitabile: sì

 

Cenni storici:Quando Re Ferdinando di Borbone decise di ricompensare Orazio Nelson per i servigi che l'ammiraglio gli aveva reso stroncando la rivoluzione napoletana del 1799 e facendo impiccare l'ammiraglio Caracciolo, dovette scegliere fra alcune baronie siciliane che potevano essere regalate perché di regio patronato. La sua scelta ricadde alla fine sui possedimenti delle due celebri abbazie di 'Santa Maria di Maniace' e di 'S. Filippo di Fragalà', unite dal 149l, se non dal 1188, ed appanaggio da tre secoli dell'Ospedale grande e nuovo dei poveri di Palermo. Con la sua donazione Ferdinando concedette all'ammiraglio Nelson la facoltà di trasmettere la Ducea non solo a qualsiasi dei suoi parenti ma pure ad estranei nonché il privilegio di non pagare la tassa dell'investitura. Nella concessione, inoltre, il re spiegava che l'entità della Ducea era la stessa che papa Innocenzo VIII aveva donato nel 1491 all'Ospedale di Palermo e cioè tutti i possedimenti un tempo appartenenti alle due abbazie di Maniace e di Fragalà. Per volere di Nelson, alla cara lady Emma Hamilton andava una rendita di cinquecento sterline annue. Con una grande festa, che venne definita il 'Trionfo di Nelson', i Borboni festeggiarono a Palermo, il 3 settembre del 1799, la riconquista del Regno. Primo successore di Nelson nella Ducea fu il fratello, il reverendo William, ch'era stato detto erede con testamento del 10 maggio 1803. A William successe, nel febbraio del 1835, la figlia Charlotte, sposata a Samuel Hood, secondo visconte di Bridport. Fu Charlotte Nelson-Bridport la prima fra i successori dell'ammiraglio a voler conoscere l'estesa Ducea ereditata. Nel 1836 Charlotte, accompagnata dal marito decise di recarsi a visitare di persona la località. La divertirono i costumi dei locali, le uose degli uomini e le loro giubbe aperte fino a mezza schiena, mentre le donne avevano la testa avvolta in scialli di flanella bianca. Ma restò a tal punto scossa dalle difficoltà del viaggio in lettiga, dal nero paesaggio vulcanico e dai racconti delle atrocità commesse nel 1820, tra cui decapitazioni e squartamenti, che giurò di non rimettere più piede nell'isola a meno che in Inghilterra non scoppiasse una rivoluzione e anche in tal caso probabilmente sarebbe andata altrove. La duchessa non tornò mai più a Maniace. Nel 1838 una controversia sulla successione nella Ducea divise Charlotte Nelson-Bridport e il cugino Orazio Bolton, figlio di una sorella del grande ammiraglio. Il processo terminò il 17 dicembre del 1841 con la riconosciuta successione di Charlotte ed anche se le questioni legali, per l'opposizione di Orazio Bolton, si protrassero fino alla fine del 1846, la Ducea rimase proprietà della duchessa Nelson-Bridport. Molti dei locali del "Castello" furono costruiti nell'ottocento, quando fu ristrutturato ed ing1obato quello che restava dell'antica abbazia e soprattutto gli ambienti che si dipartivano dalla destra del portale della chiesa e circondavano il chiostro. Ma per potere avere il quadro completo e chiaro delle trasformazioni che il monumento ha subito (dal terremoto del 1693 fino al settembre 1981, quando Alessandro, ultimo discendente dei Nelson-Bridport, lo ha venduto al Comune di Bronte) sarebbe necessario uno studio accurato e profondo delle strutture del 'Castello', anche in vista di un suo probabile restauro e di una sua utilizzazione come centro culturale. Durante le agitazioni del 1820, ma soprattutto durante quelle del 1848 e del 1849, fu naturalmente la Ducea l'obiettivo principale dei rivoluzionari brontesi e della zona. Un gruppo di rivoluzionari riuscì ad occupare nel 1848 alcune terre della Ducea al 'Boschetto', presso Maniace. Ma l'episodio fu sporadico e rimase isolato. Anche nell'agosto del 1860 all'epoca dei famosi 'fatti di Bronte' le cose non cambiarono. Anche se il popolo brontese si scatenò, sfogando la sua rabbia secolare con il saccheggio delle case dei maggiorenti del paese e con l'assassinio di quindici persone, paradossalmente non indirizzò la rivolta verso il Castello di Nelson, che era il vero centro e simbolo della feudalità. Ciò nonostante l'avv. Nicolò Lombardo, già animatore dei moti del '48, avesse in mente di guidare i rivoluzionari verso la Ducea. Scoppiata la rivolta, gli sfuggì di mano e non riuscì più a guidare e a convincere. In ogni caso Nino Bixio, giunto a Bronte il 6 agosto, pose subito lo stato d'assedio e nel giro di pochissimi giorni domò ogni focolare di ribellione. Assistito da un'improvvisata ed impaurita "commissione", condannò alla fucilazione cinque persone, fra cui l'avv. Nicolò Lombardo, giudicati colpevoli di quelle sanguinose intricate vicende, sulle quali il giudizio storico non è ancora concorde.La liberazione garibaldina continuava, riprendeva il suo corso, eliminato anche sommariamente uno dei pochi intralci che si erano creati allo svolgimento dell'impresa dei 'Mille'. I Duchi erano rimasti nella Ducea, malgrado la liberazione garibaldina e l'unificazione italiana del 1861. Fallita anche la sanguinosa rivolta brontese del 1860, chi avrebbe più potuto togliere ai Nelson-Bridport le terre della Ducea per dividerle fra i contadini di Bronte o di Maniace o di Maletto se non il nuovo Stato italiano? Ma le speranze di un intervento in questo senso furono presto deluse. Da quella fallita sollevazione popolare, anzi, derivò altra repressione. Il regime di feudalità non fu superato neanche nel periodo fascista, nonostante l'accesa rivalità con la Gran Bretagna. Solo a seguito della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Inghilterra del giugno del 1940 qualcosa nella Ducea cominciò a cambiare. Il Duca Rowland Arthur Herbert Nelson-Bridport dovette abbandonare il Castello insieme a George Biblett, suo amministratore. Castello e Ducea, sequestrati il 19 settembre 1941, passarono allora nelle mani dell'ente di colonizzazione del latifondo siciliano, che, nel giro di qualche anno, realizzò, fra le altre opere, anche un borgo contadino nel parco del 'Castello' e quasi prospicientemente all'ingresso della residenza dei duchi. Il villaggio fu polemicamente chiamato 'Borgo Caracciolo' per ricordare la vittima italiana più illustre dell'ammiraglio Nelson e dello strapotere inglese nel Mediterraneo. Il 'Borgo Caracciolo', costruito insieme ad altre case coloniche, dalla ditta Castelli di Roma, non fu mai portato a termine, perchè la guerra e l'occupazione degli alleati ne impedirono il completamento. Durante la seconda guerra mondiale il 'Castello' fu anche sede del comando di Rodt e residenza del feldmaresciallo Kesselring. Nel 1956 una speciale commissione di conciliazione italo-britannica, istituita per occuparsi dei danni di guerra, decise che il duca Nelson-Bridport era il proprietario legittimo della Ducea e che lo stesso 'Borgo Caracciolo' gli apparteneva. Ritornati, dunque, i Duchi a Maniace, le grandi costruzioni del 'Borgo Caracciolo' vennero in un primo tempo adibite a fienili e a magazzini e, dopo qualche anno, nella primavera del 1964, abbattuti dalle ruspe. Le rovine di quei fabbricati, impressionanti, giacciono ancora fra gli alberi del parco del 'Castello', prive non solo di vita ma ormai anche di quel monito che i Duchi forse vollero, distruggendole, cancellare.

Il secondo dopoguerra é stato, per i problemi che hanno riguardato la Ducea e per le agitazioni e le rivendicazioni ch'essa ha direttamente o indirettamente provocato, un'epoca molto tormentata. Le riforme agrarie dei primi anni Cinquanta non poterono non interessare anche gli estesi possedimenti della Ducea di Bronte: un decreto del gennaio del 1951 della Regione siciliana sottopose infatti a scorporo la Ducea per 4.207 ettari su una superficie complessiva di 6.574 ettari. I Duchi e i loro amministratori ricorsero a degli espedienti. Obbligarono, in qualche modo, i contadini a comperare quelle terre, che altrimenti sarebbero state espropriate, ad un prezzo perfino superiore al loro valore reale. Fu facile, infatti, ventilare ai contadini che da decenni lavoravano le terre della Ducea il pericolo che quei fondi potessero essere, altrimenti, comprati da estranei.

 

 

 E quei contadini s'indebitarono fino all'inverosimile pur di restare sulle loro terre, mentre i Duchi raggiungevano il loro scopo, mantenendo integra la proprietà e percependone una rendita che li metteva al sicuro da ogni legge e da ogni riforma. Carlo Levi, che visitò la zona nel 1950, così descrisse quello che vide e che seppe: "Si incontravano per le strade i tortoriciani, alti e grossi, poi, tra lave antiche e recenti si torna nel deserto cui sovrasta solo e nudo l'Etna incombente e compare il piano della Ducea, dove nascono i tre affluenti del Simeto, Martello Cutó e Saraceno e i monti desolati su cui corre l'ombra delle nuvole. Sulle pendici dei monti si vedono, piccolissimi, i pagliari, piccole costruzioni di paglia a cono, con una porticina bassa, in cui vivono, alla rinfusa, i contadini del monte. Scendiamo in fretta al Castello di Maniace, il castello dell'ammiraglio Nelson e dei suoi eredi. C'è una chiesa antichissima con una Madonna bizantina, un cortile tra mura di pietra che sanno di caserma e di prigione e, in mezzo, una croce di lava con la scritta HEROI IMMORTALI NILI. Ci sono gli uffici della Ducea, un ufficio postale, i carabinieri. Lord Rowland Arthur Herbert Nelson Hood Visconte Bridport, Duca di Bronte, è l'attuale proprietario, ufficiale della marina inglese.

"Giravamo per i campi parlando con i contadini e uno di essi mi raccontava che per evitare lo scorporo la Ducea aveva costretto i contadini a comperare le terre dove lavoravano. Costretti con la minaccia di venderli ad altri e di cacciarli immediatamente dal loro lavoro: e queste vendite forzate avvennero, in buona parte, dopo il termine ultimo del 27 dicembre 1950 consentito dalla legge siciliana di riforma. Ai contadini che non avevano denaro fu detto di farselo prestare, e tra gli usurai di Tortorici e di Randazzo il tasso usuraio é del 35, 40, 50 per cento; il prezzo della terra imposto dalla Ducea, il doppio del suo valore. I contadini vendettero le vacche, le masserizie per pagare la prima rata e non essere cacciati dalle loro case. La terra deve essere pagata in cinque anni ma, quando non potessero pagare una rata, tornerebbe proprietaria la Ducea.

 

 

Così i contadini forzati ad acquistare, si trovarono indebitati, rovinati, padroni di una terra venduta dopo i termini legali, soggetta perciò ad essere espropriata per la Riforma e data ad altri, in lotta quindi anche fra loro, coi braccianti, senza terra di Bronte". Dagli anni Cinquanta in poi la Ducea fu dunque il centro delle lotte contadine tese ad ottenere dall'amministrazione del Duca condizioni più umane di lavoro e di vita, lotte che nella zona hanno portato col tempo a profondi cambiamenti nella distribuzione delle terre e nella vita dei contadini, all'autonomia amministrativa del popolo maniacese e all'acquisto del castello Nelson da parte del Comune di Bronte, nel l981. Il 'Castello' non fu subito aperto al pubblico. Problemi di personale e di manutenzione, del resto mai risolti, hanno permesso solo un'intermittente fruizione di questo monumento. Nel gennaio del 1984 il 'Castello' ha subito anche un gravissimo furto ad opera di ignoti che sono penetrati di notte nei locali superiori e vi hanno asportato una ventina di preziose opere, fra dipinti e mobili, che non sono state ancora recuperate.

Questo il passato, ricostruito fino agli anni più recenti, dell'antica abbazia benedettina di 'Santa Maria di Maniace' alias "Castello Nelson". E il suo futuro? Oggi qualcosa finalmente sembra muoversi. Opinione pubblica, studiosi ed associazioni culturali della zona richiedono un impiego del monumento a fini culturali per evitare ch'esso decada sempre più e richiedono naturalmente un restauro attento ed efficiente - che però non stravolga l'aspetto del Castello, come é già successo in occasione di recenti restauri ai tetti - di alcune sue parti che purtroppo negli ultimi anni sono state molto rovinate dagli agenti atmosferici e dall'incuria degli uomini. Per la bellezza dei luoghi in cui sorge, per il suo grande valore storico ed architettonico e per i preziosi cimeli che conserva, il 'Castello' può, se restaurato e gestito correttamente, diventare nei prossimi anni una grande attrattiva turistica e un centro culturale d'importanza nazionale e internazionale. I progetti e le idee sono molti ma é necessario, oggi, soprattutto evitare gli errori commessi nel passato e cominciare a pensare seriamente, e subito, a ridare la vita al famoso 'Castello Nelson'.

" I Duchi che hanno abitato il Castello ": 1) Ammiraglio Orazio Nelson - 1799-1805, 2) Reverendo William Nelson - 1805-1835, 3) Charlotte Nelson-Bridport - 1835-1874, 4) Alexander Nelson-Bridport - 1874-1904, 5) Alexander Nelson-Hood - 1904-1937, 6) R. Arthur Herbert Nelson-Hood - 1937-1969, 7) Alexander Nelson-Hood - 1969-1981



 

 

Indirizzo: Piazza Castello - Acicastello. Come si raggiunge: Arrivati in paese, sulla piazza principale. Visitabile: sì

 

Storia: Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina.

Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di questi luoghi.

L'arrivo degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi.

La fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il 1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto. Sono ancora visibili, all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie della Santa al vescovo Maurizio.

 

 

L'affresco, purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di "romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro nome.

Nel l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.

Il possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.

Quando però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio. Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in possesso dei vescovi di Catania.

Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.

Quando però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno, chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel 1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia, passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu liberato.

Nel 1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono aragonese di Sicilia.

Martino, approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona, che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme. Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande afflusso di pubblico.

Martino fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).

Nel 1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di 20 onze d'oro.

Successivamente, nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci, Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il Municipio, seguì la stessa sorte.

Interessante é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto, piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000 fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa patronale.

Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura: "PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".

Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi.

Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa.

Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo. Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Negli anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico, del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.

Dal 1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre, convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il passato.

 



 

 

 

Risultati immagini per castello ursino mimmorapisardaUbicazione: Piazza Federico di Svevia - Catania . P.za Federico di Svevia. TEL. 095/345830 - ORARIO: 8,30-13. 

Come si raggiunge: Centro storico di Catania – Piazza Duomo – Via Garibaldi – Piazza Mazzini – Via Castello Ursino. Condizioni: Buone. Visitabile: Si

 

Il castello Ursino, sito in piazza Federico di Svevia, ebbe origine con la costruzione di una 'roche' da parte dei Normanni, per controllare la popolazione musulmana della città. Questa prima fortezza sorse in un luogo diverso da quello prescelto più tardi per l'impianto del Castello, da alcuni studiosi identificato a Montevergini. Di tale fortilizio normanno non restano tracce.

Risale al 1239 l'avvio del cantiere per la costruzione dell'attuale Castello, sotto la direzione dell'architetto militare Riccardo da Lentini, per volontà di Federico II Imperatore di Svevia. Nel 1255 è attestata per la prima volta la denominazione di 'castrum Ursinum'. Il nome "castrum Ursinum" potrebbe essere collegato al "vir consularis Flavius Arsinius", che governò la Sicilia prima del 359 d.C e promosse il restauro del ninfeo di Catania; il ricordo di lui potrebbe essersi conservato nella denominazione dell'area su cui poi sorse il Castello, passando quindi a quest'ultimo.

 

 

E' un grande complesso edilizio ad ali con corte centrale. Ogni lato misura m 50 circa. I quattro angoli sono dotati di torri circolari di poco superiori ai 10 metri. Delle torri semicilindriche mediane, solo 2 si sono conservate, ma è certa anche l'esistenza delle altre due. Le mura, realizzate in pietra lavica, presentano spessore di metri 2,50.

L'aspetto esterno del Castello è caratterizzato da numerose aperture in buona parte posteriori al progetto originario. All'interno, originariamente, l'edificio svevo presentava al pianterreno quattro ali edilizie con ambienti a pianta rettangolare coperti ognuno da tre volte a crociera; quattro stanze quadrate, anch'esse coperte da crociere, raccordavano tra loro i saloni. L'aspetto originario si è mantenuto nell'ala settentrionale che conserva integro il trionfo delle cinque crociere. Secondo un recente contributo il progetto originario prevedeva un piano superiore solo sull'aria settentrionale, diversamente da quello che sosteneva Giuseppe Agnello, secondo il quale il piano superiore era stato previsto nel disegno federiciano, realizzato e poi trasformato tra il XV e il XVI secolo.

 

Il nome molto probabilmente deriva da “Castrumsinus”, che significa “Castello del golfo” oppure da derivazione dall’arabo [dar] al-sina‘a (arsenale), o, una terza opzione etimologica è quella che viene dall’arabo irsa’ (‘ancoraggio’, ‘approdo’). Molto complessa risulta la ricostruzione della linea di costa a sud del Castello a causa della presenza del fronte lavico del 1669 che da sud giunge fino al mare. L’ipotesi più plausibile è che la colata lavica abbia colmato una vasta depressione, come attesta la cartografia dello Spannocchi e del Negro, dove è evidente la presenza di un ippodromo posto al di sopra dell’antico banco lavico dei fratelli Pii, a circa trecento metri dalla porta della Decima.

 

 

L'eruzione del 1669 stravolse l’orografia del luogo su cui sorgeva il castello, colmando il golfo e distanziandolo dal mare. La scelta del posizionamento dell’Ursino si colloca all’interno delle dinamiche territoriali di quel periodo, in cui si assiste alla rivitalizzazione del ruolo economico della fascia costiera e alla difesa dei territori costieri e dei centri demaniali dell’area orientale. Il Castello Ursino concorre, dunque, da un lato ad attuare il programma di difesa del Regno, dall’altro testimonia, insieme al castello di Augusta e Lentini, la presenza capillare dell’imperatore sul territorio con una valenza non solo militare, ma residenziale e di immagine.

L'imperatore aveva pensato il maniero all'interno di un più complesso sistema difensivo costiero della Sicilia orientale (fra gli altri anche il castello Maniace di Siracusa e quello di Augusta sono riconducibili allo stesso progetto) e come simbolo dell'autorità e del potere imperiale svevo in una città spesso ostile e ribelle a Federico.

Intorno al castello si estendeva la Giudecca, con sinagoga, ospedale, botteghe e, fuori la porta dell'Arcurca, il cimitero.

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l'immagine originaria proveiene da  http://www.ipaesaggi.eu/photogallery/luoghi-di-sicilia/sicilia-in-3d/ursino-catania-castle-03-3d.html#joomimg

 

 

I suoi padroni di casa

Svevi 1232 Angioini 1266 Aragonesi 1282 Re di Sicilia 1296
Aragonesi 1337 I Vicerè spagnoli 1503 Borboni 1734 Sabaudi 1860

  • Nel 1232 Federico II di Svevia distrusse quasi interamente Catania in odio al partito guelfo che vi spadroneggiava. Dopo fece rinnovare Catania e nel 1239 cominciò a far costruire da Riccardo da Lentini un Castello sopra gli avanzi di un’antica rocca detta Saturnia. Fu completato nel 1250.

  • Nel 1282 vi si rifugiarono gli Angioini, assediati dal popolo catanese

  • Nel 1289 vi si riunì il parlamento siciliano.

  • Nel 1295 vi si riunì il Parlamento Siciliano, che dichiarò decaduto Giacomo II ed elesse Federico III a re di Sicilia.

  • Nel 1296 il castello fu preso da Roberto d'Angiò e subito dopo espugnato nuovamente dagli aragonesi. Quindi Re Federico lo abitò facendone la corte aragonese e così fecero anche i successori Pietro II di Aragona, di Ludovico il Fanciullo, Federico IV detto il semplice e Maria, regina di Sicilia.

  • Fino al 1336 il Castello è a più riprese residenza di Federico III;

  • anche negli anni successivi, durante i brevi regni di Pietro II, di Ludovico e quindi sotto Federico IV, mantiene il ruolo di residenza reale e sede di importanti eventi politici.

  • Nel 1347 all'interno del castello venne firmata la cosiddetta Pace di Catania fra Giovanni di Randazzo e Giovanna d'Angiò.

  • Nel 1392, finiti i Vespri, il castello, dimora di Maria di Sicilia, fu teatro del rapimento della regina da parte di Guglielmo Raimondo Moncada nella notte del 23 gennaio, per evitare il matrimonio con Gian Galeazzo Visconti.

  • Nel 1392, dopo lo sbarco dei Martini, Catania si rivolta contro gli Aragonesi; il presidio regio si chiude nel castello.

  • Con l'avvento di Martino I di Sicilia il castello divenne nuovamente corte del regno. Fu dimora reale dei sovrani del casato Aragona di Sicilia e ospitò tutti i re discendenti da Federico III fino al 1415.

  • Ospitò la regina Bianca d'Evreux di origine normanna ma ereditaria del regno di Navarra sposa di Martino I di Sicilia deceduto nel 1409.

  • Alfonso il Magnanimo riunì il 25 maggio del 1416, nella sala dei Parlamenti del castello, i baroni e i prelati dell'isola per il giuramento di fedeltà al Sovrano e fino al 30 agosto vi si svolsero gli ultimi atti della vita politica che videro Catania come città capitale del regno.

  • Nel 1434 lo stesso re Alfonso firmò nel castello l'atto con cui concedeva la fondazione dell'Università degli Studi di Catania.

  • Nel 1460 si riunirà nel castello Ursino il primo Parlamento del periodo aragonese-castigliano presieduto dal viceré Giovanni Lopes Ximenes de Urrea.

  • Nel 1494 al suo interno morì don Ferdinando de Acuña viceré di Sicilia. Verrà sepolto in Cattedrale, nella cappella di Sant'Agata.

  • Nel 1669 la lava arrivò attorno al castello e pur non intaccandone le strutture colmò il fossato, coprì i bastioni e spostò per alcune centinaia di metri anche la linea di costa.

  • Nel 1693 anche il terremoto provocò una serie di danni alle strutture, compromettendo definitivamente il ruolo militare del castello.

  • Nel 1714, ristrutturato, continuò ad ospitare le guarnigioni militari prima piemontesi e poi borboniche, assumendo anche il nome di Forte Ferdinandeo.

  • Rimase prigione fino al 1838, quando il governo borbonico riconoscendone il ruolo come fortilizio. In tale stato il maniero rimase fino agli anni 30 del Novecento, quando fu oggetto di un radicale restauro.

 

 

 

Federico II muore nel 1250, dando inizio ad una nuova fase di predominio in Sicilia per mano degli Angioini. Il castello fu sede successivamente della corte aragonese che apportò evidenti le trasformazioni: le volte scompaiono per ricavare un ulteriore piano superiore destinato al trono e al salone dei Parlamenti.

A partire dalla fine del XV secolo, il castello Ursino perde la sua connotazione di sede regia, residenza di Federico III e successivamente di Martino, divenendo presidio militare, carcere e caserma. Solo a partire dal primo ventennio del Novecento i movimenti culturali locali riescono a rendere il castello sede di Museo Civico.

 

Il Museo civico

 

La storia delle collezioni vede gli albori nel 1826, quando il catanese Giovan Battista Finocchiaro lascia alla città di Catania la sua preziosa collezione di dipinti. Di questa raccolta, comprendente molte tele di scuola napoletana, faceva parte anche la grande tela raffigurante S. Cristoforo, unanimemente riconosciuta al Pietro Novelli. A questo primo gruppo di opere si aggiunge, nel 1866, la raccolta dei PP. Benedettini entrata in possesso del Comune di Catania a seguito dello scioglimento delle corporazioni religiose.

Il Museo Benedettino si forma a metà del settecento per impulso dell'abate Vito Amico, intellettuale tra i più apprezzati del tempo, e del priore Placido Scammacca. Essi raccolgono, nel sontuoso Monastero di S. Nicolò, materiali greci e romani scavati e rinvenuti in città o acquistati sul mercato antiquario di Napoli e Roma, e oggetti portati dai missionari al ritorno dalla Cina e dal Giappone.

 

 

Quasi nello stesso periodo in cui i monaci costituivano la loro collezione, il patrizio catanese Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, formava nel suo palazzo alla Marina un'altra ed ancora più ricca raccolta che fu, a partire dal '700 e per molto tempo ancora, attrattiva per i viaggiatori nella Catania del settecento. Numerose sono le pagine che Goethe e Brydone, dedicarono nei loro resoconti alle raccolte di antichità dei Benedettini e del Principe di Biscari.

A partire dal 1862, iniziarono i tentativi del Comune di Catania per entrare in possesso della collezione che, dopo la morte del principe Biscari, rischiava di andare dispersa tra i numerosissimi eredi. Solo tra il 1927 ed il 1930, con le donazioni degli eredi e con l'acquisto, da parte del Comune delle quote residue, la collezione entra, finalmente, a far parte del patrimonio del Museo.

 

 

Quel che rimane del bastione di San Giorgio. In fondo, la garitta datata tra il 1621 ed il 1637, costruita su proposta dell’ingegnere militare Raffaello Lucadello per il riparo delle sentinelle spagnole.

 

Il nucleo principale della raccolta Biscari è costituito da materiali archeologici provenienti dagli scavi eseguiti a Catania e nei fondi di famiglia, nei pressi dell'antica Camarina, nonché da acquisti fatti a Napoli, Roma e Firenze. Tra i pezzi più pregevoli della collezione alcuni splendidi vasi attici, terrecotte arcaiche, ed un cospicuo gruppo di bronzi.

Il patrimonio che si era andato costituendo si arricchisce ancora, fino alla fine degli anni '70, con altri acquisti, donazioni e lasciti che vanno, per lo più, ad incrementare la pinacoteca.

Tra le opere esposte ricordiamo una piccola raccolta di tavolette bizantine, le opere della collezione Finocchiaro: San Cristoforo di Pietro Novelli, Natività di Geraci (copia della Natività di Caravaggio, trafugata a Palermo nel 1969), Morte di Catone di Matthias Stomer., l'Ultima cena di Luis de Morales (sec. XVI), il già citato S. Cristoforo di Pietro Novelli, il Cristo deriso e la Morte di Catone, già attribuito a Gerardo von Hontorst, ma che alcuni esperti ritengono piuttosto debbano essere attribuite al suo allievo, il fiammingo Matthias Stomer.

 http://www.comune.catania.it/la-citta/culture/monumenti-e-siti-archeologici/musei/museo-civico-castello-ursino/la-collezione-civica/

 

12 (Sala 2) Statua di Ignazio Patemò Castello (1719-1786), V principe di Biscari, che agli inizi del Settecento effettuò i primi scavi archeologici in città recuperando un gran numero di significativi reperti oggi esposti nel museo civico del castello Ursino. Un tempo questa statua era ubicata al centro della corte interna del museo privato di palazzo Biscari.

17 (Sale 3-4) Epigrafe (II sec. d.C.) che attesta la richiesta di contributo economico da parte di Iulius Paternus, ‘curator operis’ di Catania, agli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Da questa epigrafe l’aristocratica famiglia Patemò Castello fece risalire la propria stirpe al periodo romano.  Sculture medioevali e rinascimentali, statua sepolcrale muliebre, figura giacente di gentiluomo, busti del 500 e b600, sarcofago della famiglia Cutelli, frammenti sculture decorative rinascimentali. Sculture medioevali, Cristo benedicente, sculture di Tino da Camaino, lastra tombale di cavaliere crociato, croce cenobina, acquamanile dalla tomba di Eleonora d’Angiò, lapide della chiesa di Nuovaluce, 4 leoni da sarcofago.

11 (Sala 10) - Plinto della fine del II secolo d.C. che venne rinvenuto dal principe Ignazio di Biscari durante gli scavi effettuati nella scena del teatro romano di Catania. Esso presenta, nel prospetto principale, due vittorie inginocchiate davanti ad un’insegna romana. Sul lato destro si vedono invece due barbari presi prigionieri, riconoscibili dai lunghi capelli. Sul lato sinistro infine si riconosce una figura femminile posta davanti ad un trofeo che, secondo alcuni studiosi, potrebbe commemorare la vittoria sulle tribù germaniche dell’imperatore Marco Aurelio o forse di Caracalla (non bisogna infatti dimenticare che il teatro, essendo un luogo pubblico frequentato da migliaia di cittadini, era ritenuto il posto ideale per divulgare le imprese dell’imperatore e per ribadire la superiorità dei Romani sulle tribù barbare che a quel tempo iniziavano a pressare sui confini settentrionali dell’impero).

http://www.guidoscuderi.it/catania/antica/storia/cast_ursino/

15 - (Sala 6) Cratere attico a colonnette e figure rosse (450 - 425 a.C.) che rappresenta sul lato principale una figura danzante al suono di un flautista; tale scena simboleggia il giro festoso che i giovani greci anticamente eseguivano per le strade della città dopo un simposio, con suoni di flauti e canti (komos). A partire dal VI secolo a.C. il komos si associò al culto di Dioniso, per poi divenire una parte fondamentale della commedia.- Frammento di pavimento a mosaico (330-375 d.C.) con la personificazione del mese di luglio (Iulius), scoperto dal principe Ignazio di Biscari nel balneum di piazza Dante. Un tempo, quando era affisso su una parete del museo privato dei Biscari, tale frammento faceva parte di un pavimento musivo attualmente in fase di restauro.

14 - (Sala 7) - Cratere a calice con la raffigurazione di Perseo che uccide Medusa. Il bellissimo cratere a calice (in cui venivano miscelati acqua e vino) fu ritrovato dal principe Ignazio di Biscari nei suoi possedimenti di Kamarina (Ragusa), un tempo tra le più importanti colonie greche di Sicilia. Realizzato in ceramica a figure rosse dal ceramista greco Mykonos, presenta al centro della scena una figura con calzari alati (Perseo) che tiene nelle mani una falce e la testa recisa di Medusa. A sinistra, si nota un vecchio canuto con barba bianca seduto sul trono (il re Podiette) e dietro di lui un altro personaggio anziano. Alla destra di Perseo notiamo l’imponente e severa figura di Atena con dietro una imprecisata figura di donna. Infine nel retro si vede la figura di Poseidone che corre tra due terribili gorgoni alate (Steno e Curiale, sorelle di Medusa).- Statuette di terracotta dedicate alla dea Demetra che fanno parte della stipe votiva trovata in piazza San Francesco. Questo reperto avvalora l’ipotesi basata sulle fonti storiche dell’esistenza in questo luogo del tempio di Demetra.- Bronzetti d’età greca e romana talvolta provenienti da città sicule già fortemente influenzate dall’arte greca. - Busto di imperatore romano (fine del Il sec. d.C.) probabilmente da identificare con l’imperatore Marco Aurelio.

13 - (Sala 8) - Frammento di colonna istoriata (I-ll sec. d.C.) rinvenuta nei pressi della fontana dei Sette Canali (pescheria) che rappresenta una serie di cavalieri in movimento con, sullo sfondo, le mura di una città fortificata. Sebbene in passato questo reperto sia stata datato al II secolo d.C., studi recenti lo ascrivono al I secolo d.C. per le evidenti presenze di elementi ellenistici, quali la cura nella rappresentazione della roccia sulla quale camminano i cavalieri e la raffinatezza stilistica di ogni altro particolare. La colonna, della quale è ricostruibile il diametro ma non l’altezza, è da immaginare del tutto simile a quelle più famose degli imperatori Traiano e Marco Aurelio che si possono ammirare a Roma.- Colossale torso in marmo bianco (I sec. d.C.) scoperto dal principe di Biscari nell’area del foro romano della città antica, probabilmente attribuibile all’imperatore Tiberio. Notevole il fitto panneggio e la cura dei particolari nel corpo che lasciano intuire come la raffinata arte ellenistica fosse presente a Catania in quanto città di forte tradizione greca.

 

16  (Sala 9) - Statua del semidio Ercole (fine del Il sec. d.C.) del quale si riconosce il vello leonino sopra il capo; ritrovata dal principe di Biscari nella zona di via Crociferi potrebbe riferirsi all’imperatore Marco Aurelio (l6l-180 d.C.) o forse al suo successore Commodo (180-192 d.C.) che soleva spesso paragonarsi ad Ercole.- Lato corto di un sarcofago (II sec. d.C.) che riproduce una delle scene più belle e drammatiche dell’Odissea: l’accecamento del ciclope Polifemo da parte di Odisseo (Ulisse). Al centro della rappresentazione domina la figura dell’eroe greco sotto cui giace, ubriaco e circondato dagli altri greci, il ciclope Polifemo, che è qui rappresentato con due occhi e non con uno solo perché l’arte ellenistica tendeva tradizionalmente ad evitare la rappresentazione di mostruosità; al centro, in basso, un ariete simboleggia la fuga di Ulisse e dei suoi compagni che si legarono sotto il ventre delle pecore che Polifemo, sebbene cieco, doveva fare uscire dalla grotta per pascolare.- Bellissimo mosaico del IV secolo d.C., rinvenuto nei pressi delle tenne della Rotonda, in cui leggiamo la frase latina Utere feliciter (goditelo al massimo).- Due frammenti marmorei con scene di gigantomachia che provengono dal fregio della scena del teatro romano. Il frammento più lungo presenta due figure di giganti con a lato una divinità femminile in corsa. Quello più piccolo mostra invece due divinità che si scontrano con altrettanti giganti, caratterizzati da piedi a forma di serpente (anguipedi) e dal corpo ricoperto di squame. La gigantomachia, secondo la mitologia greca, narra della lotta voluta dai giganti nel tentativo di sottrarre il potere agli dei dell’Olimpo. - Ariete colossale (II sec. d.C.) proveniente dal balneum di piazza Dante che fa sicuramente parte di un grande gruppo scultoreo a soggetto mitologico, forse il mito di Ulisse.

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Il Cortile interno

Capitelli in stile corinzio del III secolo d.C. di provenienza incerta.- Obelisco egizio di granito identificato come una delle mete del circo (l’altra meta, secondo molti studiosi, è l’obelisco egizio posto dal Vaccarini nel XVIII secolo sull’elefante della fontana di piazza Duomo).- Frammenti di pavimentazione in opus signinum.- Antico Vespasiano (orinatoio) di forma quadrata realizzato in pietra lavica con cinque fori circolari per il deflusso.- Sarcofagi di pietra lavica databili tra il IV ed il V secolo d.C..

 

 

A causa della tenacia della pietra lavica e delle rudimentali attrezzature disponibili per la sua lavorazione, alcuni di essi sono completamente privi di fregi, mentre altri presentano solo una decorazione essenziale. Tra di essi ne spiccano due che prendono nome da1l’area cimiteriale in cui sono stati rinvenuti: il sarcofago di via dottor Consoli, che mostra semplici iconografie (rombi, tondi) ed un incavo rettangolare che accoglieva l’epigrafe in marmo dedicata al defunto; il sarcofago detto della chiesa di Santa Teresa, in cui si vede un portico a tre arcate, tipologia d’ingresso spesso adottata dai primi edifici religiosi cristiani.

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I lavori della costruzione

 

All’origine era sul mare, a sud del porto di Catania, a causa delle trasformazioni morfologiche dovute alle eruzioni dell’Etna del 1669 e al terremoto del 1693 adesso dista da esso un centinaio di metri. Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati all’architetto militare Riccardo da Lentini che lo realizzò su quello che allora era un imprendibile promontorio di roccia sul mare, collegata con un istmo alla città ed alle mura cittadine. Probabilmente il nome Ursino, dato al castello, deriverebbe da Castrum Sinus, ovvero il castello del golfo.

L’edificio ha una impostazione rigorosamente geometrica, tipica dei castelli federiciani. I lavori iniziarono tra il 1239-40 e durarono un decennio; la pianta, che si rifà ad esempi arabi dell’epoca delle dinastie califfali, è quadrata con quattro corpi di fabbrica regolari disposti intorno al cortile centrale.

Agli spigoli del castello sono poste quattro torri cilindriche; inoltre due semitorri mediane, sempre cilindriche, sono poste sulla mezzeria di due lati, mentre inizialmente le semitorri erano quattro. Le finestre erano piccole e strombate (stipiti tagliati) per non offrire varchi al nemico, sul lato settentrionale mancano del tutto perché era il più esposto agli assalti.

L’aspetto attuale del castello risale ai restauri effettuati negli anni trenta. Le opere di Riccardo sono definite di stile Gotico; ma è bene notare che si tratta di un gotico ben diverso da quello del nord Italia.

I lavori del Castello Ursino vennero seguiti, pur se da lontano, dallo stesso imperatore Federico, portati a termine negli ultimi anni della sua vita, forse non riuscì a veder compiuta l’opera.

Nel 1838, infine, ebbero inizio i lavori di restauro da parte del Comune e fu scavato un fossato attorno al maniero, fu ripreso il muro di sbarramento, la posa del ponte levatoio, quindi, sistemata la piazza circostante.

Dal 1931 al 1934 vengono realizzati restauri e trasformazione del Castello in museo.

(Salvatore Barbagallo - Catania misconosciuta)

 

 

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Durante i lavori di restauro e valorizzazione dell’area esterna è stata portata alla luce la cortina difensiva che costituisce parte del sistema di fortificazione costruito a partire dal 1542. L’opera venne realizzata su progetto dell’ingegnere militare Antonio Ferramolino da Bergamo, per volontà e spesa degli stessi cittadini catanesi, al momento in cui il viceré Fernando Gonzaga escluse Catania dal programma di fortificazione delle principali città del Regno di Sicilia.

Il progetto, completa in parte la precedente fortificazione del XIV secolo voluta da Federico III d’Aragona. La cortina difensiva detta “sotto al Castello”, congiungeva i due bastioni di San Giorgio e di Santa Croce sommersi dalla lava del 1669 e dalle sovrastanti costruzioni.

La cinta venne costruita nel 1552 con un sistema di mura a scarpa potenziato da contrafforti che superiormente sorreggevano un tavolato destinato al passaggio delle ronda e delle armi, mentre gli spazi inferiori venivano utilizzati per il ricovero delle munizioni. Ancora parzialmente sepolta dalla lava è la porta detta del Sale, o del Sole, che collegava la spiaggia sottostante al piano delle armi. Di epoca più tarda è la “garitta al passo del castello”

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La Pinacoteca

 

 

La raccolta di dipinti parte dalla collezione di Giovan Battista Finocchiaro, in possesso del Comune di Catania già dal 1826. In seguito si arricchì delle acquisizioni del patrimonio artistico di chiese e conventi e soprattutto del museo dei Benedettini. Il patrimonio si intensificò con i contributi delle famiglie Rapisardi, Biscari, Gandolfo, Mirone, Zappalà Asmundo. Le opere che oggi si possono ammirare coprono un ampio arco di tempo che va dagli inizi del XV secolo alla fine dell’Ottocento. La pinacoteca vanta opere della scuola di Ribera, di Procaccini, Borremans, Luis de Morales, Luca Giordano, Aniello Ascione. Di notevole pregio il Guidizio Universale del Beato Angelico, la Madonna col Bambino di Antonello de Saliba. Fra la tavole cinquecentesche spicca l'Ultima Cena di Luis de Morales. Nel gruppo delle opere del XVII secolo sono particolarmente interessanti La morte di Catone, di Matthias Stomer e la Scena allegorica attribuita a Mario Minniti. Di grande impatto il San Giovanni Battista di Pietro Novelli, del quale si conserva anche un San Cristoforo.

 

 

I tarocchi

Presso il suo museo è conservato uno dei primi mazzi di Tarocchi, detti appunto i Tarocchi di Castel Ursino. Questo mazzo è attribuito ad Alessandro Sforza e sono ricollegabili a quelli detti "del tipo Ferrarese". Si consideri al riguardo che Alessandro era il fratello di Francesco Sforza ed era duca di Pesaro, città situata non lontano da Ferrara. L’attribuzione ad Alessandro Sforza è però dovuta allo stemma raffigurato sullo scudo del re di Spade.

Questi Tarocchi sono realizzati in cartoncino spesso, ottenuto con l’uso di una pressa e diversi fogli di carta. Una differenza importante con quelli viscontei è l’uso dei risvolti, piegati sul davanti e incollati per la lunghezza del bordo, grazie ai quali il fronte e il dorso delle carte rimanevano uniti.

Le illustrazioni furono ottenute seguendo la stessa tecnica usata per quelli lombardi: una lamina d’oro lavorata con un motivo a punzone veniva applicata sullo sfondo, prima di dipingere le figure in primo piano con colori a tempera.

L’interesse di Federico per la zoologia, l’astronomia, la fisica e matematica si identificava con l’esigenza do conoscere il mondo e scoprire la dimensione che un uomo potesse avere in esso, tendendo ad eguagliare la sua natura con quella di Dio.

La sua personalità fu definita superiorità impressionante, appassionata ed audace, riuscendo ad emergere dalle voci della calunnia dei contemporanei.

 

 

 

Sant’Agata e il sovrano sottomesso

La tradizione narra che l’Imperatore Federico II di Svevia volle comunque punire i cittadini, facendoli passare sotto un arco di spade, allestito alla Porta di Mezzo (non distante dalla Porta della Decima) presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie.

A questa sembra fare eco una piccola icona popolare di incerta datazione e probabile traduzione di un tema iconografico consueto legato al culto di Sant’Agata, quello riproposto dal busto reliquiario del 1376 e più tardi nella fonte Lanaria, su Via Dusmet, situata in vico degli Angeli.

Da esse infatti eredita la corona, la fissità dello sguardo, la foggia dell’abito, la postura delle mani che dovettero reggere i tradizionali attributi (palma del martirio o croce o scettro sulla mano destra, la tavola con inciso l’acronimo m.s.s.h.d.e.p.l. nella mano sinistra) irrimediabilmente perduti.

Sant’Agata viene tuttavia raffigurata per intero piuttosto che nel solo busto, nell’atto di pestare una figura umana maschile ai suoi piedi: secondo alcuni potrebbe trattarsi proprio di Federico II. Le due figure sono inserite in un alveolo arcuato e reso più profondo da una decorazione a scacchiera, circondate da quattro angeli posti agli angoli.

L’atto della soppressione della figura sottostante quindi si integrerebbe con il doloroso episodio narrato dalla tradizione e ricordato nel 1233 da una piccola icona dipinta ed eretta su un muro di un vicolo adiacente alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, rappresentante la Madonna delle Grazie con Sant’Agata avvocata dei catanesi, quasi a ribadire la leggenda legata alla frase Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est, in quanto alla fine il sovrano venne sottomesso dal volere della protettrice di Catania, anziché l’Imperatore a soffocare gli intenti ribelli cittadini.

Se l’icona dipinta e appesa nel 1233 non esiste più, la tradizione dovette superare i secoli e tramite l’icona di vico degli Angeli rimarcare e quasi parodiare il gesto di imponenza e monito dell’imperatore.

(Salvatore Barbagallo - Catania misconosciuta)

 

 

L'aquila e la lepre

Sull'aquila, nella nicchia del prospetto Nord, Sciuto Patti vede in allegoria la punizione inflitta da Federico a Catania per la ribellione del 1232. Non è dello stesso avviso Paternò Castello che in questo modo il simbolo potrebbe essere inverosimilmente in­terpretato come l'imperatore ucciso dal popolo.

Ipotizza invece la possibilità che la corda, resa dal tempo invisibile, fosse in effetti "un serpente aggrovigliato, ovvero l'accoppiamento della potenza, dell'altissima dignità imperiale, rappresentata dall'aquila, col serpente segno della prudenza e dell'astuzia".30

L'uccello simboleggia la forza che ispira gli uomini ai discorsi saggi e che permette loro di poter prevedere molte cose prima che si realizzino splendidamente. Rappresenta anche l'anima umana, in quanto indica il desiderio di staccarsi dalla vita terrena e di avvicinarsi alla sfera spirituale. La strozzatura dell'uccello si potrebbe interpretare come la repressione della saggezza o della spiritualità.

http://www.paternogenius.com/C.Rapisarda,%20Simboli%20esoterici%20nei%20monumenti%20della%20provincia%20di%20Catania/Simboli%20esoterici%2016.htm

(i simboli ebraici) A proposito della stella (di David) a cinque punte su una finestra del castello Ursino di Catania dobbiamo ricordare che il Pentagramma esisteva in un fregio della sinagoga galilea di Cafarnao (dove Gesù guarì un uomo) riconducibile al II secolo d. C, Gaudioso pertanto ipotizza che nella costruzione del castello Ursino di Catania potevano avere avuto parte attiva maestranze ebraiche e che l’architetto Riccardo da Lentini poteva essere ebreo.

Altro elemento ebraico presente sul castello Ursino evidenziato da Gaudioso è la Menorah, ossia il candelabro a sette bracci sul fronte del lato Nord. Il simbolo della Menorah è nella ricerca della verità, attraverso lo sviluppo armonico delle capacità permeate di pensiero ed azione.

Le 7 luci rappresentano i cicli vitali della terra: la nascita, la crescita ed il declino degli uomini, degli animali e delle piante, legati al ciclo lunare, al ricrescere della luna e nel percorrere il suo ciclo infinito di nascita e di morte nel Cielo. Il suo ciclo è formato di 4 fasi ed ognuna di esse dura all’incirca sette giorni.

(Salvatore Barbagallo - Catania misconosciuta)

 

Il nodo di Salomone

Dal XVI sec. fino al 1838 venne adibito a prigione, in seguito a vasti lavori murari che suddivisero i grandi saloni del pianterreno in un gran numero celle o “dammusi”, che come si può ben immaginare, oltre che buie e malsane finirono per essere infestate da topi ed insetti.

Qui i prigionieri stavano al buio. Queste cellette pare fossero anche popolate da topi, scorpioni e tarantole. Un vero incubo.

E di quei giorni dannati sono rimaste delle testimonianze scritte: chiunque visita il castello può venirne a contatto. Sono centinaia i graffiti presenti sui muri e gli stipiti di porte e finestre. Ma non ci sono solo frasi o numeri (tantissime le date). Ci sono anche simboli come i nodi di Salomone.

Sui muri e gli stipiti delle porte, lì dove era più facile scrivere ed arrivava un pò più di luce, gli sventurati che vi erano rinchiusi tracciarono scritte e disegni che ancora oggi si possono osservare.

Fra le immagini spiccano in primo luogo le riproduzioni di navi dell’epoca, di grandi e piccole dimensioni, e delle mura merlate, con tanto di cannone al momento dello sparo, probabilmente del Bastione di San Giorgio: tutto ciò insomma che i prigionieri riuscivano a vedere del mondo esterno, considerato che fino al 1669, la mole della fortezza era a ridosso del mare.

Altro esempio sono teste e volti generalmente disegnate di prospetto, talvolta con intenzione caricaturale, con i capelli irti. Un’altra serie di immagini riproducono poi disegni geometrici e simbolici: stemmi araldici, croci patenti, come quelle degli ordini monastico cavallereschi, oppure le tre croci del calvario che come le raffigurazioni di cuori, testimoniano il sentimento di sofferenza dei condannati che equiparavano la loro pena a quella del Cristo crocifisso.

La studiosa Marisa Uberti ha identificato all’estremità di ogni braccio della croce dei caratteristici Nodi di Salomone, figure simboliche della letteratura ermetica ed alchimistica del periodo medievale e rinascimentale.

L’intera figura potrebbe costituire un unico grande Nodo salomonicoconcernente la Resurrezione più che la Passione. Ovviamente rimane un mistero chi fu ad inciderla ed a quale preciso scopo.

Numerose sono poi le iscrizioni lasciate sempre sui muri o le porte da prigionieri evidentemente alfabetizzati, molte in dialetto siciliano, talvolta anche in latino. Per lo più l’iscrizione comincia con la data che, di solito, è quella della carcerazione, segue poi il nome e quindi la formula pressoché costante "vinni carceratu". Le iscrizioni recanti la data più antica si trovano nella sala che contiene la Cappella con le camere adiacenti, ma non si risale oltre il 1526.

Non mancano anche sentenze e massime: “...Un tale, sugli stipiti della porta del lato meridionale del cortile, ha voluto accennare alla eterna mutabilità delle sorti umane, e ha scritto: "Mundus rota est", che equivale a dire: Oggi a me domani a te.

Uno di questi amanti delle sentenze fu rinchiuso nella mezza torre di ponente dove riempì addirittura le pareti, intonacate di fresco, con massime chiuse entro rozze cornici.

Al pari di molti altri antichi luoghi di prigionia in tutta Italia, insomma anche il castello svevo di Catania reca ancora le tracce, a volte ironiche, a volte commoventi, di coloro che scontarono la loro pena tra le sue mura.

(Salvatore Barbagallo - Catania misconosciuta)

 

 

Le scritte dei carcerati

Etimologicamente un monumento è qualcosa che serve a “ricordare”. Ricordare, significa soprattutto trasmettere alle generazioni future la memoria di luoghi, personaggi ed eventi che fanno parte della Storia – quella con la S maiuscola – quella fatta da Re e Imperatori, eroici trionfi in battaglia e fasti cortigiani. Ma accanto ad essa c’è una storia, ingiustamente definita “minore”, fatta di uomini e di donne che vivono ai margini della Storia con le loro storie di sofferenza e quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Castello Ursino nel corso dei suoi quasi otto secoli di Storia, ha raccolto memoria di parlamenti e di leggende, ha ospitato militari e sovrani, ha vissuto rapimenti romanzeschi e furenti assalti, ha respirato il sale del mare e lo zolfo della lava.

Ma al visitatore che oggi percorre le sue sale, Castello Ursino racconta anche altre storie, quelle dei prigionieri che fra il XVI e il XIX secolo furono rinchiusi nei dammusi oscuri e tetri, infestati da scorpioni e pipistrelli, e che incisero le proprie storie sulla pietra, con la forza della disperazione e alla fioca luce della speranza.

A volte sono solo un nome e una data, o un semplice Vinni carceratu. Altre volte la pietra racconta molto di più. Diego La Marca confessa esplicitamente che « si trova in questo carabozzo pur aver fatto un omicidio».

Altri raccontano storie di ordinaria omertà – «Rude mi faciu pi no diri no diponire» – ma un tale Antonino Pulvirenti, nel 1609, dichiara di trovarsi lì «pi no deponiri la bucia».

Altri proclamano la propria innocenza, e di essere stati traditi, come un tale che nel 1595 «patiu a tortu pir unu amicu », o un altro che se la prende con chi lo ha tradito: «Ai timpurariu curnutu».Ma la verità è quella che proclama un prigioniero anonimo: «Iddio mi vede», ed in quell’oscurità si affida alla giustizia divina, l’unica che può far veramente luce sul suo animo, colpevole o innocente che sia.

Poi ci sono coloro che riescono comunque a scherzare, come un tale che prende in giro qualcuno che si è fatto acciuffare: «Carcerato venisti, va ca fusti asinu si». O un altro che non vuol sentirsi rimproverare errori nelle iscrizioni realizzate in quelle difficili condizioni: «Chistu scrittu è fattu allu scuru a chui non ci piaci mi baasa lu culu e cui sei e dici chi non è fattu giustu ci vegna la frevi e puru lu fr…» La speranza, merce pregiata per chi si sente quasi sepolto vivo nell’oscurità del carcere – «Carcera in vita e sepoltura in morti» – e quasi aspetta la morte come una liberazione – «Chi temi fugi et ju la morti chamu». Ma c’è chi alla speranza non rinuncia, come Andrea Bonanno, per cui il carcere è luogo di sofferenza, ma non di morte – «chi si si pati no si mori».

Fra le tante scritte, colpisce quella di un tale Don Rocco Gangemi, per la profondità dell’incisione e i caratteri cubitali con cui scrive, amaramente, «Miseru cui troppu ama e troppu cridi». Nella mezza torre est fu invece rinchiuso un tale Filippo Mancuso, che doveva evidentemente possedere una cultura superiore, e tappezzò i muri della cella con massime latine e citazioni bibliche.

Oltre ai dammusi oscuri delle sale interne, altre celle erano state ricavate nel cortile: lì la vita era certamente più facile, e chi poteva corrompeva i soldati per farsi spostare. Sul portale che immette nella Cappella, troviamo i graffiti più straordinari. Una riflessione sulla vita in carcere, e sulle sue conseguenze:

 

 

CHISTV E’ VNLOCV MISERV EINFILICI  -     LOCV DI CRVDELTA’ DI VITA AMARA

CHA SI CVNTENPLA CHA SI PARRA E DICI  -  E CHA DISCVNTINTIZZA SI VA A GARA

CHA SI FANV CUNTENTI LI NIMICI  -  CHA PARIA CVI FVRTVNA NO RIPARA

A STV LOCV SI PROVANV L’AMICI  -  E A STV LOCV S’IMPRINDI E S’IMPARA

 

O una poetica, amara, meditazione sulla vita:

ORA CHI PRIVV SV DI LIBERTATI  -  OMNES AMICI MEI DERELIQVERUNT

TANTE AFFANNE E MARTIRI HAI SVDATI  -  ET OMNIA MEMBRA MEA LAXA FVERVNT

TVTTI L’AMICI MEI COMV ET FRATI  -   SICVT IVDAS MIHI TRADIDERVNT

ORA PACENZIA CHISTV CORI PATI  -  NON SINE CAVSA PECCATA FVERVNT

 

L’autore, tale Giuseppe Privitera, dovette forse conoscere alcune poesie di Antonio Veneziano di cui si riconoscono gli echi, ma soprattutto quelle del menenino Antonio Maura con cui esistono puntuali paralleli. A queste iscrizioni, si aggiungono poi i disegni, in cui la precisione dei dettagli e la forza dell’incisione diventa simbolo delle sofferenze o della speranza di libertà dei carcerati.

Le proprie sofferenze, assimilate a quelle di Cristo nelle numerose croci che riempiono le pareti; fra queste la più interessante è sicuramente la croce, che domina l’interno del grande arco nella parete ovest del cortile, circondata dai simboli della passione e caratterizzata da nodi di Salomone ai vertici.

Ancora più evocativi i disegni alla base del portale della Cappella: una torre con un cannone, forse una rappresentazione del bastione su cui sorgeva il Castello. E poi quattro navi, che a vele spiegate, vanno via verso la sospirata libertà, verso una vita nuova.

Mundus rota est.

di Matilde Russo [pubblicato in Katane, Marzo 2010]

 https://cataniagiovani.wordpress.com/2010/09/30/le-mie-prigioni-catanesi

 

I fantasmi e le apparizioni

Storia e leggende catanesi spesso si incontrano, si sovrappongono e si influenzano, ridisegnando i confini della verità. E’ quello che succede a Catania, in Sicilia, dove il Castello Ursino di Federico II è da sempre luogo di misteri, apparizioni e fatti inspiegabili. Sembra che la città ormai conviva con gli spiriti vaganti di donne e uomini di altre epoche che in qualche modo hanno fatto parte della storia del Castello. Luigi Pastore ed il suo Mysterious Places, questa volta ci porta proprio lì, nelle sale del Castello alla ricerca di una traccia di quei tempi di soprusi e rivolte spesso affogate nel sangue.

Oggi il Castello è un museo e una pinacoteca e le apparizioni continuano; ne sono testimoni sono soprattutto i custodi e gli addetti ai lavori, ma preferiscono tacere in merito per, a loro dire, non offendere gli spiriti che vagano per le sale.

 

 

E sembra che questa resistenza non sia solo per chi ci lavora; il buon Luigi ci racconta, in camera caritatis, che dopo il trailer del suo speciale, abbia ricevuto qualche esplicita richiesta istituzionale di non pubblicare la puntata: cosa spaventa così tanto i catanesi?

Un passato oscuro avvolge nel mistero quanto accadde dentro quei cortili. Di sicuro le mura, gli stipiti di porte e finestre ed i pavimenti raccontano sofferenze atroci e condanne ingiuste.

Siamo a Catania in piazza Federico II di Svevia, un luogo avvolto dal fascino della storia, fu ultimato intorno al 1250, ma «circondato» anche da diversi racconti che nella tradizione popolare continuano a tramandarsi.

Tuttavia, nulla di assolutamente ufficiale. Chi racconta le esperienze vissute all’interno del castello non vuole lasciare alcuna traccia: nessun video o virgolettato. Tutto viene affidato alle parole, dette, per una sorta di rispetto.

Si dice, tuttavia, come in ogni buon castello che si rispetti, che anche nel Castello Ursino non vi siano solo presenze fisiche e materiali. Sembra infatti che a molti dei custodi siano capitati episodi particolari. Sembra che la notte, dopo le due, si verifichino alcuni strani fenomeni: porte che si chiudono da sole, luci e radio che si accendono e si spengono, strane forze che impediscono i movimenti del corpo.

Ci raccontano poi che la notte, tra le stanze, camminino tanti folletti e che una bambina pianga in un angolo e addirittura al centro del salone d’ingresso ci sia addirittura una tomba. Sui muri della stanza e sulle volte, osservando con attenzione, ecco materializzarsi delle figure, non sono subito chiarissime ma piano piano appaiono.

Sul muro sembra un bambino con le mani tese e sull’altissima volta una figura angelica appena percepibile. Ma non finisce qui, perché guardando attentamente le fotografie scattate durante la visita, sono veramente tante le figure che prendono forma: donne, uomini e perfino uno strano animale simile ad un Gremlins.

Sui muri e gli stipiti delle porte, lì dove era più facile scrivere ed arrivava un pò più di luce, gli sventurati che vi erano rinchiusi tracciarono scritte e disegni che ancora oggi si possono osservare.

Fra le immagini spiccano in primo luogo le riproduzioni di navi dell’epoca, di grandi e piccole dimensioni, e delle mura merlate, con tanto di cannone al momento dello sparo, probabilmente del Bastione di San Giorgio: tutto ciò insomma che i prigionieri riuscivano a vedere del mondo esterno, considerato che fino al 1669, la mole della fortezza era a ridosso del mare.

Altro esempio sono teste e volti generalmente disegnate di prospetto, talvolta con intenzione caricaturale, con i capelli irti. Un’altra serie di immagini riproducono poi disegni geometrici e simbolici: stemmi araldici, croci patenti, come quelle degli ordini monastico cavallereschi, oppure le tre croci del calvario che come le raffigurazioni di cuori, testimoniano il sentimento di sofferenza dei condannati che equiparavano la loro pena a quella del Cristo crocifisso.

In questa serie è compresa forse l’immagine più misteriosa fra tutte, situata sotto il grande arco del cortile, ovvero una grande croce annodata accompagnata dalle figure della scala, dei chiodi, della tenaglia e del martello.

Suggestioni? Illusioni dei sensi? O forse uno di quei tanti fenomeni che la razionalità scientifica ancora non riesce o non vuole comprendere?

All’interno di questo spazio, si sono da sempre tramandati racconti di apparizioni e strani movimenti. C’è chi sostiene che sono soprattutto coloro che lavorano all’interno del castello ad essere testimoni di queste manifestazioni: dalle porte che all’improvviso si aprono alle urla di uomini e donne.

Fino a qualche tempo fa, era possibile trovare un documentario su Youtube realizzato proprio su quanto avveniva all’interno del castello. Secondo quanto si trova in rete, questo video aveva anche alcune testimonianze registrate. Oggi non è più possibile vedere queste immagini. Il file è stato rimosso. Così il mistero rimane.

(Salvatore Barbagallo - Catania misconosciuta)

Poltergeist

Fenomeni di "poltergeist" arebbero addirittura all’ordine del giorno: le porte si chiudono da sole, le luci si accendono e spengono senza controllo, i dispositivi elettronici mostrano inspiegabili anomalie.

Una delle esperienze più agghiaccianti che si posa vivere all’interno del castello è quella di rimanere bloccati all’improvviso senza riuscire a muovere nemmeno un muscolo, come se delle forze invisibili trattenessero con forza i malcapitati.

Tra i racconti degli abitanti della zona si parla anche di avvistamenti di folletti e creature umanoidi in giro per i campi e nel cortile tra le mura del castello.

C’è chi giura di aver sentito il pianto di una bambina o di aver visto una tomba nel bel mezzo del salone all’ingresso,che appare e scompare al solo voltare lo sguardo.

Pare anche che in alcune stanze ai piani superiori comparirebbero delle figure eteree: la più conosciuta è quella di una nube con le sembianze di bimbo che amerebbe volteggiare sotto la volta più alta del castello.

A testimonianza di queste esperienze paranormali ci sarebbero alcune foto dove si distinguerebbero figure femminili, maschili e addirittura animalesche.

C’è poi un quadro, stupenda opera artistica, ma che suscita inquietudine man mano che lo si fissa: si tratta della “Testa di Ofelia pazza”, risalente al 1865 e dipinta da Michele Rapisardi. L’impressione è che quella donna raffigurata, frutto di abili pennellate e quindi irreale, fissino chi la guarda con sguardo fin troppo reale, quasi a penetrarne i pensieri ed insinuarsi nel suo animo...

(Franz Cannizzo)   a destra, Ofelia pazza da un dipinto di Michele Rapisardi

http://www.ilparanormale.com/fantasmi/i-fantasmi-di-castello-ursino/

 

I DINTORNI

 

Piazza Federico II di Svevia

Via San Calogero

Vicolo della Lanterna

Via Vela

Via San Calogero

 

 

 

 


 

 

Ubicazione: Via Castello - Calatabiano. Come si raggiunge: Autostrada Messina Catania uscita Giardini Naxos. Da Calatabiano, si snoda un sentiero verso il colle dove si trova il Castello, seguire le indicazioni. Condizioni: Ruderi. Visitabile: Si

 

Storia:Argomentando dalle vaghe e scarse memorie dello Schubring, pare che nel primo millennio a.C. le alture poste quasi di fronte a Taormina, dominanti la vallata sud-est dell'Alcantara, fossero abitate dai Siculi . Due fatti importanti ci fanno accogliere queste induzioni. L'aiuto che nel 427 a.C venne dalle popolazioni montane a Nasso, situata sul capo Schisò, quando i Messeni la investirono e la ridussero in tristissime condizioni . L'ospitalità data nel 403 a.C dalle popolazioni sul monte Tauro (Taormina) ai greci della medesima Nasso, già distrutta da Dionisio . Evidentemente le popolazioni del monte Tauro dovevano tenere qualche villaggio fortificato sulla riva destra dell'Akesines (Alcantara), atto a dominare la vallata omonima, di suprema importanza per le comunicazioni col mare . Lo Schubring, infatti, ha identificato questo villaggio col castello di Bidio, che secondo l'epitomatore Di Stefano era di origine sicula, nei pressi di Taormina, e il cui nome, secondoil Bochart, deriva dal fenicio e significa: << castello delle bianche mura >>.

 

 

 

Ma sin qui, come abbiamo detto siamo sempre nel campo delle induzioni, le quali cominciano a diventare certe con la dominazione romana, poiché tra le costruzioni aragonesi dell'attuale Castello, si vedono qua e la dei grossi mattoni, come quelli esistenti nel teatro di Taormina . Con la dominazione saracena comincia a farsi maggior luce e diversi autori non hanno nessuna difficoltà ad assegnare origini saracene a Calatabiano, che dicono fondato tra il 900 ed il 1000 dopo Cristo . Invero lo storico Amico, seguito dai contemporanei, lo vuole di origine araba e afferma che derivò il nome da Biano, signore dei possedimenti, essendo la parola araba << Calata >> equivalente alla italiana castello . Ma noi, basandoci sulle anzidette induzioni e sull'esame obiettivo dei ruderi, opiniamo che il castello ebbe più antiche origini . Di fatti la rocca più alta differisce dalle altre costruzioni, per posizione e per sistema, tanto da poter formare parte indipendente . Quella certamente dovette essere la prima fortezza costruita sul monte, ma ad opera di quali popoli e in quale epoca non possiamo determinare con certezza.



 

 

Ubicazione: Castiglione di Sicilia - centro urbano, ingresso ad ovest nella Via Pantano, che si può imboccare dalla centrale piazza Lauria. Come si raggiunge: Autostrada Messina Catania, uscita Giardini Naxos, direzione Francavilla di sicilia, bivio per Castiglione di sicilia. Visitabile: Si

 

Storia: Il castello nel Medioevo costituiva la parte centrale e la roccaforte del paese. La sua posizione è quella tipica di molti altri castelli medievali, che permettevano il controllo su un vasto territorio, oltre che sulle vie di comunicazione, garantendo un opportuno isolamento, fattore essenziale di difesa. Non abbiamo notizie certe sulla sua origine, ma le due finestre bifore della parte ovest ci lasciano intuire che il nucleo principale sia stato edificato molto probabilmente durante il periodo normanno-svevo.

Tale sito nel corso della storia dell'abitato ha avuto di sicuro una funzione molto rilevante tanto da dare il nome al paese. E' certo che Castiglione nel XII secolo viene chiamato Quastallum dal geografo arabo Edrisi, Castillo in un diploma di Ruggero II re di Sicilia, Castillio in un diploma di papa Eugenio III, castellou in un documento greco, cioè semplicemente Castello. L'attuale nome, invece, significa Castello grande. Al latino medievale castellum, infatti, è stato aggiunto il suffisso accrescitivo -ione, facendolo diventare Castellione, che gli Aragonesi prima e gli Spagnoli poi pronunziavano Casteglione. Il termine ben presto comunque venne interpretato come Castello del Leone per offrire al paese un marchio di regalità, dando luogo anche allo stemma: un castello e due leoni accovacciati.

Il castello nel Medioevo, collegato alla roccaforte del Castelluccio e ad un avamposto identificabile con la chiesa di San Pietro, era messo in comunicazione con questi da passaggi sotterranei, che giungevano, si dice, fino al Cannizzo. Essi costituivano un vero e proprio complesso architettonico e difensivo, ed un vecchio stemma cinquecentesco della città, con tre torri, mette in evidenza la loro importanza. I vari quartieri del castello assumevano funzioni diverse. Vi era la parte più nobile riservata al castellano; vi erano le scuderie, i fienili, le stalle, le abitazioni per i servi e per gli addetti alla manutenzione; vi erano le carceri, all'interno delle quali, nelle scomode celle dette dammusi, lunghe non più di due metri e alte appena un metro, venivano rinchiusi spesso i più facinorosi avversari politici e i più incalliti delinquenti; vi erano le cisterne per conservare l'acqua piovana o per nascondervi, durante gli assedi, vettovaglie e suppellettile preziosa; vi erano le rotonde bombe di pietra, pronte per essere scagliate contro i nemici; vi era nella parte più alta un ampio locale, detto Solecchia, che comunemente si ritiene fosse la zecca dove si coniavano le monete, ma poteva essere la garçonnière o il luogo dove il feudatario si riparava dal sole, dopo aver contemplato quasi per intero il suo vastissimo feudo.



 

  

Ubicazione: centro urbano di Maletto, Via Petrina, tra la casa al n° 29 e la parte Absidale della  chiesa di S,Antonio da Padova.

Come si raggiunge: Percorrendo la strada statale per Bronte, venendo da Randazzo, si incontra il bivio per Maletto. Al castello si accede tramite un cancello posto alla base della rocca nel centro centro storico del paese. Se il cancello è chiuso a chiave, chiederla alla signora della porta adiacente sulla sinistra. Condizioni: Ruderi.Visitabile: Si

Storia: Nel 1263, il conte Manfredi Maletta, degli svevi, su un impervio sperone roccioso, nel cuore di fitte foreste, costruisce una torre di avvistamento, che prende il nome di Torre del Fano. Da quel momento, dal nome del suo possessore, il luogo si chiama Maletto e nasce l’omonimo feudo. Questa torre, denominata anche il Castello, per la sua posizione è coinvolta nella lunga guerra dei "Vespri" tra angioini e aragonesi (1282). Perduto dai Maletta, il feudo e il castello passano, nel 1386 alla potente famiglia Spatafora, nelle cui mani resterà fino al 1812.

 

 



 

Ubicazione: Centro Urbano di Licodia Eubea, Colle Castello

Come si raggiunge: superstrada Catania-Gela, uscita Licodia Eubea. Condizioni: Ruderi. Visitabile: Si

 

Storia: Quando nel IX secolo arrivarono gli arabi in Sicilia, sul colle castello si doveva già trovare una fortezza bizantina, infatti le mura del castello sono tipiche delle costruzioni bizantine, così come la galleria scavata sotto il castello, costruita con i mattoni di argilla cotti alla maniera dell’architettura tardo romana, la galleria metteva in comunicazione il castello  con i cunicoli sottostanti che si dipanano per l’intero abitato. La fortezza, probabilmente fu rasa al suolo dagli arabi dopo la morte del loro capo e, solo dopo un lungo silenzio, precisamente nel 1269 Licodia viene nuovamente menzionata come "Castrum di Licodiae".  Quando a seguito di Carlo I d’Angiò vennero in Sicilia molti signori francesi il re assegnò loro castelli, feudi e cariche dello Stato. Il Castello di Licodia fu assegnato a Bertrando Artus, prima nominato amministratore e, in seguito dopo varie vicende, feudatario. Verso la fine del 1282 il Castello passa nelle mani degli Aragonesi per poi passare negli anni successivi nuovamente agli Angioini che lo concedono ad Ugolino da Callaro con le terre di Licodia per i meriti conseguiti durante la riconquista angioina. Negli anni successivi, furono i Filangeri ad avere il possesso del Castello dove, vi apportarono modifiche e migliorie negli anni della loro signoria. Nel 1393, il Camerlengo di origine catalana Ughetto Santapau venuto al seguito di re Martino ebbe in feudo il Castello di Licodia che, rimase alla famiglia Santapau fino al 1610, anno in cui viene nominato marchese Vincenzo Ruffo, figlio di Camilla Santapau e Muzio Ruffo, questi ultimi sepolti nella chiesa dei Cappuccini a Licodia Eubea. La famiglia Ruffo fu proprietaria del Castello fino al 1812 anno in cui fu abolito il feudalesimo. Dopo la distruzione del terremoto del 1693, rimangono solo i ruderi di un glorioso passato che attendono, solitari e silenziosi, il momento in cui potranno narrarci la magnificenza e la storia del loro passato.

 



 

 

Ubicazione: Contrada Borgo Lupo, territorio di Mineo

Come si raggiunge: Da Catania, imboccare la superstrada per Gela, passato il paese di Palagonia, nel territorio di Mineo, seguire le indicazioni per Contrada "Borgo Lupo", non vi è segnaletica per il Castello. Condizioni: Diroccato. Visitabile: Si

 

Storia: questo castello rappresenta un'opera unica dell'architettura medioevale siciliana per la sua torre "torroidale",che si ergeva un tempo su quattro piani con scala interna. Esistente nel 1143, apparteneva a Manfredi, figlio di Simone conte di Policastro e nipote di Matilde, figlia del conte Ruggero. Vicino al castello si trova un antico abbeveratoio, in ottimo stato, del 1641.

Epoca: XIII secolo. Il colle, presso la sommità del quale sorge il castello, ha restituito tracce e reperti risalenti all'età del bronzo (XII/XI sec. a.C.). In epoca medievale abbiamo notizie tramite l'opera geografica di Edrisi, il quale parla del casale malga al-Khalil (rifugio di Khalil). Nel 1199 Bartolomeo de Lucy dona alla figlia Margherita l'insediamento di Mineo e probabilmente anche quello di Mongialino. Agli inizi dell'anno successivo la stessa Margherita rinuncia ai possessi donatele dal padre e Mongialino appartiene ad un Manfredi signore di Mazzarino.

Nel 1287 l'insediamento torna alla corona e nel 1320 è feudo di Blasco Lancia. Nel 1355 Mongialino viene occupata da Manfredi Chiaramente conte di Modica. Nel 1558 lo storico ecclesiastico Fazello ricorda l'esistenza del castello e nel 1757 l'abate Vito Amico definisce quasi interi gli edifici del castello e ricorda il tentativo di ridare vita all'insediamento durante il XVII secolo.

Il castello sorge su di un colle roccioso sul limitare del vallone del torrente Pietralunga, affluente del fiume dei Monaci e del fiume Gornalunga. La fortezza si compone di un singolare dongione o mastio circolare e di una cinta muraria poligonale, presso la quale si conservano ancora parte delle merlature. Vito Amico afferma di distinguere, nel XVIII secolo, la presenza di una porta d'ingresso con corrispondente ponte levatoio, dei quali oggi non rimane più traccia. Il torrione circolare possedeva un diametro complessivo di 21 metri, con uno spessore murario esterno di circa 2,10 m. e un diametro del nucleo interno di circa m. 8,35. L'ambiente anulare interno presenta una larghezza di m. 4,12 ed è ancora in parte coperto da volte a botte, edificate in conci regolari e rinforzi di archi radianti impostati sulla muratura.

Sempre Amico ricorda dell'esistenza di ben quattro elevazioni, mentre attualmente si conservarono parzialmente il piano terreno e pochi ruderi del primo piano, del quale si intuisce una copertura medesima a quella del piano inferiore. Si ritiene, comunque, che le ulteriori soprelevazioni fossero lignee. Il nucleo centrale del cilindrico presenta singolarmente al suo interno una cisterna, che raccoglieva le acque piovane convogliate dalla copertura, la quale, secondo quanto scrive Amico, era rivestita da lamine di piombo. Esiste una seconda cisterna sotto il cortile cintato. Purtroppo l'equilibrio statico dell'edificio è quasi del tutto compromesso e sarebbero necessari degli interventi mirati al consolidamento di quanto rimane di questa splendida quanto rara struttura fortificata.



 

 

 

Benché la tradizione attribuisca la costruzione del castello al condottiero siculo Ducezio, fatta eccezione per un breve tratto di muro a secco del VI secolo a.C., quanto oggi rimane del castello non può certo essere assegnato ad una età così antica.  Si è pensato che i Romani, sulla base della fortificazione sicula, abbiano costruito un ridotto fortificato, poi ampliato dagli arabi.

L'impianto del castello sembra comunque datarsi tra il 1060 e il 1181 i Normanni completarono la costruzione che appariva formato da dodici torri merlate, disposte in circuito con triplice atrio, e nel punto più importante una torre più grande, detta "maestra", di forma ottagonale, costruita con blocchi squadrati. Ai piani superiori vi erano ampie aule, stanze segrete e appartamenti principeschi. In seguito venne ristrutturato, e divenne famoso per le nozze che vi si celebrarono nel 1361, fra Costanza D'Aragona e Federico III il Semplice. Ma già nel XVII secolo la fortificazione perdette importanza strategica e nel 1629 venne venduta ai Morgana e trasformata in carcere. Dopo il terremoto del 1693, non rimase che parte delle antiche mura e della torre centrale e il materiale di risulta fu utilizzato per la costruzione del palazzo Morgana. Purtroppo oggi si possono ammirare solo i resti della torre maestra, (muratura a sacco con blocchi calcarei squadrati), di cui si può vedere la base a pianta ottagonale, ma affacciandosi sulla vallata del pianoro del Castello Ducezio, si ha la meravigliosa vista dell'Etna, dell'intrecciarsi della catena Iblea con quella degli Erei, di Grammichele e Palagonia e della valle dei Margi.

Una delle porte della città, incorporata nelle mura del castello, venne recuperata e murata nel prospetto della confraternita del SS. Sacramento, contigua alla collegiata di S. Maria Maggiore. I resti del castello si trovano in cima al colle più orientale, e vi si accede tramite la via Castello partendo dal Largo S. Maria Maggiore. Oggi quest'area, a ridosso della quale vi è la casa del custode, è stata adibita a sede del serbatoio idrico del centro.

 

 

 

Ubicazione: Centro urbano di Paternò. Come si raggiunge: Da Palermo autostrada A19 PA/CT uscita Gerbini. Da Catania SS 121, superstrada per Adrano, uscita Paternò. Da Messina Autostrada A18 ME/CT uscita Misterbianco dalla tangenziale ovest di Catania. Condizioni: Ottime. Visitabile: Si

Risultati immagini per torre normanna paternò

E’ Ruggero D’Altavilla che costruì il maestoso castello sulla rupe lavica di Paternò ed è sempre lo stesso Ruggero che fece costruire a scopo difensivo i castelli di Adrano, Motta, Troina, Nicosia e in tanti altri comuni dell’isola.Secondo le affermazioni del coevo monaco benedettino Goffredo Malaterra, il castello di Paternò sorge su alcuni resti di una costruzione araba fatta costruire dall’emirato musulmano dell’epoca a scopo difensivo.Questo monaco era sempre al seguito dell’Altavilla con il compito non solo di raccoglierne e divulgare le gesta, ma anche perché Ruggero notò l’esigenza di contrapporre all’elemento arabo ormai presente, la cultura cristiana.Egli vedeva di buon animo il nascere di comunità religiose per riaffermare il culto cristiano.In un mondo in cui infuriavano guerre e disordini, violenze e corruzione, il monastero benedettino sviluppava un nuovo modello di società, dove al posto del concetto della proprietà privata e del privilegio subentrava la cristiana solidarietà fraterna. A Paternò diversi erano i monasteri ( S. Leone, S. Vito, S. Nicolò, L’Alena).

Col tempo il castello normanno non ebbe solo motivi bellici ma anche amministrativi e residenziali. Molti i personaggi storici che lo hanno abitato il più famoso è Federico II di Svevia che vi soggiorno nel 1221 e nel 1223. Il castello fu poi abitazione della regina Eleonora D’Aragona alla morte di Federico II D’Aragona avvenuta nel 1337. Divenne in seguito dimora della regina Bianca di Navarra che nel 1405 dall’alto del castello normanno promulgava le "Consuetudini della comunità di Paternò". Il castello infine passò poi alla famiglia Moncada, dinastia che governò la città per quattro secoli e che lo adibì ,per periodi, a pubbliche carceri.Alcuni graffiti ne sono la triste testimonianza.Attualmente è sotto la tutela della Regione Sicilia nella speranza di trasformarlo in sede di civico museo.La cappella del castello, alla sinistra appena si entra, è ricca di resti cromatici risalenti al 1200 e raffiguranti l’Annunciazione, una natività e un Cristo solenne oltre a vari medaglioni di santi.

foto di Francesco Pappalardo.

 



 

 «Non conosciamo le origini di questo castello (un tempo posto al centro di un vasto territorio feudale) del quale rimane la torre del XV secolo. E nulla sappiamo della sua storia fino a quando verso il 1700 i proprietari del tempo, baroni Chiarandà di Friddani, non aggiunsero alla torre un edifizio attiguo per loro comoda abitazione. Esso presenta, nelle belle loggette e negli affreschi, le caratteristiche dell'epoca e Michele Chiarandà, dopo averne curato personalmente ogni dettaglio, amava alternare ai suoi lunghi soggiorni in Francia brevi e riposanti parentesi in questa signorile dimora. Di questo signore si racconta che durante la rivoluzione sanfedista del 1789, essendo sospetto di infedeltà al rè a causa della sua amicizia con la Francia, venne perseguitato e costretto a sostenere un breve assedio da parte del popolo capeggiato da tale Marronchio. Rinchiuso nella torre egli tenne testa ai suoi assalitori ma infine fu costretto a fuggire attraverso un sotterraneo del castello e, raggiunto poi il mare, si pose in salvo nella sua carissima Francia. Poco chiara la figura di questo italiano del quale è nota la grande amicizia con Napoleone III. Nel 1861 il castello fu acquistato da Giuseppe Milazzo, signore caltagironese, ed il suo discendente On. Silvio Milazzo, attuale proprietario, ne cura i pregevoli restauri con quell'amore che tutti i siciliani dovrebbero avere per queste loro antiche dimore. Oggi, nel suo armonioso insieme, con la bella terrazza alla sommità della torre e circondati dal verde intenso di una folta vegetazione (tanto più suggestiva dell'elegante e curato giardino di un tempo cinto di alte mura merlate e con colonne a sostegno delle caratteristiche pergole) il "Noce" ci appare quale delizioso luogo di soggiorno e di pace».
http://www.famiglia-nobile.com/links.asp?CatId=1412

 


 

 

 «In contrada Diana sorge un’elegante residenza del XVIII secolo “Palazzo Corvaja” Questa contrada, attualmente appartenente al Comune di Fiumefreddo di Sicilia, un tempo faceva parte della baronia di Calatabiano. ... L’edificio presenta un pittoresco prospetto serrato fra torricini pensili, che chiude sul fondo una corte rettangolare entro magazzini, stalle e abitazione della servitù. Esso costituisce un esempio di villa-fattoria realizzata dai nobili del tempo per la villeggiatura e per il controllo dei latifondi e delle strutture produttive. Suggestivo è l’uso della pietra lavica per le mostre di porte, balconi e finestre, i corpi scalari merlati e la coloritura dei paramenti con forte tinte. Agli angoli del palazzotto, sorrette ognuna da tre mensole in pietra lavica, due garitte a pianta quadrata, coronata da cupole emisferiche ed ingentilite da un cornicione con decorazioni in stucco, serrano ai lati la facciata. Dietro di esse emergono due torrette più grandi, anche’esse a pianta quadrata e coronate da una merlatura ghibellina che ha un preciso valore simbolico oltre che funzionale. I due cortili e la recinzione del giardino dietro la casa, oltre a contribuire alla difesa, costituivano degli spazi esterni estremamente articolati e differenziati per lo svolgimento delle più svariate attività. In linea di massima la corte chiusa davanti alla residenza era riservata alle attività aziendali e familiari, mentre nel cortile esterno si svolgevano tutte le attività connesse al transito nella via pubblica. A lato del passaggio fra le due corti vi era lo “studio”: un locale dove la famiglia Diana probabilmente esplicava molti degli atti amministrativi relativi ai loro fondi ed ai feudi amministrati per conto dei Gravina-Cruyllas. Sul lato nord della corte esterna con la facciata rivolta alla strada è collocata la Chiesa di San Vincenzo, che assolveva funzioni sia di Chiesa per la popolazione locale, sia di cappella privata della famiglia. ... Addossato al palazzotto, al pianterreno vi è il palmento, costruito nel 1694 dalla famiglia Bottari. Originariamente separata dalla residenza fortificata di Francesco Diana, la casa dei Bottari fu successivamente unita a questa: il corpo centrale fortificato venne così a perdere uno dei suoi attributi difensivi conferitogli dal totale isolamento da altre fabbriche. Dalla fine del ‘700 il complesso, abbandonato dai proprietari quale residenza, non subisce ampliamenti e modifiche sostanziali. Gli interventi più consistenti sono tutti della fine del secolo scorso e dei primi anni del ‘900, quando alcuni locali di servizio attorno alla corte vengono ristrutturati. Fortunatamente la residenza fortificata si mantiene ancora pressoché integra; non altrettanto può dirsi invece di altre parti del complesso. In tempi recentissimi sono state asportate le pietre angolari del parapetto e del collo del pozzo, ancora visibili di F. Fcihera dell’inizio del secolo. A sud del cortile esterno alcuni dei vecchi fabbricati sono stati sostituiti da una squallida palazzina "moderna", mentre altri interventi hanno invece alterato una parte consistente dei fabbricati della corte interna che costituiscono un unico organismo architettonico con la residenza».
http://www.comune.fiumefreddo-di-sicilia.ct.it



 

 «I resti della Fortezza o Bastione del Tocco si possono ammirare alla fine del secondo tornante delle Chiazzette, una suggestiva stradina spagnola, di grande valore paesaggistico, che collega dal 1500 Acireale al mare Ionio e che s’imbocca a piedi lungo la Strada Statale 114. Quest’ultima è facilmente raggiungibile sia da chi proviene in macchina dall’autostrada A18 (CT-ME), uscita Acireale, sia da chi giunge dalla Stazione ferroviaria di Acireale, mediante autobus. Il sentiero spagnolo (detto anticamente Scala d’Aci e poi ribattezzato Chiazzette) era la principale via di collegamento tra la città di Acireale ed il mare, per il commercio e per le provviste d’acqua, e testimonia l’antico ed importante rapporto tra il centro abitato e la costa. è caratterizzato da massicce strutture di sostegno ad arco, tutte in pietra locale, e da tornanti dai quali si può ammirare un incantevole panorama. In quest’area si può anche notare la presenza di una ricca vegetazione arborea (es.il Gelso papilifero, l’Euforbia, la Robinia pseudoacacia, l’Alianto ed il Cappero) che rende l’aria particolarmente profumata. La Fortezza o Bastione del Tocco, edificio interamente in pietra, si erge tra terrazzamenti di pietrame lavico, lungo le Chiazzette, sulla Timpa di Santa Maria La Scala e fu edificato su disegno dell’ingegnere fiorentino Camillo Camilliani. Quest’ultimo, tra il 1584 ed il 1593, in qualità di Soprintendente delle fortificazioni regie dell’isola, per conto della Deputazione del Regno si occupò del potenziamento delle difese costiere dell’isola di Sicilia, muovendo da Palermo in senso antiorario lungo tutta la zona costiera. Allora,accanto all’endemica minaccia dei predoni saraceni, si venne prospettando anche l’incubo delle invasioni dei Turchi perché, malgrado la sconfitta di Lepanto (1571), le scorrerie turche lungo il litorale della Sicilia Orientale continuarono ad essere frequenti e ciò rese necessario, agli inizi del 1600, la realizzazione di opere di fortificazione. La Timpa fu prescelta come posto di guardia marittima perché forniva la possibilità sia di dominare un ampio spazio di mare sia di assicurare la continuità delle segnalazioni tra le torri dell’isola e fra queste ed i centri abitati. ...

 

 

Il fortilizio, praticamente inespugnabile, è realizzato in pietra locale, a forma di terrapieno e fu costruito dal lavoro forzato dei condannati. Dall’archivio municipale risulta che nel 1592 furono spese 80 onze per la costruzione di un cannone che desse il segnale di pericolo e per mantenerlo adeguatamente fu imposto ai cittadini il pagamento di un dazio. Il Bastione è costituito da due piani intercomunicanti per mezzo di una scaletta che doveva passare attraverso un foro e si compone di due ambienti con volta a botte nella zona del basamento,destinati a cisterna e a deposito delle polveri e della legna e di due- tre vani, pure con volta a botte, nel piano superiore,adibiti all’alloggiamento dei guardiani,dal maggiore dei quali,per mezzo di una scaletta, si accedeva alla terrazza che doveva essere munita di parapetti e feritoie e nella quale erano ubicati i pezzi di artiglieria. Non si tratta dunque di un caso isolato perché, per la facilità con cui i pirati barbareschi giungevano nei litorali della Sicilia, il governo fu indotto a formulare nel 1579, sollecitato dall’allora viceré M.A. Colonna, il progetto della realizzazione lungo il litorale dell’isola di una cintura di Torri di avvistamento e di “accomodare quelle che avessero bisogno di riparazione e racconciamento”. Il viceré Colonna incaricò allora l’architetto Spannocchi di visitare le marine della Sicilia da Messina a Messina”muovendo in senso orario” per controllare la capacità difensiva dell’isola. Dette torri sorsero alla distanza di due o tre Km. l’una dall’altra, in genere per proteggere o località isolate o obiettivi che potessero essere d’interesse per i pirati,come corsi d’acqua, agglomerati sparsi di case e centri di pesca. Altro scopo era quello di garantire la produttività della costa perché l’intento dell’impero spagnolo, di cui la Sicilia faceva parte, era di sfruttare l’isola sia per le capacità produttive delle sue terre sia per la sua posizione chiave nel Mediterraneo,quale baluardo difensivo del mondo cristiano contro il nemico turco.

La Fortezza o Bastione del Tocco fu utilizzata anche come prigione. Al primitivo progetto del Camilliani furono apportate alcune modifiche ad opera dell’architetto Vincenzo Tedeschi e la struttura fu totalmente compiuta intorno al 1651. A causa del sisma del 1693, che distrusse il Val di Noto, la Torre fu poi consolidata nel 1696 dall’ingegnere acese Vincenzo Geremia, soprannominato Pucciddana (Porcellana), a cui si deve l’aggiunta di un cannoncino portatile. Tra le ispezioni, come ricorda il Villabianca, si ricordano quella effettuata nel 1751, per incarico del viceré duca di Laviefuille,da Giuseppe Salomone,ufficiale del Senato di Palermo, ed una successiva ricognizione, fra il 1803 e l’inizio del 1804, a cura del direttore del Genio, brigadiere Guillamant e del comandante delle Artiglierie, colonnello Salinero, a seguito della quale il principe di Cutò, che reggeva allora l’isola con la carica di Luogotenente e Capitano generale,invitò la Deputazione del Regno a dotare le Torri di munizioni e pezzi di artiglieria e venne introdotta la norma che ogni anno il deputato preposto alle Torri dovesse disporre una visita generale delle stesse. La Torre del Tocco, gradualmente abbandonata, è oggi chiusa al pubblico e, per non andare del tutto in rovina, necessita con urgenza di adeguati e conservativi lavori di restauro che la riportino al suo antico splendore, affinché possa restituire alla collettività una testimonianza di lontane e drammatiche vicende della nostra storia».
http://www.siculina.it/torre_del_tocco.htm

 



 

 «Il Castello di San Marco sorge nell'omonima contrada in territorio di Calatabiano, in uno degli angoli più affascinanti della Sicilia orientale, la riviera di Taormina, fra la foce del fiume Alcantara e la riserva naturale di Fiumefreddo non lontano dall'antica Naxos. Commissionato nel 1689 dal principe di Palagonia, Ignazio Sebastiano Gravina Cruyllas, e immerso in un lussureggiante parco di 4 ettari, è circondato da piccole dimore arredate in stile "Vecchia Sicilia", tutte dotate degli adeguati comfort e servizi. Dopo un accurato restauro, da qualche anno la famiglia Murabito ha aperto le porte ai visitatori, trasformando il castello in uno splendido Resort una dimora prestigiosa ed ancestrale dove trascorrere un soggiorno o vivere la calda accoglienza delle antiche dimore accogliendo i suoi ospiti negli antichi saloni restaurati con cura certosina, nell'anfiteatro e nel il grande giardino botanico. I saloni all'interno del castello, la chiesetta, il palmento e gli antichi fabbricati restaurati rispecchiano fedelmente lo stile secentesco e conservano tutto il fascino del tempo. Ogni angolo del Castello di San Marco rimanda alla sua storia più antica. Gli archi in pietra lavica e gli splendidi lampadari racchiudono lo stile di una nobiltà ricca ma sempre attenta ai dettagli raffinati. Nelle camere e nelle suite dell'albergo tutto ruota intorno a un'eleganza d'altri tempi che riesce a fondersi perfettamente con i servizi e i comfort contemporanei. Il castello ospita anche una attrezzata sala congressi (Sala Cruyllas) e con il Salone Principe di Palagonia e il Giardino d'Oriente, si propone come luogo d'eccellenza ove poter organizzare meeting o incontri d'affari. La struttura offre servizi interni quali: il rinomato ristorante "Mastri Favetta", la piscina, l'area fitness, campi da tennis ed internet point. Nelle vicinanze doveva esistere una chiesetta medievale, dedicata a San Marco, che ha dato il nome alla contrada, quasi certamente distrutta durante le incursioni dei Turchi nel secolo XVI».
http://www.virtualsicily.it/index.php?page=luoghi&tabella=luoghi&c=522



 

« Il "Ponte dei Saraceni" è una delle opere civili più belle e storicamente più interessanti del Medioevo siciliano. Il ponte resiste da circa mille anni alle sollecitazioni non indifferenti del maggior fiume della Sicilia, "il Simeto", caratterizzato da una variegata struttura geologica che prevede l'alternanza di cascate, gole e colate laviche. Il fiume precipita per un buon tratto nelle cosiddette "Gole" creando un naturale gioco d'acqua di grande suggestione. La contrada è denominata "Salto del Pecoraio" in omaggio ad una antica leggenda secondo la quale un pastore innamorato saltava dall'una all'altra sponda per recarsi dalla sua amata. Nella limitrofa contrada del Mendolito si trova l'area della più estesa, e forse più evoluta, città ellenica della Sicilia: la Città Sicula del Mendolito, del IX-V sec. a.C. Di questa città è stata individuata la cinta muraria e messa in luce recentemente la monumentale Porta Sud. Dai ritrovamenti archeologici nella città del Mendolito, possiamo dedurre che nel luogo dove oggi sorge il ponte, già in età neolitica, poteva esistere una struttura, possibilmente un passaggio, costituito da una passerella in legno, per esigenza di commercio e scambi fra le città sorte sulle vie del Simeto, frequentata da numerosi viaggiatori che batterono sempre le stesse vie per poter attraversare il Simeto. ... Costruito in epoca romana in muratura, della quale ci rimangono le basi dell'arco maggiore, successivamente con l'occupazione islamica, gli Arabi lo rifecero probabilmente per ripristinare l'attività del ponte a seguito di un crollo dovuto forse ad una piena del Simeto. Così sostituirono all'arte romana i canoni della loro architettura, curando gli effetti cromatici, con l'alternanza di pietre chiare e scure nelle ghiere degli archi. La struttura che ne viene fuori, ad arco acuto, tipica di tutta l'architettura islamica, aquisterà così snellezza e leggerezza. Il ponte, in epoca normanna, faceva parte di un importante asse viario che collegava la città di Troina, prima capitale del regno di Ruggero I di Altavilla, con Catania. Con l'arrivo dei Normanni e fino al XVIII sec., il ponte e tutto il vasto territorio attorno ad esso, faceva parte di vari feudi, tra cui il feudo dei Duca di Carcaci. Il terremoto del 1693 causò forti danni al ponte, facendo crollare l'ultima arcata verso levante e lasciando malconci l'arcata principale e l'altra arcata piccola ad ogiva a fianco dalla maggiore. Nel corso del '700 molti furono i lavori di restauro e di riparazione e fino alla prima metà del '700 l'unica viabilità esistente per recarsi a Catania passava proprio per il Ponte dei Saraceni. Solo alla fine del '700, il ponte fu declassato ad un semplice "sentiero" e perdette la sua importante funzione di raccordo tra interno e sbocco a mare. Anche la nascita di nuove vie di comunicazione, più comode, contribuirono a far perdere la sua importanza. In seguito, la costruzione del ponte-acquedotto di Biscari (1761-66, 1786-91) che attraversava il Simeto lungo il Guado della Carruba, contribuì maggiormente a far perdere l'originaria funzione del Ponte dei Saraceni. Dell'antica struttura oggi se ne conserva solo l'arcata maggiore centrale, in stile gotico. Le altre arcate, una più piccola anch'essa gotica e un'altra romana, andarono distrutte durante l'alluvione del 1948 e ricostruite in seguito. Sotto il ponte, il fiume scava profonde gole nel basalto lavico a causa delle acque turbolente.».

http://www.comune.adrano.ct-egov.it/la_citt%E0/siti-di-interesse/ponte-dei-saraceni.aspx



 

Ubicazione: Piazza Umberto - Adrano. Condizioni: Ottime. Visitabile: Si

Come si raggiunge: Dalla Circonvallazione di Catania imboccare all'altezza di Misterbianco la S.S. 121 per Paternò, e proseguire per la S.S. 284.

Le radici di Adrano affondano addirittura nel Neolitico, come è testimoniato da un gran numero di reperti, e ci portano ai Siculi che nell'area del Mendolito avevano fondato uno dei centri più importanti dell'intera isola. Del resto, la città greca Adranon, sorta nel 400 a. C., trae il nome proprio dalla divinità sicula Adranos. Seguirono poi il dominio romano, quello bizantino e, successivamente, quello saraceno. Gli Arabi, abili agricoltori e artigiani, segnarono un notevole progresso del centro, fiorente anche sotto i Normanni, i quali lasciarono proseguire ai Saraceni l'esercizio di quelle loro attività che potevano essere proficue per gli abitanti. Non altrettanto invece fecero gli Svevi, la cui persecuzione degli Arabi si rivelò rovinosa per l'economia del luogo. Tempi migliori non giunsero nemmeno con gli Angioini, i quali probabilmente storpiarono alla francese il nome latino-medievale della città, Adernio, in quello di Adernò che si è mantenuto fino al 1929, né con gli Aragonesi.

Secondo la tradizione il castello fu fondato dal Gran Conte Ruggero, padre di Ruggero II, che nel 1070 aveva riscattato Adrano dalla dominazione araba.

È probabile che la costruzione del castello nell'area (la odierna piazza Umberto) già occupata da una torre di difesa di età greca, si debba agli Arabi. Della costruzione araba sono testimonianza le due porte del piano terreno che mettono in comunicazione i due vasti ambienti con archi ogivali realizzati con conci di pietra pomice.

La data 1000, incisa nello stipite della seconda porta, documenta probabilmente il completamento del piano terra.

Il castello non subì danni materiali nella signoria aragonese e durante il viceregno, ma fu più volte risistemato e in qualche parte subì trasformazioni architettoniche. Il bastione con le quattro torri, le finestre trilobate e le nicchie nei piani superiori testimoniano i lavori effettuati nell'edificio in età aragonese.

Nel 1754 il castello passò ad Alvarez di Toledo, figlio del Duca Vincenzo di Ferrandina e di Caterina Moncada, ma non fu abitato tanto che lo storico Vito Amico, che nel 1756 fu ad Adrano scrisse: "Il castello è crollato nei soffitti, è disabitato; solo il pianterreno è abitato a carcere". Nel 1797 Luigi Moncada Ventimiglia Aragona potè togliere il possesso del castello agli Alvarez, divenendone il proprietario. Tra la fine del settecento e i primi anni dell'ottocento, il castello subì altri lavori di deturpazione poiché il carcere venne spostato dal piano terra al primo piano. Fino al 1920 rimase patrimonio dei Moncada Ventimiglia, mentre il carcere mandamentale rimase fino al 1958, anno in cui l'edificio è stato dichiarato pericolante e il Comune di Adrano ha ceduto l'uso del castello alla Sovrintendenza BB. CC. AA. di Siracusa per destinarlo a museo archeologico. Da quel momento la Sovrintendenza di Siracusa insieme a quella di Catania, ha effettuato i lavori di restauro e il castello ospita sin dall'ottobre 1959 il Museo Archeologico Etneo con la Pinacoteca, la Galleria d'Arte Contemporanea, il Museo dell'Artigianato e delle Tradizioni Popolari e l'Archivio Storico.

Il castello ha un altezza di circa 34 metri, dalla base ai merli. Esso ha una pianta quadrilatera con una mole massiccia e con contrafforti angolari in conci lavici, una larghezza di 20 metri per ogni lato, mentre alla base del bastione ha una larghezza di 33.70 metri per ogni lato.

Ospita il Museo Archeologico Regionale, gestito dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania, che ha sede presso il Castello Normanno, dove sono raccolti materiali preistorici in gran parte provenienti dal territorio etneo, che documentano l'esistenza in quest'area di numerosi villaggi preistorici.

 


 

Primo simbolo cittadino e riferimento storico e' il Castello Normanno, edificato per volere del Nobile Ruggero I nel 1070 e rientrante nello schema difensivo posto contro gli arabi insieme alle altre roccaforti catanesi importanti, quella di Paterno' e quella di Adrano. Esso si presenta come un caparbio torrione rettangolare alto circa 21 metri, con una copertura a terrazza arrichita dalla merlatura ed una suddivisione della struttura in tre elevazioni, la prima per gli alloggi militari, la seconda per l'alloggio del comandante della guarnigione e la terza caratterizzata dalla presenza di un arco a sesto acuto. La sua base presenta dei blocchi in pietra lavica. Gia' a partire da pochi anni dalla sua edificazione, inizia il passaggio di propieta' della struttura che cosi' appartenne alla Diocesi di Catania, al Conte di Aidone Enrico il Rosso, a Rinaldo Perollo, al Re Alfonso d'Aragona, ad Antonio Moncada, conte di Aderno', per arrivare agli inizi del 1900 quando fu acquistato dal Comune di Motta.

La Torre di Motta (o Dongione) fu costruita fra il 1070 ed il 1074 (pare sul rudere di una torre araba) per volontà del gran conte Ruggero il Normanno. Il massiccio torrione a pianta rettangolare è alto circa 21 metri e rappresenta una tipica struttura a carattere difensivo del tardo medioevo. La copertura a terrazza conserva la quasi intatta merlatura. La struttura è costituita da tre elevazioni. Solo la prima di queste presenta ancora le finestre originali ad arco a sesto acuto (esterno) e a tutto sesto (interno). Le altre due finestre quadrate così come l’attuale porta d’ingresso risalgono invece al XV sec.

Il piano terra era destinato ad alloggio militare. In esso sono visibili una serie di feritoie per la difesa. Sempre al piano terra fu ricavata la cisterna per la raccolta delle acque piovane e dove, come scrive l’umanista Lorenzo Valla, fu rinchiuso il conte di Modica, Bernardo di Cabrera.

Il primo piano era destinato all’alloggio del comandante della guarnigione. Il secondo piano è caratterizzato da un arco a sesto acuto. Le tre elevazioni erano collegate tra loro da una serie di scale a pioli retrattili di legno.

Già nel 1091, il castello venne concesso alla istituenda diocesi di Catania che ne detenne il possesso fino alla fine del XIII sec. Nel XIV secolo, per diciannove anni (dal 1355 al 1374), fu dimora del conte di Aidone, Enrico il Rosso.

Dopo essere stato di proprietà di Rinaldo Perollo, nel 1408 il castello fu acquistato da Sancho Ruiz de Lihorj per poi passare nelle mani del re Alfonso D’Aragona.

Nel 1514 il territorio di Motta fu acquistato da Aloisio Sanchez. Successivamente, nel 1526, Antonio Moncada, conte di Adernò, per 1210 once acquistò la terra di Motta ed il castello che rimasero di proprietà dei suoi discendenti fino al 1900, anno in cui venne acquistato dal comune di Motta.

  


 

Quel che rimane del Castello di Militello si trova compreso tra via del Castello, ad ovest ed a nord, e via Pernice, a sud. Probabilmente eretta nei primi decenni del XIV secolo da Abbone de Barresio sul modello dei castelli svevi, la fortezza aveva pianta quadrata (circa 33 metri per lato) e possedeva un cortile interno; da ognuno dei quattro angoli esterni sporgeva una torre cilindrica, mentre un torrione quadrangolare, adibito ad abitazione, s'innalzava al centro di uno dei suoi lati, Al riguardo le fonti riferiscono, forse erroneamente, che era dalla parte di ponente. Nei primi anni del XVII sec. il castello fu ampliato verso sud, con la creazione di un secondo ampio cortile interno rettangolare, abbellito da un ninfeo. Possiamo osservare diverse fasi costruttive, delle quali restano alcune parti del fortilizio.

Fase dei secc. XIV-XV. Del lato occidentale si conserva:

- la metà occidentale della torre angolare di sud-ovest (D), visibile da via porta della Terra. La costruzione (diam. m 5,20 alia base), non intonacata, e di blocchetti di lava (pochi quelli di calcare bianco), cementati con malta contenente cocci e ciottoli; nove strati di malta e grossi frammenti di tegole, equidistant! m 0,80 l'uno dall'altro, dividevano la superficie in fasce. La torre era dotata di una scarpa (alt. m 1,45), appena accennata, evidenziata alia sommita mediante una cornice liscia, non aggettante, di blocchetti bianchi. Un'ampia finestra rettangolare nel terzo superiore e la parte ad essa sovrastante non appartengono alla fase originaria.

Del lato settentrionale restano:

- buona parte (un terzo, in larghezza ed in altezza) della torre angolare di nord-est, squarciata alia base da una apertura (A);

- meta (a partire dalla suddetta torre) del muro esterno, il quale, in corri-spondenza del centre, si eleva in un alto e stretto rudere di muraglione (alt. complessiva m 20 ca.), evidentemente parte di un torrione non aggettante (B). Lungo il muro (in cui si intravede un finestrone ad arco a tutto sesto), sporgevano, a m 15 ca. dal suolo e regolarmente intervallati, dei mensoloni, certamente non facenti parte dell'edificio originario; ne sono visibili cinque, di cui tre alla base del muraglione del presunto torrione centrale. Su quest'ultimo ci si deve basare sulla descrizione di Baccelli "... e nella parte di Ponente [?] si vedea una gran torre, dove era l'abitazione; di dentro nella torre vi era al primo ordine una cisterna, come oggi si vede, e poi si veniva al secondo ordine per una scala a lumaca tra il muro, il quale era di grossezza piu di sedici palmi, e tal grossezza si scorge, e considera dal fraccamento del muro di detta torre verso Levante.

Per la scala a lumaca si veniva in una sala, e appartamenti di camere, e cosi nel terzo e quarto ordine vi erano stanze , dove si abitava, e per ultimo con la stessa scala a lumaca si veniva ad uno scoverto, per quanto era tutta la torre, poiche tutte le stanze erano a volta indammusate. Questa torre cascò tutta, restando solo il muro della faccia di levante, che dava tra il baglio, dentro della quale era detta scala a lumaca; cascò, dico, per causa del gran terremoto dell'anno 1542",

 Fase del sec. XVII:

- dentro l'area in cui doveva essere il primo cortile (non più esistente), probabilmente in corrispondenza dell'angolo nord-orientale, pesante costruzione a parete inclinata (C), che puo essere interpretata o come scarpa di torrione o come contrafforte a sostegno di muri pericolanti.

- Immediatamente a sud della torre di sud-ovest, vi è l'ingresso principale la c. d. 'Porta della Terra' (E). E' fiancheggiato da due lesene a bugnato e coperto da volta a botte, il tutto in blocchi bianchi (largh. m 3,05 all'esterno e m 3,85 all'interno; lungh. m 14). Al di sopra della volta non vi sono costruzioni, ma si arguisce che la larghezza della fabbrica racchiudente il nuovo cortile doveva essere pari alla lunghezza della porta.

- Nella via Pernice in corrispondenza dell'angolo sud occidentale dell'ampliamento del 1607 vi è un contrafforte d'angolo che per la struttura richiama la costruzione di cui sopra. Detto contrafforte, con parete a piombo nel lato occidentale, in quello meridionale presenta un basamento rettangolare, (lungh. m 8,50; alt. m 1,80) su cui s'imposta la parete inclinata, alta m 8 ca., al termine della quale vi è una fila di mensoloni, non si capisce se originari. I cantonali sono di pietra bianca, mentre il resto è in pietrame cementato con malta grigiastra. La fronte è divisa in fasce da tre cornici bianche, piatte, non sporgenti e regolarmente intervallate a partire dal basamento. Una finestra con arco a tutto sesto, anch'essa incorniciata in bianco, si apre nella fascia superiore.

- Il ninfeo di Zizza (F) al centro del lato orientale del cortile recente celebra il mito di Zizza e Lembasi, pastorelli trasformati una in fonte, I'altra in torrente, trattato da Pietro Carrera nelle sue Chorographia Militelliana (1600) e Zizza (1623) (cfr. Branciforti 1995, pp. 106 e 118). Detta fontana, d'intonazione rinascimentale, ma già con accenni barocchi, è costituita da un fondale in muratura (lungh. m 8,25; alt. m 5), delimitato da due lesene, colorato in rosso e bordato da una bianca cornice piatta, decorata con duplice meandro ad onda inciso. La parete s'innalza a gradoni (due), sormontati da pinnacoli, e culmina con due volute, affrontate a guisa di piccolo timpano ed affiancate da due mazzi di foglie fuoriuscenti da un vaso, il tutto in pietra. Al centro del fondale spicca l'edicola formata da un bassorilievo marmoreo (m 0,80 x 0,80), tra due colonne ioniche sostenenti un architrave con fregio e sorrette a loro volta da una mensola rivestita di foglie.

II bassorilievo, il cui originale è conservato dal 1995 presso il locale museo San Nicolò, rappresenta, entro una nicchia sormontata da architrave dentellato, Zizza, a mezzo busto, acconciata alia greca, che colla destra accenna al cartiglio in alto dove e scritto NON SINE TEMPERANCIA, mentre quello di sotto è d'incerta lettura (QUI SITIS PARCE MENTIRI [ ?]). Caratterizzano la naiade due docce, al posto dei capezzoli, che versano in un catino baccellato 1'acqua, che viene da qui convogliata in una doccia posta nella mensola di sostegno del catino stesso. Ai lati sono due nicchie con volta a conchiglia ospitanti ognuna una protome leonina, dalle cui fauci sgorga 1'acqua, raccolta da due piccole sottostanti vasche semi-circolari in pietra lavica. L'acqua dell'edicola finiva invece in una grande vasca ottagonale ben lavorata (largh. max. m 3,10; alt. m 1,20) di pietra bianca.

Scheda Compilata da: Dott. Andrea Orlando Scheda Compilata da: Dott. Andrea Orlando

http://www.icastelli.it/castle-1234811546-castello_di_militello_in_val_di_catania-it.php

un rigranziamento  al Dr. Sebastiano Schiavo

 



 

 

Per arrivare: da Catania prendere l'autostrada A18 CT-ME e si esce allo svincolo per Fiumefreddo. Si prende la SS 120 per Randazzo e si arriva a destinazione   TEL. 095/79991214 - ORARIO: 9-13 E 16-19. FESTIVITA' NAZIONALI CHIUSO.

 

Il Castello Carcere sorge sul ciglione lavico di ponente della città e domina tutta la Valle del Torrente Annunziata, emissario del lago Gurrida. Esso faceva parte delle fortificazioni che difendevano la città. Ingranditasi la cittadina intorno al Mille, fu circondata in tempi normanni da poderose mura di cinta, rafforzate da otto torrioni. Una di queste torri, la più poderosa, era il cosiddetto "Maschio", circondato da rafforzamenti particolari, da difese supplementari e da una cinta muraria più scura. Le notizie più remote, ci dicono che il Castello fu sede dell’Imperatore Federico II di Svevia, quando fuggendo con la madre Costanza la pestilenza di Palermo, vi si rifugiò. Con re Pietro I di Aragona, passate le furie del "Vespro" il Castello subì i primi rimaneggiamenti. Del periodo Aragonese non abbiamo altre notizie. Sappiamo che esso fu manomesso profondamente e che sotto Filippo II fu trasformato in pubbliche carceri per i delinquenti di tutta la Valdemone. E così il glorioso Castello, entrò nel ruolo di povero edificio comunale affidato a vari e spesso indegni padroni. Fu una prigione terribile; qui si infliggevano supplizi atroci e si esercitavano sopraffazioni sui malcapitati prigionieri come: violenze, torture, arbitri, stupri, estorsioni pecuniarie e privazioni di ogni genere, soprattutto di cibo. Un pubblico Consiglio del 1587 delibera le dovute riparazioni e la costruzione della camera delle donne. Un avvenimento politico mise a repentaglio un grande privilegio di cui da lungo tempo godeva la città. Crescendo sempre più i bisogni dello Stato, Re Filippo IV rivolge una lettera a Randazzo nella quale, raccontando le varie peripezie della guerra e le spese enormi fatte ed ancora necessarie per le operazioni in corso, si raccomanda alla loro generosità, dalla quale spera un buon gusto di spontaneo contributo. Il foglio reale portato in città suscitò il subbuglio fra i Giurati e la popolazione, e radunato il Consiglio si deliberò di offrire urgentemente un largo donativo da ricavarsi dalla vendita del Castello e del feudo Torrazze. E così il Castello fu messo in vendita e passò in mano di privati. Don Carlo Romeo l’undici Gennaio del 1640 ottenne l’atto di cessione ed in seguito il titolo di Barone del Castello di Randazzo. Finita la dinastia dei Romeo, il castello passò ad altri privati. Oggi restaurato è sede del museo archeologico Vagliasindi e lo si può ammirare in tutto il suo splendore.



 

Il Castello Romeo di Montaguardia, piccola frazione di Randazzo, rappresenta un concentrato unico di storia e di cultura. Appartenuto al Marchese Romeo delle Torrazze, in passato ha avuto ospiti illustri: i Reali d'Italia Vittorio Emanuele III e la Regina Elena nel 1911, il Principe ereditario Umberto II futuro Re d'Italia nel 1922, le Principesse Mafalda  e Giovanna di Savoia, molto legati ai Marchesi Romeo delle Torrazze e al Castello stesso. E' un maniero settecentesco di grande fascino e suggestione: collocato a "vedetta" del territorio dell'Alcantara, guarda il fiume omonimo da una terrazza naturale, avendo alle spalle il massiccio del vulcano Etna. Beneficia di una posizione incantevole: il suo territorio, infatti, al pari di quello di Randazzo, è custodito da ben tre aree protette, ossia il Parco dell'Etna, quello dei Nebrodi ed il Parco Fluviale dell'Alcantara.

Recentemente un gruppo imprenditoriale del veneto ha rilevato la struttura iniziando alcuni lavori di miglioria che ne hanno cambiato positivamente il volto e, da qui ad un anno, Castello Romeo si presenterà al grande pubblico interamente rinnovato ed arricchito di servizi-benessere ed alla persona, molto importanti.

Un cambiamento, comunque, all’insegna della continuità: a curare la ristorazione, infatti, la famiglia Scrivano, che da anni ha legato il proprio nome e il marchio aziendale al Castello Romeo.

 



 

 

Chi visita il paese di Fiumefreddo di Sicilia non può certamente lasciarsi sfuggire l'opportunità di visitare il Castello degli Schiavi, uno dei gioielli in assoluto del barocco rurale siciliano del '700.

Ogni castello che si rispetti possiede almeno una leggenda ed anche il Castello degli Schiavi non viene meno a questa buona tradizione. Si narra che, un due secoli addietro, un valente medico palermitano, certo Gaetano Palmieri, abbia salvato da gravissima malattia il figlio del Principe di Palagonia, il Gravina-Crujllas, e che questi, riconoscente, gli abbia donato un appezzamento del suo feudo, quello vicino al fiume Fiumefreddo. Il Palmieri volle costruirvi una villa munita, per abitarla per lunghi periodi dell'anno, anche perchè quel luogo era gradito alla sua avvenente moglie, Rosalia, che amoreggiava con un certo Nello Corvaja di Taormina. Un dì, alla marina, sbarcarono alcuni pirati ottomani, i quali si diedero al saccheggio e, raggiunto il Castello, rapirono i due propietari. Mentre musulmani e cristiani stavano per arrivare alla spiaggia, ecco che, armati, si fecero loro incontro dei giovani, alla cui testa era il Corvaja (che dall'alto di Taormina aveva visto approdare le tristi galere) : i pirati furono uccisi o messi in fuga e i Palmieri liberati. Per ringraziare Iddio, fu eretta la chiesetta, accanto al Castello, dedicata alla Madonna della Sacra Lettera e fu costruita la loggia nella quale furono poste le due statue di musulmani, che guardano ansiosi verso il mare, come in attesa di essere liberati dai loro compagni. Per la presenza di queste due statue di mori (in siciliano, anche, "schiavi") la leggenda vuole che il Castello sia stato denominato "degli Schiavi".

Un cancello di ferro è l'ingresso, sopra un arco di pietra lavica chiuso da un mascherone dal viso arrabbiato, sormontato da una conchiglia consueta nel barocco catanese migliore di quel periodo. L'arco poggia su due false mensole che stanno come a sorreggere i due laterali lavici del portale.Tutto il portale alterna rettangoli spianati (con una linea chiusa incavata per tutto il perimetro, posta all'interno di questo di 2,5 cm.) con altrettanti aventi una piramide, atipica al vertice, in rialzo. I laterali poggiano su due false basi. La linea del murato laterale al portale  ricorda tanti ingressi di fattorie di quella splendida Andalusia del '600. Sul murato, ancora i cappi di pietra lavica, dove, un tempo, venivano legati le cavalcature.

Gli interni : Il piano inferiore fa tutt'uno con lo scantinato. Non sembra esserci traccia di palmento; d'altronde la vite non doveva essere (come non è) una caratterizzante pianta di quel fondo, piuttosto gli agrumi. Era ed è un frigido ripostiglio per tenere a buona conservazione cibi e vini. Vi si deve scendere con torcia infuocata quando il buio della notte diventa padrone degli occhi dell'uomo. Le otto stanze del piano superiore abbagliano il visitatore, perchè cariche di ogni oggetto che il tempo ha accumulato, da quadri di antichi signori allo stemma dei Gravina in toson d'oro di Spagna, ad oggetti disutili nel tempo della disutile frenesia. La bandiera nostalgica con lo stemma dei Savoia nel bianco, i libri di pregio, i mobili antichi (del secolo scorso), il pianoforte non troppo remoto. Le porte bianche al sapore di nobile del '700, la pavimentazione disgraziatamente rifatta un trentennio addietro.

Mentre i prospetti settentrionale ed occidentale non meritano attenzione critica, quello meridionale completa l'armonia del già descritto orientale; d'altronde, l'osservatore, entrando per il cancello dalla strada, ha sotto gli occhi proprio questi due ultimi, mentre gli altri rimangono sempre esclusi, perchè danno sulla campagna di non dura fatica ma di alberi fitti che coprono la visuale del palazzo. Il prospetto meridionale, oltre a tre finestre (una nel piano di sotto e due in quello di sopra, queste ai lati della porta d'ingresso), del tutto simili a quelle dell'orientale, è interessante perchè presenta la scala esterna che dà alle stanze signorili del piano superiore. La scala sale, all'inizio, allineata al prospetto, per poi voltarsi in direzione della porta (in doppio movimento, il cui secondo è in allineamento col prospetto ma in direzione opposta rispetto all'allineamento di partenza), davanti alla quale si slarga in un armonioso ed invitante terrazino. La scala, stretta e con passamano in pietra lavica, ha al suo iniziare un archetto ed è preceduta da un'aiuola addossata al Castello (aiuola che prosegue anche davanti al prospetto di parata) ed è inseguita da rampicanti che donano un verde necessario ai chiaroscuri dell'insieme.

Il Castello degli Schiavi è stato in passato ma lo è tutt'oggi, il luogo in cui sono state girate scene di alcuni film : fù scoperto già nel 1968 da Pier Paolo Pasolini, che vi girò alcune parti de "L'orgia". Poi il grande balzo nella fama di tutti. Vi furono girate centrali scene de "Il Padrino" sia della parte I (1971) che della parte II (1974) e non solo.

I proprietari del Castello custodiscono infatti foto di Francis Ford Coppola che, stressato, scende di svelto la scala esterna di mezzodì; foto di Al Pacino affacciato, come signore impreziosito d'aria, dal balcone del prospetto di parata. E poi, come non citare la più ricordata scena de "Il Padrino" girata al Castello: l'auto che esplode per dinamite.

 


 

La Masseria Silvestri viene costruita per volere di Antonino Silvestri (acquirente del 40% del feudo Granieri nel 1869). L'anno di costruzione si aggira intorno al 1885. Lo scopo è quello di dar vita ad un imponente opera di trasformazione agraria per la quale è richiesta una gran quantità di personale. La masseria diviene quindi la sede e la base di un primo nucleo insediativo legato strettamente all'attività agricola di trasformazione.

La masseria costituisce dunque l'embrione di quello che sarà, alcuni decenni dopo, il borgo agricolo e rurale di Granieri.

La masseria ha impianto rettangolare con dimensioni di m 70 x 100 circa. I quattro angoli sono turriti, e tra questi corre un muro di cinta alto circa 4 mt privo di aperture verso la campagna. Le torri sono costruite con pietre irregolari di piccolo taglio, ma con cantonali ed aperture a bugne lavorate e sagomate. Sono a pianta quadrata, con il piano inferiore leggermente scarpato, con segnapiano formato da una coppia di listelli piatti e poco aggettanti che collegano i cantonali. Nei due lati corti si aprono gli archi di accesso al vasto cortile interno, sul quale si affacciano i diversi locali adibiti ad alloggi e magazzini. Dal cortile si accede al palazzo padronale, posto sul lato nord. Il palazzo è a pianta rettangolare a due elevazioni, addossato al muro di cinta sul lato nord. I locali al pianterreno erano adibiti ad uffici e locali di servizio dell'azienda agricola. Il piano superiore era destinato ad abitazione della famiglia Silvestri.

Nella masseria furono istituiti alcuni dei primi servizi pubblici a servizio sia della popolazione che vi abitava sia di quella che abitava nelle contrade circostanti.

Furono istituiti: scuola elementare, stazione dei carabinieri, rivendita di generi alimentari, cappella per le funzioni religiose.

Oggi la masseria versa in parte in uno stato di abbandono, presentando gli acciacchi del tempo. Coperture diroccate e mancanti in alcune parti, lesioni diffuse nelle murature, infissi rovinati, speriamo non siano il preludio a danni ancora più gravi se non si provvede ad interventi di restauro organici che interessino l'intera struttura nella sua globalità.

Le origini del feudo Granieri non sono certe, ma documenti ne danno l'esistenza a metà del XIV secolo, quando è in possesso di Nicolò Lancia (o Lanza), Maestro Razionale del Regno di Sicilia.

Il territorio del feudo si suppone sia stato smembrato dalla vasta Baronia di Fatanesimo (o Santo Pietro) nel periodo in cui la Sicilia era sotto gli aragonesi.

Nicolò Lancia vendette il feudo a Corrado Piza, milite della terra di Licodia, e da questi passa al figlio Riccardo Piza.

Questi lo vende al conterraneo Ruggero Scolaro, anch'egli milite di Licodia.

Lo Scolaro a sua volta, nel 1365, dona il feudo al Monastero Benedettino di S. Nicola l'Arena e di S. Maria di Licodia.

I Benedettini del Monastero di S. Nicolò l'Arena di Catania e di S. Maria di Licodia, entrarono in possesso del feudo nel 1365 grazie alla donazione fatta dallo Scolaro con "il patto della redenzione".

Fino al 1417 fu in possesso del Monastero che lo vendettero, per capitalizzare, al nobile Francesco Paternò (Duca di Carcaci) per la somma di 150 onze d'oro.

Successivamente i monaci vollero restituito il feudo e, dopo controversie, ne ottennero nuovamente il possesso che si manterrà fino alla confisca del 1865 in attuazione alle leggi eversive sui Beni degli Enti Ecclesistici.

Durante il possesso benedettino il feudo è concesso in gabella per uso di pascolo e semina per periodi che vanno dai tre ai cinque anni. I gabelloti provengono da Vizzini e Licodia. Nell'ottocento sono anche di Grammichele, Mirabella, Piazza. Esclusi erano gli abitanti di Caltagirone, città con la quale il Monastero fu varie volte in lite per l'esercizio di diritti civici avanzati dai calatini.

Tale fatto escludeva la nomina dei cittadini calatini alle cariche pubbliche del feudo: giudice, notaio, guardie.

I monaci difesero presso le autorità regie il possesso del feudo e dei suoi beni, soprattutto il bosco che ricopriva gran parte della superficie e che garantiva proventi al monastero.

Nel 1865 il feudo è incamerato dal Regio Demanio in attuazione della legge 10 agosto 1862 più nota come "Legge Corleo", in attesa che venga messo in vendita.

Il feudo fu suddiviso in dodici quote, coincidenti con le diverse contrade che lo costituivano, e cioè: Cirrìo, Olivella, Cugnolungo, Conventazzo, Poggio delle Forche, Inchiuso, Vaito, Pietra Scritta, Insolio, Valle Bruca, Camarella, Mascalucia.

Le suddette quote furono acquisite all'asta da sei partecipanti, che divennero i nuovi proprietari del feudo dal mese di giugno del 1869.



 

 

Definizione - Baglio/Masseria fortificata.

L'intero complesso sorge sulla sommità di un poggio, in posizione prominente rispetto alla campagna circostante. Si tratta di un tipo di masseria fortificata, meglio conosciuta con il nome di "baglio". Possiede una cinta muraria dalla pianta irregolare, inframezzata di tanto in tanto da alcune garitte lievemente aggettanti. All'interno del circuito murario si distinguono due corpi di fabbrica: il primo, orientato est/ovest, rappresentava probabilmente la zona residenziale; il secondo, orientato nord/sud, ospitava tutte le attività legate alla coltivazione del vasto territorio sottomesso al controllo della grande masseria. Non è da escludere che la parte settentrionale di quest'ultimo corpo di fabbrica un tempo fosse l'abitazione del custode del "baglio" (meglio conosciuto con il nome di "massaro"). Infine alla confluenza delle due strutture si erge, imponente, una torre dalla pianta poligonale irregolare. Quest'ultima struttura parrebbe presentare una stratificazione edilizia risalente ad epoca più antica, probabilmente medioevale.

 


 

LE TORRETTE DI GUARDIA
 

La garitta di Santa Tecla (foto F. Pappalardo)

La Garitta di Santa Maria La Scala

 

La garitta di S. Tecla

Il piccolo edificio fortificato sorge su di un suggestivo sperone di roccia  lavica a ridosso del piccolo porto di S. Tecla. La garitta presenta una pianta quadrangolare e una consistente muratura in malta e pietra lavica. La copertura della costruzione è a quattro spioventi. Ad ogni punto cardinale corrispondono aperture rettangolari, utilizzate probabilmente come feritoie per mosche

La garitta di S. Maria la Scala

Il piccolo abitato di S. Maria la Scala, fra i più suggestivi di Sicilia, perché preserva quasi intatto il suo stato di piccolo scalo portuale al servizio di Acireale già dal XVIII secolo, presenta, similmente a S. Tecla, una garitta edificata su uno sperone di roccia lavica a strapiombo sul mare. Essa presenta una pianta circolare ed è edificata interamente in pietra lavica. Leggermente più piccola rispetto alla sorella presso S. Tecla, la garitta sembra quasi apparire come un'appendice naturale dello scoglio medesimo sul quale è stata costruita.

 

 

 

 


 

Piazza Europa

Viale Artale Alagona

Ad Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion, che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della chiesa.

Il popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.

La torretta – o guardiola, come viene anche chiamata – è posizionata in uno spazio nella via Artale Alagona, 3 Km fuori Catania, in direzione Nord. La torretta non poteva valere che come punto di osservazione avanzato rispetto alla più interna torre di Ognina. Aveva una funzione con le due garitte in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra sulle lave di Piazza Europa. Le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai state perché furono costruite per difendersi proprio da loro. Quando i galeoni musulmani venivano avvistati, le sentinelle delle garitte, attraverso una torcia accesa, davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i quali lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.

Il suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del Duomo di Catania. Da tutti i quartieri della città quindi, e anche dalle campagne, era un accorrere di gente per apprestare la più tenace difesa.