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Ho fatto un sogno, stanotte.

Un nubifragio si abbatteva su Catania ed un fiume d’acqua scendeva dai paesi etnei, attraversando il Tondo Gioeni.

Io ero seduto a riva. Accanto a me, il Maestro Franco Battiato. Mentre aspettavamo passare il nostro nemico, all’improvviso, ci scorre davanti il copertone di un auto.

Il Maestro mi guarda con aria frastornata e mi dice: “è il segnale, ragazzo. Questo è il copertone di una Fiat Punto speciale, che resiste all’acqua ed alla pioggia. Questa Fiat la producono solo al Porto di Catania: l’hanno chiamata Punto Molo“.

Solo a quel punto, iniziamo a percepire un rumore molesto, che interrompe il ragionamento del Maestro. Sono i clacson delle macchine, bloccate in mezzo al fiume che attraversa il Tondo Gioeni. Sul Tondo sventola bandiera bianca.

La gente santia e impreca. E poi impreca e santia.

Io mi guardo e poi guardo gli abiti del Maestro. E mi accorgo che siamo due gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imprecatori.

All’improvviso, tutte le macchine si spostano ai lati del fiume ed un uomo con una maglia rosa, sopra una bicicletta, alza le braccia e apre le acque. Lo riconosco. È Francesco Moser.

Il Maestro si blocca, come infastidito, si solleva, quasi levitando, e sale a piedi nudi sopra la pensilina del 657. Io lo osservo.

Tremo. Riesco a dirgli a stento poche parole, in preda allo stupore: “Maestro, diteci cosa sta succedendo a questa città? Io sto scioccando“.

Il Maestro Franco Battiato, allora, alza in alto il braccio destro, come quando Baresi chiamava il fuorigioco, e lo protende in direzione degli archi della Marina.

In quell’istante, inizia a recitare i versi di una sua canzone del 1994, che gli escono fuori spontanei.

Schocking in my town: “Shock in my town velvet underground. Ho sentito urla di furore, di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi, rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi. Ho incontrato allucinazioni. Stiamo diventando come degli insetti; simili agli insetti. Nelle mie orbite si scontrano tribù di sub-urbani, di aminoacidi. Latenti shock addizionali, shock addizionali, sveglia, sveglia kundalini, sveglia kundalini, per scappare via dalla paranoia, come dopo un viaggio con la mescalina che finisce male nel ritorno“.

Solo appena il Maestro ha finito di parlare, anche io mi alzo in piedi. Sono tutto bagnato. Mi faccio spazio tra le macchine sommerse dal fiume, evito un frigidere della Ariston.

Sono adesso sotto di lui, davanti la pensilina.

Lo guardo negli occhi e, con sguardo timido e voce ferma, gli dico quello che ho sempre sognato di dirgli dal 1994: “Maestro, ma che minchia ci volevi dire?“.

Poi mi sveglio. Cerco di addormentarmi e di riprendere il sogno. Ci riesco. Ma adesso, come sempre succede, il sogno non è più bello come prima e, sulla pensilina, c’è Claudio Villa. Il Tondo non si è fermato mai un momento.

Mattia Iachino Serpotta https://www.facebook.com/mattiaiachinoserpotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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