Ci vorrebbero libri e libri interi per elencarli tutti. Qui ci limiteremo ai più noti.

Fra i musicisti, oltre Vincenzo Bellini, ricorderemo Giovanni Pacini (cui è stata dedicata la villetta omonina, detta anche dei varagghi, cioè degli sbadigli), Pietro Antonio Coppola, (nato ad Enna ma catanese di adozione, gli fu intitolato il vecchio "Comunale" andato distrutto in periodo di guerra neI 1943), Giovanni Bucceri, Giuseppe Perrotta, Francesco Paolo Frontini, Pietro Platania, Antonio Savasta, Vincenzo Alonzo Lombardo, Giovanni Rizzotti, Alfredo Sangiorgi, Filippo Tarallo, Ascanio Bazan, Martino Frontini, Antonio Gandolfo, Santo Santonocito, Salvatore Malerba, Enrico Mineo, Generoso Sansone.

Cantanti lirici di fama mondiale come Di Stefano e Fisichella, quindi gli altri tenori Franco Lo Giudice, Giuseppe Anselmi, Giuseppe Fontanarosa, Salvatore Patti, (padre della grande Adelina), Giulio Crimi, il soprano Tina Celi, i baritoni Enrico Roggio e Carmelo Maugeri, il basso Paolo Nastasi.

Fra gli scrittori e poeti ricorderemo Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Mario Rapisardi, Domenico Tempio, Nino Martoglio, Vitaliano Brancati, Giuseppe Villaroel, Ercole Patti, Antonio Aniante (pseudonimo di Antonio Rapisardi), Giovanni Centorbi, Titomanlio Manzella, Boley (pseudonimo di Francesco Buccheri), Pippo Fava, Gesualdo, Manzella Frontini, Nello e Massimo Simili, Giuseppe Artale, Domenico Castorina, Francesco Guglielmino, Giovanni Formisano, Guido Pietro Cesareo, Ottavio Profeta, Antonio Bruno, Ferdinando Cajoli, Arcangelo Blandini.

E poi quei grandi poeti che meriterebbero una definitiva riscoperta quali Antoni di Oliveri, Bartolomeo Asmundo, Giovanni Nicolò Rizzari, Pietro Pavone, Giuseppe Borrello, Giuseppe Marraffino.

Fra gli artisti di Teatro (e di Cinema) i grandissimi Angelo Musco e Giovanni Grasso, Rosina Anselmi, Umberto Spadaro, Saro Urzì, Turi Pandolfini, Nino Zuccarello, Tommaso Marcellini, Giacinta Pezzana (torinese di nascita), Michele Abruzzo (nativo di Sciacca), Oreste Bilancia, Totò Majorana, Franco Corsaro, Marinella Ragaglia, Virginia Balestrieri, Mimì Aguglia, Giovanni Grasso jr, Turi Ferro.

Commediografi come Orazio Motta Tornabene (La Giostra, U spurugghiafacenni), Antonino Russo Giusti (L’eredità dello zio canonico, Gatta ci cova, Il cittadino Nofrio), Francesco De Felice (Il santo, Il campanaccio), Saverio Fiducia, anche noto scrittore (Passeggiate sentimentali, Notte senz’alba), Giuseppe Patané (L’orecchio di Dionisio, Fra’ Diavolo), Giuseppe Macrì (Fiat voluntas Dei), Pippo Marchese (I Don, Il vitello d’oro) ecc.

Fra gli storiografi (senza andare troppo indietro nel tempo perché allora dovremmo segnalare, assieme ad Enrico Aristippi e G. B. De Grossis, molti altri) Vito Maria Amico, Vincenzo Casagrandi, i Cristadoro, Salvatore Battaglia, Ugone Falcando, Vito Coco, Carmelina Naselli, Vincenzo Finocchiaro, Enzo Maganuco, Santi Consoli, Francesco Ferrara, Francesco Granata, Matteo Gaudioso, Vincenzo Cordaro, Benedetto Condorelli, Francesco Pastura, Orazio Viola, Pietro Carrera, Nicola Niceforo, Nunzio Vaccalluzzo, Salvatore Lo Presti, Arturo Trombatore, Guglielmo Policastro, Antonino Germanà Di Stefano. In più la schiera dei viventi.

E poi la grande famiglia Platamone, i vulcanologi Gemmellaro, il filologo Nicola Spedalieri, il critico Gino Raya, il mecenate Antonio Ursino Recupero, il geofisico Filippo Eredia, il latinista e critico Concetto Marchesi, il pedagogista della Scuola idea/istica Giuseppe Lombardo Radice, l’archeologo e accademico Ignazio Paternò Castello principe di Biscari, il politico e grande sindaco idolatrato dai catanesi Giuseppe Giuffrida De Felice, l’insigne naturalista Giuseppe Gioeni (in suo onore sorse l’Accademia Gioenia), i giornalisti Alfio Russo e Concetto Pettinato, uno dei più celebrati mandolinisti del mondo: Giovanni Gioviale, il mitico schermitore e maestro d’armi Agesilao Greco, l’indutriale Mario Sangiorgi che creò il complesso omonimo fra i più completi d’Europa, i fisici Enrico BoggioLera ed Ettore Majorana, enorme ingegno misteriosamente scomparso nel 1938, il restauratore morale e spirituale di Catania, dopo l‘immane terremoto del 1692, Giuseppe Cilestri.

I maestri del Foro Giovanni Albanese, Luigi Macchi, Giovanni Motta, Giovanni Auteri Berretta, Mario Benenati, Gabriele Carnazza, Salvatore Paola, Giuseppe Simili.

I grandi giuristi come Mario Cutelli, Santi Di Paola, Vincenzo Gueli, Vincenzo Lanza, Dante Majorana, Attilio Castrogiovanni, ideologo del separatismo siciliano.

I grandi della Medicina, specialisti di fama nazionale, come Salvatore Citelli (appassionato alpinista costruì il Rifugio sull’Etna che porta il suo nome), Gesualdo Clementi, Gaetano Fichera, Raimondo Feretti, Carlo Gemmellaro, Giovanni Reguleas, Giuseppe Lino, Antonino Longo, Giuseppe Muscatello, Euplio Reina, Francesco Russo, Salvatore Tomaselli, GB. Ughetti, Santi Currò, Eugenio Aguglia.

Insegnarono all’Università nomi di eccelsa fama come il leggendario Giacobino Nepomuceno Gambini, Nicolò Tezzano, Salvatore Battaglia, Andrea Capparelli, Pietro De Logu, Vincenzo Giuffrida, GB. Grassi Bertazzi, Vincenzo Gueli, Federico Ciccaglione, Francesco Guglielmino, Ignazio Landolina, Guido Libertini, Antonino Clementi, Salvatore Marchese, Bernardo Colnago, Giuseppe Recupero, Orazio Condorelli che fu anche apprezzato uomo politico, Nicola Coviello, Vincenzo Tedeschi, Francesco Tornabene (fondò l’Orto Botanico), Giorgio Piccitto, Gustavo Vagliasindi, Santi Mazzarino, Carmelo Ottaviano, Giulio Natali, Gian Filippo Ingrassia (inventore della medicina legale), Ettore Romagnoli, Paolo Savy-Lopez, Francesco Carnelutti.

Oltre i celebri, e conosciuti in tutto il mondo: Emilio Greco e Francesco Messina, furono noti artisti i pittori Alessandro Abate, Natale Attanasio, Giuseppe ed Antonino Gandolfo (zio e nipote), Michele Rapisardi, Giuseppe Sciuti, Calcedonio Reina (fu anche letterato), Roberto Rimini, Olivio Sozzi Archimede Cirinnà, Pasquale Liotta, Carmelo Comes, Saro Mirabella; gli scultori Francesco Licata, Carmelo Florio, Francesco Di Bartolo e Francesco Rapisarda (anche raffinati incisori come lo fu Antonio Zacco), Mimmo Maria Lazzaro, Carmelo Mendola, Francesco Schilirò, Antonio Calì, Salvo Giordano, Eugenio Russo, Rosario Frazzetto.

Gli architetti Carmelo Aloisi, Francesco Battaglia, Sebastiano Ittar (anche provetto incisore e figlio di Stefano). Gli ingegneri Ignazio Landolina, Giuseppe e Paolo Lanzerotti. Gli editori Battiato Giannotta, Prampolini, Muglia, Di Paola. I cantastorie famosi in tutta Italia Orazio Strano Grasso, Busacca, Balsamo e altri.

Il catanese Caronda è il solo dei legislatori siciliani che con grande probabilità possa dirsi storico; fu autore della legislazione della sua città, compiendo in Sicilia un'opera analoga a quella di Dracone ad Atene e di Licurgo a Sparta. La sua legislazione fu adottata anche in altre città calcidiche della Magna Grecia, in particolare a Reggio. Fu spesso associato a Zaleuco, ma visse un po' più tardi di lui, forse nel sec. VI, o al più presto alla fine del sec. VII a. C. Secondo Aristotele (che nella Politica si occupò delle sue leggi) apparteneva, come Solone, alla media borghesia.

Aristotele loda le sue leggi perché più precise di quelle di Zaleuco. Pare che la sua legislazione riguardasse specialmente il diritto familiare, ma doveva estendersi anche ad altri aspetti della vita. Questa legislazione era famosa per l'arcaica severità delle pene, per quanto i legislatori di questo tempo tendessero a mitigarle di fronte al più progredito sentimento umanitario. Di Caronda ci é ricordata una legge che puniva i reati militari, come la diserzione, non già con la pena di morte, usuale in tutti i codici, ma stabilendo che il colpevole fosse esposto per tre giorni sul mercato in veste femminile. Aristotele parla anche di una legge contro i rei di falsa testimonianza. E’ assai dubbio che Caronda abbia dato a Catania anche una costituzione. Della sua persona non sappiamo nulla. L'aneddoto, riferito a suo riguardo e attribuito anche ad altri legislatori, secondo cui, essendo intervenuto inavvertitamente armato nell'assemblea, mentre una legge sua proibiva di assistervi in armi pena la morte, appena se ne accorse, si trafisse con la propria spada in ossequio alla legge, é pura leggenda.

 

 

Stesicoro, nato a Imera (tra Cefalù e Termini Imerese) o a Metauro (Locri di Calabria) verso il 638 a.C., morto a Catania verso il 555 a.C., fu l'inventore della poesia corale. Il vero nome era Tisia: Stesicoro è un soprannome che vuole dire ordinatore di cori. Fu contemporaneo di Alceo e di Saffo. Secondo una leggenda tramandata da Aristotele, Stesicoro si trovava a Imera quando i suoi concittadini pensarono di affidare la difesa della propria città a Falaride, tiranno di Agrigento; per illustrare i pericoli di quella scelta, Stesicoro raccontò di un cavallo che, per mettersi al sicuro contro il cervo, suo tradizionale nemico, invocò l'aiuto dell'uomo; l'uomo lo protesse dal cervo, ma alla fine lo addomesticò e ne divenne padrone.

Descrisse in un poema, l'Elena, l'illecito amore di Paride con Elena, il che - raccontò poi Platone - offese la donna; i fratelli di lei, i Dioscuri, lo accecarono per vendetta; il poeta, per ritrovar la vista, dovette comporre un poema, la Palinodia (ritrattazione), col quale si rimangiò tutto. La sua produzione fu abbondante: 26 libri di inni, poemetti epico-lirici e canti amorosi; fra questi la Caduta di Troia, la Orestea (l'uccisione di Agamennone da parte della moglie Clitemnestra e l'uccisione, per vendetta, di Clitemnestra da parte del figlio Oreste), tre poemi sulle fatiche di Ercole. Fu chiamato 1'Omero della lirica corale; gli si attribuisce un'importante innovazione metrica, consistente nel dividere i componimenti lirici corali nei raggruppamenti di strofe, antistrofe ed epodo, che tutti i poeti melici corali adottarono poi. Scappò da Imera e si rifugiò, per molti degli ultimi anni della sua vita, a Catania, essendo venuto in odio a Falaride dopo il racconto del cavallo e del cervo. Catanesi ed imeresi gli innalzarono un monumento; quello di Catania fu eretto all'ingresso della città, che allora era costituito dalla porta di Aci: all'incirca dov'è anche oggi la porta di Aci, ossia piazza Stesicoro.

 

 

 

 

Vincenzo Bellini, Salvatore, Carmelo, Francesco IL CIGNO

Nato a Catania il 3.11.1801. Compositore siciliano. Mostrò sin da bambino una spiccata predisposizione per la musica, l'aveva nel sangue. Gli era stata trasmessa dal vecchio don Vincenzo Tobia Bellini, suo nonno (originario dell'Abruzzo, a Catania nella seconda metà del Settecento e divenuto maestro di cappella del principe di Biscari) e poi dal padre, Rosario, (nella natia Catania svolgeva funzioni di maestro di cappella e insegnante di musica, organista e compositore) anche lui apprezzato musicista, ma sempre in bolletta e alle prese con la vita di tutti i giorni, tanto avara. Sposando Agata Ferlito, il 17 gennaio 1801, il giovane Rosario aveva messo casa in un appartamento al primo piano del palazzo Gravina-Cruyllas di fronte alla chiesa di San Francesco e con tre balconi sulla via del Corso. Ma dopo la nascita di Vincenzo (nella notte fra il 2 e il 3 novembre 1801) e degli altri figli (Carmelo, Francesco, Michela, Giuseppa, Mario e Maria), la famiglia, ormai numerosa, fu costretta a sloggiare per trasferirsi in una casa ancor più modesta, in via S. Agostino, a due passi dall'abitazione di don Vincenzo Tobia, che già da qualche tempo impartiva lezioni al promettente nipote, tirandoselo dappresso anche quando suonava nei salotti dell'aristocrazia e nelle chiese, per cui in breve tempo quel ragazzino, grazioso e simpatico era noto in tutta Catania. Nel 1819, Vincenzo ottenne dal Decurionato di Catania una sovvenzione (borsa di studio) di onze 36 per anno e per lo spazio di 4 anni - 459 lire - per il proseguimento dell'istruzione a Napoli, dove prese subito dimora iscrivendosi al reale collegio di musica S.Sebastiano e avendo a maestri G. Furno, Giacomo Tritto e Antonio Nicola Zingarelli. Fu quest'ultimo, in particolare, a indirizzarlo verso il melodramma di scuola napoletana e le opere strumentali di Franz Joseph Haydn e Wolfgang Amadeus Mozart.

Prolifico compositore di musica sacra, ariette, musica strumentale e da camera, Bellini concluse il corso di composizione presentando un'opera semiseria, Adelson e Salvini (1825); l'opera ebbe grande successo e il Teatro San Carlo di Napoli gliene commissionò subito un'altra, Bianca e Fernando (il cui titolo diventò poi Bianca e Gernando) allestita nel 1826.

Con questi successi Bellini ripagò la fiducia accordatagli dal Decurionato catanese che si era assunto le spese degli studi del promettente giovanetto, il quale fin dalla più tenera età aveva rivelato uno spiccato talento musicale, tanto da scrivere ad appena sei anni la sua prima composizione (Gallus cantavit).

E per i circoli della nobiltà il piccolo Bellini scrisse le sue prime ariette e probabilmente qualche brano strumentale. Furono anni di studio severo e anche di più serie e impegnative composizioni, che rivelavano già il taglio del musicista di talento e ormai maturo a spiccare il volo verso i massimi teatri del mondo. Riconoscimenti confermati l'anno dopo (1826) quando al San Carlo, presente il re di Napoli Francesco I, il suo secondo lavoro, Bianca e Gernando, aveva ricevuto applausi unanimi, spontanei, davvero incoraggianti anche nelle ventiquattro repliche dell'opera. E infatti, dopo le due opere a Napoli, eccolo a Milano (1827); approdò alla Scala, chiamato dall'impresario Domenico Barbaja, e il 27 ottobre dello stesso anno presentò su libretto di Felice Romani (che scriverà per lui anche i versi per le successive sei opere), Il pirata. Un vero trionfo, che schiuse al musicista ogni strada, facendogli scordare così l'infelice flirt napoletano con Maddalena Fumaroli, andato a monte per l'ostilità del padre della fanciulla (che morirà qualche anno dopo). Con quest'opera cominciò anche la feconda collaborazione di Bellini con il tenore Giambattista Rubini (che terrà a battesimo quasi tutti i suoi lavori), come stretti saranno i legami con Giuditta Pasta.

Le opere di maggior rilievo di Bellini nacquero nel breve arco di tempo che va dal 1827 al 1835. Si tratta di una produzione non certo copiosa, e questo non solo per la breve vita del compositore, ma soprattutto per il suo modo di intendere la composizione. In contrasto con l'affannosa prolificità degli altri operisti dell'epoca, costretti da esigenze impresariali a massacranti tours de force, Bellini dichiarò di non voler scrivere più di un'opera all'anno, per potervisi dedicare completamente. Come scrisse in una lettera, era persuaso che il successo di un'opera dipendesse "dalla scelta di un tema interessante, da accenti caldi di espressione, dal contrasto delle passioni". Un'attenta gestione dei suoi guadagni lo mise in condizione di attuare questo programma. Nacquero così, una all'anno, le opere che consacrarono la fama di Bellini in Europa e che ne fanno ancora oggi l'esponente più puro del romanticismo musicale italiano. A Londra e Parigi, conteso dai salotti, Bellini incontro' la Malibran, Heine, Chopin, Musset, Liszt e si lego' d'amicizia con Rossini che fu prodigo di suggerimenti durante la composizione della nuova opera, I Puritani e i Cavalieri. Nel 1834 Bellini accettò di comporre l'opera per il Theatre Italien di Parigi che venne rappresentata nel 1835 e fu il suo ultimo lavoro.

Quando Heinrich Heine, il bizzarro poeta tedesco, nel salotto parigino di Cristina Trivulzio, principessa di Belgioioso, predisse a Vincenzo Bellini che sarebbe morto giovane, non immaginava certo che quella frase, detta forse soltanto per far dispetto a quel musicista che arrivava dall'estremo sud e che gli era in quel momento piuttosto antipatico perché si muoveva con garbo, con civetteria ed era sempre elegante fino all'affettazione, di lì a qualche anno gli avrebbe procurato la patente di menagramo. Era il 1833.

Al bel catanese restavano poco meno di due anni di vita e nulla allora lasciava prevedere (anche, se fin dal '30, talvolta in maniera violenta, si era manifestato il male che lo avrebbe portato alla tomba, una tremenda febbre infiammatoria gastrica biliosa, diceva lo stesso Bellini) una fine così imminente e dolorosa. Il musicista anzi appariva in forma e come sempre era al centro del generale interesse, adulato - soprattutto dalle più belle donne di Parigi - inoltre, stava per concludere l'accordo con il Theatre Italien per I Puritani, data il 24 gennaio del 1835 con trionfale successo. Le ovazioni degli spettatori e le simpatie, peraltro, avevano accompagnato Bellini ininterrottamente (tranne qualche angustia iniziale per Zaira, Norma e Beatrice di Tenda, subito però riscattata da convinti consensi del pubblico e della critica) da undici anni, da quando cioè, ventiquattrenne, nel teatro del Reale conservatorio napoletano di San Sebastiano, dove aveva compiuto gli studi, aveva presentato la sua prima opera, Adelson e Salvini.

La fama del maestro catanese varcò presto anche le Alpi. Il pirata fu acclamato a Vienna, mentre il maestro stabiliva il centro dei suoi interessi musicali, economici e anche amorosi a Milano, città nella quale risiedette ininterrottamente fino al 1833, accolto e richiesto nei circoli della migliore società: "Viveva esclusivamente delle scritture teatrali e, a differenza dei suoi colleghi Rossini, Pacini, Mercadante, non assunse mai nessun ufficio, per esempio di insegnante di conservatorio o di direttore musicale di teatro d'opera. Per contro, seppe smerciare le proprie opere in Italia assai più care della media corrente e inoltre visse per mesi ospite nelle ville di campagna delle famiglie Cantù e Turina. Con Giuditta Turina, moglie infelice del latifondista e fabbricante di seta Ferdinando Turina, Bellini ebbe un'appassionata relazione amorosa iniziata nell'aprile del 1828 a Genova, dove il compositore aveva inaugurato con successo il teatro Carlo Felice con la seconda versione dell'opera Bianca e Fernando, e durata fino al 1833" (Friedrich Lippmann).

 

Giovanni Verga. Il grande scrittore siciliano nasce il 2 settembre 1840 a Catania (secondo alcuni a Vizzini, dove la famiglia aveva delle proprietà), da Giovanni Battista Verga Catalano, discendente dal ramo cadetto di una famiglia nobile, e da Caterina di Mauro, appartenente alla borghesia catanese. I Verga Catalano erano una tipica famiglia di "galantuomini" ovvero di nobili di provincia con scarse risorse finanziarie, ma costretti a ben comparire data la posizione sociale. Insomma, il perfetto ritratto di una tipica famiglia uscita dai romanzi di Verga!

Non manca al quadro la lite con i parenti ricchi: le zie zitelle, le avarissime "mummie" e lo zio Salvatore che, in virtù del maggiorascato, aveva avuto in eredità tutto il patrimonio, a patto che restasse celibe, per amministrarlo in favore anche dei fratelli. Le controversie si composero probabilmente negli anni Quaranta e i rapporti familiari furono in seguito buoni come rivelano le lettere dello scrittore e la conclusione di un matrimonio in famiglia tra Mario, il fratello di Giovanni detto Maro, e Lidda, figlia naturale di don Salvatore e di una contadina di Tèbidi.

Compiuti gli studi primari e medi sotto la guida di Carmelino Greco e di Carmelo Platania, Verga segue le lezioni di don Antonino Abate, poeta, romanziere e acceso patriota, capo di un fiorente studio in Catania. Alla sua scuola, oltre ai poemi dello stesso maestro, legge i classici: Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Monti, Manzoni e le opere di Domenico Castorina, poeta e narratore di Catania, di cui l'Abate era un commentatore entusiasta.

Nel 1845, a causa di un'epidemia di colera, la famiglia Verga si trasferisce a Vizzini quindi nelle sue terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia. Qui termina di scrivere il suo primo romanzo, iniziato l'anno precedente, "Amore e Patria", che, al momento, non verrà però pubblicato per consiglio del canonico Mario Torrisi, di cui il Verga fu alunno. Per desiderio del padre si iscrive alla facoltà di legge dell'Università di Catania, senza dimostrare tuttavia molto interesse per gli studi giuridici, che abbandona definitivamente nel 1861 per dedicarsi, incoraggiato dalla madre, all'attività letteraria.

Nel 1860 si arruola nella Guardia Nazionale istituita dopo l'arrivo di Garibaldi a Catania, prestandovi servizio per circa quattro anni. Fonda, dirigendolo per soli tre mesi, insieme a Nicolò Niceforo e ad Antonino Abate, il settimanale politico "Roma degli Italiani", con un programma unitario e anti-regionalistico. Nel 1861 inizia la pubblicazione, a sue spese presso l'editore Galatola di Catania, del romanzo "I carbonari della montagna", cui aveva lavorato già dal 1859; nel 1862 uscirà il quarto e ultimo tomo del libro che l'autore invierà, fra gli altri, anche ad Alexandre Dumas. Collabora alla rivista "L'ltalia contemporanea", probabilmente pubblicandovi una novella o meglio il primo capitolo di un racconto realista. L'anno successivo lo scrittore viene colpito da un lutto famigliare: perde infatti l'amato padre. Nel maggio si reca, per la prima volta, rimanendovi almeno fino al giugno, a Firenze, dal 1864 capitale d'Italia e centro della vita politica e intellettuale. Di questo periodo è la commedia, inedita, "I nuovi tartufi" (in testa alla seconda stesura si legge la data 14 dicembre 1886), che fu inviata, anonima, al Concorso Drammatico Governativo.

Nel 1867 una nuova epidemia di colera lo costringe a rifugiarsi con la famiglia nelle proprietà di Sant'Agata li Battiati. Ma il 26 aprile 1869 parte da Catania alla volta di Firenze, dove soggiornerà

fino al settembre. Viene introdotto negli ambienti letterari fiorentini e prende a frequentare i salotti di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, venendo a contatto con scrittori e intellettuali dell'epoca come il Prati, l'Aleardi, il Maffei, il Fusinato e l'Imbriani (quest'ultimo autore di capolavori a tutt'oggi ancora poco conosciuti). In questo stesso periodo, ha inizio l'amicizia con Luigi Capuana, scrittore e intellettuale meridionale. Conosce anche Giselda Fojanesi, con la quale compie il viaggio di ritorno in Sicilia. Comincia a scrivere "Storia di una capinera" (che uscirà a puntate nel giornale di moda "La Ricamatrice"), e il dramma "Rose caduche". Corrisponde regolarmente con i familiari, informandoli minutamente della sua vita fiorentina (da una lettera del '69: "Firenze è davvero il centro della vita politica e intellettuale d'Italia qui si vive in un'altra atmosfera [ ...] e per diventare qualche cosa bisogna [...] vivere in mezzo a questo movimento incessante, farsi conoscere, e conoscere, respirarne l'aria, insomma").

Nel novembre 1872 si trasferisce a Milano, dove rimarrà, pur con frequenti ritorni in Sicilia, per circa un ventennio. Grazie alla presentazione di Salvatore Farina e di Tullo Massarani, frequenta i più noti ritrovi letterari e mondani: fra l'altro i salotti della contessa Maffei, di Vittoria Cima e di Teresa Mannati-Vigoni. Si incontra con Arrigo Boito, Emilio Praga, Luigi Gualdo, amicizie da cui deriva uno stretto e proficuo contatto con temi e problemi della Scapigliatura. Inoltre, ha modo di frequentare la famiglia dell'editore Treves e il Cameroni. Con quest'ultimo intreccia una corrispondenza epistolare di grande interesse per le posizioni teoriche sul verismo e sul naturalismo e per i giudizi sulla narrativa contemporanea (Zola, Flaubert, Vallés, D'Annunzio).

Il 1874, al ritorno a Milano in Gennaio, ha una crisi di sconforto: il 20 del mese, infatti, il Treves gli aveva rifiutato "Tigre reale", cosa che lo spinge quasi a decidere il rientro definitivo in Sicilia. Supera però rapidamente la crisi buttandosi nella vita mondana milanese (anche in questo caso un documento prezioso sono le lettere ai familiari, in cui è possibile leggere un minutissimo resoconto, oltre che dei suoi rapporti con l'ambiente editoriale, di feste, veglioni e teatri), scrivendo così in soli tre giorni "Nedda". La novella, pubblicata il 15 giugno nella "Rivista italiana di scienze,

lettere e arti", ha un successo tanto grande quanto inaspettato per l'autore che continua a parlarne come di "una vera miseria" e non manifesta alcun interesse, se non economico, al genere del racconto.

"Nedda" è subito ristampata dal Brigola, come estratto dalla rivista. Verga, spinto dal buon esito del bozzetto e sollecitato dal Treves, scrive nell'autunno, tra Catania e Vizzini, alcune delle novelle di "Primavera" e comincia a ideare il bozzetto marinaresco "Padron 'Ntoni" (che confluirà poi nei "Malavoglia"), di cui, nel dicembre, invia la seconda parte all'editore. Raccoglie intanto in volume le novelle scritte fino ad allora, pubblicandole presso il Brigola con il titolo "Primavera ed altri racconti".

Il romanzo procede lentamente, anche a causa di un altro duro contraccolpo emotivo, la perdita di Rosa, la sorella prediletta.

Il 5 dicembre muore la madre, alla quale era legato da profondo affetto. Questo evento lo getta in un grave stato di crisi. Lascia allora Catania per recarsi nuovamente a Firenze e successivamente a Milano, dove riprende con accanimento il lavoro.

Nel 1880 pubblica presso Treves "Vita dei campi" che raccoglie le novelle apparse in rivista negli anni 1878-80. Continua a lavorare ai "Malavoglia" e nella primavera ne manda i primi capitoli al Treves, dopo aver tagliato le quaranta pagine iniziali di un precedente manoscritto. Incontra, a distanza di quasi dieci anni, Giselda Fojanesi, con la quale ha una relazione che durerà circa tre anni. "Di là del mare", novella epilogo delle "Rusticane", adombra probabilmente il rapporto sentimentale con Giselda, descrivendone in certo modo l'evoluzione e l'inevitabile fine.

L'anno successivo escono finalmente, per i tipi sempre di Treves, "I Malavoglia", invero accolti assai freddamente dalla critica. Inizia i contatti epistolari con Edouard Rod, giovane scrittore svizzero che risiede a Parigi e che nel 1887 darà alle stampe la traduzione francese dei "Malavoglia". Frattanto, stringe rapporti di amicizia con De Roberto. Comincia a ideare "Mastro-don Gesualdo" e pubblica in rivista "Malaria" e "Il Reverendo" che all'inizio dell'anno aveva proposto a Treves per la ristampa di "Vita dei campi" in sostituzione di "Il come, il quando ed il perché". Nasce anche il progetto di ridurre per le scene "Cavalleria rusticana"; a questo scopo intensifica i rapporti con Giacosa, che sarà il "padrino" del suo esordio teatrale. Sul piano della vita privata continua la relazione con Giselda che viene cacciata di casa da Rapisardi per la scoperta di una lettera compromettente. Ha inizio la lunga e affettuosa amicizia (durerà oltre la fine del secolo: l'ultima lettera è datata 11 maggio 1905) con la contessa Paolina Greppi.

Il 1884 è l'anno dell'esordio teatrale con "Cavalleria rusticana". Il dramma, letto e bocciato durante una serata milanese da un gruppo di amici (Boito, Emilio Treves, Gualdo), ma approvato da Torelli-Viollier (il fondatore del "Corriere della Sera"), è rappresentato per la prima volta, con Eleonora Duse nella parte di Santuzza, con grande successo il 14 gennaio al teatro Carignano di Torino dalla compagnia di Cesare Rossi. Si conclude, con la pubblicazione della prima redazione di "Vagabondaggio" e di "Mondo piccino", ricavati dagli abbozzi del romanzo, la prima fase di stesura del "Mastro-don Gesualdo" per il quale era già pronto il contratto con l'editore Casanova. Il 16 maggio 1885 il dramma "In portineria", adattamento teatrale de "Il canarino" (una novella di "Per le vie"), viene accolto freddamente al teatro Manzoni di Milano. Ha inizio una crisi psicologica aggravata dalla difficoltà di portare avanti il "Ciclo dei Vinti" e soprattutto da preoccupazioni economiche personali e della famiglia, che lo assilleranno alcuni anni, toccando la punta massima nell'estate del 1889.

Confida il suo scoraggiamento a Salvatore Paola Verdura in una lettera del 17 gennaio da Milano. Si infittiscono le richieste di prestiti agli amici, in particolare a Mariano Salluzzo e al conte Gegè Primoli. Per distendersi, passa lunghi periodi a Roma e lavora contemporaneamente alle novelle pubblicate dal 1884 in poi, correggendole e ampliandole per la raccolta "Vagabondaggio", che uscirà nella primavera del 1887 presso l'editore Barbèra di Firenze. Nello stesso anno esce la traduzione francese de "I Malavoglia", anch'essa senza riscontrare alcun successo di critica né di pubblico.

Dopo aver soggiornato a Roma alcuni mesi, all'inizio dell'estate ritorna in Sicilia, dove rimane (tranne brevi viaggi a Roma nel dicembre 1888 e nella tarda primavera del 1889), sino al novembre 1890, alternando alla residenza a Catania lunghi soggiorni estivi a Vizzini. Nella primavera conduce a buon fine le trattative per pubblicare "Mastro-don Gesualdo" nella "Nuova Antologia" (ma in luglio romperà col Casanova, passando alla casa Treves). Il romanzo esce a puntate nella rivista dal 1° luglio al 16 dicembre, mentre Verga vi lavora intensamente per rielaborare o scrivere ex novo i sedici capitoli. Nel novembre ne ha già iniziata la revisione.

Ad ogni modo, continua l'"esilio" siciliano, durante il quale si dedica alla revisione o, meglio, al rifacimento di "Mastro-don Gesualdo" che, sul finire dell'anno, uscirà presso Treves. Pubblica nella "Gazzetta letteraria" e nel "Fanfulla della Domenica" le novelle che raccoglierà in seguito nei "Ricordi del capitano d'Arce" e dichiara a più riprese di esser sul punto di terminare una commedia. Incontra, probabilmente a Villa d'Este, la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo cui rimarrà legato per il resto della vita.

Rinfrancato dal successo di "Mastro-don Gesualdo "progetta di continuare subito il "Ciclo" con la "Duchessa di Leyra" e "L'onorevole Scipioni". In questo periodo, inizia la causa contro Mascagni e l'editore Sonzogno per i diritti sulla versione lirica di "Cavalleria rusticana". A fine ottobre, però, si reca in Germania per seguire le rappresentazioni di "Cavalleria", che è pur sempre un capolavoro della musica, a Francoforte a Berlino.

Nel 1893 si conclude, in seguito a transazione col Sonzogno, la causa per i diritti su "Cavalleria", già vinta da Verga nel 1891 in Corte d'appello. Lo scrittore incassa così circa 140.000 lire, superando finalmente i problemi economici che lo avevano assillato nel precedente decennio. Prosegue intanto le trattative, iniziate nel '91 (e che si concluderanno con un nulla di fatto), con Puccini per una versione lirica della "Lupa" su libretto di De Roberto. Si stabilisce definitivamente a Catania dove rimarrà sino alla morte, tranne brevi viaggi e permanenze a Milano e a Roma. Nel biennio 1894-1895, pubblica l'ultima raccolta, "Don Candeloro e C.", che comprende novelle scritte e pubblicate in varie riviste tra 1889 e il '93. Nel '95 incontra a Roma, insieme a Capuana, Emile Zola, importante esponente della letteratura francese e fautore della corrente letteraria del Naturalismo, una poetica assai affine a quella del Verismo (anzi, si può dire che quest'ultimo sia la "versione" italiana di quello).

Colpito da paralisi cerebrale il 24 gennaio 1922, muore il 27 dello stesso mese a Catania nella casa di via Sant'Anna, 8. Tra le opere uscite postume, oltre alle due citate, vi sono la commedia "Rose caduche", in "Le Maschere", giugno 1928 e il bozzetto "Il Mistero", in "Scenario", marzo 1940.

 

 

Nino Martoglio. Nato a Belpasso (Catania) il 3 dicembre 1870 - Morto a Catania il 15 settembre 1921.

Nino Martoglio, a soli 19 anni esordì nel giornalismo pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico edito dal 1889 al 1904 D'Artagnan, interamente ideato e scritto da lui, avente lo scopo di discutere arte, letteratura, teatro, politica, ecc.. L'iniziativa ebbe notevole successo, anche perché Martoglio vi presentò le sue prove poetiche, genuinamente dialettali e intrise di una comicità immediata. Questi versi gli meritarono l'elogio di Carducci e la popolarità nella città etnea. Nel 1901 decise di volgersi al teatro, nel tentativo di riportare alle platee di tutta Italia il teatro dialettale siciliano, che l'attore Giuseppe Rizzotto aveva divulgato anni prima. Avendo scoperto alcuni attori isolani dotati di una dirompente vis comica, nell'aprile del 1903 debuttò con la compagnia da questi formata e da lui diretta, al Teatro Manzoni di Milano.

Il suo linguaggio è semplice e scorrevole, e nonostante il bagno nei canti popolari, ha qualcosa di letterario, di fine, come il linguaggio digiacomiano che è il vero modello a cui si rifà; e anche quando il Martoglio descrive, la descrizione non è mai fine a se stessa, vibra sempre dei sentimenti dell'autore. E grazie alle eccezionali capacità degli interpreti (Giovanni Grasso, Marinella Bragaglia, Angelo Musco), le opere di Martoglio raggiunsero ben presto una straordinaria notorietà. Il primo volume fonografico a veder la luce fu " O scuru o' scuru " (1895); in tutto quattordici sonetti dialogati, genere iniziato cinque anni prima da Nino Pappalardo con " Siciliana ", ma che il Martoglio porterà a vera forma d'arte. Ancor prima che apparissero in volume i sonetti di "'O scuru 'o scuru", sul D'Artagnan erano apparsi molti dei sonetti raccolti poi col titolo di Lu fonografu; si tratta forse dell'opera migliore del Martoglio, certamente della più nota e della più caratterizzante. Il giornalista, l'umorista e l'autore di teatro si fondono nel poeta, ne affinano la sensibilità, ne smorzano quel certo tono melodrammatico di cui parla Luigi Capuana; I suoi primi testi, I civitoti in pretura e Nica, costituirono l'inizio di un'intensa attività che si esplicò nella composizione di una ventina di commedie, alcune delle quali in lingua italiana. Nel 1903 organizzò e diresse la Compagnia drammatica siciliana. Cominciò così a fiorire quel teatro dialettale siciliano di cui Grasso, incupendo le tinte, sarebbe stato l'espressione tragica e Musco, con l'estemporaneità delle sue battute, l'espressione comica e beffarda sino al delirio buffonesco.

Come autore, Martoglio pose in scena una Sicilia colorita e credibile, trovando i suoi personaggi fra il popolo e, seppur non vigoroso creatore di caratteri, si mostrò però abile inventore di vicende movimentate e di dialoghi scoppiettanti. Nino Martoglio fu un vittorioso. Vinse tutti gli ostacoli, tutte le diffidenze, tutte le gelosie. Il teatro siciliano difatti, vive: ha ormai un larghissimo repertorio e una fin troppo numerosa schiera di attori. E finché vivrà, vivranno per la delizia dei pubblici del mondo, Mastru Austinu Misciasciu del S. Giovanni Decollato (1908), caricatura di una religiosità popolare ingenua, Don Cola Duscio del L'aria del Continente (1910), rappresentazione satirica dello snobismo di un borghesuccio isolano che affetta disprezzo per le usanze e le abitudini siciliane, e i vari personaggi di Scuru, Sua Eccellenza, Il Marchese di Ruvolito, Taddarita, Nica e Capitan Sèniu. Il suo nome è legato principalmente a due opere composte per Musco: San Giuvanni decullatu (1908), caricatura di una religiosità popolare ingenua, e I maestri del Martoglio, anche per il sonetto dialogato, sono da ricercarsi a Napoli, dove lavoravano il Di Giacomo e il Russo, dai quali trae spunti d'ambiente e contrasti sociali che fa rivivere nelle scene della sua Catania, soprattutto " 'O fùnneco verde "(1886) del Di Giacomo è il suo modello. Anche il grande Luigi Pirandello subì il fascino dell'attivismo di Martoglio e cedendo alle sue insistenze scrisse nel 1916 direttamente in dialetto Pensaci, Giacuminu! e Liolà, due lavori che nello stesso anno vennero messi in scena dalla compagnia di Angelo Musco. Nello stesso tempo il grande agrigentino scrisse due commedie in dialetto, sempre per la compagnia di Musco: 'A birritta cu' i ciancianeddi (Il berretto a sonagli) e 'A giarra (La giara). Bisogna anche dire che Pirandello scrisse in collaborazione con Martoglio 'A vilanza (1917) e Cappiddazzu paga tutto (1917) messa in scena soltanto nel 1958. Un intreccio fecondo, dunque, in un momento irripetibile attraversato dalla Sicilia negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Meno conosciuta, ma valida e memorabile, fu anche la sua attività cinematografica. Nel periodo dal 1913 al 1915 Martoglio si dedicò alla regia, diresse quattro films, tra i quali Teresa Raquin e Sperduti nel buio (considerato il miglior prodotto della nascente cinematografia italiana) , films muti ricordati nella storia del cinema italiano per la loro originalità e intensità espressiva, collegata al naturalismo dialettale di cui l'autore aveva dato già larga prova nel teatro. Nel pieno fervore della sua attività lo colse la morte: per uno sciagurato incidente, aprendo per sbaglio una porta che dava in una tromba d'ascensore nell' Ospedale Vittorio Emanuele di Catania per visitare il figlio malato; è cosa di tale e tanta crudeltà, che veramente fa disperare e innorridire.

 

Luigi Capuana. Nei suoi libri per ragazzi vi profuse il suo genio e il suo cuore, vi descrisse la terra e il cielo di Sicilia con deliziosa semplicità, e, del bonario popolo, vi portò l’espressione più vera e più sincera. Quando col suo libro di fiabe "C’era una volta" dilettò tanto la fanciullezza, gli furono chieste altre fiabe, egli rispose che bisognava rivolgersi al "Mago Trepì". Intendeva dire che occorreva l’arte, l’amore, la passione, onde leggere nell’anima del popolo e scrutarne le gioie, le tristezze, le miserie, i tripudi, le aspirazioni. E vennero poi fuori ""Scurpiddu" e "Cardello", che fanno sempre commuovere tanti piccoli cuori. E nel "Paese delle zagare", "Gli Americani di Robato", e "Gente nostra", e tanti altri libri e libricini che strappano fremiti e singulti, e, uno spasimo della Sicilia che soffre e spera, che vuole e s’innalza. Mineo 1839 - Catania 1915

E non parlò solo ai piccoli, fu anche illustre scrittore, di lavori per il teatro di commedie e di drammi dialettali, come "Malia", e "Paraninfo"; di romanzi come "Giacinta" e "Il Marchese di Roccavardina", "Homo", e altri libri di critica. Nacque a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839 da una famiglia benestante di proprietari terrieri dominata dalle figure degli zii Antonio e Mimì, ebbe una giovinezza serena e una educazione alquanto tradizionale nel contesto della borghesia isolana.Nel 1857 s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Catania.

Cominciò ben presto ad interessarsi alla letteratura e in special modo alla poesia popolare, seguendo la sensibilità romantica, allora dominante. Gli anni che immediatamente seguirono - fino al 1863 - furono tuttavia caratterizzati dai primi contatti letterari nell'ambito cittadino, che indubbiamente lo confortarono nelle scelte immediate e lo indirizzarono verso un'esperienza artistica assai lontana dalla cerchia universitaria. Nel 1863 tornò a Mineo, dove compose dei drammi, sempre d'ispirazione romantica, poi rappresentati da una compagnia d'attori filodrammatici.

Nel 1861 componeva un dramma in versi,Garibaldi, improntato al clima romantico del tempo e dava inizio, dopo l'abbandono degli studi di giurisprudenza, a un'intensa attività poetica culminata nei sonetti di Vanitas vanitatum (1863) e nelle prime esperienze nell'ambito del folklore siciliano alle quali l'aveva sospinto la calda amicizia di Leonardo Vigo, raccoglitore instancabile dei canti popolari siciliani.

Nel 1864 troviamo il giovane Luigi trasferito a Firenze (a spese della famiglia) che, in quanto capitale d'Italia, accoglieva l'élite culturale del paese, protagonista della vita artistica della città, frequentatore assiduo del Caffè Michelangiolo e dei salotti letterari, ove si riunivano i nomi più illustri della cultura fiorentina; qui il Capuana conobbe il Prati, l'Aleardi e cominciò ad interessarsi all'opera di Balzac e di altri romanzieri francesi.Intanto, per arrotondare l'esiguo mensile inviatogli dalla famiglia accettava il lavoro di cronista teatrale della Nazione, impegnandosi in un'attività giornalistica che avrebbe agito positivamente nella sua formazione come stimolo al ripensamento critico e alla elaborazione della sua poetica. Proprio nelle colonne della Nazione veniva precisandosi la fisionomia del critico: rinuncia a ogni impostazione romantica e scelta di uno sperimentalismo attivo a cui non erano estranee le appassionate letture straniere; un continuo desiderio di ampliare la propria cultura a contatto di ogni esperienza innovatrice. Infine un primo ma non sommario incontro con i saggi desanctisiani lo aveva avviato verso l'estetica hegeliana, e quindi alla necessità della sperimentazione formale per il rinnovamento dell'arte contemporanea. Dalle pagine del cronista doveva muovere in seguito la molteplice e complessa attività del critico. Molti nomi nuovi ricorrono nel suo taccuino: Balzac, certo, e lo Zola e i Goncourt, ma anche i nuovi astri del teatro francese, l'Augier, il Sardou e il Dumas. Proprio sotto l'egida del Dumas, appare nel periodo fiorentino la prima novella, Il dottor Cymbalus, pubblicata sulle colonne della Nazione.

Nel 1869, per motivi di salute, decide il ritorno a Mineo, vi intrecciò una relazione con una popolana, dalla quale ebbe dei figli in seguito abbandonati. In Sicilia rimarrà per sette anni, trattenuto dalla morte del padre e dalla cura dei suoi interessi privati. Nel 1871 diviene ispettore scolastico e si dedica con passione ai problemi della istruzione obbligatoria; nel 1872 è eletto sindaco di Mineo e la sua attività di pubblico amministratore sarà così energica da fargli attribuire la meritata etichetta di De Pretis di Mineo.

Accanto al maturarsi del critico si fa strada irrefrenabile la disposizione narrativa che lo conduce, in alcune novelle, alla sperimentazione di tecniche diverse e a farsi sostenitore di esperienze contrastanti, anche se l' interesse per la poetica naturalistica ha il sopravvento in questi anni, contribuendo alla formulazione della non esatta etichetta di campione del verismo italiano ch'egli non accettò mai in un'accezione semplicistica.

Nel 1877 chiamato dal De Meis, e seguendo l'esempio del Verga, abbandona di nuovo la Sicilia, questa volta per Milano dove gli sembra concentrarsi la cultura più viva della nuova Italia.

Si apre così il periodo milanese (1877-81) nella vita di Capuana. Lavoratore instancabile, diviene assiduo collaboratore del Corriere della Sera e la sua firma richiama progressivamente l'attenzione di un vasto strato di pubblico.

Intanto, a contatto con la Scapigliatura e con le correnti dell'avanguardia postromantica, amplia notevolmente il proprio orizzonte spostandolo sul piano europeo, soprattutto con l'ardita impostazione del suo lavoro narrativo: pubblica la raccolta di novelle Profili di donne (1877) e il primo romanzo Giacinta (1880), un'opera di largo respiro e di netta impostazione naturalistica che sarà in seguito ridotta per il teatro e di nuovo edita con notevoli varianti nel 1885. Compaiono nell'80 i primi studi sulla letteratura contemporanea, seguiti a breve scadenza, nell'82, dalla seconda serie; si organizza così anche la fisionomia del critico militante, impegnato nell'affermazione dell'estetica hegeliana e nella battaglia per il trionfo in Italia delle nuove poetiche europee: dal naturalismo zoliano allo psicologismo bourgetiano. Al centro delle polemiche veriste egli si batte per un'arte che non sia estranea alla società del suo tempo, ma insieme concede ampia libertà alla sua sete di ricerca e al bisogno di sperimentare ogni via che assicuri il rinnovamento formale. Con l'amico Giovanni Verga diviene una delle punte della giovane letteratura: intorno ai due siciliani si forma un gruppo che ha notevole peso nella vita culturale della città.

Dopo un breve soggiorno a Mineo, nell'82 é chiamato a Roma per sostituire Ferdinando Martini alla direzione de Il Fanfulla della domenica. Al giornale resterà circa due anni: un periodo breve ma intenso che gli consente incontri proficui: dal Sommaruga allo Scarfoglio, dalla Serao a D'Annunzio. Raccoglie intanto una nuova serie di novelle (Homo) e dà inizio a uno dei filoni più originali della sua esperienza narrativa, quello della fiaba, spinto su questa strada dalla sua antica passione per il folklore e la poesia popolare e dal costante incitamento dell'amico Giuseppe Pitrè. Vedeva la luce così la raccolta di fiabe C'era una volta (1882), seguita da una lunga serie di opere analoghe (Il regno delle fate, Il raccontafiabe, Seguito al C'era una volta, ecc.) e da una ricerca assidua nel settore della narrativa per l'infanzia e la gioventù, che doveva approdare a un piccolo capolavoro come Scurpiddu (1898), un racconto lungo in cui gli elementi realistici trovano un felice rapporto con la sotterranea radice fantastica.

Dal 1884, per alcuni anni, é di nuovo nel ritiro di Mineo, dove nel 1885 sarà rieletto sindaco. In questo periodo attende alla stesura delle opere di maggior impegno sia nel campo della saggistica, sia in quello della narrativa, dando veste definitiva ai romanzi ai quali da tempo pensava: Profumo (1890), La sfinge (1897), il Marchese di Roccaverdina (1901).

Inoltre, lavora accanitamente alle novelle, seguendo il duplice binario dello studio delle passioni borghesi e dell'indagine realistica nell'ambiente paesano (Le paesane, del 1894 e le Nuove paesane del 1898). Proprio in questo settore del suo lavoro il Capuana troverà il rapporto più felice tra le istanze realistiche della sua poetica e le qualità innate della sua fantasia, in un contesto psicologico non aggravato dalla volontà documentaristica.

A Roma nel 1895 conosce la giovane Adelaide Bernardini, che nel 1898 diviene sua moglie e compagna affettuosa degli ultimi anni. E a Roma ottiene l’incarico di letteratura italiana alla facoltà di Magistero. Nel 1902 é chiamato a coprire la cattedra di estetica e stilistica all'università di Catania, ormai celebrato come una delle glorie della cultura isolana fino alla morte, avvenuta nel 1915. Negli ultimi anni lavora all’ultimo romanzo, Delitto ideale (1902) , ad altre novelle ed alla produzione teatrale dialettale, ottenendo notevoli consensi con il dramma Malia e con le commedie Lu cavaleri Pidagnu (1909) e Lu paraninfu (1914).

Giornalista, drammaturgo, commediografo, critico, è da considerarsi come una delle figure centrali della letteratura italiana del secondo ottocento e del primo novecento. Senza dubbio il centro della sua molteplice attività, anche come sbocco del lungo dibattito teorico, resta la produzione narrativa con la quale, allorquando giunge a superare le strettoie dello sperimentalismo naturalista, s'impone come sicuro e coraggioso innovatore. In particolare Le paesane, Giacinta e Il marchese di Roccaverdina sono i lavori ove maggiormente raccoglie le sue ambizioni d’interprete della società del suo tempo.

 

Vitaliano Brancati nacque a Pachino (Siracusa) nel 1907. A soli 13 anni si trasferì a Catania con la famiglia. Catania fu una tappa fondamentale per la formazione culturale ed umana dello scrittore. Nel 1922 aderì al Partito Nazionale Fascista e nel 1929 si laureò in Lettere, con una tesi su Federico De Roberto. Subito dopo si trasferì a Roma, dove iniziò a scrivere, come giornalista, per "Il Tevere" e, successivamente, dal ’33 in poi, per il settimanale letterario "Quadrivio". Risalgono al quel periodo alcune opere di chiara ispirazione Fascista e successivamente ripudiate: Fedor, poema drammaico del 1928, Everest, del 1931 ed il dramma Piave, del 1932. Ma già dal ’30 lo scrittore cominciava ad accostarsi ad una forma di scrittura a lui più congeniale: il romanzo. L’amico del vincitore rappresentò il primo tentativo di scrittura satirica e trasse ispirazione dalla piccola borghesia siciliana; ispirazione e tema che costituirono il leitmotiv della sua maggiore produzione. Lasciò Roma, rientrò in Sicilia e, nel ’34 , scrisse Singolare avventura di viaggio, che venne sequestrato dalla cansura fascista per immoralità. Nel 1936 iniziò la sua collaborazione a "Omnibus", settimanale diretto da Leo Longanesi . Collaborazione interrotta nel ’39 a causa della soppressione della rivista da parte del regime fascista.

Si dedicò all’insegnamento fino al ’41, anno in cui tornò a Roma e pubblicò Gli anni perduti da lui stesso considerato il suo primo vero romanzo, già qui è chiaro l’allontanamento dall’ideologia fascista e l’amarezza verso la realtà storico-politica del suo tempo. Nel ’42 pubblicò Don Giovanni in Sicilia, romanzo di satira al gallismo siciliano (vanità sessuale del maschio del sud che cerca, attraverso la fantasia, un’evasione dal chiuso mondo bigotto della provincia). Fu in quell’anno che, al teatro dell’Università , conobbe l’attrice Anna Proclemer, se ne innamorò e 5 anni più tardi la sposò. Presso la rivista "Aretusa" pubblicò, nel ’44, il racconto Il vecchio con gli stivali affrontando per la prima volta il tema dell’uomo distrutto e sopraffatto dalla macchina inesorabile del proprio tempo. Nel ’46 Brancati si stabilì definitivamente a Roma e, nel ’49, pubblicò Il bell’Antonio, a puntate, sul settimanale "Il mondo". E’ una satira di costume che, attraverso l’impotenza del protagonista, fa intravedere, la crisi e il fallimento del regime. Il romanzo riscontrò il favore della critica e dei lettori e, nel ’50, vinse il Premio Bagutta.

Separatosi dalla moglie nel 1953, morì a Torino l’anno successivo. Nel ’55 venne pubblicato, rispettando le sue ultime volontà, il romanzo incompiuto Paolo il caldo, con prefazione di Alberto Moravia.

Brancati lavorò anche per il cinema:scrisse la sceneggiatura del film Anni difficili (1947), tratto da "Il vecchio con gli stivali". Signori in carrozza (1951), L’arte di arrangiarsi (1955, di Luigi Zampa), Altri tempi (1952), di Alessandro Blasetti, Guardie e ladri (1951), di Mario Monicelli, Dov’è la libertà e Viaggio in Italia (entrambi del ’54), di Roberto Rossellini. Del 1960 è il film Il bell’Antonio di Mauro Bolognini, con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo e del 1973 Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario e interpretata da Giancarlo Giannini e Ornella Muti.

Fra le opere teatrali di Brancati ricordiamo: Le trombe di Eustachio del ’42, Don Giovanni involontario del ’43, Raffaele del ’46, La governante del ’52. Per la Saggistica: I piaceri, I fascisti invecchiano (entrambi del ’46), e Ritorno alla censura del ’52.

 

Ercole Patti. Nato a Catania nel 1904, si affermò nel mondo letterario con Quartieri alti (1940), una rappresentazione ironica dell’alta borghesia romana. Nel dopoguerra confermò le sue doti di narratore e di moralista penetrante e acuto con Il punto debole (1952), Giovannino (1954), Un amore a Roma (1956) e Cronache romane (1962). Nei romanzi e racconti scritti dopo gli anni Sessanta (tra gli altri La cugina, Graziella e In riva al mare) Patti ha raccontato spesso vicende sensuali, nelle quali l’estenuata dolcezza del gioco erotico non manca di evocare un patetico senso di morte. Ha raccolto le sue pagine autobiografiche nei volumi Diario siciliano (1971) e Roma amara e dolce (1972), pubblicati poco prima della morte avvenuta a Roma nel 1976

"Ercole Patti: alla ricerca della felicità perduta".

Cercare nella produzione letteraria di Ercole Patti "domande radicali", potrebbe anche sembrare una fatica inutile. Liquidato in modo tanto sbrigativo quanto ingiusto con l'etichetta di scrittore leggero, d'intrattenimento e superficiale, lo scrittore catanese ha pagato per anni lo scotto di una popolarità legata, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, alle infelici trasposizioni filmiche di alcuni suoi racconti e romanzi. Se si eccettua "Un bellissimo novembre", affidato alla regia di Mauro Bolognini nel 1969, i film che vengono tratti dalle sue opere letterarie negli anni che seguono - "La seduzione" che Fernando Di Leo nel 1973 trae da "Graziella", "La cugina", diretto nel 1974 da Aldo Lado, "Giovannino" diretto da Paolo Nuzzi nel 1975 - sono stati giustamente accatastati nella soffitta della storia del cinema. Nonostante ciò - e pure senza eccessiva fatica - è ugualmente possibile scoprire all'interno della sua produzione letteraria, la costante trattazione di un tema niente affatto superficiale: quello della felicità.

Nei suoi romanzi (Giovannino, Un amore a Roma, La cugina, Un bellissimo novembre, Graziella, Gli ospiti di quel castello) ci si imbatte in una felicità consumata e deludente, ma anche compiaciuta, a tal punto che, considerato l'esplicito autobiografismo, viene spontaneo chiedersi se la visione edonistica dei personaggi non coincida del tutto con quella dell'autore. La lettura del "Diario siciliano", invece e quasi inaspettatamente, proietta una luce diversa sull'argomento. C'è qui, come dice Massimo Onofrio [1] la voglia di ripristinare e di riscoprire qualcosa che l'Ercole Patti giovane e immaturo s'era lasciato sfuggire: "Se nei romanzi un'aurorale promessa di felicità viene consumata, come per un processo di combustione, fino a un inesorabile approdo di disillusione quasi leopardiana, nel Diario, secondo un percorso che, non a caso, è a ritroso nel tempo (dal 1974 al 1931), la felicità perduta viene come forzosamente ripristinata."

Il "Diario siciliano" viene pubblicato nel 1971 e, caso unico nella produzione di Patti, ha un sottotitolo che rimanda inequivocabilmente a Marcel Proust e alle domande radicali di un autore: "Alla ricerca della felicità perduta".

La ricerca di Patti ha, tuttavia, chiare connotazioni stilistiche personali e sembra sfruttare (o derivare da) l'esperienza di sceneggiatore che, anche se quasi per caso e solo in collaborazione con professionisti del settore, aveva già svolto. E' una ricerca fatta per immagini e con la tecnica del "riavvolgimento" filmico, un album di fotografie che il lettore può sfogliare a suo piacimento, saltando da un racconto all'altro. Già nel Prologo – L’adolescenza – è anticipato, tuttavia, che queste immagini non restano "fotogrammi fissi", ma si mutano in sensazioni e riflessioni, fino ad esplodere in precise domande: che cos’è la felicità? come si raggiunge? come si conserva? come si recupera? Non tanto per "deviazione professionale", ma soprattutto per quella scrittura da sceneggiatore che "scorre nelle vene" di Patti (come in altro contesto s'è avuto modo di rilevare2), continuiamo la nostra ricerca prendendo a prestito la tecnica cinematografica. Se "zoommiamo" fino ad arrivare al cuore del Diario, ed esattamente al 17° racconto di 34 in esso contenuti, troviamo un racconto chiave datato 1963 che, guarda caso, riprende il sottotilo: "Alla ricerca della felicità perduta".

Conviene, allora, prendere le mosse da questo racconto per "scoprire" (ancora un termine tecnico cinematografico che si presta benissimo all'indagine che si intende portare avanti) la vera essenza della sua poetica.

Il racconto si apre con un'epigrafe che precede la data. Essa dice: "Non ho più la mia vecchia casa fra i limoni, ne ho costruito una davanti al mare di Pozzillo…". In seguito - zoom dello zoom - l'accenno alla vecchia casa fra i limoni viene ripreso e fa da introduzione al tema della felicità perduta: "Il ricordo di quelle case di campagna che si confondono nel mio pensiero mi è rimasto nella mente come l’espressione più alta della felicità. La felicità può venir fuori dalla descrizione minuta degli oggetti che ci sono in una vecchia casa di campagna…"

Segue l'elenco dettagliato di questi oggetti, i particolari che "si possono osservare guardando da vicino sotto la luce radente che arriva dalla campagna". Essi sono: "un piccolo nido di formiche che escono dalla connessura tra lo stipite e il davanzale su cui è piantato in mezzo un vecchio rampino arrugginito e contorto al quale in tempi remoti si legava qualche tenda o uno storino di legno; e lì vicino tre olive di cui una un po' annerita dimenticate sulla vecchissima pietra bianca porosa accanto al buco col cannello di piombo da dove è uscita l'acqua di tante lunghe piogge dopo essersi raccolta nel retro del davanzale; e un poco più in là il segno circolare di ruggine lasciato da qualche grossa chiave di cantina o da un oggetto di ferro che sono stati abbandonati a lungo chissà quando; e un ramo dell'albero di gelso che cresce nell'orto di sotto e viene a sfiorare il davanzale con le sue foglie; e una data incisa con un chiodo sulla pietra bianca dello stipite durante una di quelle lontane gite autunnali che si facevano in comitive rumorose; e due coccinelle che si inseguono e battono sul vetro impolverato; e su tutti questi piccoli segni e oggetti riverbera la luce un poco smorta di novembre che illumina un passerotto caduto dal nido e morto su una zolla del cortile; e dietro la finestra che si affaccia su quel cortile pieno di erbacce c'è in un angolo un vecchio mobile relegato in campagna, mancante di un piede che è stato sostituito con un pezzo di legno qualsiasi e c'è lì vicino un divano largo fatto di fili di grosso spago intrecciati un po' allentati sul quale si può dormire dolcemente nel pomeriggio come su un'amaca."

Se si potesse dare un consiglio ai lettori che si accostano per la prima volta all'opera di Patti, mi piacerebbe poter suggerire loro l'importanza di questo racconto e consigliarne la lettura o come introduzione generale, o come conclusione definitiva. C'è, in esso, infatti, il riassunto di tutti i racconti contenuti nel Diario e, con una serie di rimandi a catena, la summa dell'intera opera letteraria di Patti.

 

Angelo Musco. (Catania 1872 - Milano 1937). Geniale attore comico siciliano. Da ragazzo macchiettista e burattinaio; quindi, per i suoi successi nei teatri di varietà, con parti comiche, entrò a collaborare con Giovanni Grasso (altro celebre attore). Nino Martoglie scrisse per lui "San Giovanni decollato", che mise in evidenza le grandi qualità comiche del Musco. Poi "L’aria del continente" consolidò la sua fama e si rese popolare in Italia e nell’America meridionale. Interpretò altri drammi dello stesso autore. Scrissero per lui interessanti lavori Pirandello Capuana, Francesco Paolo Mulè. Interpretò lavori di Giacinto Gallina, Roberto Bracco, F.M. Martini. Raggiunse accenti di alta Umanità anche nel repertorio drammatico

La magnifica stagione milanese culmina nei successi, non meno trionfali, di Roma. Accadde un fatto assolutamente inaspettato: i Sovrani d'Italia chiamano Angelo Musco al Quirinale. E come ci dobbiamo vestire? si chiedono, sbalorditi, i comici della Compagnia. Musco con sano senso professionale, spiega ai suoi collaboratori che non si tratta di fare sfoggio di bel vestire, bensì di offrire un saggio della propria arte di attori. Viene scelta la commedia Rondinella di Francesca Agnetta. La compagnia si inchina ai Sovrani, poi inizia a recitare come in un normale teatro. Dei miei comici ero sicuro - annota Musco - una volta presi dall'azione scenica e investiti delle loro parti, non ebbero nemmeno un momento di distrazione e spiegarono il massimo impegno. Ma di me stesso, in verità, io non mi sentivo sicuro. L'episodio merita di essere raccolto, a distanza di tanti anni, perché testimonia la spiccata professionalità di Musco. "Abituato a recitare nei teatri pieni di pubblico ed a sentire le continue risate o i mormorii di approvazione e gli applausi, quell'ambiente regale e quel solenne silenzio mi mettevano attorno un senso di freddo che mi avviliva e mi sgomentava. I miei occhi si posavano spesso sul volto di S. M. il Re, impenetrabile. E mi chiedevo: Si diverte, o si annoia? E' soddisfatto dello spettacolo, o s'è pentito di avermi fatto venire?... A un tratto mi colpì qualche risata sommessa che proveniva da un gruppo di dame sedute più indietro: stavo per consolarmi un poco, ma ecco che Sua Maestà si volta a guardare le dame che ridono. Allora mi scoraggiai del tutto. Càspita, pensai, non ride e non vuole nemmeno che ridano gli altri... Ma è Re e si capisce che comanda lui..." Il dubbioso stato d'animo non dirada, sino alla fine della rappresentazione, quando il cerimoniere viene a chiamare l'attore per condurlo al cospetto di Vittorio Emanuele III.

Biografia:

Angelo Musco nacque a Catania nel 1871. Quattordicesimo figlio di un bottegaio, fu costretto a lavorare in giovanissima età. Fece, male ed insofferente, il barbiere, il calzolaio e il muratore. Manifestava già le attitudini istrioniche cantando canzonette per le strade della città. A 12 anni compì la sua prima esperienza di attore in una compagnia napoletana, tutta di siciliani, che fallì poco dopo.

Nel 1899 entrò nella compagnia di Giovanni Grasso senior, attore tragico di straordinaria efficacia. Alla fine dello spettacolo egli parodiava la tragedia interpretata da Grasso e con due piroette e pochi lazzi asciugava le lacrime, secondo le antiche tradizioni delle Atellane e dei Mimi. Riuscì a conquistare il pubblico, che immancabilmente gli gridava dal loggione: Angilu! 'A musca. Era una canzoncina che eseguiva più che con la voce, con smorfie e gioco di gambe, sfruttando l'assonanza del titolo e del contenuto della stessa con il suo cognome.

Nacque progressivamente, però, una rivalità professionale tra i due attori, anche se non intaccò i rapporti personali. Musco si staccò da Grasso e passò alla compagnia di Marinella Bragaglia. Nel 1914, finalmente capocomico, presentò a Napoli la Comica compagnia siciliana del Cav. Angelo Musco.

Facevano parte della compagnia le due sorelle Anselmi, una delle quali, Rosina, divenne la sua fedelissima compagna d'arte. Per circa un anno furono tempi bui e Musco ed i suoi attori dovettero arrangiarsi per sopravvivere. Nell'aprile del 1915 decisero di giocare l'ultima carta ai Filodrammatici di Milano, dando Paraninfu di Capuana. L'indomani, il noto critico Simoni, fornendo forse la più efficace descrizione di Musco, scriveva sul Corriere della Sera: Egli è un comico irresistibile...

E' un comico tutto istinto, dagli occhi accesi, dalla faccia bruciata, bizzarro, indiavolato, colorito come una maschera del tempo fecondo. Due anni dopo, sull'Illustrazione italiana, ancora un lusinghiero ritratto dello stesso Simoni, che rileva la raggiunta notorietà dell'attore nella città di Milano. Fra il 1915 e il 1917 cominciò, infatti, la sua fortuna e divenne un attore popolarissimo, molto apprezzato dalla critica al punto che i maggiori scrittori siciliani, come Pirandello, Capuana e Martoglio, scrissero per lui. La commedia è la stoffa e l'attore è il sarto, che la taglia, la trasforma, la ricompone: questa era la teoria dell'intrepretazione teatrale di Musco. Egli aveva un grande talento di osservatore dell'umanità, spontaneità e gioia di vivere, che riversava sul suo lavoro di attore, spingendosi a trasformare il testo dell'autore, intrecciando ad esso battute originali ed estemporanee.

Narrano gli annali che il primo film di Musco è la registrazione di San Giovanni decollato (1917-18). Seguono, dopo quattordici anni di pausa, dieci titoli, molti dei quali campioni d'incasso nei quattro anni che precedono la morte: Cinque a zero di Mario Bonnard; Paraninfo (1934), di Amleto Palermi, con Rosina Anselmi ed Enrica Fantis; L'eredità dello zio buon'anima (1934), di Palermi, con la Anselmi ed EWlsa De Giorgi; Fiat voluntas dei (1935), pure di Palermi, con Nerio Bernardi e Maria Denis; L'aria del continente (1935), di Gennaro Righelli, con Leda Gloria; Re di denari (1936), di Enrico Guazzoni, con Leda Gloria, Mario Ferrari e Nerio Bernardi; Lo smemorato (1936), di Righelli, con Paola Borboni e Franco Coop; Pensaci, Giacomino! (1936), ancora di Righelli, con Dria Pola ed Elio Steiner; Il feroce Saladino (di Mario Bonnard, con Rosina Anselmi ed Alida Valli; Gatta ci cova (1937), di Righelli, con Rosina Anselmi, Elli Parvo e Silvana Jachino. Sono film che non spiccano, nel panorama certamente minore di un cinema dominato dai telefoni bianchi ed imbrigliato dalla censura di Luigi Freddi. Eppure, hanno contribuito a fissare, nella memoria di tutti noi, l'immagine vivissima del grande attore, dell'umorista colorito, del conoscitore profondo della Sicilia e della sua complessa spiritualità. Sono la testimonianza di un fenomeno che ha pochi riscontri nella storia del nostro teatro popolare: una vita d'attore che resta incisa a bulino nel ricordo e financo nella gestualità, nei tic verbali e gergali di intere generazioni. Per trovare un confronto al mito di Angelo Musco bisogna scomodare un'altra memorabile leggenda del nostro teatro fra le due guerre, quella di Ettore Petrolini. Ancora oggi, infatti, sussurriamo Gastone... con lo stesso allusivo e birichino con cui, davanti ad un burocrate impettito e spocchioso, facciamo il gesto di intingere la penna ripetendo l'irriverente "Cavaliere, abbagno?". Tra i suoi grandi successi teatrali, San Giovanni decollato e l'Aria del continente di Martoglio, La Patente, Pensaci Giacomino, Il berretto a sonagli, Liolà di Pirandello, Cavaliere Pedagna di Capuana.

Musco morì improvvisamente a Milano il 6 ottobre 1937. Quando la sua salma venne restituita a Catania, il 14 ottobre, ad attenderla alla stazione vi era una sterminata folla, presenti tutte le autorità.

 

Emilio Greco nasce a Catania l'11 ottobre 1913. . Le radici della sua ricerca stanno nei recuperi figurativi degli anni venti e trenta, ispirati a ideali di solidità e chiarezza mediterranea, pierfrancescana, arcaizzante o classica (con Martini) e neo-etrusca (con Marino e Campigli); stanno, in ogni caso, dentro un preciso clima, fondato sul dialogo con la tradizione e con la classicità, dal quale egli deriva i suoi definitivi orientamenti e seleziona i suoi modelli. Nel 1933 visita per la prima volta Roma e rimane colpito dal Trono Ludovisi al museo delle Terme.

Più che la Nascita di Venere, lo coinvolge la dolce Flautista della fiancata, che viene ad occupare lo stesso posto della fanciulla in carne ed ossa di cui è innamorato.

Nella sua arte, come nella poesia e nella vita, la donna resterà sempre idolo. Maurizio Calvesi scrive che l'arte di Emilio Greco è, almeno apparentemente, di facile accesso, e non soltanto per le sue iconografie che in presa diretta parlano della bellezza nella sua duplice specie, ideale e di natura, cogliendone una magistrale sintesi; ma anche per i valori formali che agevolmente raggiungono la sensibilità dell'osservatore, perchè dalla sensibilità provengono e della sensibilità costituiscono la più riconoscibile incarnazione, per la finezza del modellato, le vibrazioni della luce, la fermezza dei volumi e, nella grafica, la sottigliezza del segno che si sposa alla delicata intensità dei chiaroscuri

Scultore e incisore, fu titolare della cattedra di scultura dell'accademia di belle arti a Roma, inoltre insegnò a Salisburgo e Monaco. Attraverso uno dei suoi versi è possibile intuire il suo profondo interesse per la scultura "FORSE NON FU VANO AMARCI SE LA TUA IMMAGINE ETERNAMENTE VIVRÀ NEL BRONZO ..." in una sue recente intervista citando gli scritti di Giacinto Spagnoletti, afferma che l'orgoglio supera qualsiasi altro sentimento umano, poiché è seguito dal godimento dell'atto creativo. Quest'ultimo amaramente sopraffatto dal dubbio e dall'autocritica verso l'opera terminata. è proprio questa la ragione per la quale non si è mai affezionato a nessuna delle sue opera. E.Greco oltre ad essere un ottimo scultore, artefice delle opere esposte in una mostra tenutasi a Seul, in occasione dei giochi olimpici, è anche un ottimo incisore e disegnatore. Lo stesso Picasso visitando una sua mostra al museo Rodin ha affermato "GRECO È IL PIÙ GRANDE DISEGNTORE CHE ABBIAMO IN EUROPA"

 

Turi Ferro nasce (non si conosce la data precisa), negli ultimi giorni di Dicembre del 1920 nella citta' di Catania, ma a causa di un' errore dell' anagrafe del Comune, risulta essere nato il 21 Gennaio del 1921. Fin da bambino segue le orme di suo padre (che era un' attore dilettante), e dopo essersi esibito in vari teatrini salesiani interpretando autori come Verga e molti altri scrittori siciliani, debutta nella compagnia teatrale "Brigata D' Arte Di Catania". Negli anni della sua gioventu' segue il consiglio di suo padre, che gli suggerisce di continuare a fare l' attore di teatro ma di studiare, in modo di avere un lavoro sicuro per il suo futuro, ed infatti si diploma come maestro per le scuole elementari, ma la sua passione ed il suo fervore per la recitazione teatrale e' molto forte e decide di continuare verso quella strada. Turi Ferro comincia ad apparire nei primi spettacoli teatrali a livello professionistico tra la fine degli anni 40 (esattamente nel 1948), con la moglie Ide Carrara dove recitano nella "Compagnia Rosso Di San Secondo Roma". All inizio dei anni 50, si rendera' fortemente impegnato artisticamente, interpretando le opere di Luigi Pirandello (premio Nobel nel 1934, che influi' notevolmente sullo sviluppo del teatro moderno), essendo un grandissimo drammaturco e narratore italiano nato ad Agrigento, e purtroppo morto nel 1936. Turi Ferro volle continuare la grande tradizione teatrale siciliana, portando in palcoscenico nella parte del mago Cotrone, "I Giganti Della Montagna", opera conosciuta come la "grande incompiuta" da parte di Luigi Prandello, messa in scena da Giorgio Strehler. Il suo modo di recitare ricalcava quella del grande maestro, infatti quando Turi Ferro interpretava una grande opera di Pirandello, riusciva a trasportare e rappresentare sulle scene i suoi grandi romanzi, calandosi nell' incapacita' dell' uomo di identificarsi con la propria personalita', nel dramma della ricerca di una verita' al di la' delle convenzioni o delle apparenze. Nel 1957 creo' con sua moglie Ide Carrara "L' Ente Teatrale Sicilia", riuscendo ad unire i migliori attori teatrali siciliani come : Michele Abruzzo, Rosina Anselmi e Umberto Spadaro, meno il bravo Salvo Randone attore schivo e taciturno che prima di Lui rappresentava le opere di Pirandello, e probabilmente non voleva essere messo in secondo piano dal giovane Turi Ferro. Turi Ferro fondo' con gli altri attori (che era riuscito a riunire), "La Compagnia Stabile del Teatro Di Catania" e porto' in scena i romanzi di Pirandello come : "IL Fu' Mattia Pascal", "Liolia", "Uno Nessuno Centomila" "Questa Sera si Recita a Soggetto", "Come Tu mi Vuoi", "Pensaci Giacomino", "Cosi e' (Se Vi Pare)", "Sei Personaggi In Cerca D' Autore", per non parlare delle numerose novelle che scrisse il grande Pirandello, che in seguito sono state raccolte sotto il titolo di "Novelle per un anno", e che naturalmente Turi Ferro le ripropose in teatro. Durante la sua prestigiosa carriera di attore teatrale, Turi Ferro ha interpretato con maestria le opere drammatiche di Pirandello, le commedie di Martoglio, per poi passare ad interpretare le opere di autori molto difficili come, Andrea Camilleri, Verga, Brancati e Sciascia. Naturalmente sapeva recitare, da vero attore camaleontico anche in rappresentazioni teatrali non radicate alla sua Sicilia, e nel 1965 venne chiamato dal regista Luigi Squarzina per interpretare come attore principale l' opera teatrale dal titolo "La Grande Speranza", scritto da Rietman. Ma per amore della sua terra e della sua sicilianita', dopo avere portato in scena le grandi opere pirandelliane, continuo' con il suo grande allievo, un' altro grande drammaturgo e narratore italiano di nome Leonardo Sciascia, nato in Sicilia nella localita' di Racalmuto in provincia di Agrigento. In Teatro porto' tutte le opere di Leonardo Sciascia come "Gli Zii Di Sicilia", "Candido", "La Corda Pazza", "Le Parrocchie Di Regalpetra", "Nero Su Nero", "IL Giorno Della Civetta", "IL Contesto", "Porte Aperte", "Todo Modo" ed altre famosi romanzi di questo grande scrittore. Sempre piu' artisticamente impegnato porto' in scena i racconti dello scrittore Giovanni Verga (nato a Catania nel 1840 e morto nel 1922, esponente massimo del Verismo), con diversi titoli come ; "I Malavoglia", "Mastro Don Gesualdo", "Novelle Rusticane", e ancora altri racconti di questo bravo scrittore che rappresento' con profonda partecipazione il dramma esistenziale di eroi, vittime di un destino che nemmeno la volonta' piu' tenace riesce a modificare. Trasporto' in versione teatrale, anche i romanzi di Vitaliano Brancati (grande narratore e scrittore siciliano nato a Catania nel 1907 e morto nel 1954), con i titoli piu' rappresentativi come ; "Don Giovanni In Sicilia", "IL Bell' Antonio" e "La Governante". Turi Ferro fu uno dei pochissimi attori di teatro, ad essere diretto in palcoscenico in una rappresentazione, dal titolo "Carabinieri" dal grande regista cinematografico Roberto Rossellini, al Festival di Spoleto. Per ricordare altre bellissime intepretazioni, si deve citare l' opera teatrale dal titolo "IL Sindaco Di Rione Sanita' " di Eduardo De Filippo, dove Turi Ferro fece un "trasferimento storico nell' ambito artistico", portandolo dalla Napoli della Camorra, alla Mafia di Catania, grazie al suo accento siciliano. Essendo un grande attore di teatro recito' in alcuni Film, ma furono ben pochi, perche' il mondo del cinema fece il grave errore di sottovalutarlo, commetendo uno sbaglio inperdonabile. Tra i suoi Film piu' famosi il lungometraggio drammatico del 1961 a fianco di Gian Maria Volonte', dal titolo "Un Uomo da Bruciare" diretto da Paolo e Vittorio Taviani. Nel 1965 appare come attore caratterista, a fianco di attori cinematografici (e non solo), come Ugo Tognazzi, Jean-Claude Brialy, Stefania Sandrelli e Nino Manfredi, nel Film-drammatico "Io La Conoscevo Bene" diretto da Antonio Pietrangeli. Nel 1979 e' presente (sempre come attore caratterista), a fianco di Michele Placido nel lungometraggio-drammatico, dal titolo "Ernesto" diretto da Salvatore Samperi, e nel 1981 interpreta una piccola parte accanto ad altri attori bravissimi come Vittorio Gasman, Paolo Villaggio e Laura Antonelli, nel Film-commedia, dal titolo "IL Turno" diretto da Tonino Cervi (figlio del grande e compianto Gino Cervi). In televisione Turi Ferro ebbe maggiore successo, portando sotto forma di sceneggiati alcune sue opere teatrali di grande importanza, come "Mastro Don Gesualdo" e "I Malavoglia" a meta' dei anni 60', e altri sceneggiati come "IL Segreto Di Luca" tratto dal romanzo di Ignazio Silone. A parte alcune pause cinematografiche e televisive, ha continuato a recitare fino alle porte del 2000 in grandi opere teatrali che raccontavano in diversi modi la sua Sicilia. In data 11 Maggio del 2001 nella citta' di Catania, all' eta' di 80 anni Turi Ferro purtroppo si e' spento, lasciando in eredita' a molti giovani attori la grande arte della recitazione e del teatro siciliano, tratta dai suoi grandi scrittori come Pirandello, Sciascia, Verga e Brancati.

 

 

Domenico Tempio. Nacque il 22 agosto 1750 da Giuseppe, mercante di legna, e da Apollonia Arcidiacono. Terzo di sette figli, era stato destinato al sacerdozio e, a tale scopo, entr nel seminario arcivescovile, che era a quel tempo la pi importante scuola della città. Ne usci all'età di 23 anni, nel 1773, e il padre, vista fallita la vocazione sacerdotale del figlio, avrebbe voluto avviarlo alla professione forense, ma anche questo tentativo falli, perchè il giovane Domenico prefer proseguire nella strada degli studi umanistici.

Tradusse alcuni classici latini (Livio, Orazio, Tacito, Virgilio), e lesse attentamente Machiavelli e Guicciardini, insieme coi maggiori poeti italiani da Dante fino ai suoi contemporanei. Ma è da rilevare anche la particolare attenzione dedicata ad alcuni tra i pi discussi rappresentanti della cultura francese, come Carlo Rollin (1661-1741), il quale da figlio di coltellinaio era diventato rettore dell'università di Parigi, e Antonio Goguet (1716-1758), che aveva tentato di affermare uno stato di natura sulla base dell'etnografia, dimostrando che le idee discendono sempre dai fatti. Ben presto il Tempio acquist fama di buon poeta e fu accolto nell'Accademia dei Palladii e nel salotto letterario del mecenate Ignazio Patern principe di Biscari. Dopo la morte del padre (1775), fu costretto a trascurare gli studi per continuarne l'attività commerciale, ma gli affari andarono male e contrasse debiti, senza riuscire a raddrizzare il bilancio familiare. Perduta anche la madre, spos certa Francesca Longo, che mor nel dare alla luce una bambina. Allora prese una balia per la figlia, la gnura Caterina, che divent la sua compagna fedele e gli diede un altro figlio, Pasquale. Nel 1791 fu nominato notaio del casale di Valcorrente, ma forse non prese mai possesso di questo ufficio. Pochi anni prima di morire ottenne una pensione sul Monte di pietà e sulla Mensa vescovile, poi anche un sussidio dal Comune di Catania. Mor il 4 febbraio 1820.

Domenico Tempio è da considerare il maggiore poeta riformatore siciliano, la cui voce si leva contemporaneamente a quella del Parini in Lombardia. Egli fu ammirato e lodato dai suoi contemporanei, ma dopo la morte la sua opera fu quasi dimenticata, tranne alcuni componimenti di carattere licenzioso che, pubblicati alla macchia, gli diedero ingiusta fama di poeta pornografico. Con la ripresa degli studi sul Settecento siciliano, dopo la seconda guerra mondiale, anche l'opera del Tempio è stata rivalutata e sottoposta a un serio esame critico. L'educazione del Tempio, come s'è visto, era fondata sulla base di uno schietto illuminismo con una forte componente classicistica. La sua lingua (tranne qualche rara eccezione) è quella siciliana, e conferma una lunga tradizione di autonomia linguistica e letteraria che, dal volgare siculo, si estende fin quasi ai nostri giorni. La poesia tempiana vuol essere libera, denuncia i vizi e le malvagità degli uomini, e addita nell'ignoranza la prima causa di ogni male (Odi supra l'ignuranza). La sua satira, spesso aspra e pungente, mira al rinnovamento morale della società e al riscatto degli uomini dalla miseria, ma i valori poetici emergono spesso al di sopra delle intenzioni. Cos accade nelle favole, dove il ritratto si trasforma in paesaggio umano, e nei poemetti, dove l'episodio si apre alla contemplazione della natura. Nel poemetto La Maldicenza sconfitta difende la libertà della poesia e l'indipendenza del poeta; in Lu veru Piaciri combatte ogni falsità ed esalta l'operosità dell'uomo; nella Mbrugghereidi condanna le malefatte di un prete imbroglione; nel ricco canzoniere tende a smitizzare il quadro di una Sicilia arcadica e felice per avviare un lento ma sicuro processo verso il realismo, onde anche la malinconia diventa dolore della natura. I bozzetti drammatici (La scerra di li Numi, Lu cuntrastu mauru, La paci di Marcuni, Li Pauni e li Nuzzi) degradano l'Olimpo al livello delle spicciole miserie umane.

L'opera maggiore di Domenico Tempio è il poema La Caristia (in venti canti e in quartine di settenari), dove il poeta descrive i tumulti popolari cui diede luogo, a Catania, la carestia del 1797-98. Nella sommossa che divampa si aggirano, finalmente in funzione di protagonisti e non pi di schiavi diseredati, le figure spettrali degli affamati. La Carestia, sopra il suo carro stridente, si aggira tra una folla di disperati famelici, che ondeggia e irrompe con furia irresistibile. I brani lirici si inseriscono nella tragedia come parentesi di pace e di abbandono, creando uno sfondo amoroso che è il mondo vagheggiato, ma non raggiunto, dal poeta. Ognuno di quei pezzenti rivoluzionari ha una sua triste storia da raccontare, ed è il complesso di tutte queste storie umane che determina l'unità e la genuinità del poema. Se Giovanni Meli è il maggiore rappresentante dell'Arcadia siciliana, Domenico Tempio è l'interprete pi efficace di quei fermenti rinnovatori che erano penetrati ampiamente nell'Isola nel corso del sec. XVIII. L'impulso naturalistico impresso alla cultura siciliana dal Tempio tra Sette e Ottocento attenuerà le risonanze romantiche nella Sicilia greca e determinerà, sullo stesso piano morale e nello stesso ambiente catanese, la ripresa veristica di fine secolo.

L'edizione delle poesie tempiane fu pubblicata, vivente l'autore, a cura di Francesco Strano, col titolo Operi di Duminicu Tempiu catanisi (Stamparia di li Regj Studi, Catania, 1814 tomo I e II, 1815 tomo III). Il poema La Caristia fu pubblicato postumo, a cura di Vincenzo Percolla (1848-49). Altra edizione delle Poesie di Domenico Tempio poeta siciliano, con l'aggiunta di inediti, è quella del Giannotta in 4 volumi (1874). Le poesie licenziose furono raccolte da Raffaele Corso (1926). Un'ampia silloge è in Opere scelte, a cura di Carmelo Musumarra, con un saggio su Domenico Tempio e la poesia illuministica in Sicilia (1969); altra edizione, della Caristia e delle Favole. Odi. Epitalami. Ditirambi. Altro vino, a cura di Domenico Cicci, è del 1968. Due ricchi volumi, con saggi introduttivi e commento di Vincenzo Di Maria e Santo Cal (Domenico Tempio e la poesia del piacere) contengono Lu veru piaciri e le poesie licenziose

 

 

Mario Rapisarda (Rapisardi si chiamò poi, in sottinteso omaggio a uno dei suoi autori preferiti, Leopardi) nacque a Catania nel 1844. Suo padre, un agiato procuratore legale, pur non impegnato politicamente, era di idee liberali e amico di alcuni dei rivoluzionari borbonici fucilati nel '37.

Mario, oltre ad amare la letteratura e la storia, suonava discretamente il violino e coltivava la pittura. Studiò dai gesuiti. Nel '59 esordiva con l'Ode a Sant'Agata vergine e martire catanese.

Lettore appassionato di Alfieri, Monti, Foscolo, Leopardi e di vari autori risorgimentali, scrisse, ancora adolescente, un Inno di guerra, agl'italiani e l'incompiuto poemetto Dione, nella cui prefazione esalta le battaglie di Solferino, Palestro e Magenta, partecipando così all'atmosfera politica di quei mesi, culminati coll'impresa di Mille, che pose fine alla monarchia borbonica.

Per contentare il padre, frequenta un corso di giurisprudenza, ma non giungerà a laurearsi. Invece lo interessa moltissimo lo studio dei classici greci e latini, che gli suggeriscono le prime traduzioni, le ricerche filologiche e filosofiche di carattere positivistico. Frutti di questo periodo formativo il poemetto Fausta e Crispo e i Canti.

Nel '65 parte per Firenze, allora capitale del Regno, per il centenario della nascita di Dante, cui dedicò l'ode declamata in quell'occasione, e qui, in un clima acceso da fermenti mazziniani e repubblicani, stringe amicizia coi poeti Dall'Ongaro, Prati, Aleardi, Fusinato, Maffei, col dotto Pietro Fanfani, con l'orientalista De Gubernatis e con altri importanti artisti e intellettuali.

Nel '68 pubblica il suo primo poema, La Palingenesi, dove in 10 canti polimetri condanna la corruzione del clero e difende l'azione moralizzatrice di Lutero, prospettando col connubio arte-scienza il ritorno del cristianesimo alla purezza originaria. Il successo dell'opera (Verga fu uno dei primi a congratularsi) echeggia anche all'estero (Victor Hugo è tra i più significativi estimatori), mentre il municipio di Catania assegna all'autore una medaglia d'oro e il ministro Correnti lo chiama a insegnare letteratura italiana nell'ateneo catanese.

Nel '72 escono i versi de Le Ricordanze che, pur nei limiti dell'imitazione leopardiana, rivelano una genuina vena intimista. Nello stesso anno sposa Gisella Fojanesi.

Uno studio critico su Catullo gli vale nel '75 la nomina a professore straordinario di Letteratura italiana e l'incarico di Letteratura latina all'Università di Catania.

Già da qualche anno il poeta è dedito alla stesura del suo secondo poema, il Lucifero, ispirato dalle Guerre de Dieux del Parny, ma anche da Milton e dal carducciano Inno a Satana. Il poema, in 15 canti polimetri, pur essendo diseguale a livello artistico (a efficaci descrizioni e qualche episodio memorabile oppone una certa macchinosità d'insieme e non rare cadute di tono per non dire di gusto), resta l'espressione più significativa della poesia italiana d'indirizzo positivista. Per il Lucifero, che esce nel '77, Rapisardi riceve un biglietto entusiastico di Garibaldi, che si firmò "suo correligionario", mentre l'arcivescovo di Catania ordinò, pare, un autodafé del libro.

Insignito -lui, schietto repubblicano- del titolo di Cavaliere della Corona d'Italia (per aver celebrato, nell'XI canto del poema, le guerre d'indipendenza e l'ossario di Solferino) e nominato professore ordinario di Letteratura italiana e latina dal ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis, che lo stimava, Rapisardi pubblica nell'83 i versi sociali (e sarcastici) di Giustizia, che trovarono vasti consensi (suo epicentro sta nel Canto dei mietitori). Quest'opera nel '24 sarà addirittura proibita dalla politica fascista. Alla fine dell'83 rompe il matrimonio con la moglie, che intanto s'era legata al Verga.

Il Carducci, al quale aveva "devotamente" inviato una copia del Lucifero, resosi conto d'essere oggetto di caricatura in alcuni versi dell'XI canto ("plebeo tribuno e idrofobo cantor, vate di lupi"), apre con Rapisardi quella polemica che avrebbe divido l'Italia letteraria degli anni '80. Dall'epistolario del Carducci si scoprono fin dagli anni '60 frasi poco tenere nei confronti del Rapisardi, che certo non era di carattere facile. D'altro canto, di tutti i poeti della sua generazione, egli in fondo stimava solo Arturo Graf. Molte delle sue frecciate tuttavia rimasero o inedite o affidate alla discrezione dei suoi interlocutori epistolari. Di pubbliche vi furono solo le allusive caricature schizzate in certi passi dei poemi. Naturalmente la polemica col Carducci è una storia a sé.

Nell'84 usciva il poema Giobbe, che è il suo capolavoro: la figura del protagonista, umiliato e castigato da Dio senza motivo, diventa un simbolo dell'umanità sofferente. I distici dove il personaggio grida a Dio la sua disperazione (libro III della parte I) toccano altezze forse ineguagliate nella poesia italiano del secondo Ottocento.

Nell'85 inizia a convivere con una diciottenne assunta come segretaria, Amelia Poniatowski, figlia di genitori ignoti: gli sarà compagna fedele per tutta la vita.

Nell'87 dà alle stampe le splendide Poesie religiose, forse il suo vertice lirico, cui seguono i cesellati Poemetti ('92) e gli Epigrammi ('97), nonché delle impegnative traduzioni di opere di Catullo, Shelley e Orazio, anche se la cosa più importante resta la traduzione e lo studio critico del poema La natura di Lucrezio ('79). Nel '94 pubblica il suo quarto e ultimo poema, L'Atlantide, dove, ispirandosi ai Paralipomeni del Leopardi, disegna nelle vicissitudini del poeta Esperio la società italiana lasciva e inetta, additando nella corruzione il principio dei mali. Nel mentre disprezza la borghesia, canta le figure di Newton, Darwin, Pisacane, Marx, Cafiero e altri grandi della storia universale.

Denuncia con lucidità e coraggio la criminale politica del governo Crispi (vedi la repressione dei "fasci siciliani"), nella prefazione a Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause ('94) e nel dialogo Leone ('95), che spiegano le feroci repressioni dei moti contadini e operai, nonché nel pamphlet Africa orrenda ('96) e in alcune poesie, avverse al truculento colonialismo.

Negli ultimi anni si chiude in un silenzio ostinato, indifferente agli onori dei concittadini, che superano di gran lunga quelli tributati a Verga, De Roberto, Capuana… Non lo toccano neppure le critiche di molti studiosi (specialmente il Croce), anche se tra le sue carte si sono trovati feroci epigrammi a gran parte dei letterati dell'epoca: Fogazzaro, Croce, Pascoli, Carducci, D'Annunzio…

Egli muore nel 1912 a Catania: al suo funerale parteciparono oltre 150.000 persone, con rappresentanze ufficiali che giunsero addirittura da Tunisi. Catania tenne il lutto per tre giorni. Nonostante questo, a causa del veto opposto dalle autorità ecclesiastiche, la sua salma rimase insepolta per quasi dieci anni in un magazzino del cimitero comunale.

Il nome di Rapisardi, rimasto in ombra per tutto il periodo del fascismo, riemerse dopo la Liberazione, grazie agli studi di Concetto Marchesi, Asor Rosa, La Penna e Saglimbeni.

 

 

Federico De Roberto. Nato a Napoli nel 1861, di madre siciliana, studiò all'istituto tecnico di Catania. Abitò prevalentemente a Catania, tranne che nel 1888-1897 trascorso a Firenze e Milano, un decennio fon damentale per la sua formazione. Morì a Catania nel 1927.

Amico di Verga e di Capuana, De-Roberto aderì subito al naturalismo esasperandone i postulati di rappresentazione impassibile e documentaria, ma subendo anche l'influsso dello psicologismo di P. Bourget. La compresenza delle due suggestioni si protrasse per tutto l'arco creativo di De-Roberto, determinando squilibri e approssimazioni: così nelle raccolte di racconti La sorte (1887), Documenti umani (1888), Processi verbali (1890). E nei numerosi romanzi: Ermanno Raeli (1889), L'illusione (1891), Spàsimo (1897), Messa di nozze (1911).

Solo nel romanzo I Vicerè (1894) le qualità di De-Roberto riescono a emergere. "I Vicerè" narra la storia della nobile famiglia siciliana de gli Uzeda nell'arco di tempo che va dai primi moti dell'isola al le elezioni del 1882. Gli Uzeda sono dilaniati da accaniti con trasti d'interesse che oppongono il principe Giacomo, duro e avi do, al dissoluto conte Raimondo, il cinico e corrotto don Blasco al nipote Ludovico, anch'egli monaco senza vocazione, e alla so rella, donna Ferdinanda. Questi contrasti hanno per cornice i grandi avvenimenti dell'unità italiana. Alle beghe di fratelli e parenti si aggiunge la lotta che tutti insieme sostengono per conservare gli antichi privilegi, per mantenere, nel rapporto tra sfruttatori e sfruttati, la parte dei dominatori: nonostante il naufragio di alcuni singoli come don Eugenio finito in miseria. Don Blasco è pronto a approfittare della soppressione dei conven ti per acquistare i beni degli ordini ecclesiastici. Il vecchio don Gaspare non esita a fingere simpatie liberali riuscendo a farsi eleggere deputato. Consalvo, l'ultimo degli Uzeda, si mescola a faccendieri e corruttori pur di farsi eleggere. Il naufragio degli ideali della borghesia liberale è emblematizzato dalla figura di Giulente, giovane patriota che nonostante il ma trimonio con una Uzeda, non ottiene la sperata promozione sociale e risulta sconfitto alle elezioni politiche. Attraverso le vicende degli Uzeda lo scrittore compone un va sto affresco dell'aristocrazia siciliana nel momento del diffici le passaggio dal regime borbonico alla nuova realtà sociale dell'Italia unita, acquisendo alla tecnica naturalistica italiana una capacità nuova di penetrazione, fredda ma vigorosa, nel tes suto vivo della storia e della lotta politica nazionale. In que sta prospettiva si esaltano le doti dell'osservatore spietatamen te "arido e fisso", del pittore di scene fastose e lucide, del creatore di personaggi stravaganti e sgradevoli.

 

 

Ettore Majorana era nato il 5 agosto del 1905 in via Etnea 251. Scomparve misteriosamente, e la sua scomparsa, della quale ebbe a interessarsi persino Mussolini, fu un enigma nazionale tutt'oggi insoluto, forse insolubile: morto suicida, rapito da qualche Paese che già in quell'epoca conduceva studi atomici, rifugiatosi in un convento? La madre mai prese il lutto, aspettò sempre il suo ritorno.

La sua era una famiglia illustre, quella dei Majorana-Calatabiano, ramo cadetto dei Majorana della Nicchiara; a quest'ultima andarono il blasone gentilizio e le ricchezze terriere, alla prima il blasone dell'intelligenza. Era l'ultimo dei cinque figli di Fabio, (fisico, nato nel 1877), a sua volta ultimo dei cinque fratelli (i primi quattro erano: Giuseppe, giurista e deputato, nato nel 1863; Angelo, statista, 1865; Quirino, fisico, 1871; e Dante, giurista e rettore universitario, 1874). Ettore era un genio della fisica, precocissimo, eccentrico, misantropo, ombroso, indolente, dagli occhi cupi grandi e nerissimi.

Trasferitosi con la famiglia a Roma nel 1923, vi studiò Ingegneria per quattro anni, poi cambiò facoltà e si laureò in fisica nel 1929 con una tesi sulla teoria quantistica dei nuclei radioattivi. Fu tra i più promettenti allievi di Enrico Fermi, sotto la guida del quale si occupò di spettroscopia atomica e successivamente di fisica nucleare. Con Orso Mario Corbino, Emilio Segré e Edoardo Amaldi entrò a far parte del gruppo dei "Ragazzi di via Panisperna". Dal 1931, conosciutosi il suo straordinario valore di scienziato (ragionatore, non sperimentatore), fu invitato a trasferirsi in Russia, a Cambridge, a Yale, nella Carnegie Foundation; ma rifiutò.

Le sue più importanti ricerche riguardano una teoria sulle forze che assicurano stabilità al nucleo atomico: egli per primo avanzò infatti l'ipotesi secondo la quale protoni e neutroni, unici componenti del nucleo atomico, interagiscono mutuamente grazie a forze di scambio (Sulla teoria dei nuclei, 1933, - posteriore all'analogo lavoro di Werner Heisenberg solo come pubblicazione -) la teoria è tuttavia nota con il nome del fisico tedesco (teoria di Heisenberg) che giunse autonomamente agli stessi risultati. Nel campo delle particelle elementari, Majorana formulò una teoria che ipotizzava l'esistenza di particelle dotate di spin arbitrario, individuate sperimentalmente solo molti anni più tardi da P. Dirac, e W. Pauli fra il 1936 ed il 1939 (Teoria relativistica di particelle con momento intrinseco arbitrario, 1932). La sua equazione a infinite componenti pubblicata nel 1932 costituisce la prima teoria unitaria quanto-relativistica delle particelle elementari, descritte attraverso un unico campo bosonico o fermionico, secondo una linea di "algebrizzazione" della dinamica che servirà da modello alla teoria della "democrazia nucleare" e alle teorie "costruttive" di Simmetric. Sia la teoria del 1938, sia la teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone del 1937 risolvono il problema degli stati a energia negativa della teoria di Dirac del 1928; questa tentava di unificare meccanica quantistica e relatività speciale per il solo caso dell'elettrone ed è stata considerata uno dei più grandi lavori del secolo ed è paragonata alle unificazioni teoriche di Newton, Maxwell, Einstein. Tale problema legato a quello "degli infiniti" ancora solo parzialmente risolto, aveva portato ad una crisi profonda aperta dal lavoro di L. D. Landav e R. E. Peierls.

Ancora più grande allora, come giudicare Fermi, eppure a tutt'oggi non valutata appieno, bisogna considerare l'opera di Majorana. L'articolo su: "Il lavoro delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali", pubblicato postumo nel 1942, in cui è proposta una "sociologia quantistica", indeterministica , è specchio della vastità di interessi di Ettore Majorana, vicino più alla tradizione di "fisici-filosofi" come Heinberg, N.H.D, Bohr e A. Einstein, che alla fisica italiana del tempo, più sperimentalmente orientata. Per la sua ritrosia a pubblicare, un enorme quantità di ricerche è rimasta in forma di manoscritti (scrisse otto opere), in parte non ancora analizzati e in parte ora perduti. L'impatto diretto della sua opera sulla comunità scentifica è stato, pertanto, molto più ridotto di quanto avrebbe potuto essere, a prescindere dalla sua prematura scomparsa.

Dopo aver soggiornato a Lipsia e a Copenaghen, rientrò a Roma, ma non frequentò più l'istituto di fisica. Al concorso nazionale per professore universitario di Fisica, bandito nel 1936, non volle partecipare, nonostante la segnalazione fatta da Fermi a Mussolini, che certamente avrebbe vinto. Si trasferì da Roma a Napoli (albergo Bologna) dove accettò invece la nomina per meriti speciali a titolare della cattedra di Fisica teorica all'Università di Napoli nel 1937. Si chiuse in casa e rifiutò persino la posta, scrivendo di suo pugno sulle buste: "Si respinge per morte del destinatario".

 

Pippo Baudo. Nato a Militello in Val di Catania il 7 giugno 1936. Presentatore un giorno prima della seduta di laurea va ad Erice a presentare il concorso di bellezza Miss Sicilia per poi ripartire all'alba, su un camioncino, sdraiato tra frutta e verdura, e arrivare a Catania appena in tempo. È il 1959: Pippo Baudo sa già che non diventerà avvocato come suo padre. L'anno dopo, infatti, approda a Roma e presenta Guida degli emigranti e Primo piano. Il successo arriva nel '66 con Settevoci (inizialmente dovevano essere solo sei puntate sperimentali, a Milano, presso gli studi della Fiera), programma musicale in onda di domenica pomeriggio. La trasmissione diventa la sua pista di lancio. Nel '68 il presentatore catanese conduce la sua prima edizione del Festival di Sanremo: deve riuscire a far dimenticare il suicidio di Luigi Tenco, avvenuto nella riviera ligure l'anno precedente in circostanze misteriose.

Ci riesce. Nel '72 conduce la prima Canzonissima, con Loretta Goggi come partner e Marcello Marchesi e Dino Verde come autori. Poi altri programmi: La freccia d'oro (1970), Senza rete (1974), Spaccaquindici (1975), Un colpo di fortuna (1975), Secondo voi (1977), Luna Park (1979).

Un'apparizione anche in teatro: L'ora della fantasia, nel '72, con Sandra Mondaini, in una riduzione di Maurizio Costanzo. Una presenza costante, invece, come signore di Domenica in: dal 1979 - quando sostituisce Corrado - all'85 (poi di nuovo nel '91).

Ma dopo il biennio 1984-86 (binomio Fantastico 5 e Serata d'onore) passa alla Fininvest come direttore artistico. Alla corte di Berlusconi rimane poco. Un anno di riflessione e poi è di nuovo alla Rai: sulla seconda rete con una serie di Serate d'onore, sulla terza con Uno su cento. Nel '90 il ritorno a Rai Uno con Gran Premio e poi con Fantastico.

Lo aspetta un altro decennio di successi: nel '91 Varietà e Domenica in, nel '92 Partita doppia, nel '93 C'era due volte, nel '94 Numero Uno, Tutti a casa e Luna Park, nel '95 Papaveri e papere e l'anno successivo Mille lire al mese. Ma Pippo Baudo diventa soprattutto il deus ex machina del Festival di Sanremo, di cui ha già presentato le edizioni '68, '84, '85, '87 e dal '92 al '96. Nel '94 ne assume la direzione artistica, stessa carica che ricopre per le reti Rai fino al maggio '96.

Nel '98 ritorna a Mediaset dove realizza un programma sulla storia della musica italiana (La canzone del secolo) e alcune serate speciali (sulla moda, sulla musica classica). Poi di nuovo il rientro alla casa madre con un programma su Rai Tre dal titolo Giorno dopo giorno di Alvise Borghi con la regia di Maurizio Fusco.

Nel 2000 conduce la trasmissione Nel cuore del padre, in onore di Al Bano Carrisi. In seguito - a fine 2000 - conduce con grande successo Novecento-Giorno dopo giorno, un programma dove fatti e vicende del Novecento vengono rivisitati in studio con testimoni e protagonisti d'eccezione. E da gennaio 2001 è l'ideatore e il conduttore dello spettacolo di Rai Uno Passo doppio. Nel settembre 2001 conduce un programma di RaiUno su Padre Pio, dal titolo Una voce per Padre Pio.

Viene scelto per la conduzione e la direzione artistica del Festival di Sanremo del 2002.

 

 

Carmen Consoli. Nella calda Sicilia oggi è un giorno come un altro...ma, per una coppia: lui Catanese, lei Trevigiana è un grande giorno: è nata la loro figlioletta Carla Carmela Carmen. Chi l'avrebbe mai detto che avrebbe fatto tanta strada? Carmen cresce in un paesino vicino a Catania, S.Giovanni la Punta e come affermerà poi il suo "primo ed eterno giocattolo" è la chitarra,che inizia a suonare già da bambina, imparando dal padre che è un chitarrista blues.

Cresce con la musica nel sangue e già a 14 anni fa serate ne locali e suo padre la porta in giro. Ha una cover band,i "Moon's dog party" con cui fa cover del calibro di Janis Joplin,Aretha Franklin, Otis Redding e altri grandi del rock-blues.

La sua vena poetica viene fuori già dai sui primi anni di frequentazione di "perito informatico", infatti vince il concorso regionale per la miglior poesia : All'uomo occorre morire per dare un senso al destino ma bisogna nascere per conoscere il chiarore del proprio mattino Pur frequentando questo tipo di scuola Carnen non ama il computer, anzi c'è da dire che non le piace per niente,infatti "Mi facevo passare i compiti dalla mia amica-compagna Angela",come dice scherzosamente.

A La mattina stava a scuola a studiare e la sera andava a suonare e cantare nei pub.

"I miei professori mi facevano le interrogazioni programmate, perchè sapevano del mio lavoro. "Intanto conosce i centri sociali e per un periodo fa parte di CL, ma poi decide di abbandonare. Londra.

Finita la scuola decide di andare a Roma perchè le viene proposto qualcosa di interessante, ed è proprio lì che scrive Quello che sento; ma sfuma tutto e Carmen se ne torna a Catania dove si iscrive all'Università in lingue.

La sua bella voce viene notata ad un matrimonio quando incontra il suo produttore, Francesco Virlinzi. Qui inizia l'esordio della cantantessa che va a Sanremo giovani portando la splendida "Quello che sento", ancora con i capelli lunghi, timidina e un po' impacciata. Arriva poi a Sanremo dove porta "Amore di plastica".

Inizia a farsi conoscere e ad entrare nel cuore di molti quando poco dopo fa uscire il suo primo album "Due parole" contenente 11 canzoni, quasi tutte acustiche. Porta la sua musica in giro, gira due videoclip, di Amore di plastica e Lingua a Sonagli che vengono trasmessi spesso.

NelL'anno dopo ritenta a Sanremo con Confusa e Felice, ma viene bocciata dalle giurie anche se questa canzone diventerà un tormentone nelle radio.Intanto fa esperienza aprendo il tour di Raf, suona qualche sua canzone e qualche cover. Ad Aprile del 97 esce il suo album Confusa e Felice,che si rivela molto bello e molto e molto fortunato e Carmen inizia ad avere un grande successo che merita a piene mani.

Dopo un lungo tour definita da lei"un tour lungo un anno",si rinchiude nelle sale registrazioni e incide il suo terzo album "Mediamente isterica" che esce a fine Ottobre del 1998 e anche questo si rivelerà un grande successo.  (di Mìcol)

 

 

Franco Battiato. Nasce nel 1945 a Jonia (oggi Riposto), un paesino in provincia di Catania. Sin dai primi anni Settanta il musicista siciliano partecipa attivamente alle correnti di ricerca e sperimentazione europee.

Le sue prime incisioni discografiche escono per l' etichetta sperimentale Bla Bla, dal 1971 al 1975: Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic, Madamoiselle le Gladiator.

Ricordi pubblica Battiato (1976); Juke Box (1977) e L' Egitto prima delle sabbie (1978); con quest' ultimo brano per pianoforte Battiato vince nel 1978 il premio K. Stockhausen.

Nel 1979 pubblica L' Era del Cinghiale Bianco, primo lavoro con la Emi Italiana.

Seguono Patriots (1980), e nel 1981 La voce del padrone, che staziona al vertice della classifica italiana per un anno, vendendo oltre un milione di copie.

Battiato diventa un Ò"caso", materia di studio per intellettuali e d' ispirazione per i musicisti.

Gli album successivi sono: L' arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi (1985), Echoes of sufi dances (1985). Nel 1985 intanto avvia le edizioni L' Ottava, in collaborazione con Longanesi, e, nel 1989, l' omonima etichetta discografica per musica "di frontiera" , fra la composizione colta, la canzone e la musica etnica, pubblicando sei titoli fra l' 88 e l' 89. Ma sin dal 1984 al lavoro per Genesi.

L' opera debutta al Teatro Regio di Parma il 26 aprile 1987, accolta con trionfale consenso.

Per la Emi escono ancora: nel 1987 Nomades (Emi Spagnola), nel 1988 Fisiognomica e nel 1989 il doppio album dal vivo Giubbe rosse. Nel 1991 Battiato incide Come un Cammello in una grondaia - contenente, oltre a lieder ottocenteschi, Povera Patria, che diviene subito simbolo di impegno civile - e lavora alla sua seconda opera lirica, Gilgamesh, che debutta con successo al Teatro dell' Opera di Roma il 5 giugno 1992.

Segue il tour di Come un cammello....; Battiato è accompagnato dall' orchestra I Virtuosi Italiani, Antonio Ballista e Giusto Pio.

Il 4 Dicembre 1992 con i Virtuosi Italiani è a Baghdad, in concerto con l' Orchestra Sinfonica Nazionale Irachena. Nell' ottobre '93 Battiato pubblica, sempre per la Emi, la raccolta di canzoni Caffè de la Paix, che si classifica miglior disco dell' anno (come il Cammello....nel '91) nel referendum fra la stampa specializzata promosso dalla rivista Musica e Dischi; nello stesso periodo debutta la Messa Arcaica, composizione per soli, coro e orchestra.

Nel settembre del '94, su commissione della Regione Siciliana, per l' ottavo centenario della nascita di Federico II di Svevia, viene rappresentata nella Cattedrale di Palermo l' opera "Il Cavaliere dell" intelletto" .

Nell' autunno del '94 esce Unprotected, album live registrato durante la tournee' dello stesso anno che si conclude in Libano il 7 agosto al Festival di Beiteddine e nel '95, sempre per la Emi, "L' ombrello e la macchina da cucire". Il libretto del "Cavaliere dell' intelletto" e i testi de "L' ombrello e la macchina da cucire" sono del filosofo Manlio Sgalambro.

Nell'autunno del 96, con la casa discografica Polygram, esce "L'imboscata" contenente, tra l'altro, il brano " la cura" con la quale al cantautore viene attribuito il premio come miglior canzone dell'anno.

Nel 97 segue anche il ritorno di Battiato nei palasport con un lungo e applauditissimo tour.

A Settembre del 1998 esce "Gommalacca", contenente il singolo di grande successo Shock in my town, album che ha proseguito il discorso musicale iniziato con" L'imboscata", arricchendolo ulteriormente di sonorità dure e spigolose.

Il 22 Ottobre 1999 viene pubblicato "Fleurs", album del quale Franco Battiato interpreta 10 canzoni altrui e 2 inediti. 

Sito ufficiale  www.battiato.it

 

 

Giuseppe Di Stefano. (Motta Sant'Anastasia, 24 luglio 1921 – Santa Maria Hoè, 3 marzo 2008) è stato un tenore italiano.

Il suo nome e il suo talento di tenore dalla voce bene impostata e con una dizione chiarissima, sono legati in maniera indissolubile al sodalizio artistico e affettivo con Maria Callas. I due cantarono insieme per la prima volta nel 1951 a San Paolo (Brasile) in occasione di una rappresentazione della Traviata diretta dal maestro Tullio Serafin. Assieme a lei si è poi esibito negli anni successivi in diverse opere e concerti, incidendo anche dischi per edizioni divenute storiche per il loro valore documentario.

Il 3 dicembre 2004 era rimasto gravemente ferito durante un'aggressione da parte di alcuni rapinatori mentre si trovava nella sua casa di Diani, in Kenya. Ricoverato all'ospedale di Mombasa, le sue condizioni si sono rivelate più gravi di quanto fossero apparse in un primo momento. In seguito alle ferite riportate, il 7 dicembre era entrato in coma ed il 23 dicembre, dopo un lungo viaggio di trasferimento verso l'Italia, veniva ricoverato in un ospedale milanese, dov'è morto il 3 marzo 2008.

Di Stefano, chiamato dagli amici Pippo, ha avuto una brillante carriera che si è protratta dagli anni quaranta fino all'inizio dei settanta.

Figlio unico di un calzolaio, carabiniere in congedo, e di una sarta, Giuseppe Di Stefano era stato educato in un seminario dei Gesuiti, e per qualche tempo aveva meditato di avvicinarsi al sacerdozio.

Iniziò la sua carriera di cantante, cimentandosi nella musica leggera cantando con lo pseudonimo di Nino Florio. Allievo del baritono Montesanto, dopo una breve esperienza di cantante a Ginevra, in Svizzera, debuttò ufficialmente nel 1946 a Reggio Emilia interpretando il ruolo di Des Grieux nella Manon di Massenet. Con il medesimo ruolo, avvenne il debutto l'anno successivo al Teatro alla Scala di Milano.

Appena un anno dopo, avvenne il debutto al Teatro Metropolitan di New York, quale Duca di Mantova nel Rigoletto di Verdi. Questo importante ruolo fu ricoperto da Di Stefano, sempre al Metropolitan, per diversi anni.

Risale invece al 1957 l'esordio in suolo britannico dove, al Festival lirico di Edimburgo, interpretò il ruolo di Nemorino nell'Elisir d'amore di Donizetti. Quattro anni dopo, il palcoscenico del Covent Garden di Londra lo avrebbe visto impegnato nella parte di Mario Cavaradossi nella pucciniana Tosca.
Di Stefano è stato apprezzato in particolare per la purezza della sua voce, il modo interpretativo accattivante e, soprattutto, per la grande presenza scenica. Per oltre venti anni ha calcato i palcoscenici più famosi del mondo. La voce chiara e una spiccata sensibilità interpretativa gli hanno consentito di ricoprire oltre cento ruoli da protagonista.[citazione necessaria]

Generoso e istintivo, ha abbracciato un repertorio molto vasto, che va dal lirico puro dei primi anni, come Des Grieux nella Manon di Jules Massenet o Arturo ne I Puritani di Vincenzo Bellini, fino a ruoli del repertorio lirico spinto, o drammatico, per Cavaradossi in Tosca, Don Alvaro La forza del destino di Giuseppe Verdi, Calaf nella Turandot pucciniana o lo Chenier in Andrea Chenier di Umberto Giordano.

Ha avuto al suo attivo una notevole discografia, diretto dai principali direttori dell'epoca: Victor De Sabata, Tullio Serafin, Antonino Votto, fino a Herbert Von Karajan. Le sue interpretazioni più apprezzate sono comunque state quelle dal vivo.

Dagli anni settanta ha tenuto alcuni seminari, degli stage di canto e nel 1973, il cantante accompagnò Callas nell'ultima tournée mondiale della cantante greco-statunitense. Nel 1975, a Spoleto, ha tenuto un master per i vincitori del Concorso Nazionale di canto "A.Belli", firmando anche un'aria dell'opera La bohème.
La voce può essere migliorata integrando i contenuti rilevanti nel corpo della voce e rimuovendo quelli inappropriati.

Luciano Pavarotti ne ammirava la voce ed una volta raccontò “Il mio idolo è Giuseppe di Stefano, lo amai ancor più di Beniamino Gigli e questo mi costò addirittura, per l'unica volta in vita mia, uno schiaffo da mio padre, che continuò a preferirgli Beniamino Gigli”.

Giuseppe Di Stefano fu sì un tenore lirico, ma dalla passionalità e carnalità squisitamente siciliana, indimenticabili e di ineguagliato livello sono le sue “Cavallerie Rusticane” ed i suoi “Pagliacci”.

 

 

Gianni Bella. Nato a Catania nel 1947, dopo aver guidato come cantante e chitarrista alcuni gruppi catanesi, alla fine degli anni '60 si trasferisce al nord seguito della sorella Marcella, che ha ambizioni come cantante. Nel 1972 il brano Montagne verdi, firmato da Bella per la musica e da Giancarlo Bigazzi per il testo, partecipa al Festival di Sanremo e sale in vetta al le classifiche di vendita. Marcella si impone quindi come una delle cantanti italiane di maggiore successo e il suo repertorio è quasi per intero composto dal binomio Bigazzi-Bella. Fra i brani più famosi Un sorriso e poi perdonami, Mi...ti...amo, Io domani, Nessuno mai. Contemporaneamente anche Gianni comincia la propria carriera solista, sempre con l'aiuto del paroliere Bigazzi, e subito ottiene un buon esito col singolo Più ci penso che rimane più di 3 mesi nella top ten italiana del 1974. Due anni dopo Gianni Bella domina le classifiche estive con Non si può morire dentro, e vince il Festivalbar. Nel 1978 si impone nuovamente nella stessa manifestazione col brano No. Nel 1981 partecipa al Festival di Sanremo col brano Questo amore non si tocca. Il limite dei brani del periodo sono soprattutto i testi di Bigazzi. In alcuni brani dell'album Toc toc si sfiora frequentemente il ridicolo. ("... e quando vieni qui non ti spogliare / perchè anche un uomo solo può dir di no..."). Negli anni '80 continua la sua attività di autore per la sorella (tra le altre Nell'aria del 1983) e inizia la collaborazione con Mogol, che diventa suo paroliere. I tre dischi usciti nel decennio sono prodotti dal musicista inglese Jeff Westley: Gb1, Una luce, Due cuori rossi di vergogna. Partecipa al Festival di Sanremo del 1991 con il brano La fila degli oleandri, titolo anche dell'album prodotto da Mogol. Qualche anno dopo è la volta di Vocalist album realizzato a Los Angeles con musicisti di fama internazionale. Alla fine degli anni '90, il duo Mogol-Bella firma i brani del grandissimo successo di Celentano Io non so parlar d'amore, bissato due anni dopo da Francamente me ne infischio e nel 2002 da Per sempre

 

 

Vincenzo Spampinato. Personaggio particolare del panorama musicale italiano, Vincenzo Spampinato, nato a Catania nel1953, si mette in mostra al Festivalbar 1978 con È sera. Il brano è contenuto anche nel suo primo LP Vincenzo Spampinato, dello stesso anno, prodotto da Roberto Danè e distribuito dalla Wea Italiana. Incide un secondo album di discreto successo, Dolce e amaro, successivamente con lo pseudonimo di Peter Pan fa uscire Rime tempestose, disco semplice e piacevole con arrangiamenti molto curati. Contemporaneamente lavora come autore per Viola Valentino, Riccardo Fogli, Fausto Leali, Irene Fargo, Milva. Dopo alcuni anni finalmente, nel 1989, una nuova uscita: Dolce amnesia dell’elefante che contiene canzoni scorrevoli con molta melodia, tipicamente mediterranea, e due ispirate canzoni in siciliano, Veni ‘cca e Iè a terra mia. L'anno successivo è la volta di Antico suono degli dei in cui collabora Alfio Antico, esperto di musica etnica. Notevole l’impiego di zampogne, mandolino, cornamusa, arpa celtica e un’intera orchestra di archi. Molti i brani in evidenza. Nel 1992, esce il disco che forse lo rappresenta al meglio: L’amore nuovo. Nel disco, dove si parla di Ustica, di mafia, di tangenti, oltre ai vocalizzi di Lucio Dalla nel finale del brano Bella e il mare, Spampinato duetta con Franco Battiato in L’amore nuovo. Curiosa la danzante Velenoso riso dalla strumentazione acustica, con flauto, tammorra e un corpo bandistico. Negli anni '90 altri due Lp: Judas del 1995 - che contiene canzoni dalla struttura essenziale in cui è meno marcata l’impronta etnica - e Il raccolto del 1997. Nel 2000 esce Kokalos.3 disco interamente in lingua siciliana in cui amalgama la world mediterranea con le preziose armonie del Rondò Veneziano, che collabora in alcuni brani. Nel 2002 I diritti dell’uomo (e una canzone d’amore) opera a sfondo sociale dedicata al tema della violazione dei diritti dell’uomo, realizzato con il patrocinio dell’Intergruppo parlamentare per i diritti umani e civili dell’ARS. Nel disco c’è spazio per una sola canzone d’amore, Bella don’t cry. Una parte dei ricavati della vendita è stata devoluta alla Federazione Internazionale dei Diritti dell’uomo della Sicilia e all’Associazione Telefono Arcobaleno. La Bastogi editrice ha pubblicato "Lettere mai spedite", la sua biografia.

 

 

Gerardina Trovato. Nata a Catania, cantante . Gli amici la chiamano Gerry. Il padre, medico, ha la passione per la chitarra e per le vecchie canzoni popolari. Mentre la madre, diplomata in pianoforte, le ha impartito le prime lezioni di musica.

Gerardina ha conseguito il diploma in ragioneria. Un titolo di studio voluto solo per tranquillizzare i genitori, ma con la ferma convinzione che nella vita non le sarebbe mai servito.

Non a caso ha sempre alternato la contabilità e la partita doppia allo studio, per lei molto più attraente, della chitarra e del pianoforte. Dopo la scuola superiore, infatti, lascia Catania e si trasferisce a Roma. Qui inizia a farsi le ossa: i primi provini, le prime tournée come corista, seguono tante promesse e delusioni.

Poi l'incontro con Caterina Caselli, attenta a cogliere il suo talento. Firma il contratto con la Sugar nel 1992 e lo stesso anno si presenta al Festival di Sanremo, nella sezione Nuove Proposte, con il brano Non ho più la mia città. Prodotta artisticamente da Mauro Malavasi, la canzone è subito un successo e conquista il secondo posto al Festival. Nel 1993 esce l'album Gerardina Trovato ed è uno dei successi dell'anno: oltre duecentomila copie si vendono solo in Italia e un grande riscontro c'è anche nel resto d'Europa. Il suo secondo singolo estratto dal disco, Sognare sognare, diventa una delle hit più gettonate dell'estate 1993. Nello stesso anno Gerardina Trovato e il suo gruppo sono ospiti della tournée di Zucchero. È il debutto nei grandi stadi.

Il suo secondo album Non è un film, prodotto tra l'altro da Celso Valli, è un nuovo successo. Nell'album c'è la canzone Non è un film, che riporta Gerardina in gara tra i big al Festival di Sanremo'94, dove arriva quarta. Subito dopo, la Trovato, parte in tournée nei teatri italiani con Andrea Bocelli, duettando nella trascinante Vivere. Per tutto il '95, Gerardina scrive nuove canzoni, coordinata da Mauro Malavasi. Nel 1996 esce il suo terzo Lp Ho trovato Gerardina, undici brani di grande raffinatezza e grinta. La reggaeggiante, Piccoli già grandi, è il vero hit del disco. Tra i successi dell'album anche un toccante duetto con Renato Zero, È già. Anticipato dal singolo Il sole dentro, scritto dal cantautore partenopeo Enzo Gragnaniello, nel 1997 esce Il sole dentro. Le sue più belle canzoni, con sedici brani di cui due inediti: il già citato Il sole dentro e Nascerai, entrambi prodotti da Mauro Malavasi. Dopo una lunga tournée nelle principali città d'Italia, Gerardina prende tempo per se stessa. Viaggia, scrive canzoni, sta con gli amici e la sua famiglia.

Nel 2000 partecipa al Festival di Sanremo nella sezione Campioni, con la canzone Gechi e vampiri, che è stata prodotta dal deus ex machina del pop mondiale dello scorso anno, Brian Rawlings, che si è lasciato conquistare dalla forza vocale della catanese.

 

 

Jenny B. Nata a Catania il 20 luglio 1972, cantante. Vive tra Milano, New York e Reggio Emilia. Frequenta l'Università di Lettere e Filosofia a Bologna. E vince una borsa di studio al corso di canto jazz al C.P.M. di Milano.

Partecipa come corista alla tournée Urlo Tour e alla realizzazione dell'album Spirito Divino di Zucchero. E con lo stesso artista prende parte al video Pelo nell'uovo, che vince il World Grammy Award di Montecarlo nel 1993, come miglior video dell'anno.

In seguito partecipa come corista alla realizzazione dell'album Buon compleanno Elvis di Ligabue.

Dal 1993 al 1997 è voce solista del gruppo Funky Company. Partecipa come voce al disco della cantante Corona The rhythm of the night. Ed è voce femminile del grande successo Un attimo ancora dei Gemelli diversi.

Nel 2000 esce l'album Come un sogno e vince il Festival di Sanremo nella sezione Giovani.

Nel febbraio 2001 si presenta al 51° Festival di Sanremo, con la canzone Anche tu.

 

 

Giuseppe Bonaviri, Nato nel 1929 a Mineo, in provincia di Catania, pur essendo di professione medico, trasferitosi poi a Frosinone, esordì nel romanzo in uno dei gettoni einaudiani. Era il 1954 e l’opera si chiamava "Il sarto della strada lunga". Il sarto era suo padre e il libro, fuori dal canone neoralista imperante in quegli anni per via dello stile visionario e lirico, rievocava un universo perduto di contadini e artigiani. Vittorini ne sottolineò il "senso delicatamente cosmico". Seguirono altri romanzi, raccolte di racconti, opere di poesia, tutti impegnati nello sforzo di far riaffiorare il proprio mondo poetico. Calvino apprezzò la felicità lussureggiante della sua prosa e Giorgio Manganelli ne lodò il "fiato melodico", la capacità evocativa per "singolare, affascinante imprecisione", la "grazia miracolosa".

Ora, cinquant’anni dopo il suo primo romanzo, Bonaviri torna alle strade del suo paese, da cui in realtà, nei suoi libri, non si era mai separato. Torna alla nebbiolina bluastra che invadeva i vicoli, alla sua personale religione degli affetti, al sarto e ai suoi cinque figli. Senza avere più pudore dell’autobiografia. Ma con una differenza: la morte di tre dei suoi fratelli irrompe nel ricordo. Sono intrusioni dolorose, note di diario, una data, quasi delle sgrammaticature, degli strappi. Arrestano solo per poche righe, qua e là, il flusso della narrazione, ma spargono ovunque un senso di minaccia, di mestizia. È il presente che impone la sua contabilità luttuosa. Ora davvero per alcuni dei protagonisti della sua vita il ritorno a un’infanzia favolosa è definitivamente impossibile.

Come quella di massaro Masi, questa volta la sua voce ci arriva "strisciata di nerezza". Da un passato fuori dalla storia.

 

 

Michele Cucuzza. Nato a Catania il 14 novembre 1952, giornalista e conduttore, Michele Cucuzza è padre di due bambine a cui è molto affezionato, Carlotta e Matilde. Laureato in Lettere, giornalista professionista dal 1979, esordisce a Milano a Radio Popolare, storica emittente milanese. Approda in Rai nel 1985, dove realizza più di mille servizi per i telegiornali della rete. Inquadrato infatti nella redazione cronaca del TG2, realizza continuamente servizi e collegamenti in diretta su fatti di attualità in Italia e all'estero, fra cui, memorabili, i funerali della principessa Diana e, da Calcutta, i funerali di Madre Teresa.

In precedenza aveva però già realizzato servizi nell'Europa dell'est nel periodo della caduta del muro (Polonia, Ungheria, ex Cecoslovacchia), in Arabia Saudita dopo l'invasione del Kuwait e negli Stati Uniti all'epoca della prima campagna elettorale che si concluse con la vittoria di Clinton.

A Parigi ha poi coperto diversi avvenimenti, a più riprese: dal bicentenario della rivoluzione dell'89 ai vertici politico-diplomatici all'epoca della crisi del golfo, ai summit del G7, alle elezioni presidenziali del '96.

Per molti anni, dunque, Michele Cucuzza è stato uno dei protagonisti del Telegiornale, condotto con impeccabile professionalità, a cui si successivamente affiancata anche la conduzione della rubrica di approfondimento "Pegaso". Poi, qualche anno fa, la svolta. La sua partecipazione al programma comico "La Posta del cuore" segna infatti il suo l'esordio nel mondo della spettacolo. Qui Cucuzza, coaudiuvato dall'autrice e conduttrice della trasmissione Sabina Guzzanti, accetta di recitare la parte di se stesso, inscenando di volta in volta "gag" basate sulla presunta rottura del suo rapporto con l'immaginaria fidanzata Cinzia Pandolfi. L'autoironia del suo intervento sfugge ai dirigenti Rai che lo reclutano subito per la conduzione giornaliera di "La vita in diretta", programma pomeridiano di ampio respiro. Dall'ottobre 1998, il giornalista è dunque legato a doppio filo al nome di questa trasmissione, inizialmente diffusa su RaiDue, poi promossa sulla più importante RaiUno. Il rotocalco d'informazione, grazia all'ammaliante giornalista e al solido staff alle spalle, si rivela subito campione di ascolti.

Nel maggio 1999 conduce su RaiUno, insieme a Katia Ricciarelli e Gianfranco D'Angelo, il programma di intrattenimento serale "Segreti e... bugie", di Raffaella Carrà, Sergio Japino, Giovanni Benincasa e Fabio Di Iorio.

Il 25 dicembre 1999 conduce invece un'edizione speciale di "La vita in diretta", pensata per festeggiare il Natale con il suo pubblico. Nel 2000 ancora la cronaca, lo spettacolo, il divertimento con "La vita in diretta", ora appunto su RaiUno.

Ormai il suo ruolo nel fare spettacolo spazia a tutto campo. Infaticabile, nel dicembre 2000 conduce, con Luisa Corna, lo spettacolo "Sanremo si nasce". Particolarmente sensibile all'impegno sociale, Michele Cucuzza è testimonial dell'associazione "Attivecomeprima", che lavora a sostegno delle donne colpite dal cancro. Molto vicino e sensibile a Telethon, ha condotto per tre anni consecutivi il telegiornale informativo e partecipato attivamente alla maratona televisiva.

A settembre 2001 presiede la commissione tecnica di Miss Italia. Sempre nello stesso mese inizia a condurre l'edizione 2001-2002 di "La vita in diretta". Nell'edizione di Miss Italia 2002 è nuovamente il presidente della giuria tecnica; e nel settembre dello stesso anno torna alla guida dell'edizione 2002-2003 del suo programma d'elezione, di cui è il vero e proprio mattatore. Il format conta ormai un numero notevolissimo di "aficionados", grazie alla sua formula accattivante che miscela diverse componenti e argomenti sempre in presa diretta con l'attualità. "La vita in diretta" ha infatti la capacità di unire cronaca, attualità, inchieste e grandi avvenimenti, ma anche gossip, cronaca rosa, incontri con i personaggi della televisione, del cinema, della musica e dello sport.

 

 

Candido Cannavò è nato a Catania il 29 novembre 1930. Ha iniziato la professione giornalistica, nel corso degli studi universitari, presso "La Sicilia" di Catania, nel 1949.

Per il quotidiano di Catania ha realizzato, oltre ai più importanti servizi sportivi, inchieste su temi di scottante interesse sociale, compreso un "libro bianco" sugli ospedali siciliani che resta tuttora uno dei più significativi esempi di un giornalismo di denuncia. Cannavò ha svolto attività di inviato speciale in tutto il mondo, seguendo i maggiori avvenimenti sportivi degli ultimi quarant’anni, tra i quali nove Olimpiadi a Roma, Tokyo, Messico, Monaco, Montreal, Mosca, Barcellona, Atlanta e Sydney.

Chiamato alla "Gazzetta dello Sport" - prima come corrispondente, poi come inviato - Candido Cannavò ha assunto la vicedirezione del maggiore quotidiano sportivo italiano nel marzo 1981, a fianco del direttore Gino Palumbo. Nominato condirettore nel novembre 1982, ha completato la sua scalata il 1° marzo 1983 quando gli è stata affidata - su designazione dello stesso Palumbo - la direzione del giornale che, continuando nella sua crescita, è diventato il più diffuso quotidiano sportivo d’Europa ed il primo assoluto in Italia per numero di lettori. La direzione di Cannavò si è protratta per 19 anni, sino all’11 marzo 2002.

Candido Cannavò ha vinto numerosi premi giornalistici nazionali ed internazionali, tra i quali il Premio Ischia nel 1998 e la Penna d’oro del Coni nel 2003. Il C.I.O. gli ha conferito l’Ordine Olimpico nella sessione del 1996 che ha preceduto l’Olimpiade di Atlanta. Nel 1997 gli è stato assegnato l’Ambrogino d’Oro, quale cittadino milanese benemerito. Nel 2002 il presidente Ciampi gli ha conferito al Quirinale l’onorificenza di grande ufficiale al merito della Repubblica. L’esperienza umana e professionale di Cannavò ha dato vita a un volume, "Una vita in rosa", pubblicato dalla Rizzoli, che percorre, attraverso lo sport, la storia italiana di oltre mezzo secolo. Il libro ha vinto il premio Cianciano 2003 ed è stato finalista del Bancarella.

Cannavò è sposato e ha tre figli, uno dei quali - Alessandro - svolge la stessa attività paterna quale caporedattore al "Corriere della Sera"

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Leo Gullotta. Interprete drammatico ed esilarante cabarettista, Leo Gullotta si trova perfettamente a suo agio in ogni ruolo. Nato a Catania il 9 gennaio 1946 e cresciuto nel quartiere popolare del Fortino, Salvatore (questo il suo vero nome) muove i primi passi artistici presso il Teatro Stabile di Catania, sfruttando l'opportunità di apprendere l'arte della recitazione da maestri come Salvo Randone e Turi Ferro.Poi si trasferisce a Roma, ma con il cuore, sostiene, non abbandonerà mai la sua adorata Catania. Nella capitale lavora soprattutto nei cabaret, dove si impone con il suo irresistibile talento comico. Fin dagli anni Settanta diventa uno dei protagonisti più popolari del varietà televisivo italiano, amato dal pubblico per i suoi travestimenti, primo fra tutti quello della signora Leonida, e per le sue imitazioni di personaggi politici e dello spettacolo. Nel frattempo lavora anche nel cinema, quasi sempre in pellicole commerciali, fino all'incontro con Nanny Loy, che segna la svolta nella sua carriera cinematografica. Con Loy ottiene ruoli di spessore in Cafè Express nel 1979, in Mi manda Picone nel 1983, conquistando il Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista, e soprattutto in Scugnizzi nel 1989, dove affronta finalmente da protagonista un ruolo drammatico. Con Giuseppe Tornatore Leo ha l'opportunità di dimostrare tutto il suo talento. Nel 1986 interpreta un ruolo in Il camorrista, film d'esordio del regista siciliano, che gli frutta un David di Donatello come miglior attore non protagonista.Nel 1988, sempre diretto da Tornatore, commuove il pubblico di Nuovo Cinema Paradiso grazie ad una straordinaria interpretazione. Mentre in televisione continua a presentarsi al pubblico nelle vesti di comico insieme al clan del Bagaglino, al cinema continuano a susseguirsi i ruoli impegnati. Nel 1992 è una pericolosa talpa in La scorta di Ricky Tognazzi, nel 1997 partecipa a Il carniere di Maurizio Zaccaro e conquista un David di Donatello, nel 1999 in Un uomo per bene, sempre diretto da Zaccaro, è il pentito Panico e il ruolo gli vale l'ennesimo David.Nel 2001, Leo Gullotta interpreta con successo Vajont di Renzo Martinelli ed inizia a mostrare il suo volto drammatico e intenso anche in tv, affrontando il ruolo dell'arcigno direttore scolastico nella fiction 'Cuore', tratta dal libro per l'infanzia di Edmondo De Amicis.

 

Cristiano Malgioglio.  è certamente una delle figure più interessanti ed originali del panorama musicale italiano. Ex universitario di lingue e letteratura straniera, è scoperto per caso da Fabrizio De André il quale gli fa ottenere un contratto con la casa Ricordi. Vince il suo primo Festival della canzone dedicata alla Mostra di Venezia. Nel '74 ottiene il 1° posto al Festival di Sanremo con il brano "Ciao cara come stai", interpretato da Iva Zanicchi. Notato dal grande cantautore brasiliano Roberto Carlos, Cristiano Malgioglio diventa il suo paroliere di fiducia per le versioni italiane. Tra i suoi successi: "Io ti propongo", "Frammenti", "Testarda io" (La mia solitudine) che, il grande regista Luchino Visconti inserisce nel suo film "Gruppo di famiglia in un interno".
Il grande successo internazionale di Cristiano Malgioglio arriva grazie all'incontro con Mina, per la quale scrive le più belle pagine della musica leggera italiana, tra i brani di successo "L'importante è finire", "Mi mandi rose", "Ancora, ancora, ancora", "Sogno", "Giuro di dirti la verità", "Amante, amore", "L'oroscopo", e tante altre…
Adriano Celentano lo chiama per comporre i testi del suo Album "Ti avrò". Collabora con Umberto Balsamo ed insieme a lui scrive la famosa "L'angelo azzurro", grande hit! E non si contano le altre innumerevoli collaborazioni con Patty Pravo, Ornella Vanoni, Milva, Silvie Vartan, Dori Ghezzi, Monica Naranco, Rita Pavone, Franco Califano, Veronique Samson (nome prestigioso della canzone francese, ex moglie del famoso musicista Stills), Raffaella Carrà, Giuni Russo, Amanda Lear, Rossana Fratello, Fred Bongusto e non si contano le cover che sono state interpretate tratte dalle sue canzoni, tra queste la spagnola Monica Naranco.
Cristiano Malgioglio ha realizzato, in qualità di cantautore 20 albums. E' conosciuto in vari Paesi Europei e in America Latina. E' stato nella Hit Parade con brani cantati da lui stesso: "Nel tuo corpo", "Scandalo", "Maledizione io l'amo", ecc…
Di Cristiano Malgioglio ricordiamo inoltre la collaborazione con Raffaella Carrà, per la quale scrive i testi di: "Forte, forte, forte", "Innamorata", "Ciak", ed altri.
Da non dimenticare la meravigliosa canzone "Coktail d'amore" interpretata dalla mitica Stefania Rotolo: non si contano le covers straniere di questo brano. I temi principali delle canzoni di Cristiano Malgioglio sono storie forti, appassionate, romantiche e nostalgiche. Nelle sue canzoni c'è una sorta di richiamo "a due" tra un io che parla e un io che risponde.
Dal '97, Cristiano si occupa di conduzione radiofonica e televisiva RAI, ma senza trascurare la sua vita da cantautore. Diretto dal grande regista cubano Juan Carlos Tabio, candidato all'Oscar per "Fragole e cioccolato" e "Guantanamera", per il videoclip della sua nuova canzone "Che bellezza". In questi giorni sarà in uscita il suo ultimo lavoro dal titolo "LA ESPERANZA", dedicato alla canzone Latino-Americana. Tra gli artisti scelti da Cristiano in questo suo nuovo lavoro ci sono: Juan Luis Guerra, Pablo Milanes, Carlos Vives, Gaetano Veloso, la grande Cesaria Evora, Gal Costa, Jose Feliciano, Polo Montanez, i Manà e così via...
Grande osservatore di tutto ciò che accade nel mondo dello spettacolo, Cristiano riesce a spiegare in modo originale le sue impressioni dettate da una grande esperienza e sensibilità.

 

 

Mario Venuti. Cresciuto con la passione per il pop inglese, influenzato dal cantautorato italiano e dalla musica brasiliana, Venuti è uno di quei musicisti che hanno contribuito in maniera talmente forte all'innovazione della musica italiana che si stenta a capire il motivo per cui sia rimasto a lungo nell'ombra.

Nato a Siracusa il 28 ottobre 1963, Mario Venuti è uno di quei musicisti che hanno contribuito in maniera talmente forte all'innovazione della musica italiana che si stenta a capire il motivo per cui sia rimasto nell'ombra così a lungo. Come spesso capita nel nostro paese, le scoperte finiscono per non esser altro che riscoperte, o meglio: definitive prese d'atto di qualità da tempo evidenti. Da quando gira sulle radio una canzone orecchiabile come 'Veramente', anche il nome di Mario Venuti ha cominciato a circolare con insistenza. Eppure era il suo nono disco quello lanciato dal singolo…

Cresciuto con la passione per gli XTC, i Prefab Sprout, gli Smith, influenzato dal cantautorato italiano di cui però non stenta a vedere i limiti, Venuti all'inizio degli anni '80 forma una band destinata ad avere un grande impatto sulla scena musicale del nostro paese. Non si va lontani dal vero dicendo che, assieme ai Litfiba, i Denovo hanno dato il via a quel "nuovo rock italiano" che ha saputo svecchiare le tradizioni italiche alle soglie degli anni novanta. Cinque dischi in cui la ricerca non si esaurisce se non con lo scioglimento della band nel 1990. Alcune canzoni restano di patrimonio collettivo. Come "Niente insetti su Wilma" e "Se tengo il passo".

Passano quattro anni e, dopo varie collaborazioni, Venuti arriva al suo primo disco solista. Si tratta di "Un po' di febbre", album in cui vengono in luce caratteristiche di eclettismo e originalità che nei Denovo, per ovvie ragioni, non potevano essere riconosciute. "Fortuna" è uno splendido brano, capace anche di diventare un hit radiofonico.Nel frattempo si apre una collaborazione destinata a segnare la carriera di Mario. C'è in giro una ragazza di Catania scoperta dal manager di Mario, Francesco Virlinzi. Sta lavorando al suo album d'esordio e ha bisogno di un aiuto. "Amore di plastica" con cui Carmen Consoli verrà conosciuta dagli italiani al Festival di Sanremo 1996 è firmato anche Mario Venuti. Il 1996 è anche l'anno del secondo album. "Microclima" è un altro tocco di classe. Dove si possono rintracciare le sonorità mediterranee mischiate a paesaggi sonori che spaziano dal pop inglese ai Tropici.

Nel '97 Sanremo arriva anche per Mario che vi partecipa con "Il più bravo del reame": Una scusa di qualità per pubblicare "Mai come ieri", album che contiene brani scelti dalla passata produzione (compresi i Denovo) e brani assolutamente originali, fra cui il brano eponimo cantato insieme a Carmen Consoli. L'attività live intanto conferma le doti del musicista che sul palco dà il meglio di sé. Sembra spianata la strada del successo. Ma la scomparsa di Virlinzi nel novembre del 2000 interrompe la lavorazione ad un nuovo album. Al dolore si mescola il vuoto per i fan in attesa.

Tutto però è soltanto rimandato. "Grandimprese" esce nel 2003. Dieci canzoni lanciate da "Veramente". Dieci pezzi sofisticati e leggeri. Grandi suggestioni sonore, visive, letterarie. La leggerezza che accompagna il riconoscimento di piccole felicità ("Un attimo di gioia") s'intreccia perfettamente a invettive antitiranniche quantomai attuali ("Re solo"). Il successo è finalmente arrivato. La pazienza premia la qualità. La qualità resiste grazie alla pazienza e alla tenacia. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Chapeau, monsieur Venuti!

 

Giampiero Mughini. Nasce a Catania nel 1941.Vive a Roma e le sue passioni sono gli anelli e le sciarpe.

Uno dei suoi camei celebri è "Ecce Bombo" di Nanni Moretti.Giornalista,scrittore, inviato speciale di "Panorama",Giampiero Mughini è laureato in Lingue e Letterature Moderne,con una specializzazione in francesistica.La carriera nel mondo della carta stampata inizia con il quotidiano romano "Paese Sera";tra i fondatori del "Manifesto", abbandona la redazione dopo tre giorni per incompatibilità con i colleghi. Dopo una lunga collaborazione all' "Europeo",nel 1987 approda a "Panorama".

Provocatore,polemista,"guastatore",Giampiero Mughini è un veterano del piccolo schermo:nel 1987 affianca Loretta Goggi in "Ieri,oggi e domani";nel 1989 conduce su Rai Tre "Mai dire mai",mentre nella redazione sportiva di Italia 1 anima due edizioni de "L'appello del Martedì" (1991-1992,1992-1993).Per Mondadori pubblica"Il grande disordine",titolo preceduto da "La ragazza dai capelli di rame".A partire dalla stagione 1999-2000,Mughini è tra i protagonisti di "Controcampo", programma di approfondimento sui grandi temi sportivi di fine settimana.

 

 

Gilberto Idonea, nato a Catania il 18 Giugno 1946, con l'iscrizione all'Università entra a far parte del CUT (Centro Universitario Teatrale) sotto la direzione artistica di Salvino Aiello, dove inizia la sua formazione artistica. Nel 1976 è chiamato dagli attori della ormai disciolta Brigata d'Arte, come Presidente e direttore Artistico, a formare una COMPAGNIA STABILE sotto forma di COOPERATIVA, denominata TEATRO DELLE ARTI. Ha rappresentato, in Argentina, Brasile, Canada, Cile, Germania, Stati Uniti Uruguay e Venezuela, con il patrocinio del Ministero degli Esteri, le commedie del repertorio di Angelo Musco. Le esibizioni più significative da ricordare sono: Il giornalista Furio COLOMBO sulla PRIMA PAGINA del giornale "LA STAMPA" sull’attività in USA, il 13/12/93 fra l'altro scrive: La lingua siciliana di Idonea e dei suoi attori non è un problema in America. La gente, non solo gli emigranti ma gli americani che vanno a vederlo, capisce il suo teatro, come avrebbe capito EDUARDO, come capisce l'opera. Non saprei dire se la comunicazione scaturisce dalla forza espressiva e mimica o dal miracolo di identificazione fra culture lontane che certe volte il teatro è capace di provocare. Questo certo accade con la compagnia "di giro" di Gilberto Idonea, un giro che lo porta dai paesini siciliani alla California, dal Bronx alla Casa Italiana della New York University, fra un pubblico di famiglia e un pubblico estraneo che ascolta in religioso silenzio come se disponesse di una traduzione simultanea.
Ha partecipato al film MALENA di Giuseppe Tornatore nell'importante ruolo dell'Avvocato CENTORBI ed è stato coprotagonista nella PIOVRA 10 nel ruolo del malefico avvocato RITTONE.

 

 

Pietro Anastasi. Nato a Catania il 7.4.48. Sembrava uscito dalle valigie di cartone degli emigranti, divincolandosi fra metri di spago con la stessa agilità con la quale riusciva a liberarsi dagli scomodi tacchetti degli stopper avversari. Sembrava fatto apposta per rasserenare i sogni di migliaia di meridionali, trapiantati per necessità al nord e desiderosi di identificarsi nella rivincita epocale di uno di loro. Pietro Anastasi, detto "Pietruzzu u turcu", detto "Pelè bianco", frutto succoso di Sicilia servito al tavolo degli Agnelli, vento del Mediterraneo pronto ad agitare le bandiere bianconere di tutta Italia. Approdò al grande calcio per caso, grazie ad un volo di ritorno a Milano perso per qualche minuto dall'uomo di fiducia dell'allora presidente del Varese Guido Borghi. Bloccato a Catania, decise di ingannare il tempo accogliendo l'invito di un amico, e cioè andando a vedere il bambino prodigio del posto, un ragazzino che giocava nella Massiminiana. Andò, guardò, e fu amore a priva vista: quel giovane talento non correva, ma volava sul campo polveroso, alzando nuvole di terra e di speranza. Fu così che Anastasi salì al nord, e seppe, nell'intervallo di una amichevole disputata con l'Inter, di essere stato dirottato verso Torino, verso la Fiat, verso la Juventus. Pietro fece coppia per anni con Bettega, e insieme, i due giovani attaccanti, rappresentarono la fusione fra la Torino dei torinesi, taciturna e laboriosa, e la Torino dei meridionali, istintiva e operaia. Ci fu un giorno nel quale, il 27 aprile 1975, l'allenatore Carlo Parola lasciò in panchina Anastasi, negandogli la maglia di titolare numero 9 contro la Lazio. Incassò, non nascose il malumore, fino al momento in cui il tecnico ebbe bisogno di lui, schierato solo nel corso del secondo tempo. Pietro entrò, e nel giro di 5 minuti 5 (83'-89'), saettante come il fulmine, devastante come l'adrenalina, segnò 3 gol 3 ai bianco-celesti, mandando in paradiso i suoi tifosi. Anche oggi, commentatore per Italia 7 dopo esserlo stato per Telepiù, quel signore scuro scuro, dal sorriso alla Celentano e dal profilo alla Calimero, ha la Juventus nel cuore. A Torino il meridionale è ormai integrato, e il sudista di oggi è diventato l'extra-comunitario, che si è impossessato delle aree urbane di Porta Palazzo e San Salvario. Anastasi, però, resta un simbolo, una farfalla che negli anni 70 accarezzava le fantasie della città divisa, muro contro muro, dialetto contro dialetto, come in un derby delle radici. (Carlo Nesti)

 

Giovanni Grasso (Catania, 19 dicembre 1873 – Catania, 14 ottobre 1930) è stato un attore teatrale e attore cinematografico italiano.
G.Grasso e V.Balistrieri in Sperduti nel buioGiovanni Grasso è ricordato come il più grande attore tragico siciliano ed uno dei maggiori in Italia. Iniziò la propria attività nello spettacolo al teatro dell'opera dei pupi gestito dal padre. Alla carriera teatrale venne avviato da Nino Martoglio. Al fianco del famoso poeta e con una importante compagnia teatrale composta fra gli altri da Virginia Balistrieri, Giacinta Pezzana e Totò Majorana interpretò diverse opere di successo come il Berretto a sonagli, Morte civile, Pietra su pietra e la Cavalleria rusticana recitando nei più importanti palcoscenici d'Italia e poi internazionali: Spagna, America del Sud, Francia, Inghilterra, Germania, Russia. Recitò anche nel cinema muto di cui viene considerato un pioniere nell'ambito siciliano.

 

 

Nata a Catania nel 1952, Marcella Bella ha iniziato prestissimo la carriera artistica. Infatti nel 1965 partecipa alle selezioni del Festival di Ariccia, manifestazione dedicata ai nuovi talenti e nella quale furono "scoperti" molti artisti (ad esempio Rita Pavone) e vince; ma a causa della giovanissima età, resta esclusa e non può godere della vittoria. Continua, in quegli anni, a partecipare a concorsi e manifestazioni allora molto in voga, riscuotendo sempre un buon successo di pubblico. Scoperta dal maestro Ivo Callegari, incise nel 1969 il suo primo disco, Pagliaccio. Nei primi anni Settanta inizia a collaborare, per le composizioni dei brani, il fratello Gianni, allora ancora sconosciuto. Nascono così i primi successi: Montagne verdi, Io domani, Nessuno mai e tanti altri. Ottima interprete, MarcellaBella è sempre riuscita a essere personale, con uno stile subito riconoscibile e certamente unico nel nostro panorama della canzone leggera. Ha cantato in tutte le manifestazioni italiane più importanti, dal Festivalbar a Canzonissima al Festival di Sanremo

 

 

Anna Kanakis è nata a Catania nel 1962, greca per parte di padre, Anna ha e ammette di avere un carattere pungace. "Oggi penso di essere una persona equilibrata, mentre in passato ero molto aggressiva".

Si è sposata con Claudio Simonetti, ma il matrimonio non è durato molto.

Nel 1999, per recitare il ruolo di criminologa in "FINE SECOLO", fiction in 6 puntate su RAIDUE, Anna ha imparato a sparare con la pistola, ha frequentato un corso di aikido con i Nocs e ha studiato con un dirigente della Criminologia

 

 

 

Rosina Anselmi, (1880-1965), catanese e membro di una famiglia d'arte, inizia la sua carriera presso il Teatro Sancarlino e fa parte del Teatro Machiavelli. Fa parte anche delle compagnie teatrali di Nino Martoglio, Giovanni ed Angelo Grasso. Attrice dallo sguardo della "popolana" pettegola, trova la sua collocazione teatrale ideale a fianco di Angelo Musco del quale diventa la perfetta antagonista. Alla morte del celebre attore, Rosina riunisce i membri della antica Compagnia ed insieme a Giovanni Grasso junior e Turi Pandolfini crea una nuova formazione teatrale. Anche se sofferente per problemi circolatori, dopo qualche anno di assenza e grazie all'intervento di Turi Ferro riappare al teatro e fa parte per tre stagioni dell'Ente Teatro di Sicilia.

 

 

 

Tuccio Musumeci nasce a Catania nel 1935. Inizia la sua carriera teatrale lavorando nel varietà e nell'avanspettacolo ed ha come compagno di lavoro Pippo Baudo. Gli anni difficili della gavetta terminano quando Mario Giusti lo recluta per l'Ente Teatro di Sicilia e con la partecipazione al Teatro Stabile di Catania. Tra i suoi primi successi si ricordano le sue partecipazioni a "Il berretto a sonagli" di Pirandello e "Il controveleno" di Martoglio. Tra i suoi maggiori successi si ricorda la rappresentazione di "Cronaca di un uomo" di Pippo Fava e "Il Consiglio d'Egitto" di Sciascia. La sua teatralità si ricorda soprattutto per la gestualità tipica di una marionetta e per la sua comicità.

 

 

 

Salvo Randone inizia la sua carriera presso il Circolo Artistico di Catania. Si afferma come attore con la Compagnia della Commedia diretta da Cominetti. Fedele agli autori teatrali classici del calibro di Shakespeare e Pirandello, incanta le platee grazie alla sua capacità d'esaltare il mondo culturale siciliano, per la sua fedele ricostruzione psicologica e l'ambiguità che gli permette di rappresentare al meglio gli eroi pirandelliani. Tra questi ultimi si ricorda soprattutto la sua rappresentazione de "Il berretto a sonagli". Tra le sue rappresentazioni teatrali più celebri si ricorda soprattutto quella dell'Otello di Shakespeare insieme a Vittorio Gasmann. Egli fu un attore che riusciva a vivere i suoi protagonisti, come un artista dal repertorio vastissimo che spazia dai classici greci alla drammaturgia contemporanea. 

 

Calogero Calà in arte Jerry, è nato a Catania il 28 giugno 1951. Dopo anni di gavetta come cabarettista con il gruppo dei "Gatti di Vicolo Miracoli", con i due film e soprattutto con le canzoni "Prova" e "Capito" (quest'ultima sigla della trasmissione "Domenica In", con essi raggiunge la celebrità e il primo passo verso il successo.

A questo punto, siamo agli inizi degli anni '80, le loro strade iniziano a separarsi.

Jerry Calà decide di continuare da solo la carriera cinematografica, e all'inizio (1981) si divide tra il set e gli spettacoli che i Gatti continuano a tenere nei teatri di tutta Italia. In particolare, la sua carriera di attore si dividerà tra i film prodotti dalla "Dean Film" e da Claudio Bonivento e quelli prodotti da Aurelio De Laurentiis. I Fichissimi, film targato Vanzina, registra un successo enorme al botteghino. A fronte di 470 milioni spesi nel film, l'incasso sarà di circa 9 miliardi!

Quasi contemporaneamente, Jerry veste i panni dell'allenatore di Bud Spencer nel Film "Bomber". Nel cast troviamo anche Gegia che reciterà con lui in altri film.

Il 1982 può essere considerato come l'anno in cui si sciolgono definitivamente i Gatti di Vicolo Miracoli.

A questo punto Jerry interpreta con Marco Risi, il suo primo film da protagonista assoluto: "Vado a Vivere da Solo", in cui troviamo un fantastico Lando Buzzanca e la splendida Elvire Audrè, prematuramente scomparsa.

La storia del Film è curiosa: un giorno Jerry si presenta da Enrico Vanzina con in mente un titolo fantastico:"Vado a vivere da solo" appunto, dal quale il film prende forma nel soggetto scritto insieme da Jerry, Enrico e Marco Risi, che sarà regista del film.Altrà curiosità: durante le riprese Jerry conosce Mara Venier (sua futura moglie), che recita una piccola parte in alcune scene che poi furono tagliate nel montaggio finale.

Ma il 1982 è anche l'anno di "Sapore di Mare", primo film "corale" dei Vanzina, che ebbe un grandissimo successo di pubblico e di critica. Jerry si rifiuterà poco dopo di partecipare al seguito, diretto dal compianto Bruno Cortini.

Siamo ormai nel 1983, e A Jerry viene proposto un ruolo un po' anomalo. Interpretare un ragazzo muto, soprannominato "Parola", nel Film "Bar dello sport", per la regia di Francesco Massaro. Protagonista è un grandissimo Lino Banfi, emigrante pugliese che nella fredda Torino, grazie all'indispensabile consiglio di Parola, riesce ad imbroccare un 13 miliardario. Fallito un maldestro tentativo di evitare il film, Jerry si convince della validità della proposta ed accetta il ruolo, dopo essersi esercitato con dei ragazzi sordomuti. Il film ha un buon successo al botteghino e con il passare del tempo anche in televisione. Da notare anche la presenza ancora di Mara Venier nei panni della cassiera del Bar......

 

Igor Man. Nato a Catania, figlio di uno scrittore siciliano e di una nobile russa esule in Italia, è una "firma storica" del giornalismo italiano. Subito dopo la Liberazione, giovanissimo, entra nel "Tempo". Nel 1963 Giulio de Benedetti lo chiama alla "Stampa" dove lavora tutt'ora come editorialista e inviato. Ha dato testimonianza degli accadimenti più significativi degli ultimi 50 anni: dalle guerre meridionali, al Vietnam, dall'Africa all'America Latina, sopravvivendo all'assedio di Camp Kannack (Vietnam) e al plotone di esecuzione (Sudan). Ha intervistato personaggi come Kennedy, Kruščëv, il “Che”, Madre Teresa, Golda Meir, Gheddafi, Padre Pio, Khomeini, Arafat, Shimon Peres. Studioso delle religioni, è tra i massimi esperti del mondo islamico. Autore del longseller Diario arabo (Bompiani, 1992), ha vinto fra gli altri il Premio Hemingway, il Premio Colomba d’Oro per la Pace (ex aequo con Amnesty International) e il Premio Internazionale St. Vincent alla carriera. L'Università internazionale Giorgio la Pira lo ha nominato, insieme con l'Abbé Pierre, "Artisan de la Paix" nel 2000.

 

Umberto Balsamo. Cantautore catanese attivo principalmente negli anni '70. Raggiunto subito un buon successo con Se fossi diversa del 1972, partecipò nel 1973 al Festival di Sanremo nel 1973 con Amore mio, che ottenne un buon piazzamento e un discreto riscontro commerciale. Da allora, per tutto il decennio i suoi successi furono diversi. I brani più conosciuti sono Bugiardi noi, 3° posto nella hit parade e soprattutto L'angelo azzurro, canzone che raggiunse il 1° posto, rimanendovi per ben 6 settimane. Il brano fu uno dei grandi successi del 1977, (28 settimane in hit parade). Nel 1979 l'ultimo grande successo con Balla (18 settimane in classifica). Negli anni '80 ha scritto brani soprattutto per altri. Alcuni suoi brani sono parecchio imbarazzanti; in special modo Futuro per Orietta Berti ("... a voi russi e americani / io non delego il suo domani..."), Italia per Mino Reitano, Nascerà Gesù per i Ricchi e Poveri.

 

 

 

Tiziana Lodato (Catania, 10 novembre 1976) è un'attrice italiana. Dopo degli studi presso il Teatro Stabile di Catania, debutta nel grande cinema nel 1995 con una parte da protagonista ne L'uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore. Dopo il debutto e la maturità all'Istituto d'Arte di Catania decide di stabilirsi a Roma, dove studia e amplifica la sua formazione d'attrice. Attualmente segue nella sua città natale i corsi del nuovo Dams, al fine di conseguire la laurea. Tiziana vive tra Catania, Roma, Lecce e Firenze. L'Istituto d'Arte le ha lasciato ancora la passione per il disegno. Appena può decide di fare un bel dipinto.

 

 

 

 

Marella Ferrera. Nata a Catania, Marella Ferrera si diploma all’Accademia di Moda e Costume di Roma iniziando già a sperimentare nell’atelier di famiglia in Sicilia. La prima sfilata del marchio risale al 1993, quando la Ferrera è inserita nel calendario ufficiale dell’Alta Moda Roma. L’estate dopo, a luglio, Marella Ferrera è tra le griffe che sfilano sulla scalinata di Trinità dei Monti. Testimonial d’eccezione le Principesse Michela Rocco di Torrepadula e Mafalda di Savoia Aosta. Per quest’ultima, lo stesso anno, Marella Ferrera disegnerà l’abito da sposa.

Arrivano intanto i primi riconoscimenti al suo talento. Nel 1997 ottiene il premio ”Marisa Bellisario”, la Mela d’Oro, per l’imprenditorialità nella moda. L’anno dopo vince l’Ago d’Oro come migliore couturier e dona al museo Boncompagni Ludovisi di Roma un abito con ricamo in ceramica di Caltagirone.

Intanto all’Alta Moda si affiancano i profumi, la linea beach che sarà presentata a Modamare a Positano nel 1999 e il pret-à-porter che sfila a Milano Collezioni nel 2001.

Ma la moda sta stretta alla stilista, da sempre appassionata di teatro. Dal 2000 Marella Ferrera collabora con il teatro stabile di Catania, diretto da Pippo Baudo. Nel 2001 realizza per il teatro Massimo di Palermo oltre 120 costumi per ”Les Maries de la Tour Eiffel A Paris”, del regista-coreografo belga Micha Van Hoecke.

 

 

Nuccio Costa (Catania, 1925 – marzo 1991) è stato un conduttore televisivo italiano attivo in RAI soprattutto negli anni sessanta e settanta.Tra gli altri ha presentato il Festival di Sanremo 1969 assieme a Gabriella Farinon e il Festival di Sanremo 1970 assieme a Enrico Maria Salerno e Ira Furstemberg. Ha presentato anche alcune edizioni del Cantagiro e il CantaEuropa.