|
ODISSEA
Ieri sera ho visto Odissea di Nolan. Un film discreto, senza
infamia e senza lode, nel classico modo in cui gli americani sanno
fare cinema: spettacolo, imponenza, effetti speciali. Tecnicamente
impeccabile ma privo di alcuni passaggi fondamentali del poema, come
l’offerta del vino a Polifemo, il nome «Nessuno», l’incontro con il
dio Eolo, il naufragio presso i Feaci e l’affascinante incontro fra
Nausicaa e quel “fimminaro” di Ulisse.
Tutto questo viene sacrificato per lasciare spazio a
interminabili minuti di battaglie, sangue e carneficine: la presa di
Troia - troppa Iliade in questo film - e lo sterminio dei Proci,
scene che sembrano particolarmente care a una certa cinematografia
americana, da sempre innamorata della guerra e della sua
spettacolarizzazione. Per il resto, il film fa la sua figura. È
cinema di quello grande. Anche se 250 milioni di dollari mi sembrano francamente esagerati per
raccontare questa storia.
A parte queste mancanze, bisogna almeno riconoscere che Nolan ha
rispettato qualcosa del poema. Non come accadde con Troy, memorabile
americanata, dove addirittura Menelao veniva ucciso da Ettore. Ma
quando mai?
L’Odissea è una sorta di fumetto ante litteram, popolato da
supereroi come Achille, Aiace e Agamennone che, come brave figurine
Panini dell’antichità, attraverso le loro gesta costruivano
ingegnosi cavalli di legno, combattevano guerre interminabili e
punivano adultere spartane mai esistite, come Elena, la poveretta che si ritrovò addosso la responsabilità di una
guerra il cui vero motivo era probabilmente ben altro.
La guerra contro Troia è sempre presente, probabilmente l’unico
elemento dell’intera vicenda che abbia avuto un fondamento nella
realtà. La patria di Ettore era una città indoeuropea nell'attuale
Turchia, situata sulle sponde dei Dardanelli in una posizione
strategica che faceva gola per evidenti ragioni commerciali e
militari. Altro che la bella Elena rapita per amore: dietro le
guerre, come spesso accade nella storia degli uomini, c’erano
commerci, rotte, ricchezze e potere.
Scritto nell’VIII secolo a.C. e considerato il grande seguito
dell’Iliade, il poema Odissea racconta in qualche modo il mondo
miceneo ormai al tramonto e apre le porte a un’altra Grecia che
cominciava a guardare oltre i confini conosciuti, anche per
alleggerire la sua popolazione. Una Grecia che cominciava a
scarseggiare di risorse e consapevole che non c’era ciccia per
tutti. E allora sorgeva la domanda eterna della storia: come si fa a
mandare via la classe meno abbiente e lasciare la Madre Patria ai
ricchi? Semplice: incoraggiandola a partire.
E così, per propaganda o necessità, Ulisse diventa il leggendario
Marco Polo di quella civiltà che cominciava a domandarsi cosa ci
fosse oltre il mar Egeo. Attraverso le sue avventure, i Greci
potevano viaggiare con la fantasia verso quell’Occidente misterioso,
il Mare Nostrum ancora avvolto nel mito, che si diceva arrivasse
sino alle Colonne d’Ercole.
Omero (o chi per lui, visto che la questione omerica continua a
essere uno dei grandi misteri della letteratura) costruisce così una
geografia fantastica che sembra quasi preparare la strada agli
esuli, ai poveri e a tutti coloro che, da lì a poco, avrebbero
lasciato la Madre Patria per cercare fortuna sulle coste
dell’Occidente.
Non è un caso che gli itinerari descritti nel poema alludano a
luoghi che la tradizione avrebbe poi identificato con la Campania,
la Calabria, la Puglia e la Sicilia: terre che sarebbero diventate
parte di quella Magna Grecia destinata a crescere e prosperare nel
Mediterraneo.
I veri Ulisse furono forse proprio i capi delle spedizioni
coloniali, i cosiddetti ecisti: lo spartano Falanto a Taranto,
Archia a Siracusa, Diomede in quasi tutto il Mezzogiorno, Pamilo a
Selinunte e il calcidiese Teocle, fondatore prima di Naxos -
chiamata come la sua città natale - e poi di Katane, sebbene
quest’ultima fondazione sia attribuita anche a Evarco.
In buona sostanza, tornato a casa, a tarda sera mi è venuta una
gran voglia di rivedere la versione ridotta dell’Odissea di Franco
Rossi del 1968, splendido sceneggiato che ancora oggi merita di
essere ricordato per aver saputo rappresentare il poema di Omero
fedelmente all'età del bronzo, straordinario e spettacolare
nonostante le poche risorse dell’epoca. Quindi niente cavalli che
sembrano usciti da Las Vegas, armature degne dei Manga, Polifemi da
carri allegorici a Viareggio o interminabili stragi alla Salvate il
soldato Ryan. E, soprattutto, niente milioni di dollari della
Universal Pictures.
Il Kolossal RAI era interpretato da un Ulisse indimenticabile,
Bekim Fehmiu - meglio di lui nessuno - dalla straordinaria Irene
Papas e impreziosito dai prologhi del grande Giuseppe Ungaretti, che
apriva ogni puntata con la sua voce e la sua poesia. Una grande
storia raccontata con intelligenza ed eleganza. Un capolavoro che, a
quasi sessant’anni di distanza, rimane ancora oggi godibile e capace
di restituire alla leggenda quella dimensione che il cinema moderno
sembra aver dimenticato.
Passiamo a Ulisse.
Chi era davvero Odìsseo? Il nome deriva dal greco antico Odysseus,
associato all’idea dell’odiato (dagli Dei). Nell’immaginario è il
fedele collaboratore di Agamennone, guerriero abile, sagace e
scaltro. Ma dietro la maschera dell’eroe si nasconde anche un uomo
narcisista, egocentrico, egoista e sorprendentemente sprovveduto nei
confronti della propria famiglia: talmente preso dalle proprie
imprese da abbandonare un figlio ancora in fasce e una moglie
destinata a rimanere per vent’anni circondata da giovani
pretendenti, tutto pur di andare a giocare alla guerra.
Anche in questo film, dunque, Ulisse ne esce con le ossa rotte.
Appare come un disadattato sociale: un uomo incapace di appartenere
veramente a un luogo e di avere amici che non siano i compagni delle
sue folli avventure. Un uomo condannato a viaggiare perché, forse,
non sa più chi sia e dove sia casa sua.
E Penelope? Penelope è, in fondo, la vera eroina della storia.
Colei che per vent’anni sopporta l’egocentrismo del marito, la sua
assenza dovuta alle sue disavventure e infine il suo ritorno. La sua
figura appare come la forma di ripiego di un uomo che, dopo aver
inseguito il mondo intero, scopre che qualcuno lo stava ancora
aspettando.
Ulisse non torna a casa perché finalmente vuole rivedere la
moglie e il figlio. Torna perché è stanco delle sue scriteriate
rotte; vecchio, come se avesse bisogno di essere compatito o
perdonato. Eppure, dentro di sé, è già pronto a ripartire verso
nuove disgrazie, nuove terre e nuovi guai. Tanto che viene quasi da
immaginare Penelope, esasperata dopo vent’anni di attesa, che gli
dica in perfetto dialetto siciliano: «A mugghieri, ma quannu ti
quagghia a mennula?»
(Mimmo Rapisarda)
|