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Cosa c'entra un sito marca Liotru con la Puglia? In effetti si tratta del mio tour fotografico durante il viaggio in quella regione nell'estate del 2005. Potevo semplicemente pubblicare le immagini dove stava scritto "qui sono a .... ", ma non mi bastava. Siccome, per natura, non riesco ad essere banale e visto che questo sito non si chiama Puglia-Vacanze.it ma mimmorapisarda.it, l'ho trasformato in uno Speciale. Quindi, oltre alle foto scattate dal sottoscritto ho aggiunto "qualcosina" di questa bella terra facendo, al contempo, sorbire al visitatore anche i motivi di questo viaggio ... dove si capirà perchè ...."c'entra". |
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Io sono per metà catanese e per metà tarantino; dunque mezzo
pugliese, figlio di una terra duplice e fiera,
Di quella terra luminosa conservo nei recessi della memoria le estati dell'infanzia, il profumo delle orecchiette con le cime di rapa e la viscerale passione per il mare che mi trasmise quel vecchio Capitano di mio nonno. Quando lui se ne andò, i tritoni e le sirene di quella baia incantata tacquero per rendergli omaggio; con lui era svanita dentro di me persino la voglia di tornarvi. Ma era trascorso troppo tempo: ventitré anni! E la mia conoscenza della Puglia si riduceva a quella città ionica; ignoravo tutto il resto, ero un estraneo nella mia stessa terra d'origine. Fu questo il movente segreto del viaggio, al di là degli amici che mi attendevano a Barletta per condividere una comune passione musicale. Presi base a Taranto e poi, parafrasando una vecchia canzone, via sulla strada di Pescara, assalito da parenti ingordi che non volevano lasciarmi partire. Ma scaricai le mie pistole a salve, regalai le mie parole ai sordi e partii per conoscere davvero la mia seconda patria.
Qualche giorno "on the road" in solitaria: Porto Cesareo, Nardò,
Gallipoli, Santa Maria di Leuca, Castro Marina, Porto Badisco, Santa
Cesarea, Otranto, Ostuni, Lecce, Barletta, Trani, Castel del Monte,
Alberobello, Castellaneta, Martina Franca, Matera, Metaponto.
Insomma, mancava solo Padre Pio e il quadro era completo. Accompagnato da una colonna sonora incessante, macinavo chilometri in quei paesaggi che ricordavano la Grecia, cantando a squarciagola, torturando il volante come fosse un tamburello al ritmo di Johnny Cash, degli Eagles, di Guthrie, Dylan, Supertramp, Rolling Stones, Crosby, Stills, Nash & Young e, naturalmente, tutto lo scibile degregoriano. A torso nudo, con i finestrini spalancati a far volare le cartine geografiche, lasciando entrare il frinire dei grilli in amore e l'aspro profumo di menta e rucola selvatica, mi sentivo un Ulisse approdato in terra salentina. Sigarette e libertà assoluta. La terra rossa, gli ulivi e le case bianche sulla sinistra, il mare azzurro a strapiombo sulla destra; a ogni curva dischiudevo un mondo nuovo, meravigliandomi a ogni tornante come un bambino che esclama un candido "Oohhh!". Lasciandomi lo Ionio alle spalle, mi tuffavo direttamente nell'Adriatico (con il sole che mutava improvvisamente rotta da ovest a est), solcando con i pneumatici l'atlante in un batter d'occhio. Ero solo nel mio itinerario, affrancato dall'ansia della meta, del ristorante, della comodità. Incontravo gente, dormivo, mangiavo, girovagavo fermandomi dove e quando mi dettava il cuore, senza chiedere il permesso a nessuno. In quei giorni ho librato in volo. È un'esperienza che raccomando a tutti: almeno una volta, fa bene all'anima. A me ha fatto benissimo. A Catania, prima del distacco, gli amici mi avevano ammonito: "Dai, di' la verità, la Puglia è un pretesto. Chi ti aspetta a Cuba, in Brasile o a Santo Domingo? Beato te, potessi venire anch'io!".
A Trani sono stato ospitato da un mio cugino tarantino. Una sera,
passeggiando insieme, mi indicò la sua vecchia casa affacciata sul
porto, mormorando una confidenza affettuosa. Ho pensato: "Acciderbolli,
qui sono tutti incorreggibili dongiovanni!". Chissà quali notti di
passione avranno abitato quelle stanze, scrigno dei ricordi del mio
parente. Caro cugino, non dimenticherò mai quella birra gelata
gustata sul lungomare, alle due di notte, accanto a due tranesi che
discutevano fitto. E tu, pur essendo puglie L'indomani, l'incontro a Barletta con i miei amici degregoriani. Il tempo di immortalare al volo un bizzarro manifesto elettorale prima di ammirare la galleria del grande De Nittis al Castello. La sera, il concerto di Francesco De Gregori al Fossato, stretto ad altri amici. Mentre imbraccia la chitarra, Francesco si accorge che sotto il palco ci siamo noi e ci rivolge un cenno divertito, come a dire: "Ma che diavolo ci fate qui?". Gran concerto! Il Principe depone la corona e indossa un'armatura di note, trasformandosi per una notte in Ettore Fieramosca, capitano di ventura in quella Barletta che fu teatro della storica disfida. Per una sera è lui l'eroe di Barletta; è lui che, con il suo strumento, fa vibrare i torrioni del maniero, scricchiolare le feritoie e tremare le corazze al suono della sua armonica mentre intona Rimmel. Il resto del viaggio è un mosaico di chilometri, cozze pelose, iavatun, friselle, focacce e pane di Altamura, pesche grandi come angurie, e svariati torcicolli provocati dalla bellezza sfolgorante delle donne pugliesi. C'è il calore di riabbracciare affetti cari, cugini che portano i capelli brizzolati ma che la mia mente custodisce ancora fanciulli. E poi spirito d'avventura, scariche d'adrenalina, brividi e quella vocina fedele, puntuale come uno sciroppo per la tosse, che continuava a scandire nella mia mente: "Ciao uomo, dove vai?". |
Nel 1975, grazie alla volontà dei residenti che chiedevano da tempo l'autonomia dal comune di Nardò, Porto Cesareo divenne a sua volta comune a tutti gli effetti. Oggi quest'ultimo è ormai una rinomata località di bagni grazie ai suoi 17 km di spiaggia dorata in parte attrezzati e acqua molto limpida fronteggiate da un arcipelago di isolotti ricchi di vegetazione e di fauna che conta specie molto rare. Dal 1997 il Comune è sede di una delle 20 aree marine protette d'Italia per la presenza di una ricchissima e diversificata comunità marina di elevato valore biologico. L'area si estende fino a 7 miglia dalla costa, tra Punta Prosciutto a nord e Torre dell'Inserraglio a sud. Importanti sono anche la Stazione di Biologia Marina e il Museo Talassografico che contiene una raccolta malacologica, un erbario e rare specie ittiche. Nel 2002 Porto Cesareo è balzato agli onori della cronaca per una notizia molto curiosa che ebbe molta eco e fu imitata successivamente anche in altre parti d'Italia: l'intitolazione di una statua a Manuela Arcuri. L'opera, realizzata dallo scultore salentino Salvatino De Matteis, richiama ancora adesso molti curiosi che, in vacanza nella zona, vengono a visitarla; essa rappresenta la moglie del pescatore che aspetta impaziente il proprio marito che torna dal mare. C'è da annotare, però, un triste primato: recentemente in un sondaggio il comune è risultato il secondo più abusivo d'Italia, una realtà infelice che affligge da anni questo bellissimo territorio e che le autorità di competenza non riescono a fermare.
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Sicuramente una tra le più gettonate mete turistiche, non solo del Salento, ma di tutta Italia, Gallipoli con i suoi dintorni, rappresentano il fiore all'occhiello dell'industria turistica della Provincia di Lecce. Il suo Centro Storico straordinariamente intatto, si propone come un raro esempio di Città Isola protetta dal mare, con all'ingresso la splendida mole del Castello cinquecentesco, costruito sull'acqua a protezione del Porto, che era a quel tempo uno degli scali commerciali più importanti, insieme a Taranto, sul mare Jonio.
Gallipoli è ormai diventata la località turistica piu rinomata della Puglia, con le sue splendide spiagge, il mare limpido e incontaminato, le strutture turistiche in cui si preparano squisiti piatti tradizionali a base di pesce e non, e i tantissimi locali nottuni... Ma Gallipoli non è soltanto mare e spiagge ha nel suo centro storico (costruito su di un isola e collegato alla terraferma tramite un ponte del 1500) importanti monumenti storici, come castelli e chiese e fontane greche.
Gallipoli dal greco "Citta Bella" è una delle più caratteristiche città Ioniche, che sa unire al suo interno splendide spiaggie, bellissimi monumenti storici ed una squisita e salutare cucina tradizionale... Certo a Gallipoli non ci si può certo annoiare, dopo una giornata in spiaggia si puo approfittare del tardo pomeriggio per ammirare il Centro Storico con il suo Castello, la Cattedrale la fontana oppure si può fare un giro e a fare shopping tra i numerosissimi negozi.., e dopo una sostanziosa e saporitissima cena con pesce fresco o prodotti tipici salentini, e poi un giro tra i numerosissimi e belli locali notturni sulla spiaggia o all'interno per conoscere nuova gente!! Insomma non vi resta che passare un pò di giorni a Gallipoli per scoprirla e apprezzarla......
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Santa Maria di Leuca: il cui nome gli venne attribuito dagli antichi marinai greci che provenivano dall'oriente, vedevano questo posto illuminato dal sole e perciò leukos, bianco. Il resto del nome trae origine dallo sbarco di S. Pietro dalla Palestina, da numerose testimonianze è emerso che proprio qui abbia incominciato il suo processo di evangelizzazione, cambiando anche il nome della cittadina dedicandola alla Vergine.
Il
nome De finibus terrae invece nasce dai Romani. Santa Maria di Leuca è
un centro balneare e peschereccio, nell'insenatura tra Punta Ristola e
Punta Meliso, sorge in una magica posizione, dove da sempre si crede che
il Mare Adriatico e il Mar Ionio si incontrano. Figlio di questa cittadina è Aldo Riso. Nonostante i suoi continui e lunghi viaggi nell'Unione Sovietica, in Africa, nell'America del Nord e in quella Latina, innamorato della sua terra, la Puglia, ne rimane il vessillifero; è l'artista che si è dedicato a realizzare le immagini più significative, trasferendole sulla carta e sintetizzando, attraverso un pulito acquarello il vasto e sempre diverso paesaggio. Nell'acquarello, al di fuori di ogni schema restituisce a questa tecnica una forza nuova, proprio un senso del colore, è sopratutto nella luce che simbolizza tutto un mondo che sembra rimasto immobile pur attraverso il lungo viaggio nei secoli. Con questa sua espressione fa rivivere personaggi e paesaggi in una forma quasi surrealistica. Il gioco delle ombre che servono a rendere la nitidezza del tratto ed il largo uso del bianco mettono in risalto i suoi paesaggi, le strade assolate, le piazze, le case immobili sotto il sole, rese vive da un passante, da un fiore o da un panno ad asciugare.
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Perla dell'estremo lembo d' Italia, Leuca si adagia in un tratto di costa alternato da scogliere e piccole calette di sabbia. Le numerose grotte sono di grande interesse storico e naturalistico e i fondali marini sono un vero e proprio paradiso per il turismo subacqueo. Con un entroterra prodigo di storia e cultura, di paesaggi splendidi da ammirare, di sontuose e colorate ville ottocentesche che declinano verso il lungomare. Una scalinata di 184 gradini collega la Basilica al sottostante porto facendo da cornice all' Acquedotto Pugliese che sfocia in mare, cominciato a costruire nel 1906 ma, con lo scoppio della prima guerra mondiale, i lavoro dovettero fermarsi, i cantieri si riaprirono conclusa la guerra e si giunse nella marina nel 1939. La monumentale scalinata e la colonna romana furono inviate dal Duce di Roma. La cascata è stata aperta diverse volte in sessant'anni.
SANTA MARIA DI LEUCA AL TRAMONTO
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La
grotta della Zinzulusa, una delle più famose ed importanti manifestazioni del
carsismo costiero italiano, si affaccia con una maestosa apertura sul
mar Ionio, lungo il litorale tra Castro Marina e Santa Cesarea Terme. La
grotta, originatasi durante il Pliocene a seguito di intensi processi di
erosione marina che interessarono l'intera Penisola Salentina, si
articola in tre parti geomorfologicamente distinte. La prima, che si
estende dall'ampio ingresso sino alla Cripta, è scavata in calcari
compatti e risulta caratterizzata appunto da una grande varietà di
stalattiti e stalagmiti e numerosi fenomeni di crollo della volta; in
questa parte vi è la prima importante manifestazione idrologica della
grotta, "La Conca", invasa da acque limpidissime in cui si
mescolano componenti marine a componenti dulciacquicole. La seconda
parte, che si estende dalla Cripta sino all'ampia cavità denom
Santa
Cesarea è situata su un ripiano della scogliera che si affaccia sul
Canale d'Otranto in una cornice collinare ricoperta da una fitta
vegetazione di macchia mediterranea e pineta di alto fusto. |
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Porto Badisco è un piccolo
centro abitato da pescatori, molto frequentato nel periodo estivo da un
turismo internazionale. Sorge t
Il mare di Porto Badisco è una distesa blu scuro, interrotta solo dal bianco della costa frastagliata. Roccia chiara bordata dallo scintillio di schiuma bianca. L’entroterra è lievemente ondulato con valli e rilievi, punteggiato da muretti a secco, architetture chiare e isolate rocce bianche. Profumi e colori sono dovuti alla gariga. Nel vento si mescolano le essenze del mirto, del timo, della salvia, del finocchio selvatico, ecc. Il sole accende le tonalità verdi di ulivi, fichi d'india, oleandri, palme, e quercia spinosa. Una piccola caletta di spiaggia sabbiosa completa un ambiente incontaminato, apparentemente inaccessibile, e forse per questo non ancora intaccato dalle moderne forme di turismo selvaggio e dall’abusivismo edilizio. Otranto, chiamata anche 'Porta d'Oriente', si affaccia nello stretto che prende il suo stesso nome, il Canale d'Otranto, situato a sud dell'Adriatico, nel punto più orientale d'Italia.
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Anticamente capoluogo della terra, ancora oggi conserva l'aspetto caratteristico delle antiche città commerciali che si affacciavano sul Mediterraneo. Si mostra ai numerosi visitatori che affollano le sue coste ed il centro storico ogni anno, solare e con il suo fascino orientale. E' possibile intravedere le montagne dell'Albania, distanti 70 miglia nelle giornate più limpide. A testimoniare l'incubo delle invasioni dei Turchi sono rimaste le due torri medievali di avvistamento. Il centro storico della città è rimasto intatto nonostante la grande espansione edilizia. Otranto si presenta ai suoi visitatori con la Cattedrale, terminata e aperta al culto nel 1088, con la sua notevole dimensione, è da ritenersi la Chiesa più grande della Puglia, di incomparabile valore è il mosaico pavimentale eseguito da un monaco, conserva i resti degli 800 martiri uccisi dai Turchi.
Otranto è anche il
Castello Aragonese, con le torri, i bastioni e le
mura. il borgo antico, con le strade fatte in pietra viva, strette e che si
snodano a serpentina tra le case, il porto che ha sempre avuto
un'importanza notevole per gli scambi con l'Oriente e infine, ma non
meno importante, il mare cristallino e limpido, ricco di dune, anfratti,
grotte e insenature, che insieme alla presenza dei Laghi Alimini,
rendono questa cittadina ver Otranto deve la sua suggestività soprattutto al suo borgo antico, il quale ha resistito alle burrasche del tempo e si presenta oggi come ieri. Vi si accede da "Porta Terra", che si apre lungo un bastione, recentemente restaurato, d'epoca napoleonica. Una volta entrati nel cuore della cittadina, ci si trova in una piazza triangolare, realizzata nella seconda metà del Cinquecento. Più avanti, si erge "Porta Alfonsina", costruita nel 1481 e dedicata ad Alfonso, duca di Calabria, al quale si deve la liberazione del borgo dagli Ottomani.
E'
emozionante camminare sull'antico lastricato fatto di pietre vive. Corso
Garibaldi rappresenta l'arteria commerciale del paese. Vanta, infatti,
la presenza di innumerevoli negozietti, aperti fino a tarda serata, nei
quali si può trovare di tutto: souvenir, oggettistica locale e non,
cartoline, abbigliamento, ecc. Il Corso si conclude in Piazza del Popolo
dove si può notare la "Torre dell'orologio", edificata nel
1799 e impreziosita dallo stemma cittadino. Successivamente, tra
localini e bar, si giunge a "Porta a Mare", attraverso la
quale, percorrendo una lunga scalinata in legno, si arriva al porto.
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Dal
28 luglio al 11 agosto 1480 i Turchi del Pascià Acmet assediarono la
città di Otranto. Entrati con forza nella città, raccolsero gli 813
uomini superstiti. Gli abitanti furono portati sulla vicina collina della
Minerva e obbligati ad una scelta: morte o rinnegare Cristo. Il
primo martire fu Antonio Primaldo, il quale dopo la decapitazione si alzò
in piedi e vi rimase fine al martirio dell'ultimo compagno di gloria.
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Lecce,
capitale del Salento, visse, a partire dalla seconda metà del '500,
un'epoca di solare fortuna destinata a durare due secoli.
All'aria indurisce e assume col tempo un caldo colore dorato. E' questa pietra che sta alla base del barocco leccese, che si esercitò più sulle decorazioni che sulle architetture: colonne tortili, cornici fastose, balaustre a trafori, frontoni ricurvi, vasi di fiori e frutta, nastri svolazzanti, putti e mascheroni. Una fantasia bizzarra e ineusaribile che dall'architettura religiosa approda alle case d'abitazione di Lecce, ornando con la stessa pietra i balconi, i portali, gli stemmi: un paradis du rococo, come scrisse un francese del secolo scorso. Il monumento che meglio illustra la Lecce barocca è la basilica di Santa Croce, il cui restauro è stato portato a termine recentemente. I lavori sono durati quasi nove anni: la friabilità della pietra, la sua ricchezza di sali, la loro solubilità a contatto con l'acqua avevano creato fratture, alveoli, incrostazioni di licheni che stava mangiando il monumento. Adesso la straordinaria decorazione della facciata, liberata dalle impalcature, può nuovamente essere letta figura per figura come un trattato di teologia, ricco di valori simbolici. Seconda tappa del visitatore che si inoltra nelle vie di Lecce è il Duomo con l'attiguo Palazzo del Seminario: ma è l'intera piazza della Cattedrale, con il campanile e lo straordinario pozzetto che è un pò il simbolo della Lecce barocca, a costruire una grande, unica scenografia. Altri monumenti del barocco leccese sono la chiesa di Santa Chiara, con un ricco portale su una facciata elegante, la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, eretta dai Normanni ma completata con una facciata barocca, e la chiesa dei Teatini. Ma una passeggiata a Lecce, varcata la cinta muraria che racchiude il centro storico, è sempre un itinerario a sorpresa. E sufficiente entrare a Lecce dalla Porta Rudiae, che vale come un biglietto da visita: è un vero arco di trionfo sormontato dalle statue dei santi protettori della città (Sant'Oronzo, San Domenico e Santa Teresa).
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Basilica di Santa Croce. La facciata della basilica, concepita come un gigantesco altare, concentra le espressioni elaborate da diverse generazioni di architetti nell’arco di circa un secolo: Gabriele Riccardi nell’ordine inferiore e Cesare Penna nella parte superiore, con successivi interventi di Francesco Antonio e Giuseppe Zimbalo. Il Riccardi, nel 1582, conferisce un forte senso prospettico all’ordine inferiore, messo in risalto da una ricchissima trabeazione. Su quest’elemento s’imposta una balconata retta da mensole-cariatidi che simboleggiano il paganesimo schiacciato dalla forza del credo cristiano. Il secondo ordine della facciata è dovuto all’intervento, nel Seicento, di Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo, architetto egemone in terra salentina dopo aver fornito prova delle sue capacità nella sistemazione del cortile del Vescovado, l’attuale Piazza Duomo, riorganizzato per volontà e su indicazione del potente vescovo napoletano Pappacoda. La parte superiore della basilica è, nella sua interezza, il simbolo del Barocco leccese; trionfi di fiori e frutta, ghirlande e puttini trattengono lo sguardo, suscitando nell’osservatore continue sorprese e meraviglia. Pietra Leccese. Le peculiarità di questa roccia ne hanno da sempre fatto un materiale che ben si presta alla lavorazione artistica. La sua morbidezza la rende adattissima alle realizzazioni di sofisticati disegni e decorazioni intricate come merletti, all’insegna del barocco leccese; il suo colore ambrato la rende ideale per la costruzione di edifici sacri e palazzi gentilizi, ma anche dimore "rusticamente" eleganti; la solidità di questa roccia calcarea, che si indurisce col passare del tempo, la rende ottimale per "scrivere" la storia di questa terra.
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Ostuni è detta la "città bianca". La parte antica della città sorge sull'ultimo lembo della Murgia meridionale nella provincia di Brindisi, sulla cima di un colle a pareti ripidissime, e il suo nome, secondo la tradizione, deriva dal greco "Astu-neon", città nuova, costruita con ogni probabilità "circa duemila anni fa" sui resti di una città più antica. In provincia di Brindisi, Ostuni, eletta città d'arte nel 1998, è arroccata sulla sommità di una collina, da cui domina il territorio fitto di ulivi secolari che dalle Murge sud-orientali si estende fino al mare. All'interno della sua cinta muraria si conserva intatto un borgo medioevale, chiamato Terra, caratterizzato da un labirinto di stradine strette, scalinate, archi rampanti, palazzi dai singolari portali, piazzette e balconcini, tutto completamente imbiancato a calce, da cui l'epiteto di “Città Bianca”.
OSTUNI - foto di Antonio Treccarichi
Il nome Ostuni, invece, deriverebbe dal greco “Astu-neon”, città nuova, costruita circa duemila anni fa sui resti di un insediamento ben più antico. Caduto l'impero romano, Ostuni subì una lunga serie di dominazioni straniere: gli Ostrogoti di Teodorico, i Longobardi, nel IX secolo d.C. i Normanni Altavilla che edificarono un castello poi distrutto ed il fiorente porto commerciale di Villanova, gli Svevi nel XIII secolo, gli Angioini e dal 1442 gli Aragonesi. Ma oltre al mare, risalendo verso la piana coltivata ad ulivi (l'olio d'oliva è senz'altro il prodotto tipico per eccellenza della zona), Ostuni offre anche un panorama diverso, quello delle zone collinari interne, chiamate Murge dei trulli, punteggiato da masserie, cappelle rurali, vecchi tratturi, muretti a secco e trulli, simili a quelli della famosa e non lontana Alberobello. A ferragosto nel centro storico si tiene la Sagra “Vecchi Tempi” dove, oltre a gustare i piatti tipici della gastronomia locale, si possono ammirare gli artigiani che ripropongono mestieri ormai scomparsi, come l'umbrellare e l'acconzopiatte (colui che aggiusta ombrelli e vasellame), o lu curdelare (il funaio che intrecciando fibre produce i fiscoli, piatti circolari di corda utilizzati per la spremitura dell'olio dalla pasta di olive). Il 25-26-27 agosto dal 1793 si rinnova ininterrottamente, in occasione della processione dedicata al protettore della città, la tradizione della Cavalcata di S. Oronzo.
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L'esistenza del nome Barduli è testimoniata solo in età romana, ma alcuni ritrovamenti del IV sec. a.C. indicano un precedente centro apulo. Dal 584 al 590 si popolò con i rifugiati dell'importante Canosa di cui Barletta era il porto - per sfuggire ai Longobardi; ma acquistò importanza militare ed economica solo con i Normanni, e s'ingrandì con gli abitanti di Canne, distrutta da Roberto il Guiscardo nel 1083. Diventò una tappa importante dei Crociati e di tutto il traffico verso la Terra Santa; nel Duecento ospitò il Patriarca Rondolfo, fuggito da Gerusalemme. Nel 1228 Federico II, prima di partire per la Crociata, vi adunò il parlamento dei baroni. Nel 1310 fu dichiarata città demaniale. Sotto gli Angioini, nel XIV e nel XV sec., ebbe il periodo del suo massimo splendore grazie ai commerci con l'Oriente e alla costituzione di una potente flotta mercantile. Il 4 febbraio 1459 vi fu incoronato Ferdinando I d'Aragona. Nella prima metà del '500, durante le guerre tra Francesi e Spagnoli, ebbe luogo la celebre Disfida (13 febbraio 1503) fra 13 cavalieri italiani (al servizio degli Spagnoli) guidati da Ettore Fieramosca e 13 francesi comandati dal capitano Guy de La Motte, conclusasi con la vittoria degli italiani. Nei secoli successivi subì terremoti e pestilenze. Si risollevò nella seconda metà del Settecento. Nelle due guerre mondiali il valore della città fu riconosciuto con 11 medaglie d'oro e 215 medaglie d'argento. Il suo maggiore sviluppo è iniziato negli anni Cinquanta del secolo scorso. Il toponimo deriva da Barduli, formato a sua volta dalla base prelatina bard-, fango. Fra i personaggi illustri della città Pietro Mennea (per 17 anni primatista mondiale nei 200 metri con 19"72). Il nome di Barletta è legato al ricordo della celebre Disfida di Barletta. L'episodio è noto: il capitano francese La Motte, prigioniero degli Spagnoli in una delle tante guerre combattute su territorio italiano dalla Francia e dalla Spagna, mentre era a cena con il comandante spagnolo Mendoza, sostenne che gli italiani non fossero dei buoni combattenti. Ettore Fieramosca, capitano di ventura al servizio della Spagna, sfidò allora il condottiero e il 13 febbraio 1503 un drappello di tredici italiani affrontò sul terreno, tra Andria e Corato, altrettanti francesi; un francese cadde, gli altri si arresero con l'onore delle armi.
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Ogni anno i cittadini di Barletta rivivono la "Disfida" con una suggestiva e pittoresca manifestazione. Davanti ad una immensa folla di turisti, convenuti da ogni parte d'Italia e soprattutto dalla Francia, vengono ricordati i momenti del fatto storico. Dalla Lettura del Cartello di sfida all'investitura del Cavalieri, al Certame Cavalleresco tra splendidi elmi e cimieri, gualdrappe, corazze e costumi sfarzosi; una suggestiva successione di quadri viventi, resi con fedeltà e realismo impressionanti. Il Centro storico della Città di Barletta , nel "quartiere della marineria" con le belle chiese, i palazzi e gli altri monunenti, conserva ottimamente l'aspetto medievale e non appare contaminato da costruzioni moderne.Imponente è il Castello Svevo di Barletta costruito da Federico Il su una preesistente Rocca normanna e, successivamente, ampliato da Carlo . Ma a caratterizzare Barletta è il cosiddetto colosso Eraclio una delle sculture in bronzo fra le più belle pervenuteci dal mondo antico. L'identificazione iconografica è incerta (Valentiniano I o Marciano?) come è incerta la sua provenienza. Si credeva, infatti, che :provenisse dal vicino Oriente, forse da Bisanzio, ma oggi par prevalere la tesi della sua provenienza dalla città di Canosa, dove si ergevano altri colossi di bronzo ormai scomparsi. Degno di particolare attenzione è il Museo Civico dove è possibile ammirare la più vasta raccolta di dipinti di Giuseppe De Nittis (1846-1884), il grande pittore di Barletta vissuto nella seconda metà dell'Ottocento, che ebbe tanto successo a Parigi, sì da essere insignito della "Legione d'Onore" a soli trentadue anni e fu autorevole rappresentante della corrente degli impressionisti. De Nittis affidò la sua fama specialmente agli squisiti ed eleganti ritratti di Parigine, ma non meno belli e suggestivi sono i suoi "paesaggi" in cui spesso tornava con struggente amore alla sua terra ("Strada campestre-Lungo I'Ofanto", "Paesaggio sotto il sole", "Fiume", "Contadini" e "Strada da Brindisi a Barletta"). A 12 chilometri dalla città, tra la campagna e le anse dell'Ofanto, sulla riva sinistra del fiume è Canne della Battaglia, dove avvenne l'epico scontro tra i Cartaginesi di Annibale e i Romani che nella tragica battaglia lasciarono sul campo oltre cinquantamila caduti |
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Castel
del Monte Nei pressi di Andria, a 540 metri sul livello del mare,
isolato su di un colle della Murgia Pugliese, sorge Castel del Monte, il
più famoso monumento dell' epoca dell' Imperatore Federico II di
Svevia. La costruzione di Castel del Monte risale alla prima metà
del '200 e sintetizza mirabilmente negli schemi plano volumetrici ,
tutte le influenze di stile e di cultura della cerchia artistica
dell'Imperatore svevo.
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Per
qesto l'impianto ottagonale, proprio dei battisteri, è stato usato in
edifici sacri del mondo imperiale cristiano quali San Vitale a Ravenna e
la Cappella Palatina ad Aquisgrana. Ma è molto suggestiva l'ipotesi che
Federico si sia ispirato a un monumento che senza dubbio alcuno lo aveva
affascinato, la moschea di Umar a Gerusalemme, che ai suoi tempi era
conosciuta come il Templum Domini. Per la sua struttura ottagonale e il
dedalo dei disimpegni (ma anche per il percorso obbligato) al suo
interno, Castel del Monte è stato paragon
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Irresistibile il richiamo dell'impressionante scenografia sul mare che accoglie il visitatore di Trani, e indimenticabile la sequenza di immagini che si presenta agli occhi di chi percorre il tratto costiero e portuale della città. L'impatto degli edifici sul panorama del mare riconduce innanzitutto all'importanza delle istituzioni che in questa scenografia vollero e seppero rappresentarsi con inedita potenza, sganciandosi all'improvviso dal tessuto di una città per proiettarsi in un immaginario di carattere universale: la chiesa, lo stato, la legge. A partire dall'epoca sveva, nella quale Federico II fece di Trani il suo fortificato avamposto marittimo, (del quale è testimonianza il possente Castello affacciato sul mare), fino al Quattrocento, secolo di assoluto splendore in cui Trani rappresentò il più importante centro marittimo e mercantile del basso Adriatico (città che si diede gli Statuti Marittimi, a lungo appoggiata dalla città di Venezia, cui fu data addirittura «in pegno» alla fine del secolo), Trani giocò un ruolo eminente nella scacchiera regionale dei poteri e dei privilegi. Per poi diventare, alla fine del Cinquecento, sede della Regia Udienza, e da allora (e fino a oggi) «città forense» per eccellenza.
Questo è il mare dei monumenti, il mare dei poteri. Ma oggi affacciarsi al porto di Trani percorrendolo con lo sguardo da sinistra a destra dà conto di due realtà meno monumentali, ma altrettanto importanti per definire il più complesso immaginario contemporaneo, quello che fa amare al turista (e all'abitante) questa città: la sfilata di bellissimi pescherecci a sinistra, dai colori intensi e dai nomi evocativi, e la distesa di barche da diporto a destra, segnali questi di un mare «abitato», di un porto funzionante e attrezzato, di una città che ancora guarda al mare pur senza l'onere di una supremazia da affermare e da difendere. Castello, Cattedrale, Tribunale, ma anche la novecentesca villa comunale, che riconduce invece ai caratteri civici e borghesi che costituiscono la radice culturale della città moderna, sono visibili dal mare ancor meglio che dalla terra, quasi fosse ancora dal mare che si attendono i visitatori, in arrivo su barche o navi (e spesso è così: molti turisti in yacht piccoli e grandi attraccano qui per rifornirsi di viveri o benzina, sulla rotta magari delle isole greche, e invece di un giorno si fermano due, tre, per poi magari decidere di affittare una casa sul porto…).
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E sul porto ancora: tutte le feste, le innumerevoli feste di Trani, città festeggiante e festosa per eccellenza. Feste di segno religioso, ma anche movimento allegro, brulicare di gente nelle sere d'estate, la cassa armonica illuminata su piazza Quercia che ospita concerti bandistici, e poi magari concerti e spettacoli en plein air, sempre sullo sfondo di questo mare disegnato dall'elegante cintura di pietra dei parapetti sul porto e dei moli… e poi bancarelle, ristoranti, bar, giostre affacciate sul porto, e il riflesso delle luci che riverbera madreperlaceo sulle «chianche» allisciate, e odore di pesce fresco all'arrivo dei pescherecci, che espongono il pescato all'attenzione dei veloci e attentissimi acquirenti abituali, nella sorpresa dei molti turisti che s'incamminano, di nuovo o per la prima volta, verso la teatrale piazza della Cattedrale… Cattedrale che ad arrivarci dal porto, e dal lato del molo, si presenta con la sua facciata più preziosa, quella retroabsidale, la più vicina alla schiuma del mare e dove la sporporzione dell'altezza risulta più impressionante. Il tutto scalpicciando sulle chianche. Poiché tutta Trani - edifici e lastricati stradali, come tutti i centri storici intorno - è fatta di pietra di Trani, uguale oggi a quella dei secoli passati, che ancora oggi viene cavata e lavorata in innumerevoli modi, tutti altamente codificati e mantenuti in vita dagli artigiani dell'intera zona. E il colore di Trani che rimane impresso a lungo nella memoria è quello di questa pietra, che a differenza però degli altri paesi qui è impreziosito e «rinfrescato», per così dire, dal celeste del mare. Se poi entriamo nella città, magari attraverso lo stretto passaggio coperto di proprietà comunale che collega il porto alla piazza del mercato del pesce, e da questa poi guadagniamo il centro-città moderno, commerciale, eccoci nella città otto-novecentesca: la grande piazza quadrata, la stazione, il comune, incastrati nella regolare griglia di strade ampie e spesso lastricate. Se scegliamo invece di addentrarci dal lato della Cattedrale, saremo all'improvviso nella zona del ghetto, dove fra antiche chiese medievali possiamo imbatterci in un'altrettanto antica sinagoga… Sorprese da antica repubblica marinara e antico emporio aperto a molti popoli, da «stazione balneare» inizio secolo (che si allunga verso Colonna, col suo antico Monastero) e da moderno luogo di svago e divertimento. Sorprese offerte da una cittadina sapiente e incurante, che molte cose ha visto passare, accogliente per tradizioni e cultura, che presenta con naturalezza, e senza ombra di enfasi, le sue bellezze eclatanti.
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La
Cattedrale di Trani, dedicata a S. Nicola Pellegrino, è la
regina delle chiese di Puglia. La vicinanza al mare, nel quale si
riflette, l'aria austera e leggera, la luminosa pietra che ne fa anche
una splendida architettura di luce, rendono questo luogo di fede tappa
fra le più richieste dei tour in Puglia.
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Continui scavi hanno portato alla luce vasti tratti di pavimentazione musiva, visibili attraverso botole aperte sul pavimento della cripta. Una scala permette l'accesso al sacello di S. Leucio. Sempre dalla chiesa di S. Maria, scendendo alcuni scalini si accede alla cripta di S. Nicola Pellegrino. Qui colpisce la presenza di colonne di marmo greco alte e sottili che conferiscono un'impressione di levità veramente bizantina. Tra le due cripte due scalinate conducono alla chiesa superiore: una vasta aula divisa in tre navate da un doppio filare di sei colonne binate. L'impressione generale è di un accentuato sviluppo in altezza della navata centrale. L'arredo attuale tenta invano di sostituire la suppellettile antica. Unica testimonianza dell'antico splendore è ciò che resta del pavimento musivo nell'area dell'altare maggiore, sufficiente a far immaginare una chiesa sontuosamente addobbata e ricca di colore, come lo furono tutte le cattedrali pugliesi. Il campanile si alza su un imponente passaggio ogivale. La sua superficie è scandita da finestre progressivamente a più luci e culmina in una cuspide ottagonale e piramide. Tra il 1950 e il 1960 la Cattedrale fu interessata da una serie di radicali interventi volti soprattutto a recuperare l'originale struttura architettonica. In particolare: si ottiene lo splendido isolamento del monumento con la demolizione del settecentesco cappellone del Santissimo e della sacrestia; delle numerose cappelle interne della chiesa superiore; con il ripristino dell'interno, mediante rimozione dello strato di stucco lucido.
Gli ultimi quattro giorni del viaggio li ho dedicati a mio zio, a Metaponto.
È uno zio acquisito, ma per me è stato ed è come un padre, un
fratello, un amico. E la cosa è reciproca. Una persona davvero
speciale; non so se nel nuovo millennio si possa ancora trovare un
uomo simile. Oggi è impensabile scovare qualcuno che si disperi non già per la paura o per il dolore fisico che l'incontro comporterebbe, ma perché non vuole incontrare Godot; perché rifiuta l'idea di abbandonare questo dono che Dio gli ha fatto: la sua vita, vissuta fino in fondo in maniera splendida. Un'esistenza che non ha mai rinnegato, oltraggiato o maledetto. Lui l'ha amata la sua vita, l'ha assaporata al cento per cento, vi è salito sopra come su un ottovolante; e se fosse possibile, rifarebbe punto per punto tutto ciò che ha compiuto, senza toccare una virgola, un respiro, una parola, una vangata, una fucilata. Se, per miracolo, nascesse di nuovo, risposerebbe certamente sua moglie - della quale è stato perdutamente innamorato -, rifarebbe lo stesso lavoro e si farebbe destinare a Metaponto, di nuovo, per farsi un altro giro di giostra! Non so quante volte ho sentito pronunciare quella frase: «Se dovessi rinascere, farei questo e quest'altro...». Lui no: lui ripeterebbe tutto senza cambiare una sola battuta, primo, secondo e terzo atto. Metaponto è un luogo che alla fine degli anni Cinquanta, quando lui vi giunse da Taranto, doveva apparire come Piovarolo nel film di Totò; un luogo da cui chiunque, colto dalla nostalgia, sarebbe fuggito pur di fare ritorno in città. Ma lui, appena scoperse quel paradiso che nessuno riusciva a "vedere", comprese subito - al contrario di quanti inseguono effimere felicità - che quello era un dono divino. Capì che soltanto lì avrebbe potuto vivere a misura d'uomo, raccogliere i frutti che la terra gli offriva senza formalità alcuna, respirare ogni mattina l'odore della campagna e del mare, vivere davvero in modo autentico, barattando il commercio con gli abitanti del borgo in scambi di natura: moneta tramutata in verdure, ortaggi, fichi, pesce, fagiani, salumi, lavoretti e cortesie. Insomma, appena posato il piede in quella terra, aveva compreso in un lampo di che pasta fosse fatta la felicità. È stato proprio quel vivere ruspante, quel godersi senza riserve la terra coltivata e il dimenticare - se mai le ha pronunciate - parole come ansia, tristezza, malinconia, a plasmarlo a fondo, svelandogli il senso autentico del vivere. Forse è stato un privilegiato, e nemmeno lo sa.
Che vita avrebbe mai potuto condurre un uomo che a venticinque anni
scorrazzava per le strade in Lambretta, con la fidanzata seduta sul
sellino posteriore e, davanti, il suo Leo, un fedele bracco da
quaglie? E che a settantacinque anni va ancora a ballare il liscio
al Lido, con le ragazze che fanno Ho desiderato ripassare in quel viale di eucalipti dagli odori inebrianti e ritrovare, in fondo alla strada, all'improvviso, quel bianco serbatoio d'acqua che noi cugini chiamiamo col nome di mio zio: un simbolo che considero quasi la soglia dell'Eden. Provenendo dalla provinciale, là dove un cartello segna l'ingresso a Metaponto, svoltando a destra da quella porta si cominciano ad annusare odori strani e familiari: la semola del pane di Matera esposta nei forni, la nafta nel disordinato ma geometrico garage numero ventuno, la rucola che cresce dentro un'Opel diesel in giro da mattina a sera per il borgo, e quel profumo inconfondibile che proviene dalla cucina di mia zia. Tempo fa venne a Catania; e quando lo accompagnai alla stazione, lo salutai mentre si affacciava dal finestrino, già anziano e con i capelli tutti bianchi. Mentre il treno cominciava a muoversi, sapendo che difficilmente avrei fatto ritorno in Puglia, mi parve che quel vagone, con quel passeggero straordinario a bordo, si portasse via tutta la mia infanzia per non restituirmela mai più, lasciandomi soltanto la facoltà di poterla raccontare agli amici: le mie estati a metapontine, le infruttuose battute di caccia che terminavano con i pallini scaraventati sulle angurie, le anguille del Basento, suo figlio adoperato come esca viva per confondere le tortore e avvicinarle al suo tiro, le masserie tinteggiate da cima a fondo, i bisogni all'aria aperta nei campi con la speciale carta igienica offerta da mio zio: le foglie d'ortica! E poi le notti trascorse sulla sua barca a tirare le reti, a pescare sgombri al bolentino, ad attendere le alici sulla sabbia fredda dell'alba, ad arrostire enormi cefali di fiume, a sparare al tiro al piattello nei pomeriggi afosi; le visite alle aziende agricole popolate da mucche, oche e mezzadri che parevano balzati fuori da un dipinto di Fattori o dalle pagine di Giovannino Guareschi. E come dimenticare il suo orto con l'antistante "officina" — il garage dove subito mette sott'olio i suoi tesori? Ho conosciuto quasi tutti i suoi vecchi cani, le sue galline insaziabili, i polli, le colombe, i capponi, e quei conigli ostinati all'accoppiamento che per punizione finivano la sera in salmì. Gli facevo compagnia anche durante il lavoro. E quando era libero dal servizio, ogni tanto «si andava in servizio» lo stesso: ci recavamo allo scalo per missioni goliardiche contro i suoi colleghi o, se proprio volevamo fare i bravi ragazzi, raccoglievamo lumache per la cena lungo i binari della stazione, illuminati da quelle affascinanti luci blu-violetto. Insomma, tempi colmi di tutto ciò che quest'uomo ha saputo insegnarmi.
Ebbene, quella mattina alla stazione di Catania, quel ben di Dio se
lo stava portando via il treno. Al ritorno, in auto, piansi; perché
sapevo che, quand'anche fossi tornato, mai più avrei riprovato
quelle gioie. O meglio: nei suoi luoghi, a casa sua, lui dà il
meglio di sé. Fuori casa gioca per il pareggio, ma tra le sue mura
ottiene sempre la vittoria piena! Questo viaggio mi ha concesso di arrivare ancora in tempo per riassaporare quei vecchi sapori, per rivivere e fissare nei fotogrammi della memoria quella spensieratezza che soltanto lui e mio nonno hanno saputo donarmi. Una mattina mi sono presentato da lui e gli ho detto: «Adesso sarò la tua ombra. Per due giorni non ti mollo, ti seguirò dovunque andrai», sicuro che, mettendomi sulle sue tracce, avrei scoperto sempre qualcosa di nuovo e di prodigioso. Appena pronuncio queste parole, il suo volto, come per magia, si trasforma da viso adulto in sembiante di monello: le labbra birbanti si allargano, le orecchie sembrano vibrare, una ruga sfacciata solleva le gote maliziose, e gli occhi si fanno così furbi da sembrare pronti a marinare la scuola. Quando rivedo quella faccia discola, capisco all'istante che cosa frulla nella sua mente. Già immagino ciò che sta pregustando, l'imbroglio che mi sta riservando, le trappole che va tessendo. In fondo era ciò che desiderava: trascorrere un paio di giorni con il suo vecchio compagno di giochi, preparargli un letto disseminato di molliche che farà da teatro a irriverenti attentati notturni. E così è stato: quattro giorni al seguito di un grande uomo che incarna l'agriturismo fatto persona; un uomo che, quale che sia l'itinerario che ti fa percorrere, non ti offrirà mai una via banale, perché ha già in serbo il modo di farti incontrare il suo secondo amore: la natura. E se lo assecondi, lui è felice di mostrartelo, quel suo grande amore. Fino a quando esisterà quel serbatoio bianco, lui sarà lì; e io mi considero fortunato per aver potuto godere ancora di lui, per aver bevuto quell'acqua. Andarlo a trovare è come varcare i cancelli di un luna park per ritornare bambini. Sembrerà assurdo, ma arrendersi alle sue diavolerie, riuscire a penetrare la sua filosofia del gavettone, è linfa vitale per l'anima. Un pomeriggio lo osservavo mentre dormiva: si addormenta dopo tre secondi esatti, assumendo la posa di un bimbo in fasce, rannicchiato su un fianco con le mani sotto la guancia. E mentre è immerso nel sonno, sorride beato, allargando le gote con l'espressione di chi gode di un segreto giubilo: forse sogna lepri in fuga o anatre di plastica che collocherà per scherzo nello stagno, a insaputa di qualche ingenuo cacciatore. Ecco: quando un uomo dorme così, non vi sono definizioni alternative. È un'anima pura. A un uomo simile non si può che augurare una sola cosa: ancora innumerevoli giri di giostra! Te lo dico proprio come si usa dire da voi: adesso anch'io mi sento di fottiri (*).
(*) "mi sento di fottiri" è un termine usato specialmente nella bassa Puglia per esternare sconforto e malinconia. Sta di fatto che un siciliano in vacanza in Puglia rischia grosso e il pericolo di prendere un paio di ceffoni è notevole. Di contro, una donna pugliese in vacanza in Sicilia rischia grosso lo stesso. Ma non per prendere ceffoni.
Con questo nome, sulla cui origine
molto si è discusso, s'indica l'Italia meridionale greca. Secondo alcuni
studiosi il nome di Megále Ellás (Magna Graecia) sorse, già a partire
dal sec. VIII, in contrappunto a quello di Ellás, che in età arcaica
indicava la Grecia con esclusione del Peloponneso. Secondo altri autori
l'espressione si affermò in connessione col diffondersi del pitagorismo
quasi a rimarcare la prosperità e la bellezza della regione rispetto
alla Grecia vera e propria, piuttosto angusta e avara di prodotti del
suolo, da cui erano venuti o discendevano gli abitanti delle varie
città, chiamati col tempo Italioti. L'insediamento dei coloni greci
nella Magna Grecia ebbe luogo in due fasi. La prima, in ordine sparso e
a opera di gruppi di Achei, avvenne in età arcaica, tra i sec. XV e XIV
a. C., e il ricordo
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L'olio,
le olive, le verdure e i farinacei - il territorio pianeggiante
favorisce un'enorme produzione di cereali - cioè i prodotti più tipici
dell'agricoltura, caratterizzano la cucina pugliese che, accompagnata da
saporiti aromi e spezie, quali basilico, capperi ed origano, risulta
particolarmente genuina e gustosa. I Fegatelli (gnummaridde) di Martina Franca. Tappa d'obbligo negli itinerari eno-gastronomici martinesi, le numerose macellerie specializzate nel servizio di "fornello pronto", che consente di gustare carne mista arrostita nel forno a legna, appena sfornata. Ostriche e cozze sono da sempre il vanto di Taranto. Il mare, ricco e generoso, è popolato da dentici e orate, cernie, triglie e alici, gamberi e calamari. I ristoranti tradizionali offrono una cucina gustosa ma leggera, che combina sapientemente i frutti di mare con l'ottimo olio extravergine di oliva tarantino. Piatti tipici come i cavatelli con le cozze, il risotto ai frutti di mare, il pesce e il polipo alla griglia sono accompagnati da squisiti ortaggi mediterranei crudi o cucinati con fantasia. Ottima l'unione delle orecchiette con le cime di rape. Particolarmente saporiti sono i pomodori, i peperoni, le melanzane, i carciofi e i legumi, che sapientemente combinati con frutti di mare, pesce e pasta danno alla cucina tarantina un tocco di originalità. Squisite le mozzarelle e le provole fresche.
Ecco
la ricetta delle carteddate (cartellate), dolci tipici tarantini del
periodo di Natale. Ingredienti: Un chilo di farina, 100 gr. di vino bianco secco, 100
grammi di olio extravergine di oliva e un po' di sale fino, vino cotto,
miele o zucchero a velo. Preparazione: Impastare la farina con il vino bianco e mezzo bicchiere
di olio. Se l'impasto dovesse risultare troppo duro aggiungere un po'
d'acqua tiepida fino ad ottenere una massa morbida e vellutata.
Fare lievitare per circa due ore. Stendere la pasta con il matterello in una sfoglia molto sottile e
ricavarne, con una rotellina dentata, delle strisce larghe 5 cm e lunghe
20; ripiegare a metà nel senso della lunghezza, pinzettando con le
dita, in modo da formare una specie di rosetta. Quando si sarà finito
di preparare queste
Il pane di Altamura è un pane tipico pugliese ottenuto da un impasto di semola di grano duro rimacinata. Affonda le sue radici nella cultura contadina delle popolazioni alto murgiane e ancor oggi mantiene un metodo di lavorazione artigianale che prevede l'uso di lievito madre, pasta acida, sale marino e acqua, con lievitazione naturale e cottura in forno a legna. Nella sua forma più tradizionale (U sckuanËte = pane accavallato) aveva pezzatura di notevoli dimensioni, era prevalentemente impastato e lavorato tra le mura domestiche, e veniva cotto in forni pubblici. Il fornaio procedeva alla marchiatura delle forme con il marchio in legno o in ferro artigianale riportante le iniziali del capo famiglia. La sua principale caratteristica, mantenuta fino ad oggi, era la durevolezza, necessaria per garantire l'alimentazione di contadini e pastori per una settimana o più frequentemente nei quindici giorni trascorsi nelle masserie disseminate tra le alture murgiane: un'alimentazione incentrata quasi esclusivamente sul pane condito con sale, olio ed immerso nell'acqua bollente.
Si
abbina bene a qualunque contorno ma è particolarmente buono anche da
solo, condito con un filo d’olio extravergine d’oliva, si mantiene
anche per diversi giorni dopo la cottura grazie al lievito naturale
ricco di fermenti vivi. Non sopporta il sottovuoto o il contatto con la
plastica, si consiglia quindi, per preservarne più a lungo la
freschezza, di avvolgerlo in un panno ben asciutto.
La
facilità di cattura, rispetto agli scattanti pesci pinnati, ne hanno
fatto per secoli il capro espiatorio della gastronomia marinara. Ma se
la nobile ostrica è stata citata, quando non addirittura esaltata dai
più grandi poeti e scrittori dell' antichità, quali Omero, Virgilio,
Petronio, Marziale, la plebea, saporita, aromatica cozza, non solo è
stata completamente ignorata dai letterati, ma è quasi sfuggita
ingenerosamente persino al grande Aristotele, ed è stata troppo presto
liquidata anche da Plinio il Vecchio che ce ne ha lasciato notizie così
vaghe e frammentarie da far pensare che l'abbia confusa con
l'ostrica.Bisogna giungere all'olandese Swammerdam (1637-1680) perchè
la cozza ottenga l'onore dei primi studi, proseguiti dallo svedese
Linneo (1707-1778), dal francese Cuvier e dall'inglese Lister. Quindi,
se il consumo di tante specie di molluschi è ancestrale. come è
testimoniato dai loro resti trovati nei depositi lasciati dall'uomo
preistorico nelle caverne, la stessa cosa non è provata per le cozze,
delle quali non sono state trovate quasi tracce, e anche il loro
allevamento pare che sia stato completamente ignorato dagli antichi.Secondo
i francesi, che ne rivendicano la paternità, questo ha avuto inizio
solamente nel XIII secolo sulle loro coste atlantiche. Nella storia un
po' romanzata lasciata dal Figuier, la prima attività mitilicola fu
intrapresa da Patrizio Walton, un irlandese naufragato nel 1236 col suo
carico di monto
Una tecnica che poco si discostava dalle
tecniche tuttora adoperate. Ci dispiace deludere i francesi, ma
l'emerito Walton era stato purtroppo preceduto, probabilmente a sua
insaputa (salviamo la sua buona fede), dai tarantini, i
quali già dal XII secolo adoperavano un sistema diverso ma non troppo
da quello da questi ideato. L' allevamento delle cozze a Taranto risale
sicuramente ad epoca remota. Fonti autorevoli attestano che, risorta
la città a opera dell'imperatore Niceforo Foca, dopo le d
vivacità
nel suo dialetto un barcaiolo, una larga zona d’acqua bassa, alta da 3
a 15 m, circonda la spiaggia. Ivi sono disposti dappertutto, in file
regolari, numerosi pali, alla distanza di 6-7 m. Tutti i pali sono
riuniti da corde, alle quali vengono fissate in gran numero piccole e
brevi fascine, a cui si attaccano i mitili. Le cor
LE ORECCHIETTE
Le orecchiette sono un famosissimo formato di
pasta e rappresentano il simbolo gastronomico della regione Puglia.
La cosa certa è che le orecchiette presero così tanto piede che nel
corso degli anni diventarono un piatto molto ricercato
A
meta' cottura delle orecchiette, aggiungete nell’acqua le cime di
rapa. Scolate di tutta l'acqua di cottura le orecchiette con le rape. ____________
Caratterizzate da una forma più schiacciat La storia delle Chiancarelle (o chiancaredde) risale alla fine del ‘500: negli archivi di una chiesa pugliese fu ritrovato un documento con il quale un padre donava il panificio alla figlia. La dote più importante che quel papà lasciava alla figlia consisteva nell’abilità trasmessa nell’arte di preparare le chiancaredde, la forma più antica delle orecchiette pugliesi. Un aneddoto racconta che in passato vi fosse l’usanza da parte delle donne incinta di immergere in acqua bollente un’orecchietta ed un pezzo di maccherone detto zito: appena immersi, entrambi andavano su e giù nella pentola, ma se la donna vedeva salire a galla prima la chiancaredde pronosticava che sarebbe nata una femmina. Rispetto alle orecchiette, le chiancaredde sono caratterizzate dalla forma più schiacciata e da una grandezza maggiore. Entrambe vengono preparate con semola rimacinata di grano duro.
PASTA (QUELLA VERA) ALLA TARANTINA Quando al ristorante chiedete la Pasta alla tarantina e vi portano un po’ di spaghetti pallidi con quattro cozze bollite su un mucchio di pomodorini e prezzemolo, ritornatela indietro perché vi hanno spacciato “Spaghetti con le cozze” per Pasta alla tarantina”. Fatevela a casa che è meglio, su youtube ci sono molte ricette ma non garantisco il sapore perché la cozza tarantina “Slow Food” ha un sapore unico e particolare. Quando la vogliamo fare a casa, le prendo da Nitto o da Carlo, ma non sono la stessa cosa. Ho chiesto loro anche la cozza pelosa (ancora più buona) proveniente da allevamenti siracusani. ma non la vogliono vendere perché i catanesi non la conoscono.
Lo scorso ottobre sono ritornato a Taranto dopo vent’anni e gli “stuaredd ‘co le cozz gnure” me le ha preparate mia zia come quelle che faceva mia nonna, ed ho ancora il sapore in bocca anche se è stato difficile trovare quelle tarantine per via del surriscaldamento del mare, motivo per cui gli allevamenti soffrono la catena di produzione nel secondo seno di Mar Piccolo. Quindi non per la diossina come ha detto qualcuno, questa è un’antica leggenda portata sugli schermi anche da Zalone solo per far ridere. A Taranto si mangiano soprattutto crude. Uno spettacolo! La cozza tarantina si distingue per il suo sapore unico dato dal peculiare ambiente in cui viene allevata nel Mar Piccolo di Taranto, un unico bacino idrico alimentato da una trentina di sorgenti di acqua dolce dette "citri" che sgorgano dal fondale, garantendo un ricambio d'acqua straordinario e riducendo la salinità. Questo ambiente la rende unica al mondo e le conferisce la classificazione di acqua di tipo A, consentendo il consumo diretto senza depurazione.
La frisella. Si narra che le friselle siano nate proprio per soddisfare le esigenze dei marinai pugliesi durante le loro lunghe traversate nel Mediterraneo. La leggenda vuole che i naviganti avessero bisogno di un alimento che potesse conservarsi a lungo senza deteriorarsi, resistendo all’umidità e al caldo delle stive delle navi. Le friselle pugliesi venivano preparate nei piccoli borghi usando farina di grano duro o orzo. L’impasto, fatto con acqua, sale e lievito madre, era lavorato a lungo, lasciato lievitare, e modellato in forma di anello. La cottura avveniva in due fasi nei forni a legna comunitari: una prima cottura ad alta temperatura, seguita dal taglio a metà e una seconda cottura più lunga a temperatura inferiore. Infine, le friselle erano appese all’aperto per l’asciugatura finale, un processo che poteva durare giorni e che conferiva loro il caratteristico aroma e la lunga conservabilità.
Questo processo di doppia cottura, simile a quello utilizzato per i biscotti, permetteva di ottenere un pane secco e durevole, ideale per i lunghi viaggi in mare. I marinai, dunque, portavano con sé grandi sacchi pieni di friselle, che rappresentavano una fonte di sostentamento affidabile durante le settimane o i mesi trascorsi lontano dalla terraferma. Al momento del consumo, le friselle venivano ammorbidite con un po’ d’acqua di mare, che le rendeva più facili da masticare e aggiungeva un tocco di sapidità. Con il passare del tempo, la frisella si è evoluta da semplice pane di bordo a vera e propria specialità gastronomica. Oggi, è apprezzata non solo in Puglia ma in tutta Italia, ed è diventata un simbolo della cucina mediterranea, sana e genuina. Oggi, le friselle vengono spesso gustate con pomodori freschi, olio d’oliva, origano e altri condimenti tipici della tradizione pugliese. Questo modo di consumarle riflette l’evoluzione da cibo di necessità a piatto quotidiano, mantenendo intatto il legame con le sue umili origini marinare. https://www.baulevolante.it/approfondimenti/le-friselle-pugliesi-un-pane-antico-nato-per-il-mare
foto Lucia Lopapa
Praticata in tutto il bacino del Mediterraneo già ai tempi dei Fenici ( 2000 a.C. ) e degli Egizi la coltivazione della vite attecchì nel meridione d'Italia e in Puglia in particolare a causa dei conquistatori che stanziarono in questa regione. Il vino pugliese era già presente sulle tavole imbandite della Roma antica come raccontano nei loro scritti Tibullo, Plinio il Vecchio e Orazio che ne decantano il profumo, il sapore e il colore. E' grazie a loro se ci sono giunti ampi dettagli sui processi di coltivazione e vinificazione dell'uva in questa terra ai tempi dei Romani.
Più
tardi ci pensò Federico II di Svevia a fare da testimonial d'eccezione
per questa autentica ricchezza favorita dal sole e da un terreno
particolarmente adatto alla coltivazione della vite. Per molti anni però si è puntato più alla quantità che alla qualità del prodotto e sovente il mosto pugliese è stato impiegato in altre zone d' Italia come arricchimento a produzioni con grado alcolico molto basso. Fortunatamente le cose sono cambiate. Alcuni bravi e coraggiosi produttori hanno cominciato, anni fà, un opera di valorizzazione della viticultura pugliese. Grandi investimenti sono stati fatti per ammodernare le tecnologia di cantina e i reparti di imbottigliamento. Si è poi puntato molto sulla rivalutazione del vigneto con la valorizzazione di molti vitigni autoctoni (negroamaro, malvasia nera, primitivo, uva di Troia, bombino bianco e nero).
Questo
ha fatto sì che la qualità generale di vini sia costantemente
aumentata, mantenendo comunque un eccellente rapporto con il prezzo. Oggi la Puglia conta 25 vini a denominazione di origine controllata ( D.O.C. ) con 128 preparazioni diverse: 52 vini rossi, 28 bianchi, 22 rosati, 17 dolci e/o liquorosi e 9 spumanti. Accanto a vini diventati un cult, come il Primitivo, prodotto nella zona di Manduria, altre produzioni, anno dopo anno, stanno salendo di quotazione. i vini: Aleatico di Puglia Alezio Brindisi Cacc' è mitte Castel del Monte Copertino Gioia del Colle Gravina Leverano Lizzano Locorotondo Martina Matino Moscato di Trani Nardò Ortanova Ostuni Primitivo di Manduria Rosso di Barletta Rosso di Canosa Rosso di Cerignola Salice Salentino San Severo Squinzano Galatina
La Pianta di origine dell' ulivo (olea - europea) è l' Oleastro, e i primi ritrovamenti, foglie fossili, risalgono a circa un millennio di anni fa. Lo storico Erodoto ( 484-425 a.C. ) riteneva che solo ad Atene e in nessun altro posto ci fossero gli ulivi.
Secondo
la mitologia greca fu la dea Atena a piantare il primo ulivo albero che,
con i suoi frutti avrebbe donato a tutti gli uomini, un succo
meraviglioso. Per i Greci l’olivo era considerato una pianta sacra
(simbolo di forza, di fede, di pace), tanto che chi la danneggiava o
sradicava, era punito con l’esilio. Al Neolitico (5000 a.C.) risalgono le scoperte in terra di Puglia: a Torre a Mare ( Ba ) e Fasano, a sud di Brindisi. Scoperte che attestano come le olive costituivano, già da allora, alimento di importanza fondamentale per gli uomini della Puglia. Importanti per ricostruire la storia di questa pianta dai mille usi, sono stati i ritrovamenti nel Sud dell'Italia di reperti con scene di raccolta, produzione e vendita delle olive, di monete coniate a Messina, Crotone e Taranto raffiguranti foglie e rami d'ulivo.
E,
infatti, come i Greci, anche i Romani avevano imparato a fare largo uso
dell'olio per la cura del corpo: uomini, donne, grandi e piccoli, malati
e sani, tutti lo usavano diverse volte al giorno. Veniva spalmato sul
corpo prima e dopo il bagno, come detergente e come unguento, arricchito
con profumi ricavati da fiori e piante. Non esistono oli più grassi o più magri: tutti gli oli, infatti, sono costituiti per il 99% di sostanze grasse e per l’1% di componenti minori responsabili del sapore e di altri aspetti fisiologici. La composizione dell’olio d’oliva lo rende un prodotto con qualità organolettiche ideali per una corretta alimentazione. Olio d’oliva, infatti, non solo per insaporire i nostri cibi, ma soprattutto per introdurre nell’organismo sostanze (acido oleico, caroteni, tocoferolo, vitamina E, e altri composti fenolici) che contribuiscono al suo sviluppo equilibrato, alla protezione contro le malattie degenerative e al rallentamento dei processi di invecchiamento.
La
percentuale di acido oleico libero determina il grado di acidità dell’olio,
infatti, in base ai gradi di acidità e gusto le sole denominazioni
utilizzate per il commercio sono le seguenti: olio extravergine di
oliva, olio di oliva vergine, olio di oliva, olio di sansa di oliva. L’olio che vi si produce è rigorosamente extravergine (olio di oliva vergine, di gusto impeccabile, la cui acidità non può essere superiore a 1 g. per 100 g.). L'olio extravergine di olive pugliesi, a seconda delle olive da cui è prodotto, presenta diverse caratteristiche. La qualità più delicata di olio extravergine, di colore giallo oro, di gusto dolce con lieve pizzicore, è ideale per le preparazioni servite crude. Il tipo medio, di colore giallo intenso, sapore soave e un pò erbaceo, si adatta per le preparazioni cotte a vapore e al sale. Il tipo più intenso, di colore giallo verdognolo, con ricco aroma fruttato e leggermente piccante, si adatta per grigliate ed arrosti. L'olio extravergine di oliva, inoltre, è l'ideale per le fritture poiché non modifica la sua struttura chimica fisica a temperature alte, quindi non è dannoso per la salute.
___________ E' una delle versioni dello scapece (chiamato regionalmente scabéggio), è un piatto tipico della cucina della città di Gallipoli (Puglia).
Questo
piatto ebbe la sua origine nel periodo in cui Gallipoli, città
marinara, era costretta a s Infatti l'ingrediente principale della scapece è il pesce che viene fritto e fatto marinare tra strati di mollica di pane imbevuta con aceto e zafferano all'interno di tinozze chiamate, in dialetto gallipolino, "calette". Lo zafferano dona al piatto il colore giallo che lo rende caratteristico.
Oggi
la scapece viene servita come specialità gastronomica nei ristoranti ed
è un prodotto tipico delle feste patronali nel Salento. Preparazione: Nella scapece gallipolina il pesce non viene pultito prima di essere fritto a causa della quantità e della dimensione ridotta delle specie di pesci ultilizzati. Mantenere la lisca del pesce potrebbe sembrare strano ma questa viene ammorbidita e resa commestibile con la marinatura in aceto. Va precisato che ci sono più tipi di scapece gallipolina, differenti tra loro dal tipo di pesce utilizzato, per questo, prima della frittura, i vari tipi di pesci vengono "scucchiati", cioè separati, secondo la specie. I pesci fritti vengono disposti, a partire dal fondo della tinozza, a strati alternati con la mollica di pane imbevuta con l'aceto in cui è stato sciolto lo zafferano. La mollica che si utilizza è quella della pagnotta. La forma di pane viene privata della crosta e tagliata a metà, le varie metà vengono poi strofinate su uno strumento detto "crattacasa", una grande grattuggia formata da un semicilindro di acciaio largo mezzo metro sulla cui superficie sono stati praticati dei fori, simili a quelli di una grattugia da formaggio, larghi circa un centimetro. Una volta che la tinozza è stata riempita fino all'orlo viene sigillata con un foglio di plastica e messa a riposare in una cella frigorifera.
Un
appuntamento ormai consolidato e sempre più apprezzato dell'estate molese da
viaggiatori provenienti da tutta Italia. La sagra del polpo è l'evento per
eccellenza dell'estate molese.La Sagra del Polpo nacque nel 1965, grazie
all'allora presidente della Pro Loco cav. Nicola Parente, quale riconoscimento
ai marinai per il contributo dato all'economia molese. Buon appetito !
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La
musica popolare
ha nel Salento un sapore del tutto particolare. Risulta legata all’antico
mondo contadino, alle sue insicurezze, alle sue credenze. Il tarantismo, secondo la credenza popolare, era una malattia provocata dal morso della tarantola, piccolo ragno che si manifestava soprattutto nei mesi estivi (periodo della mietitura) e che provocava uno stato di malessere generale – dolori addominali, stato di catalessi, sudorazioni, palpitazioni – in cui musica, danza e colori rappresentavano gli elementi fondamentali della terapia. Sembrerebbe che il morso fosse un pretesto per risolvere traumi, frustrazioni, conflitti familiari e vicende personali. Da essa scaturisce la “Taranta” o anche detta "pizzica" che è una danza rituale dell'Italia del Sud, le cui origini risultavano diversficate. Si tratta di una danza tipica anch'essa del Salento, che conserva la funzione di ballo curativo contro il mitico morso della tarantola. La musica è l'elemento più importante della terapia; infatti, la Tarantata (persona morsa dalla tarantole), che giaceva sul suolo o sul letto, ascoltandola cominciava a muovere la testa e le gambe, strisciava sul dorso, sembrava impossibilitata a stare in iedi e quindi si manteneva aderente al suolo, identificandosi con la tarantola. Successivamente batteva i piedi a tempo di musica come per schiacciare il ragno, compiva svariati giri e movimenti acrobatici, finché stremata dagli sforzi, crollava a terra. Addirittura, senza inibizioni, si muoveva in modo impudico mostrando le parti intime del corpo. La tarantola, si narra, così, graziata da S. Paolo, il Santo celebrato il 29 giugno a Galatina (LE), veniva condotta presso la cappella del Santo, beveva l'acqua sacra del pozzo adiacente ad esaa e ripeteva simbolicamente un breve rito di danza. Si racconta inoltre che la statuta di S. Paolo venisse allontanata dalla cappella per evitare che la Tarantata ci si arrampicasse e la facesse cadere. C'era imfatti anche questo rischio. Quella dei Tarantati è una possessione terapeutica: per prima si ha l'identificazione con la tarantola e dopo il suo allontanamento. È molto curioso come i Tarantati fossero predisposti a cogliere anche le più piccole dissonanze e quando se ne accorgevano sospiravano ed erano afflitti. Dopo aver ballato per giorni e giorni, dopo aver sudato, guarivano, fino a che l'anno successivo, intorno al 29 giugno, si preparavano a rivivere i ciclici “ri-morsi”.
La
produzione musicale risulta molto varia, tuttavia risulta possibile
distinguere tre grandi filoni: la Pizzica Tarantata, la Pizzica de core
e la danza delle spade.
La
pizzica Tarantata Il soggetto morso dalla Taranta che era per lo più donna ballava, al suono dei tamburelli, per ore in preda all’epilessia causata dal veleno, fino a che liberata dal veleno perdeva i sensi. Ad ogni estate in prossimità del 29 giugno il tormento del veleno si rinnovava così come si ripeteva il rito i liberazione. Alcuni studiosi hanno legato il fenomeno al ruolo particolarmente sottomesso nel mondo contadino della donna, che aveva in questa manifestazione l’unico momento di liberazione dalla depressione. Secondo Ernesto De Martino, “il morso esprime conflitti psichici cifrati emergenti dall'inconscio”.
Pizzica
de core
Danza
delle spade In origine essi venivano combattuti con coltelli e spade affilate. Successivamente il duello è diventato una semplice danza i coltelli e spade vengono mimate con il movimento del braccio con il dito indice e medio protesi come una lama. Durante la danza si mima un duello vero e proprio con tanto di attacchi, di affondi e difese. La manifestazione più rappresentativa è a Torre Paduli, in un immenso piazzale, ogni 15 agosto in occasione de festeggiamenti di San Rocco.
Il
"Neo-tarantismo", e' un fenomeno nuovo che coinvolge larghe
fasce di popolazione. E' un movimento che esprime il bisogno di
"altra" musica, per nuovi rapporti comunicativi e relazionali,
una domanda di danza catartica fruibile oltre i suoi connotati storici
legati alla sofferenza e alla vergogna. E sono soprattutto i giovani che portano avanti questo movimento che innesca momenti di danza collettiva, nelle piazze, nei centri sociali, nei pub, nei teatri ed in qualsiasi altra struttura che proponga concerti di musica popolare. Il tarantismo trova la sua massima espressione in agosto allorquando viene data vita a tutta una serie di manifestazioni culturali in varie Locali a Otrantota' del Salento. L'evento piu' imponente e' sicuramente la notte della Taranta, un festival itinerante che coinvolge tutti i Comuni della Grecia salentina che ha il proprio clou a Melpignano (Le) il 17 agosto nei pressi del convento degli Agostiniani.
Origini
storiche del tarantismo Essi vi portarono i propri canti ed i propri balli. Successivamente il ballo comincio' a connubiarsi con il morso del terribile ragno che procurava gravi malattie e febbri molto alte. Infatti l'antidoto contro il veleno era sudare ballando sulle note sfrenate del ballo saraceno.
Lo
strumento essenziale per suonare la pizzica è il tamburello importato
dai Saraceni poi modificato nel tempo. Quello moderno è di forma
circolare con sonagli, prima assenti, e con una membrana di pelle e
viene suonato in diversi modi: La Notte della Taranta è il più grande festival musicale dedicato al recupero della pizzica salentina e alla sua fusione con altri linguaggi musicali che vanno dalla world music al rock, dal jazz alla sinfonica.
Nato
nel 1998 su iniziativa dell'Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e
dell'Istituto Diego Carpitella, in questi anni il festival è cresciuto
di dimensioni e prestigio culturale grazie all'intervento della
Provincia di Lecce - che dal 2001 è entrata a far parte degli enti che
promuovono e organizzano La notte della Taranta - e della Regione Puglia
dall'edizione 2005. L'ossessione del ritmo nella musica e nella danza sopravvivono ancora oggi e ne sono interpreti alcuni tra i migliori musicisti salentini che, riuniti nell’Ensemble La Notte della Taranta, incontrano i più importanti nomi della musica internazionale, diretti dai maestri concertatori che negli anni sono stati: Daniele Sepe (prima edizione 1998), Piero Milesi (maestro concertatore per due edizioni del festival, nel '99 e nel 2001), Joe Zawinul (2000), Vittorio Cosma (2002), Stewart Copeland (2003).
Con
la concertazione di Ambrogio Sparagna dal 2004 è nata l’Orchestra
Popolare La Notte della Taranta, che ha assorbito al suo interno l’Ensemble
arricchendosi di tutte le sezioni di strumenti tipiche di una orchestra. Nuovo epicentro culturale, luogo privilegiato attraverso cui realizzare modalità creative ed esecutive che sperimentano linguaggi poetici rielaborando antichi repertori, l'orchestra ha per protagonisti gli strumenti tipici della nostra tradizione musicale (organetti, tamburelli, zampogne, mandolini, violini, chitarre battenti, ciaramelle) organizzati tra loro mediante specifiche sezioni in relazione alle loro funzioni. In questo organico alcuni strumenti, come ad esempio gli organetti, assumono grande importanza in quanto sono in grado di assolvere simultaneamente a funzioni melodiche, armoniche e ritmiche. Altri invece, come i tamburelli, riescono a riprodurre una ricchezza poliritmica di assoluto valore. Centrali in questo sistema sono le voci, che riproducono il principio in uso nella cultura di tradizione orale dell'egemonia della parola cantata, riproponendo così il tratto costitutivo della tradizione musicale italiana secondo cui è la parola che "comanda" e la musica ha la funzione di rafforzare il suo potere comunicativo.
Nel
corso del 2005 l’orchestra popolare La Notte della Taranta ha “esportato”
la sua musica non solo oltre i confini regionali, esibendosi a Venezia
per la chiusura del Carnevale in Piazza S. Marco; a Bologna in Piazza
Maggiore; a Roma sia nell’Auditorium Parco Della Musica per l’inaugurazione
della stagione estiva, che in occasione della Notte Bianca; ma ha
varcato anche i confini nazionali e continentali trasportando in Cina,
ospite della terza edizione della “Settimana della musica popolare di
Chaoyang”, i ritmi percussivi dei tamburelli, il suono degli
organetti, dei tanti strumenti a corde e a fiato e le migliori voci
della tradizione salentina.
Oltre
80.000 le presenze di pubblico stimate nel piazzale degli Agostiniani di
Melpignano per il solo concertone finale. Più almeno altre 70.000
presenze disseminate su tutto il periodo del festival.
È
difficile per chi vive nel Salento non aver sentito parlare, almeno una
volta, delle "tarantate", donne di un tempo, neppure troppo
lontano, che durante la stagione estiva, nei giorni del raccolto, curve
in due sulle ginocchia, venivano "pizzicate" dal ragno, dalla
taranta.
Arti
Popolari Marinaresche
A
tale mestiere non più artigianale, si dedicavano gli stessi pescatori e
talora venivano coinvolte persino mogli e figlie a cui veniva affidato
il momento della confezione. Le dimensioni delle reti si calcolano con
l'unità di misura che è consueta per i pescatori, ossia "lu passu",
il passo, pari a circa 185 cm.
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Questi
sono gli anni più proliferi della carriera di Domenico Modugno. Prende
parte a trasmissionmi radiofoniche e scrive ballate in dialetto. Ma il
vero successo planetario giunge con la canzone "Nel blu dipinto di
blu" ("Volare"). In controtendenza ad ogni stereotipo
musicale dell'epoca, "Volare" consacra il successo di Modugno,
che nel 1958 vinse il Festival di Sanremo. Ma non solo, "Nel blu
dipinto di blu" viene tradotta in ogni lingua, scala tutte le
classifiche musicali raggiungendo la vetta e nello stesso anno, in
America del Nord, Domenico Modugno riceve due Grammy Awards in quanto
"Volare" è la canzone dell'anno (1958), come pure il disco.
All'apice
del proprio successo, però, durante una trasmissione televisiva, Mr.
Volare viene colpito da una trombosi e da ciò accusa menomazioni nel
linguaggio e nei movimenti.
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RIECCOMI DOPO VENT'ANNI
Che non vi tragga in inganno il titolo: non si tratta della carica di una cucciolata né di un battaglione di cavalleria ai tempi di Custer. Chiudo quest'anno con il verbale notificatomi nell'ultimo giorno utile dal Comune di Villapiana (CS) per aver superato il limite di velocità (90 km/h) di appena un chilometro oltre i cinque di tolleranza consentiti. Un chilometro fuggiasco, immortalato da quelle diaboliche apparecchiature disseminate lungo le strade italiane. Di simili autovelox la Statale Jonica 106, tristemente nota come la "Strada della Morte" e annoverata tra le più pericolose d'Italia, è tristemente generosa.
L'infrazione risale allo scorso ottobre, in occasione di una
breve fuga in Puglia. Ancora oggi, per giungervi occorre percorrere
la tortuosa e sfiancante Salerno-Reggio Calabria, uscire a Firmo,
tagliare in due la dorsale dello stivale attraverso la monotona SS
534 e sbucare infine sul Mar Jonio, dinanzi a un incrocio a T che,
voltando a sinistra, conduce dritto a Taranto proprio lungo la 106. Costruita nel 1928, quest'arteria è stata ammodernata nel tratto tra Sibari e Montegiordano con la doppia corsia — non meno tediosa —, mentre da Amendolara in poi torna a restringersi come decenni fa, imponendo la massima vigilanza. In compenso, il panorama è ridente: fanno la loro comparsa i primi pini marittimi, e le botteghe espongono prodotti piccanti sul lato sinistro, mentre a destra comincia a brillare quel mare solcato millenni fa dai coloni Achei all'alba della fondazione delle grandi città della Magna Grecia, quali Crotone, Sibari e Metaponto. A un tratto fa capolino persino il Castello Svevo di Roseto Capo Spulico, che si affaccia fiero sul luccicante blu del mare, dando il benvenuto nel tratto calabro-lucano tra i litorali di Trebisacce, Rocca Imperiale, Nova Siri, Scanzano e Policoro, per poi sfociare in quel paesaggio incantato dove i pini lasciano il posto a chilometri di eucalipti e a campagne che sembrano uscir fuori dai racconti di Guareschi: il Metapontino. Ogni cartello stradale in uscita risvegliava le mie rimembranze, proiettandomi dritto nella fanciullezza. Più osservavo quella segnaletica meravigliosa, più mi distraevo, dimenticando di controllare il tachimetro, che intanto aveva raggiunto quota 96 insieme ai ricordi delle estati infantili. Più che un viaggio di piacere, per me è stata una sorta di missione; ho sentito il bisogno viscerale di una toccata e fuga per colmare di baci chi è rimasto e chi non c'è più, chiudendo così anche alcuni cerchi della mia storia. Difficilmente farò ritorno in quella Puglia familiare, preferendo custodirla intatta nel regno dei sogni. Faccio marcia indietro e ritorno sulla famigerata Statale 106, protagonista di questo mio post di Capodanno.
Intorno al 1950, quando gli americani con le loro camicie a fiori
avevano ormai levato le tende, al momento del congedo un bel
giovanotto di leva a Taranto rapì un'ingenua ragazzina pugliese dai
capelli rossi, conducendola a Catania con la classica "fujtina".
Prima di salire su quel treno diretto verso un mare per lei
sconosciuto, la giovane costrinse l'incosciente spasimante a un vero
e proprio patto di sangue: ogni estate avrebbero dovuto trascorrere
almeno un mese a Tar Così, ogni anno, non appena mio padre godeva delle ferie estive, il primo d'agosto si partiva per una villeggiatura che, come noto, negli anni Sessanta durava a lungo. Io, mia sorella e il mio fratello più piccolo prendevamo posto sul divanetto posteriore di una Fiat 1100R, considerata all'epoca un vero e proprio "macchinone". Ripensandoci oggi, a fronte delle dimensioni delle vetture moderne, mi chiedo ancora come potessimo affrontare quasi dieci ore di viaggio in uno spazio così angusto. Già, dieci ore. Tanto ci voleva. Fino al 1974 — quando al Nord si edificavano autostrade financo sotto i balconi di casa, sul modello della celebre bretella "Brachetto di sopra-Brachetto di sotto" di Rodolfo Favaretto —, la A2 non congiungeva ancora Reggio Calabria a Salerno, costringendo i viaggiatori a percorsi alternativi: la costa tirrenica per raggiungere la Campania, o quella jonica per la Puglia. Trattandosi d'estate, si partiva rigorosamente di notte, giacché i climatizzatori erano un lusso di là da venire. Dopo aver cosparso la casa di insetticida contro blatte e formiche e staccato ogni elettrodomestico quasi fosse imminente una guerra mondiale, alle tre del mattino eravamo tutti e cinque a bordo. Mia madre, preda dei suoi dubbi proverbiali, faceva ritorno in casa almeno un paio di volte per sincerarsi che i pomelli del gas fossero davvero in posizione di chiusura, quasi a implorarli di non attivarsi per un misterioso sortilegio domestico durante la nostra assenza.
Si parte! Fino all'inaugurazione dell'autostrada Catania-Messina
nel 1971, si raggiungeva la città peloritana percorrendo l'odierna
SS 114 la quale, a patto di non rimanere incollati allo scarico di
un tir per l'intero tragitto, offriva dal finestrino le meraviglie
della Sicilia all'alba: sipari spettacolari dalla Riviera dei
Ciclopi fino a Naxos. Non a caso, pretendevo sempre il sedile di
destra. Mentre ci avvicinavamo agli imbarcazioni, le luci della
Calabria erano ancora accese e l'aurora dipingeva il mare dello
Stretto con pennellate di viola, lilla, celeste e, infine, di un
arredo acceso al dischiudersi dei primi raggi di sole. E noi
ragazzini, come avremmo mai potuto chiudere gli occhio dinanzi a
tanto splendore? Eravamo forse scemi? Non ricordo se all'epoca operasse già la flotta Caronte, ma ci imbarcavamo sui traghetti delle Ferrovie dello Stato: autentiche navi che, pur richiedendo più tempo, rendevano la traversata infinitamente più suggestiva. Si viveva il viaggio dal ponte alla passeggiata, pur rimanendo puntualmente delusi dal fatto che a quell'ora i bar non avessero ancora pronto il vassoio degli arancini. Nel frattempo, mio padre si dedicava alla lettura de L'Unità con la dedizione di un bolscevico doc, lasciando cadere immancabilmente una lacrima non appena sollevava lo sguardo verso la sua Sicilia che si allontanava. Un vero e proprio copione alla Mario Merola, puntuale a ogni traversata sulla poppa della nave. In mattinata si sbarcava a Reggio Calabria per imboccare finalmente la SS 106 (rieccola, stavolta dall'origine!): la costa jonica, da sempre infida ma tutt'altro che noiosa, dipinta di panorami mozzafiato lungo il litorale calabrese di Locri, Roccella, Crotone, Capo Rizzuto e Cirò. Talvolta, però, al nostro "pilota di bordo" prendeva il tic di accorciare i tempi inventandosi scorciatoie personalizzate. Correva l'anno 1968 quando partimmo da Catania al tramonto, affrontando l'intera nottata by night sotto una luna non ancora violata dagli scarponi di Armstrong. Sbarcati a Reggio nel cuore della notte, mio padre decise di imboccare una via secondaria ritenuta più conveniente. Nel bel mezzo della notte ci ritrovammo in una Catanzaro deserta — che, a dir il vero, neanche brulicante di vita brillava per bellezza. Usciti dalla città, non so per quale alchimia sbucammo a Sant'Eufemia Vetere, quasi sulla costa occidentale. No, non ci siamo, bisognava puntare a est; e per rimediare si inoltrò in una strada montana immersa nei boschi, rischiarata unicamente dai nostri fari abbaglianti. L'auto si arrestò bruscamente quando, proprio in mezzo alla carreggiata, scorgemmo due piccole lampadine luminescenti avanzare: gli occhi di un lupo, di una volpe, o chissà di quale altra creatura. Ci eravamo clamorosamente perduti nel cuore della Sila. Di fronte a tali presenze, le portiere vennero accuratamente sigillate, mentre mia madre, visibilmente in ansia, tentava di rassicurarci: "Tranquilli, ora papà ritrova la strada". Ma quando mai? E noi tre, sistemati sul sedile posteriore, ce la ridevamo beatamente, convinti di essere i protagonisti in diretta di un cartone animato dell'Orso Yoghi con tanto di ranger imbranato. I navigatori satellitari erano fantascienza e lui, sempre più spaesato, estraeva dal cruscotto una di quelle cartine stradali omaggiate dalle stazioni Agip — corredate dal mitico panno giallo per spannare i vetri —, autentici lenzuoli di carta da dispiegare sul parabrezza per i quali sarebbero serviti occhiali da quattro diottrie e mezzo soltanto per decifrare la rotta. Una folata di vento bastava spesso ad accartocciarle in un sol boccone, polverizzando in un istante ogni conquista geografica a discapito della vista. Una vera tragedia!
Affidandosi al suo personalissimo e fallimentare senso
dell'orientamento, sentenziò infine: "Di qua, andiamo di qua!".
Cominciava ad albeggiare tra foreste talmente fitte da sembrare in
Canada. Alle prime luci del giorno giungemmo in un borgo arroccato
tra i monti dove, nel bel mezzo del centro urbano, fummo affiancati
da contadini con la coppola in groppa a mansueti asinelli. Il paese
si chiamava Longobucco; oggi le cose saranno certamente cambiate, ma
dinanzi a quel quadro d'altri tempi, in quella piazzetta gremita di
anziani vestiti di nero, mi sarei fermato ben volentieri. Usciti dal
borgo, grazie al nostro infallibile "TomTom de noantri" ci
ritrovammo dispersi nell'entroterra calabro mentre il sole
cominciava a picchiare implacabile. Ops! Dove mi ha condotto la penna? Ero partito da un'infrazione sulla 106, con tanto di multa recapitata l'ultimo giorno dell'anno, e mi ritrovo al punto di partenza, a Villapiana, lungo la medesima strada narrata a modo mio. Perdonate la mia incorreggibile prolissità: se parto, finisco per perdermi tra le righe, allungando il tragitto peggio di mio padre. Non sono tipo da formule d'auguri preconfezionate; detesto la banalità e rifuggo i proclami di facciata, i progetti faraonici, la prosperità ostentata e le sciocchezze assortite. Del resto, non sono mai serviti a nulla, lenticchie comprese. Pertanto, richiamandomi al codice della strada e raccomandandovi di bere con moderazione - che purtroppo oggi non è più concesso neppure un boccale da mezzo litro - , vi auguro un anno senza contravvenzioni e ricco di prudenza. Soprattutto, auspico un anno privo di guerre, capace di travolgerci con una valanga d'amore e di salute; che i reparti grandi ustionati restino sbarrati a Capodanno per carenza di pazienti e che negli ospedali non si debba più provvedere ai cuscini di casa per insufficienza di fondi; che - concedetemi la licenza poetica - il Catania riconquisti la Serie B; e che falliscano tutte quelle multinazionali che ci perseguitano quotidianamente attraverso i call center. Infine, che sia almeno clemente come l'anno trascorso il quale, poveretto, viene regolarmente rinnegato la sera del 31 dicembre, sebbene qualcosa di buono l'avesse pur fatto e non fosse interamente da gettare alle ortiche. Un caro abbraccio! Mimmo Rapisarda, 31.12.2024
Dicono che c'e' un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Io dico che c'era un tempo sognato, che bisognava sognare. (Ivano Fossati)
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