L'ARABO DI SIRACUSA E LE NOTTI BRAVE NEL CONVENTO

di Michele Nania - La Sicilia, novembre 2006

Il titolo, "Il sesso nel convento" corrisponde letteralmente all'originale: non c'è alcuna profanazione. L'autore, Ibn Hamdìs (1055-1133), il massimo poeta siciliano (era nato a Siracusa) di lingua araba, morì esule a Maiorca dopo che l'Isola fu riconquistata dai Cristiani. In questa che è l'elegia 110 del suo voluminoso Diwàn (=Canzoniere) pubblicato una sola volta nella lingua originale, a Roma, dal grande orientalista Celestino Schiaparelli (1841-1919 ), allievo dell'ancora più famoso Michele Amari (1806-1889), descrive una ordinaria serata in un pub dell'epoca. Vino a go-go, ragazze che come le odierne cubiste mostravano molto e nascondevano poco, e poi musica, linguaggio volgarotto e il resto che si immagina. E il convento? Per i buoni musulmani il vino è notoriamente arcivietato, ma i bravi giovanotti arabo-siculi (come fanno anche oggi i loro colleghi in Libano o in Turchia) qualche peccatuccio se lo permettevano andando non in discoteca, mai nei conventi dei Cristiani, i cui frati (anche questo si sa) hanno sempre disposto di capienti cantine e formidabili vinelli (est est est...). 

Per questo in arabo "convento" (dàyra) significava "osteria" e "monaca" (ràhiba) valeva come "ostessa": ma anche se non c'era alcun sacrilegio in questa movida di mille anni fa, certo c'era molta disinvoltura che i Mullàh non gradivano e per questo il buon poeta usa metafore: le ragazze che baciano il piffero e abbracciano il liuto (ud: che letteralmente significa bastone) avranno esercitato anche altre meno oneste attività. Traduciamo sulla edizione originale tenendo d'occhio la versione parziale che ne ha fatto Francesco Gabrieli (1904-1996) il più grande arabista italiano del Novecento.
La traduzione, per quanto possibile, è letterale. Abbiamo saltato alcuni brani meno significativi (il componimento si estende per 37 distici) alcuni dei quali oscuri anche per i copisti medievali. L'autore deve averlo scritto quando già da tempo viveva in esilio (in Spagna o nel Maghreb) e rimpiangeva le notte brave in vista dell'Etna.
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La monaca aveva chiuso il convento / ma noi andammo a trovarla di notte.  Ci guidava il profumo del vino / che effonde i suoi segreti alle narici... 

Gettai una dracma d'argento sulla sua bilancia / e lei spillò dalla botte il vino aureo come i denarii romani.
Proponemmo a quattro ragazze / il gioco di cogliere il loro fiore... 

Si pacavano i moti del dolore / e le cantanti pizzicavano le corde, l'una abbraccia per me il liuto / e l'altra bacia il flauto suo, 

la ballerina al zava in alto il piede / batteva il ritmo la mano sul tamburo  Ricordo la Sicilia con dolore / quando suscita in me questi ricordi.

 

 

LA MALIA DELL'ETERNO DESIDERIO, UNA FAVOLA TUTTA DA RACCONTARE

Intervista a Pietrangelo Buttafuoco - di Michele Nania (La Sicilia, novembre 2006)

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Cos'è il sesso per vossia?
"Una magnifica orchestrazione di gioia, testa e fame. Devo dire che, specie di questi tempi, così tristi per il sesso, trovo sempre più illuminante l'idea del sesso spiegata dall'Islam, ovvero, una preghiera".
C'è un sesso di sinistra o un sesso di destra?
"Non c'è una deriva ideologica nel sesso. Piuttosto esiste una pratica del sesso in Occidente sempre più relegata nel glamour, perfino la protagonista di "Scoop", la Scarlett non ricordo neppure il cognome, viene spacciata per diva. E' una tappetta, forse tettuta, cicciotta di sicuro, lontana un miglio dai mammiferi di lusso cui era abituato l'immaginario maschile, eppure acclamata da orde di lettori di magazine pop e da ridicoli video musicali".
Il sesso in Sicilia è diverso dal sesso in Trentino, per dire, o in Toscana?
"Il sesso in Sicilia è soprattutto ed essenzialmente Eros, dunque è puro istinto dionisiaco. La malia dell'eterno desiderare dei siciliani è una favola che ancora aspetta di essere raccontata. Capolavori come "Sedotta e abbandonata" e "Divorzio all'italiana" non potevano che cercare la cornice di Sicilia. L'amore dei siciliani è per forza diverso, non fosse altro che per lo stile: tragico e buffonesco allo stesso tempo".
Sei mai stato in una casa di tolleranza, anzi in un casino?
"Oh sì, certo che sì. E di uno in particolare serbo un ricordo semplicemente indelebile: credo sia il più bello del mondo, è in Spagna, e purtroppo l'unica cosa che mi sfugge è il nome. Si trova in una via centralissima di Madrid, ci andai con Enzo Raisi, un mio amico, unico deputato del parlamento italiano spagnolo. Ne feci uno dei reportage durante il mio soggiorno spagnolo come inviato del "Foglio". Pubblicammo perfino il numero di telefono. Fu un successo. Era una sorta di parco giochi, per dirla al modo nostro c'era la "valle": bellissime creature in tutte le varietà dell'invenzione femminile".
Ti sei definito un discepolo di Eraclito: tutto scorre anche nel sesso?
"Tutto scorre a maggior ragione nell'Eros. Ecco, preferisco parlare di Eros piuttosto che di sesso. Questa parola risulta quasi sanitaria. Tutto scorre dunque: è acqua che si rinnova nello stesso scavo d'Oceano".
Qual è la cosa più divertente o interessante che hai letto o visto a proposito di sesso?
"I racconti delle generazioni precedenti, tutta l'epica riguardante le lenzuola è materia immaginifica".
E che impatto ha avuto tutto ciò sul giovane Buttafuoco?
"Forse nessuno".
A quanti anni?
"Forse mai".
Hai mai fatto cilecca?
"Forse sempre".
E' davvero l'uomo ad avere il "chiodo fisso" o è solo perché ne parla di più?
"L'uomo che ama le donne è ormai considerato alla stregua di un reietto, la società moderna e occidentale odia il maschio bisognoso di femmine, c'è una sorta di ficafobia che ha guadagnato i gradi massimi dello spirito del tempo. Facciamo ad esempio: tutti hanno pontificato contro Salvo Sottile, il capo ufficio stampa di Gianfranco Fini per la presunta strapazzata della Gregoraci sui divani della Farnesina. Fino a qualche mese fa, lo scandalo del senatore Emilio Colombo, il vegliardo che si faceva comprare la cocaina dagli uomini della scorta è stato invece benedetto quale esempio di chic inarrivabile. Se Salvo Sottile fosse stato coinvolto in una storia di tossicomania, ragazzi e balletti balletti verdi oggi non sarebbe uno col "chiodo fisso", ma il protagonista di un talk nel palinsesto televisivo del pomeriggio. Pertanto, parafrasando Karl Marx diciamo: 

 

 

"Uomini dal chiodo fisso, unitevi!"".

 Ne hai amici omosessuali?
"Molti fingono di esserlo per riuscire in società, è solo una forma di promozione sociale, dunque non potrei giurarci che lo siano".
Grazie al tuo mestiere hai un osservatorio privilegiato e diciamo comparativo. Nato e cresciuto altrove, adesso hai successo e lavori oltre lo Stretto".

Sono cambiati i ragazzi e le ragazze siciliane?
"C'è sempre meno liceo classico nei nostri paesi e sempre più omologazione. Non credo che i ragazzi di Calascibetta siano tanto diversi da quelli di Sesto San Giovanni".
Magari i loro genitori sì. Hai letto Melissa P.? E' stato lo scandalo letterario dell'anno (scorso), ed è opera di una ragazzina della borghesia catanese...
"Non l'ho letto ma ne penso benissimo. Tutto ciò che vince in libreria è una mano santa per costringere la gente a mettere il naso nella carta stampata".
L'outing come lancio pubblicitario. Lo ha fatto Alessandro Cecchi Paone prima di candidarsi in politica. Lo ha appena fatto Susanna Tamaro...Ma il tuo romanzo "Le uova del drago" è stato ed è un successo senza grandi lanci, senza outing e senza sesso. Cos'è, un'anomalia?
"Niente male essere un'anomalia, diciamo che è stata un'anomalia".
Hai ricevuto un'educazione sessuale in senso classico oppure il sesso l'hai scoperto all'improvviso?
"All'inizio ho creduto fosse un pettegolezzo."

Che tipo di scoperta è stata?
"Normale, spontanea, sana e banale".
La prima volta non si scorda mai?
"Mai".
Meglio la prima o l'ultima?
"Meglio sempre".
Cosa ti colpisce di una donna?
"Immediatamente, la bellezza, solo la bellezza".
Con quali armi pensi di colpire una donna?
"Non penso dev'essere una battaglia. Comunque sia, ad armi pari".
Ti piace il corteggiamento?
"Assolutamente sì".
Zsa Zsa Gabor, credo sia stata lei, disse una volta che la donna siede sulla propria fortuna. Sei d'accordo?
"Non solo quella è la fortuna. La caviglia, le mani, lo sguardo. E poi la voce, oh la meraviglia che può nascondere la voce..."
Ci andresti sull'Isola dei famosi?
"Fortunatamente non sono famoso".
Il sesso è un'arma, uno strumento, un'esigenza o semplicemente un piacere?
"L'Eros è la radice della vita. Il resto è conseguenza".
Per tutta l'estate il tuo giornale, "Il Foglio", ha pubblicato una paginata al giorno sull'arte di concupire...Qual è la paginata che t'ha colpito o ti è piaciuta di più?
"Adesso ho cambiato giornale, sono a "Panorama", ciò non toglie che il Foglio sia la mia casa d'origine. La paginata che m'è piaciuta di più è stata quella non scritta. Non l'ha scritta infatti Peppino Sottile, sublime concupente. Cosa insegna il Tractatus: "Di quel che non si può dire bisogna tacere".
Ah ecco, a proposito: che ne pensi di vallettopoli?
"La destra ha fatto della Rai la peggiore Rai di tutta la sua storia, questo penso. Erano in arretrato di ragazze, tutto qua. La prossima volta, se mai torneranno al governo, presentino un certificato comprovante avvenute copule entro i trent'anni di età e con femmine piccanti, come si conviene a uomini liberi da lusinghe. Vale infatti il detto siciliano: quanto sono fessi gli uomini che vanno d'appresso alle femmine!".

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Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e polemista, è nato Catania il 2 settembre 1963. Laureato in Filosofia, ex libraio ed ex insegnante di liceo, si è trasferito a Roma, sentendosi un eterno emigrato, facendosi le ossa presso diverse testate: il "Roma" di Napoli, il "Secolo d'Italia", l'"Indipendente" ed il "Giornale". Ex firma del "Foglio" di Giuliano Ferrara, al quale ha collaborato dalla sua fondazione, ora editorialista a "Panorama", ha vinto il Premio Guido Piovene 2000, la cui giuria ha ammirato lo stile "provocante e arguto" dei suoi scritti, e con il romanzo "Le uova del drago" ha vinto il Supercampiello per l'opera prima 2006, entrando nella cinquina finale per il premio vero e proprio. Politicamente di destra, pur vivendo da anni nella capitale è rimasto profondamente legato alla sua terra d'origine che ama caparbiamente e di cui vuole l'indipendenza da tutto e da tutti.

 

 

 

IL CALIFFO
di Michele Nania - La Sicilia, novembre 2006

S. Agata Militello. E continuavano a chiamarlo il Califfo. Anche se sono passati anni e anni dalle sue epiche imprese, anche se adesso di anni ne ha sessanta e chissà cos'è rimasto del celebre campione regionale assoluto di sesso promiscuo. Però un segnale, o forse solo una coincidenza, è il seguente: se arrivi in paese e chiedi in giro dov'è la casa del signor Scaffidi ti allargano le braccia; se invece chiedi dove sta il Califfo puoi scommettere che allungano il dito e t'indirizzano a colpo sicuro. Tutti sanno chi è, cos'ha fatto e cosa fa.
Seconda coincidenza: l'invidia. Al bar del porto un pescatore sdentato e anche un po' suonato dalle troppe birre, e perciò abbastanza affidabile - in birra veritas - dice di conoscerlo e assicura che in paese c'è di meglio e di più. "Certe cose si fanno in silenzio, e meno parli e meglio ti vengono e più stai tranquillo", assicura il pescatore suonato e sdentato.
Terza coincidenza: se qualcosa, qualunque cosa, riguarda il signor Giuseppe Scaffidi Fonte alias il Califfo, tutto il paese lo viene a sapere e tutto il paese ne parla. Ancora.
Siccome, come diceva Agatha Christie, una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono due coincidenze e tre coincidenze fanno una prova, ne consegue che la leggenda del Califfo di Cuccubello è ancora attualissima.
Il soprannome da operetta gliel'affibbiarono alla fine degli anni Settanta, quando scoprirono che in un casolare semidiroccato di una frazione di Sant'Agata Militello - Cuccubello, appunto - il Nostro conviveva con undici femmine, tutte consenzienti e tutte fertili. Peppino il Califfo ha oggi ventisette figli - l'ultimo si chiama Valentino e ha "sei-sette anni" - e non ha smesso di fare il pascià. Anche se fa il netturbino, anche se da anni convive stabilmente con una donna - una sola - in una casa vera con tre figghioli, e anche se assicura che tutte le chiacchiere sul suo conto lo hanno stufato.
Della moglie che vive negli Stati Uniti - l'unica donna che ha sposato per davvero e dalla quale non ha mai divorziato - non intende parlare. Non parla neanche di Angelika, la bionda valchiria tedesca folgorata sulla via per Tindari, e finita per lungo tempo anch'ella nel suo affollatissimo e ruspante harem. Non parla della "Linticchiusa", una bellissima fanciulla lentigginosa del posto, che gli ha dato dieci figli ed è ancora una bellissima fanciulla. Non parla di Giuseppina né di Lucia, né di Lidia o Fortunata, né di Pierina, Maria, Carmela, Letterina... Nessuno di questi è un nome inventato, parola di cronista. Ma lui non ne parla, e non lo fa neanche dell'ultima conquista di cui parlarono i giornali, una fanciulla di Acquedolci agganciata durante l'ingorgo stradale su un ponte, lui sull'autocompattatore comunale e lei in motorino; lei diciottenne e lui più grande di trentaquattro: fuggirono insieme persi d'amore e, figuriamoci, sesso.
Parla, invece, e lo fa con una rabbia sorda e rassegnata, di quella volta che fu arrestato e processato, ma poi scagionato, dall'accusa di sfruttamento della prostituzione. Ad accusarlo era stato il padre. Glielo confessò e gli chiese scusa prima di morire: era invidioso di tutte le femmine del figlio. "Ero ubriaco e quella era una buttana, che dovevo fare..." disse il mancato sultano cioè il padre del califfo.
In realtà non c'era nessuna poesia nelle avventure del Califfo di Cuccubello: c'è solo la beata incoscienza di chi se ne fotte del mondo. Che però ben s'accoppia o s'accoppiava, e non è un modo di dire, alla beata incoscienza di chi ci stava. Davvero pensiamo che l'uomo è una bestia e la donna, mischina, quella che ci casca? E poi, riflettiamoci un attimo, di solito è un'impresa mettere d'accordo due donne; chi ci riesce con undici dicasi undici, deve per forza avere qualcosa di straordinario.
Quand'era giovane ed era famoso in tutt'Italia Peppino il Califfo era un torello: ed era a suo modo anche un bell'uomo. Oggi è un Califfo un po' agé: ha la panza e il ciuffo alla Presley tutto bianco, ma dietro gli occhiali brillano ancora quei suoi famosi occhi assassini, occhi azzurri e trasparenti come un laghetto di Ganzirri.
Non vuole farsi fotografare, non vuole farsi intervistare, ma in un modo o nell'altro lo mettiamo a sedere davanti al tavolino di un bar. Signore e signori ecco a voi la creatura vivente più rinomata del circondario dopo il suino nero. Ecco il vero onnivoro, ecco ciò che rimane del Perforatore dei Nebrodi.

 

Sta bene? Come vive?
"Sto bene. Tra cinque anni me ne vado in pensione e mi riposo. Faccio la mia vita normale, mi alzo alle cinque del mattino per andare a lavorare, ogni tanto vado in campagna, ogni tanto vado a pescare, ho la mia famiglia e non mi lamento".
Il soprannome di quegli anni le è rimasto. Le fa piacere che la chiamino ancora "il Califfo"?
"Non m'interessa. Mi chiamano anche Peppino".
Com'è nata la leggenda del Califfo?
"Non lo so com'è nata. L'invidia, penso. La gente che parla troppo e i giornalisti che scrivono troppo. Così è nata".
Però lei era uno che esagerava. Lei le femmine le faceva uscire pazze.
"Ma chi io? Ma quando mai. Io le femmine le ho sempre trattate bene, mai le ho fatte uscire pazze".
Va bene, ma qual era il suo segreto?
"Non c'è nessun segreto. Guardi, una volta allevavo i maiali, c'erano anche quattro cani. Oggi i maiali non ce li ho più ma i cani mi sono rimasti e ci vado tutti i giorni a trovarli, a portargli i croccantini e a stare con loro".
E che c'entrano le femmine?
"E' la stessa cosa. Se tu le tratti bene, loro ti sono riconoscenti e ti vogliono bene. Io vado d'accordo con tutte. Anche adesso, con quelle che vivono qui, ho buoni rapporti e ci salutiamo sempre".
Lei si prendeva cura delle donne abbandonate.
"E' vero. Non mi piaceva vederle da sole, magari con i figli piccoli. E poi capitava quello che può capitare se metti la paglia vicino al fuoco: s'adduma".
Se la ricorda la prima volta che ha fatto l'amore?
"Quando mi sono sposato avevo diciannove anni. Però praticavo anche da prima. Avevo quindici-sedici anni, mi pare".
E l'ultima volta quand'è stata?
"Guardi, parlando con lei, io lo faccio ogni sera".
Anche adesso che ha sessant'anni?
"Certo. Senza problemi".
Ma che fa, prende pillole?
"Mai. Sono contrario a 'ste cose moderne; medicinali, pillole, non le ho usate mai. Ogni tanto al bar sento quelli che si lamentano, chi lo fa due volte alla settimana, chi una, chi niente. Per carità, non è una cosa che mi riguarda".
E' mai stato con una prostituta?
"Io? Mai! Non c'è stato mai bisogno. A parte che sono contrario. Non mi piacciono queste storie di prostitute e di magnaccitudine".

Ma sì, certo... dicevo per dire.
"Non poteva essere mai mai. Anche perché sempre geloso sono stato, sempre. Se m'accorgevo che c'era uno sguardo o una storia, subito chiudevo. La mia donna sta con me e con nessun altro".

Anticoncezionali, immagino, neanche a parlarne.
"Mai. Nessun problema".
E quanti figli?
"Ventisette".

Se li ricorda i nomi?"
"Certo."
"Anche i compleanni?
"Certo. Sono i miei figli, tutte cose mi ricordo".
Sarei pronto a scommettere cento dollari che non è vero. Non se li ricorda. E certo non per male. Come dovrebbe fare, mischino, a ricordare tutto ciò che riguarda tutti i frutti dei suoi inarrestabili lombi... Ora d'altra parte è tutto proteso a dimostrare che la sua reputazione è stata infangata per la cattiva stampa e per l'invidia della gente. Anche quando finì in galera, accusato di sfruttamento della prostituzione, ci finì per l'invidia. E per colpa del padre, l'uomo che lo denunciò e che chiese scusa al Califfo solo poco prima di morire:

"Quella storia - racconta Peppino - mi ha levato due anni della mia vita. Quella storia mi ha fatto male".
Ma c'è una cosa di cui può andare orgoglioso?
"Io non ho mai abbandonato nessuna, e i miei figli me li sono cresciuti tutti. Ringraziando il Signore sono tutti bravi, vanno a scuola o lavorano, qualcuno s'è pure sposato".

E' vero che uno dei suoi figli è un medico affermato negli Stati Uniti?
"Vero, vero è".
I bambini sognano di fare l'astronauta o il poliziotto. Lei quand'era piccolo cosa voleva fare?
"Non me lo ricordo. Penso niente, forse l'operaio".
E quando sarà grande cosa farà?
"Io sono già grande. Tra poco me ne vado in pensione. Ho comprato una barchetta, ora piano piano me la sistemo e ricomincio ad andare a mare. Sempre meglio avere che desiderare. Me ne vado a totani, a trainare... E poi gliela lascio ai miei figli che si passano il tempo".
Ma le femmine le guarda ancora?
"Certo che le guardo. Sempre maschio sono".
E loro la guardano ancora?
"Certo che mi guardano. Sempre maschio sono".

 


Il califfo fa ventisette 

Storia del play boy più famoso dei Nebrodi

La sua ultima storia risale a un anno fa, ma il suo mito non è affatto in calo. Uno dei personaggi più famosi di Sant’Agata Militello è certamente Giuseppe Scaffidi Fonte, 53anni, il Califfo di Cuccubello. Decine di donne sono cadute ai suoi piedi, 26 i figli all’attivo. Ma forse il califfo comincia a temere la concorrenza di un giovane pattese che a soli 17 anni ha messo a segno due fuitine e una figlioletta. Scaffidi Fonte, netturbino al Comune, è balzato agli onori della cronaca fra il 1977 e l’80, quando in una vecchia casa di contrada Cuccubello, alla periferia del paese, viveva con ben sette donne di cui una tedesca. Allora fu il padre a denunciarlo e il tribunale di Patti a condannarlo a un anno per poligamia. Ma “Pippineddu settebellezze” non si è mai scoraggiato. Anzi, uno dietro l’altro sono venuti al mondo ben 26 figli. Molti dei quali hanno già trovato una dignitosissima sistemazione. Di lui dicono: «E’ un padre affettuosissimo». Nessun rancore neppure fra ledonne, nè gelosie fra i figli che si rispettano come dei veri e propri fratelli. L’ultimo colpo del califfo, arrivato sulla stampa a giugno dello scorso anno, la conquista di una giovane di18 anni, acquedolcese, che con lui sarebbe fuggita a Roma. Ma Giuseppe Scaffidi Fonte è un uomo di cuore e lo ha sempre dimostrato.Alla madre della sua giovane fiamma, ad esempio, ha pure trovato una casa a Torrenova. La donna era stata infatti sfrattata dal sindaco di Acquedolci a causa delle pessime condizioni dell’abitazione in cui viveva. L’alternativa sarebbe stata un’istituto nella lontana Cefalù, con retta a carico del Comune.

 

IL CASANOVA DI PATTI

Dopo la fuga con la suocera trentaquattrenne che lo ha reso papà, ha mollato tutti per convolare a nozze con una ragazza di Gioiosa. Ma c'è un giallo. L'ex convivente ha denunciatol'enfant prodige alla polizia. «Abbandono di tetto coniugale» di nuovo in fuga per amore. Sempre in cerca di nuove avventure che facciano parlare di lui. Lo chiameremo Enrico, ha 17 anni, pattese doc, capelli castano chiari rasati dietro, apparentemente un ragazzo come tanti. E’ lui - sulle orme del più famoso califfo di Cuccubello - il protagonista della nuova storia rosa che sta appassionando Patti e dintorni. Enrico - qualche problema alle spalle con polizia ecarabinieri, tanti lavori saltuari per tirare avanti - ha deciso di dare vita ad una nuova storia con una bella ragazza di Gioiosa Marea. E’ più grande di lui, ha 23 anni. Ma il casanova di Patti non si fa certo scrupoli. Sono altri i tempi quando si cantava “non ho l’età”. Il ragazzo è già diventato famoso per la fuga d’amore niente popo-dimeno che con la madre della sua ex ragazza, una bella donna che di anni ne aveva 34 anni e che per lui non esitò a piantare marito e figli. Tre anni fa, quando nessuno immaginava di dover vedere un giorno gli amanti di Montecastrilli sbattutti su tutti i teleschermi d’Italia, il giovane pattese si è guadagnato le pagine di Cronaca Vera per la fuga d’amore che lo ha portato a Roma. Nella città eterna si sono consumati iprimi atti di quello che sembrava essere l’inizio di una grande storia. Un dramma per la famiglia che - non avendo più sue notizie per giorni - lanciò appelli per ritrovarlo. L’ex suocera, diventata ufficialmente la sua donna, nel frattempo gli ha pure dato una splendida bambina che oggi sgambetta nella loro casetta, alla periferia est della cittadina, a due passi dal Santuario della Madonna Nera di Tindari. Ma tutto questo non è bastato a fermare Enrico. E’ giovane e non vuole sprecare il suo tempo. Il sorriso di quella ragazza di Gioiosa Marea è stato fatale. Un colpo di fulmine. La decisione immediata. Da alcuni giorni, Enrico vive nella casetta della sua nuova fidanzata, nelle campagne di Gioiosa Marea. Nessuna spiegazione per la sua ex. Una prima curiosità balza subito all’occhio. Questa ragazza porta lo stesso cognome della sua prima donna. Quest’ultima, però, non ha resistito alla gelosia. Si sarebbe presentata al commissariato di polizia di Patti con il chiaro intento di denunciare la rivale. Circonven-zione di minore o qualcosa di si-mile, l’accusa che stava per muovere. Ma le è bastato fare qualche passo indietro nella memoria per scoprire che anche lei, tre anni fa,si è invaghita dello stesso ragazzotto minorenne ma fin troppo cresciuto. E allora, meglio lasciar perdere. Ma chi è questo ragazzo che ditanto in tanto riesce a far parlaredi se? «Un ragazzo un po’ particolare - risponde un vicino di casa - ma non è uno che fa male agli altri». Tipica rivelazione di chi risponde a forza, ma in realtà vorrebbe tanto farsi i fatti suoi. «E’ un tipo un poco vivace, ma niente di più - dice invece una signora -. Da quando abita qua, mai avuto problemi con lui». Di Enrico ha un ricordo curioso una sua ex compagna di scuola: «Una volta, per carnevale, non avendo niente da mettersi, si disegnò una maschera sul viso con la penna»

 

 

SESSO SI' MA NOZZE NO, PAROLA DI CIELO D'ALCAMO (XIII sec.)
di Michele Nania - La Sicilia, novembre 2006

 

Questo brano, (dal "Contrasto" scritto tra 1231 e 1260) è un dialogo poetico tra un giovanotto in cerca di avventure e una ragazza che vorrebbe almeno strappargli la promessa di regolari nozze, ma che alla fine si lascia convincere a un incontro d'amore senza formalità sacramentali:
Lui: Ancora tu no m'ami, molto t'amo: sì m'hai preso come lo pesce a l'amo
Lei: Sacciu ca m'ami e àmoti di cori paladinu; lèvati suso e vatene, tornaci a lu matinu. Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t'amo e finu.
Lui: Per zo ca dici, càrama, neienti non mi movu arcompli mi' talentu,amica bella; ca l'arma cu lu cori mi si 'nfella.
Lei: Ben sacciu l'arma dòleti, com'omo c'avi arsura si nun ha' li Vangelie ca mo ti dicu: Giura avere me non poi in tua podèsta; innanti prenni e tagliami la testa.
Lui: Li Vangelie, càrama? Ch'io le porto in sinu a lo mostero présile, non c'era lu parrinu; sovr'esto libru giuroti, mai non ti vegnu menu. Accompli mi talento in caritati, ca l'arma mi ni sta in suttilitati.
Lei: Meu sire, poi giuràstimi, iu tutta quanta incennu sono a la tua presenzia, da vui non mi difennu. A lu lettu ni imu a la bon'ura ca chissa cosa n'è data in ventura.
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Cielo d'Alcamo - Il testo che si è conservato di questo antichissimo duetto d'amore è un rimaneggiamento toscano. Con qualche prudenza abbiamo sostiuito alcune parole secondo il suono proprio del parlato siciliano. Così come si presenta nel testo toscano "bella" fa rima con "infella" (si riempie di amarezza), ma sicuramente si doveva leggere "bedda" che avrebbe fatto rima con "infedda" (= "si fa a fette"?). Il "Mostero" probabilmente era "misteri" (= monastero, come in Mister-bianco; Tre-mestieri ecc.)

 

IL FUNERALE DELLA ZIA MATTIA A SAN BERILLO

 

Salvatore Puglisi"CATANIA DEI SOGNI"Cavallotto EdizioniAnno 1997Pagine 208Formato cm. 17 x 24Prezzo lire 20.000 - € 10,33

http://www.cataniaperte.com/catanesi/saggi/cavallotto_puglisi_catania_dei_sogni_funerale.PDF.

 Il casino della zia Mattia, uno dei più noti della città, era situato nel cuore del malfamato e fatiscente quartiere di San Berillo. Esso spiccava su tutti gli altri, più che per la modicità della tariffa e per l'avvenenza delle ragazze che vi si potevano trovare, per la popolare notorietà della tenutaria. La zia - da un paio di generazioni tutti la chiamavano così - nell'immediato dopoguerra era ormai una vecchietta smunta e malandata, dalle narici fuligginose e dal naso a becco di civetta. Gli occhi, però, molto vivaci e intelligenti, splendevano ancora come due carboni accesi dentro le oscure caverne delle occhiaie e la lingua, mobilissima, tagliava ancora peggio di un rasoio. Le sue battute, sempre immediate, caustiche e originali, costituivano lo spasso dei molti frequentatori del suo locale e, non di rado, facevano il giro della città. Non pochi erano perciò coloro che, quasi tutte le sere, facevano una capatina nel suo locale più per divertirsi a sentirla parlare che per consumare. La vecchia, infatti, non aveva peli sulla lingua per nessuno. Conosceva un po' tutti anche di nome e, in considerazione dell'età e del suo mestiere, dava liberamente del tu a chiunque.
"Tanto", diceva ridendo, "io vi considero tutti un po' anche miei figli. Da questa casa sono passati i vostri padri e, a suo tempo, anche i vostri nonni".Alle sue battute, talvolta anche un po' troppo personali e mordaci, nessuno se la prendeva. Tutti, anzi, ridevano soddisfatti e la stimavano quasi fosse davvero la zia dell'intera città.A ogni cambio di quindicina, la zia Mattia aveva l'abitudine di uscire in carrozzella, verso le undici del mattino, con Bruna, la sua vice, seduta in cassetta accanto al cocchiere, per portare in giro, per le vie del centro, alcune delle sue più giovani e vistose pensionanti arrivate fresche fresche dal continente. Eleganti, ben truccate ed ancheggianti sui tacchi altissimi, le faceva scendere unmomento nella più rinomata pasticceria di via Etnea per la cerimonia dell'aperitivo. Lei prendeva solo mezzo bicchiere di acqua minerale con una spruzzatina di anice, perché, diceva, alla sua età gli alcoolici le davano subito alla testa.La cassariata della zia e delle sue ragazze era ormai diventata un avvenimento cittadino. Quando, sferragliando sulle rotaie dei tram, passava la carrozzella delle puttane - così l'avevano battezzata i ragazzini - le signore che erano in strada scantonavano di gran corsa, o si voltavano dall'altra parte fingendo di non vedere. Tutti i maschi, invece, vecchi e giovani, si bloccavano a bocca aperta sui marciapiedi per vederla passare. Se erano liberi, venivano sulla soglia dei loro esercizi, pure i bottegai e i negozianti mentre i giovani muratori si sporgevano, a grappoli, dalleimpalcature inviando bacetti sulla punta delle dita. Persino i tram, in quell'occasione, rallentavano o si fermavano per dare la precedenza alla carrozzella della famosa zia. La sera, poi, dopo quella festosa uscita pubblicitaria, nel suo locale la folla era tanta che si doveva aspettare un bel po' e fare i turni, prima di poter essere serviti dalle nuove arrivate.Seduta dietro a un tavolinetto coperto di tela cerata che fungeva da cassa, la zia Mattia se ne stava nella sala grande dal pomeriggio sin quasi alla chiusura del locale, allontanandosi soltanto per qualche bisognino. Si passava il tempo dialogando coi clienti, che si alternavano sulle sedie e le panche rasenti alle pareti, con Batuffolo sulle ginocchia o steso a dormire ai suoi piedi. Era, questo, un cagnetto bastardo dal pelo lungo e rossiccio e dalla coda quasi a punto interrogativo. Era, però, così carico d'anni che aveva gli occhi sempre lacrimosi e, gran parte del ventre e dei fianchi, vistosamente spelacchiati. La vecchia lo amava e lo curava quasi fosse un bambino. Per tenerlo su, tutte le sere, dopo cena, lo saliva un momento sul tavolinetto, (dove-faceva bella mostra di sé la cassettina delle offerte per la festa della santa Patrona; il ferro di cavallo col fiocco rosso; la mattonella di marmo su cui si controllavano, prima della guerra, le monete d'argento e la scatolina delle marchette, che consegnava alle ragazze al ritorno di ogni prestazione), per fargli ingoiare, con la punta della forchetta, pezzettini di uovo fritto o di frittata, che qualcuna delle inservienti le andava a prendere in cucina.


Nel lato della sala grande in cui era la cassa, proprio al di sopra della sua poltroncina resa più morbida da un grosso cuscino, era appeso un quadro della Sacra Famiglia con la lampadinetta votiva accesa giorno e notte. Nell'imminenza del Santo Natale, per suo ordine e sotto la sua direzione, Bruna apparecchiava l'icòna attorno al quadro. Secondo la più stretta tradizionepopolare, l'addobbava riccamente, con strisce variamente tagliuzzate di carta velina a colori e le appendeva, tutt'intorno, le primizie della stagione: arance, limoni e mandarini. Al di sopra del quadro, sistemava poi un semicerchio di spinosi rametti di asparago selvatico, tutti cosparsi di fiocchetti di cotone idrofilo che simulavano la neve. Poiché era religiosissima, ("La carne ai cani, l'anima a Dio", soleva spesso ripetere, e tutte le domeniche, insieme con Bruna, si faceva portare in carrozzella alla cattedrale per assistere, con la veletta nera sui radi capelli, alla Santa Messa), la vecchia faceva pure venire il ciaramellaro per la tradizionale novena. In quell'occasione, venivano accese tutte le lampadine del lampadario e le ragazze erano tenute a sospenderemomentaneamente i lavori e a scendere in sala, con le cosce e il seno coperti, per ascoltare accanto a lei, dopo essersi fatto il segno della Croce, la melodiosa nenia pastorale che il furbo villano di Maletto suonava con tutte le variazioni e facendola durare il più a lungo possibile. La vecchia, infatti, l'ascoltava tutta felice come una bambina e, se era nel suo e ne restava contenta, gli regalava, ogni tanto, una marchetta che quello, lasciata la ciaramella e il grosso scialle in un angolo, si affrettava a spendere subito con la prima ragazza che gli capitava davanti. Ma, più che per la sua religiosità, la zia Mattia andava famosa per le battute, sempre spiritosissime e nuove, che le uscivano spontaneamente di bocca specialmente in quei momenti in cui nella sala si batteva la fiacca. Quando vedeva, cioè, tutte le ragazze sdraiate sul divano che, in abiti succinti etrasparenti, fumavano e canticchiavano annoiate, dondolando le gambe nude e spiando,inutilmente, i clienti i quali, seduti tutt'intorno sulle panche, sembravano sprofondati in chissà quali profondi pensieri e non si decidevano a portarne neppure una in camera."Beh", sbottava allora la vecchia con la sua vocetta stridula e gracchiante e passando in rassegna, con una lenta carrellata circolare, tutta quella gente imbalsamata sulle sedie e le panche, la quale sembrava interessatissima, con la mano sotto la guancia, ai disegni delle mattonelle delpavimento. "Che si fa, stasera? Si veglia il morto o si aspetta il vicario? Tutte le ragazze a spasso ho, sant'Agatuzza bella, e nessuno di questi scoglionati osa spiccicare il culo dalla sedia per portarsene una in camera!"Dopo di avere atteso un momento, guardando a destra e a sinistra per controllare l'effetto delle sue parole, ritornava all'attacco gracchiando irritatissima."Sveglia, signori miei!", gridava loro alzando la mano e muovendo le dita in segno di saluto. "Qui non siamo al dormitorio pubblico! O in camera o fuori! Qui si lavora! Ragazze come le mie. Neppure da Amato ne trovate! Sembrano fatte di zucchero e miele e vi si sciolgono in bocca come cioccolatini col rosolio di dentro. Giovani, belle e di coscia lunga come sono, vi ballano di sotto come se avessero un fornellino sotto il sedere. Provare per credere, signori miei.

È solo questione di cinque minuti. Non le dovete certo condurre all'altare!"Se, nonostante questi allettamenti, nessuno si alzava o sollevava gli occhi dalle mattonelle, la zia Mattia, fingendosi arrabbiata e guardandoli con disprezzo, diceva loro agitando la testa nauseata:"Di fronte a tutte queste belle ragazze continentali, stasera io stessa, vostra concittadina, mi sto vergognando di voi. Loro sanno che siete tutti ardenti e focosi come l'Etna; invece, si stanno ora vedendo davanti solo un branco di minchie morte. Alla vostra età, ragazzi miei, i vostri padri e i vostri nonni, per poterne avere una di Bologna che viaggiava con tre valige, la facevano a coltellate. Alla Plaia, poi, appena scorgevano una ragazza coi soli polpacci di fuori, non potevano più alzarsi dalla sabbia. Dovevano correre a spegnersi in mare strisciando a pancia in giù come coccodrilli".A questo punto, di solito, qualcuno si alzava per andarsene o per far segno a qualche ragazza di precederlo nel breve corridoio che portava la piano di sopra. Mala vecchia, dopo aver scambiato qualche parola con Bruna, che le stava seduta accanto coi gomiti poggiati sul tavolinetto della cassa, non ancora soddisfatta dell'andamento delle cose, tornava all'attacco perfino con parole piuttosto pesanti che, invece di offenderli, suscitavano l'ilarità degli avventori."Qui, ragazzi miei, delle due l'una!" bofonchiava. "O non avete soldi o non avete appetito! Se vi mancano i soldi, anche se per una sola volta, posso farvi credito; oppure andatevene alla Rineddadove, con poche lire, potete farvela, dietro a una barca, con qualche sozzona di strada. Se vi manca, invece, l'appetito, dovete andare di tutta corsa a consultare un medico. Se ragazzone cosìbelle e prosperose, a cui molti di voi arrivano a stento sotto il mento, non riescono a smuovervi niente, vuol dire che la cosa è grave. Non vi resta che lasciare il posto ad altri e correre subito al porto, dove dicono che sia arrivato un bastimento carico di negri a digiuno. Ma andateci subito! Potreste trovarli già tutti impegnati con i molti altri finocchi della città".E continuava a lamentarsi, parlando da sola: "Ma che cosa pretendono, tutti questi figli di sante mamme! Che io, per poche decine di svalutate lirette, metta a loro disposizione le verginelle dell'orfanotrofio, oppure Greta Garbo o la regina Margherita?"Quando, invece, le cose andavano così bene che le ragazze non avevano neppure il tempo di scendere in sala per ritirare la marchetta, perché di già nuovamente impegnate, la zia diventava subito allegra. Si saliva Batuffolo sulle ginocchia e, cullandolo come un neonato, cominciava a cantargli, con voce monotona e lamentosa, vecchi motivi in dialetto di almeno mezzo secolo prima.

Era a questo punto che qualcuno dei clienti, per farla ripartire con le contumelie, si azzardava a dire agli amici, che asserivano con la testa del tutto convinti, che in quel locale i soldi, ogni giorno, entravano a palate, e che sarebbe stata la più grossa fortuna della sua vita se la zia lo adottasse come figlio unico, per potere ereditare, un giorno, quella miniera d'oro.Ma la vecchia, superstiziosa e d'orecchio fino com'era, prima ancora che quello terminasse di parlare, lasciava scivolare il cane a terra e partiva subito in quarta. Facendo le corna con tutt'e due le mani contro di lui, assaliva il malcapitato con una valanga di scongiuri e d'improperi."Sangue dagli occhi devi buttare, tu e tutti quelli che ti credono!", esclamava spruzzando fiele dalla bocca come una vipera inferocita. "Neppure lo immagini quanto ci vuole, ogni mattina, per far partire questa baracca! E a quei cornuti delle tasse, ogni due mesi, ci vai tu a pagarli oppure ci mandi tua sorella?"Ma poiché tutti i presenti, per farla continuare, si schieravano a favore del malcapitato,protestando in coro che avrebbero voluto guadagnar loro, in tre mesi, quanto lei incassava in sole tre ore, la vecchia senza lasciarsi per niente smontare, ripartiva decisa:"Forse, al tempo dello sbarco degli alleati!", affermava con disprezzo. "Quando vi mettevate, di prima mattina, in fila per quattro davanti al portone e, insieme coi soldati, aspettavate, zitti zitti, anche un paio d'ore per stare due minuti con la prima che vi capitava.

 Allora eravate tutti di palato buono! Allora vi contentavate, senza fiatare, di quattro villane racimolate nell'interno dell'isola e con le pance tutte smagliate dalle numerose figliate e, perfino di qualche finocchio travestito da donna! Allora sì che un po' di grana entrava e nessuno storceva il muso, come ora fate, di fronte a tanta grazia di Dio. Ma basta con le chiacchiere e le tabacchiere di legno! lo sono come santa Chiara di Napoli: quel che ho da dire, lo dico chiaro e tondo e senza mordermi la lingua. La verità è che voi, figliuoli miei, non rassomigliate né ai vostri padri né, tanto meno, ai vostri nonni. Quelli sì che erano maschi e le donne se le sbranavano crude! Al loro confronto, voi siete solo dei rammolliti viziosi che vanno in cerca dell'erba che Dio maledisse".Approfittando della conversazione e delle risate che suscitavano le schernevoli battute dellavecchia, qualche timido diciottenne alle prime armi, che era rimasto tutto il tempo appartato in un cantuccio, con ben calcolati spostamenti andava, a poco a poco, a sistemarsi a fianco dellaragazza che più gli faceva gola. "Come ti chiami? Di dove sei?" le chiedeva, poi, tutto impacciato e cercando di accarezzarle distrattamente una gamba.La vecchia, che era tutta occhi, seguiva i timidi approcci del garzoncello senza darlo a vedere, perché le facevano tenerezza i ragazzini che venivano ad affrontare da lei il battesimo del fuoco. Erano, per lo più, ragazzotti che avevano atteso con grande ansia l'arrivo del diciottesimocompleanno. E non certo per farsi fare la torta con le candeline dalla mamma, quanto piuttosto per potere entrare liberamente e senza paura della squadra, in quei sognati paradisi del piacere. La carta d'identità che esibivano a Bruna, era nuovissima. Se l'erano fatta rilasciare, per timore di qualche ceffone, all'insaputa dei loro padri, qualche mese prima di quel fatidico giorno cheavevano atteso con la stessa ansia con cui i carcerati attendono quella della scarcerazione.Appena il giovincello prendeva fuoco e, tutto rosso in viso e con gli occhi bassi, si alzava per seguire la ragazza che aveva impegnato con un impercettibile cenno, la zia Mattia, che aveva seguito la scena con la coda dell'occhio, lo bloccava nel bel mezzo della sala, facendo sbellicare dalle risate tutti i presenti e facendolo diventare ancora più rosso."Ce l'hai, piccioncello mio, il paracadute?", gli domandava con materna premura. "Se non ce l'hai, questa volta te lo regalo io. Alla vostra età, bambini miei, in queste cose bisogna andarci sempre con l'impermeabile. Se, Dio ne scampi!, ti dovesse andar male, io non voglio litigare col tuo papà, che è stato anche lui, come da oggi lo sarai tu, un mio affezionato cliente. Con una significativa occhiata accennava poi alla ragazza, di trattarlo bene e senza fretta, perché i giovani, come aveva detto, a suo tempo, la Buonanima, rappresentavano la speranza del domani.Appena i due sparivano nel corridoio, se non c'erano altre ragazze a spasso nella sala, la vecchia esclamava sorridendo:"Con queste puttanacce giramondo bisogna andarci sempre piano! Ne vedono, ogni giorno, più dell'orinatoio che c'è dietro la Collegiata e non si può mai essere sicuri al cento per cento".A ore precise, se era già nella sala, Bruna si alzava dalla sua sedia e, senza dire niente,scompariva, ciabattando, in fondo al corridoio. Ritornava, dopo qualche minuto, con una scatolina di compresse e un bicchier d'acqua in mano per far prendere la medicina alla padrona. Questa, però, nonostante le affettuose insistenze della sua vice, faceva ogni volta, prima di prenderla, un sacco di smorfie. Girando la testa dall'altra parte, diceva che non la voleva, perché era più amara del veleno e che non voleva morire, per colpa di essa, prima dei suoi giorni. Alla fine, quando si decideva d'ingoiarla insieme con un sorsetto d'acqua, con quella rimasta nel bicchiere sisciacquava ripetutamente la bocca e la sputava, lamentandosi, dentro una sputacchiera collocata alla sua destra: proprio sotto un'angoliera in cima alla quale stava Cucurucù. Era un pappagallo imbalsamato, messo accanto alla finestra dalle persiane eternamente chiuse, che la vecchiachiamava spesso a testimonio di tutto quello che affermava con la frase: "E Cucurucù, se potesse parlare, lo confermerebbe subito!" Metteva poi fine alle smorfie toccando, con tutt'e due le mani, il grosso ferro di cavallo che era sul tavolinetto, ed esclamando che, per far morire lei, altro che medici e medicine ci volevano! Era una donna dal cuoio duro e rappresentava ormai, per la città, un'istituzione di cui non si poteva più fare a meno: proprio come il sindaco e il prefetto. Ma mentre i sindaci e i prefetti vanno e vengono, lei era sempre là, con le calze di lana anche d'estate e il fazzolettone di seta dai colori sgargianti annodato sotto il mento, a veder passare ogni giorno, sotto il suo naso adunco, tutta la bella gioventù maschile della città.Morì , invece, all'improvviso, un tardo pomeriggio di fine autunno, mentre era nel suo cesso personale. La fedele Bruna che, come al solito, l'aveva accompagnata, dopo avere atteso un bel po' senza vederla uscire, aveva spinto, adagio adagio, la porticina lasciata senza paletto, e aveva sbirciato dentro. Alla vista della sua padrona seduta sulla tavoletta del cesso con la gonna alzata sulle coscette magre, le braccia cadute e la testa ciondolante sul petto, si era precipitata in suo aiuto strillando come una pazza. Alle sue grida erano subito accorsi, dalla sala grande, alcuni clienti che stavano chiacchierando con un paio di ragazze in quel momento libere, e tutte le inservienti del locale, compresa la cuoca che stava preparando la cena. Erano pure scese aprecipizio, dal piano di sopra, temendo che si trattasse di un incendio o di un terremoto, anche le ragazze che erano in camera. Erano scappate tutte nude, così come si trovavano, lasciando i clienti nel bel mezzo del servizio. Questi, a loro volta, spaventati anch'essi, le avevano seguite a ruota coi calzoni e le giacche in mano.Adagio adagio, la vecchia era stata tirata fuori dall'angusto sgabuzzino e portata di peso nella sua stanza. Poiché si capì subito che c'era ormai ben poco da fare, Bruna, che le voleva bene come a una madre e tutte le sere, prima di coricarsi, si diceva il rosario con lei, oltre a telefonare al medico, ordinò ad una delle inservienti di correre subito in chiesa e far venire il prete perimpartirle, almeno, l'Estrema Unzione. Tanto, diceva, la sua padrona, di dentro, era più pulita di una bambina di due anni. Poiché la serva, un po' dura di comprendonio, chiedeva ulteriori istruzioni, una delle ragazze corse a prendersi il visone, se lo buttò sullo slip, l'unico indumento che in quel momento aveva addosso, e si offrì di accompagnarla.Quando il parroco si rese conto di dove volevano portarlo le due donne, dapprima esclamò come caduto dalle nuvole, puntandosi l'indice sul petto e allungando la prima sillaba del pronome personale:"Iiiio portare il Signore al casino? Come minimo, sorelle mie, dovete essere tutt'e due un po' toccate di testa! I monelli del quartiere, che sono più sudicioni e miscredenti dei loro padri, appena mi vedranno passare in pompa magna, mi verranno dappresso suonandomi la marcia reale a pernacchie".Alla fine, però, ricordando che il Signore in persona aveva accolto tra gli eletti Maria Maddalena che, ai suoi tempi, aveva esercitato in proprio, e che, nella Sua divina imperscrutabilità, avrebbe potuto accogliere anche quella famosa tenutaria, s'era convinto che era suo dovere andarci. A patto che le due donne lo seguissero ad una certa distanza e non lasciassero intendere alla gente di essere in sua compagnia!
Giunti nella casa, poiché la vecchia, nel frattempo, era morta, s'era limitato a recitare il Deprofundis e a dare una frettolosa spruzzatina di acqua benedetta alla salma. Prima di andarsene, s'era poi accostato a Bruna, che appariva la più interessata, e l'aveva pregata di rivolgersi, per il funerale, ad altri. Non voleva che la sua piccola chiesa, anche se a ridosso del malfamatoquartiere, si dovesse trasformare, anche se solo per qualche ora, nella più affollata casa ditolleranza della città.L'indomani pomeriggio il funerale fu davvero imponente. Tutte le case del quartiere rimasero chiuse per lutto di categoria e le tenutarie e le pensionanti, sin dalle prime ore del mattino, fecero pervenire alla morta enormi fasci di fiori e un gran numero di ghirlande. II suo locale fu meta di continui pellegrinaggi e molti furono i curiosi che si fermarono, compunti, davanti al portone per commentare la dipartita della grande zia. Si disse pure (ma si capì subito che era una balla!) che un anonimo buontempone aveva fatto pervenire al sindaco una commossa petizione, con la quale lo sollecitava a proclamare il lutto cittadino e a fare esporre, per tre giorni, dal balcone del Municipio, la bandiera a mezz'asta.

 

Quando il carro funebre, con la bara della vecchia tutta coperta di fiori, lentamente si mosse lungo la sconnessa stradina, tutti i bottegai, al suo passaggio, abbassarono le saracinesche oaccostarono le porte per renderle l'estremo saluto. Precedeva il carro una lunghissima fila di ghirlande, che andava oltre la svolta della strada. Lo seguiva, tutta in nero e piangente,l'inconsolabile Bruna; e, dietro, tutta una folla di signore e signorine dalle sofisticate pettinature equasi tutte chiuse in costose ed eleganti pellicce."Meno male che se n'è andata prima ancora di sapere quale coltellata al cuore le stavanopreparando quei signori di Roma!", aveva esclamato il droghiere dell'angolo, che leggeva i giornali ed era informato di ciò che bolliva in pentola. E, rialzata la saracinesca, aveva spiegato ai vicini che un'anziana senatrice s'era messa in testa di voler redimere con la forza tutte quelle allegre donnine, che non desideravano per niente di essere redente. Aveva poi aggiunto, ridendo, che se la proposta di quella signora fosse andata in porto, è vero che quelle case sarebbero state tutte chiuse, ma l'intera penisola si sarebbe trasformata, in un battibaleno, in un unico, grande casino.1957-1988

 

 GLI ULTIMI CHICCHIRICHI' DEI GALLI DI BRANCATI

I nomi sono sempre gli stessi, Percolla, Magnano, Castorina, Muscarà, Scannapieco, e quanti altri, da prima a poi, si sono scaldati al sole dei caffè di via Etnea. A mezzo secolo dalla morte di Vitaliano Brancati, la tentazione è censire i residui del gallismo catanese, protagonista delle sue opere migliori. Cosa rimane di quel mondo, nella città dove il ragazzo di Pachino approdò per studiare, assumendone ritmi e vizi? Cosa resta dei perdigiorno esemplari che già Verga aveva chiamato ingravidabalconi?

«Giovanni Percolla aveva quarant’anni, e viveva da dieci anni in compagnia di tre sorelle,... a Catania, dove i discorsi sulle donne danno un maggior piacere che le donne stesse». Percolla l’accidioso. L’eternamente eccitato. Che torna in grembo alle matriarche di famiglia dopo una pur corroborante parentesi matrimoniale a Milano. E’ il Don Giovanni in Sicilia del 1941. Con Il bell’Antonio e Paolo il caldo forma la trilogia brancatiana dei seduttori “per nascita e per forza”, modellata sui tipi catanesi. I cui epigoni, spalmati fra la barocca via Crociferi e un’ormai poco riconoscibile via Etnea, vanno cercati fra gli anziani di un certo giro, che cenano alle due di notte e coltivano l’eros da chiacchiera e da alcova.
In un appartamento della via De Gasperis, alto sul mare, l’ingegnere Domenico Rapisardi, occhi chiari, testa leonina, coetaneo e amico intimo di Brancati, racconta. Porta, con incredibile vigore estetico, i suoi 96 anni. Prepara di persona, per gli ospiti, un ottimo cocktail al rhum e succo di arancia. E dopo, quietamente, strappa i ricordi al passato. Una sola richiesta: «Lasciatemi pensare qualche minuto, alla mia età le cose bisogna pescarle lontano». Sconvolgenti l’arguzia, lo humour, la proprietà di linguaggio, i segni di una cultura che, nonostante la formazione scientifica, tende all’umanesimo.
«La Catania di oggi non è meglio e non è peggio di quella di allora. E’ diversa. E nella diversità ci sono il meglio e il peggio. Gli ingravidabalconi ? Una genìa estinta. Non vale la pena ragionare su come si comporti il seduttore siculo attuale. Per un semplice fatto: non si comporta. Quanto ai personaggi di Brancati, essi sono creature della fantasia, una summa di caratteri che lo scrittore ha trasformato in letteratura. Ma la vetrina di via Etnea era una realtà. Noi le ragazze le guardavamo da lontano, poi, una volta l’anno, al Massimo Bellini, in occasione del ballo di Carnevale detto Parée masque , parlavamo con quella che ci interessava. Via Etnea era fondamentale: si passeggiava su e giù, giù e su... Gioco di sguardi, voli di immaginazione».

Si sofferma con fastidio sui ragazzi del telefonino, nutriti dalla tv, incapaci di comunicare. Anche Elena Brancati, nipote di Vitaliano, riconosce nella volgarità la linea di demarcazione fra Giovanni Percolla e il dongiovanni 2003: «I “galli” sono annegati nella macchietta da film scollacciato. Se fanno apprezzamenti su una donna, usano modi e parole grevi, nessuna inventiva, non conoscono i linguaggi impliciti». Basta percorrere via Etnea all’ora della granita, o dell’aperitivo, per viverla da vicino, la differenza. Giovanotti americanizzati, tutti Coca, firme e motorini. I galli superstiti, pronti a infiammarsi sulla passeggiata delle “belle”, hanno in media settant’anni, sono affezionati agli interminabili tavoli da poker di un club della costiera, dove tante fortune hanno preso il volo, e ciarlano di matrimoni fatti, disfatti o da fare, di gravidanze, battesimi, corna. Assai più giovani di Brancati o di Mimì Rapisardi, non avrebbero comunque difficoltà a replicare le loro burle. Quella quasi crudele, ad esempio, che fu giocata un giorno al Vitaliano timido, schivo, col pallino delle donne. «Ci inventammo - ricorda Rapisardi - che una bella aristocratica si era innamorata di lui. Una passione folle, gli dicemmo. Ma i genitori si opponevano, volevano sbatterla in collegio. Scrivemmo anche delle finte lettere, alle quali lui rispose. A un certo punto, era totalmente preso. La cosa, però, ci stava sfuggendo di mano, non sapevamo più come governarla, come, soprattutto, farla finire. Allora ci venne in mente di dire che la ragazza stava partendo per il collegio, ma aveva un ultimo desiderio: una poesia. Brancati la scrisse, titolo A un’Ignota . Ricordo a memoria gli ultimi versi: ...stasera ho voglia di piangere/col volto sulla tua mano/la sera è triste e il mio pianto/lo piango piano piano . Incantevole la malinconia, struggente il pianto quieto, non di rottura, e dunque tanto più profondo...».

Giovanotti irripetibili. Capaci di vivere gli amici in modo perverso. «Se io so che la moglie del mio migliore amico lo tradisce, che debbo fare?», cita Rapisardi. Ed è il rovello principe del maschio catanese, innamorato dei suoi sodàli e a loro devoto in forma quasi religiosa. E un vero cilicio, più tormentoso delle corna in casa propria. «A noi piace sofisticare, analizzare, demolire. Ma ciò cui teniamo di più è l’essere creduti diversi da quel che in realtà siamo, ricchi se poveri, intelligenti se stupidi. E viceversa. Ci piace “babbiare”, fare grullo il prossimo. Ne proviamo un piacere quasi sessuale». Gusto della maschera, del travisamento. Difesa di colonizzati, forse. Non esente da una punta di sadismo.

Come non pensarci, incontrando il gruppo superstite, reduce da un sabato notte di rappresentanza? «Una cosa noiosissima: l’inaugurazione di un albergo. Se al nostro tavolo non fossero arrivate un paio di belle femmine, sarebbe stato il tedio totale». Edo, o Eldorado, al secolo Eduardo Magrì, distilla la domenica d’estate al lido di sempre, “I Ciclopi”. Con gli amici: Ciccio Calabretta, il bello, ex sportivo, detto Nasone; Franco Pintaldi “Taralla”; Geo Magrì “Naso di corno”. Manca solo lo scomparso Saverio Barbagallo, “Moravia”. Ben tenuti, assonnati ma lucidi, divise da spiaggia degne dei migliori Sessanta. Edo sollecita la memoria collettiva. «Da giovani, entrando da “Caviezel”, la pasticceria, ci ingozzavamo di roba. Poi, alla domanda della cassiera: “Quanti pezzi?”, la risposta pronta: “Un pezzo”. Senza vergogna». Goliardìa di provincia, fra un trasporto erotico e l’altro.

«Erano e sono i vitalisti - dice Luciano Motta, geriatra, decano dell’Università di Catania e anima del gruppo (coetaneo) dei gaudenti intellettuali -. Erano gli scavezzacollo, i senzasonno, i forzati del corteggiamento. Vent’anni prima, il giro di Brancati, fatto di professori, giornalisti, scrittori, ebbe caratteristiche più simili alle nostre. Si riunivano davanti alla farmacia dei Minoriti a discutere di letteratura, storia, politica, questioni cittadine. Ancora esiste, quella farmacia. Allora, all’interno, c’era anche una stanza con lettino per le visite mediche. Chi aveva bisogno di un controllo, passava di là e si faceva guardare. Il farmacista - a quel tempo era ancora lo speziale - confezionava subito la prescrizione e il paziente se ne andava avendo fatto due cose in un colpo solo».

Via Etnea. Luciano Motta, detto l’“Avvocato”, si rammarica dei mutamenti che il salotto di Catania ha subito nel dopoguerra: «Scomparse le ville nella parte alta, sul viale, che erano magnifiche, scomparsa la Sala Roma, un cinema liberty pieno di ricordi, mutata la zona dell’Albergo Central Corona, dove ronzavamo per spiare le femmine continentali, decimati i tavolini e le tende dove si parlava di sesso». E’ vero, professore, che Paolo il caldo è realmente esistito? Risponde Vera Castorina, vedova di chi molti indicano come il modello reale del personaggio brancatiano: «Mio marito si chiamava Paolo, era splendido, amava le belle donne e le belle donne amavano lui. In una scena del film di Marco Vicario con Giancarlo Giannini, tratto dal romanzo, compare anche lui. La girarono all’Hotel San Domenico di Taormina, fu invitato. Fa un breve passaggio, elegante come al solito. Per identificarlo occorre molta attenzione: io stessa ho dovuto guardare il film almeno tre volte».

Il resto, si sa, è Catania, è mestiere della seduzione.

RITA SALA

http://www.pachinoglobale.net/news/news_notizia.php?id=1027

 

IL GALLISMO DALLE PAGINE DEI LIBRI AL GRANDE SCHERMO.

Un motivo ci sarà stato perchè tanti film appartenenti al filone erotico del cinema italiano sono passati proprio da Catania. Parecchi sono tratti dai capolavori di Brancati, Patti ed altri ma, a parte i romanzi, sarà stato anche quel pensiero fisso a... quella cosa là; una smania che si fa evidente in certi frangenti e che, appunto, ha spinto molti registi italiani degli anni Settanta ad attivare il ciack dietro i maliziosi angoli delle nostre strade o all'interno di palazzi in cui gambe femminili fanno capolino da effimere innocenze. In sostanza,  luoghi, linguaggi, personaggi e situazioni complici di quei bollori che, oltre a celebrare la narrativa di casa nostra, hanno contribuito a creare quel fenomeno che è stato la "Commedia erotica all'Italiana".

Paolo il Caldo (Vitaliano Brancati)

...........vecchi fiori, odore che nessuna donna di Roma aveva mai posseduto e che gli saettò dentro la carne come uno scotimento profondo. Egli rimase immobile, seguendo il corso di quella specie di serpe che gli era entrato nei nervi e li mordeva alla radice. 
Gli uomini, per distrarsi dalla gelosia che gli riempiva la bocca di amaro ogni volta che guardavano le loro donne, rosse ed agitate come se tutte avessero sposato Antonio e s'inoltrassro con trepidazione in una giornata che conduceva alla sera e quindi ai misteri della notte, ragionavano fra di loro di politica, non senza aver dato una sbirciatina all'intorno per vedere se potessero parlare del capo del governo, non insolentendolo naturalmente, ma con rispetto moderato e senza le frasi di rito.
Il cielo sa quello che vuole, e quando un matrimonio non è scritto nel suo libro, abbiamo voglia, noi poveretti, di scrivere i nostri nomi l'uno accanto all'altro nel libro della parrocchia... il matrimonio rimane sulla carta! 

Il rumore di quello scandalo fu avvertito da tutta Catania come un boato dell'Etna.

 

Nel suo ultimo romanzo, "Paolo il caldo" (1954), pubblicato postumo, Brancati rappresenta la degenerazione del gallismo in follia. Paolo Castorini è segnato fin dall'infanzia dalla tendenza alla lussuria: ciò lo allontana dal padre Michele, uomo sensibile e schivo, che si occupa di problemi spirituali ed impiega il tempo leggendo le 'Confessioni' di Sant'Agostino. Consapevole che la felicità è data dal distacco dai sensi ed incompreso, Michele giunge al suicidio. Paolo decide, allora, di lasciare la Sicilia per trasferirsi a Roma, dove vive relazioni brevi e superficiali, tormentato da una sessualità sfrenata, tra fantasie ed approcci sempre più morbosi. Un telegramma improvviso lo costringe a tornare, dopo molto tempo, in Sicilia: la madre, la sorella e lo zio Edmondo sono vecchi e malati. Di fronte a questa decadenza fisica e morale, Paolo prende finalmente coscienza del rischio della follia: "Io rischio di diventare un idiota, e non voglio diventare un idiota!". Terrorizzato all'idea, egli decide di cambiare vita e sposa Caterina, giovane nipote d'un farmacista con la quale si trasferisce nuovamente a Roma. Tuttavia, Paolo non riesce a liberarsi delle proprie ossessioni: non sapendo accettare le ritrosie ed il candore della giovane sposa, sfoga il proprio desiderio con prostitute che frequenta nei quartieri poveri della capitale, ove la voluttà si fa largo tra la miseria. Quando Caterina fa ritorno in Sicilia, Paolo, solo con la propria libidine, sente "l'ala della stupidità sfiorargli il cervello". Il gallismo diventa, in quest'ultimo romanzo, patologico, e rappresenta la sconfitta della ragione alle prese con l'ossessione della carne, metafora della crisi della società borghese che non sa affrontare la realtà sfuggente

http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=grandi_narratori_900_brancati_paoloilcaldo

 

 

Il bell'Antonio (Vitaliano Brancati)
Antonio Magnano, il figlio di Alfio, il nipote di Ermenegildo, il bellissimo giovane che faceva alzare lo sguardo dal messale alla più santa delle ragazze, Antonio dagli occhi sempre addormentati, e chi non lo conosceva? (levavano una mano al di sopra della testa per indicare ch'era alto o se la passavano dolcemente lungo le guance per dire che aveva un viso perfetto), Antonio, sí, proprio lui, quello, esattamente quello e non altri, ebbene Antonio con la moglie... niente! vi dico niente! assolutamente niente! Barbara Puglisi, dopo tre anni di matrimonio, non sa ancora cosa sia la grazia di Dio. 


[...] Ognuno pensi a guardarsi la sua roba. Io come io, quando mi càpita una donna, non voglio sapere né di chi è figlia né di chi è moglie. È donna con la veste? e allora basta! Non voglio sapere altro!»
«Ma cosí dove si va a finire?»
«Una sotto e una sopra.»

«E se lo facessero a te, che diresti?»
«Io non sono sposato.»
«Ma hai una madre, una sorella...»
«Non mi parlare di mia madre e di mia sorella! Mia madre e mia sorella non c'entrano!»
«Ma non sono donne anche loro?»
«Sono donne, ma in questo discorso, ti ho detto, non c'entrano!» 
Le donne si comportavano con lui come gli uomini con le donne; tutte si ritenevano in diritto di scrivergli, di rivolgergli la parola, d'indorargli la pillola, di nascondergli la verità sotto abili eufemismi, di fare in modo da non spaventarlo, e infine di convincerlo a mettersi fiducioso nelle loro mani. Non erano questi i mezzi del più consumato dongiovannismo? 
«Fra poco» diceva, «questi venti anni di tirannia, di rozzezza, di presunzione ci parrà di averli sognati in una notte di febbre. Conserveremo soltanto il tic di voltarci indietro prima di parlare a voce alta, e faremo ridere i nostri nipoti. "Ma che ha il nonno" domanderanno, "che si guarda sempre alle spalle?" E i nostri figli spiegheranno sorridendo che il povero nonno è vissuto in un'epoca nella quale ogni cittadino aveva il suo angelo custode dietro e andava in prigione solo per aver detto che il capo del governo era vecchio... Ma ci pensi, Antonio?» 

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La targa è stata piazzata, fotografata e lasciata a Catania in via Vittorio Emanuele II al 133, nel preciso palazzo dove nel film abitano i genitori del bell'Antonio, in barba alla telecamera della BNL.

Antonio Magnano è il protagonista de Il bell'Antonio, un film del 1960 diretto da Mauro Bolognini, tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati. Il film si può vedere qui.
Nella Catania dei primi anni sessanta, il giovane Antonio Magnano torna a casa dei genitori dopo aver studiato e vissuto un po' di tempo a Roma. Antonio è bello, gentile ed elegante, ed assai ambito dalle ragazze; perdipiù la sua famiglia ha fama di avere componenti molto "virili".

 

 

 

Un bellissimo Novembre (Ercole Patti)

 

«La zia aprì piano un battente dell'armadio che mandò un odor pungente di rinchiuso e di naftalina; si vedevano nel fondo due cappelliere di cartone leggermente rosicchiate dai topi una sull'altra e due ombrellini da sole appoggiati in un angolo; nell'altro angolo un bastone di quelli con dentro lo stocco di acciaio; le grucce per appendervi gli abiti erano libere.
"L'odore dei topi c'è," disse la zia annusando mentre Nino aveva preso il bastone animato e lo tirava per il manico cercando di estrarne la lama.
"Stai attento a non tagliarti", disse la zia.
Nino sguainò lo stocco, la lama istoriata color d'argento brillò sotto la lampadina.
"Che cosa c'è scritto?" chiese la zia curvandosi sulla lama e appoggiandosi al nipote.
Sulla lama lucente dello stocco a caratteri maiuscoli in rilievo, di un colore di argento opaco, c'era una scritta.
"Non ti fidar di me", lesse Cettina.
Nono voltò la lama e sul lato opposto la zia lesse il seguito delle frase: "Se il cor ti manca". "Adesso mettilo via", aggiunse, "e aiutami ad aprire le valigie."
Intanto che Nino ringuainava lo stocco e riponeva il bastone nell'armadio Cettina si sfilò l'abito che appese a una gruccia e rimase in sottoveste; poi sedete su una delle poltrone ai piedi del letto e si tolse le calze.


Nino vide le gambe nude della zia; lei si toglieva le calze con molta naturalezza senza curarsi del ragazzo; intanto la leggera sottoveste le scivolava indietro scoprendo le cosce.

"Apri prima quella più piccola", disse lei.
Nono aprì la valigia.
"Che debbo fare?" chiese respirando il profumo della zia Cettina che si levava dagli indumenti ripiegati dentro.
"Guarda a destra, ci debbono essere un paio di pantofoline".
Nono trovò le pantofoline chiuse in un sacchetto di stoffa a fiorellini.
"Eccole."
"Passamele per favore."
Il ragazzo si avvicinò alla zia che era sempre seduta sulla poltrona e le porse le pantofoline.
Cettina le sfilò dal sacchetto e le calzò lentamente mettendo ogni volta una gamba sull'altra e scoprendo in quel movimento le cosce fino in fondo; poi si alzò. Sotto la stoffa leggera della sottoveste si indovinava il corpo saldo che si muoveva con indolenza.
"Quel vino mi è andato in testa", disse con un sorriso dolce: "Aiutami a tirar fuori la roba dalla valigia".
Cettina si curvò sulla valigia accanto al ragazzo che sentiva contro il suo braccio che usciva dalla maglietta a mezze maniche il braccio nudo di lei caldo e liscio; subito il ricordo di quel pomeriggio del marzo scorso nella casa di via Montesano gli tornò in mente coi suoi vivi e indimenticabili particolari.
Via via che tirava fuori la roba dalla valigia Cettina la passava al nipote indicandogli i cassetti dove doveva metterla. Poi volle invertire le parti: Nono prendeva la roba dalla valigia e lei la sistemava nell'armadio e nei cassetti.
Venne fuori il vestito da caccia dello zio Biagio il marito di Cettina; Nino lo porse alla zia con un senso di avversione per quell'indumento che odorava sfacciatamente di uomo. Cettina appese la pesante giacca con toppe di cuoio ai gomiti a una gruccia sopra un paio di pantaloni di erto fustagno. Nono provava uno strano sensi di gelosia per l'intimità che il marito doveva avere con lei.. Questo sentimento si ripeteva a tutti gli indumenti maschili che venivano fuori dalla valigia.
Ad un certo punto la zia interruppe l'operazione.
"Un momento di riposo. Mi gira un poco la testa", disse e sedete su una sedia, con le gambe leggermente allargate e le braccia in mezzo. Sorrideva amabilmente, con gli occhi socchiusi.
Nino accanto alla valigia aperta attendeva con i sensi protesi e le narici piene di quell'odore piacevole di cipria e di leggero e pulito sudore femminile che mandava la zia ad ogni movimento.
Dal lungo corridoio lungo e vuoto giungeva un gran silenzio; tutta la casa dormiva e lui era solo con la zia Cettina seminuda e dolcemente brilla in un'ala della casa separata dagli altri ospiti da una lunga fila di stanze disabitate. I suoi occhi si osavano sulle ginocchia e l'inizio delle cosce nude di lei.
"Mi vado a lavare un poco il viso", disse Cettina, "così mi sveglio e poi continuiamo a sistemare la roba".
Uscì trascinando le pantofoline sul pavimento di terracotta rossa e si diresse nel bagno vicino; cominciò a lavarsi il volto senza chiudere la porta. Nino la vedeva accanto al lavabo mettere le braccia sotto il rubinetto. Poi col viso in mezzo all'asciugamano chiamò.
"Nino."
Il ragazzo si avvicinò fin sulla soglia del bagno.
"Prendimi per piacere nella valigia piccola la busta con la roba per il bagno."
Nono andò e tornò con un sacchetto di tela colorata da dove Cettina gli fece tirar fuori pettini, spazzole e flaconi tutti intrisi dell'odore di lei; via via che lei li andava sistemando sul ripiano sotto lo specchio. Era un bagno rudimentale con le pareti leggermente ondulate dipinte con una mano di vernice impermeabile, uno specchio senza cornice attaccato con un rampino e sotto una mensola di legno.
Una bagnarola scura fatta con un impasto a lapislazzuli che aveva un colore di castagnaccio piuttosto che quello di una maiolica, sorretta da quattro sostegni in forma di zampe di leone, riempiva la parete di fronte al lavandino. Dai rubinetti usciva l'acqua leggera e fredda della rande cisterna tirata su con un motorino fino alle giare di coccio sistemate sulle tegole della cantina.
"È fredda quest'acqua ma fa bene," disse Cettina passandosi le mani grondanti sulla nuca e sotto le ascelle mentre Nino rimaneva appoggiato allo stipite della porta. Poi piegando un poco le ginocchia e allargando le gambe per arrivare a vedersi nello specchio attaccato troppo in basso Cettina cominciò a pettinarsi; alla fine riunì tutti i capelli sulla cima della testa e li legò in un nodo che le scoprì la nuca chiara e delicata di ragazza, sulla quale si arricciolavano gli ultimi capelli fini fini.
Voltandosi per rientrare nella stanza si trovò davanti Nino rimasto sulla soglia e gli poggiò le mani sopra le spalle. Il ragazzo sentì il tepore e l'odore di saponetta fresca della zia nella leggerissima sottoveste, sentì il petto di lei che gli strisciava addosso sulla soglia della porta stretta.
"Finiamo di sistemare la roba," disse Cettina porgendo a Nino una gonna a piccole pieghe, "appendila alla stampella con i ganci".
Il ragazzo eseguiva come in sogni i dolci ordini che gli dava la zia. In breve le due valigie furono vuotate e la roba distribuita nell'armadio e nel comò.
"Adesso le valigie le mettiamo sopra l'armadio," disse la zia. "Ci arrivi tu Nino? Sali su quella sedia io te la reggo e te le passo."
Nino salì sulla larga sedia di spago, la zia gli porse la valigia e si appoggiò alla spalliera della sedia reggendola anche con le mani.
Nino sentì il ventre morbido di Cettina contro le proprie gambe e quando lei si chinò per prendere l'altra valigia per porgergliela avvertì contro il ginocchio il petto di lei attraverso il velo della sottoveste.
"Sei stato molto bravo, senza d te stasera non sarei riuscita a sistemare la roba", disse Cettina quando il ragazzo fu disceso e come premio gli arruffò i capelli con un gesto affettuoso della mano, poi si indugiò un attimo sulla guancia di lui con le dita.
Nino sentì quel contatto del viso penetrargli per tutto il corpo e socchiuse gli occhi istintivamente
"Hai sonno?" chiese zia Cettina sollevandogli il mento con un dito.
"No, affatto", disse il ragazzo riaprendo gli occhi.
"Sei diventato più alto e anche più robusto", disse Cettina sentendogli il torace fra le palme delle mani, e aggiunse: "Adesso è orsa di andare a dormire. Casco dal sonno. Buonanotte."
"Buonanotte", disse il ragazzo avviandosi lentamente verso la sua stanza.
La zia accostò la porta alle sue spalle senza chiuderla.
Nino entrò nella sua stanza e accese la luce. La camera era piccolina; oltre al letto senza spalliere e sistemato su trespoli di ferro c'era un piccolo comò a due cassetti sorretto da alte gambe istoriate; il muro acanto al letto recava una stoffa damascata che partiva dai piedi e girando attorno al cuscino si attestava accanto al comodino sul cui marmo c'era un romanzo di Salvatoro Gotta lasciato lì dall'ospite precedente. La stanza odorava di spigo e di flit..
Nono aveva cominciato a svestirsi quando attraverso le porte socchiuse giunse la voce della zia,
"Nino, vieni un momento."
Il ragazzo così come si trovava in pantaloni e torso nudo entrò dalla zia. Cettina era in piedi accanto al letto nella sua camicia da notte che le arrivava sopra i ginocchi.
"La lampada del comodino non si accende", disse. "Mi fai il piacere quando sono a letto di spegnere tu la luce grande?"
"Forse la lampadina è svitata", fece il ragazzo.
"Non so, vedi tu".
Nino si avvicinò al letto provò ad avvitare la lampadina, premé la peretta il cui filo era attorcigliato alla spalliera del letto. La lampadina non si accese.
"Intanto io vado a letto", disse Cettina, "vedi un po' se riesci ad aggiustarla."
Salì sul letto e si ficcò sotto io lenzuolo.
Nino mentre armeggiava col cordoncino della luce e provava a guardare controluce la lampadina per accertarsi se era fulminata vedeva Cettina col volto affondato nel cuscino, le braccia nude di lei sul lenzuolo e respirava quell'odore lieve di lei che avrebbe riconosciuto fra mille. La lampadina non era fulminata ma non si accese lo stesso.
"Provo a vedere se è l'interruttore," disse Nino e cominciò a svitarlo.
"Siediti", disse Cettina indicando la sponda del letto.
Il ragazzo sedette e intanto che provava a smontarle la peretta della luce sentiva col braccio le gambe della zia sotto il lenzuolo. Il suo gomito ad un certo punto sotto il lenzuolo era fra le cosce della zia che stava voltata verso di lui per seguire l'operazione. Le mani gli ballavano, il pulsante della peretta saltò via, saltellò sul pavimento e si perdette sotto il letto.
"È inutile," disse la zia Cettina poggiandogli una mano sul braccio, "lasciamo stare. Lo faremo accomodare domani. Adesso dormiamo."
Prima di alzarsi Nino rimase ancora per un attimo col gomito fra le gambe di Cetina che gli teneva la mano appoggiata sul braccio; nel movimento che fece per alzarsi spinse il gomito, sentì che affondava fra le cosce della zia fin quasi a sfiorare il grembo.
"Prima di uscire spegni la luce accanto alla porta", disse la zia con gli occhi velati di sonno. "Buonanotte".
Nino si avviò alla porta; quando fece scattare l'interruttore udì ancora nel buio la voce dolce di Cettina:
"Non chiudere la porta. Non mi piace sentirmi chiusa."
Nino entrò nella sua stanza e su buttò sul letto col cuore che gli saltava nel petto e le punte delle dita bianche dall'emozione.»

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Nino, un ragazzo di diciassette anni, si sente incompreso ed abbandonato da tutti; l'unica che sembra capirlo è zia Cettina, sorella di sua madre che in lui risveglia i primi desideri e turbamenti dei ragazzi della sua età. Cettina è sposata con Biagio, ed è divertita dai turbamenti di suo nipote, ed allo stesso tempo risveglia in lei l'istinto materno, che è rimasto inappagato. La donna non ha figli, e sente l'ipocrita e monotona vita di provincia la sta lentamente uccidendo. Tra lei e Nino quindi inizia una relazione..

 

 

 

Malizia (Salvatore Samperi)

In un appartamento acese, negli anni '50, si trovano numerose persone in lutto per la morte della moglie di Ignazio La Brocca (Turi Ferro), gestore di una sartoria ben avviata e padre di tre figli maschi, il diciottenne Antonio, il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) ed Enzino, di circa sei anni. Tra i presenti, si trova una giovane donna di nome Angela La Barbera (Laura Antonelli), che proprio in quel giorno era stata convocata per entrare a servizio della famiglia. Il vedovo ed i tre figlioli ben presto si adattano alle cure dolci e doviziose della nuova presenza femminile. Nonostante il suo lavoro sia impeccabile, l'apprezzamento è dovuto soprattutto alle generose e sensuali forme che s'intravvedono sotto le sue sottili vesti. Il figlio maggiore è sempre più invadente e non perde occasione per importunare la ragazza durante le faccende di casa. Il vedovo non riesce a resistere alla tentazione e decide - dopo aver chiesto aiuto al sacerdote e malgrado abbia ricevuto il divieto dalla severissima madre - di prenderla in sposa, nonostante il breve tempo trascorso dalla perdita della consorte. Ad ostacolare la loro unione, oltre all'inquisitoria presenza di un grande ritratto della ex-moglie appeso in camera da letto, è il figlio Nino, totalmente ossessionato dalla donna. Tra i due si va instaurando un rapporto malizioso e crudele, nel quale Angela si ritrova a soddisfare giochi erotici adolescenziali, pur di riuscire ad ottenere il consenso per sposare il padre. Dopo una serie d'incursioni furtive ed appuntamenti segreti, l'iniziazione sessuale del ragazzo si compie ed il matrimonio tra Ignazio ed Angela può essere celebrato.

 

 

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (Melissa Panarelloi)

E' un romanzo erotico in chiave auto-biografica della scrittrice catanese Melissa Panarello, firmato con lo pseudonimo "Melissa P.". Il libro è stato pubblicato in 42 nazioni, consacrando l'autrice al successo con oltre tre milioni di copie vendute ufficialmente secondo i dati della casa editrice[2], sebbene l'editore abbia in seguito ammesso che le copie effettivamente vendute siano state in realtà forse due milioni.
Romanzo d'esordio per la giovane scrittrice, la cui identità è rimasta avvolta nel mistero per un certo periodo di tempo, è stato pubblicato da Fazi Editore nel luglio 2003, ed è divenuto ben presto un caso letterario ottenendo un enorme successo di vendite, nonostante uno scarso apprezzamento da parte della critica.
Il libro è stato duramente criticato per la sua forma letteraria, infatti, in quanto diario, non è presente una storia concatenata e sviluppata ma una sequenza di piccole e brevi esperienze sessualmente esplicite.
Il libro è divenuto un film per la regia di Luca Guadagnino, con il titolo di Melissa P., prodotto da Francesca Neri e Claudio Amendola e interpretato dalla giovane attrice spagnola María Valverde, ma è stato disconosciuto dall'autrice in quanto non aderente al testo.

Il romanzo è scritto sotto forma di diario, in cui la protagonista riversa le proprie emozioni e descrive accuratamente le proprie giornate. Il romanzo è apparentemente autobiografico e la voce narrante gioca ad avere lo stesso nome dell'autrice senza però ricalcarne le vicende.
Il libro si apre a Catania (ma l'ambientazione viene accennata più avanti), dove Melissa sta per compiere quindici anni, e confida al diario il suo disagio interiore, che riesce a trovare sfogo soltanto nell'amore per il proprio corpo di adolescente. Una sera, Melissa conosce Daniele, un ragazzo di 18 anni, con il quale ha la prima esperienza sessuale (un rapporto orale), la cui magia viene però distrutta dal comportamento rude di lui. Quando Melissa vorrebbe fare l'amore, lui la respinge deridendola per poi accettare otto mesi più tardi. Ma subito dopo aver cominciato, Daniele l'allontana non appena sospetta che non sia vergine come gli aveva detto. In seguito i due si incontrano spesso e hanno rapporti sempre freddi e quasi meccanici che finiscono per convincerla a lasciare il ragazzo, ma al tempo stesso a donare il proprio corpo a chiunque lo chieda, affinché prima o poi qualcuno possa vedere la sete d'amore che c'è in lei. Comincia così all'insaputa della famiglia (descritta come totalmente assenteista e oppressiva nei suoi confronti) una serie di relazioni occasionali (Roberto, un compagno di scuola che la coinvolge in rapporti a cinque, Letizia, una ragazza lesbica, una coppia di omosessuali e Fabrizio, un padre di famiglia assiduo frequentatore di chat perverse) dove quasi esclusivamente si lascia usare senza provare attrazione o piacere autentico (aldilà di quello breve nel mezzo del rapporto) ma allo stesso tempo è lei ad avere il dominio reale. Inizia anche a frequentare un giovane ventisettenne di nome Valerio, che le da ripetizioni di matematica. Affascinata dal ragazzo, Melissa decide di sedurlo e inizia una relazione sessuale anche con lui, convinta di aver finalmente trovato qualcuno in grado di vedere la sua passione interna. Una sera Melissa chiede a Valerio di portarla nel posto dove hanno fatto sesso per la prima volta per stuprarla. Valerio prontamente obbedisce. Dopo averla sodomizzata contro un muro, la riporta a casa e Melissa capisce che anche lui è come tutti gli altri: egli infatti, la chiama sempre Lolita, come la celebre ninfetta del libro di Nabokov e aldilà del sesso, non vede altro in lei. Di fatto, dopo averlo piantato in asso durante una delle svariate orge in un locale dove era solito portarla con i suoi amici, lui la scarica senza pensarci troppo. A questo punto Melissa conosce Claudio, che si rivela essere contro ogni sua previsione gentile e dolce, oltre che affascinante. Finalmente Melissa, oramai sedicenne, ha trovato ciò che per tanto tempo aveva cercato nelle camere buie, negli stanzini, con uomini sconosciuti giovani e vecchi: l'amore.

 

http://it.wikipedia.org/wiki/100_colpi_di_spazzola_prima_di_andare_a_dormire

 

 

GLI ALTRI (MA CE NE SONO ANCORA TANTI)

 

 

 

 

LE SIGNORINE DI VIA MADDEM

di Pasquale Almirante (da "A Catania con amore" di Aldo Motta - Edizioni Greco)

Puttana, bagascia, etera, lupa, prostituta, meretrice, baldracca, lucciola, passeggiatrice, donnina, mondana ... in quanti modi si può definire la cultrice del mestiere vecchio come il mondo e i cui canoni ideali di base, contrariamente a tutte le rivoluzioni industriali e tecnologiche dei secoli, rimangono sempre gli stessi!

Non sappiamo chi inventò quest'arte, richiesta in vero da clientela di ogni ceto e classe; sappiamo però' che Cheope, il faraone tumulato nella piramide più alta d'Egitto, fece prostituire la figlia per finanziarsi il sepolcreto e che Cleopatra potrebbe essere considerata l'etera meglio pagata della storia perché ottenne, da quel buon tempone di Antonio in cambio dei suoi orientali lavori, Siria, Fenicia, Arabia, Cilicia e la Giudea; invece l'ebrea Tamara, dopo essersi liquidati con i suoi eccessi amorosi i fratelli Er ed Onan, sedusse, ai margini di una strada e in guisa di lucciola, il suocero Giuda che le aveva rifiutato l'ultimo figlio.
I greci addirittura innalzarono statue ad etere famose, e a Cottina gli spartani dedicarono loro una vacca di bronzo, mentre Pindaro sciolse loro un inno nel quale si possono riconoscere le Aspasie, le Lamie, le Laide, le Frine e tutta quella schiera di baldracche famose che la storia ci ha riportato fino all'ultima, grande, mitica bagascia che la leggenda tramutò, per infittirne il mistero, in "Lupa", nutrice dei fatali gemelli capitolini e dal cui lemma la lingua italiana derivò "lupanare", suggellando così la condizione di questa grande anonima "lupa" e il luogo del suo meretricio.
E a proposito dei luoghi e dei templi dell'amore mercenario vorremmo addentrarci (con le testimonianze di coloro che possono dire: "io c'ero!") tra i corridoi e gli antri della voluttà comprata, del solletichìo erotico professionale; tra le alcove, i salottini, le stanze, i "budoir" del commercio sessuale protetto dalla "marchetta" statale, a garanzia dell'origine controllata del prodotto per evitare contrabbandi, multe, irruzioni e soprattutto sorprese veneree. Entriamo quindi in uno di questi casini in compagnia del ricordo di talune delle tante "addette" che oggi l'età ha sfigurato con tracce indelebili e con positure inequivocabili, attinte da un lavoro amato forse o accettato per necessità, ignoranza, coercizione, leggerezza.
La zona, a Catania, era compresa nell'ambito del quartiere San Berillo che, sventrato negli anni Sessanta per risanarlo, risultò, ancora una volta, un affare per le banche e una buggeratura per i catanesi che ancora oggi, al di là delle linde mure degli uffici del Corso Sicilia, vedono aggirarsi le angustiate larve di uno sfruttamento vergognoso e di una condizione disumana e grottesca.
Transessuali martoriati dallo sberleffo antico dell'incultura, donne obese dagli anni e dalle lotte per campare, ragazze discinte in chiacchiericci che sanno di stantìo; e poi case lebbrose in angusti vicoli lavati con l'impegno della disperazione, tende sbiadite in usci socchiusi su talami che scuotono la libido rimossa e mormorio e nenie e richiami sfioriti di avvizzite voci: questo è il "quartiere" oggi e il "recinto" in cui fiorivano, fino al 1958, le case chiuse di Catania, i postriboli, per' grazia dello Stato, "aperte" al pubblico maggiorenne!
L'intervento dello Stato per regolamentare la prostituzione ha inizio, dopo molti fallimenti e libercoli pro e contro il suo sfruttamento e i suoi pericoli, con la Legge napoleonica del 1806 che tendeva a tutelare la salute delle truppe, troppo spesso colpite dalla lue che i francesi definivano "male italiano" e gli italiani "male francese". Cavour, in Italia, ne ricalcò, nel 1860, il regolamento, imponendo due visite mediche la settimana e la schedatura in appositi registri. Crispi nel 1888, abolì l'iscrizione obbligatoria e si occupò, con più senso democratico, dei luoghi e delle condizioni in cui queste donne lavoravano; infine la Legge di pubblica sicurezza del 1931, nel ricalcare l'ordinamento precedente, istituì speciali "case" dove si potesse svolgere la poetica "ars", previa autorizzazione: fu anche ammesso il libretto sanitario. La Legge Merlin, del 28 febbraio del 1958, n. 75, abolì definitivamente le "case" e condannò lo sfruttamento della prostituzione e l'adescamento.
Questa piccola premessa ci serve per lasciare pochi dubbi storici sulla nascita ed evoluzione dei postriboli e per capirne la poAtata politica in seno alla nostra Nazione che ancor oggi dibatte, sempre più sommessamente, se è meglio legalizzare un fenomeno "a rischio" oppure fingere di ignorarlo.
Noi, per conto nostro, approfittando di un gentile accompagnatore (che chiameremo Virgilio in omaggio al luogo e alla discrezione) cercheremo di descrivere una giornata "particolare" in una delle tante "case" di Catania che in tutto dovevano essere una ventina, divise a loro volta, per categorie, tra la via Maddem, via delle Finanze, via Francalanza, via De Gaetani, via Pastore, via Michele Rapisardi; e in quest'ultima strada si apriva il più lussuoso bordello cittadino: "La Moderna" la cui tariffa raggiungeva l'astronomica cifra di ben 500 lire per una sola prestazione, al termine della quale la tenutaria dava una "marca", un gettone, alla donnina che riproponeva, in una sorte di eterno ritorno nietzschiano, il proprio corpo in vendita.
La mattina dunque la "casa" apriva alle 10 circa e nel ricordo di Virgilio le ragazze scendevano dalle loro stanze simili a dive, anche perché molte professavano per hobby l'arte dell'avanspettacolo e pure le "mondine" (le mondariso), che a queste si mischiavano, ne imitavano gli àncheggi, la mimica, il trillo del ciglio, gli slabrii linguali.
Alle tredici i camerieri servivano i tre "primi" a scelta, i tre "secondi" a scelta, frutta e dolce. Dopo il riposino pomeridiano, alle 15,30 circa, si riprendeva fino a tarda sera. Questo succedeva alla "Moderna"; e alla "Diana Mascali" che era uno dei più vecchi e meno cari bordelli cittadini.
"Meno raffinatezza - ci riferisce Virgilio - ma stessa cornice complessiva che garantiva queste donne dalla strada e dallo sfruttatore di turno!". Il rituale era però simile dovunque: le ragazze scendevano in sala e qui i clienti sceglievano; poi, a quella che loro ritenevano "più bella", davano la mela olimpica col gettone del Governo.
L'abitué, invece, andava dalla maitresse e chiedeva: "la suora", oppure, "la vergine" oppure ... e la prescelta si acconciava alla bisogna per soddisfare quel cliente. "Altri tempi! - ripete Virgilio - Allora omicidi per stupro non ce n'erano!".
Lasciamo queste considerazioni e parliamo di etere famose, simili per celebrità, alle Cottine e alle Aspasie del mito. "La slava" grida quasi Virgilio "col suo metro e novanta faceva impazzire i catanesi che la lasciavano solo per "Diana" di Ferrara. Anche queste alloggiavano alla "Moderna", la cui "quindicina" veniva direttamente da Roma, dalla lussuosissima "Avignonese".

Tuttavia dobbiamo riferire un piccolo giallo perché, da precedenti informazioni,- avevamo saputo che la casa di prima categoria per. eccellenza era la "Fargione", seguita subito dalla "Fargionetta", la "Suprema", la "Grasso", la "Favorita" in B stavano: "Stella dei mari", "Zia Mattia", "Vittoria", "Olimpia", "Flora dei mari".
Virgilio però ha pochi dubbi: "La casa più di lusso fu la "Moderna" che si sarebbe spostata dalla via Rapisardi in via delle Finanze, dove era già quasi pronta una nuova casa per possanza e magnificenza simile ad un albergo, di marmi onusto e di vetrate, di stucchi, specchi e statue discinte di arazzi, quadri e di soffici piumini, se non fosse arrivata, fra capo e collo, la famigerata legge Merlinl".
Un brivido di nostalgia nelle sue parole che lasciano trasparire una memoria offesa dalle nuove condizioni della prostituta e dell'omosessuale che a quei tempi, nelle case, aveva il ruolo degli eunuchi negli harem del principe: scopavano, lavavano, accudivano clienti e meretrici e poi, ogni tanto, quando qualcuno li chiamava ... Gli occhi profondi di Virgilio, rimarcati dalla matita bleu, vagano lontani, alla ricerca, forse, della serenità perduta.
"Erano signore, non erano puttane! L'eleganza delle "case" richiama i "Night" di oggi. Ed i clienti erano discreti, non di raro il padre incontrava il figlio; e l'alto funzionario. 

"Oh tempora oh mores!" per declamare Virgilio, contrito che ora abbraccia l'anziana "signorina" di un tempo, venuta anch'ella al nostro appuntamento!
"Il giovedì non si lavorava! Veniva il medico per la visita. E al centro dermosifilopatico di S. Agata la Vetere si recavano in carrozza, con gli abiti migliori, Questa sorta di gita dava un tocco di brio alla città, mentre la gente li guardava quasi con riguardo e loro, in quella guisa, sembravano "signore", grandi dame!".
Virgilio ora ha fretta, aspetta un nuovo "carico" di donne e ci sussurra rassegnato: "Oggi è peggio di prima! C'è più rischio di malattie per tutti, e loro, le ragazze, non hanno alcuna garanzia se non quella della bastonatura, se non hanno protettori di grosso calibro; e poi sono regolarmente schedate in beffa alla libertà personale.

La donnina di un tempo, che di mille rughe ha serpeggiato il volto, accoccolandosi gobbosa tra le robuste braccia di Virgilio, aggiunge tenera, col tremolìo del labbro: "Quando furono chiuse quelle case, piansero tutte le ragazze! Disperate, non sapevano che fare, dove andare, a chi rivolgersi. Guardi ora come sono ridotte". E il suo braccio avvizzito, uscendo dietro la mole di Virgilio, mi indica i resti del San Berillo, in cui al degrado fatiscente delle case, dei vicoli, degli antri purulenti s'accompagna quello antico, inestirpabile di una umanità bizzarra, abbruttita, violentata, incosciente, "singolare" come la condizione della minoranza che si contrappone al "plurale", alla massa che sogghignando passa e spésso vi si invischia. Ed esse, le ragazze, simili ad un ragno, tessono la tela, cantando nenie d'amore misterioso per attirare navigante e barca, nei profondi, inconsci e ancestrali abissi della libido.

 

Anna Accupu

 

grazie a Salvo Consoli

 

 

Storia e tecniche della ‘fuitina’, un’usanza socio-economica

 Nonostante il suo nome simpatico, la fuitina è tutt’altro che una pratica ben vista; almeno oggi, perché in passato era invece particolarmente diffusa, e in alcuni casi, utile, o necessaria.

 Fino all’inizio degli anni Novanta, in tutto il Sud d’Italia prese piede il cosiddetto fenomeno della ‘fuitina’; ovvero di una fuga, che i giovani ragazzi innamorati decidevano di mettere a segno spesso per poter consumare le proprie giornate da amanti in santa pace; a volte invece, per sposarsi in fretta e furia, magari perché la famiglia non approvava l’unione, perché vi erano dei contrasti tra congiunti, o perché la ragazza si ritrovava incinta.

 Più anticamente però, questo fenomeno di costume riguardava anche i ceti più abbienti, e, soprattutto, non era una pratica che veniva portata avanti di nascosto, bensì molto spesso organizzata in concerto, con parenti e genitori. Questo perché una volta, le famiglie erano notevolmente più numerose; le prime a sposarsi erano le figlie, poi i maschi, in ordine d’età.

 Quindi che speranza aveva una figlia giovane contro 8 sorelle? O che speranza aveva la classica ‘vecchia zitella’ che finalmente aveva trovato lo sposo ma non c’erano più i soldi per accomodarlo? Infatti anticamente, il matrimonio veniva organizzato con un grande dispendio di energie e di denaro. Una tradizione, che ove possibile continua a rimanere viva e presente in tutto il Sud, Sicilia compresa. Quello che però non è più uso preparare, è la dote: spesso biancheria finissima oppure mobili, che gli sposi dovevano portare come offerta il giorno del matrimonio; era una sorta di contributo, che ognuna delle due famiglie coinvolte nel contratto, si doveva preparare a rispettare, pena il non compimento del matrimonio.

 Non tutti però se lo potevano permettere, specialmente dopo aver sposato altri 5 figli. Ed ecco che entrava in campo la ‘fuitina’, una maniera ben accordata e articolata, di permettere alle proprie figlie femmine una posizione, e mettere a tacere i pettegolezzi di paese.

Una volta infatti era parte del costume delle celebrazioni, dare bella mostra della ricchezza e dello sfarzo, di cui era capace la propria famiglia; la ‘fuitina’ avrebbe eliminato ogni dubbio circa l’eventuale povertà dei ragazzi e dei loro genitori, che con la forza del sentimento avrebbero potuto giustificare la loro fuga agli occhi indiscreti dei compaesani.

 Ecco quindi la messinscena, che veniva organizzata con grande dispiego di forze: prima, un rapido rapido di messaggi tra i due amanti, che attestava il luogo dell’incontro preposto al viaggio, solitamente breve; poi, il coinvolgimento di parenti prossimi, coloro i quali offrivano alla giovane coppia il luogo in cui rifugiarsi, molto spesso vicino casa.

Normalmente, alla ‘fuitina’ occorrevano solo poche ore. Una volta consumato il matrimonio, infatti, i giovani avvisavano casa, confermando i finti sospetti che serpeggiavano in famiglia sulla loro ‘fuga d’amore’.

 Tornati a casa dopo lo ‘sdillinchio’ del padre della ragazza, a volte ‘con pagnotta già nel forno’, i due giovani erano ora tenuti a sposarsi. Solo così infatti il ragazzo avrebbe ‘protetto il buon onore’ della di lei, che altrimenti non avrebbe voluto più nessuno, in quanto già ‘fuiuta’. Dopo i dovuti complimenti di rito, anche da parte degli altri abitanti della città o del paese, il matrimonio poteva essere celebrato.

 Enrica Bartalotta

http://www.siciliafan.it/storia-tecniche-fuitina-unusanza-socio-economica/

 

Testa di Moro: mai tradire una Siciliana

La Testa di Moro è un oggetto caratteristico della tradizione siciliana. Si tratta di un vaso in ceramica dipinta a mano utilizzato come ornamento che raffigura il volto di un Moro e talvolta di una giovane donna di bell’aspetto. Un’antica leggenda narra che intorno all’anno 1100, durante il periodo della dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere Kalsa di Palermo,  viveva "una bellissima fanciulla dalla pelle rosea paragonabile ai fiori di pesco al culmine della fioritura e un bel paio di occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo golfo di Palermo". La ragazza era quasi sempre in casa, e trascorreva le sue giornate occupandosi delle piante del suo balcone. Un giorno si trovò a passare da quelle parti un giovane Moro, che non appena la vide, subito se ne invaghì e decise di averla a tutti i costi. Quindi senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò immediatamente il suo amore. La fanciulla, colpita da tanto ardore, ricambiò l’amore del giovane Moro, ma ben presto la sua felicità svanì non appena venne a conoscenza che il suo amato l’avrebbe presto lasciata per ritornare in Oriente, dove l’attendeva una moglie con due figli. Fu così che la fanciulla attese la notte e non appena il Moro si addormentò lo uccise e poi gli tagliò la testa. Della testa del Moro ne fece un vaso dove vi piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori nel balcone. Il Moro, in questo modo, non potendo più andar via sarebbe rimasto per sempre con lei. Intanto il basilico crebbe rigoglioso e destò l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire appositamente dei vasi di terracotta a forma di Testa di Moro. Ancora oggi nei balconi siciliani si possono ammirare Teste di Moro spesso denominate anche "Teste di Turco" di pregevole fattura, un simpatico monito per tutti i mariti!

 http://www.siciliafan.it/testa-di-moro-mai-tradire-una-siciliana/

 

 

L 'AVVOCATO - Eros, bugie e tradimenti? E il giudice disse «tutta salute»

(Michele Nania - dic. 2006)
 

Quante cause ha trattato finora?
«Una media di cinquanta l’anno per quarant’anni, faccia un po’ i conti...»
Più o meno duemila... E quanto conta il sesso in queste cause?
«Ritengo tantissimo, ma quasi mai emerge in giudizio. Secondo me conta e incide eccome, ma non c’è modo di dimostrarlo davanti a un giudice, salvo casi eccezionali di inidoneità. Il malcontento sessuale è grave in sé ed è la spia di un malessere della coppia. E’ chiaro, le persone non sono animaletti, se stanno male sessualmente vuol dire che hanno motivi di reciproca acrimonia. Se una donna viene da me e mi racconta: “...mio marito non si corica con me da dieci anni” come lo dimostriamo, mica gli possiamo mettere il tassametro al piede...»
Si lamenta più l’uomo o la donna?
«Si lamentano le donne. Perché un uomo insoddisfatto si costruisce una vita a parte con una sessualità alternativa rispetto a quella del matrimonio».
E la donna no?
«Le donne sì, ma loro appena hanno una sessualità alternativa cercano la separazione. Perché vivendo nella stessa casa, è un fatto fisiologico, subendo le avances sessuali del marito, non ha via d’uscita. Un uomo che l’aggredisce sessualmente dentro casa non lascia alternative alla donna che non sia la separazione. Lei se ne può andare dalla mamma per una settimana, un mese, ma poi prende la strada della separazione. Un uomo che non gradisce le avances sessuali dalla moglie si sottrae e stop, non ha problemi e quindi la separazione non la chiede. A meno che non sia costretto da altre cause o necessità, o da un’altra persona».
Quindi sono più le donne che chiedono di separarsi.
«Sì, e le ho spiegato perché. Eppure sul maggior numero di separazioni chiesto dalle donne si fa molta ironia, come se le donne fossero tutte libertine. Invece no: è la incompatibilità sessuale, la diversa fisicità tra uomo e donna che genera l’equivoco».
I suoi clienti sono più uomini o donne?
«Si equivalgono. Inizialmente avevo più clienti donne, oggi ho tantissimi clienti uomini e quasi sempre sono storie di dolore, di uomini che vogliono continuare a fare i papà e che vengono ostacolati. E’ l’ultima e la peggiore delle miserie della donna, negare questi sentimenti e questa frequentazione tra padre e figlio. Nel mio studio lo sanno, quando mi sentono urlare significa che una donna ha appena detto: “...e allora non gli faccio vedere il bambino”. Aggiungo che ci sono dei miei colleghi che per inesperienza, o per discutibili teorie personali, non sono così decisi nel bacchettare questo comportamento. Io ho anche informato la Procura: ci sono dei colleghi, alcuni, per fortuna pochi ma ci sono, che arrivano a consigliare: “Allora signora, dica che allungava le mani sul bambino”. Ho informato il consiglio dell’Ordine, la Procura, continuo a fare esposti. Ma penso che la giustizia degli uomini per queste cose non basti, il Padreterno ci deve pensare. Un’accusa del genere per un uomo, per un padre è peggio dell’omicidio. Se la Procura
della Repubblica non interviene io non potrò finalmente smettere di fare l’avvocato».

Ne succedono di storie strane?
«I separati che continuano a frequentarsi, a comportarsi da fidanzati e da amanti. In genere sono i “pentiti del divorzio” quelli che non volevano lasciarsi. E poi un mare di bugie: noi avvocati non abbiamo poteri d’indagine, non sappiamo se quello che ci raccontano è vero o no. Una signora mi disse che il marito era omosessuale, e raccontava con dovizia di particolari, descrivendomi questi fanciulli amanti del marito, mi diceva pure le targhe delle macchine e altre cose che ovviamente non avevo alcun modo di verificare. Poi casualmente incontrai quest’uomo a una festa in casa di amici; era insieme a una meravigliosa ragazza tedesca alta due metri: vivevano insieme da non so quanto tempo...»
Ha riferito alla signora accusatrice?
«Certo».
E lei che ha detto?
«Niente. Ha cambiato avvocato».
E poi?
«Certe volte mi accorgo che il sesso è molto importante ma viene sminuito. E’ diventato un classico, la donna che entra nel mio studio annunciando: “Voglio la mia libertà”. In quel momento io sono sicura che ha già un altro amore».
Amore? Non è una parola grossa?
«Dico amore perché sono romantica. Dunque mi correggo: un altro con cui fare sesso».
Siamo al dunque: il sesso in Sicilia è un’ossessione?
«Ritengo che sia molto importante l’età. E non per quanto riguarda la prestanza fisica, parlo di età mentale. Quelli di una certa età ritengono ancora che agli uomini sia tutto consentito e alla donna no. E allora vengono qui in compagnia dell’amante e mi dicono: «Sa, mia moglie ha l’amante». E io replico: “Scusi, la signora con cui lei è venuto chi è?” L’uomo arrivato, benestante, sceglie il meglio».
Solo l’uomo? La donna no?
«Gina Lollobrigida ci sta dando un buon esempio, magari dovremmo imitarla. Ma per il momento e per quanto di mia conoscenza, solo l’uomo “che può” sceglie il meglio. Lasciano mogli fastidiose, insopportabili, e scelgono l’atleta bellissima».
E queste fanciulle sono veramente «il meglio»?
«Le rispondo da donna: sì. Sono anche simpatiche».

Allora perché le chiama amanti?
«Ho sbagliato a chiamarle così. In realtà quasi sempre diventano le seconde mogli. Come donna mi dava un po’ fastidio che gli uomini con tanti mezzi avessero la possibilità di scegliersi il meglio, di incontrare il meglio e potersi candidare per il meglio. Magari col tempo lo faranno anche le donne. O lo stanno già facendo, ma io non ne sono al corrente».
Vuol dire che non ci sono donne con amanti giovani?
«Non lo so. A parte la Lollobrigida non conosco nessuna. Anche lei comunque, a quanto pare sta avendo qualche problema...».
Il mondo del sesso è a volte un mondo parallelo ma nascosto, clandestino. Anche in questa città.
«Effettivamente spesso mi giungono notizie di sesso senza sentimenti e senza problemi. Dove circola anche droga e si procede, diciamo, senza tanti complimenti. Posso darle il numero di un mio collega che ha scritto lo statuto di alcuni club privé...»
In questi luoghi c’è puro sesso. Paghi, consumi e ti sei tolto il problema.
«Ne ho sentito parlare. Evidentemente il sesso senza sentimenti è poco costoso in termini emotivi».
In che senso?
«Nel senso che se anche finisce non ci si dispera, non si fanno tragedie e non ci sono problemi. Non ci si uccide più per amore, ma sono aumentati i delitti degli uomini abbandonati. Pensi, trecento delitti l’anno: per lo più compiuti da uomini che non hanno accettato o metabolizzato l’abbandono da parte della moglie, della fidanzata, della compagna. E le ricordo che il divorzio è in vigore dal 1970. Ci sono uomini che abbandonano ma non sopportano di essere abbandonati. E per questo che prima parlavo dell’importanza dell’età, di un diverso modo di vivere il sesso e le relazioni. Se tutti quelli che divorziano dovessero ammazzare non basterebbero gli stadi... Bisogna sapere che un amore può finire, non è sano non farsene una ragione».
Bella forza detto da lei che ci lavora...
«Guardi che l’approccio alla separazione è uguale per tutti, poveri e ricchi, colti e ignoranti. Uguale con una caratteristica: le separazioni finte. I poverini che vogliono entrare nelle cooperative, e i fruitori di grossi redditi che portano in detrazione l’assegno alla moglie. Alle volte però il giochetto non riesce molto bene perché dopo nove anni la moglie si vuole separare veramente e decide di chiedere anche gli arretrati, regolarmente detratti ma mai pagati veramente...»
Sembra che solo l’uomo riesca a divertirsi veramente...
«Non saprei. Certo, anche la donna ne ha tutto il diritto. Oggi le donne sono più libere e consapevoli. E con tutti i metodi a disposizione per la contraccezione accedere a questo tipo di esperimenti è consentito a tutti. E’ bello e allettante. Ringiovanisce. Direi che l’esperienza sessuale molto spesso porta alla separazione. Ma che sia l’unico motivo di separazione, questo non è vero».
Ed è cambiato il suo approccio al problema?
«Una volta in aula si discuteva di fedeltà coniugale, di tradimenti e insomma di un contesto così. Io ero molto presa dalla foga della discussione. Il giudice mi fermò e mi disse: “Avvocato ma perché si sta arrabbiando tanto: è tutta salute!” Quella frase non la dimenticherò mai. Attenzione però: il sesso preferisco pensarlo come a una magnifica macchina sulla quale ci si può divertire e ci mancherebbe se non fosse così. Divertiamoci dunque, ma stiamo attenti a non investire nessuno».
Non le ho fatto la domanda da un milione di dollari. Lei è sposata?
«Sono separata da oltre vent’anni e non mi sono mai più risposata. Al momento sono il miglior partito di Catania. Ma se lo scrive aggiunga pure che sono felicemente nonna».

Anna Ruggieri, avvocato in Catania, donna di cultura e molto attenta ai fenomeni sociali e alle loro evoluzioni, è una grande esperta matrimonialista. Cioè di separazioni e divorzi.

Lucciole al buio

Era il mercato del sesso più grande d'Italia. Poi dal quartiere a luci rosse di Catania una retata ha cacciato le prostitute immigrate. Ora restano i transessuali, le italiane e la realtà di tante vite difficili. Aspettando che arrivi un centro commerciale

di Chiara Dino

Via delle Belle ha cambiato colore. Il più grande mercato del sesso povero d'Italia si è trasformato, sotto gli occhi increduli di magnaccia e puttane. Dai tuguri di San Berillo sono sparite le nigeriane, le colombiane, le magrebine. Le più giovani, le più belle, le più procaci tra le prostitute del quartiere a luci rosse di Catania: via, via per sempre. Sono state cacciate, nello spazio di poche ore, da una retata dei carabinieri: ha colpito poche settimane fa, ma è stata studiata con cura per anni. Centinaia di case piccole e maleodoranti, dove giovani donne di colore offrivano le loro grazie in cambio di poche lire e dove un'ora d'amore non si negava a nessuno, sono in gran parte deserte. Di più: sono state murate o sprangate con grossi catenacci. C'è chi dice che tutto questo preluda a un grande speculazione, che dovrebbe trasformare il quartiere in un immenso centro commerciale. Voci che rimbalzano di bocca in bocca, chiacchiere che riecheggiano in battute appena accennate di prostitute e svagati frequentatori della zona. Eppure, in questo angolo di Sicilia, le marchette sono ancora all'ordine del giorno. E i catanesi lo sanno. Passeggiano con aria disinvolta, scelgono la preda più intrigante o la più economica. Spesso sono clienti fissi, che cercano con maniacale assiduità sempre la stessa donna. Entrano nelle case chiuse di San Berillo per uscirne mezz'ora dopo con 30 mila lire in meno in tasca e, negli occhi, la strana soddisfazione di chi ha goduto a pagamento. Scivolano via con circospezione da un baraccone del sesso, strangolato da una selva di edifici pericolanti, che si estende per oltre 90 mila metri quadri. Scappano con malcelato imbarazzo da un mercato del piacere a cottimo, dove la meretrice più giovane ha 28 anni. Brigitte è un travestito che delle sembianze maschili non mantiene quasi più nulla. Passeggia tra via Circo e via delle Finanze dove, al civico 29, si vende con disinvoltura per 40 mila lire la marchetta. Vagheggia una vita diversa, da reinventarsi in qualche parte del mondo dove, probabilmente, non andrà mai. Si guarda intorno, racconta di sé e delle sue compagne di ventura: quelle professioniste del sesso attempate e cordiali, scampate, per il momento, al repulisti dei carabinieri. "Sono qui da 12 anni. Ma oggi sono stanca del tran tran squallido di San Berillo". Gambe lunghe e magre, viso scavato e capelli biondi, Brigitte ancheggia come una modella di professione. Ostenta sicurezza e pensa all'Olanda, patria del sesso libero senza ipocrisie, come a una meta possibile ma lontana. "Vivo con un uomo che mi ama e che amo. Sa del mio lavoro ed è geloso. Ma rispetta la mia scelta: andarmene da qui vorrebbe dire lasciarlo, e non ne ho voglia. E poi", aggiunge con una smorfia che sottolinea i tratti forti del viso, "sono io che detto le regole, nel mio lavoro. Niente porcherie né orge. I miei clienti lo sanno: con me si fa solo sesso tradizionale. E mi do solo a chi mi piace. Prendere o lasciare". Maurizio ha tutt'altro aspetto. Da queste parti lo chiamano Lulù. Ha 32 anni, una massa folta di capelli lunghi, e quando non batte vive con l'anziana madre in un paesino dell'hinterland catanese. Qui a San Berillo ha comprato una casetta. Una stanza di pochi metri quadri, uguale a tante altre. Il suo tariffario varia a seconda delle prestazioni: "A chi si accontenta di fare sesso qui da me chiedo 30 o 40 mila lire. Ma se i clienti mi chiedono di andare a casa loro, allora la musica cambia. Non mi muovo per meno di 300 mila lire. Anche perché, in genere, chi ti invita a trascorrere una notte nel suo letto ha in mente giochi erotici perversi. Spesso sono professionisti affermati. Ti chiedono di scoparti la moglie e poi di ricominciare con loro. È un vero schifo. Lo faccio solo per guadagnare". La sua più cara amica nel quartiere si chiama Anna. Ha 57 anni, anche se ne dimostra meno. È arrivata qui a Catania un po' per caso e un po' per bisogno. Nella sua città, Salerno, ha lasciato cinque figli, che mantiene da lontano collezionando marchette dalle nove del mattino alle sei di sera. Il suo "ufficio" di San Berillo, è così che lo chiama, è una stanza rischiarata appena da una luce fioca. Il letto troneggia tra quattro mura piene di specchi e di manifesti. Le foto nude di Marina La Rosa, la bella messinese del Grande Fratello, stanno accanto all'immagine di padre Pio. Perché Anna, in Dio e nel frate buono di Pietralcina, crede senza riserve. "Quando avrò messo da parte un po' di soldi", racconta, "smetterò con questo mestiere e mi dedicherò al volontariato. Voglio assistere le persone anziane, liberarmi dei peccati che ho commesso e cambiare vita". Ma intanto mette in ordine sul comodino decine di preservativi, prepara le videocassette porno che tanto eccitano le fantasie dei catanesi e apre un armadio per mostrare gli strumenti del mestiere: falli di gomma di tutte le dimensioni. La sua storia è simile a quella delle tante donne che battono dentro questo quadrilatero di miseria e di desolazione, che si estende proprio alle spalle del teatro Bellini. Sono rimaste solo le italiane a San Berillo, pronte ad assecondare le perversio-ni erotiche di studenti e professionisti, disoccupati e pensionati, militari e impiegati. Accanto a loro, lungo un vicolo stretto come un budello, battono i travestiti, i "puppi" come li chiamano da queste parti. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, un sogno nel cassetto che li aiuta a campare dentro questo immenso bordello all'aperto. Caterina è un transessuale che si dà a giovani e anziani da una ventina d'anni. La prima volta che ha fatto sesso a pagamento era ancora minorenne. Paga 500 mila lire al mese per assicurarsi un buco fetido dove ospitare i clienti. "Che sono tanti", racconta con ironia, "più di quanti non potreste immaginare. Di uomini eterosessuali ne sono rimasti pochi. La maggior parte dei clienti fissi di San Berillo cerca noi, i "puppi". Ognuno ha un vizietto. Pagano senza battere ciglio anche per dieci minuti di sesso". 

Fa freddo, per strada. Ma Caterina, fasciata in una minigonna cortissima, non se ne accorge. Fuma e aspetta. Prima o poi, qualcuno chiederà di lei. Intanto, per ingannare il tempo, dice un gran bene del blitz dei carabinieri: "Finalmente hanno ripulito il quartiere da chi lo aveva trasformato in un luogo indecente". Le belle nigeriane, cacciate via nei giorni scorsi con l'accusa di sfruttare le più inesperte fra loro, qui non le voleva quasi nessuno. Loro, le straniere giovani e focose, si vendevano anche per 10 mila lire. Una concorrenza che dava fastidio a molti. La guerra tra le puttane di San Berillo è un misto di interesse spicciolo e di pregiudizi razziali. E a soccombere sono state le nere, che adesso sono tornate a battere per strada. Anche i loro clienti si sono trasferiti: pochi isolati più in là, lungo il marciapiedi di corso Sicilia. Adesso le extracomunitarie più disinibite d'Italia, che per restare a San Berillo hanno scomodato invano anche il sindaco di Catania, Umberto Scapagnini, si vendono dentro le macchine dei clienti. Quelli che lo vogliono fare senza preservativo. E che per pagare qualche migliaio di lire in meno hanno lasciato lo storico quartiere a luci rosse. "Una vergogna", racconta Rosaria, 40 anni ben portati, una collezione di foto hard e un apparente buon umore, che lascia trasparire malinconie sopite da un mestiere che la sfianca. Dalla sua bocca esce un fiume di parole: "Quelle lì erano merce a perdere", racconta. "Non si preoccupavano di niente. Neanche delle malattie. Nessuno le ha mai visitate. Chissà quante, in questi anni, si saranno ammalate. Giravano seminude davanti alle loro case. Si offrivano al primo venuto, adescandolo senza pudore. E lo facevano con tutti. Vecchi e ragazzini. Senza proteggersi, senza pensare a niente. Mettevano da parte i soldi per poi mandarli nel Paese d'origine. Le loro case erano sudicie e maleodoranti. Non le pulivano mai". Non ne avevano neanche il tempo, le prostitute di colore. Lavoravano di notte e di giorno. Si davano il turno ogni otto ore. Riposavano un po' e poi ricominciavano a macinare sesso e denaro. Senza sosta, senza fermarsi mai. Le loro case erano sempre aperte. Dei soldi, guadagnati a fatica, conservavano solo quanto bastava per vivere. Il resto volava via, diviso tra prepotenti magnaccia e parenti lontani da mantenere. "Ora che siamo rimaste noi", dice Mariella, "le cose sono ritornate come prima. C'è più ordine nel quartiere. Noi lavoriamo solo di giorno. E poi non ci diamo al primo venuto. Io, i miei clienti, li scelgo. Niente ragazzini, solo uomini dai trentacinque anni in su. Danno meno problemi. Hanno meno grilli per la testa". Un isolato più in là c'è la casa di Antonella, il travestito più appariscente del quartiere. Calze a rete, trucco pesante, un body ultra aderente che fa intuire tutto, Antonella è l'unica, qui a San Berillo, a spendere qualche parola per difendere le extracomunitarie. "In fondo facevano il nostro stesso mestiere. Anche loro si guadagnavano da vivere come noi. Che lo facessero in modo più sfrontato era una scelta, che io non giudico. Ognuno è libero di fare ciò che vuole della sua vita. Raccontatelo, raccontatelo ai tanti che prima vengono da noi e poi ci insultano senza pietà. Fatelo sapere a tutti, che la disonestà non ha nulla a che vedere con il sesso a pagamento", dice, mentre mostra un'istantanea dove è ritratta senza veli. La sua sembra una voce stonata, a San Berillo. La solidarietà, da queste parti, è una merce rara. Un'eccezione tanto preziosa quanto insolita. Lo sanno bene le giovani nigeriane. Lo sanno bene le centinaia di puttane straniere che, per sopravvivere, da qualche settimana sono tornate a battere in strada.

Domenico Tempio

EONARDO SCIASCIA - IL CATANESE DOMENICO TEMPIO

di Leonardo Sciascia

Catania ha, nella parte alta del giardino Bellini, un viale degli uomini illustri: vescovi, canonici, umanisti e storiografi locali, deputati e senatori del regno, fiancheggiano in busti marmorei un vialetto forse eccessivamente illuminato per il gusto delle coppie; e forse eccessivamente alto per il fiato corto delle matrone, che preferiscono bivaccare nella grande rotonda dove suona in palco la banda municipale.

E tra i busti, gelati dalla luce al fluoro, vi imbattete in Domenico Tempio: così esile e immalinconito da confermarvi nell'idea che la pornografia in fondo non sia che il prodotto di una sorte di etisia o di impotenza. Perché Domenico Tempio è proprio quel poeta pornografo che i siciliani, usciti dalla Sicilia attraverso bandi di arruolamento e concorsi ministeriali, recitano spesso ai loro colleghi d' altre regioni, a suggellare quei discorsi sulle donne di cui Vitaliano Brancati si è fatto impareggiabile cronista.

Contemporaneo del Meli, Domenico Tempio (nato a Catania nel 1750) rappresenta, appunto rispetto al Meli, il rovescio o, più esattamente la controparte dell'erotismo arcadico, del barocco estremo grondante di amorini e di putti in cui si configura la poesia del palermitano: il quale è, a chi sappia vedere sotto la leggiadria delle invenzioni e l'evocazione di casti miti e di campestri incanti, a suo modo ossessionato da quel vago carosello di Nici e Clori; che son poi realissime donne dell'aristocrazia palermitana. Al Meli che musicalmente risolve le sue ossessioni, musica lieve di immagini con appena qualche venatura di arguta saggezza, risponde da Catania il “basso” delle grevi rappresentazioni fisiologiche; il furore, per così dire, anatomico; l'emblematica di “argomenti” e “serviziali” che è nei versi del Tempio (...)

Anche a non prendere sul serio le sue dichiarazioni moralistiche (“Scrivu chi sunnu l'omini,/ E fazzu a la morali / Di lu prisenti seculu/ Processi criminali./ A quali signu arrivanu,/ Mia Musa si proponi, / Dirvi li brutti vizi/ E la curruziuni; / Chi di la Culpa laidi / Tanti l'aspetti sunu/ Chi basta sulu pingirla / Per abburrirla ognunu”), bisogna riconoscere che gli effetti cui giunge il Tempio sono un po' diversi, poniamo, di quelli del Batacchi. La rappresentazione di fatti fisiologici non può mai giungere ad effetti francamente comici, ove tale rappresentazione non sia, come nel Batacchi, causa o effetto di una commedia di raggiri, di equivoci, di stupidità e astuzia. Il Tempio non aveva questo gusto della commedia: avrebbe potuto mettere in versi anche il rapporto Kinsey. Ma sotto il gratuito delle sue rappresentazioni sentiamo il fermento del disfacimento, quell' ”olor de la muerte” che Hemingway ci rende in una virtuosissima pagina. Si tratta, senz'altro, di pornografia: ma non priva di quel pirandelliano candore in cui Moscarda, protagonista di Uno,nessuno e centomila, si abbatte nella nausea cosmica da cui infine la solitudine lo salva (...)

(tratto da: Pirandello e la Sicilia – Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma, 1983).

LE LEGGENDE SU UN PORNOGRAFO "MARCA LIOTRU"

(n.d.r. : non me la sono sentita di riportare alcune delle sue poesie, perchè sono scandalose adesso. Figuriamoci ai suoi tempi!) Assieme a Giovanni Meli, fu il più grande Poeta siciliano di quei tempi..! Tuttavia, secondo il mio punto di vista, non si possono ignorare l'eleganza di Scimonelli, nè la muniziosità di Calvino. Mi spiace e mi scuso di non aver avuto modo di presentare gli altri Poeti, altrettanto meritevoli.
Si narra che Micio Tempio fosse un superdotato e le storielle create su di lui, ruotano attorno a tale tema. Ma è anche vero che, lui stesso, commentava come fosse riuscito a fabbricare un palazzo..!
Capitò che, una donna dopo aver avuto un incontro amoroso con Micio Tempio, vedendosi congedata dopo essersi illusa, lo accusò di averla sodomizzata senza il proprio consenso. Pare che il Tempio si difese con questa straordinaria arringa:
Signor Giudice, Signori della Giuria... 'U fattu fu di notti e non di jonnu e i me cugghiuni, non erunu lantenni. Fu idda, buttana fitenti ca si 'ntisi a minchia 'nculu e non mi rissi nenti! ... e a quanto pare, fu assolto con formula piena.
E si racconta che avesse un negozio di bottoni, alcuni realizzati da egli stesso, per cui stava quasi sempre nel retrobottega. Al banco, c'era la sua bellissima moglie. Un giorno, entrò nel negozio un uomo, a modo suo superdotato e, volendo fare delle avances sconce alla bella donna, le mostrò la cintura dei pantaloni, da dove faceva lievemente capolino, la punta del pene e le chiese: 'Signora, ha bottoni come questo?'.
La donna, senza scomporsi, va nel retrobottega: 'Miciu, 'dda 'bbanna c'è unu ca cecca a tia!
Micio passa e chiede all'uomo di cosa avesse bisogno. E l'uomo, ancora più spavaldo, ripete la richiesta. Al che, Micio Tempio, allargandosi il colletto della camicia gli fa: 'Picchì, comu a chistu non ci piaci?
Un giorno il grande Micio decise di aprire una farmacia a Londra. Purtroppo non sapeva neppure una parola d'inglese ma, da buon catanese, non si perse d'animo. Entrarono 3 marinai che avevano bisogno di profilattici. Ovviamente Micio non comprese nemmeno una sillaba: 'N'aja caputu nenti! Chi è ca vuliti?'
Uno dei marinai, ripetette la richiesta, ma senza successo: Micio non riusciva nemmeno a sospettare cosa volessero. Fortunatamente, i marinai ebbero un lampo di genio. Uscirono il pene, lo posarono sul bancone, vi posero davanti una moneta e sorridendo a Micio gli dissero: 'Okay?'. A Micio non gli sembrò vero di aver finalmente capito!
'Ahhh! Ora capisciu..! e scaraventando il suo membro sul bancone, tira via felice le monete, dichiarando con orgoglio :'Il Banco vince!'
Si dice che il Tempio fosse 'sboccato' anche in società, ma che per lui fosse naturale e senza malizia. Pare che suo fratello evitasse di portarlo alle feste di gala, proprio per questo piccolo inconveniente...
Ma un giorno, dopo forte insistenza di Micio Tempio e dietro la promessa di un comportamento corretto, cedette. Alla festa, Micio Tempio invitò una bella dama a danzare. Era così leggiadra ed abile che il Tempio a fine danza, non potette esimersi dai complimenti: 'Signurina, ma u sapi ca lei abballa spacchiusa?'

La donna rimase scandalizzata, anche perchè non era abituata a certe forme di espressione. Il fratello se ne accorse e riprese Micio: 'Cosa hai combinato? Vai a chiederle scusa, no?' Così, Micio Tempio si scusò: 'Signurina, m'ha scusari 'ppi 'dda minchiata ca ci rissi antura..!'

Enzo De Cervo

http://www.puzzle.altervista.org/racconti/tempio.php

 

Dove visse?

Secondo le fantasie dei Catanesi, forse per i putti zozzoni scolpiti sotto il balcone di Palazzo Mazza in Via Vittorio Emanuele140, si è sempre pensato che la casa di Tempio fosse questa.

Sono tuttora oscuri molti aspetti della vita di Micio Tempio, tanto che i biografi non sono in grado di stabilire con certezza se la nascita avvenne nel rione dei santi Filippo e Giacomo, un antico quartiere scomparso dalla topografia di Catania, e che è ipotizzato fosse vicino a piazza Mazzini dove sorgeva un'antica chiesa.

E' stato invece stabilito dove egli abitò prima di trasferirsi in Via Cristoforo Colombo.

Qui visse per 30 anni per poi trasferirsi in Via Velis, dove morì.

La casa, ha accertato una ricerca di Vito Zappalà, dirigente di SiciliAntica che ha consultato e analizzato documenti originali, era confinante proprio con la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo che oggi si trova inglobata nel Palazzo Zappalà-Gemelli, al civico 28 dell'omonima via, nella zona della "pescheria".

Nei manoscritti ritrovati da Zappalà si parla proprio della casa che Tempio fu costretto a vendere per pagare alcuni creditori. I documenti permettono inoltre di ricostruire le vicende giudiziarie che assillarono il poeta per un trentennio e i rapporti con alcuni Catanesi citati nelle sue poesie.

(Turi Salvatore Giordano)

 

 

 

 

L’AUTOBUS ROSA. Siciliani focosi. Erano così tanto gentili con le donne che salivano nei bus che ora hanno istituito un servizio “per sole donne” !

 31 dicembre 2010 di milenalibera

 

Vicenda che nell’autunno del 1960 suscitò ilarità in tutto il mondo e alla quale i quotidiani e i rotocalchi italiani e stranieri diedero ampio risalto.

Tutte le mattine, operai e operaie impiegati nella zona industriale partivano da piazza Duomo con gli autobus della linea 27 verso il posto di lavoro. Senonchè, durante il viaggio, circa un’ora, pigiate come sardine,<< giovani coppie affondate nella calca tubavano guardandosi negli occhi, ripetendosi sottovoce parole d’amore e scambiandosi furtive carezze che non sempre sfuggivano agli occhi indiscreti degli altri passeggeri e dello stesso bigliettaio.>>

Ma fra le coppie, s’infiltravano alcuni <<pappagalli>>, pronti ad approfittare della ressa, suscitando la vivace reazione delle ragazze: e la presenza dei disturbatori, più che degli innamorati, divenne presto uno spinoso problema che la SCAT ( l’azienda che gestiva i trasprti urbani) pensò bene di risolvere separando uomini e donne, un autobus a sesso.

La notizia fece il giro del mondo. Un settimanale italiano sotto il titolo << Per sole donne >> scrisse che << la decisione è stata adottata in seguito alle proteste di alcune operaie che, nel corso del tragitto, sono state infastidite da passeggeri particolarmente importuni >> e che << uno di questi pappagalli provocò un putiferio con relativa gragnuola di colpi di borsetta >>.

Per cui ( aggiungeva il rotocalco ) << ogni mattina alla partenza da piazza Duomo provvede allo smistamento addirittura la polizia che accompagna le viaggiatrici fino al posto di lavoro per impedire che lungo le fermate del percorso qualcuno dei pappagalli riesca ad insinuarsi futivamente a bordo dell’autobus proibito >>.

Anche all’estero la notizia fece scalpore.

Un giornale argentino la pubblicò conil titolo << Sicilianos fogosos >> Eran tan Gentiles con las Damas en los Omnibus que Ahora hay un Servicio “Para Mujeres Solas”. Siciliani focosi. Erano così tanto gentili con le donne che salivano nei bus che ora hanno istituito un servizio “per sole donne” !

Altri giornali stranieri si occuparono dell’<<autobus rosa>>: il quotidiano statunitense The Washington post, la rivista tedesca Der Stern, un giornale francese, che pose questo titolo alla notizia << Les catanais son trop entreprenants >> I maschi catanesi son troppo intraprendenti.

Ma chi aveva avuto quell’idea stramba?

<< Il direttore dell’azienda disse che non era stato lui; la questura spedì una lettera ai giornali e si tirò fuori anch’essa. Il fatto diventa ancor più curioso per questo scarico di responsabilità ( le responsabilità di aver fatto sorridere il mondo alle spalle di una Catania così bigotta e puritana).

Dopo qualche mese infine, la segrecazione finì, e l’autobus della linea 27 riaccolse, in festosa comunità uomini non più fogosos e ragazze che non furono più solas >>

 

Enc. di Ct Tringale Editore 1987

https://milocca.wordpress.com/2010/12/31/i-siciliani-focosi-di-60-anni-fa/

 

 

 

L'« autobus rosa» vietato agli uomini

di FRANCO SAMPOGNARO

 

La storia dell'* autobus rosa » — la linea 27, che aveva come capilinea la piazza Duomo e la zona industriale, dove dalla città tra¬sportava le operaie e gli operai che lavoravano negli stabilimenti — fu raccontata tanti anni fa da tutti i giornali d'Italia, quotidiani e settimanali, e da molti giornali del resto del mondo, persino d'America. Era l'ottobre del 1960. Un quotidiano catanese mise insieme i ritagli coi titoli dei € servizi speciali » e corrispondenze su questa singolare faccenda catanese, e ne fece un pittoresco collage internazionale.

* Sicilianos fogosos », intitolava il 'servizio' un giornale argentino; e, con un pizzico d'ironia, proseguiva nel sottotitolo: « Eran tan Gentiles con las Damas en los Omnibus que Ahora hay un Servicio Para Mujeres Solas ». Sul quotidiano statunitense The Washington Post la corrispon¬denza Reuter, partita da Roma, era così intitolata: € Bus Segregation by Sexes Ordered in Catania's Drive Against Flirts ». Un giornale fran-cese intitolava in 'pezzo' in questo modo: c Les Catanais sont trop entreprenants » ; e nel sottotitolo: < Hommes et femmes seront séparés dans les autobus ». Sulla rivista tedesca Der Stern il titolo era: c Verzwickter Bus-Verkehr » ; con il sommario: c Die Manner und Frauen Catanias fahren jetzt getrennt zur Arbeit », e due fotografie di autobus, uno pieno di soli uomini, l'altro pieno di sole donne.

Chi aveva avuto la stramba idea? Il direttore dell'azienda disse che non era stato lui; la questura spedì una lettera ai giornali e si tirò fuori anch'essa. Il fatto diventa ancor più curioso per questo scarico di c responsabilità » (le responsabilità, vale a dire, di aver fatto sorridere il mondo alle spalle di una Catania così bigotta e puritana). Dopo qualche mese, infine, la segregazione finì, e l'autobus della linea 27 riaccolse, in festosa comunità, uomini non più focosi e ragazze che non furono più sole.

Nel « servizio » qui riportato la storia, che in verità era meno casta di quel che non appaia, è raccontata soltanto alla fase cruciale: viene interrotta cioè, per insuperabili motivi di tempestività giornalistica, mentre la separazione fra ragazze e giovinotti era ancora in corso.

Questa è la storia, straordinaria e affascinante, di un auto-bus che i catanesi sino a pochi giorni fa chiamavano l'« auto¬bus rosa » o l'« autobus dei sogni ». E' una storia strana, un po' all'antica e un po' frivola, con qualche sfumatura piccante, mol¬ti sospiri d'amore e scambi di tenerezze. Fra un capolinea e l'altro l'hanno vissuta nella realtà i passeggeri, belle ragazze bru¬ne e baldi giovanotti, che ogni mattina s'incontravano nella vettura. Per alcuni di essi, ora che l'« autobus rosa » è stato messo sotto accusa, forse ci sarà un lieto fine con gli immancabili fiori d'arancio; per altri, come succede spesso nelle vicende cariche di personaggi, le avventure del « 27 » resteranno invece solo un ricordo.

Nessuno sa con precisione chi è stato a tradire l'« autobus rosa » della linea 27, a chiedere l'intervento della polizia e a farlo diventare addirittura un « vigilato speciale » con tutto il suo carico umano. Si dice che a sporgere denuncia sia stato un fidanzato geloso, cosa non improbabile in una città come Catania che, quantunque sia una delle più moderne e spigliate del Meridione e si fregi dell'appellativo di « Milano del sud », resta tuttavia una città dove la gelosia è sempre di moda. Il direttore della società che gestisce il servizio autofiloviario e che potrebbe dire come effettivamente sono andate le cose, è deciso a mantenere il segreto:

« Non so nulla — ripete ai giornalisti che assediano il suo ufficio —. Non so nemmeno chi abbia dato l'ordine di istituire corse per donne sole. Probabilmente l'iniziativa è della polizia. Forse qualche passeggera ha protestato in questura, e gli agenti sono intervenuti nel modo che sapete ».

Sino a pochi giorni fa l'autobus 27 era il più allegro e ro-mantico autobus del mondo. Alle 7,15, puntuale come un treno elettrico, si muoveva dal capolinea di piazza del Duomo, at-traversava la periferia, costeggiava il porto e filava, mattiniero e « galeotto », verso la zona industriale con a bordo un esercito di donne, quasi tutte belle ragazze, e di aitanti giovani, operai delle varie fabbriche di zucchero e di medicinali, di dolci e di maioliche che sorgono a una decina di chilometri a sud della città. Era incredibile quanti passeggeri riuscisse a contenere il « 27 ». Una volta saliti, però, non potevano più spostarsi nemmeno di pochi centimetri; per circa un'ora, cioè durante tutto il tragitto, dovevano starsene immobili, come inchiodati al pavimento della vettura.

« Se cadesse uno spillo — borbottava immancabilmente il bigliettaio prima che la corsa avesse inizio, — non riuscirebbe a toccar terra- Resterebbe sospeso in aria ».

Non era una spiritosa esagerazione: con quella calca strabocchevole, l'autobus sembrava una grande scatola di sardine.

A volerci pensare, era quasi inevitabile che sull'autobus della linea 27 fiorissero idilli sentimentali. Se ancora oggi ci si innamora per uno sguardo e se il classico colpo di fulmine miete ancora tante « vittime » come pretendere che due giovani, un uomo e una donna, spinti dalla calca l'uno contro l'altra, costretti a guardarsi negli occhi ogni giorno, per mesi e mesi di seguito, possano ignorarsi e far finta di niente? Se a questo poi si aggiungeva che gli uomini catanesi raramente tralasciano l'occasione per rivolgere galanti attenzioni alle belle ragazze che incontrano, nessuna meraviglia che fra molti passeggeri dei due sessi si stabilisse una tenera simpatia.

E' difficile dire con esattezza quante operaie si siano fidanzate sull'« autobus rosa » della linea 27 dal giorno in cui esso entrò in funzione. Forse dieci, o venti, o cinquanta. Probabilmente molte di esse sono già spose felici e, più avanti negli anni, potranno dire ai loro figli:

« Papà ed io ci conoscemmo sull'autobus ventisette. Era un mattino d'autunno. Le nostre mani si sfioravano e gli scossoni ci spingevano continuamente l'uno contro l'altro in un forzato abbraccio. Successe così per tanti giorni e tante settimane: ci innamorammo ed eccoci qua ».

La cosa sembra insolita, anzi lo è senz'altro; ma diventa addirittura paradossale, anche se piacevolmente romantica, quando si pensi che l'« autobus rosa », da mezzo di trasporto qual era, si trasformò in un vero luogo di ritrovo per convegni amorosi. Ogni mattina, mentre la vettura correva verso la zona industriale, giovani coppie affondate nella calca tubavano guardandosi negli occhi, ripetendosi sottovoce parole d'amore e scambiandosi furtive carezze che non sempre sfuggivano agli occhi indiscreti degli altri passeggeri e dello stesso bigliettaio. Ma non tutti, naturalmente, filavano in perfetto accordo; ogni tanto qualche ragazza, guardando con occhi di fuoco il giovanotto che le stava al fianco, cominciava a strillare:

« Le ho detto che sono fidanzata e mi devo sposare fra pochi giorni. La smetta di fare il "cascamorto"! ».

Infatti, l'aspetto inquietante della singolare vicenda non era certo costituito dai flirt a base di platoniche occhiate e ingenue tenerezze. Le circostanze preoccupanti erano ben altre. Tra la calca (è sempre così, non soltanto a Catania, ma in tutte le città del mondo) ci sono sempre coloro che approfittano della situazione per molestare, con eccessi galanti di cattivo gusto, le compagne di viaggio. Naturale, perciò che sul « 27 » a un certo punto cominciassero a volare gli schiaffi.

Fu per questo che l'altra mattina, poco dopo le sette, quando gli operai della zona industriale giunsero al capolinea di piaz¬za del Duomo e si avvicinarono all'autobus fermo a pochi metri dalla famosa fontana con l'elefante, alcuni agenti di polizia bloccarono l'entrata della vettura.

« Le donne possono salire e prendere posto — disse un bri-gadiere rivolto alla folla —. Gli uomini sono pregati di attendere l'arrivo di un'altra vettura. A momenti sarà qui- Oggi viaggerete separati ».

Era senza dubbio un provvedimento strano, incredibile. Ma gli agenti, schierati dinanzi alla grossa vettura entro la quale erano fioriti tanti sogni, fecero capire che quella disposizione riguardava solo quel giorno. Invece l'indomani e il giorno dopo ancora si ripetè la stessa scena: polizia al capolinea, uomini da una parte e donne dall'altra, separazione forzata. Qualcuno, a un certo punto, tentò di protestare; una coppia di giovani, sui vent'anni, si fece largo fra la folla e si avvicinò ai tutori dell'ordine tenendosi per mano:

« Perché ci separate? — disse lui, con un filo di indignazione. — Io e Maria siamo fidanzati, fra due mesi ci sposeremo. Abbiamo il diritto di stare insieme ».

Ma le sue rimostranze non valsero, le guardie furono infles-sibili:

« Noi non facciamo che eseguire gli ordini ».

Così l'« autobus dei sogni » non c'è più; al suo posto ci sono due vetture, una per sole donne, che la gente ha subito battezzato « Concettina », e un'altra per soli uomini alla quale è stata imposta la definizione di « autobus coi baffi ». Portano tutte e due lo stesso numero, il 27; partono contemporaneamente dallo stesso capolinea e alla stessa ora, le 7,15, da piazza del Duomo, percorrono tutte e due la stessa strada, quello delle donne davan-ti e quello degli uomini dietro. L'unica differenza sta in un par-ticolare, in una fondamentale formalità: alla partenza gli agenti controllano che su « Concettina » non ci siano clandestini, ossia uomini.

L'avevamo detto: è una strana storia che sorprende e fa sorridere; una storia che sfiora l'incredibile. Da quando nel mondo civile esistono le filovie certamente è questa la prima volta che un servizio pubblico viene scisso in due generi, maschile e femminile, ed effettuato in maniera da tenere a distanza le donne dagli uomini. « Autobus di punizione » potrebbero essere chia-mate le due vetture che hanno sostituito l'indimenticabile car-rozza degli amori.

(da: Franco Sampognaro, L'autobus vietato agli uomini, in « Annabella », Milano, 30 ottobre 1960).

 

 

 

 

 

LE AVVENTURE E LE TRUFFE DI TANIA, FALSA PRINCIPESSA E REGINA DEL GOSSIP

di Michele Nania - La Sicilia, novembre 2006

 

Non c'è niente di più fesso di un maschio arrapato. Anzi sì: tanti maschi arrapati. Presi uno per uno non fanno notizia, e neanche se sono tanti. Diventa notizia se la causa scatenante è una sola, ed è una bella fanciulla marocchina men che ventenne da tempo residente in Sicilia, apparsa e sparita dopo averne combinate di tutti i colori tra Agrigento (Villaggio Mosè) e Catania (Acitrezza), con qualche puntata a Taormina e fino al capolavoro nel tempio estivo della bellavita d'Italia, la Costa Smeralda. Li ha fatti fessi tutti, arrapati e paparazzi, ed è svanita nel nulla.
Questa è la storia di Tania, finta principessa ma vera regina del gossip. Una storia tutta siciliana, finita sui rotocalchi dopo aver carambolato di bocca in bocca fino a trovare conferme, pezze d'appoggio cioè conti in sospeso presso alberghi e ristoranti e qualche foto, ma non il racconto dalla viva voce della protagonista.
L'abbiamo inseguita, trovata, raggiunta e quando finalmente l'abbiamo agganciata e chiesto un incontro lei ha detto "sì sì, ci vediamo. Ti chiamo quando torno da Taormina e ci prendiamo un caffè". Ma poi ha cambiato idea ed è sparita nel nulla. Il che, come adesso sentirete, è più che comprensibile.
Fino allo scorso anno Tania trascorreva i mesi freddi nell'Agrigentino e poi svernava ad Acitrezza, dove aveva trovato ospitalità in casa di un maturo benestante; i maligni dicono che lui le offriva un tetto e lei invece due.
Nelle belle giornate anche invernali, Tania, abile pattinatrice, berrettino con visiera, top scollato e tutina attillatissima, faceva avanti e indietro sui rollerblade facendo voltare tutti: giovani e anziani, turisti e residenti.
Frequentava un baretto fighetto vicino al porto e, qui, quando arrivava in short di jeans sdruciti e si siedeva e accavallava le gambe, volevano tutti stare di fronte.
Pelle d'ebano e tratti orientali, carattere aperto e spiccata propensione ai rapporti sociali eventualmente anche intimi, Tania era ed è davvero un gran pezzo di giovane donna. E ne era perfettamente consapevole.
Quando un giorno qualcuno le fece notare che aveva quasi lo stesso nome della bellissima regina di Giordania, le si accese una lampadina. Conobbe un bravo ragazzo, alto bello e sportivo di professione (era un calciatore dell'Acireale) e lo convinse d'essere figlia di un emiro del Dubai.
Lui le affidò il fuoristradone Mercedes e il cuore come optional. A luglio i due, ormai coppia, dietro suggerimento di lei scelsero la Costa Smeralda: "Tranquillo, penso a tutto io", rassicurò lei il giovane e perplesso bravo ragazzo.
La messinscena era ormai partita, e Tania ci stava prendendo gusto. Quando arrivarono, a Porto Cervo, non erano due qualunque bei ragazzi: erano arrivati la principessa Tania del Dubai accompagnata dal suo promesso sposo.
Cenavano tutte le sere ad aragoste e champagne, dormivano in hotel a cinque stelle e in discoteca lei ordinava e offriva costosissime bottiglie magnum di champagne Cristal da duemila euro l'una.
A cena nei ristoranti più esclusivi Tania radunava intorno a sé vip del pallone e dello spettacolo, li incantava raccontando agli ospiti di suo padre che possiede cinque squadre di calcio nel Dubai e di uno yacht talmente grande da non riuscire ad accedere alla marina di Porto Cervo. Ma raccontava anche storie di aerei privati e dei pozzi di petrolio di famiglia, fino al suo velo decorato con diamanti e oro zecchino costato, diceva lei, settantamila euro.
Era tanto convincente che una notte, nella discoteca Sottovento, ha conosciuto e "ingaggiato" un calciatore del reality di Italinato, Claudio Moschino, era tanto euforico che ha svegliato alle 6 del mattino i suoi compagni: "Minchia ragazzi sono ricco! Ce l'ho fatta! Vado a giocare nel Dubai con un contratto da 12 milioni di euro l'anno!".
Per fortuna, e data l'ora, il giovane calciatore non ha dato fondo alle sue risorse per festeggiare: ovviamente quelle della principessa erano tutte balle. Moschino, di passaggio a Catania, ha confermato la storia.
Tutto sommato a lui, che ci ha rimesso solo un poco di faccia con i compagni, è andata di lusso.
Le cronache raccontano ancora che all'Orso, esclusivo ristorante di Poltu Quatu, la principessa e il suo principe azzurro facevano mettere sempre la musica preferita da lei. Perché non soffrsse di nostalgia. Portava lei i cd (taroccati), ore e ore di melodie arabe. Immaginate la felicità di tutti gli altri clienti.
Era una Costa Smeralda da Mille e una notte con Tania del Dubai. Ma la favola della principessa è durata poco più di una settimana. Tutti hanno creduto alla pagava mai, faceva intravedere la rarissima American Express Black (falsa) per poi dire: "Oggi ho solo questa, ma ho paura delle clonazioni, pagherò domani con un'altra".
Tutti, anche se forse un'ideina di dubbio già c'era - una vera principessa non ha paura di niente ma soprattutto non è mai lei a pagare - , aspettavano sperando poi in generose mance. Il suo asso nella manica è però la bellezza. E una recitazione abbastanza convincente. La cenerentola nata a Casablanca e residente ad Agrigento ha perso la scarpetta la notte in cui al lussuoso hotel Meliá di Poltu Quatu è arrivata la polizia: si erano accorti che la carta di credito era vuota e che la principessa non aveva i soldi per permettersi tutto questo lusso. Ed allora ecco il colpo di scena, la verità: Tania non è affatto una principessina. Però era stata riconosciuta: aveva fatto la cameriera in una villa di Baja Sardinia.
Che scoop per tutti quelli che nella settimana in cui si è svolto il torneo Gti Event organizzato da Lele Mora, calciatori e vip vari, avevano conosciuto e parlato con la principessa. Soprattutto quella sera in cui lei aveva prenotato tutto il privé del Billionaire - che di solito occupa il proprietario ovvero Flavio Briatore - quando si svolgeva una cena offerta dallo stesso Mora. Il capo pierre Roberto Fantauzzi ha preteso il pagamento anticipato della costosa bottiglia magnum di champagne Cristal e lei, dopo aver chiesto se poteva pagare il giorno dopo, ha ripiegato su un bicchiere di vodka lemon.
Una volta identificati dalla polizia, lei e il fidanzato calciatore vengono rilasciati. Altro colpo di scena: lei molla tutto e così com'è apparsa, si volatilizza. Lasciando il promesso sposo in albergo in attesa che vengano i genitori - di lui, ovviamente - a saldare i salati conti in sospeso: 12mila euro alla discoteca Sottovento, qualche migliaio in albergo, altrettanti all'Orso e così via. "Da noi mangiava aragoste, pesce crudo e tutto quello che costava di più" raccontano Stefanino e Jacqueline Alviani, gestori dell'Orso. "Era anche capricciosa, una volta è andata persino in cucina a lamentarsi con lo chef perché nell'aragosta alla catalana la cipolla non era tagliata alla julienne".
Là dove un semplice caffè costa 7 euro Tania è riuscita a fare una vita da favola senza spendere un euro.
Tra le avventure della finta emira (correggeva così chi la chiamava "principessa") anche un surreale shopping da Dolce & Gabbana, nella piazzetta di Porto Cervo. È entrata, scegliendo i modelli più
costosi, indicando con il dito e senza provare: "Voglio questo, quello, quell'altro...". Totale: 12 mila euro di vestiti, da recapitare sulla barca dei genitori, un panfilo a tre piani appena giunto in porto.
Quando il commesso è arrivato davanti alla barca è stato bloccato da una guardia del corpo che diceva di non saper nulla. Improvvisamente dal nulla è spuntata lei, in arrivo dal porto, dicendo trafelata: "Lasci, lasci, è per me". Ma il commesso non ci è cascato: senza pagamento i capi li ha riportati indietro, anche davanti alla visione del megapanfilo.
Una cosa è certa: in Costa Smeralda si continua ancora a raccontare della "principessa" e qualcuno addirittura piange. Non i gestori dei posti dove lei godeva i lussi, risarciti poi dai genitori del ragazzo, ma proprio lui, il calciatore. Se non per amore, almeno per la Ferrari che lei diceva di aver ordinato per lui come regalo di fidanzamento. Gli è rimasto il fuoristradone Mercedes, pieno di graffi come il suo cuore.

I fantasmi di San Berillo


un documentario di Edoardo Morabito e Irma Vecchio

Nel vecchio quartiere di San Berillo la storia è scritta sulle pareti scrostate, tra le case distrutte e i vicoli puzzolenti; nelle storie che tracciano, dolorose e ironiche, una continuità tra un passato idealizzato e un presente da ristrutturare. Come in una fiaba seguiamo le eco dei fantasmi di ieri e di oggi del quartiere leggendario e proibito. Sullo sfondo la attuale, ennesima, violenta metamorfosi.

LA CAMPAGNA DI "PRODUZIONE DAL BASSO" PER "I FANTASMI DI SAN BERILLO" PARTE DAL SICILIA QUEER FILMFEST!!!


La Lemur Films, ovvero Edoardo e Irma, lanceranno, in occasione del Queer Film Fest, la loro campagna di produzione dal basso per il loro film documentario “I fantasmi di San Berillo”. La produzione dal basso è un sistema produttivo cinematografico basato sul micro-finanziamento. Per dirla alla moda: un modello di produzione “partecipata”, dove il singolo individuo diventa protagonista della creazione di un film, contribuendo direttamente alla sua realizzazione. É un tentativo di scardinare le dinamiche classiche della vetusta produzione cinematografica, infelice più che mai in questo preciso momento e in questa precisa italietta nepotista e incancrenita; un nuovo modello di produzione (per altro già felicemente sperimentata) dove il ricco produttore, o il finanziamento statale, vengono sostituiti da chi, come noi, crede in un cinema libero e immanente che sia l’espressione di un riscatto identitario che in molti crediamo necessario. In breve: i nostri produttori saranno tutte quelle persone che credono nel progetto e decideranno di pre-acquistare un DVD del film al prezzo di 20 €, DVD che riceveranno non appena questo sarà concluso, ovvero entro la fine del 2011. È anche un modo per ragionare in maniera diversa rispetto alle etichette di mercato, un modo per affermare in maniera decisa e più che mai concreta, che non siamo quegli idioti estranei alla vita e alla cultura, quel popolo interessato esclusivamente alle varie isole dei famosi o alle vacanze di natale che non possiamo più permetterci, insomma alla vacuità di genere del modello culturale berlusconiano. Se la produzione dal basso può avere un valore sociale e culturale, questo è espresso dal fatto che nessuno potrà dire che questo cinema non interessa al pubblico, che in molti vogliono avido di stupidità, dato che il pubblico stesso ha deciso di determinare ciò che vedrà, tanto da trasformarsi da spettatore a produttore.

LA CITTA’ DELLE PUTTANE
Al calar della sera ecco materializzarsi decine di ragazze in minigonna o pantaloni, La maggior parte bulgare e romene

1 giugno 2011 - 19:39
di Annibale Sapienza

 

Benvenuti a Catania, la città delle puttane. Non più il vecchio ghetto di San Berillo, coi suoi vicoli e con i suoi bassi fatiscenti. Ormai è roba per transessuali attempati diventati padroni di quegli appartamenti dove accolgono ancora varia umanità e di colleghe coetanee che annoiate ancora siedono sull’uscio.

Ormai la prostituzione sulla strada invade le principali arterie del capoluogo etneo. Perfino il cosiddetto salotto buono, dove per acquistare un appartamento devi essere uno con il conto in banca roccioso; dove per affittare un appartamento devi avere uno stipendio che superi la dignità. Stiamo riferendoci al Corso Italia, al viale Africa, dove si affacciano negozi griffati, bar e locali frequentati anche da fighetti, figli di papà, sedicenti vip o trend setter, amici di gente con il portafogli gonfio. Lì vicino c’è la danarosa via Monfalcone; c’è la via Umberto del Teatro Musco che sfocia sulla via Etnea nel tratto dove c’è l’ingresso principale della Villa Bellini; c’è il lungomare dei condomini di lusso che hanno il privilegio dello spettacolo offerto dalla vista sulla scogliera jonica.

Insomma, siamo nel cuore di Catania, Benvenuti a Catania, la città delle puttane. Non più il vecchio ghetto di San Berillo, coi suoi vicoli e con i suoi bassi fatiscenti. Ormai è roba per transessuali attempati diventati padroni di quegli appartamenti dove accolgono ancora varia umanità e di colleghe coetanee che annoiate ancora siedono sull’uscio.

Ormai la prostituzione sulla strada invade le principali arterie del capoluogo etneo. Perfino il cosiddetto salotto buono, dove per acquistare un appartamento devi essere uno con il conto in banca roccioso; dove per affittare un appartamento devi avere uno stipendio che superi la dignità. Stiamo riferendoci al Corso Italia, al viale Africa, dove si affacciano negozi griffati, bar e locali frequentati anche da fighetti, figli di papà, sedicenti vip o trend setter, amici di gente con il portafogli gonfio. Lì vicino c’è la danarosa via Monfalcone; c’è la via Umberto del Teatro Musco che sfocia sulla via Etnea nel tratto dove c’è l’ingresso principale della Villa Bellini; c’è il lungomare dei condomini di lusso che hanno il privilegio dello spettacolo offerto dalla vista sulla scogliera jonica.

non siamo nella periferia abbandonata, sfruttata, mortificata. Non siamo nella Catania da mantenere insozzata e ricattata per non fare esaurire la miniera di voti dei disperati eternamente illusi.

Un cuore che smette di battere all’imbrunire. Appena i negozi abbassano le saracinesche, ecco materializzarsi decine di ragazze in minigonna o pantaloni che poco lasciano alla fantasia. La maggior parte sono bulgare e romene. Dicono di essere maggiorenni, ma alcuni visi sembrano tradire una maturità burocratica non ancora raggiunta.

IL PAPPONE «TABACCAIO». I magnacci le scaricano come bestie da mandare al pascolo. Sono femmine da vendere, da sfruttare. La mappa è rispettata ogni sera. Ci sono quelle sotto il portico della banca che si affaccia su piazza Galatea; ci sono quelle che bivaccano di fronte, fra piazza Europa e piazza Oceania, fra gli scarichi delle marmitte e lo sfrigolare dei wurstel, quelli cucinati senza sosta nei furgoncini dei paninari posteggiati poco distanti; ci sono quelle che si mettono in mostra davanti alle Poste di viale Africa, nel piazzale del centro fieristico Le Ciminiere gestito dalla Provincia regionale di Catania; ci sono quelle che si accovacciano in gruppi anche di 5/6 prostitute proprio davanti all’ingresso di alcuni condomini a cinque stelle, di fronte all’ex sede della Fica, la Federazione italiana consorzi agrari…

Sono belle, sono giovani; sono tristi, sono rabbiose. Lo leggi negli occhi. Fumano, attendono, già stanche appena giunte. Ci siamo anche noi, in una sera qualsiasi, per osservare e cercare di comprendere. E c’è pure il loro carceriere. Giunge spavaldo con lo scooter, senza casco, facilmente identificabile per l’atteggiamento. Perlustra il viale Africa, controlla il movimento dei clienti, tiene i contatti tramite il cellulare con la merce che gli è stata affidata, vigila sull’eventuale passaggio di vetture delle forze dell’ordine. Ed è stracarico di pacchetti di sigarette. All’improvviso scorgiamo un esodo di ragazze verso di lui, mollemente seduto sullo scooter posteggiato all’interno del piazzale de Le Ciminiere. Sono andate a fare scorta di sigarette; la notte sarà lunga, nauseante, Tanja, Stefanja e le altre si illudono di potere anestetizzare e purificare la bocca e la mente con overdosi di nicotina…

«QUINDICI MINUTI, 30 EURO». Fingiamo di essere potenziali clienti. Abbiamo la conferma di quel che già si sa. Cioè che il centro di Catania è dominio incontrastato di ragazze giunte dall’Europa dell’Est; che per una fellatio e/o un rapporto sessuale in 15’ netti si pagano 30 euro, il doppio per mezzora; che se si desidera pure il lato B ti invitano a utilizzare quello di una parente stretta…; lo stesso se non vuoi utilizzare il profilattico perché ancora hai in mente l’orgasmo invidiato al protagonista dell’ultimo pornazzo gustato prima di andare a caccia di qualcosa di reale o perché da quell’orecchio la moglie/fidanzata non vuole sentirci, è roba da troie… Scopriamo pure che alcune non disdegnano di avvalersi della collaborazione dell’amica con la quale battono: quelle che avviciniamo sono disponibili a una miniammucchiata.

IL RAPPORTO FANTASMA. Ma, soprattutto, scopriamo che a Catania si può fare l’amare comodamente con le prostitute negli alberghi del centro. Cambia la tariffa (100 euro per mezzora nella posizione da sempre al vertice delle virili classifiche: quella che in auto è roba da contorsionisti…), ma l’aumento del prezzo concede la serenità di non essere beccato per strada dalla polizia con le mutande abbassate, con tanto di denuncia e rischio di sputtanamento (qual termine più appropriato?).

E del «rapporto» comodo – udite, udite – non resterà traccia. Nel senso che non si corre alcun rischio di essere sgamati tramite un controllo nei registri in cui, per legge, i responsabili delle reception di alberghi, bad and breakfast e pensioni hanno il dovere di inserire il nominativo e gli estremi del documento d’identità dei clienti.

Involontariamente, le ragazze con le quali abbiamo parlato (una decina) ci hanno rivelato come stanno le cose: «Possiamo fare anche in albergo – ci dice una – ti costa 100 euro per mezzora, il doppio per un’ora. Dove si trova l’albergo? In piazza Duomo. No, stai tranquillo, non ti chiedono i documenti, il portiere sa cosa andiamo a fare…». Un’altra: «L’albergo si trova in piazza Teatro Massimo. Non veniamo registrati all’entrata. Facciamo tutto tranquilli…». Ancora: «Allora, andiamo in albergo? Facciamo tutto bene. Si trova vicino a via Francesco Crispi. Documenti? Nooooooo, nessuno te li chiede…». E ancora: «L’albergo è alla Plaja. Nessuno ci dice niente… Andiamo?».

 

http://www.magma7.it/cronaca/la-citta-delle-puttane/

 

 

San Berillo. La Vecchia Prostituzione Dietro L'Uscio Chiuso

 

Inviato da editor il Lun, 07/21/2014 - 13:55 - Fabiola Foti

 

Catania – San Berillo C’è un quartiere a Catania che è il più pop di tutti, fino a 20 anni fa venivi in questa città per vedere l’Etna e per fare il Puttan Tour.

Non solo è tanto affascinante architettonicamente con il suo crogiolo di strade e stradine che si incrociano in quella maniera così araba che fa sembrare il quartiere più una kasbah marocchina ma c’è di più, ci sono ancora le lucciole. Una volta libere di “brillare”, sbragate su una seggiola dietro porte sgarrupate, oppure in mezzo alla strada, con i loro sederi enormi messi in bella mostra ed i seni fluttuanti, a chiamare i clienti sbattendosi sopra le automobili.

Oggi il quartiere cade e decade ma mantiene tutto il suo fascino ed il suo carico di energia. Le porte ed i varchi sono stati murati, molti dei quali portano inciso sul cemento la data dello sgombero. Era il dicembre del 2000 quando con un’azione quasi definitiva le puttane di San Berillo venivano cacciate. Oggi in via delle Finanze sono rimaste le vecchie proprietarie delle case. Vecchie prostitute e vecchi travestiti. Alcune meretrici più giovani hanno squarciato il cemento di taluni usci murati e si sono accaparrate spazi angusti: stanzini con il tetto dipinto di nero più simili a sgabuzzini scavati nella pietra illuminati da vecchie candele. Fazzoletti, caramelle, uno specchio rotto, un fallo di plastica e dei preservativi.

La prostituzione c’è ancora a San Berillo resiste e per di più si è diffusa per la strade, ovunque a Catania, guadagnando nel tempo posizioni sempre più centrali.

Per il fine settimana la borghesia radical chic si è mischiata alle puttane che liete hanno aperto il loro quartiere alla manifestazione che ha portato poesia, gruppi musicali, reading e proiezione di film lì dove ancora si paga per un amplesso.

Il sindaco Enzo Bianco, è chiaro, non ha disertato l’evento. Per l’occasione ha sfoderato il braccino che saluta da Regina Elisabetta d’Inghilterra che ama tanto usare quando il 3 febbraio sfila in via Etnea sulla Carrozza del Senato. L’occasione appare utile per chiedergli della legalizzazione del fenomeno prostituzione. Il primo cittadino di Catania vuole un intervento serio in proposito ma lui adesso la priorità è il recupero del quartiere.

Un rione che sta proprio al centro di Catania e che ingloba quella sede tanto discussa di corso Martiri della Libertà.

http://www.lurlo.info/san-berillo-la-vecchia-prostituzione-dietro-luscio-chiuso

 

 

NASCE IL PORNO ALLA SICILIANA CIAK NEL PALAZZO DI NELSON

CATANIA La ragazza della locandina promette con occhi maliziosi lo spettacolo più erotico dell' anno. Il seno prepotente e una cascata di capelli biondi nascondono sul manifesto i tetti degli antichi palazzi di via Etnea. La starring è Marina Lotar, il produttore è un signore catanese sulla quarantina che si fa chiamare Billy Lewis. Alle falde del vulcano nasce il porno alla siciliana. Un porno molto hard e un po' artigianale che ha già invaso le sale a luci rosse di mezza isola. Sul set le solite reginette, maschi made in Sicily, qualche comico. I dialoghi: rigorosamente in stretto dialetto catanese. Il primo film girato a Catania ha un titolo che lascia poco spazio alla immaginazione: Perdizione. La storia comincia alla stazione centrale tra i treni in arrivo dal continente, continua nella suite di un famoso albergo di Acireale, finisce nella ducea dell' ammiraglio Nelson, a Bronte, nelle sontuose stanze di un castello proprietà della Regione. Accanto a Marina e a Giuliano Stallon ecco una folta schiera di ragazzotti siculi, gente di teatro emigrata per necessità sul fronte del porno, sceneggiatore e regista anche loro dalle improbabili origini anglosassoni. L' appuntamento con uno dei protagonisti di Perdizione avviene nell' angolo più catanese di Catania, la piazza dell' Università dove inizia via Etnea. All' anagrafe è registrato come Salvatore Reina, il nome d' arte è Turi Killer. Ha 33 anni, capelli e baffetti color pece, un paio di lenti spesse che nascondono due occhietti furbi. Turi vuole chiarire subito una cosa: Io sono un vero attore e sono entrato in questo giro perché devo campare. Qui a Catania, comunque, noi abbiamo inventato un nuovo genere cinematografico: il porno-comico: non solo sesso ma anche spettacolo. Turi Killer ricorda la sua carriera, dai tempi del teatrino dell' oratorio alle tournée con Ilona Staller, alla fine degli anni 70, nei locali di tanti paesini delle province interne. Billy Lewis l' ha lanciato poi nel pianeta delle pellicole a luci rosse. E con lui una mezza dozzina di attori e qualche ragazza. Tutti catanesi purosangue, tutti alla ricerca di nuove esperienze o più semplicemente di soldi. Ma la corsa al set non è sempre facile. Tanti i ragazzi che si prenotano con mesi di anticipo per una particina, grande la delusione quando arrivano sotto i riflettori. Sì, sembra facile dall' esterno, dice Turi, ma lì, davanti alle telecamere in molti fanno perdere solo tempo. Il focoso maschio catanese dei racconti di Vitaliano Brancati sul set si trasforma: è timido, si emoziona, non sempre ce la fa ad interpretare il ruolo. Una pellicola porno che si gira a Catania costa dai 30 ai 40 milioni. Il guadagno della star: dalle 600 alle 800 mila lire al giorno. I maschi, mediamente, incassano la metà delle donne. Il grosso delle spese, nei quattro o cinque giorni di lavorazione, se ne va per pagare fotografi, elettricisti, l' affitto di ville o appartamenti. Dopo il successo di Perdizione, che ha fatto il pieno nelle sale di Catania, Palermo e Siracusa, nei primi giorni di novembre Turi Killer sarà protagonista anche nel Carrozzone del sesso. E' un' altra pornopellicola ambientata nella più classica delle campagne siciliane, tra fichi d' India, ulivi e alberi di carrubo. Un autobus carico di belle ragazze si ferma per un improvviso guasto al motore, l' autista va alla ricerca di un meccanico e intanto passano alcuni pastori...Compagni di Turi sul set saranno molti suoi amici. I loro nomi? Top secret. L' ambiente è piccolo sussurra ad un orecchio Turi quasi non volesse farsi sentire qui ci conosciamo tutti. Provatelo a chiedere al produttore. Il produttore Billy Lewis in realtà ha un nome sicilianissimo: Luigi Grosso. Il suo ufficio, due stanze a piano terra in un vicolo buio a due passi da Villa Bellini, ha tutte le pareti coperte da locandine che pubblicizzano pellicole hard. Questi porno o si girano con attrici conosciute al grande pubblico come fa la concorrenza dice Billy Lewis indicando la porta accanto dove c' è un' altra società di produzione o bisogna trovare un' idea nuova come la mia: inserire la comicità nel porno, far divertire lo spettatore. Ma il porno alla siciliana non sempre piace. Ricorda ancora il produttore: Quando abbiamo provato ad esportare la pellicola un distributore di Genova mi ha telefonato perché nelle sale a luci rosse della Liguria si lamentavano: le battute in siciliano facevano perdere la concentrazione agli spettatori. Di più Billy Lewis non vuole dire. Ha paura che qualche pretore o qualche poliziotto curioso metta il naso nei suoi affari. Un po' di guai sono già arrivati con Perdizione: la pellicola è stata bocciata dalla prima commissione di censura e solo dopo 12 mesi di controlli e tagli è tornata in circolazione.

 

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/10/09/nasce-il-porno-alla-siciliana-ciak-nel.html

 

 

 

 

 

RICORDO DI LILIA                         Armando Trovajoli                                        (Paolo il caldo - original soundtrack)