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A FERA ‘O LUNI

E' il secondo mercato storico di Catania, dopo la Pescheria.

Quando Catania era Capitale di Sicilia sotto il trono dell’aragonese Federico III, il mercato nacque di fronte all’ex Regia Cappella (adesso basilica Collegiata) e poi spostato in piazza Università dopo il terremoto del 1693. Nel 1832 trovò la sua definitiva collocazione nell’attuale Piazza Carlo Alberto.

Innumerevoli sono le versioni sul nome e il significato. Ovviamente, quella più facile è riferita al giorno della settimana, appunto il lunedì. Secondo altre ipotesi, il nome deriverebbe dal dio assiro-babilonese Luni o dalla dea Luna. La zona Luno era una delle quattro parti dell’antica Catania, assieme ad Aetnopoli (Leucatia),  Demetria (Cibali) e Littoranea (Ognina) e comprendeva la zona esterna alla Porta di Aci, cioè l’attuale ubicazione del mercato perchè nel luogo vi era un tempio dedicato al suddetto dio Luno, posto in cima ad una collinetta dove oggi sorge il Santuario dedicato alla Madonna del Carmine.

Un’altra ipotesi del nome è quella che vede in ogni lunedì l'arrivo dei familiari dei soldati borbonici in servizio nella caserma prospiciente la piazza, per fornire quei  militi di ogni mercanzia o biancheria da consumare in tutta la settimana. Non so se questo sia rispondente al vero.

Oggi il mercato non si svolge soltanto al lunedì ma, tranne la domenica, ormai in ogni giorno della settimana. Nella zona cosiddetta Pracchio, gli fa compagnia la chiesa di S. Gaetano alle Grotte, edificata nel III secolo in una grotta lavica già usata come cisterna e dedicata a Santa Maria La Grotta, demolita ad opera degli arabi e restaurata dal normanno Conte Ruggero.

Ma entriamoci al mercato, no?

Appena si entra, come in tutti mercati del Meridione d’Italia (vedasi quelli palermitani) ci si immerge nel calore, nei colori e nell’abbandono della tristezza che fa posto all’allegria. Si incontra immediatamente la geniale ironia del Catanese e la sua pronta loquacità nel partorire implacabili battute. Non possono farci niente, è più forte di loro, la devono dire!

In un baleno sembra quasi mancasse l’aria, le pulsazioni aumentano e le antenne cominciano a drizzarsi per ricevere suoni e colori strabilianti che filtrano dai tendoni di bancarelle in cui si vende mercanzia di ogni genere.

Nello stretto corridoio in cui si incrociano catanesi, siciliani, africani, cinesi, indiani, tutti indaffarati a far vivere un luogo dove si fanno affari meglio che a Piazza della Borsa, arrivano decine e decine di meravigliose e spassose espressioni teatrali. E' proprio lì dove, da cronista, spesso raccolgo quel tesoro che esce dalle bocche dei miei concittadini e che non posso tenere soltanto per me. Impossibile non condividerle. Qui di seguito, quel che sento:

- Cuore, a mamma, ti piaci stu vistitu blu elettricu ‘po vattìu di Vanessa?”

- Frida dice a Oriana “A genti parra picchi avi giga supecchiu ndo telefunu. A quali! U russettu russu non mi passa mancu cu l'acqua raggia!”

- “Cunnuti ca siti! 5 euri? Cu l’ha spinnutu mai 5 euro pi m'paru 'i cosetti?”

- “Peco, peco (prego), tuttu a neuro. Avemu macari Docce e ca ‘bbanna!”

- “Oggi c'è assai pisci, non ci abbastunu i cancillati da villa!”

- “Ascaniu, appoi ti peddi. Dammi a manu, a mamma (ndr: come rovinare la vita a un bambino nato a Catania)”

- “Me nannu? Sta megghiu di mia, ci arrivau a cattulina do suddatu!”

- “Ah, u ‘ttaccanu a chiddu ca arrobba 'a Fera? Petomane!… accussì s’insigna!!! (a Catania non si impara, si insegna)”

Entro al bar, prendo un caffè e alzo il volume delle mie orecchie: “Aspetta, ca non ci viru di luntanu, sugnu preside. Ma è zuccuru?  No mbare, aiu a diabete (a Catania il diabete è fimmina!) e poi no sangu u dutturi attruvau u GPL iautu! Troppo pericoloso, preferisco evirare (evitare) un ics cerebrale!”

Nel frattempo il banconista chiede al collega! "Kevin, ti giuru quantu stimu a vista ‘e l’Ognina,  mi dissi queste mestruali palore: 'Capucino take away, please' Mah! ...chi significa?"

“Turi, nenti, ti dissi “da pottare!”. Tranquillu!

Alla fine del giro esco dalla Fera o Luni in un sabato ancora soffocato da questa interminabile estate, senza non godermi le ultime canzonette all’uscita su Piazza Stesicoro. Perché i venditori del mercato non si limitano a “vanniare”, ma si dilettano pure nel canto, ovviamente nel rispetto della nostra famosa liscìa:

- Dieci carciofi a 6 euro posson bastare, dieci carciofi a 6 euro io te li voglio dare! (Dieci ragazze in versione Fera o luni)

Oppure questa, dedicata al sabato e non al lunedì:

- L’aria do sabatu a Fera, ruffiana e sincera… cco te! (Maledetta primavera in versione Fera o luni)

Eccezionali! Come si fa a non amarli?

Mimmo Rapisarda

 

 

 

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