Una piccola carrellata dedicata agli ultimi Maestri catanesi.  Gli ultimi "mastri" rimasti, che dell'artigianato hanno fatto una ragione di vita da generazioni e che, ancora oggi, sentono il bisogno di creare con quel "prurito" che hanno sempre avuto in testa, da padre in figlio. E di manifestarlo sotto forma di legno, di terracotta, di zucchero,  di spade e burattini.

 

 

Due righe sono da dedicare a beneficio di quell’eventuale giovane lettore che non avesse mai sentito i termini “stazzuni”, “minicuccu” o “mauru” e non avesse mai sentito suo padre, timoroso di apparire un fossile, raccontare come era la vita nella sua giovinezza. Non immagina neppure che si potesse vivere in assenza di questa società dei consumi che gli stiamo lasciando in eredità, ma sappia che, quelli di noi che hanno coscienza, al consumismo abbiamo sacrificato la vita semplice, a misura d’uomo, di questa non andiamo fieri e di quella vita siamo un poco nostalgici.
Quando la mattina, all’alba, incominciava il nuovo giorno e le strade si animavano per il viavai degli uomini diretti al lavoro, le attività cominciavano di buon mattino perché si insegnava che é “’a matinata fa ‘a jurnata”. A quell’ora passava la vecchia o la giovanissima pastora che, con le sue caprette al seguito, portava il latte di casa in casa, dove ci si apprestava a fare colazione: La massaia usciva sull’uscio con una ciotola o lo stesso pentolino che avrebbe messo sul fuoco a bollire e assisteva la pastora che “mungeva” la sua capretta, che belava infastidita dalle frequenti palpazioni. Questi pastori non provenivano da lontano; nello stesso quartiere, in delle vie o dei cortili interni, attaccate alle case di “civile abitazione”, vi erano le stalle con le caprette, le pecorelle ed anche le mucche. Se i pastori con le bestiole più piccole andavano per le case a distribuire il latte, i pastori con le mucche lo distribuivano in stalla per cui bisognava andare attrezzati di bottiglia per attingere dai classici bidoni di alluminio il latte fumante, talvolta più caldo della temperatura corporea della mucca (la sofisticazione é antica). Era bello il latte appena munto, chi c’era in quei tempi, ne ha un bel ricordo, specie se l’ha vissuto da una posizione comoda e serena.

Ma prima di questi, che sembravano i lavoratori più mattinieri, c’erano quelli che andavano in campagna (‘a chiana), perché lavoratori agricoli, sensali, commercianti, o “cicuniari”. La cicoria é la verdura nota, ma il personaggio che da essa trae il nome é quel lavoratore instancabile che, nel corso dell’anno, ciclicamente andava per terre incolte a raccogliere erbe e prodotti spontanei, omaggi della madre terra. Questi raccoglievano e vendevano, oltre le verdure spontanee (“ciconia”, “scalora”, “vurranii”, ”caliceddi” “seghili salvaggi”, etc.), anche i “carduni”, i “cacucciuliddi”, i “vaccareddi”, i “crastuni” che dovevano essere saputi cercare in relazione agli eventi meteorologici e alla collocazione, in ciò consisteva la loro professionalità (mastranza).
Oltre alle stalle che ospitavano le graziose pecore, le cornute capre e le mansuete mucche, vi erano pure quelle dove i “carritteri”, i trasportatori dell’epoca, tenevano il “mezzo” che, a quel tempo, era il mulo o il cavallo, “motrice” con l’annesso carretto o “carramattu”, che, in seguito, hanno passato la mano ai camionisti, eredi naturali della professione con “tecnologia” avanzata. C’erano le stalle di quegli altri che tenevano il cavallo come hobby per attaccarlo al calesse e scorazzare per le strade del quartiere nel tempo libero, oggi sostituito dalle potenti moto e dalle fiammanti automobili. C’erano i “malazzeni”, dove venivano selezionati gli agrumi e la frutta per l’esportazione o ripuliti ortaggi e frutta per la conservazione, c’erano le concerie dove venivano essiccate le pelli degli animali, c’erano…… tanti altri posti che producevano rifiuti sgradevoli, e c’erano i ”fumirara”, i raccoglitori del “fumeri”, il prodotto delle stalle e ogni genere di rifiuto, destinato a concimare i vicini orti e le campagne più distanti. Una professione che surrogava il servizio pubblico della “nettezza urbana”, allora carente “poco più” che oggi. I “fumirara” raccoglievano nelle stalle, negli stabilimenti, nelle botteghe e per le strade il materiale organico di risulta che, venduto a chi ne poteva trarre utilità, era fonte di reddito per quelle famiglie, che da questo traevano sostentamento. Un giorno, dopo lunghe battaglie, partite dalla Salette, con in testa quel “capopopolo” di don Bonomo (S.d.B.), un lungo corteo di carrettini sporchi quanto mai, mezzi di lavoro di questi antesignani dei moderni operatori ecologici, sfilò per il quartiere fino ad un punto di raccolta dove vennero dati alle fiamme. Questo segnò la fine di una “professione” (?), i “reduci” passarono a libro paga del comune per una collocazione più sicura e dignitosa.
Antesignano dei moderni testimonials, si vedeva circolare per il quartiere, in epoca antecedente al popolarissimo Carosello televisivo, era il banditore. Un uomo caratteristico nel suo vistoso abbigliamento da clown che, con il suo tamburo, agli angoli delle vie richiamava l’attenzione (e non era difficile) dei passanti e dei residenti per procedere con la sua voce stentorea, aiutata da un tradizionale megafono, a fare la reclame (oggi pubblicità) a qualsiasi cosa gli venisse proposto di “vanniari”. Informava che la tale o tal’altra macelleria aveva una buona partita di carne per un’occasione determinata da un incidente occorso ad un vitello(“carni sdurrubbata”), che il pastificio, necessitato a smaltire le scorte, proponeva delle offerte speciali, che il negozio di tessuti si era approvvigionato di una buona partita di stoffa e voleva parteciparlo ai cittadini perché ne approfittassero. In parole povere era la promozione delle vendite fatta in forma artigianale che, con la sua audience amplificata dal passaparola, come in altra forma e dimensione succede oggi, era già l’anima del commercio.
Altre attività, connesse con la vita marinara, sono scomparse o si sono ridimensionate, ma erano presenti nel quotidiano della nostra giovinezza. Si vedeva, in tutte le stagioni, passando dal litorale della Playa, sulla riva un uomo dentro l’acqua dalla cintola in giù che, con movimenti lentissimi e procedendo come un gambero, trascinava un attrezzo, era il pescatore di telline, i “cozzuli da Playa”, che si raccolgono nelle rive sabbiose, al contrario, i mitili, i “cozzuli di Missina” che, con immersione integrale, vengono raccolte fra gli scogli, dove, chi va prende pure “rizzi”, “occhi di voi”, pateddi” ed, infine, “u mauru”. Anche queste cose sono andate via via scomparendo, non si può dire che non si vedano più, ma la frequenza non è quella di una volta, allorché il marinaio che aveva un po’ di tempo libero, ma soprattutto necessità di intascare qualche spicciolo, nella buona stagione in particolare, si immergeva e tornava con il “pescato” che vendeva direttamente. Fra queste la cosa che si è persa del tutto è “u mauru”, un’erba marina “citrigna” dall’inconfondibile gusto di mare che veniva proposta per le strade e servita in cartocci di carta paglia con succo di limone e una spolverata di sale. Erano lavori poveri, da fare a tempo perso perché non redditizi, forse per questo scomparsi, c’é da dire, però, che l’inquinamento delle coste ha fatto il più.
Tornando alle usanze e ai sapori perduti meritano di essere commemorati i “ceusa” bianchi e neri, quest’ultimi specialmente caratterizzavano le albe estive quando ti svegliava il grido del venditore : “ceusa bbelli, ma niuri!” e i genitori li raccomandavano, ma non ce ne era necessità, ai figli perché erano rinfrescanti, in particolare “’u sciroppu di ceusu”. Nonostante il gusto lievemente aspro, andavano a ruba, diversi erano i ”ceusa janchi” con quel gradevole gusto e l’odore delicatissimo. Crescendo ho capito che i gelsi erano un residuato del periodo della Catania produttrice della seta che, finita da un pezzo, ha portato con sé la presenza di questi alberi che hanno ceduto il passo alla cementificazione selvaggia ed è anche scomparsa la generazione di contadini, disposti a sporcarsi per raccoglierli, i miei nipoti ignoreranno che cosa fossero, come gia i miei figli non hanno conosciuto i “pira jalofuru”, i “piricedda di S. Giuvanni”, i “sorvi”, i “’nzalori” e i “minicucca”……… Quando lo snack bar non era diffuso e non c’erano né merendine né gelati industriali, ma c’era sempre la voglia di fare uno spuntino, per le strade trovavi chi ti proponesse qualche rimedio “ppi ‘ntuppari ‘nvuridduzzu”. Nelle mattinate d’estate per le strade c’erano certamente i carrettini dei venditori di “minnulata” che si accompagnava splendidamente “ccu ‘na bella mafadda cca giugiulena” o d’inverno uno che con lo stesso carrettino ti proponeva “u pani di napuli”, ancora caldo, a forma di filoncini monodose o a fette se la forma era di pancarré, un pane nel cui impasto erano inframmezzati i “ficu sicchi” oppure “’nmunzeddu di ficurinnia” che venivano sbucciati e consumati sul posto. Un menzione merita “’u sanceli” e “’a quarumi” che agli angoli delle vie era lo snack dei pomeriggi e delle sere fredde che, possiamo non avere apprezzato, ma facevano parte delle caratteristiche dei quartiere popolari, erano appannaggio degli operatori dei macelli che, invece di “ittari ‘u sangu” e disponendo delle interiora degli animali macellati, li cuocevano a beneficio degli estimatori che accorrevano alle ”quarare” per consumare sul posto. Dietro c’era sempre una “putia” (bottega del vino) per “rifarsi” la bocca dopo questi bocconi inevitabilmente grassi.
“Pallini e carboni!” – Così si annunciava l’uomo nero, “u carvunaru”, come il nordico spazzacamino, che, con il suo carretto altrettanto nero, andava di strada in strada ad offrire la sua mercanzia. Negli anni della nostra infanzia si cucinava a carbone nelle cucine in muratura o nei focolari mobili (“i fucuni di crita”), non esistevano le cucine a gas, e il combustibile usato era la legna o il carbone nelle sue varietà: “carvuni”, “carvuneddu tenniru” e “pallini”, un impasto con polvere di carbone. Lo stesso vendeva pure i detersivi: “sapuni”, “leva macchi”, “varichina”. Per la “liscìia” (per fare il bucato più bianco) vigeva il fai da te, le donne dell’epoca sapevano come, utilizzando la cenere “du fucularu” o “da conca”(braciere).
Il barbiere lo conosciamo come estetista, un operatore di bellezza, ma questa sua attuale specializzazione viene da lontano se ricordiamo che, oltre a fare tagli di capelli e radere barbe, ha collaborato, nei tempi, con il chirurgo per asportare arti, per incidere “craunchi”, per asportare denti, ma quando ero piccolo, sulla porta delle sale da barba spesse volte si leggeva “si applicano sagnetti”. Era l’ultima risorsa del barbiere come operatore sanitario: applicare sanguisughe su chi aveva necessità di un salutare salasso a scopo terapeutico.
Nel secondo dopoguerra gli americani portarono, tra l’altro, le calze di nylon, un indumento chic destinato a promuovere le gambe e la sensualità femminile, fino ad allora mortificata dalle gonne lunghe e dalle opache calze di seta. Ma la delicatezza del nuovo materiale e la scarsa dimestichezza nel maneggiarlo procurava frequenti “smagliature” dell’indumento e il costo non consentiva un frequente rinnovo del parco-calze. Nacque una attività per venire in soccorso alla vanità delle donne non abbienti, la “rimagliatrice” di calze di nylon. Era la parente povera della sarta, la professione femminile per eccellenza, che aveva il vantaggio di essere esercitata nel proprio domicilio, senza “fari parrari a nuddu”. Dello stesso genere era pure il lavoro della “macchinista” che, restando in casa, poteva cucire la partita di tomaie che il fabbricante di calzature le andava affidando. Diverso era per quelle che, costrette dal bisogno, uscivano di casa: il lavoro femminile non autonomo si svolgeva in casa d’altri per chi andava “a servizio”, nei “malazzeni” per quelle che lavoravano alla trasformazione dei prodotti agricoli e nelle “fabbriche” in pericolosa promiscuità che metteva a repentaglio la onorabilità, se non la virtù. Nel quartiere, posto alla periferia della città, sorgevano i luoghi in cui si svolgevano quelle attività manifatturiere con carattere industriale dove la manodopera femminile era preferita. Si ricordano per tutte le “sucarrara”, che, già dall’inizio del secolo ventesimo, prestavano la loro opera presso la vecchia caserma borbonica, divenuta per i catanesi “’a manifattura” dei tabacchi e le “pusparara” della “fabbrica de’ prospiri” di via “uttanta pammi”(via della Concordia).
Quando eravamo bambini, andando a scuola, lungo le strade, meno trafficate di oggi, si vedevano davanti alle porte e sui marciapiedi degli stecchi gialli messi ad asciugare su dei teli di “sacco” che prendevamo furtivamente per succhiarne il gusto. Erano le radici che le donne, su commissione, ripulivano spellandole con un coltello e li mettevano ad asciugare al sole per poi riconsegnarle alla “fabbrica di niculizia” che avrebbe fatto quel decotto che, essiccato, forma i bastoncini di liquirizia.
Erano i tempi in cui esistevano gli “stabilimenti” della liquirizia che, per i loro fumi e gli odori che sprigionavano erano allocati fuori dalla cinta urbana. Nella mia prima giovinezza ne ho registrati due, ai margini di questa, che era una vera e propria industria, c’era l’attività delle misere donne che, con un lavoro a domicilio di pochissimo valore aggiunto, preparavano la materia prima:, quelle, appunto, che ripulivano le radici.
Un altro opificio, allocato fuori dalla città, era “u stazzoni”, l’azienda produttrice di laterizi come “madduni, canali, e quatretti (piastrelle)” e altri oggetti di uso comune quali “tiani, rasti, quartari, bummuli” e “fuculari”, dei quali materia prima è la creta, che, asciugata al sole, veniva cotta nella “carcara” (fornace).

 


--------------------------------------------------------------------------------
Posted by Mile on aprile 27th, 2009 :: Filed under Catania com'era..,Sociologia


 

Fra l'ottocento e la prima metà del novecento, si sviluppò nella vivace Catania e nell'area etnea una fiorente attività artigianale: quella dell'allestimento e della decorazione artistica del carretto.

Abili artigiani con passione ed impegno si superarono sino ad elevare quegli umili mestieri a vere e proprie scuole d'arte, falegnami, scultori, fabbri e pittori si distinsero per l'alto livello artistico raggiunto.

In questo periodo storico, Aci Sant'Antonio diventò il centro più importante della cosiddetta "Scuola d'Arte del Carretto" buona parte dell'economia del paese si basava su queste attività, pensate c'erano più di 16 botteghe che aggregavano centinaia di persone tra artigiani, carrettieri ed apprendisti. Grazie a loro quasi inconsapevolmente con estrema semplicità, oggi è nato il "Mito" del Carretto di Sicilia.

LA TRADIZIONE ARTISTICA DI UNA FAMIGLIA

In questo contesto, tra intensi profumi di zagara e di vino, tra suoni di legno scolpito e di ferro rovente battuto, che prende colore e vita, nasce e cresce la tradizione artistica nella nostra famiglia.

Infatti ancora ragazzini i cugini Micio Puglisi e Minicu Di Mauro imprimono le loro prime pennellate seguendo a loro volta l'esperienza degli zii, Vincenzo e Salvatore, già affermati artigiani.

Ancora oggi Minicu Di Mauro, nostro grande maestro, insieme ad Antonio Zappalà (figghiu do soddu - della celebre putia), passano le loro giornate immortalando con antiche cadenze, le. gesta di eroici paladini e dei personaggi della Cavalleria Rusticana.

Testimone ne è il suo "Museo del Carretto Siciliano" a Bronte, che racconta in fondo anche la storia della sua famiglia. Il padre, don Affiu Gullotti, era infatti "Carrettiere di linea", un odierno autotrasportatore, che all'epoca portava vino, frumento, frutta e carbone, dalle campagne ai centri abitati e così in tutta l'Isola. "Il mio primo viaggio da solo - racconta don Cammelu -, lo ricordo come fosse ieri, lo feci ad otto anni andando col carretto a Pedara per trasportare vino. Per caricare non c'erano problemi poich‚ vi erano gli appositi carricaturi i carrettu". E poi in viaggio, con il lume del carrettiere e il paracqua appesi fra le due ruote alla preziosa "cascia i fusu" (copri asse ricco di piccole sculture in ferro battuto decorato).

Questo singolare museo si trova in contrada Cantera, fra l'Etna e i Nebrodi, a due passi dal Simeto, con una preziosa collezione di ben 50 carretti siciliani, una decina di calessi, carrozze per lieti eventi e poi giare e anfore decorate, pupi siciliani e i vari ornamenti del cavallo, adibito al traino: pennacchi, testiere, pettoriere e altro. D'epoca anche il salottino dove ci ha fatto accomodare per spiegarci anche cosa rappresentano le decorazioni, sui mascillari (sponde) o nella cascia i carrettu (pianale) o nei gambotti (raggi della ruota), raffiguranti scene epiche: "Il trionfo di Bacco"; poemi cavallereschi: "Duello di Ruggiero e Rinaldo"; saghe nostrane: "Turi Malacorda e i mafiosi di Palermo"; personaggi come: "Turi Giuliano"; e poi i passionali intrecci amorosi di "Cavalleria Rusticana" di Verga, con "Compari Affiu e Compari Turiddu". "Questa è una storia vera - si appassiona don Cammelu - accaduta in Sicilia, oltre un secolo fa: compari Turiddu, fidanzato con Lola, si allontanò per il servizio militare. Al ritorno la trova promessa a compare Affiu il carrettiere, con il quale si maritò. Compari Turiddu nel frattempo si fece assumere come campiere da massaro Cola il vignaiolo, che abitava di fronte alla Lola, e cominciò a corteggiarne la figlia Santuzza. Mentre lui la sera gli parlava da sotto la finestra, Lola osservava da dietro un vaso di basiricò. In sostanza anche in lei si risvegliava l'antica passione, portandola finanche al punto di richiamare Turiddu. Lo rimproverò perch‚ non salutava più e gli disse che se avesse voluto "salutarla" sapeva dove abitava. Però i frequenti "saluti" ingelosirono Santuzza inducendola a complimentarsi con compari Affiu, per la moglie che gli "adornava" la casa. Questo raggiunse compari Turiddu all'osteria, e lo sfidò a duello. L'indomani, giorno di Pasqua, fra i ficodindia della Canziria dei due duellanti alla siciliana (con il coltello) ad avere la peggio fu compari Turiddu". Questa è una delle scene storiche che l'anziano pittore Domenico Di Mauro di Aci Sant'Antonio con dipinti, sculture e intarsi ha raffigurato, in questi carretti siciliani caratterizzati proprio dall'abilità degli artigiani e dal gusto e sentimento popolare. Peculiarità che rendono questo patrimonio storico e culturale fiore all'occhiello della Sicilia.

 

Aci S. Antonio e il carretto siciliano

Un occasione davvero speciale durante la visita di Aci S. Antonio è rappresentata dalla possibilità di visitare le poche botteghe, rimaste ancora attive, dedite al carretto.

Una lunga procedura quella della costruzione del carretto, che chiama in causa diverse maestranze e un tempo il paese contava numerosi artigiani del carretto, il " carradore" è il vero costruttore del carretto composto da cassa, fiancate, stranghe, portello e ruote, mentre ad incidere, con motivi che vanno dal floreale all’antropomorfo, è lo scultore. Segue la fase della pittura con colori diversi a seconda della bottega in cui viene effettuata l’opera. Sull’intera anatomia del carretto vengono riportate scene appartenenti alla tradizione cavalleresca anche se non mancano temi mitologici e religiosi: Carlo Magno, Orlando , Rinaldo, i Vespri siciliani, Sant’Alfio e i suoi fratelli, San Giorgio Cavaliere, Sant’Agata e Santa Rosalia. Completato il carro si passa al lavoro del sellaio che in concordanza con le scene e i colori assegnati al carretto, fabbrica e ricama con nastri, specchietti e sonagli la bardatura del cavallo.

Oggi ad Aci S. Antonio la pittura del carretto sopravvive grazie ai maestri Domenico Di Mauro e Nerina Chiarenza. Lammittenza tende a non essere più quella di una volta, lo stesso carretto si smembra in più parti le quali diventano oggetto per le esigenze più raffinate dei collezionisti. Le richieste di fiancate, assi, ruote e casse, oltre alla cassa di ferro battuto, " Cascia di fusu", diventano richiesta di pezzi di radici di una cultura che tende a scomparire. Chiunque giunto qui ha apprezzato questo pezzo di Sicilia mobile, Guy de MAUPASSANT NEL VOLUME LA VIE ERRANTE DEL 1890 COMMENTA IL CARRETTO COSÌ: " PICCOLE SCATOLE QUADRATE POSTE IN ALTO A DELLE RUOTE GIALLE, SONO DECORATI CON PITTURE INGENUE E BIZZARRE CHE RAPPRESENTANO EVENTI STORICI O DETTAGLI, AVVENTURE D’OGNI TIPO, PUGNE SANGUINOSE, INCONTRI DI SOVRANI MA SOPRATTUTTO LE BATTAGLIE DI NAPOLEONE E DEGLI ESERCITI CRACIATI.

…………. QUESTI CARRI DIPINTI TRAVERSANO LE VIE, CURIOSI E DIFFERENTI, ATTIRANO L’OCCHIO E LA MENTE, SI MUOVONO COME REBUS CHE VIEN NATURALE TENTARE DI RISOLVERE !!!

la tradizione santantonese si chiama soprattutto "Carretto siciliano". Aci Sant'Antonio d'altronde ha una prerogativa veramente unica in Sicilia perché merita di essere considerata la capitale del "carretto siciliano". Vanta, infatti, eccezionali maestri decoratori del tipico carro isolano con artisti come Francesco D'Agata già nell'Ottocento, e ai nostri giorni con Domenico Di Mauro, Nerina Chiarenza, Raimondo Russo, Anzonio Zappalà. Saprà sfruttare la cittadina questo immenso patrimonio che potrebbe elevarla all'apice del turismo isolano?

 

 

 

MUSEO DEL CARRETTO DI CATANIA

 

 

E’ aperto su prenotazione per visite guidate - Via Luigi Capuana 38 - Catania - TEL. 095 525342

Il museo comprende circa 150 pezzi unici di parti di carretto: Mascìddari, Purteddi, Chiavi di Carretto, Ruote, Casse di fuso (rabeschi), oggetti in vetro ed in terracotta, autentiche opere d'arte, realizzate e decorate nel corso di 4 generazioni, con la passione e la competenza tramandate da più di un secolo.

L'ambiente è caratteristico ed è contraddistinto da uno stile inconfondibile, impareggiabile e apprezzato da sempre nel mondo lo stile siciliano, che ha elevato il carretto, umile mezzo di trasporto ad opera d'arte, rendendolo simbolo di questa terra ricca d'arte e vitale di temperamento, a ragione definita Perla del Mediterraneo.

 

 

 

 

 

 

Alice Valenti, l'ultima donna che dipinge i carretti

di Danila Giaquinta

Si laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Pisa, torna confusa a Catania e si ritrova, per caso, a fare quello che faceva suo nonno. O quasi, perché lui era un “carradore”, lavorava con il legno e i carretti siciliani li costruiva; lei, invece, macina colori e li dipinge. Dalla scena, che definisce il tema principale, ai decori su sponde, traini o finimenti dei cavalli, l’artista Alice Valenti, a un passo dagli “anta”, pratica l’arte “du carrettu” ormai da quasi 15 anni e si diverte pure a raffigurarne i motivi su elementi di arredo, oggetti d’uso quotidiano e altri mezzi di trasporto. Da quella suggestione la sua arte non si stacca ma nel tempo è arrivata a inglobare tanti altri soggetti di sicilianità. È stata allieva del maestro Domenico Di Mauro, grande custode di questa tradizione, e tutto è cominciato a partire da un libro.

Quando il carretto è entrato nella sua vita?

«Mi ero appena laureata e brancolavo nel buio. Sapevo solo di voler fare qualcosa di artistico e artigianale. E avevo voglia di riappropriarmi delle mie radici. Stavo leggendo “Il carretto siciliano”, un volume a edizione limitata del 1967, quando vidi il nome di mio nonno nell’elenco degli artigiani. Mio padre mi raccontò della collaborazione con il maestro Di Mauro che a 17 anni andava a dipingere da lui a Scordia. Il giorno dopo andai a trovarlo ad Aci Sant’Antonio e in quella bottega, sua e del cognato Antonio Zappalà, ci rimasi cinque anni. Ricordo ancora quel momento: mi ritrovai come in una situazione antica, su quel basolato di pietra lavica, tra Sant’Agata e storie di paladini, con tutti quei carretti smembrati e accatastati, e loro due, curvi, con i capelli bianchi, in mezzo a tutti quei colori».

Com’è stata quell’esperienza in bottega?

«Il maestro mi diceva: “Ti sei laureata in via Tito 8”, l’indirizzo della bottega, perché avevo sempre disegnato ma è stato lui a insegnarmi la pittura a olio, come dipingere le scene, lo sbozzo del quadro mentre da Antonio ho imparato a decorare tutte le altre parti del carretto. Di solito ci sono due figure, il maestro, che si occupa delle parti più importanti, veri e propri quadri sul tema principale solitamente scelto dal committente; e ‘u giuvini che decora l’interno delle casse, il traino, le ruote, le aste. Ed io ho imparato a fare sia l’uno che l’altro. Oggi Domenico Di Mauro ha 102 anni e lavora ogni mattina. Vado spesso a trovarlo e la nostra è un’amicizia bella e forte».

Un breve racconto della storia del nostro carretto?

«È simbolo di un’epoca della Sicilia. I primi risalgono al 1830 e le fonti sono diari di viaggiatori che scrivono di aver visto buffi mezzi a due ruote con immagini sacre e tocchi di colore. Fino ad allora il trasporto avveniva via mare o a dorso di mulo. Man mano le tematiche vanno arricchendosi ma all’inizio prevaleva quella religiosa perché chi affrontava un lungo viaggio era solo, con il suo cavallo, andava incontro a rischi di briganti o piogge, e quelle figure lo consolavano. Nel tempo si sono sedimentate pratiche decorative le cui origini sono ancora argomento di studio. Dal punto di vista artistico e tecnico, il carretto è tutto una regola, un insieme di codici da rispettare e richiede una certa dose di preparazione. Non si può improvvisare. E tra la Sicilia orientale e quella occidentale, e persino tra provincia e provincia, ci sono differenze cromatiche, tematiche. Come pure di misura se si considera che il veicolo deve adeguarsi alle asperità del terreno pianeggiante piuttosto che montuoso. È il risultato del lavoro di tanti artigiani: in ordine di tempo il pittore è l’ultimo mentre il primo è il “carradore” che organizza anche il lavoro dello scultore. Poi c’è il fabbro che si occupa delle parti in ferro mentre il sellaio dei finimenti dei cavalli».

L’arte del carretto resiste o è giunta al capolinea?

«Non è morta anche se un tempo c’erano 30-50 pittori a provincia, oggi ce ne sono 1-2. Anche le altre figure si contano sulle dita di una mano. Come donna sono l’unica della mia generazione».

Il carretto è il suo lavoro quotidiano?

«Nel tempo ho acquistato credibilità dinanzi agli occhi di questi uomini che di solito non hanno a che fare con le donne. Dalla richiesta di piccole cose, si è passati alle scene fino a un carretto per intero, a Randazzo dove facevo spola tutti i giorni. Ne ho dipinti tanti di media taglia e da circa un anno sono alle prese con i finimenti di tre carretti. Tempi e costi? Dipendono da tante cose, da quanto vuole spendere il committente: per dipingerlo dai 4000 euro in su e da 3 mesi in poi. Oggi sono riconosciuta come pittrice di carretti ma per vivere faccio anche altro».

Carretti a parte…?

«Vivo in una casa laboratorio. Dipingo quadri, decoro ceramiche e da un po’ ho cominciato a provare delle eccezioni alla regola mescolando elementi decorativi orientali e occidentali su tavoli, sedie, testate di letto come pure su oggetti di uso quotidiano e Vespe. In realtà lo avevano già fatto artisti all’inizio del Novecento, se si pensa ai banchi dell’acquaiolo decorati con gli stilemi del carro. O più recentemente alle motoapi. Questo perché il carretto era stato scavalcato da altri mezzi e i carrettieri erano diventati camionisti o guidatori di Ape ma continuavano a farsi dipingere quelle iconografie. Oggi il committente medio lo percepisce come un oggetto d’arte e da collezione. E mentre in altri casi si può rielaborare in chiave contemporanea quel sapore, quando si tratta di carretto tradizionale inventare è un sacrilegio. Dipingo anche altro ma si tratta sempre di iconografie popolari e tradizionali, come dolci tipici, cavalli bardati».

Nel 2001, quando è cominciata la sua avventura, il digitale stava per esplodere. Oggi c’è questo trend dell’handmade e la voglia di spostare le mani da mouse e touch screen per tornare alla materia e ai mestieri.

«L’arte è sempre stata la mia passione ma non sapevo che veste dare. Mi occupo anche di grafica al pc ma fare le cose con le mani dà ben altra soddisfazione. Qualcosa di terapeutico, salvifico. Un valore ritrovato per le nuove generazioni».

Progetti futuri?

«La copertina del cd di Giada Salerno, una cantante di brani folkloristici dell’800. In generale mi definisco “in cerca” perché vorrei scoprire altre frontiere e tentare nuovi strumenti».

http://www.siciliainrosa.it/alice-valenti-lultima-donna-che-dipinge-i-carretti/

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2023/398.jpg

 

 

(foto Giusepe Santapaola)

 

Ci sono barche che sono cariche di anni. E tutti i soli, tutte le lune, tutta l’acqua di mare, tutte le tempeste, tutti i venti ci sono passati sopra.

(Fabrizio Caramagna)

 

LE BARCHE TRADIZIONALI CATANESI "Palummedde 'cù speruni"

  a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)

Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi ‘i riatteri, d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso che se ne faceva.

.. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini.

Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto

Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.

In questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in modo esclusivamente artigianale.

Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.

Le "varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o "masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o "minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".

 

 

 

Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".

Le "varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda" di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete e  fedeli in quanto costruite dal maestro maestro d’ascia detentore dell’antica arte Ignazio Garozzo presso il cantiere navale situato in Piazza Mancini Battaglia CT nell’anno 1982. Riportati agli antichi splendori nello stesso cantiere nell’anno 2009 dallo stesso Mastro d’ascia e decorati dal prof. Salvatore Finocchiaro, decoratore di Aci Trezza.

Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto.

L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro".

Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.

 

 

 

Il cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie a Salvatore Rodolico che insieme al figlio Sebastiano cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta", ne è memoria una piccola via che porta il nome di: "Via Rodolico". Gli strumenti utilizzati al tempo, per dar vita alle barche di legno, erano l'ascia, la sega a mano, il chianozzo (pialla a mano), il chiano (pialla lunga) e i virrina (i trapani a mano). Gli anni '60 segnano l'inizio di una stagione florida per il cantiere che, passato nelle mani di Salvatore Rodolico (figlio di Sebastiano), comincia a costruire imponenti pescherecci di legno. Le commesse erano tantissime: arrivavano dalla Toscana, dalle isole Eolie e dall'isola D'Elba. Intanto il cantiere si era stanziato all'interno del porto di Acitrezza, proprio dirimpetto all'isola Lachea, mentre andava sviluppandosi la pesca con i pescherecci anche a Trezza. Grazie alla gran quantità di commesse, anche da Acitrezza, il cantiere diede in quegli anni lavoro a più di 20 persone. Oggi non costruisce più imponenti pescherecci, l'ultimo risale al 1989, ma continua ad esistere grazie ai lavori di manutenzione e costruzione di piccole barche di legno. Passato in mano al giovane Sebastiano Rodolico (figlio di Salvatore) continua nella sua secolare arte di dar vita alle barche a legno. La tecnica, seppur con qualche variante dovuta alla nuova tecnologia, è sempre la stessa: "il fasciame di legno viene attaccato con la chiodatura zincata, poi il comento (le fessure tra un legno e l'altro) vengono chiuse con la stoppa catramata e quindi con la lanata (un pennellone) si passa, sul fasciame esterno, la pece per proteggere lo scafo (oggi sostituita con stucchi e pittura)". Le barche che solcano il mare di Trezza sono resistenti come una volta e l'arte dei maestri d'ascia attira, oggi anche, tantissimi turisti che percorrendo il Lungomare dei Ciclopi rimangono estasiati nel vedere quegli artigiani al lavoro.

Il testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net

 

 

 

 

 

Legno, martello, chiodi e passione.Nel regno delle barche fatte a mano.

Ignazio Garozzo, l'ultimo dei Mastri d'ascia.
 

«La mattina andavo a scuola, di pomeriggio un amico di mio papà, uno che era stato suo compagno d'armi quando facevano "il soldato", mi propose di andare nel suo cantiere». Così ha iniziato Ignazio Garozzo, l'ultimo maestro d'ascia che opera ancora a Catania. Era il 1944, Garozzo aveva 7 anni e adesso che di anni ne compirà 78 tra sei mesi, parla del suo lavoro come di «un mestiere per il quale ci vuole passione e che si impara seguendo un "maestro"».

«Il mio si chiamava Pasqualino Vitale e il primo lavoro che mi diede da fare al cantiere fu quello di raddrizzare i chiodi usati per riutilizzarli su altre barche. Una volta i chiodi non si compravano nuovi, "s'addrizzavano" e si riutilizzavano due-tre volte per formare gli "ordinati" (le "costole" della barca sul fondo dello scafo ndr) alla base delle barche».
Mentre racconta, sta completando l'ultima sua creazione, nel cantiere di Ognina, suo quartier generale, proprio sotto piazza Mancini Battaglia, una «lancia» di 5 metri e 60. Per realizzarla, in due, ci si mette un mese scarso e la spesa, remi in mano, è di circa 4.000 euro. È fatta con legno di quercia, abete e pitch-pine (una qualità di pino). «Io ho cominciato con una barca che costava 40mila lire - ricorda Garozzo - Oggi di barche di legno se ne fanno poche, il vetroresina chiede molta meno manutenzione ed è più facile da gestire anche se costa di più. Una volta si costruivano barche durante tutto l'anno, sia durante l'estate, la "stagione", sia durante l'inverno quando si procedeva alle riparazioni. Poi si è bloccato tutto negli Anni Novanta, con il 50% di lavoro in meno - quando la Comunità europea stabilì che per lo specchio d'acqua che ha l'Italia, c'erano troppe imbarcazioni da pesca e così non si è potuto più costruire barche nuove ma solo demolire le vecchie per sostituirle con altre che mantenessero le stesse caratteristiche. In più, molti pescatori sono passati al vetroresina e tutto il lavoro è diminuito tantissimo. ».
Il laboratorio di Ignazio Garozzo sta ad Ognina dal 1959. Un mondo a parte rispetto alla città. Ci sono ogninesi doc che ancora oggi dicono «vado a Catania».
«Quando sono arrivato io, dagli Angeli Custodi, la gente dell'Ognina era tutta una famiglia. Vedevi donne che vestivano a lutto per cinquant'anni, perché c'era sempre qualcuno che nel giro di sei mesi moriva e siccome erano tutti parenti, a quella poveretta ci toccava sempre vestirsi di nero. Qui tutti vivevano con il mare, erano pescatori, poi pian piano i figli hanno cominciato ad andare a scuola, e altri hanno preso i posti al Comune o in banca. Ora di pescatori veri non ce n'è più, sono solo dilettanti. C'è chi ha ancora qualche peschereccio, ma le barche piccole da pesca sono rarissime».

Sposato nel ‘65, due figli (un maschio e una femmina), l'eredità da maestro d'ascia potrebbe essere raccolta proprio dal figlio Giuseppe, 40 anni, geometra. «Mi piacerebbe fare il lavoro di mio padre - confessa - ma finora mi sono dedicato ad altro. La mia giornata, comunque trascorre qui, mi occupo di mettere in mare i motoscafi. Mio padre è fantastico, perché si dedica al legno con passione. Se cade una tavola per terra mi urla dietro che «il legno si deve trattare bene, perché è un'arte! ».
«Ogni barca, a seconda del cantiere nel quale si costruisce, ha le sue caratteristiche - spiega Garozzo padre - A Catania «‘a palummedda di prua» (il dritto di prua) ha una certa forma, a Siracusa un'altra e a Palermo un'altra ancora. Oggi il modello più richiesto è la lancia con lo specchio piatto. Nelle barche che costruiamo noi non c'è un goccio di colla, è tutto legno e chiodi. Ci sono barche mie a Spadafora e Avola, una volta anche ad Acitrezza dove c'è un altro maestro d'ascia in attività, Salvatore Rodolico, che fa anche barche grosse».
Il futuro del mestiere? «Mah, non saprei. Una volta venivano qui i ragazzi del Nautico a vedere come si faceva, ma restavano un paio d'ore e non imparavano niente. Questo non è lavoro che si può apprendere così, io ci ho messo 17 anni per imparare dal mio maestro, ma erano altri tempi. È un lavoro che puoi imparare solo da piccolo quando la testa è ancora disposta ad apprendere».

 

 

 

 

 

Pupi (dal latino pupus, i, che significa bambinello) sono le caratterische marionette armate di quel teatro epico popolare che, venuto probabilmente dalla Spagna di Don Chisciotte, operò a Napoli e a Roma, ma sopratutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo.

I pupi sono espressione "splendente" di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatral popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo.

I pupi esprimono la volontà di continuare a battersi in quella che è stata definita "la più invisibile delle guerre invisibili" che, con i nostri ideali, sosteniamo dentro di noi più che fuori. Non a caso i pupi costituiscono un umile ma tenace segno di contraddizione e di resistenza rispetto alla logica della rassegnazione e del peggio, che è di tanta cultura e letteratura di "vinti".

I pupi ci aiutano a capire il Gran Teatro del Mondo, dove si è fin dalla nascita "agiti", giusta l’idea pirandelliana secondo la quale "siamo tutti pupi" (marionette, burattini, maschere, ombre), animati—stando alla Bhagavad Gita—dall’ onnipotente Spirito divino, che è nel cuore di tutti gli esseri e tutti agita al ritmo incalzante del tempo, col potere della meraviglia".

Con i pupi possiamo aprirci un varco verso quel pò di libertà che si può conseguire nella recita "a soggetto" del sacro canovaccio del destino, e affrontare il pathos dell’ esistenza in un "catartico" gioco di arte e di poesia. In tal senso, un teatro come quello dei pupi può essere "necessario, … essenziale come il pane".

E' opportuno distinguere il burattino, la marionetta, il pupo. Il burattino è animato dal basso, direttamente da pollice, indice, medio della mano o da asticelle. La marionetta è animata dall'alto, esclusivamente per mezzo di fili. Il pupo è anch'esso animato dall'alto, ma, al posto dei fili, ha per muovere la testa e il braccio destro due sottili aste di metallo. I pupi portano in scena l'epica dall'Iliade e dalla Bibbia alla Chanson de Roland e ai romanzi dell'epopea cavalleresca. Si ritiene che l'epopea carolingia sia arrivata in Sicilia con i Normanni, nel sec. XII. Che essa sia stata fatta propria dalla gente fin da allora o che sia diventata epopea popolare successivamente, poco importa; è certo che ha trovato in Sicilia uno straordinario favore per cui si è conservata fin ai giorni nostri.

All'inizio furono soprattutto i cantastorie a tramandarne il ricordo. A partire dal sec.XIX il racconto popolare dell'epica cavalleresca franco normanna utilizzò il pupo già conosciuto rivestendolo di foggie che si rifacevano alla iconografia cinquecentesca. Gli eroi paladini, rappresentati nel teatro dei pupi, unitamente alla esalazione dei valori morali di cui sono campioni, mettono in risalto il confronto tra la civiltà europea ed islamica, del cui urto la Sicilia è stata teatro: per questi valori i paladini lottano e muoiono, rimanendo cosi nella cultura popolare tra il mito e la storia vera.

Ogni singola rappresentazione veniva preannunciata da un "cartello" con la scena principale della serata e con una sintetica descrizione del programma. Il commento musicale, quando c'era, era affidato a musicanti di mestiere (generalmente un violino, un mandolino, una chitarra) che, su indicazione estemporanea del "parlatore", eseguivano brani in voga, veloci o lenti, a seconda dell'azione scenica.

 

LA FAMIGLIA NAPOLI DI CATANIA

La Compagnia della famiglia Napoli rappresenta la più antica tradizione di pupari catanesi. Fondata nel 1921 da Don Gaetano Napoli, oggi è gestita da Fiorenzo, direttore artistico, "parlatore" principale e maestro costruttore dei pupi. Lo affiancano Giuseppe, capo "maniante" e scenografo, Salvatore, ideatore e curatore delle musiche, e tutti gli componenti della famiglia, che collaborano attivamente affinchè la tradizione continui intatta, passando di padre in figlio.

I Napoli propongono spettacoli con recita a soggetto, basati sugli antichi canovacci, rispettando le caratteristiche fondamentali dell'Opera dei Pupi: le scene, le armature, i costumi, i suoni e soprattutto quella "improvvisazione" che rappresenta il momento artistico per eccellenza, poichè crea quel particolare rapporto con il pubblico che rende "magiche" queste rappresentazioni teatrali.

Oltre al classico repertorio cavalleresco la Compagnia ha allestito spettacoli su testi di diversa natura, da quelli tratti dal NÔ giapponese a Shakespeare, a scritti in versi siciliani di Salvatore Camilleri.

Fra i numerosi riconoscimenti avuti dalla Compagnia si può annoverare il Premium Erasmianus, ricevuto dai Reali d'Olanda nel 1978.

I Napoli custodiscono inoltre una vasta collezione di pupi, alcuni dei quali risalgono alla fine dell'Ottocento o ai primi del Novecento, scene, cartelli ed attrezzature teatrali.

L'attività artigianale della famiglia è svolta nella casa-bottega di via Reitano, aperta al pubblico, costituito per lo più da scolaresche e appassionati dell'Opra, per svelare le tecniche e i segreti di questa antichissima tradizione.

 

"L'oro dei Napoli". Su testi di Salvatore Zinna, la storia di questa straordinaria famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed ancora oggi, dimenticata proprio a Catania

(di Maurizio Giordano)

Sulla scena, con i loro ferri del mestiere, con il loro fedele armamentario e soprattutto con gli eterni pupi (Agramante, Subrino, Gradasso, Suddateddu a'n'coppu, Soldato cinese, Arturo di Macera, Luneide, Ideo, Peppenino, Rinaldo, Carlo Magno, Gano, Orlando, Clarice, Papa Martino, Vescovo di Patti, Oliviero, Brandimarte) i protagonisti sono proprio loro: Fiorenzo Napoli, Salvatore e Giuseppe Napoli, Italia Chiesa Napoli, Agnese Torrisi, Alessandro Napoli, Davide, Dario e Marco Napoli.

La Marionettistica dei Fratelli Napoli, figli, nipoti, moglie dell'indimenticabile Natale Napoli, raccontano attraverso le gesta dei loro pupi, gli ultimi cinquant'anni culturali, sociali di Catania. Viene quindi narrata, in parallelo, la storia di questa straordinaria famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed ancora oggi, dimenticata proprio a Catania. Una famiglia, una Marionettistica che ha dato vita al "miracolo dell'eredità", a quel mito fatto di baruni, scamappoggiu, martelli, punteruoli, copioni, tecniche, ma anche di cervelli, forza, braccia. Fiorenzo, il più piccolo dei figli di Natale Napoli, è quello che narra la storia, che rappresenta e che muove le fila di questa famiglia e che, durante lo spettacolo, apre lo scrigno dei ricordi e da vita ad una pièce che emoziona, che interessa grandi e piccini.

Il lavoro immagina un "naufragio culturale" e la famiglia Napoli viene vista, dall'autore e dal regista, come una sorta di "scialuppa", carica di un tesoro di inestimabile valore. Una scialuppa che viene a contatto con gli abitanti del luogo e che cerca di offrire loro qualcosa di questo tesoro. Si tratta del dramma di una famiglia di pupari, conduttori di un vascello fantasma. La loro storia inizia nel 1921 dal "mastru siddunaru" Gaetano Napoli, il capostipite, che acquista il suo "mestiere" di un centinaio di pupi e mette su una compagnia, con il fratello e i figli, distinguendosi perchè non si limita alla rappresentazione, ma si occupa anche della progettazione e costruzione degli elementi necessari allo spettacolo (pupi, fondali, cartelloni).

Una famiglia segnata da una anomalia straordinaria, un destino che si compie nell'affrontare il "naufragio' nelle culture tradizionali, soppiantate dal consumismo di massa. I figli di Gaetano, Natale e Pippo, affrontano il momento difficile con un'altra anomalia: se gli altri chiudono, loro aumentano il raggio d'azione, portando la tradizione fuori dai confini nazionali. Se gli altri dichiarano morta "l'Opra" loro innovano la rappresentazione ed i suoi elementi nel folle tentativo di tenerla al passo coi tempi, se gli altri dimenticano loro tramandano l'eredità ai figli di Natale ed Italia: Fiorenzo, Giuseppe e Salvatore e ad un nipote Alessandro.

Quando l'Opra dei Pupi muore dappertutto nasce il mito della famiglia Napoli, gli ultimi pupari del mondo. Ora fanno ingresso tra i "personaggi", tra quelli che non moriranno mai, malgrado le difficoltà da affrontare, primo fra tutti l'indifferenza della Catania culturale di oggi, quella degli spettacoli senza cuore, solo commerciali e poi la mancanza di una sede istituzionale per una famiglia che ha già conquistato un posto tra i miti. Lo spettacolo, prodotto da Arcana, si avvale delle musiche di Third Earl Band, Gonzales, Comelade, Salvi, Mahler, Jarret, Martens, Verdi e Bregovic. Uno spettacolo da vedere, un viaggio nella nostra storia, nei nostri ricordi, grazie ad una straordinaria famiglia da proteggere gelosamente e che custodisce il segreto delle tradizioni e di un mestiere eterno, quello dei miti. "Il nostro è un lavoro corale - spiega Fiorenzo Napoli - e questa tradizione vive in quanto è supportata dal lavoro di tutti. Il presente sono io, i miei fratelli, Salvatore e Giuseppe, mia moglie Agnese, mio cugino Alessandro. Il futuro è rappresentato dai miei figli, Davide, Dario e Marco".

Ma come è nato lo spettacolo "L'oro dei Napoli"?

"Questo spettacolo - racconta orgoglioso il regista Elio Gimbo - ha avuto una lunga gestazione. Coltivo da otto anni l'idea di uno spettacolo sul mondo dei pupi e sulla famiglia Napoli, dal '94, l'anno di Sud il mio primo spettacolo con dei pupi accostati agli attori. Da allora non ho mai perso di vista la famiglia Napoli ed il mio desiderio di arrivare ad una forma compiuta dell'accostamento fra pupi ed attori. L'oro dei Napoli è una riflessione sulla storia contemporanea di Catania. Immagino gli ultimi cinquant'anni di storia catanese come la descrizione di un naufragio, un inconsapevole "naufragio culturale" di cui noi cittadini siamo stati vittime ed artefici allo stesso tempo".

Ma come si può raccontare la storia di una famiglia così?

 

"Lasciando parlare loro - aggiunge il regista Gimbo - la famiglia, il gruppo, la Marionettistica. Con gli anni la famiglia si è allargata, loro non sono più soli, "loro" sono centinaia di Pupi, grandi e piccoli, antichi e recenti, sono fondali dipinti cento, cinquanta, venti o anche pochi anni fa. Oggi tutto questo è la Famiglia Napoli, i principi di un regno fantastico. Perciò raccontare la famiglia equivale a "far" raccontare la famiglia, a chiedergli di raccontare l'ultimo mezzo secolo di storia catanese, la storia di una forma d'arte nobile e preziosa, troppo fragile per combattere il "progresso" e troppo profonda per esserne sconfitta, fragile e profonda come i sogni o come uno spettacolo".

Maurizio Giordano

 

 

 

 

 

 

La famiglia Napoli

Sergio Corona

 

Le luci si spengono, si apre il sipario e i pupi entrano in scena. Orlando, Rinaldo, Angelica, Clarice, Carlo Magno, Gano di Magonza, Papa Martino, Subrino, Brandimarte: ci sono tutti. Le loro storie si intrecciano con la vita della famiglia dei pupari, i Napoli, che arrivano su una scialuppa in balia dei marosi: stanno cercando di mettere in salvo l’Opera dei Pupi, riconosciuta nel 2001 dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il pubblico segue rapito le gesta dei paladini e assiste al naufragio culturale di un Paese incapace di salvaguardare e valorizzare un tesoro di inestimabile valore.
Stasera la compagnia Fratelli Napoli mette in scena L’oro dei Napoli: la storia di una delle più antiche e famose famiglie di pupari raccontata dagli stessi protagonisti.
Prima che il regista convochi gli attori nei camerini per dare loro le ultime indicazioni, approfittiamo di un momento di distrazione del nostro nuovo amico e andiamo a salutare due protagonisti dello spettacolo: la signora Italia Chiesa, una delle più apprezzate interpreti catanesi, e suo figlio Fiorenzo Napoli, direttore artistico della compagnia, nonché principale parlatore e maestro costruttore dei pupi.
L’idea di un reportage sui Napoli ci era venuta in mente un paio di mesi fa, dopo una mattinata trascorsa con Fiorenzo nel laboratorio della compagnia. Ci aveva tenuti incollati alla sedia per tre ore con i suoi racconti straordinari, che ci scorrevano davanti quasi come un film. E lo stesso effetto ci avevano fatto le storie di Italia Chiesa, che quello stesso pomeriggio ci aveva accolti nella sua casa alle porte di Catania. Tutto ha inizio nel 1921, quando Gaetano Napoli decide di abbracciare il teatro popolare fondando la Marionettistica Napoli. Il successo è immediato. Una prima crisi però arriva nel 1934, in seguito alla scomparsa del figlio diciannovenne Rosario. Don Gaetano si defila, ma l’attività della compagnia continua grazie agli altri due figli, Pippo e Natale. Con lo scoppio della guerra tutto diviene ancora più difficile. Ma la vita va avanti. Natale conosce Italia Chiesa, figlia di attori, e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono Gaetano, Salvatore, Giuseppe e Fiorenzo. 

Gli anni del dopoguerra sono i più duri. Ma anche dopo, con l’avvento della televisione e il successo dei cinematografi, non è facile. Ci si mettono anche i proprietari di alcuni cinema che, preoccupati perché l’Opera dei Pupi toglie loro spettatori, boicottano gli spettacoli della compagnia. La scelta di andar via da Catania si rivela vincente: dai primi anni Cinquanta fino al 1970 i fratelli Napoli girano senza sosta tutta la Sicilia, e fanno anche tantissime tournée in Italia e all’estero, raccogliendo ovunque successo e popolarità. A Misterbianco e a Paternò i cinema sono costretti a chiudere perché i Pupi fanno ogni sera il tutto esaurito (non avevano tutti i torti, i poveri proprietari di cinema, a boicottare la Marionettisca Napoli…). Poi però i gusti del pubblico iniziano a cambiare e negli anni Settanta e Ottanta l’Opra viene snobbata anche dal popolo. La signora Italia ci rivela la storia che sta dietro il nome del figlio minore: la passione di Natale per il ciclismo. Fiorenzo si sarebbe dovuto chiamare Fausto, ma la storia d’amore tra Coppi e Giulia Occhini, la “dama bianca”, aveva destato così tanto scalpore in quell’Italia bigotta e intollerante che alla fine Italia e Natale decidono di optare per Fiorenzo, in onore di un altro grande campione di quegli anni: Fiorenzo Magni. E nei primi anni del dopoguerra come si sposta la compagnia? In bicicletta, naturalmente. Poi arrivano la Vespa e quindi, in pieno boom economico, la Fiat 1100.

 

L’appartamento di Italia Chiesa non sembra la casa di un’artista: non c’è traccia di locandine, poster o ritagli di giornale. C’è solo qualche fotografia che nulla però ha a che fare con l’Opera dei Pupi o con il Teatro. Ma quando la signora ci racconta, con un misto di orgoglio e malinconia, di aver recitato negli anni Sessanta e Ottanta nel musical di Garinei e Giovannini Rinaldo in campo, uno dei più grandi successi teatrali italiani di tutti i tempi, allora vengono fuori le fotografie che la ritraggono accanto a Domenico Modugno, Delia Scala, Paolo Panelli, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Massimo Ranieri, Laura Saraceni, Carlo Croccolo. Parliamo anche della malattia di suo marito Natale e delle sofferenze che dovette affrontare durante una tournée, prima di morire di aneurisma cerebrale nel 1984. Ma torniamo allo spettacolo. Tutto è pronto. Giuseppe, capo maniante, e Fiorenzo, parlatore principale, sono ai loro posti. Così come i figli di Fiorenzo: Davide, maniante e secondo parlatore, e Marco, maniante. Salvatore, che si occupa delle luci e delle musiche, è accanto al regista Elio Gimbo. La moglie di Fiorenzo, Agnese Torrisi, direttore di scena, è dietro le quinte con l’altro figlio Dario, assistente di palcoscenico. Forse avremmo dovuto raccontare la storia di questa straordinaria famiglia di artisti parlando di pupi, fondali e cartelloni. Ma abbiamo preferito fare un viaggio in un’Italia che non c’è più, per ricordare a tutti da dove veniamo. E poi un libro sui pupi catanesi è già stato pubblicato qualche anno fa. Lo ha scritto un antropologo siciliano. Si chiama Alessandro Napoli, è cugino di Fiorenzo, e anche lui fa il maniante in questo spettacolo.

http://www.dirittinegati.eu/?p=440

 


 

Tutti i membri della famiglia Napoli prendono parte alla messinscena degli spettacoli ricoprendo con maestria i ruoli tipici dell'Opera: Italia Chiesa Napoli parratrici, Fiorenzo direttore artistico della compagnia, parraturi principale e maestro conduttore dei pupi; Giuseppe capo manianti e scenografo; Salvatore ideatore delle luci e fonico; Gaetano parraturi; Davide manianti e secondo parraturi; Dario assistente di palcoscenico; Marco manianti; Alessandro antropologo, manianti e addetto al fabbisogno degli spettacoli; Agnese Torrisi, direttore di scena.

 

Antica Bottega del puparo: Via Reitano, 55 - 95121 - Catania  (zona Castello Ursino) Tel. (+39) 095 34 10 52 http://www.fratellinapoli.it/

 

 

 

 

 

l primo teatro dei Pupi ad Acireale risale al 1870 quando Giovanni Grasso, figlio di Angelo, grande puparo catanese, venne ad Acireale per farsi conoscere. Ma colui che ha lasciato un'impronta molto più profonda nella tradizione dei Pupi di Acireale, fu don Mariano Pennisi (1867 - 1934) detto "Nasca", il quale creò un teatro stabile prima in via Tono e poi in via Alessi, dove ancora oggi si trova. La passione per i Pupi, questo grande puparo la trasmise al figlio adottivo Emanuele Macrì.Attivo sulla scena, geniale nell'improvvisazione, Macrì riusciva a trasformare ogni rappresentazione in un avvenimento scenico degno della più completa ammirazione.

 

 

Il teatro-museo dei pupi dell'Opera di Acireale, realizzato interamente dal puparo Turi Grasso e dalla sua famiglia, ha rappresentato in questi decenni un grande patrimonio storico-culturale per la città di Acireale.

Unico nel suo genere, il teatro-museo raccoglie in esso le migliori opere realizzate da Turi nei suoi cinquant'anni di attività, insieme a preziosi pupi e cimeli di fine ottocento, di fondali stile catanese, teste e scenografia teatrale del teatro dei pupi di Acireale.

Visitato da migliaia di turisti, studenti, ed appassionati delle tradizioni siciliane, il teatro dei pupi del maestro Turi Grasso è certamente da considerare un angolo di storia e di vera arte, nonché una finestra sulla nostra sicilianità.

Le grandi scene teatrali, i cartelloni di presentazione degli episodi della Storia dei Paladini, i pupi, il sipario del palcoscenico, il palco con il suo banco di manovra, tipico della tradizione di Acireale, il grande affresco di San Michele Arcangelo, rendono pienamente e viva l'opera ed il lavoro che l'unico puparo operante in Acireale, ha voluto realizzare per sè, per la sua famiglia e per la sua Acireale. il Teatro-Museo resta aperto al pubblico tutto l'anno nei giorni di Mercoledì, Sabato, Domenica. Nel periodo estivo ore 9/12 - 18/21, nel periodo invernale 9/12 - 15/18. Ingresso Libero

http://www.operadeipupi.com/

 

 

 

Solo un paese resiste ancora all´impeto rinnovatore del gusto: Acireale. Ed il merito di aver salvato una tradizione antichissima spetta alla popolazione del luogo, capace di balzare irritata sul palcoscenico per afferrare alla gola il traditore Gano di Maganza (in genere dipinto con colori forti, torvi, dominati dal nero), ma soprattutto alla pressione dei due pupari (si chiamano così), rispettivamente Mariano Pennisi ed Emanuele Macrì

Il nostro Teatro dei Pupi Siciliani Macrì è stato fondato nel 1887 da Mariano Pennisi, ultimo discendente d´una famiglia di pupari vaganti, che pur essendo analfabeta, sapeva recitare a memoria tutto l´Orlando furioso e tutta la Gerusalemme liberata.

Sotto le sue mani abilissime, lo stanzone che accoglieva ogni sera centinaia di spettatori urlanti, divenne un teatro vero e proprio, ed il numero dei pupi passò dalla trentina al centinaio. Ma Pennisi, oltre al teatro ed ai Pupi, ha regalato al folklore siciliano anche il suo successore, Emanuele Macrì. Nel 1908, infatti, non appena seppe del disastro di Messina, partì con una squadra di operai che l´aiutarono per due giorni e per due notti sotto una pioggia battente, a disseppellire la sua famiglia del suo vecchio amico Macrì. 

continua...

 

 

 

  

 

Solo un paese resiste ancora all´impeto rinnovatore del gusto: Acireale. Ed il merito di aver salvato una tradizione antichissima spetta alla popolazione del luogo, capace di balzare irritata sul palcoscenico per afferrare alla gola il traditore Gano di Maganza (in genere dipinto con colori forti, torvi, dominati dal nero), ma soprattutto alla pressione dei due pupari (si chiamano così), rispettivamente Mariano Pennisi, Turi Grasso ed Emanuele Macrì

Il nostro Teatro dei Pupi Siciliani Macrì è stato fondato nel 1887 da Mariano Pennisi, ultimo discendente d´una famiglia di pupari vaganti, che pur essendo analfabeta, sapeva recitare a memoria tutto l´Orlando furioso e tutta la Gerusalemme liberata.

Sotto le sue mani abilissime, lo stanzone che accoglieva ogni sera centinaia di spettatori urlanti, divenne un teatro vero e proprio, ed il numero dei pupi passò dalla trentina al centinaio. Ma Pennisi, oltre al teatro ed ai Pupi, ha regalato al folklore siciliano anche il suo successore, Emanuele Macrì. Nel 1908, infatti, non appena seppe del disastro di Messina, partì con una squadra di operai che l´aiutarono per due giorni e per due notti sotto una pioggia battente, a disseppellire la sua famiglia del suo vecchio amico Macrì.

Purtroppo sotto le macerie del terremoto era rimasto vivo soltanto il piccolo Emanuele di tredici mesi, salvato dai corpi dei genitori tra i quali si era addormentato. Data sepoltura a tutti quei poveretti, Mariano Pennisi portò con sè il bambino e lo allevò come se fosse suo figlio. Solo che invece di farne un puparo, cominciò a sognare di farne un professionista. Ma fu un sogno di breve durata, perchè il piccolo Emanuele aveva già preso il virus del teatro, ed invece di stare sui banchi di scuola, preferiva sostare incantato davanti alla fucina dei pupi.

Pur avendo la testa di legno, confessava quando ritornava con il pensiero agli inizi i pupi mi hanno sempre capito, e fin dai tempi in cui non riuscivo quasi a camminare, hanno rappresentato il mio mondo ideale " Non aveva ancora sedici anni che già assumeva la direzione tecnica delle manovre, e quando nel 1936 Pennisi morì d´idropisia, lo fece chiamare per chiedergli "Giurami che i miei pupi non moriranno con me".

L´esordio avvenne nel mese di dicembre con un brano tratto dalla Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lo Dico, e più precisamente con il trentaseiesimo episodio del primo volume; dove appare Mambrino che ruba la fidanzata a Rinaldo. Fu un grande successo, e da quella sera ogni volta che i bambini di Acireale vedevano spuntare la figura massiccia e bonaria di don Emanuele , correvano a farsi narrare le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini. Anzi fu questo entusiasmo infantile a convincerlo che valeva la pena di affrontare altri pubblici.

Così, tre anni dopo, i Pupi di Acireale apparivano nei loro costumi sgargianti e fastosi sul palcoscenico allestito nel grande Salone dedicato a Bianca di Navarra in quel di Taormina. Stavolta il successo assunse i toni del trionfo, ed allora Emanuele Macrì si convinse che l´unica strada per salvarli, era di farli conoscere "nel continente". Prima però nell´angusta officina ricavata in un angolo di teatro costruì altri cinquanta pupi fra cui Alessandro Magno, il Guelfo di Negroponte e Trabalzio e dopo essere arrivato al numero di 200, cominciò a viaggiare. La prima tappa fu a Roma, dove al palazzo dell´Esposizione incantò sia il pubblico che la critica, e poi uscì addirittura d´Italia, toccando Salisburgo Bruxelles e tutte le principali città della Germania. Sospinta dall´onda dell´entusiasmo, la sua fama, varcò addirittura l´oceano. Prova ne sia che il figlio maggiore ha potuto impiantare un teatro dei pupi a Stony Creeck, nel Connecticut, con il quale ha partecipato, vincendolo, al Festival teatrale di Indianapolis.

I successi vennero con la partecipazione ai film: I GIROVAGHI, ARIA DI TAORMINA, TURI E I PALADINI; a riprese televisive: Australia, Giappone, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania Occidentale, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Olanda ed anche la Rai. Sono seguite molto tournée in Europa ed in America senza tralasciare gli spettacoli per le scuole e per il pubblico ad Acireale. Per queste accettiamo sempre le prenotazioni per effettuare recite sulla Chançón de Roland per gruppi turistici e scuole; periodicamente invece facciamo delle recite . Mostre di pupi, cartelloni e scene antiche dipinte a mano, queste si organizzano sia in loco che in altre città italiane ed in paesi esteri . Inoltre il Teatro E. Macrì di Acireale, quest´anno mette in vendita una piccola parte di materiale antico non utilizzabile per gli spettacoli, fra cui pupi armati e non , scene, teste e cartelloni dipinti su carta a tempera.

(sito ufficiale)

 

I Pupi Siciliani sono patrimonio dell'umanita'. L'Unesco ha ricosciuto il valore di questa forma d'arte di cultura popolare e nella primavera dello scorso anno il teatro dei pupi siciliani e' stato dichiarato "Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanita'" dall'Unesco, insieme ad altre 18 espressioni culturali popolari di tutto il mondo.

E' la prima volta che l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'istruzione, la scienza e la cultura, ha voluto dare un riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, ma a creazioni culturali e tradizioni, inserendole nel patrimonio mondiale piu' degno di protezione.

Una giuria di 18 membri, presieduta dallo scrittore spagnolo Juan Goytisolo, ha dovuto esaminare 32 candidature. Determinante per il buon esito della candidatura italiana, e' stato il contributo del Museo Internazionale delle Marionette "Antonio Pasqualino" - Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari -, presieduto dalla Sig.ra Marianne Vibaek, il cui personale si e' adoperato per fornire, in tempo breve, tutto il materiale documentario necessario.

 

 

La Scuola Palermitana

Il pupo palermitano e' alto da 80 cm a 100 cm, pesa circa 10 Kg e ha le gambe articolate di modo che possa inginocchiarsi per pregare o davanti ad una dama. Puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero grazie ad un filo, che passa attraverso il pugno destro del pupo ed e' fissato al pomo della spada, tirando il quale si fa in modo che la stessa possa essere impugnata facilmente. La visiera dell'elmo puo' essere abbassata prima di un combattimento e alcuni pupi possono muovere gli occhi e la bocca. La corazza puo' avere decorazioni a sbalzo o arabeschi in ottone saldati a stagno, che rendono piu' pregiata l'armatura. Secondo le esigenze di rappresentazione, la testa del pupo o il pupo stesso possono cadere in pezzi: si pensi allo squartamento di Gano o ad un moro diviso in due da un fendente. La manovra del pupo avviene di lato, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto parallelamente alla scena.

La Scuola Catanese

Il pupo catanese e' alto da 110 cm a 140 cm, pesa circa 30 Kg e ha le gambe rigide, motivo per cui non puo' inginocchiarsi. Non puo' estrarre e riporre l'arma nel fodero: la spada e' permanentemente fissata alla mano destra, anche quando abbraccia una dama. La visiera dell'elmo non puo' essere chiusa. La corazza e decorata con l'aggiunta di piastre articolate come cosciali pendenti e i vestiti sono piu' raffinati rispetto quelli dei pupi palermitani. La manovra del pupo avviene dall'alto, chi muove il pupo, quindi, si trova disposto su di un piano rialzato dietro la scena. Per ultimo, tra i pupi catanesi vi sono alcuni personaggi, come Pulicani o Uzeda, che non si trovano tra i pupi palermitani.

 

PUPARI IN ATTIVITA'

MIMMO CUTICCHIO - Palermo - (Associazione Figli d'Arte Cuticchio) - via B. all'Olivella 95 - 90133 Palermo - Tel. 091 323400 Fax 091 6815707 www.figlidartecuticchio.com

FRATELLI NAPOLI - Catania - via Madonna di Fatima 14 - 95030 Gravina di Catania - Tel. 095 416787

TEATRO IPPOGRIFO - diretto da NINO CUTICCHIO - Palermo - vicolo Ragusi 6 - 90133 Palermo - Tel. 0347 0676368 - oppure 091 329194

COMPAGNIA MACRI' - Acireale - via Galatea 89 - 95024 Acireale (CT) - Tel. 095 669998 Fax 095 575976

COMPAGNIA MANCUSO - Palermo

GIROLAMO CUTICCHIO - Palermo

OPERA DEI PUPI PUGLISI - Sortino, SR - Via Catullo, 2 96010 - Sortino (Siracusa) - Telefono 0931-956163 - e-mail: info@operadeipupi.it

FRATELLI PASQUALINO - Roma - via Gregorio VII 292 - 00165 Roma - Tel. 06-58231066 (anche fax) e-mail: Teatro@PupiSiciliani.com

TEATRO DELLE MARIONETTE AURORA - Canosa - via Conte Cavour 12 - 70053 Canosa di Puglia - Tel. 0833 965496

TEATRI DEI BURATTINI IN SICILIA

Teatro Manomagia - Dott. Francesco Fazio - Via Salvatore Paola 15 - 95125 Catania CT - Tel. +39 095509561 - Cell. 03386289544 - Fax. +39 095509867

La Casa di Creta - Steve Cable - Antonella Caldarella - Via Umberto 134 - 95131 Catania - Tel. - Fax 095539312 - Cell.0338 2044274

Compagnia Marionette Don Ignazio Puglisi - Via Catullo 2 - Sortino - Siracusa - Tel. +39 0931956163

Compagnia dei Pupari Vaccaro Mauceri - Ernesto Puzzo - Via Giudecca, 5 -  96100 Siracusa - Tel/fax 093 146 5540

Figli D'Arte Cuticchio - Via Bara all'olivella 95 -  90133 Palermo - Tel. 091.323400 - Fax 091.335922

Ass. Culturale Teatro delle Beffe - Via De Spuches 7 - 90141 Palermo (PA)

Opera dei Pupi di Vincenzo Argento e figli - Via Vittorio Emanuele, 445 - Palermo PA - Tel. 091.6113680 - 0333.2935028 

Compagnia Carlo Magno di E.Mancuso - Via La Rosa, 2 - Trabia (Palermo) - Tel. 091 814 6971 - 0347 5792257

Museo Internazionale delle Marionette A. Pasqualino - Via Butera 1 -  90133 Palermo Pa - Tel. 091.328060 / Fax 091.328276

 

Opera dei Pupi di G. Canino - Via S. Ippolito, 16/c - 91011 Alcamo (TP) - Tel. +39 0924506354

 

 

 

 

 

 

 

 «I pupi siciliani da Cervantes ai garibaldini»

Intervista a Mimmo Cuticchio, erede di una prestigiosa tradizione di cuntisti che opera nel cuore di Palermo. «Grande rispetto con i pupari catanesi» Venerdì 13 Febbraio 2015-  Domenico Trischitta

 

Mimmo Cuticchio, figlio di Giacomo, è l'erede naturale di una prestigiosa tradizione di cuntisti che opera nel cuore di Palermo dal 1973, i cui pupi oggi sono iscritti tra i patrimoni orali e immateriali dell'umanità dell'Unesco. Anche attore e regista, nel cinema è stato diretto da Francis Ford Coppola ne "Il Padrino parte III" e più recentemente in "Terraferma" di Emanuele Crialese. Domenica sarà al Centro Zo di Catania con lo spettacolo "La pazzia di Orlando ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla luna". Lo abbiamo incontrato nella sua bottega di via Bara dell'Olivella e con lui abbiamo tracciato i momenti più importanti della sua straordinaria carriera e così ha iniziato il suo cunto.

Maestro, com'era la sua Palermo?

«L'ho vista cambiare. Quando da giovane sentivo parlare gli anziani di tradizioni non riuscivo neanche a capire perché bisognava rivolgersi a loro con un vossia, oppure baciare la mano al padre quando commettevi una marachella, non sapevo molto, anche se oggi con l'età mi rendo conto di essere diventato come loro, nel senso che non riconosco più la Palermo della mia infanzia. Tutto ha inizio con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, finisce un mondo di tradizioni e ne inizia un altro. Mi sono ritrovato a girare le province siciliane assieme alla mia famiglia, dato che mio padre era un oprante puparo girovago, prima i sobborghi palermitani e poi le zone di Trapani, Caltanissetta, Agrigento ed Enna. Non ci spingiamo oltre, nella zona orientale, perché là esisteva un'altra tradizione pupara e per rispetto non pensavamo di andarci. Anche perché la gente locale si affeziona alle proprie tradizioni e cunti e se vede qualcosa di diverso ci rimane male. Eravamo sette figli, tutti nati in giro per la Sicilia».

Quali sono le differenze tra l'opera dei pupi palermitana e quella catanese?

«Ogni volta che mi sono incontrato con i pupari catanesi c'è stato sempre un grande rispetto. Personalmente penso che la differenza sia un'invenzione leggendaria e voglio raccontarle un episodio cui sono stato testimone alla fine degli anni Cinquanta. Eravamo a Macchia di Giarre per un incontro con la famiglia Macrì, i nostri teatrini messi accanto per gli spettacoli e il pubblico attorno che assisteva. A un certo punto iniziò una conversazione e la gente chiedeva informazioni, intervenne un signore che sostenne che i pupi catanesi sono più alti di quelli palermitani, lo interuppe Macrì: "Lei gli esseri umani li misura a peso o ad altezza?... C'è differenza tra un nano e una persona normale? ". Macrì proseguì: "Se gli uomini vengono valutati per intelligenza, generosità o sensibilità l'aspetto fisico non conta più". Pupi piccoli o pupi grandi, Orlando sempre Orlando è, questo aneddoto mi colpì moltissimo e non l'ho mai dimenticato. Ed è la prima volta che lo racconto».

Che ricordi ha di Catania?

«Un giorno andai con Nuccio Vara della Rai a girare un documentario e ci fermammo a Porta Uzeda a vedere Ignazio Puglisi che raccontava il cunto dei paladini di Francia, la gente attorno con le sedie portate da casa. Attraversai l'arco e mi fermai davanti a un negozio di souvenir, il titolare mi riconobbe e mi fece entrare dentro. Mi soffermai a guardare dei bellissimi pupi e lui: "Questi appartenevano al Cavaliere Insanguine, li vuole lei"? Io non ci ho pensato due volte e ho acquistato questi cinque pupi che altrimenti sarebbero andati a finire nella casa di qualche turista. Io li ho acquistati solo per salvarli. Nella Sicilia orientale ricordo in maniera speciale Paolo Puglisi di Sortino, mi colpì per il fatto che interpretava tutte le voci recitanti, comprese quelle di donna, e riusciva a dare delle emozioni fortissime. Riepilogando ho grande stima per i Macrì, Puglisi, e la famiglia Napoli. Questo muro di differenze per me non esiste, c'è un grande affetto tra di noi».

Se penso ai pupi catanesi penso a Giovanni Grasso ed Angelo Musco. Se penso a quelli palermitani penso a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Si può fare questo collegamento?

«Franchi e Ingrassia, che provenivano dai quartieri popolari, frequentavano spesso l'opera dei pupi a Palermo, fa parte della loro formazione. Gireranno il film di Ugo La Rosa, "I due pupari", Ingrassia era l'oprante e Franchi era l'unico spettatore. Decidono di mettersi assieme, diventano soci, e alla fine la sala sarà stracolma. Musco e Grasso appartenevano direttamente alla tradizione dei pupari, facevano parte delle loro famiglie. Nel messinese c'erano i fratelli Cimarosa, pupari e attori, ricordiamo che Tano fu l'indimenticabile "Zecchinetta" de "Il giorno della civetta" di Damiano Damiani».

Come arriva questa tradizione di pupi in Sicilia?

«Non è facile risalire perché ci sono vuoti nella storia ma sicuramente il riferimento letterario più evidente è nel "Don Chisciotte" di Cervantes, anche se in Spagna non esistono pupi, ma burattini. Cervantes partecipò alla battaglia di Lepanto, fu ferito e si fermò a Messina, e probabilmente lì vide per la prima volta i pupi. Invece nel Settecento a Palermo esistevano i casotti dei vastasi, scaricatori di porto che allestivano spettacoli in baracche per fare satira politica. I primi pupi armati si vedranno nell'Ottocento con Don Gaetano Greco che fondò una sala in via Roma a Palermo, c'era la musica dal vivo e l'opera dei pupi. Lo stesso Greco parteciperà alla spedizione dei Mille di Garibaldi, e a quanto pare le rappresentazioni di opranti servivano come attacchi mirati al potere borbonico. I saraceni come i Borboni. Forse nel catanese nascono i primi pupi autenticamente siciliani».

13/02/2015

 

 

 

 

 

 

A TU PER TU con MIMMO CUTICCHIO: oprante, puparo, cuntista

Silvia Ventimiglia 9 marzo 2016 Ritratti

Mimmo CuticchioL’ultimo puparo? No, assolutamente no…il primo di una nuova generazione!

 

Palermo, in un freddo ma solare pomeriggio invernale.

 

Il cammino di avvicinamento che mi porterà dall’IBIS Hotel al Teatro dei Pupi viene interrotto da una manifestazione di protesta…una delle tante.

 

Teatro quel Palazzo Withaker, sede della Prefettura, da cui quella calda sera del 3 Settembre del 1982, uscì il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per andare incontro al Suo destino, in quella Via Isidoro Carini dove ancora oggi risuonano i colpi di quei vigliacchi Kalashnikov che falciarono Lui e la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro.

 

Mi sorprendo a pensare che la protesta alla quale assisto si leghi, in qualche modo, a quei cento difficili giorni in cui il Superprefetto provò a resistere a quella Mafia che, ai tempi, pareva essere appannaggio solo del Sud…della Sicilia, in particolare ma, che oggi purtroppo, sappiamo essere “bene” comune del Nord, del Centro ed anche del Sud…non solo, e ripeto…purtroppo.

 

Ma questa è un’altra storia e meriterebbe più di qualche fugace appunto.

 

Odio arrivare in ritardo e quella protesta rischia di farmi ritardare rispetto alle 15.30…orario concordato con Elisa, moglie del grandissimo Mimmo Cuticchio.

 

Come spinta da una mano divina, la macchina di Salvo Zappalà…patron di Sicilian Secrets e compagno curioso di mille avventure…imbocca una, due, tre stradine mai esplorate e stranamente libere da confusione concludendo la sua marcia in un provvidenziale parcheggio, proprio a ridosso di quella Via Bara all’Olivella che il grande puparo…completerò in seguito la definizione..ha eletto come suo quartier generale.

 

Arriviamo quasi in contemporanea con lui, di ritorno dalla canonica passeggiata con il fedele Miele, un delizioso volpino che non si sottrarrà ai miei esperti “grattini” per tutta la durata dell’incontro che, alle primissime battute, non promette niente di buono: Cuticchio, che mi richiama alla mente un moderno “Mangiafuoco” per l’imponenza fisica, lo sguardo diretto, i lunghi capelli ad incorniciare un volto in parte arricchito da una folta barba grigia, mi gela…a primo acchito… sottolineando la banalità di certe mie iniziali considerazioni.

 

Ce ne sarebbe a sufficienza per decidere di abbandonare il campo e battere in un’ignominiosa, ma salvifica, ritirata ma lo sguardo complice di Salvo mi dice che posso farcela, ricacciando indietro ogni tentazione di rispondere per le rime, “pizzuta” come poche e, pertanto, mi appresto – diligentemente – ad accendere il fedele registratore…amico insostituibile di tanti incontri.

 

Eccovi il resoconto di un pomeriggio che rimarrà indelebile nella mia memoria.

 

Maestro…come posso definirla? Puparo, attore o regista teatrale?

 

Perchè, per quei 4 o 5 che non sappiamo chi è il personaggio con il quale mi ritrovo a colloquiare in un ambiente dalle luci fioche…sulle cui pareti, quasi fossero testimoni muti del nostro incontro, ci osservano decide e decine di pupi…di tutte le fogge e grandezza, in un’atmosfera da antro della Sibilla Cumana, pronta come sono ad ascoltare l’oracolo…quel personaggio, dicevo, è Mimmo Cuticchio, classe 1948… custode di quell’arte antichissima che, definita “Opera dei pupi”, oggi è entrata a far parte, a pieno titolo, del Patrimonio orale ed immateriale dell’UNESCO.

 

Mah…mi ascolti attentamente. Quelle che usa Lei sono… tutte parole senza senso.

 

Come tradizione, può definirmi “oprante” perchè sono gestore di un Teatro dell’Opera dei Pupi…ma anche “puparo” perchè costruisco Pupi.

In passato l’oprante era il Capocomico e tale era mio padre, Don Giacomino Cuticchio.

Detto questo, può definirmi anche “cuntista” perchè narro storie epico-cavalleresche.

Già nell’800, gli appassionati…i cultori definivano così coloro che raccontavano storie.

Il “cunto” era la radio del tempo, per intenderci…era la lettura di chi conosceva le storie…era la memoria orale .

Il “cunto” lo potevano fare tutti…mentre il “cuntista” non raccontava le storie di tutti…raccontava solo le storie epico-cavalleresche, dagli antenati ai discendenti.

Basta leggere Pitrè quando racconta del Teatro dei Pupi e della storia del “cunto”, laddove intervista un “cuntista” che, per differenziare dal cantastorie, chiamerà “contastorie”, con la O…eh?

Bene, questo “contastorie” che, per il popolino, era il “cuntista”…gli dice che, per poter raccontare l’intero ciclo dei Paladini di Francia avrebbe avuto bisogno di 9 anni…facendo un “cunto” al giorno per 2 ore. Pensi, quale patrimonio orale…nulla di scritto!

Un tempo un “cuntista” era capace di fare tremila “cuntate”, ci pensa?

Oggi io, da “cuntista” quale sono, come le dicevo, posso dirle di non aver fatto più di 200 “cuntate”, in vita mia….non ho il pubblico di strada ormai, quello adatto.

Ho molti fans, molti appassionati e cultori del genere, è vero ma è diverso. Diverso il piacere dell’ascolto…del riascolto. E’ diverso, insomma.

Oggi, sono collaborato da Tania Giordano…tra gli altri

 

…si tratta della gentile collaboratrice che segue tutto il nostro incontro e che il Maestro trova, così, il modo di presentarmi.

 

E’ in gamba, davvero…perchè non dirlo? A me piace riconoscere i meriti ai miei collaboratori…a tutti!

 

Non è un accentratore, allora! E’ uno che ama delegare…

 

No, per niente. Non sono un accentratore. A me piace il lavoro di squadra .

Certo, posso essere considerato un capobranco…il trascinatore… ma certamente non sono un solista, un solitario…no, per niente. Mi piace partire, in nave, per una nuova avventura ma… non da solo.

Mi piace condividere con altri…il mio viaggio!

 

Mimmo Cuticchio

 

Questo aspetto del suo dire…ammorbidisce la sensazione iniziale che mi ha maldisposto nei confronti del Maestro Cuticchio che, a primo acchito, mi era sembrato troppo egocentrico per i miei gusti ed invece…mi appare in tutta la sua verità di uomo egocentrato ma… generoso verso gli altri.

 

Maestro, Lei ha respirato, sin da piccolo, la polvere dei teatrini dei Pupi e questo è avvenuto anche se suo padre non aveva una tradizione familiare alle spalle…era un “oprante” di prima generazione, insomma…

 

Guardi, la famiglia Cuticchio, proveniente dal Portogallo, ha sempre gravitato nel mondo delle Ferrovie. Ancora oggi, la maggior parte di loro fa il Capotreno…il Capostazione….l’impiegato nelle Ferrovie dello Stato….

 

Anche mio nonno Girolamo, come me…chiamato u zu Mommo (Girolamo viene, spesso, storpiato in Mimmineddu, Mimmino…tutti nomi antichi)… anche lui lavorava nel settore ed abitava in Piazza della Rivoluzione, che un tempo si chiamava Piazza della Fiera antica…la piazzetta dove arrivò Garibaldi, quando entrò a Palermo, e che da allora porta questo nome, in ricordo di un avvenimento che segnò l’inizio della rivoluzione… per l’appunto.

A quel tempo, non c’era il cinema…i ragazzini non giocavano, come oggi, con bigliardini e videogiochi: andavano a scuola e lavoravano oppure lavoravano e…basta.

Mio padre, sin da piccolo…dietro “segnalazione” di mio nonno… andò a lavorare al Teatro dei pupi di Don Achille Greco ed esattamente con i suoi figli, Alessandro ed Ermenegildo.

Il suo primo compito serio fu quello di suonare il piano a cilindro.

Era quello un teatro popolare, nel senso che ci andavano tutti ma era… un teatro colto, un teatro su cui viaggiavano i valori universali!

Insomma, per farla breve…mio nonno provò, prima, a far lavorare mio padre presso un fabbro.

Aveva solo 10 anni, eh? Mio padre ci lavorò per un breve periodo tanto più che con un altro ragazzino…Ninuzzu, stessa classe di mio padre…cioè 1917…scoprì che, fondendo il piombo, poteva realizzare teste di pupi ma poi transitò, e lì rimase tutta la vita, all’Opera dei pupi.

“La testa – come amava dire sua madre – l’aveva sempre ai pupi!!!!”

 

Anche se non ho avuto modo di conoscerlo Giacomo Cuticchio, intendo, mi pare di intravederlo nei lampi che illuminano lo sguardo del figlio Mimmo…fieri ed appassionati!

 

Un giorno, essendosi ammalato il pianista, Greco chiese a mio padre se se la sentiva di prendere il suo posto. Mio padre, quando frequentava il teatro non è che si guardava lo spettacolo tanto per guardarselo. Lo faceva per imparare…e, quindi, quando fu messo al piano non sbagliò un colpo. Greco lo prese a cuore…e, così… dai 10 ai 17 anni, nell’anno in cui i Greco si trasferirono a Roma, mio padre imparò a suonare…salì, persino sulla scena e, nell’arco di alcuni anni, si sparse la voce a Palermo che c’era sto picciutteddu che lavorava dai Greco e che era bravo. Molto bravo!

Tutti ne tessevano le lodi a piene mani. Io, stesso…avendolo osservato da vicino… non posso che tesserne le lodi. Mio padre era davvero bravo. Molti a Palermo, quando sentivano che c’era lui, currevano da ogni parte…certi di assistere a duelli epici.

Quando i Greco andarono a Roma, era il 33 o il 34, Lui non sapeva cosa fare…certo di non voler imparare un altro mestiere, però, tanto più che i Pupi s’insunnava a notti.

Per farla breve, successe che un teatrinante, che aveva il teatro qui vicino…ai Cantieri navali, quartiere Montalbo…decise di venderlo perchè non andava bene. Era poca la gente che assisteva agli spettacoli.

Bene, mio padre riuscì a comprare il tutto a rate…500 lire avanti e 500 lire ogni 15 giorni, si disse inizialmente. Poi, dal momento che ebbe successo da subito, preferì saldare il tutto prima del tempo previsto.

Quella fu la prima stagione teatrale che allestì mio padre da solo, in Via Filippo Juvara…a Palermo.

 

Maestro, ed arriviamo agli anni 50. Il problema dell’emigrazione, unito all’avvento della televisione, sottrae spettatori dall’Opera dei Pupi e così suo padre, con moglie e tre figli a carico, comincia a girare per la Sicilia…

 

Avverto, dal tono della voce, che questa immagine che richiama un errare vagabondo non piaccia al Maestro che, prendendo il respiro…infastidito, comincia a raccontarmi che… nel 42/43 a Palermo…il quartiere Brancaccio, oggi tristemente noto per fatti di mafia…dove insiste il Castello di Maredolce, per essere più precisi…allora, dicevo, Brancaccio era una borgata fuori città e dai primi anni 40 c’era il nuovo Teatrino dei Pupi di suo padre.

 

Nel 43 mio padre aveva sposato mia madre, sedicenne già incinta di mia sorella, la più grande di noi. La città venne bombardata e mio padre fu richiamato alle armi…la sua nave era ad Augusta.

Ci fu una licenza e venne a Palermo ma, mentre era in giro a comprare cibo, bombardarono la Ferrovia e mia madre rimase avvolta da una nuvola di polvere di quello che restava del teatrino.

 

Descrive l’immagine alla perfezione, il Maestro Cuticchio…come se egli stesso ne fosse stato testimone e riesce a farla rivivere anche ai presenti, come se l’avessimo vista in presa diretta…

 

Mio padre, tornato in mezzo a quell’infernooooooo, trovò mia madre seduta su un muretto ad aspettarlo e la portò con sé ad Augusta. Certo, di condurla… sulla nave non se ne parlava ma le trovò alloggio in una grotta, lì vicino. La prima notte, raccontava mia madre, dovette scappare perchè le cimici le saltavano dappertutto su quel pagliericcio lasciato, chissà da chi…forse da qualche pecoraio.

L’indomani arrivò mio padre e bruciò tutto ciò che era presente in quella grotta in modo da uccidere le cimici…insomma, questa è un’altra storia che andrebbe raccontata.

Ma comunque, come finiu? Mia madre stette lì per 15 giorni e mio padre, ogni giorno, le portava il rancio che riusciva a recuperare, poi un bombardamento su Augusta – durante il quale venne distrutto quello che veniva usato come aeroporto – e…si salvi chi può!!!! Scapparono tutti.

I miei ripresero la strada per Palermo ed anche qui ci sarebbe tanto da raccontare sul periglioso viaggio verso la città, durante il quale nacque la mia prima sorella, ma… faremmo notte.

Per farla breve, ritornati a Palermo, ritrovarono il teatrino, malmesso sì ma in piedi…senza che nessuno, per rispetto, avesse pensato di rubare niente così come nessuno avrebbe rubato i ferri ad un fabbro. Insomma, gli strumenti di lavoro non venivano toccati ed i Pupi ERANO uno strumento di lavoro.

Anzi, siccome c’era la porta mezza bruciata, quelli del vicinato avevano pensato di applicare delle tavole.

Dopo essere stati un po’ a Palermo…era un periodo in cui si pensava a ricostruire la città…i giovani andavano in altri posti…al Nord…in Belgio…con la classica valigia di cartone, mio padre propose a mia madre di andare via.

“Che facciamo, Pina? Andiamo anche noi?”

La risposta di mia madre fu negativa “ Ma sei pazzo? Qui ci corichiamo in mezzo ai Pupi, almeno! Lì dove ti corichi?”

 

Ma allora, sua madre era ancor più innamorata di suo padre dei Pupi…

 

“Mia madre era giovane…entusiasta. Per mio padre è stata fondamentale. Anche quando lui aveva pensato di vendersi i pupi e di aprire una trattoria, lei…che aveva conosciuto in mio padre il principe azzurro, l’uomo dei suoi sogni…”Ma sì fuodde? Tu che ti sogni i Pupi anche di notte, Tu ca m’arrispunni come fossi Orlando…ora tu stesso mi chiedi di aprire un ristorante? Per avere a che fare con gli ubriaconi? No! Non se ne parla!”

 

Mio padre era un timido, parlava ed abbassava gli occhi ma credo che, in fondo, facesse così perchè voleva che fosse mia madre a decidere in quel senso… senza che lui dovesse imporre niente.

Palermo era distrutta, ventrata…dicevo ed i giovani andavano via in cerca di fortuna.

I miei pensarono, allora, di recarsi dove erano rimasti i vecchi e così, caricati i Pupi su un carretto, partirono ed iniziarono la loro avventura da “camminanti”.

Mio padre divenne un “oprante camminante”…quello che oggi viene chiamato “itinerante”.

 

E qui il Maestro Cuticchio, con una capacità evocativa senza pari, comincia a descrivere quel mondo che trova spazio ne “L’uomo delle stelle” del Premio Oscar Peppuccio Tornatore, un mondo fatto di miseria ma anche di inventiva, di sacrificio…un mondo che non esiste più.

 

Ai tempi,  “camminanti” erano quelle persone che andavano in giro per i paesi con su in spalla i “matapolli”…le stoffe insomma. Compravano scampoli in città, per pochi spiccioli, e poi li rivendevano nei paesi alle donne che ne facevano o vestitini per sé o pantaloncini per i picciriddi.

“Camminanti” erano, anche, coloro che giravano comprando e vendendo capelli.

Si, capelli…ha sentito bene. Non… cappelli.

Certo, i capelli lunghi avevano più valore ma anche quelli che rimanevano nelle spazzole, nei pettini non scherzavano…

Erano anche i tempi, aggiunge, di quei tizi che andavano in giro con un bastone, alla cui estremità c’era uno spillo…serviva per raccogliere i mozziconi di sigaretta per farne trinciato e rivenderlo

 

Questo dal 43 o giù di lì fino al 1960, circa…lui lo ricorda benissimo.

E continua

 

Andando per paesi, con il carretto, veniva individuato il posto dove montare il teatrino e, siccome l’operazione durava almeno 2 settimane, nel frattempo per creare aspettativa si poneva un cartello, nella piazza principale, con su scritto “Prossima apertura”.

D’estate sceglievamo i posti di montagna, d’inverno…quando c’era il fermo dei pescatori…ci fermavamo nei posti di mare. Si seguivano le stagioni, la natura…il seminato ed il raccolto. Quando una stagione teatrale era andata bene e si pensava, quindi, di tornare in quel dato paese…allora ni purtavamo solo i Pupi dappresso, lasciando le strutture altrimenti smontavamo tutte cose e via.

 

Maestro, mi regala un ricordo…un profumo di quei “camminamenti”?

 

Guardi, singolare è che noi figli siamo nati tutti in un paese diverso…a seconda di dove si era fermato il teatrino. Noi siamo 7, eh? Ricordo anche di aver seguito la scuola d’obbligo in vari paesi perchè oggi eravamo qui… domani lì.

Questo fino al 69, eh? La nostra ultima piazza, prima del rientro a Palermo e dopo esserci fermati in vari paesi della zona mare…tipo Trabia, Porticello e così via…fu Cefalù. Lo ricordo benissimo.

Avevo già 20 anni e già alcune volte, insieme ai miei fratelli, avevo sostituito papà: io ero già aiutante di scena e recitante.

 

Maestro, ma questo girovagare esclusivamente per la Sicilia Occidentale nasceva dal fatto che esisteva differenza tra la vostra Scuola e quella della Sicilia Orientale o cosa?

 

No, affatto…allora non si parlava di differenza: tutto era dettato da ragioni di rispetto. Noi non andavamo ad invadere il campo dove sapevamo che c’erano altri pupari, loro non venivano qui. Era una regola non scritta ma… osservata.

Certo, la differenza esisteva ed esiste. Una differenza di dimensioni tra i Pupi della Scuola Occidentale e quelli della Scuola Orientale c’era e c’è, tanto per cominciare ma, allora, era solo il rispetto per il lavoro altrui, per l’altrui territorio che dettava legge.

Il pubblico era, inoltre, abituato ad un determinato tipo di spettacolo…diverse dimensioni di Pupi…si… ma anche diversa recita: insomma ai palermitani non sarebbe piaciuto lo spettacolo dei Pupi siciliani così com’era quello della Scuola catanese e viceversa.

I Pupi palermitani erano e sono più vicini alla marionettistica …a Catania sono più grandi ed articolati. Ognuno, ripeto, si muoveva nel proprio territorio. La recitazione palermitana, poi, è più narrata…quella catanese più declamata, recitata ed anche la struttura del teatrino è diversa.

Ricordo che, avrò avuto 13/14 anni, e con mio padre ci trovavamo a Macchia di Giarre, in provincia di Catania, ad un Festival dei Pupi…anzi no, era proprio una Rassegna che metteva in contrapposizione i due tipi di teatri.

Da una parte quelli della Scuola catanese, capeggiati dal grande Emanuele Macrì, acese, (ricordo che c’era anche Pepe di Caltagirone) e dall’altra quelli della Scuola palermitana con mio padre in testa.

In quell’occasione Macrì portò “La morte di Orlando”…mio padre “Zuffa infernale tra i maghi Malagiggia e Tuttofuoco”. Io rimasi affascinato dai Pupi catanesi da subito e pensai che il nostro, quello palermitano, intendo…fosse un teatro “a passo ridotto” e quello catanese in “cinemascope”. Ero ragazzo, io. Ricordo che seguì un dibattito durante il quale un tale evidenziò la supremazia, secondo lui, dei Pupi catanesi…più grandi e perciò più belli di quelli palermitani.

Mio padre, giocando fuori casa, stette zitto ma ricordo che Macrì, anch’egli a buon ragione “Cavaliere” come mio padre, zittì il tale con forza “Ma senti, secunnu Tia quando incontri un uomo più piccolo di statura… sicuro ca è megghiu di uno più ranni? Appoi, senti…Orlando è sempre Orlando…o grande o nico! Chiddu ca cunta sono i valori che trasmette…la testa che ha!”

 

Maestro, Lei mi parlava poc’anzi dell’importanza che ha avuto sua madre nella vita di suo padre e dell’intera famiglia Cuticchio. So che è morta ormai da due anni, dopo aver seguito suo padre per ben 86 anni, e mi sovviene quel detto abusato…ma sempre attuale… che “Dietro un grande uomo ci sta sempre una grande donna”, mi racconti chi sta dietro a Mimmo Cuticchio…

 

Lo sguardo del Maestro si illumina di una luce particolare. Una luce che parla di Amore e di Gratitudine.

 

Certamente mia moglie Elisa! Lei, così come fatto da mia madre con mio padre, mi ha sempre…e continua a farlo…seguito con amore e grande professionalità. Un incontro destinico il nostro. Le racconto, mi segua.

 

Era il 1979. Mi trovavo a Sciacca e venne  trovarmi un gruppetto di studenti universitari che aveva in mente di mettere in scena una commedia che parlava di Pupi e di Pupari, dei primi del 900 e che era stata scritta da un vecchio pescatore del luogo, con la passione per la poesia. Questi era Vincenzo Licata…conosciuto, per l’appunto, come il “poeta pescatore di Sciacca”.

La storia proposta mi piacque…raccontava di un “oprante” saccense che aveva un proprio teatrino proprio nella parte bassa dove abitavano i pescatori. Il protagonista era Don Liberto Canino la cui moglie…giovane e bella… veniva importunata dal suo aiutante di palcoscenico e che, pertanto, Don Liberto considerava un grande traditore. Il titolo della commedia era “Don Turi e Gano di Magonza”.

Accettai, entusiasta, l’invito degli studenti: lo spettacolo sarebbe stato presentato dalla compagnia “Teatro13” di Sciacca…

Fu quella l’occasione in cui incontrai Elisa, mia moglie. Era Lei che avrebbe interpretato…con grande successo, tra l’altro…la figura della moglie di Don Liberto.

Noi della compagnia “Figli d’arte Cuticchio” avremmo portato il teatrino, l’avremmo montato ed avremmo fatto “muovere” i Pupi al momento giusto, quello dell’azione, dentro il piccolo “boccascena” del palco. Insomma, a recitare avrebbero pensato loro. Gli studenti, intendo.

Io accettai, ripeto, perchè mi piacque la storia ed anche  l’idea di sperimentare un nuovo modo di fare teatro, coinvolgendo anche mio fratello Guido e due miei piccoli allievi, Salvatore ed Enzuccio.

Il risultato? Grande successo, di pubblico, con il pienone per tutt’e tre le serate preventivate e largo consenso da parte della critica.

La conoscenza con Elisa non si esaurì in quell’occasione ma continuò anche a Palermo dove lei frequentava, con profitto, la Facoltà di Architettura.

Continuammo a vederci dal momento che lei veniva spesso in teatro a seguire le nostre iniziative, i nostri spettacoli…appassionata come me di Pupi e di Opera dei Pupi.

E così, piano piano…lei piacque a me, io a lei e ci innamorammo nonostante gli undici anni di differenza che intercorrono tra noi!

All’inizio, il padre che – essendo imbarcato sulle grandi navi – spesso era in giro per il mondo…protestò. Non concepiva che la figlia potesse frequentare un Puparo ma, poi, grazie all’intercessione amorevole di Nonna Sabbetta…sua madre, si convinse e, dopo il nostro matrimonio, trovò in me un altro figlio e mi seguì, con entusiasmo, nella mia attività…apprezzando i grandi sforzi che facevo per mantenere viva un’arte così antica. Un po’ come faceva lui con la pesca!

Elisa, nonostante fosse moglie e madre di un bambino di pochi mesi, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti. Ho ancora vivo il ricordo di me, seduto in prima fila con Giacomo tra le braccia, che assisto alla discussione della sua tesi…grande emozione, grande partecipazione, grande ammirazione!

Quando, poi, fu il momento di decidere il proprio futuro professionale, Elisa non ebbe dubbi e decise di darmi una mano nell’organizzazione degli spettacoli per le scuole…per le svariate iniziative che portavano il nostro Teatro in giro per tutta Italia e per mezzo mondo in occasione del “Festival de La Macchina dei sogni”, ad esempio…Mia moglie è stata fondamentale, e continua ad esserlo, nell’organizzazione di mostre…di rassegne e quant’altro: è certamente la più brava e preparata organizzatrice delle nostre iniziative.

 

Devo dire che, all’inizio, una grande mano l’ebbe da mia madre…Pina Patti…che l’amò al pari delle sue figlie e le trasferì la sua esperienza a fianco di mio padre. Le raccontò di come lo avesse seguito nel suo percorso di “camminante”, di come fosse riuscita a partorire otto figli dietro le quinte di un teatro, tra i Pupi, e di come fosse riuscita a tirarli sù sani e forti! Insomma, le infuse coraggio…

Bene, oggi se il nostro Teatro è conosciuto e se io riesco a fare spettacoli, sempre più colti…raffinati e poetici…è, senza tema di smentita, grazie all’impegno intellettuale e professionale della mia Elisa. Indispensabile…non solamente utile.

 

Davanti a questa dichiarazione d’amore, va da sè che una romantica come me…accenni ad un cedimento ma, riavutami subito…riprendo il discorso laddove l’avevo lasciato.

 

Mimmo Cuticchio

 

Maestro, continuando sulla scia dei ricordi…suo padre ebbe la grande intuizione e merito di sdoganare il Teatro dei Pupi facendolo uscire dai confini del folklore isolano. Ciò avvenne in occasione della Sesta edizione del Festival di Spoleto…dove grandissimo successo ebbe l’Opera dei Pupi. Ci vuole regalare qualche ricordo di quel momento?

 

Guardi, io ai quei tempi avevo 15 anni…suonavo il pianino mentre l’aiutante preferito di mio padre era un tale Arini, bravissimo. Fu una magnifica edizione del Festival che, poi, negli anni è cresciuto in maniera esponenziale. Bene, tutti i giornali…in quell’occasione, parlarono del fascino dell’Opera dei pupi e della grande valenza sociale di questo tipo di teatro.

Pensi che dovevamo rimanere solo qualche giorno ed invece fummo invitati a restare per tutto il mese di svolgimento della manifestazione.

Un ricordo indelebile per me anche perchè segnò il mio debutto come aiutante e per me si aprì, inoltre, una finestra sul mondo. Un mondo diverso. Non era solo più il teatro dei Pupi…non era solo più Sicilia per me…conobbi la lirica, la prosa, il teatro impegnato…varie altre forme di arte…ripeto, mi si aprì un mondo nuovo. Straordinario!

 

So che grande attenzione aveste da personaggi del calibro di Zeffirelli, Visconti…

 

Come no! Io ero caruso a quei tempi, sapevo che erano personaggi importanti ma quanto lo fossero…lo capì solo dopo. Negli anni.

Menotti, ad esempio…iddu amava mangiare con mio padre “Mi piace stare a tavola con Te…sei autentico, Tu”. Mio padre era, infatti, spontaneo come tutti i siciliani e questo piaceva moltissimo.

 

Cuticchio è un fiume in piena…prodigo di ricordi di quel Festival e lo fa con un piglio fanciullesco…con gli occhi pieni delle meraviglia di quel mondo che vedeva per la prima volta!

 

Per me fu come leggere un’enciclopedia quando, al massimo, io liggeva Topolino! Bei tempi! Poi, venne… Parigi dove non recitammo in teatro ma direttamente all’Ambasciata italiana dove i giornalisti intervenuti erano direttori di testata, eh? Presenti anche tutti i Ministri che, volendo, si poteva fare una seduta di Governo…c’erano tutti, eh? E, poi, cosa dire delle tante autorità, dell’aristocrazia intervenuta? Anzi, taliassi, Le racconto un aneddoto divertente:

 

Mio padre, facendo saltare una testa…non la indirizzò dove doveva, sotto il palco insomma, ma ai piedi di una Principessa…e tutti sappiamo che fine ficiru i nobili durante la Rivoluzione francese! Grandi risate e grandi titoli sui giornali dell’epoca!

 

Maestro grande successo anche perchè raccontavate le gesta dei Paladini di Francia nella loro Patria o no?

 

Ma no…non gliene fregava niente, mi creda. Il mondo della cavalleria già non aveva più senso. Poi, oggi… Basta andare su un autobus e vedere cosa succede!

 

Valori anacronistici, dice?

 

Guardi, a me non interessa. Neppure dovrei rispondere a ‘sta domanda. E’ la sua mancanza di conoscenza che le fa fare ‘sta dumanna…

 

Se non fosse che ormai il Maestro Cuticchio mi ha conquistato e che mi senta legata indissolubilmente a quello sguardo senza fondo…mi alzerei e toglierei il disturbo ma seguito ad ascoltarlo ammirata e certa che, da quell’incontro, ne uscirò diversa e migliore.

 

Guardi anche in Indonesia, una volta, titolarono “I Pupi di Cuticchio vengono a fare le Crociate…” come se fosse stato quello il momento giusto, tra le bombe, per andare a fare le Crociate! Ca quali…Ho dovuto spiegare, in Conferenza stampa, che quello che portiamo in giro non è uno spettacolo politico ma culturale, storico…E’ arte, come la pittura…la scultura. E’ una lezione vivente della memoria. E’ epica…punto e basta!

 

Maestro, la mia non voleva essere una sottolineatura polemica, mi creda…

 

Ma no…sempre con ‘sta storia dei valori…finiamola. L’Opera dei Pupi è un fatto storico e culturale. Insomma, il nostro non è un teatro politico. E’ un fatto culturale…punto e basta!

 

Il tono di voce…lo sguardo ancora più penetrante, severo, mi dice che è il caso di una ritirata onorevole, pena una fine da Opera dei Pupi…ne sono certa!

 

Chiarito il suo punto di vista, che gli vieta di considera l’Opera dei Pupi portatrice, esclusiva, di valori..il viso del Maestro si rilassa ed anche il tono di voce cambia registro…si fa più morbido e conciliante così che io possa continuare nella mia intervista…

 

E quindi…come arriviamo ai giorni nostri?

 

Ora, dopo i tanti episodi simili che sono successi in Marocco, in Egitto ed in vari teatri di guerra…dove a due passi da noi…scoppiavano bombe…ho deciso di cambiare il mio modo di fare teatro. Ho pensato che fosse ora di farlo! Ma questo più di 10 anni fa, eh? Io non porto in scena più le lotte tra saraceni e cristiani…proprio per evitare strumentalizzazioni…fraintendimenti. Ad esempio ora, quando racconto dell’Orlando…tralascio le parti di battaglie e quant’altro…insomma quelle parti da Orlando “furioso”… e mi concentro su quelle più romantiche…oppure su quelle “meravigliose” tipo l’arrivo di Astolfo sulla luna oppure ancora la lotta contro i giganti prepotenti che rapiscono le fanciulle o i deboli…Ho cambiato registro, insomma.

 

Neppure a me interessano più le chansons des gestes…non ho più manco il pubblico tradizionale! A chi dovrei convincere…educare?

 

Quando lei torna sui valori universali…si vede che non ha seguito i miei spettacoli degli ultimi vent’anni (questa sarà l’ultima stoccata del Maestro…per fortuna!!!!)…io lavoro ad esempio sul femminicidio…parola oggi tanto usata ma quando, 18 anni fa, feci “Carlo Gesualdo, principe di Venosa”…nessuno ne parlava ancora!

 

Quindi, possiamo definire il suo… un teatro di denuncia?

 

Certo…di denuncia. Un teatro a sfondo sociale, politico si ma non nel senso tradizionale…insomma, io non alzo bandiere!

 

Il penultimo spettacolo, ad esempio, è “Aladino di tutti colori”…una favola tratta da “Le mille ed una notte” nata dalla constatazione che, andando nelle scuole, mi trovavo sempre tra bambini dalle facce di vari colori…e volevo che ‘sti bambini, che vivono qui, non tornassero a casa dicendo

 

“Ci ha parlato di Madonne, crocefissi e blabla” e così ho raccontato loro di Aladino che viene dall’Oriente…che proviene dalle loro parti…dove non ci sono lotte per la Fede, ad esempio. Aladino, come sappiamo, è un bambino puro di cuore e si trova a combattere con il mago cattivo sempre pronto ad approfittare della sua ingenuità.

Una favola che inneggia ai diritti del bambino, del fanciullo!

Diritti…di questo parlo oggi, io!

L’ultimo spettacolo, ad esempio, verte sulla figura di Garibaldi…e mi mostra i vari Pupi che rappresentano l’Eroe dei due mondi…Bixio…Vittorio Emanuele…e tutti gli altri che animano lo spettacolo e che sono testimoni muti della nostra chiacchierata…insieme a decine di altre facce, appartenenti a spettacoli differenti.

 

Vede, io racconto la Storia… cosa ca manco più si racconta nelle scuole. Racconto la Storia dell’Unità d’Italia dalla partenza di Quarto: è un’operazione storico-didattica, la mia…completa di luoghi, date…nomi e quant’altro.

E, quindi, per concludere: la mia Opera dei Pupi oggi è questa…è contemporanea, non m’interessa più quella di una volta.

Per mantenere viva la tradizione, c’è mio figlio Giacomo…32 anni…figlio d’arte autentico, cresciuto come me in mezzo ai Pupi.

Lui… vedendo che io mi allontanavo da quel mondo…museale quasi…affascinante quanto vuoi ma sempre museo è…ecco, Lui prova a resistere.

Il mio teatro è ora ad un più ampio respiro…curo molto la scenografia anche perchè, ora, frequento i grandi teatri e non posso proporre piccole scene…non funzionerebbero.

Mio figlio, invece, maestro di pianoforte, compositore ecc. , visto che io sono portato per l’innovazione, ha deciso di portare avanti la tradizione dell’Opera dei Pupi classica…quella che era di suo nonno Giacomo….di cui porta orgogliosamente il nome.

Io gli do consigli, idee…a volte salgo in scena con Lui…ma nient’altro. Fa tutto Lui.

Io, ormai, cammino su ‘sto doppio binario nel fare teatro…io mi occupo ormai di problemi che guardo con gli occhi…in presa diretta.

 

Maestro, da quello che vediamo…l’Opera dei Pupi gode di ottima salute, basti pensare che è stata riconosciuta bene immateriale ed orale dall’Unesco, ma secondo lei qual è il suo futuro? E’ nell’innovazione che porta avanti lei o nella tradizione che difende, a denti stretti, suo figlio Giacomo?

 

E’ nella mia lotta per far sopravvivere la mia passione… i miei sogni…ma è anche nell’apertura dei giovani che, oggi, sono più sensibili e curiosi.

 

Io vedo messi bene i giovani d’oggi, sa? Ho fiducia in loro. Facendo un passo indietro, invece, vedo qualche generazione che ha disatteso il suo compito ed ha creato quel gap che oggi invece le nuove generazioni cercano di recuperare.

Ed io sono qui per aiutarli…nell’ottica dell’innovazione.

L’Opera dei Pupi che, un tempo, è stato considerato un mondo perduto a causa dell’avvento della televisione…del cinema…è oggi, grazie all’innovazione, più viva che mai…per questo io riempio il mio teatro di più gente di quanto ne possa contenere.

Sento che sono sulla strada giusta! La gente che viene qui…viene perchè sa che Cuticchio fa l’Opera dei Pupi che ha imparato dal padre ma sa anche… che è andato oltre. Si, quindi, alla tradizione ma soprattutto…sì all’ innovazione.

In tutta Europa sono riconosciuto come l’innovatore dell’Opera dei Pupi…e mi pare che Lei, in tal senso, sia venuta sufficientemente preparata oggi. Gliene do atto mentre spesso si viene qui, ancora, con domande tipo “Signor Cuticchio, ma suo padre faceva il puparo?”…insomma, oggi siamo riusciti ad articolare. Le do merito della cosa. Ha dimostrato umiltà e curiosità di sapere. Brava!

 

Incasso il complimento, non credendo alle mie orecchie e continuo.

 

Maestro…di Lei, Ferdinando Taviani ha detto, tra le altre cose, “Cuticchio non è un baule di Beni Culturali, è un bene culturale vivente”. Bellissima ma anche impegnativa come definizione…no? Come la vive? Più onore o onere?

 

Ma guardi. Cuticchio non è colui che continua…Cuticchio è colui che ha iniziato. E’ diverso. Guardi, se le facessi leggere i tanti ritagli di giornale di quando avevo 25/26/27 anni, tutti a dire “L’ultimo puparo…l’ultimo puparo!” Ma u vuliti finire? Io sono il primo di una nuova generazione…basta con ‘sta camurria!

Ora,poi, c’è un piccolo vivaio e la tradizione continua…a braccetto con l’innovazione.

 

Maestro, di recente, la Fondazione del Banco di Sicilia…per volontà del suo Presidente Gianni Puglisi, tra l’altro referente UNESCO Italia, ha acquistato la collezione dei Pupi della sua famiglia, dandole un’ottima collocazione tra i suggestivi spazi lignei dell’Ex Monte dei Pegni Santa Rosalia sito a Palazzo Branciforti…un’ ulteriore dimostrazione di interesse per questo particolare ed antico teatro di figura che unisce semplicità della comunicazione con la complessa lavorazione artigianale…

 

Guardi, mia mamma è morta due anni fa, ad aprile. Finchè padre e madre sunu vivi, fanno in modo di mantenere le radici della famiglia ben solide. Poi, di 7 figli che siamo solo due siamo interessati…gli altri 5 fanno altro.

 

Non essendo una famiglia ricca, quello che rimaneva di valore erano i Pupi…io non avevo interesse ad acquistarli dal momento che ho i miei (trecento tradizionali, che vanno dall’800 ai giorni nostri, più 400 che ho creato, dal 73 in poi, per i miei nuovi spettacoli) quindi, se lei dovesse fare un giro a casa mia, troverebbe Pupi appizzati dappertutto… anche sutta u letto ed in cucina, persino!

 

Ride di gusto, il Maestro Cuticchio ed io con lui…la tensione, che mi ha accompagnata per tutta la durata dell’intervista, sparisce del tutto…lasciando spazio ad una sana e calda complicità.

 

Sono talmente tanti che abbiamo pensato di lasciarne qualcuno qui, nel laboratorio, a prendere aria così che i ragazzi, prima di accedere a teatro, possano vederli…sentire la loro storia dalla nostra viva voce. Qui, abbiamo creato una sorta di sala espositiva, sempre in movimento.

 

Tornando alla questione della vendita della collezione storica dei Pupi della famiglia Cuticchio:

Chi diceva…”Dividiamoli”…Chi “Vendiamoli”. Io e mio fratello non eravamo d’accordo…però io, siccome guardo avanti non con i paraocchi…ho pensato”Noi ci semu! Ma quanto putemu campari? E quando io moro…i Pupi che fine faranno?”

Un patrimonio che si sarebbe disperso, non c’è dubbio. Magari… non nel corso di questa generazione, ma alla prossima…alla prossima ancora, certamente.

Da qui, l’idea di venderli in blocco ma non ad un Museo statico…volevo qualcosa di diverso per i miei Pupi, qualcosa di vivo. Come loro!

Mi sarebbe piaciuto, anche in onore alla memoria di mio padre, che adorava quella città…che andassero a dimora a Parigi. Lì c’è un palazzetto dove sono conservati personaggi…capolavori del teatro di figura. Un posto magnifico, una sorta di fortezza. Il neo? Che le collezioni sono appannaggio solo degli studiosi…insomma non sono fruibili al pubblico e ‘sta cosa non mi piacque.

Ci fecero un’ottima offerta ma io prendevo tempo finchè un bel giorno mi trovai a parlare con Puglisi, Presidente Unesco d’Italia… che ebbe l’idea di ridare nuova vita all’Ex Monte di Pietà, come diceva Lei. Uno spazio magnifico, suggestivo ma carente di un tesoro…vuoto, insomma. Si propose di acquistare la collezione e voilà…per un prezzo equo per i tempi ca currunu, abbiamo venduto la collezione di Pupi.

Lì ho sistemati, io stesso, in metà dell’intero spazio espositivo. Il progetto, però, non è ultimato…quello delle luci è “work in progress” perchè attendiamo lo “sta bene” della Soprintendenza. Al momento i miei Pupi sono un po’ al buio ma quando tutto sarà ultimato, quella che li illuminerà sarà la luce della mia infanzia…quella suggestiva dei lumi a petrolio.Voglio che la luce sia quella. Quella mostra è un racconto della mia infanzia, della mia famiglia, della mia vita con i Pupi!

 

E mentre, una smorfia impercettibile del viso, mi dice che il Maestro…così sicuro di sé…abbia toccato un tasto che gli ha fatto vibrare le corde più profonde dell’anima…mi avvio a concludere l’intervista con l’ultima domanda.

 

Maestro, siamo in chiusura…un Pupo è qualcosa di diverso, e più complesso, di una marionetta. Il grande Pirandello ne “Il berretto a sonagli” fa dire al protagonista “Pupi siamo. Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo Lei, pupi tutti!”…

 

Tra tutti i pupi ai quali ha dato vita, a quale si sente più vicino? Quale si avvicina di più al suo… spirito divino?

 

Guardi, la grandezza di mio padre consisteva nel fatto che non parteggiava, sul palco, per nessuno dei suoi Pupi…non era né pubblico accusatore né avvocato difensore.

 

E così, anche io! Sono Gano di Magonza, il traditore… ma anche Orlando, l’onesto o, ancora… il ribelle Rinaldo….a seconda dei casi. Sul palco non parteggio per nessuno. E’ giusto così…ogni personaggio è a sé…ha una sua dignità, un suo perchè!

Poi di nascosto, certo…ho le mie preferenze. Ad esempio, ai Pupi seriosi….che sono la maggior parte…preferisco quelli spiritosi come Astolfo o il saraceno Ferraù ma, ripeto, è una debolezza per loro che non porto sul palcoscenico. E’ giusto che sia così, Giacomo Cuticchio…mio padre docet!

Ed ora mi faccia tornare a travagghiari…

 

A fine intervista, anche Miele…che per tutto il tempo…ha elemosinato carezze ed attenzioni, si acquieta ed io e Salvo, dopo aver salutato grati, rifacciamo a ritroso Via Bara all’Olivella e, come ci succede sempre dopo un’intervista che ci ha fatto crescere culturalmente ed umanamente, non diciamo nulla, coscienti del privilegio vissuto.

 

Il silenzio, in casi come questo, dice più di mille parole.

 

Il silenzio, in questo caso, è d’obbligo…grazie, Maestro Cuticchio e ad majora semper!

 

Silvia Ventimiglia, lì 9 marzo 2016

http://blog.siciliansecrets.it/2016/03/09/a-tu-per-tu-con-mimmo-cuticchio-oprante-puparo-cuntista/

 

 

 

 

 

 

 

 

“Rossa e' Donn' angilu!"

 espressione dialettale dove 'rossa e' una forma contratta per grossa". L'intera frase si puo' rendere in Italiano con la locuzione:  "Senti amico, con chi credi di avere a che fare forse  con un gonzo?,  L' hai sparata troppo grossa  e lo sai!".

 Occhiate da cinque chili come quelle che dici di aver pescato non ne esistono in nessun posto al mondo men che mai nel nostro mare mangiato! Non esistono 'neppure nel mondo di Quark. La foto che mi hai fatto vedere l'hai rubata su internet.

Cosa c' entra tutto  con questo con Donn' Angilu? Don Angelo Rapisarda fu il più famoso puparo di Catania nel secondo dopoguerra. Aveva il suo teatrino in via Plebiscito vicino al Fortino.In quei tempi grami quando i cinema popolari che avevano avuto un momento di fortuna durante il fascismo ai tempi dei filmati sul duce dell' Istituto Luce e del filone dei telefoni bianchi,tipo Amedeo Nazzari. Quando qualche ragazzotto che importunava gli spettatori veniva richiamato a suon di ceffoni dalla milizia volontaria fascista presente nel cinena. Ebbene nel dopoguerra i cinema languiivano per mancanza di pubblico e cio' perche' non c' erano soldi disponibili per lussi come appunto il cinema. Allora, ragazzotti e padri di famiglia la domenica pomeriggio affollavano il teatrino dei pupi di Don Angelo Rapisarda che costava meno del cinema, calia nuciddi e semenza a parte, anche se le donne per ovvi motivi non potevano mettervi piede: alla prima parola di troppo che venisse loro rivolta altro che ceffoni!, sarebbero volati i coltelli. Comunque non accadeva nulla di tutto questo e gli spettatori ridevano a crepapelle. Infatti le parole di troppo poteva dirle solo don Angelo.

Appena il sipario si alzava e si mostravano i pupi dei paladini e dei saracini c'era sempre qualche intoppo e donn' Angelo faceva ai suoi collaboratori: cunnuti ca siti tutti pari vi fazzu lanciari e mi farciti fari sta gran mala cumparsata mi .u lazzu do brazzu  di Orlandu s' incudduriau  cu chiddu do pedi e ora stu cunnutu di Orlandu paladinu mancu si movi n'avanti o arreri.o circatimi n' pezzu di spagu ca l' haiu a  birsari annunca stasira non si mancia  e a genti ni pigghia a Afrisca e pìrita che sono le ben note pernacchie. Appena effettuata alla melio la riparazione del pupo  Don Angilu faceva: " U Paladinu Orlandu tantu era stancu di camminari suttal' armatura  di ferru  e lu suli ca u faceva vugghiri comu un pisci nta na pignata ca s' addumisciu sutta n' arvuru. Annunca comu 'ntisi u sgrusciu de tambura saracini ca attaccavvunu u campu cristianu acchianau a cavaddu, pigghiau la Durlidana e s'allanzau  n'contru alli turchi niuri comu diavuli e Cun sulu colpu tagggiau tricentu testi di mammalucchi. Al che il pubblico ridendo faceva: " Rossa e' Don angilu! Calamu" Troppo grossa e' Don Angilu abbassiamo! E Don Angelo  poi: " Annunca Orlando cu'n sulu colpu tagghiau trenta testi di saracini.

E il pubblico: "Ancora rossa e', cala ancora" e donn' Angilu "Anunca Orlamdu cu' un sulu colpu di Durlindana tagghiau tri testi di saracini. "Ancora Rossa e' Don' Angilu calamu  ancora  e Don Angelo a quel punto u sapìti  chi fazzu scinnu di ca supra cu la Durlindana e Cun colpu sulu vi tagghiu i vostri coppuliddri di.. e stasira ci dugnu a manciari ai iattareddi ca stanno murennu di fami  e così finiva la serata alcuna testa tagliata.
by Giuseppe Vazzana.

 

I SAVIA

Città golosa e raffinata nei gusti, Catania non può certo ignorare una così importante ricorrenza: la Pasticceria Savia incarna i fasti della dolcezza tra cannoli invitanti e cassate variopinte, tra frutta mandorlata e l'esplosione di colori del marzapane caleidoscopico.

Com'è consuetudine cittadina, da ormai un secolo, dal caffè all'aperitivo, dall'arancina al pasticcino, a seconda dell'ora e degli impegni, Savia è la meta preferita da giovani e da eleganti signore, ragazzine e nonni, commendatori azzimati, impiegati e commesse frettolose nel break lavorativo di mezzogiorno.

Arrivano da ogni parte per gustare, vedere e farsi vedere, per lasciarsi tentare da un bocconcino dolce o da un assaggino salato mischiandosi in un insieme veramente festoso.Si può sicuramente dire, senza falsa modestia, che Savia è, ed è sempre stata, la "Vetrina dei Catanesi".

Per i pochi che non lo sapessero, la pasticceria Savia si trova incastonata ad angolo tra la Via Etnea e la via Umberto, di fronte la Villa Bellini; fu fondata nel 1897 dai coniugi Angelo ed Elisabetta Savia in quella zona periferica anticamente denominata Piano Nicosia. Da li mosse i primi passi, accrebbe la sua esperienza, maturò il suo mestiere grazie all'intuito e alla sagacia di Alfio e Carmelina Savia, trovò degna sistemazione nel cuore della città, proprio in quella via Etnea che Federico De Roberto aveva battezzato col nome prestigioso di "Salotto di Catania".

In quell'illustre angolo si perpetua grazie ad Angelo Savia, la tradizione dolciaria che trova il suo punto forte forte nell'acquisto di materie prime di eccelsa qualità, nella magistrale professionalità del suo personale, nella confezione dei prodotti sempre fragranti e, se questo non bastasse, nella proverbiale cortesia con la quale questi ultimi vengono offerti alla gentile clientela.

Forte di questi capisaldi Savia inizia un nuovo capitolo della sua storia: da oggi, grazie ai nipoti Alessandro e Claudio, si presenta al gentile pubblico in una veste completamente rinnovata; ma con una ferma convinzione che l'impegno e la dedizione all'affezionata clientela sarà sempre permeata sull' "Antico" spirito che ha contribuito a fare di Savia "la Pasticceria" per antonomasia (da Savia.it).

 

 

GLI SVIZZERI A CATANIA

Gli svizzeri Alessandro Caviezel e Ulrico Greuter giunsero a Catania nei primi del '900, dove aiutati economicamente dalla ditta Fratelli Caflish, fondarono la Pasticceria Svizzera "A. Caviezel & C." con sede in via Etnea.

Dopo le prime difficoltà, comincio la espansione della produzione svizzero-tedesco-austriaca ad opera di valenti pasticceri provenienti da quelle nazioni. La sede di via Etnea fu restaurata nel 1949 diventando punto di ritrovo della migliore società catanese.

Ceralacca rossa su un foglio bianco, una scritta sfumata a confondere un ricordo d'infanzia... un'immagine, incontrata per caso, a stimolare un riflesso di sapori e di ricordi lontani... vaghe sagome di un passato che solo in parte mi appartiene tornato così a ricomporsi, come per magia...

....l'albero di Natale, sotto, una cesta colma di doni ... una scatola trasparente profanata dalle mani di un bambino dentro cui compare una scritta ancora poco leggibile: "cotognata"Caviezel"...

Mio padre, ancora giovane, zii lontani, borselli in mano, maggiolini e fiat 127 circolano per le strade di una città, di campagna, di paste prese da Caviezel...

La tv in bianco e nero, il volto di Mina, ancora reale, le sue canzoni, ...il campanile del borgo a ripassare le ore, lente e infinite ...e ti accorgi che forse basta poco per colorare di ricordi l'infanzia fugace ed effimera come tutte le cose destinate a cambiare o a sparire... ...così cambiò il volto di una città nobile, a diventare grigia, violenta deserta...

...così cambiarono le abitudini, fatte di fughe da un centro invivibile, ...così cambiarono i gusti ancora accecati da un ricordo stordito dalla nostalgia per un epoca bella e confusa......così sparì Caviezel...un giorno la città si sveglia torna il sole dopo una lunga notte buia.

Timidi ricordi fanno capolino e trovano spazi in angoli nuovi ed antichi che mutano in progressive certezze......"è vero Catania vive" par di sentire dire ai residui passeggeri già adulti all'epoca dei miei ricordi d'infanzia, ...spazzati i resti grigi di anni bui e deserti, l'orgoglio di chi ama la nostra città torna prepotente a farla rivivere......infine una scatola trasparente a custodire il profumo delle cotogne di Sicilia, ...un foglio di carta con la ceralacca rossa, ...il miracolo di un ricordo che si fa presente... ...odori, sapori unici, l'insegna più nobile di una città che opera torna

a brillare nel cuore dei catanesi... ...e sembra dire ...ben tornati a Catania...ben tornato Caviezel...

Marcello Gulisano 31/10/1998 (da caviezel.it)

da Lucacaviezel.com

Ho curato per oltre quarant'anni il settore produttivo della nostra Pasticceria Svizzera, A.Caviezel & C. in Catania che contava nei momenti di maggiore fioritura in laboratorio oltre 70 fra pasticcieri e aiutanti. Tutta l'azienda, composta da tre pasticcerie ed un ristorante, contava oltre 200 collaboratori.

Insegno da oltre 30 anni nel settore della gelateria avendo iniziato l'attività con Corsi professionali per gelatieri al Politecnico del Commercio di Milano dove ho introdotto per la prima volta in Italia per gelatieri artigiani la tecnica della formulazione delle ricette attraverso il bilanciamento degli ingredienti.

Da allora mi dedico alla formazione professionale per inizianti ed all'aggiornamento continuo per gelatieri avanzati.

Ho collaborato alla costituzione della Scuola Europea del Gelato presso il CAPAC in Milano alla quale presto il mio contributo in qualità di esperto. Insegno anche presso CAST ALIMENTI, sede della Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani in Brescia, dove si svolgono in particolare Corsi di specializzazione per pasticcieri e gelatieri avanzati in occasione dei quali vengono rilasciati i Diplomi Master. Dedico il mio tempo disponibile alla conduzione di brevi Corsi di formazione, di aggiornamento e di specializzazione per gelatieri sia in Italia che all'estero.

Collaboro da anni con varie riviste del settore come "Il Gelato Artigianale", "Pasticceria Internazionale" e "Bar Giornale" e ho pubblicato due testi di base su "Scienza e Tecnologia del Gelato Artigianale " e "Scienza e Tecnologia del Semifreddo Artigianale", pubblicati da Chiriotti Editore di Pinerolo.

Mi sono stati assegnati numerosi premi e riconoscimenti tra i quali uno dei primi "CONO D'ORO" dal Comitato Nazionale dei Gelatieri Italiani, una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia dei Maestri Pasticcieri Italiani quale "Riconoscimento per avere comunicato ed insegnato l'arte del gelato artigianale in Italia e nel Mondo" ed una MEDAGLIA D'ORO dalla Accademia della Gelateria Italiana e dalla rivista Gelato Artigianale per "l'opera di didattica e diffusione della cultura del gelato artigianale profusa nella crescita professionale dei colleghi".

Ho collaborato con l'Istituto della Enciclopedia Treccani in Roma per la ricerca e la stesura di documentazione relativa alla storia del gelato.

 

SPINELLA

L' Azienda fu fondata negli anni trenta dal maestro pasticciere Gaetano Spinella, che volle allocarla nel "salotto buono" di Catania in via Etnea, 300 di fronte al giardino Bellini.

La maestria del fondatore, rispettoso dei canoni della migliore tradizione dolciaria siciliana, ne determinò un immediato successo.

Dal 1996 la società "Pasticcerie Siciliane Riunite" ha rilevato l'Azienda, introducendo nella gestione moderni criteri manageriali che si sono integrati ai sapienti insegnamenti del fondatore.

 

CAV. CONDORELLI, E' STATO UN PIACERE

A Belpasso, suo paese natale, il cavaliere del lavoro Francesco Condorelli rappresentava una istituzione, cosi come la sua industria dolciaria, che proprio lo scorso anno ha festeggiato trenta anni di attività e di successi, derivati, in rnassima parte, dai torroncini commercializzati in tutto il mondo.

La notizia della scomparsa di Francesco Condorelli, ha offerto l'occasione per scoprire un personaggio che con i suoi 91 anni di esistenza pienamente vissuta, ha contrassegnato una pagina positiva dell'imprenditorialità siciliana sin da quando, ventunenne, nel 1933, divenne proprietario della pasticceria di Borrello.

Spirito irrequieto e curioso, Condorelli conobbe anche l'esperienza dell'emigrazione. Per un breve periodo della sua vita, su sollecitazione di un conoscente, decise di trasferirsi in Istria e nel 1939 giunse a Pola. L’avventura istriana fu breve, cosi come quella che lo portò, dopo la guerra, a Malta. Tornato definitivamente in Sicilia, nonostante fosse provato dai combattirnenti e dalla prigionia patita, mostrò tutta la sua tempra e si fece protagonista della locale vita imprenditoriale. La sua pasticceria cominciò ad essere frequentata dalle numerose comitive di gitanti che passavano da Belpasso, per salire a fare escursioni sull'Etna. Con le sue granite Francesco Condorelli fece ancora più dolci gli anni della- dolcevita- come rivelano le foto che lo ritraggono, sempre elegantissimo e sorridente, accanto ai personaggi famosi dell'epoca, spesso appartenenti al mondo dello spettacolo. Aneddoti, racconti, episodi e ricordi biografici furono raccolti dal Condorelli in un volume di ricordi, "La mia vita", pubblicato recentemente da Maimone. Nelle pagine autobiografiche, con la memoria prodigiosa che lo contraddistingueva, il cavaliere ci permette di entrare nel suo mondo più intime, in quello dei suoi affetti, ma anche nella vita sociale ed economica della provincia etnea. Significativi, per i dettagli e gli spunti di riflessione, le pagine che egli dedica agli anni del boom economico, quando la vita della zona etnea, pur tra gli alti e bassi dovuti alle difficoltà del la ripesa post bellica, fece di Catania la Milano del Sud.

A questo processo di sviluppo contribuii anche l'attività imprenditoriale di Condorelli. Ma il vero salto di qualità egli lo fece negli anni Settanta, quando inventò un prodotto - il torrone morbido monodose con glassa - che ha conquistato il mercato mondiale per la stia bontà e per merito di una abile campagna pubblicitaria, affidata a personaggi siciliani che hanno avuto successo nel mondo dello spettacolo. 1 messaggi promozionali e innovativi - celebre gli spot con i Re Magi - identificano immediatamente ed efficacemente i "Torroncini CondorelIi". Ma forse non tutti sanno che l'ìdea del morbido monodose maturò in seguito ad una cena in casa di una vedova a Venaria Reale in provincia di Torino. Quella sera il dolce era proprio una stecca di torrone che venne rotto con un grosso coltello in parti disegnali. A Condorelli, che era l'ospite, fu dato il pezzo più grosso e questo non gli sembrò giusto, per non parlare dei problemi di masticazione che, a causa della durezza, creava soprattutto alle persone anziane Gli balenò l'idea di un torrone morbido, dal gusto delicato, incartato in porzioni singole. E da qui anche il salto di qualità perché il marchio Condorelli divenne presto sinonimo di torroncino. Oggi nell'industria dolciaria Condorelli si trasformano ogni giorno settemila chili di mandorle per confezionare 15 mila chili di torrone morbido ricoperto in sette glasse diverse, L'industria dà lavoro a 54 dipendenti fissi, a 66 stagionali e a 96 agenti, che coprono tutto il territorio nazionale. Sono cifre imponenti e - siamo certi - destinate ad accrescersi con la istituzione della Fondazione, nata per ricordare uno dei più importanti imprenditori siciliani nel settore dolciario.

 

 

 

 

 

A mastra

 

Quando non esisteva ancora le scuole materne, le mamme che doveva andare a lavorare fuori di casa o che semplicemente volevano fare le faccende con più tranquillità, portavano i loro figli, che non erano in età scolare, dalla mastra, una donna che per qualche soldo li teneva in casa propria e li accudiva dalle otto di mattina alle quattro del pomeriggio.

La donna aveva anche il compito di insegnare ai bambini più grandicelli i primi elementi della scrittura, come le aste, le vocali e le consonanti, e della lettura.

Una delle tante donne che esercita a Catania la professione di mastra abitava in un quartiere chiamato u locu posto tra le attuali vie Scaldara, Viadotto e Bonfiglio, a ridosso della stazione Acquicella.

Nella zona, una volta, non erano state costruite molte case e gran parte del territorio era allo stato naturale: vi erano soltanto alcuni alberi e dei filari di piante di fichidindia; un enorme fossato, profondo quasi sei metri, era la caratteristica principale del quartiere; in esso ristagnava l'acqua piovana e spesso veniva usato come discarica dei rifiuti dalla gente che abitava nei dintorni.

Poco distante da questo logo sorgeva uno stabilimento dove si raffinava e si confezionava la liquirizia; a volte si potevano vedere, proprio nel bordo del fossato, delle donne che sbucciavano le radici della liquirizia e che le tagliuzzavano in piccoli pezzi, per poi sistemarle sopra dei sacchi e farle asciugare al sole. Nella casa della mastra c'era un'ampia stanza, con il pavimento di cotto di terracotta e con le pareti bianche, dove di solito stavano i bambini; questa stanza dava su un cortile interno dove erano sistemati gli impianti igienici: u cantru (vaso da notte), a pila (vasca in muratura usata per lavare i panni) con la bbàsula (piano scanalato dove veniva strofinati i panni), a ggiarra cc'aceddu (grande giara in argilla alla quale era stato attaccato un rubinetto di rame), nel cortile, al centro stava u pirituri (imboccatura della conduttura sotterranea di solito costituita da un tubo di terracotta) per lo scarico delle acque piovane e di quelle provenienti dalla ggiarra e dalla pila.

Il fanciullo che andava dalla mastra portava l'occorrente per studiare: nella sua cartella (a uzza), aveva la matita (u làpisi) e i quaderni per scrivere; in un cestino di vimini (u panareddu), aveva anche la sua merendina.

La vivacità dei bambini è segno di intelligenza, si dice, ed anche questi bambini che vanno dalla mastra vengono spesso in contrasto tra loro. La mastra deve a questo punto dimostrare la sua abilità di educatrice e con una certa autorità invita i bambini al silenzio perché adesso si deve giocare a …………

 ________________

Questo brano e' tratto da "Giocalant giochiamo con la tiritera" scritto da "Gaetano Calogero", stampato da "Tipolito Anfuso - Catania". Non e' mia intenzione violare i diritti di copyright. Se l'autore del libro volesse cancellare la pubblicazione e' pregato di inviare una e-mail e l'articolo sarà tolto entro 48 ore

 

  

 

Giovane sarta si innamora di un sarto, e porta la moda a Catania. 60 anni fa

Maria Caruso ha studiato da artista e imparato a lavorare da grande artigiana. Dopo aver aperto un suo laboratorio ha fatto conoscere le sue creazioni, pensate per una donna moderna, in tutta Italia. Accanto a nomi come Krizia, Schubert e alle Sorelle Fontana

Un viaggio iniziato nel tempo lontano in cui il concetto di unicità definiva la vera fisionomia della moda. Fra i protagonisti delle pagine di quel meraviglioso passaggio storico, vi è Maria Caruso. Nata nel 1934 a Misterbianco – comune della provincia catanese – Maria trascorse l’infanzia facendosi infatuare dalle materie creative che si studiavano nel collegio che frequentava: “Ero ben predisposta soprattutto al ricamo e al disegno. Scelsi, così, di continuare gli studi in un istituto professionale perché la voglia di apprendere le regole del taglio aveva preso il sopravvento. Per perfezionare la tecnica andai da Tinuzza, una sarta amica di mia madre che mi affidò una serie di abiti tirolesi da rifinire. Osservavo costantemente la realtà con gli occhi attenti e curiosi. Dopo un po’, ho iniziato a lavorare autonomamente. Affascinata dalla moda di Christian Dior, seguita attraverso le pagine della rivista La Donna, ho realizzato i primissimi abiti per mia sorella che, complice il suo fisico da modella, li indossava e li promuoveva fra le amiche entusiaste e desiderose di possederne uno. La gioia che quelle richieste mi procuravano, mi spronava a confezionare abiti a titolo gratuito”.

La moda di Maria Caruso aveva già infranto le rigide regole di settore: “Dopo lo studio minuzioso delle proporzioni anatomiche, svolto per i miei esperimenti di pittura e disegno, ho creato una linea di taglio moderno, diversa dalle fogge e dai canoni tradizionali. Un giorno, infastidita da quel clamore, la sarta del paese, con molti più anni di esperienza rispetto a me, mi propose di organizzare una sfilata di presentazione dei nostri capi. Voleva competere per annientarmi con la sua maestria, affinché nessuno parlasse più bene di me. Così non è stato perché quella presentazione irrobustì ulteriormente i miei consensi. Fu un successo inaspettato, e anche la stampa del tempo diede un consistente risalto all’evento».

Dall’incontro fra Maria Caruso e Francesco Ferrera, nacque un consolidato sodalizio sentimentale e professionale:  ”Lo conoscevo da quando faceva il sarto a Catania. Ci siamo sposati nel 1958 e subito dopo abbiamo aperto la sartoria nel centro storico della città etnea. Lavoravamo tantissimo, avevamo una fedelissima clientela, e tante sono state le soddisfazioni professionali. Il Circolo dei maestri sarti, nel 1961, organizzò un evento per la sperimentazione delle nuove fibre promosso dalla Rhodiatoce. Molti sarti da uomo – marciando col paraocchi e mostrando perplessità a riguardo – rinunciarono senza prendere in considerazione che il mondo stava cambiando. Noi, invece, ci siamo voluti mettere in gioco per sperimentare e toccare con mano la contemporaneità. Quell’esperienza ci ha permesso di partecipate a Il Giro della Moda in Italia – progettato da Mary Giacchino e Beppe Modenese per il lancio dei tessuti acrilici e innovativi – accanto a nomi come Krizia, Schubert e Sorelle Fontana”.

Quando le molte tendenze iniziarono a coesistere e a moltiplicarsi, preannunciando il fenomeno del prêt-à-porter, l’atelier Ferrera di Catania aveva già strizzato l’occhio alle nuove esigenze di stile e di mercato: “Nei primissimi anni degli anni Settanta abbiamo aperto una boutique a Taormina ché era tappa per turisti del bel mondo, soprattutto nella stagione estiva, riservando spazio al confezionato. Molti clienti, prima di andare al Casinò o al Festival del Cinema, passavano da noi a ricercare l’abito dall’eleganza più appropriata. Il Corso Umberto era come una passerella. È stato un bel periodo, e si lavorava tanto”.

Oggi, mantenendo sempre vigile l’attenzione sulla moda che ha sempre amato, Maria guarda con occhio un po’severo all’evoluzione del settore: “È un trionfo di brutte copie, e mi dispiace ammetterlo. Stiamo assistendo al tracollo delle idee, del buon gusto, e alla diffusione della massificazione dell’omologazione. Ho sempre lavorato con spirito diverso, riuscendo a vestire tre generazioni di donne. Anche oggi che produciamo soltanto abiti da cerimonia o eleganti da sera, non rinunciamo all’esclusività, al pezzo unico e ricercato, nonostante la crisi che, mordendo anche a noi il collo, ci ha costretto a limitare il personale. Ho sempre creduto al potere dell’artigianato, del talento e della manodopera. Non si può essere stilisti se non si è prima artigiani. Molti ragazzi della moda contemporanea non conoscono la sartoria, purtroppo. Lo spirito del tempo li spinge a correre, ad affannarsi, e a ignorare l’artigianato che è una risorsa italiana da incentivare e promuovere per riprodurre ricchezza e bellezza. Soltanto così il Paese tornerà a regnare sovrano nel mondo”.

 

 

MANDOLINI E CHITARRE di Vittorio Fagone

Chi conosce la Sicilia, i paesi dell'interno e della zona orientale, sa cosa siano  le "uri 'i cauru", le ore di caldo. Le strade diventano deserte come, e forse più, che di notte. Le donne s'affacciano un momento sugli usci per girare la conserva di pomodoro esposta al sole nei grandi piatti smaltati, con un grande fazzoletto in testa. Dentro le case si fa il grande silenzio della siesta. Anche i ragazzi riposano, o perlomeno lasciano riposare gli altri. lo ricordo quelle insonnie di ragazzo in una stanza candida, con solo una consolle rustica di ciliegio e sopra una lastra di marmo bianchissima, e il gioco delle ombre rovesciate nel muro dallo spiraglio di luce sulla strada. Chiuso dentro quel silenzio bianco, attendendo i passi capovolti delle rare ombre, mi raggiungeva presto consolatrice la voce lieta e tenera di un mandolino. Io la seguivo; una canzone, un motivo dietro l'altro e, se mi assopivo, al risveglio la ritrovavo con gioia. Il barbiere catanese era forse nella strada l'unico che non dormisse. Dentro la bottega chiusa, forse sdraiato nella poltrona dei suoi clienti, s'esercitava col mandolino. Spesso provava delle nuove canzoni: a certi passaggi si fermava; poi ripeteva lentamente. Poi di nuovo suonava la canzone tutta intera, senza esitazione. Non mi capitò mai di vederlo suonare. La voce del mandolino usciva da uno spiraglio stretto forse più che quello da dove penetravano le ombre. C'è un punto nel "Don Giovanni", e tra quelli non trascurabili, in cui si sente netta e briosa la voce del mandolino. E ce n'è un altro, se non mi sbaglio, all'altro estremo nella storia della musica, dove è singolare l'apparizione del mandolino: la settima sinfonia di Mahler. Tra queste due opposte pagine ci sono le rare apparizioni "nobili" dello strumento. La vita del mandolino è diversa. È nella musica popolare; basta poco perchè diventi quasi un'orchestra: una sola chitarra. Una chitarra e un mandolino fanno una serenata, una festa, un piccolo spettacolo. Per questo sono gli emblemi di un Sud lieto e romantico. Ma chitarra e mandolino hanno una storia gloriosa della quale conviene accennare. La chitarra è uno strumento originale antichissimo: c'era una "cithàra" presso gli antichi greci e romani, e una chitarra anche in Egitto; ma erano strumenti diversi e a quattro corde. La chitarra da cui deriva la nostra, arrivò in Sicilia con gli arabi nel secolo XIII; da qui si diffuse in tutta l'Europa. Nel secolo XVIII le sue corde diventarono sei e la sua evoluzione fu, così, completa.

La fabbrica di chitarre e mandolini, la più giovane ma anche la più attiva in Sicilia, è sulla strada tra Catania e Messina, al bivio per Acireale. t nei giganteschi locali del vecchio mulino Samperi. Dal grande portone di ferro si entra nella corte vastissima; non si fa sforzo a rivederlo uno dei punti più attivi dell'industriosa Catania del secolo scorso. I locali dove ora è sistemata la direzione erano allora abitati, secondo la consuetudine ottocentesca dei "patrons", dallo stesso vecchio Samperi con tutta la famiglia. Dell'orgoglioso splendore borghese sono testimonianza gli stucchi e le pitture. Anche i grandi saloni di lavoro sono costruiti con la stessa generosità: hanno alte volte a crociera su robusti pilastri e in quelli al piano terreno la luce dall'esterno vi filtra viva. Ora lì dentro lavorano insieme una cinquantina di artigiani, eredi e continuatori dei famosi chitarrari catanesi. A Catania infatti almeno da un secolo e mezzo si costruiscono strumenti musicali. Gli artigiani stanno dispersi dietro grandi banconi; lavorano in un grande silenzio con una visibile concentrazione, da soli o al massimo in due allo stesso banco. Vicina a ogni tavola c'è una macchina dipinta di verde chiaro, però coperta con uno spesso foglio di cellophane. I due fratelli mi spiegano che le macchine sono pronte a entrare in funzione e che miglioreranno la produzione. Sono troppo gelosi, si capisce subito, della silenziosa sapienza delle loro mani, dell'antica nobiltà di tutti quei piccoli strumenti preziosi che ognuno tiene attaccati sul muro bianco alle spalle. Però sono lieti della disposizione razionale del lavoro: da una parte stanno i diversi legni, da uno ben secco e stagionato viene ricavato il manico sul quale poi verranno segnate le note; da un altro sottile viene ricavata la cassa, quella dalla forma caratteristica a otto coperta dalla tavola armonica, all'interno divisa in tanti solchi per le diverse onde sonore. Ci fermiamo nella grande sala in due punti a osservare gli artigiani più anziani e più abili. Uno curva su un ferro cavo rovente, alimentato da un piccolo focolare, i legni. Lo fa con piccoli colpi delle mani seguendo la tensione del legno, abbandonandolo e riprendendolo con miracolosa sensibilità. L'altro è il più anziano, pittoresco e bravo. Ha una faccia serena e curiosa sempre protesa, anche mentre parla, al lavoro che va compiendo: rifinire una cassa, legare le sin. gole parti degli strumenti e, soprattutto, intarsiarvi un piccolo fregio. Gli strumenti catanesi sono famosi anche per gli splendidi intarsi che portano sempre. Ogni mandolino, ogni chitarra ha un suo contrassegno grafico, quasi un monogramma. La tematica ornamentale è ingenua e poetica: una stella, un triangolo, un circolo, un rombo, la corolla di un fiore, un foglie, due fiori su uno stelo, una farfalla, una farfalla con le ali screziate, un'ape, un'ape sopra un fiore, una cetra, un'aquila, un giglio, una rosa, una margherita, una rondine. La rondine non sta che sulle chitarre, a larghe ali spiegate. Una rondine vuoi dire nostalgia, bellezza, casa: è uno dei segni patetici e antichi della tradizione popolare italiana. Queste forme gli intarsiatori catanesi (a Catania c'è forse il più abile fra tutti oggi in Italia, Franceschini) hanno esposte in un largo campionario che non guardano mai; gli artigiani le riproducono a memoria. Esse vengono riportate nello strato più superficiale del legno, con abilità e destrezza. Gli intarsi, va detto, un tempo erano fatti esclusivamente in madreperla; ora, per la necessità di mantenere accessibile il costo di uno strumento così popolare, anche. in celluloide. Però l'abilità e il gusto di chi sono testimoni non cambia. Un colpo solo, mi dice il direttore della fabbrica, osservando il vecchio artigiano al suo lavoro, un colpo sbagliato potrebbe distruggere uno strumento. Lo dice osservandolo con una punta di orgoglio e di preoccupazione. L'uomo anziano ride mostrando una fila di rughe attorno agli occhi. Forse non avrà mai sbagliato quel colpo. Nel piano più alto del mulino gli strumenti sono verniciati, stagionati, lucidati. Alla fine controllati severamente nella loro qualità musicale. Chi esegue il collaudo degli strumenti, chi li "prova" non e pero un uomo anziano. t un giovane, quasi un ragazzo, con una maglietta a righe e i capelli nerissimi. Controlla gli strumenti a lungo, all'orecchio, uno a uno. Fa questo lavoro contento, nelle pause si sente attorno un grande silenzio. Sembra lavorare senza nessuno sforzo. Mentre lo osservo mi ricordo di tutte le teorie scientifiche che andiamo ricavando dalla fine dei secolo scorso, sopra le età dei nostri sensi. Il nostro udito incomincia a invecchiare a venticinque, a trent'anni. Forse è vero. L'odore di vernice, il colore caldo degli strumenti, la folla delle loro forme accatastate, e però sempre distinte, fanno una strana composizione. Uscendo da qui questi mandolini con quanti oggetti si combineranno, daranno valore e una forma armoniosa, imprevedibile. Quando con i fratelli Leone ci ritroviamo nella stanza della direzione il balcone sul mare ha, nel caldo pomeriggio di autunno, le imposte socchiuse. Dei due fratelli l'abile conversatore mi dice, quasi a conclusione: "I nostri mandolini li portiamo in giro per il mondo. Li accompagno io stesso. Le chitarre le fanno anche i tedeschi e gli spagnoli ma i mandolini li facciamo solo noi. Li esportiamo dovunque, forse più che in qualunque altra parte in America ". Chi cercherà i mandolini catanesi in America? Ne soppeso uno: è elegante ma leggero e non superbo. Penso all'addensarsi di emozioni, di immagini, di segnali, di locuzioni, di voci, di canzoni che uno strumento come questo può riportare. Ecco rivedo il silenzioso barbiere con i capelli bagnati incollati in testa aprire, alle sei, nella mattina limpida e fresca le imposte complicate della bottega e scambiare il suo contegnoso saluto dall'altro lato della strada. Ma non trovo più la voce di quel mandolino che mi restituisca la tenerezza di una infanzia tutta consumata nel sole.

 

I FRANCHESCHINI, UNA FAMIGLIA DI GRANDI INTARSIATORI CATANESI (grazie al prof. Salvo Di Marco Franceschini)

 

Sono il pronipote di Antonino Franceschini, mio bisnonno, fondatore insieme al fratello Alessandro della rinomata frabbrica di strumenti musicali ANTONINO FRANCESCHINI & Co., e di Michele Franceschini, fratello di mia nonna e figlio di Antonino. Da notizie pervenutemi da parte dei miei familiari sapevo dell’importanza di questa azienda, chiusa, forse per motivi politici, durante il ventennio fascista.

 

 

 

Fornivano le finiture in madreperla, tra le altre attività,  alle ditte Scandalli e Soprani, i costruttori di fisarmoniche di Castelfidardo, con i quali intercorrevano rapporti di profonda amicizia oltre a quelli di carattere industriale, per la loro produzione più pregiata. I Franceschini, inoltre, erano fornitori ufficiali di Casa Savoia per quanto riguarda portagioie, cofanetti e altro. Mia nonna Rosa mi raccontava che Il Re Vittorio Emanuele III concesse per una lotteria di beneficenza, negli anni '20, un servizio da toletta costruito e decorato proprio dalla fabbrica di suo padre Antonino.

 Come Le avevo accennato in una precedente email, mio nonno, Salvatore di Marco Mancuso, genero di Antonino Franceschini, rinvenne nel corso della sua lunga prigionia in India, durante la seconda guerra mondiale, una chitarra "Antonino Franceschini e Co." della quale non trovo più la foto, purtroppo, che mio nonno aveva fatto. So anche da fonti familiari che parte del legname per la costruzione delle chitarre e dei mandolini proveniva dal Brasile (me lo diceva mia nonna) e che una delle cause, oltre a quella politica, della chiusura della fabbrica, fu proprio il regime autarchico a cui venne sottoposta l'Italia durante il ventennio, che impediva anche importazioni di legni pregiati.  Purtroppo la memoria storica si è esaurita non essendo più in vita i nonni e i prozii. Ma chissà se i discendenti di altre liuterie catanesi, qualora esistessero e fossero reperibili, potrebbero fornire altri lumi per le importanti attività industriali, non solo artigianali, della Catania della prima metà del sec. scorso.

L'incisore di cui parla Fagone come "migliore incisore d'Italia" è senz'altro Michele Franceschini di Antonino, l'unico ad avere esercitato questa professione con grande maestria. I fabbricanti di pianoforti catanesi Strano mi dicevano che ebbe modo di collaborare con loro, ancora per decenni, dopo la chiusura della fabbrica. Per quanto riguarda le marche dei pianoforti incise appunto in madreperla. Non si sposò, terzo degli otto figli di Antonino, unico maschio della famiglia del mio bisnonno,  e non ebbe discendenti: dei figli di Antonino convolò a nozze la sola Rosa, mia nonna, coniugata con Salvatore Di Marco Mancuso di Palermo.

 

Prof. Salvo di Marco Franceschini

 

 

 

 

 

CARMELO CATANIA

La stella di prima grandezza dei liutai siciliani fu sicuramente Carmelo Catania che fu l'unico, forse, a capire che la figura del liutaio doveva fondersi a quella dell'imprenditore per sopravvivere sul mercato interno e internazionale. Il periodo d'oro di Carmelo Catania fu quello dopo la guerra, fino agli anni 60. Le condizioni economiche e culturali portarono Carmelo Catania a produrre una gamma vastissima di strumenti artigianali prodotti su scala industriale. Le poche pagine del suo catalogo qui riprodotte testimoniano una capacità di filtrare tutte le influenze esterne con una sensibilità tutta Siciliana. Carmelo Catania fu forse il primo liutaio a organizzarsi industrialmente, promuoversi, esportare chitarre, stabilire alleanze e scambi commerciali. In Sicilia si creò un vero e proprio polo produttivo che realizzava strumenti o parti per conto terzi, Anche le prime acustiche di Oliviero Pigini furono costruite in sicilia e costituirono il primo catalogo Eko e GIEMMEI. Carmelo Catania è noto ai più per aver costruito la prima chitarra di Claudio Baglioni e Domenico Modugno e al pari di Eko contribuì alla diffusione della chitarra in Italia producendo modelli entry-level di acustiche per tutti gli anni 60.

 

  

Da Settembre 2005 Tony Braschi è diventato ufficialmente Endorser Saldaneri, per sponsorizzare uno dei modelli delle chitarre di alta liuteria della imponente produzione Saldaneri strumenti musicali. SALVATORE SALDANERI è uno dei maggiori liutai italiani di nuova generazione. Premiato nel 1998 con una borsa di mestiere dal SADA-CASA Artigiani, ad oggi ha esposto i suoi strumenti musicali in alcune delle maggiori Locations italiane ed internazionali come: il parco museo Jalari a Barcellona, le fiere internazionali di Musik Messe a Francoforte e del Mediterraneo a Palermo, il Disma Music Show di Rimini (nel 2000 e nel 2001) ; le iniziative "Spazio-Laboratorio" & "Antichi mestieri" , le mostre a Messina in Piazza Duomo e l’esposizione in occasione di "TELETHON” nel 2000. Le manifestazioni tra cui "Le botteghe del borgo" a Taormina, ed il quinto meeting internazionale 5Th International "Meeting Acoustic Guitar" di Sarzana (La Spezia). Numerosi i consensi ricevuti in questi anni correlati da importanti riconoscimenti conseguti dalla stampa disettore, tra cui le pubblicazioni di articoli come"GUITAR CLUB" a Maggio 2000; interviste e recensioni per riviste come Icocktails di maggio 2003, Guitarcook.com e nel 2005 viene pubblicato un articolo sul "Gazzettino del Tirreno". Per ulteriori informazioni visitare il sito: http://www.saldaneriguitars.it

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2024/166.jpg

 

 

 

Mi è arrivata questa mail:

Alla cortese attenzione dei maestri liutai Catanesi.

Siamo allievi della Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, e siamo stati autorizzati a contattarvi dal nostro Maestro, Vicepreside Giorgio Scolari. E' in nostro possesso un violino fabbricato ad Acireale, di Alfio Anastasi datato 1826,

e vorremmo avere qualche informazione a riguardo di questa fabbrica e del suddetto liutaio. Potreste gentilmente inviarci qualche notizia? In attesa di vostra risposta vi porgiamo cordiali saluti.

Gli allievi Rosalba De Bonis, Masahiro Awabayashi ,Oh Dong-Hyun

 

Chi è a conoscenza di fonti relative a questo liutaio, visto che l'interesse arriva proprio dalla città di Stradivari, è pregato di fornirmi qualsiasi notizia in merito.

Grazie - Mimmo Rapisarda

 

 

 

 

 

La Città di Caltagirone sorge alle sommità di un monte che separa la piana di Gela da quella di Catania. Il territorio è ricco di siti archeologici (S.Mauro, Montagna, S.Ippolito ecc.) che testimoniano insediamenti fin dall' epoca preistorica. In occasione di campagne di scavi sono stati reperiti diversi manufatti, anche in terracotta, risalenti ad epoca preellenistica.

L' utilizzazione dell' argilla, presente in gran quantità attorno a Caltagirone, è occasione di sviluppo artigianale ed economico già nel sec. VII a.C. per divenire, attorno al sec. V a.C., più raffinata e riconoscibile. Di questa epoca è, infatti, il famoso cratere a figure rosse che mostra un artigiano intento a modellare un vaso al tornio, conservato nel Museo della Ceramica di Caltagirone.

Con gli Arabi Caltagirone conosce un periodo fiorente sia in agricoltura che in altri settori e, certamente, nella produzione di manufatti in terracotta che divengono maiolica grazie alla tecnica dell'invetriatura importata dai Saraceni.

La ceramica di Caltagirone, costituita a quel tempo da manufatti di uso giornaliero, si diffonde rapidamente in tutta la Sicilia. In seguito i "cannatari"(fabbricatori di brocche)" , i "ciaramitari (fabbricatori di tegole)", gli "stovigliari (fabbricatori di stoviglie)" ebbero riconoscimento della loro valentia tanto che la ceramica di Caltagirone poteva circolare liberamente nel Regno di Sicilia in esenzione da tasse.

Purtroppo il terremoto del 1693, nefasto per tutta la Sicilia orientale, oltre a far crollare gran parte della Città, mandò in rovina quasi tutti i manufatti antichi in ceramica che si erano conservati fino a quel momemto. Fortunatamente, la diffusione della ceramica di Caltagirone permette di ritrovare oggetti di epoca precedente al terremoto in collezioni sparse nel mondo.

La ricostruzione impegnò grandemente gli amministratori della Città, i Senatori, che diedero commissione alle migliori maestranze. Furono aperte nuove strade a valle del nucleo originario e la città assunse l’aspetto barocco che ancor oggi possiamo ammirare.

Ai primi dell’800 inizia la fiorente attività dei figurinai che inizialmente produssero esclusivamente pastori da presepe. Nel 1848 il figurinaio Giacomo Bongiovanni si impegnò a fornire al Comune di Caltagirone annualmente quattro gruppi di figurine per il corrispettivo di settentadue ducati annui.

Il Bongiovanni ebbe il merito di vestire le sue figurine di argilla. Prima di lui, soltanto le teste , le mani ed i piedi erano di argilla ed il resto del corpo era costituito da stoffa o carta pesta alla maniera dei pupi napoletani. Figurinai che si distinsero nel tempo sono da ricordare i Morretta, i Bonanno, i Bongiovanni Vaccaro, per giungere ai nostri tempi con gli Scuto, i Branciforti, i Romano, i Patrì, i Raimondo, i Biondo ecc.

Nell’800 la ceramica trova diffusa utilizzazione in architettura tanto che si costruiscono capolavori quali la Villa Carolina, poi Vittorio Emanuele, con arredi del Basile realizzati dalla fabbrica Vella di Caltagirone, o il Cimitero nel quale il Progettista Nicastro volle tutti i particolari architettonici in terracotta sicchè costituisce un esempio unico nel suo genere.

L’ultimo grande lavoro pubblico che ha visto impiagata la ceramica è il rivestimento dei frontali dei gradini della famosa scala di Maria SS. del Monte realizzato negli anni ’50 dalla Scuola d’Arte di Caltagirone diretta dal Prof. Antonino Ragona al quale si deve anche l’istituzione del Museo della Ceramica.

Questa scala , in occasione dei festeggiamenti di luglio in onore del Patrono S.Giacomo, viene illuminata da migliaia di lucerne ad olio che disegnano splendidi arazzi. Questa antica tradizione è stata codificata a metà dell’800 dal francescano Padre Benedetto Papale.

Oggi Caltagirone offre ai visitatori un centro storico nel quale convivono edifici medioevali, barocchi, liberty che ha il cuore nella vecchia piazza della Loggia (Municipio) delimitata dal maestoso Palazzo dell’Aquila, dalla Corte Capitaniale, dal Palazzo Gravina con il lungo balcone gaginesco e dalla Galleria Luigi Sturzo nel cui interno è il più grande pannello di ceramica mai realizzato nel quale il Maestro Pino Romano ha rappresentato la battaglia di Judica che vide vincitori i Calatini sui Saraceni. Tale evento diede inizio alla potenza di Caltagirone che fu infeudata della Baronia di Camopietro.

A pochi metri dalla Piazza del Municipio, sul Corso Vittorio Emanuele, è la Mostra Mercato Permanente della Ceramica di Caltagirone che espone ceramiche prodotte da oltre sessanta botteghe della Città su una superficie di circa ottocento metri quadrati. Nello stesso edificio della Mostra si può ammirare il grande presepe animato nel quale i personaggi si muovono all’interno di una Caltagirone in miniatura.

Sembra superfluo consigliare per chi viaggia da queste parti l'acquisto di un bell'oggetto di ceramica.

Ve ne sono di tutti i tipi, per tutti i gusti, per tutte le tasche. La qualità è in genere buona, anche se all'incremento di questi anni dei turisti in visita a Caltagirone si è accompagnata l'apertura di negozi che vendono paccottiglia scadente.

Molto interessanti le ceramiche di Giacomo Alessi, un negozio ai piedi della scalinata, il cui laboratorio conduce una seria attività di studio e di ricerca sulle maioliche antiche, riproponendo con attenzione filologica i colori caldi ed i disegni tradizionali delle ceramiche rinascimentali e barocche del territorio calatino.

Belli da acquistare e facili da trovare dappertutto sono gli stampi per la mostarda: semplici formine in ceramica, decorate con motivi tridimensionali di piante ed animali, che una volta venivano utilizzate per informare questo dolce tipico della tradizione siciliana, a base di mosto di vino cotto e aromatizzato.

Caltagirone è al centro di un territorio agricolo ricco e vario e nei negozietti del centro storico potrete trovare perciò un'ottima varietà di prodotti agricoli, formaggi e altre prelibatezze confezionate artigianalmente: vi consigliamo per esempio di acquistare un vasetto di miele biologico, di eucalipto, di timo, di rosmarino, d'arancio, o di millefiori, raccolto nella campagna di San Pietro e confezionato artigianalmente da Gaetano Cannizzaro e dalla moglie Silvana nel loro laboratorio in centro: una vera esperienza del gusto. (www.guidasicilia.it)

 

 

 

 

Le officine ceramiche a Catania

tra la fine dell'Ottocento e il primo Trentennio del Novecento

 

L'arte della ceramica era molto conosciuta e diffusa nella città di Catania al tempi del Principe di Biscari (metà del XVIII), che la promosse e incoraggiò insieme alla cultura della canna da zucchero.

Alla fine dell'Ottocento appare piuttosto trascurata ad eccezione dei bellissimi costumi siciliani in terracotta. Si può documentare nel 1883 l'esistenza di una Società industriale di cristalli e porcellane operante a Catania in via Lincoln 146 e 148.

Inoltre in tale periodo erano numerose sia a Catania che in provincia molte fabbriche di lavori in argilla.

L'argilla era mista a gesso e calce e veniva utilizzata per la realizzazione di tegole, mattoni,  quadrelli e vasi per usi domestici.

Lo stabilimento sotto la ditta R. Ravesi & C. si distingueva in Sicilia per lavori in quadrelli di cemento idraulico, belli per eleganza e per la varietà del disegno, igienici perché non subivano le variazioni atmosferiche e resistenti, dal momento che si consolidavano come marmo.

Nel 1899 circolavano a Catania le pillole vegetali Ravesi "espulsivi" dei calcoli e della renella; erano preparate dal farmacista-chimico Cav. R. G. Ravesi Cesare, che ebbe diversi premi in varie esposizioni. Il laboratorio farmaceutico era sito in via Garibaldi 3 (ciascun scatolo veniva venduto L. 2,50).

Alla luce di tale testimomanza si spiega a Catania la circolazione di contenitori in ceramica collocabili nel primo ventennio del Novecento (come dai seguenti esemplari della collezione privata Mario Russo) che recavano la seguente dicitura dipinta: "Cachets Ravesi, efficace rimedio per espellere renella e calcoli"; sul fondo la sigla del vasaio "C. Limo aurum, Catania".

Un altro stabilimento ceramico, sito in via Lincoln 77, si firmava con la sigla "Scalia e Coniglione". Tra i committenti che si fornivano presso tale officina ricordiamo il Bar Brasile gestito da A. Imbrosciano.

 

 

per una migliore visione salvare le immagini col tasto destro del mouse 

 

 

La pietra lavica

La lavorazione della pietra lavica, derivante dall’industria estrattiva delle vicine cave, per scopi ornamentali o per materiali da costruzione diede da vivere a molte famiglie. Ancora oggi é praticata da bravi artigiani locali. Molti mestieri erano legati all'estrazione ed alla lavorazione della pietra lavica.

Anticamente i"pirriaturi", estraevano lungo i costoni della montagna, solo strati superficiali di lava perché più porosi e più facilmente lavorabili con arnesi quali la subbia, lo scalpello, la mazzola e martello. Sul materiale estratto interveniva lo spaccapietre che ricavava lastre di pietra, infine lo scalpellino rifiniva il materiale. Uno degli usi prevalenti cui era destinata la pietra lavica era la pavimentazione delle strade urbane e rurali. Un tipo particolare di pietra, la "pietra pomice", leggerissima, veniva adoperata per la copertura a cupola delle chiese. Due cave famose furono u fussuni e la Perriera, quest'ultima forniva pietra pomice.

Oggi l'estrazione avviene con l'ausilio di moderne macchine quali la pala meccanica e le ruspe che permettono di raggiungere strati profondi dove la lava è più compatta, più dura e di colore più chiaro. Anche la lavorazione è facilitata dall'uso di altri strumenti e macchine: trapano, flex, fresa e levigatrice.

Col passare del tempo l’antico mestiere dello scalpellino ha subito un forte declino, lasciando vuoti incolmabili. D’altro canto anche l’edilizia, nei nostri centri si è snaturata, perdendo la connotazione col territorio, in nome o con l’alibi dello "sviluppo turistico". Tuttavia, in quest’ultimo periodo sembra però sia in atto un’inversione di tendenza. Soprattutto nel centro storico si punta alla ristrutturazione nel rispetto dei vincoli imposti da Comune e Sovrintendenza e, complessivamente, si assiste ad una ripresa nell’uso della pietra lavica.

Il basalto è un materiale resistente, espressivo e decorativo, quindi si presta alla lavorazione per la realizzazione di oggetti per arredamento e per pezzi di arredo urbano.

Con la pietra lavica si possono realizzare oggetti ornamentali e sculture ed in campo artistico si è notato un positivo incremento nel suo utilizzo per usi abitativi interni. Sempre più numerose sono le abitazioni nel cui interno le alzate dei gradini, i tavoli o le basi dei camini sono realizzati in questo modo.

L'anima della pietra lavica

di Maurizio Merlini

Cultura e scultura si compenetrano in un rapporto osmotico dalle mirabili suggestioni.

Nelle sorprendenti creazioni di Nino Valenziano Santangelo la generica peculiarità, tutta etnea, della lavorazione basaltica diviene singolare interpretazione di un artista ispirato, capace di apporre il sigillo d’autore a pietre laviche in apparenza amorfe e prive di personalità particolare.

Da vent’anni l’autodidatta maestro, avvocato nella società civile, si sbizzarrisce nell’intuizione figurativa dei blocchi lanciati dal vulcano, limitandosi ad assecondare sembianze già insite nelle rocce e che ai nostri sguardi, profani e distratti, appaiono dotate di configurazioni astratte, anonime e bislacche; dunque, il geniale artista innamorato dell’Etna non è un demiurgo, non plasma con capriccio inventivo la materia informe.

"Le pietre laviche - afferma compiaciuto Nino Santangelo - presentano aspetti pressocchè definiti, come le nuvole, basta solo leggere con attenzione".

Così questo scultore anomalo e originale riconosce nei massi lanciati dalla grande Montagna soggetti statuari già ben delineati da perfezionare, spesso con appena un paio di leggere incisioni di scalpello con cui dà corpo ai molteplici stimoli ondeggianti nel suo vasto retroterra culturale.

Le sale espositive del piccolo museo d’ineguagliabile valore, trascurato dalle autorità catanesi impegnate nella promozione turistica, sono gremite di statue, (alcune addirittura double face) raffiguranti volti celebri attinti da mitologia, religione, tradizioni popolari, storia, fauna, paesaggistica e architettura locale, stati d’animo: in rapida successione coinvolgente è possibile ammirare Gesù, Giufà, Socrate, Ciranò de Bergerac, il cavallo di Troia, Don Chisciotte, Angelo Musco, la vispa Teresa, Omero, Pirandello, il guerriero Vichingo, cani di tutte le razze, buonumore e malumore, Giove, Polifemo e una serio di "u liotru", elefante con obelisco emblema del capoluogo etneo . Tutti i pezzi della vasta collezione sono custoditi a Catania in via Santangelo Fulci 55/a, dove i visitatori sono accolti previa telefonata allo 095 7221642.

Da sottolineare la netta contrarietà dell’eccentrico Santangelo alla mercificazione dell’arte: le sue opere infatti non sono in vendita; l’autore si è voluto privare solamente di una statua bifronte, carica di significati esistenziali, donata a Papa Giovanni Paolo II e conservata nella biblioteca dei Musei Vaticani.

Il Museo di sculture in pietra lavica "Valenziano Santangelo" è stato realizzato ed allestito dallo scultore autodidatta avvocato Nino Valenziano Santangelo , che dal 1978 crea con la pietra lavica opere uniche. Le sculture costituiscono una mostra permanente, che contiene circa 230 capolavori, ricavati da leggeri ed intuitivi interventi su massi lavici.

Dall'intuizione tipica dell'artista, suggerita dalla forma primitiva della pietra, insieme alla creatività, prendono forma le sculture- meraviglia, che fanno rivivere storie, personaggi, miti del mondo greco-romano, cinematografico, letterario ed anche della tradizione siciliana. Colpiscono tra tutte la "maschera teatrale greca", dove volumi traforati in movimento richiamano le quinte nelle scene, e la "Maternità", in cui la pietra lavica si addolcisce nelle curve, dando l'idea della protezione materna. Interessanti sono poi le sculture -sorpresa, realizzate in modo che, attraverso una semplice rotazione orizzontale o verticale, la stessa opera assuma un aspetto profondamente diverso. Tutte le sculture hanno la caratteristica di essere quasi incolumi da interventi, poiché, come dice l'artista: "la stessa pietra fornisce i tratti particolari dell'opera finale". Simbolo di questa tecnica è la testa color ruggine del dio Vulcano, in cui sono stati scolpiti solo tre punti, gli occhi e il naso.

Oltre alle sculture il museo ospita anche una serie di reperti che mettono in risalto il carattere poliedrico della pietra lavica: bombe vulcaniche, cenere vulcanica, lava a corde, lava a lastroni, lapilli, conci antropomorfi dell'eruzione del 2001, basole, uno scampolo di muro a secco fatto di pezzi di sciara, come quelli delle tipiche 'casudde' , i muri di confine ed altri.

All'interno della galleria sono esposte delle foto che ritraggono alcune sculture naturali, trovate dall'avvocato Santangelo a San Giovanni Li Cuti, Acitrezza, e Pozzillo oltre che tra le sciare dell'Etna.

Il museo si trova in Via A. Santangelo Fulci, 55/A-B-C - telefonare per prenotare una visita: Tel 095 7221642

 

Michele Bertino è nato a Paternò il 10-06-1934. Maestro artigiano nella lavorazione della pietra lavica e dei marmi con laboratorio in Via Pò a Paternò. Ha iniziato l'attività ad 11 anni seguendo la scuola del Maestro Barbaro Costa di Paternò e  da allora ha sempre svolto l'attività di lavorazione della pietra lavica con particolare attenzione alla creazione di oggetti e manufatti con pregiati intarsi realizzati rigorosamente a mano.

Negli anni compresi tra il 1950 e il 1954 ha seguito corsi di disegno prospettico con il Prof. Salvatore Palumbo di Paternò per avere una maggiore competenza tecnica nella realizzazione dei disegni nelle opere in pietra che già da anni eseguiva. Ha realizzato centinaia di sculture in pietra lavica e marmi ed alcuni di essi sono posti in aree pubbliche quali le due fontane a zampillo in pietra lavica poste all'ingresso del Giardino Moncada di Paternò ed una fontana posta in via C. Renna in Paternò oltre ad innumerevoli sculture cimiteriali.

http://www.paternesi.com/Michele%20Bertino.htm

 

I COLTELLI DI SAN FRATELLO (da www.coltelliversaci.com)

 

Io e il coltello "Sanfratellano"

Mi chiamo Antonino Versaci, ho 20 anni e sono di San Fratello, un paesino in provincia di Messina. La mia storia ha inizio quando da piccolissimo, nell'officina di mio padre (fabbro), curiosando tra i vari cassetti, trovai un coltello "Sanfratellano" in fase di realizzazione e da quel giorno il mio unico desiderio fu quello di impossessarmene per ultimarlo da me. Ho ancora davanti agli occhi quel bambino accanto al nonno (anch'egli fabbro, ma in pensione), tutto eccitato dal fatto di finire il coltello, anche se non aveva la più pallida idea di come fare e ricordo ancora, come fosse oggi, mio nonno che con tantissima pazienza seguiva e correggeva i disastri del suo nipotino, tutto sporco, ma felicissimo di imparare.
A 17 anni, finalmente, grazie all'aiuto di mio padre, che si sacrifica in qualsiasi momento pur di rendermi felice, ho potuto realizzare il mio sogno imparando in un batter d'occhio a forgiare da me ed a costruire interamente un coltello secondo l'antica tradizione del mio paese…e quindi il coltello "Sanfratellano".
Quello "Sanfratellano" era il coltello posseduto dalla quasi totalità della popolazione dello stesso paese ed utilizzato per qualsiasi tipo di uso, ma per lo più era il coltello adoperato dai pastori, non solo del paese stesso ma un po' di tutta la zona, che a volte erano disposti a percorrere anche moltissimi chilometri pur di avere in tasca uno di questi rinomati coltelli, infatti, con esso il pastore poteva macellare le sue bestie, curarle, nutrirsi, difendersi, offendere e nelle lunghe giornate di solitudine con il proprio gregge, si prestava a strumento per intarsiare dei pezzi di legno che nelle mani abili del pastore assumevano la forma di vere e proprie opere d'arte…
Questo coltello, forgiato e creato dalle mani forti ed esperte di fabbri artisti, ha una forma abbastanza semplice con la lama a "foglia di ulivo" e in alcuni casi, a richiesta per lo più dei pastori, molto più fine e appuntita, proprio per facilitare ancor di più la macellazione degli animali; il manico in genere in corno bovino o in altri metalli come il rame e in qualche caso, in alluminio…
Tutte le parti metalliche che compongono il coltello vengono forgiate a mano dall'artigiano ed in particolare la lama e la molla per lo più con acciai al carbonio, le parti metalliche del manico sono invece forgiate in ferro (caratteristica principale è che le due parti del manico vengono forgiate in un singolo pezzo, una parte verrà lucidata mentre nell'altra sarà montato il corno).
Caratteristica fondamentale del coltello "Sanfratellano", se eseguito secondo l'antica tradizione, è che la sua forma non può esser riprodotta fedelmente neanche dallo stesso artigiano, poiché lo stesso lavora non facendo riferimento ad un disegno ben preciso su carta su cui sagomare le parti del coltello…ma sagoma con esperienza la forma del coltello direttamente sullo stesso una volta assemblate le varie parti forgiate…dando spesso anche qualche tocco personale al coltello…

Purtroppo, nonostante il coltello "Sanfratellano", come già detto, sia stato, e lo è ancora oggi, molto conosciuto e apprezzato, non solo all'interno del paese stesso, questa tradizione è andata un po' perdendosi poiché nessuno è stato capace di portare avanti con passione questa antica tradizione e quindi cercare di pubblicizzarlo per poterne trarre un più ampio apprezzamento dello stesso e di riflesso un maggiore sviluppo economico…al giorno d'oggi infatti, all'interno del paese stesso, sono pochissimi coloro capaci ancora di realizzarlo, ma ancor peggiore è il fatto che non c'è più nessun giovane che intende avvicinarsi a questa antica tradizione con la voglia di imparare…

diciamo pure che io sono l'eccezione che conferma la regola, infatti, anche se per me non è un lavoro (studio Giurisprudenza) cerco sempre di adoperarmi, nelle mie possibilità, per portare avanti il nome e la fama del coltello "Sanfratellano", cercando di rispecchiare e rispettare il più possibile l'antica tradizione tramandata dai fabbri del mio paese…

Unico mio dispiacere è quello di non poter più avere mio nonno al mio fianco, ma ogni qual volta ho tra le mani un coltello, lo sento vicinissimo nel mio cuore, che mi guarda e che mi guida proprio come la prima volta da bambino e nel mio cuore ritorno ad essere il nipotino, tutto sporco, ma felicissimo e voglioso di imparare…e sicuramente è proprio in questo che va ricercata la ragione della mia grandissima passione per i coltelli…

 

 

GLI ALTRI MESTIERI PERDUTI (da www.lentinionline.it)

 

Sono ormai figure rare quella del maniscalco ("u firraru"), del sellaio ("u baddunaru"), così detto perchè costruiva una specie di sella, "u badduni", dalla quale pensolavano due capienti sacche, dell'artigiano ("u quarararu") che costruiva od aggiustava grossi panciuti pentoloni in rame ("i quarari") da porre direttamente sul fuoco.

Resiste ancora qualche tradizionale attività artigianale come quella del calzolaio ("u scarparu") o del sarto ("u custureri"), pochi ma valenti, dedicati prevalentemente alle riparazioni.

ANTICHI MESTIERI LEGATI all’estrazione della pietra lavica e alla sua lavorazione.

PIRRIATURI

Il mestiere del pirriaturi prende il nome dalle cave di pietra (pirrere) presenti nel territorio di Nicolosi, dove si trovano i più grossi e compatti blocchi di basalto. Si trattava di un lavoro molto faticoso che consisteva nella vera e propria estrazione della pietra e in una sua prima lavorazione per l’ottenimento di blocchi anche di grandi dimensioni che venivano utilizzati soprattutto per la costruzione di abitazioni, delle strade e dei muretti. Il lavoratore si serviva di attrezzi piuttosto rudimentali quali la mazza (un grosso martello), u lagnettu (attrezzo affilato con il quale si intaccava la pietra per indebolirla), u cugnu e u cugnittu (cunei che si introducevano nelle spaccature della pietra e che servivano ad allargare la fenditura per arrivare alla vera e propria rottura del blocco compatto). Anche se attualmente la fatica degli uomini impiegati nell’estrazione dei massi rimane, importante è l’impiego di macchinari più moderni.

GHIAROTU

Gli intonaci delle abitazioni di Nicolosi, come si può vedere ancora nelle vecchie costruzioni, erano tutti della stessa tonalità di colore: terra bruciata digradante al rosa intenso. Questo perché veniva usata allo scopo "a ghiara", che altro non è che finissima lava, simile nella consistenza alla farina o alla sabbia che si trova nelle viscere della terra sotto le colate.

Per estrarre questa "sabbia" i ghiaroti scavavano dei cunicoli di grandezza tale da permettere l’accesso all’uomo, ma anche ad una particolare specie di muli di piccola statura, i quali venivano abituati a percorrere soltanto lo stretto cunicolo. Essi riportavano in superficie sacchi o bisacce contenenti la "polvere colorata" che, mischiata a calce e a pietrisco lavico, proteggeva le facciate delle abitazioni.

Oggi questa attività estrattiva è stata completamente abbandonata, soppiantata dai moderni prodotti che, pur cercando di "imitare" il colore della tradizione, non vi riescono né per la durata né per la consistenza.

SCAPPIDDINU

Lavorava nella cava di pietra utilizzando lo scalpello, quindi i manufatti da lui realizzati erano più raffinati e precisi di quelli del pirriaturi che si limitava a sgrossare i blocchi.

L’opera degli scalpellini era vistosamente presente nelle abitazioni, tutte anticamente fornite di un "porticato", con l’arco in pietra lavica, che si differenziava per la chiave di volta e per le lavorazioni laterali. Le parti che costituiscono questi archi non sono tra loro cementate e tutto l’insieme si regge avendo come perno la chiave di volta.

Grande maestria dunque degli scalpellini che, oltre ad abbellire con fiori, rami o lettere la struttura, dovevano essere in grado di determinare la precisa allocazione e grandezza della chiave in relazione all’altezza dell’arco.

PRICCIALARU

Operaio che con una grande mazza spaccava le pietre che servivano da base per le strade. U pricciali si divideva in due categorie: "rossu"(grosso) e "nicu"(piccolo).

GHIACATARU

Operaio specializzato per la costruzione della ghiacata cioè la massicciata delle strade, cortili, piazze.

BOTTAIO

Il bottaio "u vuttaru ", era uno di quei mestieri che venivano considerati privilegiati e di difficile esecuzione. Il procedimento di lavorazione era fatto necessariamente a mano e consisteva nel sistemare delle listelle di legno, di preferenza castagno, o rovere (per le botti che dovevano contenere vini o liquori pregiati ). Queste listelle di legno, doghe, potevano avere dimensione diversa in funzione delle dimensioni della botte che si doveva costruire, il lavoro cominciava col sistemare ogni doga, perfettamente piallata, in una forma circolare al cui interno c'era un fornello per alimentare una fiamma, la doga era normalmente più larga nella parte centrale e più stretta alle estremità, il numero delle doghe variava in funzione della capienza della costruenda botte, il fornello centrale serviva per fare quel vapore necessario a rendere il legno più duttile ed elastico alla lavorazione e facilitare la necessaria curvatura delle doghe, inoltre era essenziale per liberare il tannino dal legno, sostanza che passa facilmente nel vino e lo rende tossico. Per completare il lavoro occorrevano inoltre sei cerchi di ferro di diversa dimensione e due coperchi "timpagni ", che avevano il diametro della dimensione del foro finale della botte. L'arte magica del bottaio era ed è, per quei pochi artigiani rimasti; quella di far aderire le doghe l'una all'altra, tenerle con i cerchi metallici che venivano poste naturalmente all'esterno aiutandosi con uno speciale attrezzo a forma di scalpello smussato con un lungo manico che si colpiva con un martello e tutto questo veniva fatto senza l'uso di collanti, ottenendo dei contenitori che non facevano perdere il liquido contenuto. Purtroppo la moderna tecnologia ed il ricorso massiccio a contenitori di acciaio e di vetroresina stanno facendo scomparire la magia di un mestiere affascinante.

CALZOLAIO

Il mestiere del calzolaio "scarparu" nel catanese o "solacchianeddu" nel palermitano, è un mestiere antico e per molti versi in antitesi con i dettami della vita moderna, infatti esso consisteva e consiste per chi lo esercita, nel costruire scarpe su misura (che si rivelano "indistruttibili"), ma in ciò che egli si dimostrava prezioso per le esigue finanze delle famiglie contadine era nal lavoro di aggiustare le scarpe, risuolatura, mettere i sopratacchi e ricucire le parti che via via andavano sdrucendo. La materia prima utilizzata dal ciabattino e in relazione al tipo di lavoro e all'uso che si farà delle scarpe. Se deve fare delle scarpe che serviranno per una occasione, la pelle sarà delle più pregiate e le rifiniture molto più curate, le scarpe da lavoro saranno costruite con un principio che si ispira alla robustezza ed alla solidità. Infine se deve fare un lavoro di trattamento della scarpa (risuolatura ecc...) il materiale che una volta si usava era il cuoio duro, mentre oggi si è più portati ad usare materiale di gomma. Gli attrezzi, che sono gli strumenti indispensabili al suo lavoro, che in parte non si sono modificati sono, delle forme in ferro di varia dimensione che servono per inserirci le scarpe un caratteristico ed affilatissimo coltello "u trincetu", il martello anch'esso dalla forma caratteristica, tenaglia, lesina, spago, aghi, cera, pece, vetro per levigare le suole, e tutta una serie di piccoli chiodi "a siminziedda" , il tutto sparso su un basso tavolo da lavoro "u bancareddu". A completare un lavoro artigianale ben fatto; la solerzia, la pazienza e la passione dell'artigiano.

CANNIZZARU

La canna comune(Arundo donax), che cresce spontaneamente lungo i corsi d'acqua e in genere in terreni sabbiosi e paludosi, era molto usata nell'ambiente contadino per la sua molteplicità di usi. Serviva per costruire ripari, fungeva da palo di sostegno delle viti degli alberelli ancora deboli, la si usava per delimitare i confini di una proprietà, e per costruire silos contenitori di frumento. Il Cannizzaru era la figura addetta alla costruzione dei silos per i cereali. Cominciava il suo lavoro già nei mesi di Gennaio e Febbraio, quando raccoglieva ed avvolgeva in fasci canne grosse e lunghe dai quattro ai cinque metri. Le lasciava essiccare al sole ed al vento fino al mese di Giugno e solo allora passava alla costruzione dei silos. Il Cannizzaru disponeva le canne spaccate su un piano perfettamente livellato e procedeva ad una vera e propria tessitura. Nella fase di definizione, quando la superficie tessuta veniva avvolta a cilindro e sollevata verticalmente, l'artigiano ricorreva alla collaborazione di un volontario che, dentro il silos, recuperava e gli restituiva ogni volta il grosso ago col quale si procedeva a cucire il complesso.

CARDATORI, FILATORI, TINTORI E TESSITORI

Nella zona della ricerca il paese che produceva fibbre tessili era Carini, infatti in questo paese si produceva molto lino (Linum usitatissimum), agave (Agave sisalana), ampelodesmo "'ddisa" (Stipa tenacissima), cotone (Gossypium hirsutum), canapa (Cannabis sativa) e molta lana (prodotta anche in altri paesi della ricerca), da ciò lo sviluppo di una discreta attività artigianale inerente alla trasformazione delle fibre. Così per esempio, giunto il lino a maturazione, si falciava e si si consegnava ai marinai, i quali lo seppellivano a mare per un certo periodo, giunto a maturazione, si procedeva alla cardatura che consisteva nel battere il lino fino a renderlo filamentoso; dopo di che si consegnava ai filatori, che lo rendevano appunto in fili e si consegnava ai tintori. Cotone, agave, lana, ampelodesmo, subivano lo stesso procedimento, tranne che per il bagno in acqua di mare. Purtroppo questi mestieri sono scomparsi nella zona. L'ultima fase della artigianale era rappresentata dalla tessitura delle fibre, che si svolgeva in appositi telai. I prodotti più fini di questo processo, cotone e lino, erano riservati per la dote delle signorine delle famiglie più facoltose.

CARRETTIERE

Il carrettiere era un trasportatore di merci varie, che andavano dai prodotti stagionali della campagna al materiale da costruzione, al carbone, al concime. Generalmente lavorava per conto terzi, proprietari terrieri, commercianti e costruttori; raramente lavorava in proprio e cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra produttori, acquirenti, carrettieri erano spesso curati da un sensale. I carrettieri in linea di massima godevano di un mezzo di loro proprietà: un carretto e un cavallo. La forma di pagamento era quella a viaggio, la retribuzione era pattuita in base al percorso da compiere e al tipo di trasporto; chi lavorava per conto terzi poteva essere retribuito anche "a terzo", cioè percepiva un terzo del guadagno derivante dal servizio di trasporto. La vita dei carrettieri era " 'nca si caminava stratuna stratuna "( che si era sempre in giro per le strade), lungo i percorsi si fermavano " nno funnacu " fondaco, luogo di sosta dove i carrettieri albergavano assieme agli animali e per mangiare" un piattu ri pasta agghiu e ogghiu " (pasta con aglio ed olio) chiamata a tutt'oggi alla carrettiera, o " all'asciuttu, pani cu cumpanaggiu " (pane con formaggio e olive). Nei fondaci i carrettieri si scambiavano le loro esperienze di vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma soprattutto cantavano a gara , sfidandosi a chi sapesse il canto più bello. Ragione di incontro erano poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e carretto riccamente bardati. " Cacciari a misteri " , cioè guidare il cavallo a regola d'arte è ciò che distingue un carrettiere vero da chi " caccia a fumirari ", come un portatore di letame. L'appartenenza alla loro categoria era avvertita con orgoglio; essi, con il fatto che andavano in giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, insomma si consideravano profondi conoscitori della vita. Del mondo così riccamente articolato dei carrettieri, che cosa è rimasto? Purtroppo questo passato si presenta in maniera frammentaria nella memoria di qualche anziano, un passato, però, cui si è rimasti affettivamente legati, che non viene cancellato dalla propria storia. I carrettieri hanno sostituito il mezzo di trasporto, divenendo per la maggior parte camionisti o venditori ambulanti, chi tra essi ha conservato il carretto, assegna a questo antico mezzo di trasporto un valore immenso, come se si trattasse di un gioiello di famiglia. Il carretto oggi ha un valore essenzialmente affettivo, esso è simbolo della vita del carrettiere, una vita che ha profonde radici nella storia delle generazioni, una storia sempre presente e viva nella memoria. I canti dei carrettieri vivono ancora oggi numerosi e rappresentano una delle espressioni più importanti della nostra musica etnica. In sostanza quei canti, le specifiche modalità della loro fruizione all'interno dell'ambito sociale in cui sono vissuti confermano un concetto d'arte, di arte popolare, come tecnica, come qualità privilegiata.

CUFINARU E FASCIDDARU

La materia prima utilizzata da questa figura professionale era il giunco, variamente intrecciato e lavorato in relazione anche al genere di pianta utilizzata. Si trattava di attività periodica che assorbiva pochi mesi dell'anno. I tipi di giunco cui si faceva solitamente ricorso erano due: il primo (detto iunco munti),esile e lungo, era invece utilizzato nella fabbricazione di fiscelle per formaggi e ricotta. Le tecniche di lavorazione erano naturalmente diverse e richiedevano differenti competenze ed abilità. Nel primo caso, in particolare, il giunco veniva "cardato", schiacciato cioè per essere successivamente sottoponibile alla torsione secondo un procedimento assimibile a quello adottato nella tessitura della prima nana.

CURDARU

Il luogo di lavoro del curdaru era la strada. Per questo speciale artigiano qualsiasi spazio andava infatti bene, purchè abbastanza esteso da consentire la stesura dei filati: le lunghe vie strette ed ombrose, le piazzole retrostanti le chiese purchè poco frequentate. Nel condurre le operazioni di filatura il curdaru metteva in mostra la sua maestria, frutto di anni di apprendistato, ed una speciale abilità nel coordinare i movimenti delle mani e dei piedi. L'attività nel suo complesso richiedeva però la collaborazione esperta e fattiva, di più persone ognuna delle quali impegnata in fasi che, più che succedersi, si accavallavano. Il lavoro alla ruota manovrata a mano per imprimere movimento alle pulegge, il bagno in vasche di pietra in cui venivano immerse le matasse delle filacce, la lavorazione e la torsura delle corde stese ad una certa altezza da terra, il successivo stenderle per asciugarle: erano tutte operazioni regolate e successive che potevano essere portate a termine con la fattiva collaborazione del gruppo di lavoro.

MIETITORI E SPIGOLATORI

Le due attività, di mietitura e spigolatura, erano due lavori stagionali concatenati, legati alla coltivazione del grano. La zona di riferimento della ricerca non era e non è una zona cerealicola, quando a fine giugno si cominciava a mietere il grano, dove questo era più coltivato , era frequente assistere alla migrazione di numerosi contadini "viddana" verso le zone cerealicole, attirati da un congruo guadagno, che faceva dimenticare l'immane fatica del lavoro e la lontananza, anche se temporanea, dai propri affetti più cari, al lavoro della mietitura seguiva il lavoro più umile, ma non meno faticoso della spigolatura, che consisteva nella raccolta delle spighe che rimanevano sul terreno fuori dai covoni di grano, a queste due fasi seguiva la trebbiatura delle spighe per dividere la granella dalla paglia (spagliari). Nella zona di riferimento della ricerca la mietitura era riservata soprattutto a quelle essenze foraggiere che costituivano il rifornimento essenziale per i prosperosi allevamenti della zona.

PESCATORI

Reti, nasse, molta audacia e conoscenza delle abitudini dei pesci erano e sono gli arnesi dei pescatori della zona. Le reti e le nasse più che opere di artigiani specifici erano il frutto del sacrificio del pescatore o dei membri della sua famiglia, anche se l'intreccio delle nasse o la tessitura delle reti richiede una particolare maestria, che potrebbe far pensare a degli artigiani specifici. Per le reti un tempo si usava la canapa o il cotone, questo tipo di materiale aveva bisogno di molta manutenzione , infatti succedeva che qualche pesce restava tra le maglie della rete ed imputridendo determinava la lacerazione della stessa ed il pescatore era costretto a rammendare utilizzando uno speciale ago "vugghiola " nella quale era avvolto il filo di cotone o di canapa, ora invece si utilizza filo di nylon, che è molto più resistente e meno attaccabile delle fibre naturali. Esistono diversi tipi di reti, che assumono diversa denominazione in funzione del tipo di pesca svolta: reti di posta con deriva (alalungara); reti di circuizione ("u cianciolu "),che un tempo aveva la lunghezza di 250 m ed adesso se ne tessono di 1000 m ; reti di posta senza deriva tremaglie o " rrizzuolu "; reti da traino " a stràscinu " come la paranza. Per la costruzione delle nasse la materia prima è costituita dal giunco (detto iuncu munti), importato solitamente dalla provincia di Catania. E' necessario tenerlo in acqua per 24 ore prima di cominciare ad intrecciarlo in modo da formare le piccole maglie romboidali tipiche delle nasse, che verranno utilizzate nella così detta pesca minore. Nella fabbricazione delle nasse il pescatore comincia l'intreccio della campana esterna, il cui anello terminale è costituito da una verga di oleastro,si procede quindi alla tessitura della parte interna, a forma di imbuto: i fili terminali di questa parte costituiranno la maglia a trappola che impedisce ai pesci di uscire, una volta penetrati all'interno della nassa. Fatti combaciare perfettamente la campana e l'imbuto, il nassaru procede alla tessitura finale del coperchio. Le nasse nella zona erano utilizzate soprattutto per la pesca degli "asineddi ", tipo di maenide (maena smaris). Per pescare questa specie bisognava conoscere il ciclo della specie , infatti il periodo più propizio era fra marzo e giugno, periodo in cui essa è nella stagione dell'amore " u varu ", l'abilità del pescatore consisteva nell'individuare il branco fra i fondali di "rinazzuolu ", che è formato più da terriccio che da sabbia.

RICAMATRICI

Accanto al mestiere della sarta, era praticata anche l'arte del ricamo. Spesso esso era eseguito per l'allestimento della dote delle ragazze della famiglia, ma non era raro trovare chi ricamava per le ricche signore del paese e del vicino capoluogo, contribuendo così alle scarse finanze familiari. Il lavoro del ricamo si svolgeva, a secondo della estensione del capo da ricamare, o in un lungo telaio "tilaru ", in cui si lavorava a quattro mani, o in un maneggevole telaio formato da due cerchi concentrici, di diametro di 30 cm circa, in cui si incastra il tessuto da spessore variabile ma mai più . I punti che maggiormente si eseguivano nella zona erano:(i così detti punti sfilati) il 400, il 500 il 700 ; il punto ad intaglio ; il punto rodi ; il punto croce ; il pittoresco ; il punto norvegese. Da menzionare assieme a questi punti impegnativi ci sono pure ; il lavoro ai ferri, con i quali si facevano calze e maglioni per tutta la famiglia, ed il lavoro ad uncinetto, che è un piccolo ferro della lunghezza di 25 cm circa e di spessore variabile ma mai più spesso di 3 mm, con il quale si riusciva a fare anche delle bellissime copriletto matrimoniali.

SAPONARO

Intorno al 1900 uno dei mestieri tipici di Capaci era quello del saponaro. Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell'utilizzare la morchia "muria" (residuo dell'olio d'oliva), che il saponaro comprava al frantoio locale o in quelli dei paesi limitrofi, oppure la reperiva da persone che la compravano a loro volta in giro per i paesi "i murialori ". La Muria veniva raccolta e conservata negli otri " utra " (recipiente di pelle di capra) e poi lavorata con l' aggiunta di cenere (ottima quella di scorza di mandorle verdi ), che contiene potassio, questo ultimo serviva per fare avvenire l'idrolisi alcalina degli acidi grassi . Il tutto poi veniva versato in un tipico recipiente "quarara " dalla capienza variabile, ma mai inferiore a 500 l, e fatto bollire nell'apposita " Fornacella" col buco nel centro. Questo recipiente era collegato con dei tubi a delle vasche. Dopo cinque ore di cottura, il sapone, che via via si formava finiva nelle vasche di raffreddamento dove veniva rimosso spesso con l'aiuto di una cazzuola da muratori, quindi veniva conservato in delle latte o barili e pronto per la vendita. Quando il sapone riusciva troppo molle veniva chiamato "trema-trema". Se si voleva che il sapone assumesse una colorazione verde, nella prima fase di cottura si aggiungevano dei rami di fico d'india "pale ". Il sapone che si otteneva nella zona, appunto per l'utilizzo del potassio e non del sodio, era quello molle, che si usava per lavare la biancheria.

SIGGIARU

Quella del siggiaru era un'attività lavorativa semiprofessionale, in quanto integrata periodicamente con attività consimili.Oltre che costruttore di sedie, quest'ultimo, svolto per le strade dei paesi e dei quartieri urbani. Il lavoro di costruzione di una sedia era costituito da due fasi distinte. La prima consisteva nella sacomatura, nell'intaglio e nell'incollaggio delle aste di legno lavorate variamente (ncavigghiari i seggi era il modo di intendere complessivamente questo complesso di operazioni). La seconda fase, spesso riservata alla collaborazione dei membri della famiglia, moglie e figlie in primo luogo, consisteva invece nell'intreccio e nella definizione del fondo della sedia (ntranari i seggi era l'espressione usata per indicare questo secondo complesso di operazione). L'abilità dell'artigiano si manifestava nella sicurezza con cui incideva e rifiniva i singoli elementi, al fine di poterli successivamente assemblare senza alcuni intervento correttivo. Nella tessitura del fondo della sedia si manifestava invece, accanto all'abilità, il gusto delle decorazioni e delle varianti ad un modello sostanzialmente unitario.

STAGNINO

Un altro dei mestieri che resiste ma che un tempo era molto praticato è quello dello stagnino "stagnaru". L'artigiano aveva due luoghi di esecuzione della sua professione; nel laboratorio e nelle strade. Il lavoro consisteva nel fare le saldature a stagno per "aggiustare" vari tipi di recipienti metallici; pentole, pentoloni "quarare, contenitori di lamiera per l'acqua da usare nelle abitazioni "quartare, ma soprattutto nel passare o ripassare uno strato di zinco all'interno delle pentole di rame. Quest'ultima operazione era necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame, perchè esso rilascia una sostanza tossica a contatto con gli alimenti, lo strato di zinco creava un sicuro isolante. Gli arnesi che erano usati dallo stagnino erano: delle grosse forbici per tagliare le lamiere da utilizzare per rattoppare, un ferro per fondere lo stagno ed applicarlo nei posti dove era necessario, la forma di questo arnese era più o meno quella di un martello di ferro con la parte finale del manico composta di materiale termoisolante in considerazione del fatto che la parte metallica veniva immersa nella brace incandescente, delle barrette; di una lega di stagno e piombo (per le saldature dolci) di una lega di zinco rame e piombo (per le saldature forti), dei martelli di varia dimensione per sagomare i rattoppi di lamiera. Il metodo di saldatura sfruttava la diversa fusione dei metalli, il ferro aveva la stessa funzione dei moderni saldatori per i circuiti elettrici, ma a differenza di questo era riscaldato col fuoco quindi strumento indispensabile per gli stagnini era un fornello per il fuoco, che spesso era una normale latta di quelle usate per le riserve alimentari, la latta era riempita di carbone, al quale si dava fuoco fino a ridurlo in brace.

ZIMMILARU

La materia prima impiegata in questa attività era costituita dalla palma nana (Chamaerops humilis) "giummara" di cui venivano utilizzate sia le foglie lanciformi che la parte centrale, tenera e filamentosa (curina). La pianta veniva divelta nel periodo primaverile e lasciata ad essiccare al sole, per poi lavorarne le foglie nel periodo estivo. Si fabbricavano scope e scopini di vario tipo e destinati ad usi diversi. Dalla parte centrale della pianta si ricavavano invece cordicelle ed intrecci vari utilizzati successivamente nella tessitura di contenitori. Lo zimmini (da cui la denominazione dell'operatore) costituiva il contenitore di derrate agricole cui si faceva più ricorso. Lo zimmilaru svolgeva la treccia ripiegandola ogni volta verso il basso, in modo che le punte delle lacinie laterali si accavallassero su quelle interne, alternativamente, assumendo la conformazione di una spina di pesce.

 

 

 

 

 

Da «uòrrica/morti» a «pisciaru» - i soprannomi in mestieri e lavori

In un saggio curato da Giovanni Ruffino una Sicilia che non c'è più e un ricco vocabolario per conoscere meglio il nostro dialetto

Sabato 10 Luglio 2010 Cultura&SocietàCT, pagina 25 e-mail print Salvatore Claudio Sgroi

«Mestieri e lavoro nei soprannomi siciliani» di Giovanni Ruffino, sottotitolo «Un saggio di geoantroponomastica», con la collaborazione di E. D'Avenia, A. Di Giovanni e G. Rizzo, e con un dvd su «zzimmilaru/cuffaru» (chi fa bisacce e ceste) di G. Rizzo, pp. 388 (in quarto, carta patinata), edito dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani di Palermo, è un grande libro che contiene più libri. E quindi un libro complesso di non comune ricchezza, e anche di notevole visibilità iconico-figurativa.

E' un libro con più oggetti di analisi: nomi comuni di persona indicanti mestiere e soprannomi siciliani (in primo piano nel titolo), spesso scomparsi. Messi a fuoco da più punti di vista. Un libro che ricostruisce un'immagine della Sicilia che non c'è più, o votata al passato. Un libro sì di/per specialisti ma pienamente godibile anche per gli appassionati del dialetto siciliano e dei dialetti italiani. Un testo da studiare a fondo per la conoscenza della realtà dialettale italiana, ma anche disponibile per la puntuale consultazione di questo o quel soprannome/nome di mestiere. Ordinati in un vocabolario di circa 300 parole nella sezione centrale del testo (oltre 100 pp.), fittissime di dati geo e socio-linguistici, iconografici, antroponomastici, storico-etimologici, puntualmente documentati con una bibliografia di oltre 250 titoli. Il rilevamento dei nomi comuni di persona indicanti mestieri, spesso presenti ne "i ngiurii" (a Catania "i pèccura") muove sia da tale bibliografia sia da inchieste sul campo in circa 200 località delle nove provincie siciliane (con la collaborazione anche di bravissimi laureandi in dialettologia).

La funzione principale del soprannome è la "identificazione" referenziale di un individuo all'interno di una comunità essenzialmente rurale, e si affianca come apposizione a quella ufficiale del nome e del cognome, quando non lo sostituisce. La "motivazione" del soprannome, per essere correttamente colta, se non ignota agli stessi protagonisti (come per es. «varbariscaru» e «calamiddaru» «cardatore»), richiede l'indagine nell'ambiente sociale in cui la voce è vitale, come in particolare ha ben sottolineato a suo tempo A. Marrale (1990). Ed è qui testimioniata dai frammenti di interviste-etnotesti, spesso presenti nei 300 soprannomi. Un es., straordinario, è «Tènziu»: il banditore che «ogni ccantunera iva vanniannu "tenziò", ca vuol diri "attenzioni"». E «a fforti di diri "tenziù!" ogni ccosa ca si pirdìa, dici, 'va nni "Tenziù", e cci scieru "Tènziu"».

Ai fini della motivazione del soprannome, l'etnotesto è ben più attendibile del significato puramente linguistico-lessicografico. Così "lann/aru" è sì «stagnaio ambulante» e «venditore di stoffe e di biancheria ricamata», ma etnograficamente del tutto "impertinenti", in quanto a Mazzarino «cci dicìvanu "Lannara" pròpriu picchì tutti li lanni vicchi li iva rricampannu idda». O è essenziale la duplice motivazione di "siggi/ara" fornita dai protagonisti. A Bagheria: «A zza Vicenza a Siggiara» perché riscuoteva i soldi per le sedie in chiesa. Invece a Ravanusa: «Vanniava: 'cu è ca av'âggiustari seggi?'… e cci rristà "Siggiara"». O ancora a Mazzarino «piscam/aru» «pirchì vinnia a piscami», trasferito anche al fratello (non pescivendolo) e a tutta la famiglia. E a Campofranco: «Pisci/aru» perché andava «âccattari pisci, sempri pisci, pisci, pisci, pisci e rristà Totò Pisciaru». Diversamente, al dialettologo rimane solo la definizione puramente lessicale, così «ammola/cutedda» "arrotino". Ovvero lo scavo linguistico-etimologico del termine, decontestualizzato e spesso glottologicamente oscuro.

I circa 300 nomi, corredati con oltre 100 foto e disegni della cultura materiale, sono in prevalenza suffissati per es. "cuff/aru", "varv/eri", "gginis/anu", "pirria/turi", "bazzari/otu", ecc., ma pure composti("piatte/llemmi", "uòrrica/morti", e proprio di Licata "du sali" «venditore del sale»), o prestiti: "criata", l'angloamericanismo "scimeccu" «calzolaio», ecc. I 300 nomi sono quindi proiettati in 12 preziose inedite cartine geografiche della Sicilia, sì da visualizzare la loro distribuzione geografica nei circa 200 punti di inchiesta. I dati dialettali siciliani sono inoltre messi a confronto con i dati di 34 cartine dei dialetti italiani dell'Ais, Atlante dialettale italiano e svizzero di Jaberg-Jud (1928-40), rimesse qui a disposizione per comodità del lettore.

Il lessico dei nomi comuni di persona indicanti mestieri, secondo la migliore tradizione dialettologica di "Parole e cose", ha infine un triplice prezioso, e per lo più inedito, corredo iconico di studiosi illustri (sommessamente indicato come "Appendici"): 64 fotografie di G. Rohlfs (1922-28), 16 di P. Scheuermeier, e 64 disegni di P. Boesch (1930), che anche editorialmente impreziosiscono non poco il volume. E sorvoliamo sugli Indici di parole, antroponimi e nomi propri, essenziali per una puntuale consultazione. Al lettore, avido, che non si accontentasse di questo volume, preannunciamo la pubblicazione, da parte dello stesso presidente del Centro palermitano, di un ulteriore volume sui nomi di persona indicanti mestieri della Sicilia, al di là del loro legame con i soprannomi.

10/07/2010

 

 

 

 

 

GRANDI DINASTIE IMPRENDITORIALI CATANESI

 

I PORTO (Liutai)

Rosario Porto,Catanese,fondò nel 1860 l'omonima casa per la produzione di strumenti musicali e di pizzico che,sotto l'impulso dei figli,estese anche a quella di pianoforti,organi e organetti a mantice e strumenti di ottone usando il marchio "Excelsior".

Porto realizzò una delle fabbriche di strumenti musicali piu' importanti in Italia localizzata,inizialmente,in via Maddem 141 e a partire dal 1903 in via Porto 2.

Per comprendere le dimensioni della loro attività imprenditoriale,ecco uno stralcio di articolo dell'epoca:"La più grande ed importante fra le fabbriche catanesi di istrumenti musicali è quella della ditta Rosario Porto e Figli, che per il suo vasto impianto, la bontà universalmente riconosciuta della immensa varietà di strumenti che sorgono dalle sue officine, eccelle non solo sulle sue consorelle siciliane, ma eziandio su tutte le altre case consimili italiane. Fu fondata nel 1860, e quasi mezzo secolo di attività utilmente utilmente spesa ha progressivamente allargato la cerchia dei suoi affari sì da permetterle di potère soddisfare qualunque richiesta le venga fatta tanto da dilettanti che da professori di musica. Il suo grande catalogo illustrato, che gratuitamente viene spedito a chiunque ne faccia richiesta [...] enumera tutte le specialità che essa fabbrica, e fra le principali di queste troviamo,oltre ad un grande assortimento di strumenti a corda, quali mandolini, chitarre, violini, viole,violoncelli, contrabbassi, di ogni qualità e prezzo, dal tipo più corrente da poco prezzo, a quello di lusso, fabbricato con eccezionale ricchezza, un lungo elenco di altri. Pianoforti, harmonium,pianoforti a manubrio e piani melodici, piani concerto e organetti a mantice, organi da chiesa,a flauti, trombe e ottoni di qualunque tipo, tutto insomma quello che può prodursi in fatto di musica qui viene fabbricato.

Lo stabilimento occupò sino a 350 operai (1907).

Franz Cannizzo

 

LE GRANDI DINASTIE IMPRENDITORIALI CATANESI : I FICHERA (liquirizia)

Quello postato è un documento fotografico,dell'Archivio di Stato Italiano,datato 1894,che fu presentato in Prefettura,a Catania, dall'imprenditore Bernardo Fichera per la registrazione del marchio Sanagola.

Bernardo Fichera fondò a Catania l'omonima fabbrica di liquirizia nel 1840.I figli Antonio,Concetto,che divenne Presidente della Camera di Commercio di Catania dal 1910 al 1919 e Giovanni Battista, aggiunsero alla ditta la produzione di conserve alimentari.

Specialità della casa fu la Sanagola.

Sotto forma cooperativa istituirono una mutua interna per l'assistenza sanitaria,ed elargirono,nei primi anni del Novecento,legati nuziali di 100 e 200 lire alle operaie che andavano a nozze.

Dal punto di vista storico,tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’industria italiana della liquirizia aveva i suoi stabilimenti nell’Italia meridionale.Iniziata alla fine del Seicento con le prime produzioni calabresi che da Livorno raggiungevano i principali mercati dell’Europa, la cultura industriale dell’estrazione si diffuse all’inizio del Settecento in altre aree della penisola come la Sicilia, minacciando la supremazia qualitativa e quantitativa dei produttori spagnoli.

Nella seconda metà dell’Ottocento la liquirizia, molto richiesta per le sue proprietà coloranti e medicinali, occupava un posto di rilievo tra i prodotti agricoli oggetto di coltivazione, lavorazione e commercio nel territorio etneo. I processi produttivi erano di tipo artigianale: dalle radici della liquirizia, infuse in acqua calda fino ad addensarsi, si otteneva l’estratto da confezionare in bastoncini, pastiglie o sciroppi.

Nell’ultimo decennio del'Ottocento Catania era tra le massime produttrici della liquirizia, esportataverso le città italiane ed europee e, persino, in Giappone e in Australia.

I maggior stabilimenti per la lavorazione delle radici e del succo di liquirizia, sorgevano nell’area, compresa tra i quartieri San Cristoforo e Fortino (lo stabilimento di Fichera,chiuso a metà degli anni '70 del secolo passato e si trova in via Mulini a Vento). Spiccavano tra gli imprenditori,gli stranieri Adamo Kaemmerer, Ottone Geleng, Jacques Ritter, i fratelli Bartolomeo e Cristiano Caflish.

Adamo Kaemmerer che possedeva una fabbrica anche a Taranto con il marchio “Guisberti”, per le biglie di liquirizia prodotte a Catania scelse un marchio con l’immagine di una corona reale e la parola “Regina”.

Il marchio utilizzato dalla ditta Bernardo Fichera, sin dalla fondazione, dava risalto alle proprietà medicinali del prodotto: la parola in corsivo “Sanagola”, sotto la quale era disposta la scritta a caratteri maiuscoli PASTIGLIE-LIQUIRIZIA FICHERA, era ospitata in cima a una conchiglia, posta ad ornamento di un busto femminile con abito scollato, braccia nude e capo coperto da un velo spagnoleggiante; ai lati della figura femminile si disponevano due scritte a caratteri maiuscoli, l’una "CONTRO L’INFLUENZA E LA RAUCEDINE" a destra e a sinistra l’altra "LA TOSSE FACILITA L’ESPETTORAZIONE".

Il mercato della liquirizia crollò dopo la Prima Guerra Mondiale.

Cannizzo

 

I GALATOLA (tipografia)

La fotografia di oggi riprese,agli inizi del Novecento,parte dei macchiari dell'Officina Tipografica Galàtola,in via Crociferi,nel Collegio dei Gesuiti.

Crescenzio Galàtola e i Suoi discendenti condussero a Catania dalla metà del diciannovesimo secolo fino al 1929 la loro importante attività imprenditoriale,che operò nella stampa e nell'editoria.

Il capostipite,Crescenzio Galàtola, (Napoli,1813 - Catania,1866), giunse a Catania da Napoli nel 1843 e costitui', quasi dal nulla, la scuola tipografica del Reale Ospizio di beneficenza,i cui lavoranti popolarono le tipografie della città.

Il mondo della scienza, rappresentato dall'Accademia Gioenia e l'Università, la Pubblica Amministrazione, la Diocesi e i più significativi personaggi della cultura del tempo, a partire da Capuana, Verga, Rapisardi, fino a De Roberto,che della famiglia fu particolarmente intimo, si rivolsero ai Galàtola per la stampa delle loro pubblicazioni. Tra le edizioni Galàtola, anche importanti dizionari dialettali e la raccolta dei Canti popolari di Lionardo Vigo, a testimonianza di un'attenzione anche per la cultura popolare siciliana.

In particolare,dal 1840,su iniziativa del fondatore Crescenzio,lo Stabilimento Galàtola si insediò con una scuola professionale tipografica, in via dei Crociferi nei locali del Reale Ospizio di Beneficenza,già Collegio dei Gesuiti.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il settore poligrafico-editoriale contava in Sicilia poco più di duecento imprese, talora ad esclusiva conduzione del proprietario, poiché spesso il reddito di lavoro non riusciva a coprire l’intero arco dell’anno. Erano piccoli esercizi a struttura artigianale, che impiegavano pochi lavoratori; in luogo dei moderni macchinari, disponevano di qualche torchio ed erano costretti a importare ogni cosa, compresi i caratteri tipografici, gli inchiostri e, persino, la carta, a causa dello scarso numero di cartiere isolane.Catania nel 1871 possedeva 10 librerie e 12 tipografie con 4 torchi a macchina e 39 a mano; i lavoratori impiegati erano poco meno di un centinaio.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Sicilia si registrò una crescita del settore poligrafico-editoriale. A Catania le tipografie erano 13 nel 1884, 17 nel 1894, 21 nel 1902. Per la modernità dei macchinari, prodotti dalle migliori marche straniere e per la qualità dei caratteri, primeggiavano quattro ditte: la Giacomo Pastore, che era la più antica fondata nel 1779, la Nicolò Giannotta, la Fenice di Giuseppe Musumeci e la Crescenzio Galàtola.

Cannizzo

 

 

GLI SCANNAPIECO (legnami)

Vincenzo Scannapieco (Cava dei Tirreni,Salerno,1849 - Catania,1930) si trasferi' a Catania nel 1876 dove,dieci anni dopo,fondò un'azienda per l'industria e il commercio dei legnami, arricchendola,nei primi dello scorso secolo,di una segheria a vapore che dava lavoro a ben 150 operai.Un'attività mai esistita fino ad allora.

Vi era anche un reparto per la fabbricazione di cassette per gli agrumi che impiegava altri 50 operai.Per questi meriti fu nominato cavaliere del lavoro.Catania ha dedicato una via al Suo nome.

Quella in fotografia era la Sua residenza abituale,un vero e proprio piccolo castello,costruito nel 1907 in via Duca degli Abruzzi ai numeri 65 - 69,in un linguaggio eclettico (Eclettismo-liberty catanese) in stile classico-barocco dall'architetto Francesco Fichera.

Qui al primo piano,organizzò il ricevimento nuziale della figlia,a cui parteciparono centinaia e centinaia di invitati.

Cannizzo

 

 

 

 

U CUNIGGHIU                       Rosa Balestreri