frutticoltura, orticoltura e micologia catanese

 

 

 



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a Sicilia Orientale: i prodotti tipici, gemme enogastronomiche

 

 

L’Isola che c’è: un’isola nell’isola,questa è la realtà che viene determinata dalla presenza nella Sicilia Orientale, del più grande vulcano attivo d’Europa! L’Etna, per l’appunto ed il suo parco naturale regionale! Come da tutti risaputo, le lave invecchiate e trasformate dai fattori climatici determinano la formazione, nei secoli, di terreni ricchi di diversi elementi, favorevoli alle coltivazioni di montagna. Si viene a creare, così un microclima capace di influenzare radicalmente tutto ciò che “vive” in quell’ambiente, uomini, cose, vegetali ed animali. Un’esempio per tutti: nella vasta area ,di circa 120 Km. di circonferenza di base e i 3345 m. di altezza del Vulcano, troviamo piante diverse come l’alloro, il leccio, il castagno, i pini, il faggio e la betulla ed ancora i fichi, i fichi d’india, gli agrumi, l’ulivo, la vite, il pistacchio ed il mandorlo. Molte città sono sorte ai suoi piedi, la grande metropoli, Catania, ed i centri minori: Acireale (il barocco, le Terme, il Più bel Carnevale di Sicilia), Acitrezza, Acicastello (Riviera dei Ciclopi), Giarre, Riposto, sulla costa ionica; Gravina, S. Giovanni La Punta, Pedara, Trecastagni, Viagrande, Belpasso e Paternò, a mezza costa; ed infine Adrano, Bronte, Randazzo (Città medioevale), Castiglione di Sicilia, S. Alfio, Milo, Zafferana Etnea, S. Venerina, a quote piu alte. Nicolosi e Linguaglossa, stazioni sciistiche. Tutte queste località facevano parte anticamente della Val Demona ed a sud della vasta area, occupata dalla Piana di Catania: Caltagirone (Città della ceramica), Scordia, Ramacca, Palagonia, Grammichele, Vizzini, Mirabella Imbaccari, S. Michele di Ganzaria. Bellezze da vedere da toccare, impregnate di Barocco Siciliano, il Barocco della Val di Noto, oggi patrimonio dell’Umanità! Mare e monti, con la provincia di Messina, il Parco dei Nebrodi, la Madonna Nera di Tindari, abbracciate dal Tirreno e dallo Ionio, con le coste che vanno dalla Città della ceramica, Santo Stefano di Camastra, S. Agata M., Capo d’Orlando, Naso, Patti, Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo, fino ad est a Giardini Naxos, colline e pianure, sormontate da terrazze, e naturali come balconi fioriti, così nella bella e dolce Taormina, la cui vista dell’Etna rievoca i miti di Polifemo, di Vulcano, di Aci e Galatea, di Scilla e Cariddi, di Eolo, di Ulisse, ed i ricordi di Dei che si specchiarono nel mare, nelle fonti del Ciane e dell’Anapo, così nella fontana di Aretusa, ed abitarono questi lidi come fecero a Siracusa, culla di splendide civiltà. Città da scoprire, attraverso tutto quello che ci hanno lasciato in dono: il Teatro, le Latomie, l’Isola di Ortigia. Siracusa, anche santa, con il suo Santuario Mariano dedicato alla “Madonna delle Lacrime”. All’interno, troviamo un’arearicca di storia di cultura e di tradizioni, con città e centri importanti per la Sicilia Orientale: Enna, il capoluogo, con il suo lago naturale Pergusa e Piazza Armerina, meta golosa per gli appassionati di archeologia, e gastronomia come anche a Nicosia. Infine, e non ultima, la provincia di Ragusa, con i suoi monumenti barocchi,di Modica, Ragusa e Ragusa Ibla, e Chiaramonte Gulfi, Comiso, Vittoria, lspica, Scicli, località “verdi”: provincia-polmone verde della Sicilia tutta, all’avanguardia nella zootecnia, nell’agncoltura, nel commercio e ricca di spiagge ancora intatte, deliziosamente selvagge, in cui sono stati realizzati i films del “Commissario Montalbano”dei romanzi dello scrittore siciliano Camilleri.
Iniziamo il nostro viaggio da est, sui sentieri eno-gastronomici, spostandoci, poi verso sud, ed ancora all’interno, nel suo cuore, sulle coste, sulle montagne e scoprire la Sicilia Orientale, attraverso i prodotti della terra, del lavoro dell’uomo e delle tradizioni vitivinicole e culinarie.
In provincia di Messina, varcato lo stretto, possiamo saziarci con i prodotti ittici freschi ed appetitosi, tra cui in particolare il pesce spada, simbolo dello Stretto, in tutte le sue ricette insieme alle cozze nere del lago di Ganzirri. Ben ricercato è u sciusceddu sorta di polpettine con ricotta ed al forno. Nelle montagne dei Peloritani e dei Nebrodi, si andrà alla ricerca del formaggio Maiorchino, delle provole, fine e raffinata quella di Casal Floresta sui Nebrodi e qui anche la carne dei maialini quasi selvatici. Sul Tirreno, a mezza costa, si segnalano i salumi dei Nebrodi, il salame di S. Angelo in Brolo Igt, l’olio Valdemone. Tra i dolci, la ottima ed ormai famosa Pignulata messinese ed infine le pesche di Moio Alcantara. Il vino Faro Doc, una reliquia da trovare assolutamente. Nelle isole Eolie, oltre i capperi e cucunci delle Lipari, le conserve di verdure e di pesci, cercherete la Malvasia delle Lipari, padronale e non! I1 vino Salina IGT.

In provincia di Catania vi aspettano le paste: alla Norma, al nero di Seppia, con le Sarde. Tra le verdure ed i contorni: la caponata di peperoni o di melanzane o mista, la parmigiana di melanzane, le olive di Nocellara dell’Etna, il maccu di fave.
Il pesce vi attirerà con le sarde a beccafico, le polpette fritte di “neonato”, le alici marinate, il tonno alla cipollata, la tonnina fritta, tutte condite e/o cotte con l’olio dell’Etna. Tra le carni ricordiamo di assaggiare il falsomagro, comunque piatto tipico siciliano, la gelatina di carne di maiale “u zuzu”, il sangeli un misto di sangue bovino con zucchero-cacao-miele-ecc., sfincioni salati, crespelle con acciughe o ricotta.

Delizia e croce: i dolci come i bersaglieri, gli iris ripieni di crema, viscotta “cca liffia” inzuppati nel cioccolato liquido, sfincioni dolci, inzulle, nucatuli, cucciddati, rame di Napoli le ossa di morti, le crispelle o zeppole di San Giuseppe con miele ed arancia, quaresimali, sciauni, coddureddi alle nocciole e miele, paste di mandorla e frutti finti di pasta di mandorla “martorana”, agnello pasquale di marzapane e “a cuddura ‘ccu l’ovu” pasquale.
granite ed i gelati, la mostarda di vino cotto e la cotognata di melacotogna, da non perdere. Famosi le nocciole di Castiglione-Linguaglossa-Milo, le mele “cola” dell’Etna, il pistacchio e i dolci di Bronte, il miele di Zafferana Etnea, il cavolo-rapa ed i limoni di Acireale, il limoncello e l’amaro dell’Etna di Santa Venerina, le Arance rosse di Sicilia Igp: di Mineo, Palagonia, Grammichele, Militello in Val di Catania, Ramacca e Catagirone, il carciofo
violetto di Ramacca, la fragola e la fragolina di Maletto, la patata novella di Acireale e Giarre, l’uva da tavola di Mazzarrone, i fichi d’india dell’Etna Igt, le arance di Patemò, l’olio d’oliva Monte Etna DOP, ed i vini a Doc dell’Etna ed il Cerasuolo di Vittoria (Caltagirone).
La provincia di Enna è rinomata oltre chè per il più famoso formaggio Pecorino Siciliano Dop, prodotto in tutta l’isola, anche per il Piacentino Dop, prodotto solo nel territorio comunale di Enna a cui può essere aggiunto la polvere di zafferano che gli conferisce una tenue colorazione gialla.
Ricercate sono le frascatola di cavolfiore. Interessanti sono la pesca tardiva e le fave di Leonforte ed anche il torrone-cubbaita, gli sciauni e sciaunelli, le cassatele a mezza luna e le fasciatele di San Filippo di Agira, oltre che i salsameli, dolci duri di Regalbuto, i dolci alle mandorle.
La provincia di Ragusa, caratterizzata da una lunghissima tradizione nella produzione agro zootechica ed orticola, di ortaggi e verdure coltivati anche in serra tra cui il pomodoro di Vittoria, la cipolla di Giarratana, la carota di Ispica. Oltre al famosissimo fommaggio Dop Ragusano, la provola ragusana, la mozzarella ragusana, l’olio ed il miele dei Monti Iblei, saranno da ricercare sicuramente le scacce di Modica, “u pastizzu a Comisoi mpanatiegghi” sfoglia di pasta con carne di vitello tritata e cioccolato, zucchero ecc., e la “stemperata”, salsa tipica da condimento a freddo ed anche i cavatieddi conditi con salsa o ragù. Importante la cioccolata Dop di Modica ed i vini Cerasuolo di Vittoria ed Eloro Doc.
La provincia di Siracusa ci accoglie con le numerose conserve di sgombro e tonno, con il tonno alla ghiotta, con le polpette e le salsicce di tonno, la cernia alla matalotta, le “mpanate”siracusane, la focaccia lumera, gli sparacelli, la peperonata, i pomodorini “ciliegino” di Pachino (Igp), il melone di Pachino, la mandorla di Avola, i dolci di Noto, la patata novella di Siracusa, il limone di Siracusa, l’olio Monti Iblei Dop, il miele di Ferla e Sortino, i moscati di Noto e Siracusa e l’Eloro Doc.
In tutta l’isola potrete assaggiare arancini di riso fritti a cono od a palla, la cassata siciliana, i cannoli di ricotta, la frutta secca, i fichi guarniti e ripieni di mandorle, di noci ed i gelati artigianali.
A questo punto vi troverete alla fine del percorso e dirigerete il vostro timone verso il mare ed i territori nisseni, girgentini, trapanasi e palermitani, per concludere come in una grande awentura questo fantastico viaggio nel mondo eno-gastronomico italiano! Venite a trovarci nell’Isola dei tesori!
http://www.chaine-des-rotisseurs.it/portal/default.asp?id=11&idcategoria=30&lang=ita&sez=organigramma

 

 

 

 

 

 

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MAZZARRONE La coltivazione dell'uva da tavola nel Mazzarronese affonda le sue radici nel secolo scorso, come si evince da alcuni atti pubblici di compravendita di terreni coltivati a vigneto stipulati tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Anche il Pastena, nel suo libro “La civiltà della vite in Sicilia”, riporta che alla fine del secolo scorso la produzione di uva da tavola rappresentava il 5 % della produzione viticola del  «Mandamento di Caltagirone». Nel corso degli anni a seguito di innovazioni tecniche e evoluzioni varietali l’uva da tavola di Mazzarrone ha assunto sempre maggiore rilevanza sino a diventare parte integrante e imprescindibile della vita locale.

Come si consuma. L’uva possiede numerose proprietà benefiche per l’organismo, che sono sfruttate al meglio se si consuma il frutto la mattina a digiuno: è disinfettante e antivirale, diuretica e lassativa, attiva le funzioni epatiche, facilita la digestione, contribuisce a ridurre il livello di colesterolo nel sangue. In cucina, si consuma fresca o si può utilizzare per la preparazione di dolci, marmellate, gelatine e sorbetti.
Si usa anche in cosmesi: il suo succo si utilizza per schiarire e ammorbidire la pelle.

Come si conserva. L’uva, se tenuta a temperature molto basse e con un tasso di umidità tra l’85 e il 90%, può essere conservata fino a sei settimane.
Come si produce. La forma di allevamento utilizzata per la coltivazione dell'uva da tavola è il tendone; per la cultivar Cardinal è utilizzata anche la controspalliera. Fra le tecniche di coltivazione ha particolare importanza la copertura dei vigneti con film plastico, adeguatamente fissato alla struttura del vigneto, allo scopo sia di anticipare la maturazione a giugno che posticipare la raccolta fino alla fine di dicembre. Altro elemento importante, fra le tecniche di coltivazione, è la potatura che viene eseguita al secco e al verde.
Molto importanti, al fine di migliorare qualitativamente la produzione, sono gli interventi sulla fruttificazione, diradamento dei grappoli, sistemazione dei grappoli ed interventi sui grappoli.

 

SAN CONO Il Ficodindia appartiene al genere Opuntia della famiglia delle Cactacee. Originario dell'altopiano Messicano venne introdotta in Europa dagli spagnoli verso la metà del 1500 a seguito della conquista del Nuovo Mondo. Inizialmente venne coltivato negli orti e nei girdini dei nobili. Nelle regioni del Nord non andò, però, oltre questi spazi privilegiati, riuscendo a superare l'inverno solo in luoghi riparati o all'interno delle serre. Nelle più miti regioni mediterranee, il ficodindia trovò invece condizioni ambientali ottimali: si diffuse velocemente e si naturalizzò al punto da divenire uno degli elementi più comuni e ceratterizzanti del paesaggio. Il ficodindia è una pianta arborescente che può giungere a 3-5 m. di altezza, anche se in coltura si tende a limitare lo sviluppo a non più di 2-2,5 m.. E' caratteristica peculiare l'articolazione della parte aerea in cladodi (comunemente dette "pale"), segmenti lunghi 30-40 cm, larghi 15-25 cm e spessi 1,5-3, uniti alla base fino a formare lunghe branche. Le foglie sono effimere e caduche. I cladodi basali tendono a lignificare al quarto-quinto anno di età fino a formare un tronco ben definito. La parte interna dei cladodi, a cui è demandata la funzione fotosintetizzante, particolare nelle cactacee, è costituita da un tessuto parenchimatico opaco che assolve la funzione di immagazzinamento dell'acqua e che determina l'adattabilità del ficodindia a condizioni di estrema siccità. Sulla superfice dei cladodi si trovano le areole (130/160 per cladodio) caratteristiche gemme ascellare modificate tipiche delle Cactacee. Le spine vere e proprie, lunghe da 1 a 2 cm e saldamente inserite sono piuttosto rare nelle forme di ficodindia coltivate in Italia. I glochidi, invece, sono sempre presenti nelle areole; tali "spinette", lunghe pochi millimetri non risultano sclerificate alla base e qundi sono facilmente amovibili. 

 

L'apparato radicale, infine, è superficiale, concentrandosi nei primi 30 cm. di profondità. I fiori del ficodindia sono ermafroditi, hanno il calice e la corolla formati da sepali poco evidenti e petali appariscenti di colore giallo-aranciato, numerosi stami che circondano il gineceo, costituito da un pistillo sormontato da uno stigma multiplo. L'ovario è infero, uniloculare, con diversi ovuli disposti in placentazione parietale. I fiori si concentrano sulle areole lungo il margine superiore della corona del cladodio. La fioritura avviene in modo scalare nel periodo compreso tra l'ultima decade di maggio e la prima quindicina di giugno. I frutti derivati dalla fioritura ordinaria (noti come "agostani" o "latini") maturano scalarmente a partire dall'ultima decade di agosto fino alla fine di settembre. La coltura intensiva del ficodindia in Italia è tuttavia finalizzata quasi esclusivamente alla produzione di frutti tardivi, noti anche come "bastardoni" o "scozzolati", derivati da una seconda fioritura ottenuta grazie all'asportazione dei fiori e dei cladodi emessi in primavera. Tale tecnica detta "scozzolatura" è utilizzata per indurre rifiorenza e la conseguente produzione di frutti qualitativamente più pregiati a maturazione autunnale. Il frutto del ficodindia è una bacca uniloculare, polispermica e carnosa, composto da un epicarpo che circonda la porzione edule del frutto (polpa). A maturazione del frutto, l'epicarpo assume il colore caratteristico della cultivar (gialla, rossa o bianca) e diviene facilmente separabile dalla porzione commestibile, che rappresenta circa il 55-60% del frutto. I semi rappresentano il 2-5% del peso del frutto. In Italia, il ficodindia in coltura specializzata interessa quasi esclusivamente la Sicilia, dove è localizzato il 90% della superficie coltivata nazionale. Nelle altre regioni del Meridione, tranne qualche eccezione in Puglia, in Calabria ed in Sardegna, il ficodindia è presente in orti familiari o in giardini con funzione di bordatura, ma non in impianti intensivi.In Sicilia, oltre il 70% delle colture si concentrano in tre aree: "Colline di San Cono", "SudOvest etneo" e "Valle del Belice". L'area di San Cono è la più importante ed è localizzata nella Sicilia Orientale, all'incrocio tra le Province di Catania, Caltanissetta ed Enna.

Le principali cultivar prodotte in Italia sono:

la "Gialla" (o Surfarina, o Nostrale) che rappresenta l'80-90% degli esemplari che compongono i ficodindieti specializzati;
la "Rossa" (o Sanguigna) che rappresenta circa il 10% degli impianti specializzati;
la "Bianca" (o Muscaredda, o Sciannarina) che rappresenta circa il 2% degli impianti specializzati.
Il frutto viene generalmente consumato allo stato fresco, opportunamente sbucciato. Tuttavia, a livello locale, risultano molteplici le elaborazioni gastronomiche ottenute, quali ad esempio la marmellata, "l'estratto", consistente in un liquido sciropposo, i "mustaccioli", ottenuti dal succo ristretto per ebollizione cui si aggiunge farina di semola ed aromi, la "mostarda", preparata in modo analogo ma addizionata di succo d'uva. Il frutto può essere conservato anche attraverso canditura.

 

«Il ficodindia dell'Etna è un concentrato di natura ancora tutto da scoprire»

C'è chi lo definisce il frutto più eco-compatibile perché per crescere e maturare non ha bisogno di alcun trattamento chimico, né di concimi né di antiparassitari, non serve neanche l'irrigazione, quindi non consuma acqua né luce, e cresce sui terreni più aridi e sciarosi. Arrivato in Europa nella seconda metà del 500 sulle navi spagnole, pianta ornamentale nei giardini dei nobili, poi piatto dei poveri, il ficodindia è una delle immagini simbolo della Sicilia. Una pianta che ne rappresenta identità, cultura, anima mediterranea. Dolce e profumatissimo, ricco di minerali come calcio e fosforo e di vitamina C, dalle proprietà salutari, diuretico e cicatrizzante, il frutto del ficodindia - nelle varietà "muscaredda" bianca, "sulfarina" gialla, "sanguigna" rossa - allunga ancora le sue straordinarie qualità note già dagli Aztechi prestandosi ad usi sempre più nuovi, spesso ripescati dalla sapienza antica delle nonne o di popoli lontani che da secoli utilizzano "pale" e frutto. «E' una pianta che ha valenza ambientale, salutare, economica, industriale. Cresce e si sviluppa anche sui terreni marginali e inospitali dell'Etna, è un'ottima pianta tagliafuoco e frangivento e molti agricoltori la piantano a confine come siepe. Il suo frutto ha un mercato sempre crescente per sue caratteristiche salutistiche ed è assolutamente biologico perché non subisce alcun trattamento. Un vero concentrato di natura», spiega Salvatore Rapisarda, agronomo, produttore di fichidindia e presidente del Consorzio Euroagrumi, organizzazione di produttori ortofrutticoli che raccoglie 26 cooperative e circa 800 aziende agricole tra cui numerosi produttori del ficodindia dell'Etna Dop nelle zone di Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Paternò, S. Maria di Licodia e Ragalna.
Negli ultimi anni, prosegue Rapisarda, il frutto è diventato molto apprezzato non solo nel nord Italia ma anche all'estero «anche per le nuove modalità con cui viene venduto, senza spine e confezionato in pacchi, con pochi semi, e in versione quarta gamma per la grande distribuzione, quindi già sbucciato e in vaschetta trasparente. Ma anche sotto forma di marmellata e liquore».


L'intento dei produttori è quello di allungare di mesi il periodo di produzione. «Con la i ricercatori dell'università di Catania coordinati dalla professoressa Alessandra Gentile sono stati fatti numerosi studi sulla cosiddetta "scozzolatura" che se viene ritardata sposta in avanti la crescita dei "bastarduni", così come avviene con l'uso dell'acqua». L'occasione per parlarne è un incontro divulgativo intitolato "Trasferimento di innovazioni tecniche agronomiche e di gestione del prodotto nella filiera del ficodindia" che si terrà il 7 giugno nella "Tenuta della principessa" a Biancavilla. Ancora troppo poco rispetto al Messico dove del frutto e della pianta si utilizza proprio tutto. E si usano anche in cucina. «Si preparano piatti gustosi con le "pale", i nopalitos che proporremo anche il 7 nella cena tutta "al ficodindia". Per non dire che gli infusi con i fiori di ficodindia sono un toccasana per la prostata» elenca ancora Rapisarda, e dai semi «si estrae un olio ricco di vitamina E dalle proprietà antietà che è già presente in molte creme naturali». Altro che "industriali del ficodindia", il titolo della fortunata commedia di Massimo Simili, paradigma della truffa costruita ad arte, del paradosso che diventa trionfo di furbizia e barzelletta insieme. «Un precursore! - sorride Rapisarda - il ficodindia è una pianta ancora da valorizzare che potrebbe aiutare molto l'economia siciliana».
O. g.
Lasicilia.it 31/05/2013

 

 

 

 

Puma Cola, regine dell’Etna

di Paola Pasetti (In Viaggio - supplemento a La Sicilia)

C’è stato un tempo in cui l’Etna poteva a buon titolo dirsi il regno delle mele. Di quelle autoctone, s’intende, almeno una quindicina di varietà (nella maggior parte dei casi andate quasi perdute) i cui nomi sono tutto un programma: come la Rotolo, chiamata così per le sue dimensioni (un rotolo, antica unità di misura, equivaleva infatti a circa 800 grammi); la Turco, dalla buccia scura, color granata; la mela Lappio, da “lappusa”, ossia dal sapore astringente. Cultivar passate alla storia e oggi quasi del tutto scomparse. I meleti etnei sono stati per decenni un unicum nel panorama frutticolo siciliano, tanto più che in quella fascia altimetrica dell’Etna compresa
tra 700 e 1500 metri sul livello del mare il melo ha trovato condizioni pedoclimatiche particolari, capaci di conferire ai frutti proprietà organolettiche uniche. Così, finché non sono arrivate le mele “del Continente”, quelle nostrane
- seppur coltivate su terreni impervii e difficili - avevano potuto ritagliarsi anche sul mercato dell’isola una fetta importante.
La più coltivata, definita a buon titolo “regina dell’Etna”, era la mela Cola. “Puma Cola”, come vengono intese da queste parti: un nome che è derivato - pare - dal fatto che questa particolare varietà si diffuse in principio a Nicolosi, in una zona limitrofa al convento di San Nicola. Forma cilindrica arrotondata, buccia gialla segnata da piccole lentiggini color ruggine, polpa croccante e leggermente acidula. La mela Cola è stata coltivata ed è ancora presente su vari versanti: meleti si trovano anzitutto a Biancavilla e Ragalna, ma anche nel distretto Trecastagni-Pedara- Nicolosi, sul lato Sud; Zafferana e areale Milo-San’Alfio-
Mascali, a Est.

 


Da qualche decennio, però, la Cola ha dovuto cedere lo scettro della più coltivata a sua “figlia”: la Gelato-Cola. O Cola-Gelato, se si preferisce. Un ibrido nato dall’innesto su un’altra varietà autoctona dell’Etna, la “Gelatu”, oggi
quasi del tutto scomparsa. Chi ha avuto la fortuna di addentarla, ne ricorderà sicuramente la tipica vitrescenza della polpa, da cui per alcuni deriverebbe il nome.
Le caratteristiche della “nuova nata” la rendono diversa dalla Cola per il sapore della polpa, meno acidula, per il profumo più intenso e per la grana più raffinata. A occhio nudo, la si riconosce comunque per la forma tronco-cilindrica e per il colore che va dal giallo-verdolino subito dopo la raccolta al paglierino chiaro, quando la maturazione arriva a compimento.
Chi voglia conoscere più da vicino e apprezzare il sapore di questi prodotti del Vulcano non ha che da mettersi in cammino senza perder tempo: ottobre è infatti il mese della raccolta, che si protrae, man mano che si sale di altitudine, fino all’ultima decade del mese.
Fino a poco tempo fa erano le mele più diffuse sul Vulcano. Oggi rischiano di scomparire come è già accaduto ad altre varietà autoctone. Lungo il sentiero della Scalazza alla scoperta dei vecchi meleti
Non c’è migliore occasione, quindi, per fare un salto nei paesini etnei. A partire dal versante Sud, da quella Nicolosi che fu culla della Puma Cola, proseguendo in direzione est verso Pedara, Trecastagni, fino ad arrivare a Zafferana Etnea, uno dei centri di maggior produzione di queste mele.
Una passeggiata in macchina lungo questo percorso, attraverso le piacevoli strade provinciali immerse nel verde, riappacifica con il mondo. I centri abitati, poi, accolgono il visitatore con le loro botteghe aperte anche la domenica mattina, quando la montagna vive per i gitanti alla ricerca di aria buona. Un’occasione ghiotta per provare anche gli altri sapori tipici dell’Etna: funghi, miele, fichidindia, castagne, olio, vino. Tutti, insieme alle mele, si possono trovare nelle botteghe, nei mercatini locali o, più facilmente, lungo le strade man mano che si sale: panieri intrecciati ricolmi di frutta (o, meno poeticamente, secchi gialli di plastica) dal ciglio della strada invitano chi transita a fermarsi per un’acquisto, come si usa dire oggi, a chilometri zero.
Chi voglia, poi, visitare un meleto e non tema una piacevole passeggiata di circa un’ora, da Zafferana potrà spingersi fino alla Scalazza, un’antica mulattiera - oggi praticabile grazie all’intervento di alcune associazioni di volontariato - che nell’Ottocento costituiva l’unica via di accesso ai frutteti coltivati dagli zafferanesi alle falde di Monte Pomiciaro.

Per raggiungerla, bisogna lasciare la strada asfaltata che da Zafferana sale verso Piano dell’Acqua all’altezza del fontanile di Scalazza. Subito sulla sinistra si apre una stretta stradina sterrata che scende per qualche centinaio di metri all’interno della grande conca in cui confluiscono valle San Giacomo e il vallone Cavasecca. La Scalazza inizia proprio lì, alla base del costone che divide le due vallate. Una visione mozzafiato: il sentiero, in gran parte lastricato, è completamente immerso nel bosco di castagni; cento tornanti consentono di coprire un dislivello di quasi 500 metri, dai 700 di Piano dell’Acqua ai 1200 della zona di Cassone,
dove si trovano, appunto, diversi meleti. È in un luogo così che si può apprezzare fino in fondo l’unicità di queste “vecchie” mele, frutto, come tutto ciò che si coltiva sui terreni scoscesi del vulcano, della infinita sfida tra l’uomo e la natura. )))

 

 

ETNA IL POSTO DELLE CILIEGIE

 

LE VARIETÀ

Mastrantonio, Raffiuna, Napoleona e Maiolina La piattaforma del gusto nasce sotto il vulcano

 

La Ciliegia deLl’Etna va alla conquista dei mercati nazionali ed esteri e dei consumatori. Ottenuto, pochi mesi fa, il marchio Dop, l’associazione e il consorzio dei produttori proseguono a ritmo serrato le attività di promozione e divulgazione, ponendosi nuovi e ambiziosi obiettivi.Su più di 530 ettari, nella provincia di Catania, gli alberi autoctoni di ciliegio riempiono il paesaggio di fiori e profumi, dal litorale a ben oltre mille metri d’altezza. La Dop è stata ottenuta dalle varietà Mastrantoni, Napoleone, Raffiuna e Maiolina. La produzione cerasicola etnea raggiunge mediamente le 1.300 tonnellate, interessando circa dodici comuni. Un universo dalle grandi potenzialità. Proprio per dare rappresentanza e voce univoca al settore è nata quattro anni fa l’associazione produttori della Ciliegia dell’Etna, che ha subito cominciato a stilare protocolli d’intesa con numerosi entilocali: Giarre prima, Trecastagni, Zafferana, Sant’Alfio, Linguaglossa,Milo,Fiumefreddo di Sicilia,Piedimonte Etneo e il Parco dell'Etna poi.«L’associazione, che riunisce 25 operatori,sta progredendo a piccoli passi — spiega il presidente Ivana Sorge — ma purtroppo scontiamo la mancanza di una mentalità che spinga all’unificazione delle forze. Al Nord la maggior parte degli operatori è consorziata, qui lo sono in pochi:probabilmente perché non si comprende bene il tesoro che si ha per le mani. I protocolli, al momento tredici ma altri ce ne sono da sottoporre alla firma, fanno sì che l’ente ci riconosca unici interlocutori per la diffusione del marchio Dop della ciliegia dell’Etna».Dell’associazione fanno parte piccoli e grandi operatori, da quelli con 70-100 piante fino a quelli con 500-1000 piante. «I primi — aggiunge Sorge — sono ovviamente i più propensi ad associarsi perché si rendono più facilmente conto della forza che deriva dalla collaborazione». Da tempo l’associazione realizza un tour per coinvolgere altri operatori e il prossimo anno conta di raddoppiare gli associati. Ad affiancarla, in questa impresa, c’è il Consorzio per la tutela della Ciliegia dell’Etna, costituito nel marzo 2004. Il presidente è Salvino Barbagallo, già assessore regionale, produttore per passione, per sua stessa ammissione affascinato dai colori e dai profumi delle ciliegie: «Il consorzio punta a completare la filiera integrando anche i trasformatori. Intanto il prossimo anno partiremo con la commercializzazione, passo per il quale aspettavamo il marchio Dop. Quindi verrà perfezionato il protocollo di produzione e nascerà anche un bollettino con i dati sulla produzione». Il consorzio continua ad attirare soprattutto i produttori che, avendo altre attività, vogliono comunque mettere a frutto il terreno: il conferimento del prodotto al consorzio è in tal senso una garanzia. «Per avere il nostro prodotto — dice Barbagallo ci cercano da tutte le parti. La “Metro”, per esempio, è stata la prima catena con la quale abbiamo firmato un contratto. Naturalmente questo è un primo passo, una volta a regime potremo iniziare a correre. Ecco perché i produttori sostengono che la cerasicoltura abbia ottime prospettive. E perché puntano con fiducia all’espansione dei mercati di sbocco dei prodotti».Gli obiettivi del Consorzio sono sintetici e precisi: la riconversione dei numerosi terreni abbandonati sull’Etna; un incentivo per quanti decidano di impiantare ciliegie nell’area etnea; una condizione di tranquillità nella commercializzazione del prodotto; la crescita occupazionale nell’ambito produttivo, ma anche in prospettiva in quello della trasformazione (confettura e non solo). Ovviamente non mancano le minacce, riconducibili essenzialmente alla concorrenza, non sempre leale, degli altri Paesi del Mediterraneo. «Alle banchine del porto di Catania ma anche di Palermo — osserva il presidente del Consorzio — arrivano ciliegie nordafricane e turche, spesso commercializzate come ciliegie dell’Etna. Si tratta di concorrenza sleale, anche perché grazie al costo di produzione irrisorio vengono vendute a 50 centesimi». Ed è per questo motivo che il consorzio pensa di istituire un ufficio di vigilanza, così da arginare simili fenomeni. (O.V.)

E Trecastagni diede i natali al caratteristico “Don Antonio”

 

Si chiama ‘Mastrantoni” una delle varietà di ciliegia dell’Etna che ha ottenuto il marchio Dop. Il nome suona molto caratteristico. E in effetti lo è. Come spiegano i produttori, la denominazione deriva dalla varietà nata in maniera spontanea, “Don Antonio” (o “Mastrantonio”, appunto), a Tre- castagni. Si tratta di un ibrido spontaneo originatosi da un seme di Raffiuna e si presenta come un frutto di buona pezzatura con polpa croccante e di ottimo sapore. E stato scoperto che la Mastrantonio, caratterizzata grazie al lavoro dell’Unità operativa dell’assessorato di Giarre, in una sua fase di maturazione ha un concentrato di antociafine superiore persino alle arance rosse.

Un’annata da dimenticare Produzione in calo dell’80%

È un’annata da dimenticare, per i produttori cerasicoli, quella del 2007. Gli operatori accusano una moria di fiori, e dunque della produzione dell’80%, dovuta alla monilia, che ha compromesso la resa delle piante. E al danno, sostengono i produttori, è seguita la beffa, perché i quattro giorni pressoché ininterrotti di pioggia, a giugno, hanno ulteriormente ridotto quanto era riuscito a salvarsi dalla precedente minaccia. La produzioni è stata quindi ridotta al lumicino, costringendo gli operatori a rivedere anche i piani di commercializzazione. Sui danni subiti dalla Ciliegia dell’Etna il parlamentare regionale Fausto Fagone ha presentato un’interrogazione all’Ars.

È del 30 novembre 2006 il decreto per la Protezione transitoria accordata a livello nazionale alla denominazione «Ciliegia dell’Etna», «per la quale — si legge — è stata inviata istanza alla Commissione europea per la registrazione come Denominazione di origine protetta». Il decreto fa riferimento a «una piattaforma varietale composta dalle seguenti tipologie locali o ecotipi: la Mastrantonio, la Raffiuna, il gruppo Napoleona (precoce-verifica-forestiera) e la Maiolina». Quindi indica la zona di produzione che «comprende in tutto o in parte il territorio amministrativo dei comuni di Giarre, Riposto, Mascali, Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Randazzo, Mito, Zafferana Etnea, Santa Venenna, Sant’Alfio, Trecastagni, Pedara, Viagrande, Nicolosi, Ragalna, Adrano, Bianca- villa, Santa Maria di Licodia, Belpasso, Aci Sant’Antonio, Acireale».

http://ciliegiaetna.blogspot.it/2007_11_01_archive.html

 

MALETTO I prodotti della terra, la posizione geografica, il clima, fanno sì che Maletto punti le sue carte sullo sviluppo del turismo e, in particolare, dell'agriturismo. La campagna è ricca di antichi casali che racchiudono parte della storia di questo antico paese etneo. La produzione delle fragole ha reso Maletto famosa nel mondo. Grazie all'arte dei fragolicoltori e alla particolare posizione territoriale, questo frutto possiede delle proprietà (profumo, sapore e colore) che lo rendono unico. La coltivazione è stata introdotta negli anni '50. La scoperta di acque sotterranee nella zona a valle dell'abitato e la presenza di numerosi pozzi, hanno permesso la coltivazione della cosiddetta "fragolina", utilizzata principalmente nell'industria dolciaria. La piantina di fragola, che nasce spontaneamente nei boschi, viene trapiantata a pieno campo, senza altri procedimenti artificiali di maturazione che ne possano alterare le caratteristiche organolettiche. Ciò conferisce alla fragola di Maletto una straordinaria squisitezza e fragranza. Oggi questo prodotto è presente nei mercati ortofrutticoli italiani ed esteri, ed è molto ricercato. Gustare una fragola di Maletto significa fare il pieno di un profumo e di un gusto che solo queste terre riescono ad infondere al rosso e polposo frutto.
Ogni anno, nel mese di giugno, Maletto diventa la città delle fragole, richiamando centinaia di turisti e di visitatori.

 Nel corso della Sagra, le maestranze locali realizzano una gigantesca torta alla fragola di oltre mille chili, che viene offerta a tutti i partecipanti Durante la manifestazione vengono esposti in appositi stand le fragole in piantine e in cassette e sono offerte come assaggio gratuito ai visitatori. Il frutto matura tra i primi di maggio e la fine di giugno e nell'ambito della sagra sono esposti diversi tipi di fragole: la fragolina di pasticceria, la fragola "rifiorente", che matura da gennaio a dicembre, e la fragola tradizionale, dal sapore più dolce e dall'odore più profumato. La sagra dura tre giorni e si svolge di solito dal venerdì alla domenica.

 

SCORDIA. Le arance a polpa rossa. Città adagiata nella piana di Catania, a sud del fiume Simeto, al confine fra le province di Catania e Siracusa, Scordia deve il caratteristico aspetto del suo paesaggio di macchia mediterranea, al verde intenso degli agrumeti che permane tutto l'anno, offrendo sfumature cangianti a seconda delle stagioni.
Qui la coltivazione degli aranci è presente sin dalla fine del XVIII secolo, quando i primi innesti furono impiantati sull'arancio amaro, la cui coltura, insieme a quella del Limone, i contadini locali già praticavano.
Nacquero così i primi agrumeti o "giardini", come si usa dire da queste parti. Da allora, i "giardini", si sono progressivamente diffusi sul territorio di Scordia, fino a diventare la primaria fonte di reddito per i suoi abitanti.
La principale varietà colturale (o cultivar) è il TAROCCO, arancia a polpa rossa con le sue diverse varianti. Sono presenti pure altri cultivar di arance a polpa rossa quali il MORO e il SANGUINELLO.

Le arance a polpa rossa sono le ottime arance dalla polpa di colore rosso - rubino, dovuto alla presenza di particolari sostanze, le ANTOCIANINE, che ne pigmentano la polpa e il succo donandole non solo quella nota di colore che le rende veramente appetitose, ma anche una grande carica salutare.
I farmacologi già da tempo riconoscono che le ANTOCIANINE attribuiscono al frutto varie proprietà terapeutiche e curative indispensabili per una salutare e corretta alimentazione.
In particolare: - intervengono attivamente a sostegno delle difese del nostro organismo nell'eliminazione delle scorie metaboliche (i radicali liberi); - rafforzano le mucose gastriche prevenendo così l'insorgere di gastriti e di ulcere; - proteggono le pareti vascolari e favoriscono una buona circolazione; - riducono il tasso di colesterolo; - favoriscono l'azione del fegato; - rigenerano la porpora visiva migliorando la vista;
- sono ottimi antiossidanti, al centro di alcune interessanti ricerche e sperimentazioni volte a sconfiggere il cancro.
Le arance a polpa rossa sono dolcissime, pur mantenendo zuccheri e calorie al di sotto della media e costituiscono un'importante scorta di Vitamina C (presente in quantità ben maggiore che nelle arance a polpa gialla), di sodio, di potassio e di altri sali minerali.
Sono il frutto che accompagna la nostra vita, prezioso per la salute, naturale aiuto nella gravidanza, nella crescita, nello sviluppo e nell'età avanzata (Salvatore Pennisi)

 

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Il mondo degli Agrumi

 

è talmente vasto e articolato che ogni suo aspetto, culturale e colturale, potrebbe essere, da solo, oggetto di un intero volume. Si tratta, infatti, non solo di alcuni dei prodotti alimentari, in particolare le arance e i loro derivati, più diffusi e consumati a livello mondiale, ma di frutti, come il cedro, che hanno accompagnato lo sviluppo dell’agricoltura sin dagli albori della civiltà indoeuropea, a Babilonia, 6000 anni orsono, fino a diventare parte importante della prima grande religione monoteista, l’ebraismo.

Ogni agrume è, infatti, testimone di epoche e di grandi civiltà e dovunque essi siano stati coltivati hanno sempre suscitato meraviglia tale da essere divenuti rapidamente protagonisti delle lettere e delle arti, oltre che dei mercati e della gastronomia. Così, l’arancio è il simbolo stesso della civiltà islamica europea, diffusa nella Sicilia arabo-normanna e in Andalusia a cavallo dell’anno mille e nei secoli successivi. Simbolo di sapienza agronomica e, nello stesso tempo, di diletto. Ma gli agrumi diventano, poi, in qualche modo, protagonisti del Rinascimento italiano, e, in particolare, della bellezza delle Ville Medicee, che ne sono simbolo imperituro.

L’idea stessa del paesaggio italiano, come luogo di eterna primavera, reso immortale da Botticelli, con il boschetto di agrumi che la rappresenta, fa sviluppare, in tutte le grandi corti europee la moda, se non la necessità, delle orangeries, la cui tradizione, seppur in altro modo, continua oggi con la fortuna dell’agrumicoltura ornamentale di fattura italiana.

Stessa sorte tocca al limone, senza il quale il paesaggio della Costa Amalfitana non potrebbe immaginarsi e che nel XIX secolo dalla Sicilia raggiunse i mercati di tutto il mondo, quando alla navigazione a vela fece seguito quella a vapore. E, ancora, il mandarino, che conquistò la Conca d’Oro palermitana nel XIX secolo e del clementine capace di cambiare il volto della piana di Sibari e dell’arco ionico tarantino, dando luogo, negli ultimi decenni del XX secolo, a un sistema colturale utile a garantire sviluppo economico in territori fino ad allora marginali.

Per non parlare, poi, di alcune specificità, tutte italiane, anzi, calabresi, come la coltivazione del cedro e del bergamotto, i cui prodotti, per ragioni affatto diverse sono comuni a larga parte del mondo, anche se purtroppo, poco del loro valore aggiunto rimane nel nostro Paese o, almeno, nei luoghi di coltivazione.

Abbiamo, volentieri accolto l’invito di coordinare questo volume, che non poteva mancare nella Collana Coltura&Cultura di Bayer CropScience. Lo abbiamo fatto immaginando un percorso articolato, tra scienza e arte, in più di 50 capitoli, ma coerente con lo stile e la ragion d’essere della Collana. Abbiamo chiamato a collaborare con noi oltre 60 Autori, tutti nomi di rilievo assoluto nel mondo degli agrumi e in quelli comunque ad esso legati.

Il nostro obiettivo, che ci auguriano sia condiviso dal Lettore, è stato quello di aver ancorato la divulgazione alle solide radici della ricerca scientifica. Abbiamo voluto fornire al lettore informazioni chiare, ricche di particolari, a volte anche di aneddoti, capaci, fin dove possibile, anche nella scelta delle immagini, di compendiare il rigore della ricerca con la vivacità dell’informazione; rispecchiando, in definitiva, i valori propri del giardino di agrumi come luogo “fruttifero e dilettevole”, dove scienza e arte si fondono.

E' un atto di fiducia verso un mondo che tanto ha dato alla cultura del nostro Paese e tanto ha contribuito alla sua bellezza, certi di poter continuare ad affermare, con Stendhal, che “C’è proprio un Paese dove gli aranci crescono in piena terra? Chiedevo alla zia e avendo spiegato la zia Elisabeth che c’era questo Paese e si chiamava Italia...”.

 

Eugenio Tribulato & Paolo Inglese

http://www.colturaecultura.it/titoli-agrumi.asp

 

 

LEONFORTE. Le pesche nel sacchetto. Una sorpresa nella terra degli aranci e dei mandorli. La Sicilia è terra di agrumi, olivi, mandorli, fichi d’India. Le pesche, si direbbe, sono roba dell’Emilia Romagna, della Campania, del Piemonte. Roba da frutteti iperspecializzati. Al limite, su quei terreni assetati e in quel caldo africano si potrebbero cercare le primizie, che so, una pesca che matura a maggio, magari anche prima. E invece no.
Nel cuore della Sicilia ci sono pesche antiche e, mentre l’Italia ormai da un secolo coltiva soltanto varietà americane e corre dietro alle “pesche di moda”, qui si sono conservate. Nessuno le ha disturbate perché non erano così importanti: a Leonforte la produzione vera era quella di agrumi e di frumento. Gli alberi di pesche nascevano fra gli aranci, e si lasciavano lì. Nascevano dai semi, per caso, e per caso si incrociavano. E siccome qui non siamo sulle coste assolate, ma alle pendici dei monti Erei, erano perlopiù pesche tardive.
Ci volle un po’ di tempo, ma poi qualcuno si accorse che quegli alberi erano preziosi: quale altra regione italiana poteva permettersi pesche appena raccolte ai Santi? Quale altra zona siciliana aveva la fortuna di Leonforte: possedere ricche sorgenti d’acqua? Perché le pesche devono essere irrigate, altrimenti non vivono.
Così, negli anni ’50, nasce il primo pescheto “specializzato”: poca cosa, un terreno di due tumuli (mezzo ettaro), ma nella celebre Contrada Noce, “la zona migliore - ci spiegano - con i terreni argillosi e bagnati dalle acque della Gran Fonte”.
Nel 1951 Carmelo Salomone, uno dei pionieri della pesca di Leonforte, con quei due tumuli guadagna una cifra ai tempi straordinaria: due milioni. Ma dopo appena tre anni, gli agricoltori ricevono un telegramma: bisogna sospendere la raccolta perché le pesche appena consegnate sono marce. È arrivata la mosca mediterranea, un flagello. La coltivazione è abbandonata: per anni le pesche rimangono sugli alberi. Fino all’idea geniale. Un certo Pappalardo di Acireale, che a Leonforte possiede un appezzamento di agrumi, inizia a difendere i frutti con un sacchetto. È il 1965. Poco per volta la pratica dell’insacchettamento si diffonde e la storia della pesca di Leonforte ricomincia.
La storia di una piccola “follia”, di un lavoro certosino che inizia a giugno, ogni anno. I frutti ancora piccoli e verdi sono insacchettati a mano, uno per uno. I sacchetti di carta pergamenata si chiudono con un sottilissimo fil di ferro: proteggono le pesche dalla mosca, ma anche dal vento, dalla grandine e poi consentono di raccoglierle quando sono dolci e mature. Un lavoro per uomini (in Sicilia le donne non vanno in campagna) che viene pagato a cottimo: 35 lire per ogni sacchetto (in un giorno i più veloci ne legano più di 2 mila). Fino agli anni ’70 la carta si comprava a Giarre: le donne di Leonforte se la facevano tagliare su misura e la cucivano a macchina. Anche fare i sacchetti era un piccolo mestiere: si guadagnavano 4 o 5 lire al sacchetto.
Ora i sacchetti si comprano già incollati, ma il lavoro manuale è ancora tanto: bisogna dare il rame agli alberi, potarli, dare l’olio bianco alle gemme quando sono gonfie e rosa (rigorosamente l’ultimo trattamento), irrigare, concimare, fare un’ultima potatura a giugno (quella verde, per togliere i succhioni e diradare i frutti). Anche la raccolta è un’operazione delicatissima: alla fine di settembre i sacchettini con il loro prezioso contenuto vengono staccati dall’albero con una leggera rotazione del picciolo (guai a strapparli). Poi si scartano le pesche e si selezionano, ancora una volta a mano e ancora una volta una per una: si eliminano i frutti con qualche difetto e si dividono gli altri in base alle dimensioni: da una parte le più piccole e via via le più grandi, divise meticolosamente in base al diametro.

 

BRONTE, capitale italiana del pistacchio! La Sicilia è l'unica regione italiana dove si produce il pistacchio ("pistacia vera") e la cittadina etnea, con oltre tremila ettari in coltura specializzata, ne esprime l'area di coltivazione principale (più dell'80% della superficie regionale) con una produzione dalle caratteristiche peculiari.
Bronte, Eden di pistacchio, con un frutto dal gusto e dall'aroma universalmente riconosciuti come unici e particolari.
L'"oro verde", così è denominato il "pistacchio verde di Bronte", rappresenta la principale risorsa economica del vasto territorio della cittadina etnea.
Concorreranno la terra e le sciare dell'Etna, la temperatura o il portainnesto, le tradizioni di coltura tramandate da padre in figlio, fatto è che la pistacchicoltura brontese, a differenza dei prodotti di provenienza americana o asiatica, in massima parte con semi di colore giallo, produce frutti di alto pregio, molto apprezzati e richiesti nei mercati europei e giapponesi per le dimensioni e l'intensa colorazione verde.
Il pistacchio brontese è dolce, delicato, aromatico. Soprattutto è unico.
Fra le varie qualità coltivate nel Mediterraneo e nelle Americhe possiede colori e qualità organolettiche che ne fanno un unicum in tutto il mondo con un suo sapore soave che i frutti prodotti altrove non hanno. Viene apprezzato nei mercati italiani ed esteri per l'originalità del gusto e l'adattabilità in cucina e in pasticceria. E' usato nell'industria dolciaria sopratutto per preparare torte, paste, torroni, mousse, confetti, gelati, e granite, ma è squisito anche nei primi e secondi piatti o arancini; è utilizzato anche nella preparazione degli insaccati (ottimo nelle mortadelle e nelle soppressate) e nel settore cosmetico.
A Bronte se ne raccolgono oltre 30 mila quintali e, quello con guscio (la "tignosella") si vende a circa 4,00/6,00 euro al chilo e a 9,00/15,00 quello senza guscio ("sgusciato"). Una ricchezza di quasi 15 milioni di euro che rappresenta poco più dell'1% della produzione mondiale di pistacchi.
L'ottanta per cento del prodotto brontese è esportato all'estero, sopratutto in Europa, il restante 20% trova impiego nell'industria nazionale (il 55% industria delle carni insaccate, il 30% nell'industria dolciaria ed il 15% nell'industria gelatiera, con un rapporto gelateria industriale/artigianale che potrebbe essere del 60/40%). 

Il frutto viene commercializzato sotto diverse forme: Tignosella (pistacchio non sgusciato, i brontesi lo chiamano "babbalucella"), pelato (sgusciato e privato dell'endocarpo), granella, farina, bastoncini, affettato o pasta di pistacchio. Certamente quasi nessun agricoltore brontese vive più di solo pistacchio: la coltivazione occupa solo una parte dell'impegno lavorativo e fornisce una fetta di reddito; è in pratica una seconda attività, ma essenziale per la sopravvivenza della famiglia e della comunità e forse è più la passione che l'economia a spingere i brontesi ad impiantare ancora alberi di pistacchio (che daranno i primi frutti solo dopo circa dieci anni).
Nella zona si contano quasi mille produttori, la maggior parte con piccoli appezzamenti di terreno sciaroso di meno di un ettaro e qualche grosso produttore con un multiplo di ettari. Il frutto raccolto viene in genere smallato ed asciugato ad opera del produttore stesso, che poi vende il suo pistacchio in guscio alle aziende esportatrici o lo conferisce alle cooperative. L'Oro Verde di Bronte nelle diverse fasi di maturazione (in fioritura ad aprile, nel mese di maggio ed a fine agosto). A destra in basso una vecchia macchina per rimuovere ("sgrollare") il mallo, l'involucro coriaceo che ricopre il frutto. Sulla sinistra della "machina ppi sgrullari i frastuchi", due antichi recipienti della tradizione locale: "u stutafocu" (si riempiva di brace ardente per ottenere la carbonella) e "u menzarangiu" (grosso recipiente di rame usato per bollire alimenti o, anche, fare la mostarda di fichidindia)

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Il Mediterraneo è stato da sempre uno dei principali centri di scambio e di valorizzazione delle produzioni agro-alimentari mondiali. È stato, tradizionalmente, il mare del gusto, degli aromi, dei sapori, delle spezie. Una peculiare caratteristica che ha disegnato e formato la cultura, l'economia ed anche il paesaggio, trasformandolo profondamente ed in modo quasi irreversibile.
Le spezie in genere ma anche il basilico, il rosmarino, il pepe, l'olivo, gli agrumi, i carciofi, il vino e la vigna e mille altri prodotti e coltivazioni di maggiore o minore diffusione hanno invaso e trasformato questo spazio geografico e culturale, portando allo scambio di merci ma anche al confronto culturale e al mantenimento di un costante valore comune di sapori e tradizioni.
I prodotti di origine mediorientale rappresentano un particolare aspetto di questo patrimonio ed hanno avuto una notevole influenza nella cultura gastronomica europea e mediterranea. Il cus cus, il peperone, perfino il vino, la castagna e cento altri prodotti derivano dal progressivo e millenario scambio e il Mediterraneo ne ha rappresentato lo spazio di comunicazione.
Il Pistacchio, un frutto dalla storia antichissima, noto ai Babilonesi, Assiri, Giordani, Greci, citato addirittura nel libro della Genesi e riportato nell'obelisco, fatto innalzare dal re dell'Assiria, attorno al VI secolo a.C., è uno di questi prodotti agro-alimentari, che ha contribuito a delineare il patrimonio culturale-gastronomico dei popoli mediterranei. Di questo prezioso frutto, portato in Sicilia dagli Arabi, Bronte rappresenta la capitale italiana.
L'Iran è il principale produttore mondiale di pistacchio (56%) con una superficie di 230.000 ettari di terreno coltivato, seguito dalla Turchia, con 39.000 ettari, gli Stati Uniti, 31.000 (dove è presente la cultivar "Bronte") e la Siria, con 20.000. Nell'Unione Europea solo Italia, Grecia e Spagna ne sono produttori (i primi due con circa 9.000 ettari di terreno coltivato e la Spagna con 1.500, di cui 2.000 in Andalucia).
In Sicilia il Pistacchio cresce in prevalenza a Bronte con l'80% della superficie regionale coltivata (e nei comuni di Adrano e Ragalna) e nelle province di Agrigento (i cui centri di produzione sono Favara e Raffadali) e di Caltanissetta (S. Cataldo). La produzione biennale media siciliana è di circa 32.000 quintali di prodotto sgusciato, l'80% dei quali viene esportato all'estero.
A Bronte alcune cooperative ed una decina di aziende esportatrici, in concorrenza fra loro, alcune ottimamente attrezzate e con avanzata tecnologia, si occupano della lavorazione e della commercializzazione del pistacchio.
Si è costituita anche un'associazione di pasticceri che utilizzano il frutto esaltandolo nei loro tradizionali prodotti (paste, torte, gelati, torroni, fillette, panettoni e colombe, torroncini, creme, pesto, ...).
Il "pistacchio verde di Bronte", perennemente minacciato da importazioni di qualità assolutamente inferiore, ha oggi conquistato il dovuto riconoscimento di prodotto DOP: il Disciplinare di produzione è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale fin dall'Ottobre 2001.
Ma si è perso tempo. Solo dopo quattro anni, il 3 novembre 2004, è stato finalmente costituito il Consorzio di tutela che dovrebbe iniziare a breve il proprio lavoro.
La Denominazione d'Origine Protetta riguarda una zona di produzione, compresa fra i 300 e i 900 metri s.l.m., che ricade nei territori di Bronte, Adrano e Biancavilla. La peculiarità del pistacchio brontese è il colore uniformemente verde vivo della sua pasta, nonchè la sua pronunciata aromaticità, per cui è senz'altro privilegiato nella manifattura dei torroni, dei prodotti dolciari e dei gelati ma soprattutto delle carni insaccate di pregio e nella gastronomia di alta classe. Tali caratteristiche, uniche fra i prodotti similari di altre zone, sono egregiamente valorizzate proprio nel luogo di produzione.
Ogni anno in alcune viuzze e piazze del centro storico di Bronte si svolge da parecchi anni una sagra (la Sagra del Pistacchio).
Dal pesto alla crema, dalla torta al gelato, dall'arancino alla salsiccia la Sagra è il trionfo del pistacchio in tutte le sue varianti; si celebra nel mese di settembre e nella scorsa edizione ha richiamato ben 100 mila visitatori. E' l'occasione che la città offre ai numerosi visitatori per fare conoscere le raffinate prerogative e le proprietà dell'"oro di Bronte". Il clou della Sagra sono le degustazioni del frutto e dei prodotti che vanno dalla salsiccia alla pasta al pistacchio, dalle torte ai torroni, al gelato, alle crepes, alla filletta, oltre a numerose altre prelibate dolcezze (col pistacchio di Bronte viene prodotto anche un liquore, il pesto, una crema da spalmare sul pane, un ottimo arancino, il formaggio, il salame, le classiche antiche fillette, il caffè, ...e numerose altre prelibatezze dal gusto unico).
(da www.bronteinsieme.it)

 

 

Non è sfuggita neanche all’occhio, da sempre molto attento, dei ricercatori di Slow Food, tanto da farne un presidio tutelato e pubblicizzato in giro per il mondo.

E’ autoctona e la sua coltivazione rispetta i parametri di un’agricoltura che, forse, non esiste più. Nei campi, a cavallo fra le province di Catania e Messina, cresce la pesca “irregolare”: la chiamano tabacchiera perché, appunto, ha tutte le fattezze del contenitore che, in passato, veniva utilizzato per conservarvi il tabacco da fiuto. E’schiacciata e per nulla tondeggiante.

La pesca tabacchiera si sviluppa là dove le temperature sono più rigide, fra le terse e vivide giornate dei centri pedemontani del catanese, da Bronte ad Adrano passando per Biancavilla, e di quelli messinesi della Valle dell’Alcantara come Roccella Valdemone.

Basta aprirla ed annusarne la polpa per comprenderne l’atipicità. All’interno, infatti, è bianca come le vette invernali di quel vulcano che sovrasta molti dei campi di produzione. Solo quella terra, infatti, e le rigide temperature ne possono assicurare la crescita: e, poi, il mondo.
Questa “atipica” è conosciuta in diverse aree del globo, trasportando con sé la tradizione di una vita, fatti di campi e lavoro.

Perché, per farla nascere e crescere, è necessaria l’attitudine al sacrificio, al lavoro che sembra non finire mai. Drenare la terra e cospargerla, costantemente, di acqua: solo in questo modo, la pesca tabacchiera può abbandonare quelle terse e vivide giornate e farsi mondo.
 

 

 

 

 

RAMACCA. Il Violetto e la sua Città:Ramacca. Cittadina agricola sorta ai margini sud-occidentali della piana di Catania, all'inizio del XVIII sec., vanta un territorio di 305,382 kmq, uno dei più estesi della Sicilia. Questo si articola in basse colline, morbidi declivi e vaste estensioni pianeggianti. Bellissime masserie sparse in tutto il territorio arricchiscono lo stupendo paesaggio di veri e propri capolavori d'architettura rurale. Il territorio ramacchese stato abitato fin dalle epoche più remote. Ciò è dimostrato dai numerosi siti preistorici, scoperti nelle contrade Torricella, S. Maria, Poggio Croce, Perriere Sottano, dalla presenza di una città indigeno-greca sulla Montagna di Ramacca, abitata fin dal VII sec. a.C, fino all'età ellenistica. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce reperti, molti dei quali sono esposti nelle sale del Museo Archeologico Civico.
Il carattere urbanistico del paese presenta una pianta ortogonale, con vie larghe e rigorosamente squadrate. Il centro di Ramacca è costituito dalla piazza Umberto I, che ha la morfologia di un ottagono regolare, al cui lato meridionale sorge il settecentesco Palazzo baronale, oggi sede del Municipio, del Museo Civico Archeologico e della Biblioteca Comunale.

Le Caratteristiche del Carciofo: II carciofo (Cynara scolymus L.) appartiene alla famiglia delle Asteraceae (ex Compositae), tribù delle Cynareae.
Il carciofo è una pianta davvero "generosa", di cui si può utilizzare praticamente tutto: dai capolini per il fresco a tavola o per la trasformazione agroalimentare, ai carducci o alle foglie fresche e secche per l'alimentazione del bestiame, per finire con le foglie e le radici da cui si estraggono ortofenoli ed acidi utilizzati in farmacologia e nell'industria dei liquori. Il consumatore è poco informato sugli aspetti qualitativi e nutrizionali di questo ortaggio. Visto il periodo di raccolta (fine autunno-inverno) ostile a molti fitofagi, in alcune zone viene prodotto senza alcun intervento fitosanitario, o comunque tali interventi risultano rari ed in casi di emergenza. Un'altra caratteristica da prendere in considerazione è il suo valore officinale, infatti, grazie ad una particolare sostanza, la cinarina, contenuta nelle foglie, nello stelo e nell'infiorescenza, svolge un'azione benefica sulla secrezione biliare, favorisce la diuresi renale e regolarizza le funzioni intestina!!. Oltre ad essere un eccellente protettivo epatico il carciofo abbassa il tasso di colesterolo nel sangue, con benevoli effetti sulla circolazione sanguigna e sull'attività cardiaca. Inoltre al carciofo è attribuita una forte capacità antiossidante. L'elevato contenuto di inulina lo rende particolarmente idoneo all'alimentazione dei diabetici. Grazie alla ricca presenza di composti vitaminici, infine contribuisce a ridurre la permeabilità e la fragilità dei vasi capillari. In cosmesi, il succo svolge un'azione bioattivante, vivificante e tonificante per la pelle.

 

 

 

I carciofi arrostiti sulla brace sono un'abitudine ebraica.

 

(da "I sapori lontani della cucina siciliana" di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Editori

 

 

Sebbene proveniente dalla regione francese che gli dà il nome, anche il Marmande può essere considerato un ecotipo locale. Il frutto è di pezzatura medio-grossa, schiacciato, con le tipiche costolature molto evidenti e una collettatura verde molto marcata. La polpa è spessa, poco acquosa e dolce. Vista la scarsa consistenza e la limitata resistenza post-raccolta, i frutti vengono raccolti e venduti a inizio invaiatura.Il Marmande è uno dei pomodori più gustosi in assoluto. Ne esistono moltissime varietà, che vengono commercializzate con nomi come Merinda, Marmandino e perfino RAF. Le differenze fra le varietà sono poche nell’aspetto, ma rilevantissime nel gusto. In tutto il mondo si cerca di migliorare, ma il più saporito Marmande è tuttora quello prodotto nel sud della Sicilia, in una stretta lingua di terra fra Pachino, Marzameni, Portopalo. Qui la speciale composizione del terreno vulcanico, ricco di sali minerali, il regime dei venti, tipico di quella zona, permettono la produzione, da febbraio fino all’inizio di maggio, di una vera prelibatezza. Ma non è da meno la varietà Beef, assonanza per la sua grandezza simile alla bistecca americana ovvero il Rizzo (Rizzu) Catanese, che si coltiva in quasi tutta la Piana di Catania soprattutto fra Adrano, Belpasso, Biancavilla e Bronte. Nei mercati popolari catanesi abbonda in estate e questo prodotto orticolo è riconoscibile dall'aspetto corpulento e rosso, con strane costolature da farlo sembrare un rospo. Si fa perdonare per l'eccellente sapore,  così dolce da non farci pentire per averlo scottato per quasi un'ora nella pentola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le cinque fioriture del «Femminello»

Dai primofiore ai maiolini, dai verdelli ai bastardi e ai marziani per la cultivar dominante nella zona fino agli Anni 50.
Il limone rappresenta la specie più emblematica della zona costiera orientale etnea, nella quale trova effettiva localizzazione grazie al clima favorevole. La limonicoltura è pertanto una componente dominante del paesaggio della riviera jonico etnea, per questo motivo meglio nota come «riviera dei limoni». La dominanza si va attenuando, proprio per ragioni climatiche, a mano a mano che dalla costa si procede verso l'interno; la coltura, in genere, è più presente nelle aree a quote inferiori ai 150-200 metri. La sua coltivazione, nel corso degli anni ‘50, è stata progressivamente sostituita, lungo la zona costiera ionica, a quella della vite, almeno nelle aree compatibili per condizioni orografiche, climatiche e per la disponibilità di acqua di irrigazione.
Anche per questo motivo, nella zona il limone spesso coesiste con altre colture sia arboree sia erbacee; e a volte risulta persino consociato con fruttiferi diversi, tra cui il ciliegio. La coltura, a causa di una crisi di mercato che tende a diventare strutturale, attraversa una fase delicata che si coglie anche con riferimento alle cultivar utilizzate (il Femminello, varietà dominante fino agli anni ‘50, ha ceduto nel tempo il posto ad altri cloni più resistenti ai gravi attacchi del malsecco) e alla scarsa uniformità della produzione.
Sulla cultivar «Femminello» si possono elencare ben cinque fioriture principali a cui corrispondono fruttificazioni che assumono particolari denominazioni. La più importante dà origine a frutti che maturano in un arco di tempo molto lungo: da ottobre a marzo. Questi vengono chiamati «invernali» e hanno un epicarpo più o meno rugoso, acidità elevata, semi presenti in numero variabile. I frutti derivati da questa fioritura che maturano più anticipatamente (tra la fine di settembre e i primi di ottobre) sono noti commercialmente con il termine di «primofiore».
I «maiolini», chiamati anche «biancucci» o «bianchetti» presentano un epicarpo poco rugoso, un colore giallo pallido, un minor numero di semi e una più bassa acidità rispetto a quelli invernali. La fruttificazione è spesso a grappolo. La maturazione cade normalmente nei mesi di aprile-maggio.
I famosi «verdelli» giungono invece a maturazione nell'estate dell'anno seguente e spuntano ottimi prezzi sui mercati nazionali ed esteri. I «verdelli» si formano spesso a grappoli. Essi sono caratterizzati da un epicarpo liscio e una bassa acidità, mentre i semi sono quasi tutti abortiti.
Abbiamo poi i «bastardi» che si presentano con epicarpo liscio, di colore giallo carico, con stilo persistente e maturano dopo circa un anno. Infine i «marzani»; non sono mai molto numerosi, con forma più o meno rotondeggiante, epicarpo rugoso, umbone largo e schiacciato, acidità elevata, semi più o meno numerosi. I «marzani» vengono di solito raccolti assieme ai limoni «invernali».
17/09/2011 La Sicilia

 

TURCA (tonda nera) Il periodo della semina è assai dipendente dalla zona in cui si opera. Nel nord si semina sotto tunnel o in cassone ai primi di Marzo. Bisogna insomma tener presente che, per svilupparsi, la piantina di melanzana necessita di una temperatura piuttosto costante che si aggiri intorno ai 15° centigradi. Si semina a spaglio, piuttosto rado per non dovere poi diradare troppo, e su un substrato composto da terriccio fine mescolato con pari quantità di torba concimata. Seminate preferibilmente sul bagnato con uno strato di mezzo cm circa di sabbia. Tracciate dei solchetti nell’appezzamento adibito allo scopo ed appoggiate i soggetti a distanza di 50 cm l’uno dall’altro sulla fila. La distanza tra i solchi si aggirerà fra i 60-70 cm. Una volta che sono poste tutte le piante in un solo solco colmatelo di terra premendo bene intorno alle piantine stesse. La melanzana per ben produrre, necessita di potatura: si devono asportare cioè i getti secondari che si sviluppano all’ascella dei getti primari: su ogni pianta non ne devono restare più di 8-10. Il raccolto è scalare ed il consumo deve essere immediato.

SITA (Tonda violetta) - PIANTA DI ORIGINE Pianta erbacea annuale della famiglia delle Solanacee con radice fittonante e fusto eretto, rigido e ramificato, un po’ spinoso che raggiunge circa 70-80 cm, foglie lobate, fiori solitari ascellari, violetti, anch’essi un po’ spinosi. I frutti sono bacche, violacee, o bianche, di forma tonda, oblunga od ovoidale, con la parte superiore avvolta in un calice. La superficie è lucente, liscia o a costole. Grandezza, forma e colore si differenziano a seconda della varietà.

UTILIZZAZIONE ALIMENTARE La parte edibile è costituita dai frutti dotati di buccia spessa e polpa carnosa di colore biancastro. Fra le varietà più diffuse ricordiamo la Gigante bianca di New York, la Precoce di Barbentane, la Violetta lunga di Napoli, la Violetta tonda. Le melanzane vengono consumate sia tagliate a fette che a dadi, cotte, sia grigliate che fritte, impanate o lessate. Spesso questo ortaggio entra in ricette elaborate come ad esempio melanzane alla parmigiana, o melanzane ripiene.

COLTIVAZIONE Predilige climi temperati o caldi, e soffre il gelo. Viene coltivata, in semenzaio riscaldato, nel sud Italia in gennaio-febbraio, al centro-nord in marzo. Quando le piantine hanno raggiunto 6-7 cm di altezza ed hanno emesso la quinta foglia, si trapiantano in vivaio, in terreni poco profondi, di medio impasto o sabbiosi, ricchi di sostanze organiche e dopo 2 mesi si piantano nell'orto alla distanza di 50 cm sulle file e 70 cm tra le file. L’irrigazione del terreno deve essere costante. La raccolta si effettua da giugno in quando i frutti non sono del tutto maturi e si protrae fino a Settembre.

 

 

 

 

 

 

 

Sono stati gli arabi a portare dal lontano Oriente le melenzane in Sicilia. Come tutte le solonacee contengono un alcaloide amaro e scarsamente tossico: la solanina, che si credeva generasse "malinconici umori ed eccessiva lascivia" da dove il nome malum insanum. Nell'Italia del centro nord dovevano passare secoli prima che la melenzana entrasse in cucina.

 

(da "I sapori lontani della cucina siciliana" di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Editori

 

 

L'aglio siciliano è tutto ottimo, particolare quello selvatico dell'Etna presso Randazzo o Trecastagni e soprattutto quello dei Nebrodi.  Ma l'aglio siciliano per eccellenza è a Nubia, piccola frazione di Paceco (Trapani). Da sempre fonda la sua economia sulle saline e sulla coltivazione dell’aglio rosso, tanto da far acquisire a Nubia la denominazione dialettale di “u paisi di l’agghi” cioè il paese dell’aglio. Tale coltivazione viene ancora oggi praticata con metodi tradizionali che si sono perpetuati nel tempo che vanno dall’attenta selezione dei bulbilli, alla tecnica di coltivazione rispettosa dell’ambiente, all’impianto e raccolta manuale fino alla fase di asciugatura e intrecciatura, sempre rigorosamente manuale. Un tempo le trizze di aglio erano composte anche di centinaia di teste, erano lunghissime, e si tenevano appese nelle abitazioni per attingerne l’aglio necessario alla preparazione dei cibi.

 

Il Basilico (Ocymum basilicum) è una erbacea annuale che raggiunge anche i 60 cm d’altezza. Le foglie sono differenziate a seconda della varietà. E’ un arbusto profumato assai utilizzato come aroma in cucina, per sughi al pomodoro, insalate fresche ovvero per il classico pesto.
La semina può essere effettuata direttamente in vaso o nell’orto, avendo cura di proteggere la zona di semina con del tessuto non tessuto, quando la temperatura non è ancora stabile. Il terreno deve essere di medio impasto e ben drenato e per quanto riguarda il terriccio il basilico non presenta particolari esigenze. Ottimo quello coltivato a Valverde.

 

 

 

 

L'olio "Monte Etna" DOP è ottenuto dalla varietà Nocellara etnea per almeno il 65% e da altre varietà presenti nella zona (Moresca, Brandofino, Biancolilla, etc.). Al consumo ha un colore giallo con riflessi verdi, odore fruttato leggero, sapore fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante.
L'olio extra vergine si ottiene da olive sane, raccolte entro il periodo compreso tra l'invaiatura delle drupe fino alla seconda decade di gennaio, variazione dettata dalla diversa altitudine dei territori di produzione. Dopo la raccolta le olive vengono conservate in recipienti areati fino alla molitura per la quale sono ammessi solo processi meccanici e fisici, al fine di ottenere un olio che sia il più possibile fedele alle caratteristiche peculiari del frutto.

La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell'olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta comprende, nell'ambito del territorio amministrativo della regione Siciliana, i territori olivati dei comuni (atti a conseguire le produzioni con le caratteristiche qualitative previste nel disciplinare di produzione) che elenchiamo di seguito:

Provincia di Catania: Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Camporotondo Etneo, Castiglione di Sicilia, Maletto, Maniace, Motta S. Anastasia, Paterno', Ragalna, Randazzo, Santa Maria di Licodia, San Pietro Clarenza.

Provincia di Enna: Centuripe.

Provincia di Messina: Malvagna, Mojo Alcantara, Roccella Valdemone, Santa Domenica Vittoria.

 

 

 

 

 

QUELLA SECCA

 

 

 

foto di Francesco Raciti

 

 

La calia e simenza è un tipico alimento consumato in tutta la Sicilia in occasione delle feste patronali (come quella di Sant'Agata a Catania o di Santa Rosalia a Palermo) o altri eventi di grande rilievo, solitamente nelle feste rionali e durante le processioni sia in estate che in inverno. La calia si prepara tostando (in siciliano caliannu) dei ceci nella sabbia bollente e salata. La simenza, invece, si ricava dai semi di zucca secchi, che subiscono la stessa preparazione della calia.

Solitamente, calia e simenza vengono mangiati in compagnia durante le processioni o le semplici passeggiate nelle vie della città. Sono vendute da venditori ambulanti che le preparano sul posto in quanto sono più buone mangiate tiepide e croccanti.

La quarume (in siciliano "pietanza calda"), italianizzata in caldume, è uno dei tipici piatti da strada di Palermo e Catania. Un venditore di quarume è detto quarumaru.

La si può trovare, dalla mattina alla sera, sia nei mercati rionali che presso alcuni banchi di rivendita sparsi in tutta la città.

È composta da viscere di vitello (tipicamente ventra, matruzza, centopelle e ziniere) bollite nella "quarara" con cipolle, sedano, carote, prezzemolo. Viene servita calda con sale, pepe, olio, limone.

 

 

 

La calia (dal latino colius = polvere). Ceci tostati nella sabbia che i siciliani consumano per passatempo insieme ai calacausi (arachidi) e a simenza (semi di zucca tostati e salati.

 

(da "I sapori lontani della cucina siciliana" di Gino Schilirò - Lancillotto e Ginevra Editori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal termine latino fungus e da quello greco mykés derivano rispettivamente i nomi fungo (o micete) e micologia (la scienza che si occupa dello studio dei funghi). I funghi sono organismi dotati di nucleo, privi di clorofilla, che si originano da spore e si riproducono generalmente sia in maniera sessuata che asessuata, e le cui strutture somatiche normalmente filamentose (ife), sono circondate da pareti cellulari contenenti cellulosa o chitina, o entrambe. Quando le condizioni ambientali e nutrizionali sono favorevoli, dal micelio si forma il corpo fruttifero (detto fungo) dal quale verranno prodotte le spore.

 

 

 

 

Il paesaggio vegetale dell’Etna, soprattutto in epoche recenti, è stato caratterizzato da una lunga quanto massiccia azione antropica che ne ha quasi completamente modificato le caratteristiche originarie e la composizione e che ha contribuito a degradare o distruggere alcune zone un tempo ricche di flora fungina.

La maggior parte dei versanti etnei, soprattutto nella parte basale del vulcano, sono, infatti, ampiamente urbanizzati o utilizzati per pratiche agricole, la cui crescente diffusione (e il conseguente diboscamento ad esse connesso), ha contribuito ad alterare profondamente la copertura vegetale primitiva, modificata notevolmente anche da cause naturali tra le quali, non ultima, l’attività eruttiva dell’Etna.

 Nonostante le catastrofi naturali e il disturbo antropico, il territorio etneo, per fattori climatici, pedologici e vegetazionali costituisce ancora una vasta area idonea per la crescita e lo sviluppo di numerose specie di macromiceti.

 Dal punto di vista vegetazionale il territorio etneo annovera infatti diversi elementi comprendenti esempi di vegetazione tipicamente mediterranei, benché frammentari, presenti sul piano basale del vulcano, esempi di vegetazione forestale a carattere mesofilo e termofilo presenti sul piano montano e esempi di vegetazione xerofila tipica dell’alta montagna mediterranea.

 La fascia che va dalla zona costiera fino a circa 1000 m s.l.m., comprende infatti una vegetazione tipicamente mediterranea, con diversi aggruppamenti vegetali riferibili all’Oleo-Ceratonion e al Quercion-ilicis.

 La fascia che va dai 1000 ai 2000 metri di quota è caratterizzata da una vegetazione in cui prevalgono i boschi di querce caducifoglie, i castagneti, le pinete e, a quote più elevate, le faggete che, al di sopra dei 2000 metri, lasciano il posto ai colorati pulvini dell’Astragalo dell’Etna (Astragalus siculus Biv.), specie endemica etnea.

 Betulleti a Betula aetnensis Raf. (betulla dell’Etna, specie endemica esclusiva etnea) sono presenti sul versante orientale, nord-orientale e in minor misura su quello occidentale del vulcano (da oltre 1400 m fino ai 2000 m s.l.m.). Oltre tali quote il betuleto, diradandosi, lascia il posto all’astragaleto e ad interessanti specie pioniere.

 Al di sopra dei 2100 m s.l.m., cespugli di Astragalo siculo, Saponaria siciliana (Saponaria sicula Raf.) e Cerastio tomentoso (Cerastium tomentosum L. var. aetneum Janka), creano altre suggestive macchie di colore. A quote superiori ai 3000-3050 m, raggiunti a stento dalle specie più ardite, domina incontrastato il mondo inorganico.

 http://www.dipbot.unict.it/funghi_etna/

Le diverse aree boscate presenti sull'Etna (pinete, faggete, castagneti, ecc.) ospitano una ricca flora fungina sia di specie ubiquitarie che caratteristiche delle varie fitocenosi.

I generi più rappresentativi sono: Agaricus, Amanita, Boletus, Coprinus, Cortinarius, Cystoderma, Hebeloma, Hygrophorus, Hypholoma, Lactarius, Leccinum, Macrolepiota, Russula, Tricholoma, Xerocomus, ecc.

La maggior parte delle specie sono commestibili, alcune tossiche e pochissime velenose mortali quali Amanita phalloides ed Amanita verna.

 

 

         

 

 

 

 

 

I sentieri dei funghi

 di Pietro Nicosia

 

Boschi, campagne, sono i luoghi dei funghi. Cercare queste prelibatezze impone un contatto stretto con la natura ma anche una conoscenza dei luoghi in cui è più facile trovarli e delle caratteristiche che ne consentono il riconoscimento. Meglio sempre affidarsi ad un esperto che sappia distinguere i funghi commestibili da quelli tossici per evitare spiacevoli sorprese.

Comunemente vissuta come l'epilogo delle vacanze, la seconda metà di agosto è il periodo più atteso dagli appassionati della pratica mitologica che, a fine estate, coronano la loro attesa per provare a scovare, sotto i loro bastoni, il porcino più bello.

C'è, innanzitutto, da dire che la stagione dei funghi è essenzialmente decisa dagli eventi meteorologici, che trasformano l'attesa in gioie o in dolori.

Come mai dimenticare quell’agosto piovosissimo (di qualche anno fa) che trasformò una stagione nera per i vacanzieri balneari, nella stagione più bella per i fungaioli.

Agosto piovoso significa porcini sicuri, e questo grazie alla concomitanza di un terreno umido e di una temperatura, ancora, calda.

Qui, comunque, non vogliamo certo fare un trattato di micologia, e non ci rivolgiamo certo a chi non è mai andato per boschi a scovare qualche micete, al quale consigliamo (per adesso) di comprarli i funghi, in attesa di fare un corso in una qualche associazione mitologica, per tentare al più presto la fortuna. E non ci rivolgiamo nemmeno a chi è un fungaiolo accanito, a cui questo articolo farà sicuramente ridere, visto che non riusciremo di certo a raccontare tutta la sua sapienza, fatta di anni ed anni di paziente ricerca che rimane, però, patrimonio personale oscuro al resto del globo.

E allora ci rivolgiamo a chi - come chi scrive - ha tanta strada ancora da compiere (ma non è certo alle primissime armi) e qualche dritta spassionata, è lieto di riceverla, sull'arte mitologica in Sicilia. Prima di addentrarci nei particolari, vogliamo suggerire ai fungaioli che leggeranno queste righe, di aver sempre rispetto per la natura; il rispetto non è mai tanto, ed alcuni comportamenti comuni nei boschi, sono certamente da demonizzare in quanto, se praticati da tutti, alla lunga trasformeranno il sottobosco in un deserto. Ed allora, scegliamo i cestini, anziché le buste di plastica, per permettere alle spore dei funghi che abbiamo scovato, di cadere e deliziarci anche in un futuro prossimo.

Un accorgimento, questo, che tornerà a nostro vantaggio di sicuro. Così come tornerà a nostro vantaggio lasciar crescere quel fungo così piccolo da non costituire nemmeno un boccone, meglio memorizzare bene il posto, e tornare fra qualche giorno, sperando che nessuno si sia accorto della nostra precedente scoperta. E lasciamo anche quei funghi che, visibilmente, sono già andati. Certo è tanta la sofferenza che si prova a lasciare un porcino alto 20 centimetri anche quando questo è evidentemente bacato, perché costituisce sempre un trofeo da mostrare agli amici; il contributo che - comunque - potrà ancora dare all'ecosistema, sarà superiore alla nostra vanità. E allora veniamo a 3 itinerari che vogliamo suggerire a chi, alla fine dell'estate, si dedicherà a cercare il porcino della "vita".

La prima "dritta" ricade all'interno del Parco dell'Etna, nella zona più umida del territorio del vulcano, e per questo maggiormente frequentata dai fungaioli.

La zona è denominata Giarrita, e si trova nell'area B del Parco, dove è consentita la raccolta di funghi, anche se in quantità modeste. Per ulteriori informazioni, comunque è bene contattare l'Ente Parco dell'Etna.

Per recarsi sul posto bisogna portarsi sino a Fornazzo frazione di Milo (raggiungibile da Zafferana-Milo per chi proviene da sud; da Linguaglossa, Fiumefreddo o da Giarre per chi proviene da nord). Raggiunto il piccolo abitato di Fornazzo (eletto villaggio ideale d'Italia per le magnifiche condizioni ambientali) bisogna immettersi sulla Mareneve e percorrerla per circa 10 chilometri. L'area della Giarrita è quella subito dopo il punto base per l'escursionismo numero 16 delle Case di Pietracannone. In ogni caso auto ferme ai bordi della carreggiata, indicheranno che i fungaioli sono già all'opera (prima di noi) nell'area tutt'intorno. Ad elevatissimo interesse micologico, è la zona del Parco dei Nebrodi, vera e propria culla per infinite distese di funghi di ogni genere, dai buonissimi boleti alla pregiatissima amanita cesarea o fungo d'uovo.

L'area che suggeriamo è quella compresa fra Cesarò e San Fratello, lungo la strada statale 289.

 

I due comuni distano 50 chilometri di funghi. Da una parte e dall'altra del corso stradale, tagliando il Parco ed attraversando le zone A, B e C, si estendono i boschi, nei quali mettono radici bontà d'ogni tipo che attendono solo di finire nei nostri tegami. A metà strada circa, a Portella Femmina Morta, c'è la deviazione per Monte Soro e per il Lago Biviere, dove eventualmente poter fare una capatina per meglio conoscere i Nebrodi. Limitrofa ai Nebrodi è l'ultima nostra segnalazione, che riguarda la strada statale 120 (sulle carte stradali anche s.s. 117) nel tratto compreso fra Nicosia e Mistretta, che per alcuni chilometri rappresenta il margine occidentale del Parco dei Nebrodi. A metà strada circa si trova la Riserva Naturale Sambughetti Campanito, dove c'è pure un'area attrezzata in cui, eventualmente, fermarsi per una pausa.

E allora, non ci resta che augurarvi buona passeggiata e tanti panieri colmi di funghi.

http://win.lafrecciaverde.it/n122/funghi/art.html

 

 

Sono quelle specie fungine che dopo il consumo, non arrecano di norma alcun disturbo. Hanno un sapore accettabile e rispondono altresì a determinate caratteristiche organolettiche. Ad ogni modo questa considerazione va attuata su funghi abbondantemente cotti. (Vengono escluse da queste considerazioni il Genere Boletus gruppo edulis, l’Amanita caesarea e il Coprinus comatus). A proposito del Genere Boletus e relativo gruppo, occorre però tener presente le problematiche relative ad intossicazioni di tipo gastroenterico emerse in questi ultimi anni.

 

Helvella crispa

Spugnola crespa

Funci di chiddi rizzi

Munacheddi

In boschi di latifoglie o misti.

Cystoderma terreyi Harmaja

Cistoderma color cinabro

In boschi di aghifoglie, di latifoglie o misti.

Hydnum repandum

Steccherino dorato

Funciu musca

Funci di iaddu

latifoglie e aghifoglie

Tricholoma terreum

Kummer

Tricoloma terreo, Moretta

Func'i canittu

In boschi di aghifoglie.

Pleurotus eryngii

Quélet var.ferulae Lanzi

Fungo della ferula

Funci di ferra o Fungi di Ferla

Pleurotus eryngii

Quélet var. nebrodensis

Funci di firrazzolu

Su radici di Laserpitium.

Tricholoma populinum

Lange

Tricoloma del pioppo

Funci di chiuppu

Associato al pioppo.

Sarcodon imbricatus

Karsten

Steccherino bruno

Ventri di crapa

In boschi di aghifoglie.

Macrolepiota procera

Singer

Mazza da tamburo, Cappellino

Func'i coppu, Nippiteddu

aghifoglie o prati.

Morchella conica

Persoon

Spugnola bruna (dopo prolungata cottura)

Ventripecura

In boschi di aghifoglie.

Lycoperdon echinatum

Vescia echinata

Funci tabbaccari

In boschi di latifoglie

Pleurotus ostreatus

Kummer

Orecchione, Gelone

Funci di traversa

Su tronchi di latifoglie

Helvella lacunosa

Cappello da prete

Funci di chiddi rizzi

Ubiquitaria.

Lactarius deliciosus

S.F.Gray

Lattario, Sanguinaccio

Rusitu, Russiddu

boschi di aghifoglie

Cantharellus cibarius

Gallinaccio, Galletto

Cricchia di jaddu,

Iadduzzu, Ciurrittu

Morchella esculenta

Spugnola gialla (dopo prolungata cottura)

Ventripecura

Ubiquitaria.

Chroogomphus rutilus

Chiodetto

Funciu vavusu

Funciu viscidu di zappinu

In boschi di aghifoglie

Hydnum rufescens

Steccherino dorato

Funciu musca, Funci di iaddu

latifoglie e aghifoglie.

Amanaita Caesearea

Ovulo buono o Fungo reale

querce e castagni

 

 

 

 

 

Nell’ambito della flora micologica etnea, particolare interesse merita la famiglia delle Boletaceae s.l. che annovera specie dal carpoforo carnoso con imenio a tubuli e pori, perlopiù micorriziche, molte delle quali commestibili, altre tossiche.

Le prime sono molto bene rappresentate soprattutto dai "porcini" genericamente noti, in vernacolo, come fùncia purcina e fùnci fimmineddi (funghi porcini).

 

 

gruppo di "boletus edulis etna" (foto di Francesco Raciti)

 

 

 

gruppo dei BOLETI (famiglia delle Boletacee)

 

Boletus edulis Bull.:Fr.

(Porcino bruno)

testa di fagu, (testa di faggio); fùnciu di siddu,

cenosi a leccio e a betulla e in genere presso latifoglie (castagno, faggio) e pino laricio

Rifugio Citelli, Vituddi, Serra la Nave, Filiciusa, Milia, Tardaria, Rinazzi.

Boletus aereus Bull.: Fr.

(Porcino nero)

testa niura (testa nera); fùnciu di siddu; pùrcinu niùru (porcino nero); lardaru, per la taglia robusta

latifoglie, querce, castagni e noccioli, bosco misto a cerro e roverella, leccete

  Cerrita, Monte la Nave, Fontana Murata, Rinazzi, Zafferana Etnea, Citelli, S. Alfio

Boletus pinophilus Pilát & Dermek

testa russa, (testa rossa); funciu siddu)

pino laricio

Linguaglossa

 

Boletus aestivalis (Paulet)

(Porcino estivo)

fùnciu lardaru; siddu

cenosi a leccio e a betulla,comune anche nelle faggete, nei castagneti e noccioleti dell’Etna

Monte Minardo, Monte S. Maria, Monte Maletto,

Serra la Nave, Tardaria, S. Alfio

Boletus regius Krombh

presso latifoglie

Bosco del Flascio.

Bolentus Fragrantes: B. fragrans Vittad

fùnciu ebreu (ebreo); fùnciu di castagna,

f. di pumu; f. di castagno, f. di pomo

querce e lecci

Milo, Bosco del Flascio; Monte Minardo,

 Filiciusa-Milia

 

 

Boletus impolitus Fr.

Boleto dal cappello granuloso

fùnciu d’ogghiu (fungo d’olio, per l’imenio da giallo a giallo-verdognolo, giallo-olivastro).

querce e lecci

Milo, Bosco del Flascio; Monte Minardo, Filiciusa-Milia

 

Boletus Suillus granulatus (L.: Fr.) Roussel

fùnciu di zappinu

pino laricio in cenosi a betulla

Rifugio Citelli, Linguaglossa, Monte Scavo, Monte Maletto

Boletus S. luteus (L.: Fr.) Roussel

fùnciu zappinu, vavusu (bavoso)

pino laricio in cenosi a betulla

Rifugio Citelli, Linguaglossa, Monte Scavo, Monte Maletto

 

 

 

Boletus Gyroporus castaneus Quèl (Bull.: Fr.)

fungo del castagno

fùnciu di castagna, (fungo di castagno); fùnciu cannila (fungo candela)

boschi di latifoglie, prevalentemente castagneti e quercete

Nicolosi, S. Alfio, Tardaria, Etna nord-ovest

Xerocomus chrysenteron  Quélet

boleto dorato

Funciu di filici

Boschi di latifoglie.

Tardaria, Etna nord-ovest

 

 

 

Funghi autunnali – a cura di Enzo Crimi

24 agosto 2015

Fungo_porcino, La disciplina della raccolta e della commercializzazione dei funghi è finalizzata a salvaguardare l’ambiente, la salute pubblica e a promuovere, nel rispetto della conservazione del patrimonio naturale, l’incremento dei fattori produttivi e dell’economia locale che sono anche gli obiettivi della legislazione nazionale in materia. La raccolta dei funghi è subordinata al possesso di un tesserino nominativo che viene rilasciato dai comuni di residenza dei richiedenti, previo il versamento di una quota in denaro e un attestato di frequenza di un corso di formazione da rilasciare da associazioni micologiche. Il tesserino amatoriale permette la raccolta sino a 4 chili di funghi, mentre il tesserino professionale permette di raccoglierne sino a 12 chili. I proprietari all’interno dei propri fondi, non hanno necessità di acquisire il tesserino ma devono ugualmente attenersi alle altre modalità di raccolta. Affinchè non si incorra in fastidiose infrazioni, sarebbe opportuno che i raccoglitori si attenessero scrupolosamente al seguente decalogo di legge preparato dal Corpo Forestale che svolge funzioni di vigilanza:

1. Non bisogna raccogliere funghi nelle ore notturne;

2. Non raccoglierne in quantitativi maggiori a quelli consentiti dalla legge (amatoriale sino a 4 kg giornalieri – professionale sino a 12 kg al giorno);

3. I funghi raccolti devono essere riposti e trasportati in contenitori areati realizzati preferibilmente con fibre naturali intrecciate onde consentire la diffusione delle spore;

4. Per raccogliere funghi non bisogna usare rastrelli o altri mezzi che possono danneggiare lo strato umifero del terreno ed é vietato introdursi con automezzi all’interno di aree demaniali recintate e/o fuori piste carrabili all’interno dei Parchi Regionali;

5. Non bisogna distruggere nessun tipo di fungo, seppur non commestibile e procedere nella raccolta con discrezione e possibilmente in silenzio per non disturbare gli animali innocui ed evitare quelli pericolosi (le vipere sono ancora attive);

6. Non bisogna raccogliere funghi in aree degradate quali vecchie discariche o siti industriali;

7. Non bisogna raccogliere funghi se si è minori di 14 anni e non accompagnati da persone adulte in possesso di tesserino;

8. I funghi raccolti vanno puliti nel luogo di raccolta;

9. Non bisogna raccogliere funghi all’interno di aziende faunistiche venatorie in periodo di caccia;

10. La vendita di funghi è soggetta all’autorizzazione del comune e sanitaria.

 In caso di violazione dei suddetti dettami o di eventuali altre fattispecie, ai trasgressori saranno confiscati i funghi raccolti e comminate delle sanzioni che variano da 10,00 a 344,00 euro. Infine ricordarsi che i funghi sono sempre un alimento difficile da digerire; evitare quindi il consumo da parte di bambini, donne in gravidanza, persone che soffrono di intolleranze alimentari o disturbi dell’apparato digerente.

 

Enzo Crimi

 Commissario Superiore Comandante del Corpo Forestale della Regione Siciliana – Bronte

http://www.lagazzettacatanese.it/funghi-autunnali-a-cura-di-enzo-crimi/

 

COME SI PULISCONO

 

  I PORCINI         

 

 

gruppo dei LECCINI (famiglia delle Boletacee)

 

I "Leccini", nel vernacolo genericamente liccini, sono rappresentati da specie commestibili, anche se non particolarmente pregiate, presenti presso latifoglie e, prevalentemente, sotto carpini e noccioli.

 

Leccinum carpini

sotto pioppi e betulle

Milo, S. Alfio, Etna nord-est

 

 

Leccinum aurantiacum

Porcinello Rosso

fùnciu d’abbaneddu (fungo di pioppo tremulo)

faggeta pioppi e betulle

Etna nord

 

Leccinum scabrum

Porcinello Grigio

fùnciu di vituddu (fungo di betulla)

cenosi pura a betulla

Rifugio Citelli, Bosco della Cubania, Monte Vituddi, Monte Nunziata, Etna sud-est

 

 

Leccinum melaneum  Pilát & Dermek

fùnciu di vituddi o d’abbaneddu

bosco misto

Rifugio Citelli, Bosco della Cubania, Monte Spagnolo, Monte Nunziata, Monte Scavo

Leccinum lepidum (Bouchet ex Essette)

Porcinello della sabbia

Liccinu, Func'i vacca

In leccete e sugherete.

 

 

Leccinum vulpinum

fùnciu di vituddi o d’abbaneddu

bosco misto

Rifugio Citelli, Bosco della Cubania, Monte Spagnolo, Monte Nunziata, Monte Scavo

 

 

 

 

 

Come Riconoscere i Funghi

L’unico modo certo per distinguere i funghi mangerecci da quelli velenosi e mortali è sicuramente quello di conoscere con certezza le diverse specie ed essere in grado di assegnare loro un nome ed un cognome, allo stesso modo in cui si fa con una persona di sicura conoscenza; anche nell'”arte” di cercare i funghi vale sempre l’antica prudenza: meglio conoscere poche specie bene piuttosto che molte e male.

Allo stesso tempo, si consiglia, a chi intende dedicarsi alla raccolta dei funghi, di imparare a riconoscere bene le specie velenose mortali; fortunatamente dalle nostre parti non sono molte e il saperle riconoscere bene, anche da lontano, è già una cosa buonissima.

 

Oudemansiella radicata Singer

Collibia o Agarico radicato

Su tronchi marcescenti di faggio.

Laccaria laccata Cooke

Agarico laccato

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Stropharia aeruginosa  Quélet

Agarico Strofaria

Su residui legnosi marcescenti.

Russula delica

Colombina bianca

Func'i cani

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Geastrum triplex Junghuhn

Geastro a tre strati

Funciu d'acquazzina

In boschi di aghifoglie o misti.

 

Tricholoma focale

Tricoloma

In boschi di aghifoglie.

 

Collybia butyracea Kummer

Collibia butiracea, Collibia a cappello

 latifoglie e aghifoglie.

Coprinus micaceus

Coprino micaceo

Funciu di fumeri

Su tronchi in decomposizione.

 

 

 

Sotto la parvenza della bellezza e dei colori di alcuni funghi può nascondersi l’insidia del veleno, in alcuni casi mortale; da sempre i funghi hanno mietuto vittime tra le persone incaute che se ne sono cibate dopo averli raccolti senza una indispensabile e certa conoscenza micologica. Purtroppo ancora oggi si riscontrano molti casi di avvelenamento e di morte da funghi velenosi; questo perché molte persone inesperte si affidano a personali criteri di valutazione con i quali ritengono erroneamente di poter conoscere e distinguere i funghi commestibili da quelli cattivi.

  

 

Lycoperdon perlatum

Vescia gemmata,

Funci tabbaccari

Ubiquitario.

Lenzites betulinus

Fungo di betulla

 Funciu di lignu

Su legno marcescente di

latifoglie.

Lactarius vellereus

Lattario vellutato

Funciu picurinu

latifoglie e  aghifoglie.

Leucopaxillus gentianeus (Quélet)

Agarico amarognolo

In boschi di aghifoglie.

Lycoperdon pyriforme

Vescia

Funci ri tabaccu

Su legno marcescente di

parchi e giardini.

Lactarius controversus

Peveraccio, Peverone

Funcia lattara

In boschi di pioppo.

Trametes versicolor

Poliporo zonato, Poliporo versicolore

Funciu di lignu culuratu

Su legno marcescente di

latifoglie.

Tricholoma saponaceum

Tricoloma saponaceo

Funciu sapuni

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Tricholoma aurantium

Tricoloma aranciato

In boschi di

aghifoglie. 

 

Lactarius blennius

Lattario grigio-verde

In boschi di faggio.

 

 

Ganoderma lucidum

Ganoderma lucido, Poliporo laccato

A pipa do nannu

Su legno interrato di latifoglie.

Amanita citrina Gray

Tignosa paglierina

Funciu di cerza

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Astraeus hygrometricus

Vescia di lupo stellata

Pidita di lupu a stidda

Ubiquitario.

Cortinarius trivialis

Lange

Cortinario a gambo squamato

In boschi di latifoglie.

Tricholoma ustaloides Romagnesi

Tricoloma bruciato

In boschi di latifoglie.

Russula acrifolia

Russula a lamelle appressate

 latifoglie e di aghifoglie.

Russula torulosa

Russula dal cappello rosso

Russula di zappini

boschi di aghifoglie.

Schizophyllum commune

Schizofillo comune

Su legno marcescente di

latifoglie 

 

Scleroderma meridionale Demoulin et Malençon

Scleroderma giallo

Tabacchera

In luoghi sabbiosi, 

Scleroderma verrucosum (Bull)

Scleroderma verrucoso

Tabacchera

Su terreni sabbiosi ricchi di sostanze nutritive.

Phallus impudicus

Satirione

Pizzu fitenti

In boschi di latifoglie o misti.

Pisolitus arhizus

Pisolito

Funciu tabacchera

Su terreni sabbiosi

     

 

 

 

 

 

False Credenze sui Funghi

È falso ritenere che l’annerimento del cucchiaio d’argento, dell’aglio e della cipolla mediante la cottura sia significativo della tossicità dei funghi; può essere così per alcuni funghi, ma ne esistono alcuni, letali, che non hanno nessuna di queste reazioni.

È falso ritenere che i funghi che vengono mangiati dalle lumache o da altri insetti siano di conseguenza commestibili; è risaputo che gli animali con organismo differente dal nostro possono cibarsi di funghi velenosi per l’uomo senza nessuna conseguenza.

È falso pensare che i funghi possano divenire velenosi con il solo contatto con animali o piante velenose.

È falso che i funghi possano diventare velenosi quando crescano sotto determinate piante piuttosto che altre.

È sempre falso credere che la velenosità dei funghi possa essere rivelata dalla vivacità dei colori, dall’odore, dalla loro viscidità, dal mutamento del colore della “carne” una volta esposta all’aria; molti funghi velenosi e letali non hanno nessuno di questi caratteri che al contrario possono essere riscontrati in molte varietà commestibili.

È parimenti falso che i funghi completamente bianchi e di sapore gradevole siano sicuramente commestibili; infatti tra di essi troviamo l’Amanita primaverile che è uno dei funghi più velenosi e sicuramente mortale.

È errato il metodo di far assaggiare prima i funghi ad un animale domestico (gatto o cane) per giudicare un fungo commestibile; questi animali hanno una sensibilità ai veleni diversa dalla nostra.

Esistono persone che sono convinte che i funghi, una volta essiccati, perdano le loro proprietà venefiche; niente di più falso, anzi, con l’essiccazione i funghi perdono solo l’acqua e al contrario ciò che resta ha una concentrazione di veleno ancora più alta.

 

 

Paxillus involutus (Batsch)

Paxillo a margine involuto

Funciu' ncarcaterra

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

 

Hebeloma sinapizans (Paulet) Gillet

Ebeloma a odor di senape

Funciu sinapu

In boschi di latifoglie o misti.

Hypholoma fasciculare (Huds: Fr) Kummer

Falso chiodino, Zolfino

Funciu di zasa

Su legno marcescente di latifoglie e di aghifoglie.

Lactarius torminosus (Sch.: Fr.) S.F.Gray

Peveraccio delle coliche, Lapacendro malefico

Funciu pilusu

In boschi di betulla.

Amanita muscaria  Hooker

Funciu dannusu

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

 

 

 

 

 

 

 

 

VELENOSI E

MORTALI

Amanita pantherina Krombholz

Panterina

Funciu di cerza

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Tricholoma sulphureum (Bull.: Fr.) Kummer

Agarico zolfino o giallo

Funci d'infernu

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

 Amanita phalloides (Vaill.: Fr.) Link

Tignosa verdognola

Funciu di cerza

In boschi di latifoglie e di aghifoglie.

Assente (finora) dal territorio etneo è B. satanas Lenz (fùnciu lardaru o fùncia lardara)

rinvenuto nel siracusano e nell’ennese. Responsabile di gravi sintomi intestinali.

 

Fra i porcini, abbastanza noti e diffusi sono anche alcuni boleti del gruppo dei "luridi famiglia delle Boletacee" che, com’è noto, comprende sia specie sospette, sia specie che, contenendo tossine termolabili, diventano eduli solo dopo prolungata cottura e che, per tale motivo, vengono indicate, nel vernacolo, come fùnci di pignata (funghi da pentola).

Boletus legaliae Pilát

fùncia lardara, fùnciu canciaculuri

 

 

 

Boletus torosus

responsabile di buona parte delle intossicazioni da ingestioni di boleti nel territorio

bosco misto e castagneti

 

 

 

Boletus luridus Schaeff

fùnciu canciaculuri (fungo che cambia colore); mussu di voi (muso di bue) per il colore olivastro-bruno del cappello;

presente anche nei castagneti. Presso latifoglie, in lecceta, faggeta e castagneto

Monte Fontana, Monte Cerasa, Milo.

 Boletus rhodopurpureus Smotl.

Boleto porporino

russeddu

bosco misto e castagneti, leccete e quercete.

 

Meritano particolare attenzione anche i russeddi e le creste di gallo, in quanto alla loro ingestione sono da imputare la maggior parte delle intossicazioni da funghi ad imenio non lamellare che si verificano nel territorio etneo.

 

 

 

Conosciamo i Funghi!             

La tradizione della raccolta dei funghi è molto radicata nella Provincia di Catania,sia in pianura che in montagna. E' infatti un territorio ricco di ottime specie commestibili.

Fra le tante specie di funghi è però possibile trovarne alcune non commestibili,talvolta anche velenose e potenzialmente mortali. Sottoporre tutti i funghi raccolti al controllo degli Ispettori Micologici dell'Azienda USL,oltre che essere accessibili a tutti ,offre la sicura garanzia di poter gustare questi ottimi prodotti del sottobosco in tutta tranquillità e sicurezza.

 

I NOSTRI CONSIGLI PER CHI LI RACCOGLIE:

Solo alcune specie di funghi sono commestibili,quindi evitate la raccolta indiscriminata di tutti i funghi ritrovati, perchè questo provoca un grave danno all'ambiente.

Raccogliete esemplari interi e completi di tutte le parti necessarie alla determinazione della specie, pulendoli sommariamente senza tagliare la base del gambo.

Non raccogliete esemplari con vermi o parassiti;varie intossicazioni dipendono da funghi avariati.

Non raccogliete funghi in aree sospette di inquinamento (es. discariche,strade ad intenso traffico,ecc.)

Non usate mai sacchetti di plastica per la raccolta ma cesti rigidi ed aerati.

Se trovate funghi sconosciuti, non raccoglieteli tutti per poi buttarli, ma prendetene pochi e fateli esaminare. Mai fidarsi dei "presunti esperti" o di chi si vanta di "....li ho sempre mangiati!!!".

Non superate mai la quantità massima di raccolta gionaliera stabilita in 3 Kg.

 

PER CHI LI CONSUMA:

Non esistono metodi empirici per verificare se un fungo è commestibile o velenoso.

Le prove con aglio o argento non hanno nessun fondamento scientifico.

I funghi spontanei devono essere limitati ad un quantitativo moderato.

Tenete presente che ogni individuo reagisce in modo diverso di fronte ad un pasto a base di fungo.

 

PER IL CONTROLLO:

Tutti possono accedere liberamente al controllo dei funghi eseguito dagli ispettori Micologici dell'Azienda USL 3: cercatori, commercianti, ristoratori.

E' importante portare tutti i funghi raccolti.

Un campione non è sufficiente, i funghi lasciati in casa possono contenere anche un solo pezzo di specie velenosa o mortale.

I funghi sottoposti a visita devono essere: Freschi (non congelati, secchi o già cotti), interi, non frantumati o tagliati nè raschiati o privi di parti essenziali per il riconoscimento, sani ed in buono stato di conservazione.

 

PER CHI LI ACQUISTA:

Si consiglia di richiedere in visione la certificazione rilasciata dall'Azienda USL nel rispetto delle vigenti normative.

 

PER CONSERVARLI:

I funghi sono alimenti facilmente deperibili, quindi conservateli in frigorifero e consumateli nel più breve tempo possibile.

Cucinateli prima di congelarli.

Per conservarli sott'olio attenetevi a scrupolose regole di igiene e sterilizzate i vasetti per eliminare eventuale presenza di spore botuliniche.

 

IN CASO DI DISTURBI DOPO IL CONSUMO DI FUNGHI COSA BISOGNA FARE:

recatevi immediatamente al pronto soccorso al primo sospetto o sintomo di malessere; portate con voi eventuali avanzi del pasto e dei funghi consumati; non tentate"terapie" autonome; non ingerite nulla (sopratutto alcolici); fornite indicazioni utili per l'identificazione delle specie fungine consumate e del loro luogo di raccolta.

 

DOVE E DA CHI FAR CONTROLLARE I FUNGHI

 

SPORTELLI  MICOLOGICI

L'Ispettorato Micologico dell' Azienda U.S.L. 3 è stato attivato nell'Ottobre 2003 ed ha carattere stagionale con aperture al pubblico, orientativamente, da Marzo a Giugno e da Settembre a Novembre.

Le sedi presso le quali è possibile procedere a detto controllo sono indicate nella successiva tabella secondo i seguenti orari:

 

 

Contestualmente è stata già riattivata la reperibilità presso i Pronto soccorso ospedalieri per gli eventuali casi di intossicazione da funghi spontanei.

A tal proposito si ricorda ai cittadini che, ove possibile, per agevolare il riconoscimento dei funghi responsabili di intossicazione, è sempre consigliato portare con sé i residui di funghi crudi e/o cotti.

I micologi aziendali garantiranno, in collaborazione con i 58 Comuni della Provincia, il regolare espletamento dell’attività di vigilanza sia sulle vendita di funghi (in occasione di sagre e similari) sia presso i ristoranti.

L’Ispettorato assicurerà presso i singoli sportelli micologici, i seguenti servizi:

- esame di commestibilità dei funghi freschi spontanei raccolti da privati ad uso proprio (a titolo gratuito);

- rilascio certificazione commestibilità dei funghi freschi spontanei destinati alla vendita al dettaglio, ivi compresi quelli destinati alla ristorazione pubblica (previo pagamento di 1,00 euro per chilogrammo su c/c 49436850 ASP Catania – causale “diritti sanitari ispettorato micologico”).

 

Al fine di favorire il rilascio di certificazione per i funghi destinati alla vendita e ai ristoranti, si ricorda che i venditori, in possesso di certificato di abilitazione alla vendita, potranno acquistare presso le sedi dell’Ispettorato micologico (previo pagamento del corrispettivo tramite c/c postale 49436850 ASP Catania – causale “diritti sanitari ispettorato micologico”) blocchetti del valore di euro 10,00 50,00 e 100,00.

Ogni blocchetto è composto da 10 buoni da utilizzare frazionatamente per il pagamento dei diritti sanitari con notevole risparmio di tempo e semplificazione della procedura.

Ai sensi della vigente normativa nazionale (L. 352/93 e DPR 376/95) e della Legge regionale n. 3 del 1° febbraio 2006, possono vendere funghi spontanei esclusivamente i commercianti in possesso di certificato di idoneità alla vendita per le singole specie di funghi, riportate sul certificato (che il commerciante è tenuto ad esibire su richiesta dell’acquirente), e tutti i funghi in vendita devono essere preventivamente certificati dai micologi aziendali.

 

Esame per abilitazione alla vendita di funghi spontanei

L’esame per l’abilitazione alla vendita di funghi spontanei si terrà in data 4 settembre 2015 alle ore 9.00 presso l’aula del Dipartimento di Prevenzione Medico del’ASP, sita a a S. Gregorio in via Tevere n. 39

 

Raccomandazioni per i consumatori

Si raccomanda a tutti i consumatori di richiedere al venditore di esibire il certificato di abilitazione alla vendita e soprattutto di acquistare esclusivamente funghi in possesso della certificazione dell’Asp. Tale certificazione infatti garantisce la commestibilità dei funghi e riporta altresì la data entro la quale gli stessi vanno tassativamente consumati.

 

L’Ispettorato resterà aperto fino al 30 novembre per riaprire successivamente, in base alla stagionalità, nel periodo primaverile.

 

 SEDE CENTRALE ISPETTORATO

(EFFETTUA ATTIVITÀ DI COORDINAMENTO MA NON DI CONTROLLO MICOLOGICO)

 Via Tevere n. 39 Cerza S. Gregorio tel 095-2540167/114/122 fax 095/7170179

 

SPORTELLI MICOLOGICI

 Tutti gli sportelli micologici saranno aperti dal martedì al venerdì dalle ore 8.00 alle ore 9.00.

Tutti i lunedì e i giorni successivi ad un festivo dalle ore 8.00 alle ore 10.00

Gli utenti potranno rivolgersi ai micologi dell’Asp Catania il lunedì (e i giorni successivi ad un festivo) dalle ore 8.00 alle ore 10.00 e dal martedì al venerdì dalle ore 8.00 alle ore 9.00.

Nei mesi di ottobre e novembre saranno previste (e successivamente comunicate), come negli anni precedenti, anche delle aperture straordinarie nei fine settimana del periodo di maggiore produzione spontanea

 

Caltagirone P.zza Marconi, 2 0933/57345 0933/353016

S.Gregorio – Cerza Via Tevere, 39 095/2540122-157-114

Giarre Via Don Minzoni, 1 -4° p. 095/7794556 095/7791898

Licodia Eubea Via Marconi, 1 095/7170179 0933/963006

Mascalucia Via Regione Siciliana,12 095/7502103 095/7502104

 

 

 http://www.salvatoresaitta.it/

http://www.funghiemicologia.com/

http://www.fungaiolisiciliani.it/

http://www.etnanatura.it/funghi/

 

 

 

pappardelle porcini e panna

 

 

   

 

 

continua.......

 

 

 

 

LEGUMINOSE

 

 

foto di Francesco Raciti

 

La piccola grande frutta "dimenticata"

Facci bedda, Lappiuni, Mela Ruggia, Romaneddu, Gelato Cola, Cirino, Nuntagnisi, Barriato, Rotolo. Sono tutti nomi di varietà di mele dell'Etna.
Frutti sconosciuti o, nella migliore delle ipotesi dimenticati e introvabili, che non trovano posto sugli scaffali
dei supermercati. Mele piccolissime ed enormi, come il Rotolo dall'antica unità di misura il "rotolo" (circa 800 gr.) che sarebbero già estinte se la caparbietà di piccoli produttori non le avesse resuscitate al gusto dei più curiosi. Frutta che, finora, esisteva solo nel ricordo dei più anziani e che, invece, meriterebbe un posto d'onore nelle produzioni tipiche dell'Etna.
La signora Agata Cristaldi coltiva da anni queste mele assieme a suo marito Alfio Zappalà. "Alcune sono bellissime - dice con un pizzico d'orgoglio - nella piazzetta del Castagno dei centro cavalli a Sant'Alfio - per esempio il tipo Romaneddu sulla pianta è uno spettacolo, sembra un albero di Natale, perché ogni ramo ha queste meline a grappolo, il ramo quasi non si vede.

 

 


Sono belle da vedere e da mangiare". Da venticinque anni, da quando si sono sposati, Agata e Alfio Zappalà hanno testardamente voluto salvaguardare questo tipo di alberi da frutto. "Una volta non avevano mercato - ricorda lei - oggi però c'è una riscoperta. Molti compaesani hanno seguito il nostro esempio e la gente sta cominciando a comprendere il valore di queste mele".

Piante spontanee o coltivate questo tipo di frutta è, spesso tipica della stagione autunnale. Profumati, dai colori caldi e dai nomi originali: mele Cola, mele cotogne, pere spinelle, 'nzalore, sorbe, uva fragola, senza dimenticare nocciole (quelle dell'Etna sono ormai una vera rarità), melagrane e marroni la ripresa d'interesse verso i frutti di un tempo è rivolta anche al recupero di antichi metodi di conservazione, lavorazione e consumo alimentare e si sposa benissimo con la ritrovata ricerca di un cibo che sia quanto più espressione del territorio.
Ma perchè queste coltivazioni sono andate perdute?
"La frutta dimenticata non si presta alla distribuzione logistica del mercato ordinario ma a quello del mercato locale - risponde Antonio Coco, anima della "Fera Bio" ai Benedettini - ormai molte cose sono purtroppo irrimediabilmente perdute, non ci sono più neanche nel nostro repertorio gustativo. Io solo ricordo il sapore delle pere che raccoglievo d'inverno su un cratere vulcanico dell'Etna, pere che crescevano solo lì, ma la maggior parte delle persone non conosce più le mele Gelato Cola. Questo discorso vale non solo per la frutta ma anche per alcune varietà di grano, è un discorso complessivo di erosione genetica".
"Noi abbiamo riconvertito le produzioni agricole per coltivare ecotipi locali - spiega Carla La Placa, alla guida un agriturismo in provincia di Enna - come la cicerchia di Aidone. Certo, sarebbe stato molto più semplice comprare prodotti surgelati, aprire le buste e gettare tutto nell'acqua calda, ma la nostra scelta è stata quella di privilegiare il territorio e fornire una vetrina dei prodotti locali. Ci costa molto di più in termini di lavoro, dalla coltivazione alla cucina, ma è una fatica che viene ripagata - soprattutto tra i turisti stranieri - dai quali abbiamo i maggiori riconoscimenti
Carmen Greco - La Sicilia del 16.10.2012

 

Le pesche tabacchiere della Piana di Catania (Francesco Racit)i

La pesca tabacchiera è chiamata così per via della sua caratteristica forma appiattita ed è una varietà di pesca tipica della Sicilia. E’ molto apprezzata per la sua polpa dolce e morbida e per il suo profumo molto intenso. A lungo è stata di produzione piuttosto limitata, anche perchè la sua eccessiva morbidezza la rendeva praticamente intrasportabile.
Oggi la sua disponibilità sui mercati è maggiore e ciò è dovuto anche ad una serie di incroci che il frutto ha subito, iniziati una quarantina di anni fa, per migliorarne la commercializzazione.
In questo modo si è ottenuta la pesca Ufo, con polpa consistente ed un sapore dolce che si ha anche quando il frutto non è completamente maturo. Esistono a polpa bianca o gialla ed oggi sono coltivate soprattutto nelle Marche, anche se, vista la grande richiesta, possono anche essere importate dalla Spagna.

 

 

 

 

MALARAZZA - Piccola Orchestra Sicilia