Caro sindaco Sala, dopo il disastro lombardo trovo vergognose le sue parole su vacanze e controlli

 

Sindaco Sala,

sono nata e cresciuta in Sardegna ma per motivi di lavoro vivo a Roma da tempo, quella stessa Roma che, a dispetto di tanti pregiudizi su tutto ciò che si trovi sotto Milano, ha affrontato questa emergenza sanitaria in maniera esemplare, sin dai primissimi due casi della coppia cinese in vacanza.L'immagine può contenere: il seguente testo "rsala Villapetrosa PRIMA Alcamo isilmeri agheri MarTirreno Cipirello Corleone Margherita Sambuca siclia Campobello Mazara SICILIA Sciacca® VULCANO Cefalù NORD Gratteri Paola "Cerda Isnello Randazzo: Castellane Fondachello Sicula Maarae Lercara Regalbuto' Cataldo Caltanissetta Stazzo Catena Cattolica Eradea" Comitini Siculiana AGRIGENTO Canicatt) Piazza Armerina Caltagirone Butera Nișcemi La Lega farà parte Palma della Giunta Regiona Catania Militello "Castellana Lentini Licata Augusta Prevedo tempi duri per Ragusa, Siracusa Agrigento. Siracusa Monterosso Gulfi Rigolizia Cassibile .Ragusa SICILIA- Marina Pozzallo Pachino"

Ora, le confesso che ho cercato di trovare le parole giuste per esprimere ciò che ho provato leggendo la sua recente dichiarazione sull’ipotesi di alcune regioni di adottare misure di contenimento dei possibili contagi per le persone in ingresso, ma ho trovato una certa difficoltà e non perché io non sia in grado, ma semplicemente perché ero e sono molto incazzata.

Questa pandemia e la crisi economica che ha generato hanno evidenziato in modo netto e brutale le falle di una Regione che, ubriaca della sua stessa presunzione di essere la migliore, la più civile, la più operosa, ha improvvisamente fatto i conti con una realtà che se ne sbatteva di Milano e dei suoi apericena cool, delle sfilate di moda all day long, dei teatri e dei concerti più esclusivi, del primato per numero di imprese in Italia e che invece le ha sbattuto in faccia la propria incompetenza e che ha stracciato per sempre quella maschera di perfezione e rettitudine a cui tanto teneva.

La sua Regione, sindaco. Il velo è caduto e ciò che ha rivelato è stata soltanto una gestione scellerata delle risorse, una corsa al profitto che non ammette ostacoli e in cui non c’è nulla che non possa essere sacrificato, persino la salute dei cittadini. Ma sarà l’età o solo un po’ di distrazione, mi pare lei abbia dimenticato tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi e forse necessita di un breve riassunto o se preferisce un brief, un recap, un summary.

Provvedo subito, partendo dal principio. E’ il 23 febbraio e nell’ospedale di Alzano Lombardo viene individuato il primo caso di coronavirus in bergamasca. L’ospedale di Alzano viene chiuso, ma a differenza di quello di Codogno riapre dopo poche ore. Pazienti e familiari, oltre al personale sanitario, in quei giorni si infettano proprio in ospedale, ma verranno lasciati liberi di circolare senza essere sottoposti al tampone.

Il 3 marzo l’Istituto superiore di Sanità chiede che Nembro e Alzano vengano dichiarate zone rosse perché ci sono più contagi di Codogno ma, nonostante fosse già tutto predisposto, né il Governo né la regione Lombardia autorizzano la chiusura. Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, dimostrando di aver compreso a pieno quali sono i compiti di una Regione, sostiene che spettasse al Governo dichiarare la zona rossa.

Qualcuno ci tiene però a ricordargli che il potere di dichiarare la zona rossa può e deve essere esercitato anche dalla Regione; vabbè dai, non è che si può sapere tutto, qualcosa sfugge. Oppure, a pensarci bene, non è che è proprio sfuggito, diciamo che di fronte al profitto di cui sopra si è semplicemente scelto di non chiudere. Il risultato di questa scelta intelligente sono stati circa 5900 morti solo nella provincia di Bergamo.

Potrei continuare, ma ho bisogno di tornare a quella sua dichiarazione di qualche giorno fa: “Vedo che alcuni presidenti di Regione, ad esempio quello della Liguria, Giovanni Toti, dicono che accoglieranno a braccia aperte i milanesi quando si potrà viaggiare tra una Regione e l’altro. Altri, non li cito, dicono ‘magari se fanno una patente di immunità’ è meglio. Qui parlo da cittadino prima ancora che da sindaco: quando deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”.

Sindaco Sala, sa cosa deve ricordarsi o meglio tatuarsi bene in fronte? Che la sua Regione, durante questa pandemia, è stata la vergogna dell’Italia intera e che da ora in poi ogni volta che penserò a Milano, alla sua amata città, mi verrà solo una grande malinconia, una tristezza per tutti quei malati lasciati a morire, per tutti quei medici eL'immagine può contenere: cibo, il seguente testo "Buona Pasqua Coronavirus Vaccine Injection ony 5ml Sto www.mimmorapisarda.it sbaddu e malucchiffari nel web" infermieri che hanno sacrificato il loro tempo, le loro competenze e purtroppo la loro vita per salvare una sanità che la sua Regione ha ridotto all’osso.

E sa un’altra cosa? Parlare di vacanze e di weekend fuori in una situazione come quella che sta vivendo la sua città la trovo una cosa vergognosa. Lei non ha la benché minima idea di cosa significhi vivere tutto l’anno in Sardegna, la meravigliosa terra da cui provengo. Un’isola con un sistema sanitario inevitabilmente limitato, che fatica a sopperire persino alle necessità dei propri abitanti. Una Regione estremamente più povera della sua, che se mai si dovesse verificare un’emergenza sanitaria come quella della Lombardia ne uscirebbe dilaniata.

Le do anche un’altra notizia: noi siamo circondati dal mare, perciò comprende da solo che sarebbe un pelino più complicato trasferire i malati o peggio i morti in altre regioni. Non sono decisamente un’ammiratrice dell’attuale giunta regionale sarda, ma quello che il Presidente Christian Solinas sta cercando di fare è evitare che una Regione così fragile come la Sardegna rischi il tracollo. Purtroppo le modalità di azione sono ancora incerte, ma le intenzioni sono buone e vanno oltre ogni tentativo di proibire a milanesi, torinesi, genovesi o chicchessia di bearsi del mare e delle spiagge della nostra isola.

Vede, signor Sindaco, la sua dichiarazione è stata quanto mai fuori luogo e parecchio irrispettosa nei confronti di chi, durante questo terribile periodo, ha lavorato sodo per permettere a lei e a me di stare qui a discutere di vacanze. Sia riconoscente e cosciente del suo ruolo, eviti quella famosa presunzione di cui abbiamo parlato che, come ha potuto notare, non vi ha portato da nessuna parte e che, se continuerete di questo passo, non vi porterà più in là di Mantova.

 

Con rispetto.

Francesca Petretto

https://www.ilfattoquotidiano.it 

 

 

 

 

Nuova restrizione tra regioni ma permane quella tra comuni e comuni. Scusate, sarò duro di comprendonio, ma questa non l’ho capita. Oppure non si è voluto capirla.

Mi spiego. Dopo il caro e ahimè mai più ritornato boom economico, complice l’offerta edilizia negli anni Settanta, molti comuni limitrofi alle grandi città si sono così tanto allargati da essere diventati, di fatto, dei veri e propri quartieri che fanno parte del tessuto urbano del capoluogo di provincia. Conosco persone che hanno il soggiorno con una parete a Gravina, un’altra a Battiati, una a Catania e una a S.G. La Punta.

Faccio l’esempio di Catania, dichiarata Area Metropolitana. La città, come altre, è una spugna con funzionamento giornaliero a due mandate: mattina e sera; circa l’80 per cento della sua forza lavorativa dorme in zone residenziali appartenenti ad altri vicini comuni quali Mascalucia, Ficarazzi, Acicastello, Pedara, ecc., e l’effetto lo si può notare la mattina, con lo svincolo autostradale intasato e alla sera, al momento del rientro a casa.

Adesso, leggendo gli atti governativi, posso anche capire – ma non tanto, poi - il divieto tra Catania e le lontane Scordia, Viagrande, Palagonia, Bronte, Randazzo. Non capisco, invece, gli autentici “catanesi” (perché di questo si tratta) costretti a non uscire dal comune di residenza, distante solo pochi chilometri da Catania, sol perché il Governo ha fatto di tutta l’erba un fascio senza pensare alle grandi aree metropolitane con zone residenziali a ridosso del Centro ma appartenenti ad altri comuni. E’ come dire a un residente di Monza, che ogni giorno nemmeno si accorge di essere entrato nella capitale, “No, tu non puoi entrare, perché SOLO DAL PUNTO DI VISTA AMMINISTRATIVO (lo dice una linea blu sull’Atlante) non sei di Milano. Inaudito.

 

 

 

Ok, per il bene comune ci può anche stare, anche se fa rabbia vedere le foto dei concittadini passeggiare al lungomare solo perché residenti qualche metro più in là. In fondo si tratta di un po’ di settimane di sacrificio in più nel nome della salute di tutti noi, e poi quei comuni limitrofi etnei sono dotati di ogni servizio essenziali quali banche, uffici comunali, negozi al dettaglio, ecc. Niente da dire, giusto: non c’è alcuna necessità di fare un prelievo bancomat a Catania perché, per esempio, a S. Agata Li Battiati, SE UNO VIVE DAVVERO DENTRO IL PAESE, ci sono già. Sarebbe un capriccio in questo periodo di pandemia.

Il mio caso è diverso. Nel dopoguerra, il Comune di Catania rifiutò alcune aree di due comuni limitrofi i cui territori arrivano fin dentro la città. Con l’avvento dell’IMU, Catania li richiese ma quei comuni, giustamente, si rifiutarono. Per questo motivo, se devo andare al mio Municipio dopo aver fatto il bagno al Lungomare, devo arrivare alle pendici dell’Etna. Bello, no?

Trattasi di verdi zone residenziali ma, in sostanza, autentici dormitori con attorno prati fioriti, salici piangenti, pochi servizi essenziali e grandi supermercati. Tutto qui. Ma poi che bisogno ci sarebbe dello spirito di vivere nell’Urbe? Catania è proprio qui sotto, solo a duecento metri, no? Basta prendere l’auto o, magari, scenderci anche a piedi.

Ieri. Oggi no.

E io sto ancora peggio, perché abito (dormo) in una di quelle “isole", con una farmacia e una piscina privata. Nient’altro. In questo maledetto periodo, per far la spesa al solito supermercato di fronte (basta attraversare la strada a piedi) devo munirmi di autocertificazione perché quell’esercizio appartiene al comune di Catania o a quello di Tremestieri Etneo.

In sostanza, sarei un prigioniero.

 

 

A concludere, non vorrei annoiare, mi pongo queste domande:

1) E’ giusto che gli italiani del Sud, dopo 50 giorni di reclusione e virtuosi nei comportamenti visti i risultati dei contagi nazionali, debbano pagare lo stesso dazio degli indisciplinati lombardi che continuano a correre lungo i Navigli?

2) Atteso che questa restrizione duri anche a giugno, che senso ha riaprire gli stabilimenti balneari, quando più della metà dei bagnanti non sono residenti (solo geograficamente) sulla riviera?

3) Come devono comportarsi le forze dell’ordine quando si ritroveranno centinaia di autocertificazioni in cui sta scritto che il guidatore si sta recando dai propri genitori considerato un improvviso ed “inaspettato” bisogno di abbracciarli, dopo averli ignorati per decenni? Grazie a questo escamotage, quanti mammoni dovremmo aspettarci per le strade il 4 maggio?

4) Perché due persone che vivono nella stessa casa per 50 giorni, non possono andare nella stessa auto?

5) Perché si potrà andare anche al Bingo ma non si potranno celebrare le messe?

6) Come devo giustificarmi quando mi fermeranno senza autocertificazione e il bisogno di sconfinare (come già detto, c’è solo una farmacia) per andare a comprare una nuova cartuccia per la stampante, visto che il Presidente Conte me l’ha consumata a forza di provvedimenti?

Questo è quel che vorrei chiedere a quel comitato tecnico scientifico composto da 450 esperti, che già con atteggiamenti da luminari degni del miglior baronaggio stanno solo facendo a gara a chi la dice meglio, sfruttando il momento per pontificare le loro carriere accademiche e future poltrone attraverso conferenze stampa, comparsate su divani televisivi, post, twitt e cinguetii vari.

_________

Un detto siciliano dice “A tempu di guerra ogni minchiuni mustra la so' putenza”

 

 

 

Come si nota, per ovvi motivi, in questa pagina non sto aggiornando attività o svaghi organizzati "peri peri" a Catania e provincia e gli aggiornamenti sono abbastanza limitati. Non c'è niente da passeggiare, da applaudire o da sorseggiare. Siamo quasi tutti a casa. Dico quasi perchè c'è ancora qualche imbecille che rischia di vanificare il nostro sacrificio. 

Non ci stanno chiedendo di andare in guerra, come erano costretti a fare i nostri antenati, rischiando di beccarsi una pallottola al fronte. Certo, la nostra generazione non c'era abituata, però ci stanno chiedendo solo di stare a casa a leggere un libro, goderci le nostre smart tv, parlarci e raccontarci, comunicare fra noi con i social e whatsapp, contattare i nostri cari al cellulare, svolgere il telelavoro da casa e sistemare cose che avevamo ripromesso di fare. Tante comodità che i nostri anziani genitori (i primi da tutelare, mettetevi la mascherina quando li andate a trovare) nemmeno si sognavano durante situazioni ben più difficili e tragiche di quella che stiamo vivendo.

Anche questa è una guerra, ma possiamo vincerla comodamente seduti al calduccio sui nostri divani invece che attorno a un tavolo 2 x 2 assieme a degli irresponsabili che credono un aperitivo più importante della loro stessa salute e di quella altrui.

Basta poco, anche evitare frasi del tipo “chi è, ti scanti?” appartenenti a quell'orgoglio “Marca Liotru” che, in questo caso, porta inesorabilmente a conseguenze devastanti per la nostra comunità.  Quello che stiamo vivendo non è un gioco e neanche una gara su chi ha più coraggio.

Dai, sono solo un po' di settimane di sacrificio, ma a 5 stelle. Forza, con un po' di volontà ne usciremo fuori, così potremo finalmente riabbracciarci tutti assieme.

Insomma, stativi 'e casi .... ca jè megghiu pi tutti! Cerchiamo di essere "spetti" davvero e non "babbi di l'ova".

 

Mimmo Rapisarda

 

 

Dal 27 febbraio in quarantena (40 gg) ed oggi, svegliandomi, pensavo al lunedì come al giorno in cui ognuno di noi si rimette in marcia dopo il riposo. Si fanno programmi e con la mente si rivedono i progetti settimanali. Ma la realtà ti dice “No, niente, oggi è uguale a ieri e all’altro ieri.”

Ieri pomeriggio sono uscito a piedi da casa (con mascherina e guanti) perchè non ce la facevo più. Dovevo respirare e vedere, con insolito affetto, il cemento del marciapiedi, quell’asfalto rugoso che ci fece tanto impazzire quando lo calpestavamo con le nostre auto e le insegne dei negozi, ahimè, tutti chiusi e non perché era domenica.

A dire il vero, non c'era quasi nessuno e mi sembrava quasi di camminare, in quell’orario, in una situazione simile a quella di certi film catastrofici. Mi faceva quasi piacere, significava che i miei conterranei stanno facendo il proprio dovere, in contrasto con quello che pubblica certa stampa pur di campare. Niente, nessuno, eppure sapevo che erano tutti lì, dietro le loro finestre ad osservare invidiosissimi quel Lupo mannaro (*) che camminava lungo la strada.

Non chiedevo tanto, volevo soltanto un po’ d’aria; mi sarei accontentato solo di guardare i nomi sui citofoni del condominio adiacente a quello mio o di leggere il cartello del salumiere che indicava i periodi di chiusura.

Purtroppo, dopo 100 mt. di camminata vedo in lontananza una Gazzella dei Carabinieri. Mi guardano minacciosi da lontano mimandomi la trascrizione del verbale e poi una "taliata" che la diceva tutta: "Attìa, a casa passa! Marsch!"

__________________________

(*) se il mio barbiere non riapre al più presto, c’è il concreto rischio di essere abbattuto per strada con una pallottola d’argento. Altro che polmonite da Covid-19!

M.R. (Facebook)

 

Catania - «Piango perché sono vecchio, perché questo coronavirus mi fa sentire vecchio. Piango perché sento il mondo lontano, perché dal balcone non vedo più nessuno. Piango per questa mia vita interrotta, per la brutta prospettiva di usare la maschera quando uscirò. Tony Zermo: «Questo coronavirus mi fa sentire vecchio. E piango ...Già, ma quando uscirò, quando tornerò a calpestare le basole del marciapiede? Piango perché ricordo i miei genitori come non facevo da tempo, piango perché ricordo gli amici che non ci sono più, perché penso a quando ero giovane e felice come se il mondo fosse mio e io fossi del mondo.

Piango perché non ho alcuna certezza del domani, perché non so quando potrò uscire e se uscendo correrò il rischio di incontrare la morte. Piango perché quando si riaprirà il mondo non potrò più viaggiare a causa della mia sopravvenuta decrepitezza, piango perché mi è stato rubato l'ultimo pezzo della mia vita, quella che era destinata alla libertà assoluta, alla spensieratezza, agli amici, al gioco, ai piccoli piaceri della vita. Piango perché un piccolo virus bastardo arrivato dall'Asia sta cambiando il mondo e le mie abitudini. Piango perché è Pasqua, perché le musiche liturgiche mi ricordano l'innocenza perduta, piango perché mi commuovo sotto il peso dei ricordi e non so bene se questa è la mia ultima Pasqua. Abbraccio tutti i vecchi come me che si interrogano sul domani e a cui non può bastare il calore degli affetti familiari, il tricolore sui balconi e l'inno nazionale».

Tony Zermo

 

 

 

E CHE CAZZO!