IL FASCISMO A CATANIA - il 12 agosto 1937 Mussolini arriva a Catania
 

In Sicilia il fascismo era arrivato tardi ma s' era radicato in fretta: almeno così sembrava a giudicare dai voti - fino a quando si era votato- e dalle manifestazioni ufficiali. Ma negli anni Trenta ogni residua aspettativa si era ormai esaurita. L' isola restava intimamente estranea allo Stato totalitario, diversa, impermeabile ai proclami e alle pretese di riforma morale avanzate dal regime. La campagna contro la mafia non aveva convertito la Sicilia a quella che Salvatore Lupo definisce «l' utopia totalitaria del fascismo», la disillusione reciproca era palese. Ma nel 1936, con la conquista dell' Etiopia e la nascita dell' anacronistico impero italiano, gli equilibri cambiano. E anche la geografia. La Sicilia non è più la remota periferia di un centro lontano, viene promossa «isola imperiale» e nodo strategico, ponte fra l' Italia e il nascente impero. Il suo ruolo appare centrale, importante. è necessario rifondarne il rapporto col fascismo, urge una simbolica rinascita. Le grandi manovre delle forze armate sono l' occasione giusta e in Sicilia, nell' agosto del ' 37, ci sono il Re e il principe Umberto. Ma soprattutto, mai più tornato dal lontano 1924, arriva Benito Mussolini.
(segue dalla prima di cronaca) La visita del Duce è minuziosamente preparata, l' isola si para a festa. Per quanto possibile, il regime ammette che qualcosa nei suoi rapporti coi siciliani non è andato per il verso giusto: anche a lasciar perdere i resoconti degli informatori su una Sicilia che si sente oppressa, pronta a insorgere, a seguire la bandiera del separatismo. La nascita dell' impero fa passare in secondo piano i malcontenti, tutto cambia di scala e una rivista chiamata "Problemi siciliani" viene ribattezzata "Problemi mediterranei", per meglio riflettere la composita realtà di un grande Paese con un impero in fieri. Ma non sempre i «problemi siciliani» riescono a camuffarsi, magari solo a cambiare nome o diluirsi in un orizzonte più vasto. Una volta che l' isola viene osservata e valutata nella sua nuova funzione strategica, è evidente come il regime abbia risolto ben poco. A fine giugno c' è un convegno sui «problemi agricoli», i bisogni derivanti dall' autarchia premono perché vengano affrontate improduttività secolari e il latifondo sembra avere le ore contate. Si parla di tariffe, di agevolazioni ferroviarie «per eliminare la concorrenza automobilistica», di rendere più veloci i trasporti marittimi utilizzando piroscafi «con stive munite di apparecchi refrigeranti». Insomma, per quanto le relazioni finiscano con l' augurio a valorizzare tutte le risorse nazionali «così come il duce vuole», gli agronomi riuniti a Palermo sono più moderni di quanto non ci si aspetterebbe, persino ecologisti. Ma questi restano discorsi per addetti ai lavori, con nessuna ricaduta. Molto più d' impatto sono gli scritti del più popolare fra i giornalisti del regime, Virginio Gayda, che in attesa della visita del duce sottopone l' isola a «un nuovo esame nazionale». I lettori del "Giornale d' Italia" sono i destinatari delle sue illuminanti impressioni, poi raccolte in volume con l' inevitabile titolo "Problemi siciliani". Gayda ha le idee chiare su un sacco di cose, a cominciare dalle essenziali: l' isola è un mercato per i prodotti italiani, il guaio è che mancano le strade e l' acqua. Ogni tanto gli scappa l' aggettivo «primitivo», più che altro la Sicilia sembra una terra prodigiosa. Nella prima delle sue corrispondenze tutta l' Italia può leggere come qualche volta sia avvenuto che, a causa delle grandi piogge, «un proprietario di vigneti si sia improvvisamente trovato possessore di oliveti, scivolati dall' alto a prendere il posto delle altre colture precipitate al basso». Così, come se niente fosse. E il 10 agosto, finalmente, anche Mussolini è in Sicilia.

La sua visita ha subito il carattere di un' ispezione, al solito punteggiata da numerose frasi lapidarie. L' 11 proclama «sono venuto per constatare quello che si è fatto e quello che resta da fare», il 12 da Catania dice che per la Sicilia non ci sarà nessun regime speciale, «è finito quel tempo»: ma la rassicurazione conserva un tono di sbrigativa minaccia, anche se ormai il Nord e il Sud non esistono e «dopo l' Italia sono stati fatti gli italiani».

 Nella cronaca del Giornale di Sicilia leggiamo della «impetuosa accoglienza» di Catania e della «fervida atmosfera di attesa» di Palermo; sempre il 12, anche il Re e il principe Umberto sono in Sicilia, appena arrivati alla stazione di Palermo. Ma naturalmente il duce li surclassa, nello spazio che gli dedicano i giornali e nel crescendo degli aggettivi. Il 13 Mussolini è a Siracusa, protagonista non solo di un' esaltazione collettiva ma di un riscatto plurisecolare. Compiaciuto, riflette che «bisogna risalire al primo impero di Roma, all' epoca di Augusto, per ritrovare uno spettacolo come quello che offre l' Italia in questa epoca così ardente di passione». Poi annuncia che i diritti mediterranei dell' Italia saranno riaffermati nel discorso di Palermo, la «capitale» che nel frattempo inganna l' attesa con notturne gare automobilistiche sul monte Pellegrino. Il giro siciliano di Mussolini è anche un frenetico valzer di inaugurazioni: un padiglione, una scuola, un reparto, un' officina, la Sicilia sembra essersi risvegliata come un immenso cantiere. Il dittatore appare instancabile, ma cominciano ad arrivare le navi scuola giapponesi per le grandi manovre e l' atmosfera di sagra paesana subito si smorza, freddi e rabbiosi all' improvviso sembrano levarsi venti di guerra.

 

La stampa crea l' attesa attorno al discorso di Palermo, «avvenimento mondiale più che italiano che indicherà la nuova atmosfera europea». Nel frattempo, il 15 Mussolini è ad Enna «prolifica e laboriosa», poi trionfa fra i contadini di Vittoria e Gela. Può constatare soddisfatto come i lavori per l' aeroporto di Comiso, «sentinella avanzata del Mediterraneo», stiano alacremente procedendo. Il 17 è a Trapani, subito dopo a Caltanissetta. Il 18 si concludono le grandi manovre e il duce è a Marsala, naturalmente «nello scenario suggestivo dell' epopea garibaldina». Cresce l' attesa per il discorso di Palermo, dove Mussolini arriva il 19. Si reca al Policlinico, edificato dopo la sua visita del 1924. Accompagnato dal Magnifico Rettore e da tutto il Senato accademico si sofferma nel reparto di patologia, mostra di apprezzare un metodo autarchico per la cura della malaria - punture di adrenalina, che il professore Maurizio Ascoli inietta nella milza dei malati - «che promette di liberare l' Italia dall' oneroso acquisto dei sali di chinino all' estero».

A Palazzo dei Normanni, nella Sala Gialla, gli viene consegnato il dono della città: un' aquila imperiale in argento dorato, e il messaggio del Podestà è tutto un rievocare le antiche glorie della Roma imperiale. Del resto quel dimenticato podestà non è certo un originale, le vittorie di Roma sono la retorica ufficiale del regime. E quell' anno, al Festival del cinema di Venezia il premio per il miglior film lo riceve Scipione l' Africano. Arriva il momento del tanto atteso discorso. Alle 17,45 di venerdì 20 agosto, radiotrasmesso dal Foro italico in tutta la penisola e anche all' estero, il discorso di Mussolini è breve, centrato su due temi: il ruolo della Sicilia imperiale e la difesa dell' impero. è impossibile tacere l' esistenza dei soliti «problemi siciliani», ma il duce manda un eloquente messaggio «ai superstiti antifascisti che girano per il mondo: la Sicilia è fascista fino al midollo!». Sarà la perfetta identità fra l' isola e il fascismo a risolvere ogni residuo problema a cominciare dal più grave, quello dell' acqua. Nella Sicilia diventata centro dell' impero il villaggio rurale liquiderà il latifondo, ci saranno strade e i contadini saranno lieti di vivere nella terra che lavorano, come ovunque nel mondo. Nessun nemico oserà sbarcare nell' isola imperiale, tutto andrà per il meglio. A essere veramente ostile è la Francia, con l' Inghilterra ci sono state solo delle incomprensioni, su cui bisognerà mettersi d' accordo, «si aveva dell' Italia una concezione superficiale e pittoresca, di quel pittoresco che io detesto». Rassicurazioni e minacce si alternano, nello stile tipico di tutti i dittatori. Mussolini rivendica il legame con Berlino, se il mondo vuole stare in pace con l' Italia deve tener conto dell' impero e dell' asse Roma-Berlino. Altrimenti, «l' Italia fascista ha tali forze di ordine spirituale e materiale che può affrontare qualunque destino!». Con vigore fascista, anche da Palermo il duce stava spingendo l' Italia verso il baratro della guerra.
AMELIA CRISANTINO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/08/30/ultimo-viaggio-di-mussolini-in-sicilia.html

 

 

 

 

 

https://www.facebook.com/franz.cannizzo

 

 

1938,LA GIOVENTU' ITALIANA DEL LITTORIO,CATANIA

 

Fu fondata il 29 ottobre 1937 (XVI dell'era fascista) dalle ceneri dei Fasci giovanili di combattimento (18-21 anni), con lo scopo di accrescere la preparazione spirituale, sportiva e militare dei ragazzi italiani fondata sui principi dell'ideologia del regime. In essa confluì anche l'Opera nazionale balilla, creata per i giovani di ambo i sessi dai 6 ai 17 anni, e tutte le organizzazioni che ad essa facevano capo, rispondendo direttamente alla segreteria nazionale del PNF.

Sciolta dopo il 25 luglio 1943, con decreto del Capo del governo del 6 maggio 1944 venne istituito il "Commissariato per la gioventù italiana", il cui fine era provvedere alla conservazione e temporanea amministrazione del patrimonio dell’ex GIL. Nel 1972 la "Gioventù italiana" fu individuata come persona giuridica e riconosciuta come ente pubblico.

 

 

Venne soppressa con L. 18 novembre 1975 n. 764.Formalmente la GIL fu soppressa nel febbraio 1996 dal Parlamento repubblicano.I compiti della GIL a favore dei giovani erano:la preparazione spirituale, sportiva e premilitare;l'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole elementari e medie, secondo i programmi da essa predisposti di concerto con il Ministro dell'Educazione nazionale;

l'istituzione e il funzionamento di corsi, scuole, collegi, accademie, aventi attinenza con le finalità della Gioventù italiana del littorio;l'assistenza svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche, il Patronato scolastico o con altri mezzi disposti dal segretario del PNF;l'organizzazione di viaggi e crociere;la facoltà di istituire e di promuovere l'istituzione di borse di studio e di provvedere alla loro assegnazione;alla GIL spettava anche la vigilanza ed il controllo su tutte le colonie climatiche e istituzioni affini, da chiunque fondate o gestite.

(foto della collezione Franz Cannizzo) 

 

 

L'ARCHITETTURA FASCISTA A CATANIA.

di Rosangela Spina   http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/132.pdf

 


Nell’architettura catanese dell’epoca fascista si verificarono alcuni aspetti interessanti dello stesso problema che coinvolgeva tutta la nazione, ossia il bisogno della rappresentazione volutamente ed esclusivamente italiana di un’ Arte di Regime, discussa attraverso i dibattiti sulla pubblicistica nazionale, le occasioni progettuali e le realizzazioni attuate.
Un inizio particolarmente esemplificativo si ha nella partecipazione catanese alla discussione accesasi in ambito nazionale con la II Esposizione di Architettura Razionale , organizzata nel marzo 1931 a Roma da Pier Maria Bardi e dal gruppo del MIAR, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, la quale vede la partecipazione, tra gli altri esponenti, di alcuni catanesi, tra cui l’architetto Giuseppe Marletta, che in seguito sull’occasione ha modo di spiegare quali erano i termini del problema: ...tra il 1928 e il 1931 al regime fascista facevano comodo, in architettura, sia la tendenza “razionalista”, per quel tanto di giovanile e innovativo che essa conteneva; sia la tendenza “tradizionalista” perché rivalutava, modernizzandola, l’architettura dell’impero romano tanto caro al Duce. Quindi, praticamente, in quel periodo il regime se ne stava alla finestra a guardare quale delle due tendenze architettoniche finisse col prevalere.

 

leggi il resto, qui:


 

ALCUNI ESEMPI IN CITTA'

Casa del Mutilato - Piazza Vincenzo Bellini, architetto Ercole Fischetti (1878-1959) Attualmente : uffici U.S.L. Le statue sono opera degli artisti Salvatore Juvara, Giuseppe D'Angelo e Salvo Giordano. All'interno vi sono pitture di Roberto Rimini. Il portone d'ingresso contornato dai "Signum" con i fregi del Regime e dell'Associazione Mutilati.

Caserma della Guardia di Finanza "Angelo Maiorana". Costruita nel 1933 ha tutt'ora lo stesso utilizzo.
I due Fasci (ai quali è stata eliminata la scure ), i segni della lettera "R" (Regia) lasciati sul fianco di Guardia di Finanza e il bel bassolrilievo raffigurante un Finanziere con il suo berretto all'alpina.

Camera di Commercio (1932), architetto Vincenzo Patanè (1876-1933) Attualmente : stesso utilizzo

 

Scuola Mario Rapisardi - Via Aosta. Sull'ingresso principale ci sono ancora i Fasci . Nel cortile della scuola sul lato di Viale Vittorio Veneto c'è l'anno di costruzione, XI E.F. : 1933 e il bassorilievo raffigurante il libro e i moschetti.

Stadio Cibali (1935). Arch. Raffaele Leone - già dedicato a Cesare Balbo nel 1941, cambiò denominazione nel dopoguerra
 

Case Popolari dell'INCIS in via Ventimiglia (1930). Ing Ernesto De Luca
 


Palazzo di Giustizia (1937 (Fichera)

 

Casa del Balilla Via Plebiscito - EX CasE G.I.L. -
Attualmente sede di scuola materna, elementare e media
 

Palazzo delle Poste sito in via Etnea dirimpetto al Giardino Bellini. Il progetto di Francesco Fichera risale al 1919 ma soltanto nel 1922 si iniziarono i lavori di costruzione.
 


Scuole Elementari Via Caronda.

 

Scuola Filippo Corridoni

Calzaturificio EGA - Ingg. Faro e Agnello - pressi via SS. Trinità - Via Vitt. Emanuele alta

 

LA SEDE DELL'ARCAT-SICILIA IN VIA SARDO, 1

 

LA CASA DEL MUTILATO IN PIAZZA BELLINI

 

la Casa del Balilla, in Via Plebiscito.

 

 

 

 

 

 

L'OPERAZIONE HUSKY (cane da slitta)

 

Il 10 luglio 1943 ha inizio l'operazione Husky, la più grande operazione anfibia della storia: sette divisioni vengono fatte atterrare simultaneamente (in Normandia, un anno dopo, ne furono impiegate solo cinque). Gli Alleati incontrano una scarsa resistenza sulle spiagge tra Gela, Licata e Siracusa e le truppe che invadono il suolo italiano hanno a che fare in prevalenza con i soldati italiani della 6ª armata, male armati e ancor peggio equipaggiati, supportati da un numero esiguo di forze tedesche. Nello stato maggiore tedesco e, ancora di più, in Adolf Hitler prevaleva la convinzione che le truppe americane e inglesi sarebbero sbarcate in Sardegna e in Grecia.

 

 

 

Addirittura la Luftflotte 2, comandata dal feldmaresciallo Von Richthofen era stata spostata dalla Sicilia in Sardegna, proprio in virtù di questa errata valutazione strategica. E tutto ciò nonostante i ripetuti appelli dello stato maggiore italiano a quello tedesco per rinforzare il presidio siciliano. L'isola sarebbe stata l'obiettivo principale delle armate americane e inglesi per colpire immediatamente il "ventre molle dell'Asse". L'uso indiscriminato dei bombardamenti sulle città fu una delle caratteristiche più crudeli della seconda guerra mondiale. Nell' incontro di Casablanca Roosevelt e Churchill decisero, tra l'altro: "una campagna aerea con un'offensiva di bombardamenti più intensa possibile... mirando soprattutto a ridurre a pezzi, oltre le fabbriche belliche, il morale della popolazione civile". E così fu. Da quel momento per la gente non contò più nessuna ideologia, ma la sola sopravvivenza. Dopo ogni raid aereo, le persone si sentivano svuotate, sconfortate, prive di risolutezza. Nei primi giorni di luglio in Sicilia erano presenti circa 260.000 soldati; 175.000 italiani e 28.000 tedeschi tra le truppe combattenti, gli altri addetti ai servizi. La situazione drammatica delle difese dell'isola era già stata evidenziata dal generale Roatta, predecessore di Guzzoni al comando militare dell'isola.

Parlando del prevedibile sbarco alleato, Roatta disse che: "[la difesa costiera] non è in condizioni di impedire lo sbarco, ma solo in misura di ostacolarlo, di ritardarlo e di contenere per un tempo più o meno lungo l'avversario sbarcato". Anche la superiorità aerea alleata era fuori discussione. Infine un altro problema era rappresentato dalle divergenze tra il comando italiano in Sicilia e quello tedesco. Le truppe tedesche erano, in teoria, agli ordini del generale Guzzoni, ma in pratica il comandante italiano dovette indire numerosissime riunioni con gli ufficiali tedeschi che, ancora dubbiosi sullo sbarco in Sicilia, erano comunque discordi sulle località siciliane in cui sarebbe avvenuto quello che per loro restava un ipotetico sbarco. L'unica conclusione a cui poté giungere il generale Guzzoni fu che lo sbarco sarebbe stato, eventualmente, contrastabile solo quando si fossero palesate le vere intenzioni degli alleati. Nelle prime ore del 10 luglio 1943, forze britanniche, canadesi e americane unite assalirono otto spiagge sul litorale sud-est delle dieci mila miglia quadrate di litorale dell'isola. Nel campo della tecnica degli assalti anfibi, "Husky" introdusse un'intera nuova gamma di strumenti per lo sbarco. Fu anche la prima volta che gli alleati facevano uso su grande scala delle truppe trasportate su aerei ed alianti. Questo tipo di sbarco fu però un vero disastro, sia per il fuoco da terra che per la scarsa preparazione dei piloti per questo genere di compiti . La Sicilia segnò anche l'ingresso in Europa dell'esercito statunitense nella seconda guerra mondiale. Combattendo a fianco dei più esperti veterani inglesi del deserto, il soldato americano mostrò ciò che poteva fare. L'operazione Husky si sviluppò in due tronconi:- La 7ª Armata americana del Gen. George S. Patton che, sbarcando nel Golfo di Gela, puntò verso nord- ovest, alla conquista di Palermo per poi ripiegare a oriente lungo la costa settentrionale verso Messina. - L' 8ª Armata britannica del Gen. Sir Bernard Montgomery, che sbarcò nell'estrema punta sud-orientale e da lì risalì verso nord, occupando Siracusa e Catania, per poi ricongiungersi con gli americani a Messina. Gli alleati conquistarono la Sicilia in trentotto giorni e ciò portò alla destituzione di Benito Mussolini e alla resa dell'Italia. Tuttavia fu una vittoria deludente, una "vittoria amara" per gli anglo-americani. Da una parte per via delle ingenti perdite evitabili, subite con le cadute in mare dei paracadutisti, e dall'altra perché non erano riusciti ad impedire la fuga in Calabria dell'esercito tedesco.Una delle cause del mancato coordinamento tra gli inglesi e gli americani fu la rivalità tra il generale inglese Montgomery ed il generale americano Patton. Quest'ultimo, per non sentirsi relegato a un ruolo secondario, invece di accorrere in aiuto a Montgomery, bloccato da una accanita resistenza tedesca a Catania, preferì passare alla storia come il liberatore di Palermo, andando a "liberare" dei territori che ormai erano già stati abbandonati dall'asse. Così, non trovando alcun ostacolo a Messina, le truppe tedesche riuscirono a ritirarsi senza problemi.Alcuni storici sostengono che a causa delle ingenti perdite subite a Gela da parte degli americani, in contrasto con la quasi passeggiata nel siracusano degli inglesi, Patton si infuriò e per ripicca non appena seppe che Montgomery aveva trovato una feroce resistenza sul Simeto, esclamò che era venuto il momento per gli inglesi di "conquistare l'onore in campo con i loro morti" e preferì andarsene in tutt'altra direzione lasciando gli inglesi al loro destino invece di accorrere in loro aiuto.
 

 

LE DEVASTANTI INCURSIONI ALLEATE


I giorni che precedettero lo sbarco furono altrettanto terribili per i siciliani, la regione fu presa d'assalto da tutto ciò che aveva "ali ed eliche", le bombe colpivano massicciamente sia i centri militarmente strategici dell'asse sia i centri abitati o in prossimità di essi, i luoghi di cultura, le piazze i monumenti, un azione dirompente volta a sfiancare il morale dei siciliani e generare quindi il malcontento tra i militari che ormai si battevano per difendersi più che altro. L'aviazione Alleata schierò sullo scacchiere della Sicilia aeroplani che provenivano dall' N.A.T.A.F - Northwest African Tactical Air Force e il N.A.S.A.F - Northwest African Strategic Air Force formati anche da gruppi di volo della R.A.F -Royal Air Force inglese.

L’organizzazione delle forze aeree alleate era molto frazionata in ragione delle aree operative e del tipo di impiego dei velivoli. In Italia operavano contemporaneamente velivoli appartenenti ai segg. comandi: M.A.A.F. (Mediterranean Allied Air Force); N.A.S.A.F. (Northwest African Strategic Air Force); D.A.F. (Desert Air Force); N.A.T.A.F.(Northwest African Tactical Air Force); N.A.T.B.F. (Northwest African Tactical Bomber Force); N.A.C.A.F. (Northwest African Coastal Air Force); M.E.A.C. (Middle East Air Command); M.A.S.A.F. (Mediterranean Allied Strategic Air Force); T.B.F. (Tactical Bombing Force). Inoltre le unità venivano di continuo aggregate o spostate a fronte dei determinati momenti tattici e strategici, per un totale di 2.600 e 2.900 aerei !

Le tecniche usate per il bombardamento erano le stesse che diedero la vittoria agli Anglo-americani nei più disparati teatri, però questa volta si fece un uso massiccio di bombe a grappolo, cioè bombe che collegate assieme garantivano una distruzione totale degli obbiettivi grazie a più deflagazioni. Vennero utilizzati bombardieri sia leggeri - medi - e pesanti, mentre i caccia della difesa aerea servivano per garantire la superiorità aerea del cielo nemico e la scorta agli incursori. Tutti i capoluoghi di provincia furono rase al suolo migliaia i morti tra civili e militari una vera e propria strategia del terrore, e furono interessate anche le piccole isole a sud della Sicilia.
 

 

GLI INCUBI NOTTURNI DEI CATANESI
 

Viker Wellington (R.A.F) Era un bombardiere bimotore, costruito in oltre 11000 esemplari e caratterizzato da una struttura particolare, chiamata "geodetica", su disegno del celebre ingegnere ed inventore britannico Barnes Wallis.Durante la notte fra il 14 ed il 15 Giugno 1943 attaccano gli aeroporti di Milo, Sciacca, Castelvetrano, e Boccadifalco (Palermo). B-17 "Flying Fortress" (U.S.A.A.F) Il Boeing B-17 Flying Fortress (conosciuto anche come Fortezza volante) era un aereo quadrimotore della classe dei bombardieri pesanti, una capacità di fino a 7 T. di bombe. Il 15 Giugno del 1943 attaccano Milo, Sciacca, Castelvetrano, e Boccadifalco l’aeroporto di Chinisia e una stazione radio nei pressi di Marsala. B- 25 "Mitchell" (U.S.A.A.F. / R.A.F.)Il North American B-25 Mitchell era un bombardiere medio bimotore, il 30 Giugno colpiscono l'aeroporto di Sciacca più zone circostanti, mentre i B-17 colpivano Boccadifalco e i Wellington Capo San Marco e una vasta area circostante Messina.
 

B-24 "Liberator" (U.S.A.A.F. / R.A.F)Il Consolidated B-24 Liberator era un bombardiere quadrimotore ad ala medio-alta (adottò un tipo di ala conosciuto come ala Davis, stretta ed allungata, che divenne una sua caratteristica distintiva insieme alla doppia deriva di forma ovale). Il 3 Luglio del 1943 attaccarono assieme ai B-17, Trapani , Marsala compresi gli aereoporti e zone circostanti. B-26 "Marauder" (U.S.A.A.F. / R.A.F./ Francia libera) Il Martin B-26 Marauder ("Predone") era un bombardiere leggero Velivolo dalle elevate prestazioni velocistiche, trovò scarsa popolarità tra gli equipaggi per le difficoltà di pilotaggio rispetto ai connazionali pariclasse (il B-25 Mitchell in particolare). A-20 "Havoc"/"Boston" (U.S.A.A.F. / R.A.F.) Il Douglas A-20/DB-7 Havoc è stato un bombardiere leggero e un caccia notturno.
Gli Havoc assieme ai Marauder e dei gruppi di Wellington tra il 3 al 18 Luglio del 1943 colpirono Sciacca, Trapani, Castelvetrano, Comiso, Termini Imerese, Baglio Rizzo, Biscari, causando centinaia di morti fra i civili e i militari, molte città ancora portano i segni del bombardamento.

 

Il B-17, la fortezza volante.

 

Il più famoso bombardiere degli Stati Uniti usato durante la seconda guerra mondiale. Nel link una pagina dedicata e tutti i siti web dedicati a questo aereo militare protagonista di molte battaglie aeree della seconda guerra mondiale.  Storia, fotografie, caratteristiche tecniche, disegni, armamento del B 17

 http://www.toflyintheworld.com/aerei/aer_ITA/WWII%20ITA/aeri_USAb17.htm

 

 

 

Operazione Husky 70 anni dopo. Le iniziative in programma a Catania

di Giuliana Avila

 

Il 10 luglio 1943 avvenne l’operazione Husky, lo sbarco in Sicilia, imponente operazione militare del secolo scorso, prima dello sbarco in Normandia, undici mesi dopo. Quest’anno, dopo ben 70 anni, viene commemorata con un’iniziativa storico-culturale in molti luoghi della Sicilia. Tante le iniziative anche a Catania.

Il Museo storico dello sbarco in Sicilia 1943, fu ideato e realizzato a Catania, al centro fieristico ‘Le Ciminiere’ di viale Africa, da Nello Musumeci, ex presidente della Provincia Regionale di Catania.

“Abbiamo ricordato una pagina decisiva della nostra storia, reso omaggio ai caduti su entrambi i fronti, in gran parte giovanissimi, e evidenziato il  contributo di sangue di migliaia di civili, spesso dimenticato – racconta Musumeci – Ricordo ancora le polemiche sterili di certi pacifisti, quando fu inaugurato nel 2001. Io non sono pacifista, ma pacifico e proprio al valore della pace sono dedicate due frasi del Papa, all’ingresso e all’uscita del Museo”.

Il Museo ha sempre avuto notevole successo e nel 2012 ha contato 20.615 visitatori, dei quali 2.028 stranieri, 3.335 visitatori italiani non siciliani e 15.271 alunni e docenti in visita scolastica.

LE INIZIATIVE  - A Catania, mercoledì 10 luglio alle ore 9,30 si terrà a Le Ciminiere il convegno “Sicilia 1943, operazione Husky” e nella stessa location si potrà ammirare la mostra-concorso internazionale di modellismo storico ospitata  dall’11 al 21 luglio.

Dal 10 luglio, all’interno de la Galleria del Credito Siciliano di Acireale, si terrà la mostra fotografica “Phil Stern, Sicily 1943”, con ben 70 sue immagini e un centinaio provenienti dall’Imperial war museum di Londra. “Stern, che sarà presente alla mostra, ha accolto con grande disponibilità il nostro progetto di una mostra con le sue foto, a condizione che “facessimo presto”, riferendosi alla sua età – ha ricordato lo storico Ezio Costanzo – che illustrerà gli scatti dell’allora giovane fotoreporter arruolato nei Rangers, che, pur vivendo il dramma della guerra, riuscì ad immortalare con grande anima artistica  le bellezze della Sicilia, soprattutto del territorio di Licata (dalle Due Rocche a Torre di Gaffe).

Proprio a Licata Stern, nelle sale di Palazzo La Lumia, quartier generale delle truppe americane durante l’operazione husky, incontrerà dopo ben 70anni il Barone La Lumia, allora bambino, e ritornerà nei luoghi dell’occupazione anglo-americana che segnarono il suo sbarco in Sicilia. Stern, dopo la guerra divenne famoso per i famosi ritratti dei grandi personaggi del cinema americano come Marilyn Monroe e Marlon.

“Il Museo catanese dello sbarco all’interno del centro fieristico ‘Le Ciminiere’ – ha detto il vicepresidente dell’Ars Salvo Pogliese – e i bunker, rifugi, cimiteri di guerra sono un itinerario capace di interessare e emozionare. Perché ricordare la guerra permette di capire il valore assoluto della pace. Sono stati inviato in tutto il mondo oltre 30.000 pieghevoli in tre lingue con il programma delle manifestazioni, alle associazioni d’arma e degli ex combattenti proprio come strategia di promozione turistica.Un’iniziativa che ci aiuterà a recuperare la memoria di quei giorni senza le lenti deformanti della storiografia ufficiale e che può creare le premesse per un “circuito della memoria”.

http://catania.blogsicilia.it/operazione-husky-70-anni-dopo-le-iniziative-in-programma-a-catania/197321/

 

 

Lo sbarco dei canadesi 70 anni dopo

A piedi da Pachino il 10 luglio e per venti giorni seguiranno i sentieri battuti dai soldati nell'estate del 1943. Saranno in 562, uno per ogni soldato vittima dei combattimenti nell'Isola. Torneranno sui passi dei loro padri.

Anna Rita Rapetta

Roma. Cammineranno, come hanno camminato i loro soldati. Partiranno a piedi da Pachino il 10 luglio e per venti giorni seguiranno i sentieri battuti dalla 1° Divisione di Fanteria canadese nell'estate del 1943 per onorare la memoria dei combattenti e dei caduti durante la Campagna di Sicilia, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
In occasione del settantesimo anniversario dallo Sbarco degli alleati, 562 cittadini canadesi, uno per ogni soldato vittima dei combattimenti nell'Isola, torneranno sui passi dei loro padri per ridare valore a quegli uomini che «davano pugni al di sopra del loro peso».
Tutto nasce dall'idea di un uomo di affari di Montréal, Stephen Gregory, che ieri ha presentato l'iniziativa all'ambasciata del Canada a Roma, assieme alla grande squadra che l'ha aiutato a realizzarla. Il padre di Gregory aveva presto parte ai combattimenti in Sicilia, ma non aveva mai parlato di quell'esperienza in famiglia. Dopo la sua morte, nel 2005, assieme al figlioletto Erik, Gregory conosce un veterano canadese che ha combattuto a fianco di suo padre. Il cannoniere Charles Hunter tesse il racconto di quei difficili giorni lasciando Stephen ed Erik "esterrefatti". La storia colpisce il ragazzino al punto che a scuola propone di presentare una ricerca sulla battaglia di Assoro. Ma il lavoro si rivela subito difficile: del contributo dei soldati canadesi nelle cronache storiche si parla poco. Steve decide quindi di aiutare il figlio e durante le ricerche matura l'idea di dare vita a "OH2013" (Operation Husky 2013), un'associazione che nasce per fare piena luce sugli avvenimenti dell'estate del 1943 e dare il giusto rilievo al ruolo determinante che l'esercito canadese ebbe nella Campagna di Sicilia.
«Contrariamente a quanto scritto fino a poco tempo fa, i soldati canadesi dimostrarono una buona preparazione militare e ottime capacità di combattimento, nonché uno spiccato spirito di corpo che si rivelarono determinati in molti scontri contro un nemico agguerrito e sicuramente più esperto», spiega lo storico Paolo Maria Sbarbada che ha ripercorso le tappe salienti dei primi 38 giorni dell'operazione Husky.
Così fu chiamata in codice l'operazione cominciata all'alba del 10 luglio 1943, il primo sbarco alleato sul suolo italiano. Oltre 23mila soldati canadesi sbarcarono a Pachino, affiancati dalle forze britanniche e statunitensi. E' stato uno dei più grandi sbarchi della storia militare (coinvolse quasi 3mila navi e mezzi da sbarco alleati) ed è stata la prima operazione in cui i canadesi hanno avuto un ruolo autonomo e determinante. Il feldmaresciallo Albert Kesselring comandante delle forze tedesche in Sicilia, in un rapporto inviato a Berlino, rimase impressionato dal valore dimostrato dai soldati canadesi definendoli «esperte truppe di montagna». Dopo settant'anni, i canadesi torneranno su quelle montagne. Porteranno con loro 562 "marcatori", delle targhe alla memoria realizzate dagli studenti delle scuole canadesi per collegare idealmente presente e passato. Il "pellegrinaggio" partirà da quella che in codice fu chiamata "Sugar Beach", a Pachino dove si terrà una celebrazione e la posa della prima pietra di un monumento ai caduti.
Ogni giorno, dal 10 al 30 luglio, Steve Gregory guiderà una delegazione di canadesi e ripercorrerà le tappe più importanti dell'avanzata delle truppe canadesi, come Ispica, Modica, Ragusa, Caltagirone, Piazza Armerina, Enna, Leonforte, Regalbuto, e Agira dove sono stati sepolti circa 500 soldati. Qui si terrà la toccante cerimonia conclusiva. Ogni partecipante a "OH2013" rappresenterà un soldato caduto. I canadesi di ieri saranno chiamati e i canadesi di oggi risponderanno all'appello.
«Se c'è una campana cosmica, suonerà in quel momento», dice Steve.
Nella serata dello stesso giorno presso la Piazza principale del paese, si terrà, un concerto di cornamuse. Sarà una ricostruzione storica del concerto eseguito in quel luogo il 30 luglio 1943 dalla banda reggimentale del "Seaforth Highlanders of Canada" che allora venne ripreso e trasmesso da Peter Stursberg della CBC. Tra i progetti in cantiere, infine, la realizzazione del "Museo dello Sbarco" a Catania.
La Sicilia, 06/07/2013

 

 

 

La campagna di Sicilia impose un elevato tributo di sangue alle forze anglo-statunitensi: circa 22.000 tra morti, feriti e dispersi più 20.000 ammalati di malaria. I tedeschi subirono circa 10.000 perdite, tra morti e prigionieri e gli italiani ebbero 5.000 morti e 116.000 prigionieri (cifra che indica l’inizio della dissoluzione dell’esercito).L’avvio della campagna d’Italia con l’invasione della Sicilia determinò avvenimenti politici che cambiarono la situazione politica dell’Italia: la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 ed il conseguente arresto di Mussolini. Questo determinò, il 3 settembre 1943, la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani. La pubblicizzazione dell’armistizio, avvenuta l’8 settembre successivo, determinò: l’invasione tedesca dell’Italia, la liberazione di Mussolini - prigioniero al Gran Sasso- da parte dei tedeschi, la sua traduzione in Germania, il suo ritorno in Italia il 23 settembre. Tutto ciò che successe poi si sa è stato raccontato da cronisti molto più blasonati di noi, in questo scenario siciliano comunque, secondo il nostro modesto parere, non ci furono ne vincitori ne vinti, ne liberatori e liberati, soprattutto perchè il prezzo pagato da persone innocenti fu alto molti ne piangono le conseguenze ancora oggi, chi vide i propi padri, madri, sorelle, amici, scomparire in un attimo, una pagina scura della II Guerra Mondiale, che va sicuramente ricordata.

 

 

 

 

 
I documenti sull'agente inglese fucilato nel '44 e rimasto sconosciuto per 60 anni. Doppiogioco per coprire lo sbarco alleato in Sicilia

I segreti di John Armstrong. la spia venuta dal nulla
di MARCO PATUCCHI

ROMA - Nel gennaio del 1943 lo sbarco da un sommergibile sulla costa della Sardegna orientale. Diciassette mesi dopo, in un boschetto a nord di Roma, la vita di John Armstrong che finisce con il colpo di un'arma nazista alla nuca. Nel mezzo, carceri, misteri, messaggi cifrati e trattative tra il Vaticano e i fascisti.
Dopo più di sessanta anni di oblio emergono un nome e tracce di biografia del quattordicesimo martire della Storta, l'"inglese sconosciuto" indicato nei libri di storia e sulla lapide che ricorda l'eccidio compiuto il 4 giugno del 1944 dai tedeschi in fuga da Roma mentre gli americani, nelle stesse ore, entravano nella città da sud: un gruppo di prigionieri prelevati dal carcere di via Tasso - tra di loro Bruno Buozzi, sindacalista ed ex deputato socialista - caricati su un camion e poi trucidati in un boschetto al quattordicesimo chilometro della via Cassia.
Frammenti di vita svelati da documenti britannici e italiani, dalle memorie di chi era a Roma nei mesi dell'occupazione nazista e dalle ricerche condotte con certosina pazienza dall'avvocato Domenico Mannironi. Un primo ritratto che l'Ambasciata inglese a Roma - come spiegano due reduci della Seconda Guerra Mondiale, Thomas Huggan e Harry Shindler, consiglieri della legazione - spera di celebrare con picchetto d'onore e Union Jack.
Sappiamo, grazie alle carte consultate nel National Archives di Kew e nell'Archivio dello Stato Maggiore dell'Esercito italiano, che il 10 gennaio del 1943 un sommergibile britannico, il P228 partito da Algeri, sbarca a Capo Sferracavallo, sulla costa sarda della provincia di Nuoro, due agenti del Soe (Special Operation Executive), il braccio operativo dei servizi segreti ideato da Churchill per coordinare le azioni di sabotaggio e di sovversione oltre le linee nemiche. Sono un ex carabiniere italiano, Salvatore Serra, ingaggiato e addestrato dal Soe, e John Armstrong, nome di copertura di Gabor Adler: "Gabriel (altra falsa identità di Adler, che nelle carte risulta figlio di una donna inglese e di un italiano naturalizzato britannico, ndr) era non solo un uomo coraggioso e di stupefacente intelligenza - si legge in un documento del Soe - ma diventò velocemente un operatore radio di prima classe".
Muniti, appunto, di una radiotrasmittente e con la missione di contattare antifascisti per organizzare la reazione al regime di Mussolini, Serra e Armstrong, però, vengono subito catturati dai soldati italiani che trovano nelle loro tasche la lista delle persone da incontrare in Sardegna per le quali, così, si aprono le porte del carcere.
Alcuni di questi nomi li ha forniti agli inglesi del Soe Emilio Lussu, antifascista esule a Londra e futuro membro della Costituente. A chi lo interroga, Armstrong dichiara inizialmente - lo si desume dal diario storico del Sim, il servizio di controspionaggio italiano - di essere un marinaio del sommergibile, sceso a terra per un incidente al posto dell'ufficiale capo-missione rimasto a bordo.
A questo punto le testimonianze e i documenti raccontano che Serra e Armstrong, anche per evitare la fucilazione, scelgono di collaborare con il controspionaggio. Gli inglesi, che nel frattempo hanno appreso della cattura del commando, hanno la sensazione che Armstrong invii messaggi sotto costrizione, ipotizzando dunque un doppio o un triplo gioco. "Mentre in Nord Africa si completavano i preparativi delle nostre truppe di invasione - si legge in un rapporto del Soe - i messaggi e le domande mandate a Gabriel furono realizzati per far credere che l'obiettivo dello sbarco era la Sardegna". Cosa che gli italiani pensarono fino a qualche giorno prima dello sbarco degli Alleati in Sicilia.
Nel maggio del '45 i servizi britannici svolgeranno indagini per conoscere la sorte dei due agenti del Soe e interrogheranno Serra che, passato nel frattempo con le formazioni partigiane piemontesi, ammette di aver collaborato sotto costrizione con il controspionaggio italiano dopo l'arresto in Sardegna e di aver rivisto Armstrong, in buona salute, nel carcere romano di Regina Coeli nel marzo del 1943. Come si evince da un telegramma cifrato, nell'agosto 1944 gli inglesi ritenevano che Armstrong fosse vivo, nelle mani dei tedeschi, durante i giorni precedenti la liberazione di Roma. Poi, nel maggio del 1945, lo considereranno disperso.
La presenza di Armstrong a Regina Coeli sembrerebbe confermata dalle memorie di chi, dopo l'8 settembre del 1943, era nella Roma occupata dai nazisti. In particolare Sam Derry e William Simpson, due ufficiali inglesi fuggiti dai campi di prigionia e diventati collaboratori di monsignor Hug O'Flaherty, il sacerdote irlandese che dal Vaticano organizzava la rete di protezione dei militari alleati sbandati. Gli scritti di Derry e Simpson riferiscono di in un certo "capitano inglese John Armstrong", detenuto da vari mesi a Regina Coeli e che le notizie in possesso della Legazione svizzera danno per condannato a morte: per lui e per lo stesso Simpson, arrestato dai tedeschi poco prima della liberazione di Roma, O'Flaherty prefigura il rilascio nell'ambito di un accordo con Pietro Koch, il comandante dell'omonima banda fascista.
Koch, che si prepara ad abbandonare la città al seguito dei nazisti, ha infatti chiesto al sacerdote irlandese di proteggere la moglie e la madre quando gli Alleati saranno a Roma e, in cambio, si è impegnato a non trasferire al nord i prigionieri di Regina Coeli.
O'Flaherty ha accettato lo scambio, chiedendo come prova di affidabilità l'immediato rilascio di Simpson e di Armstrong. La scarcerazione, però, non si realizza e Simpson, che lascerà Regina Coeli all'arrivo degli Alleati, nelle proprie memorie racconta che Armstrong verrà trasferito nel carcere di via Tasso e, poi, ucciso dai tedeschi in fuga insieme ad altri tredici prigionieri il 4 giugno del 1944. Il nome di Armstrong, peraltro, viene accennato anche da Fulvia Ripa di Meana in "Roma clandestina", diario dell'occupazione nazista pubblicato nell'autunno del '44.
L'"inglese sconosciuto", dunque, sembra avere finalmente un'identità anche se nel puzzle delle ricerche mancano i frammenti che possano svelare la sua vita prima della missione italiana e, soprattutto, il passaggio nelle mani dei nazisti. Il Freedom of Information Act 2000 vieta l'accesso per 84 anni a documenti relativi a persone per le quali non è stata certificata la morte: questo è il caso di Armstrong la cui esistenza è stata ricostruita indirettamente utilizzando le carte riguardanti Serra, e del quale non si conosce nemmeno il luogo di sepoltura. Solo queste carte potranno far coincidere il profilo biografico dell'agente segreto con quello dell'eroe prigioniero dei nazisti nel carcere di via Tasso, venerato simbolo della Resistenza.
http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/spettacoli_e_cultura/lettere-spia/lettere-spia/lettere-spia.html




 

 

ADRANO

 

CENTURIPE

CARLENTINI

MILITELLO

TRECASTAGNI

CATANIA

Eugenia Corsaro, eroina catanese della Resistenza

12 enne invisibile che sabotava la Luftwaffe nazista

CRONACA – Il partigiano originario di Linguaglossa Nunzio Di Francesco, sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen, la definiva «la più giovane martire italiana». È stata giustiziata dai soldati nazifascisti mentre tentava di tagliare i fili della corrente elettrica alla base aerea Gerbini di Catania

 

«La più giovane martire della Resistenza italiana». Nunzio Di Francesco, partigiano originario di Linguaglossa, usava queste parole per definire la piccola Eugenia Corsaro. L'uomo, un sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen, ha fatto la sua esperienza durante la guerra di liberazione nelle brigate Garibaldi in Piemonte fino alla cattura da parte dei nazisti. Nel suo racconto, affidato ad Angelo Sicilia, direttore artistico della Marionettistica popolare siciliana di Palermo e autore dell'opera Testimonianze partigiane, c'è la storia della Resistenza catanese. Una storia in cui Eugenia, uccisa a dodici anni dai soldati nazifascisti e quasi estromessa dalla memoria, occupa un ruolo di rilievo al pari di eroine come Graziella Giuffrida e Salvatrice Benincasa.

 «Essendo piccola di statura - racconta Sicilia - Eugenia Corsaro era quasi invisibile alle sentinelle naziste. Il suo compito era quello di tranciare dei fili elettrici che portavano la corrente all'aeroporto militare Gerbini di Catania». Erano gli anni Trenta e l'Isola si trovava sotto la piena occupazione nazifascista. La base aerea Gerbini era stata ricavata dalla Regia aeronautica tra i campi agricoli della piana di Catania, a una ventina di chilometri dal capoluogo etneo.

 Da qui durante la guerra si alzavano in volo gli aerei della temuta Luftwaffe tedesca per le azioni militari su Malta e contro le navi britanniche. A quei tempi la Resistenza siciliana contava già diversi gruppi organizzati. Uno di questi era proprio attivo nella zona della base aerea con diverse opere di sabotaggio ai danni dell'avamposto nazifascista messe a segno spesso da Corsaro, che a soli 12 anni riusciva a staccare la corrente dell'aeroporto.

 Durante una di queste operazioni, tuttavia, Eugenia è stata scoperta dai nazisti che, dopo averla catturata, la giustiziarono sul posto. «Un atto eroico da parte di uno dei tanti personaggi sconosciuti che la nostra storia ci riserva» lo definisce Sicilia. Una rappresentante di quella Resistenza che prese le basi proprio dall'Isola, grazie anche al sacrificio di tanti cittadini. «Sappiamo da fonti scritte e orali che i nazisti causarono centinaia di stragi nell'Italia continentale - conclude lo scrittore - ma in realtà la stagione delle stragi la iniziarono in Sicilia. La divisione corazzata Goering, che causò decine di eccidi, specie in Toscana, cominciò questo tragico rituale in Sicilia. A Mascalucia, con quattro civili uccisi e a Castiglione di Sicilia, dove i morti furono sedici». E ancora prima dello sbarco degli alleati tante furono le ondate di arresti e deportazioni «al confino e sulle isole, come a Ventotene o addirittura in Africa. E tanti i sacrifici di piccoli eroi comuni come Eugenia».

GABRIELE RUGGIERI 25 APRILE 2016

http://catania.meridionews.it/articolo/42844/eugenia-corsaro-eroina-catanese-della-resistenza-12enne-invisibile-che-sabotava-la-luftwaffe-nazista/

 

 

 

 

Le forze da sbarco, precedute da uno sfortunato lancio di paracadutisti (nessuna delle unità scese nel luogo stabilito e molti parà vennero catturati; inoltre 23 dei 144 Dakota, lungo la rotta di ritorno, sorvolarono le navi alleate e vennero abbattuti perché scambiati per bombardieri dell'Asse) erano protette e scortate da una formidabile flotta combinata.
Supermarina non si assunse la responsabilità di inviare la flotta a difesa dell'isola, rischiandone la totale distruzione, quindi chiese capo di stato maggiore di prendere tale decisione; ne segui una serie di discussioni che non portarono ad alcuna azione operativa.[11] La decisione fu in qualche modo giustificata dal fatto che, in assenza di adeguata copertura aerea, le corazzate e gli incrociatori italiani sarebbero salpati per una missione suicida. Tuttavia neppure i numerosi sommergibili in agguato a sud della Sicilia ottennero risultati: nel corso della campagna di Sicilia la Regia Marina perse i sommergibili Ascianghi, Bronzo, Flutto, Nereide, Argento ed Acciaio con la morte in tutto di 152 uomini, ottenendo come unica contropartita i gravi danneggiamenti degli incrociatori leggeri Cleopatra e Newfoundland e l'affondamento della motocannoniera MGB 641.
 

 

La flotta alleata contava quattro navi da battaglia (Nelson, Rodney, Warspite e Valiant, quest'ultima appena rientrata in servizio dopo l'attacco di Alessandria), più altre due di riserva ad Algeri ("Forza Z" con le corazzate Howe e King George V), le portaerei Formidable e Indomitable, gli incrociatori Orion, Newfoundland, Mauritius e Uganda, gli incrociatori contraerei Aurora, Penelope, Euryalus, Cleopatra, Sirius e Dido, e 27 cacciatorpediniere. Le forze di appoggio diretto contavano 2 monitori, l'incrociatore Dehly, 8 cacciatorpediniere, 4 cannoniere, 5 mezzi da sbarco trasformati in batterie galleggianti, e 6 mezzi da sbarco con lanciarazzi. La US Navy per parte sua schierava cinque incrociatori (USS Boise, USS Savannah, USS Philadelphia, USS Brooklyn e USS Birmingham), oltre a 25 cacciatorpediniere e a un monitore britannico. Da notare anche la presenza tra queste forze di unità appartenenti a paesi occupati, come Olanda e Grecia. Con l'appoggio di queste forze le prime truppe toccarono terra nelle prime ore del 10 luglio.

 

 

"Il cielo si oscurò e le orecchie fischiavano!"  di Ino Biondo
I nonni, gli zii o i parenti che poterono racontare quest'esperienza iniziavano sempre con questa frase. Il 22 Luglio del 1943 gruppi enormi di B-17 e B-25 più un esiguo numero di Wellington Radono al suolo Palermo. Queste furono le parole di mio nonno quando mi raccontava "le cose della guerra" quando da piccolo per stare buono mi sedevo accanto ed incominciava a raccontare le sue storie di ex militare e di uomo coraggioso che per mantenere una promessa attraversò un campo minato andata e ritorno! : -"Gente che scappava da tutte le parti...persone che per la paura restavano immobili in mezzo la strada. Tutti correvano verso i rifugi ce n'era uno vicino la Cattedrale si stava stretti vicini gli uni agli altri lo spazio era poco. I "picciriddi" (bambini in palermitano), piangevano e le loro madri a consolarli c'è chi gli diceva: " stanno giocando non è niente", Palermo era l'Inferno in terra! Odore di cose bruciate e forse di carne bruciata, gente stonata che manco si ricordava il proprio nome! Manco un incubo è così brutto" -. Palermo e la sua gente come mio nonno, era capace, nonostante tutto di commuoversi davanti ad una bandiera, ed esclamare "W l'Italia!" valori che purtroppo oggi risultano per la maggior parte dei ragazzi anacronistici, assurdi ed obsoleti.

 

 

LO SBARCO: GLI USA E LA MAFIA
Vittorio Martinelli
 

Nei primi dieci mesi di guerra i sommergibili tedeschi affondarono nei pressi delle coste dell'Atlantico cinquecento navi statunitensi; era chiaro che venivano riforniti di viveri e di nafta da spie e traditori; marina e controspionaggio si dimostrarono impotenti. Il controspionaggio ebbe l'idea di ricorrere ai servigi della mafia, con la mediazione di Salvatore Lucania (detto “Lucky Luciano”) che stava scontando una condanna a 15 anni. I fratelli Camardos e Frank Costello, con la loro organizzazione mafiosa, riuscirono dove le strutture ufficiali avevano fallito: I'attività filo-nazista fu stroncata.
Da cosa nacque cosa. Abrogati nel 1942 i “decreti Mori” parecchi mafiosi ritornati in Sicilia avviarono contatti con gli “Alleati” che incominciarono ad arruolare uomini d'origine siciliana. A mezzo dei pescherecci, i mafiosi esercitarono lo spionaggio nel Mediterraneo; poi fornirono notizie sulle infrastrutture dell'isola, la dislocazione e la consistenza delle truppe dell'Asse in Sicilia. Del resto perché gli Alleati iniziarono l'invasione dell'Europa meridionale dalla Sicilia, anziché dalla Sardegna o dalla Corsica, dalle quali sarebbe stato agevole effettuare sbarchi in Toscana, Liguria o Provenza?
La tranquillità nelle retrovie delle truppe che sarebbero sbarcate costituiva la preoccupazione principale dei comandi alleati: fu scelta la Sicilia con la certezza di poter contare, sull'appoggio della mafia. Fu quest'ultima ad ospitare dal 1942 il colonnello Charles Poletti, futuro governatore militare, dall'aprile 1943 il colonnello britannico Hancok e un buon numero d'infiltrati italo-americani.
Dalla relazione conclusiva della Commissione antimafia presentata alle Camere il 4 febbraio 1976: “Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell'esercito americano furono inviati nell'isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l'occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa, che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell'isola un numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Ma l'episodio certo più importante è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana.
Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali siano state le vie dell'infiltrazione alleata in Sicilia prima dell'occupazione. Il gangster americano, una volta accettata l'idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell'esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all'occupazione imminente le popolazioni locali. “Luciano” venne graziato nel 1946 “per i grandi servigi resi agli States durante la guerra”. E un fatto che quando il 10 luglio 1943 gli americani sbarcarono sulla costa sud della Sicilia, raggiunsero Palermo in soli sette giorni. Scrisse Michele Pantaleone: “...è storicamente provato che prima e durante le operazioni militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia, la mafia, d'accordo con il gangsterismo americano, s'adoperò per tenere sgombra la via da un mare all'altro...”.
Ancora la Commissione antimafia: "la mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti”.
Scrisse Lamberto Mercuri: “fu in quei mesi che la mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del sole: in realtà non era mai morta, né completamente debellata: le lunghe ed energiche repressioni del prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e vigoria e fugato all'estero i capi più “rappresentativi” e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e legami con l'onorata società dell'isola”.
Nella confusione seguita all'invasione e alla caduta del Fascismo, la mafia vide l'opportunità di riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione con gli alleati. Molti suoi uomini noti ebbero cariche importanti: per esempio, un mafioso celeberrimo, don Calogero Vizzini, fu nominato da un tenente americano sindaco di Villalba; nella cerimonia d'insediamento, fu salutato da grida di “Viva la mafia!”.
“Vito Genovese - scrisse Mack Smith - benché ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti in rapporto a molti delitti compreso l'omicidio, e sebbene avesse servito il fascismo durante la guerra, risultò stranamente essere un ufficiale di collegamento di una unità americana. Egli utilizzò la sua posizione e la sua parentela con elementi della mafia locale per aiutare a rastaurarne l'autorità...”.
Divenne il “braccio destro indigeno” del governatore Poletti, ma una banda ai suoi ordini rubava autocarri militari nel porto di Napoli, li riempiva di farina e zucchero, (pure sottratti agli alleati) che vendeva nelle città vicine. Altri mafiosi, meno noti, divennero interpreti o “uomini di fiducia”. L'atteggiamento del Governo militare fu ispirato a criteri utilitaristici; sta di fatto, però, che quest'apertura verso gli “amici degli amici” permise in breve alla mafia di riorganizzarsi, di riacquistare l'antica, indiscussa influenza. Aveva sempre cercato l'alleanza con il potere (anche con quello fascista, agl'inizi) ma per la prima volta le veniva conferito un crisma di legalità e di ufficialità che le consentiva d'identificarsi con il potere. I “nuovi quadri” saldarono o ripresero solidi legami con la malavita americana, indirizzandosi verso il tipo di criminalità associata “industriale” caratteristico del gangsterismo USA nel periodo tra le due guerre.
Sul numero di aprile di "Volontà" ho riepilogato le vicende della lotta - vittoriosa - condotta dal Fascismo contro la mafia. Il seguito della vicenda dimostra come, grazie agli anglo-americani, la seconda guerra mondiale rappresentò per la mafia l'occasione d'oro per una rigogliosa rinascita, come i fatti hanno dimostrato ampiamente.
Si suol dire oggi, da chi intende sminuirne il successo, che il Fascismo non debellò la mafia, semplicemente la costrinse all'inazione, tant'è vero che poi si ridestò più forte di prima. Se fu poco, perché il regime attuale non perviene al medesimo risultato? Basterebbe. Senza più delitti ed attività criminale, la mafia si ridurrebbe ad una patetica, folcloristica conventicola segreta che non darebbe noia e non farebbe più paura a nessuno.
http://web.tiscali.it/RSI_ANALISI/

 

 

 

I 70 anni dello Sbarco. Convegno e mostra fotografica di Phil Stern per celebrare l'anniversario

 

Le sorti della II Guerra Mondiale furono decise, settanta anni addietro in Sicilia. Il 10 luglio per ricordare quell'epica stagione viene organizzato un convegno di illustri storici alle Ciminiere a corona del quale nella Galleria del Credito Siciliano, ad Acireale, sarà ospitata una mostra di foto d'epoca scattate da Phil Stern, allora giovanissimo corrispondente di guerra, poi divenuto famosissimo come fotografo di Marilyn Monroe e Frank Sinatra. Sarà presente lui stesso: nonostante i suoi 93 anni, vuole ripercorrere i luoghi di quelle giornate ormai leggendarie (la mostra sarà poi visibile alle Ciminiere da metà dicembre per tre mesi). Una folla di altre iniziative tra pubblico e privato si svilupperanno sul medesimo tema e se ne è parlato ieri mattina, sempre alle Ciminiere nel corso di una conferenza stampa condotta dal giornalista Daniele Lo Porto.

Salvo Pogliese, vice-presidente dell'Ars e promotore dell'iniziativa, ne ha condensato la valenza che riguarda la storia passata, ma anche l'economia attuale. «Il Museo storico dello sbarco attivo a Catania da dieci anni, è il secondo al mondo, per estensione tra quelli dedicati alle memorie militari e copre lo spazio di appena 38 giorni con una massa imponente di documenti. Sul piano economico però il numero di visitatori del nostro museo è assai inferiore a quello anche di musei analoghi di rango ed estensione assai limitata». Dunque bisognerà collegare il nostro Museo dello sbarco con altre iniziative, di indagine storica, editoria, collezionismo, di percorsi della memoria, che sfruttino a pieno le immense potenzialità di cui disponiamo, e di questo sviluppo si colgono i primi frutti.

 Ne hanno sottolineato i dettagli Nello Musumeci, che come presidente della Provincia dieci anni fa ne disegnò il piano e le intenzioni; Antonella Liotta, attuale commissario straordinario alla Provincia, Angela Mazzola (assessore comunale) assicurando il sostegno al programma; lo storico Ezio Costanzo, autore di decisivi saggi in materia, annunciando le nuove prospettive di studio; Riccardo Tomasello e Augusto Guzzardi, presidenti di organizzazioni private che hanno collaborato al programma e Ornella Laneri che come presidente della sezione Alberghi e Turismo della Confindustria siciliana ha generosamente finanziato il pellegrinaggio siciliano di Phil Stern.

 

Lo stupore giovanile dietro l'obiettivo di un mitico fotoreporter di guerra

Molti pensano che la storia sia una serie di date e di battaglie. Sbagliano. La storia siamo noi. Lo si capiva ieri: si parlava di fatti lontani, ma la storia palpitava nelle persone. L'esperto di storia militare siciliana Ezio Costanzo, direttore di una collana editoriale primaria nel panorama internazionale, ha ricordato Phil Stern, il mitico reporter dello Sbarco. Allora il fotografo aveva 23 anni e con lo stupore della sua giovinezza in mezzo agli altri giovani che sfidarono la morte (e diecimila ci rimisero la vita) osservava con stupore il mondo siciliano: apparentemente diverso dal suo. Incontra un contadino e come prova di amicizia accenna un saluto nella nostra lingua ricavandolo dal frasario fornito alle truppe. Piccole frasi sgangherate. Ma il siculo risponde con frasi rotonde e ben tornite, con inconfondibile accento americano.

 Il contadino era veramente siciliano, ma era partito dall'Isola ai tempi della fame, aveva impiantato una stireria nel Bronx e dopo alcuni decenni, messa assieme una piccolo fortuna era ritornato nell'Isola, indistinguibile dagli altri siciliani, ma con una bella casa. Un incontro amichevole in tempo di guerra come quelli descritti da Omero? Sì. I contadini fraternizzavano con i Gmen, ne facilitavano le mosse, perché erano paisà: si ritrovavano al di qua dell'Oceano. Nei rapporti ufficiali si trovano ipotesi di connivenze mafiose, di accordi a tavolino che forse non furono immaginati da chi non sapeva spiegare altrimenti la familiarità tra "occupatori" e "occupati". Guardando le foto di allora i volti dei contadini e dei ragazzi con il mitra in mano, certo capiremo assai più che dai teoremi di chi non è mai vissuto nel Bronx o in un paesino siciliano e non sanno quanto si somiglino. Mentre si parlava di queste cose un attento ascoltatore, appassionato di storia siciliana mostra un libriccino con il diario di Nino Bolla, maggiore degli Alpini, nato a Saluzzo comandante della batteria che inchiodò per diversi giorni l'avanzata inglese sul Simeto. Ogni giorno una paginetta di prosa asciutta, senza enfasi guerresca, con la consapevolezza che sulle campagne circostanti, fino alle colline di Motta, si stava decidendo il destino del mondo. Quel libretto, tanto istruttivo fu stampato fortunosamente nel '61: ne è rimasta solo qualche copia nelle biblioteche, e invece dovrebbe essere letta in tutte le scuole per capire senza preconcetti la storia. Il maggiore alpino era stato un eroe della I Guerra Mondiale, nelle dolorose giornate dell'Adamello. E poi si fa avanti un giovanotto dalla sgargiante maglietta rossa, con sopra vistosamente stampigliato "80". È la sua età: all'epoca dello sbarco era un ragazzino. Ha una mano amputata: gliela portò via una bomba in quel luglio di 70 anni fa. Gli Americani dapprima pensarono a un attentato, e si prepararono al contrattacco: poi capirono e soccorsero il ragazzino sanguinante. Lo portarono all'ospedale di campo dove i chirurghi gli amputarono un arto ma gli salvarono la vita. Lì il bambino vide il generale Patton che rimproverava un soldato fifone. Nella guerra ci sono uomini: quando c'è il pericolo si spaventano: se sopravvivono sono felici per sempre e quel giovanotto di 80 gagliarde primavere ha sciolto un inno alla gioia: La vita è bella, l'amore è la felicità».

Sergio Sciacca - La Sicilia, 29/06/2013

 

 

Sotto le bombe del '43 quegli esami superati a tavolino

Il 16 aprile 1943, per trenta studentesse del Liceo Cutelli, fu un giorno "storico". Catania, in quei giorni, viveva la eco e le devastazioni della guerra. «Gli aerei alleati arrivano in stormi così fitti da oscurare il sole, molti palazzi sono rasi al suolo e si contano centinaia di morti e migliaia di feriti; troppo rischioso mandare gli studenti a scuola, cosicché le autorità decidono di chiudere anticipatamente l'anno scolastico e di considerare validi per la promozione i voti conseguiti nel secondo quadrimestre».

 Così, ricorda quei giorni, la signora Maria Maltese Midolo, una delle studentesse della III liceale, sez. A, insieme a Maria Borzì, Agata Giuffrida Finocchiaro (madre della senatrice Anna), Emilia La Ferlita, Grazia Pitrè, Maddalena Politi Asmundo e Pina Verdirame Cutrona. E i suoi ricordi, arrivati con una mail alla nostra redazione, qualche giorno fa, grazie alla solerzia del figlio, che ha voluto raccontarci i suoi ricordi, sono, per un giorno ridiventati il suo presente, quando le sette signore, ormai ottantottenni, hanno deciso di vedersi per una rimpatriata di classe, l'11 giugno. Un incontro davvero significativo, che la signora Maria, al telefono, ci ha raccontato così: « Non ci riconoscevamo più, e dopo 70 anni è comprensibile.

 L'incontro è tutto merito di Maria Borzì, l'unica nubile del gruppo, che ha fatto l'investigatrice, e conoscendo un po' tutte noi e in particolare la mamma della senatrice Finocchiaro, ha deciso di rintracciare le superstiti. Siamo ormai una decina su trenta, di quella classe femminile del Cutelli». Nella mail si legge ancora: «Per noi studentesse della 3° A del Liceo Classico niente esami di maturità, niente patemi d'animo e soprattutto niente "notte prima degli esami"». E in effetti la signora Maria ci confessa la gioia, nell'apprendere la sospensione delle lezioni: «Eravamo felici, un po' perché non ci rendevamo conto, un po' per incoscienza; anche dopo la notizia ci riunivamo e scherzavamo.

Nonostante tutto lo ricordo come uno dei periodi più belli della mia fanciullezza, perché si era così spensierati! Ricordo ad esempio che quando c'era la ronda tedesca, di nascosto noi seguivamo i soldati, senza pensare al pericolo; eravamo sfollati, e in maggioranza ragazzetti, a San Nullo e ci divertivamo la sera a riunirci e scherzare; tra noi c'era pure un ragazzo che aveva preso ad un soldato tedesco un paio di anfibi chiodati, particolarmente rumorosi, per cui spesso si correva nei vicoli più nascosti per evitare di essere scoperti. Io a 17 anni sono stata costretta a lavorare in ufficio con mio padre. Poi decisi di prendere la laurea e di insegnare, e così ho fatto per tutta la vita».

I ricordi di Maria Borzì sono più nitidi, nomi, dettagli, la violenza del bombardamento dove anche la madre è rimasta sepolta per un'ora, fino a quando scavando non sono riusciti a tirarla fuori; ci confida: «Ho mantenuto i rapporti con tutte le mie amiche, forse perché restando nubile sono stata sempre molto più tenace con i miei affetti. Ricordo anche il grande dolore per il prof. Barletta, che ci aveva avuto come alunne al ginnasio, ucciso dagli inglesi, dopo che i tedeschi ci avevano buttato fuori dal liceo, ed eravamo stati costretti a rifugiarci prima al convitto diocesano, poi presso le suore di via Caronda.

Avremmo preferito fare cento esami piuttosto che vivere questa esperienza». Nei ricordi sia dell'una, che dell'altra, dopo una vita passata a crescere figli e nipoti, o semplicemente a preparare i loro alunni alla vita, il rimpianto per quella mancata "notte prima degli esami" è vivido e costante, per questa ragione, nella loro lettera, come anche al telefono ci hanno raccomandato un "in bocca al lupo" speciale per quanti siederanno da lunedì di fronte alla commissione, pronti a sostenere il primo esame della vita, consapevoli di quanto il ricordo di chi l'ha fatto, ma anche il rammarico per chi, in quei tristi giorni, ne è stato privato, possa lasciare la lezione più importante di tutte: "gli esami passano, alcuni non li supererai, altri non li affronterai, ma il peso delle esperienza e delle amicizie riempirà il corso di tutta la tua vita", e dopo 70 anni, il loro esempio lo dimostra.

Samantha Viva - La Sicilia 30/06/2013

 

 

Il 13 e 14 luglio solenne commemorazione del 70° dei bombardamenti. Il ricordo dei bombardamenti a Paternò.

Con le solenni manifestazioni commemorative del 13 e 14 luglio a ricordo del 70° Anniversario dei bombardamenti su Paternò l’Amministrazione Comunale, di concerto con l’Assessorato alla Cultura e la Presidenza del Consiglio,  ha inteso ricordare una delle pagini più drammatiche della storia della città: l’estate del ‘43, come ci testimonia l’omonimo, bellissimo libro che Ezio Costanzo consegnò alla memoria della Città e alle nuove generazioni nel 2001.

A 70 anni dai quei tragici eventi bellici, Paternò, Città insignita nel ’72 con la Medaglia d’Oro al Valore Civile, non ha dimenticato i suoi morti e la sua distruzione, ne fanno fede le testimonianze ancora vivide di chi porta nel corpo e, soprattutto, nell’animo le tracce indelebili di quella tremenda guerra: la stratificazione dei ricordi dei tragici eventi del 14 e 15 luglio è diventata parte integrante dell’identità cittadina, una banca della memoria collettiva che in questo lungo arco di tempo ha contribuito a mantenere vivo in ognuno il ricordo di quella terribile estate.

Era un caldo pomeriggio, intorno alle ore 14 del 14 luglio, inaspettati quanto cruenti bombardamenti da parte degli anglo-americani si abbatterono su Paternò causando la morte di circa trecento inermi cittadini e la distruzione di interi quartieri della città.  Paternò era diventato un obiettivo strategico degli Alleati in quanto Centro dei Comandi Tedeschi ed Italiani e la sua conquista una tappa d’obbligo per arrivare a Catania. A meno di 24 ore dal bombardamento del 14 luglio, e fino al 5 agosto, la città fu nuovamente martoriata da una nuova ondata di bombardamenti che contribuì a compiere  l’opera di morte e distruzione della città.

Dalle macerie delle case venivano estratti centinaia e centinaia di morti, una stima approssimativa parlò di tremila, addirittura di cinquemila morti; i feriti, circa un migliaio, trovarono  ricovero presso l’ospedale  S.S. Salvatore, altri vennero collocati nell’ospedale da campo che fu approntato presso  il Giardino Moncada, la villa comunale; la gente, in massa, sfollava verso la vicina Ragalna e le campagne vicinori, accolta con generosità dagli abitanti di quei luoghi. Il Giardino  Moncada, fu teatro di uno dei più efferati eventi di quei terribili giorni: l’incendio dell’ospedaletto da campo ivi impiantato, sembra intenzionalmente voluto  dalle truppe tedesche in ritirata, dove perirono centinaia di feriti civili e militari. Per onor di cronaca è giusto registrare che la tesi dell’incendio si contrappone  con quella che, invece, l’ospedale bruciò in conseguenza dei bombardamenti.

Nell’ immane rogo, trovò la morte anche un eroico frate cappuccino, padre Vincenzo Ravazzini, che, piuttosto che fuggire da quell’inferno, restò fino all’ultimo a portare conforto ai feriti. E a lui la Città, nella persona del Sindaco Mauro Mangano, nella solenne cerimonia religiosa del 14 luglio celebrata proprio alla Villa Comunale, ha  inteso esprimere la propria eterna gratitudine deponendo una corona d’alloro sulla stele che ricorda il suo martirio.

Sui fili della memoria si intrecciano decine e decine di testimonianze di quanti allora bambini o giovinetti vissero quei tremendi eventi e a tutt’oggi ne rappresentano la memoria vivente. Una storia in cui convivono orrore e nobili sentimenti è quella raccontata dalla signora Agata  Di Bella di 86 anni , allora una bellissima sedicenne , che avvalora la tesi dell’incendio doloso all’ospedaletto: “Ricordo ancora lucidamente il 14 luglio del ’43, quando la nostra casa, sita in Via Altarino presso  u’paisi  novu.fu bombardata. In verità- racconta la signora- l’evento poteva essere, in qualche modo,  arginato in quanto i Comandi italiani la mattina del 14 luglio fecero cadere da un aereo su Paternò dei volantini in cui si preannunciava l’imminente bombardamento della città.

Ma la gente non diede la dovuta importanza al pre-allarme in quanto Paternò non era considerata una zona strategica e gli allarmi passavano addirittura inosservati da noi cittadini. Quel giorno mio padre era al lavoro e a casa c’eravamo io con le mie due sorelline più piccole e mia madre la quale , per sicurezza, pensò bene di preparare sotto il grande letto matrimoniale una sorta di rifugio ottenuto accatastando “trispiti”, tavole di legno e materassi e questo espediente ci salvò  la vita. Quando i primi soccorsi arrivarono ai loro occhi si presentò uno spettacolo agghiacciante: la nostra casa, colpita dalle bombe, era crollata! Fummo miracolosamente salvate da sotto le macerie grazie al fatto che io mi misi disperatamente a scavare e all’improvviso una mano macchiata di sangue, la mia mano, sbucò fuori dai cumuli di pietre e detriti e indicò ai soccorritori che sotto le macerie c’era gente ancora viva! Poiché riportammo varie ferite, venimmo ricoverate all’ospedaletto da campo approntato alla villa comunale, dove prestava servizio un giovane carabiniere che si innamorò… di me! E a questo dolce sentimento la mia famiglia deve la vita: il carabiniere, avendo saputo che l’ospedale sarebbe stato bruciato ci aiutò a scappare e grazie a questo coraggioso, nobile gesto oggi sono qui a raccontarvi la mia testimonianza di quella indelebile, terribile estate del ’43!”

Agata Rizzo

http://www.lalba.info/2013/07/ricordati-a-paterno-i-tragici-eventi-dellestate-del-43/

 

 

 

 Metti un bagno sulla spiaggia dello Sbarco del '43

La stagione estiva coincide, come ogni anno, con il periodo migliore per lo sviluppo turistico e balneare di Licata. La città si anima di vita e si ritrova lungo i ventiquattro chilometri delle sue spiagge e nel suo mare. Il tratto costiero che dalla Playa porta a Torre di Gaffe nella bella stagione rappresenta il punto nevralgico di una città che sta tentando in tutti i modi di darsi una vocazione turistica. È da leggere in quest'ottica il notevole incremento nella costruzione di lidi balneari e strutture ricettive sorti praticamente in tutte le spiagge licatesi negli ultimi decenni. Mollarella, La Rocca, Pisciotto, Marianello sono solo quattro degli arenili licatesi più rinomati e che fanno registrare ogni anno un numero di presenze di bagnanti elevatissimo. A fruire maggiormente delle bellezze marine licatesi sono ovviamente i residenti in città, ma l'arrivo dell'estate porta a Licata anche molti residenti nell'hinterland attratti dalla possibilità di fare il bagno nelle acque licatesi o di prendere una tintarella. Il turismo estivo è indubbiamente fonte di reddito importante per la città con numerosi lidi balneari che sfruttano al massimo (in alcune estati più lunghe del solito anche per cinque mesi) le temperature alte per affittare sdraio e ombrelloni oltre ai classici casotti. C'è poi al vaglio un'idea, strettamente connessa alle spiagge licatesi, per dare il «la» alla nascita di un museo dello sbarco alleato. Gli arenili licatesi hanno infatti anche una valenza storica non indifferente essendo state il primo sito toccato durante l' «Operazione Husky» quando, nella notte tra il 9 e 10 luglio, la Settima Armata statunitense comandata dal generale Patton diede il via alle operazioni di sbarco nelle spiagge prestabilite. Alle 2,57 nella spiaggia di Mollarella e Poliscia toccarono terra i primi carri armati americani che sarebbero poi risaliti lungo tutta la Penisola per liberare l'Italia. Tornando alla descrizione degli arenili, da oriente verso occidente sono rinomate e frequentatissime le spiagge di Poggio di Guardia e della Playa. Attraversato il fiume Salso e la grande zona portuale, si passa dalla bellissima e lunghissima baia di Marianello, famosa anche per i caratteristici calanchi di natura argillosa, per arrivare via mare alle Balatazze, insenatura famosa per gli scogli piatti che affiorano dal mare, e ancora Lavanghe, Nicolizia e Caduta. Si arriva poi alla sabbiosa Baia di Mollarella, spiaggia frequentatissima e ricca di stabilimenti balneari, che termina con la rocca di Mollachella, penisoletta sul mare, unita alla terraferma da una lingua di sabbia, attraverso la quale si arriva alla Poliscia. Da qui, dopo un intermezzo di scogli, ci si tuffa nel mare di San Nicola, con la caratteristica rocca che prende il nome del Santo e la bellissima e lunghissima spiaggia del Pisciotto che termina sotto la Torre di Gaffe. Il litorale di Licata si presenta ampio bellissimo e variegato, i visitatori ne rimangono attratti per il mare pulito, per la bellezza delle spiagge e per il fascino delle coste frastagliate dominate dalle colline che fanno da contorno a un panorama invidiabile e da valorizzare al meglio. Finora le bellezze naturali non sempre hanno fatto da volano per l'economia e solo negli ultimi anni il mirino di investitori e imprenditori si è puntato sulla città con l'apertura di un imponente villaggio turistico e di alcuni alberghi di prestigio in zona Playa. La bellezza del mare e della costa licatese è sotto gli occhi di tutti e chi viene a trascorrere le proprie vacanze in città va via sempre con il proposito di tornarci in futuro. La valorizzazione delle risorse naturali deve necessariamente essere la base dello sviluppo turistico e di conseguenza economico di una città che, sfruttando un clima favorevole e mite anche in inverno, dovrebbe poter mantenersi di turismo praticamente per tutto l'anno.

La Sicilia - 30/06/2013

 

 

IL PONTE A PRIMOSOLE. LA SCOMMESSA DI MONTGOMERY SU CATANIA
 

Per il 12 luglio fu chiaro a Kesserling e Guzzoni che la 6a Armata non aveva altra scelta che quella di mettersi in difesa. Solo la Sicilia orientale doveva essere mantenuta, quella occidentale doveva essere abbandonata. Guzzoni pianificò di ridurre il suo fronte ad una linea che attraversasse l’angolo nord orientale dell’isola. Le forze già in contatto con il nemico dovevano ritirarsi nella metà orientale di questa linea da Catania a Nicosia mentre quelle che si ritiravano da Palermo dovevano occupare la metà occidentale da Nicosia a Santo Stefano nella costa settentrionale.
Il successo di questa manovra dipendeva dalla prevenzione di un’irruzione alleata nella cerniera orientale Catania e su un veloce collegamento tra ‘ Kampfgruppe Schmalz ’ e la Divisione ‘ Hermann Goering ’. Tra le due formazioni c’era un vuoto di 18 miglia.
Nel frattempo i rinforzi erano per strada. L’11 luglio, Hitler aveva deciso di mandare due divisioni in Sicilia: la 29 Divisione ‘ Panzergrenadier ’, già in Italia, e la 1a Divisione ‘ Fallschirm-jager ’ di stanza nel sud della Francia e che doveva subito essere trasportata in aereo in Sicilia. La sera del 12 luglio, il suo primo contingente ‘ Fallschirmjager-Regiment 3 ’, fece un lancio da manuale a sud di Catania e fu immediatamente trasportato a sud sotto il controllo di ‘ Kampfgruppe Schmalz ’. Ulteriori rinforzi aerei dovevano arrivare il giorno dopo.
Il 10 luglio, ‘ Kampfgruppe Schmalz ’ aveva fermato la 5a Divisione inglese a Priolo, a metà strada tra Siracusa e Augusta. Consapevole del fatto che la sua forza era troppo piccola per resistere all’infinito o per ridurre lo spazio tra lui e la Divisione ‘ H. Goering ’, Oberst W. Schmalz decise di combattere un’azione ritardante lungo la statale costiera 114. Per tutto l’11 luglio egli trattenne la 5a Divisione.
Durante la notte egli si ritirò su una linea di difesa centrata su Lentini. Il ritiro scoprì il porto di Augusta e consentì alla 5a Divisione di entrare, il giorno dopo, nella base navale. Questo non fu l’unico successo del “ 13 Corps ”. La 50a Divisione, sulla sinistra si era spostata a nord da Avola attraverso Cassibile e Floridia ed aveva raggiunto Sortino.
I ‘ 30 Corps ’ di Leese allora avevano fatto conquiste perfino migliori: entro il D+1, egli aveva liberato l’intera penisola di Pachino nella quale rimaneva poca resistenza; il 12 luglio la 1a Divisione Canadese contattò la 45a Divisione statunitense a Ragusa e si spostò dieci miglia oltre a Giarratana; la 51a Divisione avanzò da Noto e prese Palazzolo Acreide; entro l’imbrunire la 23a Brigata Armata , che guidava l’avanzamento della divisione, era alle porte di Vizzini.
Reso ottimista da queste, apparentemente, facili conquiste, il 12 luglio Montgomery fece un nuovo piano. Il piano della campagna per la Sicilia, era alquanto vago. Questo considerava che, una volta stabilita una sicura testa di ponte, entrambe le armate avrebbero avanzato verso nord, con la Settima Armata che girava da ovest intorno all’Etna e l’Ottava Armata che spingeva attraverso l’Etna e la costa orientale.
Questa manovra avrebbe tagliato l’isola in due, intrappolato tutte le truppe del nemico nella Sicilia occidentale ed accerchiato tutte le forze dell’Asse che si trovavano nella sua parte orientale. Adesso, Montgomery ebbe la sensazione di poter utilizzare entrambe le tenaglie solo con l’Ottava Armata. Invece di far operare entrambi i 13 e 30 ‘ Corps ’ su di un asse nella costa orientale, ora decise di spostare i 30 ’ Corps ’ verso ovest.
Il suo sforzo principale si concentrava adesso con i 13 ‘ Corps ’ di Dempsey: egli sentiva che se avesse agito con rapidità, avrebbe potuto conquistare la piana di Catania con uno slancio rapido. Per velocizzare questo avanzamento, egli ordinò due operazioni speciali, entrambe designate a catturare ponti importanti sulla strada per Catania: un commando di terra doveva assicurarsi un ponte a Lentini ed uno sbarco dal cielo il ponte proprio a sud di Catania, il ponte Primosole.
La nuova offensiva di 13 ’ Corps ’ doveva iniziare il 13 luglio.
Secondo il nuovo piano di Montgomery, il 30 ‘ Corps ’ doveva allo stesso tempo girare verso l’interno, intorno al lato occidentale dell’Etna, via Enna, Leonforte e di seguito a Nicosia e Randazzo. Senza attendere l’approvazione di Alexander, Montgomery diresse Leese per inviare le sue divisioni all’interno via Caltagirone, Enna e Leonforte.
Per questo cambio di missione, 30 ’ Corps ’ richiesero la statale 124, la Vizzini - Caltagirone, che apparteneva alla Settima Armata. Montgomery, comunque dimenticò di far sapere agli americani sia il suo nuovo piano sia il fatto che egli si stava spostando direttamente attraverso il loro fronte, così il 13 luglio si verificò una situazione confusa sulla strada statale 124 poiché sia i II ‘ Corps ’ di Bradley che i 30 di Leese, erano in testa verso lo stesso obiettivo di Vizzini.
Questo episodio fu conosciuto come ‘ la grande disputa del confine ’. Alexander inasprì la situazione nelle prime ore del 14 luglio, quando messo di fronte ad un fatto già compiuto da Montgomery, egli ‘ post facto ’ approvò i cambiamenti di piano di Monty e impartì una nuova direttiva che dava la strada statale 124 agli inglesi. Fu una decisione che da sempre ha suscitato controversie. Di recente uno storico l’ha definita “ la decisione più fuorviante presa dagli Alleati in Sicilia ”.
 

 

Innanzitutto, quando l’ordine fu dato, i 30 ‘ Corps ’ dovevano ancora prendere Vizzini; mentre la 45a Divisione era a circa 90 Km dalla strada in discussione; era pronta per colpire a Vizzini ed in una posizione migliore rispetto ai 30 ‘ Corps ’ per prendere Caltagirone. Adesso erano stati costretti ad abbandonare l’attacco. Inoltre, poiché a loro non era concesso di usare la strada statale 124 per i loro spostamenti verso ovest, essi dovettero ritornare alle loro spiagge per ottenere il loro nuovo settore.
Nella notte tra il 12 e 13 luglio, dopo che le guarnigioni italiane erano fuggite verso nord nel totale scompiglio, la17esima Brigata entrò, senza trovare opposizione, nel porto navale di Augusta: i distruttori Exmoor e Kanaris in realtà erano entrati nel porto prima che le truppe arrivassero. In secondo luogo, lo spostamento di Monty si rivelò essere basato su di un prematuro ottimismo.
Il piano dei 30 ‘ Corps ’ era per la 51a Divisione quello di prendere Vizzini dopo di che la 1a Divisione canadese doveva attraversare loro e prendere Caltagirone. Vizzini, comunque, si rivelò una dura noce da schiacciare. Appollaiata in alto su di una cresta a coltello, fu la prima di molte altre fortezze naturali sulle quali i tedeschi ancorarono la loro resistenza in Sicilia. Il suo possesso era vitale per loro per assicurare la fuga della Divisione ‘ H. Goering ’ verso est e per due giorni il battaglione di divisione e quello dei ‘ Panzergrenadier ’ resistette caparbiamente ad ogni assalto della 51a Divisione.

 

 

Quando Vizzini finalmente cadde e i canadesi, il 15 luglio, iniziarono la loro avanzata lungo la strada statale 124, essi furono trattenuti a Grammichele. Nuovamente, sebbene si trovasse in perfetta posizione per sostenere i canadesi, l’artiglieria americana non poté fare nulla perché aveva ricevuto severe istruzioni di non sparare entro un miglio dalla strada, per timore di colpire accidentalmente gli inglesi.
Su un ampio piano il nuovo schema di Montgomery diede all’Ottava Armata l’uso di tutte le strade per Messina e ridusse le attività della Settima Armata alla parte sud occidentale dell’isola. In effetti esso relegava gli americani al ruolo di protettori del fianco sinistro degli inglesi. Non sorprendentemente, Patton, Bradley e gli altri Comandanti americani rimasero offesi dalla decisione di Alexander, ma Patton la accettò con insolita umiltà.
L’offensiva dei 13 ‘ Corps ’, l’offerta di Montgomery per Catania, iniziò il 13 luglio quando la 50a Divisione, rinforzata dalla 4a Brigata Armata, lanciò la sua marcia a nord di Sortino. Comunque, quando la sua divisione non riuscì ad oltrepassare il monte Pancali, strenuamente difeso dal ‘ kampfgruppe Schmalz ’ , il Generale Kirkman capì che egli non sarebbe stato in grado di rispettare la sua tabella di marcia per il soccorso della forza del commando e di quella aerotrasportata la quale stava atterrando di fronte a lui. Quella sera il Commando n.3 atterrò dietro le linee nemiche nella Baia di Agnone. Combattendo e facendosi strada attraverso il Reggimento n.3 ‘ Fallschirmjager ’, essi raggiunsero e presero il Ponte dei Malati, tre miglia a nord di Lentini, alle 3 del mattino circa del 14 luglio e spostarono le cariche di attacco. Pesantemente contrattaccati e con continue ed in aumento perdite, i commandos si aggrapparono caparbiamente al ponte, finché non furono cacciati via nel pomeriggio.

 

 

I sopravvissuti si divisero in piccoli gruppi e presero la strada verso sud. Poco dopo, la 50a divisione raggiunse il posto. Essi erano stati nuovamente trattenuti per tutto il giorno, questa volta a Lentini. Fortunatamente i tedeschi che si ritiravano in fretta non avevano avuto il tempo di distruggere il ponte e gli inglesi furono in grado di riprenderselo intatto. La notte prima a 10 miglia a nord, la 1a Brigata paracadutisti inglese si era lanciata intorno al ponte Primosole sul lato verso il fiume Simeto.
Sfortunatamente, solo poche ore prima il primo Battaglione ‘ Fallschirmjager ’( il secondo contingente della stessa divisione) era atterrato a Catania e aveva preso posizione proprio a sud del ponte, quasi in cima ad una delle zone di lancio previste dagli inglesi.
‘Ponte del Commando n. 3’, il Ponte dei Malati sul fiume Lentini sulla strada principale per Catania. Nella notte tra il 13 e 14 luglio, il Commando n. 3 (Tenente Colonnello J. F. Durnford- Slater) atterrò dietro le linee nemiche e, dopo una marcia di combattimento attraverso la campagna, attaccò il ponte, superando con successo gli occupanti dei quattro fortini che facevano la guardia a questa estremità. Essi tolsero le cariche ma con i tedeschi che contrattaccarono all’improvviso con mortai e carri armati ‘ Tiger ’, non riuscirono a prendere l’estremità meridionale.
Dopo aver resistito per gran parte del giorno, e senza alcun segnale di soccorso da parte della 50a Divisione, i sopravvissuti furono costretti a dividersi in piccoli gruppi e cercare da soli le linee amiche. Il Commando aveva pagato un alto prezzo: 28 uccisi, 66 feriti e 59 dispersi, ma la loro resistenza aveva impedito ai tedeschi di distruggere il ponte. Verso le 5 di sera, la 5a ‘ East Yorks ’ raggiunse il ponte alle calcagna dei tedeschi in fuga e lo prese intatto. Negli anni scorsi è stato costruito un nuovo ponte a fianco del vecchio.
Dopo l’azione, Montgomery ordinò a Durnford- Slater : ” Voglio che tu prenda la migliore pietra da costruzione della città. Voglio che tu faccia incidere ‘ No. 3 Commando Bridge ’ su un buon pezzo di pietra. Fai che questa pietra venga inserita nella costruzione del ponte ”. Difatti due identiche lastre, una per ciascun parapetto, furono fatte e incassate con il cemento. Entrambe rimangono fino ad oggi, nessuno che attraversa questo ponte dimenticato in una parte deserta e desolata della Sicilia le nota.
L’operazione Primosole fu la quarta sconfitta dell’aviazione alleata in Sicilia. Sotto il fuoco della flotta amica e di un forte fianco nemico sulla costa, i trasportatori di truppe si dispersero del tutto. Dei 126 aerei di paracadutisti, solo 39 lanciarono i loro carichi entro un miglio dalla DZs.

Dei 19 alianti, solo quattro atterrarono vicino al ponte. Su di un totale di 1.856 solo 295 uomini raggiunsero l’obiettivo, ancora queste truppe catturarono il ponte ed occuparono il terreno al di sotto di esso.
Le truppe tedesche ( il battaglione MG sulla sponda sud, dopo la compagnia divisionale il terzo contingente aereo ) reagirono in maniera furiosa. Il piccolo gruppo dei ‘ Red Devils ’ inglesi cercarono di fare resistenza sul ponte per tutto il giorno. A sera si ritirarono su di un’altura sul lato sud del fiume da dove potevano coprire il fiume con il fuoco ed impedire ai tedeschi di danneggiarlo.
Nel frattempo, più a sud, Oberst Schmalz decise di evacuare le posizioni di Lentini. Cominciando il 14 luglio, si ritirò dietro il fiume Simeto. ( una delle sue unità, il Reggimento 3 ‘ Fallschirmjager ’, trovò la strada di fuga bloccata. Costretta a lasciare indietro tutte le proprie armi pesanti e di trasporto, e marciando furtivamente di notte, essi non raggiunsero le linee amiche che il 17 luglio ). Ciò aprì la strada ai 13 ‘ Corps ’. Alle 7.30 circa di sera del 14 luglio, il primo Sherman della 44a ‘ Royal Tanks ’, che trasportava la 50a Divisione, raggiunse i parà assediati.
La 1a Fanteria li giunse due ore dopo. Comunque, essi erano stanchi come cani, dopo una marcia di 20 miglia e non in condizione per un rapido scontro contro il ponte. Quella sera il primo battaglione ‘ Fallschirmjager – Pionier ’ ( quarto contingente ) saltò sul campo di volo di Catania e rafforzò il perimetro tedesco intorno alle due estremità del ponte conteso.
Il mattino successivo, un assalto convenzionale e frontale della fanteria da parte della 9a Fanteria Leggera ‘ Durham ’ fu fatto a pezzi dai paracadutisti tedeschi. I ‘ Durhams ’ persero 100 uomini, inclusi 34 uccisi.
Ufficiali della Para Brigata che avevano osservato il fallimento, convinsero i comandanti della fanteria/carri ad abbandonare un secondo tentativo alla luce del giorno. Il Tenente Colonnello A: Pearson della 1 Parà, conosceva un posto, a circa 400m a monte, dove il Simeto poteva essere passato a guado e quella notte condusse lì l’8a DLI. L’attacco colse i tedeschi di sorpresa e i ‘ Durhams ’ conquistarono una posizione sicura sull’estremità settentrionale del ponte. Ma ciò fu tutto.

I carri che, dopo l’alba, cercarono di rafforzarli furono abbattuti dagli 88mmche facevano tiro al bersaglio. Per tutto il 16 valorosi combattimenti corpo a corpo infuriarono tra i vigneti e gli aranceti a nord del fiume.

 Nella notte tra il 16 e 17 luglio, la 6a e 9a ‘ Durhams ’ passò attraverso lo stesso guado. Le posizioni dei tedeschi furono rafforzate anche dall’arrivo del 4° Reggimento ‘ Fallschirmjagen ’ che era piombato lì quella notte. La terribile battaglia continuò per tutto il 17.
Dopo tre giorni di aspri combattimenti, la testa di ponte della 50a Divisione si allargò per soli 10 Km circa a nord del ponte. Entro quel momento i tedeschi avevano reso la strada statale 114 a nord del ponte una trappola mortale e avevano stabilito una dura linea di difesa lungo una strada laterale un po’ infossata, il Fosso Bottaceto. Un attacco da parte della 168a Brigata, nella notte tra il 17 ed il 18 luglio, portò pochi progressi.
Il Ponte di Primosole che attraversa il Simeto, dove l’Ottava Armata combatté la sua battaglia più amara dell’intera campagna di Sicilia; dove le truppe paracadutiste inglesi ‘ Red Devils ’ combatterono contro quelle tedesche ‘ Green Devils Fallschirmjager ’; dove l’avanzata di Montgomery verso Catania fu bloccata in maniera gelida, a sette miglia dall’obiettivo.
Il ponte di Primosole fu preso prima dalla Brigata 1 Paracadutisti, che si lanciò nella notte tra il 13 e 14 luglio, ma costretta a smettere la sera dopo. Dopo che la 50a Divisione ebbe soccorso i parà, un attacco frontale alla luce del giorno, proveniente dalla 151a Brigata ‘ Durham ’ contro i ‘ Fellschirmjager ’ finì in un sanguinoso disastro. Tre giorni di ulteriori battaglie non portarono nulla a termine. I ‘ Berkshires ’ sostituirono i ‘ Durhams ’ il 17 luglio ed ebbero il loro battesimo del fuoco quella stessa notte in un attacco che soffrì molte perdite e portò pochi guadagni.
La battaglia per il ponte di Primosole finì in un punto morto. I tedeschi lasciarono sul campo di battaglia 300 morti e 155 furono fatti prigionieri. La 151a Brigata ‘ Durham ’ da sola perse 500 uomini, feriti e dispersi. La scommessa di Montgomery su Catania era fallita. per le tre settimane successive qui la linea sarebbe rimasta sempre uguale. Quando fu chiaro che l’irruzione dei 13 “ Corps ” non sarebbe riuscita, Montgomery spostò la sua attenzione verso il ‘gancio sinistro’ intorno all’Etna con i 30 “ Corps ”.
I canadesi che avevano preso Caltagirone il 15 e Piazza Armerina il 17, stavano continuando la loro avanzata verso Enna e Leonforte. La 231a Brigata condotta alla destra dei canadesi doveva dirigersi verso Agira e la 51a Divisione fu diretta verso l’attraversamento del fiume Dittaino, la cattura dei vitali campi di volo di Gerbini e l’avanzamento su Paternò. Per mantenere la pressione alta sul fronte 13 “ Corps ”, la 5a Divisione fu ordinata intorno al fianco sinistro dell’esausta 50a Divisione e attaccò Misterbianco, una città appena ad ovest di Catania.
Comunque, per adesso, la posizione tedesca era molto forte. Il 15 luglio, ‘ Kampfgruppe Schmalz ’ aveva infine contattato la Divisione ‘ H. Goering ’ e le due formazioni adesso occupavano una linea continua lungo il Simeto ed il suo affluente, il Dittaino.
Il 19 luglio, la 5a Divisione attraversò il Simeto sotto un pesante fuoco, ma fu incapace di irrompere e raggiungere Misterbianco. Più ad ovest, la 51a Divisione stabilì due piccole teste di ponte sul Dittaino, una a Sferro e l’altra a Gerbini. A Sferro, le ‘ H. Goering ’ bloccarono con efficacia ogni ulteriore avanzata. A Gerbini, gli ‘ Highlanders ’ attaccarono l’aerodromo il 20 luglio, ma il giorno successivo furono respinti verso posizioni a sud di esso da un potente contrattacco. Il 21 luglio , Montgomery impartì istruzioni per tutte le formazioni dell’Ottava Armata, tranne per la 1a Divisione canadese, di assumere un ruolo di difesa lungo la linea del fiume Simeto e Dittaino.
Alla fine fu chiaro a Montgomery che il suo esercito non era forte abbastanza per poter circondare l’Etna da entrambi i lati. Di conseguenza, egli ebbe il permesso di Alexander di portare nella sua riserva la 78a Divisione da Sousse, in Tunisia. Egli pianificò di impiegarla nella zona dei 30 ‘ Corps ’. Se fosse stato possibile portare una pressione maggiore lì, egli sentiva che i tedeschi si sarebbero ritirati dalle loro posizioni di Catania.
La 78a Divisione, comunque, non sarebbe stata pronta prima del 1 agosto. In quel giorno Montgomery sperava di iniziare la sua offensiva finale. Fino ad allora, 13 ‘ Corps ’ dovevano tenersi nascosti per vigilare l’attività finalizzata a mantenere i tedeschi impegnati a Catania. Per i 30 ‘ Corps’ ci fu ancora un altro cambio. Fu quello di continuare a spingere la 1a Divisione canadese intorno all’Etna, comunque non attraverso Leonforte, Agira e Regalbuto. Questo improvviso cambiamento da nord a nord- est significò che i canadesi dovevano passare per il duro punto della città di Enna.
Comunque alla loro sinistra, II ‘ Corps ’ statunitense stava spingendo verso nord, verso l’altipiano intorno Caltanissetta e l’attraversamento di Enna avrebbe lasciato una pericolosa minaccia per il fianco destro americano. Ci fu un po’ di confusione prima che Bradley e Leese non chiarirono la questione di chi fosse responsabile per la cattura della cittadella vecchia. Gli americani non persero tempo nello svuotare la tasca e la 1a Divisione prese Enna il 20 luglio.
Dal 18-21 luglio, la 51a Divisione combatté un’aspra battaglia con la ‘ H. Goering’ per entrare nella piana di Catania a Sferro, una piccola ferrovia di smistamento del villaggio. Dopo aver attraversato il Dittaino, gli ‘ Highlanders ’ furono attaccati per un giorno intero, prima di entrare, alla fine, nel villaggio. Incapaci di andare oltre, il 21 luglio alla divisione fu ordinato di mettersi in difesa. Il memoriale che guarda sopra il campo di battaglia di Sferro fu costruito immediatamente dopo la fine della campagna siciliana e scoperto il 4 novembre del ’43, poco prima che la 51a lasciasse il mediterraneo alla volta della Gran Bretagna. La cattura del porto di Porto Empedocle da parte del 3° ‘ Rangers ’ il 16 luglio, fu l’introduzione dell’avanzata della Settima Armata nella Sicilia occidentale e a Palermo.

http://www.primopachino.it/sbarco/index.htm

 

 

 

L'assalto degli Arditi al ponte Primosole per contrastare l'avanzata degli Inglesi La Sicilia, 15 Luglio 2013

 

In occasione del 70° anniversario dello sbarco in Sicilia la sezione Anpd'I di Catania, da sempre attenta al ricordo dei sui caduti e delle battaglie che hanno visto protagonista la Folgore, come a El Alamein e ai Piani dello Zillastro, ha organizzato anche qui in Sicilia una manifestazione a ricordo dei caduti dell'estate del 1943. Nell'operazione «Husky» le forze paracadutiste, anche se non italiane, ebbero un ruolo importante e non dobbiamo dimenticarci, che proprio le zone intorno al vecchio ponte Primosole, fuorno una vasta drop zone con lancio di guerra sia da parte dei Diavoli verdi tedeschi, inviati in supporto alle proprie truppe di instanza all'aereoporto di Catania, immediatamente dopo le prime notizie dello sbarco, e sia da parte dei Diavoli rossi inglesi, che scelsero inconsapevoli la medesima zona lancio.

Ma mentre tutti conoscono questi eventi non tutti sanno del ruolo che ebbero in quei giorni gli Arditi, che si diedero da fare per contrastare, come solo loro sapevano fare, l'avanzata inglese nella Sicilia orientale e proprio al ponte Primosole si distinsero per il loro coraggio. Visto che oggi gli eredi di quei soldati sono quelli appartenenti al IX reggimento colonnello Moschin, quindi quei reparti delle forze speciali punta di diamante della Brigata Folgore, la sezione, ieri, si é raccolta nel loro ricordo nei pressi del monumento italiano del nastro azzurro al Ponte Primosole, monumento che é stato adottato dai soci che si impegneranno anche a tenerlo pulito, nel decoro che questi luoghi meritano.

Questo momento ha assunto particolare valore perché ha permesso di ricordare degli uomini e delle azioni che le memorie storiche tendono ad omettere e che difficilmente si trovano nelle pubblicazioni straniere o vengono normalmente attribuite ai tedeschi e solo pochi storici locali ne parlano.

 

 

Nella cerimonia é stata ricordata l'azione, per cui gli Arditi del II battaglione del X reggimento con 3 compagnie di stanza ad Acireale passeranno alla storia, e cioè l'assalto al ponte di Primosole compiuto la notte del 14 luglio 1943. I paracadutisti inglesi, con l'operazione «Marston tonight», avevano occupato il ponte mentre poco piú a nord, protetti dal fosso Buttaceto, i tedeschi e gli italiani resistevano. Ma dell'azione degli Arditi così lo storico Tullio Marcon ne riporta i fatti: «Un paio di camionette del II battaglione Arditi, con comando ad Acireale, al comando del sottotenente Donìa si trovava in perlustrazione già alle 21,30 sulle rive del fiume Simeto. Il reparto godeva di una certa fama presso i tedeschi, che chiesero così a Donìa di aiutarli a riprendere il ponte. Donìa chiamato per radio il maggiore Marcianò che lasció subito il comando di battaglione, si diresse su Primosole alla testa di 3 pattuglie della 113ª compagnia, ognuna con 2 camionette ed un totale di 56 uomini armati di mitragliatrici e coraggio da vendere. Alle 01,45 le 6 camionette (al comando del capitano Paradisi) imboccarono il ponte a tutta velocità percorrendolo in un baleno e raggiungendo l'altra parte dove stava l'avanguardia inglese, che in preda al panico si diede alla fuga verso il Bivio Jazzotto (dove stava il grosso della brigata). La reazione inglese peró non tardó ad arrivare e fu particolarmente violenta a colpi di mortaio, riuscendo così a distruggere 4 delle 6 camionette. Gli Arditi, circondati, non smisero mai di sparare all'impazzata, quindi a bordo delle 2 camionette superstiti tornarono verso le proprie retrovie. L'azione duró 1 ora e 40 minuti, procuró al nemico numerose perdite assicurando al battaglione tedesco la ripresa del ponte di Primosole, infatti gli inglesi furono ricacciati indietro, al bivio Jazzotto. Il bilancio di quell'azione fu di 5 Arditi morti, 4 feriti e 16 dispersi". (T. Marcon, "Assalto a Tre Ponti, da Cassibile al Simeto nel Luglio 1943", Ediprint 1993).

Vi furono 2 medaglie d'oro al valor militare alla memoria, il tenente Duse e l'Ardito Maccarrone, 2 medaglie di bronzo al valor militare per C. M. D'Amico e l'ardito Basso, mentre tra i sopravvissuti ebbero l'argento il capitano Paradisi, i tenenti Taini e Friozzi e l'ardito Gironi mentre il bronzo venne assegnato al sottotenente Bartolozzi, il S. M. Badalamenti, i sergenti Olivati e Castoldi e gli arditi Furlan e Napolitano.

Proprio per ricordare questi momenti é stata organizzata una marcia della memoria, dal Ponte dei Malati quindi seguendo il vecchio tracciato della SS114 che attraversa le colline di San Demetrio si é raggiunto il Bivio Jazzotto per finire presso il monumento dei caduti italiani al Ponte Primosole dove si é svolta la celebrazione realigiosa celebrata dal cappellano militare del 62° reggimento Sicilia della caserma Sommaruga, nonché cappellano dell'Anpd'I, don Alfio Spampinato che ha ricordato lo spirito dell'Ardito con il motto «Ardito! Il tuo nome vuol dire coraggio, forza e lealtà; la tua missione è vincere, ad ogni costo».

 

 

 

3 AGOSTO 1943, PEDARA E MASCALUCIA. INIZIA LA RESISTENZA AI TEDESCHI.


Il 25 Luglio la dittatura fascista era caduta. Implosa, “sotto” le orrende devastazioni umane e materiali della nefastaa guerra scatenata. Mussolini, arrestato; da un catanese, il capitano dei carabinieri Vigneri.
Giorno 3 agosto, l’enorme risentimento contro la guerra e il disprezzo verso i tedeschi accumulato dal popolo siciliano esplose in due paesini alle falde dell’Etna, a pochi Chilometri da Catania..
Inoltre, non venivano più sopportate le continue razzie messe in opera dai tedeschi. Fu una vera e propria rivolta popolare.
Per prima “ esplose” Mascalucia, dove stazionavano circa 2000 soldati tedeschi. Nel paese era presente un nucleo di sodati italiani, addetti alle fotoelettriche.
Soldati tedeschi, dopo avere sottratto la motocicletta ad un miliare italiano portaordini e il fallito tentativo di rubare i quattro cavalli del carrettiere Bonaccorso, tentarono di rapinare i cavalli ad una famiglia catanese ( Amato) - sfollata nel paese -; spararono, provocando un morto ed un ferito. In un altro punto del paese, in un casolare, un tedesco ubriaco sparò, uccidendo il soldato Giuseppe La Marra. Successivamente i tedeschi uccisero un altro soldato italiano, Francesco Wagner, ventiduenne mantovano.
I componenti della famiglia Amato – di mestiere, armieri, avevano un deposito nel paese – risposero con le armi. Fu il “segnale” dell’inizio della resistenza popolare.
In breve molti cittadini armati di fucili e pistole ( distribuiti dalla famiglia Amato, prelevate dal proprio deposito di armieri) scesero per le strade, sparando ai soldati tedeschi. Molti colpi furono tirati dalle terrazze delle case e dal campanile della chiesa principale del paese. Ai cittadini si affiancarono i soldati italiani, i carabinieri e i Vigili del fuoco, sfollati da Catania. I soldati portarono altre armi e bombe a mano.

La sparatoria durò circa quattro ore. Armi di vario tipo, munizioni e camionette furono catturate ai tedeschi.
I tedeschi, dopo avere lasciato diversi caduti – quattordici, raccontano le cronache dell’epoca, vari cadaveri non furono mai ritrovati -, si ritirarono dal paese. Rimasero uccisi un cittadino del paese e due soldati italiani tra i tanti che si erano schierati con gli abitanti.
Il 17 agosto del 2007, davanti il Palazzo di Città, una lapide è stata inaugurata per commemorare la resistenza dei coraggiosi abitanti di Mascalucia ai nazisti.
Durante la stessa giornata , a pochi chilometri di distanza, a Pedara, dopo che un contadino aveva ucciso, a colpi di pietre, un soldato tedesco – un altro rimane ferito – in difesa del proprio mulo preda del razziatore, scoppia la rabbia popolare. Parecchi giovani si armano ( oltre ai fucili personali altre armi furono date dai carabinieri), dislocandosi tra le vie del paese. I tedeschi, ricevuti rinforzi, occuparono il paese, iniziando un vero e proprio rastrellamento. Arrestarono 13 cittadini, portati successivamente in una località montana di Zafferana nell’albergo “Airone”, requisito dai tedeschi. Furono lasciati liberi il 10 agosto, quando i tedeschi furono costretti ad abbandonare quelle posizioni.
Ormai i soldati tedeschi, incalzati dalle truppe Alleate, sono allo sbando. Lasciano Zafferana, liberata definitivamente l’8 agosto. Il giorno prima la liberazione aveva toccato Mascalucia.
http://anpicatania.wordpress.com/2010/08/03/3-agosto-1943-pedara-e-mascalucia-%E2%80%93-provincia-di-catania-%E2%80%93-inizia-la-resistenza-ai-tedeschi/

 

 

L’insurrezione contro i tedeschi in difesa della roba, di Salvatore Scalia
Il titolo del libro è perentorio “La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara. ” Il testo lo è altrettanto. L’autore Nicola Musumarra, che si avvale della presentazione di Rosario Mangiameli e della prefazione di Graziano Motta, non ha dubbi sul fatto che il 3 agosto del 1943 nei due paesini etnei si verificarono episodi di lotta ! partigiana e che i protagonisti meritino con l’assegnazione di una medaglia d’oro un riconoscimento nazionale per il contributo alla liberazione dal nazifascismo. La sua tesi, dovuta a carità di patria e passione civile, è che se quella data non è entrata nell’epopea resistenziale ciò si deve al trasformismo delle classi dirigenti, transitate dal fascismo alla democrazia senza colpo ferire, nonché alla consuetudine degli storici di far cominciare la Resistenza dopo l’otto settembre del ‘43.


La sicurezza e l’enfasi con cui l’autore sostiene la sua idea sono elementi essenziali alla costruzione di una memoria resistenziale che di fatti nasce a posteriori, molti anni dopo gli avvenimenti, e che diviene narrazione unitaria in cui tutto converge a creare martiri ed eroi. In realtà la prima commemorazione dei fatti di Mascalucia e Pedara come atti di Resistenza risale al 1977. Fino ad allora se ne aveva una memoria frantumata e confusa. E nessuno, benché esistesse localmente ! una cultura resistenziale e benché ci fossero state delle ammi! nistrazioni di sinistra, collegava quegli avvenimenti alla guerra partigiana contro fascisti e nazisti che insanguinò il Nord Italia dal settembre del ‘43 all’aprile del 1945. A Mascalucia neanche i militanti del Pci avevano inglobato nella loro memoria bellica quell’episodio che pure vantava una consistente tradizione orale. La Resistenza appariva altra cosa rispetto all’insurrezione spontanea durata una giornata.
E infatti Rosario Mangiameli, docente di storia all’università di Catania e studioso della Resistenza, inserisce quegli avvenimenti nel clima di confusione seguito allo sbarco degli alleati in Sicilia, il 10 luglio del ‘43, e alla conseguente caduta di Mussolini il 25 luglio. Badoglio aveva annunciato che la guerra continuava, ma nell’aria c’era il sentore della disfatta. Davanti agli alleati l’esercito italiano si è squagliato. I tedeschi sconfitti dagli inglesi nella piana di Catania sono in ritirata, diffidano degli italiani, fanno razzia di qualsiasi cosa! e soprattutto, per raggiungere Messina, tentano di impadronirsi di ogni mezzo di trasporto, dagli autocarri ai muli.
A Mascalucia si imbracciarono le armi per difendere la roba. Non si sparò in generale ai tedeschi, che restavano formalmente ancora alleati degli italiani, ma solo a quelli di loro che l’avidità o la necessità avevano trasformato in predatori. Né tantomeno furono presi di mira i fascisti, anzi il podestà fece da mediatore. Ci furono tre morti italiani, il numero dei tedeschi è approssimativo, le testimonianze sono discordanti, comunque Musumarra accredita la tesi che ne siano stati uccisi quattordici, ma non sono mai stati trovati altrettanti cadaveri.
Si cominciò di buon mattino con il tentativo di due tedeschi di impadronirsi di un autocarro a cui, prudentemente, era stata tolta la batteria. L’intervento del soldato Francesco Wagner, originario di Mantova e addetto alla fotoelettrica antiaerea collocata tra Mascalucia e Gravina, fece fallire la! requisizione. Più tardi fu egli stesso derubato della moto Gilera in d! otazione, ma andò a recuperarla con le armi in pugno. Poi fu assassinato da un tedesco, sorpreso a rubare, che stava portando in caserma senza averlo disarmato.
Il tentativo di impadronirsi di tre cavalli causò la sparatoria intorno alla villa degli Amato Aloisio, armieri di Catania sfollati in paese. Fu ucciso Giovanni Amato, un ottantenne che, parlando il tedesco, era uscito per parlamentare con i soldati del Reich. La terza vittima italiana fu il soldato Giuseppe La Marra ammazzato perché tentava di opporsi all’incursione in una villa. Nella tradizione orale entrarono anche improbabili tentativi di violenze alle donne e qualcuno ha chiamato in causa anche l’intervento miracoloso dei cani, protetti da San Vito, patrono del paese.
Ci furono altre sparatorie e tentativi di ritorsione. La mediazione del maresciallo Francesco Gringeri e del comandante dei vigili del fuoco Orazio Szmankò evitarono che il paese fosse messo a ferro e a fuoco. Restarono nella memoria i nomi di quanti si distinsero quel giorno: Sebastiano e Francesco Sottile, Andrea Consoli, Ascenzio Reina, il parroco Arcangelo Longo, il barbiere Gaetano Fragalà e il pompiere Tommaso Nicolosi che disarmò un ufficiale tedesco. Quella pistola il figlio Severino la conserva ancora. In seguito l’unico a essere riconosciuto come l’eroe della giornata fu il soldatino ventunenne Francesco Wagner. Per anni mani pietose portarono fiori alla sua tomba nel cimitero di Mascalucia.
A Pedara Alfio Venturo uccise un tedesco che gli aveva sottratto il mulo e poi, per paura, fuggì in campagna. Qui i tedeschi presero tredici ostaggi che rilasciarono sia per intercessione delle autorità ecclesiastiche sia perché tra loro c’erano dei fascisti. La strategia delle rappresaglie, da esercito occupante e non più alleato, i tedeschi la inaugurarono pochi giorni dopo, il 12 agosto, a Castiglione di Sicilia uccidendo sedici persone. Furono anche presi trecento ostaggi che poi furono lasciati li! beri. Fu la prima strage nazista, la cui memoria fu rimossa e occultata! nell’”Armadio della vergogna”, in cui sono rimasti nascosti i fascicoli sui crimini dei nazisti. Ciò per effetto della Guerra Fredda e per non turbare le nuove alleanze internazionali. Nessuno è stato processato o indagato per quella sanguinosa rappresaglia. La ribellione di quel 3 agosto del 1943 merita di essere ricordata, ma senza sovrapporre modelli posteriori. La Resistenza, come organizzazione ideologica e lotta armata di lungo periodo, fu altra cosa. Quel giorno a Mascalucia e a Pedara non ci si ribellò al nazifascismo ma all’arroganza e ai saccheggi dei soldati tedeschi in fuga.

http://www.ienesiciliane.it/spettacoli-cultura/6314-la-resistenza-italiana-in-sicilia-i-martiri-e-gli-eroi-di-mascalucia-e-pedara-apprezzamento-della-critica-per-il-libro-di-nicola-musumarra.html

 


GIUSEPPE CATANZARO, L'INGEGNERE FUCILATO AI DUE OBELlSCHl
La fucilazione del capomanipolo (nella milizia fascista questo grado corrispondeva a quello di tenente dell'esercito) Giuseppe Catanzaro, è sicuramente uno degli episodi più tristi e scellerati che si verificarono nell'ultimo conflitto mondiale. E' avvenuto a Barriera, nella piazza dove sono ubicati i Due Obelischi.
Quando Giuseppe Catanzaro, che da civile svolgeva la professione di ingegnere, il 15 giugno del 1943 fu posto innanzi all' Obelisco destro per essere fucilato da un plotone d'esecuzione allestito in tutta fretta, molte delle persone che assistettero alla tragedia si chiesero di quale tremenda colpa si fosse macchiato quell'uomo per meritare un "trattamento" così feroce proprio quando le sorti della guerra sembravano ormai delinearsi con chiarezza.
Secondo quanto riferiscono le cronache, in quei giorni Giuseppe Catanzaro si sarebbe trovato al comando della batteria 483 S.l A mart (di stanza alla  Barriera) già ridotta dai violenti combattimenti dei giorni precedenti, in condizioni di resa. Mancavano uomini e armi e, pertanto, data la situazione, ricevette l'ordine di ripiegare verso Messina. Catanzaro ubbidì e agì di conseguenza. Successivamente però, ecco un contr'ordine: "Ritornate alla batteria, perché da un momento all'altro arriveranno i rinforzi tedeschi per organizzare la resistenza nel tentativo di respingere il nemico". Catanzaro, colto di sorpresa, dovette fare i conti col malumore dei pochi uomini rimastigli e con la scarsezza di armi e munizioni che durante la precipitosa ritirata avevano abbandonato. Tuttavia, dopo un primo momento di esitazione, il capomanipolo obbedì.

Giunto a Barriera, Giuseppe Catanzaro venne però arrestato e condotto al comando difesa Porto che si trovava nell'ex residenza benedettina. Ad attenderlo ci fu il generale Passalacqua ed altri ufficiali. All'accusa di aver distrutto mezzi bellici dinanzi al nemico, in quello che a poco a poco andava assumendo sempre più i contorni di un processo sommario, Catanzaro oppose una disperata quanto inutile difesa. In breve tempo, si passò alla fucilazione.


Chi assistette all'esecuzione, affermò che il condannato "scaricato" dalla camionetta militare come un "sacco di patate", appariva incredulo di fronte a quella spietata realtà. Fino all'ultimo momento di vita dovette chiedersi se quella non fosse stata soltanto una messa in scena. E invece no. Quando i fucili tuonarono, stramazzò al suolo privo di vita e in un lago di sangue.
Più che macchia di una "disonorata carriera militare", s'era lasciato dietro il profondo dolore della giovane moglie e dei due figlioletti ancora in tenere età. Come accerterà quindici anni più tardi la Corte di Cassazione: non di tradimento si era trattato (come invece risultava dalla motivazione che aveva portato alla condanna), ma di un fatale errore verificatosi nelle concitate fasi della guerra. Restituendo l'onore al soldato, il Tribunale credette di aver fatto, una volta per tutte, chiarezza su quell'infausto episodio.
Ma il sospetto che il Catanzaro avesse pagato di persona l'errato comportamento di un superiore o, peggio, essere stato vittima di un'oscura e assurda congiura ordita ai suoi danni, fu forte. I familiari, che avevano sperato in un minimo di giustizia nell'azione legale intentata contro il generale Passalacqua, firmatario della condanna a morte, per un vizio procedurale in sede civile si videro negare persino il risarcimento richiesto. Sulla vicenda, poi, calò definitivamente il sipario. I possibili responsabili, schivando la giustizia degli uomini, la fecero franca.
Oggi quei Due Obelischi borbonici sono noti non soltanto per essere stati eretti, nel 1935, a ricordo dell'apertura della strada che doveva condurre sull 'Etna, ma anche per questo toccante episodio che concluse nel peggiore dei modi una guerra fin troppo amara.
Terminato il conflitto, poco distante il luogo dell'esecuzione, una mano pietosa collocò una pianta d'alloro; forse, per "non dimenticare". Oggi questa pianta non esiste più perché col cambiamento urbanistico della zona anche i simboli sono spariti.
Agli inizi del 1980 il Comune di Catania, adempiendo a un giusto doveroso riconoscimento, decise di intitolare a Giuseppe Catanzaro la piazza in cui venne fucilato.

di Salvatore Nicolosi da "Immagini di Catania"  di Consoli-Nicolosi - raccolto in "Barriera-Canalicchio. Storia, evoluzione e immagini di un quartiere" di Santo Privitera

 

 

 

Sicilia, 10 luglio 1943: e se la strage l’hanno fatta i Liberatori?

Le stragi dimenticate.

 

10 luglio Sicilia, 1943. I civili vengono fatti allineare a bordo strada, un sergente imbraccia un mitra e li falcia. Cadono in 37. Ma il fucilatore non è il solito tedesco con il tipico elmetto grigio calcato sugli occhi. E’ un G.I. americano, di quelli che al ritmo dello swing liberavano l’Europa regalando cioccolata, gomme da masticare e Lucky Strike alle popolazioni affamate e sinistrate dai bombardamenti. Quella strage non fu un caso isolato. Anzi. Ma per l’Italia fu un caso dimenticato. Finché il nipote di uno di quei 37 sfortunati «italian sons of bitches» non si è improvvisato storico…
di Luciano Garibaldi, da “Storia in Rete” n. 27
E’ uscito un libro di cui pochi hanno parlato ma che svela una importante pagina della nostra storia recente, ingiustamente dimenticata. Stiamo parlando di «Le stragi dimenticate», dedicato ai massacri compiuti dagli americani subito dopo lo sbarco in Sicilia. Una sorta di «armadio della vergogna» di cui non si sospettava neppure l’esistenza. Lo ha scritto Gianfranco Ciriacono, (che lo ha dovuto pubblicare privatamente e a sue spese). Ciriacono è un appassionato studioso di storia, ma le motivazioni che lo hanno spinto ad intraprendere questa ricerca sembrano principalmente influenzate dall’esperienza personale. Infatti suo nonno paterno era nel gruppo di contadini trucidati dagli americani nel luglio del ’43 nei pressi di Piano Stella. Suo padre, allora appena un ragazzino, si salvò solo perché uno dei soldati, un attimo prima di sparare, lo tolse dal gruppo e gli intimò di andar via.
Ciriacono, ricorda la prima volta che sentì parlare nella sua famiglia di questo episodio?
«Sin da bambino, mi chiedevo perché non avessi un nonno con cui giocare come tutti gli altri miei amichetti. Poi, crescendo, ho iniziato le ricerche che mi hanno portato a scoprire gli eccidi americani in Sicilia. Oltre alle motivazioni sentimentali, occorreva recuperare una pagina di memoria ignorata dalla storiografia ufficiale. Era opportuno dare voce a coloro che normalmente non lasciano tracce nella “storia”. Chi vince una guerra acquista – di fatto – anche il diritto a non essere giudicato per come si è comportato durante il conflitto: è la legge del più forte. Ma chi ha perduto, ingiustamente, i propri familiari, ha diritto alla giustizia? Ha diritto alla verità? Nei confronti dei tedeschi, il governo italiano ha rivendicato – e ottenuto – di processare ufficiali della Wehrmacht responsabili di massacri atroci. Io, con il mio libro “Le stragi dimenticate”, ho cercato di dare voce a vittime innocenti di cui non si conosceva neppure l’esistenza».
A un certo punto del libro, lei riporta notizie di violenze e stupri sulla popolazione civile che sarebbero stati perpetrati soprattutto da soldati americani di origine italiana. Quale documento ha letto? Su quali fonti si basa questa informazione?
«A raccontare degli stupri, così come delle violenze perpetrate nei confronti della popolazione civile inerme, sono gli atti della Corte Marziale americana. La struttura giudiziaria militare americana (JAG Branch) con giurisdizione sui reati commessi dai soldati in quell’ambito, ha processato diverse centinaia di soldati. Nella fattispecie, le mie informazioni provengono dagli interrogatori di alcuni membri della 45a Divisione che parteciparono allo sbarco e che raccontano come le peggiori atrocità furono commesse da soldati italo-americani. Altri scritti memorialistici, sempre in mio possesso, raccontano peraltro di molti altri italo-americani che si prodigarono per aiutare i propri conterranei sconfitti».
Il libro si sofferma sulla distribuzione delle terre che il regime fascista aveva attuato in quella parte della Sicilia sud orientale. Suo nonno, contadino bracciante, aveva ottenuto un piccolo podere con altre famiglie che appunto costituivano la nuova comunità “coloniale” di Piano Stella, in provincia di Agrigento. Poveri contadini che effettivamente avevano ricevuto un aiuto concreto da Mussolini. Potrebbe questo spiegare l’accanimento dei soldati americani contro di loro?
«Lo escludo. Nelle giornate immediatamente precedenti lo sbarco, gli abitanti dei borghi colonici avevano cercato di nascondere tutti gli orpelli che potevano ricondurre alle strutture al fascismo. Era gente umile e aveva mostrato sin dall’inizio la propria umanità nei confronti dei soldati americani. Basti pensare che, nelle ore precedenti la strage, mio nonno, assieme ad altri, aveva prestato le prime cure ad un paracadutista americano rimasto ferito ad una gamba. Tutto questo nonostante la presenza di truppe tedesche sul territorio. Purtroppo, la sincera umanità dimostrata dai coloni di Piano Stella fu contraccambiata dalla cieca ed immotivata ferocia delle truppe americane».

Oltre alla strage di contadini di cui faceva parte il nonno dell’autore, nel libro si racconta che furono trucidati dagli americani soldati italiani presi prigioneri. Eccone una sintesi. Nei pressi dell’aeroporto di Biscari, il 14 luglio, il capitano John Compton (comandante di una compagnia di fanteria) «ordinò di uccidere i prigionieri», un gruppo di trentasei italiani, «parecchi dei quali indossavano abiti civili.

«Lo stesso giorno un’altra compagnia di fanteria catturò quarantacinque italiani e tre tedeschi. Un sottufficiale, il sergente Horac T. West, ricevette l’ordine di scortare trentasette italiani nelle retrovie perché fossero interrogati dal Servizio S-2 del Reggimento. Dopo circa un chilometro e mezzo di strada, il sergente ordinò al gruppo di fermarsi e di spostarsi verso la carreggiata, dove i componenti furono allineati. Spiegando che avrebbe ucciso quei «sons of bitches», il sergente si fece dare un fucile mitragliatore Thompson dal suo caporalmaggiore e, freddamente, eliminò gli sventurati italiani».
Lei, per ricostruire gli episodi, é riuscito a risalire ai documenti della Corte Marziale americana. Alla fine, solo West fu giudicato colpevole, scontando comunque solo pochi mesi di prigione per poi tornare a combattere, sempre in Italia. Per quale motivo, secondo lei, la giustizia militare americana, pur avendo subito individuato e processato i colpevoli di quei crimini, non andò fino in fondo?
Lo sbarco in Sicilia, Operazione Husky«Dai documenti in mio possesso si evince un interessamento delle alte sfere militari per non far trapelare nulla agli organi di stampa. Esiste un carteggio tra il generale Patton e il suo vice Bradley in cui il primo cerca di dissuadere Bradley di rendere pubblica la vicenda di Biscari. Tra i documenti si trovano anche lettere del futuro presidente Eisenhower e di membri del Congresso con cui si chiedeva una revisione del processo. Nei due processi celebrati si cercò di salvaguardare gli ufficiali. Infatti l’unico ad essere condannato fu il sergente West».
Nel libro, lei ricostruisce i primi giorni dello sbarco, lo stress dei soldati che prima avevano affrontato una tempesta in mare, il sergente West che non dorme da tre giorni… Secondo una delle testimonianze conservate nei documenti della Corte Marziale, alcuni commilitoni di West lo descrivono come “fuori di testa”. Lui, un soldato della Guardia Nazionale dell’Alabama, con due figli, di colpo si trasforma in un terribile assassino assetato di sangue. Come si spiega?
«Quell’uomo aveva pagato a duro prezzo la crisi del ’29. Era un cuoco affermato, ma aveva perduto il lavoro e sofferto la fame. Così, aveva preferito imbracciare un fucile mitragliatore, più che per liberare l’Europa dal giogo nazifascista, per cercare una rivincita economico-sociale. Questa la mia interpretazione, rafforzata dalla considerazione che, tra gli americani, c’erano parecchi volontari ormai non più giovanissimi, tutti travolti – chi più chi meno – dalla crisi economica del ’29».
Cosa è successo a West e Compton dopo la guerra? Hanno avuto una vita normale, o anche la loro vita è stata segnata da quegli episodi, come poi avverrà a molti reduci dal Vietnam?
«Il Capitano Compton, dai documenti in mio possesso, morì durante lo sbarco di Salerno del settembre 1943. Della vita del sergente West poco si sa. So soltanto che, prima la Procura Militare di Padova, e poi quella di Palermo, competente territorialmente, hanno chiesto all’Interpol di accertare che fine abbiano fatto sette militari che parteciparono alle stragi».
E’ rimasto il mistero dei resti di quei poveri soldati italiani, molti originari della provincia di Brescia, che non furono mai ritrovati. Lei é riuscito a sapere dove sono sepolti? Il governo italiano ha mai cercato questi soldati o rivolto ufficiale richiesta al governo americano? Se non lo ha fatto, secondo lei, perché?
«È mia convinzione, confermata anche da qualche accenno negli atti della Corte Marziale, che i corpi degli sventurati soldati italiani si trovino presso cimiteri militari americani. Di certo, negli archivi storici italiani questi uomini, di cui sono riuscito a ricostruire le generalità, risultano dispersi. Ancora oggi, le famiglie di quei soldati che ebbero la sventura di incrociare le divise delle truppe americane, rimangono in attesa di notizie certe e di un giaciglio dove poter ricordare con un fiore ed una lacrima il parente morto in guerra».
Secondo lei, chi fu il vero colpevole morale di quegli episodi?
«Il mandante morale delle stragi fu certamente il generale Patton. Già prima di partire per l’Algeria, e poi durante le fasi dello sbarco, aveva diramato ordini perentori del tipo: «Voi siete una divisione di killers, non bisogna fraternizzare con le popolazioni locali, non occorre fare prigionieri». E per finire: «Kill, kill, and kill some more» («Uccidere, uccidere e uccidere ancora»). Ordini inequivocabili di un generale, che le truppe eseguirono senza rendersi conto di venirsi a trovare palesemente fuori legge».
Perché ha deciso di scrivere «Le stragi dimenticate»? Per dimostrare che nessuno è immune dai crimini di guerra?
«Che la storia la scrivano i vincitori è fatto arcinoto e ciò può trovare una spiegazione, seppure perversa ed inaccettabile, laddove si tratti di storici appartenenti alla nazione vincitrice, ma nel nostro caso ciò che ripugna è il silenzio degli storici di casa nostra, di quelli che per più di 60 anni non hanno ritenuto importante studiare, indagare, informarsi ed informare sugli accadimenti di quei giorni. C’è voluto il mio lavoro per aprire il caso. Ritengo che dopo 64 anni occorra ristabilire la verità storica sugli eccidi di Biscari e Piano Stella: sarebbe, seppur tardivo, un atto di giustizia e il giusto riconoscimento per il tributo di sangue pagato dalla nostra gente».


L’operazione Husky per la principale storiografia rappresenta un grande successo strategico militare, decisivo per la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Per lei, al di là del tragico episodio che ha coinvolto la sua famiglia, il primo sbarco alleato in Europa rappresenta soltanto l’inizio della fine dell’Asse o anche un crimine di guerra?
«La liberazione dal nazi-fascismo rappresentò certamente per un nuovo periodo storico che ha riconsegnato al nostro Paese libertà, democrazia, pace e prosperità. Ma le stragi americane, ahimè, non si fermarono solo a Biscari e Piano Stella, continuarono nelle giornate seguenti con la stessa virulenza a Comiso, dove furono uccisi, violando la convenzione di Ginevra, 60 soldati tedeschi e 50 soldati italiani. A Canicattì, poi, furono uccisi 8 civili per mano di un ufficiale americano. Così come a Butera, e via dicendo, fino ad arrivare nelle vicinanze di Palermo. Per lo più si trattò di stragi rimaste nella memoria delle comunità e confermate da diverse testimonianze oculari di soldati italoamericani, per le quali tuttavia manca il supporto documentaristico. Ma non c’è dubbio che quelle stragi vi furono».
L’impressione che resta dopo avere letto la sua ricostruzione, è che la popolazione locale abbia subito voluto dimenticare. E’ cosí? E secondo lei perché?
«L’icona del soldato americano rappresentava la libertà: dolciumi, sigarette e razioni di cibo. L’America aveva mandato la crema della sua gioventù in tutto il mondo, non a conquistare ma a liberare, non a terrorizzare ma ad aiutare. Grazie alla martellante e danarosa propaganda che ha bombardato il mondo per sessant’anni, l’opinione pubblica ha, in linea di massima, recepito e fatto propria, come verità di fede, questa oleografia storico-militare, tanto che nessuno ha mai pensato di sottoporre a verifica il vero comportamento degli arcangeli della libertà e della democrazia. Questo è certamente uno dei motivi per cui la popolazione locale ha faticato a creare una memoria comune. L’altro dato è che i 73 soldati, per lo più bresciani, non avevano alcun rapporto di parentela con gli abitanti del territorio. Pertanto la loro scomparsa non è fu notata da nessuno».
Il suo libro è ricavato dalla sua tesi di laurea presentata all’Universitá di Catania, pubblicata poi da un editore locale. Aveva provato a proporre la sua ricerca ad un editore nazionale?
«Proprio in questi giorni ho concluso un contratto con un buon editore nazionale. Le posso dire in tutta sincerità che non è stato facile. Ancora oggi, in Italia, è arduo parlare di verità scomode. Basti pensare che le istituzioni repubblicane non hanno ancora riconosciuto tali eccidi, nonostante gli atti della Corte Marziale americana che ha dichiarato colpevoli i soldati a stelle e strisce».
Luciano Garibaldi
garibaldi@storiainrete.com

 

L'anniversario. A 70 anni dai fatti bellici dell'estate del 1943, si dirada la cortina di nebbia e silenzio

Il racconto. Lo storico Carloni ha trovato un nuovo testimone

Lo storico Fabrizio Carloni e il superstite della strage Antonio Cianci sono stati sentiti alcuni mesi fa dal procuratore militare di Napoli, Molinari, che ha aperto un'inchiesta indagando sul reato di omicidi compiuti ai danni di civili con efferatezza e per futili motivi: un reato che non va in prescrizione.

 

 

A 1943 – I MASSACRI DIMENTICATI COMPIUTI DAI FANTI AMERICANI E L’ ORDINE DEL GENERALE PATTON: «UCCIDETE I PRIGIONIERI ITALIANI»

Sicilia 1943, l’ordine di Patton: «Uccidete i prigionieri italiani»di Gianluca Di Feo – “Corriere della Sera” 23 giugno 2004

 

I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio.

«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: “Chi vuole partecipare all’esecuzione?”.Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: “E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia”. Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché – come risulta dagli atti di quei processi – i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto – dichiararono – che il generale non voleva prigionieri».

Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Didue, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno 43 la corte marziale Usacelebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti deltribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia.

Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice.

Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del 43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University – il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio – riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».

Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo:

 «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale.

 “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».

Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia – gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: “Padre, sei venuto per seppellirli?”. “Cosa stai dicendo?”, replicai io. Il caporale rispose: “Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri”». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: “Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli”. Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare”».

Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata – figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani – poco meno di 50 – erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri. Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani – con cui era stato appena concluso l’armistizio – e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito temeche la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleatodi Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo – è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 – permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondoaltre, ha concluso la guerra indenne.

L’assoluzione  Invece il 23 ottobre 43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli.

Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton.

«Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton – concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni – tra cui diversi colonnelli – confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia – scrisse – che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca. La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani – assolutamente non sospettabili di revisionismo – ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni – il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson – nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.



 

  Gianluca Di Feo

 

 http://www.veja.it/2013/10/18/sicilia-1943-i-massacri-dimenticati-compiuti-dai-fanti-americani-l-ordine-del-generale-patton-uccidete-i-prigionieri-italiani%E2%80%A8/

 

«Carabinieri massacrati, denudati e uccisi e uno fu gettato nel pozzo»

L'appello a Napolitano perché si renda onore ai morti

La Sicilia, 7 Luglio 2013 -  Maria Concetta Goldini

 

Gela. La guerra, da qualunque parte la si guardi, porta con sé sempre esperienze tragiche, lacrime e dolore. Sono passati settant'anni dallo Sbarco degli Alleati ed in varie parti della Sicilia, a cominciare da Gela che ne fu il teatro principale, si sono organizzate manifestazioni per ricordare quell'episodio storico che diede inizio alla liberazione dal nazifascismo.

E' trascorso dunque un tempo ragionevolmente lungo per rivedere senza retorica quella pagina di storia e chiarire fatti ed episodi rimasti, volutamente o no, avvolti da una coltre di nebbia e silenzio. Uno di quelli che tenta da tempo a rendere meno zuccherose le pagine della storia di quell'estate del 1943 è lo storico e giornalista napoletano Fabrizio Carloni, che da anni conduce ricerche sullo Sbarco.

Alcuni giorni fa lo scrittore ha inviato una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando le pagine oscure di quei giorni che ha contribuito a svelare con le sue pubblicazioni. In particolare, la cattura e la fucilazione di otto carabinieri italiani in servizio al presidio di Passo di Piazza, ad otto chilometri da Gela, lungo la strada che porta a Vittoria. Uno solo uscì indenne da quella strage compiuta dagli americani: si chiama Antonio Cianci, è pugliese e all'epoca aveva 21 anni.

Ed ecco come Cianci ha raccontato l' episodio nel libro di Carloni "Gela 1943": «Ero sul tetto del casolare e vidi arrivare degli uomini - ricorda Cianci -: ebbi la sensazione che l'elmetto del gruppo di soldati che si avvicinava fosse tedesco. Erano le 6 o le 7 del mattino. Avevo l'ordine, nel dubbio, di sparare e mirai ad uno del gruppo e lo uccisi. Reagirono. Loro con i mitra e noi con il moschetto.

Gli americani puntarono sul casale tutte le artiglierie navali che avevano lungo la costa. Il vicebrigadiere Carmelo Pancucci, di Agrigento, dopo una coraggiosa resistenza, ci ordinò di stendere delle tovaglie bianche. Uscimmo disarmati verso il cortile. Gli Alleati sentirono rumore da un locale attiguo alla caserma dove vivevano dei contadini e, pensando forse che c'erano altri militari e che li avevamo traditi, cominciarono a sparare verso di noi. Feci finta di essere colpito e mi gettai a terra. Dopo mezz'ora portarono tutti i feriti in un luogo di campagna poco distante. Restammo lì per tre giorni al freddo e poi ci imbarcarono per l'Algeria. Da allora di quell'episodio non ho parlato a nessuno. Una strage in barba alle convenzioni internazionali».

Carloni e Cianci sono stati sentiti alcuni mesi fa dal procuratore militare di Napoli, Molinari, che ha aperto un'inchiesta per l'ipotesi di reato di omicidi compiuti ai danni di civili con efferatezza e per futili motivi. Un reato che non va in prescrizione: ma dopo 70 anni trovare prove e testimoni non è semplice.

LaIMO1202A1220121209CTCarloni non si è fermato. Per i suoi libri e per dare una mano all'indagine ha continuato a cercare testimoni della strage di Passo di Piazza e ha trovato proprio di recente uno dei contadini che abitava vicino al casolare usato come presidio dai carabinieri. «Il contadino ha aggiunto un particolare agghiacciante alla strage - racconta lo scrittore -: vide che tre carabinieri furono massacrati di botte e denudati. Poi uccisi. Uno fu buttato nel pozzo. Credo che questi carabinieri meritino il giusto riconoscimento per il loro sacrificio. Ho saputo ora che a Sommatino sarà dedicata una lapide ad uno di loro, il carabiniere Michele Ambrosiano, morto a 40 anni. Qualcosa si muove, soprattutto dopo la lettera al presidente Napolitano che mi ha risposto con molto garbo e disponibilità».

«Chiedo a lei, così attento, al di là delle ideologie, alla dignità della nostra Patria, se sia possibile continuare ancora nella totale dimenticanza degli assassinati nell'area di Gela», ha scritto Carloni, che continua ancora a cercare in Sicilia testimoni capaci di ricostruire gli episodi bui dello Sbarco.

Intanto, a Gela l'opinione pubblica si presenta divisa sull'opportunità di celebrare l'avvenimento storico.

L'amministrazione comunale, con alcune associazioni, ha organizzato un imponente cartellone di manifestazioni che culmineranno il 10 mattina con la simulazione dello Sbarco.

A contorno, sono previste mostre fotografiche, convegni, trekking sui luogi dello sbarco. Il sindaco Angelo Fasulo ha conferito la cittadinanza onoraria a Phil Stern, il re della fotografia in bianco e nero. E' famoso come fotografo dei divi: è l'unico che abbia potuto fotografare Marilyn Monroe nuda.

Ma il mestiere lo ha imparato qundo, ventenne, fotografò ogni attimo dello Sbarco a Gela, dove ora è ritornato a 93 anni.

Ma queste manifestazioni ed iniziative non sono gradite ai giovani del locale Comitato No Muos, che hanno messo su un "controprogramma" di tre giorni e hanno dato appuntamento per il 10 mattina sul Lungomare di Gela ai No Muos siciliani per disturbare la simulazione dello sbarco. Perciò sono pronte a scattare adeguate misure di sicurezza.

Il 10 luglio del 1943, da qualsiasi angolatura lo si guardi, fu uno di quei giorni che non si possono dimenticare. Gela fu teatro di un'imponente operazione militare che ha riguardato tutta la Sicilia e ha dato il suo contributo in termini di vite umame per la libertà dal nazifascismo. Quelli erano però giorni di guerra, l'Husky era un'operazione bellica e gli Alleati non erano certo venuti a fare una passeggiata in Sicilia.

 

 

 

 

Come furono salvate le reliquie di Sant'Agata a Fleri

 

 

 

 

leggi il libro di Antonio Patanè

 

 

 

Patton e Montgomery. La guerra di due Primedonne

 

Una delle cause del mancato coordinamento tra gli inglesi e gli americani fu la rivalità tra il generale inglese Montgomery ed il generale americano Patton. Quest'ultimo, per non sentirsi relegato a un ruolo secondario, invece di accorrere in aiuto a Montgomery, bloccato da una accanita resistenza tedesca a Catania, preferì passare alla storia come il liberatore di Palermo, andando a "liberare" dei territori che ormai erano già stati abbandonati dall'asse. Così, non trovando alcun ostacolo a Messina, le truppe tedesche riuscirono a ritirarsi senza problemi.
Alcuni storici sostengono che a causa delle ingenti perdite subite a Gela da parte degli americani, in contrasto con la quasi passeggiata nel siracusano degli inglesi, Patton si infuriò e per ripicca non appena seppe che Montgomery aveva trovato una feroce resistenza sul Simeto, esclamò che era venuto il momento per gli inglesi di "conquistare l'onore in campo con i loro morti" e preferì andarsene in tutt'altra direzione lasciando gli inglesi al loro destino invece di accorrere in loro aiuto.

http://www.wikisicily.com/pelligra/storia/L%27invasione-della-Sicilia.html

 

in Memoria di .. Graziella Giuffrida
a cura di Domenico Stimolo

Graziella vive, anche se manca il rispetto delle istituzioni catanesi
Graziella GiuffridaSì, Graziella vive ancora. Si riverbera nella memoria cittadina di Catania, grazie ai civici “volontari”, e di Genova. La Giuffrida nacque a Catania nel 1924, morì, giovanissima, a 21 anni, nel marzo del 1945 a Genova. Ammazzata. Scarnificata e buttata in un fosso. “ Alla libertà e alla patria offrì la giovane esistenza nella guerra di Liberazione”. Così, tra l’altro, recita la lapide murata nel 1956 su un fronte della sua casa natia, un basso palazzotto, sita a Catania all’inizio di via Bellia; all’angolo con piazza Machiavelli, in un’area dello storico e popolare quartiere di S. Cristoforo. La piazza, detta “ S. Cocimo”, è, complessivamente tranquilla. Una diversità rispetto al furore quotidiano che sommerge tutta la zona. Spesso giocano a palla i ragazzini. Sconoscono, che in quel luogo giocò anche la bimba Graziella e che in quella casa, ormai da lunghissimo tempo silente, la madre, appresa della morte dei figli, di Graziella e di Salvatore, spezzata dal dolore, impazzì.
Poi, cresciuta, emigrò. Piena di speranze e di gioie di vita. Anche in quegli anni tanti catanesi “salivano” al nord per cercare lavoro. C’era con lei il fratello Salvatore. Fu ammazzata dai nazifascisti il 24 marzo nel quartiere di Teglie a Genova, dopo avere subito torture e infami sevizie. Umiliata e violentata. Il corpo fu ritrovato il 28 aprile, alcuni giorni la Liberazione, in via Rocca dei Corvi, in località Barbini, a Fegino in Val Polcevera, zona industriale e operaia. Nell’improvvisata fossa, malamente realizzata dagli assassini a fianco di una capanna, Graziella giaceva assieme ai corpi di altri quattro giovani patrioti partigiani, uccisi nello stesso eccidio. A fianco la capanna c’era uno scantinato utilizzato dagli sgherri per torturare e uccidere i patrioti. A Genova, la giovane catanese era insegnante; “maestrina”, data la giovanissima età. Durante le drammatiche fasi dell’occupazione tedesca non rimase inerte. Forte era l’anelito per la libertà calpestata. Grande lo sdegno per gli orrori quotidianamente consumati sulla popolazione, vilmente ammazzata, incarcerata e deportata. Graziella, volendo dare un contributo attivo, in difesa degli oppressi, si aggregò ai SAP – Squadre di Azione Partigiana - operanti nel capoluogo ligure. Fu arrestata in un tram, così, per caso, e per le voglie dei tedeschi presenti nel tranvia. Graziella era giovane e bella. La importunarono pesantemente, come preda di guerra di selvaggia invasione Lei reagì, in difesa della sua persona profanata. Le misero le mani addosso. Graziella nascondeva una pistola. Fu la fine. Subì la stessa triste sorte del fratello Salvatore, partigiano. Prima del colpo finale, lì, nello scantinato delle torture, i nazisti sfogarono le loro sadiche voglie sul suo corpo ormai massacrato. Una vera e propria martire, che combatté intrepida in difesa dei diritti umani, per il riscatto civile e democratico dell’Italia.
Della sua breve vita, alla conoscenza pubblica, è rimasta una solo fotografia. Un’immagine dolce. Colpisce lo sguardo fiero e generoso. Non si conoscono i pensieri e le azioni di Graziella giovinetta a Catania.
Pochi anni addietro dedicai un’intera mattinata, percorrendo in lungo e in largo il quadrilatero urbano che racchiude la sua casa natia in via Bellia, alla ricerca di informazioni sulla sua famiglia, i parenti. Il tempo, però, è sempre tiranno. Alfine trovai solo una vecchietta, antica abitante della zona, che si ricordava. Mi disse che la madre, appreso dell’infelice e tragica sorte dei due figli, in seguito, impazzì…..poi tutto “scomparve”.
Nel cippo posto a Fegino in Val Polcevera – Genova – il 25 aprile 1950 -, così tra l’altro si legge: “ I genitori della Graziella dallo loro lontana Catania alzarono questo cippo alla memoria”.
Ogni anno a Catania la memoria di Graziella ritorna forte nella ricorrenza del 25 Aprile. La sua grande lapide si trova lungo il percorso storico del corteo. La posa della corona, largamente infarcita di garofani rossi, rappresenta il momento più inteso della manifestazione. Graziella vive! Circondata dalla calorosa partecipazione di tantissimi giovani.
A Genova, il 27 marzo, si svolge la cerimonia davanti il cippo posto a Rocca dei Corvi, luogo dell’assassinio. Quest’anno la ricorrenza ha avuto un tocco particolare. Graziella è stata al centro dell’attenzione del convegno, a lei dedicato, organizzato dallo Spi –Cgil nazionale –l’organizzazione dei pensionati –, dal titolo “ Sorelle d’Italia….Protagoniste della Resistenza, contro la violenza sempre”.
Lei, emblema di libertà, del riscatto e dei diritti, di tutti, simbolo del valore della partecipazione delle donne alla lotta e alla vita civile, rappresenta il legame tra ieri e oggi. Il cuore ribelle, impavido e onesto della Sicilia. Alla ricerca della giustizia contro le oppressioni. Un fulgido legame universale che frulla nelle radici della nostra isola. Già emerso nel percorso del tempo e, raccolto poi, con dedizione e sacrificio, da tante, nel travaglio quotidiano. Nella lotta contro lo sfruttamento, per il riconoscimento dei diritti, l’eguaglianza e la legalità; tra cui, Rita Atria e Felicia Bartilotta Impastato ( la mamma di Peppino). Un testimonio ancor più prezioso oggi, specie per le giovane e i giovani che vivono in un contesto di dolorosa incertezza, precariato e discriminazioni. Per la difesa della Costituzione, dei valori costruttivi della nostra democrazia nata dalla Resistenza e dal sacrificio di Graziella e delle altre compagne/i di lotta; per abbattere le ingiustizie e per una vera equità sociale; in difesa della scuola pubblica e della dignità, sempre, nei luoghi di lavoro e nella società, senza razzismi.
A Genova una strada ricorda il suo martirio. A Catania, patria natia di Graziella, l’ignavia istituzionale ha calpestato sempre la sua memoria. Un silenzio indegno, nella prassi e nella scelta operativa, ha caratterizzato le amministrazioni comunali e i luoghi che si intestano la professione della cultura e dell’insegnamento. Anzi, ribaltando le strutturali diversità valoriali e sostanziali che caratterizzano le essenze fondative della nostra coscienza civile e democratica, meritorie di essere divulgate e coltivate nella memoria cittadina e tra i giovani, l’amministrazione comunale del sindaco Scapagnini, nel 2002, intitolò tre strade a rappresentanti catanesi di primo piano del regime fascista e cultori politici ereditari del fascismo. Tra tutti spicca Filippo Anfuso, gerarca della dittatura, capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri Ciano, ambasciatore della Rsi in Germania fino alla sconfitta del nazismo, coinvolto nell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, esuli antifascisti, a Parigi nel 1937.
Nel gennaio 2003, il “ Comitato Catania democratica e antifascista” consegnò all’amministrazione comunale ( il sindaco non volle ricevere i rappresentanti) una petizione popolare con oltre 5000 firme di cittadini. Si richiedeva che le tre strade fossero intitolate a martiri partigiani catanesi. C’era Graziella Giuffrida.
L’ amministrazione comunale “tirò dritto” nella sua azione di rivalutazione dei fascisti.
Graziella e i martiri della libertà, che avevano drammaticamente subito le conseguenze nefaste del regime, nella propria città non hanno diritto di cittadinanza e di memoria.
http://www.ritaatria.it/LeStorie/Resistenza/GraziellaGiuffrida.aspx


 

IL FRONTE DELLA SETTIMA ARMATA U.S.A. AD OVEST

 

 

 

Licata, la prima città conquistata dalle truppe Usa

La Sicilia, Mercoledì 10 Luglio 2013

 

Alle ore 2,30 del 10 luglio 1943 venne dato l'allarme navale quando da Licata a Scoglitti, si presentarono in formazione 945 navi della ottava flotta americana, giunte dalla Algeria, dalla Tunisia e da Malta. Tra esse 5 incrociatori, 48 cacciatorpediniere, 11 tra posamine e dragamine, 87 unità da combattimento di vario tipo, 94 unità ausiliarie e da trasporto e rifornimento, 700 navi e mezzi da sbarco, di cui 190 grandi, soprattutto Lsi e Lst e 510 di minori dimensioni, soprattutto Lci e Lct. Afferivano tutte alla Western Task Force, il gruppo ovest dell'operazione Husky. I convogli della Joss Force, diretti alla volta di Licata, partirono da Biserta (Tunisia) e comprendevano 2 incrociati, 9 caccia torpediniere, 1 nave comando, 8 dragamine, 33 navi pattuglia e 202 mezzi da sbarco. Stipati nelle navi ben 27.650 uomini della Task Force 86 americana del generale Lucian Jr. Truscott, tra i più giovani generali dell'esercito americano, con vice il generale di brigata William W. Eagles, comprendente la 3a Divisione di Fanteria, la 2a Divisione corazzata del generale Hugh J. Gaffey, il 3° battaglione rangers, il 4° tabor marocchino, 126 muli e 117 cavalli.

Le operazioni navali sono dirette, al largo tra Licata e Gela, assieme al generale George Smith Patton Jr che guida la 7a armata americana (3 divisioni di fanteria, in tutto 26 battaglioni, una divisione corazzata e 3 battaglioni Rangers) e che assumerà la direzione delle operazioni terrestri, dal vice ammiraglio Henry Kent Hewit che si trova a bordo della Monrovia, al comando del capitano di fregata T. B. Brittain, mentre le attività navali nella zona Joss sono coordinate dal contrammiraglio Richard L. Conolly dalla nave Biscayne, una unità di appoggio idrovolanti, al comando del capitano di fregata R. C. Young, all'ancora a 2,5 miglia dal porto di Licata.

L'obiettivo è l'occupazione del territorio di Licata, con una tattica a doppia tenaglia, dal fronte costiero Gaffe-Due Rocche, con il porto, la città e la pista di volo della piana.

Alle 22,30 del 9 luglio, il cacciatorpediniere Bristol, al comando del capitano di corvetta J. A. Glik e con 276 uomini di equipaggio, e il pattugliatore Pc-546 avevano già guidato le imbarcazioni ad assumere la posizione assegnata. Alle 23,30 le unità da combattimento sottoposero la costa e il semicerchio collinare che al di là del Salso chiude la Piana di Licata, ad intenso bombardamento con salve di potenti cannoni da 6 e 5 pollici. Alle ore 01,00 del 10 luglio il generale Alfredo Guzzoni dichiarò lo stato di emergenza ed ordinò di far brillare le ostruzioni, le banchine portuali e gli ormeggi dei porti di Licata e di Porto Empedocle.

I vari gruppi di attacco della Joss Force si schierarono ciascuno di fronte al settore di sbarco assegnato da est ad ovest di Licata.

Alle ore 03,00 i rangers del 3° battaglione, furono i primi a toccare terra alla Poliscia. Dopo aver zittito il fuoco di difesa italiano, avanzarono verso est e, dopo aver superato le deboli linee di difesa, imboccata la strada San Michele, procedettero verso Licata. Alle 03,40 la seconda ondata agli ordini del col. Brady, che incontrò sulla serra Mollachella l'eroica e vana resistenza di un tenente italiano, rimasto ignoto. A partire dalle ore 06,05 vennero sbarcati senza problemi i carri e i veicoli. Il Bristol, alle ore 05,45, mise fuori uso il treno armato 75/2/T della R. Marina che si trovava a protezione del porto. Alle ore 07,35 i fanti del 2° battaglione di Brady, conquistato il castel Sant'Angelo, ammainarono il tricolore issato sul pennone della torre e innalzaro no, al suo posto, la bandiera americana a stelle e strisce.

Sulla "spiaggia blu", zona Punta Due Rocche-settore 70 est, lo sbarco avviene in più ondate. Alle ore 03,15 con la prima ondata, coordinata dal capitano di corvetta A. C. Unger, toccò terra il 2° battaglione del colonnello Rogers, Alle 06,27 sbarcano i carri armati, tutti del tipo Sherman, del 66° reggimento corazzato della divisione del generale Hugh Gaffey e si dirigono subito verso Gela. Alle ore 07,50 sbarcano anche gli agenti della Centrale Italiana dell'Oss (Office of Strategico Services) che nel 1945 si trasformerà in CIA, coordinati da Max Corvo, nome in codice Maral, 23 anni che stabilisce il gruppo al castello di Falconara,

Alle ore 03.40, iniziò l'attacco del Gruppo Salso alle spiagge Plaia e Montegrande- settore70 ovest (spiaggia gialla). Alle ore 04,45 tutti gli uomini del 1° battaglione, al comando del maggiore Leslie A. Printchard, del 15° Reggimento di Fanteria del col. Charles E. Johnson erano già sulla spiaggia. Alle 9,30 il 1° battaglione di fanteria dopo aver guadato il fiume Salso, marciò con movimento avvolgente su Licata e si congiungerà con il con il 2° battaglione di Brady sbarcato a Mollarella.

Nel settore 73-Gaffe (piaggia gialla), margine sinistro di tutto il fronte d'attacco, dove l'arenile è stretto e ghiaioso e il fondale insidioso per le tante fosse e gli scogli affioranti, lo sbarco fu particolarmente difficile. La prima ondata del Gaffi Attak Group, coordinato dal capitano di corvetta Samuel H. Pattie, che costituisce l'avanguardia del 1° battaglione d'assalto agli ordini del tenente colonnello Roy E. Moore, toccò terra alle ore 04,10, ma si trovò davanti ad un intenso fuoco di artiglieria pesante

Alle 11,30 la città era in mano agli americani e dal Palazzo di Città, diventato sede comando dell'Amgot, sventolavano le bandiere americana e inglese. Licata fu il primo paese italiano a cedere nella mani degli americani ed ospitò il quartiere generale del gen. Truscott. Da qui l'avanzata per la conquista della Sicilia occidentale.

Calogero Carità

 L'otto luglio bombardata Agrigento

La Sicilia, mercoledì 10 Luglio 2013

 Nel corso dei tre anni di guerra soprattutto vennero colpite Licata e Porto Empedocle, sedi portuali, mentre Agrigento venne risparmiata fino all'8 luglio 1943 quando comparve sui cieli del capoluogo una formazione di aerei americani dalla parte di Punta Bianca alle ore 18. I velivoli, giunti sulla città, sganciarono un nutrito grappolo di bombe ancor prima che venisse suonato l'allarme. Fu un po¬meriggio terribile. Gli ordigni caddero sull'ospedale psichiatrico andando a colpire gli uffici e l'alloggio del direttore amministrativo dott. Raimondo Diana.

Questi fu sbalzato via dall'abitazione e venne poi trovato abbracciato ad un albero, mentre sotto le macerie, sprofondato nelle caldaie, venne successivamente rinvenuto il corpo martoriato dell'economo rag. Vincenzo Pinto. In quell'occasione rimase ferito anche l'aiuto economo, mentre alcuni malati di mente, approfittando della confusione, riuscirono a scappar via ma vennero ripresi poco tempo dopo.

Ma la tragedia doveva ancora verificarsi. Infatti tre giorni dopo, il 12 luglio, lunedì di San Calogero, verso le 9 del mattino una nutrita formazione di bombardieri americani B26 Marauder del 319° bombardment group, partita da Djeida in Tunisia giunse sopra le teste degli agrigentini volando con il sole alle spalle per rendere più difficile il compito della contraerea. Si disposero a croce e poi una vera e propria pioggia di bombe cadde sul centro cittadino dal viale della Vittoria fino all'Addolorata e nella zona più a monte. L'abitato venne letteralmente devastato. Tutta l'area corrispondente all'odierno centro storico venne colpita.

Il ricovero antistante la chiesa di San Girolamo, nella omonima via, costruito in tufo arenario e con materiali estremamente friabili, non resse alle esplosioni e crollò sotto il peso delle case soprastanti.

Anche in questa zona vi furono parecchi morti. Case distrutte e parecchi morti anche in vicolo Bombace, nella via Botteghelle e nella via Neve. Inoltre i quar¬tieri di via Duomo, di San Michele, di via Garibaldi e la via Porcello (dove si ebbero pure alcuni morti e feriti) subirono gravi danni a causa delle bombe sganciate dai velivoli, mentre dal mare le navi americane facevano anch'esse fuoco contro la città: dopo il monitore Abercrombie, si avvicendarono gli incrociatori Brooklyn e Birmingham ed altri cacciatorpediniere. Ma quale fu il bilancio di questa incursione? A tutt'oggi non è facile dare una risposta. Non esiste un elenco ufficiale dei morti, nessun archivio è in grado dopo 60 anni di dare una risposta precisa a questo interrogativo. Dagli atti di morte dell'ufficio anagrafe del Comune e dal registro dei certificati necroscopici dell'Asl numero 1 è stato ricavato l'elenco che si pubblica in altra parte di questa pagina.

L'Unpa (Unione Nazionale Protezione antiaerea) peraltro l'11 agosto del 1943 comunicò di aver recuperato i corpi di tutte le persone segnalate come disperse ad eccezione dei professori Contrino e Sciascia e dello studente Maggio. Di quest'ultimo però esiste all'anagrafe l'atto di morte, per cui la salma evidentemente venne ritrovata. Altre vittime furono provocate dalle bombe inesplose nelle settimane, nei mesi e addirittura negli anni successivi, specie tra i ragazzi i quali imprudentemente le utilizzavano per giocare o le maneggiavano quando le rinvenivano.

Ovviamente non si trattò soltanto di bombe di aereo, ma in genere di ogni tipo di ordigno. Basti pensare che almeno sei persone persero la vita nelle settimane immediatamente successive all'arrivo degli americani proprio per lo scoppio di ordigni esplosivi.

In ogni modo, andati via gli aerei, Agrigento presentava un aspetto drammatico: i morti giacquero per parecchi giorni, talvolta due o tre settimane, tra le macerie rendendo l'aria maleodorante, vecchi e bambini morivano di fame, parecchia gente era rimasta senza una casa.

I corpi appena recuperati venivano sistemati ed allineati provvisoriamente all'aperto nel piazzale antistante il cimitero. In quel sito l'ufficiale di anagrafe provvedeva al triste ufficio del riconoscimento delle salme che avveniva con l'intervento dei parenti sopravvissuti i quali, straziati dal dolore, identificavano i loro congiunti. La sepoltura ebbe luogo in fosse scavate appositamente dall'impresa Capraro.

Per 21 corpi il triste adempimento ebbe luogo a spese del Comune dato che le famiglie avevano perso tutto con il crollo della loro casa sotto la pioggia delle bombe. Parecchi di questi corpi, nell'inverno successivo vennero poi dissepolti per ricevere una sistemazione più dignitosa nelle rispettive tombe di famiglia. Per tutte queste vittime il 28 agosto nella chiesa di San Domenico ebbe luogo, d'intesa con le autorità militari Alleate, un solenne funerale cui partecipò tutta la cittadinanza agrigentina. Ci furono naturalmente anche dei feriti, ma anche di questo non esiste una documentazione esaudiente. L'ospedale conserva una ventina di cartelle cliniche redatte nel reparto di chirurgia: sono i casi più gravi, quelli che hanno richiesto il ricovero. Si tratta nella maggior parte di persone asfissiate provenienti dal rifugio di San Francesco d'Assisi. Altri 18 ricoveri si riferiscono a militari feriti nei combattimenti avvenuti nelle vicinanze. Impossibile stabilire invece quanta gente passò dai posti di pronto soccorso: nell'unico registro esistente nell'archivio dell'ospedale civile per il periodo luglio 1943, ben conservato e senza manomissioni, non risulta nulla per oltre 15 giorni. Probabilmente nel caos di quel periodo non venne annotato alcun intervento eseguito.

salvatore fucà

 Storia di Marcellino, scampato alle bombe

La Sicilia, Mercoledì 10 Luglio 2013

 RIBERA. La città viene bombardata nell'aprile del 1943 dagli aerei americani. Le bombe colpiscono il paese quasi disabitato, uccidono alcune persone tra cui una donna che viaggiava con il suo bambino di tre anni e che era diretta a Palermo.

La donna viene ritrovata tra le macerie, ma del ragazzino nessuna traccia. Il bambino viene dato per morto, ma un militare italiano lo ritrova per caso, lo porta con sé in provincia di Siracusa dove viene rintracciato dopo dieci anni in un orfanotrofio dal fratello e dalla sorella più grandi. Oggi ha 74 anni, è circondato dall'affetto di ben sette figli, vive da pensionato a Brescia e vuole tornare a Ribera per piangere sulla tomba della madre. I protagonisti della vicenda - ricostruita dallo storico e ricercatore riberese Mimmo Macaluso - sono Teresa Lo Iacono di 29 anni, palermitana, e il suo bambino più piccolo Marcellino Bruscino la cui storia si intreccia con altri due figli della donna, con il bombardamento di Ribera e con il ritrovamento del piccolo, oggi nonno, a Brescia. Mimmo Macaluso, con la preziosa collaborazione del capitano dei carabinieri Carmelo Mirinnino, ha ricostruito la tragica storia attraverso anche la stampa del 1953 e un articolo della giornalista Liliana Corsi.

I fatti prendono il via ad Ancona dove risieda Teresa Lo Iacono, a 29 anni già vedova di un ferroviere, con i tre figli Enrico, Rita e Marcellino. Per paura dei bombardamenti sulla cittadina portuale dell'Adriatico, la donna decide di portare i due figli più grandi, Enrico e Rita, dai suoceri a Napoli e il più piccolo Marcellino dai suoi genitori a Palermo. In Sicilia il viaggio per la donna si fa drammatico perché gli aerei alleati bombardano la linea ferroviaria Messina Palermo e il treno viene deviato prima su Catania e poi su Agrigento.

Il passaggio su Ribera è obbligatorio per tornare a Palermo, attraverso Castelvetrano, ma ancora i bombardieri danneggiato la linea ferrata a scartamento ridotto Ribera-Sciacca e il treno viene fermato nella città della arance dove si svolge la tragedia. I riberesi, per il continuo arrivo delle bombe dal cielo si rifugiano in campagna e nella galleria ferroviaria di Santa Rosalia, Teresa Lo Iacono, con gli altri passeggeri, si ritrova al centro della cittadina rimane con il piccolo Marcellino, sotto le macerie delle case colpite dagli aerei nemici che non colpivano obiettivi militari, ma la popolazione civile. La donna muore sotto le macerie e il bambino risulta disperso. Invano le ricerche dei riberesi e dei militari. Agli altri due figli della donna a Napoli viene comunicata la morte della madre e il mancato ritrovamento del fratellino. Iniziano le ricerche e si apprende che il piccolo Marcellino è vivo. A Ribera un militare lo ha estratto dalle macerie, lo ha portato in ospedale per la cura delle ferite e lo ha accolto nella sua famiglia a Siracusa. L'uomo si divide dalla consorte e il destino di Marcellino diventa prima un orfanotrofio di Solarino e poi, nel 1947, la "Casa del buon fanciullo" di Siracusa. Nel 1952 il bambino viene adottato da una famiglia della città aretusea.

Nello stesso anno, tra Natale e Capodanno, dopo estenuanti ricerche, Marcellino ritrova il fratello Enrico e la sorella Rita che correvano da anni da una caserma all'altra dei carabinieri in tutta la Sicilia. Oggi Marcello Bruscino ha 74 anni, vive da pensionato con i suoi sette figli a Brescia e, rintracciato telefonicamente da Mirinnino e da Macaluso, ha espresso il desiderio di volere tornare a Ribera per portare un fiore sulla tomba della giovane mamma.

 

 

Sicilia 1943, l’ ordine di Patton: «Uccidete i prigionieri italiani»

di Gianluca Di Feo – “Corriere della Sera” 23 giugno 2004

 

«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: “Chi vuole partecipare all’esecuzione?”.Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: “E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia”. Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché – come risulta dagli atti di quei processi – i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto – dichiararono – che il generale non voleva prigionieri».

I fatti

Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Didue, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno 43 la corte marziale Usacelebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti deltribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia.

 Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice.

Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del 43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University – il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio – riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».

L’ordine

Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo:

 «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale.

“Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».

L’orrore

Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia – gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: “Padre, sei venuto per seppellirli?”. “Cosa stai dicendo?”, replicai io. Il caporale rispose: “Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri”». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: “Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli”. Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare”».

La condanna

Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata – figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani – poco meno di 50 – erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri. Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani – con cui era stato appena concluso l’armistizio – e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito temeche la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleatodi Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo – è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 – permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondoaltre, ha concluso la guerra indenne.

L’assoluzione  Invece il 23 ottobre 43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli.

Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani.

Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton.

«Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton – concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni – tra cui diversi colonnelli – confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia – scrisse – che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca. La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani – assolutamente non sospettabili di revisionismo – ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni – il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson – nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.

Gianluca Di Feo

Fonte: visto su DISINFORMAZIONE.IT

http://www.disinformazione.it/generalepatton.htm

 

 

 

 

Randazzo, la Cassino di Sicilia

LA BATTAGLIA DI RANDAZZO - 13 luglio - 13 agosto 1943 - di Salvatore Rizzeri
 

Questa storia ebbe inizio tanti anni or sono, era il mese di Luglio del 1943, l'alba del dieci vide il più potente convoglio che mai fino allora avesse solcato il Mediterraneo, sbarcare i propri mezzi sulle spiagge di Gela, Licata e Capo Pachino. Si trattava della Settima Armata alleata agli ordini del Generale Eisenhower che in seguito sarebbe divenuto Presidente degli Stati Uniti. Direttamente sottoposte a lui le rispettive armate: l' Ottava Armata inglese comandata dal Gen. Montgomery e la Quinta Armata americana comandata dal Gen. George Patton. Agli inglesi fu affidato il compito di avanzare in direzione di Siracusa Catania e giungere a Messina, le forze americane dovevano invece avanzare attraverso il centro dell'isola, conquistare Palermo e infine raggiungere Messina. La conquista della Sicilia non fu cosi facile come descritta nei libri di scuola e si concluse con la occupazione di Messina il giorno 17 agosto da parte delle truppe del generale Patton. Una volta sbarcate le forze americane avanzarono sulla direttrice Mazzarino - Troina – Randazzo, dove ebbe luogo una delle battaglie più cruente della campagna di Sicilia; le truppe tedesche, ben decise a consentire il graduale abbandono dell'isola al grosso del loro esercito, si erano attestate in posizione vantaggiosa sulle alture intorno alla città e con l'ausilio dei loro pezzi da 88 e della contraerea, cominciarono a far strage degli avamposti alleati.
Possiamo dire che qui ha inizio la nostra storia. Per superare il difficile stato di impasse fu deciso l'intervento delle fortezze volanti, del 39° Reggimento, nonchè della Nona Divisione. Lungamente per cinque - sei giorni furono mandate all'assalto truppe marocchine e canadesi che non riuscirono nell'intento di aprirsi un varco verso Randazzo, mentre la città veniva centrata da migliaia di bombe sganciate nel corso delle 84 incursioni di cui venne fatta oggetto. Il 13 luglio iniziò il bombardamento di Randazzo condotto dalla 9^ AF (Air Force) americana, con gli aerei B-25 e P-40 e dalla NATAF (North West Tactic Air Force), con i bombardieri Wellinghton. I bombardamenti seguirono nei giorni 18-19-20. Il 21 gli attacchi impegnarono venti aerei B-25. Ma l’attacco più forte fu sferrato il 1° Agosto allorché furono impiegati più di duecentotrenta bombardieri P-40. Gli attacchi si ripeterono il 7 agosto con più di sessanta bombardieri B-25, l’8 con oltre novanta B-25 e il 10. L’11 agosto fu l’ultimo giorno di bombardamenti a cui fu soggetta Randazzo. Oltre 90 B-25 bombardarono ponti, strade, ferrovie e l’area cittadina. Circa centosettanta P-40 bombardarono direttamente Randazzo. I contadini mentre mietevano in montagna vedevano passare sopra la loro testa, a bassa quota, i bombardieri che si dirigevano verso Randazzo lasciando cadere centinaio di bombe.
Gli alleati si accanirono particolarmente contro Randazzo in quanto la sua conquista, per l’importante posizione strategica che essa rappresentava, avrebbe aperto la strada alle truppe Anglo-Americane per una rapida conquista di Messina e quindi di tutta l’Isola. Consapevole di ciò il comando Italo-tedesco aveva piazzato a Randazzo e nelle sue campagne una potente difesa contraerea che abbattè diversi bombardieri alleati, causa questa che scatenò ancor di più la reazione alleata contro la città. Alla gente venne dato l’ordine di sfollare e non si trovò di meglio che rifugiarsi nei casolari di campagna, all’interno delle cantine e nei palmenti dei vigneti sparsi lungo le pendici dell’Etna (Località “Cisternazza“), negli anfratti e nelle numerosissime grotte che si aprono all’interno del ciglione lavico in fondo al quale scorre il fiume Alcantara, ad est della città, in località “Allegracore“ e “Città vecchia“.

Al suono della sirena, che preannunciava l’imminente arrivo delle fortezze volanti, la gente si nascondeva dove poteva. In particolare per evitare di essere colpiti dalle numerosissime schegge vaganti causate dalle esplosioni, ci si rifugiava all’interno dei tini dei palmenti, molto più sicuri di altri luoghi. Ci si nutriva con quanto si era riuscito a portare da casa e con quel poco che la natura e i pochi animali ti offrivano, (Latte di capra e di pecora, bacche, qualche raro frutto di bosco). Parecchi civili trovarono la morte sotto i bombardamenti, in quanto presuntuosamente vollero rimanere nella città, rifugiandosi nelle chiese che pensavano non sarebbero state colpite. Le cattedrali di San Nicola e San Martino, così come tante altre piccole chiesette della città, invece non vennero risparmiate e subirono la stessa sorte delle abitazioni private. La perdita del patrimonio artistico e monumentale fu enorme, ben il 75% del patrimonio immobiliare venne abbattuto e con esso tutti i tesori d’arte che vi erano contenuti. La forte resistenza Italo-tedesca costrinse il generale Omar Bradley a creare un diversivo aggirando le forze dell'asse con un percorso attraverso le montagne verso Cesarò e monte Pelato, in una marcia piena di difficoltà per la natura impervia dei luoghi. Il due di Agosto il Gen. Bradley ed il Gen. Eddy presentarono, il loro piano ai "GO-Devils" del Colonnello De Rhoan comandati dal Maggiore Charles Fort (s3), ed essi segretamente iniziarono la loro azione nel cuore dei Nebrodi la notte del 5 agosto.
Intanto il 60° Reggimento di fanteria continuava la indimenticabile " 100 hour silent march", attraverso le montagne, e nonostante le perdite subite da parte dei "nebelwerfer" tedeschi, il Colonnello De Rhoan proseguì nella sua avanzata riuscendo a catturare la cima “Camolato“ del Monte Soro e il noto laghetto detto Biviere di Cesarò. Questa posizione raggiunta gli consentì quindi di occupare Cesarò alle 6,55 della mattina del giorno otto; dopo la cattura di Cesarò gli uomini del 60° iniziarono a percorrere la strada che unisce questo paese a Randazzo, contemporaneamente anche truppe inglesi della 78° divisione, provenienti da Catania erano in marcia verso Randazzo. In conseguenza di ciò i guastatori tedeschi dopo aver abbondantemente minato la strada, indietreggiarono e oltrepassata una Randazzo semidistrutta dai bombardamenti aerei si diressero verso Polverello - San Piero Patti .

Questa strada divenne tristemente famosa col nome "The death road". Le mine tedesche erano poste alla distanza una dall'altra di circa 20 yard e coordinate per esplodere insieme ad altre mine anti tank da un meccanismo, tutto ciò costrinse le truppe americane ad abbandonare la strada principale per lunghi tratti ed ad aprirne di nuovi.
Sulla strada per Randazzo avanzavano vicini i "Raiders "e i "Falcons" del Colonnello "Paddy" Flint, la notte del 13 agosto bivaccarono presso il punto in codice " hill 1364 (cadillac) " probabilmente il ponte distrutto di Randazzo, mentre i guastatori tedeschi, truppe ben addestrate e motivate, rapidamente cercavano di raggiungere la statale 113 a nord, per poi lasciare l'isola. La notte del dodici la compagnia C del 15° genieri costruì una strada attraverso il bosco di Manglaviti di Floresta ( praticamente un territorio inattraversabile ), strada che completò entro giorno 13 e ciò consentì il transito dei grossi camion da 2,5 tonnellate. Occupata Floresta rapidamente il 60th fanteria occupò il " nostro " bivio di Polverello da loro indicato " Cape D'orlando - Randazzo road " e qui un’ altra volta gli uomini del 15° genieri costruirono una strada di 12 miglia che attraversò il territorio e che consentì giorno 14 agosto agli esploratori del Reconnaisance platoon, assieme al 60th fanteria di ricongiungersi alla Nona Divisione, (Hitler nemesis), con la terza divisione (Rock of the Marne). Per gli uomini della nona divisione la campagna di Sicilia era finita. Il venti agosto Eisenhower annunciò la fine dei combattimenti in Sicilia .
I danni e le distruzioni apportate da un numero ingiustificato e sconsiderato di incursioni aeree da parte degli alleati, ridussero Randazzo in uno stato miserando da cui non si è più ripresa. Infatti a quasi 70 anni dai drammatici avvenimenti, in città sono ancora numerose e visibili le tracce apportate da tale assurdo accanimento bellico. Le Amministrazioni comunali insediatesi nell’immediato dopoguerra, uno strano connubio tra la vecchia classe nobiliare che aveva ancora una volta cambiato casacca per continuare a mantenere i secolari privilegi e la classe popolare emergente, per la cecità, la poca lungimiranza e l’incompetenza politica che li caratterizzò, non seppero o non vollero sfruttare le grandi risorse finanziarie e le opportunità (Piano Marshall), messe a disposizione dal nuovo Stato Repubblicano per la completa ricostruzione della città.
E'questo un breve sunto di una pagina di storia che riguarda molto da vicino la città di Randazzo, alla luce degli avvenimenti succedutisi e della loro importanza potremmo dire che "la storia ci ha solo sfiorati"
http://www.randazzomedievale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=48&Itemid=43

 

 

Medaglia d'argento al merito civile conferita alla città di Randazzo dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi:

 

«Comune, occupato per la posizione strategicamente favorevole dall'esercito tedesco, fu sottoposto per trentuno giorni, tanto da essere definito "la Cassino di Sicilia", a violentissimi bombardamenti che provocarono numerose vittime civili e la distruzione dell'intero abitato. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio.»

 

 

IL MUSEO DELLA SBARCO 1943 A CATANIA, VIALE AFRICA.
 

STORIA
Il 10 luglio 1943 gli americani e gli inglesi sbarcavano nella parte orientale della nostra Isola rispettivamente nei pressi di Gela e tra Portopalo e Siracusa.
L’invasione, definita agli ango-americani ‘Operazione Husky’ avrebbe portato la Sicilia e l\'Italia tutta verso la liberazione dall\'occupazione tedesca.
A questa drammatica pagina della storia contemporanea scritta proprio in Sicilia, da centinaia di migliaia di combattenti provenienti da diverse parti del mondo è stato dedicato il museo dello Sbarco situato a Catania presso il complesso fieristico denominato Le Ciminiere.
Esso rappresenta,pertanto, un atto di omaggio a tutti i caduti della Battaglia di Sicilia e si propone alle nuove generazioni come percorso didattico culturale e storico al fine di custodire gelosamente la pace come bene essenziale e prioritario per l’umanità.

Nel suo continuo svolgersi, Il Museo ripercorre le tappe degli scontri di guerra che si svolsero soprattutto nella Sicilia occidentale come Gela, Augusta, Agira, Floridia, Troina, Ponte di Primo Sole, Catania, Messina.
Propone attraverso ambienti ricostruiti, le condizioni che caratterizzavano la vita prima, durante e dopo l’evento bellico con simulazioni, proiezioni ed esposizione di reperti sempre rigorosamente originali.
Gran parte del materiale video esposto, infatti, proviene dagli archivi storici americani e inglesi e le proiezioni accompagnano i visitatori, stimolandoli in giudizi e valutazioni, per tutti e tre i piani sui quali sviluppa il Museo, che occupa complessivamente una superficie di circa 3.000 metri quadri.
Il personale accoglie, accompagna ed assiste lungo il percorso del Museo gli studenti in visita.
Ai gruppi scolastici viene consegnata una copia gratuita del Catalogo per la loro biblioteca d\'Istituto.
PERCORSO
Lungo il percorso, una cartellonistica fotografica e testuale illustra l\'avanzata americana, mentre, numerosi monitor trasmettono simultaneamente immagini della avanzata delle truppe americane ed inglesi.
Al primo piano, una sala ottogonale, che simula un bunker, quattro monitor che proiettano immagini di città bombardate come Palermo, Messina e Catania.

 


La sala \"Testimonianze\" è una sosta del percorso museale di grande interesse per moltissimi giovani ed adulti.
La sala delle testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto lo sbarco in Sicilia, ha arricchito, dall\'inizio del 2006, il percorso museale.
Al centro della sala, un bassorilievo raffigurante la Sicilia viene animato con luci e colori, simulando l\'avanzata degli alleati.
Il percorso continua con le sale d\' esposizioni di reperti autentici: divise militari ed armi d\'epoca.
Al secondo piano cinque statue di cera, modellate dai maestri inglesi, riproducono i protagonisti storici del tempo: Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill, il re Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini, Adolf Hitler .
Sempre al secondo piano, la riproduzione in scala reale della tenda che ospitò i personaggi che il 3 settembre 1943 a Cassibile firmarono l\'armistizio: il generale Giuseppe Castellano e il Comandante Bedell Smith .
Il percorso si conclude con l\'immagine del cimitero inglese che si trova alle porte di Catania, verso Siracusa, ove riposano le spoglie dei caduti.
Su un pannello luminoso, posto ai piedi di una scultura bronzea, scorrono i nomi di tutti i soldati morti in combattimento e riconosciuti.
ORARIO
Il Museo è aperto al pubblico di mattina tutti i giorni, escluso il Lunedì, dalle ore 9,00 alle ore 12,30 (ultimo ingresso - chiusura ore 14,00).
Il Museo apre anche di pomeriggio nelle giornate di Martedì e Giovedì, dalle ore 15.00 alle ore 17,00 (ultimo ingresso - chiusura ore 18,00).
Il museo è aperto anche nei seguenti giorni festivi : 6 gennaio, Epifania 25 aprile, festa della Liberazione 2 giugno, festa della Repubblica 8 dicembre, Immacolata concezione 26 dicembre, Santo Stefano Telefono: 095.4011929 - 095.533540
COME SI RAGGIUNGE
Il Museo, sito a Catania nella centralissima arteria di Viale Africa, è raggiungibile a piedi in dieci minuti dal centro storico, o con le linee urbane.
Si trova a pochi metri dalla Stazione Centrale e dal capolinea autobus delle società SAIS ed ETNA, che collegano Catania alle altre province e alle città più importanti della Sicilia.
http://www.siciliasud.it/luoghi.php?c=140&tabella=luoghi

 

 

 

 

 

 

 

I LIBRI SULLO SBARCO IN SICILIA

 

 

Gran parte delle foto di questa pagina provengono da LA GUERRA A CATANIA  di Salvatore Nicolosi - Tringale Editore (1983)

 

ALTRI VIDEO

 

   

 

 
   

 

 

Buona parte delle foto proviene dal libro"La guerra a Catania" di Salvatore Nicolosi - Tringale editore

 

 

«Robert Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra,

 perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino»

 

Parte della famosa immagine sottostante è di  Robert. Gli chiedo scusa se l'ho stravolta.

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