Ruggero Albanese, il presidente sul piroscafo - Il nipote: «Mio nonno portò il calcio a Catania»

Marco Di Mauro 9 Gennaio 2016

Una famiglia unita dalla tradizione di andare sempre allo stadio. Fino a quest'anno, fino allo scandalo combine. Il ricordo di un pioniere dello sport che sarà tra i volti dei murales allo stadio. Tra litigi a scuola con il direttore e viaggi in nave per comprare scarpini e magliette. Per arrivare alla scelta dei colori rossazzurri

Suo nonno fu tra coloro che scelsero i colori della maglia del Catania: «Il rosso della lava e l’azzurro del cielo». Era il 1926 e  Ruggero Albanese (nella foto, il primo a sinistra) fondava - insieme ad altri dirigenti, Alberto Pappalardo e Saverio Gravina - la società sportiva Catania, che unì tutte le le squadre della città. Adesso anche il suo volto sarà tra i 40, scelti dai tifosi rossazzurri, che compariranno sui murales dello stadio Angelo Massimino. «È un riconoscimento dovuto a chi ha portato, per primo, il calcio a Catania», commenta il nipote, architetto, che porta lo stesso nome. Da generazioni, gli eredi non sono mai mancati a nessuna partita interna dei rossazzurri. Fino allo scandalo combine: «Quest'anno per la prima volta non andiamo».

Atleta di tiro a segno, appassionato di calcio, giornalista. Tutto era stato, Ruggero Albanese, fuorché uno studente modello: «Fu espulso da tutte le scuole del regno - ricorda il nipote - per cattiva condotta». A svelarne il temperamento è un colorato aneddoto risalente a quando aveva dieci anni: «Era convinto, in quinta elementare, che il maestro l'interrogasse apposta per fargli fare cattiva figura con la sua fidanzatina. All'ennesima interrogazione finita a scena muta gli lanciò il panino che aveva come merenda». Il duro codice scolastico era povero di alternative e Albanese «fu sospeso per un intero mese». Scontata la punizione «il direttore lo accolse in classe dicendogli: "Te lo sei potuto permettere perché era il maestro. Voglio vedere se avresti avuto lo stesso coraggio con me". Mio nonno gli lanciò il calamaio, tingendo il direttore di inchiostro».

Terminati anzitempo gli studi, i genitori gli affidarono una gioielleria in via Vittorio Emanuele, rimasta in attività fino a circa venti anni fa. Intanto, ultimo figlio maschio dopo tre femmine, aveva preso a interessarsi al calcio. Nel 1919 era il presidente dell'Unione sportiva Catanese. Organizzò, per due anni, il campionato di calcio catanese. E il trofeo assegnato alla squadra vincitrice si chiamava proprio Coppa Ruggero Albanese. Nel 1929 contribuì a riunire tutte le squadre della città sotto un unico nome. E dentro una sola maglia: rossazzurra. Ma il gioco del pallone, in quegli anni, non era molto praticato, in Sicilia: «Col piroscafo mio nonno andava fino a Malta per acquistare, a sue spese, magliette, scarpini e pantaloncini», ricorda. Nell'ex colonia inglese era possibile trovare le attrezzature, anche se a costi non certo contenuti: «Svaligiò l'incasso di molti mesi della gioielleria e partì».

Alla sua scomparsa, nel 1951, fu proposto di intitolargli l'allora stadio Cibali «per il suo ruolo fondamentale nella diffusione dello sport in città nel primo dopoguerra», come ricorda il libro Tutto il Catania minuto per minuto. L'impianto fu intitolato, nel 2002, ad un altro presidente: Angelo Massimino. Gli eredi della famiglia Albanese hanno continuato a seguire la squadra «sempre, come se ci appartenesse - ricorda l'architetto Albanese - Con qualunque tempo, in qualunque serie, almeno uno, tra gli eredi, era fra gli spalti a tifare. Anche nelle disgrazie, anche nelle giornate di lutto». In senso letterale: quando morì una loro zia, ci furono i funerali un'ora prima che giocasse il Catania. «Io e mio fratello stazionavamo fuori dalla chiesa. Si avvicina mio zio (il marito della defunta, ndr), e ci dice: "Che fate qua? Il funerale è finito. Andate allo stadio"».

Una tradizione interrotta quest'anno, al termine della stagione che ha visto il Catania coinvolto nell'inchiesta I treni del gol. «È stato il punto più basso mai raggiunto dalla nostra squadra», commenta il nipote dell'ex presidente. Nessun rappresentante della famiglia Albanese compra più il biglietto per lo stadio: «Non possiamo condividere la nostra passione con un proprietario che ha insultato, ridicolizzato e ridotto la nostra squadra a un livello di immoralità pari a una Juventus qualsiasi». Ma la passione per i colori rossazzurri, che suo nonno ha contribuito a scegliere, non si è spenta: «Torneremo, come sempre, come impazientemente speriamo, un attimo dopo che l'attuale proprietario sarà uscito di scena».

http://catania.meridionews.it/articolo/39550/ruggero-albanese-il-presidente-sul-piroscafo-il-nipote-mio-nonno-porto-il-calcio-a-catania/

 

 

 

La storia del calcio Catanese comincia nel 1908, anno per altri versi infausto e triste in quanto il terremoto aveva spazzato via le città di Messina e Reggio Calabria.E’ il 19 giugno quando il Corriere di Catania annuncia la nascita, in riva allo stretto, di una società sportiva pro educazione fisica per le province di Catania e Messina, che grazie alla generosità dell’Amministrazione Comunale catanese dell’epoca, avrà uno stadio in Piazza d’Armi o Piazza Esposizione, (l’attuale Piazza Verga).La Società è la "Pro Patria", guidata dal presidente comm. Francesco Sturso D’Aldobrando, che promuove molte attività e molti sport: oltre il calcio anche la ginnastica, la scherma, l’alpinismo, l’aeronautica, l’automobilismo, ecc.

La prima partita ufficiale della squadra di football "Pro Patria" si svolge a Catania il 30 giugno 1909, in onore dei congressisti della Lega Nazionale e dei componenti della flotta del Mediterraneo, contro la squadra della Corazzata "Regina Margherita" che si trovava a passare dal porto di Catania. L’incontro terminò con il risultato di parità ,una rete per parte. La formazione schierata era la seguente:Vassallo: Gismondo Bianchi; Messina Slaiter Caccamo; Gregorio Binning Cocuzza Ventimiglia Pappalardo (Spedini), nomi che a quei tempi rappresentarono il pionierismo del calcio catanese. Da quella partita in poi, ogni qual volta una nave arrivava a Catania i ragazzi della Società si precipitavano a organizzare un incontro. Al seguito della squadra c’era anche un fotografo animato da una tenacia incredibile, tale da fargli trascinare dalla città fino a Fontanarossa quella pesante macchina fotografica, con relativo cavalletto, per immortalare gli atleti nelle loro fasi di gioco. Tra i calciatori di questa prima fase di pionierismo ricordiamo il Generale Spedini, ala sinistra molto veloce, e il portiere Roberto Nicotra (entrambi saranno travolti dal ciclone della 1ª Guerra Mondiale e ricordati come eroi), il dott. Cocuzza, valido centravanti, e il dott. Pappalardo, che partecipò alla Coppa Lipton, una manifestazione che a quel tempo rivestiva una certa importanza. Il 23 luglio si svolse un altro incontro al giardino Bellini con i componenti di una nave inglese che si trovava alla fonda nel porto di Catania, il "Broyser". I catanesi in quell’occasione subirono una sonora sconfitta per sette a zero.A questo punto il calcio si comincia a modificare: iniziano i campionati, nasce e si affianca alla "Pro Patria", lo "Sport Club Trinacria", con l’intenzione di forgiare nuovi atleti. Fu cosi che la "Pro Patria" si trasformò in "Associazione Sportiva Catanese" e accolse parecchi giovani alla ricerca di un sano svago.L’Amministrazione Comunale nel mentre provvide a costruire in piazza Esposizione un campo di calcio con due tribune, con una capienza di cinquemila posti.Il calcio a Catania aveva superato la fase pionieristica e soprattutto la 1ª Guerra Mondiale, quindi cominciò ad avere una sua collocazione in campo nazionale.Nel 1929 si costituisce a Catania la Società "SS. Catania" per merito del Console Santi Quasimodo e del suo segretario Ercole Pappalardo.Nel 1931/32 il Catania viene ammesso alla 1ª Divisione (l’attuale C1). Anche a quel tempo c’era nella squadra un pizzico di esterofilia: gioca il turco Mustafà, un libico di sangue misto che giocava scalzo nelle partite d’allenamento e soprattutto deliziava il pubblico con giocate di prima qualità. La squadra alla fine del campionato fu sesta, ma quello che bruciava a quel tempo come oggi, fu la sconfitta con i cugini del Siracusa per due a zero.A questo punto dobbiamo fermarci per parlare di un personaggio che diede tantissimo al calcio catanese:Nicolò Nicolosi, nato a Lercara Freddi, affettuosamente chiamato col nomignolo di "Cocò". Il suo ruolo era quello di centravanti e chi lo ha visto giocare ha parlato di lui come di un grande atleta con il senso innato del goal: difatti nel periodo che va dal ‘32 al ‘38 impressionò per la sua costanza e la regolarità con cui segnava; ma soprattutto era un uomo generoso che riempiva lo spogliatoio con la sua umanità. Era arrivato a Catania proveniente dalla Lazio; nell’Atalanta si era messo in luce a suon di goal conquistando per questo una convocazione nella Nazionale Universitaria. Alla fine della sua carriera fu allenatore: le sue tappe furono Ragusa, Enna, Pisa, Salerno, Modica, Acireale, Gela e Palermo.Nell’anno 32/33 il Catania è quinto sempre in 1ª Divisione, alternando prestazioni ottime a partite senza nerbo atletico. Nel 1933/34 finalmente arriva la tanto sospirata promozione in serie B che tutti attendevano.

 

 Catania - Livorno - 1935-36

 

Mario Canarelli, il primo portiere semiserio nella storia del catania. Il primo (correva l'anno 1929-30) fu Calogero Di Maira, un pugile che era prestato al calcio ( in circa 11 gare risucì a subire più di 50 gol) e nonostante l'impegno non era proprio mestiere suo; tanti i tentativi di rimpiazzarlo: prima monterosso, un terzino che venen adattato al ruolo di portiere ma fallì miseramente. Poi arrivò stella portiere del derthona, che alla prima a nola stecca clamorosamente (finisce 4-0 per i campani) beccando 3 gol in 16 minuti. A quel punto viene acquistato Mario Canarelli, che, coadiuvato dai terzini Mustafà e Sandrolini, riesce non di certo a sfoderare miracoli, ma a limitare i danni (la squadra catanese con lui in porta addirittura arriva a qualificarsi alla finale della coppa arpinati, persa a siracusa

 coi locali, in unclima di bolgia collettiva - arbitro, tifosi e pubblico aretuseo..ne farà le spese anche l'anno dopo il portierino rossazzurro). L'anno successivo parte titolare ma alla 3a dopo la sconfitta col savoia viene sostituito da cavenago; questi dopo il brillante match vinto ai danni della reggina, incassa 2 sconfitte, ed è di nuovo il turno di Mario...il match col cosenza, finito 4-1 per i calabresi, complice l'arbitraggio casalingo di puglia, le intemperanze dei tifosi cosentini, e il gioco poco signorile della squadra calabra, contribuisce a dare la svolta definitiva sulla scelta di chi mettere tra i pali da mister Mally...dentro cavenago dunque sino alla fine; finisce così la breve carriera di Mario Canarelli a Catania

Sergio Nunzio capizzi

Alla presidenza della squadra arriva un esponente della nobiltà locale: il Duca Vespasiano Trigona di Misterbianco, coadiuvato da un importante Consiglio d’Amministrazione che subito opera diversi acquisti di calciatori, tra cui Amedeo Biavati, che sarà un grande giocatore della Nazionale Italiana di Pozzo, e l’allenatore ungherese Geza Kertsz.Si vede subito la stoffa della squadra che conduce un campionato strepitoso, tanto che a tre giornate dalla fine si troverà a lottare con il glorioso Genova per la promozione in Serie A. 

 Nello scontro diretto, alla fine del primo tempo il risultato arride ai rossoazzurri per due a zero, con reti del bomber Nicolosi. Ma negli spogliatoi avvenne qualcosa d’imprevisto: ai giocatori fu dato l’ordine di non spingere troppo per ottenere la vittoria. Dopo si seppe che la società aveva un deficit di parecchi milioni e se la squadra fosse andata in Serie A le casse sarebbero rimaste completamente vuote. Il Genova pareggio l’incontro in maniera incredibile e andò in Serie A. La formazione del Catania in quell’occasione era la seguente:Sernagiotto: Bedendo Ferraro: Migliavacca Degni Micossi: Biavati Bodini Pignatelli Casanova Nicolosi.Nel 1936/37 nonostante la società disponesse di una rosa molto valida, si  trovò penultima in compagnia di Messina, Vercelli e Venezia, che furono facilmente battute dal Catania nello spareggio per non retrocedere. Ma a Messina, nella partita di ritorno, la società schierò i ragazzi, che alla fine del 1° tempo vincevano per due a uno. Negli spogliatoi Nicolosi fu avvicinato da dirigenti catanesi e messinesi i quali fecero presente che le società erano d’accordo per vincere ciascuna tutte le partite in casa e perdere quelle in trasferta, in modo da costringere la Lega ad annullare lo spareggio e mantenere tutte le squadre in Serie B. Il Catania perse l’incontro e la Federazione con somma beffa per tutti, impose alle quattro Società la ripetizione degli incontri con il sistema degli scontri diretti. Il Catania aveva che già mandato i propri giocatori in vacanza, perse tutte e quattro le partite.Ci vollero due stagioni prima che la Società si riprendesse.Alla fine del campionato 38/39, i rossazzurri dopo essersi classificati settimi nel girone h della Serie C, vincevano il torneo e rientravano in serie B.Dal 1939 al al 1945, data la situazione precaria del Nord Italia a causa della 2ª Guerra Mondiale e il conseguente blocco dei campionati, la squadra disputa dei campionati in serie C.Dal libro dei ricordi leggiamo che nel gennaio del 1942 si disputò un derbies con il Palermo.

Il Catania vinse per 4 a 1 e schierava questa formazione: Costanzo; Stivanello Nebbia; Tesi Nelli De Luca;Colombo Mattoni Koennig Miglioli Schillani.La guerra con il suo carico di bombe aveva stravolto anche i ritmi della gente e la vita di tutti i giorni; quando si cominciò a intravedere la fine di essa la gente prese coraggio e anche in Sicilia si cominciarono a porre le prime basi per quello che sarà il prosieguo del calcio a Catania.Nel 46/47 nasce il glorioso Club "Calcio Catania".Nell’anno 1946-47 nasce il glorioso Club Calcio Catania, la cui sede sociale a quell’epoca era in Via Terranova.La squadra di quell’anno era abbastanza modesta e difatti non andò oltre il 6° posto in Serie C. L’anno successivo si giocò un campionato di C allargato, con 18 gironi di qualificazione (una vincente per ogni girone), per creare un campionato a basi più ristrette nella la stagione 48-49.

 

 

Il Catania vinse il suo raggruppamento, dopo un epico duello con la Reggina battuta al Cibali per due a zero nella terzultima partita. Il Catania cosi fu ammesso alla nuova serie C, divisa in quattro gironi.Arriva in città il tecnico Banas e la  squadra, che tra le sue fila annovera giocatori di un certo valore come il portiere Goffi, Messora, Ardesi, e Prevosti, vince di nuovo il suo girone, battendo ancora una volta la Reggina, con il sostegno di una miriade di tifosi al suo seguito.

 

 

Sono tanti i padri fondatori del Calcio Catania, rinato 70 anni fa in via Costarelli 8, a due passi da piazza Stesicoro. Nella stradina alle spalle del Palazzo del Toscano, dieci uomini si riuniscono martedì 24 settembre 1946, alle 9 di sera, per chiudere una laboriosa trattativa durata tre anni. L’obiettivo è ridare un’unica società di calcio, ben solida, alla città dell’Elefante. Firmando lo statuto societario, creano il Club Calcio Catania.

 

IL MEDIATORE. È a Gianni Naso che dobbiamo il ringraziamento maggiore. Ha 32 anni, è il presidente provinciale del Coni, ha fondato il Club Atletico Giglio Bianco, una polisportiva che raggiunge eccellenze nella pallacanestro, nella pallanuoto, nell’atletica e anche nello sci. Lo definiscono «animatore dello sport catanese». È vero, è lui a rivitalizzare l’ambiente sportivo etneo nel dopoguerra. Ma gli tocca fare da mediatore: non è facile mettere d’accordo chi fa calcio a Catania, chi ha smembrato i resti dell’AFC Catania in quattro squadrette. Soprattutto è difficile far riavvicinare i due presidenti che hanno guidato la Virtus e la Catanese, le due squadre che hanno chiuso in fondo alla classifica la Serie C 1945-‘46.

 

IL PRESIDENTE NUOTATORE. Da un lato c’è Angelo Vasta, tra i fondatori della SS Catania nel 1929 e braccio destro del commissario Vespasiano Trigona duca di Misterbianco, durante la conquista della prima Serie B nel 1933-’34. Commerciante di legname, fonda la Virtus e si intende di nuoto e pallanuoto, tanto da essere per 15 anni presidente della Fin (Federazione italiana nuoto) locale. È anche un uomo che scende difficilmente a compromessi: è lui che nel 1945 manda a monte il riavvicinamento con la Catanese, ma nel giugno 1946 accetta di incontrarsi con l’altro presidente per trovare un compromesso.

 

IL PRESIDENTE CICLISTA. Dall’altra parte c’è Santi Manganaro-Passanisi, presidente della Catanese-Elefante. Appassionato di ciclismo, anche lui 32enne, è un omone che si occupa di carta e cartone all’ingrosso. Lui è pragmatico: è uomo di fusioni, già anni prima accetta di entrare nell’AFC Catania con la sua Società Ciclistica Etna e nel dopoguerra propizia la fusione calcistica tra la sua Elefante, la Catanese e l’Etna. Ritiene che che i passi da fare per avere una nuova società siano riparare dello stadio, trovare i soldi per poter ripianare i debiti e tentare almeno l’iscrizione in Serie C. Con queste premesse accetta di sedersi al tavolo per discutere.

 

GLI SPORTIVI ENTUSIASTI. Gianni Naso, non va dimenticato, viene sensibilizzato a svolgere il ruolo di mediatore da due giovani sportivi, Giuseppe De Cicco e Vincenzo Mannino. Il primo è nell’ambiente del nuoto come lo è Vasta. Fa anche l’ufficiale di gara, ma è nel comitato provinciale della Federazione ciclismo. Anche al secondo piace la bici, ha collaborato con Manganaro nell’organizzazione di alcune gare ma di professione è sarto. Loro due sono presenti a tutte le riunioni, e dimostrano sempre grande entusiasmo davanti ai progressi che avvicinano l’accordo.

 

CHI CI CREDE DAVVERO. In tanti, durante quel 1946, sono nostalgici del sodalizio con le maglie a strisce rossazzurre e così ecco presenti alla riunione decisiva anche Giulio Sterlini (giornalista, che però anni dopo tradirà la società etnea), Sebastiano Porto (anche lui vicino alla pallanuoto), Andrea Romano (appena 26enne, rimarrà nel calcio per 36 anni come presidente provinciale della Figc), Antonino Maugeri e Giuseppe Avola. Loro credono profondamente nel nuovo progetto calcistico e appongono la loro firma allo statuto provvisorio, scegliendo Vasta come commissario straordinario, Manganaro come cassiere e Romano come segretario. Sarà poi Manganaro il primo presidente vero e proprio.

 

I GRANDI ASSENTI. A quella riunione mancano tre volti che di diritto vanno anche loro considerati tra i genitori del Calcio Catania matricola 11700. Ruggero Albanese è il padre dello sport etneo, sin dal primo decennio del Novecento s’interessa di ogni competizione sportiva e soprattutto del calcio: si racconta che usasse gli incassi della gioielleria di famiglia per comprare le attrezzature sportive a Malta. Sarebbe anche lui lì, seduto con gli altri dieci, se non litigasse con Naso, Vasta e Manganaro: il suo tentativo andato a vuoto di far ammettere la società alla Serie B viene visto come un’ingerenza presuntuosa nella trattativa. Ci sarà poi tempo di ricomporre la frattura. Altro assente è Giuseppe Lorenti, proprietario dell’omonimo “Gran Caffè” di via Etnea 141, sorto dalle ceneri dell’ex-birreria svizzera e punto di riferimento per tutti i cittadini catanesi, oltre che della dirigenza rossazzurra per anni. E non c’è nemmeno Vespasiano Trigona duca di Misterbianco, già commissario della SS Catania, che stacca un assegno da 100 mila lire a Naso, accetta la carica di presidente onorario, ma preferisce rimanere fuori dal calcio a cui ha dato tanto ricevendo molto poco.

http://www.mondocatania.com/wp/senza-categoria/70annicatania-i-fondatori-del-catania-dieci-firme-su-statuto-del-club-127923

 

 

 

Catania, una via per Geza Kertész. (Tutta) la vera storia del coach-eroe

Memoria 25 aprile 2015 di Francesco Lamiani

 

Finalmente una via cittadina sarà intitolata a Géza Kertész, l’allenatore ungherese del Catania che, tornato in patria, salvo degli ebrei dalla furia dei nazisti.

Dopo tanti appelli è stata disposta l’intitolazione ufficiale, e quindi la scelta della via o della piazza, che avverrà nella prossima riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Catania.

La storia del coach magiaro è poco nota anche per una serie di criticità legate al periodo storico post bellico specie per quei Paesi passati da una dittatura all’altra: nazista prima, comunista poi.

Del suo caso ci siamo appassionati dopo aver letto “Tutto il Catania Minuto per Minuto”, il libro che racconta anche la ‘genesi’ del club rossazzurro e in cui si dedica un capitolo alla vita e alla morte Kertesz.

Di lui si sa che è stato il primo allenatore a portare il Catania in serie B, nel 1933,  e che ha anche il merito di avere introdotto il ritiro pre-partita ed è stato fra i primi ad immaginare, già negli anni ’30, tattica e nuove geometrie di gioco.

Dopo tanti anni trascorsi in Italia, prima come giocatore poi come allenatore, Kertesz ritorna nella sua Ungheria occupata dai nazisti e guida la squadra dell’Ujpest.

Il campionato, nonostante la guerra, va avanti così come proseguono le persecuzioni nei confronti degli ebrei. L’allenatore non rimane a guardare e insieme ad un ex compagno di squadra e tecnico del Ferncvaros, Istvan Toth, aiuta tantissimi ebrei a scappare dalla furia delle SS.

L’epilogo però è tragico: i due vengono scoperti. Verranno fucilati alcuni giorni prima della liberazione di Budapest insieme ad altri compatrioti.

Successivamente, abbiamo scoperto altri particolari: soprattutto che se la storia di Geza e del suo amico e collega Istvan è rimasta pressoché sconosciuta è anche per il clima di terrore in cui era ripiombata l’Ungheria, finita oltre la Cortina di ferro.

Certamente la figura di Kertesz, ex ufficiale dell’Impero Austro-Ungarico, sportivo e poi martire dell’Ungheria, era ingombrante e il silenzio sarebbe servito a coprire tutto. Anche l’eroismo.

http://catania.blogsicilia.it/catania-una-via-per-geza-kertesztutta-la-vera-storia-del-coach-eroe/294508/

 

 

 Ma il grande rivale del Catania quell’anno è l’Avellino, staccato di un punto alla fine del campionato. Purtroppo il destino è in agguato e il punto che il Catania aveva sull’Avellino viene tolto dalla Lega per il tesseramento irregolare di un giocatore, per cui la Serie B dovrà essere decisa da uno spareggio all’Arena di Milano con l’Avellino.L’attesa a Catania era enorme tanto che furono piazzati in ogni angolo della città altoparlanti collegati con lo stadio milanese. Si disputò l’incontro e alla fine l’Avellino vinse per uno a zero con una rete di Fabbri .

Il presidente catanese dell’epoca, Fazio se ne usci con questo proclama: "Abbiamo perduto sul campo,ma vinceremo a tavolino, Viva S.Agata". In effetti la Patrona della città fece il miracolo.L’Avellino fu retrocesso e venne promosso il Catania. Era successa una storia di corruzione: un certo Staffieri giocatore avellinese in disaccordo con la società, aveva denunciato i dirigenti campani di una serie di illeciti commessi. Il problema era reperire le prove e a questo ci pensò il Catania.

Staffieri fu invitato a Catania e condotto nella birreria Lorenti. Nicolosi e Lorenti raccolsero la deposizione di Staffieri, mentre dietro una tenda ascoltavano la deposizione, il Maresciallo Maccarrone dei Carabinieri e il Commissario di P.S. Musumeci. Fu quella la prima volta in cui la Lega tenne conto di una inchiesta giudiziaria, non effettuata da funzionari della stessa Lega Calcio. L’Avellino fu retrocesso all’ultimo posto e il Catania promosso in Serie B.Il rientro in B fu modesto, la squadra non era stata adeguatamente rinforzata ma si salvò. Fu chiamato un commissario che doveva dare una certa impronta alla Società. Il suo nome era Arturo Michisanti, personaggio con una buona rendita finanziaria e parecchie idee bellicose, grazie alle quali nel 1951/1952 il Catania si piazzò al 4° posto e l’anno successivo 1952/1953 puntò decisamente alla Serie A con una squadra che divenne molto popolare, allenata da Giulio Cappelli, che allineava tra le sue fila Soldan, Bearzot, Bravetti Brondi, Randon, Fusco, Santamaria e Avanzolini. La squadra si piazzò terza, ma disputò lo spareggio per la promozione in Serie A con il Legnano.

LA PRIMA VOLTA IN SERIE A CINQUANT’ANNI FA

Pressappoco in questo stesso periodo, la squadra rossazzurra ebbe a conquistare la sua prima promozione nella massima serie.

Fu un avvenimento che coinvolse tutta la citta gia proiettata in quel ventennio d'oro

italico passato alla storia come boom economico.

La formazione-tipo di quella squadra (vado a memoria) era: Seveso- Baccarini-Bravetti; Bearzot-Santarnaria-Fusco; Cattaneo-Manenti-MicheIoni (Ghiandi)-Marin-Bassetti. Presidente Giuseppe Rizzo, allenatore Piero Andreoli.

In questo "pezzo", nato "per ordine" di Daniele Lo Porto, mi limito a ricordare alcune ore particolari che io passai, cinquanta anni fa, alla stazione Termini di Roma. Il Catania ha appena pareggiato 0-0 a Como conquistando così il punto necessario che vale la promozione in sede A. Ad attendere i giocatori che in treno ritornano in sede ci sono alcuni tifosi, qua e là, con bandiere e striscioni...

Da Vercelli, dove ero stato una ventina di giorni ospite di mia sorella e di mio cognato, raggiunsi Genova col "bus diretto" e salii sul treno per Roma dove avrei dovuto attendere la coincidenza per Catania. Giunsi alla stazione Termini alle sei di mattina e notai subito un centinaio di uomini bivaccati chi a terra chi sulle panche, tutti aventi accanto bandiere avvolte attorno alle aste. Pensai: un gruppo folkloristico di sbandieratori. Un signore, con una sciarpa colorata al collo, mi chiese "del fuoco" per una cicca che teneva in bocca; mi guardò attentamente e fece: "Siciliano, vero?". "Si, di Catania" risposi. "Carusi - gridò - ancora unu dei nostri c'è". Quel centinaio di persone che prima  parevano pupi sfasciati, all'improvviso presero vita, spiegarono le loro bandiere in un'orgia sfrenata di rosso e di azzurro, e, saltando freneticamente, cominciarono a ritmare tutti in coro: "Ca-ta-nia, Ca-ta-nia. . . ".

Quindi, con la stessa celerità con la quale erano balzati in piedi, ripresero le loro posizioni di prima. Cosciente che era stato diretto alla mia umile persona tanto entusiasmo, chiesi lumi al mio gentile conterraneo. "Come perché? Fra un'ora agghicono i nostri jucatureddi ... Ma lei è scognito, non lo sapi ca semu in serie A?". Manco aveva finito di pronunciare "serie A' che di nuovo i pupi sfasciati si proiettarono in piedi sventolando bandiere, gagliardetti, sciarpe, fazzolettini da taschino, cambiando questa volta il concetto del coro: "Serie A, Serie A", indi, coerentemente, tornarono ad assopirsi ai loro posti. "Venga, caro giovane amico, nuatrì semu tutti marca liotro e figghi di sant'Aituzza; travagghiamu a Roma ma u nostru cori restau a Catania... e sta vittoria ppi nuatri è na cosa ca non si pò spiegare! E quannu arrivunu i jucaturi i vulemu abbrazzari a unu a unu ppi dirici ca na cuntintizza di stu generi mai l'avernu pruvatu, mai! Viva Catania, Viva Bellini".

Alla parola "Bellini" una nota operistica colpì le orecchie dei pupi in dormiveglia che, forse memori de "Suona la tromba intrepido", guizzarono in piedi come spinti da una molla e cominciarono a strombazzare in un concerto che avrebbe ucciso per asfissia il "Cigno".

Gli astanti guardavano sbigottiti ma anche divertiti questa irrefrenabíle massa umana saltellante e caotica, mentre due signore, sedute in disparte, commentavano fra loro spiacevoli sentenze: "Ecco, cara mia, adesso arriva la diligenza e gli indiani l'assaltano... !". La diligenza, cioè il treno Milano-Siracusa, arrivò alle sette e dieci. Il gruppo dei tifosi catanesi, nel frattempo, s'era infoltito. Dire che successe una baraonda infernale è poco, anzi è niente. I tifosi, sempre più esaltati, si catapultarono negli  scompartimenti ruggendo come leoni affamati per azzannare i poveri gladiatori pallonari; furono versati sulle loro teste fiumi di champagne e champagnette, e ad essi fu profetizzato che mai sarebbero morti, mai, etemi sarebbero rimasti, e che comunque se a qualcuno fosse capitata tale disgrazia, dritto in paradiso sarebbe andato, accanto alla patrunedda di Catania, a san Petru e Paulu e a ddu santu cristianu ca fu Dusmet".

 

 

Lorenzo Fazio, il presidente del Catania dal 1949 al 1951

 

Viagrande, casa Fazio: domenica 27 settembre 1959.
"Dai nonno, -gridano i piccoli Maria, Nino, Lorenzo e Francesco Nicolosi- parlaci ancora di quel pomeriggio in cui Sant'Agata fa il miracolo accompagnandoci sul filo di lana in B !"
È una persona di cuore e gronda serenità, nonno Lorenzo. Già presidente del Catania dal '49 al '51, ha una voce vibrante che assume toni fiabeschi ma nondimeno si riferisce a vicende realmente accadute poco più di un decennio prima e interamente colorate di rossazzurro.
Per esser precisi, a un campionato di pallone risoltosi in gloria in quel di Milano nelle ore vespertine del penultimo giorno del mese di giugno nell'anno del Signore 1949. Per farla breve, alla prima promozione nella storia del neonato Club Calcio Catania.
"Appena concluso da vincitori il torneo di C '47-'48, -racconta il dottor Lorenzo Fazio ai nipoti- ci vien detto che per una ristrutturazione generale si riparte dalla terza serie, seguitando a combatter su terreni da ciclocross. Tosto che rettangoli verdi, ci attendono randellate a volontà su spiazzi polverosi con radi spruzzi di ciuffi d'erba. Pur tuttavia, la nostra squadra dispone di un equipaggio animato da spirito guerriero e si respira ottimismo circa il conseguimento del successo supremo. I più forti sono l'acrobatico guardiapali Cesare Goffi, gli arcigni Oscar Messora e Nicola Fusco e il tris di funamboli Armando Perrone, Gianni Prevosti e Faustino Ardesi. C'è pure il campione del mondo del '38 Miguel Andreolo, un autentico furetto scatenato, e con lui il tiratore scelto Cocò Nicolosi. L'inizio non è brillante bensì balbettante; a Brindisi giochiamo 'alla campanara' e cadiamo come birilli. Ad Acireale ecco un raggio di sole: ci rialziamo con un sonante 3-0. La settimana successiva nel fortino di Piazza Spedini getta l'ancora l'Avellino. Entriamo in campo con la tremarella e vaghiamo come fantasmi: agli irpini basta una misera rete per trionfare e volteggiar in orbita. Insomma, neanche il tempo di gioire che è dramma. A gennaio c'è il derby con i giallorossi del Messina al Cibali; finisce zero a zero ma l'arbitro ne combina di tutti i colori e la situazione si fa nera. Sull'A.I.A. piove un diluvio di telegrammi 'per ottenere dovute soddisfazioni': si rischia il ritiro da ogni competizione. In grazia di Dio, la ragione prevale e sette giorni e sette notti dopo ricompare l'entusiasmo. Il drappello si ritrova, macina gioco e punti ma deve vedersela con un grappolo di contendenti. La più in palla è un quadrato Avellino, il cui gioco si basa sul biondo Morgia, ex-mezzala del Napoli. Alla conclusione totalizziamo quarantacinque punti, uno in più di loro. La B sembra fatta ma, per via di un tesseramento irregolare, il prezioso punticino ci vien tolto. Ergo, si va allo spareggio da giocarsi nell'Arena di Milano il pomeriggio del 29 giugno '49. È un evento: il cielo è stellato, ci son diecimila spettatori e la radiocronaca R.A.I. Dopo un tourbillon rossazzurro, al minuto ottantotto come uno schiocco di frusta Fabbri deposita la sfera di cuoio dentro la porta di Goffi. Incontenibile è il tripudio degli avversari ma trattasi di uno scippo; so di una loro sfilza di illeciti e non sto con le mani in mano. Al triplice fischio di Bellè si avvicina Nicolò Carosio e in barba al protocollo impugno il microfono. Con orgoglio e naturalezza grido al mondo intero: "Abbiamo perso sul campo, vinceremo a tavolino. Evviva Sant'Agata."


"Ancor oggi, -
mi conferma adesso la signora Maria Nicolosi- questo modo di dire riecheggia in casa e lo sento ripetere perfino dai miei nipotini Manila e Marcello. Il nonno è uno che difficilmente si dà per vinto, un catanese marca liotru che ama la gente e la sua città. È devoto alla Santa Patrona e abbellisce con vigore ed entusiasmo la candelora dei panificatori. Coglie subito il senso delle cose e con smisurata passione abbraccia tutto ciò che fa; ogni 5 febbraio, poi, perde la testa come un bambino. Giovanissimo, inizia a collaborare con il suocero che è proprietario del Casermaggio Fichera. È sempre a contatto con il prossimo e, intanto, diventa proprietario di una catena di panifici. Manifesta propensione per i contatti umani e rivela padronanza per ogni attività imprenditoriale. È un gentiluomo e il suo modo di fare è tipico delle persone semplici: non parla più del dovuto e mai si dà arie. Ogni santo giorno sta in mezzo ai dipendenti; lontano da acrobazie retoriche si esprime con il loro linguaggio. Ha una mentalità dinamica e grande equilibrio: incarna uno yuppie ante-guerra e post-guerra. È uno dei soci fondatori del quotidiano "La Sicilia" e la sua è una figura con una valenza quasi eroica. A casa è adorabile: un uomo protettivo e dolcissimo. Lo ricordo con infinita tenerezza."
"I più maliziosi -
si stringe nelle spalle l'ingegner Francesco Nicolosi - lo accusano di gettar fumo negli occhi e lo chiamano 'il re dei panificatori con velleità politiche' ma sono in errore. Dotato di prestigio e capacità organizzative, nonno Lorenzo ha passione per il calcio e un giorno di primavera del '49 entra nel mondo della pedata. Nella campagna acquisti mette a disposizione tempo e denaro: potenzia la qualità dell'organico e rende migliori le condizioni di vita dei calciatori. Porta in società una marcia in più, un'impronta di rinascita che avvicina i cittadini al gioco del pallone. In poco tempo trasforma il Catania nella squadra di una città che vuol dimenticare ansie e miserie del conflitto bellico. Laureato in Economia e Commercio ed eletto vicepresidente degli industriali catanesi, imbastisce relazioni con vari uomini d'affari oltre lo Stretto. Grazie a una fitta rete di contatti, sa ciò che giornalmente accade nell'Italia del pallone. In occasione del celebre spareggio di Milano invita un giocatore irpino pronto a testimoniare su alcune marachelle combinate dai compagni. Lo fa condurre in via Etnea, nel seminterrato del "Gran Caffè Lorenti" e le sue dichiarazioni sono raccolte dal Maresciallo dei Carabinieri Maccarrone e dal Commissario di Polizia Musumeci, nascosti dietro una tenda. Ne segue un'inchiesta e dopo un'interminabile catena di giudizi la Commissione d'appello federale sentenzia l'ultimo posto per l'Avellino e la promozione del Catania in B. Evviva Sant'Agata."

ricordi raccolti a casa Fazio da Alessandro Russo e depositati nella rivista i Vespri

 

 

"Selvaggi sono, selvaggi", intanto proclamavano le due signore ancora in disparte e impaurite, "selvaggi, selvaggi'. Mi avvicinai a loro e col mio abituale tatto chiesi quale fosse l'illustre città che le vide nascere. "Voghera, cittadina civile che non partorirà mai figli così selvaggi!". Le guardai amorevolmente e proferii educatamente: "Andate a fare in c... voi due e tutta Voghera!" ed entrai rozzamente nella mischia gridando a squarciagola "Viva Catania, forza Liotru ... !".

A mia imperituna ignominia, non continuai il viaggio di ritorno su quel treno bardato tutto in rossazzurro; una gonnella made in London mi fece cambiare tragitto.

 

 

 

 

 

 

 

Enzo Bearzot

 

La circolare 94 scivolava veloce sulla corsia preferenziale,un fiume di asfalto che ricopre un'antica cerchia dei navigli fiancheggiato dagli alti complessi residenziali del centro storico della città. Correva il bus arancione col suo carico di passeggeri che il primo tepore della primavera aveva sospinto fuori delle case, in marcia verso gli uffici, i centri commerciali e gli eleganti negozi del cuore della city milanese.

A una fermata una coppia di coniugi anziani era salita e facendosi largo tra la folla aveva trovato un posto. Lei un volto sereno, una chioma argentata s'era accomodata, lui, quasi a proteggerla, le era rimasto accanto in piedi, il viso che pareva scavato in un tronco di un secolare legno montano, lo sguardo che scrutava il percorso o immaginava orizzonti tempi e momenti già vissuti.

Qualcuno lo riconosceva e sorrideva; non doveva essere impresa difficile perché tante volte i giornali, la televisione avevano riproposto una delle immagini più note del CT azzurro incollato all'immancabile pipa mentre sull'aereo presidenziale affronta l'interminabile scopone col presidente della Repubblica Sandro Pertini che riporta a casa la nazionale di calcio reduce da Madrid, campione del inondo 1982.

Mi trovai così per caso e per la seconda volta accanto a Enzo Bearzot.

La prima accadde in una sera quasi estiva di tanti anni prima. Sulla terrazza del mio vicino di casa in cui un muretto rendeva facili le relazioni tra le due famiglie, un gruppo di amici si era riunito per cenare e prendere un pò di fresco facendo quattro chiacchiere sotto le stelle. Noi bambini, insieme a qualche amichetto che abitava nel palazzo eravamo stati invitati per fare compagnia alle tre figlie del padrone di casa, un giovanotto di Livorno che si chiamava Alfredo Piram, il capitano del Catania, il club calcio che militava in serie B al cui vertice stava Arturo Michisanti l'uorno che gestiva, attraverso la Sisam, i servizi di nettezza urbana della città. C'erano Klein, Bassetti, l'immancabile portiere Pattini, Brondi. Manenti e proprio lui, Enzo Bearzot il mediano friulano che, proveniente dall'Inter, giocava nelle file rossazzurre.

Da quell'incontro erano trascorsi più di cinquant'anni ma, trovandomi accanto al mediano della squadra che per la prima volta nel 1954 esordì in serie A mi colse la stessa emozione di quella sera in cui gli chiesi l'autografo.

Confesso che provai ad avvicinarlo in maniera un pò goffa; avrei potuto chiedergli degli azzurri di Spagna, di Tardelli o di Altobelli, avrei potuto strappargli un giudizio sul momento del calcio italiano, sulla proposta di legge per evitare la bancarotta delle società. Riuscii a mormorare soltanto: Tosso stringerle la mano? lo sono di Catania".

Si illuminò il suo volto e il suo cuore, che portava sulle spalle leggermente ricurve settantasette primavere, suppongo abbia avuto un leggero sussulto. Mi rispose con un sorriso: Io avevo la casa ad Acitrezza".

La circolare si era leggermente svuotata e correva veloce lungo il fiume della sua corsia preferenziale. Mi parve, a un certo punto, che cercasse l'azzurro mare dei Ciclopi quando Enzo, l'ex ragazzo di Mariano del Friuli, cominciò a coniugare i verbi della sua memoria.

lo mi ricordo. . .- disse - E giù col Catania di Michisanti prima e di Nuccio Rizzo, Seba D'Amico e Pippo Galli dopo, quello dei fratelli Mineo il segretario Giovanni e il medico sportivo Saro. Il Catania del mister Piero Andreoli, di capitan Fusco, di Seveso di Quoiani proprio quello che era stato promosso in serie A e che al rientro da Como dopo l'ultima partita fu accolto da una marea di tifosi alla stazione di Giarre e dal sindaco La Ferlita a Palazzo degli Elefanti.

E poi i giocatori che frequentavano il barbiere Giovanni in via lago di Nicito o il ristorante di Ibri Finocchiaro in via Euplio Rejna o utilizzando li filobus andavano agli allenamenti al Cibali. Parla e ricorda Enzo Bearzot e mi sembra di rivedere un documentario di Ugo Saitta con le immagini della città felice e piena di speranze che c'era: la via Etnea lucida d'acqua che profuma di lavanda a Villa Bellini che vibra degli ottoni della banda civica diretta dal maestro Pennacchio, il treno che sferraglia sulla scogliera di Guardia Ognina e di San Giovanni Li cuti e poi il nuovo palazzo di Giustizia che si inaugura e hotel Excelsior che emerge dalle lave di piazza Esposizione. Catania del "passiaturi" di piazza dei Martiri, della pasticceria svizzera di via Etnea con l'elegante Peppino Nicolosi gran maestro del caffè espresso, gli arancini di Giardini e la cordialità di un'altro Peppino, il commendator Lorenti nel gran caffè di piazza Giovanni Verga. Catania, quella del fortunato programma radiofonico "Tutta la città ne parla", quella che accoglie Emma Bonino miss Italia 1954 e il lido dei Ciclopi che seleziona le candidate del concorso Miss Sicilia 53 e "forse stasera canta Don Marino Barreto".

Lo vedo allontanarsi, attento e protettivo, dando il braccio alla moglie, lo seguo mentre scompare tra la folla che sciama e si disperde sul marciapiede e la sua figura ormai lontana mi pare che sulle spalle leggermente ricurve abbia posata ancora la maglia con i colori rosso-azzurri. Sembra dirigersi verso la tribuna B, verso l'abbraccio dei tifosi del Cibali al suo centro mediano, verso la sua stagione giovanile che alimentava i miei sogni di bambino sempre in bilico tra le trecce bionde di Iva Piram e le mani enormi di quella saracinesca umana che suppongo sia stato il riminese Giano Pattini.

(Lino Serrano – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004)

 

 

 

 

 

Mi raccontarono poi che, nelle stazioni di fermata, il treno della gloria etnea fu preso d'assalto e osannato, e che a Giarre e ad Acireale fu costretto per tre ore intere a fermarsi sotto la pressione di masse gigantesche di tifosi esaltati e felici. E che in piazza della stazione di Catania una marea di cittadini, tifosi e non, mai finì di lanciare enormi, roboanti, sterminate grida di giubilo tal che il cielo tremò e gli uccelli scapparono e in quel posto mai più ebbero a tornare. In tale baccanale di gioia solo una voce fu di dissenso: quella di mio padre. "Che vergogna, manco quando arrivò Garibaldi tutta questa gente... Viva il Re!".

(Aldo Motta – Giorn. Prov. di Catania, aprile 2004)

 

Capitan Corti, siamo tutti con te.

 

"Gentile dott. Russo, speravo se in qualche modo la città di Catania avesse ricordi di Mario Corti, mio padre. Non è un bel periodo perchè la sua salute non è il massimo ma ho capito che a papà mancano tanto i vecchi tempi. Ho anche inserito un filmato su youtube intitolato 'Calcio Catania-capitano Corti'. Vorrei far sapere dove lo ha portato la sua passione per il pallone e spero che oltre ad essere ricordato come capitano della Catania serie A, si sappia che ha giocato e allenato in Serie A australiana fino a 42 anni, poi si è messo a fare solo l'allenatore. Mio padre è stato uno dei pionieri a sviluppare il football a livello professionale in Australia, poi è diventato campione del mondo di squash per i dopo 50. Lui mi ha insegnato tanto specialmente nella psicologia sportiva che applico negli arti marziali. Scusi i miei errori, sono in Italia da qualche anno ma l'inglese é la mia lingua madre. 

Ciao e grazie, Paul Corti,"
Tre minuti dopo aver letto questa missiva sono già al lavoro. Dal mio piccolo archivio storico rossazzurro estraggo un volumetto regalatomi dal collezionista Angelo Cocuzza. È un libricino genuino come le pagnotte casarecce di una volta, si intitola" Come siamo andati in serie A", è stato stampato nel giugno del '60 presso la Tipografia Etna di via Ventimiglia 13. Ma la cosa davvero importante è che trattasi di un'antologia di ricordi scritta di suo pugno da Mario Corti.
"L'idea di scrivere -inizio a leggere- un piccolo libro sul Catania e sulla mia carriera di calciatore mi venne un giorno di gennaio grigio e lungo, pieno soltanto di tanta pioggia. Il "Cibali" era un pantano e io e i miei compagni eravamo rimasti tappati negli spogliatoi rimandando all'indomani l'allenamento. Mentre gli altri scambiavano tra di loro le solite quattro chiacchiere, io invece mi tirai su il bavero dell'impermeabile ed uscii sulla pista a godermi la pioggia e a guardare le tribune vuote. Fu allora che pensai per la prima volta di raccontare agli sportivi rossazzurri i tanti episodi di cui è stata composta la promozione della 'loro' squadra in A, i tanti episodi di cui è infiorettata la breve carriera di un calciatore. Naturalmente mi auguro che nessuno rida di questo mio lavoro; il mio mestiere,
lo sapete, è tirar calci a un pallone e non gingillarmi con le parole. Tuttavia spero di riuscire a trovare lo stesso quelle più indicate per farvi una breve storia del Catania 1959-'60, delle sue aspirazioni, delle sue battaglie, delle sue sofferenze (abbiamo avuto, sì, anche quelle), delle sue soddisfazioni. 

 Anzitutto è bene che mi presenti perché non sono affatto sicuro che tutti mi conoscono e ho una tremenda paura di sembrare uno che si sopravaluti. Dunque, mi chiamo Mario Corti e sono nato a Genova ventinove anni addietro, il 16 novembre del 1931. Genova, dovete sapere, è una gran bella città, grande e piena di sole come soltanto una città marinara può esserlo, con tante piazze dove i ragazzini vanno a giocare interminabili partite con una palla di stracci o, nei casi più  fortunati, con un vecchio e rappezzatissimo pallone di cuoio. Cominciai anch'io così: marinavo la scuola, arrivavo in piazza, mettevo i libri a far da segnaporta e mi gettavo in mezzo alla mischia cercando di dare quante più pedate potevo al pallone. Dove andasse non importava, eravamo in tanti e quello che contava era riuscire ogni tanto a colpirlo con un calcione. Un giorno un capoccione che m'aveva visto giocare diverse partite pressoché regolari con sette da una parte e sette dall'altra e tempi variabili da mezz'ora ad un'ora, mi chiamò a sè: "Mario, giovedì procurati un paio di scarpe come quelli che usano i veri calciatori, proprio da football insomma, e aspettami alle 16 in piazza De Ferrari. Voglio farti vedere da quelli della Sampdoria, mi pare che cercano un elemento come te per la squadra ragazzi'. Cominciò così la mia carriera, avevo 13 anni e l'anno appresso ero centromediano titolare della squadra ragazzi della Sampdoria dove rimasi a farmi le ossa fino ai 17 anni. Così è cominciata la mia vita di calciatore. Niente di speciale, ma ho voluto raccontarvela così saprete che razza d'uomo è quello che alla domenica si mette sulle spalle la maglia rossazzurra numero 6 e che s'è ficcato in testa di buttar giù i capitoli che seguiranno… "

A questo punto, rimetto il prezioso volumetto al suo posto, mi siedo e compongo il numero di un grande conoscitore di calcio catanese. " Mario Corti -mi spiega con calma Raffaello Brullo- è un vero capitano. L'ho sentito un annetto fa, quando mi ha detto testualmente che 'avere un siciliano per amico non è una cosa facile ma, quando ce l'hai, è per il resto della vita'. Da noi arriva nella stagione 57-'58, dove ritrova Gipo Poggi, il tecnico che l'ha cresciuto e fatto esordire in A con i blucerchiati. Il suo costo è di 14 milioni di lire, il suo ruolo è laterale difensivo ma se la cava bene anche da interno e da libero. Con lui il primo anno si ottiene un dignitoso piazzamento di centro classifica, mentre la stagione successiva si rischia di ruzzolare in C. Il terzo campionato, stagione 1959-60, coincide con l'arrivo di Ignazio Marcoccio, con la conferma di Carmelo Di Bella e con il ritorno in A. È il '60 e Mario rimane per altri quattro memorabili campionati di A diventando, guida, bandiera e punto di riferimento per l'intera combriccola.

 

Mario Corti oggi

Ama fare scherzi terribili ma sa come mantenere alta la concentrazione del gruppo. Lo chiamano 'signor Smemoranda' per via delle continue dimenticanze, in campo è però uno con gli attributi e negli spogliatoi prima di una gara tosta, carica i compagni gridando 'Due palle abbiamo noi e due ne hanno loro'. Negli anni trascorsi qui il suo rendimento è all'apice tanto che 'Il calcio italiano' lo definisce tra i migliori laterali della A. Apre perfino un ristorante in Piazza Trento, poi dopo 200 partite in rossazzurro passa al Paternò in D. L'anno seguente, nel '65, emigra in Australia e va a giocare nell'Adelaide Juventus. Un giorno, poi, arriva la notizia di un'inchiesta su una presunta combine in Catania-Sampdoria 1-5 dell'aprile '64. Mario Corti viene additato da un tale, che mi pare si chiami Antonio Pettinato, quale responsabile del fattaccio, ma sono tutte fandonie tanto è vero che le indagini non portano a nulla, se non ad un amaro sipario per uno dei più grandi protagonisti del pallone etneo".

 

 I rossazzurri avevano concluso a due punti dal Legnano ma la Lega Calcio aveva ribaltato il risultato dell’incontro che il Catania aveva perduto a Padova. Durante l’incontro il guardalinee era stato colpito in testa da una bottiglietta lanciata dal pubblico, ma l’arbitro aveva considerato l’incontro regolare. In seguito a varie polemiche fu data ragione al Catania per cui si arrivò allo spareggio.L’incontro si giocò a Firenze in piena estate. Il Catania era allenatissimo, il Legnano dovette richiamare i suoi giocatori che erano andati in ferie. Ma fu uno choc generale per le migliaia di catanesi che seguirono l’incontro con l’orecchio incollato alla radio (che trasmetteva la radiocronaca del 2° tempo) quando Nicolò Carosio diede la notizia che il Legnano aveva battuto il Catania per quattro a uno.

 

 

 Sui catanesi cadde lo scoramento; svanirono cosi i sogni di Serie A.Ma solo per poco, l’anno dopo il Catania doveva finalmente centrare l’obiettivo.Dopo la sconfitta con il Legnano, il Presidente Michisanti voleva svendere la squadra, ma la società venne rilevata dal dottor Giuseppe Rizzo, giovane rampante pieno di entusiasmo con una cordata di finanziatori, che ottenne la società da Michisanti dopo non poche vicissitudini, e con l’arbitrato dell’allora presidente della Lega Barassi.Rizzo era presidente Nazionale dell’Azione Cattolica, non amava fare proclami, però fece molti fatti. Il suo Catania aveva in cassa a quel tempo 23.000 lire a fronte di duecento milioni di debiti. Ma non si perse d’animo, anche perché in alto poteva contare su amicizie politiche molto in vista: uno di questi era il Presidente Scelba.Ingaggiò un ottimo allenatore, Piero Andreoli e condusse una buona campagna acquisti, ingaggiando calciatori come Manenti, Marin, Bassetti, Pirola, Biancardi e Seveso.Al termine del girone d’andata il Catania era in testa con ventisei punti seguito da ProPatria, Verona ,Como, Cagliari, Lanerossi Vicenza.Nel girone di ritornò prosegui la sua cavalcata in maniera eccezionale e venne promosso in Serie A con una giornata d’anticipo.Al rientro a Catania ci furono accoglienze trionfali.

 

A Giarre i giocatori vennero prelevati dal treno e fatti salire su dei carri con cui dovevano raggiungere Catania annunciati da una banda che intonava varie marce. Intanto a Catania nei caffè più in voga come Caviezel, il Caffè dello Sport, non si parlava d’altro: Il Presidente Rizzo, con quel Catania costato in tutto 100 milioni, di cui 70 concessi come prestito dal Banco di Sicilia sulla garanzia concessa del contributo Comunale, aveva fatto il miracolo.La carovana partita da Giarre impiegò sei ore per raggiungere Catania, per gli entusiastici festeggiamenti lungo tutto il percorso, le ripetute esplosioni di mortaretti e un incredibile affollamento di tifosi che sbandieravano i vessilli della squadra. Entrati a Catania, come scrivono i cronisti dell’epoca, la banda intonò la marcia dell’Aida. Alle 21,10 finalmente i giocatori raggiunsero il Municipio: il Sindaco, Dottor La Ferlita, fece la solenne promessa che la Società sarebbe stata assistita in ogni circostanza dall’Amministrazione Comunale.

 Inoltre, da profano del calcio, disse: "E adesso vogliamo lo scudetto". La formazione che aveva conquistato la Serie A era la seguente:Seveso, Baccarini, Bravetti; Bearzot, Fusco, Santamaria; Cattaneo, Manenti, Micheloni, Marin, Bassetti; allenatore Piero Andreoli.Dopo aver onorevolmente partecipato per la prima volta al Campionato di Serie A chiudendo al 12° posto –ricordiamo quale regista della squadra Karl Hansen (33 anni)- ecco che ci fu la grande delusione: scoppia lo scandalo Scaramella, che coinvolse l’arbitro romano Scaramella, un pubblicista catanese e il vice presidente del Catania. I contorni dello scandalo non furono molto chiari. Purtroppo la Lega Calcio appurò che il Catania aveva corrotto l’arbitro e quindi lo spedì in B insieme all’Udinese, colpevole di illecito sportivo.

Un disastro.La marcia dell’Aida e i festeggiamenti sembravano cose avvenute un secolo prima. Ma si posero le basi per quella che fu considerata l’era d’oro di Ignazio Marcoccio e dell’Avvocato Silvestro Stazzone.Anno1955/56 L’Allenatore Piero Andreoli dopo la retrocessione del Catania in B per illecito sportivo, rimase a Catania. Ma dopo pochi mesi fu esonerato e rientrò a Verona sua città natale; gli subentrò Matteo Poggi, genovese. Andreoli sarebbe dopo ritornato a Catania per allenare l’altra squadra in C dei fratelli Massimino, la Massiminiana, chiamato a sostituire Renzo Vellutini.  Nel Frattempo c’era stato un cambiamento al vertice della società Catania. Al posto del Presidente Rizzo, erano entrati a far parte della Presidenza i Sig.ri Pesce, Giuffrida e Orlando. Dopo circa un anno subentrò al posto di Orlando il signor Di Stefano mentre era Poggi l'allenatore.La squadra quell’anno si comportò più che onorevolmente e sfiorò la promozione in serie A finendo terza.

 

 

 

 

 

grazie a Filippo Fabio Solarino

 

LUTTO NEL MONDO DEL CALCIO A CATANIA
 

Addio a Marcoccio, presidente del Catania «clamoroso al Cibali»
A 99 anni si è spento il dirigente del club etneo che negli anni '60 batté l'Inter di Herrera. Cordoglio di Lombardo

 

CATANIA - Addio a un pezzo importante della storia del calcio etneo. È morto Ignazio Marcoccio, storico presidente del Catania degli anni Sessanta, che portò la squadra in Serie A battendo anche l'Inter di Herrera, impresa resa immortale dal «clamoroso al Cibali» gridato da Sandro Ciotti nella radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto al secondo gol degli etnei. Marcoccio avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 7 novembre. Era presidente onorario del Catania e consigliere del Teatro Stabile.

La notizia è stata diffusa sul sito ufficiale del Catania calcio, di cui Marcoccio era presidente onorario dal 2004. «Il presidente Antonino Pulvirenti, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco, i dirigenti ed i collaboratori, i tecnici e gli atleti della prima squadra e del settore giovanile del Calcio Catania S.p.A - si legge sul sito - piangono la scomparsa del Commendatore. In memoria del brillante e versatile dirigente sportivo, catanese sincero ed appassionato, il Calcio Catania ha chiesto ed ottenuto dai vertici del calcio italiano l'autorizzazione ad osservare un minuto di raccoglimento prima del fischio d'inizio della gara contro il Parma. Il Catania giocherà inoltre con il lutto al braccio».

Marcoccio, il 16 marzo 1959, fu nominato commissario straordinario del Catania. La società rossazzurra era sull'orlo del fallimento e grazie ai suoi appoggi Marcoccio riuscì a salvare la squadra. Il sindaco Luigi La Ferlita gli concesse anche un mutuo di 120 milioni di lire. Con Michele Giuffrida e Silvestro Stazzone ricostruì la squadra; si confermò Carmelo Di Bella come allenatore e il Catania fu subito promosso in A, giocando sei stagioni consecutive nella massima serie. Tra i giocatori acquistati dal presidente Marcoccio si ricordano Amilcare Ferretti, Giuseppe Vavassori, Salvador Calvanese, Giancarlo Danova, Carlo Facchin, Bruno Petroni, Cinesinho e Horst Szymaniak. Lasciò il 25 ottobre 1969, quando la squadra fu rilevata da Angelo Massimino. Marcoccio è stato anche sindaco di Catania negli anni Settanta: dal 21 gennaio 1972 al 3 agosto 1975.
«Con la morte di Ignazio Marcoccio se ne va un pezzo di storia della città di Catania»: così il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo commenta la notizia del decesso. «Ho conosciuto Marcoccio negli anni Settanta - aggiunge il governatore - e di lui custodirò per sempre il ricordo di un uomo d'altri tempi. Una persona amabile, cordiale, che ha speso la sua vita al servizio della città di Catania, da semplice cittadino, da amministratore lungimirante e da straordinario dirigente sportivo che insieme a Carmelo Di Bella ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del Calcio Catania, promuovendo allo stesso tempo la realizzazione di importanti impianti sportivi. Un gran signore - conclude il presidente Raffaele Lombardo - che lascia un vuoto difficilmente colmabile».

Redazione online
28 gennaio 2012

Nonno Ignazio  (di Alessandro Russo) - tratto da La Zona Franca - n. 10/2009 - Novembre.

 

Mi capita, ultimamente, di passare al telefono molto più tempo del solito.

“Sono sei mesi - mi strilla l’editore all’orecchio destro- che aspettiamo questa ‘famosa’ intervista per La Zona Franca… “

“Sissignore - provo goffamente a difendermi - ma il dottor Ignazio Marcoccio, monumento inossidabile di una Milano del sud rossazzurra d’elite, non a ma ricevere intrusi in casa.”

“Si ricordi che ogni promessa è un debito e lei ci aveva prospettato un vero e proprio percorso di memoria storica del mondo sportivo etneo. Un’ultima cosa, caro il mio Russo: lasci perdere le opinioni del direttore Cagnes ! Incastri pure quei suoi cappelletti all’inizio di ogni articolo, chè a me piacciono, intesi ?”

“Strana gente, i miei capi al giornale” penso mentre poso il cellulare in tasca.

Così  ora son qui che busso a casa Marcoccio. Accanto a me Filippo Solarino e Roberto Quartarone, due fra i più diligenti studiosi di storia del calcio catanese che io conosca.

All’ingresso ci accoglie, cordiale e sorridente, il presidente onorario del Catania e del Teatro Stabile, novantasei anni appena compiuti, un concentrato di simpatia e umanità.

“Il pallone di oggi è marcio, – esordisce con una voce carica di energia- una volta non era così, in generale fare sport era una cosa magnifica, c’era un entusiasmo goliardico, ora c’è un carrozzone che va verso un pericoloso declino. Niente di genuino, solo un mero interesse economico, per questo da un giorno all’altro io ho mollato e non sono più andato allo stadio. Non è sport, questo, ma un pretesto per riscuotere denaro.

Quando ero ragazzo, giocavo una partita dopo l’altra; mi torna in mente il Duca di Misterbianco, un presidente che ci ha rimesso tanti soldini. Aveva un ufficio di rappresentanza in via Etnea che poi divenne la sede della società; ero un fanatico di pallone e facevo parte dell’Associazione Fascista Calcio Catania. Giocavo all’ala sinistra ma non sono arrivato in prima squadra; in compenso ci riuscì mio fratello Umberto che era più bravo di me e giocò con la casacca rossazzurra in serie C. Quando le forze alleate liberarono la città nel ’43, per un po’ i catanesi si concentrano sulla ricostruzione poi, un giorno, qualcuno riprende a giocare. Ormai la società legata al vecchio regime non esiste più e mancano veri appassionati in grado di plasmarne una forte. Rinascono quattro squadre che poi diventano due, ma lo spirito dei veri sportivi è immutato. Nel settembre ‘46 grazie all’impegno di Gianni Naso viene firmata la carta che sancisce la nascita della nuova società. Ma quasi tutti i dirigenti e i giocatori erano quelli del vecchio Catania, la maglietta è rimasta rossazzurra e anche lo stemma è identico a quello precedente.

Intanto mi trasferisco a Roma ed entro a far parte del C.O.N.I. poi nel ’59 vengo nominato Commissario straordinario di un club sull’orlo del baratro e senza soldi nemmeno per i dipendenti. Riesco a salvarlo e vi rimango alla guida per dieci anni: sono stati tornei bellissimi, sia in A che in B. Ho dato ciò che potevo, senza mai prendere una lira. Mi piaceva l’idea di competere con le società del nord e l’ho fatto per la mia città, non certamente per mettermi in mostra; sin dall’inizio ho cercato di smuovere le acque e far andare avanti una baracca malmessa. Ero ottimo amico di Angelo Moratti e in buoni rapporti con i più importanti presidenti così da Torino e Milano, tornavo a casa con buoni giocatori che ci consentivano di tenere alta la nostra bandiera.

Mi dicevano che avevo capacità manageriali, che ero un  punto di riferimento ma la verità era che non mi interessava il lucro. Formammo una sorta di triplice alleanza; al mio fianco c’erano Michele Giuffrida, un dirigente bravo come pochi nel condurre le trattative e mister Carmelo Di Bella. Questi due signori erano formidabili a far funzionare le cose. Il mio compito, invece, era spiegare ai calciatori di non pensare a guadagni spropositati, anzi che si preoccupassero di giocare bene e divertirsi. La squadra era una famiglia: si viveva intensamente dentro e fuori dal campo. Mi è rimasto nel cuore Giorgio Michelotti, difensore arcigno e grintoso;  l’episodio che ho invece impresso è il 2-0 con cui al Cibali liquidammo l’Internazionale, che poi perdette lo scudetto. Ci avevano definito ‘post-telegrafonici’ e hanno avuto ciò che si meritavano.

Quando nel 1969 la Federazione volle trasformare i club in società per azioni, ho capito che non c’era più spazio per me. Sapevo che prima o poi lo spirito vero dello sport ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Ricordo il momento in cui tutti noi dirigenti eravamo riuniti a Torino; c’era Umberto Agnelli e con lui gli altri presidenti, una confusione indescrivibile. Uno sbraita da un lato ‘Facciamo questa cosa !’, dal fondo della sala gli risponde un altro ‘No, facciamo questa !’ Dentro di me penso ‘Questi discorsi e questa baraonda non mi piacciono‘ e quando tocca a me dico: ‘Arrivederci e grazie, avete rovinato il calcio.’ La mia dichiarazione bomba è ancora annotata agli atti: prima non  si pensava al dio denaro, ora è scomparso lo sport. Ho passato la mano, è venuto Angelo Massimino, un grande innamorato, uno che si esponeva in prima persona rischiando in proprio. Non è vero che avevamo un rapporto conflittuale, è stata la stampa a ricamarci su in questa vicenda. Il mio concetto di come fare sport non coincideva col suo e Massimino era troppo accondiscendente con i calciatori.

Vengo trascinato in politica e nel ’72 sono primo cittadino. Sistemo piazza Europa, faccio il campo scuola e altri impianti di atletica. Tutti sanno che non sono lì per arraffare ma per mettere la mia esperienza al servizio della cittadinanza. A un certo punto capisco che anche da sindaco è meglio passare la mano; mi propongono di fare l’onorevole regionale. Rispondo: no, grazie…”

È il congedo, lo sguardo e la voce di Ignazio Marcoccio tradiscono un pizzico di malinconia.

“Grazie per la visita, ragazzi. Io non amo parlare con la stampa, anche perché ho una certa età. Ho fatto un’eccezione per voi, come l’ho fatta in radio con Silvia Ventimiglia, che conosco da una vita e che mi chiama affettuosamente ‘Nonno ‘Gnazio’.” 

  Alessandro Russo 

 

 

Addio a Marcoccio, presidente del Catania «clamoroso al Cibali»


A 99 anni si è spento il dirigente del club etneo che negli anni '60 batté l'Inter di Herrera. Cordoglio di Lombardo

CATANIA - Addio a un pezzo importante della storia del calcio etneo. È morto Ignazio Marcoccio, storico presidente del Catania degli anni Sessanta, che portò la squadra in Serie A battendo anche l'Inter di Herrera, impresa resa immortale dal «clamoroso al Cibali» gridato da Sandro Ciotti nella radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto al secondo gol degli etnei. Marcoccio avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 7 novembre. Era presidente onorario del Catania e consigliere del Teatro Stabile.

Il 16 marzo 1959 fu nominato commissario straordinario del Catania Calcio. La società rossazzurra era sull'orlo del fallimento. Grazie ai suoi appoggi, Marcoccio riuscì a salvare la squadra. Il sindaco Luigi La Ferlita gli concesse anche un mutuo di 120 milioni di lire. Con Michele Giuffrida e Silvestro Stazzone ricostruì la squadra. Confermò Carmelo Di Bella come allenatore, il Catania fu subito promosso in A e giocò sei stagioni consecutive nella massima serie. Tra i giocatori acquistati dal presidente Marcoccio si ricordano Amilcare Ferretti, Giuseppe Vavassori, Salvador Calvanese, Giancarlo Danova, Carlo Facchin, Bruno Petroni, Cinesinho e Horst Szymaniak. Lasciò il 25 ottobre 1969, quando la squadra fu rilevata da Angelo Massimino. Marcoccio è stato anche sindaco di Catania negli anni Settanta: dal 21 gennaio 1972 al 3 agosto 1975.
Un'immagine della vittoria del Catania sull'Inter del «mago» Herrera «Con la morte di Ignazio Marcoccio se ne va un pezzo di storia della città di Catania»: così il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo commenta la notizia del decesso. «Ho conosciuto Marcoccio negli anni Settanta - aggiunge il governatore - e di lui custodirò per sempre il ricordo di un uomo d'altri tempi. Una persona amabile, cordiale, che ha speso la sua vita al servizio della città di Catania, da semplice cittadino, da amministratore lungimirante e da straordinario dirigente sportivo che insieme a Carmelo Di Bella ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del Calcio Catania, promuovendo allo stesso tempo la realizzazione di importanti impianti sportivi. Un gran signore - conclude il presidente Raffaele Lombardo - che lascia un vuoto difficilmente colmabile».
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/sport/2012/28-gennaio-2012/addio-marcoccio-presidente-catania-clamoroso-cibali-1903052137969.shtml

 

 

Marcoccio, l'uomo dal braccio d'oro

Nasceva 100 anni fa e divenne un personaggio straordinario per la sua normale onestà. Aveva solo la sinistra. E con quella faceva tutto, anche legarsi la cravatta e le stringhe delle scarpe

 

La Sicilia di Domenica 03 Novembre 2013 -  Tony Zermo
Cento anni fa, il 7 novembre 1913, nasceva a Catania Ignazio Marcoccio, scomparso il 28 gennaio di due anni fa. Un personaggio che è ancora tra noi, nel senso che alcune delle cose da lui realizzate come sindaco, o come assessore, o come presidente del Catania Calcio, o in altri ruoli sono ancora parte del panorama cittadino. Era un uomo normale che è diventato straordinario perché quella normalità che lui incarnava fatta di dedizione, di altruismo, di senso del dovere, di passione civica senza nulla mai chiedere, nella società di oggi è merce rara.
Era un uomo semplice, un catanese di razza, come suo fratello Umberto scomparso prima di lui e che aveva una singolare esclamazione scherzosa: «Madonna di lu pitroliu! ». Ignazio era rimasto senza il braccio destro perché a quattro anni era entrato nella fabbrica di famiglia (apparecchiature metalliche) in corso delle Province e aveva messo la mano sotto una pressa che si era messa in movimento all'improvviso. Avvenne lo schiacciamento di alcune dita, poi sopravvenne una cancrena e in ospedale gli tagliarono l'avambraccio. Ma la sua volontà era così forte che pur senza l'uso della mano destra riusciva a legarsi le scarpe e a farsi il nodo della cravatta, diventò anche campione regionale di tamburello, e allora non c'era il campionato per paranormali. Faceva praticamente di tutto con il solo braccio sinistro, aggiustava le cose che si rompevano in casa, sistemava orologi, serrande, lavandini, solo a tavola si faceva tagliare la carne e il pane. Era l'uomo dal braccio d'oro che non solo aggiustava tutto in casa, ma faceva lo stesso in politica e sul piano del fare. Per un lungo periodo non guidò auto, tra l'altro suo padre l'aveva mandato ad Alessandria d'Egitto per controllare una fabbrica di famiglia che produceva mobili per ufficio e lì era stato per qualche anno imparando l'arabo e studiando anche il francese. Poi negli anni 50 il figlio Raffaele gli procurò una delle rare auto con il cambio automatico e con il freno a mano che era stato spostato a sinistra.
Era pronto ad aiutare gli amici che lo meritavano, sua moglie gli diceva: «Meglio averti per amico che per marito, perché per gli amici ti fai in quattro». Raccontano i figli Rosaria e Raffaele: «Un giorno chiese a un giornalista suo amico, Pippo Garozzo, di citare un tale assessore. Garozzo gli rispose: "Ma se non ha fatto niente" e papà rispose: "Lo devi citare perché questa volta non ha fatto niente, ma la prossima volta metterà i bastoni tra le ruote e non ci farà fare niente"».
«In un'azienda della zona industriale nel corso di una visita con dei manager venuti dal Nord, mio padre vide tra gli operai un vecchio amico e lo abbracciò. I dirigenti della fabbrica chiesero poi all'operaio perché non li aveva avvertiti che era amico del sindaco, e questi rispose: "Ma eravamo amici da ragazzi e pensavo che magari non mi avrebbe riconosciuto o avrebbe fatto finta di non conoscermi, lui è famoso e io un semplice operaio"».
Ignazio conosceva il valore dell'amicizia e non dimenticava mai nessuno, ma non sopportava gli scansafatiche. «C'era al Comune un geometra che doveva controllare i lavori esterni e che ne approfittava per non lavorare e per badare ai suoi cantieri. Allora mio padre gli tolse quella mansione e gliene diede un'altra che gli impediva di assentarsi. Durante un concorso di cui mio padre era presidente di commissione - si trattava di assumere barellieri per l'ospedale Vittorio Emanuele - vide quel geometra e gli disse: "Ma tu qua che ci fai? ". E lui: "Faccio parte della giuria come sindacalista e a lei gli debbo fare una statua perché, costringendomi a restare dentro al Comune, ho trovato l'alternativa della carriera sindacale"».

Lui è stato tutto, delegato del Coni, presidente del Catania, anche assessore comunale ai Lavori Pubblici dopo l'arresto del vicesindaco Antonio Succi. Realizzò la piscina comunale, il campo di atletica leggera, il Palazzetto di basket di piazza Spedini, la palestra del Coni per l'atletica pesante. E si dovette occupare pure del Teatro Stabile di Catania.
Ai tempi di «Catania Milano del Sud» Ignazio Marcoccio era diventato un personaggio popolare «e un giorno - dice Raffaele - in una rubrica del Corriere della sera intitolato Chi c'è oggi a Milano, leggo: "In città c'è anche il sindaco di Catania Ignazio Marcoccio" e questo mi sorprese e mi inorgoglì. Invece mi facevano arrabbiare certi pettegolezzi, c'era anche chi diceva che eravamo diventati ricchi e una volta ho sentito un ragazzo che diceva: "Vado gratis allo stadio perché sono amico del figlio del sindaco". Per dire com'era mio padre faccio solo un esempio: un giorno vennero a casa dei manager di una società petrolifera che avevano un progetto e chiesero a mio padre cosa voleva per farlo approvare. E lui rispose: "Se il progetto è regolare e serve alla città lo farò approvare in 15 giorni senza nulla in cambio, altrimenti mi potrete fare tutte le promesse di questo mondo, ma non ci sarà nulla da fare"». Di lui e del Catania s'è parlato a lungo, erano i tempi de «clamoroso al Cibali» e del sodalizio con Michele Giuffrida, il tesoriere del Catania, e con l'allenatore Carmelo Di Bella, un terzetto che prendeva i giocatori per pochi soldi e per tante amicizie. Ignazio era stato anche un discreto calciatore da giovane.
S'è parlato di intitolargli una via o una piazza. Dicono i figli: «Uno scultore, un pittore, un musicista diventano celebri e gli dedicano una piazza. Giusto, ma loro hanno lavorato per se stessi, non per la propria città. Noi non chiediamo nulla, diciamo solo che se i catanesi ritengono nostro padre degno di questo riconoscimento è giusto farlo. Avrebbe voluto che lo stadio portasse il suo nome, ma noi gli dicevamo: "La colpa è tua. Se morivi prima di Massimino lo stadio lo intestavano a te"». Ma ora come si risolve la questione?
 

IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME "DAL FONDO UN TRAVERSONE"

 

 

Al Catania durante l’ultima partita a Modena sarebbe bastato un pareggio, ma purtroppo la squadra subì una rete beffarda da un certo Scarascia che, a detta delle cronache dell’epoca, era la bestia nera del Catania. Sfumò quindi la promozione.Nell’anno 1957/1958 le polemiche per la mancata promozione non si erano sopite. La situazione tecnica cominciò a precipitare. A Poggi subentrò Carapellese che tra l’altro giocava a Catania con l’argentino Ricagni, gli ultimi scampoli di carriera. Carapellese nonostante il suo palmares, non fu molto fortunato come allenatore per cui gli subentrò Cocò Nicolosi vecchia bandiera ma poco fortunato anche lui come allenatore. Si procedette alla nomina di un nuovo allenatore che fu il barese Capocasale: fu un valzer di allenatori e una stagione tutta da dimenticare.Nell’anno 1965-1966 il Catania si apprestava a partecipare al suo sesto campionato consecutivo di Serie A. La squadra proveniva da cinque anni che dire esaltanti sarebbe stato fin troppo riduttivo.

 

 

 

 Il Catania quell’anno cominciò il suo campionato in maniera poco felice: qualche polemica che all’interno non mancava mai, le cessioni degli elementi più rappresentativi come Danova e Cinesinho, nonchè il mancato arrivo di ricambi adeguati, fecero scricchiolare quello che aveva rappresentato per i Catanesi un meraviglioso giocattolo.Al termine del girone d’andata la squadra aveva totalizzato solo dieci punti e aveva perso troppi incontri manifestando una debolezza caratteriale notevole. Il malumore per questa crisi di risultati aveva contagiato allenatore, squadra e ambiente. Poi un giorno scoppiò la bomba che mise a nudo la debolezza della dirigenza e della squadra. Mentre l’allenatore Carmelo Di Bella dirigeva l’allenamento, un fotografo immortalò inconsapevolmente l’allenatore accanto ad una valigia porta indumenti, l’episodio venne strumentalizzato non poco e Di Bella molto nervoso, vedendo quella foto pubblicata sul giornale fraintese il messaggio, per cui si presentò al Presidente Marcoccio dicendo che voleva andarsene. Il presidente tentò invano di dissuaderlo, ma Don Carmelo che era un uomo di parola e di grande temperamento, andò via e a lui subentrò l’allenatore in seconda Gigi Valsecchi.

 

Horst Szymaniak di Ellebi

10.10.2009 - Dopo una lunga malattia è morto ieri a Melle l'ex centrocampista del Catania Horst Szymaniak, uno dei protagonisti dei fantastici anni '60 trascorsi dai rossazzurri in Serie A sotto la gestione di Ignazio  Marcoccio in società e di Carmelo Di Bella in panchina.

Nato il 29 agosto 1934 a Erkenschwick, in Germania, Szymaniak ha collezionato con la maglia del Catania 62 presenze e 8 reti in campionato, 2 presenze e 1 rete in Coppa Italia, oltre a due 2 presenze nelle Coppe Europee.

Marcoccio lo portò in rossazzurro all'alba della stagione 1961-'62, strapandolo al Karlsruher e compiendo un colpo a sensazione, uno dei tanti che lo avrebbero reso celebre. Nel 1961 il possente centrocampista fu addirittura in lizza per il Pallone d'Oro, premio che poi fu assegnato ad Omar Sivori. Dopo la fortunata parentesi ai piedi dell'Etna, durata due stagioni, Szymaniak passò all'Inter, con cui vinse la Coppa dei Campioni, pur trovando pochisismo spazio in maglia nerazzurra, passò al Tasmania Berlino 1900, prima della parentesi al Biel-Bienne in Svizzera e dell'avventura statunitense con la formazione del St Louis Stars.

Un altro pezzo di storia rossazzurra dunque se ne va, ma rimane lo splendido ricordo dei magici momenti che il gigante tedesco ha regalato al pubblico del Cibali. Speriamo che il Catania possa ricordare Szymaniak giocando con il utto al braccio la prossima gara di campionato in programma contro il Cagliari il 18 ottobre prossimo.
http://diariossazzurro.altervista.org/modules.php?name=News&file=article&sid=434

 

Il Catania affidato a Gigi Valsecchi ebbe inizialmente una bella fiammata d’orgoglio, pareggiò a Napoli, a  Brescia e sembrava che la situazione potesse essere raddrizzata. Alla quinta di ritorno, nell’incontro al Cibali con l’Inter di Herrera - che annoverava tra le sue fila Bedin, Jair, Mazzola, Corso, Sarti e Peirò e che l’anno prima avevano vinto lo scudetto, Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale, coronando il sogno del Presidente Moratti - davanti ad una folla immensa e festante, gli etnei fecero un incontro memorabile e batterono l’Inter per uno a zero, con un goal di testa del suo più forte giocatore, Carlo Facchin.

 

 

 

4 giugno 1961

 

quel giorno c'erano questi: Gaspari Michelotti Giavara Ferretti Grani Corti Caceffo Biagini Calvanese Prenna Castellazzi 

e pure questi: Da Pozzo Picchi Facchetti Bolchi Guarneri Balleri Bicicli Lindskog Firmani Corso Morbello (clicca per risoluz.orig.)

arbitro: De Marchi di Pordenone

 

Clamoroso al Cibali. Il grido di Sandro Ciotti a Tutto il Calcio minuto per minuto il 4 giugno del 1961 è entrato nella storia, il Catania ha battuto l'Inter di Herrera per 2-0
Ricordo di quel mitico Catania, da allora simbolo della riscossa delle provinciali
CLAMOROSO AL CIBALI è diventato uno slogan, ha dato nome a siti internet, lo sentiamo tirare in ballo quando c'è un risultato clamoroso, fa da contenitore di storie di bidoni, di imprese singolari.
La partita del "clamoroso al Cibali", urlato da Ciotti al secondo gol rossazzurro l'abbiamo ricostruita con le testimonianze dei giocatori del Catania che erano in campo quel giorno. E vinsero 2-0

L'ANTEFATTO - Ultima giornata di campionato. L'Inter è seconda in classifica a due punti dalla Juve.
Ma dopo si dovrà ripetere Juventus-Inter, lo scudetto è ancora possibile. La partita si era giocata in campionato il 16 aprile ed era stata sospesa dall'arbitro Gambarotta perché oltre cinquemila spettatori che non avevano trovato posto sugli spalti si erano piazzati a bordo campo. Decisione della disciplinare: 0-2 per l'Inter. La Juve non ci sta, presenta ricorso (Umberto Agnelli è presidente della Juventus e della Figc). La Caf, proprio alla vigilia di Catania-Inter, decide che la partita dovrà ripetersi, Per l'Inter è una brutta mazzata, ma non è ancora tutto perduto. Invece….
LA VENDETTA - Il Catania, neo promosso in A, è la rivelazione del campionato. Alla penultima di andata è secondo a due punti dall'Inter, che dovrà affrontare a San Siro. Il Catania ne prende cinque, quattro sono autoreti. Helenio Herrera dichiara a fine partita: "Abbiamo
battuto una squadra di postele-grafonici". E il Catania se la lega al dito.
Così ricordava Memo Prenna (1930-2008) centrocampista e leader della squadra: "Per come avevamo giocato forse aveva pure ragione, quattro autoreti sono un po' troppe. Ma ci siamo guardati in faccia promettendoci vendetta".
Aggiunge Amilcare Ferretti, mediano che giocò poi nella Fiorentina e nel Torino: "Herrera involontariamente ci diede una carica enorme. Dopo il 5-0 di San Siro abbiamo battuto il Milan per 4-3. Raccontano che Herrera abbia detto all'interista Bicicli: ti mando a giocare con i postelegrafonici". E Mario Castellazzi, autore del primo gol: "Eravamo un gruppo unito, Prenna era un vero capitano anche fuori dal campo. Ci invitava a casa sua, eravamo decisi a vendicarci".FATE I BRAVI - Giorgio Michelotti, terzino, rivela un particolare: "Qualche giorno prima della partita vennero i dirigenti ad offrirci un premio doppio se avessimo lasciato vincere l'Inter. Ci alzammo tutti in piedi: 'No, ci dispiace. Ce la giochiamo'. E giocammo alla morte".
"Quella partita - aggiunge il portiere Gaspari - l'abbiamo preparata noi giocatori. Abbiamo mandato tutti fuori, Di Bella, i dirigenti, ci tenevamo troppo".
"E comunque quel Catania poteva vincere con chiunque", ricorda il centravanti argentino Salvador Calvanese, che è ritornato nel 1974 nella sua Buenos Aires e che abbiamo rintracciato in vacanza a Bariloche.
LA PARTITA - "La palla loro l'hanno vista poco - dice Ferretti - Mi hanno detto che in tribuna c'era anche Suarez che l'Inter aveva acquistato per la stagione successiva. Mi sono divertito tanto, il Cibali era un inferno per gli avversari, quell'anno riuscì a vincere solo la Juve". E il fondo campo catanese non era il massimo. Nelle note di quella partita la Gazzetta scrive: "Terreno con qualche vago presentimento d'erba".
Non può dimenticarla nemmeno Alvaro Biagini, centrocampista: "Mi sono sposato tre giorni dopo. Ricordo un torello fatto da me, Calvanese e Ferretti con Facchetti frastornato tra gli olè del pubblico. Conservo una foto di Gaspari portato in trionfo dai tifosi catanesi".
E Prenna: "I nostri tifosi intonarono un ironico Herrera cha cha cha. E quando Calvanese capitava vicino
alla panchina dell'Inter, stoppava la palla col sedere sotto gli occhi del mago". Michelotti: "Facchetti era così confuso da sbagliare spogliatoio a fine partita".
Gaspari dopo la partita andò a salutare i giocatori dell'Inter nel loro albergo. "Avevo giocato a Livorno con Picchi e Balleri. Erano amareggiati. Balleri si era fatto pure espellere. Mi dissero: ci avete rovinato".

La Juve, pareggiando in casa col Bari, vinse lo scudetto. A quel punto la ripetizione della partita diventava ininfluente. Il 9 giugno l'Inter mandò in campo per protesta una squadra di ragazzini. Finì 9-1 per la Juventus, con sei gol di Sivori, che però non riuscì a vincere la classifica dei marcatori. Il gol per l'Inter venne segnato dal debuttante Sandro Mazzola. Fu anche l'ultima partita di Boniperti
 CHE GOL - Il primo fu di Castellazzi: "Me lo ricordo benissimo, respinta della difesa dell'Inter, stop di petto e tiro a volo all'incrocio, Me ne annullarono un altro, presi una traversa. Poteva finire anche 4-0".
"Ricordo che fu un golazo, anche se ho dimenticato come si sviluppò l'azione", afferma Calvanese, commosso a sentir parlare di Catania, di quella partita. Con un rimpianto. "Dopo aver giocato nel Catania, avevo cominciato ad allenare i ragazzi del vivaio rossazzurro molti erano pronti per diventare titolari. Massimino non voleva saperne. Un giorno (all'inizio della stagione 1971-72 n.d.r.) offre a me la panchina della prima squadra. Io gli dico che preferisco restare con i giovani anche perché non ho il tesserino di allenatore, Lui insiste. La Federcalcio non lo consentì e io rimasi fuori sia dalla prima squadra che da quella ragazzi. Ecco perché ho lasciato Catania".
Ma lui resterà sempre quello di Clamoroso al Cibali. Nato per colpa di Helenio Herrera.

Fonte: www.gazzetta.it - Testo di Giuseppe Bagnati

 

 

 

 

 

 

 

Tre storiche vittorie del Catania sull’Inter, tutte al Cibali.

4 giugno 1961: Catania-Inter 2-0. La domenica precedente, penultima di campionato, la vetta della classifica: Inter e Juventus punti 46, Milan 44, anche perchè i nerazzurri hanno vinto a tavolino il confronto diretto, sospeso al 30’ per invasione pacifica del campo. Ci si dovrebbe avviare ad uno spareggio...
Ma a metà settimana avviene il più diabolico colpo di scena: a Roma, la Commissione d’appello annulla la delibera del giudice sportivo, ordinando la ripetizione dell’incontro, a campionato concluso. L’alta classifica cambia volto: Juventus 46, Inter e Milan 44. E così la Juve, che può pareggiare (1-1) in casa con il Bari (portandolo agli spareggi-salvezza con Udinese e Lecco), è campione d’Italia, mentre la più frastornata Inter si fa infinocchiare al Cibali.
Biagini, Ferretti e Corti dirigono alla grande l’orchestra della squadra etnea, che dà un severo colpo di spugna allo 0-4 d’andata - con quattro autoreti - mortificato dall’appellativo di postelegrafonici. Reti: Castellazzi al 25’ e Calvanese al 70’. Catania: Gaspari; Michelotti, Giavara; Ferretti, Grani, Corti; Caceffo, Biagini, Calvanese, Prenna, Castellazzi. All. Di Bella. Inter: Da Pozzo; Picchi, Facchetti; Bolchi, Guarneri, Balleri; Bicicli, Lindskog, Firmani, Corso, Morbello. All. Herrera.
30 settembre 1962: Catania-Inter 1-0. È la terza giornata; il Catania è reduce da due pari sui campi di Torino (1-1) e Spal (2-2), invece l’Inter - poi campione d’Italia - dal pari esterno con il Mantova (0-0) e dalla vittoria casalinga sul Lanerossi Vicenza (1-0). Al Cibali i nerazzurri si confermano fuori corda, nè miglioreranno 8 giorni dopo a Palermo (1-1). E il Milan fa invano la corte al portierone Vavassori, che il Catania valuta la favolosa - per l’epoca - cifra di 100 milioni; ma il club rossonero ribatte invano: 70 milioni, più il terzino Zagatti. Rete: Milan al 63’. Catania: Vavassori; Giavara, Rambaldelli; Corti, Bicchierai,
Benaglia; Vigni, Szymaniak, Calvanese, Milan, Prenna. All. Di Bella. Inter: Lorenzo Buffon; Picchi, Facchetti; Dellagiovanna, Guarneri, Masiero; Bicicli, Bettini I, Hitchens, Corso, Morbello. All. Herrera.
20 febbraio 1966: Catania-Inter 1-0. Ventiduesima giornata. Il Catania, che retrocederà con Sampdoria e Varese ma che grazie a questo successo balza dal penultimo al terzultimo posto, è reduce da un buon pari a Firenze (0-0); l’Inter - che vincerà lo scudetto - da diciassette risultati utili, cioè dieci vittorie e sette pareggi (una sola sconfitta, a Roma 0-2, il 26 settembre). Protagonista è Carlo Facchin, che firma il gol decisivo, colpisce un palo e si vede annullare un’altra rete. Rete: Facchin al 19’. Catania: Vavassori; Buzzacchera, Puccini; Fantazzi, Lampredi, Bicchierai; Fanello, Artico, Petroni, Cella, Facchin. All. Di Bella. Inter: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Cappellini. All. Herrera. Arbitro: D’Agostini di Roma.
GAETANO SCONZO (La Sicilia del 12.3.2010)

 

 

 

E' TUTTA UNA LEGGENDA METROPOLITANA?

 

Le discussoni via e-mail fra Mimmo Rapisarda e .... un "clamoroso" scettico.

(il nome ed altri riferimenti, per ovvi motivi, sono stati omessi)


Gent. Sig. Rapisarda buongiorno, mi chiamo F........... e vivo a Torino.
La contatto in quanto ho una certa affezione per il Catania e ho letto la pagina dedicata a "quelli che hanno fatto grande il Catania"

Pur essendo tifoso del Torino, quello vero s'intende, non quello di oggi, ho seguito per diversi anni la vostra squadra. Eravamo e siamo amici di famiglia con quello che è stato il vostro capitano per 5 - 6 anni, vale a dire Buzzacchera, (il quale aveva giocato 5 anni a Torino, da qui deriva la nostra amicizia) seguivamo spesso il Catania quando veniva al nord: Como, Bergamo, Varese, Vicenza,Torino, Alessandria. Ho avuto anche l'occasione di conoscere Fogli, Rado, Pereni... tutti ottimi ragazzi.
Devo fare un appunto a quello scritto riguardo il famoso "clamoroso al Cibali". Ricordo molto bene quella partita, seguivamo con affetto il Catania ed eravamo incollati a "Tutto il calcio". Ricordo bene l'intervento - non sono certo se di Ciotti o Ameri - ma ricordo bene la voce: "Clamoroso al Cibali....Catania in vantaggio sull'inter". La settimana prima della partita Herrera aveva dichiarato che il Catania era una squadra di postelegrafonici...dunque, di qui il "clamoroso" fatto del povero Catania che batteva i campioni d'europa e del mondo dell'Inter.
Ma proprio qui devo fare l'appunto,

 la stagione era quella del 1965 - 66, non il 1961.

 Inoltre non ci sarebbe stato granchè di clamoroso nel battere un'Inter che in quegli anni non valeva certo lo squadrone che ha avuto dal 63 in avanti.
Oltretutto la cosa mi è rimasta molto impressa proprio perchè chiedemmo al nostro amico: "Ma come avete fatto a battere l'Inter...avevamo messo 2 fisso sulla schedina, accidenti"!. Risposta: "Uomini di poca fede"!. Non ho mai avuto dubbi su questo aneddoto, ho sentito con le mie orecchie "Clamoroso al Cibali". Ma era il 1965. 

ciao F.........., quindi il clamoroso avvenne nel 1965-66? perchè su internet lo associano al 2-0 a del 1961. In effetti la grande Inter fu più tardi e lì , infatti, c'era del clamoroso. appena posso correggo le pagine correlate grazie tante!
mimmo rapisarda

Grazie per la risposta! Ma voi non ricordate nulla?
Io ne sono certo, inoltre ho continuato a pensarci in queste ore e ne sono sempre più convinto, fermo restando che ho il mio ricordo personale!.
Nel 61 il Catania non aveva alcun problema di classifica, anzi, andava piuttosto bene e non c'era nulla di clamoroso se a Catania si batteva l'Inter che, ripeto, era forte, ma certo non era quella del 65... con Corso Jair Mazzola Peirò Suarez...forse non c'erano nemmeno Facchetti e Sarti. Prova a chiedere a qualcuno sopra la cinquantina e vedi cosa ti dice!!!.
Se posso aggiungere alcuni ricordi...Il Catania di fine anni 60 e primi 70 non era niente male, era una squadra solida dalla quale non ho mai visto fare prestazioni penose o ridicole (come gli ultimi 16 anni del Torino, tanto per intenderci).
Non offriva chissachè, è vero, però era squadra compatta e seria. Solo una volta ho visto perdere il Catania, a Como, 1 a 0, per il resto pareggi assai dignitosi, e di solito andavano sempre in vantaggio!.
Una partita su tutte, contro il Varese, la terz'ultima del 1969. Una partita decisiva contro il Varese di Bettega. Erano andati in vantaggio con Bonfanti, avevano un bel gioco arioso, addirittura elegante. Infatti due domeniche dopo, vincendo a Reggio Calabria 3 -1, hanno raggiunto la promozione!
C'erano giocatori d'esperienza e qualità: Rado, Buzzacchera, Pereni, il capocannoniere della B, Bonfanti. C'era anche il bravissimo Limena, vincitore della classifica come miglior terzino della serie B. Purtroppo sappiamo com'è andata.
Mio papà allora dirigeva (...OMISSIS...) qui a Torino e quando seguivamo il Catania si portava sempre appresso degli articoli... c'erano diversi calciatori di allora che (OMISSIS)  di Torino... andavamo sempre agli allenamenti prima della gara!.
Un giorno, nel 72, ricordo d'essere entrato proprio negli spogliatoi dello stadio di Bergamo, dove mi hanno presentato il grande Romano Fogli, anche lui aveva iniziato nel Toro. Mi ricordo di avergli detto (chissà con quale coraggio)! "Voglio vedere perlomeno una partita come Torino - Rangers (bellissima gara alla quale avevo assistito il mercoledi precedente)...e Fogli mi ha risposto: "A noi, del Toro, non ce ne fa un baffo"!!! Naturalmente io scherzavo...e anche lui! E' stato molto spiritoso!.
Era una bella squadra, poverella, ma bella!. Se trovo qualche foto te la mando, chiedo solo la cortesia di non pubblicarla... non si sa mai!
Un carissimo saluto

Questo era su la gazzetta dello sport, c'e' anche su wikipedia. F..........., non metto in dubbio la tua testimonianza, perche' se tutto fosse il contrario sarebbe un bel colpo. Chiedero' lumi anche ad Alessandro Russo, nipote del grande Massimino.

(n.d.r.: Lo speciale della Gazzetta riportato sopra)

 

Ulteriore balla! Guarda su wikipedia la storia del Catania, parlano si, del 1961 riferendosi a quella frase, ma danno il risultato di 1 a 0.
Credi a me, scrivono un sacco di minch....... ma tu non hai idea di quante!
Attenzione perchè i giornalisti di fesserie ne scrivono tante...ma tante, ma tante, ma tante. Più che altro mi fido dei ricordi dei calciatori protagonisti... ma non è detto che loro abbiano, anzi, certamente NON HANNO ascoltato Tutto il calcio. Comunque c'è da dire una cosa basilare: in quegli anni, se ben ricordi, o forse non eri ancora nato, nelle ultime giornate di campionato Tutto il calcio minuto per minuto trasmetteva UNICAMENTE la cronaca del secondo tempo di una partita che non interessasse la zona scudetto o retrocessione! Ne sono assolutamente convinto, era una regola ferrea!.
Le trasmissioni regolari da tutti i campi si interrompevano alla terza o quart'ultima giornata! Ricordo molto bene un INTER TORINO 2-2 ultima giornata del 64-65 pareggiata all'ultimo minuto da Mazzola...il quale correva come un matto intorno al campo perchè l'Inter grazie al suo gol vinceva matematicamente lo scudetto! Non poteva infatti sapere che il Milan, secondo in classifica, stava perdendo a Cagliari...e che l'Inter avrebbe comunque vinto lo scudetto!. Non esisteva collegamento radiofonico!!!. Nessuno sapeva i risultati!. Dunque mi pare assolutamente impossibile che una partita in cui giocava la seconda in classifica fosse trasmessa in dirette a Tutto il calcio. Questo è matematico!.
Se veramente quel Catania Inter si è giocato la penultima di campionato e l'Inter era seconda in classifica, ti assicuro che il famoso Clamoroso al Cibali si riferisce al 65...anzi al febbraio 66, quando il Catania era in discesa a rotta di collo e l'Inter era uno spocchioso ammasso di campioni gasati!. Nessuno se l'aspettava!.
Fammi sapere, ci tengo molto e voglio ancora indagare!!!.
Buon pomeriggio, un caro saluto a Catania! C'è ancora la pasticceria SAVIA in via Etnea? Da lì i giocatori del Catania mi portarono una favolosa cassata siciliana!
Mi spiace per tutti quelli che per qualche motivo hanno scritto tutte quelle fesserie.
Collegati qui: ascoltati bene le bojate che dicono!

Ad un certo punto dicono...Il Catania era la squadretta.....ecc ecc, mentre l'Inter era la stratosferica squadra che vinceva in Europa e in tutto il mondo. Balle! L'Inter del 61 non vinceva nulla, avevano chiamato Herrera perchè erano stufi di non vincere nulla!. Parlano perchè gli piace riempirsi la bocca di parolone!
La partita è quella del 66. Dài retta a me, quella del 61 fu una grande vittoria, ma Clamoroso al Cibali non si riferisce ad allora. Fossi nei giocatori del 66 mii incazzerei perchè sono stati depauperati della giusta gloria! A me fa testo quello che ho sentito alla radio e quello che mi è stato detto: "Uomini di poca fede, non avete avuto fiducia nel Catania"!!!.
Sono pronto a scusarmi, ma me lo deve spiegare qualcuno tipo Alfredo Provenzali, forse lui c'era già!.


caro F............, hai scatenato l'inferno.
Ci sono le migliori menti pallonare catanesi che a seguito dei tuoi dubbi stanno elaborando, dando pareri, cercando fra gli archivi e vecchi giornali. Fra non molto qualcosa ti arriverà, tramite me.

Per carità, non volevo scatenare questo, però mi pare sia un argomento interessante!.
Converrai con me che: sicuramente tra il Catania e l'Inter del 61 non c'era una differenza abissale.
L'Inter non era campione di niente e non era la grande Inter, quindi non c'era nulla di così clamoroso. Nei commenti sento parlare di Inter campione di tutto...si, nel 66, non nel 61!.
Inoltre se effettivamente era la penultima di campionato, come dicevo, scordati Tutto il calcio, perchè non si collegavano in diretta con tutti i campi!!!.
Terza ipotesi...e se sono contenti lasciate le cose così: la famosa frase è stata detta effettivamente nel 61 (ma ripeto è molto improbabile, se non altro per la mancanza di collegamento con un campo in cui si giocava per lo scudetto), ed è stata ripetuta anche nel 66, e io l'ho ascoltata nel 66!.
Fate voi! Ciao 
(Secondo me dovreste contattare qualche giocatore di allora, del 66!)

 

tv.repubblica.it Le voci dei protagonisti di 'Tutto il calcio minuto per minuto', la trasmissione sportiva che il 10 gennaio compie 50 anni.

 

 

GRAZIE ALL'AIUTO DI ALESSANDRO RUSSO, ECCO LE REAZIONI:

 

Alessandro Russo

Buondì Mimmo, a differenza di quanto riporto in UNA VITA PER (IL) CATANIA l’idea che mi son fatto finora di questa leggenda metropolitana è che Sandro Ciotti riferisca il fatidico CLAMOROSO AL CIBALI qualche giorno dopo il 4 giugno del 1961. L’ occasione si verificherebbe, insomma, non già nel tradizionale TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO, ma nella trasmissione radiofonica mandata in onda in differita qualche giorno dopo come approfondimento settimanale del resconto della domenica. Rispondendo a F.......... da Torino, questa mia risoluzione spiega come mai il collegamento esista seppur siamo a fine campionato e ci sia di mezzo una squadra in lotta per il tricolore (l’Internazionale). In ogni caso, la tesi tua o meglio di F........... non è solo suggestiva o interessante punto e basta, è molto di più. Per questo mi son messo di buzzo buono a lavorar sulla spionsa questione. Cosa ho combinato? Ho parlato con Alfredo Provenzali e con Bruno Pizzul; entrambi si sarebbero convinti della bontà delle affermazioni vostre, ma non avendo una prova oggettiva nessuno potrebbe smentire quanto affermato dalle attuali fonti d’informazione. Ordunque, servirebbe la prova della pistola fumante per risalire all’assassino e alla data del delitto, e io son convinto che prima e poi arma, movente, criminale e perfino giorno , mese e anno del fattaccio saranno identificati una volta per tutte. 

 

Sergio Nunzio Capizzi

Effettivamente nella gara del 61 in campo non v'era Sarti (bensì da pozzo)...c'è un'errore di fondo da parte di F.......... che scrive che il famoso match del 4-6-1961 era la penultima giornata...falso..era la 34a dunque l'ultima...anche se l'inter doveva recuperare la gara con la Juve finita col famoso 9-1 (inter in campo con i ragazzi, ultima di boniperti e prima di mazzola). Non ti so dire se abbia ragione  F........, anche a me ha sollevato i dubbi...ma nell'immaginario collettivo rimase la sfida del 4-6-1961, anche perchè all'andata si era perso malamente per 5-0 con diverse autoreti...

Ci sono altri episodi come questo Alessandro, poco chiari...per esempio campionato 1959-60 all'ultima giornata il catania perse a brescia 4-2...ora si dice che i giocatori piansero a fine gara perchè la triestina conduceva a parma...FALSO !!! La Triestina già al primo tempo se non sbaglio era sotto di 2 reti, e accorciò solo le distanze...altro episodio: in un intervista remo morelli, racconta di essere stato cacciato da un ristorante di napoli per aver segnato un gol che aveva retrocesso in b la squadra partenopea...FALSO PURE QUESTO !!! Morelli aveva segnato contro il napoli nel 61, ma ad un punto del campionato in cui la squadra era ancora in gioco...fu invece prenna nelle ultime battute del torneo 62-63 a spedire quasi matematicamente in b il napoli...entrambi gli errori sono presenti nel libro dal fondo un traversone...cosiccome l'episodio del "clamoroso al cibali".
Però...sto signor F........... ha sollevato una bel quesito..secondo me l'unica cosa sarebbe da vedere i giornali di entrambe le sfide del 61 e del 66 sempre che ne accennino qualcosa.

Ps. e perchè non potrebbe essere allora quella del 63, la famosa sfida di clamoroso al cibali ? Anche allora era una corazzata l'inter e aveva già i vari sarti,mazzola, burgnich, facchetti e compagnia bella...anche se ancora vittorie zero...ma lo scudetto lo vinsero proprio quell'anno, contro un catania che stentò molto, ma battè milan inter e juve.

 

n.d.r.

(la foto a sinistra riguarda un Catania-Inter 2-3 del 1965 ) 

 

Roberto Quartarone

Non sono convinto di questa tesi. Nel senso che se posso credere che l'attento torinese ha ascoltato alla radio "Clamoroso al Cibali" nel '66, ma che nel 61 sia stato gridato ai microfoni per la prima volta ha anche un senso... Consideriamo la storia del premio a perdere raccontata da Michelotti, che il Catania era tranquillo, che l'Inter si giocava lo scudetto dopo tutte le polemiche, che non aveva ancora vinto nulla ma i rossazzurri erano delle matricole... Be', considerate anche che la frase è abusata da tempo e quello del '66 potrebbe essere stato il primo caso in cui è stata ripresa... Un controllo in biblioteca non ci starebbe male, cmq, perché tra le foto de La Sicilia che ho io non se ne parla..

 

Filippo Fabio Solarino
Io invece sono convinto che la tesi sia attendibile ,ma manca la prova, e questo non e' poco. A dire il vero la prova mancherebbe anche per 

la partita del 60-61,ma  purtroppo non c'e'. Anche se la storia dice che quando l'Inter arriva a Catania nel 61 ha ormai perso lo scudetto a meno di un suicidio della juve..E dice pure che l'Inter che arriva a Catania nel 66 e' quella euromondiale,e non quella ancora un po sfigata del 61. .. 

Roberto Quartarone 

http://www.step1.it/index.php?id=6615-clamoroso-al-cibali-o-forse-no

Sandro Ciotti pronunciò davvero la storica frase il 4 giugno del 61 durante la partita Catania-Inter? Non esistono registrazioni e cè chi mette in dubbio la paternità delle tre parole entrate nel lessico comune per commentare un evento inaspettato. Tutti i particolari della storia nella nuova puntat...

Filippo Fabio Solarino

ncredibile la coincidenza..o forse non lo e' (visto che radio zammu' e' proprio di catania) . quindi la trasmissione e' andata in onda ieri.....

forse e' anche strano che uno di noi non sia stato interpellato.... cmq i dubbi restano, ma purtroppo nei dubbi vince la vulgata popolare,che e' quella del clamoroso al Cibali pronunciato da Ciotti nel 61 

appena ascoltata (purtroppo)... avrei ucciso il conduttore quando ha detto che l'Inter che arrivava nel 61 era quella campione d'europa di Herrera.... (ndr: condivido!) Sono quasi certo che la frase non sia del 61, ma manca la prova decisiva

Antonio Buemi

Ciao Ale,
tutta la discussione è molto interessante, sembra plausibile che il vero clamoros al Cibali sia quello del 1966. Ho cercato in rete quel libro di cui parlava Provenzali è, guarda caso, ho trovato questo :
http://www.minervaedizioni.com/SchedaProdotto.aspx?oid=2cf2ea61-1b01-426b-b91d-8b24354ecb49

Si tratta di un libro di Riccardo Cucchi, giornalista RAI, dato in uscita ad agosto 2010 (magari hanno ritardato). Non penso comunque troveremo informazioni diverse da quelle che abbiamo ascoltato dalla viva voce dell'autore nella puntata celebrativa de "La Storia siamo noi", nella quale si riferivano comunque sempre al 2-0 del 1961. D'altra parte allora la cosa clamorosa sarebbe stato il fatto che l'Inter avrebbe perso lo scudetto all'ultima giornata, ma dalle cronache del tempo sembra che non ci credessero più, per via della mancata assegnazione della vittoria a tavolino contro la Juventus che era nll'aria.
Libro Clamoroso al Cibali!, Riccardo Cucchi - in vendita da Minerva edizioni
www.minervaedizioni.com

 

Filippo Fabio Solarino

Interessantissimo.se solo riuscissimo a trovare la maledetta ''pistola fumante''...Certamente l'Inter divento grande solo nel 1963, e quella de 61 non vinceva nulla dai primi anni 50, ne aveva mai fatto la coppa dei campioni. e quando venne da noi quel fatidico giorno aveva pochissime speranze di farcela....sicuramente la leggenda metropolitana sul ''clamoroso'' va oltre le cazzate di internet,ed e' diventata verita' intoccabile...Potremmo parlarne tra le righe del nostro racconto, ma se i dati rimangono questi e' difficile sostenere una tesi diversa.

 

 

VISTO CHE IL SIGNOR F. HA SCATENATO L'INTERESSANTE QUESITO DA GIALLO POLIZIESCO, RIMETTENDO TUTTO IN DISCUSSIONE E NON SAPENDO QUANTO NOI CATANESI SIAMO CURIOSI E AFFASCINATI DA QUESTI GIOCHETTI , IN ATTESA DI SCOPRIRE L'ASSASSINO, IL DIBATTITO E' ANDATO A FINIRE

 QUI:

 

Il popolare conduttore della storica trasmissione "Tutto il calcio minuto per minuto", Alfredo Provenzali, è l'ospite di "Catania Show", il roto...calcio radiofonico condotto da Nicola Savoca, in onda su Radio Flash tutte le volte che gioca il Catania. Domencia l'inizio della trasmissione è fissato per le 15.00, in contemporanea con l'avvio di Sampdoria-Catania. Provenzali, per lungo tempo inviato dei principali campi di calcio assieme a Enrico Ameri e Sandro Ciotti,
dirà la sua sul "Clamoroso al Cibali", la frase pronunciata nel 1961 dopo il 2-0 a sorpresa del Catania contro l'Inter. Fu davvero Ciotti a ricorrere a quella espressione ? Sulla scia del rimbrotto di Berlusconi all'allenatore del Milan ( "Si sistemi i capelli prima delle interviste" ) un approfondimento semiserio è dedicato a "Come porti i capelli bel Catania", le acconciature dei giocatori rossazzurri Gli aggiornamenti e le pagelle della partita sono a cura di Daniele Lo Porto. Al talk-show radiofonico collaborano Maddalena Bonaccorso, Veronica Parasiliti, Alfio Sciacca, Fabio 

 

mercoledì 27 ottobre 2010 BRUNO PIZZUL A "CATANIA SHOW": ECCO CHI DISSE 'CLAMOROSO AL CIBALI' !

Il popolare telecronista della Rai Bruno Pizzul è uno degli ospiti di "Catania Show", il roto...calcio radiofonico condotto da Nicola Savoca, in onda su Radio Flash tutte le volte che gioca il Catania. Domenica 31 ottobre, a partire dalle ore 20.45 - in contemporana con Catania-Fiorentina - la voce più famosa del calcio italiano dirà la sua sulla leggenda del "Clamoroso al Cibali", la definizione che - secondo gli storici del calcio - sarebbe stata pronunciata il 4 giugno del 1961 da Sandro Ciotti dopo l'inaspettato - quanto, appunto, clamoroso - 2-0 in casa del Catania contro l'invincibile Inter di Helenio Herrera.
La mitica vittoria dei rossazzurri tolse dalla maglia dell'Inter lo scudetto di quella stagione per assegnarlo alla Juventus. Ma fu davvero Ciotti a pronunciare quella frase ? In realtà non esistono registrazioni audio-video di quella partita. Da questa settimana "Catania Show" ascolterà protagonisti e testimoni di quegli anni per fare luce su una leggenda mai chiarita fino in fondo. Se volete dire la vostra sull'argomento inviate una mail a
info@radioflash.fm.http://sicilia-journal.blogspot.com/

 

http://sicilia-journal.blogspot.com/

 

E ANCHE QUI

 

 

 

Anche al titolare di questo sito, attraverso Radio Flah Catania, 

il  10 nov 2010 è stato chiesto il parere sulla vicenda.

 

 

Sergio Nunzio Capizzi

Caso "Clamoroso al cibali (quando è stato pronunciato ?)" nuove prove sul banco degli inquirenti...per la prima volta leggo su un giornale il termine "clamoroso" (clamorosa) accostato al match catania-inter...il catanianei bassifondi di classifica batte l'inter in serie utile da 17 gare, e lo fa meritatamente...niente clamore per la vittoria del 1961 (si parla solo di vendetta) e solo un trafiletto nell'ottobre 1962 per la vittoria con gol di milan...inoltre ho letto altrove in una rubrica di cannavò "parliamone insieme" che rispondeva ad un lettore de la sicilia, che della vittoria del 1966, ne parlarono i giornali di tutta europa....che sia la strada giusta ?

 

Filippo Fabio Solarino

Caso "Clamoroso al cibali (quando è stato pronunciato ?)" nuove prove sul banco degli inquirenti...per la prima volta leggo su un giornale il termine "clamoroso" (clamorosa) accostato al match catania-inter...il catanianei bassifondi di classifica batte l'inter in serie utile da 17 gare, e lo fa meritatamente...niente clamore per la vittoria del 1961 (si parla solo di vendetta) e solo un trafiletto nell'ottobre 1962 per la vittoria con gol di milan...inoltre ho letto altrove in una rubrica di cannavò "parliamone insieme" che rispondeva ad un lettore de la sicilia, che della vittoria del 1966, ne parlarono i giornali di tutta europa....che sia la strada giusta ?Filippo Fabio Solarino nei giornali di Catania tra il 61 e meta' anni 80(anche e sopratutto nelle settimane delle partite con l'Inter) non si parla mai della frase. Piu' che essere strano e' una prova.

 

Antonio Buemi
Nello speciale sui 50 anni di "Tutto il Calcio MpM" Provenzaqli afferma che sicuramente la frase non fu detta in diretta, ma forse in qualche trasmissione di commento successiva. Il nostro amico Mimmo Rapisarda ha ricevuto informazioni da un signore di Torino....

 


NUOVO, CLAMOROSO, COLPO DI SCENA! CHI E' STATO A DIRLO?

 

 

 

il giallo continua, alla caccia del testimone per risolvere il giallo

 

L’Inter da parte sua, con quel corredo di campioni, sembrava inebetita dal ritmo imposto dal Catania, e sprecò le uniche due occasioni per pareggiare, con Mazzola e Jair.Sembrava l’inizio di una ripresa per gli etnei , ma purtroppo non fu così; i rossoazzurri vinsero quell’anno solo due volte, con la Roma per uno a zero, e con il Varese per tre a zero. Quell’anno la squadra si classificò penultima dietro il Varese retrocedendo in serie B, dopo sei anni di massima serie. I marcatori furono Facchin con nove reti, Fanello con quattro reti , Petroni e Magi con tre reti. Inoltre alla fine del campionato il Catania partecipò a due incontri internazionali nell’ambito della  Coppa Amicizia: con il Lens e a Grenoble nell’ambito del gemellaggio della stessa città con Catania. In ambedue gli incontri il Catania perse in modo molto netto.

1966-1967 Ritrovarsi in B per il Catania non fu facile. Dopo gli anni in cui la città e la squadra avevano camminato allo stesso livello delle grandi del calcio, pur con mezzi inferiori, ci si illuse che questa conduzione societaria del Presidente Marcoccio e il Dirigente Giuffrida potesse durare in eterno. Ma non fu cosi.

La squadra venne smembrata: il centravanti Fanello andò via a novembre; poi lo segui Magi, Vavassori -il grande portiere che aveva entusiasmato la platea catanese, andò a Bologna per finire la carriera- in cambio del portiere Rado -che poi si rivelerà un grande portiere- la mezzala Fara e l’ala Pasqualini. Andò via Biagini, Facchin ,Petroni, Cella, Branduardi, Lampredi, Michelotti e Landoni.

Ci fu un repulisti generale. Degli anziani rimasero solo Calvanese e Rambaldelli a fare da chioccia ai nuovi arrivati. Oltre ai già citati Rado e Fara arrivarono Montanari (stopper), l’ala Albrigi dal Torino, il mediano Teneggi dal Torino, il laterale Vaiani e, per il settore di punta, l’ala Carelli e il centravanti Baisi, Pereni dal Novara - mezzala di buona tecnica- e infine l’ala Girol, un elemento che si rivelerà mobile guizzante e costante nel rendimento. La squadra venne affidata ad un ottimo allenatore per quel tempo, Dino Ballacci, un sergente di ferro affezionato alle proprie idee che però non ebbe grande feeling con la gente di Catania. Nella fase iniziale la squadra tardò a trovare i giusti ritmi, poi con il rientro di Calvanese la squadra cominciò ad avere una sua fisionomia e ottenne brillanti risultati totalizzando 42 punti.

 

 

 

Quell’anno furono promosse in Serie A Sampdoria e Varese. Il Catania perse a tavolino l’incontro con il Modena a Catania in quanto un giocatore del Modena era stato colpito da un sasso proveniente dalla tribuna. Giocò con il Palermo allenato dall’ex Carmelo Di Bella e pareggiò in casa. Nel girone di ritorno il Catania incamerò la bellezza di 25 punti, andando a vincere a Palermo grazie ad un goal dell’estroso Mario Fara.

Tra i marcatori si distinsero Baisi, con nove goal, seguito da Girol con sei reti e quindi Fara ,Calvanese e Pereni con tre goal.Negli anni che vanno dal 1967 al 1969 la squadra venne rinforzata ancora una volta: andò via il nucleo storico costituito da Bicchierai, Artico, Calvanese e Fantazzi insieme ad Albrigi e il danese Cristensen.

E’ e resterà nei ricordi indelebili della generazione rossazzurra anni ’60, quella dei record, quelli di Di Bella e Marcoccio. Alle nuove generazioni di tifosi, l’immagine dell ‘Pantera’ è stata tramandata dentro i racconti di padri e nonni, storie di calcio e di grandi vittorie con protagonista Giancarlo Danova. Classe 1938, nato a Sesto San Giovanni, centravanti od anche ala, arrivò al Catania nel 1963, dopo le esperienze con Spezia, Torino e Milan. Lasciò i rossazzurri nell’anno della retrocessione, proseguendo la carriera all’Atalanta, poi Fiorentina, Mantova ed Omegna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo nome è ritornato sulle pagine de ‘La Gazzetta dello Sport’ a distanza di decenni, per l’ultimo saluto: “Veloce come un fulmine, proprio come quando sgommava in campo sulla fascia destra, Giancarlo Danova, detto Pantera, ha imboccato la strada degli spogliatoi. Aveva 75 anni [...] Danova, quando era in giornata, era davvero un diavolo: i difensori avversari lo vedevano all’inizio e alla fine di ogni partita: nel mezzo c’era solo lui, con le sue finte, accelerazioni, i suoi dribbling e i tiri. Il limite era il carattere: si arrabbiava spesso e gli arbitri lo spedivano a fare la doccia prima del 90″.

 Lasciato il calcio nel 1974 si dedicò ad allenare. Infine divenne osservatore per il Milan. Due stagioni con la maglia del Catania. In totale, 57 presenze e 19 reti (fonte statistiche Wikipedia).

 

 

SERIE B 1966/67

Pietro Anastasi fu trattato dal Catania, ma firmò per il Varese e si allontanò per sempre dalla terra natìa.  Grazie ad un'autorete di De Bellis al Cibali il Palermo venne sconfitto per la prima volta nel dopoguerra. Il 31 dicembre '66 durante Catania-Modena una pietra dagli spalti ferì il modenese Cattani. Il colpevole non fu mai identificato.

 

SERIE B 1967/68

Anzicchè tesserare il giovane Giorgio Chinaglia il Catania prese Sandro Vitali per l'attacco. Luigi Valsecchi, promosso tecnico dopo l'esonero di Ballacci, diede vita ad una straripante serie utile nota come "un bellissimo dicembre": 5 successi di fila tra il 3 dicembre ed il 31 dicembre '67. Caddero Padova, Novara, Reggina, Modena e Messina.

 

 

Il Catania 1967-68

 

SERIE B 1968/69

Il nuovo tecnico Egizio Rubino disputò tutto il torneo senza attaccanti. Un giovanissimo Renato Zaccarelli fece il suo esordio col Catania. L'1 giugno del '69 il Catania vìolò Reggio Calabria per 0-1, Rado parò un rigore all'amaranto Franco Causio e la Reggina disse addio alla A quasi certa in caso di vittoria. Scoppiarono violenti incidenti a fine gara.

Questi elementi vennero rimpiazzati con l’ala Trombini proveniente dal Mantova, Gavazzi, elemento molto estroso e di umore variabile proveniente dalla Reggiana;lo stopper Strucchi, il piccolo e guizzante Volpato e, per ultimo il fiore all’occhiello della campagna acquisti, il centravanti Vitali del Catanzaro, che l’anno prima aveva segnato diciannove goal e che era richiesto da squadre di Serie A. Ma neppure questa annata fu felice: incomprensioni e polemiche dilaniarono lo spogliatoio, l’unico successo fu un 5 a 1 conseguito al Cibali con il Bari; poi una serie di sconfitte che costrinsero la dirigenza a chiamare il fedelissimo Gigi Valsecchi, persona umile e serio professionista. Egli inanellò una serie di risultati utili, vincendo a Reggio Emilia, Novara, Reggio Calabria e infine a Messina con una partita magistrale e due goal di Fara e Gavazzi.Il Catania tra alti e bassi si classificherà al 10° posto; perderà il derby al Cibali con il Palermo -che quell’anno sarà promosso in Serie A con 52 punti precedendo Verona e Pisa, guidato dell’ex Don Carmelo di Bella. 

Con la trasformazione delle società calcistiche in società per azioni, uscì di scena un personaggio che tanto aveva dato al Calcio Catania, il dr. Ignazio Marcoccio,che aveva regalato alla città di Catania insieme alla squadra, pagine indimenticabili. A Marcoccio subentrò il vulcanico Angelo Massimino uomo competente, appassionato e grande tifoso, che lascerà anche lui un segno indelebile nella storia del calcio catanese e fu subito soprannominato "Mister miliardo". Sarebbe stato l’uomo della rinascita, pur con i suoi atteggiamenti balzani ma generosi. Ad allenare la squadrà chiamò Egizio Rubino, un gentleman della panchina, allenatore serio e preparato, il quale porrà le basi per la promozione del Catania in Serie A l’anno successivo.Nel 69/70 il Catania comincia il campionato con grande disinvoltura; Massimino prepara le cose per bene: ingaggia il terzino Limena dal Torino -che verrà battezzato il nuovo Facchetti- e che scomparirà tragicamente qualche anno dopo in un incidente stradale alla scogliera. Il mediano Bernardis -detto "Cavallo pazzo" per le sue sgroppate in avanti- Cavazzoni, centravanti di movimento, e, fiore all’occhiello della campagna acquisti, l’ala sinistra Aquilino Bonfanti, grande realizzatore, proveniente dal Verona. La squadra cominciò a spron battuto; nulla fu precluso ai rossoazzurri di Rubino: Mantova, Bergamo, Arezzo sono i campi dove il Catania giocò e diede spettacolo. Bonfanti, Limena e Cavazzoni ripagarono il loro presidente a suon di goal.

 Il girone di ritorno fu un po' difficile ma la squadra lo superò con grande disinvoltura; tra l’altro esordì quell’anno un catanese purosangue, Mimmo Ventura: giocò in prima squadra in B nell’incontro con il Varese, e negli altri incontri nei quali si trovò a giocare diede il suo Bonfanti è l'ultimo accovacciato in basso a destra.apporto alla promozione.La certezza dell’avvenuta promozione si ebbe a Reggio Calabria, nello storico derby con la Reggina del 14/06/1970, battuta dali etnei per 3 a 1. Era lo stesso giorno in cui l’Italia giocava con il Messico per l’accesso alla finale dei mondiali del 1970.

Quella di Reggio fu la più corposa invasione esterna che il tifo catanese si sia concesso in tutti i tempi. Si calcola che ventimila tifosi si siano trasferiti al di là dello stretto per sostenere la squadra, una formazione umile e compatta che riuscirà a compiere il terzo miracolo. Segna Pirola per i calabresi, pareggia Bonfanti su punizione calibratissima, ma il pareggio non basta. Al 75° finalmente la liberazione: segna Volpato , ed è qui che Massimino, piangendo di gioia, si alza dalla panchina e va verso la tribuna alzando le braccia in una ovazione di pubblico. Il terzo goal del suggello della vittoria lo mette a segno Zimolo. E’ l’apotesi quel pomeriggio. I rossoazzurri schieravano: Rado; Strucchi Limena; Buzzacchera Reggiani Bernardis; Volpato Vaiani Zimolo (Gavazzi) Pereni Bonfanti.Reggina;Jacoboni ; Divina Grossi; Tacelli Pirola Sonetti; Perrucconi Lombardo Vallongo Campagna Toschi. Bonfanti sarà il capocannoniere della Serie B con 14 reti e Rubino, coadiuvato dai fidi Calvanese e Bongiovanni, avrà la soddisfazione di essere premiato come migliore allenatore per la B. Il Catania fu promosso in Serie A insieme a Varese e Foggia. Il Mantova suo immediato inseguitore sarà scavalcato dagli Etnei di un punto.

Nell’anno 70/71 il Catania in Serie A ingaggia l’esperto centrocampista Romano Fogli , il terzino Cherubini della Reggiana e il centravanti Baisi dal Torino (cavallo di ritorno). Quell’anno, l’Amministrazione Comunale dell’epoca non aveva per nulla affiancato Massimino cosi come si era ripromessa. Inoltre una guerra interna tra marcocciani, abituati a un certo modo di gestione, e massiminiani, abituati a seguire l’umore del proprio presidente sempre più autocratico, crearono non pochi problemi.

Il Cibali restava l’eterna incompiuta: la sua penosa insufficienza e la scarsa cura, erano diventati la favola di tutti e la giustificazione per certe batoste subite dalla squadra. Di calcio quell’anno se ne vide poco: il Catania retrocesse l’anno dopo vanificando la meravigliosa pagina di Reggio Calabria. Nell’anno 71/72 il Catania tornato in B liquida il bravo Rubino e si affida alla vecchia bandiera Calvanese, ma farà presto a mollarlo alla terza giornata richiamando l’allenatore Carmelo Di Bella. La società catanese ingaggia il centravanti Quadri , il terzino Guasti dal Prato, l’esperto stopper Spanio -uomo di mille battaglie- l’ala D’Amato dalla Lazio e l’ala sinistra Francesconi, puntuale realizzatore, proveniente dalla Sampdoria ma alla fine della carriera e che si affianca a Bonfanti. Con questa squadra molto bene equilibrata Di Bella infila una serie positiva vincendo a Como e a Modena, ma alla tredicesima giornata di campionato scende al Cibali il Livorno.

L’arbitro Porcelli di Lodi, dopo aver fatto finta di non vedere un paio di episodi sospetti in area livornese, convalida un goal irregolare di Righi e i tifosi inviperiti rispondono con una sassaiola da dimenticare. Il campo del Catania venne squalificato per quattro giornate e gli etnei furono costretti a peregrinare per i campi siciliani.Il Cibali riapre i battenti; il pareggio con il Palermo e la vittoria ottenuta sul neutro di Alessandria con il Monza, mettono gli etnei in condizione per poter ambire alla promozione in A.

Durante l’incontro al Cibali con il Como, il Catania ha l’opportunità di vincere per ben due volte grazie a Francesconi, ma non c’è nulla da fare contro l’agguerrita difesa del Como. A tre minuti dalla fine l’arbitro Sgherri inspiegabilmente concede un rigore inesistente al Como.  Scoppia la fine del mondo: prima un tentativo di sassaiola, poi l’invasione di campo; l’arbitro viene colpito mentre rientra negli spogliatoi. Il referto dell'arbitro è duro, ma la risposta del Giudice sportivo è tremenda: cinque giornate di squalifica vengono appioppate al Catania che chiude l’anno con l’amaro in bocca e qualche recriminazione, a ragione.

 

SERIE B 1969/70

La FIGC si convertì definitivamente alle SpA e Marcoccio profetizzò: "Oggi è morto il calcio".

Angelo Massimino divenne l'unico amministratore. In occasione del match casalingo contro il Modena, vinto per 2-0, Giovanni Gavazzi realizzò uno strepitoso gol direttamente su calcio d'angolo.

Durante il decisivo match a Reggio Calabria, il cavaliere svenne per la tensione e fu soccorso da Mario Petrina (futuro presidente dell'ordine dei giornalisti) e dal professor Mineo.

Il Catania, promosso per la terza volta in A, ebbe la miglior difesa della cadetteria (-19) e il miglior rendimento esterno (20 punti frutto di 5 successi e 10 pareggi).

Aquilino Bonfanti ottenne il titolo di capocannoniere della B con 13 reti in condominio con i varesotti Ariedo Braida (futuro d.s. milanista) e Roberto Bettega.

Dopo la retrocessione in Serie B del 1966, si inizia a percepirne gli effetti: tanti anni in cadetteria, problemi societarii, squadra ringiovanita.

Nel 1969 Angelo Massimino subentra ad Ignazio Marcoccio alla guida del Catania, da poco divenuto S.p.A., allestendo subito una formazione di prim'ordine.

A Reggio Calabria, il 14 giugno 1970, è un tripudio, con migliaia e migliaia di catanesi ad assistere alla partita promozione ed il Cavaliere che viene colto da malore per l'euforia.

Ma la Serie A è un campionato duro ed è funestato dalla tragedia di Luciano Limena, giovane talento rossazzurro. A fine stagione il Catania tornerà mestamente in B.

 (a cura di Piero Armenio)

 

 

 

 

 

 

 

Il Catania piange la scomparsa di Aquilino Bonfanti, protagonista della promozione in A nel 1970

Ala sinistra dotata di talento, intelligenza calcistica e generosità, scrisse dal 1969 al 1972 una pagina importante della storia del club.

Il Calcio Catania piange la scomparsa di Aquilino Bonfanti, indimenticabile protagonista della promozione in Serie A conquistata nel 1970: l’attaccante milanese, autentico trascinatore, si laureò capocannoniere del torneo cadetto con 13 reti in 34 partite, realizzando una doppietta nel corso della gara decisiva disputata il 14 giugno 1970, Reggina-Catania 1-3. Ala sinistra dotata di talento, intelligenza calcistica e generosità, scrisse dal 1969 al 1972 una pagina importante della storia del nostro club; complessivamente, in maglia rossazzurra, Aquilino Bonfanti collezionò 111 presenze, firmando 28 reti (5 in Serie A, 22 in Serie B ed una in Coppa Italia). Alla famiglia, giungano sincere condoglianze. Lo riporta la società con una nota apparsa sul sito ufficiale.

 

 

"LINO" BONFANTI è nato a Milano il 25 febbraio del '43. Giunse a Catania nell'estate del '69 quale unico rinforzo richiesto dal tecnico Egizio Rubino per colmare la penuria offensiva patita la stagione precedente.

 

Un acquisto di "lusso" con provenienza Verona. Una di quelle operazioni di mercato effettuata per esaltare la piazza già assetata di rivalsa.

Un tipico colpo "alla Massimino" destinato a depositarsi nei ricordi di tifosi e sportivi per molti anni quale mossa vincente proverbiale. La sua viva voce (mai sentita in tv o altrove da che si sappia) ci arriva chiara dall'altro capo del telefono la sera dell'ultimo martedì novembrino.

L'accento tradisce le origini meneghine, mister Bonfanti ha da poco terminato una sessione di allenamento con i suoi ragazzi e i ricordi con la casacca rossazzurra sgorgano fluenti: "Si, è vero: ho giocato con Milan e Inter...ma per me il Catania è stato il massimo!".

Bonfanti vestì il rossonero milanista nel '64/65 col quale esordì in A in un Milan-Juve datato 25 aprile '65.

 

 

Fu uno dei primi casi di "doppio ex" della madunina perchè anni dopo ( '67/68 ) indossò la maglia del biscione nerazzurro interista con 7 presenze e una rete. In rossazzurro, complessivamente, sono 3 le stagioni di militanza tra il '69 e il '72.

100 presenze tonde-tonde con 27 reti pesanti come macigni: Bonfanti fu capocannoniere di cadetteria del '70 con 13 centri, ex-aequo con Bettega e Braida.

Se la cavò anche nel duro campionato di massima serie '70/71 con 5 segnature nelle 30 partite di A giocate tutte.

"Dovevamo giocare a Reggio Calabria la partita per noi decisiva - sciorina il bomber di un tempo da noi in trasmissione - e io sognai di far gol! Cosa che accadde! Realizzai due gol e andammo in A! Sapevo il fatto mio... Lo stadio era tutto un tripudio di tifosi catanesi, uno spettacolo indimenticabile! Rimasi anche l'anno di B con Di Bella: ci furono invasioni e giocammo in campo neutro parecchie gare. Poi passai al Catanzaro ma per me Catania è indimenticabile!" "Io continuo ad esser felice delle vittorie del Catania attuale e soffrire se le cose non vanno bene - riattacca l'indimenticato attaccante - ; di recente mi sono giunte due lettere di miei tifosi da Catania che mi hanno commosso...".

Malgrado siano passati più di 40 anni chi vuoi che abbia dimenticato Lino Bonfanti??

(a cura di Piero Armenio)

 

 

 

 

 

Piero Baisi

E' stato in rossazzurro due volte, nel '66-'67 in Serie B e nel '70-'71 in Serie A con Angelo Massimino.

Andrea Lodato

Taormina. E' un ragazzo classe ‘45 quello che si alza di scatto dalla sedia a sdraio, dribbla con eleganza qualche ciotolo più emergente sulla spiaggia meravigliosa del Caparena di Taormina. Poi punta dritto dritto il mare, non lo ferma nessuno. Gol. No, splash, giusto. Sorride un tifoso che è accanto a noi, mentre gli sussurriamo questa cronaca suggestiva, fortemente evocativa di altri scatti, dribbling secchi, tiri imparabili, gol impossibili, dialoghi fitti fitti, pallone attaccato ai piedi, con i compagni. E assist, d'oro.

Il ragazzo classe ‘45 è Piero Baisi, che giocò due volte nel Catania, nella stagione ‘66-'67 in Serie B e nella stagione ‘70-'71 in Serie A. Un signor centravanti (nove reti nella prima esperienza e altrettanti nella seconda), non a caso nato, del resto, in un paesino della provincia di Modena, Serramazzoni, che conta oggi 8.209 abitanti e di questi tre attaccanti di razza che hanno segnato caterve di gol: Baisi, appunto, Gianni Bui e Luca Toni. Insomma, mica robetta.

Ora è qui, Baisi, che ha sposato una catanese, Serenella, ed ha una figlia, Giada, nata pure a Catania. E ama questa città, Baisi, e tifa per i rossazzurri. Lui che vive dalle parti di Sassuolo, per intenderci. Ed ha assistito al Sassuolo-Catania, partita-beffa della scorsa stagione. E da qui parte, Piero.

«Che rabbia, che delusione. Io tifavo Catania, chiaro no? Quella partita si poteva e doveva vincere. I rossazzurri non erano mica squadra che doveva retrocedere. Ma dai... ».

Si accalora da buon emiliano Baisi, che sente scorrere nelle vene anche sangue lavico. Piero è stato un attaccante vero e un combattente, del resto, era uno che giocava titolare nella Nazionale Olimpica con Pietruzzo Anastasi, e per far giocare lui lasciavano in panchina niente meno che Beppe Savoldi, eh. E Baisi giocò nel Torino di Meroni e Combin, per ricordare altro, e vinse la medaglia d'oro ai Giochi del Mediterraneo nel 1967. Ma, chiediamo, erano quelli gli anni in cui si giocava al rallentatore, come mostra la tv nei filmati d'epoca? E qua Baisi s'arrabbia un po'.

«Ma che rallentatore, non scherziamo. Sono i filmati vecchi che danno questa impressione. Si correva anche allora, parecchio. Non è vero che gente come Rivera giocava da fermo. Giocava da Dio, semmai, e avevamo sempre i difensori o i mediani attaccati addosso, che ci braccavano. Altro che rallentatore».

Ma era un altro calcio, non foss'altro perché era un'altra era, si capisce. Pure vero che allora i club avevano rose ristrette, sedici al massimo, si giocava in 11, poche riserve. Già, confessiamo che è un po' il calcio di cui abbiamo nostalgia. Ma va là, niente andiamo avanti. Baisi ricorda: «Un Cibali stracolmo quando affrontammo la Juventus. Pareva se ne calasse giù lo stadio per il tifo. Gran partita nostra, poi un certo Bettega di testa colpì in maniera perfetta e gol. Ueh, era Bettega. Tanti ricordi, diciamo un gran gol in rovesciata contro il Milan e uno nel derby contro il Palermo».

Ieri. E domani? Cioè Baisi come lo vede il Catania tornato in B? «Sono convinto che il presidente Pulvirenti, che in questi anni ha fatto cose straordinarie per il calcio in questa città, compreso il Centro sportivo di Torre del Grifo che voglio andare a visitare, non sbaglierà. Ho letto che sta prendendo Calaiò e che cerca Rosina, sono due ottimi elementi per una squadra che deve essere protagonista nel campionato di Serie B. E poi ha certamente una buona base su cui costruire l'impianto. Quella che ha giocato l'ultima stagione di A era una squadra che si sarebbe potuta salvare senza tanti problemi. Ancora non riesco a capire che cosa possa avere provocato quel lungo periodo di crisi».

Baisi ama Catania, tifa per il Catania, torna ogni anno a far le vacanze qui e si trascina, per giunta, un bel po' di amici emiliani. Con il calcio ha chiuso, ultima stagione giusto giusto a Sassuolo, poi altra strada, da dirigente in un'azienda. Il pallone lo segue ancora, ma tenendosi a distanza di sicurezza, diciamo. E Piero può permettersi anche di buttar lì qualche giudizio tranchant: «Il calcio di oggi non è soltanto molto fisico, c'è anche troppa gente che tu la guardi e cerchi di capire com'è che ‘sta gente gioca a questi livelli. Il fatto è che si gioca tanto, ci sono rose fatte di trenta giocatori, e alla fine giocano un po' tutti, ma davvero tutti. Fosse stato così ai miei tempi. Però io al Toro aveva davanti quel Combin che giocava e segnava tre gol alla Juventus nel derby. E come lo levavi uno così? Certo, sì, era un altro calcio».

 

 

Fogli mai ingialliti

 

 

(di Alessandro Russo) - tratto da Catania Magazine - novembre 2009

Estate 2009, movida catanese: strette di mano, pacche sulle spalle e strizzatine d’occhio. Quindi un salto indietro fino agli anni Settanta della storia rossazzurra: argomento scelto Romano Fogli.

“Per uno come lui–parola di Roberto Quartarone, classe ’86, studente di Lingue con la testa al calcio e al basket - la fatidica frase ‘Una vita da mediano’ è riduttiva. Sono nato più di dieci anni dopo la sua partenza da Catania ma quando ne sento parlare penso a un centrocampista di valore assoluto. Immaginiamo Pirlo o De Rossi che a un tratto, seppur ancora capaci di giocare ad alti livelli, decidono di passare a una provinciale. Fogli veste il rossazzurro in un‘altalena di emozioni contraddittorie che ci vedono oscillare fra lo splendore della serie A e le buie cantine della C; nonostante fosse a fine carriera, con classe ed esperienza ha onorato quella maglia per quattro anni e con noi ha totalizzato 113 presenze e 3 reti.”

L’ing. Antonio Buemi, 34 anni e alla perenne ricerca di soluzioni ordinarie, inserisce un tassello.

“Con Haller e Bulgarelli, negli anni Sessanta dava forma al centrocampo del Bologna, incarnando lo stereotipo del mediano instancabile. Ingranaggio invisibile e indispensabile di una squadra vincente, in rossoblù ‘Romanino‘ recupera palloni e macina chilometri. Conquista così la vittoria del campionato e diventa ‘Grissino tricolore’; leggendario rimane il suo gol direttamente su calcio piazzato che sblocca lo spareggio-scudetto contro l’Internazionale. Era il 7 giugno ‘64, si giocava allo Stadio Olimpico di Roma e fu lui il vero mattatore di quell’afoso pomeriggio estivo. Consacratosi ad alti livelli, passa al Milan, alza al cielo Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale e colleziona 13 gettoni di presenza in azzurro.”

Silvia Ventimiglia, irresistibile e romantica freelance viagrandese doc, raccoglie l’assist.

“Io ho superato i quarant’anni e ricordo perfettamente quei quattro campionati da noi. Era un play-maker di qualità e la sua caratteristica principale era una continuità impressionante. Ho letto che da piccolo giocava in parrocchia e nelle piazze con una palla fatta di stracci e il debutto in A arrivò, del tutto inaspettato, a diciott’anni con la maglia granata del Toro. Dieci anni dopo era in nazionale nella sfortunata spedizione inglese ai Mondiali del ’66. Nell’estate ’70 Fogli è il botto etneo al calciomercato di Milano, il punto di forza della nostra campagna acquisti per irrobustire la zona nevralgica del campo. Diventa un riferimento per i compagni e tenta di mantener fermo il timone in anni non facili per il calcio catanese.“

“Quest’anno –le strappa la parola Cecilia Amenta, 35 anni, bionda come una spiga di grano e vivace più dell’ape maia- sono stata presente in tribuna al Massimino in quasi tutte le partite casalinghe. E’ capitato più volte, quando ci veniva assegnata una punizione dal limite, che i miei vicini di posto, due simpatici e brizzolati abbonati sulla sessantina, mormorassero a denti stretti ‘Ci vorrebbe un tiro alla Romano Fogli, una delle sue imprendibili punizioni a foglia morta che lasciavano il portiere ad acchiappar farfalle.”

“Qualche giorno fa –puntualizza la ventiseienne Antonietta Licciardello, giornalista- l’ho sentito per un’intervista alla radio. ’Intanto -queste le sue parole- ringrazio una città che mi ha voluto bene sin dal primo momento e ancora una volta si è ricordata di me. Le mie stagioni in Sicilia furono travagliate ma all’ombra dell’Etna mi trovai benissimo. Venni giù a 32 anni compiuti, non certo per svernare ma con la voglia giusta; ci tenevo insomma a lasciare il segno. Fu il presidente Massimino in persona a convincermi: la sua era una passione immensa e nel calcio la passione è tutto. Abitavo in via Villini a mare in una zona meravigliosa e miei vicini di casa erano Volpati, Pereni, Montanari e il compianto Memo Prenna. Il primo campionato si concluse con la retrocessione tra i cadetti e l’ultimo addirittura con una rovinosa caduta in terza serie; in mezzo conquistammo un ottavo e poi un quinto posto in B. Appese le scarpette al chiodo, ho continuato a vivere di pallone allenando Reggiana, Foggia, Livorno e Siena; poi sono stato il vice di Trapattoni a Firenze e di Gentile nell’under 21 azzurra. “

Filippo Solarino, 42 anni, pubblicitario, rossazzurro fino al midollo apre l’album dei ricordi e chiude i lavori.

“In un pomeriggio primaverile del ’72 –spiega- giochiamo al Vittorio Emanuele di Siracusa, in campo neutro, a causa di una delle tante giornate di squalifica del Cibali. Io ho 6 anni e l’avversario è il Modena; appena chiedo a mio padre come mai quel giocatore ha una fascia bianca sul braccio, mi risponde che è il 'capitano' e dai suoi piedi passano tutti i palloni importanti. Fogli è il regista, il simbolo indiscusso della squadra, il fine tessitore di gioco; polmoni d’acciaio e grande tecnica, è quello che detta i tempi.

Dagli spalti e ancor di più dal campo, notavi il suo stile, la precisione dei passaggi, e sopratutto il suo carisma. L'ultimo ricordo che ho di Romano in maglia rossazzurra è il placcaggio a un invasore nel corso di un Catania-Novara, nello sfortunato torneo ’73-’74. Anche in quel gesto emerge la personalità di uno che non è abituato a tirarsi indietro.”

GIOVANNI LO FARO
C’è stato posto pure per il Catania nel cuore di Romano Fogli, se non nel palmares, ricchissimo, di uno dei migliori talenti che il calcio italiano abbia espresso. La sorte, anzi, non si può dire sia stata benevola con l’ex centrocampista di Torino, Bologna, Milan e della  Nazionale, se in maglia rossazzurra, dov’era approdato a fine carriera, ma con grandi speranze nella stagione ’70-’71, gli regalò più amarezze che soddisfazioni. Due retrocessioni, dalla Serie A e dalla Serie B, un buco nero, o quasi, nella sua storia calcistica eppure di quegli anni, di quell’esperienza, Fogli, che oggi ha 72 anni, conserva un buon ricordo.
«Certo mi avrebbe fatto piacere continuare a vincere - racconta - ma quelli trascorsi a Catania li considero in ogni caso anni non poco importanti per la mia storia umana e professionale… ».

 

Diventa paonazzo, se gli dico che è stato uno dei giocatori più rappresentativi ad aver indossato la maglia rossazzurra, e ti serve, lui che nel calcio ha vinto tutto o quasi, una bella prova di umiltà. «No, Catania vanta una bella tradizione, negli anni della Serie A, soprattutto, in rossazzurro sono passati elementi di grande livello tecnico. Me ne sovvengono due, in particolare, il tedesco Szymaniak e il brasiliano Cinesinho».
Passaggi importanti, questi, in coincidenza con le stagioni d’oro del calcio catanese, che hanno lasciato ricordi indelebili: e se i più giovani ai ricordi non possono attingere, soccorrono i racconti di chi di quegli anni formidabili è stato testimone, se non protagonista diretto, e in mancanza, gli annali, cartacei o digitali, importa poco.

 

 

 

 

E Fogli, che di quei tempi fu protagonista, è testimone lucidissimo: «Ricordo benissimo Szymaniak, punto di forza della Nazionale tedesca, nelle cui file giocò i mondiali che si disputarono in Cile, nel 1962 (ma Szymaniak, appena ventiquattrenne, aveva partecipato pure ai mondiali di Svezia 1958, ndr), al fianco di Helmut Haller, mio compagno e amico al Bologna di Bernardini, campione d’Italia, prima di andare alla Juve».
Colgo l’attimo: Negri, Furlanis, Pasinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Scorrono i brividi lungo la schiena di Romano Fogli, e gli occhi si fanno lucidi: lo scudetto del ’64, conquistato nello spareggio di Roma con l’Inter, scommetto che per lui non valga meno della Coppa dei Campioni e della Coppa Intercontinentale che avrebbe poi vinto con la maglia del Milan, proprio l’anno prima di passare al Catania.

Ma nella storia del grande campione ci sono pure pagine amare. Fogli ne apre due, la battaglia di Manchester (semifinale di Coppa dei Campioni, 15 maggio 1969, ndr), nella quale Roberto Rosato, suo compagno di squadra al Milan e in Nazionale, da poco scomparso («sono andato a trovarlo, ho provato tanto dolore, era un bravissimo ragazzo»), fu violentemente colpito al volto con un pugno da Denis Law, l’attaccante scozzese che alcuni anni prima aveva giocato in Italia indossando la maglia del Torino, e la sconfitta di Middlesbrough, sempre Inghilterra, dove l’Italia cedette alla Corea del Nord e finì incredibilmente fuori dai mondiali.
«Posso capire cosa si prova - così, Fogli, sulla recente eliminazione della Nazionale dal Mondiale - fu dura pure per noi uscire a capo chino dall’Ayresome park ma certe scelte di Lippi davvero non mi hanno convinto. E resta incomprensibile, soprattutto, il motivo per il quale abbia deciso di puntare su elementi che in campionato avevano giocato poco o nulla, e che non erano nelle migliori condizioni per sostenere il peso di un campionato del mondo».

Le ragioni della crisi, per Romano Fogli, sono però più profonde: «C’è poca attenzione per i giovani, i vivai non sono molto curati, per non dire che è sempre più difficile che i nostri ragazzi trovino spazio. Gli stranieri? C’erano pure ai miei tempi, Szymaniak e Cinesinho del Catania erano stranieri, e straniero era Haller del Bologna e della Juve, giocatori importanti, che molto hanno dato al calcio italiano. E’ giusto che le frontiere rimangano aperte, ma sono convinto che un limite è necessario stabilirlo, tre - cinque elementi in campo, al massimo: l’Inter che ha vinto la Champions non può certo essere considerata espressione del calcio italiano…».
L’ultimo pensiero è per il Catania di oggi, che è oggi, tra le più belle realtà della Serie A, il Catania degli argentini, e di uno in particolare, Maxi Lopez, oggetto del desiderio di molti club (però resterà alla base). Sembra uno strappo alla regola ma Fogli se lo concede: «Maxi Lopez è un grandissimo giocatore, i miei complimenti al Catania, che seguo sempre con simpatia, i dirigenti rossazzurri hanno avuto l’intuito che ad altri è mancato… Il Catania? Certo, è una squadra che ha consolidato la propria presenza in Serie A. Esprime un buon calcio, le proprie strategie sono vincenti. Ho seguito molte partite, ne ho ricavato ottime sensazioni».

 

 

 

GUIDO BIONDI era nato a Lanciano ( Ch ) il 18 luglio 1952. Il fratello Edoardo ( di 8 anni più vecchio ) ci racconta al telefono che fu un osservatore del Catania a scovare il giovanissimo talento e portarlo in Sicilia nel '68. Benchè precoce, il suo estro oscurava perfino certi senatori della prima squadra durante gli allenamenti con la "primavera".

 

Dunque rapido fu l'esordio: il 14 febbraio '71 mister Rubino lo gettò nella mischia a Firenze, in un drammatico scontro-salvezza terminato 1-1 con molti rimpianti catanesi.

Quel giorno Biondi giocò un partitone: "...ricordo che Guido aveva addosso la casacca numero 7 - racconta Rino Rado in un articolo a firma di Alessandro Russo - e quante barzellette in siciliano ci raccontava! Lui che era abbruzzese!".

Sempre dal già citato articolo di Alessandro Russo traiamo un ricordo di suo padre, il professor Luigi Russo, nello staff sanitario etneo all'epoca: a seguire Guido, sulle tribune del Cibali, c'erano il padre Ottorino col fratello Edoardo che ci conferma con quanta ansia il genitore seguisse il figlio fumando una sigaretta dietro l'altra!

Soprannominato in anni giovanili "il Pelè bianco" incantava con i suoi tocchi in allenamento intere scolaresche che marinavano la scuola per ammirarlo al Cibali!

Il primo gol in rossazzurro contro la Sampdoria in casa in uno sfortunato k.o. interno che anticipò il rapido ritorno in B del Catania.

Biondi ebbe il tempo di annichilire Gianni Rivera in un Catania-Milan 0-0 e si guadagnò i complimenti radiofonici di Sandro Ciotti, esaltato dai suoi lanci perfetti da 40 metri e dal suo gioco di rifinitore e "trequartista".

Azeglio Vicini lo convocò con la nazionale olimpica per una partita giocata a Dresda contro la DDR l'uno maggio '71. "Mio fratello era ancora minorenne... - puntualizza al telefono Edoardo Biondi - e giocò con gente del calibro di Bordon, Wilson, Pulici e Bettega!". Ormai per tutti fu "il Rivera del sud"!

La sua avventura rossazzurra proseguì fino al '75/76, 102 presenze e 6 reti.

Guido Biondi lasciò tra i tifosi un ricordo incancellabile e duraturo: quando fu costretto a scendere in campo da avversario indossando la casacca del Lecce nel '76 al Cibali, il trainer salentino Mimmo Renna lo sostituì al 71° con Pezzella.

L'intero stadio si alzò in piedi in uno scrosciante applauso e il viso dell'ex rossazzurro si riempì di lacrime commosse ricordando i "vecchi tempi" appena trascorsi.

Non ebbe la carriera che meritava: un solo altro anno di A col "Perugia dei miracoli". Poi un quasi ritorno a casa vestendo i colori dei lupi del Campobasso. E quì un autentico miracolo sportivo: la promozione in B dopo una rimonta clamorosa partita dai bassifondi della classifica.

Ed ecco che le strade si incrociarono di nuovo il 10 aprile '83 in un drammatico Catania-Campobasso che poteva costare alla banda Di Marzio l'autobus per la A. Dagli spalti i tifosi gli urlavano: "Guido! Fai il bravo ragazzo!". Una supplica...

L'incontro fu risolto da un altro abbruzzese, l'ortonese Ciccio Ciampoli e il Catania proseguì il sogno.

Guido Biondi è scomparso il 27 febbraio 1999, a soli 46 anni vinto da un male incurabile. Dal 3 settembre lo stadio della natìa Lanciano porta il suo nome.

 (a cura di Piero Armenio)

 

Il ricordo di Egizio Rubino, raccontato dal figlio

1 ottobre 2015, a cura di Alessandro Russo

 

Buongiorno,

Il pomeriggio del tre ottobre duemilaquindici i commilitoni saranno di scena a Lecce. Sfoglio TUTTO IL CATANIA MINUTO PER MINUTO e scopro che il ventidue settembre di quarantun anni orsono la gara con i giallorossi pugliesi terminò uno a uno. Era, quella rossazzurra, una formazione piena zeppa d’assi e rappresentava un lusso per la serie C. Dalla panchina la guidava Egizio Rubino, un galantuomo nato al Cairo ma siracusano d’adozione. Questi, come i veri signori d’altri tempi, dava del lei ai giocatori e si faceva voler bene dall’intera città. Per comprendere quanto quest’uomo fosse amato all’ombra del pennacchio fumante dell’Etna passo or dunque la palla al nipote che vive nella città di Archimede, ha trentasei anni ed è un bravo avvocato.

 «Mio padre –mi confida Enrico Rubino- mi racconta che nel periodo di Natale del ‘74 il nonno aveva ritirato alcuni vestiti in un noto negozio di Catania. Successivamente era andato a fare la spesa ma nel far quest’ultima commissione dimenticava di chiudere la macchina. Quando si rese conto della smemoratezza, tornò di corsa indietro e trovò un tizio davanti l’auto. Lo sconosciuto disse al nonno di star tranquillo perché avevo visto la scena e stava controllando lui l’autovettura. Questo per farti capire quanto i tifosi erano affezionati a lui. Sono contento infine di dirti che la Commissione toponomastica di Siracusa ha deciso d’intitolare a mio nonno un largo comunale».

 Ora tre nuove, poi i saluti di rito.

 1. Il sei ottobre alle sei p.m. torna ‘Quelli del ’46’ sui 101 FM di Radio Lab, trasmissione interamente dedicata alla storia del Catania, condotta da Piero Armenio ed Emanuele Rizzo. Nella prima puntata si parlerà del Gran Caffè Lorenti, storico bar catanese e luogo di ritrovo della dirigenza negli anni ’40, dello spareggio per la A del ‘53, giocato a Firenze in piena estate e perso 4-1 col Legnano e di Nino Cantone, giocatore degli anni ’70. Imperdibile.

 2. Sotto gli occhi di undicimila concittadini, il Catania di oggi ha ancora una volta vinto ma ai nostri calciatori non è stato concesso di solennizzare nessuno dei quattro gol simulando il trenino. A dirla tutta, a me è stato perfino vietato di riportare qui che ‘stamu avvulannu’. Boh…

 3. «Io –scrive Antonio su un ‘muro’ e io sottoscrivo qui- devo dissentire da tutto. Lo stadio pieno, dopo i fatti di giugno, mi mette solo una profonda tristezza. Per amore di vedere una palla che rotola in questa città siamo capaci di tutto. Io avrei preferito uno stadio vuoto fino al cambio totale di proprietà per non essere COMPLICI di queste persone che ci hanno ricoperti di immensa vergogna. Lo stadio vuoto avrebbe fatto molto più rumore di 11.000 mila persone “comprate” con prezzi ultra popolari». Chapeau!

 Che Iddio ce la mandi buona.



 

Giorgio Bernardis, cavaddu pazzu.
 

Qualche giorno fa ho incontrato il dottor Lucio De Odorico, stimato medico di base operante nel nostro paese, ma pure presidente dell’Udinese Club Romans, il quale si apprestava a guidare i supporters bianconeri romanesi nella trasferta, dal chiaro sapore turistico, fino a Catania, in occasione della sfida di serie A, che l’Udinese era chiamata a disputare contro la formazione sicula stessa. Per l’occasione ho fatto presente al nostro medico, che una volta giunto laggiù avrebbe potuto far presente e vantare, con legittimo orgoglio, qualora avesse avuto modo di scambiare qualche battuta o intavolare un discorso coi tifosi del Catania, che negli anni Sessanta e Settanta, ad ingrossare le file della formazione locale c’era pure un nostro glorioso calciatore proveniente dalla Pro Romans, ovvero Giorgio Bernardis, attaccante prima, centrocampista e difensore poi, nato a Campolongo al Torre (Ud) il 22 giugno 1945, il quale dopo aver militato nelle formazioni giovanili e nella prima squadra della Pro Romans, nel 1963, assieme a Giorgetto Zoff, venne ceduto al Mantova, con la cui compagine ha esordito in seria A nella stagione 1964/65, collezionando tre presenze.

“Cavallo pazzo”, Bernardis, come lo chiamavano allora i tifosi della Pro Romans, è passato quindi per una stagione in forza all’Empoli in serie C, poi per due stagioni nella stessa serie col Pesaro, mentre nella stagione 1968/69 finì al Catania in serie B, dove rimase per 6 stagioni, di cui una in serie A nel campionato1970/71, collezionando 30 presenze con 2 reti all’attivo. Nel novembre 1973 Bernardis venne prelevato dal Lanerossi Vicenza in serie A, con la cui formazione rimase in forza per tre stagioni, di cui due in serie A. Complessivamente il nostro Bernardis, che oggi vive a Reggio Emilia, dove esercita la professione di fisioterapista, vanta 55 presenze in serie A, con 5 reti all’attivo; 112 in serie B, dove ha siglato 11 reti, mentre in serie C conta 97 presenze con 6 reti all’attivo. E proprio pensando al nuovo libro della Pro Romans, ho desiderato contattarlo telefonicamente, sia per chiedergli una foto con dedica con cui impreziosire il nostro libro, ma ancor più ero mosso dal desiderio di risentirlo, considerando che non l’ho più incontrato dopo aver militato assieme a lui nella Pro Romans e dopo la trasferta a Mantova del 1963, quando in tre, lui, Giogetto Zoff ed il sottoscritto, abbiamo sostenuto quel provino calcistico alla corte dell’Ozo Mantova. Un provino che mise giustamente in risalto le doti dei due miei compagni di squadra, che io non potevo vantare, tant’è che Giorgio Bernardis e Giorgetto Zoff, hanno in seguito militato nella massima serie calcistica italiana. Ma tornando al capitolo libro, sono riuscito a mettermi in contatto con l’amico Bernardis e l’ho trovato come l’avevo lasciato, vale a dire una persona molto semplice, spontanea e genuina, come del resto rimangono tutte quelle persone che hanno dovuto guadagnarsi la carriera col sudore, la costanza, tanto impegno e massima applicazione.

 E la conferma che portava ancora con sé quei preziosi valori morali mi è giunta dalla foto che mi ha gentilmente spedito e che qui vi allego, in cui emerge, forse inconsciamente, tutto il suo non proprio agevole passato, che ritengo si possa intravedere pienamente nella dedica che impreziosisce la foto in cui si legge testualmente: “Agli sportivi della Pro Romans in ricordo dei tanti chilometri percorsi in bicicletta per giocare a pallone. Con affetto Bernardis Giorgio”.
Bisogna sapere, infatti, che Bernardis ai tempi in cui militava nelle file della Pro Romans, vale a dire nei primi anni Sessanta, lavorava in una fabbrica del triangolo della sedia, mi pare fosse Manzano o altra località limitrofa, che giornalmente, partendo da Campolongo, raggiungeva in sella alla propria bicicletta, mentre al ritorno allargava il suo giro ciclistico toccando Romans nei giorni in cui doveva sostenere le sedute di allenamento con la Pro. Sacrifici che evidentemente gli sono rimasti impressi nella mente, esternandoli forse proprio attraverso la significativa dedica che ha regalato ai suoi ex sostenitori giallo-rossi. Spero proprio che il 30 dicembre, in occasione della presentazione del libro, possa essere presente pure lui. “Se per caso mi trovo a Campolongo, dove faccio spesso ritorno - mi ha confidato - sarò ben lieto di venire a Romans”. Lo speriamo tutti.

dal sito della Pro Romans di Udine
 

 

 

collezione Francesco Di Salvo

 

 

SERIE B 1971/72

Gli abbonamenti del Cibali vengono ribassati: 60.800 lire in tribuna A; 42.800 lire in tribuna B e 22.800 lire in tribuna C. N.b.: tribuna A scoperta.

Todo Calvanese sarebbe promosso tecnico ma la Figc nega il permesso. Torna Valsecchi pro-forma ma poi viene ingaggiato Di Bella.

La squadra marcia bene ma viene scossa dai fatti violenti a margine di Catania-Livorno del 19/12/71: lo 0-1 irregolare convalidato dal signor Porcelli di Lodi scatena roghi sugli spalti, sassaiole e invasione; 27 feriti e 19 denunciati. Sentenza: 0-2 e 4 turni di squalifica. Si giocò a Messina, Reggio, Siracusa e Ragusa.

I rossazzurri si ripresero ed ecco un'altra mattana dei tifosi: Catania-Como 2-2 del 19/03/72, il direttore di gara Sgherri di Grosseto concesse un rigore dubbio che fruttò il pari definitivo dei lariani.

Fine gara: solito clichés di roghi e sassaiole e arbitro aggredito. Sentenza: 5 turni di squalifica.

Catania-Lazio, inspiegabilmente, è disputata a Salerno. Lo stadio "Donato Vestuti" ( che si diceva fosse stato edificato sul terreno di un cimitero ) è nelle mani dei tifosi capitolini e la loro squadra vince facile.

Il sogno-promozione rossazzurro tramonta il 9 aprile '72 a Napoli contro il Sorrento di Beppe Bruscolotti che si impone 1-0.

Romano Fogli è ormai il leader della squadra.

 (a cura di Piero Armenio)

 

SERIE B 1972/73

La stampa locale intensifica una certa campagna ostile alla presidenza Massimino per indurlo a passare la mano.

Si tratta per portare il maturo bomber palermitano Tanino Troja: i rosanero chiedono troppo. Il matrimonio col Catania è però solo rimandato di 4 anni quando Troja non servirà più. Intanto, nell'ombroso ritiro della Garfagnana presso Altopascio, Di Bella ha in prova il giovane Gigi Del Neri ma lo boccia sonoramente.

Clamorosa è la svolta societaria maturata martedì 31 ottobre '72: Salvatore Coco - ex assessore allo sport desideroso di visibilità - è il nuovo presidente assistito dall'a.d. Costa e dai consiglieri Mangano e Porto.

Si torna all'antico: benchè in regime di s.p.a. si gestiscono fondi pubblici quale unico capitale.

L'unico rinforzo novembrino "cochiano" è il centrocampista-goleador Scarpa.

Intanto Fogli è acclamato al Cibali per la 100^ in maglia rossazzurra; Rado taglia le 215 e infila una maxi-serie di quasi 1000 minuti di porta inviolata. Il team etneo tallona il vertice.

La "fatal Arezzo": il 27 maggio '73 il Catania, proveniente da 4 vittorie consecutive, si gioca ad Arezzo la serie A. Una rete di Ciccio Graziani sbarra per sempre le porte della massima serie.

  (a cura di Piero Armenio)

 

 

L’anno si chiude con Francesconi cannoniere con dieci goal e Bonfanti con nove, ed una classifica molto interessante che senza le decisioni del giudice sportivo, avrebbe potuto portare qualcosa di più. L’annata nonostante tutto fu positiva sotto l’aspetto tecnico, ma negativo sotto quello gestionale, tifoseria e ordine pubblico.

 

 

Nell’anno 1972/73 il malcontento dei tifosi è immenso, prima perché la Società decide di sfoltire i ranghi mandando via Baisi e Bonfanti insieme a Pereni; viene ingaggiato il centravanti  Turchetto dal Vicenza , il terzino Simonini dal Modena, lo stopper Ghedin dalla Fiorentina, Picat Re, punta dal Novara e Muraro portiere dal Rovereto. Le difficoltà cominciano dal ritiro precampionato: mettersi d’accordo con i giocatori fu un compito arduo per via dei contratti di ingaggio. Finalmente il campionato comincia e Di Bella, con i giocatori a disposizione, dopo una Coppa Italia disastrosa, apre con un successo e continua vittoriosamente, perdendo pochi incontri per tutto il girone di andata. Dopo qualche battuta a vuoto nelle prime giornate del girone di ritorno, il Catania ha il colpo d’ala vincente a Mantova prima e a Catanzaro dopo. Ma per una serie di incontri sbagliati, situazioni societarie particolari, fallisce la promozione in Serie A . Il Catania chiude il campionato a 43 punti, al quinto posto, vedendosi passare la promozione sotto il naso. 

 

 

 

GIOVANI SPERANZE ROSSAZZURRE

 

 

 

 Per la seconda volta il cannoniere principe è Francesconi. L’anno che era cominciato sotto cattivi auspici si chiuse in bellezza, grazie anche a Di Bella che con la sua perizia e la sua esperienza seppe tenere unito il gruppo. Bisogna pure ricordare che oltre ai goal di Francesconi, professionista serio e puntiglioso, la squadra mostrò un buon impianto di gioco, e delle buone individualità.

 

 

SERIE B 1973/74

Malgrado una stampa "amica" la gestione Coco fa acqua: Di Bella dà le dimissioni, quasi tutti i migliori sono ceduti incluso Scarpa. Spagnolo ( dalla Reggiana ) è il nuovo bomber e Petrovic il nuovo portiere.

Si prova a corteggiare nientemeno che Liedholm per la panchina... arriva Mazzetti.

Delio Onnis, attaccante sardo-argentino in prova al Catania, viene scartato e si trasferisce in Francia dove vincerà 5 volte il titolo di capocannoniere di ligue 1. Un errore clamoroso. Il giro di boa frutta 19 punti.

Il ritorno è un calvario: 24/02/74 Catania-Bari 0-1, prima i tifosi si inviperiscono perchè Fogli, sostituito, esce dal campo scagliando la maglia a terra. Poi il Bari passa e vince su rigore non proprio cristallino. Tribune incendiate, gravi scontri con la polizia fuori stadio, un colpo di pistola partito non si sa da chi e 30 feriti.

La squadra sprofonda: zero gol, Spagnolo si ferma sul più bello. Prenna si siede in panchina quale mossa disperata.

Catania-Novara 07/04/74, sullo 0-2 il signor Prati di Parma nega un rigore al Catania e il pubblico fa esplodere la rabbia più cieca.

Tre turni di squalifica.

Il sindaco Marcoccio richiama Massimino che stanzia 50 milioni di lire di premio salvezza.

Il Catania vince alla Favorita contro l'Avellino sostenuto dal sincero tifo palermitano l'unica partita delle ultime 22 in calendario.

Con soli 7 punti nel girone di ritorno l'ultimo posto è inevitabile come la C dopo 25 anni.

Curiosità: Carlo Petrini, nel suo scandaloso libro "Nel fango del dio pallone" accanto a rivelazioni incredibili e talvolta ributtanti sul calcio italiano degli anni '70 parla della sua speciale rivalità con lo stopper rossazzurro Ubaldo Spanio ai tempi in cui la punta di Monticiano militava nel Catanzaro.

In particolare si riferisce al doppio scontro '73/74: il Catania ebbe la meglio in Calabria all'andata grazie ad una rete di Malaman.

A quanto pare Spanio imbavagliò Petrini irritandolo moltissimo. Tanto che questi gli giurò vendetta per la gara di ritorno al Cibali.

Vendetta puntualmente consumata il 26 maggio '74: vittoria catanzarese con rete di Petrini e Catania spedito a calci in serie C.

Quando si dice che volere è potere!

  (a cura di Piero Armenio)

 

 

 

 

 

 

 

una formazione De Martino

 

Quei «ragazzi» anni Settanta, «padri» del Catania di oggi

Estratti dal quotidiano La Sicilia (giugno 2010) - Giovanni Lo Faro

 

eccoli, i carusi, dopo un po' di anni e qualche chilo in più. ma sempre "carusi".

 

 

 

Serie C  1974/75

Massimino riprende le redini della società spalleggiato da Marcoccio sindaco. Da quel momento di Coco non si sentirà più parlare. Tra gli acquisti, oltre a Ciceri, c'è il regista Piero Giagnoni ( fratello del più famoso Gustavo, tecnico torinista ) e Prestanti, futura stella in serie A.

A sorpresa il tecnico Gennaro Rambone si dimette quasi a fine ritiro a causa dello scontro società-giocatori circa i reingaggi. Torna Egizio Rubino.

Si delinea un testa a testa col Bari: lo 0-0 in Puglia dell'11 novembre '74 pare certificare le ambizioni degli etnei che girano a 31.

L'inverno raggela gli entusiasmi: giungono 4 pari di fila e poi a Messina ( mister Scoglio aveva scaldato a puntino l'ambiente ) cade la lunga imbattibilità durata 23 gare.

Il Bari aggancia in testa il Catania.

Il 13 aprile '75 al "Cibali" retour-match col Bari: "Tutto il calcio minuto per minuto" si collega con Enzo Foglianese. Ma è solo 0-0 e i galletti si sentono in B.

Gli ultimi mesi sono turbolenti: Benevento-Bari è sospesa sull'1-1 per incidenti. Poi, mesi dopo, la CAF ordina la ripetizione della gara, puntualmente vinta dai pugliesi. Tuttavia ai biancorossi costa carissima la sconfitta a Marsala: il Catania stringe i denti in modo eroico a difesa dell'unico punto di vantaggio.

Spagnolo, a 8 minuti dalla fine, piega al Cibali la Nocerina. Più tardi si va a Reggio Calabria senza Spagnolo squalificato. Dopo il pesante 2-0 nella prima frazione, la rimonta è avviata dal riberese Ciccio Colombo: 2-3. E Massimino vince le comunali col fatale "32, 3-2!".

L'epilogo a Torre del Greco, il 22 giugno '75.

Per non creare un pericoloso esodo, al Cibali si organizza una gara fra vecchie glorie ( svetta il 63 enne Cocò Nicolosi ) e personaggi famosi ( Pasolini ).

In Campania è guerra: l'arbitro Mascia di Milano nega un rigore al Catania e annulla una rete a Ciceri. Solo al 74° lo stesso Ciceri avvia lo 0-3 di gloria.

Spagnolo è capocanniere con 20 reti. Con Ciceri ( 18 ) la miglior coppia rossazzurra di sempre.

 (a cura di Piero Armenio)

EGIZIO RUBINO era nato ad El-Iskandarîya, in Egitto, di certo meglio nota con l'italianissimo nome di "Alessandria d'Egitto".

Il figlio Franco, ex-calciatore anch'egli, ci racconta al telefono in diretta che il nome di battesimo del padre si collega alla patria natìa: "I miei nonni vennero subito via - spiega - e ci stabilimmo a Siracusa. La nostra vera città.

Mio padre ha giocato in un grande Siracusa di B nel dopoguerra... altri tempi!"

 Gli facciamo notare che mister Rubino ha collezionato record su record col Catania: è l'unico tecnico ad aver ottenuto 2 promozioni (in A nel '70 e in B nel '75 ), ma soprattutto non perdeva...mai! In quei due tornei vinti perse solo 6 gare su 76!!!!!):

"Non lo sapevo! - chiosa con candore il figlio Franco - mio padre curava moltissimo l'aspetto difensivo, certo; le sue squadre calavano in inverno e poi filavano come treni in primavera...".

 Si era messo in mostra con un sorprendente Potenza condotto in B e poi quasi in A: " Ma a noi della famiglia fece piacere fermarci più anni a Catania. Non dovetti più cambiare scuola ogni anno!"

 Chiediamo a Franco Rubino di quella volta a Perugia: Guido Mazzetti, trainer umbro, non lo schierò contro il Catania di papà Egizio: "Si...e dico la verità: sono stato contento che il Catania abbia poi vinto quella partita!".

Don Egizio Rubino trascorse gli ultimi anni della sua irripetibile vita nel paradisiaco ritiro del residence Selenia di Fontane Bianche, nella sua amata Siracusa. Con la moglie Ada sempre al suo fianco e l'affetto dei parenti più prossimi.

Nel 1989 gli avevano perfino proposto di andare ad allenare ad Alessandria d'Egitto!

Poteva essere la chiusura di un cerchio. Don Egizio tenne tutti sulla corda, eccitatissimo dall'idea, ma poi non se ne fece nulla.

È scomparso a fine maggio 1990.

 Ha guidato il Catania in 5 stagioni: '68/69 e '69/70 in B; '70/71 in A; '74/75 in C e '75/76 in B fino alla 24^ giornata.

Detiene il record della più lunga serie utile rossazzurra di tutti i tempi: 23 gare in C '74/75.

 (a cura di Piero Armenio)

 

 

 

(la foto è di Nino Cantone)

"Baffo" Labrocca

(di Alessandro Russo)

”Grazie alla scrittura – lo sostiene la mia amica Giovanna Giordano - si entra in mondi sconosciuti e si trovano nuovi compagni di viaggio. Chi scrive è come se chiedesse al lettore: vuoi venire con me, per favore?”. Ordunque, quest’oggi invito ciascuno di voi a lasciar perder ogni cosa per qualche minuto. Se vi sta bene, al mio ‘tre’ si leva l'ancora e, di grazia, si salpa verso l’estate dell’anno del Signore 1975; a quel punto attraverseremo tutti insieme il mare magnum della memoria dell’elefante rossazzurro per veleggiare con brio verso un’icona del Catania a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.

Mentre Bob Marley gorgheggia “No woman no cry” facendo esplodere la musica reggae nel pianeta Terra, mamma Rai stabilisce le nuove denominazioni di Rete 1 e Rete 2 per i canali della tivù nazionale. Nel nostro Belpaese un quotidiano costa 150 lire e la tazzina di caffè 120; con 300 lire invece ci si assicura un litro di benzina super. Intanto un giovanotto con baffoni da guerriero indossa per la prima volta una casacca a strisce verticali rosse e azzurre con un enorme “2“ cucito sulle spalle. Esteticamente poco raffinato, ma dotato di grande carica agonistica, è un arcigno difensore alto 170 centimetri per 68 chilogrammi di peso. Nato ventitre anni prima all’Asmara, in Eritrea, possiede una muscolatura possente, grinta a volontà e tanta smania di affermarsi. Ama spaziare sulle fasce laterali e rende al massimo su quella di destra, dove a più riprese parte impetuoso al galoppo. Epperò, allorquando le esigenze tattiche lo richiedano, si adatta anche a compiti di marcatura. Ha il temperamento di un vero combattente e l’instancabile falcata in progressione di un purosangue inglese mentre il suo hobby è andare al cinema.

Ricordo per filo e per segno –parola di Mimmo Baffo Labrocca -il debutto in rossazzurro. Mercoledi  27 agosto ’75, stadio Sant’Elia di Cagliari: quel Catania aveva riconquistato la B due mesi prima e il mio sorvegliato speciale era il numero undici ‘Rombo di tuono’ Gigi Riva. Finì zero a zero e -seppur per una gara di Coppa Italia- mi ritenni soddisfatto della mia prestazione.

Ero giunto alle falde dell’Etna desideroso di diventar qualcuno in campo calcistico nazionale, dopo un bel campionato disputato nelle fila del Siracusa condito da otto reti realizzate. Del calore della mia nuova città sapevo già tutto; di fuochi d’artificio, tric-trac, frizzi e lazzi sin a notte da San Cristoforo a Picanello all’indomani della promozione nella stagione precedente, mi raccontavano sera per sera i Ciceri e i Malaman. Tra i cadetti avevo debuttato con la Casertana e, se vogliamo, nel mio palmarès personale c’era persino uno scudetto.

Proprio così; pur senza esser mai schierato in incontri di campionato, nella stagione 1973-‘74 avevo fatto parte della rosa di prima squadra della Lazio che si era aggiudicata il titolo di campione d’Italia. Era il periodo in cui, in seguito all’ennesimo aumento del prezzo del petrolio, il governo aveva appena decretato i provvedimenti di austerità. Per diminuire i consumi di carburante i giorni festivi nelle strade non circolavano auto né motociclette. In breve, la domenica andavo allo stadio con il pullman della società che passava dove abitavo. Una volta non sono andato e abbiamo perso in casa. Morale, il martedì alla ripresa degli allenamenti la colpa della sconfitta fu addebitata proprio a me.

Tra campionato, spareggi e gare di Coppa Italia, la maglia del Catania l’ho indossata in più di duecento occasioni ufficiali. Non posso negare che i flashback che porterò sempre con me sono legati alle due promozioni conquistate ma ricordo con struggente nostalgia anche il presidentissimo Massimino. La partita di cui con maggior piacere conservo memoria è quella vinta negli spareggi all’Olimpico di Roma contro il Como.

 Di tanto in tanto ripenso al gol contro il Campobasso con un bolide da fuori area dopo una cavalcata di sessanta metri in un Cibali strapieno o a quello che ho insaccato deviando il calcio d’angolo di Nicola Fusaro per battere con il minimo scarto il Modena nel gennaio del ’77. Pochi mesi dopo saremmo retrocessi in C e ancora oggi non so darmene una spiegazione.

 

 

Avevo un carattere un po’ difficile e non di rado venivo ammonito per proteste. Nel ’78 ero tra i titolari nello sciagurato spareggio per la B di Catanzaro e l'anno dopo a Pisa mi feci maldestramente scappar via Cannata, l'autore del cross per il gol decisivo dei toscani. Se parliamo di rendimento globale, però, le migliori stagioni sono state quella della promozione con De Petrillo in B nel 1979-‘80 e la stagione successiva con Mazzetti. Per via della folta zazzera e dei miei mustacchi neri come la pece, compagni e tifosi mi chiamavano ‘Arafat’ oppure talvolta ‘Fedain’.

Mio malgrado, a Crotone, una domenica divenni protagonista a causa di un mio intervento goffo in area di rigore e contestato da tutto il pubblico di casa. Si scatenò un vero e proprio putiferio con invasione di campo e gara sospesa.

Un’altra volta, mentre giocavamo in Serie B fui costretto ad uno stop per il riacutizzarsi di una fastidiosa pubalgia. Era tanta la voglia di raggiungere mister Di Bella e il resto della truppa per trotterellare sulla pista del Cibali, che il medico sociale dottor Luigi Russo fu costretto a tenermi legato sul lettino degli spogliatoi del Cibali per oltre un’ora. Terribile”. 

Alessandro Russo

 

Il mitico gruppo agli ordini del sergente di ferro Rambone che, subito dopo il ritiro pre-campionato, lasciò il posto ad Egizio Rubino.

 

 

 

Amarcord

 

Lunedì 28 Giugno 2010 - Giovanni Lo Faro
Ispica. Il sole, da queste parti, non è mai un optional. Nel senso che illumina e riscalda le stagioni che si susseguono senza soluzione di continuità. O quasi. Tunisi sta più a nord, così l'Africa sembra essere qui, con le sue luci abbaglianti e con l'azzurro intenso del suo mare. Che è anche questo mare.
Da queste parti, qualcuno ha voluto che, in concomitanza con la realizzazione dell'ennesimo villaggio-paradiso al Borgo Rio Favara, le vecchie glorie del Torino e del Catania, di un Catania che a quei tempi masticava con rabbia la polvere della periferia del calcio, si ritrovassero, per una passerella, l'ennesima, pur'essa, carica di rimpianti.

I volti. I nomi. Noti e meno noti. Eppure i ricordi affiorano, patinati di nostalgia. Alla chiamata di Nino Cantone (catanese purosangue, come il buon Mimmo Ventura, che assaggiò la A negli anni sessanta, come Chiavaro e Angelozzi, figli di quella splendida scuola di calcio che fu l'Interclub: cosa non da poco, in quei tempi di calcio amaro), hanno risposto in tanti.
Antonio Ceccarini le sue emozioni, la sua commozione, se volete, non esita a consegnarla al cronista: «Mentre l'aereo planava su Catania, dove non tornavo da tempo, il pensiero è andato ad Angelo Massimino, il vecchio presidente, persona unica, irripetibile: ne serbo un ottimo ricordo, così come un ottimo ricordo serbo della città e degli anni che vi ho vissuto».
Calcio di Serie C, prima, ma calcio sincero, genuino. E un pizzico di rammarico: «Non c'ero, nella stagione della promozione in B del Catania di Egizio Rubino, la società mi aveva ceduto all'Avellino: la maglia rossazzurra l'avrei recuperata un anno dopo, in B».
Carriera di buon profilo, quella del "rosso": il passaggio ad Acireale, alla corte di Dino Bovoli, il trasferimento a Catania a conclusione di una trattativa che avrebbe portato in rossazzurro pure Fatta, centrocampista palermitano di buona statura, tecnica e tattica.
Il meglio di sé, però, Antonio Ceccarini l'avrebbe dato con la maglia biancorossa del Perugia: sette stagioni, cinque delle quali in A. «Proprio contro il Catania - ricorda - giocai una delle ultime partite della mia carriera: era la stagione '82-'83».
La stagione, se ci fate caso, della terza promozione in Serie A del Catania, guidato allora da Gianni Di Marzio: «Quella partita, in un Cibali che ribolliva d'entusiasmo, la ricordo come un film dell'orrore per il tragico episodio che la caratterizzò e che rese amara la festa per un Catania che, proprio grazie al successo sul Perugia, s'era assicurato la partecipazione agli spareggi-promozione con Cremonese e Como».
I volti. I nomi. Ciceri e Spagnolo, che un vecchio tifoso rossazzurro, gli occhi lucidi per l'emozione, non aveva mancato di coccolarsi al loro arrivo, sabato sera, a Fontanarossa, al Catania di Angelo Massimino e di Gennaro Rambone e Egizio Rubino regalarono la gioia di una promozione in B. «La retrocessione in C mi aveva segnato - racconta Giampaolo Spagnolo - fu una stagione terribile, quella, anche se mi diede modo di conoscere un personaggio come Memo Prenna: fu l'ultimo degli allenatori a confrontarsi, quell'anno, con un progetto salvezza destinato a fallire».
Spagnolo sarebbe stato però con Ciceri (36 gol in due) il protagonista dell'operazione rilancio concepita da Massimino, avviata da Gennaro Rambone e portata a termine da Egizio Rubino, l'anno successivo: trentotto partite, una sola sconfitta, una cavalcata esaltante. «Il Catania che oggi si fa rispettare in Serie A suscita entusiasmo ma - puntualizza Ciceri - pure il nostro Catania, il Catania che provava a recuperare le posizioni sulla scala del calcio, riusciva ad infiammare i tifosi: era Serie C, ma ricordo che giocavamo in uno stadio sempre pieno…».

Calcio d'altri tempi, calcio di sentimenti genuini, il calcio-business non l'avevano ancora inventato (e di soldi, dicono un po' tutti, se ne vedevano pochi…) così come non avevano ancora inventato il calcio di tante cronache incomprensibilmente urlate. «Ci è toccata la ventura di essere calciatori in tempi sbagliati», sottolinea Spagnolo. E, stuzzicato, aggiunge: «Le mie serpentine? Gli avversari saltati come birilli? E' passato tanto tempo, restano soltanto i ricordi».
La passione? «Quella - dice Claudio Ciceri - è rimasta intatta, come intatto è rimasto l'amore per una città che ci continua a dare la prova di quanto ci abbia voluto bene…». Sottoscrive la gratitudine, ma ti consegna un grande sogno: «Questa esperienza è stata bellissima, i luoghi sono magici, il calore della gente impagabile: e se provassimo, la stagione prossima, a trasferirla sul terreno del Cibali?».
28/06/2010  (la foto è di Nino Cantone)

 

Ciceri in azione su Giradi, durante un Catania Genoa del 1976

 

 

Benincasa, che cuore rossazzurro 

Giovanni Lo Faro Domenica 04 Luglio 2010


E tempesta di sentimenti, inevitabilmente. Sull'onda dei ricordi scivolano i fotogrammi, sbiaditi, della bella gioventù: com'eravamo? Roberto Benincasa, che viaggia verso i sessant'anni (a vederlo ancora in campo, fisico asciutto e il passo svelto di sempre, chi mai ci potrebbe credere?), era poco più di un ragazzino quando approdò a Catania.
Veniva dalla Reggiana, accompagnato dalla fama di libero di buone potenzialità, elegante nei movimenti ed efficace nell'azione, non mancò di mettersi in luce, sin dalla prima, sfortunata stagione al Catania, in B. Restò in rossazzurro, dopo la retrocessione, e trovò posto, in quel progetto di rilancio che Massimino affidò inizialmente a Rambone ma che sarebbe, poi, toccato a Rubino, il tecnico della seconda Serie A del Catania, condurre felicemente in porto.
Benincasa, che con il Catania giocò non meno di ottanta partite, quegli anni li ricorda bene, e li rivive con un pizzico di nostalgia. «Facevamo gruppo in campo e fuori - ricorda - naturale che ci riuscisse di farci apprezzare, quella del ritorno del Catania in B fu davvero un'impresa esaltante, una delle pagine più belle della mia storia calcistica, il duello con il Bari, che riuscimmo a bruciare sul filo di lana, fu davvero esaltante».
Venti vittorie, diciassette pareggi, una sola sconfitta, cinquantasette gol all'attivo e ventuno al passivo: era ancora il calcio dei due punti a vittoria, il Catania chiuse a quota cinquantasette, saltando, nell'ultimo turno, l'insidia di Torre del Greco, tra l'entusiasmo dei propri sostenitori. Bella impresa, ma gli effetti non tardarono ad esaurirsi, in quegli anni Settanta nei quali il calcio catanese si ritrovò spesso e volentieri sull'ascensore.

«Riuscimmo a difendere la categoria -racconta - poi, l'anno dopo, il giocattolo si guastò e fu di nuovo Serie C. Rammarico? Entrai in conflitto con l'allenatore (sulla panchina del Catania era ritornato, per la terza volta, Carmelo Di Bella, ndr), mi ritrovai fuori rosa, presi, a malincuore, la strada del ritorno: giocai a Livorno, arrivai ad un passo dal Siena, la squadra della mia città. La passione per il calcio era ancora forte, ma decisi, a un certo punto, di riprendere gli studi, i miei ci tenevano che arrivassi alla laurea… ».
Scarpette al chiodo, libri in mano, Roberto Benincasa, che a Catania aveva continuato a frequentare l'Università, riuscì a conseguire la laurea in Economia e Commercio. «Al calcio non pensai più, trovai un impiego in banca, ma capii ben presto che non faceva per me. Né mi garbava più di tanto la prospettiva di occuparmi della gestione di un'impresa commerciale che mi era stata proposta. Poi, conobbi la ragazza che oggi è mia moglie e che mi ha regalato due figli, e accettai di buon grado di dare una mano nell'azienda di famiglia della quale oggi mi occupo a tempo pieno».

Ma il calcio, oggi, cos'è per Roberto Benincasa? «Ho curato il settore giovanile di una società dilettantistica della mia zona, con il Siena no, non sono mai riuscito a giocare né a collaborare: ne seguo le vicende, però, e sono convinto che la nuova proprietà, che peraltro sta già operando molto bene sul mercato, saprà risollevarne le sorti dopo l'ultima stagione che è culminata nella retrocessione in B».
Un messaggio ai catanesi? «Ricordo tutti con grande affetto, il loro calore, la loro generosità hanno lasciato il segno dentro di meno. E proprio per questo, un'idea, una proposta, se volete, vorrei lanciarla: non sarebbe bello che noi, vecchi giocatori e non, ci si impegnasse per un'iniziativa di solidarietà nei confronti di chi più ha bisogno… ».
Sulla passerella, in maglia rossazzurra, al Cibali, con il pensiero, però, a chi è meno fortunato: si può provare?
04/07/2010  (foto di Nino Cantone)

 

 

 

Ritornano quei due: Ciceri e Spagnolo

 

Vialli-Mancini, o magari, andando a ritroso, Pulici-Graziani. Gemelli del gol, ai massimi livelli, coppie, in ogni caso, che hanno esaltato le platee calcistiche, e non soltanto nazionali. Fatte le debite proporzioni, di gemelli del gol ne può vantare pure il Catania.
Ricordate Angelo Crialesi e Aldo Cantarutti? Fecero la fortuna del Catania di Gianni Di Marzio che sui loro gol costruì una delle più belle promozioni in A, nella stagione ’82-’83: 11 gol Cantarutti, 5 Crialesi (che però ebbe il merito di firmare, negli spareggi dell’Olimpico con Como e Cremonese, il gol più pesante, quello che, di fatto, decise la sfida a tre per la promozione), ma non va dimenticato che i due si erano fatti apprezzare pure nella precedente stagione in B, dieci gol ciascuno, e che Cantarutti, soprattutto,
non avrebbe mancato di dare il suo contributo (quattro bersagli, non molti, ma neanche pochi, per una squadra subito in difficoltà all’impatto con le grandi del calcio) in quel rapido passaggio della formazione rossazzurra nella massima Serie.
Ma pagine non meno esaltanti, sia pure in una categoria inferiore, avevano scritto, qualche anno prima, pure Giampaolo Spagnolo e Claudio Ciceri, la coppia del gol più prolifica che sia passata per Catania (nella speciale classifica dei goleador rossazzurri di tutti i tempi occupano il quinto ed il nono posto, con 41 e 29 gol, rispettivamente), protagonisti di primo piano nella stagione ’74-’75, quella che valse l’immediato ritorno in Serie B dopo l’incredibile retrocessione dell’anno precedente. 

Giampaolo Spagnolo è oggi un distinto signore poco più che sessantenne. Il fisico rotondetto, i capelli bianchissimi, fatichi a vedere in lui l’attaccante, agile e svelto, l’ala destra (a quei tempi di esterni ancora non si parlava…) che faceva ammattire gli avversari, saltandoli come birilli prima di puntare la rete.
Segnò venti gol, Spagnolo, in quel Catania con il quale Massimino riuscì a cancellare subito la retrocessione dell’anno precedente, quel tonfo in C che rimane, ancora oggi, uno degli snodi più controversi della storia del calcio a Catania: "Ero arrivato dalla Reggiana, con un consistente carico di speranze, ma le cose non andarono per il verso giusto, la retrocessione, a fine stagione, fu inevitabile".
Fu la stagione dei tre allenatori succedutisi in panchina, da Guido Mazzetti, che la gestione Coco aveva subito voluto al timone della squadra, a Gigi Valsecchi, a Memo Prenna che arrivò a situazione compromessa.
Volta pagina, come pagina voltò, allora, il Catania ritornato nelle mani di Angelo Massimino: squadra a Gennaro Rambone, quindi a Egizio Rubino, uno dei tecnici che il presidente stimava di più e che gli aveva regalato qualche anno prima la gioia della promozione in Serie A. Il Catania spicca il volo, sostenuto dai gol di Spagnolo e Ciceri (trentotto, in due!), gemellati dai tifosi in uno slogan che i due
non hanno dimenticato: "Con Ciceri e Spagnolo, Catania in B in un volo".
Di fatto, volò quel Catania, che giocava bene e riscuoteva consensi: ventuno vittorie, una sola sconfitta, cinquantasette punti, uno in più del Bari di Pirazzini che gli contese, fino all’ultimo, l’unico posto disponibile per il salto di categoria.
Ricordi ancora vivi, emozioni forti, Claudio Ciceri sembra aver fermato il tempo. Certo, il caschetto di capelli biondi che gli incorniciava il volto s’è un tantino ingrigito, ma l’andatura è quella che ricordi, e pure la parlata, sciolta e spesso pungente. "Bel tuffo nel passato - mi dice, mentre i suoi vecchi compagni provano a dimostrare, sul campo, di non aver ancora dimenticato il loro mestiere - ci voleva davvero, dopo tanti anni: giocare sul terreno del Cibali (oggi Massimino, ndr) sarebbe stata tutta un’altra cosa, ma va bene pure così". 

Poi, largo ai ricordi, alle prodezze di quella stagione esaltante: diciotto volte in gol, Claudio Ciceri mise la firma, con l’ex acese Fatta e con Malaman, sull’ultima decisiva vittoria del Catania a Torre del Greco: "Pomeriggio indimenticabile, quello, c’erano tifosi appollaiati dovunque, al Liguori: segnai il primo gol, poi fu un trionfo".
Saluta, il vecchio eroe, non senza consegnarti un’idea: "Visto che gli ex calciatori del Torino si sono organizzati da tempo in associazione, non sarebbe bene se a Catania si provasse a fare la stessa cosa?". Registro, e giro la proposta, sicuro che qualcuno troverà il modo per renderla concreta.

 

 

 

Ciceri e Spagnolo in una partita dell'indimenticato campionato della promnozione in serie B (foto Nino Cantone)

 

 

 

GIAMPAOLO SPAGNOLO ( all'anagrafe Giampietro ) è nato a Castelnuovo veronese ( VR ) il 20 ottobre '49. Per gli almanacchi d'epoca "ala destra, 1,70 × 70 kg, già Rovereto e Reggiana, al Catania nel '73/74".

 

Arrivò in rossazzurro dalla Reggiana che si era presa, in un colpo solo, Rado-Montanari e il bomber Francesconi.

Col Catania ha disputato 130 partite spalmate in 5 stagioni dal '73 al '78 segnando 41 reti.

Capocannoniere di C girone C '74/75 con 20 reti, subì brutti infortuni nella seconda metà dei '70 che lo portarono a concludere anzitempo la carriera.

Gli chiediamo a quale calciatore odierno si sente di assomigliare: " Ero veloce, rapido, giocavo sull'esterno e Claudio [ Ciceri, n.d.r. ] completava alla perfezione il tutto...non saprei a chi rapportarmi. Ero semplicemente io!".

Si stupisce, il buon Spagnolo, di tutto l'affetto catanese nei suoi confronti dopo tanti anni: " Ho giocato tanto e fatto bene anche con la Reggiana...ma loro quasi mi ignorano! Invece, ogni volta che scendo a Catania anche i figli dei miei vecchi tifosi vogliono conoscermi!".

I ricordi di quell'indimenticabile cavalcata di C '74/75 sono scolpiti nell'eterno:

"Mi ricordo di quel 6-0 al Cibali contro l'Acireale! Mi ammonirono e non potei giocare la gara decisiva a Reggio Calabria...fortuna che Ciccio Colombo e gli altri rimontarono! Vincemmo 3-2. Che sudata quel campionato! Il Bari non mollava mai!".

La sua maledizione furono gli infortuni:

"Gli ultimi miei due anni rossazzurri - prosegue il bomber etneo - sono stati un calvario: subii degli infortuni alle anche e giocai poco tra il '76 e il '78. Finimmo in C e poi non riuscimmo a risalire perdendo lo spareggio. Dovetti ritirarmi anticipatamente prima dei 30 anni. Ma che ricordi in rossazzurro!" .

(a cura di Piero Armenio)

 

 

 

 

Centoquarantasei presenze e diciotto gol con la maglia del Catania, mille esperienze da raccontare…

  

di Alessandro Russo

 Con il p.c. a tracolla, ogni settimana faccio visita a Salvo Sapienza, ventitre anni, grande tifoso del Catania e fra i più grossi esperti di informatica del globo. Il sabato, entrambi concentrati sull’appuntamento domenicale dei nostri eroi del pallone, l’argomento è uno solo. Stamane, mentre da bravo santone scaccia via infaticabili e ostinati virus dal mio portatile, gli chiedo come se la cavi col calcio giocato.

 “Corro come un forsennato –mi fa lui sorridendo- e dicono che ho una buona castagna.“ “Sei un tipo smilzo, ti muovi velocemente e tiri fucilate; -insisto- mai sentito nominare Adelchi Malaman ?”

 Qualche ora più tardi, dopo pranzo, aiuto la mia nipotina di dieci anni a ultimare i compiti per il week-end.

 “Le leggende, Valentina, sono avvenimenti sulla cui storicità dibattono a lungo gli studiosi: addirittura c’è disaccordo che quel fatto si sia davvero verificato. Pensa a Re Artù, una figura ammantata di mitologico: non sappiamo se sia realmente esistito.“

 “Ho capito, zio Alessandro, però non sono sicurissima; raccontami un’altra leggenda.”

 “ Corre l’anno del Signore 1975, ventiquattro anni esatti prima che la principessa Vale giungesse qui sulla Terra. E’ domenica quindici giugno: in tutta la Sicilia l’estate è approdata, ma sul vecchio Cibali quel pomeriggio il sole stenta a far capolino. Sugli spalti sventolano solo bandiere rossazzurre: lo stadio è  così pieno che sembra una bomboniera. I tifosi si esaltano e si divertono come matti; inizia la partita contro la Casertana e dalle curve si alzano cori meravigliosi. La gente si sgola e incoraggia undici signori in mutandoni neri e variopinte casacche che rincorrono un pallone di cuoio, scalciandolo talvolta.  Sposi della stessa fede, tutti battono le mani, gioiscono, urlano e cantano la loro appartenenza: ‘Noi siamo il  Catania !’

 Gli applausi in tribuna si fanno tambureggianti e partono i fumogeni colorati. E’ una festa favolosa con il pubblico ricoperto da una lenta e avvolgente nebbia rossazzurra.

 L’avvio, però, non è spaziale e la gara si fa stracca: i terzini ospiti sono duri come il marmo e arpionano gli attaccanti di casa. Passano i minuti e l’incontro si fa ancora più duro perché i campani mettono in mostra un impianto di gioco ben collaudato. A un certo punto, uno dei beniamini, un marcantonio di ventiquattro anni venuto da lontano, si impossessa della palla. Alto un metro e ottantadue centimetri e nato a Castel d’Azzano, vicino Verona, il giovanotto comincia a correre in fuga solitaria sulla fascia sinistra. Quando si avvicina all’area di rigore i difensori avversari sono intimoriti e  nei loro occhi è facile leggere il terrore.

 Quel pomeriggio lo spilungone veloce come un ghepardo fa partire una cannonata che sfiora il palo alla destra del numero uno rivale. Piuttosto che finire in fondo al sacco, purtroppo, il pallone colpisce in piena fronte uno dei fotografi in sevizio al campo; il poveretto si ricovera in ospedale con un grave trauma cranico. Da quel momento i guerrieri dell’Etna riprendono fiato e affilano le armi; prima del triplice trillo di fischietto si impossessano del bastone di comando e al novantesimo danno scacco matto.

 Catania batte Casertana uno a zero.

 Anche il fotoreporter -che il Signore sia lodato- si rianima e sette giorni dopo è al suo posto a Torre del Greco, lesto a far scattare i flash per il tre a zero sulla Turris, che significa prepotente rientro in  B.”

 “Torno qui ogni volta che posso, -mi conferma il leggendario ex-moschettiere del club dell’Elefante, incrociato l’indomani in un bar di Corso Italia-  in questa città sto realmente bene. Mi piace il calore della gente e adoro passeggiare nella meravigliosa via Etnea e al lungomare; inoltre coltivo un’amicizia fraterna da trentasei anni. Vedo una grande differenza tra quel Catania e quello di adesso: il calcio di allora era  più fisico e meno tecnico. Ora è cambiato tutto nel mondo del pallone: gira parecchio denaro, vedo un groviglio di mercanti senza scrupolo e non esiste più l’affetto per la maglia. Per uno come me, poi, calciatore nei romantici anni Settanta, è inconcepibile che si cambino tre o quattro squadre nella stessa  stagione.

 

 

 

CLAUDIO CICERI è nato a Milano il 10 maggio '51, "attaccante di chiara fama". Fu Massimino a volerlo nell'estate '74 prelevandolo dal Chieti dopo un'annata monstre con la casacca neroverde. Appena 3 le stagioni in maglia rossazzurra: C '74/75, B '75/76 e C/1 '78/79. 97 le presenze e ben 36 le reti.

 

Ciceri è un fiume in piena. Non lo fermavi sul campo neanche coi terremoti, non lo fermi via telefono in trasmissione!

Mister Melo Russo ricorda ancora come il milanese lo costringesse ad allenarlo anche quando gli altri si riposavano! Un maniaco della perfezione!

"Fino a poco fa ero con Spagnolo! Aspettavamo la vostra telefonata - attacca il capelluto puntero meneghino - con Giampaolo siamo amici da sempre. Arrivai a Catania perchè Massimino mi aveva voluto fortemente. Era un presidente unico".

Gli chiediamo perchè portasse i calzettoni abbassati, "alla cacaiola" per dirla con Gianni Brera:

" I miei idoli erano Sivori e Altafini: mi ispiravo a loro; ma Spagnolo era quello forte: lo paragonerei a un Di Natale odierno. Vorrei dire una cosa sulla nostra promozione in B: Rambone ebbe grandi meriti. Ci scelse lui, ci diede la giusta mentalità. Eravamo forti, un gruppo d'elite in C."

Son passati 40 anni! Ma non si direbbe perchè il buon Claudio rammenta alla perfezione interi spezzoni di gara; come a Torre del Greco dove il Catania agguantò la B:

" Figurarsi! La Turris non mollava: proprio non volevano che vincessimo! L'arbitro non ci diede un rigore, mi annullò una rete, ma fui io a segnare il vantaggio. E in un attimo vincemmo 3-0. Ma prima avevamo vinto una gara impossibile a Reggio Calabria 3-2, Massimino era stato eletto col numero 32...pensa te!".

Chi era Claudio Ciceri?

"Ero un ribelle: ascoltavo il rock, Beatles, Rolling Stones, mi vestivo in modo sgargiante. E oggi non mollo e ascolto Vasco Rossi!". "Già in B l'anno dopo - racconta Ciceri - non c'era più l'entusiasno degli inizi. Anche Massimino era scarico e pagammo la cosa. Io scioperai una giornata ma tornai a Terni e segnai il gol della riscossa! Nel finale di stagione Guido Biondi ( che campione che era! ) ci salvò dalla C. Ma io andai via".

Tornasti anni dopo...

"Si, in C/1 '78/79. Mi infortunai ad Arezzo e non potei giocare a Pisa la gara decisiva: che rabbia! Fortuna che ogni volta che vengo a Catania i più piccoli fanno la foto con me per darla a padri e nonni...forza Catania!".

(a cura di Piero Armenio)

 

 

 Ciceri & Spagnolo, la promozione in B del 1975

 

di Salvatore Giovanni Emanuele - 22/06/2015

 

A quarant'anni dalla promozione in B del 74/75 i due bomber ricordano quell'annata da urlo. Un'esclusiva di CalcioCatania.Com - Spagnolo e Ciceri: un'amicizia che dura ancora

  

Quaranta e non sentirli…

Quando si ricorda una grande vittoria, un successo insperato od una promozione storica, le emozioni sgorgano impetuose da quel cassettino della memoria tenuto gelosamente custodito. In linea teorica, la vittoria di un campionato ha una valenza diversa in base alla categoria, perché equiparare una promozione in Serie A ad una in C o in D non è proprio la stessa cosa. Teoricamente. In verità, però, ci sono promozioni conseguite nelle serie inferiori che assumono pari importanza a quelle ottenute in palcoscenici superiori. Un metro di giudizio non esiste, la valenza di un trionfo è dettata dal momento storico, dalle vicissitudini avute e dall’inebriante gusto delle grandi conquiste, a prescindere dai campi calcati. Il 22 giugno del 1975 – esattamente quarant’anni fa – il Catania espugnava con un sonoro 0-3 Torre del Greco, conquistando matematicamente la promozione in Serie B. Di Ciceri, Fatta e Malaman le firme sulla vittoria decisiva, la numero 20 di un campionato straordinario vissuto sempre in testa dopo un avvincente duello col Bari. Un duello, vinto proprio all’ultimo round, che consegnò all’immortalità quel Catania guidato dal Presidentissimo Angelo Massimino e dal tecnico Egizio Rubino, coautori di nuova promozione dopo quella in A ottenuta cinque anni prima. Un Catania grandi numeri, con atleti mai scordati: dal portiere Petrovic ai difensori Benincasa e Prestanti, dal regista Guido Biondi al centrocampista Giagnoni, giungendo all’inarrestabile coppia-goal composta da Claudio Ciceri e Giampietro Spagnolo . E proprio nel giorno del quarantesimo anniversario di quella promozione, i due bomber ricordano – in esclusiva per CalcioCatania.Com – le imprese di quella memorabile cavalcata. Ricordi di un calcio diverso, meno ricco, ma sicuramente più genuino e romantico.  Dal vittorioso esordio casalingo contro la Salernitana (deciso da una rete di Spagnolo), passando dal doppio 0-0 con il Bari (la grande rivale), dalle vittorie fondamentali di Matera e Reggio Calabria, fino all’apoteosi dell’ “Amerigo Liguori” contro la Turris.

 Un campionato sempre in testa.

Spagnolo: “ Fa piacere rivivere quei momenti molto belli anche a distanza di molti anni: quaranta, addirittura. Vincemmo quel campionato per un punto sul Bari, al termine di una stagione bellissima e piena di gol. Tra i tantissimi ricordi che conservo di quella stagione, c’è la partita contro la Nocerina. Eravamo sul 2-2, a pochi minuti dalla fine, con la partita che sembrava ormai chiusa. Poi, quasi allo scadere, segnai e vincemmo proprio all’ultimo istante. Una soddisfazione tra tante soddisfazioni”.

Ciceri: “ Ricordo quella stagione con grande gioia ma anche con un po’ di ansia. L’ansia derivante dall’esser sempre inseguiti da Bari e Lecce che vincevano sempre e non si staccavano mai. Fu così per tutto il campionato, fino all’ultima partita di Torre del Greco. Contro la Turris all’inizio non fu facile: loro, probabilmente motivati dal Bari, giocarono alla morte mettendo in campo il massimo impegno. Prima mi annullarono ingiustamente una rete e subito dopo riuscì a segnare il gol che sbloccò il risultato. A quel punto la Turris si arrese e noi dilagammo per 3-0. Fu un trionfo. Il giorno dopo prendemmo l’aereo da Napoli e all’aeroporto di Catania trovammo oltre diecimila tifosi rossazzurri impazziti di gioia. La passione travolgente della gente di Catania ci accompagnò per tutta la stagione. Fu un anno veramente bello sotto ogni punto di vista, ma soprattutto perché siamo arrivati primi, è chiaro. Arrivare secondi, dopo aver fatto un campionato del genere (20 vittorie, 17 pareggi e una sconfitta, ndr), sarebbe stato come retrocedere. Io una situazione simile l’ho vissuta qualche stagione più tardi, sempre a Catania, quando perdemmo il campionato a Pisa. Per me il 22 sarà una doppia festa, perché il giorno prima mia madre (Ida) compie 92 anni ”.

 La miglior coppia-gol della storia rossazzurra

Venti per Spagnolo, 18 per Ciceri. Con 38 reti in due la “premiata ditta” Ciceri&Spagnolo detiene la palma della miglior coppia-gol della storia rossazzurra. Un primato insidiato seriamente soltanto dal duo Spinesi-Mascara, tandem in grado di realizzare 37 reti nella stagione 2005/06. Un record ancora imbattuto…

 Spagnolo: “ Fa piacere detenere questo record prestigioso, anche se le reti segnate da quei due (Spinesi e Mascara, ndr) sono state realizzate in una categoria superiore. Ma è altrettanto vero che la C di allora era veramente tosta. C’erano Reggina, Messina, Salernitana, Bari e Lecce, delle piazze prestigiose che resero quel torneo una sorta di ‘B2’. Io e Claudio eravamo una coppia ben assortita: io ero molto veloce, lui era molto forte fisicamente. In campo avevamo un modo di giocare diverso l’uno dall’altro: io ero più portato per l’uno-due col compagnoed oltre a realizzare 20 reti sfornai diversi assist, molti dei quali anche per lui. Ero una punta che faceva l’ala. Ciceri, invece, era un po’ troppo ‘innamorato della palla’, giocava per conto suo e talvolta servivano due palloni: uno per lui e l’altro per gli altri 21 in campo… Siamo ancora in stretto contatto: viviamo entrambi a Reggio Emilia e di pomeriggio ci vediamo spesso per giocare a briscola matta al circolo. L’altro giorno è venuto anche Roberto Mozzini, stopper che vinse due scudetti con Inter e Torino negli anni settanta”.

 Ciceri: “Eravamo una coppia che si integrava molto bene. Lui era un brevilineo, molto rapido, mentre io ero la punta di peso. Io sfondavo al centro e lui sulle fasce: l’ideale per il calcio di allora. Adesso, invece, il gioco è diverso: la tattica di oggi consente di giocare in avanti anche con due rapidi. Con Giampietro ci conoscevamo già dai tempi di Reggio Emilia (stagione 1969/70, ndr) e fu un grande piacere ritrovarsi a Catania. Tra di noi c’era un bellissimo rapporto. Un legame di amicizia che continua ancora oggi. In campo, ovviamente, c’era anche un po’ di sano dualismo per via della classifica cannonieri. Io l’avevo vinta l’anno prima a Chieti e fui felice che quella volta la vinse lui. Eravamo entrambi rigoristi e per evitare favoritismi decidemmo di alternarci durante il campionato: in quel campionato non ne sbagliammo neanche uno. Sapere di detenere questo record mi riempie d’orgoglio, anche se, per il bene del Catania e dei tifosi, spero che qualche altra coppia-gol riesca a superarci al più presto. Maniero e Calaiò, se restano entrambi, potrebbero riuscirci tranquillamente”.

 Malaman, il terzo incomodo

Oltre all’inarrestabile coppia d’oro nella faretra di mister Rubino c’era un’altra freccia: Adelchi Malaman, il terzo incomodo, autore di 8 reti in quello stesso torneo.

 Spagnolo: “Malaman era un’ala tornante dotata di un fisico possente. Era molto forte sui calci piazzati, tirava delle bordate spaventose e spesso faceva gol. Quell’anno, ne fece 8”.

 Ciceri: “Quell’anno anche Adelchi riuscì a segnare diverse reti, una delle quali nella gara decisiva con la Turris. Avevamo un ottimo rapporto e, ancora oggi, siamo in contatto, anche tramite Facebook. Lui vive a Verona e spesso va a vedere mio cugino, Enrico Bearzot, che gioca nelle giovanili dell’Hellas. Si Tratta di un esterno avanzato, classe 1996, molto promettente: nel campionato primavera di quest’anno ha segnato contro Milan ed Inter”.

 Un grande gruppo

Dietro un grandissimo attacco, c’è sempre un grandissimo gruppo...

 Spagnolo: “Petrovic in porta, Fatta, Battilani, Prestanti e Benincasa dietro, Poletto, Biondi, Giagnoni e Malaman a centrocampo, io e Ciceri in avanti: mica male come squadra! Avevamo veramente una grossa squadra, con un bel centrocampo, con giocatori di categoria superiore e pieni d’entusiasmo. Quando c’è un gruppo così non è difficile vincere. Sinceramente, credo che quella squadra era più forte rispetto a quella che giocò in B l’anno dopo”.

 Ciceri: “ Era un gruppo bellissimo, molto unito e compatto. Andavamo molto d’accordo e, soprattutto, si scherzava tantissimo. Giagnoni, Biondi e Prestanti erano quelli più scherzosi. Era bello stare insieme, anche fuori dal campo. La vittoria di quel campionato contribuì a saldare il gruppo ancora di più. Si andava spesso a mangiare fuori anche coi dirigenti. Ricordo che il Dottor Mineo e Maugeri erano dei gran mangiatori di sedano, l’accia, come dite voi. Sparivano tra montagne di sedano e noi non riuscivamo a trovarli (tra i ricordi una risata grassa, ndr)”.

 Massimino-Rubino, che duo

Ciceri-Spagnolo in campo, Angelo Massimino ed Egizio Rubino in cabina di regia.

 Spagnolo: “Massimino era il classico ‘presidente-tifoso’, appassionatissimo e stravedeva per il calcio. Era un po’ furbetto, ma anche di ‘parola’. Se dopo una vittoria andavamo da lui a chiedere qualcosa in più, lui faceva finta di niente. Ma se era lui a farci una promessa la manteneva sempre. Era sempre puntuale nei pagamenti degli stipendi: entro il mercoledì della settimana saldava tutto. A fine stagione ci diede anche il premio promozione, così come concordato ad inizio campionato. A Reggio Emilia, invece, non era così. Mi pagavano attraverso delle cambiali che arrivavano a novembre della stagione successiva”.

 Ciceri: “Angelo Massimino era uno spasso. Con lui c’era sempre da ridere. Ci teneva su il morale, ci incoraggiava nei momenti più difficili a non mollare mai. Faceva della scaramanzia una sua virtù. Ci portava spesso a mangiare il pollo arrosto in certe bettole dove era già stato nell’anno della promozione in A (1969/70, ndr). Tra i tanti aneddoti, ricordo la partita di Reggio Calabria. Eravamo sotto per 2-1 e rischiavamo seriamente di perdere il campionato, anche perché mancavano un paio di partite alla conclusione. Alla fine riuscimmo a ribaltare il risultato e fu festa grande. Sul traghetto che ci riportava inSicilia fu uno spettacolo: i tifosi entusiasti portarono in trionfo Angelo, il quale cantava per la gioia. Era il nostro primo tifoso”.

 Rubino, un gran signore

Per bilanciare il focoso carattere del Cavaliere ecco la pacatezza del tecnico Egizio Rubino…

 Spagnolo: “Era un gran signore, poco a che vedere con altri allenatori… In campo ci lasciava liberi di fare quello che volevamo, senza troppi vincoli tattici. Con lui avevamo un rapporto umano stupendo, non era un ‘sergente di ferro’, anzi. Ricordo l’ultima partita che, per tranquillizzarmi, mi disse che Tivelli, il mio rivale nella corsa al titolo cannonieri, non aveva segnato ed io giocai la ripresa con più tranquillità. Alla fine arrivai primo anche lì”.

 Ciceri: “Rubino era un inglese: freddo, calmo e pacato. Con il suo carattere contribuiva a calmare e stemperare gli animi di un ambiente sempre focoso. Ricordo che ad assistere alla partitella del giovedì venivano 5-6mila persone. Sembrava di giocare la domenica in Serie A. Una roba dell’altro mondo. Una passione travolgente e lui ci aiutava molto a gestirla”.

 Tifosi, la vera risorsa. Una grande vittoria ottenuta anche grazie all’apporto dei tifosi rossazzurri, sempre presenti in massa: in casa, in trasferta e anche durante gli allenamenti…

 Spagnolo: “Che grande pubblico! Venivano in massa, 3-4 mila persone, anche per assistere agli allenamenti. I ragazzi marinavano la scuola per venire a vederci allo stadio. Ci hanno aiutato tanto durante quella stagione. Torre del Grifo è qualcosa di meraviglioso. Complimenti al Catania per aver realizzato un’opera del genere. Un centro così in Italia non ce l’ha nessuno. In passato ho avuto modo di visitare la struttura e sono rimasto incantato dalla visuale. Guardi in alto e vedi l’Etna che fuma, guardi in basso e vedi il mare azzurro. Una meraviglia. Quando giocavamo noi non era così. Allora c’era solo il Cibali dove si faceva di tutto: gli allenamenti in settimana, la partita la domenica, le gare dell’Amatori e il pomeriggio anche le scuole. C’erano certe buche spaventose, una cosa vergognosa per una grande città. Adesso i tempi sono cambiati. Fortunatamente per Catania”.

 Ciceri: “Coi tifosi avevamo un rapporto stupendo. Ricordo che non potevo circolare per Catania perché venivo “assalito”da loro. Non solo foto ed autografi: mi portavano a bere qualcosa nei bar, si usciva anche la sera a mangiare il pesce, era qualcosa di unico. Bisognerebbe permettere ai tifosi di seguire gli allenamenti della squadra, perché aiuterebbe ad intensificare il rapporto tra calciatori e città così come capitò a noi”.

 Il Catania di oggi

Dopo aver rievocato i giorni di gloria passati l’attenzione non poteva non spostarsi sull’attuale situazione del Catania, reduce da due stagioni fallimentari e con la “questione-Marino” come ordine del giorno…

 Spagnolo: “Una stagione buttata al vento. A mio avviso sono stati fatti degli acquisti sbagliati sia nel mercato estivo sia in quello di gennaio. Non ho capito l’acquisto di Maniero, che in quanto punta centrale è il doppione di Calaiò. Bisognava prendere un esterno, un’ala veloce, e non un’altra punta fissa centrale. Sbagliata anche la scelta di puntare su Marcolin come tecnico: il black-out delle ultime 3-4 partite mi è parso un po’ strano… Pasquale Marino come nuovo allenatore va più che bene, è valido”.

 Ciceri: “Nel Catania di quest’anno ho notato dei problemi nell’amalgama della squadra: a centrocampo non c’era filtro e la difesa prendeva dei gol veramente banali. Bisogna ritoccare necessariamente questi due reparti. Pasquale Marino è il tecnico perfetto per la risalita, anche perché è siciliano. È molto esperto, motivato e può fare solo bene. È fondamentale, però, centrare bene gli acquisti e non ripetere gli stessi errori”.

 Infine, immancabile fotografia su Catania città.

 Spagnolo: “Dal 2000 ad oggi son venuto a Catania sei volte. È una città che mi piace, anche se è un po’ caotica. A Catania c’è la vita, anche di notte. Qui a Reggio Emilia, invece, è molto diverso: se vai in giro alle 8 di sera non trovi nessuno. Da calciatore abitavo ad Ognina, proprio vicino al mare. Adesso è irriconoscibile rispetto ad allora: hanno costruito un sacco di palazzoni, hanno fatto la malora e non si riconosce più”.

 Ciceri: “A Catania ho vissuto dei momenti unici. Da calciatore ho ricevuto tanto affetto, considerazione e stima da parte dei tifosi e non è ovunque così. Ricordo con gioia la nascita di mio figlio (18 marzo 1975) avvenuta proprio in una clinica catanese. Una città stupenda dal clima meraviglioso: bella la montagna, l’Etna, bello il mare. C’è tutto. Ricordo con simpatia anche il caos del traffico uguale a quello di Milano, a me molto familiare. L’unico ricordo negativo è legato al campo: la sconfitta di Pisa. Fu un vero peccato, regalammo un campionato a Matera e Pisa ed ancora oggi, a distanza di tanti anni, è rimasta molta amarezza. Unico dispiacere tra tantissime gioie”.

 

Serie B 1975/76

Massimino vorrebbe la A. La Juve, invece, vorrebbe Petrovic e la Roma Spagnolo. Il cavaliere dice "no".

Il sindaco Magrì nega gli adeguamenti del Cibali e tutto rischia di saltare. Lo stesso primo cittadino fa prontamente revocare il seggio comunale che Massimino si era guadagnato alle elezioni: "incompatibilità", la foglia di fico usata come escamotage.

I calciatori si sparpagliano in protesta ma subito tornano a ridosso delle gare. È Melo Russo a sedere in panchina in questa fase ( ma è Rubino l'allenatore ).

 

 

 

La coppa va bene: pari a Cagliari e Verona e col forte Toro di Radice al Cibali si sfiora la qualificazione. Tra i nuovi rossazzurri ci sono un certo Damiano Morra e l'etiope Mimmo Labrocca.

Per l'esordio Catania-Varese 0-0 i calciatori si presentano al Cibali appena due ore prima della gara. Il torneo è mediocre: la stampa è contro la società e si fanno i nomi di Ferrini o Marcoccio per il cambio. Massimino caccia il professor Mineo dopo 40 anni di Catania e mister Rubino. Torna Mazzetti, il taumaturgo delle ore difficili.

Ciceri e Biondi trascinano i rossazzurri ad una difficile salvezza agguantata virtualmente a Piacenza il 30 maggio '76, punizione di Guido da Lanciano.

  (a cura di Piero Armenio)

 

 

Labrocca, emozioni rossazzurre. Chi si rivede... L’ex terzino: «Ho vissuto sette stagioni indimenticabili tra amarezze e successi storici»

GIOVANNI LO FARO
Pezzetti di storia, tessere di un mosaico che, quasi per magia (e per l'idea che ha felicemente ispirato Nino Cantone, ex centrocampista del Catania in C e in B ma, soprattutto, catanese innamorato dei colori rossazzurri), s'è ricomposto, in una calda domenica d'estate. Risvegliando ricordi e scatenando emozioni.
Così, la voce di Luca Fossati, cerimoniere e speaker d'occasione che scandiva i nomi dei protagonisti della sfida con le vecchie glorie del Torino, è parsa la voce, inimitabile, di chi, a quei tempi, annunciava, dai microfoni gracchianti del vecchio Cibali, la formazione del Catania: Petrovic, Fatta, Prestanti, Poletto, Battilani, Benincasa, Spagnolo, Biondi, Ciceri, Giagnoni, Malaman.
Pezzetti di storia, si ritrovano in sei, vecchi compagni d'avventura, legati dall'amore per una maglia che forse non si sono mai tolta di dosso. Guido Battilani, roccioso difensore di scuola milanista, ha gli occhi lucidi, al ricordo, il Catania ha rappresentato la parentesi più bella, e più esaltante, insieme, della sua carriera di calciatore. «Eravamo un bel gruppo, dentro e fuori dal campo, Rambone aveva avuto la mano felice nelle scelte, Rubino, con la sua saggezza, fece il resto, pilotando la squadra verso la promozione in B».


Davanti ai suoi occhi, scorrono i fotogrammi di quell'impresa, fino all'esaltante pomeriggio al Liguori di Torre del Greco, dove il Catania, accompagnato da un numero incredibile di sostenitori, saltò a piè pari l'ultimo ostacolo, rendendo vano l'assalto del Bari, avversario orgoglioso e duro a morire. «Quei tempi - confessa - li rivivo sempre con grande piacere, giocavo sulla linea difensiva, ora al fianco di Fraccapani ora di Benincasa, con il centrocampo che ci garantiva buona copertura, non era certo facile superarci: perdemmo una sola partita, a Messina, il gol di Angelozzi non bastò ad evitare la resa».
S
orride, Battilani («ne sono passati di anni, adesso sono nonno di una bella bambina di due anni, è lei la mia vittoria più bella»), che, adesso, per hobby, fa l'allenatore, tra Eccellenza e Promozione, ma non manca di seguire il Catania «che - dice - è ormai una bella realtà del campionato di Serie A».
Di quel Catania che schierava fior di giocatori (come dimenticare il compianto Guido Biondi e Piero Giagnoni, fratello del più famoso Gustavo, allenatore del Torino in A?), Adelchi Malaman fu pedina fondamentale, anche se il granatiere veronese trovò in Guido Angelozzi, che proprio in quegli anni muoveva i primi passi nel calcio professionistico, un antagonista di tutto rispetto. «A Catania ritorno sempre con grande piacere - dice Malaman che, con la maglia rossazzurra, nella stagione '74-'75, quella della promozione in B, mise a segno otto reti - ho lasciato parecchi amici, quelle stagioni in rossazzurro hanno lasciato un'impronta indelebile. Il calcio? Non l'ho abbandonato del tutto, collaboro con il Verona, che è la squadra della mia città».
Mimmo Labrocca, che in quella stagione indossava la maglia del Siracusa, dell'esaltante impresa del Catania, fu spettatore interessato: Massimino fece di tutto per assicurarsi le prestazioni del terzino di Asmara, ragazzone dal gioco essenziale ma devastante, nelle proiezioni d'offesa. «C'è di tutto - dice - nelle mie sette stagioni in rossazzurro, l'amarezza di una retrocessione in C, la rabbia per un tentativo di risalita fallito nello spareggio di Catanzaro con la Nocerina, ma anche la gioia del ritorno in B, con De Petrillo in panchina, e, dopo l'ennesimo passaggio a Siracusa, il ritorno in rossazzurro giusto in tempo per mettere lo zampino nella promozione in Serie A, nella stagione '82-'83».
Chiuso com'era da Mosti, Chinellato, Ciampoli e da un certo Claudio Ranieri, Mimmo Labrocca giocò non più di sei partite in prima squadra, ma gli bastarono per mettere la firma in calce ad una delle pagine più belle della storia del calcio catanese.

 

 

Ricordo che noi giocavamo ogni volta per fare bottino pieno e spesso ci riuscivamo. In particolare fu così nell’anno della promozione in B, campionato ‘74-’75. Con una squadra di lusso per la categoria, gonfiammo la rete avversaria cinquantasei volte, ottenendo quasi sempre i due punti in palio. Giocavamo un calcio scintillante e sbarazzino e io ero uno abituato a farli fare i gol, piuttosto che farli.  Oltre a un paio di bulldozer, c’erano Giagnoni, Ciceri, Biondi, Spagnolo e in porta quel mattacchione di Zeliko Petrovic. Ci fu un duello all’ultimo sangue con i galletti biancorossi del Bari; avevamo un  gruppo-schiacciasassi e sapevamo di essere superiori ai pugliesi, ma nel calcio si è più forti soltanto dopo aver vinto, mai prima.

 A Catania ho vestito centoquarantasei volte la gloriosa casacca a strisce verticali rosse e azzurre e firmato diciotto reti. Mie peculiarità erano le grandi galoppate su entrambe le corsie e un tiro micidiale che tanti ancora ricordano. Con i compagni instaurai ottimi rapporti e con Giovanni Fatta e Claudio Ciceri ho ancor oggi contatti. Avevo un feeling particolare con mister Guido Mazzetti e una sincera ammirazione per il mio presidente, un uomo nato per il Calcio Catania. Sto parlando del grande stratega della società, Angelo Massimino, il cavaliere rossazzurro, un galantuomo che non ci faceva mancare nulla anche se a volte si impuntava per banalità. La sua parola è stata sempre onorata e ogni equivoco svaniva come neve al sole.

 Appese le scarpette al chiodo, mi è capitato di  scambiare due chiacchiere con ex-colleghi veneti come me. Ebbene, è stato sorprendente  scoprire che a molti di loro – parlo di calciatori  che hanno militato in serie A e vinto perfino scudetti- non erano stati pagati i contributi integrativi pensionistici. Una cosa del genere  durante i miei sei anni di militanza all’ombra dell’Etna  non si è mai verificata.”

 (estratto dal Magazine ufficiale del Calcio Catania Gennaio/Febbario 2009, ringrazio Alessandro Russo per la gentile concessione.)

http://carmelocalanni.myblog.it/2009/06/24/malaman-al-galoppo/

 

 

 

Salvo Bianchetti. Il suo è un calcio di poesia, di regole certe e di applicazione

Nunzio Currenti

 

Il suo è un calcio di poesia, di regole certe e di applicazione. Un calcio senza età, quello del professore Salvo Bianchetti, che ricorda luoghi, cifre e numeri con invidiabile precisazione.

«Vivevo a 200 metri dal Cibali - racconta Bianchetti - sono nato nel quartiere, andavo a piedi allo stadio. Per me allenare la prima squadra del Catania, dopo 15 anni di settore giovanile fu la realizzazione di un sogno che avevo da bambino».

Bianchetti ha ancora tanta voglia di insegnare calcio, di parlare ai giovani calciatori, di lasciare un ricordo importante. Non allena da due anni e in attesa di vivere progetti nuovi si dedica alla scuola calcio del Catania '80. Classe 1950, Bianchetti è sposato con Maria ed è padre di due figli Tonino, ingegnere informatico, e Davide, pedagogista. «La famiglia per me è stata sempre un tassello fondamentale».

Ad allenarla una coppia di tecnici di spessore.

«Giocavano con me Zaccarelli, che fu lo storico capitano del Torino, Biondi e Pippetto Fichera. Mi allenavano in Primavera Totò Calvanese e Valsecchi. Il primo era stato un forte giocatore del Catania. Aveva anche un'attività commerciale di articoli sportivi in Corso Italia a Catania. Nel 2001 a Buenos Aires mi chiamarono a parlare in un congresso di allenatori. Lui era in prima fila. Ricordo l'abbraccio e la festa dopo averlo ritrovato».

Da calciatore perché ha smesso così presto?

«Ero tecnicamente bravo, ma non avevo il fisico per poter giocare ad alti livelli. Ho giocato nel Catania, a ridosso della prima squadra, anche nella categoria De Martino, che ai tempi era una sorta di squadra B. Questo torneo, promosso dalla Lega professionisti, fu soppresso nel 1972 dopo 18 edizioni».

Il Catania nel suo percorso di tecnico è stato fondamentale.

«Credo di essere uno dei pochi allenatori, o forse l'unico, nella storia rossazzurra ad aver allenato in tutte le categorie. Dai pulcini alla prima squadra ho avuto l'onore di condurre il Catania, ricoprendo anche l'incarico di secondo allenatore con Di Marzio, nell'anno della promozione in Serie A, con Renna, Mazzetti e De Petrillo».

Che ricordi ha dell'esperienza in Primavera?

«Si formava con i giocatori locali, al massimo si pescava in provincia. Riuscivamo ad allenarci al Cibali dietro la porta, nella parte dove oggi c'è la Curva Sud. C'era un campetto adattato. In questo caso ci si adattava, poi giocavamo dove capitava, non avevamo un campo preciso».

Quanti giocatori ha allenato in quegli anni di giovanile.

«Galletta, Frazzetto, Gullotta, Perotti, Di Stefano, Orazio Russo, La Torre, per citarne alcuni. Un anno allenai anche Tarantino, arrivò da Palermo, poi andò a giocare a Bologna. In quegli anni, le speranze di arrivare in finale non c'erano. Io ero innamorato di Zeman del suo modo di allenare. Ricordo una partita stupenda, vinta a Palermo. A noi non serviva quel risultato, i rosanero non andarono, però, in finale. E a me dispiacque pure».

Anni dopo la chiamata della Ternana.

«A Terni fui chiamato come responsabile del settore giovanile. Ma io al momento dell'incarico chiesi di poter allenare la Primavera. Quell'anno arrivammo secondi alle spalle della Roma, in squadra allenavo Candreva. Ricordo quella partita persa di misura a Trigoria, affrontammo i giallorossi che avevano in squadra Cerci, Rosi e Okaka. Non era facile vincere perché il pubblico fa sempre la differenza in casa loro. Ecco perché il risultato di domenica scorsa del Catania è straordinario. Alle finali, poi, perdemmo con il Milan di Astori, Di Gennaro, Antonelli e Ardemagni, lottando ad armi pari».

Si ritrova ancora oggi con i ragazzi che ha allenato?

«Al Calcio Park, quartier generale del Catania '80, ogni venerdì insieme con il prof. Lo Certo, grande amico mio, disputiamo una partita con i nostri vecchi giocatori. Vedi Breve, oggi a Giarre, Gruttadauria, Iuculano, Galletta, e tanti altri. Segno che siamo riusciti a lasciare un'impronta importante nel loro percorso di vita».

La sua carriera da professionista comincia a Lentini.

«In C2 conquistai il terzo posto per due anni di fila. Nel 1990/91 andai a Giarre, esperienza conclusasi a gennaio al terzo posto in classifica con un ruolino di marcia in casa impressionante con sei vittorie e un pareggio. Ancora mi chiedo il perché dell'esonero…. ».

Nel 1992 arriva la chiamata più attesa.

«Il mio sogno si realizzava, allenare il Catania, la prima squadra. Il momento più esaltante fu quella straordinaria vittoria a Palermo con le reti di Cipriani e Palmisano».

Alla Spal due anni importanti.

«La società aveva fiducia in me, lavoravo in un contesto davvero speciale, sfiorammo la promozione in B»

Esperienze importanti al Nord con il Crevalcore e alla Imolese.

«Nella prima, addirittura, riuscì dall'ultimo posto a salvare la squadra. In rosa avevo giocatori come Pistone, ex Inter, e Pietranera, che realizzò sedici reti, dopo che lo lanciai dal settore giovanile. A Imola invece, allenai Valiani, ex Bologna e giocatore di talento».

Lei ha creduto sempre nel giovane di talento.

«Un esempio? Ricordo di Luigi Martinelli a Barletta. Seguì gli allenamenti della Berretti. Apprezzai le sue doti, da quel momento lo convocai sempre in prima squadra. ».

L'esperienza in Bulgaria con il suo amico Scoglio.

«Mi chiamo' a guidare il Naftex di Burgas sul Mar Nero. L'esperienza è positiva perché la squadra finisce il campionato a metà classifica, lanciai giocatori che oggi giocano in realtà importanti internazionali».

Negli ultimi anni le esperienze a Barcellona, con l'Igea Virtus, e Casarano.

«Oggi mi dedico alla scuola calcio del Catania '80, la società che fondammo con il prof. Lo Certo e mio fratello Pino. Cerchiamo di portare avanti il progetto di affiliazione con il Milan. Siamo orgogliosi dei risultati ottenuti in questi anni. Ho ancora tanto da dare al calcio. Spero di ricevere presto un offerta importante e vorrei anche realizzare un progetto di un Academy per giovani calciatori in Svizzera. Sarebbe straordinario, ci stiamo lavorando».

 La Sicilia, 5,2,2015

 

 

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 I FISCHI? FANNO PARTE DEL CALCIO (Gigi Chiavaro)

In vista della gara col Messina e a margine del settantesimo anniversario dell'Elefante abbiamo rintracciato, in esclusiva, Luigi Chiavaro, difensore catanese (classe 1956), al Catania dal 1975 al 1980. Nelle sue parole il ricordo delle altalenanti stagioni andate con uno sguardo sulle attuali vicende etnee: "Agli inizi, quando Pulvirenti e Lo Monaco diedero il via a quest'avventura - ha esordito Chiavaro - l'entusiasmo faceva da guida. Allora c'era una situazione ben diversa rispetto a quella di oggi: se non altro si partiva alla pari, senza penalizzazione. La realtà attuale è tutt'altra cosa. Lo Monaco è tornato ma la situazione è più impegnativa rispetto a prima. Non è semplice ritornare in un club che porta dietro delle difficoltà, date dagli eventi che tutti conosciamo bene. Io mi auguro che l'Ad riesca ad aggiustare la situazione. Uscire da queste condizioni si può, serve il carattere. Questa componente non deve mancare soprattutto ai giocatori in campo. Bisogna non dare peso alle critiche, ai fischi o alle contestazioni. Il Catania deve andare dritto per la sua strada e cercare di mostrare quello che sa fare meglio. La gente sa riconoscere quando si fa bene e in tal caso applaudirà. E' chiaro che se fai male non può esserci consenso da parte della stessa tifoseria. A me è capitato di trovarmi in una situazione simile: ho preso tanti fischi durante la mia carriera ma è normale, questo è il calcio. Rispetto ai miei tempi, il calcio di adesso è cambiato tanto: mentalità, velocità di gioco, la terminologia utilizzata ed il modo di intendere il calcio stesso. Analizzandolo mi rendo conto che questo è lo sport più semplice che possa esistere".

 

 

 

 

 

 

In piedi: Dott. Galletta, Bianchetti, De Petrillo, Ciampoli, Morra, Chiavaro, Papale, Picone, Mastrangioli, Festa, Ardimanni, Sotrrentino, Barlassina. al centro: Croci,Mencacci,Raimondi,Bortot. In basso: Bonesso, Maltese, Casale, Castagnini, Piga, Labrocca, Cantone, Leonardi, Cinesinho jr, Tarallo (grazie a Nino Leonardi e Filippo Solarino)

 

 

Così si rivede quella lontana serie C e inizia il valzer delle promozioni e retrocessioni.Dalla C in B e dalla B di nuovo alla C nel campionato 76/77.Il Catania resta in C per 3 anni,dove ottiene risultati soddisfacenti che gli permisero solo al terzo anno di ritornare in serie B.

 

La tribuna B in festa alla fine dell'ultima partita con Salernitana per festeggiare la promozione in B 1979-80 dopo la battaglia di Reggio Calabria. (foto Mastrangioli)

 

 

LA SERIE B DEGLI ANNI OTTANTA

 

 

Ancora oggi i tifosi del Catania meno giovani ricordano con tanto affetto Lino De Petrillo, tecnico che nella stagione 79/80 portò i rossazzurri in B dopo aver preso il posto di Gennaro Rambone alla nona giornata. “Fu una cavalcata fantastica –sottolinea ai microfoni di Itasportpress.it - De Petrillo - e vincemmo il campionato di C con due punti di vantaggio sul Foggia. Io arrivai alla vigilia del derby col Siracusa vinto per 1-0. Mi chiamò Massimino che voleva cacciare Rambone dopo la pesante sconfitta per 4-1 a Campobasso. Il presidente come sempre generoso mi voleva comprare dei calciatori ma io non chiesi nessuno avendo visto che la squadra era buona. Da Sorrentino a Piga con il “cervello” Barlassina a tutto campo, avevo uomini veri.

Con i giornalisti locali Zuccalà, Prestinenza, Cannavò e Tosto c’era un ottimo feeling. Si andava in trasmissione il mercoledì sera a Teletna ospiti di Pippo Baudo. Tutto bellissimo ricordi fantastici. Purtroppo l’anno dopo in B fui squalificato perché Rambone fece un esposto alla federazione. Io prima di accettare il Catania stavo a Messina ma non avevo il contratto ad inizio stagione. In una gara di Coppa Italia mi sedetti accanto alla panchina giallorossa e per quel motivo fui squalificato, ma ripeto che col Messina non avevo mai sottoscritto nessun contratto ma solo col Catania. Quando arrivai allo stadio Cibali c’erano solo tremila persone e poi sempre di più fino al match di Coppa Italia con l’Inter campione d'Italia di Muller e Beccalossi, finito 0-0 con 40 mila sugli spalti. Nel torneo organizzato per festeggiare la promozione con Ascoli, Torino e Napoli si registrò il tutto esaurito. L’anno dopo litigai con Massimino e al mio posto arrivò Mazzetti”

 

 

 

RENZO BARLASSINA è nato a Limbiate (MI) il 7 luglio 1948. Gli almanacchi riportano come dati 1,76 × 71, cresciuto nell'Inter. È a Savona nel '68/69, poi Arezzo '71/72, Palermo '73/74 e Brindisi '75/76. Poi arriva la chiamata rossazzurra nel '76, 5 campionati (salvo nel '77/78 alla Pistoiese), 1 promozione in B nel 1980, ben 160 presenze e 17 reti. È stato incoronato miglior calciatore di B nel 1981.

 

Capitan Renzo Barlassina non le mandava a dire. E non lo fa neanche adesso che è con noi al telefono per rievocare i suoi trascorsi rossazzurri. Gli chiediamo seccamente il perchè del capitombolo in C nel '77:

"Lo spogliatoio era spezzato in 4-5 gruppi...salvarci risultò un'impresa, ahinoi". Barlassina era davvero un lusso per la serie C ma tornò senza esitazione dopo un anno a Pistoia: " A Pisa, quel 3 giugno '79, non fu una partita di calcio; subimmo pressioni prima, durante e dopo. Il finale lo sapete".

Cocciutamente l'elegante centrocampista-goleador rimase col Catania. Prodigo di consigli e vaticinii per il presidente:

"Dissi chiaro e tondo a Massimino che con Rambone non saremmo andati in B. Ci voleva una figura diversa in panchina. Così dopo la sceneggiata col Montevarchi Rambone andò via e con De Petrillo, un vero 'papà', filammo in B e io segnai 6 reti. Anno 1980".

E le soddisfazioni proseguirono in casa 'Barlassa': "Vero! In cadetteria tutti ricordano il mio gol a Bari... vincemmo 1-4. Quella B '80/81 mi portò bene dato che fui incoronato miglior giocatore della B '80/81, ritirai il premio della Gazzetta a Milano, che soddisfazione! Chiusi l'annata con 7 reti, non male per un non attaccante". "Rimasi anche l'anno dopo, l' '81/82, quando sfiorammo la A dopo un'andata magica e indimenticabile. Mi candidai a rimanere ancora nonostante i miei 34 anni: tuttavia per il nuovo tecnico Di Marzio non rientravo nei piani tattici. Non lo ritenni giusto, mi fu preclusa la stagione del ritorno in A. Personaggio anche folcloristico Di Marzio, consigliai il presidente Massimino di tenere gli occhi bene aperti.

Fatto sta che due anni dopo la squadra era ripiombata in B e c'era tutto da ricostruire....

 

 

"Massimino mi richiamò nel '94 - ricorda 'Renzaccio' - nelle vesti di tecnico della sua nuova creatura risorta in eccellenza. Riuscimmo a rimontare tutto il tempo perduto giungendo terzi. Una meravigliosa esperienza tra quei campetti polverosi di Sicilia. Quanto avrei voluto proseguire la carriera di allenatore lì a Catania! Non lo potei fare per motivi personali. Adesso spero che Pulvirenti riporti il Catania in A e che si faccia una gara con noi vecchie glorie. Forza Catania!".

Barlassina è stato per il Catania un vero leader, capitano e bandiera adorata dalla tifoseria. Come tecnico tornò a guidare gli etnei in eccellenza nel '93/94. Un grande.

(a cura di Piero Armenio)

 

 

foto di Nino Leonardi

 

 

CLASSIFICA FINALE

SQUADRE

PT

IN CASA

FUORI CASA

RETI

M.I.

G

V

N

P

G

V

N

P

F

S

1

CATANIA

44

17

13

4

0

17

3

8

6

36

23

-7

2

Foggia

42

17

13

3

1

17

1

11

5

36

20

-9

3

Livorno

40

17

10

7

0

17

2

9

6

20

11

-11

4

Campobasso

39

17

12

3

2

17

2

8

7

30

19

-12

5

Reggina

38

17

13

2

2

17

2

6

9

28

24

-13

6

Arezzo

36

17

9

6

2

17

3

6

8

26

18

-15

7

Salernitana

34

17

10

5

2

17

3

3

11

32

30

-17

7

Siracusa

34

17

12

4

1

17

2

2

13

28

31

-17

7

Turris

34

17

7

7

3

17

2

9

6

20

23

-17

10

Cavese

33

17

6

9

2

17

3

6

8

19

22

-18

10

Empoli

33

17

7

8

2

17

2

7

8

21

22

-18

10

Rende

33

17

8

9

0

17

1

6

10

24

25

-18

13

Nocerina

32

17

8

6

3

17

2

6

9

22

25

-19

14

Benevento

31

17

10

5

2

17

0

6

11

28

32

-20

15

Anconitana

28

17

8

7

2

17

1

3

13

34

38

-23

15

Chieti

28

17

7

8

2

17

1

4

12

22

31

-23

15

Montevarchi

28

17

5

9

3

17

1

7

9

17

29

-23

18

Teramo

25

17

6

9

2

17

0

4

13

20

40

-26

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel '79 nasce a Catania "Antenna Sicilia", tenuta a battesimo da Pippo Baudo, che in breve diverrà l'emittente tv "regional-popolare" per eccellenza grazie a trasmissioni storiche quali " Festival della canzone siciliana " dove furoreggiò il personaggio di Agatino Provvidenza, "tifusu di sustanza".

Interpretato dall'attore Vito Meli, Agatino impersonava il tifoso rossazzurro-medio visceralmente attaccato alla città e ai giocatori idolatrati all'inverosimile. Diverrà popolarissimo per il suo look da stadio e porterà ai colori rossazzurri una fortuna sfacciata!

Massimino ingaggia inizialmente Rambone.

Ma questi, incredibilmente, si autoesonera dopo la vittoria interna contro il Montevarchi all'ottava giornata: malgrado la vittoria il tecnico partenopeo inscena una animosa sceneggiata dal campo contro il pubblico della tribuna A e lascia la panchina a De Petrillo.

Il nuovo trainer avrà un club di tifosi a lui dedicato: "club tigre Lino De Petrillo". Nella corsa promozione c'è un nuovo svenimento di Massimino: alla 30^ contro l'Arezzo di Piero Cucchi, al Cibali, il 2-1 di Pasquale Casale maturò solo a 10' dalla fine.

Il presidente non resse alla tensione.

Il 25 maggio dell' '80 il solito 0-1 di Reggio Calabria riporta in B il Catania. Il rigore decisivo è di Marco Piga, ma il fallo è dell'adranita Agatino Cuttone.

 

 

 

La formazione che il 25.5.1980 a Reggio Calabria conquistò la serie B nel campionato 1979-80 (foto di Nino Leonardi)

Croci, Sorrentino, Bertini, Tarallo, Borghi, Chiavaro, il presidente Massimino, Castagnini, Casale, Piga, Labrocca, Leonardi.

 

 

Dopo due stagioni in B, nel campionato 82/83 dopo aver battuto a Roma negli spareggi il Como e a Cremonese e qualificandosi terza,risale in A.

 

CARLETTO BORGHI è nato a Pian di Rocca ( Grosseto ) l' 1 gennaio '58, centravanti-ala 1,82 × 69 kg. Questi i freddi dati d'almanacco. Cresciuto coi grifoni del Grosseto passa al Catania nel '79/80 e vola subito in B con gli etnei. In seguito bomber di Catanzaro, Toro e Ascoli torna a Catania nel 1984. Per poi passare nel 1989 alla Torres. Ha vestito 6 stagioni in rossazzurro, 178 presenze e 32 reti.

 

Carletto e la sua adorata Toscana sono un tuttuno che è difficile immaginare separato. Saranno anni che le sue gorge implacabili e la sua "evve" moscia non risuona nella salastampa di uno stadio:

"Dico la verità - attacca serafico il prolifico bomber - il calcio d'oggi proprio non mi va giù con i suoi spezzatini d'orario. I gol li vedi all'una di notte. A me piaceva il calcio delle 14:30...seguo comunque le squadre dove ho giocato".

Con quale tecnico ti trovasti più valorizzato?

"Con tutti, direi. Ma se devo dirne uno dico Rambone. Mi aveva voluto lui [ nel 1979 n.d.r. ] era un motivatore come pochi".

Con quale collega di reparto facesti la migliore coppia?

"Con Piga, l'anno della promozione in B. L'intesa era perfetta".

Gli chiediamo delle salvezze che lui e Polenta contribuirono a conquistare anno dopo anno a cavallo della seconda metà anni '80:

"La gente ci additava come i due vecchi della squadra e noi prendevamo il gruppo sulla schiena quando le cose si mettevano male. Io e Adriano ci scambiavamo la fascia di capitano e affrontavamo i cronisti a fine gara. E i conti tornavano sempre".

Dopo sei stagioni rossazzurre te ne andasti alla Torres e...segnasti al Cibali...

"Si: fu un mio errore andar via. Avevo fatto il ritiro col Catania ma non scesi in città. Volevo cambiar aria dopo anni sofferti. E in quel Catania-Torres sotto le feste pasquali segnai il gol del definitivo 1-1".

Sotto i commossi applausi del suo vecchio pubblico aggiungiamo volentieri noi.

  (a cura di Piero Armenio)

  

 

 

Nino Leonardi, difensore catanese, classe '56

La storia di Nino Leonardi, un esempio per i giovani che sognano l'esordio con la maglia della propria città

 Negli anni '70, fra Under 23, Primavera, Berretti e Allievi, il Catania arrivò a gestire circa 80 giovani calciatori, rimpolpando i ranghi di quel settore giovanile che avrebbe poi consentito alla prima squadra di attingere costantemente fra i più dotati. La domenica mattina, al Cibali, giocavano anche gli Allievi, la giovanile dalla quale muoveva i primi passi la straordinaria storia rossazzurra di Nino Leonardi. «Gli avversari - ricorda Nino - erano onorati di calcare un vero campo, ma ben presto le loro condizioni crollavano di intensità, non essendo abituati a quelle dimensioni».

Quella di Nino Leonardi è stata un'avventura talmente piena di pathos e carattere che potrebbe benissimo diventare un modello cui attingere per tutti quei giovani calciatori che sognano di poter giocare nella squadra della propria città, visto che al forte difensore possiamo a buon diritto riconoscere il fatto di essere stato uno dei pochi catanesi doc ad aver realizzato quel sogno, peraltro con una buona continuità. I tifosi lo hanno premiato votandolo nel sondaggio online lanciato dai promotori (autori della pubblicazione “Tutto il Catania minuto per minuto”, redazione del programma radiofonico “Quelli del ‘46” e Comitato “Gèza Kertész”) del bellissimo progetto autorizzato dal Comune di Catania che vedrà a breve la realizzazione di un murale raffigurante cinquanta personaggi della storia rossazzurra all’esterno dello stadio “Angelo Massimino”, lato Curva Sud e Tribuna B. Fra le cinquanta icone da raffigurare ci sarà anche quella di Nino Leonardi.

 

 

I giovani facevano facilmente amicizia grazie allo sport, erano le piazze a raccogliere sciami di ragazzi che rincorrevano compagni, avversari e pallone; molti, però, avevano la fortuna di usufruire dei cortili dei salesiani in via Cifali e al Sacro Cuore del popoloso quartiere della Barriera. Proprio nella Don Bosco Barriera, vera squadra di quartiere, muove i primi passi Nino Leonardi. Iniziano i viaggi al nord per i provini presso squadre blasonate come Varese, Como e Milan, dove nel test affronta da avversario un tal Gianni Rivera, che deve fare i conti con qualche fallo di troppo del difensore catanese. «Tu, ragazzino - Nino riporta le medesime parole del campione rossonero - queste cose non le devi fare»! Ma fu proprio un grande allenatore di calcio giovanile come Pippo Cappello a volerlo fra gli Allievi in rossazzurro, che pur non facendo classifica vincevano (quasi) tutte le partite. Arriva anche il momento della Berretti di Melo Russo, la maggiore squadra giovanile. «Eravamo tutti orgogliosi della nostra maglia - si emoziona Nino - tutti davano l'anima per ben figurare; unico obiettivo, lottare sempre per i due punti». Leonardi viene sempre più spesso aggregato alle trasferte della prima squadra.

Il ritorno in terza serie, dopo appena due stagioni passate in B, riporta il Catania dinnanzi ad una realtà difficile. La brillante cavalcata del girone di ritorno, pur macchiato dalla sconfitta casalinga ad opera del Latina, che interruppe la striscia di cinque vittorie consecutive, si conclude amaramente con la sconfitta per mano della Nocerina nello spareggio promozione disputato a Catanzaro. «Eppure nella gara d'andata a Latina fummo capaci di una grande vittoria con il gol di Morra - ci racconta Nino - io marcai, neutralizzandolo, il velocissimo Caiazza. Il mister del Latina era mio omonimo, Leonardi, di nome Lamberto. In tribuna B, per l'entusiasmo mio fratello invocava a gran voce "Leonardi, Leonardi", cosa che passò inosservata ai tifosi latinensi, pensando fosse il cognome dell'allenatore. Quando mi avvicinai al settore per salutare mio fratello, i tifosi ricollegarono le vicenda e si scatenò il parapiglia; volò in campo qualsiasi tipo di oggetto e mio fratello stesso passò davvero un brutto quarto d'ora».

Nella stagione seguente,1978-79, il Catania e Nino Leonardi ci provano ancora. Ma il sogno della promozione in cadetteria s’infrange all’Arena Garibaldi di Pisa alla penultima giornata: 2-1 per i nerazzurri e ancora un altro anno in C. «I tifosi pisani - ricorda Nino - si riunirono sotto il nostro albergo cantando e disturbando, con lo scopo evidente di non farci dormire, volendo innervosirci e deconcentrarci per l'incontro dell'indomani. Nessuno intervenne e non si presero provvedimenti».

Al terzo colpo, dopo le cocenti delusioni rimediate nelle due stagioni precedenti, l’Elefante alla fine ritorna in Serie B. E’ il Catania di De Petrillo, Sorrentino, Barlassina, Morra, Casale, Piga e…anche di Nino Leonardi, ma per lui sarà la stagione dei saluti. Fra le battaglie più sentite, le sfide contro la Reggina, vinte entrambe con il risultato di 1-0. Nino presidia la solita fascia sinistra nella gara di ritorno a Reggio Calabria. «Gli amaranto ci aspettavano al varco ma noi eravamo fortissimi, segnò Piga su rigore. Mi toccò marcare l'idolo del "Comunale", Elvio Pianca, che segnava gol a fiotti. Ovviamente - sorride Nino - quel giorno restò a bocca asciutta». In futuro vestirà le maglie di Cremonese (di cui sarà capitano),Triestina, Salernitana, Lucchese, Lecco, Alcamo, chiudendo la carriera a 39 anni in Svizzera, nella squadra del Neuchâtel Xamax.

 

 

GIOVANNONE BERTINI

Buongiorno.

Si è appena concluso il primo corso di scrittura creativa al Castello Leucatia di Catania, una delle cose più belle che potessero capitare nella mia vita. Ci siamo occupati di punti di vista e focalizzazione, di dialoghi e metafore, di caccia ai luoghi comuni e ricerca dell’incipit giusto. Ma, al di sopra d’ogni altra cosa, siamo stati bene insieme. Sarah, Federica, Iolanda, Gabriella, Giusi, Agata e Roberto: ecco i nomi dei miei corsisti a cui trasmetto adesso un abbraccio via web in diretta dalla nuova puntata del Russo-azzurro. Un segno di gratitudine lo tramando invece a Graziella, Maria Luisa, Santa e Patrizia che hanno trasformato in realtà questo mio nuovo sogno.

Lento lento, frattanto, l’elefante rosso e azzurro si prepara alla gita di Benevento. Colà in contrada Santa Colomba, all’interno del rettangolo verde del Ciro Vigorito lo attende al varco un cinghiale tutto dipinto di giallo e di rosso. Succede ora che mentre scrivo e m’immagino la zuffa feroce mi torna, prepotente, in mente l’effigie d’un ex stopper d’entrambe le sponde. Oggi quest’uomo ha l’apparenza mansueta dei suoi sessantacinque anni e fa l’opinionista sportivo in tivù. Epperò, anni fa, per il fisico da gladiatore, lo sguardo truce e i baffi da gringo folti e rigogliosi, in campo incuteva terrore. Parlo diGiovannone Bertini da Roma e, intanto che digito le dieci cifre del suo recapito mobile, me lo rivedo a far scaramucce col centravanti rivale all’interno dell’area di rigore di sperdute e polverose arene del sud Italia.

 «Alessà, -mi enuncia lui al telefono- ultimamente i giocatori del Catania sono un po’ rammolliti; se non cambiano atteggiamento finiranno dritti dritti in D. Io ero uno che si sarebbe mangiato pure il pallone e di Catania conservo piacevoli ricordi; impossibile dimenticare i cori dei tifosi al Cibali che la domenica gridavano in coro ‘BER-TI-NI, BER-TI-NI’ quando c’era un calcio di punizione dal limite per noi. Il primo anno, stagione 1976-‘77, con Carmelo Di Bella in panchina nel girone d’andata eravamo quarti in classifica in B. Poi, per motivi che non so spiegarmi siamo scivolati in C; pensa, Alessà, che l’ultima partita la perdemmo per quattro a uno: significa che era tutto scritto. Noi eravamo bravi, però non sempre nel calcio vincono i migliori; purtroppo, col declassamento nella serie inferiore, abbiamo sperperato un sacco di situazioni e punti. Ricordo Nino Leonardi, Nino Cantone e Gigi Chiavaro, ma il più forte tra i catanesi era Guido Angelozzi, un calciatore molto tecnico che a metà campo faceva la differenza. Sono rimasto a Catania quattro stagioni e ho vestito la maglia rossazzurra un’ottantina di volte; dopo aver conquistato la promozione in B, nel 1980, mi sono riavvicinato a casa per motivi familiari. A luglio scappai a Roma e a novembre firmai col Benevento; sono andato là per vincere il campionato ma, credimi Alessà, non le ho più vissute le emozioni provate giù in Sicilia».

 

http://www.scritturiamo.it/uncategorized/il-russo-azzurro-giovannone-bertini-e-il-corso-di-scrittura-al-castello-leucatia-mondocatania-com/

 

SERIE B 1980/81

Massimino - sarà la frusciante aria degli anni '80? - ha ora 800 milioni da investire nella squadra. Tanto che vorrebbe portare Pietro Anastasi a concludere in patria la carriera. Ma "u tuccu" considerò umiliante la prospettiva.

In coppa, il 20 agosto '80, l'Inter campione d'Italia "assaggia" un Cibali assediato da 41 mila tifosi: Bersellini schierò i migliori, Oriali, Prohaska, Altobelli, Beccalossi, Marini. Ma fu 0-0.

Alla quarta giornata, frizzante 2-2 col Milan al Cibali. Il Catania sfoggia una sgargiante casacca giallo girasole.

Un altro 2-2 interno, ma con la Lazio, costa a Massimino un arresto per una querelle agli ingressi coi giornalisti. Vittima di un malore, il cavaliere è piantonato 8 giorni in ospedale.

Nonostante il -50 nelle caselle "reti al passivo", Sorrentino è fra i migliori portieri della B.

  (a cura di Piero Armenio)

 

SERIE B 1981/82

Massimino fa prove tecniche di A e spende 900 milioni di lire per comprare Aldo Cantarutti dal Pisa ( cui va Pasquale Casale ).

Terzo al giro di boa con 23 punti, a meno due dal primato e a più due sulle quarte, il Catania scivolerà in ottava posizione dopo un lungo digiuno di vittorie durato 16 gare.

Il mediano rossazzurro Enrico Vella è il miglior centrocampista di cadetteria.

 

 GUIDO MAZZETTI era nato a Perugia il 24 giugno 1916, ha guidato il Catania per 6 distinte stagioni tra il 1973 e il 1986. Ha totalizzato circa 134 panchine rossazzurre, 10 nella serie C '77/78 e tutto il resto in cadetteria.

 

Escludendo il bruciante esonero del '74 cospicue le soddisfazioni: salvezze in B '75/76, '80/81; un brillante girone d'andata in B '81/82 con salvezza finale; una promozione in serie cadetta sfumata nel '78 e la parentesi finale nel 1986, ormai 71enne, quando venne esonerato senza polemiche nella strana staffetta con Rambone.

Detiene il record di panchine in squadre di serie cadetta. A breve uscirà il libro-biografia che racconta i suoi 50 anni di calcio.

La voce di Guglielmo Mazzetti ci giunge in studio forte e chiara: un fiume impetuoso di ricordi ci trascina attraverso i 13 anni mazzettiani a Catania in sei distinte 'tranches'.

Qual era il rapporto con Massimino, gli chiediamo:

"Un gemellaggio vulcanico...- risponde risoluto Guglielmo - Massimino chiamava mio padre quando le cose si mettevano male e tutto tornava a posto. Figuratevi che nel 1985, dopo la parentesi Sambenedettese salvata dal baratro in modo sontuoso, mio padre - ormai settantenne - aveva considerato chiusa la carriera.

Ma il cavaliere lo richiamò per risalvare il 'nostro' Catania finito in acque agitate...".

"A breve - prosegue Guglielmo Mazzetti - uscirà un libro dove racconteremo i 50 anni di calcio di papà Guido: dal '36 al 1986. E le sei stagioni a Catania avranno un posto speciale. Inclusa l'ultima, quella dei settant'anni! La Sicilia è stata sempre nel nostro cuore: papà ha avuto trascorsi anche a Siracusa. Ricordo che mi portò a vedere il tramonto dallo stadio aretuseo...uno spettacolo".

Rimpianti?

"Dovrei dire - ribatte secco Mazzetti jr. - lo spareggio perso a Catanzaro nel '78. Ma io ricordo anche un grande girone d'andata in B '81/82 [il Catania era terzo a 23 punti a +2 dalle quarte, n.d.r. ]: mi piace pensare che un pezzo di serie A conquistata l'anno dopo sia firmata Mazzetti.

Già in quel '81/82 la squadra era forgiata per il salto. Per mio padre sarebbe stato il coronamento. Invece passò al Monza: quando si disputò Catania-Monza del 2 gennaio '83 tutto il Cibali applaudì mio padre che pianse copiosamente per l'emozione...".

Un calcio così oggi ce lo sognamo?

Guglielmo ci dà appuntamento per marzo quando al Cibali calerà il Perugia, ci sarà anche lui ed è ansioso di conoscerci.

 (a cura di Piero Armenio)

 

DAMIANO MORRA è nato in Argentina, a San Fernando, il 22 febbraio '55. Comunque italianissimo cresce al Parma per poi passare al Catania nel '75. Dove è diventato una leggenda: fino al 1984 ha disputato 9 campionati filati in rossazzurro mettendo insieme 283 presenze e 27 reti pesantissime. È il primatista rossazzurro di tutti i tempi per presenze, Damiano Morra è il simbolo stesso della società dell'Elefante.

 

Risentire la voce di Damiano Morra all'altro capo del telefono è una vera scossa d'entusiasmo in un grigio inverno rossazzurro attuale:

"Venivo dal Parma, stadio e realtà troppo tranquilli per me. Appena misi piede al Cibali, con tutto quel pubblico caldissimo, capii che era quella la mia casa!".

Gli chiediamo se ha temuto di perdere il primato in favore di Izco:

"Ero preparato all'eventualità, ma non è successo. Mi spiace per Izco, resto io il primo".

E, francamente, non riteniamo sia più possibile scalzarlo dal trono rossazzurro. Col calcio di oggi va già di lusso se al massimo un calciatore fa due-tre anni con un club.

A proposito: 9 campionati, tanti tecnici, da Rubino a Mazzetti, da Di Bella a Capelli, da Rambone a De Petrillo fino a Di Marzio. Come ha fatto a convincere tutti i tecnici che lei era 'insostituibile'?

"Ero duttile e sapevo adattarmi. Se fate i calcoli ho giocato una media di 31 partite a stagione. L'anno della promozione in A facevo anche il libero quando Mastropasqua non poteva giocare".

Rimpianti per quella fugace A?

"Forse l'organico poteva essere rafforzato in modo diverso: prendemmo i due brasiliani ma avevamo bisogno d'altro...; Forza Catania sempre!".

(a cura di Piero Armenio)

 

 

 Si parte dalla riconferma di Gianni Di Marzio. Il Catania quell'anno, durante il mercato estivo, aveva rifiutato gente del calibro di Prohaska, Juary, e Colomba (si disse che erano troppo vecchi). Massimino aveva puntato su due giovani promesse del calcio brasiliano Luvanor e Pedrinho, e su alcuni elementi considerati "adatti" ad una matricola: Torrisi, Sabadini, Bilardi ecc.. ad ottobre invece, arrivò il giovane e promettente Andrea Carnevale dal Cagliari.

 

 

 

Mastropasqua, l'uomo che castigò Zoff

 La Sicilia - Domenica 25 Settembre 2011 Giovanni Finocchiaro

 

Se non ci fosse stato lui, la Juve, magari, non avrebbe preso il talentuoso Gaetano Scirea dall'Atalanta. Sì, Giorgio Mastropasqua fu l'atleta che, dalla casa base, accettò il percorso destinazione Bergamo.
Ritroviamo, dopo 27 anni, lo storico libero del Catania targato Gianni Di Marzio, proprio a Bergamo. In tempo per ricordi e pronostici in vista di Catania-Juve, due delle squadre in cui «Mastro» ha dispensato energie, ottenendo vittorie.

Intanto, Giorgio, cosa fa a Bergamo?
«Alleno l'Alzano, in Serie D. Sì, sono tecnico da vent'anni. Ho alternato esperienze con i giovani a campionati dilettantistici».
È stato anche nello staff dell'Albinoleffe?
«Ho collaborato, ma alla fine ho preferito avere una squadra mia. L'adrenalina per i tre punti s'avverte anche dalla panchina».
E il suo Catania?
«Tutti spariti. Non ho più sentito nessuno. E, negli ultimi anni, neanche visto».
 Perché?
«Capita. Il mondo va veloce, io alla domenica gioco, durante la settimana alleno».
Lei segnò il gol alla Juve in Coppa, era il 18 agosto. Lo ricorda ancora, Mastropasqua?
«Come potrei dimenticarlo? Quella squadra, la Juve intendo, aveva appena accolto i giocatori reduci dal successo ai Mondiali di Spagna. Noi avevamo appena conquistato la promozione in Serie A. Ricordo lo stadio strapieno di tifosi. Più che mai in quell'occasione».
Continui.
«Ci confrontammo con Zoff, Cabrini, Scirea, ma anche con Boniek, Platini, Bettega (con il quale avevo fatto le trafile giovanili in bianconero), con Prandelli che subentrò dopo un'ora... La Juve più forte di sempre, probabilmente. Segnai subito, pareggiò Marocchino».
Ci descriva il gol.
«Conquistammo una punizione sulla destra, la porta di Zoff era quella piazzata sotto la curva Nord. Cross di Mastalli, mi inserii di testa anticipando i centrali e feci centro. Esultai sotto la tribuna centrale, travolto da compagni e vigili urbani»
La Serie A conquistata non riuscì a godersela.
«Mi feci male, malissimo, rompendomi il tendine. Rientrai nel finale di stagione, quando ormai era tutto compromesso».
Il rapporto con i giocatori di allora, con la città?
«Di Marzio era un padre per tutti quanti. Un amico, anche. Abitavamo alla Perla Jonica, sembrava un posto tipico da vacanza. Ma eravamo professionisti, era vietato sgarrare. Ricordo un episodio curioso».

 

Ce lo racconti.
«Con Pedrinho e Cantarutti non riuscivamo a fare la spesa. Alla pescheria, dal fruttivendolo vicino gli archi della marina, al panificio. Ci regalavano tutto e a noi non sembrava giusto. A distanza di anni, me lo permetta, saluto il mio amico panettiere Salvo Stagnitta».
Catania-Juve, oggi, come andrà a finire?
«Sono nato a Torino, anzi a Rivoli, ma il Catania mi ha regalato molte emozioni. Spero che il Catania si salvi e che la Juve vinca lo scudetto».
Chi saranno i protagonisti?
«Il Catania gioca di gruppo. A me piaceva molto Peppe Mascara, ma adesso è a Napoli. Sono sicuro che la spinta dei tifosi sarà determinante, come lo fu per noi, splendidi ragazzi che negli Anni Ottanta regalammo ai catanesi e ci regalammo un sogno».

 

 

Il tecnico nativo di Rivoli (TO), è un esperto delle massime cateogorie dilettantistiche. Dopo essere cresciuto nel vivaio juventino, inizia la carriera professionistica esordendo in Serie A il 24 settembre 1972 in Napoli-Ternana 1-0. Gioca come libero e all'occorrenza anche come centrocampista. Dopo il campionato 1972/73 con la maglia rossoverde, ritorna a Torino. Al termine del campionato 1973/74, le sue presenze saranno solamente 8; Mastropasqua viene ceduto all’Atalanta. Mastropasqua, rimane nella compagine orobica per cinque stagioni, prima di cominciare un lungo girovagare per l’Italia, che lo porterà a vestire le maglie di Bologna, Lazio, Catania, Piacenza e Pavia, con la quale concluderà la carriera professionistica nel 1988.

 

 Il Catania dopo un buon pareggio al Cibali col Torino prese una piccola sbornia a Udine e da quel momento perse un pò la bussola. Di Marzio viene esonerato nel corso del campionato e la squadra viene affidata a G.B. Fabbri, che purtroppo, non riesce a fare il miracolo e il Catania retrocede in serie B. Nel 84/85 arriva come allenatore Mimmo Renna coadiuvato (solo per sei mesi) da Giacomo Bulgarelli come Direttore Sportivo. Il Catania disputa un campionato anonimo e si piazza al 15° posto. Nel 85/86 tornano due vecchie conoscenze dei catanesi: Giovanni Mineo come General Manager e Gennarino Rambone come allenatore.

 

 

COPPA ITALIA 1982

Il 18 agosto 1982, in un Cibali assolato e gremito all'inverosimile per il match inaugurale di coppa Italia Catania-Juventus, principiava l'indimenticabile cavalcata per il ritorno in serie A durata 11 lunghi mesi e 45 partite ufficiali. Riviviamo questi 11 mesi di sogni e partite.

Sorrentino è premiato col "puppetto d'argento" quale miglior portiere dell'ultima stagione. Ma radiomercato lo vorrebbe accasarsi al Perugia. Anche la società etnea fa gola a molti: Massimino è però ben saldo. Chiama il trainer Di Marzio ed è questi che plasma la squadra perfetta: Mastalli del Varese completa la prima linea; Mastropasqua-Chinellato e Ranieri cementano la difesa e Giovannelli non fa rimpiangere Vella perso alle buste con la Lazio.

Coppa Italia

Il girone è d'acciaio inox con Juve-Milan-Genoa. Coi bianconeri campioni d'Italia e imbottiti di campioni del mondo è 1-1 a sorpresa. Giorgio Mastropasqua segna il primo gol stagionale rossazzurro, la neonata curva sud è tenuta a battesimo così come Michel Platini. Il Catania giunge terzo nel girone con 6 punti in 5 gare. Qualificazione sfiorata. Già nell'aria il profumo è di stagione ricca.  (a cura di Piero Armenio)

 

SERIE B 1982/83

Si parte subito con 3 vittorie esterne di fila nelle prime 3 gare fuori casa: Cremona, Lecce e Bergamo (bomba di Giovannelli) cadono espugnate. Sulla via del Salento Cantarutti si "perde" a Trebisacce e arriva a Lecce in taxi evitando il viaggio su un torpedone che "ricordava il medioevo".

Il Catania viaggia nelle prime posizioni ma stenta in un Cibali dal fondocampo impossibile.

Il primo successo interno data 21 novembre: 11° turno - 3-0 al Bari con segnature di Crusco, Cantarutti e Mastropasqua.

Frattanto l'aletta ligure Barozzi (classe '60) completa i ranghi nel mercato novembrino.

L'undici-base subisce rarissimi infortuni e scende in campo quasi sempre senza defezioni cementandosi in un tutt'uno recitato come un mantra dai tifosi rossazzurri: Sorrentino- Ranieri-Mosti-Giovannelli-Chinellato-Mastropasqua-Morra-Mastalli-Cantarutti-Crusco-Crialesi.

L'unico stop lo patisce capitan Sorrentino in occasione di Catania-Monza 2-0 del 2 gennaio '83: lo scontro col brianzolo Loris Pradella costa la spalla al portierone sostituito dal deb Marco Onorati per 4 gare consecutive. Che il Catania non perde girando a 23 punti, alle spalle di Lazio, Milan e Cavese.

Girone di ritorno

In curva sud compare un nuovo gruppo ultràs, i "Catania Raiders", fondati dal futuro giornalista Umberto Teghini. Nella pausa di campionato del 6 febbraio la nazionale di serie B vola a Nairobi per un'amichevole. Gli etnei Crusco, Mastalli e Cantarutti fanno parte in pianta stabile dell'11 titolare.

Il 13 febbraio il Catania strappa lo 0-0 a San Siro col Milan alla seconda di ritorno. Ciampoli sfiorò il colpaccio nel finale. In ogni caso è la gara che fa scattare la consapevolezza del possibile salto in A.

I rossazzurri, tuttavia, si inceppano in trasferta perdendo a Reggio, Pistoia, Varese e Bari. Lo 0-0 casalingo col Como pare vanificare tutti gli sforzi.

Un magnifico maggio

Otto punti in 5 gare: il Catania passa a San Benedetto (1-3) sul terreno dell'inespugnabile "fratelli Ballarin" con una cavalcata monstre "coast to coast" di Mastalli a siglare l'impresa.

In un Cibali trasformato in una bolgia infernale il Bologna è sconfitto in rimonta da una zuccata di Barozzi sotto la sud. Alla vigilia della penultima sfida, in casa della Lazio, il Catania è saldamente in vista della promozione.

I biancocelesti sembrano alla canna del gas avendo dilapidato un tesoro di punti. Alla truppa di Giordano e soci riesce di piegare un Catania onestamente superiore grazie ad un dubbio rigore e ad un finale di gara non proprio sportivo con la sfera gettata fuori dal campo e i raccattapalle svaniti nel nulla.

Qualcuno raccontò di una visita di Ciccio Cordova nel ritiro pre-gara del Catania: era andato a salutare la sua vecchia squadra?

Per molti i sogni promozione sono finiti: la Cremonese è ora terza solitaria e si reca a Varese per la formalità finale.

Epilogo con sparatoria

Il Catania ospita il Perugia e il Cibali è gremito all'inverosimile nonostante la delusione di Roma. Poco prima del fischio d'inizio un rumore di colpi sordi turba l'atmosfera festaiola. Sembrano solo petardi, forse qualcuno si è lievemente fatto male?

Diradatasi la cortina fumogena si palesa l'assurda verità: Angelo Grasso, il custode dello stadio, ha preso a fucilate una serie di giovinastri che dileggiandolo e financo orinandogli quasi sotto casa, molestavano anche le giovani figlie. È il panico. Un tifoso muore. I feriti sono decine. Il clima è surreale.

Il Catania gioca ma è turbato: gli umbri si portano avanti con Amenta. La ripresa premia gli etnei che rimontano 2-1.

Da Varese sorpresa: 1-1, l'undici di Barluzzi nel quale militano i siciliani Rampulla e Auteri, ha bloccato i grigiorossi del diciottenne Gianluca Vialli. Catania, Como e Cremonese vanno agli spareggi.

Gli spareggi romani

Il Catania fa suo il primo match contro il Como in un sabato uggioso di metà giugno inoltrato: 1-0, rete di Crialesi. Quattro giorni dopo è 0-0 nel derby lombardo. Il Como è fuori causa.

Al Catania basterebbe un pari nello scontro di chiusura con la Cremonese. È proprio questo il punteggio che alle 19:49 di sabato 25 giugno '83 manda in estasi una città viaggiante trasferitasi in uno stadio.

 (a cura di Piero Armenio)

 

 

ROBERTO SORRENTINO è nato a Napoli il 14 agosto '55. Cresciuto nel Napoli ha poi indossato le maglie di Gladiator, Nocerina e Paganese prima di vestire il rossazzurro per cinque memorabili stagioni vissute coi gradi di capitano. Due promozioni nel palmarès catanese. Poi il divorzio. Il portierone campano ha chiuso la carriera a Cagliari e Bologna. Oggi vive da tempo a Torino.

 

"Mi sarebbe piaciuto chiudere il cerchio e allenare il 'mio' Catania...", sincere parole del portiere per antonomasia intervenuto al telefono. La sua piacevole generosità e disponibilità ci travolgono: "Arrivai dalla Paganese nel '79. Noi della Paganese eravamo stati la bestia nera del Catania...io parai tre rigori tre ai rossazzurri l'anno prima! Tra cui uno a Ciceri al Cibali".

Ma non furono tutte rose e fiori...

"È vero: Catania era la mia prima esperienza fuori da casa. Avevo 24 anni e un figlio piccolo.

Nei primi tempi non avevo ancora la mia consueta esplosività. Poi sostituii Dal Poggetto e mi consacrai. Ma ho sempre avuto un rapporto eccellente coi colleghi: con Marco Onorati, l'anno della promozione in A, addirittura speciale. Ebbi un lieve infortunio e Marco mi ha sostituito confermando che la difesa di quell'anno era impenetrabile [19 reti incassate in 40 partite! N.d.r.], Marco Onorati merita di stare nel calcio: è il top anche come preparatore dei portieri".

"Attraverso le vhs che ho conservato - ci incalza l'ex numero uno - mostro ai miei figli cosa ho fatto: gli spareggi di Roma sono stati una leggenda...; spererei che la rivalità col Palermo finisca, a Palermo non mi hanno mai fischiato quando vestivo il rossazzurro".

E gli impegni di tecnico non sono finiti...

"Mi hanno proposto una panchina in Russia! Ma a 58 anni non so se sentirmela...certo, se mi proponessero il Catania...".

Mai dire mai!

(a cura di Piero Armenio)

 

 

 

ANGELO CRIALESI è nato a Roviano ( Roma ) l'11 gennaio 1958, definito dagli almanacchi "centravanti-ala, m.1,76 × 70 kg" è cresciuto nel Banco Roma, compagine capitolina di C/2 presso le cui fila militò il celebre doppiatore Pino Insegno. Giunto dal Brescia nell'estate '81 costituì per un triennio un duo d'attacco proverbiale con Aldo Cantarutti. Crialesi ha collezionato con i rossazzurri 97 presenze segnando 17 reti. Nell'ottobre '84 fu ceduto al Piacenza, in C/1.

 

L'ultima puntata del 2014 la celebriamo con un compiaciuto Angelo Crialesi all'altro capo della cornetta. Dopo 30 anni Catania non vuol proprio dimenticarlo. Gli chiediamo subito del "mago" Di Marzio:

"A posteriori lo definirei un "Mourinho" dell'epoca: faceva tutto lui! Poteva fungere perfino da addetto stampa o da magazziniere. Col suo carisma allontanava da noi calciatori le tensioni. Comunque il quel periodo era abituale questa figura di allenatore-factotum".

Chi era il più burlone di quel gruppo che conquistò la A?

"Io ero piuttosto tranquillo, a dir la verità; ma c'era Giovannelli che faceva scherzi tremendi! Ricordo che un giorno Gamberini stava leggendo il giornale e Maurizio [ Giovannelli n.d.r. ] da sotto glielo incendiò...".

Perchè a Roma con la Lazio si perse nonostante un suo pregevole gol?

 

 

"Quella partita la ricordo perfettamente. Stavamo pareggiando e avevamo pensato di vincerla! Sul campo non c'era storia ma subimmo due gol "strani"...dopo il 2-1 loro non si potè più giocare, la palla spariva nel fossato attorno al campo. Diciamo che fummo..."sfortunati", ecco...".

La A arrivò poco dopo, all'Olimpico contro la Cremonese di Mondonico.

"A fine gara ero corso sotto la curva perchè c'erano i miei amici d'infanzia di Roviano cui avevo promesso la maglia. Per farlo dovetti scavalcare il fossato e, tornando indietro senza maglietta, un poliziotto mi aveva scambiato per un invasore e stava per manganellarmi!". "La A fu un calvario - precisa il bomber capitolino - anche perchè squadra e città non erano pronte a quello scenario. Ancora a novembre a Catania si festeggiava la promozione e la squadra a momenti era già in B".

"Sono rimasto tre anni a Catania - racconta con una punta di rammarico il buon Angelo - io e mia moglie eravamo innamorati della città. Ma nell'ottobre del 1984 feci le valigie e andai via. Era finito un ciclo: dopo pochi giorni di ritiro mi sentivo spaesato e preferii andare a Piacenza".

Anni dopo Crialesi e il Catania si rincontrarono da avversari.

"Vestivo i colori della Salernitana [ in C/1 '87/88 n.d.r. ] e mi toccò di battere il rigore decisivo nella sfida d'andata al "Vestuti". Ma nella sfida di ritorno del Cibali...be', dopo 26 anni posso dirlo...: mi capitò un'occasione d'oro per segnare grazie ad un assist di Campilongo. Io, anzichè filare in porta tentai un aggiramento temporeggiando: il Catania aveva troppo bisogno di quella vittoria per salvarsi...".

Un vecchio cuore rossazzurro non tradisce mai!

( a cura di Piero Armenio )

 

 

Quella volta che l'Olimpico di Roma si tinse di rossazzurro

Gianfranco Troina

 

Quei sogni smarriti tra mille gioie, mille illusioni, mille delusioni, aspettando sempre che tutto torni ad essere realtà: il Catania tra le big della Serie A. La storia del calcio rossazzurro s'interseca con la vita della città in modo quasi costante nei suoi alti e bassi, quasi come un campionato della vita sociale in cui si cerca di aggrapparsi ad un esempio, un qualcosa che ti indirizzi, ti dia entusiasmo. Dall'altare alla polvere, toccare il cielo con un dito e poi ritrovarsi d'un colpo giù, sopraffatti dal pessimismo più acuto. Dall'entusiasmo alla depressione, travasi di allegria e di bile per un pallone in fondo al sacco di una vita in cui il gol è lo… spread continuo.

Son passati più di cinquant'anni dalla prima promozione del Catania in Serie A, quando la squadra tornava da Valdagno. Erano passate ventiquattro ore dalla fine del campionato, era il 3 giugno 1954 e la città si svuotò per celebrare i suoi eroi rossazzurri. Candido Cannavò da queste colonne raccontava che quasi in duecentomila si erano riversati sulla nazionale Catania-Messina per andare incontro alla squadra. A Giarre il treno coi giocatori reduci dal Veneto non poté più andare avanti: "30 chilometri d'inferno, in un pomeriggio storico, indimenticabile, Non c'è una fervida mente immaginifica che possa arrivare a quella che è la pura realtà. I rossazzurri del Catania, tornando con la Serie A in tasca, hanno messo in rivoluzione mezza Sicilia".

Una città ebbra di felicità per la sua prima grande conquista. Erano passati meno di dieci dalla fine della seconda guerra mondiale, Catania diventava sempre più il fulcro di una Sicilia Orientale operosa che cercava sviluppo economico e sociale in una grande area metropolitana che attirava anche imprenditori settentrionali ad investire nella nascente Zona Industriale che andava via via bonificando l'acquitrino di Pantano d'Arci. Ma non solo, Catania era, soprattutto, un grande polo commerciale, un punto di riferimento per quasi sette province dell'Isola. Il fascino barocco della città, l'Etna e il trinomio turistico sempre più costante con Taormina e Siracusa erano attrattive uniche.

Insomma una città che si risvegliava dal suo torpore, una città viva che assorbì con grande disappunto la retrocessione immediata della squadra che non avvenne per meriti sportivi, ma per un "illecito-guazzabuglio" che coinvolse il Club Calcio, l'Udinese e l'arbitro Sgaramella. Ci vollero cinque anni per ritentare dopo aver toccato una crisi che stava per portare il Club Calcio in Serie C, ma l'avvento di Ignazio Marcoccio da commissario alla guida del Catania fu il toccasana e, a quel punto, la storia della squadra con la città s'intreccia ancor di più.

Perché la promozione del '59-'60 arrivò con grande slancio con acquisti azzeccati, con una conduzione puntigliosa, senza sprechi tra sofferenze economiche di una gestione "a stecchetto", improntata sull'acquisto di giovani di belle speranze o campioni da recuperare e da rivendere poi con un "surplus" importante per sopravvivere in una Serie A in cui ancora le società per azioni non erano entrate a pieno titolo.

La ingegnosità rossazzurra degli anni del "Clamoroso al Cibali" in cui Catania per tanti era la Milano del Sud aveva un riscontro economico e sociale importante

La ingegnosità rossazzurra degli anni del "Clamoroso al Cibali" in cui Catania per tanti era la Milano del Sud aveva un riscontro economico e sociale importante. La città sognava il suo grande progetto. Idee e industriosità erano le qualità messe in campo, ma non sempre per l'interesse comune, con una classe politica indecisa e impreparata (oltreché avviluppata nei suoi gangli peggiori) non sempre pronta a raccogliere l'evoluzione (direi la rivoluzione) che era in corso a livello economico e sociale. Molte infrastrutture restarono indietro: ci vollero anni e anni perché l'aeroporto di Fontanarossa avesse un volto decente (ma direi tutt'oggi insufficiente). Fontanarossa come esempio, ma l'autostrada per Siracusa o la superstrada per Ragusa sono progetti rimasti nel cassetto per tanto tempo (qualcuno ancora purtroppo lo è). Anche quella seconda promozione portò grande entusiasmo, la squadra come simbolo. Il calcio era tutto o quasi, ma Catania, nonostante se ne fosse parlato tanto, non seppe darsi uno stadio moderno che potesse sostituire il vecchio polisportivo Cibali ormai sorpassato dai tempi.

Un "buco" che è stato pian piano riparato negli anni con qualche rattoppo. Oggi il Cibali è uno stadio appena sufficiente, meno che decente, soprattutto per la sua collocazione in un quartiere che ha finito con l'ingoiarlo del tutto nelle sue problematiche.

Ma furono favolosi anni Sessanta, momenti stupendi per il Catania Calcio. Stagioni super in Serie A all'insegna di "pane, amore e fantasia" o del "poveri ma belli" del duo Marcoccio-Di Bella, con l'occulta regia a Milano di un tesoriere di Lega come Michele Giuffrida. Senza l'orgia televisiva dei nostri giorni il calcio viveva negli stadi e il catino del Cibali si riempiva già alle 11 del mattino per la partita: "pesce d'uovo" o mortadella nel panino e via allo stadio per celebrare la squadra incitata dalla celebre canzoncina di Natalino Otto, che nei primissimi minuti trovava gol importanti: "Forza Catania, dalla mezzala al centro…".

Una Catania felice e spensierata. Nona città d'Italia ma sempre con un altissimo tasso di emigrazione. Torino e il boom della Fiat, Milano e le sue industrie, la Germania, la Svizzera e il Belgio erano il richiamo per chi non riusciva ad emergere e a trovar lavoro. Catania s'illuse. Mancò la seconda fase di quella evoluzione socio-economica che avrebbe potuto farne davvero la capitale del Mediterraneo. Nel calcio l'avvento delle società per azioni non favori di certo il Club Calcio che non poteva competere coi grandi "padroni" del Nord. Furono anni difficili e il passaggio di testimone da Marcoccio ad un imprenditore come Angelo Massimino sortì la promozione del ‘69-'70, anch'essa celebrata con un superesodo in quel di Reggio Calabria.

Ma quanto il calcio contasse per i catanesi lo si poté cogliere quel famoso 25 giugno 1983 quando in quarantamila, ma forse erano di più, invasero Roma per festeggiare il ritorno in A del Catania di Angelo Massimino e di Gianni Di Marzio. Un esodo biblico, una giornata indimenticabile nel segno di una grande civiltà. "Roma, città aperta" per il tifo rossazzurro. Bastava un pari con la Cremonese quel giorno dopo che i rossazzurri grazie ad un gol di Crialesi avevano battuto il Como nel triplice spareggio con i lariani di Burgnich e i cremonesi di Mondonico e Vialli.

Grande attesa, boom di abbonamenti, ma quella stagione in A fu un calvario. Il ritorno in B e la caduta in C andarono di pari passo con un decadimento della città che stentava a decollare. Solo il commercio continuava a fare da punto di riferimento per mezza Sicilia. L'industria più fiorente diventò l'Università che con l'inserimento di nuovi corsi ha sfornato moltissimi talenti, quasi tutti "emigrati" altrove.

Il calcio annaspava, la città degradava. Vent'anni di quasi silenzio, poi il nuovo boom del calcio. La promozione stavolta s'è conquistata in casa in un caldo pomeriggio di prima estate. Un tourbillon di colori per la grande festa che si sperava potesse esorcizzare e risollevare anche una Catania decadente. Sono stati anni bellissimi per il calcio, restare a galla in un mare di milioni di euro non era facile, la nascita di Torre del Grifo come villaggio rossazzurro è un fiore all'occhiello, ma nel contempo la città ha perduto realtà importanti a livello economico che la crisi mondiale ha accentuato in maniera spaventosa. La società è tornata in B e soffre, sembra avere smarrito l'idea-progetto vincente. La città "percossa e attonita, muta" guarda ad un suo futuro che il calcio di certo non le regala in questo momento, anche se nel cuore dei tifosi cova la fiammella di una speranza (che è sempre l'ultima a morire) per non ricadere nei meandri assurdi dell'oscurantismo calcistico. E Catania "città bedda" ci spera, così come cerca un futuro da costruire, magari con nuove risorse nuove idee, abbandonando i vecchi sogni puntando su essenzialità e certezze. Senza grandi voli pindarici.

28/02/2015 - La Sicilia

 

 

 

Aldo Cantarutti, un gigante di muscoli e cuore (catanesi)

 

Nella stagione 83/84, priva di gioie per il Catania di Massimino, ultimo e retrocesso in B, al Cibali fu realizzato dal centravanti etneo uno dei più bei gol annullati nella storia del campionato di serie A.


Catania: Sorrentino, Chinellato, Pedrinho, Torrisi, Mosti, Ranieri, Morra II, Luvanor, Cantarutti, Bilardi, Carnevale I (77' Crialesi) - All.: Fabbri
Milan: Piotti, Gerets, Spinosi, Tassotti, F. Galli, Baresi II, Damiani (66' Incocciati), Carotti, Blissett, Verza, Evani - All.: Castagner - Reti: 4' Carotti, 38' Bilardi  Arbitro: Benedetti

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La sua spettacolare rovesciata lasciò di sasso il portiere rossonero Piotti: palla spiovente in area, stop di petto, controllo di coscia e girata al volo. Che gol! Dopo un capolavoro simile, l'intero stadio Cibali sembrò esplodere come l'Etna. Coordinazione perfetta, come il palleggio e la scelta di tempo, Franco Baresi riuscì appena ad abbozzare il contrasto. Il pallone concluse la sua traiettoria alle spalle dell'estremo difensore milanista.
Il fotogramma della sforbiciata di Cantarutti da stilizzare e tramandare ai posteri, come l'immagine di Parola immortalata dalle figurine Panini. Ed invece, tomo tomo…cacchio cacchio, l'arbitro romano Benedetti, anziché indicare il centrocampo, si fermò nell'area rossonera con il braccio alzato.

 

 

 

 

SFREGIATO UN CAPOLAVORO
La magnifica rete di Cantarutti era stata annullata. Un capolavoro sfregiato. Mancavano sette minuti alla fine della partita. I giocatori rossazzurri protestarono in modo veemente,  alcuni tifosi catanesi invasero il rettangolo di gioco. Chinellato, Bilardi e il brasiliano Pedrinho furono i primi a tampinare il direttore di gara. Baresi, Tassotti, Filippo Galli ed Evani (future pedine inamovibili del Milan stellare di Sacchi e Capello) restarono in silenzio mentre Piotti, rianimato dalla decisione dell'arbitro, rimise subito la palla in gioco. Quel pomeriggio, di clamoroso al Cibali vi fu solo l'abbaglio del direttore di gara, la scriteriata ed ingiusta decisione di Benedetti che penalizzò una squadra già spacciata, malinconicamente ultima in classifica ed avviata a retrocessione certa.

Per riportare la calma, in campo dovettero entrare anche i carabinieri. Il portiere Sorrentino, tra i migliori giocatori nella trionfale stagione catanese 82/83, si fece di corsa tutto il campo, urlando all'arbitro la sua delusione per la rete annullata. Cantarutti rimase al limite dell'area di rigore rossonera, incredulo e con le mani sui fianchi. Dava l'impressione di un bambino che aveva appena visto volare, irrimediabilmente, il palloncino compratogli dal nonno per la festa del santo patrono.

Giocate simili capitano, se capitano, una sola volta nella carriera di un giocatore, specialmente se non si tratta di un campione. E Aldo, friulano nato a Manzano ventisei anni prima, cresciuto nelle giovanili del Toro, non era un fuoriclasse ma solo un discreto attaccante dal fisico possente. Quel gol lo avrebbe consegnato alla storia del calcio e a tutte le antologie di football ed invece finì nella sezione meno nobile delle opere accantonate. Dopo una lunga interruzione, Catania-Milan potè riprendere, volgendo al termine sul risultato di parità. L'arbitro Benedetti, protagonista dell'assurda decisione e di una direzione di gara ben al di sotto della mediocrità, rassegnò le dimissioni dal settore arbitrale. I tafferugli dei tifosi etnei furono sanzionati con quattro giornate di squalifica dello stadio Cibali.

Per la stagione 83/84, il Catania di Angelo Massimino, indimenticabile presidente a cui è stato intitolato lo stadio etneo, aveva confermato quasi l'intero organico della trionfale annata precedente, culminata con la promozione (giugno '83) dopo gli spareggi contro Como e Cremonese che videro Roma invasa da trentamila tifosi siciliani. Nel match contro i lariani, Cantarutti fornì l'assist vincente a Crialesi per il gol che determinò il ritorno in A dei rossazzurri dopo ventitré anni d'assenza.

Impresario edile emigrato in Argentina, Massimino era rientrato in Italia dopo aver messo da parte una montagna di soldi. Dirigente mosso da sconfinata passione per i colori calcistici della sua città, simile a presidenti vulcanici del calibro di Anconetani e Rozzi, il patron del Catania Calcio era inviso alle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana.

I suoi strafalcioni linguistici gli diedero una certa ribalta mediatica, facendolo diventare il presidente delle interviste possibili ma con risposte impossibili. "Sto per recarmi in uno Stato che non posso riferire ai giornalisti, per prelevare due calciatori brasiliani", annunciò Massimino prima di volare in Brasile per chiudere le trattative con i due stranieri Pedrinho e Luvanor.
In estate si vociferava dell'arrivo in rossazzurro di Prohaska, Juary, Marangon e Galderisi o del prestito di Matteoli. Alla fine, l'allenatore Gianni Di Marzio dovette accontentarsi dei brasiliani Pedrinho (già nel giro della nazionale verdeoro) e Luvanor (frettolosamente ribattezzato "il nuovo Zico").

Arrivarono, inoltre, Sabadini (ormai a fine carriera), Torrisi e Bilardi, ex della Cavese che nella partita della "rovesciata di Cantarutti" firmò il gol del pareggio dopo la rete, in avvio, del milanista Carotti, il giocatore rossonero che, in un'intervista, ebbe l'ardire di accostare il suo controllo di palla a quello di Gianni Rivera.

Pedrinho, terzino dalla tecnica apprezzabile, era cresciuto nel Palmeiras prima di passare al Vasco de Gama. Tele Santana lo inserì tra i convocati per il Mundial spagnolo del 1982. 

A Catania si diede alla vita mondana, considerando il trasferimento in Sicilia come una sorta di vacanza premio. L'inizio fu incoraggiante: a San Siro, proprio contro i rossoneri, andò in gol su calcio di punizione in una partita risolta da una doppietta del milanista Evani.

Luvanor, centrocampista abilissimo nel "palleggio corto", fu prelevato dal Gojas. Giunto con l'etichetta di "grande promessa" del calcio brasiliano, temeva tremendamente le botte dei difensori avversari e nella prima stagione in maglia rossazzurra combinò poco o nulla, restando a zero gol segnati.

Per l'ingaggio di Aldo Cantarutti, nell'estate del 1981, il presidente Massimino rinunciò a Marco Piga, tirando di tasca una cifra intorno ai 900 milioni di lire. Centravanti dal fisico possente (82 chili spalmati su 187 centimetri di altezza), il friulano non deluse le attese, mettendo a segno 10 reti. Un anno dopo, i gol furono 11, con annessa promozione in A.

Nel 1977, Cantarutti aveva disputato il Mondiale Under 20 in Tunisia. L'Italia, guidata da Antonio Acconcia, eliminata al primo turno, schierava, tra gli altri, Giovanni Galli in porta, Beppe Baresi in difesa e Di Gennaro a centrocampo. Due anni dopo, Cantarutti indossò anche la maglia della Nazionale under 21. Azeglio Vicini lo convocò per un'amichevole con l'Unione Sovietica.
Centravanti titolare del Catania 83/84, Cantarutti firmò subito una doppietta nell'incoraggiante vittoria del rossazzurri contro il Pisa, primo e ultimo successo stagionale. Ben presto, infatti, l'annata dei siciliani finì su un binario morto.

Ad ottobre, l'arrivo di Andrea Carnevale non migliorò le cose ed il 20 novembre '83, dopo la sconfitta interna contro la Juventus, la squadra etnea atterrava all'ultimo posto solitario, restandovi fino al termine del campionato.

La stagione che avrebbe dovuto lanciare Cantarutti nell'elite del calcio italiano, riservò un ulteriore imprevisto: il 31 dicembre '83, un infortunio costrinse l'attaccante al riposo forzato. Al suo rientro, niente era più come prima: squadra in disdetta, intesa approssimativa con Carnevale ed una posizione in classifica da encefalogramma piatto.

Le cose non migliorarono neanche dopo l'esonero di mister Di Marzio e l'arrivo di G.B. Fabbri. La coppia brasiliana, Luvanor soprattutto, si rivelò inadeguata al palcoscenico della serie A italiana. Il gol annullato a Cantarutti contro il Milan sembrò, pertanto, l'ulteriore sberleffo verso gli sconfitti, il colpo di grazia ad un animale ormai morente, l'ingiustizia a danno dei vinti, Estragone stordito proprio mentre arrivava Godot.

A quel Catania fu tolta persino la soddisfazione, parziale, di una vittoria di prestigio contro il Milan che, sia pur ancora in versione "piccolo diavolo" e con l'improponibile Blissett centravanti, restava comunque una delle tre società più blasonate del calcio italiano. Per gli etnei fioccarono i record negativi: 14 gol all'attivo e 55 al passivo, una sola vittoria a fronte di 19 sconfitte.

La permanenza di Cantarutti a ridosso dell'Etna si concluse alla fine di quella stagione. Il centravanti passò all'Ascoli ma fu con la maglia dell'Atalanta, qualche anno dopo, che si tolse le ultime soddisfazioni da calciatore. Fu suo il gol decisivo contro lo Sporting Lisbona che qualificò gli orobici alla semifinale di Coppa delle Coppe '87/88. Cantarutti concluse la sua carriera con la maglia del Vicenza.

L'ex centravanti del Catania finì anche in una battuta del celebre film Al bar dello sport. Cantarutti venne citato come l'autore di una doppietta contro la Juve che permise al protagonista del lungometraggio (Lino Banfi) di indovinare il 13 al Totocalcio. Dal gol vero sul campo, non convalidato, alla doppietta inventata per esigenze di copione.
http://www.storiedicalcio.altervista.org/cantarutti-catania_1983-84.html

 

 

UNA PIZZATA COL BOMBER

quel che sente Filippo Fabio Solarino davanti a una Capricciosa

Quando nel 1974 a quindici anni arrivai negli spogliatoi del vecchio Filadelfia mi sentii spaurito: pensare che quei muri avevano ascoltato le grida di Maroso,Menti,Loik,Gabetto,Valentino Mazzola ti faceva tremare le gambe. Appena arrivati l'allenatore Rabitti ci disse che dovevamo imparare a detestare la Juventus per tre motivi: a)perche' eravamo del Toro. b)perche' la vera squadra di Torino eravamo noi mentre loro erano solo ospiti,tanto che il 90% dei loro tifosi domenicalmente venivano da fuori citta'.c) Perche' noi rappresentavamo il popolo e loro i padroni.
Il Cavaliere Massimino era davvero unico,ricordo che la sera prima del derby col Palermo nel 1982 venne da me e mi disse :'' Aldo prendi questo piccolo corno, vedrai che domani farai due gol'',lo guardai un po stranito,ma poi lo presi perche' mi sembrava male rifiutarlo. Il giorno dopo prima del match lo attaccai al parastinchi , poi feci due gol,ed in uno scontro involontario ruppi la gamba al portiere del palermo . A fine partita tra dolori lancinanti tolsi il corno e a momenti avevo bisogno di punti per chiudere la ferita che mi aveva procurato. Nel 1997 Proto mi chiamo' per darmi la primavera dell'Atletico. Rifiutai spiegandogli che per quanto ne sapevo,Catania aveva una squadra sola, che non era la sua.
Le due città che mi hanno dato piu' calore sono state Catania e Bergamo, ma Catania e' unica per il senso d'appartenenza che pregna i suoi tifosi, per il colore del suo cielo,per il suo stupendo mare. Tornero' in autunno,e spero di trasferirmi appena potro',mi sento catanese dentro,e nessuno me lo potra'mai togliere.

 

 

 

quel che ha sentito Sergio Nunzio Capizzi davanti a un Calzone

Aldo ci raccontava di una trasferta dove si doveva andare a Lecce...arrivò un pullman con i sedili in legno..tutti che si lamentavano che non volevano partire, non partiamo non partiamo...Massimino fa la voce grossa e previa mazzetta partono tutti...così Aldo fa: "ah non partiamo, invece vi siete convinti ? Bene, io non salgo!" si ritira a casa sua quando gli arriva la chiamata del presidente: "signor cantarutti..come pensava di andarci a lecce, in macchina o in aereo ? Quelli pecoroni sono !" così partì col presidente....certo l'episodio della maga che prevede i due gol ha fatto più effetto...bella anche quella raccontata da Alessandro, con Aldo che se la rideva sotto sotto...il presidente va a Torino per trattare la cessione di Aldo alla juve; Massimino a Boniperti: "ah Boniperti mi creda cantarutti è un fior di campione, è un giocatore eccezionale" Boniperti: "si è un buon giocatore" Massimino: "di testa è fortissimo, impareggiabile" Boniperti: " si è bravo di testa,già" Massimino: "e c'ha un sinistro formidabile!" Boniperti: "è vero ha un bel sinistro" Massimino: "anche diestro è micidiale!" Boniperti: "Ah ah Massimino Massimino...." Massimino: "?" Boniperti:" Massimino, il destro proprio non è il suo forte !" morale della favola, l'affare non si fece e cantarutti rimase a catania...il presidente l'aveva esaltato troppo agli occhi di boniperti.

 

quel che ha sentito Roberto Quartarone davanti a una Quattro stagioni

Un altro aneddoto particolare che è saltato. Massimino cede Cantarutti all'Ascoli, ormai il ciclo si era chiuso e comunque con la retrocessione tutto cambiava... Il giorno dopo aver firmato il contratto e fatto le visite, Massimino chiama: "Signò Cantarutti, non vada all'Ascoli..." Peccato che ormai era troppo tardi! «Era un sentimentale», dice Aldo...

 

 

 

ALDO CANTARUTTI è nato a Manzano ( Udine ) il 17 gennaio '58, centravanti m 1,87 × 82 kg come da almanacco. Cresciuto nel Toro, esplose nel Pisa di Anconetani prima che il Catania lo rilevasse a suon di milioni. 94 presenze e 25 reti ( o 26!? ) in casacca rossazzurra. In seguito vestì i colori dell'Ascoli e dell'Atalanta con cui disputò la coppa coppe segnandovi 3 reti. Fine carriera a Vicenza, in C/1, manco a dirlo a suon di gol.

 

Anni amari con due retrocessioni e il salto indietro dalla A alla C/1. Fortuna che ALDO CANTARUTTI ebbe davvero poche colpe in quel doppio ruzzolone.

La sua vigorosa voce friulana non ha perso la loquacia e non possiamo non chiedergli del maledetto gol annullato contro il Milan...

"Per l'ennesima volta ne parliamo! Il danno lo fecero più alla squadra che a me; un gol più o uno in meno non mi cambiavano la vita. Ma un punto in più poteva essere vitale per il Catania. Ricordo il calvario al processo del lunedì: avevamo ragione ma che si poteva fare?".

A tuo dire perchè la retrocessione fu così umiliante?

"La società non era all'altezza: la A era dura. Non avevamo strutture adeguate per allenarci, uno strazio. Usammo il vecchio Tupparello che era all'epoca un terreno agricolo...beccavamo malanni a ripetizione. La squadra era all'altezza in realtà e difatti taluni rimasero in massima serie ed esplosero come Carnevale. Città e società non erano pronte".

Non resistiamo e portiamo l'orologio ancora più indietro, ad un pomeriggio di trasferta a Lecce in cui il gigante di Manzano...si perse per strada:

"Già...all'epoca non c'erano mica le cuffiette e i walk-man per passare il tempo nei viaggi in pullman. Rimasi appiedato lì a Trebisacce a cercar insaccati. Il mio look? Jeans tagliati corti "artigianalmente" e zoccoli di legno...giravo così per il paese a caccia di un taxi per Lecce...".

"Venne il momento che io e il Catania dovemmo separarci - si fa serio il buon Aldo ricordando la figura del presidente Massimino - nell'estate '84. Io ero a caccia di altri stimoli, l'Ascoli mi cercava e firmai per Rozzi. Poi però seppi che Massimino mi voleva tenere. Era troppo tardi ma mi riempì d'orgoglio sapere che dopo tre stagioni ero ancora considerato importante".

 (a cura di Piero Armenio)

 

 

 

Che fortuna sarebbe stata averli avuti in campo, assieme! I due più grandi centravanti della storia del Calcio Catania! 

 

 

 I QUARANTAMILA ALL'OLIMPICO

25 Giugno 1983, strade di Roma, invase da ondate di tifosi bardati di rossazzurro...il momento più atteso dopo 12 anni di sofferenze e pellegrinaggi nel calcio minore; un uomo tra questi non sa, che forse quello è l'ultimo sussulto, l'ultimo momento topico della sua vita di sportivo, il più bello, il più sofferto...il compendio città, tifosi, squadra, giocatori, presidente che si fondono e diventano tutt'uno; preso dall'emozione si fa trascinare in questo mare rossazzurro di passione, di tifo e di colori...durerà solo un anno....poi soprusi, angherie e vessazioni varie mettono subito da parte il giocattolo riportandolo alla sua ordinaria dimensione; il seguito nel giro di un triennio lo faranno gli errori (sportivi sopratutto) le incomprensioni con l'ambiente e con i collaboratori, e non ultimo qualche debito accumulatosi negli anni, che costringono il nostro a passare forzatamente la mano a gente che cerca di far passarella per riscuotere consensi in altri campi (spesso in quello politico), con risultati alla mano decisamente pessimi e molte ombre sul futuro a venire (per la società, e per detti individui).

Ma lui è testardo, vuol tornare, perchè in cuor suo come don chichotte è convinto di potercela fare e vincere la guerra contro i mulini a vento....la città che gli ha detto "fatti da parte...sei vecchio...ci vogliono idee nuove..." adesso lo accoglie con aria di sufficienza...lo aspettano altre traversie altri soprusi...c'è ormai abituato e stavolta nel suo piccolo, nelle sue possibilità cerca di attutire le botte e, in un certo qual modo vi riesce...farà storia quella calda estate del 1993, sopratutto per chi si avvicina alla giurisprudenza...il tempo scorre, il passato e i momenti belli non tornano più...gli occhi lucidi ed ebbri di gioia nel 1983, sono ormai stanchi e sfocati nel 1995, allorquando v'è il tempo per un ultimo cameo, la festa dei "peones", per il ritorno nel calcio, dalla porta di servizio.

Poi la pioggia. Lo schianto. La fine...La consegna del mito ai posteri, la mitizzazione e stilizzazione del personaggio, nel bene e nel male. La salma portata a spalle da gente che bestemmiava e ce l'aveva con lui...quant'è stato breve lo scorrere dei giorni da quel triste pomeriggio a valverde fino a quel tristissimo 4 marzo tra scillato e tre monzelli.

Il calcio da quel fatidico giorno di quasi 4 lustri passati, è radicalmente cambiato...i personaggi sembrano fatti di cartone, tutti attenti al capello impomatato e il tatuaggio in bella vista a dire le solite "cazzate" di rito, per fare contento il giornalista di mamma sky...i personaggi veri, anche un pò ruspanti, genuini, sanguigni, istintivi e generosi come lui, hanno segnato il passo, e purtroppo lasciato lo spazio alle marionette di oggi...pertanto a critici o ammiratori invoco, almeno solo per questa data siamo tutti unanimi e concordi....GIU' IL CAPPELLO PER IL PRESIDENTE....MASSIMINO OLE' !

Sergio Nunzio Capizzi

 

 

SERIE B 1984-84

Estate '83: Massimino vuol cedere Mastalli all'Avellino. Rivolta dei tifosi che per protesta si rasano a zero i capelli. Ennio resta altri due anni. L'inflazione galoppa e gli abbonamenti del Cibali costano cari: 750.000 lire in Tribuna A; 390.000 in tribuna B; 240.000 in tribuna C e 105.000 in curva sud.

Catania-Verona 0-1: il Cibali cade dopo 25 mesi. Catania-Inter 0-0: è la prima gara del 1984 e al Cibali viene onorata la memoria di Pippo Fava con un minuto di raccoglimento.

Catania-Milan 1-1 del 12/02/84 è l'ultima gara casalinga dei rossazzurri che accumuleranno 6 giornate di squalifica del campo, una delle quali da scontare nel torneo successivo. Curioso il fenomeno della "squalifica nella squalifica" cui il Catania incappa a Messina contro l'Avellino e a Palermo con la Lazio.

Fortunato Torrisi batte e realizza l'unico rigore a favore degli etnei in stagione, vale il 2-2 con la Roma a Palermo alla penultima giornata.

 (a cura di Piero Armenio)

1984-85

 Rossazzurri in ritiro a Poggio Bustone, paese natale di Lucio Battisti. Tra i nuovi acquisti c'è il 18 enne romano Angelo Di Livio: ma il futuro "soldatino" ha una crisi di naja e torna a casa.

Catania-Arezzo 1-0 alla 7^ giornata rompe un digiuno di vittorie durato un anno e 19 giorni, ovvero 31 partite! Bomba di Ermini per il gol-scaccia incantesimo.

Giacomino Bulgarelli interrompe il rapporto di d.s. col Catania il 3 marzo '85. Lo stesso giorno il Catania perde 4-1 a Varese.

  (a cura di Piero Armenio)

  

II Catania si piazzò 13°. Nel 86/87 nonostante i giocatori siano di primo piano: Benedetti, Tesser, Braglia, Canuti, Borghi tanto per fare alcuni nomi, la squadra etnea prende una piccola sbornia e retrocede in C1. Nel 87/88 dopo l'ennesima polemica sul nome di Massimino, arriva al timone della società Angelo Attaguile che rileva la società a campionato iniziato (se non ricordo male dopo otto giornate). La prima mossa fu l'ingaggio di un nuovo allenatore: Pietro Santin (sostituito poi da Bruno Pace) che prende il posto di Osvaldo Jaconi (all'epoca poco conosciuto). Al termine di quella stagione si sfiora addirittura la C2, evitata solo dopo lo spareggio con la Nocerina disputato a Cosenza. Nella stagione regolare il Catania si era piazzato al 15° posto. Dal 88/89 al 92/93 il Catania disputa una serie di campionati anonimi, sulla panchina rossazzurra siedono tanti allenatori: Bruno Pace, Pino Caramanno, Carmelo Russo, Franco Vannini, Angelo Benedicto Sormani e Salvatore Bianchetti. Furono tanti anche i giocatori che indossarono la maglia rossazzurra: Scienza, Caini, Nicoli, M. Tarantino, D'Ottavio, Cipriani, tutta gente di qualità che riuscì o che aveva fatto anche la serie A. Il Catania rimane per cinque anni in C questi i piazzamenti: 88/89 10° posto; 89/90 10° posto; 90/91 11° posto; 91/92 6° posto; 92/93 8° posto. Nell'estate del 1993 il Catania, vive forse il periodo più nero delle sua storia: venne ingiustamente radiato per inadempienze finanziarie (storia poco chiara) e venne retrocesso nel campionato di eccellenza regionale.

 Nel 93/94 dopo un terzo posto in eccellenza, viene ripescato nel CND. La guida tecnica in quella stagione era stata affidata in un primo momento a Franco Indelicato. Purtroppo, le cose non andarono molto bene e al suo posto venne chiamato Lorenzo Barlassina (già ex giocatore etneo negli anni 80'). Nel 94/95 la formazione catanese, ritorna in serie C2 vincendo il campionato dopo una lunga lotta con il Milazzo. L'allenatore era Angelo Busetta che aveva sostituito  Pier Giuseppe Mosti dopo poche giornate dall'inizio del campionato. Nel 95/96 il Catania affronta il campionato di C2. L'allenatore è Lamberto Leonardi (tecnico che in C aveva già vinto con Latina e Nocerina). La squadra, purtroppo, non ha un gioco è la società chiama Mario Russo, tecnico di grande esperienza che qualche anno prima era stato l'artefice della promozione in B dell'Andria. Il Catania in quella stagione si piazzo 8°. Il 4 marzo del 1996 muore in un incidente stradale il presidente Angelo Massimino.

Ma nonostante tutto la famiglia continua a gestire la società. Nuovo presidente viene nominata la moglie di Massimino: Maria Grazia Codiglione. Nel 96/97 al termine del campionato arriva un 4° posto ma non basta per acquisire la promozione diretta, si deve spareggiare per i play-off contro la Turris. Il Catania pareggia 0 - 0 al Cibali ma perde per 1 - 0 il confronto di ritorno (ad Avellino) ed esce battuto. L'allenatore era Giovanni Mei che a stagione in corso aveva sostituito Busetta. Nel 97/98 Mei viene confermato dalla società ma la squadra alterna prestazioni positive ad altre tutte da dimenticare. Quindi, Mei venne esonerato e per salvare la stagione venne chiamato  Franco Gagliardi. Il Catania quell'anno si piazzò al decimo posto. Nel 98/99 la società prepara la squadra già in estate affidando la campagna acquisti al nuovo direttore sportivo Silvano Mecozzi che chiama alla conduzione tecnica Piero Cucchi ed ingaggia alcuni giocatori che in C2 fanno la differenza: l'attaccante Passiatore, il centrocampista Marziano, P. Tarantino, Monaco ecc. e a fine stagione arriva la promozione in C1. Nel 99/2000 viene smantellata la squadra della promozione. Vanno via alcune "bandiere" come Gennaro Monaco, Bifera, Furlanetto e tanti altri. I programmi sono a lunga scadenza (si parla di serie B in tre anni). C'è un nuovo direttore sportivo: Guido Angelozzi (catanese purosangue ed ex giocatore etneo anni 70'). Un nuovo allenatore che pratica il gioco a zona come Gianni Simonelli. Ma soprattutto tanti volti nuovi tra i giocatori: Napolioni, Facciotto, D'Angelo, Pagano, De Silvestro, Recchi e cosi via. Tra i "vecchi" rimangono Passiatore, Manca e Marziano. Il Catania si piazzò al 7° posto. Nel 2000/2001 la società viene rilevata dalla famiglia  Gaucci che promette subito la serie B. Riccardo Gaucci è il  nuovo presidente, mentre tra i giocatori ci sono diverse facce nuove: Umberto Marino, Turchi, Zeoli, Cicconi, Campolo, Capparella, Zancopè, insomma, tutta gente di prim'ordine per la serie C. La squadra, disputa un girone di andata piuttosto deludente, e ne fanno le spese l'allenatore Ivo Iaconi (esonerato per ben due volte e sostituito in entrambe le circostanze da Vincenzo Guerini) e alcuni giocatori. Il Catania si riprende, e grazie ad un favoloso girone di ritorno, e all'innesto di qualche giocatore di categoria superiore come Pane, Cordone, Corradi, Ambrosi e Criniti, arriva meritatamente il 3° posto che vale l'accesso ai playoff. Nella primo turno il Catania affronta il forte Avellino di Fini e De Martis (i due diventeranno rossazzurri la stagione successiva) e riesce ad avere la meglio. Quindi va in finale contro i cugini del Messina. La partita di andata si gioca al Cibali e gli etnei non vanno oltre lo 1 - 1.

 

85/86

Massimino sogna il ritorno di Carmelo Di Bella come d.g. con Rambone tecnico. Don Carmelo vorrebbe altro tecnico e non accetta.

Si va in ritiro nell'ombrosa Bressanone. Alla 15^ giornata il settantenne Mazzetti si siede in panca sostituendo il tecnico partenopeo. Ma alla 29^ torna Rambone e salva il Catania con una difesa di ferro e un solo k.o. nelle ultime 10 gare.

 

86/87

Il ritiro "portafortuna" è a Chiusi della Verne. Il Catania si imbottisce di vecchie glorie ( Novellino-Mattolini-Vullo ) e fatica a segnare. Gli abbonati sono solo 248.

La partita Catania-Genoa 1-1 è rinviata di un giorno e teletrasmessa il lunedì in diretta su un'emittente locale etnea.

Il giovane cronista Alfredo Pedullà è spesso ospite della trasmissione televisiva catanese "Fuorigioco".

A rubare la scena è però l'A.C.R. Messina di Turi Massimino, matricola in lotta per la A.

La partita Catania-Pisa 0-0 si gioca sul neutro di Palermo per squalifica. Il Palermo non ha squadre di calcio e i tifosi rosanero tifano Pisa.

Lecce-Catania 2-2 è rinviata di 24 ore per neve. Giocata di lunedì osserva nel suo tabellino ben tre autoreti. È l'unica gara nella quale gli etnei segnano più di un gol.

Rambone, sfinito dai tradimenti della sua truppa, lascia a poche giornate dal termine. Subentra Bruno Pace che a 6 giornate dalla fine sfiora il miracolo tenendo la porta rossazzurra inviolata per 360'.

A sfavorire il Catania alcuni "strani" risultati di fine stagione: la Sambenedettese che sbaraglia 2-0 il Messina seguìto nelle Marche da 4000 tifosi speranzosi nella A e poi va a vincere 4-0 a Modena e 4-3 a Bari; il Taranto che schianta 3-0 il Genoa ad un passo dalla A; lo stesso Messina che impatta in casa con L.R. Vicenza e Campobasso.

Lo 0-0 di Catania-Cagliari al penultimo turno vede i rossazzurri scontrarsi con le prodezze del portiere sardo Dore, proprietà del Messina, e battere un diluvio di calci d'angolo ( 14-2 ). Non basta.

A Cesena l'epilogo in un pomeriggio tragico e caldissimo. 8 gare su 10 di quell'ultimo turno di B assegnano piazzamenti vitali.

L'arbitro Paparesta fa ripetere tre volte il rigore del pari etneo ( 2 Polenta e Braglia l'ultimo e valido) e poi ne assegna uno al Cesena per inesistente fallo di Garzieri sul cascatore Barozzi ( ex, un "core ingrato" ). Per il Catania è serie C.

  (a cura di Piero Armenio)

 

 

 

La partita di ritorno al Celeste è tutta da dimenticare per i rossazzurri che vengono sconfitti per 1 - 0. Sfumano i sogni di gloria. Nel 2001/2002 La società mantiene l'intelaiatura dello scorso anno ed aggiunge alcuni giocatori di spessore: Eddy Baggio e Fini su tutti. L'inizio della stagione non è scoppiettante e ne fa le spese l'allenatore Ammazzalorso. Al suo posto viene chiamato Pietro Vierchowod, il quale, non riesce a concludere il campionato per alcuni contrasti con la società. A questo punto, la guida tecnica viene affidata a Francesco Graziani già responsabile dell'area tecnica. Il Catania conclude il campionato al 3° posto ed accede ancora una volta ai Play-Off per andare in B. Gli avversari sono l'ostico Pescara, il Lanciano e il Taranto. Nella prima fase il Catania affronta il Pescara che riesce a superare dopo la sconfitta dell'Adriatico per 1 - 0 e alla vittoria per 1 - 0 al Cibali (gol di Cicconi). La finale è Taranto - Catania. Una finale al cardiopalmo e zeppa di polemiche. All'andata gli etnei superano i pugliesi per 1 - 0 con un gran gol di Fini, mentre nella partita di ritorno pareggiando per 0 - 0 in Puglia e conquistano la tanto attesa promozione in serie B che mancava ormai da ben 15 anni. Nella stagione 2002/2003 l'ultima in serie,il Catania disputa un anomalo campionato di serie B. La squadra viene puntellata di gente calcisticamente esperta e conosciuta dal capitano Lulù Oliveira, a Possanzini e Taldo. Il Catania vince quasi tutte le gare disputate al "Massimino" vittorie prestigiose e importanti,come quella nel derby con il Palermo. Fuori casa una serie invece tremenda di sconfitte,15. Si susseguono pure in questa stagione tantissimi allenatori nella panchina rossazzurra: O. Iaconi, Pellegrino, Toshack, Reia e Guerini.

 


 

La nascita di un vero e proprio movimento ultras a Catania si deve ad un solo uomo: Ciccio Famoso, in "arte", Ciccio-Falange. Fu questi infatti che agli inizi degli anni '70 fondò l'ormai storica Falange D'assalto divenuta poi il gruppo leader per decenni.Prima di questa non è che Catania facesse mancare il suo apporto alla squadra,ma certamente non si poteva parlare di movimento Ultras. Dopo la Falange, da sempre posta in curva Nord, nacquero numerosi altri club tra cui i "Giovani Rossazzurri" , l' Onda D' urto, i Star Fighters. A quel tempo ad esclusine dei Giovani Rossazzurri, posti in curva Sud (allora in legno) nessuno poteva competere con lo strapotere della Nord. La Falange assumeva sempre più importanza nel panorama ultras e facevano parte di essa molti ragazzi veramente "capaci". I Il supporto canoro era veramente impressionante,le coreografie,soprattutto col Palermo, spettacolari ed originalissime. Il "dominio" di Ciccio andò avanti per anni. Nel '91 accade un evento che sconvolgerà il mondo ultras catanese. Una piccola ma ottima frangia della Falange si stacca dalla Nord e va in curva Sud a dar vita ad un nuovo gruppo: Club Primo Amore (poi Irriducibili). Per loro gli inizi furono molto difficili in quanto la concorrenza della Falange era spietata. Ma questi essendo tutte persone veramente capaci, iniziarono man mano a prendere sempre più piede. Proponevano un nuovo stile di tifo, nuove coreografie, perfetta organizzazione. Fu così che molti ragazzi della Nord andarono in curva Sud. Si vissero anche dei momenti di grande tensione, ma poi gli animi si calmarono.

Col passare del tempo la Sud divenne il gruppo leader dello stadio. Ma nel '93 un terribile avvenimento scosse tutta Catania.Il Calcio Catania fu radiato (ingiustamente, come poi fu assodato) dai campionati professionistici. Solamente la caparbietà di Angelo Masimino riuscì a non farci scomparire del tutto e il Catania fu ripescato in eccellenza. Ad aggravare la situazione ci si mise anche un imprenditore di nome Proto.

Questi fiutando l'affare (Catania è una piazza da serie A) prima creò una squadra che disputò il campionato nazionale dilettanti,l'anno dopo portò a Catania la Leonzio,che giocava in C1. Così Catania si ritrovò ad avere due squadre. Una in C.N.D. (infatti il, Catania riuscì immediatamente a risalire di una categoria) e una in C1. Nonostante questo casino i catanesi restarono fedeli al suo unico amore: il Catania Calcio; la prima partita di eccellenza fu seguita da 10.000 persone, la squadra fu sempre seguita massicciamente ovunque. Nel C.N.D. eravamo sempre in almeno 6.000 per toccare picchi di 18.000. L'Atletico? Beh anche se era in C1 non era seguito che da 2-300 "sportivi", tranne in rari casi……Gli Ultras,ovviamente,restarono fedeli al Catania.Ma la situazione era totalmente cambiata. La Sud era diventata la curva più calda. Il suo tifo era assordante, le coreografie sensazionali. ….E la Nord…… La Nord non c'era più!! Già gli Irriducibili avevano dato la prima tremenda botta al club del "Castello", portando numerosissimi ragazzi in curva Sud poi arrivò il colpo di grazia: un'altra scissione. Un nutrito gruppo di ragazzi si staccarono dalla Falange e diedero vita ad un nuovo gruppo: i Decisi. Questi si collocarono in curva Nord ma staccati da ciò che rimaneva della Falange. Anche in questo caso gli inizi furono difficili, ma man mano iniziarono ad affermarsi riportando il tifo anche in curva Nord anche se non potevano assolutamente competere con gli Irriducibili. Mentre infatti la Sud offriva un colpo d'occhio veramente impressionante, nella Nord lo scenario non era dei migliori. Qui si vedevano infatti 2 gruppetti che intonavano sempre cori diversi l'uno dall'altro. Praticamente non si capiva niente.

dal profilo facebook di Ciccio Famoso, detto Falange.

 

 

 

 

 

 

 

Il Catania si trova a lottare per la salvezza,con squadre blasonate come Genoa e Napoli. Nonostante la quart'ultima posizione in classifica e quindi, retrocessione, il Catania ha ancora un altra partita da giocare quella con la "carta bollata". Spunta fuori infatti un caso di irregolarità in una gara disputata dai rossazzurri con il Siene. Dopo mille lotte tra Caf,Corte Federale, Tar,Figc e Coni, la società del presidente Gaucci ottiene giustizia e si salva. Questa è nel bene e nel male la storia del Catania, fatta di ricordi, aneddoti e curiosità ma soprattutto di tanta nostalgia, che probabilmente i più giovani tra i tifosi rossazzurri non conoscono.

 

 

 

 

 

 

 

9 giugno 2002, è serie B!
 

Nono anniversario della promozione in serie B conquistata il 9 giugno 2002 nell’epica e memorabile ‘guerra’ contro il Taranto, culminata nella ‘battaglia’ senza appello dell’Erasmo Jacovone. Nove giugno 2002: tappa fondamentale della lenta risalita del Catania lungo il pendio delle serie calcistiche. Una conquista giunta al termine di un’annata vissuta tra alti e bassi, con quattro allenatori ad alternarsi sulla panchina etnea (Ammazzalorso, Vierchowod, Graziani e Pellegrino, quest’ultimi in coppia), con la paura di rivivere, ad un anno di distanza, il triste epilogo del “Celeste” di Messina. Situazione identica: terzo posto nella regular season e doppia finale da disputare contro la seconda (e miglior classificata) col cruccio, nonché svantaggio, di giocare la gara di ritorno in trasferta.

Ma non per quel Catania guerriero, quello di Iezzo, Baronchelli, Zeoli e Cicconi, scottati dalla beffa di un anno prima e tremendamente vogliosi di riscatto. Non per quei stoici 1500 tifosi rossazzurri impavidi nel popolare, tra mille cinquecento rischi, il settore ospiti dello stadio “Erasmo Jacovone” di Taranto, assiepato da 25000 tarantini. Millecinquecento tifosi rossazzurri: mille per ogni anno vissuto lontano da quella serie B, mai così desiderata come allora. Quindici anni spesi a girovagare tra Eccellenza, C.N.D (l’attuale serie D), la serie C2 e la serie C1 (oggi Prima e Seconda Divisione della Lega Pro). A masticar la polvere per quindici anni, prima di strappare dal manto erboso dello “Jacovone” quelle due B disegnate prematuramente dai ‘giardinieri’ tarantini.

Son passati nove anni ma il ricordo di quella gioia è ancora vivo. La festa in piena notte al ‘vecchio Cibali’ (che da li a poco sarebbe stato ribattezzato Angelo Massimino) con migliaia di tifosi rossazzurri pronti ad esaltare gli ‘Eroi dello Jacovone”: cori, colori, luci nella notte di festa. Grazie a loro. Grazie, anche, alla Famiglia Gaucci. Perché se è vero che han lasciato il Catania pieno di debiti, è altrettanto vero che non si possono dimenticare gli sforzi sostenuti per riportare i rossazzurri in serie B. L’Elefante ha la memoria lunga e non dimentica mai. “Salimmo su, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi delle cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo: e quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno, XXXIV Canto, vv 136-139). Addio Inferno!

Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est!
Il leitmotiv del campionato di serie C1 2001/2002 fu senza ombra di dubbio la ‘sfida infinita’ tra Catania e Taranto, tra Gaucci e Pieroni, amici prima, rivali poi. Una sfida, o meglio, una ‘guerra a distanza’ vissuta tra presunti favori arbitrali, rigori dubbi concessi alla formazione pugliese e scontri verbali tra le due società, sino al caos legato al tesseramento del tarantino Parente. Un confronto reso ancor più acceso dall’ oltraggioso, puerile e becero insulto fatto dai tifosi tarantini nei confronti della “Santuzza Catanese”. Striscione ignobile esposto in occasione del primo confronto stagionale tra le due compagini. Il 28 ottobre 2001 il Catania di Ammazzalorso perde a Taranto 1-0 (rete di Riganò) e al di là della sconfitta in campo i tifosi etnei non dimenticano il sacrilegio subito sugli spalti.

Il 10 marzo 2002, la rivincita. Dopo una scrosciante pioggia il Catania travolge il Taranto con un secco 3-0 (reti di Amoruso, Fini e Bonomi) tra un tripudio di colori ed ironia, in un cocktail di catanesità allo stato puro. Gli etnei di Vierchowod sorpassano in classifica il Taranto dell’ex Simonelli, puntando con decisione a quel primo posto occupato dall’Ascoli. Ma le velleità di promozione diretta si dissolvono nello scontro diretto del “Del Duca” di Ascoli. Rossazzurri sconfitti ed in caduta libera, Via Vierchowood ecco la ‘strana coppia’ composta da Graziani e Pellegrino pronti a riscrivere un finale che sembrava tristemente segnato. Il Taranto ‘beffa’ il Catania ‘rubandogli’ il secondo posto nel rush finale della stagione regolare, relegando gli etnei alla terza piazza.

Play off, il momento della verità. Tra mille polemiche Catania e Taranto superano in semifinale rispettivamente Pescara e Lanciano, dandosi appuntamento in finale. I giorni del giudizio finalmente arrivano. Il 2 giugno al “Cibali” decide un capolavoro balistico di Michele Fini, nello striminzito (ma pesantissimo alla lunga) 1-0 per gli etnei. Risultato da difendere con le unghia e coi denti nella gara di ritorno. Sette giorni più tardi, è il 9 giugno 2002, il Catania esce indenne dalla bolgia dello “Jacovone” di Taranto. Zero a zero. Nel settore ospiti dell’impianto tarantino i tifosi etnei ‘saldano’ il conto: “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est!” Non offendere la Patria di Agata perché ella è vendicatrice delle ingiurie. Il Catania vola in serie B. Ingiuria vendicata.

I tabellini delle due finali:

calciocatania.com - 8.6.2011

 

 

«Ciccio parlò alla squadra e…».

Monaco e l’ultimo Catania-Taranto

fonte: catania.liveuniversity.it

 

Catania-Taranto è, per i tifosi rossazzurri, una partita dal sapore diverso rispetto a tutte le altre. Sabato tornerà al Massimino a distanza di quasi 15 anni. Quell’ultimo precedente lo ricorda bene Gennaro Monaco. «Tifai in curva Sud, cantando insieme agli ultra», racconta a MondoCatania. Fu la vittoria che permise al Catania d’essere promosso in serie B. Nonostante l’ex difensore abbia poi cambiato maglia e indossato proprio la maglia degli allora rivali, è rimasto tifoso del Catania.

 «Ricordo che, quel giorno, al Massimino c’erano 30mila catanesi. Lo stadio era stracolmo. Io, nonostante fossi squalificato, avevo fatto il riscaldamento insieme ai miei compagni, per caricarli a pallettoni. Poi però l’ispettore della Figc mi notò e mi buttò fuori dal campo. Addirittura, insieme ai carabinieri fu portato fuori dallo stadio. Mi fu intimato di allontanarmi. In pantaloncini e scarpette da calcio io, invece, feci una corsa da piazza Spedini fino alla curva Sud. I capi tifosi mi permisero di stare insieme a loro, sul piedistallo da dove venivano lanciati i cori. Per me fu un privilegio. Da lì abbiamo visto il gran gol di Michele Fini, che sarebbe poi risultato determinante per la promozione in serie B».

 Gli allenamenti che precedettero quella sfida, per volontà dell’allora presidente Riccardo Gaucci, si svolsero al Massimino. L’intenzione era tenere la squadra, seppur in regime di ritiro, quanto più vicina possibile alla città e alla tifoseria.

 «Durante la settimana ci siamo preparati con grande intensità e senza perdere il sorriso sulle labbra. Ricordo che fu una settimana particolare,quella che precedette la sfida col Taranto. I tifosi furono presenti a ogni allenamento. Ce n’erano almeno mille, sempre. Tra loro parecchi facevano parte dei gruppi organizzati. Alcuni dei miei compagni erano intimoriti da tutta quella pressione, temevano le possibili conseguenze di una sconfitta. Io dissi loro che non avevano nulla da temere, perché dovevamo vincere e avremmo vinto».

 Monaco ricorda, in particolare, un episodio avvenuto poche ore prima della sfida d’andata. Il protagonista è Ciccio Famoso, il fondatore del movimento ultras catanese, che di recente è venuto a mancare.

 «Due giorni prima della partita Ciccio Famoso chiese a Riccardo Gaucci un colloquio con la squadra. Lui acconsentì, perché sapeva che le parole di Ciccio non avrebbero potuto far altro che caricarci ancor di più. Ricordo che tutti noi calciatori fummo chiamati a rapporto e messi in riga fuori dal Massimino.  Ciccio ci fece un discorso bellissimo. Durante il quale si rivolse a Michele Fini, il giocatore tecnicamente più forte che aveva quel Catania, uno che poteva fare la differenza. Gli fece capire, con quella sua particolare cadenza nel parlare, che in campo non doveva incaponirsi a dribblare l’intera squadra avversaria: “Michele, basta con questo tic-tac, destra-sinistra. Finiamola, dobbiamo acchianare”, gli disse. Ci diede una carica impressionante. E Fini, in quella partita, segnò».

 Il Catania fu promosso in serie B, mentre a Taranto montarono polemiche e accuse su presunte macchinazioni attorno al regolare svolgersi dello spareggio. Qualche anno dopo, proprio Monaco finì con l’indossare la maglia rossoblu. Inevitabile che il discorso, prima o poi, sarebbe venuto fuori.

 «Nel calcio,quando si perde, si dicono tante nefandezze. Accettai la proposta del Taranto in quanto sono un professionista. Restai lì sei mesi, contribuendo a ottenere la salvezza. Quando mi fu chiesto conto della regolarità di quella partita, risposi che il Catania aveva conquistato la promozione sul campo. Avevamo dalla nostra un grande gruppo negli spogliatoi e una grande tifoseria sugli spalti».

 Allenatore, oggi Monaco continua a seguire le vicende della squadra rossazzurra che ha da poco cambiato guida tecnica. A Pino Rigoli è subentrato Mario Petrone.

 «Una decisione che doveva essere presa prima. A livello caratteriale,fuori casa, la squadra non è mai stata esaltante. C’è tempo e modo per recuperare, raggiungere i playoff e andare in serie B. Petrone è sempre stato in squadre vincenti. Il Catania, in questo momento, è tra le rose più forti. Adesso i calciatori non potranno più nascondersi. Andato via Rigoli, ognuno di loro deve dare qualcosa in più, specie fuori casa, dove il Catania pare una squadra diversa. Il nostro Catania, in casa, è cinico e alle volte devastante. Credo che sabato, contro il Taranto, vincerà nettamente».

 

http://www.mondocatania.com/wp/interviste/ciccio-parlo-alla-squadra-e-monaco-e-lultimo-catania-taranto-135804

 

 

 

 

Bulgarelli a Catania, stile e competenza.


di Andrea Lodato - la Sicilia, 15.2.2009

Un campione elegante e garbato in campo. Un uomo gentile e per bene nella vita. Insomma Giacomo Bulgarelli, "Giacomino" per i tanti amici come me che hanno avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo e di lavorare con lui, era davvero una persona splendida, di quelle con le quali dovevi necessariamente instaurare un rapporto corretto e leale, veroe sincero.
E in quei sei mesi della stagione calcistica 1984-'85, quando il Catania del presidentissimo Angelo Massimino gli affidò il ruolo di direttore sportivo in serie B, tra me, giovanissimo cronista sportivo di questo quotidiano, e Lui, ex calciatore di chiara fama e di classe cristallina e dirigente alle prime esperienze importanti, era davvero nato subito un rapporto speciale.
Sì, è proprio così, forse in me, e per la verità anche in qualche altro giovane collega di allora, Giacomino aveva visto più un figlio, un ragazzotto pieno di buona volontà che cominciava ad affrontare con impegno la difficile ma affascinante vita del giornalista, e quindi, da buon padre di famiglia, da bolognese tutto d'un pezzo, nei miei confronti aveva quasi un occhio di riguardo, che cercai di meritarmi sempre.
Ma c'è da dire che Bulgarelli, arrivato con il tecnico Mimmo Renna in un Catania appena tristemente retrocesso dalla serie A dopo una stagione disastrosa nella quale aveva racimolato la miseria di 12 punti,
aveva subito affascinato tutti con il suo garbo da gentiluomo vecchio stampo, coi suoi occhi buoni dal colore ceruleo, con la riga dei capelli sempre ordinata, col suo dialetto bolognese simpatico e forbito, con la sua passione per la buona tavola e per il vino di qualità, con le sue idee moderne e innovative in campo calcistico, con la sua storia di atleta serio e di gran classe.

In quei sei mesi in rossazzurro mi parlò di tante storie della sua vita, belle e brutte. Era orgoglioso delle 486 partite giocate sempre e solo con la maglia del Bologna, dell'unico scudetto vinto coi felsinei nello storico spareggio del 1964 a Roma contro la grande Inter del mitico Helenio Herrera e del titolo europeo conquistato nel 1968 con la Nazionale, di cui faceva parte anche il catanesissimo Pietruzzo Anastasi.
Gli bruciava, invece, ancora la sconfitta subita nel 1966 ai Mondiali d'Inghilterra contro i dilettanti della Corea del Nord e mi parlava spesso anche di quel rigore "inesistente" fischiatogli a favore dall'arbitro Gonella nell'altrettanto famosa finale di Coppa Italia tra Palermo e Bologna. "E' vero, quel rigore non c'era, ma il Palermo in quella partita si mangiò almeno dieci gol", ripeteva con la solita onestà quasi a giustificarsi ancora nei confronti del Palermo, squadra con la quale per altro lavorò dopo aver lasciato il Catania.
Questo era Bulgarelli, che voleva rilanciare la squadra rossazzurra ma alla fine non riuscì a trovare il feeling giusto con Massimino, nonostante la stima reciproca. E così, prima che quel campionato finisse, andò via, sempre con grande stile e con una classe immensa. Quella stessa con la quale volava sul campo insieme con i campionissimi di allora Rivera e Mazzola, con la quale ha vissuto tutta la sua vita e della quale, chi lo ha conosciuto, non si dimenticherà mai.

 

 

 

Il Catania 1995-96

 

 

 

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La filosofia da indiano di Luca Lugnan

"Ciao Ale, -chiedo scusa, ma al telefono c'è il mio amico Mimmo Rapisarda- solo un consiglio. Per il prossimo 'Golden ex' lascia perdere ciò che non serve: le api, il supermercato, la tua amica che ti chiama per strada, il campo di calcio di quando eri bambino.'Don't bury the lead' dicono gli anglosassoni, non allontanarti dal fatto più importante. Togli il superfluo e punta al cuore delle cose: più breve è il testo, maggiore sarà il valore di ogni parola."
Accontento Mimmo, vero tifoso del Catania e stregato d'amore per la città dell'Etna, e comincio a buttar giù il nuovo articolo. E' dedicato a una dinamica ala peperina al servizio dell'Elefante rossazzurro alla fine degli anni '90. Il numero 11 sulle spalle della gloriosa casacca in 52 partite di C2, 10 gol realizzati e una promozione in C1 luccicano nel suo palmares.

Non aggiungo altro.
"Grazie della chiamata, Alessandro; -ho in linea ora Luca Lugnan- mi fa piacere
avere conferma di aver lasciato un buon ricordo a Catania, la piazza che in assoluto mi ha regalato le più grosse soddisfazioni. Come sai sono una persona schietta, detesto la gente ipocrita e tutti quelli che amano fare i furbi. Ho girato una ventina di città senza mai riscontrare tanto affetto, calore e passione. Di più, vivete il calcio e l'amicizia in maniera totale e vi legate ai beniamini come in nessun'altra parte del Belpaese: siete incredibili e unici. Ora abito al confine con la Slovenia, in Friuli, a Ipplis di Premariacco, un paesino di 800 abitanti. Vivo qui con mia moglie Elisabetta e i nostri tre figli: Deborah di diciassette anni, Federica di tredici e il piccolo bomberino dei' pulcini', Gianluca di otto anni.
Durante il biennio all'ombra dell'Etna, il rapporto con i tifosi è stato positivo dal momento che un calciatore la stima e la fiducia se la guadagna sul campo. Nei primi mesi, è vero, ci furono contestazioni ma gli ultras con me si sono sempre comportati in modo splendido. Mi avevano affibbiato il nomignolo di 'Indio', giacché in effetti a un indiano ci somiglio un po'. Non riesco a descrivere il calore che mi hanno trasmesso nei momenti di difficoltà facendomi sentire importante. Essendo basato sulla generosità e sul pressing alla difesa avversaria, il mio modo di giocare era coinvolgente. Mi piaceva infiammare la folla, ero un po' il trascinatore della squadra e questa mia maniera di interpretare il calcio faceva piacere alla gente e spingeva i compagni a dare il massimo durante l'arco dei novanta minuti, gara per gara.

Un po' mi aveva infastidito l'esser considerato traditore perché poi andai al Palermo, anche se posso capire il punto di vista del tifoso che non conosce i dettagli. Se Angelozzi, il diesse del Catania dell'epoca, dopo la vittoria del torneo di C2 mi avesse proposto il rinnovo, nell'estate 1999 avrei comprato casa ad Acireale. Mia moglie Elisabetta e io ci stavamo pensando seriamente, perché da due anni abitavamo in un residence a Santa Tecla. Invece rimasi senza contratto e, per quello che avevo dato alla maglia rossazzurra in termini di dedizione e sacrificio, non lo meritavo proprio. Fu quasi una pugnalata, ma poi mi chiamò il Palermo, anch'esso in C1. Alla guida dei 'cugini' c'era Massimo Morgia che già mi aveva avuto alle sue dipendenze e che credeva molto in me. Passai dalla delusione al sogno di vincere con i rosanero; in quel caso sarei stato l'unico attaccante a conquistare due promozioni con le maglie più rappresentative della Sicilia. Comunque, ormai è acqua passata, con il Palermo arrivammo quinti e il sogno sfumò. E poi lo scorso giugno sono tornato a vestirlo il rossazzurro, al memorial "Valentina Valenti-Un gol alla leucemia", la manifestazione benefica svoltasi ad Aci S. Antonio.
Ora l'anagrafe è impietosa, ho compiuto 41 anni e dopo aver conseguito il diploma di base B Uefa per allenatori, ho creato il marchio 'socceraccademia' e un'agenzia di servizi sportivi, la L11 che si occupa di camp estivi per bimbi dai sette ai quattordici anni con docenti di Coverciano e corsi per gli istruttori stessi. Non nascondo che mi capita spesso di lasciarmi trascinare dalla nostalgia e ritornare con la mente al lungomare di Acitrezza, ai tifosi, agli amici di Catania e soprattutto ai suoi colori che non scorderò più per tutta la vita. Una volta giocavamo in casa e nel giro di cinque minuti avevamo già segnato due gol. Sugli sviluppi di un'azione entrai in area palla al piede, costringendo l'avversario al fallo da rigore. A quel punto, considerando che i rigoristi ufficiali avevano fatto cilecca in varie occasioni, decisi che toccava a me tirare dagli undici metri. Feci un cenno e sistemai il pallone sul dischetto ma mister Cucchi urlò che l'incaricato era Passiatore. Si creò un siparietto esilarante con il tecnico che indicava il mio compagno e io che non ne volevo sapere. Allora Cucchi decise di sostituirmi, ma io ero determinato a calciare il penalty e dissi alla panchina: prima lo trasformo, poi esco. Alla fine fui costretto a lasciare il rettangolo verde. Un'altra volta provenivo da una doppia squalifica e al rientro l'allenatore mi fece iniziare dalla panchina con la maglia numero 18. Ero sicuro che sarei entrato in campo e avrei fatto gol e, prima del fischio d'inizio, mi misi sotto quella con il numero 11. Così fu: entrai, segnai e mi levai la casacca mostrando il numero che mi apparteneva di diritto. Questo gesto fece impazzire i tifosi, che nella partita successiva esposero uno striscione raffigurante un grande numero 11. Per non vivere di soli ricordi, ora mi tocca star sempre in azione; d'altronde ero aggressivo in campo e lo sono nella vita che ogni giorno va presa di petto altrimenti ti schiaccia." Filosofia da indiano…

 

Alessandro Russo (Catania Magazine - marzo 2010)

 

 

 

 

 

 

La vittoria di Pulvirenti:

 

"Interrotto un lungo digiuno".

 

 

CATANIA - "E' indubbiamente una promozione meritata al termine di un campionato difficile con società importanti che ci hanno dato filo da torcere sino all'ultimo. Questi ragazzi con i nostri mezzi ci sono riusciti". Antonino Pulvirenti, presidente del Catania, festeggia la promozione in serie A del club siciliano atteso ben 23 anni. "Erano troppi - aggiunge il numero uno del club etneo -, bisognava rompere questo digiuno, sono emozionato. Festeggio con i ragazzi, con i tifosi, con molto entusiasmo. Ci tenevamo tutti a conquistare questa serie A: ringrazio i tifosi, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco, il tecnico Marino e la squadra. Abbiamo coquistato la serie A - chiude Pulvirenti guardando al futuro - ora vediamo cosa succederà...".

Un sogno lungo 23 anni. Il Catania torna in serie A e la festa degli etnei è un... vulcano in piena eruzione. Correva l'anno 1983 quando la squadra siciliana faceva la sua ultima presenza nel massimo campionato: dopo gli spareggi, con la carovana dei quarantamila tifosi a colorare di rossazzurro l'Olimpico di Roma nella "finale" con la Cremonese.

Poi il pronto ritorno in B, che riapriva l'era dei saliscendi tra i cadetti e la C1. Adesso è solo storia vecchia: il Catania torna nel calcio di prima serie con l'intento di restare il più a lungo possibile. Il campionato di serie B, vinto meritatamente dall'Atalanta, ha visto il Catania sempre in lotta per le prime posizioni. I bergamaschi di Colantuono hanno poi messo la parole fine al sogno degli etnei di vincere il torneo cadetto e da qui la lotta, splendida, per il secondo posto finale (vale la promozione diretta) tra il Catania ed un brillante Torino.

La forza dei siciliani ha il nome, su tutti, di Gionatha Spinesi. Ventitrè reti per l'ex centravanti di Arezzo e Bari, quattro rigori, ed una sicurezza a piene mani per il reparto offensivo dei rossazzurri, perla preziosa di un tridente sempre decisivo. Brillante stagione di Mascara, De Zerbi senza dimenticare i veterani Baiocco, Biso e Sottil.

E' la vittoria anche per la dirigenza Pulvirenti. Nel 2004 c'è stato infatti il passaggio di proprietà dalla famiglia Gaucci all'imprenditore catanese che ha sempre creduto in progetti ambiziosi ed ecco qui la prima splendida realtà. Il Catania chiude il campionato di serie B, come detto, al secondo posto, con 78 punti, frutto di 22 vittorie, 12 pareggi e 8 sconfitte.

Catania che conclude la stagione con il miglior attacco: ben 67 reti per gli etnei, a fronte però delle 42 subite. Adesso il Catania si affaccia nuovamente nel calcio di massima serie. La volata finale premia i rossazzurri di Marino e la prima ..."cartolina" arriva da Palermo e dal Palermo. C'è attesa per lo storico derby siciliano, lontano tanti anni dalla serie A. Tornerà presto nel calendario della massima categoria con la speranza di vedere (sempre) solo due belle partite di calcio e con una leale e sportiva rivalità che ha sempre contraddistinto la sfida a distanza tra i due più importanti club siciliani.

28/05/2006

 

 

Lassu' (e quaggiu') qualcuno mi ama. Intervista a Nino Pulvirenti.

di Fabiola Foti


Calciocatania.com

«Facciamo un’intervista breve, vero?» 

«Certo!» ho risposto mentendo al Presidente e alla fine, abbiamo fatto una chiacchierata di quasi due ore.
Antonino Pulvirenti è prima di tutto invasato del Catania, ma sarebbe troppo restrittivo intervistarlo senza parlare dei molteplici interessi economici che coltiva nella città e che fanno di lui un tecnico dell’economia siciliana.

Lei lo sa, che probabilmente è l’unico “uomo d’affari” vero di questa città?

«Sbagliato. Io sono un imprenditore, un uomo d’affari che non ci mette mai la passione nelle sue attività, il vero uomo d’affari non compra una squadra di calcio. Io l’ho fatto e mi sono accollato il rischio, diciamo per amore»
Lei ha cambiato il modo di viaggiare in questa città «Mi permetta di dire, che ho cambiato in tutta l’isola modo di viaggiare.

Certo, non ho inventato niente di nuovo. Ho solo importato un certo modello in Sicilia, anticipando gli altri.»

Come commenta il fatto, che l’Alitalia stia diventando una compagnia low cost?

«Il sistema ha sfondato. All’inizio si tentò di ostacolare questo percorso appigliandosi a gap di sicurezza, ma le persone, nel tempo, hanno compreso che il prezzo basso non era a scapito della sicurezza. Il costo del biglietto dipende da economie di scala, che interessano la compagnia nel suo nascere e quindi lungi dall’impostazione iniziale di Alitalia e Meridiana. Nel passato potevano fare certi prezzi (alti) perché avevano il monopolio, dopo di che hanno tentato con la sicurezza e quando lo spauracchio è finito anche loro hanno deciso di ridurre il costo del biglietto».

Percepisce come concorrenti le compagnie aeree tradizionali?

«Certo, ma noi non possiamo prendere tutto il mercato. C’è spazio per tutti. Noi serviamo da calmiere, fino a quando non esauriamo i posti disponibili, loro devono stare al nostro prezzo, dopo di che, tornano ad essere quelli di sempre. A Maggio abbiamo registrato l’80% di pieno sugli aerei per tutte le tratte, si tratta di un risultato eccezionale, considerato che il settore è difficilissimo e che sconta il prezzo del petrolio in continua oscillazione.»

Il futuro qual è?

«L’africa. E’ una terra ancora in via di sviluppo.» Che non è stata sfruttata «Sì, (ride NdR) sono due facce della stessa medaglia. Quando finiranno gli “scompigli” africani la Sicilia potrà aspirare a diventare un hub naturale. La nostra isola, al centro del mondo potrebbe divenire l’interruzione naturale per smistare i passeggeri provenienti dal nord verso il sud. Ma siamo troppo in ritardo con le infrastrutture, specie a Catania.»

È soddisfatto del nuovo aeroporto?

«È una struttura nuova, ma che già ci sta stretta. In Italia il più grande incremento del traffico si registra in tre regioni: Lombardia, Lazio e Sicilia. Per ora può andare, ma per il futuro?»

Che intende per futuro?

«Due anni. Bisognerebbe pensare subito a come sfruttare la vecchia aerostazione per cercare di allargarlo.»
E le piste?

«Soprattutto le piste, non si riesce a fare i voli intercontinentali. E in proposito, non si intravede neanche uno spiraglio di luce all’orizzonte. Che peccato!»

Il posizionamento dell’aeroporto catanese è migliore di quello palermitano?

«Non è tanto questo, quanto il fatto che i numeri di Palermo non siano neanche la metà di quelli di Catania e questo vuol dire che la Sicilia orientale ha una cultura del viaggio più spiccata.»

Lei, in questo contesto, non si sente stretto? Il fatto di dover dipendere dall’immobilismo determinato dalla nostra politica?

«Il “pubblico” è comunque necessario visto che, viviamo qui.» E questa struttura (il centro sportivo di Torre del Grifo NdR)? L’ha realizzata, malgrado gli ostacoli. «Quando abbiamo cominciato la procedura per costruire questo centro, abbiamo attivato lo sportello unico e a Mascalucia non sapevano neanche cos’era. Ignari della prassi da seguire, il consiglio comunale si era automaticamente dotato di un potere che non aveva, mentre invece, doveva soltanto ratificare. Alla fine non è stato necessario rivolgersi a nessun legale. Abbiamo pagato 4 milioni di euro per oneri di urbanizzazione e 500 mila euro per finanziare un’opera da realizzarsi nel comune. Certo, non abbiamo avuto
una sola “lira” di contributi pubblici.»

Tutti si lamentano che il Catania arrivi alla salvezza sempre all’ultimo, ma secondo lei la città è pronta per una squadra che raggiunga i massimi livelli?

«Se la città è pronta non mi interessa, io vado avanti comunque. Il discorso è un altro: 6 squadre vanno in Europa: Inter, Milan, Juve, Roma, Lazio e Fiorentina. Il Catania ha ricavi per 30 milioni, loro per 270 circa e questo perché le tv a pagamento destinano le risorse economiche a squadre come l’Inter, con milioni di tifosi in tutto il mondo. Poi ci sono i ricavi dello stadio, il nostro è troppo piccolo per competere con San Siro. Le squadre investono l’80% dei loro ricavi in calciatori, a queste condizioni, noi non potremo mai competere, è un calcolo matematico, noi spediamo 20 milioni, loro 250 milioni. Però, lo sport non è solo analisi di numeri e allora abbiamo adottato un’altra strategia: la formazione dei giocatori. Torre del Grifo nasce con questo obiettivo. Questa è la strada del Barcellona, la squadra migliore del mondo,14 giocatori della loro rosa vengono dal vivaio».

Si è riappacificato con Acireale?

«Non ho mai litigato con Acireale, credo di essere stato quello che ha dato di più a quella squadra». Gli acesi si sono sentiti abbandonati «Non hanno capito. Era una cosa che desideravo da sempre, non ho cambiato Acireale con Giarre. Io sono nato a Catania era la squadra della mia città che io volevo da sempre.Nessun tradimento».

Di tutti i settori di cui si occupa, quale si è rivelato più problematico?

«Quella più difficile: la compagnia aerea, che dipende da tantissimi fattori. Ci si deve meravigliare quando un aereo arriva puntuale. Ricordi, che l’ultima a voler fare ritardo è la compagnia, perché gli costa, su 10 volte, 9 non è per responsabilità della compagnia.»

Mi faccia un esempio

«Basta che da Catania il primo volo in uscita mi ritardi un quarto d’ora perché non c’è il push back che spinge l’aereo. La mattina a Fiumicino arrivano contemporaneamente gli aerei provenienti da tutta l’Italia, se a Fontanarossa ritarda quello che spinge il vettore, a Fiumicino ti mettono in fila 20 minuti per atterrare ed in totale, io perderò tre quarti d’ora, che non potrò mai recuperare e ricadranno sui successivi voli.»
Una leggenda, che la windjet sia la più ritardataria?

«Adesso sì. Oggi abbiamo 13 velivoli, nel passato 1, se in questo momento mi si ferma un aereo io ne ho altri 12 su cui contare e distribuire il ritardo. Invece, con un solo aereo a terra, avevo il 100% della flotta fuori uso. I ritardi del passato sono partiti da qui ed erano veramente impressionanti.»

C’è ostruzionismo, voglio dire, si da la priorità alle compagnie tradizionali?

«Per certi versi è vero, ma se parliamo di ritardi non voglio fare la vittima, in passato la responsabilità era nostra che non avevamo una flotta di riserva. Ma come vuoi avviare una compagnia aerea, se non parti dal basso?»

Grande Distribuzione, alberghi di lusso, una squadra di calcio, compagnia aerea, c’è un altro settore che le interessa?

«No, però non mi precludo niente».

Come vanno gli alberghi?

«A Taormina bene».

Puntualizza?

«Sì certo, a Catania è difficile. Se siamo soddisfatti che in città arrivino i croceristi allora non abbiamo capito nulla. In cosa spendono? Un gelato e un souvenir e alla fine sporcano pure. Nessuna riserva per questo tipo di turismo, ma voglio solo dire, che al crocerista non interessa niente che non sia già sulla nave. Ogni tanto fanno l’escursione, scendono armati di capellino e infradito… e questo può essere il nostro turismo?»

Su cosa dobbiamo puntare allora?

«Sui centri congresso, dove si stravolgerebbe il settore turismo. Penso ad una struttura da 10.000 posti». Qualcosa del genere potrebbe nascere alla Playa. «Bene! Mi auguro che lo facciamo al più presto». Però ci sono problemi.

Pensa di poter fare una specie di evento stile motorshow a Catania?

«Penso a tutto. Le grandi multinazionali a convegno, in Sicilia abbiamo tutto: clima, mare e montagna. Una multinazionale che organizza convegni a Catania riempie gli alberghi della città per due-tre giorni e pure i posti a sedere dei ristoranti. Si è puntato sul campo da golf, ma non è per tutti, è per la nicchia.»

Le piace lo stadio di Catania?

«No, lei lo sa che nei servizi igienici delle curve non ci sono le porte? Per scelta, mica perché le hanno rubate. Come si fa ad andare in bagno?»

Per scelta di chi, non ci sono le porte?

«Dell’allora autorità competente che decise dopo i fatti del febbraio 2007 (derby Catania-Palermo NdR), che per poter riaprire lo stadio era necessario rimuovere le porte che potevano essere utilizzate come ariete contro i poliziotti. Ma è illogico, e sa perché? Perché da due anni i poliziotti in campo non ci sono più, e della sicurezza si occupa la società, che da quando gestisce non ha avuto più problemi di sicurezza – senza nulla togliere alla polizia, che ha lavorato anche in condizioni disumane – però bisogna capire che se tratti le persone come animali non potrai ricevere in cambio un comportamento civile. Si paga il biglietto per entrare».

Così non si avvicinano le famiglie allo sport. E lei dove lo immagina lo stadio?

«Fuori dalla città, con i parcheggi. Con la possibilità di raggiungere lo stadio senza fare tre ore di fila, e senza arrivare allo stadio che sono già un pazzo.» A Messina, hanno costruito subito lo stadio «Sì, ma anche quella è un’opera a metà. Oggi uno stadio senza copertura che senso ha?».

Il tifo quando cambierà?

«Quando cambieranno gli stadi. Dopo il centro sportivo alla fine sarà la società a costruire lo stadio. Però un’opera del genere ha bisogno di servizi, di strade, e questo, non possiamo mica farlo noi».

Che tempi si è prefissato per agire?

Torre del Grifo è nato in 18 mesi. Lo stadio potremmo costruirlo in 12, a parte i tempi burocratici».

Lo sa che alla fine sarete voi a farlo?

«Certo, il problema è dare la possibilità a chi vuole fare investimenti di poterli realizzare. Se l’aeroporto fosse stato privato, a quest’ora la pista era già realtà. Per allungarla, la soluzione c’è, basta interrare la ferrovia di Bicocca. Un progetto c’è già e i costi sono già noti».

È una questione di soldi?

«No, è che non sanno come dividersi il merito dell’opera».

 

 

«Quel giorno a Bologna... noi salvammo il Catania» Gli eroi del 2007 ricordano un match straordinario Fausto Rossini.

martedì 06 Maggio 2014 - Giovanni Finocchiaro

 

Era il 27 maggio 2007. Chi l'ha mai dimenticata quella giornata a Bologna? Il Catania doveva battere il Chievo per salvare la prima A della gestione Pulvirenti. Massimino squalificato per gli incidenti nel derby col Palermo, nove turni in tutto, i rossazzurri erano privi di molti titolari, Spinesi in testa, ma nel finale riuscirono a superare i veronesi con le reti delle riserve (quasi) dimenticate, ultime ruote di un carro che, comunque, stentava a decollare per problemi oggettivamente gravi: perché giocare metà stagione sempre in trasferta diventa insostenibile.

A Bologna, adesso, il Catania torna per un altro spareggio. I reduci di quel pomeriggio di straordinaria follia raccontano l'impresa. Da pericolanti a eroi, da riservone a leggende. Rossini languì in panchina per un'intera stagione: «Entrai e dopo dieci minuti feci gol - ricorda quando, ciclicalmente gli si chiede di rievocare - con un colpo di testa. Fu un trionfo non annunciato, ma desiderato da tutto il gruppo».

Ricordi nitidi anche quelli di Lorenzo Stovini, titolare al centro della difesa: «Non mollammo di un solo millimetro, la vittoria fu merito del gruppo, della società, del tecnico che studiò le mosse giuste in settimana, mettendole in pratica durante la partita. Adesso il Catania può ripetere l'impresa di vincere al Bologna, contro un altro avversario, certo. Ma tutto è possibile».

Mauro Minelli, collocato in panchina anche perché della prima squadra mancavano, tra gli altri Edusei, Caserta, lo stesso Spinesi, Silvestri, esclama: «Il mio gol diede sicurezza alla squadra dopo il vantaggio di Rossini. Non lo dimenticherò mai più quel momento. Per me fu una gioia immensa. Avevo segnato pure io dieci minuti dopo l'ingresso in campo. Fu un successo meritato ed è rimasto nella storia. Non sarà l'unico. No, spero proprio di no».

Non parla del Catania, Marco Biagianti, visto che è un concorrente diretto, un «caro» concorrente. Ma a Bologna giocò la prima partita da titolare. Schierato a sorpresa da Marino, rispose con un'ora di calcio interpretato come un veterano. Quando, in passato, ha rievocato il match, ha sempre avuto un pizzico di emozione. Era il suo debutto nel calcio dei grandi. E' cresciuto di pari passo con la società fino a diventare capitano di un Catania che, adesso, dovrà per forza osservare con altri occhi.

 

 

 

MAXI LOPEZ

E infine c'è lui: l’uomo con i lunghi capelli che sembra la  figurina di un album di fiabe Manga, con la chioma bionda da bel cavaliere che svolazza al vento dopo la liberazione dal dragone cattivo: Maxi Lopez.

Grazie alla genialità di Lo Monaco, nei primi giorni di febbraio (sembra avercelo mandato Sant'Agata) questo “liberatore”è arrivato qui e ….  non abbiamo capito più niente! Abbiamo visto cose incredibili, giocate mai viste da queste parti e undici gol uno più bello dell’altro che hanno salvato il Catania dal baratro. Non sono sicuro che oggi avremmo festeggiato la salvezza se non fosse arrivato lui.

Maxi Lopez è nato per fare il centravanti. Quando i difensori avversari se lo vedono sbucare dentro le loro retrovie, come un fantasma dalla nebbia, è ormai troppo tardi. Quando alla fine lo vedono ben per intero, pronto a perforarli, non c’è più tempo per rimediare al danno: la gallina bionda sta già per colpire. E loro, portiere compreso, non hanno più scampo.

Osservatelo bene: vaga per il campo come una leonessa nella Savana africana mentre, affamata, cerca l’antilope malata per abbatterla. Possiede la grande dote di captare il difensore in difficoltà, quasi a sentirne i globuli sanguigni in affanno, il ritmo cardiaco accelerato dalla paura di sbagliare e corre come un felino su di lui per attaccarlo, per togliergli la palla e andare in rete. Si muove con un’eleganza e una plasticità che oggi è difficile vedere in giro. Non sa nemmeno lui perchè lo fa. Lo fa e basta.

E’ un animale da area di rigore nato, completo in tutti i sensi: elevazione, tecnica, agilità, proprietà acrobatiche, intuito, insaziabile fame da gol, opportunismo, visione di gioco, precisione e potenza nel tiro (destro e sinistro). Tutte doti che farebbero la gioia di ogni presidente Paperone.

Anche qui abbiamo avuto grandi attaccanti e di un certo valore, vedi Cantarutti, Oliveira, Prenna, Calvanese, Bonfanti. Ma con tutto il rispetto per loro, erano fatti su misura per gli obiettivi del Catania: salvezza dalla B o promozione in A. Qui siamo davanti a qualcuno che non abbiamo ancora capito perchè è qui.

Nell'ultima partita mi sono avvicinato vicino la bandierina per vederlo in azione e avvertivo la stessa sensazione che avevo da ragazzino: la voglia di veder giocare da vicino il campione che calpestava il Cibali, ma con la differenza che il campione che avevo davanti aveva la casacca rossazzurra. Stavolta era mio!

E poi vederlo sfondare la stessa rete sfondata da Manca una decina di anni fa, quando la squadra ricominciò la sua risalita, fa un certo effetto. Lopez è stato il valore aggiunto, il salto di qualità del Catania, è qualcosa che qui non eravamo abituati ad avere, a vedere, applaudire. Molti hanno detto “Ma che c’entra col Catania? Questo è un fuoriclasse, che ci sta a fare qui? Non è un giocatore per noi, ce lo possiamo permettere?” 

In effetti è sembrato un lusso, una meteora. Tuttavia, sarebbe ora di finirla di considerare il Catania come la squadretta che non può permettersi certe cose. Perché il Catania non potrebbe continuare ad essere il proprietario di Maxi Lopez? Perché il Cagliari ci riuscì con Gigi Riva, entrando nella storia con lo scudetto del 1970? Perché la Samp tricolore si tenne stretti Vialli e Mancini? Perchè Verona e Parma sì e noi no? Perché gli altri possono farlo e il Catania no? Cos’hanno di più?

Se è arrivato davvero il momento di pensare in grande, far rimanere Maxi significa mettere realmente in atto quelle ambizioni europee dichiarate da Nino Pulvirenti. Intanto il diretto interessato si domanda perché tutto il clamore per la paura di perderlo che si è creato attorno a lui. Ogni volta che la stampa strimpella le sue imminenti partenze verso altri lidi, la Gallina bionda smentisce puntualmente tutti dichiarando che vuole rimanere qui, che è innamorato di Catania, del sole, del mare, del pesce, della gente. Proprio come fece Gigi Riva quando decise di rimanere in Sardegna), fa capire che non ne fa una questione di soldi e ribadisce di essere già pronto per il nuovo anno in rossazzurro promettendo faville.  

Prenna si innamorò del porto di Ognina e ci rimase tutta la vita.  Come per altri giocatori del passato, sta accadendo la stessa cosa con questi altri; già Baiocco, Sottil, Spinesi sono rimasti qui. Signori, non vogliono più andarsene! E la colpa è un un po' della Società: quando cercano una sistemazione per un nuovo arrivato lo spediscono in una casa in Riviera, Acicastello, Acitrezza, Scogliera, ecc. Come si fa, poi, a farlo andare via?

Anche Maxi se n'è accorto e sa pure che qui è diventato uno Zar e la bellissima moglie Wanda una regina, accolta in quella piccola comunità pallonara-argentina che ha fatto base ai piedi dell’Etna e che li fa sentire come in patria. Anche loro vogliono rimanere a Catania a vita.

Forse questi ragazzi sono l’esempio vivente che nella vita i soldi non sono tutto e che esistono altre soddisfazioni che meritano di essere colte.

Forse hanno capito che vivere a Catania (per certi versi) è una di queste.

 

 

  

Catania-Lecce, la sfida amarcord raccontata da Alessandro Russo

Il medico e scrittore catanese racconta a Leccenews24 alcune partite tra la compagine etnea e quella salentina che hanno fatto storia nelle sfide tra rossazzurri e giallorossi.

 

Lecce. Buongiorno, i miei rispetti agli amici giallorossi.

Sabato tredici febbraio alle venti e trenta, ventiduesima giornata del girone C del campionato italico di Lega Pro, al ‘Massimino’si giocherà Catania-Lecce. Trame confuse, nessun filtro a centrocampo e scarso mordente, e poi lanci lunghi, pochi fraseggi e nessun tiro in porta. Ecco i legionari del glorioso drappello etneo nato un sacco di tempo fa: per molti nel quarantasei per altri nientemeno che nel ventinove.

Nondimeno, oggi dì, codesti ragazzotti mostrano inquietanti cali di tensione e subiscono senza reagire. Zero triangolazioni e gioco alla ‘viva il parroco’, per di più senza un capitano a dettar i tempi. A dirla tutta, un condottiero non sta seduto in panca e manco nella stanza dei bottoni. Ordunque, alle pendici della Muntagna, i calciatori dicono d’esser senza testa e si muovono al rallentatore; di contro Pippo Pancaro, calabrese dalla zucca dura, ripete frasi fatte. Breve, da queste parti l’obiettivo è la salvezza non già della squadra ma dell’intera combriccola matricola 11700. Vi sto dicendo tutte queste cose perché giurai che non avrei parlato qui del patron e dei guai del club di pallone a cui son legato da bambino, da quando l’ammiravo a bordo campo accanto ad Angelo Massimino, mio nonno. Pur tuttavia, resto ottimista e siccome agli dei del calcio ci credo davvero, so che sabato sera i rossazzurri faranno una gran partita e magari vinceranno per uno o due a zero.

Propriamente cinque anni fa, in serie A,domenica tredici febbraio duemilaundici, rammento lo stopper Silvestre scardinare il bunker pugliese, deviando in rete un servizio di Llama. Epperò, i salentini mettevano i puntini sulle ‘i’ dapprima con Jeda e poi con Munari. Dieci i minuti che ci separavano dal triplice fischio, pesante l’aria che si respiravasugli spalti affacciati al rettangolo verde di piazza  Spedini. A un certo punto s’involò in area il Papu Gomez prima d’esser poi abbattuto ma la giacchetta nera col fischietto in bocca disse che non era rigore. Una superba pennellata di Francesco Lodi su calcio di punizione santificò il 2-2. Passati ancora cinque minuti, rivedo il fotogramma di Maxi Lopez che sacrifica le ultime energie in un pressing disperato. Il direttore di gara abboccò e vide un fallo dal limite. Quel pomeriggio il piede sinistro del numero dieci rossazzurro era fatato e il pallone lo spedì ancora una volta alle spalle di Rosati. Vennero fuori tre punti vitali e lo stadio si tramutò in una sarabanda festosa, che pareva di nuovo la festa di Sant’Agata.

 Un’altra volta che il Lecce scese giù era ancora febbraio ma l’anno era il duemilatre e si era tra i cadetti. Quella domenica girovagava per il campo Lulù Oliveira,un brasiliano con passaporto belga. Questi parlava bene il dialetto catanese e somigliava a un personaggio mitologico; indossava calzari dorati d’omeriana memoria e segnava da tutte le posizioni. Ci pensò lui a griffare il vantaggio del Liotro, prima che i compagni rimanessero con uno in meno, per l’espulsione di Vito Grieco. Quando, poi, igiallorossi beneficiarono d’un tiro dagli undici metri accaddero due prodigi. Uno lo realizzò il portiere Castellazzi volando a ribattere il penalty, l’altro lo fece l’ala destra Fini che raddoppiò con un corner velenoso. Infine il signor Bruno Cirillo, un difensore di Castellamare di Stabia, accorciò le distanze.

 Prima di chiuderla qua, m’impone la legge dello sport di commemorare due en-plein pugliesi in terra catanese. Lo faccio senza storcere il naso e parto da un pomeriggio di quasi settantacinque anni orsono, settima giornata d’un campionato di C.

 È domenica sette dicembre del quarantuno e son convinti gli etnei di far un boccone dei salentini, tanto più che questi si presentano al Cibali con dieci soli atleti. Ci pensa la bandiera Bettini a far harakiri al settantesimo, beffando il portierino Caruso. Si dispera in panchina mister Geza Kertèsz che tre anni dopo sarà fucilato nella sua Budapest per aver salvato da morte certa decine d’ebrei. Quando l’amministrazione comunale lo vorrà, una via della città dell’Etna porterà il suo nome.

 Nell’ultimo confronto al ‘Massimino’ la barchetta rossazzura condotta dall’Aeroplanino Montella sta solcando i mari della A ma è sazia e priva di carburante. Il calendario appeso al muro nello stanzone degli spogliatoi segna la data di mercoledì undici aprile duemiladodici. L’elefante va in vantaggio con Bergessio ma,in zona Cesarini, Corvia e  Di Michele regalano i tre punti ai lupi che d’altronde ne hanpiù bisogno.

 

http://www.leccenews24.it/sport/calcio/catania-lecce-la-sfida-amarcord-raccontata-da-alessandro-russo.htm

 
 
Catania Calcio v ACF Fiorentina - Serie A : Foto di attualità

 

 

"Durante la mia carriera ho giocato con tantissimi Campioni tra River Plate, Gremio, Barcellona, Milan. Fenomeni come Ortega Cambiasso, Aimar, Messi, Rivaldo, Xavi, Iniesta, Ibra...gente che con la palla, fidatevi, faceva quello che voleva.

Ma ancora non avevo conosciuto uno che a mio avviso, tecnicamente, era un vero e proprio Fenomeno.

Peppe Mascara era davvero unico. Sul piano del palleggio e del tocco di palla non aveva da invidiare niente a nessuno.

A Catania, in allenamento facevamo delle scommesse da bambini, a chi da centrocampo circa, riusciva a prendere più volte la traversa su dieci tiri. Scommettevano di tutto...arancini, cannoli, cene di pesce...be' perdevo sempre, non ho vinto una sola volta. Ricordo che un pomeriggio dopo l'allenamento fece 9 su 10 e l'ultimo tiro passò a un soffio dalla traversa. Impressionante.

Penso che Peppe avrebbe potuto fare una carriera sicuramente superiore. Ma a lui poco interessava.

Lui amava davvero questo sport e poi era uno che ti faceva ridere sempre, anche nei momenti difficili...con quella faccia come facevi a non ridere!?."

 

Maxi Lopez

 

 

 

 

 

DOBBIAMO PER FORZA MACCHIARE LE RIGHE DI QUESTA PAGINA?

 

 

IL RITORNO DI PIETRO LO MONACO

MASCALUCIA – Pietro Lo Monaco sarà nuovamente amministratore delegato e direttore generale del Calcio Catania. Per adesso è solo rientrato nel consiglio di amministrazione del club, in qualità di consigliere. Ma si tratta solo di una formalità prima dell’incarico definitivo. Questo pomeriggio, in una conferenza lunga due ore, ha incontrato la stampa. Aveva lasciato Torre del Grifo nel 2011, da dimissionario. Allora il Catania era in serie A. Adesso è in Lega Pro. Nuovamente a guida della dirigenza, rilancia il progetto serie A: da raggiungere in quattro anni. Ma chiede anche fondi a Finaria per riuscirci. Il suo arrivo non chiude alla possibile vendita-

 Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti in serie A. Ripartiamo. Sono passati quattro anni. Parlare di quello che sarà non penso si possa dimenticare. Stiamo ripartendo dalla Lega Pro e da una situazione non bellissima. Io ho passato anni importanti qua, li ho passati insieme alla gente di Catania. Abbiamo creato un modello. Un’azienda capace di farsi rispettare ovunque. Che ha fatto risultati importanti. Quando mi si diceva che parlavo di salvezza, e che lo scudetto del Catania sarebbe stato la salvezza, dopo un po’ di tempo qualcuno storceva il naso. Come la vorremmo avere ora, tutti quanti, la serie A. Era importante per l’azienda e per la città. Catania era una città di serie A.

 «In quattro anni in serie A»

Chiamatemi pazzo o sognatore, ma sono convinto che tra quattro anni riusciremo a fare quello che ci siamo proposti di fare. Impiegheremo quattro o cinque anni ma l’obiettivo è la serie A. Cascasse il mondo. Prima di ritoccare il nome del Catania dovranno passare sul nostro cadavere. Dobbiamo creare un clima che porti, chiunque viene a Catania, a sapere di giocare contro l’intera città.

 «Il mio arrivo non significa niente vendita»

Il mio arrivo non significa che il Catania non è più in vendita. La vita continua e bisogna fare delle scelte. Si poteva pensare a una gestione soft, per aspettare un compratore, o una scelta di rilancio. Si è parlato, in estate, di vendere o acquistare. Intanto il Catania rischiava da morire. Oggi la proprietà del Catania decide di rilanciare.

 Vergara

Riguardo al mio coinvolgimento con Jorge Vergara, mi è stata chiesta solo una consulenza che ho dato ben volentieri nel momento in cui sono stato contattato da uno studio commercialistico serio che mi ha prospettato un possibile mio coinvolgimento nel piano che questo imprenditore stava preparando per rilevare il Catania. Ma io posso dire che anche senza un soldo, all’ultimo giorno utile, mi sarei presentato in società per cercare di comprarla. Rientro con la carica di amministratore delegato e direttore generale, non sono socio.

 «Situazione economica ai limiti. Servono i fondi di Finaria»

Sinceramente sono qua per tentare un rilancio del Catania. E non si fanno con l’aria o con le chiacchiere ma coi fatti. Serve la volontà della proprietà. I soldi per rilanciare dovrà metterli la Finaria. Nel nuovo piano finanziario che presenterà il gruppo prevederà fondi per il ripianamento della situazione debitoria e per il rilancio. La situazione economica è ai limiti. Non si può pensare di rilancio senza un 1investimento che serva a guardarsi dietro e ripulire il Catania dagli errori. In questo momento è una statua dai piedi d’argilla. Purtroppo la Lega Pro non porta entrate, è un campionato difficile da vincere.

 «Gli errori di Pulvirenti. Quattro anni di oblio mentale»

Si riparte dagli errori. Pulvirenti ha la voglia di fare e garantire un nuovo futuro al Catania. Serve un lavoro importante per sistemare l’aspetto economico. Tre retrocessioni sono importanti e ammazzerebbero chiunque. Tutti insieme dobbiamo cercare di fare in modo che queste batoste si dissolvano. Questo fa onore alla proprietà che nonostante gli errori fatti vuole rilanciare. È passato uno tsunami da Catania. Sarebbe da stupidi nascondersi dietro un dito. Per essere successo tutto ciò sono stati commessi degli errori. I primi a dare una legittimazione a questi errori sono coloro i quali li hanno commessi.

 «L’incontro con Pulvirenti…Avrei voluto ammazzarlo»

Quando ho rivisto Pulvirenti, se avessi potuto ammazzarlo l’avrei ammazzato. Dieci anni ho avuto accanto un tifoso innamorato della sua squadra. Nella vita poi si può anche impazzire. Il suo impazzire è durato quel che è durato, adesso dobbiamo resettare tutto. A Pasqua viene a casa mia una persona a me cara, un tifoso del Catania vero. È partito da una colomba al pistacchio. Gli devo dare atto che dopo 15-20 giorni è arrivata un’altra colomba al pistacchio, e mi ha detto qualcosa sulla possibilità di tornare al Catania. Abbiamo chiesto un permesso alla magistratura per parlare con Pulvirenti – che è agli arresti domiciliari – sono andato lì, e vi prego di credermi, tutta la rabbia è passata. Ci siamo rivisti il 28 maggio, lo stesso giorno in cui il Catania è tornato in serie A. Quando ci siamo rivisti è sembrato che quattro anni di guerre e cause, sono scomparsi in un minuto. Perché alla base ci sono stati 11 anni insieme in cui abbiamo costruito tanto. E voglio che il Catania si possa di riappropriarsi di quello che ha perso in questi anni. E spero che tra qualche anno, con lo stadio nuovamente pieno, possa esserci anche il presidente.

 «Uno tsunami si è abbattuto sul Catania quando è arrivato Cosentino»

A volte mi arrivavano notizie da Torre del Grifo che mi facevano rabbrividire. Questo centro l’ho pensato io, sedia per sedia. La prima cosa che mi ha fatto andare in bestia, è stato che il quadro con la gigantografia dello stadio Massimino nel giorno della promozione in serie A era stata fatta levare dall’uomo in canottiera, perché portava male. Il primo tsunami che si è abbattuto sul Catania è stato quando Pulvirenti si è imbattuto in Cosentino.

 «Anche io ho commesso un errore»

Il Catania è come un figlio per me. Io ho fatto un errore gravissimo. Perché quando ho deciso di andare via ho dimostrato di non amare il Catania. Sapevo come sarebbe andata a finire e non sarei dovuto andare via. Mi sono lasciato preso dalla collera. Ho commesso un errore nei confronti del Catania e sono qui per riparare a quell’errore. Farò di tutto perché il Catania si possa riappropriare del suo territorio. Non dissi perché sono andato via e non lo dirò adesso.

 «Pulvirenti ha dimostrato di provare amore per il Catania»

Questo va dato atto a Pulvirenti: ha dimostrato di avere dimostrato amore dopo i quattro anni di oblio mentale. Le cose che sono passate al Catania hanno dell’inenarrabile. Non ci sono rilanci che possono partire dal sistemare tutte le situazioni pendenti. La situazione è critica da un punto di vista economico per quello che è stato fatto. Ripartiamo dall’anno zero. Da una situazione di assoluto disagio. Contiamo di mettere la macchina in posizione. Ricominciamo con le cinque componenti sia nel bene che nel male. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 «Bilancio e vertenza da 6,6 milioni di euro»

Ieri sono andato via a mezzanotte. Ho già un’idea della situazione debitoria e mi sono alzato stamattina con un forte mal di testa è una situazione difficile. I 6,6 milioni di euro che ho chiesto al Catania non esistono più. Non abbiamo neanche gli occhi per piangere. Serve un lavoro importante per sistemare l’aspetto economico. Tre retrocessioni sono importanti e ammazzerebbero chiunque. Tutti insieme dobbiamo cercare di fare in modo che queste batoste si dissolvano. Questo fa onore alla proprietà che nonostante gli errori fatti vuole rilanciare.

 «Tornato per non vedere morire il Catania»

Non me ne sono andato bene. In malo modo, anzi. I rapporti con chi, per me, per tanti anni è stato un fratello, si sono interrotti. Poi è successo quello che solo il Catania poteva fare. L’amore per il Catania. Il non starci assolutamente a vedere morire il Catania. Questo ha consentito che io e Pulvirenti ci siamo incontrati di nuovo. Vi direi una bugia se vi dicessi che non ho pensato mai e poi mai di tornare a Catania. Siamo partiti dieci anni fa senza euro, senza giocatori, senza settore giovanile e siamo riusciti a creare una multinazionale con una struttura come il centro sportivo che è diventato il vanto del Catania, di primo livello in Europa. Questo è riuscito a farlo il Catania.

 «L’esperienza al Palermo…»

Quando sono andato via da Catania non ho ricevuto neanche un applauso. Se ho lavorato con Preziosi e Zamparini è stato solo per distrarmi, per fare il mio lavoro. In tre mesi e mezzo ho scoperto l’affetto sincero dei palermitani che mi hanno riconosciuto di avere lavorato tanto per risistemare le cose. A Catania sono stato dieci anni, a Palermo tre. Chi fa paragoni fa demagogia.

 «Tifoseria e campagna abbonamenti»

Nessuno può dare torto alla tifoseria per avere fatto un passo indietro. Per recuperare il rapporto penso di non dovere fare niente. Sono certo che la gente risponderà presente. La gente si stringerà attorno alla sua squadra quando vedrà la nostra volontà di rilancio. La campagna abbonamenti partirà la prossima settimana e sono sicuro che i catanesi risponderanno alla grande. Allestiremo una formazione competitiva.

 «Azionariato popolare»

L’azionariato popolare può essere un’idea. Bisogna capire se è applicabile. In una piazza dove la squadra è amata come a Catania, la strada potrebbe essere percorribile.

 «Futuro tecnico e quadri societari»

Entro la prossima settimana presenteremo tutte le nuove figure tecniche del Calcio Catania. Serve un tecnico capace, di spessore, che voglia mettersi in discussione con il progetto. Chi viene a Catania deve sapere che viene in una piazza che vale. Avrà un contratto pluriennale. A testimonianza della nostra voglia di programmare. Alessandro Failla è già nuovo responsabile delle giovanili.

 http://www.mondocatania.com/wp/senza-categoria/lo-monaco-serie-a-in-quattro-anni-pulvirenti-lavrei-voluto-ammazzare-120133

 

 

Questo era Ciccio, il capo ultrà del Catania

di Alessandro Russo

 

«Con la morte di Ciccio Falange -scrive Lorenzo Velardi- non mi lega più niente al Calcio Catania» «Caro Ciccio Famoso –prosegue Roberto Ricca- hai lottato tutta la vita in nome dei tuoi ideali. Ricorderò sempre il tuo modo di parlare e il coraggio di criticare guardando sempre negli occhi. Occhi che erano di una persona buona, ricca di una grande umanità. Non ti sei mai nascoUn sorridente Ciccio Famoso stringe caramente il Cavaliere Angelo Massiminosto ma hai sempre affrontato tutto e tutti a petto in fuori e sguardo fiero. Ciao Capo» «Un saluto a te- parola di Davide Baiocco- grande Ciccio Famoso, cuore rossazzurro. Grazie per quello che mi hai dato nell’esperienza calcistica catanese. Riposa in pace»

 Dotato d’una vitalità esuberante, Ciccio Famoso è stato il più grande capo ultrà della storia del Catania. La sua voce schietta e inconfondibile riproduceva perfettamente la persona: vera, spontanea e cordiale. Era un simpatico ragazzo di sessant’anni a cui veniva perdonato qualsiasi eccesso. Piccoletto di statura, aveva sopracciglia folte e un paio di occhi vivaci come le onde del mare. Da giovanotto faceva l’orafo e per un po’ gli toccò d’emigrar in Piemonte. Poi, tornato nella sua Catania, lavorava vicino alla Questura; un pomeriggio, alla fine degli anni settanta, si ficcò in testa di creare la “Falange d’assalto” con sede in Piazza Federico di Svevia, di fronte al Castello Ursino. «Credere, agire, combattere»- si sgolava con i giovanotti che gli capitavano a tiro. «A noi catanesi -insisteva e intanto li arruolava nel club- non devi toccare tre cose: la famiglia, Sant'Agata e il calcio Catania». Nel giro di pochi mesi, divenne il comandante d’una pattuglia di tifosi rossazzurri irremovibili. Era un vero condottiero e quando giocava il Catania lui c’era sempre: in piazza Spedini e nelle estremità meno accessibili dello Stivale italico. «La regola più importante –ripeteva cadenzando bene le parole- è la disciplina, poi ci si può pure divertire ma se ognuno va per i fatti propri, allora la curva non la riprendi più. La curva non è come la tribuna, la curva è un’altra cosa. In curva non c’è tempo e modo di vedere la partita, in curva è tutto diverso». In mezzo a mille tamburi, nascosto dalla fitta coltre nebbiosa dei fumogeni, s’ergeva in piedi sulla ringhiera della curva: sotto di lui, due omaccioni lo tenevano in bilico in piedi. Lassù, in una posizione davvero precaria, Ciccio orchestrava i cori e pareva stesse accarezzando le nuvole. «Questo Catania è nostro !» -gridava col megafono appiccicato alle labbra.

na volta mi raccontò della partita col Gravina giocata in quel di Fontanarossa perché in città aveva piantato le tende pure l’Atletico, definendo quella giornata la più umiliante della sua vita. Aggiunse che quella gara io non potevo ricordarla perché l’unico spettatore presente era lui. A Roma, una mattina d’estate di parecchi anni fa, insieme a Pippo, Michele e Giovanni s’incatenò sotto la sede della Federazione. Era Ciccio un personaggio un pizzico folcloristico ma sinceramente appassionato, era un leader di rilievo nazionale. Una volta, dopo una sconfitta disonorevole, decretò di bruciare uno striscione lungo quaranta metri; un’altra volta intimò ai suoi di non andare a Palermo ma quelli entrarono alla Favorita senza di lui. Una domenica a metà degli anni novanta, al ritorno da una trasferta calabrese, era alla guida d’un pulmino e salvò alcuni giocatori rossazzurri rimasti a piedi per un guasto all’autobus e inseguiti dai tifosi avversari. L’appartenenza all’intera comunità catanese era la sua marcia in più, logico che le battaglie più belle le combattesse con gli odiati “cugini” rosanero. A Gaetano Sconzo, un giornalista di Palermo di cui aveva grande stima, una volta disse: «Quannu valissi vossia, su nun fussi palermitano».

Di  tanto il tanto, nel vecchio Cibali, le sue urla si facevano meno gentili del solito. «Au carusi, cama fari! Auuuu fozza: tifate ! A pattita va viriti rumani a Teletna: i vulemu isari sti manu. Tutti di qua, niente di la, Il Catania è questo qua. Franco Proto non t’incazzare l'importante è partecipare». «Ciccio, Ciccio, il capo degli ultrà»- gli rispondeva festante l’intera curva. Ascoltava le canzoni di Pino Daniele e proteggeva i piccoli tifosi che entravano allo stadio; una sera, con una bomboletta, cambiò il segnale stradale da “Forza d’Agrò” in “Forza Catania”. Ai funerali del Presidentissimo stette accanto al feretro per l’intera durata delle esequie e piangeva come una fontana: «Io e Massimino eravamo come cane e gatto. -ribadiva- Il presidente sapeva che ero ancora più tifoso di lui, ma lui era un signore e faceva parte di tutti noi. La sua morte è un dramma». Impossibile immaginare la vita di Ciccio al di fuori del Catania; epperò in un prezioso documento capitato sotto i miei occhi, lessi una sua dichiarazione che oggi ricopio fedelmente: «Se non avessi fatto l’ultrà sarei diventato il Damiani della situazione». È la tesi di laurea in Scienze politiche del carissimo Simone Camurri, contiene una bella intervista a Ciccio e ha per titolo “Analisi storica, sociale e culturale sul mondo delle tifoserie ultras”.

 «Con Ciccio Famoso –chiude il cerchio l’amico Filippo Fabio Solarino- se ne va pure una testimonianza vivente di un certo calcio che si è estinto e che rende il nostro molto più povero. Ciccio era un pezzo di storia vivente e ha iniziato fare le trasferte ben prima che nascesse il movimento ultrà: era quello che impersonava meglio le contraddizioni del tifoso catanese. Piacesse o no, ha simboleggiato gli avvenimenti degli ultimi quarant’anni del Catania molto più che personaggi mercenari e presidenti che hanno sporcato la maglia».

http://www.calciocatania.com/articoli/articoli.php?Questo-era-Ciccio-il-capo-ultra-del-Catania-5758

 

CHI LO RICORDA

 

 

 

 

 

«Il Russo-azzurro è un libro carico di rabbia e rappresenta il mio punto di vista sul Catania di oggi e sui suoi possibili scenari futuri. Il lavoro prosegue sulla falsariga di Tutto il Catania minuto per minuto, il libro mastro sulla storia calcistica del club dell’elefante, di cui il Russo-azzurro mantiene l’impostazione generale di testo, fotografie, tabellini e classifica. Non volevo buttar giù qualcosa sull’argomento “calcio” in modo fine a se stesso, giacchè al tema “pallone” riconosco un forte elemento d’identificazione territoriale e aggregazione sociale. Di più, dedicandomi a questo genere di ricerche studio in modo approfondito tutto ciò che ruota attorno alla sfera di cuoio a spicchi colorati. Mi piace analizzare il calcio come grande fenomeno sociologico e osservare come si comportano i miei concittadini ora dopo conquiste e successi memorabili, ora a fronte di sonore batoste sportive e giudiziarie. Occuparmi di pallone dimostra pertanto il mio amore per la città di Catania, per le sue piazze, le sue fontane e la sua storia tutta.

Oggi, però voler bene a Catania significa per me prendere le distanze in modo deciso dagli accadimenti calcistici degli ultimi anni. Non nego infatti che da un po’ di tempo risulta difficile riconoscermi nella società del Catania e nel suo attuale proprietario, Nino Pulvirenti. Ancor oggi la squadra appare ingolfata e non riesce ad essere fluida sul terreno di gioco, un aspetto che secondo me rispecchia profondamente i problemi societari. Quello che affronto in questo lavoro è un parallelismo letterario che secondo me ci sta tutto, perché il calcio non esclude ciò che vi ruota attorno che poi è la vita reale, con i suoi aspetti letterari, artistici, musicali e cinematografici. Dice bene, del resto, lo scrittore Piero Isgrò: “Catania è una città commediante, cinica e servile. Da tempo fa ‘cinema’ nel senso che inganna gli altri e se stessa.” Qualunque sia la situazione che affrontano, i catanesi sono molto teatrali nelle espressioni e negli atteggiamenti. Il Russo-azzurro parte proprio da questi spunti e perfino dalla frase che la gente ciclicamente ripete a mo’ di sfottò nelle vie del centro quando s’incontra per un caffè: “Ah beddu Catania ca hai.”» https://letteratitudinenews.wordpress.com/2016/10/24/il-russo-azzurro-di-alessandro-russo/

 se vuoi vedere il video della presentazione del libro, avvenuta il 31.10.2016, clicca sulla copertina

 


 

 

 

 

 

FORZA CATANIA