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La Sicilia, con le sue tradizioni, la sua storia millenaria, i suoi paesaggi sconfinati in cui già si trovano le prime contraddizioni isolane costituite dall'alternanza tra speroni rocciosi e distese pianeggianti, i suoi abitanti che tendono più che mai ad esser in simbiosi con la propria terra, è tutto un mondo da scoprire. Un buon metodo di lettura e di conoscenza dell'isola è senza ombra di dubbio il cinema.
Parlare di cinematografia in relazione alla Sicilia vuol dire ricordare una serie di film spesso ineguagliabili, dei capolavori realizzati grazie alla partecipazione di grandi interpreti italiani e stranieri e che hanno trattato varie tematiche, da quelle comiche a quelle d'amore, da quelle storiche a quelle mafiose. La cinematografia italiana e straniera si è molto interessata alla Sicilia ed i nomi ricorrenti e celebri che hanno rappresentato l'isola sono Visconti, Germi, Rosi, Taviani, ai quali si aggiungono quelli di artisti più "giovani" del calibro dei "Premi Oscar" Tornatore e Benigni e di Gianni Amelio. Affrontare il binomio Sicilia-Cinema vuol dire anche adottare criteri di scelta nel ricordare i numerosissimi film ed interpreti che hanno contribuito a rendere molto ricco tale settore. Il
ilm di Francesco Rosi "Salvatore Giuliano", realizzato
nel 1962 con gli attori Salvo Randone, Frank Wolff e Pietro Cammarata,
è completamente girato in Sicilia e Lo stesso tema è stato successivamente ripreso dal regista Michael Cimino nel 1987 per la realizzazione de "Il Siciliano". In questo caso la storia del famoso bandito siciliano, qui interpretato da Cristopher Lambert, ebbe una diversa ambientazione cinematografica, cioè Sutera - Cl -. La città fu scelta perché molto somigliante, per struttura, a quella originaria del bandito e per mantenere un certo alone di riservatezza attorno alla produzione. Il regista genovese Pietro Germi (1914-1974) ha scelto di ambientare alcuni dei suoi film a Sciacca - Ag - e precisamente per realizzare "In nome della legge" nel 1949 e "Sedotta ed abbandonata" nel 1964. I vari luoghi della cittadina sono stati ripresi nei due film per intrecciarsi meravigliosamente con le vicende narrate tanto da confondersi con esse. Pensare di rivedere oggi gli stessi luoghi è un'impresa ardua perché il tempo e soprattutto l'azione dell'uomo li ha notevolmente modificati. In questo film si hanno numerosi riferimenti a film celebri, a partire da "La terra Trema", i cui titoli di coda scorrono nel cinema colpendo gli analfabeti e curiosi clienti, e "Catene". Il film va ricordato come uno squarcio della storia del costume, cioè di come il cinema ha saputo coinvolgere e far sognare chi vi si accostava e come un buon strumento di aggregazione. Alcune scene del film furono girate a Cefalù - Pa -, ed esattamente quelle riguardanti il porticciolo e le distese di case abbandonate, riprese che riguardano alcune fasi della crescita del protagonista del film. Il
film "L'avventura", realizzato da Michelangelo
Antonioni nel 1960, fu girato nelle Isole Eolie, ed esattamente a Lisca
Bianca. Inizialmente l'isola è il teatro per l'incontro dei Molti
film sono stati girati nella provincia di Ragusa. Un primo esempio è
sicuramente "Marianna Ucria", film tratto dall'omonimo
romanzo scritto da Dacia Maraini e girato da Roberto Faenza nel 1996 in
buona parte a Villa Fegotto, nelle vicinanze di Chiaramonte Gulfi. Il regista Gianni Amelio realizzò nel 1993
il film "Ladro di bambini" per la Erre Produzioni e
Alia Film con gli interpreti Enrico Lo Verso, Valentina Scalisi e
Giuseppe Ieracitano. Le scene sulla spiaggia e col mare furono girate
sempre nella provincia di Ragusa. Da
ricordare il film "La stanza dello scirocco" tratto dal
romanzo di Domenico Campana, realizzato dal regista Maurizio Sciarra ed
interpretato da Giancarlo Giannini e dalla catanese Tiziana Lodato. Gli "interni" del film furono
girati nel Castello di Donnafugata ed altre scene sono state girate a
Monterosso Almo. Un successivo
aspetto della cinematografia isolana riguarda gli attori nati in Sicilia
e che hanno contribuito ad accrescerne la popolarità. Un
altro grande attore siciliano è Giovanni Grasso (1873-1930),
discendente da una Il film tratta di due derelitti, il cieco Nunzio (interpretato da Grasso) e Paolina (interpretata da Virginia Balistrieri), diseredata dal padre naturale, il duca di Valenza, e sfruttata dalla malavita. "Nunzio" riesce a liberare la ragazza dalla sua schiavitù ed i due conducono insieme una vita misera mendicando. Turi
Ferro (1921) è un altro attore siciliano molto famoso. Il suo impegno
lavorativo maggiore è rappresentato dal teatro, ma ha lavorato
spessissimo anche per il cinema. Si possono citare, infatti, film come "Un
uomo da bruciare" (realizzato dai fratelli Taviani e da
Valentino Orsini nel 1965), "Malizia" (film del 1973
realizzato dal regista Salvatore Samperi), "Il lumacone"
(film del 1975 realizzato da Paolo Cavara e con gli attori Agostina
Belli e Ninetto Davoli), "Il Turno" (realizzato da
Tonino Cervi nel 1981 e con gli attori Laura Antonelli, Vittorio Gassman
e Paolo Villaggio) e "Novella Siciliana" (opera
realizzata da Wolf Gaudlitz nel 1988 per la Salafilm & Duofilm
Munchen e con gli attori Hilmar Thate e Massimo Bonetti). Indimenticabile è la coppia di attori comici palermitani Franco Franchi (all'anagrafe Francesco Benenato) e Ciccio Ingrassia che realizzarono insieme più di cento film. Tra essi si può citare "L'Onorata Società" di Riccardo Pazzaglia girato nel 1962 insieme ad attori del calibro di Vittorio De Sica, Domenico Modugno e Rosanna Schiaffino. Indimenticabili sono anche le trasposizioni di alcuni testi letterari in opere cinematografiche. Tra le trasposizioni cinematografiche delle sue opere si possono citare, ad esempio, quelle riguardanti "Storia di una capinera" realizzata nel 1917 per la regia di Giuseppe Sterni per la Silentium Film e quella del 1945 realizzata per la regia di Gennaro Righelli con gli attori Marina Berti, Claudio Gora e Tina Lattanzi per la Titanius. Indimenticabili
sono, inoltre, le trasposizioni cinematografiche de "La
cavalleria Rusticana". L'opera verghiana è ricordata
soprattutto per la sua drammaticità. Santuzza, compromessa per la sua
relazione con Turiddu Macca, scopre d'esser stata tradita dal compagno
che ha avuto un incontro amoroso con Lola, la moglie di Alfio di
Licodiano. Lo stesso Turiddu, in realtà, era stato a sua volta tradito
perché era innamorato di Lola, ma, quando ritorna dal servizio
militare, scopre che la donna si era già sposata. Mentre tutta la
cittadinanza sta seguendo la messa della mattina di Pasqua, Santuzza
rivela tutto ad Alfio ed i due uomini si scontrano in un duello che
decreterà la morte di Turiddu. L'opera letteraria divenne un film per ben due volte nel 1916, la prima per la regia di Ubaldo Maria del Colle per la Flegrea Film e la seconda per la regia di Ugo Falena per la Tespi Film. Ci furono altre rappresentazioni di tale opera, a partire da quella realizzata nel 1924 per la regia di Mario Gargiuolo per la Film d'Arte Italiana/Lombardo Film e quella del 1939 per la regia di Amleto Palermi, per la Scalera Film e con gli attori Isa Pola, Carlo Ninchi, Doris Duranti e Leonardo Cortese.
Da citare, in quest'ultimo caso, sono le trasposizioni cinematografiche di "Liolà" - celebre commedia che narra delle alterne vicende amorose dell'anziano Zio Simone Palumbo e del gaio Liolà rappresentato nel 1964 per la regia di Alessandro Blasetti con gli attori del calibro di Ugo Tognazzi, Pierre Brasseur e Giovanna Ralli - e "Kaos" - realizzato nel 1984 per la regia di Paolo e Vittorio Taviani con gli attori Margarita Lozano, Claudio Bigagli e Massimo Bonetti -. Non
si possono trascurare, inoltre, film come "L'uomo, la bestia e
la virtù" tratto dalla commedia omonima di Pirandello e
realizzato per la regia di Steno, film che riunisce attori del calibro
di Totò, Orson Welles, Viviane Romance, Franca Faldini, Mario
Castellani, Giancarlo Nicotra e Clelia Matania, ed ancora le varie
rappresentazioni de "Il fu Mattia Pascal", come quella
realizzata nel 1925 da Marcel L'Herbier e quella più recente realizzata
da Mario Monicelli dal titolo "Le due vite di Mattia Pascal".Successivo
esempio del felice connubio tra scrittori siciliani e cinema è
rappresentato dalle trasposizioni cinematografiche di alcune opere di
Leonardo Sciascia, a partire da "A ciascuno il suo" -
realizzato nel 1967 per la regia di Elio Petri, per la casa Cemo Film e
con gli attori Gian Maria Volontè, Irene Papas e Gabriele Ferzetti - e
"Il giorno della civetta" - realizzato nel 1968 per la
regia di Damiano Damiani per la Panda Cinematografica e con gli attori
Franco Nero, Claudia Cardinale e Lee J. Cobb -. L'incontro tra Sciascia ed il cinema si ha anche con il film di Gianni Amelio "Porte Aperte" - realizzato nel 1990 per l'Istituto Luce Ucrania Film e con gli attori Gian Maria Volontè, Ennio Fantaschini e Vitalba Andrea - e con il film di Emidio Greco "Una storia semplice" - realizzato nel 1991 per la BBE Internatinal-Claudio Bonivento Production e con gli attori Gian Maria Volontè, Ennio Fantaschini, Ricky Tognazzi e Massimo Ghini . Lo stesso Sciascia ammise di sentirsi molto debitore nei confronti del cinema grazie al caratteristico modo di raccontare che ha tale strumento di comunicazione, così come il cinema, del resto, è debitore nei confronti di questo genio letterario siciliano dal quale attinse molto quando si voleva parlare di mafia, politica, giustizia, di intrighi dal chiaro riferimento a tematiche civili e sociali. Vitaliano
Brancati può esser degnamente ricordato come un illustre figlio della
Sicilia e come un intellettuale che si distinse per le sue attività di
letterato, critico cinematografico, Tale lavoro è l'esempio classico della massima fedeltà tra cinema ed opera letteraria, è la testimonianza di come il protagonista Aldo Pisciatello è un antieroe, un uomo destinato a sottostare alla mentalità della sua Modica per esser successivamente e nuovamente sconfitto quando i tempi cambiano sotto il vento del fascismo e della democrazia.
Tra
le altre trasposizioni cinematografiche di opere letterarie occorre
citare quella del romanzo di Luigi Capuana "Il Marchese di
Roccaverdina" realizzata da Fernardo M. Poggioli nel 1943; il film
è intitolato "Gelosia", ha come interpreti Luisa
Ferida, Ronaldo Lupi ed Elena Zareschi e fu prodotto da
Cines-Universalcine. "Il Gattopardo", film del regista milanese Luchino Visconti (1906 -1976), è tratto dal classico di Tommasi Di Lampedusa e fu realizzato nel 1963 per la Titanius e con gli attori Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale. Il film va ricordato come uno spaccato della società siciliana al tempo dell'impresa dei garibaldini, dell'avvicinamento di due differenti classi sociali attraverso una proposta di matrimonio (da una parte c'è Tancredi-Alain Delon, esponente della vecchia classe nobiliare siciliana che dalla sua parte ha solamente il buon nome ed il rango e Angelica - Claudia Cardinale, esponente della nuova classe media emergente che non possiede cultura ma che può contare su un ingente patrimonio. Il film è un tipico specchio dei travolgimenti sociali che riguardarono la Sicilia in quegli anni ed il tutto è reso ancora più vivo dai discorsi disincantati del Principe di Salina che denunciano, con il loro pessimismo, la fine di un'epoca con la dissoluzione che il ceto nobiliare si appresta a vivere. Infine, occorre citare "Diceria dell'untore", opera realizzata nel 1990 da Beppe Cino e tratta da un romanzo di Gesualdo Bufalino con gli attori Franco Nero, Lucrezia Lante Della Rovere, Fernando Rey, Remo Girone, Salvatore Cascio, Dalila Di Lazzaro, Gianluca Favilla, Nando Murolo, Egidio Termine e Vanessa Redgrave. Il film va ricordato per l'estrema fedeltà data allo spirito del testo letterario, per l'intensa interpretazione degli attori e per l'attenta rappresentazione della cruda ed estrema realtà del sanatorio. Il contatto tra la Sicilia ed il cinema si può vedere sotto una diversa angolazione, cioè quella che unisce i grandi registi alle tematiche siciliane. Un
primo esempio è dato dalla forte presenza del regista genovese Pietro
Germi (1914-1974). Sorvolando sui
già citati "In nome della legge" (film di mafia del
1949 per la Lux Film e con gli attori Massimo Girotti, Jone Salinas,
Charles Vanel e Saro Urzì tratto dal romanzo dell'ex magistrato
Giuseppe Lo Schiavo) e "Sedotta e abbandonata" (film
realizzato nel 1964 con gli attori Stefania Sandrelli, Saro Ad
Agramante, un paesino disperso nella provincia siciliana, il barone
Fefè Cefalù (Mastroianni) ha per moglie una donna gelosa e trascurata,
rappresentata dalla Rocca, e nel contempo è innamorato, e ricambiato,
dalla cugina (rappresentata dalla Sandrelli). Il barone, per coronare il
suo sogno d'amore, ha come sola via d'uscita quella data dal
"delitto d'onore". Spinge la moglie nelle braccia dell'ex
spasimante per poterli così cogliere in flagranza di reato, cosa che
però non accade perché i due amanti riescono a fuggire prima
dell'arrivo del barone. Così egli diventa lo zimbello del paese e la
vendetta diventa quasi un obbligo: quando Fefè trova ed uccide i due
amanti ottiene un processo trionfale che si chiude con la condanna al
minimo della pena, tre anni di reclusione. Quando Fefè torna ad esser
un uomo libero, può finalmente sposare l'amata cugina, non sapendo che
la donna incomincerà a tradirlo già dal viaggio di nozze. "Il
cammino della speranza" fu girato nel 1950 con gli attori Raf
Vallone, Elena Varzi, Saro Urzì e Franco Navarra. La tematica Da non dimenticare è decisamente l'ingente produzione del regista napoletano Francesco Rosi. Il suo legame con la Sicilia si vede già dall'esordio della sua carriera, quando lavorò come aiuto-regista per Luchino Visconti per la realizzazione de "La terra trema". I suoi primi film si ricordano come una sorta di denuncia sociale e danno una chiara idea di come il regista elaborò un suo codice linguistico-cinematografico del neorealismo. Se il suo capolavoro eccellente è il già ricordato "Salvatore Giuliano", indimenticabili restano altri film, dalle chiare tematiche sociali. Da citare, innanzitutto, è il film "Il caso Mattei" girato nel 1972 ed interpretato magistralmente da Gian Maria Volontè, Franco Graziosi e Luigi Squarzina. Il film-inchiesta tratta dell'attività di Enrico Mattei e del contesto storico in cui essa si svolse ed anche della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che lavorava per il quotidiano "L'Ora" di Palermo. Un film dalla chiara tematica mafiosa realizzato da Rosi è "Lucky Luciano" realizzato nel 1973, prodotto da Franco Cristaldi per la Titanius ed interpretato in maniera magistrale da Gian Maria Volontè, Edmund ÒBrien, Vincent Gardenia, Silverio Blasi, Charles Cioffi, Larry Gates e Rod Steiger. Il film è una sorta di biografia del gangster che evitò l'ergastolo grazie all'aiuto che diede agli Alleati durante lo sbarco in Sicilia e che, ritornato in Italia, continuò le sue attività illegali di controllo sulla mafia italo-americana finché non morì a causa di un infarto. Occorre citare il film "Cadaveri eccellenti", opera tratta dal lavoro di Leonardo Sciascia "Il contesto" e realizzata nel 1976 con gli attori Lino Ventura, Alain Cuny e Tino Carraro. Il film ha una doppia ambientazione (Sicilia-Roma) e dimostra ancora una volta che il connubio Sciascia-cinematografìa permette di creare delle opere dagli intrighi sociali e politici davvero corposi e dai chiari richiami sociali e politici. In questo caso il protagonista è l'ispettore Rogas che indaga sulle morti sospette di alcuni procuratori e giudici, cioè delle personalità importanti, "eccellenti", finché non scopre un contesto eversivo particolare, una sorta di potere negativo che si è fortificato creandosi una discreta rete di interessi economici ed intrecciando legami sociali. Il film non ha un lieto fine poiché si conclude con la morte dell'ispettore.
La
storia di una famiglia siciliana che prende le mosse dal ventennio
fascista in cui Cicco, sin da bambino apertamente contestatore, è un
pastore che ha la passione per la letteratura epica. Suo figlio Peppino,
cresciuto durante la guerra, entrerà nelle file del Partito Comunista
divenendone un esponente di spicco sul piano locale e riuscendo a
sposare, nonostante la più assoluta opposizione della famiglia di lei,
Mannina che diventerà madre dei loro numerosi figli che saranno
comunque considerati da alcuni sempre e comunque ‘figli del
comunista'. http://it.wikipedia.org/wiki/Baar%C3%ACa http://www.mymovies.it/film/2009/baarialaportadelvento/
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Catania e l'Etna nel Cinema
L'Etna
e il suo territorio sono i luoghi del mito classico. Ma le terre
etnee, ricche di arte e di antichissime culture e tradizioni, sono
anche i luoghi del mito cinematografico. Gli scogli di Trezza sotto un
cielo in tempesta; il castello di Aci, scenario di riti arcaici; lo
splendore della
Se toccò a Brydone introdurre l'Etna nella letteratura europea del Settecento, nel cinema spetta a Pasolini il primato di averla descritta nella ricchezza dei suoi temi e dei suoi miti. L'Etna parla allo scrittore-regista un linguaggio subcosciente, intriso di influenze culturali e mitologiche. Per Pasolini il Vulcano diventa luogo d'elezione per manifestazioni soprannaturali e misteriche, l'unione dei contrari:morte e fecondità, neve e fuoco, paradiso e inferno. Il paesaggio etneo - lunare, orrifico ma di profonda bellezza - non poteva non stregare Pasolini che vi ambienta alcune significative sequenze di quattro dei suoi film. Egli arriva sul Vulcano per la prima volta nel 1964 per girarvi un episodio del suo antikolossal Il Vangelo secondo Matteo. Con una ampia panoramica dell'Etna, Pasolini apre Teorema e introduce il leit-motiv del deserto, delle lave, come luogo della spiritualità, anticamera della religiosità, quindi come luogo dell'inquie-tudine. Con Porcile Pasolini torna sull'Etna e gira una scena nella corte interna del Castello di Aci. Ma con l'incupirsi della parabola pasoliniana anche l'Etna cambia i propri connotati. Ne I racconti di Canterbury del '72 egli utilizza il nero fumante della colata lavica di Fornazzo per ambientarvi la scena dell'inferno. La montagna, dove un tempo era possibile purificarsi e incontrare un Dio liberatore, ora diviene scenario infernale, abitato da Satana. Sebastiano Gesù - Euromediterranea34 - a cura di Etnafest - Provincia di Catania
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Questa è la storia di una lite, anzi della lite. Quella lite, simile a tante altre che già erano state, ma che allontanò per sempre due fratelli, e le loro famiglie. Due fratelli che avevano sempre vissuto da fratelli, condividendo gioie e dolori, superando insieme le difficoltà della vita e dei loro caratteri, con amore. Lo stesso affetto che avevano trasferito ai loro figli, i due cugini, (Ficarra e Picone), cresciuti per tanti anni come fratelli. Così diversi tra loro: prepotente e carnefice il primo (Ficarra), remissivo e vittima il secondo (Picone). Poi, d'improvviso, quella lite li allontanò, rendendoli non più fratelli, se non nei loro ricordi di quel meraviglioso periodo della vita, che è l'adolescenza. Oggi, al momento della nostra storia, i nostri eroi sono due trentenni che conducono due vite profondamente diverse che il destino farà ritrovare... Il Messaggero. ROMA (6 marzo 2009) - Hanno alle spalle due film di successo (Nati stanchi ha incassato un miliardo e mezzo di lire, Il 7 e l’8 più di dieci milioni di euro) e sono riusciti ad abbattere altrettanti luoghi comuni: quello secondo il quale un’opera che ha successo al botteghino non può piacere anche alla critica e quello secondo cui i comici, se tentano la strada del grande schermo, falliscono inesorabilmente. Oggi Ficarra e Picone puntano ancora più in alto e, con il loro ultimo film, La Matassa, si prendono il lusso di sbeffeggiare la mafia. Il risultato è una commedia ricca (dall’attenzione ai piccoli ruoli alla notevole fotografia), diretta a sei mani dai due comici palermitani assieme a Giambattista Avellino e prodotta da Attilio De Razza in collaborazione con Medusa e Sky, nei cinema con Medusa dal 13 marzo in 500 copie. «La verità - raccontano Ficarra e Picone - è che ci è sempre piaciuto capovolgere le situazioni: per questo abbiamo dipinto personaggi come il mafioso che non riesce ad imporsi neanche a casa sua. Qualcuno si indigna quando si ironizza su una faccenda grave e tragica come la mafia, ma, secondo noi, il silenzio è peggio. Ricordiamo che anche Chaplin ha scherzato sul nazismo. Quanto a noi, siamo abituati a irridere i potenti, lo facciamo spesso a Striscia la notizia (ci torneranno il 30 marzo, ndr)». Nel film, la matassa da sbrogliare è quella di una lite fra due fratelli, che viene poi “ereditata” dai rispettivi figli, che da bambini erano inseparabili. Il tutto, fra avventure, pizzi e pizzini di mafia, sullo sfondo di Catania: per questo all’anteprima di ieri, Pippo Baudo ha voluto accompagnare i comici e godersi in prima fila il film sulla sua città. Del resto, a parte Anna Safroncik (che interpreta la socia in affari di Ficarra), il cast pullula di isolani: Pino Caruso (il sacerdote amico), Tuccio Musumeci, Domenico Centamore, Mario Pupella e Giovanni Martorana. Per non parlare di Claudio Gioè, che per la tv è stato addirittura Totò Riina. I comici qui interpretano due cugini, i figli di quei due fratelli che avevano litigato. Salvo Ficarra è il tipo che si crede più furbo degli altri, per questo ha aperto una sottospecie di agenzia “matrimoniale”, che procura permessi di soggiorno agli extracomunitari, mentre Valentino Picone è il timido e ipocondriaco proprietario dell’hotel di famiglia, pieno di debiti e soggetto a ruberie come se piovesse. «Abbiamo scelto di raccontare una lite in famiglia - affermano i comici - perché è veramente un tema universale e trasversale: diciamo la verità, succede a tutti. Noi siciliani, poi, litighiamo in un modo speciale: in silenzio. Se sono offeso con uno - sottolinea Picone - è lui che deve accorgersene da solo: già sono arrabbiato, vi pare che glielo devo pure dire?».
LA
TERRA TREMA. Regia:
Luchino Visconti Sceneggiatura: Luchino Visconti Fotografia: G. R. Aldo
Musica: Luchino Visconti, Willy Ferrero Montaggio: Mario Serandrei
(Italia, 1948) Durata: 160' Prodotto da: Salvo D'Angelo PERSONAGGI
E INTERPRETI 'Ntoni: Antonio Arcidiacono Cola: Giuseppe Arcidiacono Quando si parla di cinema nello Jonio, e soprattutto di Verga, è impossibile da dimenticare l'incontro tra lo scrittore e il regista Luchino Visconti. Le bellezze paesaggistiche siciliane hanno ospitato vari set cinematografici, a partire dalla cittadina di Aci Trezza - che nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la realizzazione de "La terra trema". La città dei faraglioni collaborò non solo come teatro della rappresentazione con chiari contorni urbani e con le sue bellezze, ma anche con alcuni dei suoi abitanti, circa una trentina, che furono coinvolti nel film come attori, i cui nomi non furono però citati nei titoli di coda ma che comunque restarono nella memoria cittadina e che sognarono spesso un rifacimento del film. Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale. Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema". I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale. Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti. Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano. Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente. Visconti
allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per
procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni
gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un
finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di
produzione "Universalia Film". A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali. L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali". Il
film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non
ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità
del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne
fatta La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata. A
distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha
dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella
intitolata a Verga. La trama - Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera. 'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa. Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca. Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti. - fonti: www.sicilycinema.it/ e www.acitrezza.it
IL BELL'ANTONIO Produzione Italia Anno 1959 b/n Regia Mauro
Bolognini -
Interpreti Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Pierre
Brasseur, Rina Morelli
I VICERE' ANNO:
Italia 2007 GENERE: Drammatico - Storico REGIA: Roberto Faenza CAST: Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Guido Caprino, Assumpta Serna, Sebastiano Lo Monaco, Giselda Volodi, Paolo Calabresi, Biagio Pelligra, Giovanna Bozzolo, Pep Cruz, Vito, Jorge Calvo, Anna Marcello, Katia Pietrobelli, Larissa Volpentesta, Danilo Maria Valli, Magdalena Grochowska, Daniela Terreri, Giulia Ferrario, Pino Calabrese, Giorgia Biferali, Cast:
Consalvo: Alessandro Preziosi Principe Giacomo: Lando Buzzanca Principessa
Teresa: Cristiana Capotondi Giovannino: Guido Caprino Duchessa Radalì: Assumpta
Serna Don Gaspare: Sebastiano Lo Monaco Lucrezia: Giselda Volodi Benedetto
Giulente: Paolo Calabresi Baldassarre: Biagio Pelligra Graziella: Giovanna
Bozzolo Don Blasco: Pep Cruz Fra’ Carmelo: Vito Michele Radalì: Jorge Calvo
Chiara: Anna Marcello Donna Margherita: Katia Pietrobelli Concetta: Larissa
Volpentesta Federico: Danilo Maria Valli Donna Isabella: Magdalena Grochowska
Lucia la sigaraia: Daniela Terreri Contessa Matilde: Giulia Ferrario I
Vicerè è un film che vede protagonista, nella sua magnificenza, la Catania
del Vaccarini, con le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti (via Dei
Crociferi, Piazza Duomo, Palazzo Biscari, il Monastero dei Benedettini…)
luoghi e architetture, che per la loro bellezza, il loro fascino e la loro
spettacolarità fanno già parte di un immaginario cinematografico, ancor di
più esaltato dalle immagini suggestive del film di Roberto Faenza. Tratto da
"I Vicerè" di Federico De Roberto scritto nel 1894, capolavoro della
letteratura italiana di fine Ottocento, tuttavia di sbalorditiva modernità e
attualità, è il secondo volume (il primo è "L'Illusione" del 1891,
e il terzo "L'Imperio" del 1929, uscito postumo) in cui lo scrittore
racconta l'epopea d'una potente dinastia, un'antica famiglia catanese d'origine
spagnola, gli Uzeda di Francalanza, nell'Italia del Risorgimento e
dell'unificazione. È il cuore della città barocca a pulsare per l’epopea
della terribile dinastia, fatta di egoismi, lotte, liti, miserie, sopraffazioni,
raccontata dal regista con ricche scenografie, in interni e in esterni, che
trovano nella città etnea ideali ambientazioni cinematografiche. La
trasposizione sullo schermo de "I Vicerè" di De Roberto, è un
capitolo fondamentale per il cinema siciliano e internazionale, che arriva
certamente in ritardo per la complessità dei fattori produttivi che affliggono
il cinema italiano, ma coraggiosamente affrontati da Faenza e dalla casa di
produzione "Jean Vigo" di Elda Ferri. Si tratta di un progetto di
grande spessore culturale che coniuga sapientemente la suggestione dei luoghi,
con il cinema di qualità e la letteratura siciliana. Con il suo nuovo film
Roberto Faenza, regista da sempre incline tanto a dar corpo a un cinema d’impegno
civile di spessore artistico quanto a tradurre per il grande schermo pagine
intense di autori italiani, coniuga felicemente queste due “anime” della sua
poetica, innestandole nel cuore della cultura siciliana, attualizzando con le
sue immagini il messaggio straordinariamente moderno del capolavoro letterario
di De Roberto.
STORIA
DI UNA CAPINERA Un film di Franco Zeffirelli. Con Valentina Cortese, John Castle, Vanessa Redgrave, Frank Finlay, Sinéad Cusack, Angela Marie Bettis, Jonathon Schaech, Camillo Pilotto, Mario Ferrari, Claudio Gora, Amalia Pellegrini, Maria Jacobini, Marina Berti, Teresa Mariani, Pat Heywood, Barbara Livi, Angela Bettis, Oreste Fares. Genere Drammatico, colore 99 minuti. - Produzione Italia 1993.
Catania. Maria, giovane figlia di un vedovo che si era risposato, all’età
di sette anni, poco dopo la morte della madre, è destinata al convento,
non in seguito al manifestarsi di una sua vocazione alla vita monacale,
ma per un’irrevocabile decisione familiare. Nella nuova famiglia,
composta dalla matrigna e dai due fratellastri Gigi e Giuditta, non c’è
più posto per lei: il convento è la sola via d’uscita possibile ai
mali della società di quel tempo. Ha quasi 20 anni Maria quando nel
1854 a Catania scoppia l’epidemia di colera ed è costretta quindi a
far ritorno a casa, trasferendosi con tutti i familiari nella tenuta di
campagna a Monte Ilice.
DIVORZIO ALL'ITALIANA Regia: Pietro Germi anno: 1962 Nazione: Italia Produzione: Lux Film Durata: 120' Genere: commedia CAST Daniela Rocca Marcello Mastroianni Leopoldo Trieste Stefania Sandrelli Lando BuzzancaNella
rovente terra di Sicilia, il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni),
arde d'amore, riamato, per la cugina Graffiante,
grottesco, di ironica denuncia; sapido, intelligente, senza pause;
monotematico (art. 587 C. P.), eppure poliedrico, artistico, spassoso;
un piccolo capolavoro. Ecco quel che ci viene in mente, a tutta prima,
riguardo quest'opera del regista Pietro Germi, che mette alla berlina
tutta l'ipocrisia, l'egoismo, il maschilismo becero e moralmente
inaccettabile di un periodo che oggi pare tanto lontano, ma che in
realtà è appena dietro l'angolo. Mattatore assoluto e perfettamente
plausibile, tra i suoi rovelli, benché in una parte risibile e
buffonesca, un Mastroianni dai mitici baffi, io narrante per gran parte
della pellicola. Bella prova per la giovane Sandrelli (doppiata).
Assolutamente irresistibili certi passaggi del film, come quello in cui
il barone, ormai pubblicamente tradito, scorre la posta, custodendo
gelosamente per il futuro processo le missive anonime con scritto
"cornuto", e stracciando con disgusto le lettere di
solidarietà pervenute. Perfino il finale, anzi finalissimo, regala
tanto, assecondando il motto latino "in cauda venenum".
PAOLO IL CALDO
Un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo
Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio
Cresciuto in una famiglia in cui, da sempre, tra i maschi si perpetua la
tradizione di arroganza e gallismo, da cui si è astenuto solo suo
padre, uomo di idee socialiste, il giovane barone catanese Paolo
Castorini , compiuti i venti anni, mostra di voler seguire l'esempio del
nonno e dello zio, dongiovanni impenitenti. Sconvolto dal suicidio di
suo padre, e dalle sue ultime parole, egli decide, per uscire dal
cerchio in cui è imprigionato, di trasferirsi a Roma, dove si trova lo
scrittore Vincenzo Torrisi, suo amico e compagno di bagordi. Nella
capitale, riprende la vita di sempre, avviando una serie di avventure
con la spregiudicata Lilia, con una principessa, una sartina, una
militante comunista. Tornato a Catania per la morte della madre,
decide di sposare la graziosa ed ingenua nipote di un farmacista. La
moglie, conscia di non riuscire ad essere la donna che vuole, lo
abbandona. Solo e disperato, irrimediabilmente schiavo del piacere,
incapace di ripristinare il dominio della ragione e di seguire i
consigli paterni, Paolo sa di essere condannato, come i suoi squallidi
parenti a vivere una vita di solitidine.
MALIZIA
Un film di Salvatore Samperi. Con Tina Aumont, Laura Antonelli, Lilla
Brignone, Turi Ferro, Alessandro Momo, Fu
'Malizia' il film che segnò la svolta in un genere cinematografico,
quello sexy-erotico, che sembrava avere il fiato corto, e che invece,
anche grazie al film di Salvatore Samperi, acquistò nuova linfa e si
rigenerò con successo fino al termine degli anni settanta. Il motivo
del trionfo al botteghino di 'Malizia' fu dovuto soprattutto alla sua
protagonista, la splendida Laura Antonelli, la cameriera che deve
soddisfare i desideri sia di un anziano vedovo (il bravissimo Turi
Ferro) che dei suoi figli, uno dei quali interpretato dallo sfortunato
Alessandro Momo. La Antonelli non solo era bella e sensuale, ma
rappresentava una novità per questo genere di film: l'attrice che
mostrava le sue grazie non era più una stangona straniera, non una
irraggiungibile Barbara Bouchet, una prorompente Edvige Fenech, non una
super sensuale Femi Benussi, ma aveva i panni di una donna dal viso
semplice, quasi una insospettabile vicina di casa condiscendente che
tutti i maschi italiani sperarono, prima o poi, di incontrare sul
pianerottolo di casa.
PERDUTO AMOR Nazione: Italia Anno: 2002 Genere: Commedia Durata: Regia: Franco Battiato Cast: Corrado Fortuna, Donatella Finocchiaro, Gabriele Ferzetti, Ninni Bruschetta, Rada Rassimov Produzione: Franco Battiato, Francesco Cattini Distribuzione: Warner Bros Battiato
non ha girato un film ma ha scritto una canzone montandoci delle
immagini al posto delle note. Ha preso il pentagramma e come un album di
ricordi ci ha incollato sopra le fotografie della sua infanzia a Riposto
negli anni Però, come dichiarato da lui stesso, non è un film autobiografico, infatti i ricordi della sua infanzia si limitano soltanto ai luoghi, agli oggetti e alle usanze che fanno da contorno alla storia dell’immaginario Ettore Corvaia. Ha usato i sogni e l’emancipazione del protagonista come un binario che ci porta attraverso tanti flash di rimembranze sul percorso Catania-Milano; e i cambi improvvisi fra la trama e le altre inquadrature non sono altro che introduzione, ritornello, refrain, ritornello, refrain, ritornello, finale, proprio come in una canzone, una canzone di quelle buone, di quelle che ti raccontano una storia invitandoti, per vederla, ad entrarci dalla porta di servizio e non da quella principale. La Madonna nera di Fossati parla di una processione religiosa, di una statua nera che si inclina, di un uomo che la sorregge e la paragona alla donna amata. Eppure è una canzone d’amore. Chi l’avrebbe mai immaginato se non l’avesse detto lo stesso Fossati? Questo è il bello di entrare dalla porta di servizio. Non pensavo che Battiato, cimentandosi al cinema quasi per gioco, riuscisse ad ottenere una fotografia degna di un regista con quattro oscar in bacheca. Ogni fotogramma è quasi un quadro. E poi i luoghi: Ragusa, Acicastello, Acitrezza, Catania e Palazzolo Acreide con i loro colori fanno già sceneggiatura; le suore con le tonache nere che si stagliano sulle facciate barocche di chiese costruite col tufo giallo, con lo sfondo del cielo azzurro… e poi la luce, l’immensa luce che c’è qui. Ungaretti deve essere passato da queste parti. Geniale la scena al macello, quando la cinepresa si sposta dalla mano armata di coltello - pronta ad uccidere l’animale – fino a salire sopra quel muretto affacciato sul mare dove si vede di spalle il piccolo Ettore, che non vuole più accettare quel mondo e sogna di veder passare il Rex dei suoi desideri e della sua fantasia, perché dentro di noi c’è sempre stato un Rex, simbolo di una partenza liberatoria che ti porta via.Gli oggetti, le situazioni, le battute necessarie per riportare lo spettatore indietro nel tempo sono tutti molto curati e, come uno storico consumato, Battiato non ha mai lasciato niente al caso. Nel bagno di casa Corvaia il padre con la brillantina in pomata davanti a un autentico specchio che si usava negli anni Cinquanta e dieci anni dopo il figlio con altro tipo di gel, altri pettini, altri specchi, altre canottiere, altro tutto (ma dove li ha trovati?). Tutto è stato messo al suo posto, minuziosamente, come in un museo di modernariato. Ho letto della visione metafisica di Battiato riportata in questo film. Mah…io non ne capisco niente di metafisica, forse sto parlando di metafisica e nemmeno me ne rendo conto. Comunque, le immagini presentano con dovizia di particolari una generazione e un mondo che non c’è più. Alcune cose me le ricordo e sono arrivato in tempo a vederle, anche se sono più giovane di Battiato: il mangiadischi, le seicento, quelle lampade sulle scrivanie, i complessini che suonavano su un palchetto con tastiere Farfisa traballanti e con improvvisati impianti di amplificazione, le uova acquistate in campagna, ecc. E anche i modi di dire e di fare: con calma, senza fretta, senza stress; ritmi molto cadenzati, perché allora di tempo ce n’era tanto e di cose, a differenza di oggi, se ne facevano poche ma buone. Le ventiquattro ore di un giorno sembravano non finire mai e, a volte, la salutare partita a briscola nel film serviva ad esoricizzare certe situazioni. Oggi sembrerebbe una cosa inutile e noiosissima e si scapperebbe subito presso lo studio di un consulente familiare, per non perdere tempo. Sempre per non perdere tempo. Perché non lo fermiamo questo tempo? Dalle parti di Acireale, in una frazione incastonata fra giardini di limoni e il mare, c’è un bar a conduzione familiare che produce una granita di mandorla buonissima, ma il servizio è pessimo. Può capitare di ordinarla e sentirsi rispondere "Ora a voli? Si facissi du passi ca poi a facemu!". Magari poi te la preparano subito, anche a mezzanotte, ma quelle lamentele sprigionano tutto il folclore e la sottile ironia che circolano da queste parti. I catanesi lo sanno, ci vanno apposta e stando al gioco si divertono a ricevere le risposte più colorite alle loro richieste. E fanno questo anche per passare tempo, e questo da noi si chiama "sbaddu" (spiego altrove cosa significa). Il bello viene quando capita da quelle parti una famigliola del Nord che si incazza quando riceve quelle risposte, risposte che non comprendono, perché la loro vacanza è tutta programmata e il tempo destinato all’assaggio di quella prelibatezza era soltanto di venti minuti, sempre per non perdere tempo. E invece non sanno che il divertimento è proprio lì, cogliere l’attimo di certe situazioni occasionali, sfruttarne tutti i suoi aspetti positivi e spassosi, senza guardare l’orologio o il telefonino. Devo dire che il film mi ha affascinato fin dall’inizio. Tanto ne ero preso che nel finale vengo pure colto di sorpresa: "Oh, guarda chi c’è… che ci fa De Gregori qui?", quasi dimenticando il motivo della mia presenza in quel cinema. Subito dopo, però, ho sollevato istintivamente la mia mano destra quasi a cercare il testo "rewind" del telecomando. Devo dire che nella parte del musicologo che parla di catarsi e sciamani si è comportato davvero bene, complimenti. La Sicilia, chiaramente, non è più come quella descritta nel film, anche qui la gente corre e pigramente si affida alla tecnologia perché è più comodo e non fa perdere tempo. Il cucito non si fa più come in quel bellissimo cortile circondato da banani, dove le donne, fra l’ago, la lingua e il ditale (facendo finta di essere sottomesse) regolavano il destino dei loro uomini. E’ sempre stato così, in Sicilia hanno sempre comandaro loro.La battuta finale di Sgalambro, seduto al tavolino di un bar in una piazza assolata, simboleggia tutto il nostro modo di essere: "La Sicilia esercita un diritto di appartenenza. Per favore, una granita alla mandorla". E’ vero, siamo fatti così. Seduti a un tavolino, con una granita di mandorla davanti e stavolta PER perdere tempo, volutamente, quaggiù siamo ancora capaci di consumarla impiegandoci anche due ore filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando … (MimmoRapisarda)
MIMI' METALLURGICO FERITO NELL'ONORE Regia:
Lina Wertmuller Sceneggiatura: Lina Wertmuller Fotografia: Dario DiPalma
Scenografia: Amedeo PERSONAGGI E INTERPRETI Rosalia Capuzzo in Mardocheo: Agostina Belli Carmelo 'Mimì' Mardocheo: Giancarlo Giannini Fiorella 'Fiore' Meneghini: Mariangela MelatoMimì, operaio siciliano di sinistra, viene licenziato a causa delle sue idee politiche. Costretto ad emigrare al nord, a Torino, per cercare un nuovo impiego, l'uomo lascia la moglie Rosaria. Giunto a Torino, Mimì trova lavoro come edile presso l'Associazione Fratelli Siciliani, che gli offre anche una sistemazione. Ben presto, però, Mimì capisce che l'associazione assistenziale è solo una facciata per coprire una serie di attività illecite della mafia. Dopo un attimo di titubanza, Mimì approfitta della situazione e fa carriera, grazie alla protezione mafiosa, in un'industria metallurgica. Nel frattempo si trova anche un'amante: Fiore, dalla quale ha un figlio. Quando però ritorna a Catania, con tanto di amante al seguito, Mimì scopre che sua moglie aspetta un figlio da un brigadiere della finanza. Deciso a vendicarsi Mimì seduce a sua volta la moglie del brigadiere e la mette incinta. Dopo che Mimì ha rivelato la verità al brigadiere, un sicario della mafia si mette in mezzo e per paura che l'uomo abbia una reazione contro Mimì, lo uccide. Mimì passa poco tempo in prigione finché la mafia lo fa scarcerare. All'uscita di prigione, diventa galoppino elettorale di un noto esponente mafioso. Si ritrova la moglie e l'amante con i rispettivi figli. Ma un giorno Fiore, l'unica che lo amava davvero, disillusa dalla situazione, lo abbandona.
UN BELLISSIMO NOVEMBRE Regia: Mauro Bolognini Interpreti: Margarita Lozano, Gabriele Ferzetti, Paolo Turco, Gina Lollobrigida Durata: h 1.31 Nazionalità: Italia 1969 Genere: drammatico Al cinema nel Gennaio 1969 Nino è un irrequieto adolescente di Catania, che cova una sfrenata passione d'amore per la zia Cettina. La donna, che è sposata e matura, ricambia in parte l'attenzione del nipote Nino ma allo stesso tempo è interessata ad un socio del marito, giovane ed aitante. Nino che è costretto così ad allontanarsi dalla zia, reagisce accettando suo malgrado. Infine il giovane, pur non dimenticando la focosa zia si sposa con una coetanea. Il film è tratto da un romanzo di Ercole Patti. Tutto ha inizio in uno dei salotti borghesi di Catania dove il giovane Nino è seduto con la zia sulle gambe, ciò ovviamente gli provoca delle forti emozioni che alla sua età saranno difficili da dimenticare. Lo sfondo si sposta alle pendici dell'Etna in una masseria nel mese di novembre (che ha sempre qualcosa di affascinante e misterioso). Il giovane s'innamora perdutamente della zia con la quale arriva a consumare la sua prima esperienza sessuale. Le conseguenze di questo amore proibito, data la parentela, per il giovane sono nefaste non solo perché lo porta ad una "morte psicologica", infatti il suo unico pensiero è rivolto alla zia, ma anche alla morte vera e propria poiché durante un raptus di gelosia insegue la zia che si era appartata con un altro uomo; temendo di essere scoperto scappa via e noncurante dei pericoli del sentiero "batté violentemente il capo su una roccia e non si mosse più". Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Un_bellissimo_novembre"
IL VANGELO SECONDO MATTEO REGIA:
Pier Paolo PASOLINI PRODUZIONE: Italia - 1964/2004 - Dramm./Biblico
DURATA: 137' INTERPRETI:
Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante,
Mario Socrate, Settimio Di Porto, Alfonso Gatto, Elio Spaziani, Luigi L'indicazione cinematografica per il Venerdì Santo ci induce alla visione di un'opera fra le più amate e discusse sulla vita di Gesù: “Il vangelo secondo Matteo”, diretto da Pier Paolo Pasolini. Il film fu presentato il 4 settembre del 1964 alla XXV Mostra di Venezia, che gli decretò il Premio Speciale della Giuria. Dopo il restauro della pellicola del 2004, il film lo si può reperire in videoteca. Questo film ci tocca molto da vicino, essendo stato in larga parte girato in Basilicata, in particolare a Barile e a Matera, con qualche esterna anche a Potenza, come in Puglia, in Calabria e nella Valle dell'Etna. La fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli ne esalta i contenuti, con la sua immagine di povertà, non meno dei costumi curati da Danilo Donati, e delle musiche originali di Luis Bacalov, oltre che del repertorio classico che tocca Bach, Mozart, Prokofiev, Webern, con incursioni nella musica etnica africana, incisiva ed intensa come lo sono i canti rivoluzionari russi. E poi il cast: Gesù è interpretato dallo studente spagnolo Enrique Irazoqui (doppiato da Enrico Maria Salerno); Margherita Caruso è Maria da giovane; la madre del regista Susanna Pasolini interpreta l'anziana Madonna; e infine la schiera di scrittori e poeti a lui cari, come Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Alfonso Gatto (l'apostolo Andrea) Enzo Siciliano (Simone); e Ninetto Davoli (pastore); Amerigo Bevilacqua (Erode I); Francesco Leonetti (Erode II); assistente alla regia Elsa Morante. Innumerevoli i premi vinti dal Vangelo dopo aver commosso il pubblico a Venezia. Il film è una riproposizione molto fedele del Vangelo secondo Matteo. Si ripercorrono le tappe della vita di Gesù Cristo: la nascita, Erode, il battesimo di Giovanni Battista fino ad arrivare alla morte e alla resurrezione. Pasolini
lesse il Vangelo per la prima volta nel 1942, la seconda ad Assisi nel
1962 su invito della Pro Civitate Christiana presso la Cittadella. L
'iniziativa venne da Lucio Caruso, un medico che operava nella
Cittadella Cristiana e che aveva fondato alcuni lebbrosari in Africa.
Quando abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo, leggevamo ancora nei
suoi occhi un entusiasmo giovanile per quell'esperienza unica. Pasolini
– ci raccontava – lesse il Vangelo di Matteo in una sola notte e lo
trovò completo per una sceneggiatura. Riteneva la versione
dell'apostolo Matteo quella che più d'ogni altra risalta l'umanità del
Cristo, il suo essere uomo tra gli uomini. Pasolini non era cattolico, e
quella mancanza di "resistenze interne" lo convinse a
terminare questo ambizioso e rischioso progetto. Il Vangelo cui Pasolini
si richiama lascia emergere una figura umana, più che divina, di Cristo
che, anche se ha molti tratti di dolcezza e mitezza, reagisce con rabbia
all'ipocrisia e alla falsità. È un Cristo che non è venuto a
"portare la pace ma la spada", perché sia possibile accedere
al regno di Dio con cuore puro "come quello dei bambini". E c'è la Basilicata da sfondo alle immagini sul Cristo di Pasolini. Esattamente le cantine di Barile, dove memorabili resteranno le immagini della “Strage degli innocenti”: bambolotti come bambini scaraventati e dilaniati dai crudeli soldati di Erode. Armati di spadino di legno e con un turbante nero, apparivano nella finzione di uccidere. E poi le donne riprese nel loro dolore, irrompono di prepotenza sullo schermo. I volti sono segnati dal sole, le madri sembrano nonne e le mamme (come la stessa Maria della Natività) sembrano bambine. Pasolini ridisegna, con percettibile coerenza, l'immagine di quel tempo, nel quale la miseria solcava il viso degli uomini, rendendoli incredibilmente identici. Queste come altre, rimangono nel ricordo ormai sbiadito degli ultimi testimoni della presenza in Lucania dell'autore friulano, che scelse il Sud e questa regione, per rappresentare il dolore. Per il ruolo della Madonna (mirabile l'interpretazione sotto la Croce ) il poeta-regista portò in scena sua madre: mai scelta si rivelò più ardita, in un rapporto filiale mutuato nelle sequenze del pianto. Quasi un preludio al pianto per la cruenta sorte del regista-poeta. E infine quel Sud carico di significato, come l'Etna (per la scena della tentazione), l'imponente castello federiciano di Lucera (quale regno di Erode), la scarna gravina di Massafra per le predicazioni e infine l'aspra Crotone: la durezza e la bellezza del messaggio di Cristo, questo l'obiettivo di Pasolini assolutamente raggiunto. Armando Lostaglio
LA SBANDATA Un film di Alfredo Malfatti. Con Luciana Paluzzi, Domenico Modugno, Eleonora Giorgi, Umberto Spadaro, Pippo Franco, Franco Agostini. Genere Commedia, colore 90 minuti. - Produzione Italia 1975. Un
film sfortunato questo LA SBANDATA che, pur avendo tutte le qualita' per
diventare un hit nel 1974
I RACCONTI DI CANTERBURY Un film di Pier Paolo Pasolini. Con Hugh Griffith,
Franco Citti, Laura Betti, Ninetto Davoli, Joséphine Chaplin, Alan Ancora
una volta il verdetto di una giuria cinematografica non aderisce all’opinione
che la maggioranza del pubblico e della critica si è fatta di un film. Un
applauso striminzito, e commenti imbarazzati nonostante molte grasse risate
durante la proiezione, hanno accolto la prima mondiale dei Racconti di
Canterbury, il film di Pier Paolo Pasolini girato in Inghilterra (e quella
inglese è l’edizione che l’autore considera originale) ma presentato dall’Italia
al Festival di Berlino, secondo pannello d’un trittico ideale, governato dalla
gioia di raccontare, che fu aperto dal Decameron e sarà chiuso dalle Mille e
una notte.
JOHNNY STECCHINO Regia:
Roberto Benigni Sceneggiatura: Roberto Benigni, Vincenzo Cerami
Fotografia: Giuseppe Lanci Scenografia: Paolo Biagetti Costumi: Gianna
Gissi Musica: Evan Lurie Montaggio: Nino Baragli Prodotto da: PERSONAGGI E INTERPRETI Dante, Johnny Stecchino: Roberto Benigni Maria: Nicoletta Braschi Ministro: Franco Volpi Dottor Randazzo: Ivano Marescotti Dante
fa l'autista d'uno scuolabus per ragazzi disabili: uno di loro, Lillo,
è il suo unico amico. Dante è ingenuo e un po' naif: a volte ruba per
gioco qualche banana e, sempre senza malizia, truffa l'assicurazione,
fingendo una menomazione alla mano destra.
L'UOMO DI VETRO Regia: Stefano Incerti Italia 2006 Produzione: Raicinema, Red Film Musica: Andrea Guerra Cast:
David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo, Elaine Bonsangue, Ilenia Maccarrone Così, da un giorno all’altro, la vita di Leonardo si frantuma e l’unica cosa che giustifica il suo non aver seguito “le regole” è la pazzia, pazzia a cui affianca un pericoloso misticismo da cui potrebbe discendere un necessario perdono dei suoi peccati commessi come “picciotto”. L’esistenza borderline di Leonardo dura poco, però, perché un bel giorno decide, sotto la spinta della sua ricerca di redenzione, di rivelare alle forze dell’ordine tutto ciò che sa dell’organizzazione di Cosa nostra, dimostrando di avere un’ottima memoria, fornendo precise indicazioni sia sui delitti da lui stesso commessi, sia su quelli di cui è negli anni venuto a conoscenza. La sua unica salvezza sarà la pazzia, una lucida pazzia. I pazzi, si sa, fanno cose incomprensibili ai più ed i più avevano più voglia di capire (forse comprendere) la violenza dei mafiosi piuttosto che le motivazioni individuali di chi non riusciva più a vivere dentro a quei delitti e a quel particolare tessuto sociale. Leonardo, nella sua ingenuità, fa un grande azzardo, è un po’ come se salisse su un albero e da lì provasse a gridare al mondo la sua verità, protetto dalla distanza che l’albero della follia metteva tra lui ed il mondo. Matto, mistico, ma con licenza di parlare perché lucido (tutte le sue denunce trovano sempre precisi riscontri nei fatti noti alla polizia). E così continua, finché la sua mente, logorata dalle “cure” dei vari manicomi in cui soggiorna (elettrochoc e detenzione ai limiti della sopravvivenza) e dalle “attenzioni” che la mafia riserva ai suoi cari (uccidono il suo amico Salvatore e violentano la sua Maria), non cede inevitabilmente e finisce per non ricordare più: la sua unica arma si spunta e le porte del carcere si aprono per i mafiosi da lui accusati. In compenso la memoria della mafia non si spunta e sarà pronta all’appuntamento quando finalmente Leonardo sarà scarcerato. Una storia di trentacinque anni fa, ma che potrebbe essere dell’altro ieri, un racconto efficace, narrato con i tempi giusti e ben eseguito da tutti i suoi interpreti. Una storia di denuncia che riesce anche a parlarci di avvenimenti più sottili, ci racconta con cura personaggi difficili che rendono più incisiva la denuncia stessa. Una storia che non resta lì - a Catania nel 1972 - ma ci raggiunge e ci coinvolge tutti: il racconto di un uomo che scopre che quanto più capisce ciò che osserva, tanto più si allontana dagli altri, vive di vita propria aldilà dello specifico contesto.
MALENA Italia,
2000, Drammatico, 105', Làntia Cinema - Attori:
Daniele Arena, Giovanni Litrico, Monica Bellucci, Sicilia, 10 giugno 1940: inizia la seconda guerra mondiale. Renato, 14 anni, è innamorato visceralmente di Malena, una bellissima donna molto più grande di lui. La spia, la pedina, vive in funzione di lei. Le loro strade seguiranno percorsi dolorosi e molto diversi: Renato diventerà adulto mentre Malena passerà da moglie devota, a vedova, a prostituta dei tedeschi. Alcune scene della scogliera sono girate a Catania "Malèna" è la storia di un'ossessione erotica collettiva, espressa attraverso gli occhi di un ragazzino, Renato (l'esordiente Giuseppe Sulfaro, bravo e simpatico), follemente innamorato della donna più bella e misteriosa del paese (Monica Bellucci). Ci troviamo in Sicilia, in un periodo di tempo che va dallo scoppio della seconda guerra mondiale fino alla liberazione, e con gli occhi di Renato seguiamo le alterne vicende di Malèna, moglie fedele di un uomo partito in guerra e dato per morto, vittima della mentalità ipocrita e provinciale del paese in cui vive, e infine prostituta per tedeschi e fascisti. Nonostante la bellezza dei luoghi e della protagonista, l'opera di Tornatore risulta fredda, e riesce raramente a coinvolgere davvero. Per tre quarti di film si ripetono ossessivamente sequenze in cui Malèna passeggia con distacco per il paese suscitando i commenti più volgari da parte degli uomini, alternate a scene, a volte comiche, in cui Renato la spia, la sogna, la desidera. Tra visioni, masturbazioni, corse in bicicletta per una Sicilia assolata e piena di vita (ma anche un po’ scontata e di maniera) il film e la vita di Renato si trascinano avanti stancamente fino alla svolta finale, che ristabilisce un equilibrio interrotto dalla guerra. Il corpo di Malèna Sergio Leone diceva che Clint Eastwood può fare solo due espressioni: con o senza il cappello. La Bellucci, sprovvista di cappelli, sfoggia un'unica espressione per gran parte del film. Non che questo sia un vero problema: Malèna è agli occhi di Renato (e di tutti gli uomini del paese) più che altro un corpo, da osservare, sognare, e magari conquistare. E' un'icona, un luogo comune, è la bella del paese. E quel corpo perfetto, su cui il regista indugia spesso, verrà, a liberazione avvenuta, sfigurato dalle altre donne, invidiose. Malena, in una scena molto forte e riuscita, subirà un linciaggio e pagherà non tanto per la sua connivenza con i tedeschi, ma per la sua irraggiungibile bellezza. E' qui, nelle ultime sequenze, che finalmente il film comincia a farsi sentire più vero e la storia perde per un momento quella artificiosità che la contraddistingue. Renato diventa l'artefice della riunificazione tra Maléna e il marito, e continuerà, adesso più teneramente, a voler bene a quella donna che non riuscirà a toccare mai se non per un attimo, alla fine, quando potrà augurarle buona fortuna. Francesco Fasiolo
Un
film di Gianni Grimaldi. Con Françoise Prévost, Alfredo Rizzo, Saro
Urzì, Lando Buzzanca, Katia Kristine, Linda Sini, Enzo Garinei, Carletto
Sposito, Ira Fürstenberg, Ileana Rigano, Katia Christine, Renato Malavasi,
Francesco Sineri. Genere Comico, colore 93 minuti. - Produzione Italia
1970.
AGENTE MATRIMONIALE Un
film di Cristian Bisceglia. Con Corrado Fortuna, Nicola Savino, Ninni
Bruschetta, Elena Bouryka, Maura Leone, Giovanni
ha trent'anni. È siciliano di nascita ma ormai milanese d'adozione, dove
è stato costretto a emigrare per motivi di lavoro. Anche a Milano però
Giovanni, che non ha mai perso le peculiarità caratteriali della sua
Sicilia, che oltretutto male si addicevano alla nordista vita milanese,
perde il suo impiego e decide così di tornare nella sua città natale:
Catania. Qui non trova di meglio da fare che mettersi "in
società" con il suo vecchio amico e compagno di università Filippo
a fare l'agente matrimoniale, con metodi, a dir poco, poco ortodossi, su
tutti il "metodo Cyrano".
VERA Il
cinema torna a Catania con il film «Vera» del regista Joseph
Vilsmaier, una coproduzione italo-tedesca per la televisione, che vede tra
gli altri agire sulla scena gli attori italiani Mario Adorf, Orso Maria
Guerrini e Giovanna Rei, e tedeschi Lara joy Korner e Gunther Gillian. Il
film sarà girato tra Catania e Dusseldorf.
IL SOLE NERO Un
film di Krzysztof Zanussi. Con Valeria Golino, Kaspar Capparoni, Lorenzo
Balducci, Mariella Lo Sardo, Toni
PALOMBELLA ROSSA Anno: 1989 Genere: Commedia Durata: 89' Regia: Nanni Moretti
PAOLO
BARCA, MAESTRO ELEMENTARE PRATICAMENTE NUDISTA Italia 1975 di Flavio Mogherini con Renato Pozzetto Magali Noël Janet AgrenCommedia 110 minuti Un ingenuo nudista brianzolo, condizionato da una nonna invadente e autoritaria, vince un concorso statale e va ad insegnare in una scuola elementare di Catania. Con il suo comportamento sprovveduto e la sua inarrestabile logorrea, l'insegnante creerà scompiglio tra le colleghe e metterà in subbuglio le famiglie degli alunni. Indubbiamente invecchiato, Paolo Barca è un film che, nell'epoca in cui è stato fatto "ci stava". La logorrea di Pozzetto era di gran moda e, in questo caso, riesce a far risaltare tutta la sua sprovvedutezza in ambito sessuale, specialmente messo a contatto con una società al tempo stesso spregiudicata ma ipocrita com'era la Sicilia trent'anni fa (ma le cose sono davvero cambiate di molto?). La morale era "si fa tutto, basta che non si sappia in giro". Questo sistema è messo in crisi dalla reazione inusitatamente ingenua dell'insegnante di fronte alle domande maliziose degli alunni della quinta elementare: cos'è la minchia? cos'è l'orgasmo? Al di là, comunque, di qualsivoglia (forse abusiva) interpretazione sociologica di questo film, a me pare che si tratti di una sorta di rivisitazione, con un protagonista settentrionale, di film precedenti quali Paolo il caldo (1973) di Marco Vicario (dal romanzo di Brancati) e della sua parodia Paolo il Freddo (1974) di Ciccio Ingrassia con Franco Franchi. Vi sono, in più, elementi surreali e surrealisti (i sogni, le improvvise apparizioni della nonna eccetera) e perfino qualche eccesso di fellinismo, testimoniato dalla bella e generosa Magali Noël. E in ogni caso il film è un perfetto veicolo per il Pozzetto debordante, recitativamente e pure fisicamente, del periodo. Ottimo anche il compianto Satta Flores.
LA SEDUZIONE Italia
(1973) - Drammatico, Erotico - 100 min. (colore) REGIA Fernando Di Leo
SCENEGGIATURA Fernando Di Da
molti anni giornalista in Francia, Giuseppe Laganà torna nella natia
Catania anche sospinto dal desiderio di rivedere Caterina, sua ex
fidanzata che, ora, è vedova e madre dell'adolescente Graziella. Giuseppe
riallaccia la relazione con l'antica fiamma e prende a frequentarne
assiduamente la casa.
LA GOVERNANTE Un film di Gianni Grimaldi. Con Vittorio
Caprioli, Paola Quattrini, Agostina Belli, Martine Brochard, Turi Ferro,
Un
film di Paolo Cavara. Con Marc Porel, Agostina Belli, Turi Ferro, Tuccio
Musumeci, Anna Bonaiuto, Geraldine Hooper. Genere Commedia, colore 92 minuti.
- Produzione Italia 1974.
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Una Cinecittà sotto l'Etna: il Cinema a Catania nei primi decenni del Novecento di
Ignazio Burgio.
Tra il 1913 ed il 1916 a Catania non solo vennero girati "kolossal" del cinema muto che fecero molto effetto all'epoca, ma sorsero anche diverse case cinematografiche, come l'Etna Film, la Katana Film, la Sicula Film, e la Jonio Film. Anche il commediografo Nino Martoglio con una sua casa di produzione, la Morgana Film, insieme al grande attore Giovanni Grasso, produsse pellicole che divennero delle pietre miliari nella storia del cinema internazionale. Poi quella breve stagione d'oro improvvisamente finì... Al
tempo in cui i Fratelli Lumière a Parigi davano le prime proiezioni
pubbliche della loro straordinaria invenzione (la prima delle quali fu
tenuta il 28 dicembre 1895 al Salon Indien del Gran Cafè), la città di
Catania stava vivendo una prospera stagione, sia economica, ma ancor di
più culturale. L'industria di raffinazione dello zolfo (di notevoli
dimensioni, come ancora testimoniato dalle alte e numerose ciminiere che
ne rimangono), le molteplici industrie alimentari ed il commercio degli
agrumi, alimentavano il traffico di navi mercantili dell'attiguo porto,
complice anche il favorevole periodo di espansione economica
internazionale, ed il comodo accesso al Mediterraneo tramite il canale
di Suez. Le
pellicole proiettate in quei primi anni nelle sale catanesi o erano di
origine straniera (come i cortometraggi di George Mèliès, il primo
inventore dei trucchi cinematografici) o prodotte da altre società
cinematografiche sorte nel frattempo nelle maggiori città della
penisola, come la Cines di Roma o la Ambrosio di Torino, che
cominciarono a produrre le prime pellicole a soggetto storico o
letterario: ad esempio “La presa di Roma” (1905), “Gli ultimi
giorni di Pompei” (1908) o le due versioni dei Promessi Sposi che
uscirono sempre nel 1908, una delle quali diretta da Giuseppe De Liguoro.
La città di Catania comunque poteva già offrire se stessa ai primi
suoi concittadini spettatori in documentari quali “Catania e la
Circumetnea” delle Manifatture Cinematografiche Riunite di Napoli
(1907), “Sua Maestà il Re all'Esposizione”, sempre del 1907,
e la prima documentazione filmata - perlomeno a livello professionale
– di una “Eruzione dell'Etna”, del 1909 (ambedue della
Ambrosio). Intorno
al 1912-13, insomma, i tempi sembravano ormai maturi perchè anche a
Catania – così come ad es. già avvenuto nel medesimo periodo a
Palermo – sorgessero le prime società cinematografiche locali, tanto
più che una delle maggiori società di Roma, la già citata Cines,
ospitava tra i suoi amministratori un rilevante numero di siciliani: il
vice-direttore Carlo Amato, Pietro Moncada, conte di Caltanissetta, ed
il principe di Paternò, che ovviamente non mancarono di orientare la
produzione della casa cinematografica verso soggetti ed ambienti
siciliani, nonchè catanesi. La
“Società Anonima Editrice di Films, Etna Films”, omologata dal
Tribunale di Catania il 21 Gennaio 1914, venne fondata con un capitale
sociale di 200.000 lire – divise in duemila azioni da 100 lire l'una
– dal cavalier Alfredo Alonzo, imprenditore nel campo dello zolfo e
nell'esportazione della frutta secca, nonchè azionista di una società
di navigazione. Suo amico e fidato consigliere era Pippo Marchese,
drammaturgo e critico teatrale. Deciso a non badare a spese pur di
sfondare nel panorama cinematografico mondiale, per prima cosa fece
venire da Milano una personalità già nota ed esperta, il già citato
Giuseppe De Liguoro, in qualità di direttore artistico, regista – e a
volte anche soggettista ed interprete – dei film di imminente
produzione. Raccolse inoltre dal Nord-Italia e dall'estero, interpreti
già famosi (come la francese Simone Sandrè), tecnici già esperti, e
apparecchi e attrezzature un po' da tutto il mondo. Nello
stesso anno 1914, intanto Nino Martoglio per conto della sua Morgana
Film con sede a Roma, ebbe l'opportunità di girare le sue due prime
pellicole, di tono più verista e naturalista rispetto ai lavori dell'
Etna Film. Ambedue videro come protagonista il grande attore teatrale
catanese Giovanni Grasso. Ma mentre il primo titolo, Capitan Blanco,
girato ad Aci Trezza ed in Libia, non incontrò i favori del pubblico
(probabilmente perchè il finale “poco tragico” finiva per snaturare
la trama verista), il secondo, Sperduti nel buio, non solo riscosse
all'epoca un grande successo, ma nei manuali della storia del cinema
viene spesso definito una vera “pietra miliare”, in quanto
considerato il primo film neorealista della storia. Sull'onda del successo dell'Etna Film vennero fondate in quel periodo altre tre società cinematografiche catanesi: la Katana Film, la Jonio Film, e la Sicula Film, dell'avvocato Gaetano Tedeschi dell'Annunziata. Tra il 1915 ed i primi mesi del '16 sfornarono un certo numero di pellicole di vario genere – comico, satirico, militare, ecc. - coinvolgendo interpreti già famosi nell'ambiente teatrale o che lo sarebbero diventati negli anni successivi dopo la breve e gloriosa stagione del cinema etneo: ad esempio i due “divi” di allora Mariano Rapisarda ed Attilio Bottino che interpretarono alcune pellicole della Sicula Film (“Alba di Libertà”, “Presentat-arm!”, ambedue del 1915, ed “Il vincolo segreto”, del 1916); la moglie dell'attore Angelo Musco, Desdemona Balistrieri, che fu tra gli interpreti del film “Il latitante” della Katana Film (1915), e Rosina Anselmi in “Per te amore” sempre della Katana Film (1915). Ma
improvvisamente all'inizio del 1916 - come già accennato - quella breve
stagione d'oro per la cinematografia catanese svanì insieme a tutti i
sogni di gloria internazionale. Travolta dalla crisi finanziaria, e
forse (come suggerito da Giusy Nicolosi) anche da forti contrasti in
seno al suo consiglio d'amministrazione, la Etna Film prese la decisione
di chiudere la sua attività insieme a tutte le sue imponenti strutture
(forse già entro la fine del gennaio 1916). Questo certamente
significò anche per tutte le altre società più piccole
l'impossibilità di continuare a girare altre pellicole, poichè – a
quanto sembra – ad essa si appoggiavano per tutti i servizi di
sviluppo dei negativi e talvolta anche per le riprese nei suoi teatri di
posa. In una lettera datata 4 febbraio 1916 infatti l'amministratore
della Sicula Film, Gaetano Tedeschi dell'Annunziata si lamentò col
cavalier Alonzo medesimo della sua improvvisa decisione di chiudere gli
stabilimenti. Paradossalmente, comunque, proprio mentre a Catania tramonta nel 1916 il sogno hollywoodiano di sviluppare una “Cinecittà” ante litteram ai piedi dell'Etna (Film), Giovanni Verga fa finalmente il suo ingresso ufficiale nel mondo della “settima arte” (o “decima musa” che dir si voglia). E' quanto vedremo prossimamente su questi monitor !
CHE
FINE HA FATTO IL PIU' GRANDE CAPOLAVORO DEL CINEMA
MUTO, “SPERDUTI NEL BUIO” DI NINO MARTOGLIO ? E' poco noto che il poeta e commediografo siciliano Nino Martoglio fondò a Roma una Casa Cinematografica e girò tra il 1914 ed il '15 almeno 3 film muti. Uno di questi, “Sperduti nel buio”, interpretato dal grande attore catanese Giovanni Grasso e dall'attrice drammatica Virginia Balistrieri, viene tuttora considerato un capolavoro del cinema internazionale, in quanto fu il primo film “neorealista” (o meglio “verista”, come allora si diceva) nella storia del cinema. Alla sua trama, alla sua sceneggiatura, e finanche al suo montaggio innovativo, frutto della genialità di Martoglio, si ispirarono sia i grandi registi di Hollywood come Griffith e Chaplin, sia i celebri cineasti russi come Pudovkin ed Eizenstein. L'unica copia del film conservata a Roma fino al '43 andò tuttavia smarrita durante le vicissitudini della guerra. Questo articolo vuole anche essere una base di notizie utili a ritentarne la ricerca ed il suo ritrovamento, in qualsiasi parte del mondo.
vedi il resto qui http://www.cataniacultura.com/136-sperdutinelbuio.htm
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Un secolo di cinema a Catania di Raffaello Brullo (cataniaperte.com)
Gli inizi della cinematografia a città di Catania hanno rappresentato un’importante
espressione di quel verismo che aveva messo in luce Questa osservazione minuta della realtà e del comportamento dell’uomo in determinate situazioni storiche e sociali , pur nelle secche di un clima espressivo condizionato dagli schemi ideologici del tempo, costituì un elemento risolutamente nuovo nel contesto di una produzione dominata da finalità propagandistiche di sostegno ai gruppi egemoni e alla loro visione del mondo. Si cominciò a parlare di cinema a Catania ai primi del ‘900 e Martoglio ne fu un capostipite. Fu allora che sorsero parecchie case di produzione, come la Morgana Films, la Jonio Films e L’Etna Films, che fu la prima impresa cinematografica cittadina e produsse un centinaio di films di circa 1500 metri, che oggi rappresentano la normalità come lunghezza , ma per quei tempi erano un lusso. Ricordiamo alcune pellicole che segnarono la storia cinematografica catanese: "Il Benefattore", "Il Marchese di Roccaverdina", "Capo Rais", diretto da Nino Martoglio e interpretato da Giovanni Grasso, "La guerra", "La paternità", "Il Nemico", "Patria Mia" e moltissimi films comici che a quel tempo costituivano la grande maggioranza.
Il tardo verismo rappresentato dai films di Martoglio, attento ai fattori caratteristici del linguaggio popolare, utilizzava motivi contenutistici di certa produzione Italiana contemporanea che rientravano nel clima di riscoperta dell’uomo e del dramma quotidiano dell’esistenza. A questo proposito ricordiamo "Capitan Blanco", prodotto dalla Katana Films, dove il regista trae spunto dalla rappresentazione teatrale "Il Palio" , avente per protagonista Giovanni Grasso e Virginia Balistreri.
Ai primi del 900 si ebbe il primo esperimento di cinema scolastico per merito di
Stefano Cremonesi che pose in rilievo l’utilità didattica del cinema. Venne
aperto in Via Spadaro Grassi, il cinema "Lumiere"(oggi non esiste
più) dove si proiettavano pellicole con fini educativi e Sono comunque le esperienze cinematografiche di Musco e della Anselmi, che non resistono al fascino dello schermo, a portare vera linfa espressiva al cinema catanese. Opere come "S.Giovanni Decollato" , "L’aria del Continente", "Gatta ci cova" e altre accrescono decisamente il prestigio del cinema catanese in ambito nazionale. Nel 1948, dopo alcuni isolati tentativi, Luchino Visconti sbarcò ad Acitrezza con la sua troupe e girò un capolavoro del cinema neorealista, con attori presi dalla stessa località e ispirato al romanzo di Giovanni Verga "I Malavoglia". Il successo fu immediato e l’eco che ne ebbe Visconti fu a carattere internazionale, compresi i premi. Poi, smaltita la sbornia per questa improvvisa celebrità ci fu una lunga fase di quiescenza della cinematografia di produzione o ambientazione siciliana. Ma a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 si verifica un deciso risveglio con un meraviglioso scenario da sfondo: Via Crociferi, con l’esaltazione del suo bel barocco settecentesco e con la presenza di tanti uomini di cultura catanesi. Tra questi Vitaliano Brancati ed Ercole Patti, scrittori catanesi emigrati a Roma, entrambi con una forte carica letteraria di sensualità che trovava risonanza negli inizi del filone erotico cinematografico.
Se per Brancati il sesso era tortura dei sentimenti, per Patti fu qualcosa di
estroverso e mondano sia pure a volte venato di languore e nostalgia. Fu proprio
dai racconti di questi scrittori catanesi che parecchi registi di grande
spessore come Luigi Zampa, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, Marco Vicario,
trassero sceneggiature realizzate nel meraviglioso scenario etneo.
Si tratta di film famosi come "Il bell’Antonio", con Marcello
Mastroianni e Claudia Cardinale (Bolognini), premiato con la Vela d’oro al
Festival di Locarno nel 1960, "Don Giovanni in Sicilia" (1966, A.
Lattuada), "Paolo il Caldo" (1973, Marco Vicario) , "La
governante" (1974, Gianni Grimaldi) protagonista il grande Turi Ferro,
"Un bellissimo novembre" (1969, M. Bolognini) tratto dal romanzo di
Ercole Patti con Gina Lollobrigida e Gabriele Ferzetti e l’Etna a fare da
sfondo alle passioni, "Virilità" di Marco Cavara del 1973
prodotto da Carlo Ponti con Turi Ferro e poi "La seduzione" di
F. Di Leo prodotto nel 1973, con Agostina Belli e Marc Porel.
Passato questo momento, che definirei splendido per Catania, pieno di idee, di
uomini,di buon gusto, ci furono diversi tentativi di cinematografia.
La città negli anni Ottanta, soprattutto Via Crociferi, fece da sfondo all’opera
di Franco Zeffirelli, tratto dal romanzo di Verga "Storia di una Ma non possiamo chiudere questa breve storia della cinematografica catanese senza aver ricordato il nostro straordinario Leo Gullotta, -cui dedicheremo un capitolo a parte- interprete di successo di ruoli e generi diversi: dal teatro, dove ha iniziato a fianco di grandi maestri quali Salvo Randone e Turi Ferro, al cinema –con le interpretazioni in "Cafe Express”, “Mi manda Picone", "Il camorrista","Nuovo cinema Paradiso","La scorta”, “Un uomo per bene”, con ruoli anche drammatici che hanno commosso il pubblico; al cabaret e al varietà, con l’irresistibile e popolarissimo personaggio della signora Leonida. Lui ama spesso definirsi “l'operaio dello spettacolo", un uomo che ha contrastato le insidie dell'industria cinematografica perché capace di conquistare ogni tipo di pubblico, con i suoi travestimenti, la farsa e le sue maschere indossate solo nel piccolo schermo. |
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Angelo Musco |
Leo Gullotta | Turi Ferro | Saro Urzì | Giovanni Grasso |
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Tiziana Lodato |
Donatella Finocchiaro | Laura Torrisi | Salvatore Scalia | Beppe Fiorello |
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Antonio Catania |
Rosina Anselmi | Rosario Fiorello | Daniela Rocca | Tuccio Musumeci |
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Pippo Pattavina |
Guia Jelo | Gilberto Idonea | Ciccino Sineri | Alessandra Costanzo |
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I
cinema allora si chiamavano anche "Vittoria", "Delle
Rose", "Sanfilippo", "Europa",
"Apollo", "Ideai Gangi", "Astoria",
"Concordia", "Archimede", "Dora",
"Imperiale", "Eliseo", "Esperia",
"Giardino", "Trento", "Borgo", "Splendor"
ed erano sale ed arene dove ci si andava tranquillamente e senza timori
di essere coinvolti in spiacevoli situazioni. Negli anni '60 al "Mirone"
si organizzarono pure incontri di pugilato. Nei cinema all'aperto,
fra un tempo e l'altro, passava il venditore di calia, simenza e
sciampagnette; sui banconi dei bar facevano E con questo nome, nostalgicamente lo ricordo: unitamente alle lunghe partite di carambola, alle sovente "steccate" che non solo provocavano strappi al tappeto verde (che noi ragazzi poi ingenuamente cercavamo di rappezzare facendo combaciare quanto meglio si poteva il "sette" provocato) ma anche potevano far sì che la biglia impennata uscisse dal balcone, nonostante la rete di protezione, e andasse a finire sotto, in via Etnea, sulla testa di qualche malcapitato passante. Poi
un brutto giorno vidi lo stabile ingabbiato ed indifeso: avevano deciso
di abbatterlo per fare posto ad un moderno casermone, che venne
dannunzianamente chiamato "La Rinascente", e che risultò in
seguito un pugno nell'occhio, circondato com'era da nobili ed antichi
palazzi settecenteschi. Mi dissero che il progresso doveva andare
avanti; ma io ragazzo non volli capire e mi rifiutai categoricamente di
accettare quella che mi sembrava una ingannevole giustificazione. |
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C'era una volta il Miramare di MImmo Rapisarda
C'era, c'era.... eccome se c'era. Fra qualche anno diremo così anche per questo altro pezzo di "quella" Catania che se ne va. C'era una volta, come c'era una volta il Diana, il Roma, l'Archimede e tanti altri. Demoliti da poco nobili interessi che niente hanno a che vedere col cuore degli ultimi nostalgici, come me. Dico questo perchè, forse, non riusciamo ad accorgerci che nella vita tutto fa parte di un ciclo e il ricambio naturale delle cose che perdiamo è una cosa normale. Però, a volte ci arrabbiamo per come accade questo ricambio. Sfido qualsiasi catanese al di sopra dei Quaranta a dirmi che non c'è mai stato. Parlo di almeno una serata alla mitica arena Miramare, a Guardia Ognina.
Situata sul cono della collinetta che si affaccia sulla baia di San Giovanni Li Cuti, era incastonata su di essa come un gioiello, visibile anche dal lungomare. L'ingresso si trovava su Via Messina; si pagava alla cassa che sembrava un confessionale in versione balneare e poi si entrava attraversando una stradina in discesa verso la grande fossa naturale nella quale era stava ricavata l'arena, al fresco. All'entrata era già uno spettacolo perchè vedevi subito l'orizzonte del mare di fronte, che prima del film offriva straordinari Trailers colorati di azzurro celeste, rosa, indaco, violetto. Già questa sensazione ti rilassava e ti faceva stare subito bene, aggiungiamoci l'improvvisa frescura, gli odori, il canto dei grilli in amore e il gioco era fatto. Quel viottolo, tempestato di colorate piante di fichidindia, pergolati di vite canadese e cascate di glicine, ciclamini e gelsomini, costeggiava sulla sua sinistra un orto i cui profumi ti ricordavano perfettamente in quale luogo del Mediterraneo ti trovavi, qualora l'avessi scordato per un attimo. Quante generazioni di catanesi sono passate da quel cancello! Intere famiglie, ragazzi, studenti, gente sola o accompagnata, "picciriddi cunnuteddi" che durante le proiezioni le prendevano di santa ragione, fidanzatini con genitori a carico che li sorvegliavano alla distanza di un metro, signore in gravidanza che si riparavano dal caldo di casa, tutte ci sono passate. Anche intere comitive che erano lì per ben altri scopi: fare farsa! Con gli amici, qualche sera, d'estate si andava al Miramare. Già forniti di panini con parmigiana o caponatina, stavamo seduti a tre a tre in due file. Durante la visione si sgranocchiava di tutto e si bevevano le bibite gelate. E' chiaro che il film non lo vedeva nessuno perchè il tempo scorreva mangiando, parlando, sparlando, scherzando, ridendo, raccontando, incantandoci su spalle fin troppo abbronzate e incrociando occhi ammalianti che davano appuntamenti a quelli nostri durante le luci dell'intervallo. Un altro passatempo: scommettere sui gechi poggiati sullo schermo, sceglierne uno e vedere quanto tempo impiegava per arrivare sul cappellone di Paul Newman. Il padrone della "zazzamita" che arrivava al traguardo aveva diritto a una birra gelata. Quando si esagerava, arrivava puntuale "shhh!!! Salenzio!". Una sera stavano proiettando il film "Amore per sempre" con Mel Gibson (un aviatore è innamorato di una ragazza .... purtroppo un giorno lei ha un incidente ed entra in coma, lui non riesce a sopportare questo e grazie a un inventore si fa ibernare nell'attesa che lei guarisca..ma qualcosa va storto e rimane ibernato per 50 anni. Quando si risveglia riesce a ritrovare la sua amata che nel frattempo era diventata pure nonna, ma che non aveva mai dimenticato quel ragazzo che scomparve all'improvviso). Ebbene, i due protagonisti sono in cima a una collina stile "Cime tempestose", le prime parole che lui dice sono: "Jane, finalmente ti ho ritrovata, adesso sono qui... c'è qualcosa che vuoi dirmi?". Lei è un po' titubante, ma non fa a tempo a rispondergli perchè la sua risposta arriva, bruciante, dalle ultime file: ..... "A unni a statu?" . Naturalmente risata generale, come sempre, come ogni sera in quel posto magico. Sbaglio, o ci trovate qualche assonanza con le scene di un famoso film di Tornatore? Ma poi, dopo tutto, chi se le li vedeva i film con l'altra pellicola che avevamo alla nostra destra? La luna che guardava a scrocco mentre luccicava e abbagliava un mare che faceva altrettanto; qualche nave passava con tutte le luci accese, la brezza marina che per invidia saliva anch'essa fino a noi per stordirci. Ma noi, che eravamo già ubriachi di forti odori di menta, basilico, zagara dei giardini vicini; noi, con la giacchettina di cotone sulle spalle e lucidi di spray antizanzare; noi, seduti su quelle scomode sedie in ferro verniciate di verde e di ruggine; noi, sepolti da scorze di noccioline, abbiamo sempre saputo di questi regali che la Natura ci ha fatto e per decenni abbiamo sempre detto Grazie! Abbiamo respirato, annusato e goduto di tutti i frutti offerti dall'Arena Miramare. Ma avremmo pagato anche il doppio del biglietto per stare lì. Almeno una volta nella sua vita, ogni catanese ha oltrepassato quel cancelletto per vedere Maciste, Totò o Tom Cruise. Chi per rilassarsi, chi per abbordare, chi per sfiorare, chi per la soddisfazione di alzarsi gonfio come un palloncino per vie delle gazzose consumate. Chi, infine, per trovare il coraggio di dirle "ti amo" con la complicità del posto. Alla fine, sollevati a dieci centimetri da terra, risalivamo quella stradina con tre etti in più e qualche atmosfera di troppo nello stomaco. Uscivamo sulla strada, avvertendo subito il caldo e il repentino cambio di temperatura: da 20 a 36-37 gradi!. Via le giacchette di cotone. Le strade di Guardia e Picanello, a quell'ora sono ancora vivaci, sveglie. In quei quartieri soffocati dal caldo umido e dall'afa catanese in agosto, si sentivano le nostre voci: chi sfotteva a destra e chi a sinistra. Le nostre risate sguaiate per chi, ancora impressionato dal film, imitava Franco Nero o per chi, ancora impaurito da L'Esorcista, si faceva accompagnare a casa. Il rumore delle nostre ciabatte ci trascinava per le strade eternamente bucherellate di Picanello mentre folate di vento caldo sollevavano dai marciapiedi quintali di scontrini fiscali (autentici e fasulli) e offerte imperdibili nei supermercati. Guardando in alto, piccoli bagliori rossi si ravvivavano ad intermittenza, al buio di precari balconi; oppure scivolavano in basso al pianoterra a forma di serpenti fumosi sedendosi sulle sedie di legno e paglia, sul marciapiedi davanti casa. Tutti, tutti a godersi un po' di fresco ristoratore all'aria, lontani dalle mura di pietra lavica e intonaco rosa, ancora calde perchè cotte a puntino dal sole pomeridiano del ponente etneo. E' gente che va tardi a letto sapendo già di non poter dormire per il caldo, che si gode l'ultima ventata che producono le alghe del golfo di Ognina. Gente che si attarda fuori sparlando senza pietà di nuore, generi, compari e consuoceri, che pensa già alla spesa che dovrà fare l'indomani: i pomodori freschi, il basilico, le melanzane, la ricotta salata, la pescheria, la "minnulata" al carrettino 'Don Tino-Coni con panna-Gelati-Granite'. Sì, ma al chioschetto del Miramare tutto era più solleticante, aveva un altro effetto... era gassoso, ghiacciato! Eppure era tutto uguale! Chi se lo dimentica quel piccolo bar? Stava dietro le ultime file, tipico da arena estiva: semi di zucca, gazzose, bibite, patatine, ecc. Negli ultimi tempi lo prese in gestione un tipo freakettone, con mille tatuaggi sulle braccia, un'infinità di borchie e un abbigliamento alla Fandango. Aveva tappezzato il locale con i poster dell'Harley Davidson, di James Dean e di altri miti che gli andavano a genio. Per aprire la saracinesca del bar arrivava a metà del primo tempo, col frigo ancora spento. Le gazzose, via via, cominciavano a diventare sempre più calde, sempre più calde. Erano segnali premonitori, erano i tempi che stavano cambiando, era la fine imminente. L'ultima stagione, infatti, fu nel 2002. Nell'anno successivo i proprietari del terreno sul quale sorgeva l'arena lo mise in vendita a fini edilizi. Assieme ad altri lettori, in quell'anno protestai su La Sicilia esortando l'Amministrazione comunale a non concedere la concessione sull'imminente disastro che si stava per compiere perchè consideravo quel luogo un patrimonio storico della città e che, per il suo valore affettivo, apparteneva un po' a tutta la cittadinanza. Smantellarlo significava distruggere una pietra miliare che era elemento componente e integrante del fascino ogninese. Andava invece acquisito, salvaguardato e rivalutato. Tutti sappiamo, invece, com'è andata. Se il Comune avesse acquistato il terreno, avesse bonificato e ristrutturato l'arena e l'area circostante per farci magari un Centro culturale, questa amministrazione sarebbe stata ricordata a vita dai suoi concittadini. Purtroppo, oltre a non avere il minimo interesse ad essere ricordato, chi ci governa non è nemmeno catanese e certe cose non potrà mai capirle. Speravo in un suo romantico ricordo di quando era studente nell'Ateneo catanese e che la rimembranza di un bacio galeotto regalato furtivamente alla collega di corso, davanti a quello di Cary Grant e Ingrid Bergman in "Indiscreto", lo avesse fatto redimere. Niente, solo parole al vento. Fra le arene, avevano già chiuso il Delle Rose, la Terrazza Cavallaro, il Sanfilippo. Sono rimaste ancora l'Argentina, l'Adua e qualche altra ancora, che battagliano ogni sera con un nemico molto più agguerrito, molto più organizzato di loro; un nemico che la sera inchioda tutti noi alle nostre poltrone, con il condizionatore acceso e che non ci fa uscire da casa impedendoci di capire cos'è davvero un cinema all'aperto, o perlomeno stare fuori di casa a vedere la gente: il principale cast della pellicola di ognuno di noi. Quel nemico si chiama Televisore, con tutti i suoi tecnologici aspetti e la sua immensa offerta giornaliera, ma che alla fine ci fa sentire più soli. Purtroppo, la fine di una delle cose più amate e ricordate a Catania è già sancita. Oggi le ruspe ci lavorano per creare un lussuosissimo casermone, con una vista sul mare tutta saccheggiata dalla cassapanca delle nostre notti d'agosto. Ci sono passato l'altro ieri e sono entrato fin dentro al cantiere. Con un piccolo groppo in gola, ho visto quei dinosauri estirpare dalle voragini di terra tonnellate di baci, carezze, schiaffi, sguardi, dichiarazioni d'amore, tutti appartenuti alla gioventù catanese. Ho pensato per un attimo al Nuovo Cinema Paradiso e mi sono sentito come Salvatore quando, dopo i funerali dell'amato Alfredo, assiste alla demolizione dell'oggetto dei suoi desideri di quand'era adolescente. Mentre scrivo l'arena non esiste più. Il Miramare ha già proiettato il suo ultimo "The End" sul bulldozer che gli ha dato il colpo di grazia, facendo la stessa fine del Cinema Paradiso. Come tanti suoi spettatori che non ci sono più, ormai appartiene al firmamento dei nostri ricordi. E' uscito di scena come fece Totò in un celebre film che abbiamo visto tante volte sul quel magico rettangolo dipinto di calce bianca e dell'azzurro del mare: "Torno nella miseria, però non mi lamento. Mi basta di sapere che il pubblico è contento!" Contentissimi. Grazie Miramare, per tutto quello che ci hai fatto vedere, vivere.... e sognare! Il tuo pubblico. ( lug 2007)
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LA PROGRAMMAZIONE
http://www.mymovies.it/cinema/catania/
GLI INDIRIZZI
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