Stesicoro, grande poeta lirico. Il suo vero nome era Tisia, ma fu soprannominato Stesicoro, che voleva dire coordinatore di cori. Sarebbe vissuto tra la fine del VII sec. a.C. e la prima metà del VI sec. a.C. Incerta la sua patria d'origine. Nato forse in Calabria a Matauro (odierna Gioia Tauro), colonia di Locri, sarebbe vissuto a lungo in Sicilia, ad Imera, da dove, per motivi politici, si rifugiò a Catania. Di ben 26 libri di poesie che scrisse, meritandosi l'appellativo di "Omero della lirica corale", ci rimangono sojo 26 frammenti, per complessivi 59 versi.

Questo poeta, il cui nome riassume la storia della lirica greca in Sicilia, ed indica l'inserimento dell'Isola nell'orbita culturale panellenica, ebbe un culto particolare a Catania. Alla sua morte i catanesi eressero un grandioso mausoleo ottagonale, sostenuto da otto meravigliose colonne marmoree nel centro della città, nei pressi di piazza Porta di Aci, nel luogo ove venne costruito nei secoli successivi il convento dei Carmelitani, in piazza Carlo Alberto .

Piazza Stesicoro è una delle piazze del centro storico della città di Catania posta sulla principale strada del centro, la via Etnea.
La piazza, che è la seconda della via Etnea procedendo in senso sud-nord, da questa viene divisa a metà. La sua forma è rettangolare e le due parti in cui è suddivisa presentano aspetti differenti dal punto di vista architettonico. La parte ad est presenta al centro il monumento a Vincenzo Bellini realizzato dallo scultore Giulio Monteverde nel 1882; il lato nord è delimitato dal pregevole Palazzo del Toscano, a nord-est il Palazzo Beneventano costituisce un lato del Corso Sicilia, mentre l'altro è delimitato da un moderno edificio.

 

 

Piazza Stesicoro è una delle più frequentate piazze del centro storico di Catania, sia per la posizione centrale, sia per la vicinanza con il tipico mercato della “Fera o’ Luni”.

Piazza Stesicoro, che deve il suo nome al poeta greco Stesicoro il cui sepolcro si trovava qui in epoca romana, è attraversata e divisa in due dalla strada principale del centro, la via Etnea. Le due parti della piazza hanno stili architettonici differenti. A est troneggia al centro il monumento dedicato al compositore Vincenzo Bellini realizzato dallo scultore Giulio Monteverde nel 1882.

Alle spalle del monumento a Bellini, alla fine degli anni cinquanta, furono abbattuti tutti gli edifici esistenti e fu realizzato l’attuale Corso Sicilia, ai cui lati si trovano i principali edifici finanziari della città.

Dall’altro lato della piazza, sotto il manto stradale, a circa dieci metri di profondità, è visibile una parte dell’Anfiteatro romano riportato alla luce agli inizi del XX secolo.

Di fronte i resti dell’Anfiteatro si trova la Chiesa di San Biagio conosciuta anche come la Chiesa di Sant’Agata alla Fornace, dal nome della reliquia custodita all’interno, e di fianco in posizione più elevata rispetto alla piazza c’è il Palazzo della Borsa, oggi sede della Camera di Commercio di Catania. A nord, rispetto all’Anfiteatro romano si trova il settecentesco Palazzo Tezzano, sede del tribunale fino al 1953.

 Ogni anno, proprio da Piazza Stesicoro, e precisamente dalla Chiesa di Sant’Agata alla Fornace, il 3 febbraio hanno inizio i festeggiamenti religiosi per la Patrona della città con la processione dell’offerta della cera alla Santa, detta anticamente la “processione della luminaria” (il termine “luminaria” si riferiva all’offerta in cera che tutti i rappresentanti della città donavano per illuminare l’altare di S. Agata).

Partendo da qui, passando da via Etnea e Piazza Duomo, la processione raggiunge la Cattedrale di Sant’Agata.

https://www.citymapsicilia.it/struttura/piazza-stesicoro/

 

 

 

Continuando sul lato sinistro, dopo l'ex Convento dei Minoriti, oggi sede della Prefettura, tra l'omonima chiesa e via Penninello  si incontrano alcuni edfici d'affitto, tra i quali quello dei Curìa seguito da altro della famiglia Zappalà che raggiungono con I'antico ex Bar Centrale la piazza Stesicoro.

Sul lato destro, dalla via Carcaci alla via Montesano, i palazzi Cilestri, Mannino e Trigona.

Il  successivo troncone edilizio, in parte d'affitto, raggiunge la piazza Stesicoro, con i palazzi Paternò Castello e PaoIa, ospitando all'estremità, fino a poco tempo fa, il negozio di Barbisio. Nell'insieme i due tronconi edilizi conclusivi, che si fronteggiano, affacciandosi nella storica piazza della Porta di Aci, si coniugano bene, con un gradevole bilanciamento volumetrico.

E qui va inserito quanto ci racconta Lucio Sciacca: intorno al 1830, quella zona dove oggi fa bella mostra il teatro Metropolitan e le costruzioni attorno, era costituita dalle proprietà dei Paternò Manganelli e del Principe Biscari, che vi trascorreva quale luogo tranquillo, la sua villeggiatura estiva.

 

La aristocratica famiglia Paternò Manganelli che esercitava l'industria della molitura decise, per incrementare i suoi affari, di impiantare all'interno della sua proprietà un mulino ad acqua. L'iniziativa, utile ai proprietari, creò molti inconvenienti ai cittadini e soprattutto ai Biscari ai quali perveniva il maggiore danno "ambientale". lnfatti all'assordante rumore delle ruote del mulino, al vociare dei numerosi carrettieri che lo frequentavano, nel loro via vai di carri, si aggiungeva l'impantanamento dell'intera zona bassa costituita dal "vico delle fosse" (oggi via Sant'Euplio), che la rendeva intransitabile; senza contare l'offesa al decoro della città. Dopo alcuni anni di lite tra i due noti interessati e le lamentele dei cittadini, don Giuseppe Alvaro Paternò principe di Manganelli propose di incanalare a sue spese l'acqua di risulta del mulino (che avrebbe regalato) per alimentare una fontana a Porta di Aci  (da costruire a spese del Comune).

 

E così fu fatto. La fontana venne ubicata dove attualmente fa bella mostra il monumento a Bellini. Ma essa vene poco accettata dai cittadiniperchè nelle giornate di vento bagnava passanti e faccendieri sostanti, oltre i nulla facenti. Altro inconveniente era il continuo va e vieni delle carrozze e carretti che la utilizzavano per abbeveratoio dei cavalli. L'ammollo invernale di folla che seguiva Sant'Agata le fece guadagnare l'appellativa di "scolapasta" per la forma che le era stata data. Per tutto quel che le accadde, diventò per tutti la fontana della "jettatura". Interrotta l'acqua, diventò ricettacolo per le immondizie. Man mano venne smontata dai cittadini per ricavarne i marmi pregiati di cu era adornata. La storia finnì nel 1874, quando venne scelto quel sito per collocarvi il monumento a Bellini.

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Etnea. Catania dalle origini ai quartieri storici - Gaetano D'Emilio,Fabrizio D'Emilio Editore: Algra

 

 

 

 

LA FONTANA DELLA PORTA DI ACI

(di Lucio Sciacca, da "Catania com'era",1974, Casa Editrice I Faraglioni)

-Questa è la storia d'una fontana nata sotto cattiva stella, che pochi vollero e molti avversarono, innalzata come monumento,diminuita al ruolo di pubblico abbeveratoio, prima ancora d'esser demolita e dispersa;

d'una fontana sfortunata sulla quale si accanì l'animosità del popolino (che la chiamò FONTANA DELLA JETTATURA) e contro cui si appuntarono gli strali velenosi del poeta dialettale don Cola Ardizzone.

Tutto cominciò verso la fine del 1830, quando i Paternò Manganelli, che esercitavano l'industria della molitura, decisero di incrementare i loro affari impiantando un mulino anche a Catania (ne avevano a Misterbianco, Acicastello, Valcorrente) e scegliendo a tal uopo quel tratto di terreno compreso fra gli orti del Salvatore e i Cappuccini, il vico delle Fosse (oggi via Sant'Euplio) e il Laberinto dei Biscari (oggi villa Bellini),vicino al centro storico della città.

Portata a compimento l'opera, il pubblico prese ad affluirvi, il mulino a funzionare, l'acqua a defluire verso il basso allagando la zona sottostante, con vivo disappunto della gentucola che vi abitava.

Ma,il disappunto maggiore fu quello dei Biscari i quali mal sopportarono che accanto ai magnifici giardini di loro proprietà  - dove gli estivi ricevimenti avevano del favoloso  - prosperasse quel chiassoso baraccone che arrecava danno agli abitanti di quella zona e offesa al decoro dell'intera città.

Ne nacque una lite protrattasi per diversi anni.

I due illustri casati si fronteggiavano con pari vigore e altrettanta acrimonia, senza raggiungere un qualche positivo risultato e anzi spendendo un sacco di quattrini quando, fra i pensieri di don Giuseppe Alvaro Paternò, principe di Sperlinga e Manganelli, si fece largo una splendida idea.

Di che si lagnavano i Biscari?

Di che si rammaricava il Decurionato?

Perché protestava la gente?

 

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I malumori e le proteste traevano origine dallo scorretto comportamento dell'acqua che, non sapendo dove andare dopo aver fatto girare le grosse macine del mulino, impantanava strade cortili case orti e poderi altrui.

Quest'acqua dunque, doveva essere raccolta, incanalata, avviata verso uno sbocco appositamente costruito:una fontana. Si,bisognava innalzare una fontana in un punto vicino, donare l'acqua al Comune, creare un diversivo che procurasse diletto grande ai catanesi e assicurasse la sopravvivenza del mulino.

Pensato e fatto.

L' acqua fu donata al Comune, e il Comune, in data 23 settembre 1833,deliberò che <<si accetti il dono di dodici penne d'acqua che per il bene della Patria ha proposto il signor Principe Manganelli e si approvi la costruzione di un fonte,splendidamente ornato,alla porta di Aci.....>>

L' atto di nascita della fontana era ormai un fatto compiuto, almeno sulla carta. Restavano due cose da fare:la realizzazione dell'opera e la scelta del posto. E perciò, mentre fu dato incarico all'ingegnere Carmelo Lazzarotto per la prima parte,si convenne di collocare la erigenda fontana nel tratto orientale della piazza, dirimpetto alla statua di Ferdinando II ch'era stata,invece, sistemata nell'opposto lato.

La fontana venne di fatto innalzata nell'area oggi occupata dal monumento a Bellini.

Per maggiore chiarezza, bisogna aggiungere che quella parte di piazza Stesicoro, ancora in quel tempo a fondo naturale, aveva ospitato, sin dal 1807,la Fera Lunare (o del lunedì),il settimanale mercato che, pressappoco in coincidenza con la costruzione della fontana in questione, fu trasferito in piazza del Carmine. Il palazzo del Toscano e quello Beneventano non erano stati ancora costruiti,mentre nella piazza s'affacciava, assieme ad altre costruzioni di più modesta levatura, quel burbero fabbricato a quattro piani,ubicato fra la via Decima e la via Gambino, e demolito nel 1959,in seguito al risanamento del quartiere San Berillo.

Dunque, tornando alla fontana, essa sulle prime venne accolta con favore, e ne furono persino apprezzati l'architettura, l'ampiezza,gli zampilli. Come si può intuire dal disegno qui riprodotto (unica testimonianza grafica pervenutaci),la vasca, tutta in marmo di Taormina, misurava canne quattro, vale a dire più di otto metri di diametro;portava al centro una cupoletta pure di marmo, cosparsa di buchi attraverso cui zampillavano numerosi getti d'acqua ad ombrello, e recava nel centro un foro principale per <<Il getto spettacoloso di altezza, a meraviglia dei cittadini ed anche dei forestieri >>

Poi (e non sappiamo perché) si levarono contro di essa critiche e diffamazioni, mentre, d'altra parte, ne approfittarono i carrettieri per abbeverare i loro animali. Vi fu un tempo nel quale tutti i cavalli i muli gli asini che alloggiavano nei vicini fondaci di piazza del Carmine, convennero numerosi e compatti in quella grande vasca per dissetarsi. La qual cosa, a lungo andare, urtò la sensibilità dei pubblici amministratori i quali, per eliminare l'indecoroso spettacolo, incaricarono lo stesso ingegner Lazzarotto di recingere la fontana.

Fu un rimedio peggiore del male,e suscitò il generale scontento. Scontenti i carrettieri,scontenti quegli altri a cui non era andato a genio il nuovo accomodamento, scontento, più di tutti, quella gran mala lingua di don Cola Ardizzone che con la fontana ce l'aveva per fatto personale.

Il satirico poeta che abitava in quei pressi,quando si levavano <<le alzate spettacolose>>del getto principale, e in contemporanea soffiava il maestrale, si veniva a trovare, senza scampo, con l'acqua n casa, e doveva sbarrare uscio e finestre per non sguazzarvi dentro.

Egli protestò allora violentemente, in prosa e in versi,senza alcun apprezzabile risultato se non quello di veder denigrati ulteriormente la fontana e il Lazzarotto, il quale, sotto l'infuriare di quelle bordate, caduto in disgrazia dello stesso Intendente, finì col lasciare Catania.

Nè,con l'allontanamento del suo artefice, cessarono i guai per la fontana.

Tutt'altro.

Nel 1837,mentre infieriva il colera, la Deputazione di Salute Pubblica ne propose la soppressione, per eliminare in tal modo <<le balorde congetture e vociferazioni del popolino e di malintenzionati che avevano interesse di far credere potesse per avventura rinnovellarsi la mala genia di supposti untori o avvelenatori di acque potabili >>.

Il suggerimento fu,in verità, disatteso, e la fontana non venne toccata. Soltanto fu privata dell'acqua, e ridotta a ideale mezzo di trastullo dei monelli di quel rione.

Cessato il colera,le acque tornarono ad affluire in piazza Stesicoro;ma il livore contro la fontana, lungi dall'affievolirsi, si tramutò in odio allorché, nel 1847,durante i festeggiamenti alla Patrona, alcuni cittadini,  spinti dal fluttuare della folla, andarono a finire nella vasca.

Furono tirati fuori, pesti e grondanti. Nessun morto,nessun ferito. E tuttavia si gridò al miracolo operato dalla Santa e s'imprecò contro la fontana della jettatura.

Poi,poco alla volta, le acque cominciarono a mancare, <<alzate spettacolose >>non se ne videro più ed ebbe inizio l'inesorabile declino, fino a quando, ormai all'asciutto, la fontana fu dimenticata persino dall'irriducibile don Cola la cui satira aveva, nel frattempo, perso lo smalto dell'attualità.

Nel 1874 i catanesi si trovarono a dover risolvere l'entusiasmante problema del monumento a Bellini.

In quell'occasione, il professor Filadelfo Fichera indicò,per primo, come <<sito più confacente >>per la installazione del monumento la porzione di piazza Stesicoro avanti il nuovissimo palazzo del Toscano.

Ma,nella relazione del Fichera non si fa alcun cenno della fontana.

Come mai?

Esisteva ancora in quell'anno ed era tenuta in così scarsa considerazione che non metteva conto parlarne?O era stata demolita, e perciò lo spazio che avrebbe accolto, otto anni dopo, l'opera dello scultore Giulio Monteverde era già libero?

Non sappiamo dire con certezza, non rinvenendosi alcun attendibile documento al riguardo, all'infuori di un'annotazione del Gentile Cusa:<<La piazza Stesicorea venne decorata di due ornamenti oggi scomparsi. Nella parte orientale venne innalzata quella pubblica fontana che si trova ora in piazza Carlo Alberto, e nella parte occidentale fu elevata la statua marmorea di Ferdinando II, opera del Calì>>.

Il Gentile Cusa scriveva nel 1875;dunque, in quell'epoca, la fontana (non sappiamo in quale stato)era al Carmine.

Ma dove precisamente?

E quando e come scomparve?

Sia come sia, resta il fatto che i catanesi, o perché presi dalla euforia del monumento a Bellini, o per altri motivi, cancellarono ben presto dalla loro mente il ricordo della sfortunata fontana.

Col passare degli anni, dimenticarono pure la pungente poesia di don Cola Ardizzone i cui due ultimi versi - alludendo alla cupoletta forata per la quale passavano i piccoli zampilli - così recitavano:

<<.....E lu populu cuntrasta

s'è funtana o sculapasta>>

(Testo dal libro "Catania com'era "di Lucio Sciacca)

 

 

 

 

 

Infine il lato sud presenta alcuni edifici di minor pregio architettonico. Dall'altro lato, al centro della piazza, si trova ad un livello di circa dieci metri sotto la superficie stradale, la parte terminale nord dell'Anfiteatro romano riportata alla luce nel secolo scorso dopo secoli di oblio. Sul lato ovest, in posizione elevata, si trova la Chiesa di Sant'Agata alla Fornace ed il Palazzo della Borsa. A nord infine il settecentesco Palazzo Tezzano, sede del tribunale fino al 1953, che occupa tutto il lato nord della suddetta parte della piazza.
Alle spalle del monumento a Bellini, alla fine degli anni cinquanta, vennero abbattuti tutti gli edifici esistenti e venne realizzato il Corso Sicilia, ai cui lati vennero costruiti palazzi moderni, in genere, di proprietà di banche ed assicurazioni; questo conduce a Piazza della Repubblica e proseguendo sino alla stazione Centrale.
La piazza Stesicoro è una delle più frequentate della città sia per la sua centralità che per la contiguità con il tipico "mercato della fiera" un tempo detto anche a fera 'o luni (la fiera del lunedì) che tutt'oggi dura dal lunedì al sabato.

Palazzo del Toscano sorge in piazza Stesicoro all'angolo Via Etnea. Fu edificato intorno al 1870 quale residenza cittadina dei Paternò Marchesi del Toscano su progetto dell'architetto milanese Enrico Alvino.

Il Palazzo fu inizialmente costruito, ai primi del Settecento, su progetto dell'insigne architetto Gian Battista Vaccarini, ma la sua edificazione si fermò al primo piano soprastante gli ampi locali di servizio sulla strada, scanditi dagli archi in pietra bianca e nera tipici di altri monumenti del barocco catanese.

Abitato dalla Famiglia Tedeschi Bonadies baroni di Villermosa, nel 1858 fu destinato dall'ultimo discendente della casata al nipote Antonino Paternò 1° Marchese del Toscano, che di lì a poco sarebbe divenuto primo sindaco di Catania, malgrado le precedenti affermazioni di fede borbonica. Il Marchese del Toscano, a sostegno dell'ascesa del casato nell'Italia Unita, decise di continuare la costruzione del palazzo, rimaneggiandone però l'architettura complessiva.

Dopo un primo incarico al torinese Poletti, più rispettoso del primitivo impianto del Vaccarini, il marchese si affidò all'architetto milanese (ma attivo a Napoli) Enrico Alvino che realizzò un'architettura neorinascimentale compatta e severa, ma chiaramente influenzata dall'eclettismo artistico dell'ottocento e, insieme, dal gusto per gli ambienti "a tema" proprio dei palazzi napoletani. Il progetto di Alvino, fu ben presto d'ispirazione per altri palazzi della città come il vicino Palazzo Beneventano della Corte.

 

I decori e l'arredamento della Sale di Rappresentanza, nonché i rivestimenti marmorei e gli affreschi del grandioso scalone d'onore, furono cura dell'erede primogenito Giovanbattista Paternò, 2° Marchese del Toscano sposato a una Caracciolo di Napoli e anch'egli sindaco di Catania in periodi alterni, tra cui quello coincidente con il completamento e l'inaugurazione del Teatro Massimo Bellini. Per i decori furono chiamati i migliori artisti disponibili in quel momento sulla piazza catanese, da Alessandro Abate a Giuseppe Sciuti

http://www.palazzodeltoscano.it/

 

 

 

 

 

Il Palazzo Beneventano fu commissionato dalla famiglia Pavone, il palazzo fu venduto nel 1870 al barone Giuseppe Luigi Beneventano della Corte e da lui ultimato su progetto dell’ingegnere Lanzerotti. Importante elemento scenografico del lato est di piazza Stesicoro, l’edificio ha un’impostazione neoclassicheggiante che ben si accorda con il vicino Palazzo del Toscano. Decorarono gli interni alcuni tra i più importanti nomi del panorama artistico tardo ottocentesco: Alessandro Abate, Alfonso Orabona e l’illustre Giuseppe Sciuti.

http://www.girasicilia.it/patrizi-e-palazzi-visite-guidate-catania/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2023/275.JPG

 

In piazza Stesicoro (lato est), scoperto la sera del 21 settembre 1882, opera dello scultore Giulio Monteverde (al quale furono versate 130.000 lire), realizzato a iniziativa e spese del Comune, che si assunse l'onere della costruzione delle fondamenta. Fino all'anno prima non era stato ancora deciso dove innalzarlo. Il 26 novembre 1881, Federico De Roberto, in una corrispondenza da Catania, sul Fanfulla del 20 novembre, scriveva: "Lo scultore ha completato l'opera sua, e se essa non si vede ancora a posto, la colpa è tutta dei nostri aministratori" (la giunta era presieduta da Antonino Paternò Castello di San Giuliano, futuro ministro degli Esteri), "che ancora non si sono decisi a designare il luogo dove il monumento si dovrà collocare. Ci sono diverse opinioni".
Alcuni indicavano la piazza dove era in costruzione il tratro Massimo, lo stesso De Roberto e altri la piazza Duomo al posto dell'Elefante ("specie di pasticcio croccante, o se vi piace meglio di giocattolo"), altri, e la spuntarono, la piazza Stesicoro.
Nel settembre del 1882, il monumento fu pronto ma non vi fu una vera cerimonia inaugurale, che il Comune intendeva accomunare a quella del teatro Massimo Bellini, che sembrava in via di ultimazione (ma che venne completato soltanto otto anni dopo).
De Roberto, sul Fanfulla del 28 settembre: "L'altra notte (21 settembre) i buoni catanesi che abitano nei pressi della piazza Stesicoro, ebbero rotto l'alto sonno da un frequente martellare e da un rovinar di panconi che facevano un effetto pochissimo armonico, quantunque si trattasse precisamente di qualche cosa che coll'armnia ha molte realzioni. Quel fracasso era dunque prodotto dallo schiodamento dello steccato che nascondeva il monumento a Bellini, che venne così scoperto nelle tenebre, quasiché si compisse una cattiva azione". Il popolo in festa si radunò alla casa di Di Bartolo, dove era ospite Monteverde, e gli tributò una calorosa manifestazione di simpatia. Poi, tutti in corteo, scultore compreso, in piazza Stesicoro, ad ammirare il monumento: "come per incanto furono accesi innumerevoli fuochi". Ancora De Roberto: "L'operaconsta di un largo basamento, da cui si svolge, con movimento svelto, una gradinata di sette gradini - le sette note musicali - che finisce in un secondo piano, nel cui centro sorge un secondo basamento di forma parallelepipeda. Quasi addossate alle quattro faccie, ed appoggiate all'ultimo gradino, s'innalzano quattro statue rappresentanti la Norma, il Pirata, la Sonnambula, ed i Puritani. Finalmente in cima al secondo basamento sta Bellini seduto. Tutto il monumento è alto 15 metri".

http://www.sicilie.it/sicilia/Catania_-_Monumento_a_Vincenzo_Bellini

 

Aveva quasi 35 anni quando si spense il "Cigno catanese". Una vita breve ed intensa dedicata alla musica in un periodo ove imperavano i "Mostri Sacri" del melodramma.
Non aspettatevi da parte mia una rigorosa cronistoria della vita del musicista, lungi da me, non ho una preparazione adeguata a questo. La mia potrebbe essere catalogata come una informativa da giornalista (che non sono) o forse è meglio dire da uomo della strada (Che sono) che vuol soltanto informare in maniera comprensibile su alcuni personaggi della Storia (Con la (S) maiuscola) Che hanno caratterizzato dei momenti della nostra storia di Catanesi (Intendo comprendere in tale termine tutta la provincia).

Fatti salienti, in questi miei racconti, sono più che altro aneddoti e curiosità, tutto ciò che lo storiografo ufficiale omette nelle sue pubblicazioni perchè ritenute di scarso valore storico. La mia convinzione di "Uomo della strada" è inversa poichè ritengo che per il popolo sono le molte cose piccole che fanno comprendere la grandezza dell'ingegno di un personaggio. Queste cose comprende il popolo, attraverso il quotidiano si apprezzano le doti Eccezionali dell'uomo.

1864 i giornali catanesi iniziano una campagna di stampa, affinchè la salma di Vincenzo Bellini venga traslata dalla Francia a Catania. "Son passati 29 anni dalla sua morte". Mi chiedo perchè dopo tanto tempo? La risposta personale a questo interrogativo potrebbe essere che in quegli anni gli eventi storici europei erano ben più importanti che non la morte di un musicista. "Meglio tardi che mai" direbbe qualcuno sul quale motto mi trova d'accordo.

1865 il Sindaco di Catania dell'epoca "Cav. Antonino Alonzo, provvisoriamente nominato facente funzioni, dopo le dimissione del sindaco Giacomo Gravina, che pressato dalla stampa e dall'opinione pubblica, interpella i parenti del musicista scomparso, Carmelo,Maria Bellini e Paolo Castorina, parente della famiglia, per avere un permesso scritto come era stato richiesto dalle autorità francesi, sulla richiesta di traslazione della salma. I familiari accettarono ma ponendo delle condizioni. La principale fu che il Municipio doveva innalzare un monumento al "Cigno Catanese":

 

Il sindaco Alonzo e la sua giunta comunale composta da: Principe Gioacchino Paternò Castello di Biscari, Michelangelo Torrisi, Pasquale Platania, Giacomo Sacchero, Angelo Seminana, Dott. Vincenzo Marcellino, Dott. Pietro Andronico, Marchese Giustiniano Vigo, Rosario Battiati Malerba. Prescrisse che le ceneri del musicista, all'arrivo a Catania, sarebbero state poste in un distinto posto in Cattedrale con base e lapide ed un mezzo busto in marmo dello scultore Tito Angelici (Che era già pronto).

I familiari soddisfatti stipularono l'atto presso il Notaio Giuseppe Marco Strano con le Autorità Municipali Catanesi. Copia dell'atto venne inviata a Parigi.
Le Autorità Francesi concedevano il trasloco delle ceneri di Bellini, a tale risposta affermativa, il Sindaco Alonzo e la sua Giunta, il 14 Marzo 1865, faceva stampare 4.000 copie di un manifesto che inviarono a tutti i comuni d'Italia con popolazione superiore a 3.000 abitanti, ove annunciavano la traslazione della Salma di Vincenzo Bellini in Catania.
Il 20 Maggio 1876 il Governo Francese, in virtù di un Decreto Imperiale, concedeva il permesso per il disseppellimento delle spoglie di Vincenzo Bellini. La Delegazione Italiana entrando in possesso del documento lo consegnò ai responsabili che si sarebbero recati a Parigi per ottenere le ceneri del "Cigno Catanese".
Il 4 Agosto 1876 La Giunta Comunale stabiliva "Esequie Solenni" per il trasporto
delle ceneri del Bellini che dovevano avvenire fra il 22-23-24 Settembre 1876, inoltre si procedeva alla nomina dei Membri della Commissione che doveva prendere in consegna i resti del Grande Musicista e scortarli in Italia.
Fatta la Commissione composta, in un primo momento da 10 Notabili, si ridusse poi a 5 perchè alcuni componenti non poterono o non vollero allontanarsi da Catania.
La Commissione era composta da: Principe Enrico Grimaldi, Marchese Antonino Paternò Castello di Sangiuliano, Cav. Gaetano Ardizzone, Prof. Pietro Platania, Barone Rosario Currò; si unì a questa Commissione a Napoli, il Comm. Francesco Florido che tanto s'adoperò per il ritorno delle spoglie del Bellini in Patria.
Il 15 Settembre 1876, alle ore 11,30 nel cimitero di Perè Lachaise veniva effettuata la ricognizione del corpo di Bellini.

 


Era avvolto in una tela dove era stato posto dopo l'imbalsamazione, il cappellano dopo le preghiere dei defunti, benedisse la salma, a questo punto il feretro fu posto in un'altra cassa ove nel coperchio era scritto: "VINCENZO BELLINI, NATO A CATANIA IL 3 NOVEMBRE 1801 MORTO A PUTEAUX PRESSO PARIGI IL 23 SETTEMBRE 1835". Sulla tomba rimasta vuota in Francia, la delegazione faceva opporre la seguente lapide: "CATANIA GRATA ALLA FRANCIA NEL RICHIAMARE LE CENERI ILLUSTRI QUESTA LAPIDE POSE IL 15 SETTEMBRE 1876". Il carro funebre tirato da 8 cavalli percorse le vie di Parigi fra un'ala di popolo in religioso silenzio che espresse l'estremo tributo di omaggio all'illustre Musicista. Nella tarda serata, alla stazione ferroviaria il feretro venne posto sul vagone che doveva condurlo direttamente in Italia.
Il 16 Settembre 1876 alle ore 8,00, il treno con la salma di Bellini, lasciava la stazione di Parigi, nelle varie stazioni del percorso verso Catania le accoglienze furono ovunque commosse e calorose.
Nel pomeriggio del 21 Settembre, la città di Reggio Calabria accoglieva le spoglie mortali del Bellini, nella stazione veniva allestita una camera ardente che accolse il feretro.

 


Il 22 Settembre 1876 il corteo, nella mattinata, si muoveva lento e solenne verso il porto, all'ingresso del quale fu posto un grande arazzo con la seguente scritta: "REGGINI ONORATE DI ONORI E DI VOTI GLI AVANZI DEL DIVINO CATANESE CHE LA MUSICA ITALIANA SEPPE ELEVARE A INFINITO SPLENDORE NELLE POTENTI NOTE DELLA NORMA".
La salma fu imbarcata sulla nave da guerra "G
UISCARDO" che nel pomeriggio dello stesso giorno ancorava al porto di Catania, salutata da 21 colpi di cannone sparati dalle batterie piazzate nel Castello Ursino. Ad attendere la salma sulla banchina del porto cerano, oltre le autorità, il fratello Carmelo e la sorella Maria di Vincenzo Bellini. Il Sindaco Tenerelli salito per primo sulla nave, si recò nella Camera Ardente e si inginocchiò davanti alla salma di Bellini che ritornava in città dopo 41 anni dalla morte.
Al calare della sera il porto e le principali strade della città erano sfarzosamente illuminate, il Giardino Bellini dall'ingresso al Viale Centrale che conduceva al Busto di Bellini era rischiarato da archi di luci a gas ed il Busto del Musicista era illuminato da un'aureola di gas semovente.
Alle ore 20.30 in Piazza degli Studi dal balcone dell'Aula Magna dell'Università, si scopriva un bellissimo Trasparente che rappresentava l'apoteosi di Bellini, opera del pittore Michele Rapisardi, in cui gruppi di Angeli trasportavano il "Cigno" in cielo.

Su un grande palco, intanto la banda cittadina eseguiva musiche di Bellini.
Alla Mezzanotte il feretro dalla nave, veniva traslocato su una barca adornadi tappeti neri, i marinai, vogando lentamente, raggiunsero il molo. Allo sbarcadero attendeva l'Antica Carrozza del Senato, su cui veniva posta la grande cassa.

La Berlina, scortata da Valletti con fiaccole si avviava verso il centro della città, a Porta Uzeda, molti catanesi, staccavano i cavalli della carrozza e ponendosi ala timone della Berlina, portarono la salma da Piazza Duomo al Borgo, in una marcia trionfale, ove il feretro giunse alle 2 di notte.
Il feretro venne posto su un grande Catafalco all'interno della Chiesa di Sant'Agata al Borgo, ove la salma fù vegliata tutta la notte da molti catanesi alla luce di centinaia di ceri ardenti.
Il 23 Settembre 1876 alle ore 10, si concretizzava ufficialmente la consegna delle spoglie di Vincenzo Bellini da parte del Principe Serravalle alla citta natìa, nella persona del Sindaco Tenerelli, con un atto stilato nella stessa Chiesa e sottoscritto da una parte dalla Commissione che si era recata a Parigi e dall'altra dal Sindaco di Catania e dalla Giunta Comunale.
Dopo quest'atto formale, l'evento fù festeggiato alle ore 12 a Palazzo degli Elefanti ove fu offerto un ricevimento alle Personalità convenute a Catania.

In rappresentanza del Re d'ItaliaVittorio Emanuele II, era presente il Generale Belli che al suo arrivo fu accolto dalla
marcia Reale suonata dalla Banda Civica, Egli prendeva posto su un trono che era stato preparato al centro del salone del Palazzo Municipale. Altri personaggi accolti trionfalmente furono il Maestro Pietro Platania con al fianco il fratello di Bellini "Carmelo".
Al termine del ricevimento, dopo una breve introduzione del Sindaco, prese la parola per il discorso ufficiale il poeta Gaetano Ardizzone che tratteggiò la figura umana ed
artistica del "Cigno" riscotendo unanimi consensi e calorosi applausi. Il Sindaco Tenerelli, per l'occasione, distribuì ai presenti una medaglia commemorativa in ricordo dell'avvenimento con la scritta dettata dal poeta Mario Rapisardi, così composta: da un lato si leggeva (A VINCENZO BELLINI, CREATORE DI ITALICHE MELODIE.) Dall'altra parte (LA PATRIA, SUPERBA D'AVERGLI DATO I NATALI, GELOSA DI CUSTODIRNE LE OSSA, NEL RICHIAMO, DELLE VENERATE RELIQUIE, TRIBUTA ONORANZE SUPREME).
Lo stesso pomeriggio si organizzò il solenne corteo, con la partecipazione di migliaia di catanesi, per il trasporto del feretro da Piazza Borgo alla Cattedrale, per tele evento nella grande piazza fù allestito un grandioso arco trionfale ad opera degli ingegneri Filadelfo Fichera e Francesco Rapisardi composto da tre archi, ove nell'ultimo si leggeva (A VINCENZO BELLINI "LA PATRIA").

di Salvatore Marchese
http://www.carrettosiciliano.com/sicilia-story/59-i-comuni-etnei/95-catania.html?start=2

 

 

 

 

 

 

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scene girate in Piazza Stesicoro e Villa Bellini

 

 

L'Anfiteatro romano di Catania, di cui è visibile oggi una piccola sezione in piazza Stesicoro, venne costruito nel II secolo ai margini settentrionali della città antica, a ridosso della collina Montevergine che ospitava il nucleo principale dell'abitato. La zona dove sorge infatti, che oggi fa parte del centro storico della città, in passato era adibita a necropoli. Esso è parte del Parco archeologico greco-romano di Catania.
Il monumento fu costruito nel II secolo, la data precisa è incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l'epoca tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio. Fu raggiunto dalla lava del 252-253 ma non distrutto. 

Nel V secolo Teodorico re degli Ostrogoti lo utilizzò quale cava di materiale da costruzione per la edificazione di edifici in muratura e, successivamente nell'XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori strutture e materiali per la costruzione della Cattedrale di Sant'Agata, sulle cui absidi si riconoscono ancora le sue pietre perfettamente tagliate usate, forse, anche nel Castello Ursino in età federiciana. Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (gli ingressi) da parte degli Angioini per accedere nella città durante la cosiddetta Guerra dei Vespri.

 

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Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni Aragonese (1302). Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con il piano di costruzione delle mura di città nel 1550; vennero abbattuti il primo e il secondo piano e con le stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie. Dopo il terremoto del 1693, fu definitivamente sepolto per poi essere trasformato in piazza d'armi. In seguito vennero sfruttati gli estradossi delle gallerie superstiti come fondamenta per le nuove abitazioni, nonché per la facciata neoclassica della chiesa di San Biagio, nota anche come 'A Carcaredda, cioè la fornace.

 

 

 

Nel XVIII secolo il principe di Biscari, per fugare ogni possibile dubbio sulla sua reale esistenza a Catania nel passato, che alcuni visitatori stranieri avevano decisamente negato, impiegò consistenti somme del suo denaro per eseguire degli scavi e, in due anni, ne portò a giorno un intero corridoio e quattro grandi archi della galleria esterna[4]. Nel XIX secolo gli scavi erano ancora visitabili dall'ingresso su Via del Colosseo, che il popolino chiamava - e chiama tuttora - Catania Vecchia e su di essi si ricamava ogni tipo di leggenda. Tra tutte quella di una scolaresca che, insinuatasi nelle strutture per una visita, non ne era più uscita. Nel 1904, durante l'amministrazione De Felice si iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, ad opera dell'architetto Filadelfo Fichera, questi vennero conclusi due anni più tardi. 

 

Nel 1907 si svolse la cerimonia di apertura, a cui fu presente anche il re Vittorio Emanuele III. In seguito, già nel primo dopoguerra, l'Anfiteatro venne lasciato decadere nuovamente al punto che molti edifici soprastanti ne usarono i cunicoli come fognatura. Nel 1943 durante il bombardamento degli Alleati che ridusse parte della città in cumuli di macerie, la struttura venne adoperata a guisa di rifugio.

 In seguito è stato un alternarsi di interesse e abbandono; per molti anni, nei suoi cunicoli sotterranei, è rimasto chiuso per generici problemi di sicurezza a seguito di presunti episodi tragici legati alla curiosità di visitatori che provavano ad esplorarli. Ristrutturato nel 1997, è stato aperto solo durante la stagione estiva e poi richiuso per infiltrazioni di reflui delle fognature delle case limitrofe all'interno dell'anfiteatro.  Parzialmente risanato, nel luglio 1999 è stato riaperto al pubblico. Nel corso degli ultimi anni ha subìto ancora chiusure e riaperture; tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 sono stati effettuati rilievi tecnici per appurare lo stato di conservazione delle strutture dei pilastri esterni.

 

 I suoi resti, rappresentanti meno di un quarto dell'intero anfiteatro, sono visitabili dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal vico Anfiteatro dove se ne vede l'altezza fino a parte del terzo piano. Fino al 2007 era possibile vederne una porzione del secondo piano da Via del Colosseo, oggi interamente coperto dal nuovo terrazzo di Villa Cerami. In quest'ultimo edificio, sede oggi della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Catania, è ancora possibile vedere parte del sistema d'archi che collegava l'Anfiteatro alla collina Montevergine (probabilmente l'antica acropoli della città). La restante parte dell'anfiteatro è ancora interrata sotto le zone di via Neve, via Manzoni e via Penninello.

L'edificio presentava la pianta di forma ellittica, l'arena misurava un diametro maggiore di 70 m ed uno minore di circa 50 m.

 

 I diametri esterni erano di 125 x 105 m, mentre la circonferenza esterna era di 309 metri e la circonferenza dell'Arena di 192 metri, e si è calcolato che poteva contenere 15.000 spettatori seduti e quasi il doppio di quella cifra con l'aggiunta di impalcature lignee per gli spettatori in piedi. Addossato alla vicina collina ne era separato da un corridoio con grandi archi e volte che facevano da sostegno per le gradinate. Era probabilmente prevista anche una  copertura con grandi teli per il riparo dal forte sole o nel caso di pioggia. La cavea presentava 14 gradoni. Venne costruito con la pietra lavica dell'Etna ricoperta da marmi ed aveva trentadue ordini di posti. Vi si svolgevano anche le naumachie, vere battaglie navali con navi e combattenti dopo averlo riempito di acqua mediante l'antico acquedotto[6]. L'anfiteatro di Catania è strutturalmente il più complesso degli anfiteatri siciliani e il più grande in Sicilia. Appartiene al gruppo delle grandi fabbriche quali il Colosseo, l'anfiteatro di Capua, l'Arena di Verona. Presenta una struttura realizzata con muri radiali e volte non addossata al terreno, dove la facciata non si appoggia direttamente ai muri radiali, bensì a una galleria di distribuzione periferica. La tecnica edilizia prevede l'uso dell'opera vittata per le parti interne e quadrata per l'esterno. 

 Le testate dei pilastri sono in opera quadrata con piccoli blocchi di pietra lavica. I paramenti denotano una certa trascuratezza: i blocchetti dell'opera quadrata sono a taglio irregolare e appaiono in buona parte di riporto. Gli archi sono realizzati esternamente con grossi mattoni rettangolari dal taglio regolare e uniti da malta di buona qualità, mentre internamente sono fatti in opera cementizia a grosse scaglie radiali. Singolare, nonostante la complessiva sobrietà dell'edificio, doveva apparire il contrasto cromatico tra la scurissima pietra lavica dei paramenti e il rosso dei mattoni delle ghiere degli archi. Una nota di prestigio era rappresentata dall'utilizzo del marmo, non solo per il rivestimento del podio, ma anche per alcune decorazioni come le erme ai lati dell'ingresso principale dell'arena. Molto probabilmente le gradinate dovevano essere in pietra calcarea realizzando un forte gioco cromatico tra il bianco dei sedili e il nero delle scalette, così come supponibile dalle costruzioni coeve.
Allo scavo dell'Anfiteatro si accede mediante una porta di ferro decorata ad archetti traforati nel registro superiore e totalmente liscio nel registro inferiore. A decorazione del portone metallico vennero recuperati nel 1906 alcuni frammenti di colonne marmoree che in origine dovevano costituire parte del loggiato superiore, due capitelli ionici frammentari e parte di un architrave su cui fu incisa la scritta AMPHITHEATRVM INSIGNE. 

L'ingresso è così formato: al centro il portone metallico i cui stipiti sono le colonne con capitello, coronato dall'architrave; le restanti due colonne sono situate nelle due estremità laterali e inserite tra queste e quelle centrali vi sono due pareti in pietra recanti gli epitaffi simbolici di due illustri personaggi di epoca greca legati a questa zona - Caronda a sinistra, ricordato anche dall'omonima via; Stesicoro a destra, che diede nome in antico alla Via Etnea - composti dal poeta Mario Rapisardi. La tradizione vuole che il sepolcro di costoro fosse propriamente nella zona prossima all'anfiteatro.

 

 

 

Il video del Cnr con la ricostruzione in 3d dell’Anfiteatro di Piazza Stesicoro a Catania

di Giorgio Romeo

Far rivivere, seppur digitalmente, in tutta la sua maestosità, l’Anfiteatro di Catania sito in piazza Stesicoro. Questo quanto è stato possibile grazie agli sforzi del Cnr, che oggi a Catania, in occasione dell’inaugurazione del primo “Living Lab” d’Italia (il “laboratorio sperimentale per la valorizzazione e la salvaguardia dei beni culturali realizzato grazie alla sinergia tra Comune e CNR, nell’ambito del progetto di ricerca Pon DiCeT) ha presentato un video in cui la monumentale struttura viene presentata, livello dopo livello, per come si presentava tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo.

 

 

 

Il “rendering in 3d" della struttura è stata quindi frutto di diversi dati scientifici, che hanno interessato una moltitudine di esperti: archeologi, geofisici, architetti, geometri, topografi, hanno contribuito a un lavoro d’insieme che ci svela l’Anfiteatro come si presentava all’interno del contesto urbano di Catania dell’epoca, molto diverso da quello odierno.

La struttura del “Living Lab”, sita in via Manzoni a Catania, è uno spazio ad alto contenuto tecnologico da cui iniziare la visita della città e un luogo dove la ricerca specialistica viene proposta in maniera accessibile ai cittadini. «L’idea – ha spiegato il presidente del CNR Luigi Nicolais – è quella di creare una rete con i laboratori che creeremo in futuro in altre città». Particolarmente entusiasta dell’iniziativa il sindaco di Catania, Enzo Bianco: «La creazione di questo spazio – ha dichiarato - coniuga il turismo culturale con le nuove tecnologie e offrirà un modo nuovo di raccontare la storia bellissima di questa città che sta riscoprendo sempre più l’orgoglio di se stessa».

http://www.lasicilia.it/articolo/il-video-del-cnr-con-la-ricostruzione-3d-dell-anfiteatro-di-piazza-stesicoro-catania?mobile_detect_caching_notmobile&mobile_detect_caching_nottablet

 

 

 

 

 

Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è posto mano ultimamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi: quelli dell'Anfiteatro, che fu uno dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al palazzo del Proconsole ed alle prigioni, esso aveva forma elittica, con il grande asse esterno lungo 125 metri e 71 l'interno; con un piccolo asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 archi, tre ordini di sedili, due precinzioni; era alto più che 30 metri e capiva 16 mila spettatori.

Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà della mole si desumeva dai libri e da un vecchio quadro del Niger; perchè, quasi non fossero bastati i terremoti e gli incendii, la mano dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non se ne vedevano, fino all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, qualche vôlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono al Garruccio, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il sontuoso edifizio, non bastavano ad altri scrittori neanche ad ammetterne l'esistenza.

Ora, grazie agli scavi intrapresi in piazza Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con le mani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte dei corridoi, parecchi ordini di archi e la porta che metteva nell'arena. Quel mutilato scheletro, se accusa la barbarie delle generazioni che lo ridussero in uno stato così miserando, attesta ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città.

 

da "Catania" di Federico De Roberto                                 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE — EDITORE 1907

 

 

 

LA CATANIA ROMANA

 

 

 

 

Roma? No, Catania.

 

 

 

 

 

 

 

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Il Palazzo Tezzano è un grande edificio storico del centro di Catania in Piazza Stesicoro. La costruzione venne iniziata a partire dal 1709 su di un terreno di proprietà del conte e medico Niccolò Tezzano a sue spese[1]; venne poi da lui donato alla città di Catania, allora duramente ferita dal terremoto del 1693 per allocarvi l'ospedale di San Marco. Il trasferimento dell'ospedale nell'edificio progettato da Alonzo Di Benedetto avvenne tra il 1720 e il 1727.

 Nel 1837, anche a causa delle difficoltà economiche dell'ospedale[2], una parte dell'edificio venne affittata dall'Ufficio dell'Intendenza borbonico per ospitarvi l'archivio di stato civile. Alcuni anni dopo intorno al 1844 nel palazzo vennero insediate anche alcune sezioni della Procura generale e della Cancelleria penale in locali posti dal lato della Via Stesicorea (nome di allora dell'attuale Via Etnea). In quelli anni si prospettò anche l'opportunità di un trasferimento in altra località dell'ospedale e di trasformazione dell'intero edificio in Tribunale generale. Ma i progetti si arenarono a seguito dei moti rivoluzionari del 1848 e il trasferimento dell'ospedale avvenne solo tra il 1878 e il 1880 nei locali adiacenti al Monastero dei Benedettini di San Nicola ove cambiò il suo nome in ospedale Vittorio Emanuele II.
Dopo il trasferimento dell'ospedale, palazzo Tezzano rimase sede del Tribunale fino alla costruzione della nuova sede di Piazza Giovanni Verga ultimata ed inaugurata nel 1953.
L'edificio, di imponente aspetto, è di forma quadrangolare con cortile interno che la costruzione contorna formando una "U" con l'interruzione a nord. Vi si accede dalla piazza Stesicoro attraverso un ampio portone principale, posto al centro del prospetto principale, sovrastato da un balcone monumentale sopra al quale torreggia un orologio. Il prospetto è simmetrico ed è diviso nel senso dell'altezza da false colonne in pietra chiara che contrastando con il tono grigio basalto dell'intonacatura creano una suddivisione in cinque unità architettoniche per lato.

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Palazzo Tezzano

 

LA SETTIMA LAPIDE DEL TERREMOTO

-......la settima lapide, esistente nell'interno di una casa di proprietà dell'avv. Giuseppe Giannetti, sulla salita di Antonino di Sangiuliano 349, è stata sin qui ignota ai Catanesi. Essa si distacca dalle altre, più che per i concetti che vi sono espressi, per il fatto che ricorda specificatamente uno dei benemeriti ricostruttori di Catania dopo la rovina:Nicolò Tezzano.

Il testo è il seguente (riporto solo la traduzione dal latino del Lo Presti):

-Nell'anno del Signore 1693,nei giorni 9 e 11 di Gennaio, un ingente terremoto sconvolse Catania e indi apportò funesta morte a 18 mila abitanti. O cittadino,temi dunque Dio; e quando la terra si scuote, fuggì in luogo piano o fermati sotto le imposte (ossia, sotto gli architravi).Ciò scriveva il protomedico Don Nicolò Tezzano: Quest'ultimo fu uno dei più illustri personaggi del tempo. Nato a Catania il 18 dicembre del 1659,da umili genitori, studiò lettere e filosofia e poi medicina nell'Almo Studio, uscendone laureato a 16 anni e rientrandovi quattro anni dopo come "lettore"di chirurgia.

Invano,lo Studio di Palermo lo allettò con cospicue e reiterate offerte;Il Tezzano le declinò ogni volta recisamente, felice di starsene tra i suoi concittadini che, peraltro, accorrevano numerosissimi, oltre agli studenti e ai medici, alle sue eleganti e dotte lezioni.

Per i suoi allievi egli scrisse i Commentaria in Hyppocratis Aphorismos:opera con la quale il grande scienziato, sfatando i concetti dell'antica terapia, cercò di sostituire la medicina positiva alla dommatica.  Partecipò attivamente alla vita delle grandi accademie del tempo e,assurto a fama nazionale, venne nominato Conte Palatino da Carlo II ed ebbe il Protomedicato e la cattedra di medicina de mane a vita presso l'Almo Studio:privilegi che gli furono poi confermati ,con altre aggiunte,da Vittorio Amedeo di Savoia e da Carlo IV d'Austria.

Ma i più grandi titoli della sua gloria derivano dall'abnegazione dimostrata in seguito all'immane disastro del 1693. E infatti, tratto ormai malconcio dalle rovine - a dire del Reguleas ,che ne fece l'elogio - il Tezzano fu <<l'angelo consolatore dei semivivi con i quali fece le parti di peritissimo Cerusico e di amatissimo padre >>.https://www.mimmorapisarda.it/2023/settima.jpg

Quale Protomedico, egli organizzò e diresse i servizi assistenziali nella città e nel distretto;Il dissotterramento dei cadaveri dalle macerie, il ricovero e la cura dei feriti e dei malati, la protezione degli orfani e delle donne e il rastrellamento delle orde fameliche di predoni accorse da ogni parte dell'Isola a frugare tra le rovine e a spogliare i cadaveri.

Nel frattempo, temendo che Palermo e Messina potessero approfittare della sciagura per far togliere a Catania, in loro favore, il privilegio dello Studio, con l'aiuto di Don Giuseppe Cilestri vicario generale e vice cancelliere dello Studio stesso (Il quale anticipò 85 onze di suo per fare alzare subito fuori le mura, collateralmente a quelle del Vescovado,tre ampie capanne in muratura e tavole),dopo appena 39 giorni dal disastro, riuscì a fare riprendere le interrotte lezioni.

Il Tezzano non dimenticò l'Ospedale San Marco, nel quale aveva trascorso gli anni migliori della sua giovinezza,sotto la guida di Dionisio Motta. E mise a disposizione, per la ricostruzione del benemerito nosocomio un appezzamento di sua proprietà nella contrada della Porta di Aci,nonché le somme occorrenti. In appena quattro anni - e cioè, dal 1720 al 1724 - il nuovo edificio (l'ex Palazzo dei Tribunali), progettato dall'unico architetto catanese scampato al terremoto, Alonzo Di Benedetto, era un fatto compiuto. Fondò pure,a tutte sue spese,la chiesa di Santa Maria della Lettera e infine, il 24 ottobre del 1728,compì serenamente la sua giornata, da tutti vivamente rimpianto.

Alcuni anni dopo il terremoto, e precisamente quando ancora l'Ospedale San Marco non aveva ancora la sua sede definitiva e funzionava provvisoriamente nella Strada dei Crociferi (nell'edificio che nell'anno 1709 venne ceduto alle monache di San Giuliano per farne la loro dimora),Nicolò Tezzano volle che all'ingresso del nosocomio fosse murata una lapide marmorea a ricordo del luttuoso evento recente, col suo nome e con l'avvertimento che gli era stato suggerito dall'esperienza di quelle tristi giornate.

La lapide è quella, appunto, che adorna l'interno della vicina casa Giannetti;venne dissotterrata circa dieci anni orsono, per una fortuita combinazione, durante i lavori di assestamento di un terrapieno.

A riandare con la memoria indietro nel tempo fino al giorno fatale che vide la completa rovina della città clarissima, un brivido gela le vene. Ma pure scorgiamo ,attraverso la fitta nebbia e lo squallore, figure gigantesche e luminose  - come quella di Nicolò Tezzano  - le quali ci insegnano a superare tutte le prove e a tener sempre accesa nel cuore la fede nella buona sorte di Catania e nella sua radiosa ascesa -

(Salvatore Lo Presti da "Memorie storiche di Catania ",1957)

 

 

 

 

 

Palazzo Paternò Castello di Bicocca

 

 

 

Non si è mai valutato se è stata l'evoluzione della società ad allungare il ruolo della strada dritta o viceversa.  Certamente il suo avanzamento risultò strettamente collegato con la storia e lo sviluppo evolutivo della città. I primi cento anni costituirono l'inizio della ripresa dal dopo terremoto, nel quale intervallo di tempo la strada si sviluppò oltre i Quattro Canti fino alla piazza Stesicoro compresa.

Nell'oltre metà dell'800, la via Etnea, non ancora altimetricamente rettificata e lastricata, arrivò fino all'attuale via Pacini, per raggiungere successivamente, sul lato destro, la contrada Rinazzo (via S Caterina), dove non era stato ancora costruito il Palazzo Pancari mentre sul sinistro, le case d'affitto dei Carcaci confluivano anch'essi ul Riinazzo al fianco della casa Carnazza dopo avere superato l'allora labirinto biscari (l'odierno ingresso della Villa Bellini).

 E se attorno al Duomo e lungo le nuove vie San Filippo, del Corso e Lincoln, tracciate dal Camastra, la nuova città, da sud si espandeva a macchia d'olio, così pure da est e da ovest, anche con la realizzazione di edjfici di grandissimo pregio architettonico, il punto di riferimento urbano restava la strada ritta, con le sue piazze, i suoi slarghi, i suoi punti di riferimento. La piazza Stesicoro offre alla vista l'imponente Palazzo Bicocca De Mauro, la magnifica scenografia della Chiesa di San Biagio, il recente Palazzo della Camera di Commercio (1933) sorto nell'area dell'ex Convento dei Cappuccini, per chiudere sul lato nord con il palazzo Tezzano che ci riporta a sinistra della via Etnea. Dalla parte est si incontra il cinema Olimpia al fianco dell'imponente portale del Palazzo Paola, segue la moderna sede del Banco di Sicilia lungo il nuovo Corso che, incontrando il Palazzo Beneventano, sul lato nord, chiude la piazza con il Palazzo del Toscano, riportandoci sul lato destro della via Etnea. A sinistra della piazza, i resti dell'Anfiteatro Romano ed, a destra, il marmoreo monumento al nostro grandissimo Vincenzo Bellini  (dove prima stava la statua di Ferdinando II modellata da Antonio Calì), arricchiscono lo spazio urbano da essa racchiuso.

 

Palazzo Paola

Percorrendo il lato sinistro, dopo palazzo Tezzano si incontra la caratteristica straduzza di S. Agata legata all'edificio che precede la parte ricostruita del complesso edilizio della famiglia Spedalieri, distrutto dai tedeschi in ritirata, dove oggi è allocata la Rinascente; la sua ricostruzione rappresenta l'unica anomalia architettonica del tratto barocco più integro della strada, anche se con rispetto volumetrico. Dalla straduzza

si accedeva ad una della più frequentate sale da biliardo, ritrovo antimeridiano degli studenti in "stato di calia". Sempre sul lato sinistro, dopo la via Spedalieri si incontra il troncone edilizio costituito dai palazzi Monastra, Corsaro e Boccadifuoco che si esaurisce sulla via Pacini. Nel primo di tali edifici resta ancora in attività I'antica ditta Barone per la fornitura di filati di lana ed articoli connessi al lavoro a maglia, nel secondo continua la quasi centenaria attività della salumeria Dagnino dai rinomati prodotti di gastronomia, scatolame di ricercata qualità con associata enoteca; seguono i palazzi Del Grado, Cantarella e, confinante con il Giardino Bellini, I'Ufficio Postale.

 Sul lato destro dopo il palazzo del Toscano (realizzato sulla ex villa Villermosa), il palazzo Costarelli ed intercalati dall'omonima via, alternandosi edifici meno importanti, seppur nel loro insieme volumetricamente imponenti, come il Grande Albergo Centrale Corona (oggi Una Palace) già dei Pantò (prelevato ai Paternò Sava), il palazzo ad angolo con la via Pacini dei Romeo Anfuso. E, proseguendo verso nord, oltre la via Pacini, dopo il palazzo degli eredi Nicotra, gli edifici Bonajuto-Testa Coco-Ricchena, Reina, Lao. Dopo, l'inizio della via Umberto col Palazzo Pancari.

 Dopo il periodo borbonico ed il primo dopoguerra si sentiva, come in ogni città italiana, Ia esigenza di una ripresa sociale ed un inizio di attività imprenditoriale, incoraggiata a Catania da alcuni imprenditori svizzeri, i reduci della guerra avevano visto, insieme ai pericoli mortali, nuovi stili di vita, alcuni dei quali da abbracciare, altri da incrementare.

Protagonisti della nuova vivace vita erano: la Birreria Svizzera con ristorante allietata da musica, la farmacia profumeria di lusso Spadaro Ventura, il anema teatro Sala, il grande negozio di Caflisch con articoli casalinghi garantiti per qualità e prezzo fisso, il ristorante gastronomico Giardina, dal 1895 la ricevìtoria Tabacchi con articoli di lusso connessi, ancora in attività al civ. 65 di via Etnea, il negozio Arbiter di oggetti da regalo, inutili ma di gran classe, la cartoleria ed articoli da regalo Manara di Colombo Costa; a sinjstra del palazzo del Grado, il negozio di prodotti cioccolatieri Unica, al quale subentrò la Richard Ginori. Nel palazzo accanto Cantarella la gioielleria Cicala e la Salmoiraghi.

 Dall'altro lato, ubicati nel Palazzo del Toscano, la gioiellena Fecarotta, ancora oggi in attività, il negozio Scappino per la vendita quasi esclusiva, per qualità e novità, di parure, camicie, cravatte e fazzoletti da taschino, il "nodo scappino" reso noto da Barbisio, rappresentò una novità fortemente seguita per un certo periodo, che evitava alle cravatte lo svirgolamento. Il negozio diventò il preferito dagli uomini eleganti per la grande scelta disponibile e la qualità degli articoli a prezzi sostenuti. Sogno proibito per i più giovani.

Nel palazzo Costarelli, Carmelo Politim con varietà di cappotti ed impermeabili confezionati di lusso, Salvatore Riva con le ultime novità delle macchine parlanti accompagnati dalle ultime novità di dischi (nel dopoguerra si è spostato, insieme alla Farmacia sulla piazza Stesicoro); la pasticceria Caviezel nel palazzo Cilestri.

Sullo stesso lato destro, oltre la via Pacini, salendo verso nord, si incontra l'ingresso-bar del cinema del Cav Lo Po, Io studio Fotografico di Francesco Marino, il famoso negozio Arbiter del signor Filippo Giuffrida che chiamava da Milano l'architetto Giò Ponti per farsi allestire il negozio, frequentato per acquisti e suggerimenti da una clientela raffinata, di cui si è già scritto, tra i più attivi organizzatori insieme a Colombo Costa della annuale Mostra dei Profumi, Ia modisteria delle sorelle Castorina, il calzaturificio Lazzara, fino ad incontrare all'angolo della via Umberto, nell'ex proprietà dell'architetto Lao, la rinomata pasticceria Savia in attività da otre cento anni, tuttora tra le più frequentate.

 

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tratto da Etnea. Catania dalle origini ai quartieri storici - Gaetano D'Emilio,Fabrizio D'Emilio Editore: Algra 2017

 

 

 

 

Il Palazzo della Camera di Commercio di Catania occupa lo spazio dove sorgeva un tempo una chiesa ed un grande convento di Frati Cappuccini, alla confluenza tra la Via Sant’Euplio e la strada chiamata dai catanesi “Salita dei Cappuccini” a causa della sua pendenza ed è uno degli edifici più importanti costruiti nella Catania degli anni Trenta del Novecento. Fu progettato e la sua costruzione fu diretta dall’arch. Vincenzo Patanè, con la collaborazione di Giovanni Aiello. Fu inaugurato nel 1933.

 Nel disegnarlo, l’arch. Patanè dovette risolvere il problema costituito dalla pendenza della Via Cappuccini, che lo costrinse a limitare l’estensione del piano terra, che a un certo punto si interrompe, mentre il piano primo procede fin oltre la curva della strada, affacciandosi ai margini di Piazza San Domenico. Ne venne fuori un palazzo a forma di C spezzata, con uno dei due lati corti prospicientela Via Sant’Euplio.

 Le facciate presentano tre ordini, dei quali il primo, cioè il piano terra, si distingue sensibilmente dai due superiori per via della maggiore altezza, delle lesene bugnate molto evidenti e per essere segnato da un primo cornicione. Enormi finestroni, tutti ad arco a sesto tondo, sono presenti su tutti i lati, protetti da eleganti inferriate.

 Al piano primo furono realizzate delle complesse finestre a balconcino, racchiuse da una coppia di colonne con capitello corinzio e concluse in alto da timpani triangolari o ad arco spezzato. Ogni parapetto è sostenuto da sette balaustre a sezione quadra.

 Al piano secondo, in realtà un mezzanino, vista la grande differenza di altezza rispetto al piano inferiore, sono presenti finestre più semplici, ma pur sempre racchiuse d’ambo i lati da colonnine con capitello molto stilizzato. Alte lesene piatte, sormontate da capitelli ionici appena accennati abbracciano assieme sia il piano primo, sia il mezzanino.

 L’edificio si conclude in alto con un ampio cornicione, in parte dentato, che sormonta una fascia dove appaiono in alternanza grossi bottoni e fasci littori stilizzati. Tutta la facciata, sia nelle parti, sia negli elementi più complessi, è costituita da pietra chiara d’intaglio, e non comprende neanche una minima parte d’intonaco.

 Nello spigolo smussato che si affaccia verso Piazza Stesicoro, fu ricavato il monumentale ingresso principale. Questo breve tratto di facciata richiama quelli laterali, ma è dotato di una maggiore ricchezza di elementi architettonici. L’ingresso al piano terra, cui si giunge mediante una scalinata, è racchiuso da una coppia di colonne infilate in cardini giganti in foggia di cubi sfaccettati, mentre altre due colonne, oggi cerchiate in ferro per motivi di sicurezza, lo racchiudono e sostengono il ballatoio del salone esagonale del piano primo.

 Quest’ultimo ha la luce contenuta tra una coppia di colonne per lato ed è sormontato da un grande timpano triangolare spezzato, che racchiude lo stemma di Casa Savoia, regnante fino al 1946.

 

 

 Il cancello centrale, in profili di ferro saldato, è decorato con sei piastre in ottone che raffigurano lo stemma di Casa Savoia ed i simboli del Fascismo, con le iniziali che ricordano l’anno di inaugurazione, cioè il 1933, equivalente all’anno undicesimo dell’era fascista (A.XI.E.F.). Sopra il portone d’ingresso sono murati due tondi ed un mascherone, scolpiti da Tino Perrotta (Catania, 1908-1985), che trascrisse una data di un anno anteriore a quella già citata ed il nome del progettista.

 In alto, sul tratto di facciata smussata, al di sopra del cornicione, appare la scritta “Camera di Commercio”, mentre al momento della costruzione dell’edificio la dicitura si riferiva al “Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa”, ente di epoca fascista poi commutato in quello attuale.

 2 - L’ingresso e lo scalone principale - Varcato l’ingresso principale si entra in un atrio su due livelli da cui si può proseguire frontalmente verso un grande ambiente perfettamente circolare, denominato “Sala delle Grida”, dove un tempo avvenivano le contrattazioni di Borsa per alcuni prodotti agricoli e industriali. Su entrambi i lati del varco di accesso alla Sala la muratura è smussata formando due quarti di cilindro su cui sono montati tre bassorilievi per lato, opera dello scultore Carmelo Florio (Catania, 1887-1975). Essi riproducono scene di lavoro sia manuale (un contadino che ara la terra, altri che caricano sacchi su un autocarro, meccanici addetti alla riparazione di un aereo, muratori intenti alla costruzione di un edificio) sia di concetto (si scorgono persone ben vestite davanti ad uno sportello che potrebbe essere bancario).

 

 Dal breve atrio si può inoltre accedere a sinistra alla hall che contiene lo scalone principale e a destra ad un grande ambiente rettangolare nel quale il pubblico accede per ricevere i consueti servizi della Camera di Commercio.

 Nella hall con lo scalone si incontra subito a sinistra il busto dedicato al progettista arch. Vincenzo Patanè, che morì per un incidente stradale prima che l’edificio, la più importante realizzazione della sua vita professionale, venisse completato e inaugurato.

 Particolare la ringhiera che cinge lo scalone, in stile déco, semplificato per non cozzare con l'austerità auspicata dal regime dell’epoca, realizzata in profilati di ferro e sormontata da un corrimano in ottone. Lungo di essa si scorgono alternate delle frecce, elementi tipici del déco, degli stemmi stilizzati e degli elefanti sormontati dalla canonica lettera A. Molto raffinate le due lampade ad alto stelo collocate entro le alte nicchie, anch’esse di impronta déco.

 3 - La Saladelle Grida - La Sala delle Grida è l’elemento architettonico più caratteristico dell’edificio, non riscontrandosi nella nostra città altri esempi simili quanto ad ambienti chiusi (esiste però un bel cortile rotondo all’interno del Convitto Cutelli).

 Al suo interno, negli anni Trenta del Novecento, venivano fissati i prezzi dei prodotti agricoli ed industriali più comuni, con vere e proprie aste al rialzo o al ribasso. Oggi viene utilizzata come sala per delle esposizioni temporanee.

 É perfettamente cilindrica, ma l’andamento degli infissi, sei maggiori e sei minori, fanno si che essa sia idealmente divisa in sei settori, ognuno dei quali reca in alto un pannello a bassorilievo rappresentanti una delle più significative “produzioni” del periodo, opera dello scultore Giuseppe Piccolo (Pozzallo, 1903-1983), cioè dello stesso autore dei graffiti posti nell’antisala al primo piano.

 I bassorilievi riportano i nomi delle attività produttive peculiari dell’economia della provincia di Catania negli Trenta del Novecento:

 La copertura dell’ambiente è a cupola in parte cieca e in parte vetrata per dare luce all’ambiente. Il grande “occhio” centrale è protetto da un’artistica grata anch’essa in stile déco.

 

 4 - L’Antisalone al piano primo. Al primo piano, sulla verticale dell’ingresso principale dell’edificio, si trova una grande sala a forma di esagono irregolare, che consente sia di entrare nella Sala del Consiglio Camerale, sia di affacciarsi al balcone più importante dell’intero palazzo.

 É una sala di grande altezza, con uno splendido pavimento realizzato con grandi lastre di marmo grigio chiaro e nero. Monumentali anche gli infissi interni ed esterni in legno scuro, con ampie superfici vetrate suddivise in riquadri. Nella parte alta delle pareti si trovano sei graffiti, di color seppia, di argomento ispirato alla mitologia del mare, opera di Giuseppe Piccolo (Pozzallo, 1903-1983).

 Nel soffitto le travi in cemento armato, creando un perfetto trompe l’oeil, sono decorate imitando le venature del legno e, assieme ai cornicioni laterali (decorati come le travi), formano dei poligoni irregolari.

 Lungo le pareti si apprezzano due consolle con specchiera in legno di palissandro e marmo (lo stesso della parte bassa delle pareti stesse) e una serie di dieci applique in vetro di Murano. Dello stesso materiale il monumentale lampadario a trenta luci.

 Nella sala è esposta una complessa opera d’arte in ceramica di Caltagirone (1931) costituita da un vaso con teste leonine e specchiature con paesaggi dell’antica Caltagirone, poggiato su un supporto, sul quale è raffigurata una danza di putti, nei colori tradizionali in uso nella cittadina degli Erei. Una copia identica è esposta nel Palazzo di Montecitorio a Roma.

 Vi è inoltre attualmente esposto l’unico mosaico realizzato nel 1968 dal maestro Nunzio Sciavarrello (Bronte, 1918 – vivente) che raffigura alcune donne che lavorano al telaio.

 

 5 - La Sala del Consiglio camerale.  La Sala del Consiglio camerale, rettangolare, si svolge  parallela alla Via Sant’Euplio, sulla quale si aprono tre alti infissi. É caratterizzata da un arredo in legno omogeneo e richiamato anche nel rivestimento inferiore delle pareti in radica di noce. Sulla parete opposta rispetto all’ingresso è collocato il tavolo della presidenza, mentre le prime sei file di posti a sedere dispongono ciascuno di un ampio banco per la scrittura.

 Al centro della parete che dà sull’interno del palazzo è collocato un grande dipinto, denominato “La terra rifiorente” (1933), opera di Roberto Rimini, raffigurante due buoi aggiogati in coppia e tre uomini addetti alla mietitura, sopra una coltre di frumento appena tagliato. Sullo sfondo l’Etna e la costa ionica, mentre di lato, in secondo piano, una madre accudisce una bambina.

 Un altro dipinto, opera di Mario Siragusa, denominato “Fervet opus” (1933), si trova tra i due varchi di accesso alla Sala, e raffigura tre uomini a torso nudo intenti a dissodare la terra, utilizzando dei pesanti picconi.

 In alto sopra gli infissi, sono posti sei disegni allegorici di Angelo Sanfilippo, (1887–1956), mentre le travi del soffitto sono caratterizzate, come nell’Antisalone, dalla decorazione trompe l’oeil che, imitando le venature del legno, ottengono un effetto simile a quello di un tetto a cassonetto.

http://www.6insicilia.it/edifici-e-monumenti-storici/134-il-palazzo-della-borsa-catania.html

 

 

 

 

 

 

 

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La Chiesa di San Biagio di Catania, detta anche Sant'Agata alla Fornace, si trova all'estremità occidentale della piazza Stesicoro.

La chiesa costruita nel XVIII secolo dopo il tremendo terremoto del 1693, sorge sul luogo ove, secondo la tradizione, era ubicata la fornace in cui Sant'Agata subì il martirio. Infatti, dopo essere stata rinchiusa in carcere per non aver voluto abiurare alla sua fede, venne prima sottoposta alle torture con il fuoco e quindi le furono asportate le mammelle.

La facciata della chiesa è dell'architetto Antonino Battaglia, che ha progettato altre chiese di Catania dopo il terremoto del 1693, in stile neoclassico con colonne binate che sostengono un timpano triangolare. L'interno è ad una sola navata molto lineare e sobrio. Sull'altare maggiore una tela settecentesca dell'Addolorata, talvolta sostituita da una statua della Madonna. Ingegnoso l'artificio dell'altare maggiore, arricchito da volute e colonne e dalle statue di San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena.

 

La cappella destra del transetto è dedicata a Sant'Agata. Sopra l'altare dal magnifico paliotto in marmi policromi, si conservano protetti da una teca i resti della fornace in cui subì il martirio la Santa, la cui scena è riprodotta nell'affresco di Giuseppe Barone del 1938. Una lapide posta sotto l'altare cita: « Hic Vultata est Candentibus» «Qui fu voltata tra i carboni ardenti.»
La cappella sinistra del transetto è dedicata altresì al Crocifisso Uno degli altari laterali è dedicato al titolare San Biagio, riprodotto in una tela di un pittore catanese. Dipinti coevi di pittori siciliani del settecento, La Sacra Famiglia, Sant'Andrea e San Giovanni Nepomuceno, arricchiscono i rimanenti altari.

 

 

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Salendo per via Cappuccini fino a trovarci in una piccola e graziosa piazzetta dove su un imponente frammento delle mura di Carlo V, sorge la Chiesa che è stata costruita davanti al carcere dove la santa patrona della città, S. Agata fu rinchiusa durante il processo, portata dopo il martirio, guarita dall'apostolo Pietro e dove esalò l'ultimo respiro il 5 febbraio 251 d.C.

È possibile che esso fosse interrato ed annesso alle costruzioni nei pressi di un edificio amministrativo della città romana, là dove si presume si trovasse la residenza rappresentativa del console Quinziano suo persecutore.

Il portale di questa chiesa barocca è medievale( forse di epoca sveva del 1241) ed apparteneva alla facciata dell'antico Duomo normanno, salvato dalle macerie del 1693; fu rimosso da Gian Battista Vaccarini, che soprintendeva ai lavori per il prospetto del nuovo tempio da lui disegnato, e collocato fino al 1750 nel Palazzo Senatorio.

Quel che rimane dell'edificio è un vano rettangolare (5,90m x 3,65m), oggi a destra della navata della chiesa, dalle spesse mura (2 m ca.) giustificabili per la sua funzione detentiva. Negli anni '60 è stato scoperto un ambiente attiguo al carcere, ad un livello più basso rispetto l'attuale piano del calpestio, formato da tre absidi, quella centrale a pianta rettangolare preceduta da un piccolo transetto, che finisce appoggiato alle mura di Carlo V.

C'è chi parla di carcere inferior, riservato a coloro che erano destinati alla pena capitale, o di una basilica cristiana o pagana ma in genere vengono indicati come i bagni dei gladiatori. Questi tre ambienti costruiti con poderosi blocchi lavici e coronati da archi in mattoni non si sa se appartenessero a bagni privati o non fossero piuttosto parti costruttive di un palazzo, sede della più alta carica rappresentante di Roma, che è tradizione ubicare nella parte più alta del sottostante anfiteatro,collocato sul fianco della collina di Montevergine.

All'esterno del carcere, a sinistra dell'attuale porta di accesso, un concio di pietra lavica conserva, secondo la tradizione, le orme impresse di S. Agata.

Il Santo Carcere fu ampliato fino ad incastrare le mura cinquecentesche che corrono in quel punto e in cui fu aperta una finestrella alla quale esternamente è stata collocata una lapide che ricorda Sant' Agata e l'apostolo Pietro che la sanò ed invita il viandante a sostare e onorare il luogo santo. Un bassorilievo a mezze figure raffigurante i due personaggi è posto al di sopra della finestra.

Questi luoghi in occasione dei festeggiamenti della Santa (dal 3 al 5 febbraio) prendono nuova vita: la salita dei Cappuccini si ammanta di bianco per il colore delle vesti dei devoti; il carcere è quasi inaccessibile per la moltitudine di gente che va a visitare questi luoghi.

http://www.comune.catania.it/la_citt%C3%A0/santagata/i-luoghi-del-culto/santagata-al-carcere/

La Chiesa di Sant'Agata al Carcere è costruita su ciò che resta del Bastione del Santo Carcere, appartenente alle mura di Carlo V del XVI secolo, che difendeva la porta nord (chiamata Porta del Re) della città di Catania. Secondo la tradizione in questo luogo venne tenuta prigioniera Sant'Agata prima di subire il martirio.
 La chiesa presenta elementi relativi a secoli diversi. La parte prospettuale risale al XVIII secolo in quanto venne distrutta dal terremoto del 1693. La facciata, su un originale disegno di Giovan Battista Vaccarini, è pertanto in stile barocco siciliano mentre l'antico portale strombato è in stile romanico, e fu recuperato dalla cattedrale. Il portale, unico esemplare in Sicilia dello stile Romanico Pugliese, venne realizzato in marmo bianco con
arco a tutto sesto ed è retto da sei colonnine decorate in tre modi diversi (rispettivamente dall'esterno verso l'interno a scacchiera, a spina di pesce e a losanghe), il cui motivo si ripete lungo le strombature dell'arco stesso, e da due pilastrini che fungono da stipiti su cui sono figure e simbologie bibliche, animali reali o immaginari, intrecciati tra loro da una modanatura a motivo floreale. 

Fu costruito dopo il sisma che rovinò la città nel 1194, su richiesta dello stesso Federico II e proprio quest'ultimo sarebbe rappresentato sopra uno dei sei capitelli, seduto su uno scranno. L'interno è costituito da due corpi diversi. La parte anteriore, ricostruita dopo il terremoto, è barocca con volta a botte; mentre la parte absidale è costituita dalla campata a crociera gotica con tetto a costoloni, terminanti in uno stemma circolare, poggiato su colonne sormontate da capitelli corinzi. Sulla base di alcune recenti teorie tale campata apparteneva ad un sistema di collegamento alla sovrastante chiesa di Sant'Agata La Vetere, che un tempo le era connessa. Tra le opere custodite una pala sull'altare maggiore che rappresenta il Martirio di Sant'Agata di Bernardino Niger. Vicino all'altare del Crocefisso si trovano due lastre di pietra lavica che secondo la tradizione apparterrebbero a Sant'Agata che qui venne imprigionata, nel gennaio del 251, prima di subire il martirio; in una di queste sono impresse le orme di due piedi che, secondo la tradizione, avrebbe lasciato la santa catanese. Accanto ad essa si apre un angusto passaggio che conduce in un locale di epoca romana, attiguo alla chiesa, considerato il carcere di Sant'Agata da cui discende la denominazione della chiesa. Recenti scavi qui effettuati hanno confermato l'esistenza di una grande struttura tripartita coeva al martirio della Santa, la cui funzione tuttavia non è ancora ben chiara. Nella stessa chiesa è conservata la cassa in cui erano contenute le reliquie di Sant'Agata riportate a Catania, da Costantinopoli, dai soldati Gisliberto e Goselmo nel 1126, dopo un'assenza di oltre 86 anni.

wikipedia

 

 

FEDERICO II DI SVEVIA E GLI ENIGMATICI SIMBOLI DEL PORTICO DELLA CHIESA DI S. AGATA AL CARCERE DI CATANIA
di Giancarlo Burgio.

http://digilander.libero.it/cataniacultura

Il duecentesco portale della Chiesa di S. Agata al Carcere a Catania, voluto dall'Imperatore Federico II a ricordo della soffocata rivolta della città etnea, presenta simboli e sculture i cui significati sono ancora avvolti dal mistero nonostante nei secoli a noi più vicini diversi studiosi abbiano cercato di interpretarli. Con l'aiuto degli ingrandimenti fotografici, per di più, si notano particolari che tendono a smentire quanto già proposto in passato.

Nel Duomo di Catania esattamente di fronte la cappella dedicata alla S. Patrona Agata, vi è il più sontuoso monumento funebre marmoreo della Cattedrale, appartenente al Rev.mo Monsignor Pietro Galletti.
Nato a S. Cataldo il 27 ottobre 1664 fu vescovo di Catania dal 1729 al 1757 anno in cui morì all'età di 93 anni. Molteplici sono le opere da attribuire a lui durante il suo vescovato.
In Via Crociferi fece costruire la Chiesa di San Camillo dei PP Crociferi, e quella di San Francesco Borgia dei Gesuiti. In entrambe le chiese si trovano due lapidi a lui dedicate.
Sempre edificati dal Galletti furono sia il prospetto in marmo del Duomo sotto la direzione del geniale ingegnere G. B. Vaccarini, sia al suo interno la valorizzazione dei pregevoli dipinti scampati al terremoto del 1693, arricchendoli con superbe cornici dorate in oro zecchino. A proprie spese rieresse ed ornò l'archivio della gran corte arcivescovile distrutto sempre dal funereo cataclisma che colpì Catania e tutta la Val di Noto alla fine del XVII secolo.
Proprio per il rifacimento della facciata del Duomo si rese necessario trasferire il portale dell'antica cattedrale rimasto fortunosamente integro dopo il crollo del campanile che si abbatté soltanto nel corpo centrale della vecchia basilica. Il Galletti quindi lo fece rimuovere in un primo tempo nel 1734 ponendolo all'ingresso dell'antica Casa Municipale per poi passare definitivamente nel 1762 come portale della Chiesa del S. Carcere (cfr. Mons. Romeo: Sant'Agata V. M. e il suo culto).
Il portale, di notevole importanza storica, segue lo stile architettonico siciliano dell' XI secolo. Difatti oltre ad essere un raro avanzo dell'arte medievale in Catania, esso racchiude in tutti i suoi simboli, una pagina di storia cittadina riguardante l'epoca della sua costruzione. Fu fatto eseguire da Federico II svevo intorno al 1236 (più di 140 anni dopo la costruzione del tempio edificato da Ruggero nel 1094), nel tempo in cui erano note le lotte interne tra Federico ed il Papa Gregorio IX. Molte città anche siciliane si schierarono per l'uno o per l'altro fronte e Catania si strinse attorno al proprio vescovo Gualtiero, persona altamente carismatica ed influente su tutta la cittadinanza anche per la sua stretta vicinanza al Papa. Nello stesso tempo Federico revocò diversi presunti privilegi concessi dai precedenti sovrani alla città di Messina, con la scusa di essere incompatibili con il suo concetto di “stato autoritario”. Ciò fece scoppiare nel 1232 una rivolta in diverse città siciliane che lo stesso regnante dovette domare nel sangue. 

 

 

Ma in fatto di edifizii sacri dei tempi di mezzo, la cattedrale eretta dal normanno Ruggero nel 1094 fu certamente il più insigne. Anche qui, disgraziatamente, i due terremoti del 1169 e del 1693 produssero tale rovina che, a primo aspetto, nel tempio rifatto con altro stile nulla più parla di quella età.

Ad un attento esame, nondimeno, le tracce della costruzione normanna si svelano. Le tre absidi, resistite ai cataclismi, ne sono testimonii esternamente, col loro sesto acuto; all'interno, l'arco gotico si mostra anche nelle cappelle del Crocefisso e dell'Immacolata, nonchè nelle finestre strette e lunghe, simili a feritoie, di quest'ultima e del passaggio fra la chiesa e il contiguo Seminario.

Ma il più notevole vestigio architettonico dell'antico Duomo, la decorazione cioè della sua porta maggiore, non si trova più qui. Adattata alla Casa comunale dopo la rovina del 1693, forse perchè giudicata poco conveniente ad un luogo sacro, fu poi trasferita al Santo Carcere, dove anche oggi attira l'attenzione dei curiosi e degli studiosi, tra i quali molto si è discusso intorno al suo carattere.

È normanna e contemporanea della primitiva fabbrica del 1094? Oppure è sveva, e fu poi sovrapposta, due secoli dopo, alla cattedrale? Monsignor di Marzo, storico e critico egregio dell'arte siciliana nell'evo medio ed al principio dell'età moderna, le nega il carattere normanno-siculo e vi trova l'influenza di altri stili.

Il normanno-siculo, infatti, porta con tanta evidenza l'impronta mussulmana, che si suole più precisamente designare coi nomi di arabo-normanno-siculo; più tardi, invece, l'orientale profusione degli arabeschi negli intagli e nelle sculture ornamentali andò scemando a profitto di elementi interamente diversi: l'ibrido simbolismo e la barbara imitazione del classico che prevalsero nell'Italia settentrionale, particolarmente in Lombardia, e si associarono sempre più strettamente alle forme teutoniche. Questa porta dell'antico Duomo ne è per l'appunto, dichiara il di Marzo, un esempio, col suo congegno prospettico e simmetrico di quattro ordini di stipiti, nei tre angoli dei quali stanno tre colonnine per ciascun lato, faccettate a quadretti e strisce a zig-zag (chevron), e sui quali sono impostati quattro ordini di archi a pieno centro; e particolarmente con la serie delle figure simboliche che sorgono sulle piccole basi dell'architrave.

Ridotte a cinque, da sei che erano dapprima, rappresentano un'aquila, una scimmia, un leone, una tigre ed un uomo seduto in sedia curule, al quale manca da qualche tempo il capo; la figura scomparsa era quella d'una donna in supplice atteggiamento. Che cosa significa questo rebus marmoreo? La soluzione che gli fu data sarebbe una prova storica da aggiungere all'artistica per negare l'origine normanna della porta ed assegnarla al periodo svevo. Rammentando la distruzione di Catania ordinata da Federico II, si volle che la figura dell'uomo seduto rappresentasse lo stesso Imperatore, e che gli animali simboleggiassero i suoi sentimenti verso amici e nemici, e che la donna fosse la città impetrante grazia dallo Svevo crudele. Spiegazione plausibile, la quale non persuade tuttavia i sostenitori della normannità del monumento; i quali, giudicando che gli emblemi svevi sono indipendenti dal resto degli adorni, sostengono che furono sovrapposti sull'architettura di Ruggero ai tempi di Federico.

 

da "Catania" di Federico De Roberto                                 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE — EDITORE 1907

 

 

 

 

 

 

Dopo Messina portò la distruzione a Centuripe mentre Siracusa e Catania si limitarono alla resa. La storia racconta che per sottoscrivere tale resa l'imperatore inviò in città degli ambasciatori che furono respinti in un primo tempo. Successivamente entrati gli Svevi a Catania e messa in fuga la popolazione intera, si diressero verso la cattedrale dove nel frattempo si erano rifugiati gran parte dei comandanti. Tradizione vuole che Federico, dopo aver emanato l'ordine di condanna a morte di questi, volle di persona entrare nel sacro tempio e aperto un messale vide apparire a lettere di fuoco la nota frase: “NOLI OFFENDERE PATRIAM AGATHAE QUIA ULTRIX INIURIARUM EST” (non offendere la patria di Agata, perchè è vendicatrice delle ingiurie che ad essa si fanno). Frase senz'altro forte e intimidatoria quasi da non attribuirsi alla “volontà di una santa” (a me cara !), ma che può trovare ragione nella decisione di Federico II di commutare la pena corporale e luttuosa da infliggere ai catanesi, in una pena non meno severa della prima, quale quella dell'umiliazione e del pentimento.

 

 

 Mettere in ginocchio una delle più importanti città della Sicilia, voleva significare inferire un grosso colpo non solo alle città ribelli ma anche alla figura più emblematica per Catania e per il Papa stesso, cioè il vescovo. Difatti fu immediato l'ordine impartito dall'imperatore sia della costruzione di un castello maestoso ed imponente (Ursino) distante ma di fronte la Cattedrale, e sia di scolpire una serie di figure emblematiche che servissero da monito ai Catanesi ed ai viandanti, figure da collocare proprio all'ingresso della Cattedrale-fortezza di Catania.

Si deve al Prof. Musumeci l'interpretazione dei simboli posti su di essa. Il Prof. M. Musumeci, dotto archeologo e conoscitore del simbolismo medievale sostenne che il portale con i suoi simboli fu costruito nel 1241 da un “vescovo intruso”, un certo Enrico di Palimberga, proprio per adulare l'Imperatore Federico II. Quanto sottodescritto è tratto da “Monumenti di S. Agata esistenti in Catania” dello Sciuto Patti (1892). Il portale costruito in marmo bianco di Carrara è formato da archi concentrici e da esili colonnine, ma ciò che colpisce di più sono le rappresentazioni simboliche che danno un chiaro quadro dell'evento storico sopracitato.

Sopra la prima colonna a sinistra vi è rappresentato l'Imperatore seduto comodamente sul suo trono che con la mano destra si liscia la barba, anziché impugnare la spada o lo scettro, come simbolo di superbia e di prestigio. Per contrapposizione sulla prima colonna di destra il pezzo scolpito, almeno come scritto dal Musumeci, più non esiste essendo il pezzo scomparso con il terremoto del 1818. Un'accurata descrizione del portale (e quindi anche della figura mancante) ci viene dal Guarnieri in “Le Zolle Historiche Catanee” del 1640, quando il portale era situato ancora nel Duomo. Questa figura era composta da una dama ginocchioni e umile, con le chiome disciolte all'indietro (rappresentante Catania) che sostiene tra le sue braccia un toro e sul dorso di questo un irco (o ariete), entrambi con le corna non rotte ma ritorte all'indietro. Continuando a destra sulla seconda colonna si nota un uccello strozzato che è l'aquila unicipite, emblema della casata normanna. Accanto all'imperatore seduto, sulla seconda colonna di sinistra vi è l'Idra a molti capi, con il petto a terra e sempre strozzata. Questa rappresenta tutte le città siciliane che come Catania vennero placate da Federico. Nel terzo arco, a sovrastare le colonne vi sono altre due allegorie: la prima a destra è una scimmia con una palla in bocca a rappresentare l'uomo che non raggiunge il proprio intento, testimoniato anche dal globo non inghiottito simbolo del potere mai raggiunto. Di contro alla scimmia è rappresentata, per come descritta sempre dal Guarnieri e dal Musumeci, una volpe seduta con i piedi tronchi e con il capo mozzo. Sempre il Musumeci in questa crede di riconoscere la depressione e l'annichilimento degli ordini monastici mendicanti. Ed è sempre dello stesso autore l'interpretazione delle due figure quasi speculari, che sovrastano i pilastri delle due ante della porta. Si tratta di un'Orsa che tiene fra le unghie il proprio parto in atto di offrirlo all'imperatore.

 

 

 


A vedere il portale oggi si nota come alcune figure non si trovino al posto descritto dal Guarnieri e dopo dal Musumeci, forse o per errore di descrizione oppure perché scambiate al momento del trasporto dell'intero portale.
Altri piccoli particolari si notano ben evidenti come la pietra a forma di testa d'uccello posta sull'Idra, frammento questo proveniente chissà da dove o inserito chissà da chi, avvallato dal fatto che la descrizione del 1640 parla dell'Idra come uccello proprio mozzo di testa. Anche l'aquila normanna pare che sia il vero simbolo mancante descritto dal Musumeci, al contrario della dama in ginocchio con il toro in braccio che è tranquillamente posizionata sul primo capitello di destra ed è mancante solo del capo.
Per le due figure poste sopra le ante (l'Orsa) è evidente come soprattutto quella di sinistra rappresenti più un leone dalla possente criniera che addenta una lepre mentre con la zampa trattiene la preda. Forse la forza dell'Imperatore che vuole tenere tra le sue fauci per il collo una città ormai in suo potere. E per ultimo mi piace attirare l'attenzione sul rilassamento con cui è seduto Federico II sul suo trono ben vistoso, quasi a volersi godere il suo momento di gloria, e su di uno splendido ricamo lungo tutto il suo mantello che il tempo ci ha voluto consegnare così come ha fatto per tutto l'intero corpo architettonico.
Come conclude Mons. Romeo in un paragrafo a p. 247 della sua opera “...speciosa era quell'età, in cui, chi più sapeva trattare di quei simboli, più era tenuto in conto. Era il secolo di Dante, e i simboli, che il poeta creò, non sono anche oggi indegni della nostra ammirazione.”

 

 

 

Contigua a S. Agata la Vetere è l'altra chiesetta del S. Carcere; dove, insieme con altre reliquie della martire — come l'impronta dei suoi piedi nel sasso — si trovano altre vestigia della antica Catania dei tempi di mezzo sfuggite ai terremoti ed ai vandali. A chi guarda esteriormente, di fianco, la chiesa par che sorga sulle mura di Carlo V, dove il bastione fa un angolo; ma nell'interno, per una scala buia, si scende in una parte delle carceri romane. Quel che se ne vede fece giudicare allo Sciuto Patti che si tratti di quella parte mediana — la interior — che stava tra la superiore, o custodia communis, e l'inferior, o robor. La costruzione rivela gli stessi caratteri che contraddistinguono l'anfiteatro, il teatro, l'odeo, le terme e gli altri monumenti romani; nelle pareti interne si trovano tracce di antichi affreschi. Ma più singolare è sulla facciata barocca della chiesetta, rifatta dopo il terremoto del 1693, la magnifica porta, della quale, come appartenente in origine ad un altro monumento, e qui sovrapposta nel Settecento, si ragionerà fra poco; intanto, prima di lasciare questo Santo Carcere, è da notare che non tutta la chiesa crollò nel 1693; che anzi la vecchia costruzione si rivela ancora nella parte dell'edifizio rifatto e ingrandito, dove la vôlta a crociera di sesto acuto è decorata da ogive molto sporgenti, impostate sopra colonne con capitelli di grazioso disegno.

 

da "Catania" di Federico De Roberto                                 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE — EDITORE 1907

 

 

 

 

 

Fu il primo Vescovo catanese Sant'Everio a far costruire occultatamente una chiesa in onore della martire S.Agata, che nacque a Catania nel 238 e fu martirizzata nel 252.

La Chiesa di Sant'Agata la Vetere venne eretta tra le rovine del ex "pretorio" (palazzo del proconsole romano), e consacrata nel 262 d.C. Quando l'imperatore romano Costantino permise ai cristiani l'esercizio pubblico del sacro culto, la chiesa di Sant'Agata la Vetere venne pubblicamente venne eretta intorno all'anno 313 d.C. e fu cattedrale per ben 770 anni, fino alla venuta dei normanni a Catania.
Verso il 776 il vescovo di Catania San Leone, detto il "taumaturgo" ampliò e migliorò la struttura cambiandone l'antica forma.
A sottrarre le reliquie della santa fu Giorgio Maniace, che inviato dall'imperatore bizantino Michele IV alla riconquista della Sicilia che dal 975 era sotto la dominazione saracena. Al suo ritorno a Costantinopoli, nel 1040. Le Relique furono deposte nella chiesa di Santa Sofia e per ben 86 anni rimasero a Costantinopoli.

Quando le Reliquie erano ancora in S. Agata la Vetere moltissimi dei più famosi personaggi dell'epoca vennero a venerare la martire, tra questi ci fu Papa Virgilio; Riccardo cuor di leone, che nel 1091 si trovava in viaggio verso la Palestina , offrì dono alle Reliquie della Santa, il suo prezioso diadema in oro gemmato, con cui tuttora è adornata.

Tanti altri personaggi, tra i quali Re e Vicere che dominarono la Sicilia, lasciavano, in ricordo del loro passaggio, doni preziosi.
Intorno al XI sec. la sede vescovile venne spostata nella nuova cattedrale normanna, eretta dal conte Ruggero dal 1088 al 1091.
Nel 1605 fu annesso alla chiesa la costruzione di un convento che venne poi distrutto insieme alla chiesa dal terremoto dell'11 Febbraio 1693.
Invece a danneggiare la volta ed altri elementi fu il terremoto del 1818. Il convento venne subito ricostruito con una forma diversa e più ampia.
Con il terremoto del 1990 la Chiesa fu definitivamente chiusa per restauro e venne riaperta dal 3 al 5 Febbraio per la processione della santa.
Il convento annesso attualmente è occupato dall'Istituto Ostetrico Ginecologico.

L'interno

La chiesa è ubicata nella piazza omonima in via S Maddalena. Il portone, rivolto verso ovest, reca un'iscrizione di San Francesco d'Assisi, danneggiata da un fulmine, il prospetto è in semplice muratura; la piante è a croce latina con un'unica navata che misura 47 metri circa e larga 9 con sei altari laterali.
Entrando all'interno della Chiesa si può osservare con il seguente ordine un mausoleo dedicato ad Antonio Calì, e vi è anche il luogo dove gli furono strappate le mammelle.
1. Il primo Altare con un grande dipinto su tela raffigurante la Madonna della maternità in un profondo vano un'Arca dove furono conservate per più di 5 secoli le Reliquie della Santa
2. Il secondo Altare con un quadro del 1851 di Paolo Vaccaro dov'è raffigurata la Madonna degli angeli.
3. Il terzo Altare con la tela del Pennisi raffigurante S.Agata al carcere con le mammelle recise e San Pietro e un angelo, un piccolo dipinto di Santa Lucia e un'urna di vetro contenente il corpo in cera di Sant'Agata. Una grande abside con l'arco ovale, sormontato da un'aquila in gesso.

Sotto l'altare maggiore vi è posto un sarcofago in pietra di epoca romana. Non ha il coperchio originale, dove fu conservato la salma della Santa prima che venisse portata a Costantinopoli.

 

 

 

Narrano gli Atti latini che, nata da nobili parenti, tra il 237 e il 238, sotto Decio, Agata aveva abbracciato la fede di Gesù e si era a lui votata, allorchè Quinziano volle farla sua per soddisfare la duplice cupidigia eccitata nel suo animo pravo dalla bellezza e dalla ricchezza della giovinetta appena trilustre. Resistendo ella strenuamente alle lusinghe, alle promesse, agli esempi di corruzione nella casa della matrona Afrodisia a cui il prepotente Romano l'aveva affidata, costui la fece tradurre in giudizio quale negatrice dei Numi. Ammonita a venerarli come era debito, ella li schernì, ed alle minaccie di terreni tormenti rispose minacciando l'eterna dannazione al suo persecutore.

Ricondotta alla prigione e brutalmente sospinta dai manigoldi, fu vista prodigiosamente star ferma, immobile, con le piante dei piedi impresse nella pietra; poscia, entrata spontaneamente nel carcere, vi passò un giorno pregando; finchè, ancora una volta tratta dinanzi al tiranno, con tanta forza continuò a resistergli, che l'imbestialito Quinziano ordinò ai littori di tormentarla con verghe e lame roventi sul durissimo eculeo, poscia di torcerle e strapparle una mammella, e finalmente di stenderla sui carboni ardenti; ma nel punto che ella pativa questo estremo supplizio, un terremoto scosse la città dalle fondamenta, due assessori del Proconsole, Silvino e Falconio, che si godevano il truce spettacolo, restarono sepolti sotto le rovine, ed il popolo, vedendo nel cataclisma un castigo di Dio, insorse contro il tiranno, il quale fu costretto a sospendere il supplizio ed a fuggire, trovando di lì a poco la morte al passo del Simeto.

Troppo tardi tratta dalla fornace, l'esausta martire spirò, e i suoi pii correligionarii ne deposero il corpo in un sepolcro nuovo; allora, nel punto che il sarcofago stava per esser chiuso, un bellissimo fanciullo, sopravvenuto insieme con cento compagni, depose presso la salma una tavoletta marmorea con l'Epigrafe angelica, le iniziali della quale si vedono ora ripetute in tanti luoghi: Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patriae Liberacionem. I Catanesi cominciarono pertanto a venerarla come la loro celeste protettrice, e quando ebbero fede nella sua divina potenza il suo culto cominciò a diffondersi oltre i confini della città e dell'isola, per tutto il mondo. Nel 263 il vescovo Everio le consacrò, sulle rovine del Pretorio, una prima cripta o edicola; trascorso ancora mezzo secolo, nei primordi del IV, le fu eretta una chiesa che S. Leone riedificò od abbellì.

Questa chiesa, denominata S. Agata la Vetere, fu per lungo tempo la cattedrale di Catania; ma i due terremoti del 1169 e del 1693 la conciarono in modo che quella ricostruita sulle sue rovine non ne serba più alcuna traccia, fuorchè tre cimelii. Il primo e più notevole è lo stesso «sepolcro nuovo» dove fu custodita per tanti secoli la salma preziosa. L'arca propriamente detta è di marmo, con bassorilievi dove si vedono — o per meglio dire si vedrebbero, se non l'avessero incastrata e quasi murata nel nuovo altare maggiore — due grifoni affrontati dinanzi a un candelabro ardente da una parte, e centauri e combattenti nell'altra faccia.

L'architetto Sciuto Patti, che potè esaminarla, la riferì ai tempi di Roma imperiale, assegnando una data molto posteriore al coperchio, che è d'altra pietra e porta emblemi cristiani e la stessa figura del Redentore riferibili all'epoca bizantina. Gli altri due avanzi dell'antica e veramente vetere chiesa di S. Agata furono ritrovati nel luglio del 1742: uno è la trascrizione su marmo e con caratteri gotici dell'Epigrafe angelica, l'originale della quale fu portato a Cremona: nel primo rigo, prima dei caratteri, è scolpita una mano senza pollice, con l'indice e il medio distesi, l'anulare e il mignolo piegati, in atto di benedire; l'altro avanzo, più notevole, è un bassorilievo di marmo, con gli spigoli arrotondati, nei quali sono scolpiti due nimbi crociferi terminati da un listello piano e con le croci bizantine; anch'esso ha un'altra iscrizione dichiarante il soggetto della scena rappresentata nella parte centrale: la visita, cioè, di S. Pietro a S. Agata in carcere: figure rozze, semplicemente abbozzate, ma non senza espressione, e rivelatrici dei caratteri proprii alla prima età cristiana. I due avanzi sono stati murati uno sull'altro e raccordati con incorniciature di marmo colorato.

 

da "Catania" di Federico De Roberto                                 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE — EDITORE 1907

In questo sepolcro andò Santa Lucia per implorare alla santa la guarigione della madre. In memoria di questa visita il 13 Dicembre si festeggia la martire siracusana.
Nella parte nord dell'abside vi è un basso rilievo che rappresenta Sant'Agata in carcere con San Pietro. L'iscrizione in gotico antico è poco leggibile a causa della corrosione.

Alle spalle dell'altare maggiore si trova l'organo e un quadro del Buon Pastore.
4. L'altare del SS. Crocefisso è senza simulacri, con una piccola tela dell'Addolorata.
5. L'altare della Madonna dei bambini è rappresentato con un piccolo quadro della sacra famiglia e uno molto grande dell'1899 rappresentante la vergine Sant'Agata.
6. Un altro altare dove v'è un simulacro simulante cristo alla colonna.
Vi è anche un sotterraneo da cui si accede tramite una scala. All'interno del sotterraneo si trova un altare, con un dipinto di S. Agata. Nelle pareti vi sono fenditure contenenti reliquie.
Il sotterraneo è composto da tutta una serie di sottopassaggi che anticamente si collegavano a Sant'Agata al carcere e a San Biagio. Cunicoli che a tutt'oggi sono rimasti chiusi.

http://www.akkuaria.com/catania/sagata/chiesa.htm

 

 

Da via Vittorio Emanuele si accede al Teatro romano, dove si assisteva a giochi e rappresentazioni, come i combattimenti fra uomini e coccodrilli.
Ecco come appariva "Catina" negli anni in cui visse la sua patrona. Un'epoca, quella romana, che durò sette secoli e che riemerge attraverso i teatri, il foro, il circo, le terme. Tutte testimonianze del fulgore della sedicesima città dell'Impero.

 

Agata, giovinetta di nobile stirpe, brutalmente torturata e giustiziata per non aver rinnegato lo sposo celeste a cui si era promessa. Le vicende del martirio subìto dalla loro patrona sono note ai catanesi che, il 4 e 5 febbraio, rievocano quelle giornate ripercorrendo le tappe del supplizio a cui fu sottoposta la "Santuzza".
Meno conosciuto è, invece, il contesto in cui i fatti si svolsero. Qual era la città in cui visse? Quali strade solcavano i suoi concittadini? Quali monumenti osservavano e quale quotidianità vivevano? La cattura, il processo, la condanna a morte ebbero luogo in una città romana di prima importanza, la sedicesima dell'Impero, centro commerciale aperto all'Africa ed all'Oriente. L'epoca romana di Catina, come al tempo Catania si chiamava, durò ben sette secoli: dal III a.C. al quinto dopo Cristo. Nel 21 a.C. Augusto la elevò al rango di colonia. Da allora si sviluppò ricoprendo, nel massimo splendore, i 130 ettari, accrescendo i suoi abitanti e godendo dei privilegi derivanti dallo status coloniale. I suoi monumenti, i teatri, il foro, il circo sono testimonianza di una città ricca con un livello elevato di qualità della vita.
Scopriamola, dunque, Catina, che si estendeva dall'anfiteatro di piazza Stesicoro alla linea di costa, e da via Plebiscito a un po' oltre il Duomo.
I due assi viari più importanti correvano lungo la direttiva nord-sud: il primo, coincidente con via Crociferi, andava dall'anfiteatro al porto; l'altro, parallelo, attraversava l'acropoli (l'area del Monastero dei Benedettini). Le due strade s'incrociavano con un'altra via che, lungo la traiettoria est-ovest, può identificarsi con via Vittorio Emanuele.
Il martirio della Vergine ebbe come scenario l'area compresa fra l'anfiteatro di piazza Stesicoro e l'odierna chiesa di Sant'Agata la Vetere, in via Santa Maddalena. I fatti s'inquadrano nella persecuzione dei cristiani ordinata dall'Imperatore Decio Traiano, eseguita con crudele scrupolosità dal governatore Quinziano, invaghito della ragazza, che lo respinse poiché promessa a Cristo. Fatti e luoghi narrati si riferiscono alle versioni comunemente accettate dalla tradizione, basati sugli atti processuali rielaborati dagli agiografi cristiani nei secoli successivi.
In questa piccola area, nel breve volgere di due giorni, la giovinetta subì il processo, la prigionia e la tortura; qui, infine, spirò. Agata comparì davanti a colui che divenne il suo carnefice, Quinziano, nel palazzo pretorio, edificato dove oggi si eleva la chiesa di Sant'Agata la Vetere. Annesse erano le prigioni che occupavano l'area della chiesa del Santo Carcere, divise in carcer inferior, per i condannati a morte (fra cui Agata), e superior, per gli altri. Il supplizio finale, il fuoco che la arse viva, lo patì nel cortile del palazzo pretorio, che occupava l'area dell'attuale chiesa di San Biagio, o Sant'Agata alla Fornace. La vicenda si svolse ai confini della città, poiché entro le mura urbiche non era consentita la tortura, l'uccisione o il seppellimento.
La prima sepoltura Agata la ebbe in un sepolcro sotto la chiesa San Gaetano alle grotte, che si trova nei pressi di piazza Carlo Alberto. Dopo il '300 il corpo venne trasportato a Sant'Agata la Vetere.
Il palazzo in cui viveva la famiglia della martire è comunemente individuato nel quartiere Civita, un tempo contrada Giacobbe; l'ambiente che giunge sino a noi, riconducibile al periodo romano per il livello e per la struttura muraria in conci di pietra lavica e con volta a botte, si trova nei sotterranei di Palazzo Platamone. All'esterno il luogo è indicato da un altarino con lapide.

Nella città che Cicerone definì "Splendida", si trovava il quarto anfiteatro dell'Impero, in ordine di importanza, dopo il Colosseo, l'Arena di Verona e l'Anfiteatro di Siracusa. A noi giunge la parte nord che si ammira in piazza Stesicoro, riportata alla luce nel 1904. Era ampio 125 metri per 105, alto 31 metri e conteneva sedicimila spettatori che raddoppiavano con l'utilizzo dei soppalchi. Mostrava un contrasto cromatico unico nel mondo romano, dato dal nero della pietra lavica e dal bianco del marmo. Al tramonto di Roma fu in parte demolito e riutilizzato come cava per l'estrazione di materiale da costruzione.
Da via Vittorio Emanuele (al civico 266) si accede alla più importante area acheologica catanese. All'interno si trova il Teatro romano, con la cavea di 102 metri di diametro e capienza di 7 mila spettatori, nel quale si assisteva agli spettacoli e alle rappresentazioni acquatiche come i combattimenti fra uomini e coccodrilli. Adiacente, e con capacità di 1300 spettatori, è l'Odeon romano, utilizzato per la musica e le esibizioni oratorie.

Nel cortile San Pantaleone, fra via Vittorio Emanuele e via Garibaldi, si trovano i resti di quel che fu il centro politico e commerciale della città, ovvero il Foro. Nello spazio esterno di un'abitazione si nota una parete con tracce di opera reticolata; poco distante, sette metri sotto il livello della strada, sono stati individuati otto vani bipartiti ed un corridoio.
Nell'area ad ovest del Castello Ursino (totalmente seppellita dalla lava del 1669) si trovava il Circo, uno dei più grandi dell'Impero: 500 metri di lunghezza per 100 di larghezza; una delle due mete, probabilmente, è l'obelisco egiziano che sormonta il "Liotru" di piazza Duomo. Altro monumento destinato all'intrattenimento erano le Naumachie in cui venivano rappresentate le battaglie navali, dopo opportuno riempimento d'acqua; l'imponente struttura (200 metri per 130) si trovava nell'area fra via Garibaldi ed il Castello Ursino di cui giunge a noi il nome: via Naumachia.
In piazza Dante si possono osservare diverse edificazioni romane fra cui una grande domus; i resti sono visibili nella piccola area archeologica davanti al Monastero dei Benedettini, nel cortile antistante il prospetto principale e, alle spalle del complesso, tramite alcune finestre opportunamente realizzate che permettono di scorgere alcune strutture murarie ed il pavimento della domus. Altre importanti costruzioni della città si trovano lungo l'asse stradale coincidente con via Crociferi.
In una città romana non mancavano di certo le terme. Ben conservate sono le Terme della Rotonda, poi riutilizzate anche come chiesa cristiana, inserite in un complesso più ampio. Ai tempi del martirio non vi erano ancora le Terme dell'indirizzo (in piazza Currò) e le Terme Achillee (sotto il Duomo).
Diverse le necropoli che attorniavano la città al di fuori delle mura nord e ad est dell'anfiteatro: ricordiamo l'Ipogeo di Sant'Euplio (luogo di sepoltura dell'altro martire catanese, il diacono Euplio) e le necropoli di piazza Santa Maria del Gesù, nel perimetro dell'ospedale Garibaldi e fra le vie Androne e Dottor Consoli.
Per approvvigionare la città d'acqua fu edificato un acquedotto, opera d'alta ingegneria, che portava acque pure da Santa Maria di Licodia. Quasi totalmente distrutto, l'acquedotto mostra solo pochi resti lungo quello che fu il suo tragitto. Una parte della città romana, oggi, si lascia ancora ammirare nei monumenti poiché riutilizzata nelle epoche successive. Fra i tanti l'elefante simbolo della città (riconducibile alla leggenda del mago Eliodoro o alla vittoria di Roma su Cartagine); l'elegante piazza Mazzini con le colonne provenienti dal foro; la Cattedrale di Sant'Agata con le colonne del teatro romano nel prospetto, le colonne ed i capitelli romani fra le absidi normanne, il sarcofago romano che custodisce le spoglie di re aragonesi. Osservarli è come sfogliare il libro di storia della città.
Pietro Nicosia, da "Sicilia in Viaggio" gen-feb 2012 - supplemento al quotidiano La Sicilia

 

Visita ai luoghi  del martirio
Nei giorni della festa di Sant’Agata a Catania, è possibile visitare i luoghi nei quali la Vergine subì il martirio. Le chiese di Sant’Agata alla Fornace (San Biagio), Sant’Agata al Carcere e Sant’Agata
la Vetere saranno aperte nei giorni di febbraio: 3 (h. 15-18), 4 e 5 (h. 9-13, 16-24). Negli altri giorni è possibile prenotare le visite telefonando al Museo Diocesano (095.281635) o a Sant’Agata le Vetere (095.321902).
Sant’Agata alla Fornace ricorda il cortile del palazzo pretorio in cui la martire venne arsa viva. Il Carcere di Sant’Agata si trova sopra le Mura di Carlo V; il locale è ampio 5,90 metri per 3,65; qui si trova la mattonella di pietra lavica su cui, secondo la tradizione, Sant’Agata lasciò la sua impronta dopo le torture.
Nel carcere la giovinetta ricevette la visita di San Pietro che la guarì dalle ferite. Sant’Agata la Vetere, cattedrale per otto secoli, è stata edificata sul luogo in cui si trovava il palazzo pretorio. Un monumento di marmo ricorda il punto in cui, secondo tradizione, venne strappato il seno. Sull’altare maggiore si conserva il sarcofago in marmo bianco in cui venne riposto il corpo di Sant’Agata dopo la traslazione da San Gaetano alle Grotte.

 

 

 

 

Una sosta: SUA MAESTA' L'ARANCINO

 

Si tratta di un piatto della cucina araba, fatto di riso profumato di zafferano arricchito di verdure, odori e di pezzetti di carne. Normalmente veniva servito al centro della tavola in un unico vassoio e, come era consuetudine anche dei nostri contadini, ognuno per mangiarne allungava le mani. Un giorno per renderlo da asporto gli arabi ne fecero una palla simile ad una arancia, che impanata e fritta acquistò consistenza, tanto da resistere al trasporto. Inoltre parliamo di una vivanda che non va a male rapidamente e si mangia a temperatura ambiente.
Era fatta solo di riso, a quel tempo il pomodoro doveva ancora arrivare dall'America. I primi acquisti della nobiltà siciliana di pomodoro sono datati 1852. Da quella data l'ortaggio diventò un affare entrando a pieno titolo nella cucina siciliana, tanto da poter parlare di un "processo di pomodorizzazione". Infine diventò uno degli ingredienti principali del ripieno dell’arancina, ma non aveva nulla a che fare con il piatto originale".

Quindi c’era la carne ma senza pomodoro?
"Alle origini non c’era un vero e proprio 'dentro' da essere riempito. L’idea del ripieno nacque parecchio tempo dopo. Una volta ad una festa ho fatto assaggiare alla gente l’arancina primitiva che fu trovata deliziosa anche se mancava il ripieno"............continua...

 

 

 

 

 

 

 

 

In via S. Euplio, proprio alle spalle dell’anfiteatro, si possono vedere i ruderi di una chiesetta, dedicata a S. Euplio, interamente distrutta dal bombardamento aereo dell’8 luglio 1943. Dalle pagine di una guida, pubblicata prima della distruzione, apprendiamo che la chiesa aveva un prospetto) in pietra calcarea esposto ad occidente con una porta e alcune decorazioni: una mitra poggiata su un libro chiuso e un bastone su cui è attaccato un campanello (simboli di S. Antonio Abate) e un libro aperto, emblema di S. Euplio protomartire catanese. Erano presenti, anche, due altari laterali (uno con S. Antonio e l’altro con la Sacra Famiglia) e un altare centrale con le colonne. Le decorazioni erano costituite da dipinti murali con le storie di Euplio e Antonio davanti a Maria ed angeli, i quattro Evangelisti e la predicazione di S. Euplio e la sua apoteosi. Alcuni anni fa, in memoria di questa chiesa scomparsa, sono stati affissi alla parete tondi a rilievo con le immagini degli apostoli.

All’ingresso della recinzione che custodisce i ruderi dell’antica chiesa di S. Euplio si vede una scaletta che conduce ad un locale sotterraneo. Scesa tutta la scala si accede in una piccola camera molto umida e buia dalle pareti della quale emergono alcune pitture; sul fondo è un piccolo altare con tracce, ormai quasi completamente scomparse, di affreschi parietali. Gran parte dell’ambiente è ricavato dentro la roccia; si vedono anche alcune nicchie laterali. Secondo studi recenti questo ambiente fu adibito a sepolcro.

 

Le necropoli di Catania antica si estendevano soprattutto nell’area a nord e a est dell’anfiteatro, che costituiva il limite settentrionale dell’abitato. Le scoperte degli ultimi anni hanno portato alla luce un’ampia necropoli di età romana sotto i palazzi delle Poste e de La Rinascente. Ancora, a est della via Etnea nel primo cortile della Caserma Lucchesi-Palli nella piazza della Fiera del Lunedì, sono stati rinvenuti resti di una sepoltura romana. Un’altra zona fortemente interessata dalle necropoli antiche è quella che ruota intorno all’attuale piazza S. Maria di Gesù e al viale Regina Margherita. In via Gaetano Sanfilippo si trova una costruzione romana inglobata nel cortile di un palazzo moderno. Essa è erroneamente chiamata Ipogeo (sottoterra) ma in realtà è visibile in tutta la sua interezza. Si tratta, in realtà, di un piccolo monumento funerario romano formato da una camera. All’interno dell’ospedale Garibaldi si trova un colombario rettangolare con 18 nicchie. Nel giardino di un edificio moderno del viale Regina Margherita è stato individuato un edificio sepolcrale di forma circolare a due piani. Sempre in questa zona, negli anni Cinquanta del nostro secolo, è stato scoperto dall’archeologo Giovanni Rizza il più grande e significativo complesso cemeteriale della Catania cristiana.

 

 

 
Palazzo Paola  

 

 

 

Il credito su pegno nasce durante la seconda metà del XV secolo per opera dei Frati Francescani, che istituirono nell'Italia centro-settentrionale i primi Monti di Pietà. Il motivo che spinse la Chiesa a sviluppare quest'attività fu la volontà di contrastare il dilagante fenomeno dell'usura. La perseverante opera dei predicatori seguaci di Bernardino da Siena portò così alla fondazione a Perugia, nel 1462, del primo "Monte", cui ne fecero seguito altri in Umbria, nelle Marche e in Toscana. Grazie ai Francescani il credito su pegno si diffuse rapidamente in Europa, in particolare a Bruges, Norimberga, Lille e a Parigi. Il "Monte Grande di Prestito S. Agata" vede la propria genesi nel 1807, a seguito di un'istanza del Vescovo di Catania Mons. Deodato. Nel 1898 il Comune di Catania cedette al Monte il terreno sul quale nel giro di pochi anni fu edificata la nuova Sede, ove ancora oggi è esercitata l'attività. Nella sua storia quasi bi-centenaria, il Monte S. Agata è diventato una vera istituzione per questa città e sicuro punto di riferimento per molti dei suoi abitanti.

 

Il Monte dei Pegni Sant'Agata in via S. Euplio

 

La Chiesa di Sant'Euplio

era una chiesa di Catania distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Oggi rimangono in piedi il transetto e la parete di destra dell'unica navata
Storia
La chiesa, dedicata al co-patrono della città, venne costruita nel 1548 sull'area occupata in precedenza da un tempio paleocristiano. Apparteneva alla Confraternita di sant'Euplio che nel 1598 la affidò ai padri cappuccini e quindi nel 1606 ai frati francescani.
La chiesa viene segnalata nelle stampe cinque e secentesche originate dal rilievo della città "a volo d'uccello" di Hogenbergh e Braün e nell'opera di Ittar se ne può vedere il rilievo planimetrico. La chiesa appare in quest'ultimo lavoro con ingresso a ovest, a nave unica, con profondo presbiterio segnato da un arco trionfale.

L'8 luglio del 1943 la chiesa è colpita in pieno da uno degli ordigni lanciati durante l'attacco aereo alleato di quell'anno. Le uniche due pareti rimaste intatte, quella settentrionale e quella orientale, vennero risparmiate dalla ricostruzione post bellica, mentre venne ripavimentato in cotto siciliano il suolo su cui si estendeva l'edificio. Nel 1964 venne inaugurato la nuova chiesa parrocchiale in uno dei nuovi quartieri satellite che stavano sorgendo nei primi anni sessanta, in piazza Montessori, realizzata su progetto dell'architetto Giacomo Leone.
Dalla seconda metà del XX secolo sono appesi, dov'era il sagrato, dodici tondi a rilievo con le immagini in rilievo degli Apostoli, opere originariamente destinate al cimitero civico, poi esposte definitivamente sulla parete orientale dell'edificio.
Sulla base della già citata planimetria dell'Ittar, degli esigui resti e sull'unica descrizione accurata antecedente al 1943 ad opera del Rasà Napoli, possiamo ipotizzare l'aspetto che dovette avere la chiesa prima della sua distruzione. L'altare maggiore doveva essere affrescato con immagini dei "santi Euplio e Antonio innanzi al trono di Maria con un coro di angioli, i quattro Evangelisti, l'Apoteosi di sant'Eupilo, la predicazione dello stesso santo"[6] ed era ornato da semi-colonne con capitelli di stile corinzio, ancora oggi visibili. La chiesa disponeva poi di due altari laterali che erano affrescati; quello di destra aveva una "predicazione di sant'Antonio abate nel deserto" di Tullio Allegra, mentre quello di sinistra rappresentava un "santissimo Crocifisso senza simulacri ma con gli Angioli della passione" dello stesso Allegra. Il prospetto verso occidente era in pietra calcarea e sull'unica porta vi erano come decorazioni una mitra poggiata su un libro chiuso e un pastorale con un campanello legatovi, i quali costituiscono i simboli di Sant'Antonio Abate, e un libro aperto il quale è invece All'ingresso, sul lato sinistro del pavimento, era una botola che conduceva ai locali sottostanti di epoca romana. La botola venne definitivamente tolta e venne realizzata la prosecuzione della scaletta in muratura che conduce ancora all'ambiente ipogeo ornato da pitture un tempo leggibili e da diverse nicchie laterali, caratterizzato da un altare costituito da un capitello di epoca romana, ipotizzato dalla tradizione quale il luogo della prigionia del santo, ipotizzato come sepolcro da diversi studiosi e certamente luogo di culto in età tardo-antica. Al locale si accede ancora in occasione dei riti religiosi per la data del martirio di Sant'Euplio, il 12 agosto. Per tale data si effettua anche la messa celebrativa al santo nei resti della chiesa superiore.

Fonte:
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Euplio

 

 

Quando, un tempo, il centro e le zone circostanti erano considerate la Città per eccellenza, chi doveva raggiungerle spostandosi dalla periferia, diceva che doveva andare a Catania, anzi, per l'esattezza, "andare" si trasformava in "scendere": quindi "scinnu a Catania" (a prescindere dalla reale orografia del territorio).
Queste frasi si sentono anche nel film "La terra di trema" di Visconti, quando la famiglia Valastro di Trezza si appresta ad incontrare l'avvocato di città. Oggi ciò farebbe solo ridere, ma c'è ancora qualcuno che lo dice.
Ma c'è di più: per esempio chi, "scendendo" (abituiamoci) al centro in via Etnea, esaspera il verbo all'inverosimile con "calare." Pazzesco, no?
"Staiu calannu a via Etnea", perchè a Catania non si scende ma si .... cala!
E la calata in via Etnea è tutta particolare. E spiego il perchè.
Anche la salita è affascinante, da ricordare, col sole alle spalle e l'Etna di fronte che fa capolino dal Tondo Gioeni, salutando a volte rosato, a volte imbiancato, a volte incazzato, ma la discesa… è tutt'altra cosa.
L'orario ideale, e comodo, è fra le undici e le dodici del mattino; stavolta il sole si sente arrivare schietto in faccia, senza preavviso, come uno schiaffo spinto dal caldo Mezzogiorno, ed è così bello ricevere tale affronto da porgere l'altra guancia, non smettendo mai di farsi oltraggiare, spudoratamente.
Si deve percorrere la via Etnea a passo di lumaca, come appena alzati dal letto, in pantofole e vestaglia. Non bisogna farsi fregare da lei, perchè è molto furba, ma al contempo civetta: bisogna farle la corte, assaporarla nel suo insieme, ma senza lasciarle briciole. Basta non farsi scappare niente di ciò che accade intorno: le saracinesche dei negozi oleate da Turi dell'Olio, le sudate esternazioni dei clienti dei chioschi e le folle di pensionati alle fermate AMT, imbestialiti per i soliti ritardi dei mezzi.
Quindi attenzione a destra e a sinistra, perchè qui succede tutto e il contrario di tutto, e quando qualcosa accade te ne accorgi da estemporanei capannelli di gente creati dalla rinomata curiosità catanese o dai barocchi complimenti dei barman dei celebri Caffè che, per la passione che mettono nel promuovere ciò che offrono ai turisti sul banco, sembrano quasi essere proprio i titolari del locale o attori di compagnie teatrali, pagati dall'Ente Provinciale del Turismo.
C'è tempo o cambiamo pagina web? Ma sì, dai, c'è tempo. E chi ci spinge, basta aspettare no? Restiamo qui a crogiolarci al sole.
Camminare di fretta sarebbe un'offesa a Stesicoro, Verga, Bellini, Martoglio, Musco. Il passo veloce non è da noi, l'orologio lasciamolo ad altri: abbiamo ben altro da guardare, per esempio decine e decine di bellissime chiome nere su occhi grandi come olive che sembrano dirti "ti aspetto di là".
"Calare" lungo la via Etnea a quell'ora, davanti a bianche spire di fumo che si "annacano" in controluce, liberandosi da bocche ancora pregne di aromi di caffè, panzerotti, viscotta e minè. ... ecco, tutto ciò è sublime.

 

Ascoltare il contenuto umano di questa strada è come sentir parlare ad alta voce la città stessa; così giunge notizia di disperati sit-in a Palazzo degli Elefanti, del Governo ladro, di case occupate, del tempo che tarda a migliorare (incontentabili!), della misteriosa sparizione dell' 830 per tornare a casa a Picanello, del venditore di "masculini" alla Pescheria che ha sbagliato a "tornare" il resto, del maledetto destino funesto; e poi delle corna di quello e di questo, delle numerose cambiali finite in protesto, del "bacilicò" dimenticato alla Fera o luni e che invece doveva serviva per il pesto. Ecco, tutto ciò è spettacolare!
Levigare, ancora e sempre, gli storici marciapiedi in pietra lavica scolpiti anche da Brancati nelle sue opere, scansando mitici matti che lì vivono e rispondere loro con un sorriso, quando gridano "Savoia!"; poi fermarsi presso Savia a rivolgere un caloroso "mbare, cchi si rici?" ad occasionali conoscenti intenti a cazzeggiare (cioè nel pieno della loro attività istituzionale) ma soprattutto a sparlare di ogni cellula che faccia parte del mondo organico dall'Alcantara al Simeto ...ecco, tutto ciò è rilassante.

Veder radiografare dalla testa ai piedi la fauna rosa che passa davanti in quel momento, ascoltare l'"ars oratoria" cittadina, immensa ma variabile a seconda delle condizioni meteo, spaziare dalle notizie de La Sicilia, alla crisi (perché si sa … c'è crisi) a tutto quello che si riesce a captare nella tromba delle scale di un qualunque condomino... ecco, tutto ciò è straordinario.
Ma come possiamo quantificare e distinguere, soprattutto giustiicare questo ciarliero "piccolo mondo" d'altri tempi che resiste ancor oggi alla tecnologia dell'I-Phone preferendogli un tam tam proveniente dagli antichi cortili - meno artificiali - di Via Etnea?

- Il venticinque per cento di quelle parole sono castronerie estemporanee che, grazie al cielo, il vento solleva oltre Palazzo Pancari volando fino a Cibali;
- L'altro venticinque per cento, è puro pettegolezzo da comari inviperite pronte a calunniare l'inquilina del piano di sotto, novella Maddalena.
- La crema rimasta (corrispondente al cinquanta per cento) è costituita da decine e decine di brillanti massime o geniali concetti filosofici da strada, autentiche perle che meriterebbero di essere vergate su carta stampata, anziché galleggiare dentro una tazzina di Spinella.
E' un peccato, basta ascoltare la proverbiale e famosa "liscìa" catanese quando entra in azione o leggere questi signori (se i vostri occhi riescissero a vedere!!!) come parole nelle pagine di un libro di Ercole Patti, per accorgersi di tutto il ben di Dio che evapora nell'etere senza essere conservato agli atti.

 

 

Comunque, oggi è difficile incontrare questi prodotti autoctoni di origine controllata, soprattutto vederli all'opera nel pezzo migliore del loro repertorio: sentirli parlare. Purtroppo sono camuffati in mezzo a mandrie di balorda gioventù prese dal Grande Fratello e dall'ultimo modello di smartphone. Ma se si riesce a scovare un residuato del famoso Gallismo, è  facile accorgersi di quando stanno per scoccare una delle loro brillanti esternazioni. Lo fanno nel loro angolo preferito, di fronte ai bar storici che non possono tradire della loro presenza perchè loro stessi sono monumenti in quel contesto. Quasi tutti benestanti e avvolti in eleganti soprabiti, gli "ultimi dei belli" passano ancor ogg il loro tempo a consumare quei marciapiedi; non lavorano, non hanno mai lavorato e mai hanno pensato, nemmeno lontanamente, a quella catastrofica .... ipotesi. Insomma, son tutti figli di un certo Giovanni Percolla, il famoso "Don Giovanni in Sicilia". 

Quando arriva la bruciante battuta, ti osservano con uno sguardo alla "Sig. Carunchio"; la fronte si arruga, i baffi si sollevano fino ad aprire il sipario a un sorriso mascalzone circondato da guance così arrossate che sembrano  pregustare ciò che per sta uscire da quella bocca.... e poi...

Tac! E' partita! Bollente, appena scivolata sulla lingua da un sovrastante cervello sempre in fermento come un vulcano! Quando la consegnano al destinatario, le sopracciglia inarcate del mittente continuano a sorridere ancora un per un po', come testimoni di qualcosa che deve essere registrata nell'elenco delle memorabili storielle siciliane.

Forse mi sono dilungato ad analizzare il fenomeno, ma assicuro che il fatto accade nell'arco di due-tre secondi. Niente di più!

Così, a turno, ad ogni ora della giornata, in quell'angolo magico che trasuda Storia da ogni mattone, questi signori si lasciano rubare in versi dal luminoso cielo, come aquiloni in aprile che non riprenderai mai più, centinaia e centinaia di tresche mai esistite, centoquarantamila formazioni del Catania indispensabili per approdare a una tranquilla salvezza, interminabili ricordi dei night club di Taormina o dei Platters al Lido dei Ciclopi, quotazioni degne da consumati bookmakers su certe prestazioni sessuali, ricordi di indimenticabili incontri che farebbero arrossire perfino Tinto Brass, valutazioni estimative sui patrimoni altrui così precise che nemmeno la Guardia di Finanza e, infine, gli ultimi avvistamenti del più bel culo di Catania!
Questo miscuglio di coriandoli fatto di popoli, etnie, cultura, storia, ormoni, sensazioni, tradizioni, scemenze al vento e ... meravigliose, stupende, minchiate….. ecco tutto ciò è poesia!
Soprattutto perchè questo gran carnevale di aggettivi si chiama... Via Etnea.
(Mimmo Rapisarda)

 

 

https://www.facebook.com/franz.cannizzo

 

VIA ETNEA,CATANIA,NATA DOPO IL DEVASTANTE TERREMOTO DEL 1693

 

La cartolina che oggi ho postato riprende la via Etnea in uno scatto degli anni '60 dello scorso secolo,immersa in un caotico traffico veicolare ed un intenso passeggio (prima che i gusti di molti Catanesi cambiassero.Oggi preferiscono,fortunatamente non tutti,passeggiare nei centri commerciali,sotto i cieli di plastica e il puzzo di sudore

La via Etnea sorse soltanto alla fine del XVII secolo a seguito del disastroso terremoto dell'11 gennaio 1693. L'evento tellurico rase pressoché al suolo la città di Catania e sotto le macerie perirono circa i due terzi dei suoi abitanti. Il duca di Camastra, inviato dal viceré con il mandato di sovraintendere alla ricostruzione della città, decise di tracciare le nuove strade secondo delle direttrici ortogonali e partì proprio dal duomo che era uno dei pochi edifici non completamente distrutti. Venne così creata una strada che dal duomo si dirigeva verso l'Etna e una strada che la incrociava con direttrice est-ovest. Nacque così quella che oggi è la via Etnea. La strada venne chiamata via duca di Uzeda, in onore del viceré del tempo. Nel corso dei secoli il suo nome venne poi mutato in via Stesicorea ed infine nell'attuale di via Etnea visto che la strada si dirige verso l'Etna. La strada era allora lunga circa settecento metri e terminava nell'attuale piazza Stesicoro, allora chiamata porta di Aci. Qui esisteva una delle porte della città di Catania. La strada perpendicolare, attualmente via Vittorio Emanuele, venne invece chiamata via Lanza e successivamente Corso per poi cambiare il suo nome nell'attuale durante il XIX secolo.

I palazzi che vennero costruiti lungo le due strade furono edificati nello stile del barocco siciliano dagli architetti Giovan Battista Vaccarini e Francesco Battaglia. Lungo la via Etnea vennero edificate ben sette chiese che partendo dalla cattedrale sita in piazza Duomo proseguivano con la basilica della Collegiata, la chiesa dei Minoriti, la chiesa di San Biagio, la chiesa del Santissimo Sacramento, la chiesa di Sant'Agata al Borgo e la chiesa della Badiella. Lungo il suo percorso vennero costruiti molti palazzi della nobiltà catanese ed edifici pubblici. Partendo dalla piazza Duomo si incontra il palazzo degli Elefanti, sede del municipio e quindi il palazzo dell'Università ed il palazzo San Giuliano. Proseguendo si incontrano il palazzo Gioieni ed il palazzo San Demetrio ai Quattro Canti. A piazza Stesicoro si trovano il palazzo del Toscano ed il palazzo Tezzano. Proseguendo si trova il palazzo delle Poste e l'ingresso principale della villa Bellini. Nel corso del XX secolo la strada si sviluppò oltre l'incrocio con i viali e proseguì fino a piazza Cavour, il Borgo per i catanesi, dove si trova la fontana di Cerere in marmo di Carrara, conosciuta dai vecchi catanesi come 'a tapallara (dea Pallade), e quindi al Tondo Gioieni, dove negli anni cinquanta del XX secolo venne costruita l'allora circonvallazione di Catania.

Dal 1915 al 1934 la via ospitò i binari della tranvia Catania-Acireale.

 

 

Piazza Carlo Alberto

 

 

Palazzo della Borsa

Corso Sicilia

a Fera 'o Luni

Palazzo Tezzano, lato Via Etnea.

 

La porta Jaci com'era, da una stampa di Renzo Di Salvatore

 

 

 

 

La Fera ‘o Luni: perché l’antico mercato di Catania è made in China, oggi

 

 CATANIA – È una tiepida mattinata invernale e il cielo terso e azzurro diventa un richiamo irresistibile. Non si trova un parcheggio neanche a pagarlo, i posteggiatori abusivi alzano le braccia al cielo e urlano “Tutto chinu oggi, ma scusassi”. Infine la salvezza, l’eroe di turno in gilet multitasche trova un posticino. Con due euro e grandi manovre, il gioco è fatto. Lentamente, recuperando la pazienza perduta, si attraversa un luogo di romana memoria: piazza Stesicoro. Si sente un gran “vuciare” verso la statua di Vincenzo Bellini da dove pasciuti colombi ammirano la folla strusciante che va a passeggiare. Sembra ci sia una gran festa, lì verso via San Gaetano alle Grotte. È “‘a Fera ‘o Luni” (il mercato del lunedì).

È un attimo, manca l’aria e gira la testa. I sensi si devono abituare. Colori forti si accendono per un timido sole che filtra attraverso i larghi tendoni delle bancarelle allineate. Odori inebrianti stimolano l’appetito: formaggi freschi, pomodori, cipolle, prezzemolo, agrumi, fragole, pesce e carne. Stordiscono i profumi di roba vecchia e nuova, di incensi, di fragranze rubate. Suoni striduli o possenti, voci di uomini e donne invitano a comprare. E poi il crogiolo di razze, un colpo d’occhio. Catanesi, siciliani, africani, cinesi, indiani, tutti a rimpinguare un luogo dove si fanno affari da secoli.

Già nella Catania spagnoleggiante, allora capitale del Regno di Trinacria, il mercato del Lune occupava la piazza antistante la Regia Cappella (meglio nota come la Basilica Collegiata). Dopo il devastante terremoto del 1693, il mercatino rionale si sposta in Piazza Università per poi approdare nel XIX secolo in piazza Carlo Alberto, vicino “‘a potta Jaci” (porta di Jaci, antico ingresso della città), dove tuttora è ospitato ogni giorno della settimana.

Trasportata dalla folla, mi addentro in via Teocrito: impossibile non notare, dietro le innumerevoli bancarelle di scarpe, le lanterne rosse che segnalano i negozi cinesi. Sono dei veri e propri bazar di cineserie. Uomo, donna o bambino: ce n’è per tutti i gusti, con buona pace dei commercianti locali. Negli ultimi anni sono centinaia le botteghe vendute o affittate ai colleghi orientali. L’affare è semplice (come meglio descritto dall’inchiesta “Mollo tutto e vendo ai cinesi” del giornale Ctzen). Basta un passaparola, un sensale italiano e nessuna agenzia immobiliare. Con moneta sonante, un cinese è felice e un catanese è sereno.

 

 

 

Entrando in uno di questi empori quale sorpresa nel ritrovare una commessa italiana! Lavora lì da qualche mese e racconta la sua esperienza con piglio catanese: “Dieci ore di lavoro per dei padroni poco grati ma che pagano in contanti. Lo mando avanti io il negozio ma prima o poi li abbandono ”. La giovane, in pendant con l’ambiente circostante, intrattiene prosaicamente i clienti mentre l’ermetico padrone resta religiosamente ancorato alla cassa. Chissà come è arrivata lì? Su internet e giornali mancano gli annunci. Probabilmente è il solito sensale.

Uscendo dal negozio, è impossibile non sentire alcuni commenti: “Sono ovunque… unni ti giri ci so’ cinisi… ommai ci rubano il lavoro ma solo noi abbiamo a’robba bella, a’robba italiana”. L’ultimo dato Istat (2010) parla chiaro: 1.048 cinesi risiedono alle pendici dell’Etna. A fronte della media regionale che conta 5.919 presenze ovvero il 3,1% della popolazione nazionale. Negli ultimi dieci anni, grazie alla ridotta concorrenza con i connazionali, la Sicilia è diventata un nuovo eldorado. Per lo più: “si ravvisa da parte dell’economia cinese una forte propensione a penetrare il tessuto economico con modalità apparentemente legali” – recita un rapporto della DIA del 2012 – “si parla di un fenomeno di colonialismo commerciale-finanziario da parte delle organizzazioni asiatiche che non si limita alle piccole e medie imprese o a locali filiere di distribuzione ma interessa vere e proprie holding finanziarie”.

 

 

 

Si tratta di vendita all’ingrosso o al dettaglio ma anche di grosse operazioni come il finanziamento per l’installazione di pannelli solari o la bonifica di aree portuali (il progetto per il porto di Augusta è un esempio mai andato a buon fine). Ma non sempre è tutto legale. I cinesi non mantengono più il basso profilo di una volta, quello stato di invisibilità che li caratterizza. Al sud, dopo un periodo di assoluta soggezione, hanno occupato i posti lasciati liberi dalla criminalità o hanno iniziato a stringere contatti con la criminalità locale nell’ottica di sviluppare affari lucrosi. Inoltre stanno diventando una filiera di approvvigionamento per i venditori ambulanti abusivi italiani o di altre nazionalità. Sono i maghi della contraffazione e del contrabbando.

 Dando una semplice occhiata alle testate online locali degli ultimi mesi si legge: “Scoperto a Catania showroom del falso: trovati 20.000 articoli contraffatti con le migliori griffe italiane in un magazzino di periferia” . Poi il must del made in China non a norma CE: “Sequestrata a Catania merce contraffatta e pericolosa per la salute ad un imprenditore cinese” (Live Sicilia Catania, Blog Sicilia). La notizia più recente risale al 31 gennaio 2014: “Aeroporto di Fontanarossa: sequestrati 700.000 euro in banconote a passeggeri cinesi che ritornavano in patria per festeggiare il Capodanno”

 

 

 

 Ad ogni modo, il mercato è grande. E l’immensa piazza Carlo Alberto accoglie tutti. Laddove prima c’era l’antica necropoli sorge il grande Santuario della Madonna del Carmine che abbraccia ogni passante e rassicura i venditori dal lontano Settecento. E più in là timidamente, fa capolino, per chi lo sa, l’antica chiesetta di San Gaetano alle Grotte (sorge sui resti di un antico tempietto fondato nel 262 d.C., oggi meta occasionale per turisti e luogo di culto per gli ortodossi residenti a Catania).

 Nuovamente si scorgono le lanterne cinesi che costeggiano il Santuario. È via Giordano Bruno. Una vera Chinatown nel tessuto catanese. Passeggiando è facile notare occhi a mandorla incuriositi che scrutano dagli ingressi dei negozi in un silenzio omertoso. Un padre è alla cassa, due bambini giocano in strada e la madre sale nella casetta al piano di sopra. Sono tutti giovani. Mancano gli anziani. Ma è noto che le fasce d’età più frequenti sono quelle che vanno da 0 a 9 anni e da 20 a 50 anni. Come si dice: scuola e vecchiaia nei paesi tuoi. La vita si consuma tra i vicoli di questo quartiere che diventa un piccolo angolo di Cina impenetrabile.

 

 

  

 

LA CHIESA DI S.MARIA LA GROTTA

Questa chiesa, a differenza di quanto asserito da Guido Libertini ,venne costruita alla fine del XV sec. su una cavità ipogea -senza dubbio più antica-abbellita per iniziativa di una certa Bartolomea detta <<la Calabrisa >>,terziaria regolare dell'ordine dei Carmelitani. La pia donna, il 23 ottobre 1499 ottiene dalla mensa vescovile un tratto di terreno esistente nella contrada di <<Lu Puzzu di Becta >>,in prossimità della porta di Aci e vicino al convento dei padri carmelitani, col fine di costruire una chiesa da dedicare alla Santa Vergine. Nell'estate del 1501 le fabbriche vengono ultimate e il 5 luglio 1501 la mensa vescovile ne conferisce il patronato a suor Bartolomea;Il 21 giugno 1508 la sorella terziaria cede il diritto acquisito ai padri carmelitani del vicino convento dell'Annunziata. La cessione avviene a patto che alla stessa sarebbe stata garantita la possibilità di continuare a governare e a servire la chiesa giorno e notte;alla sua morte i frati carmelitani si sarebbero dovuti impegnare a nominare un'altra terziaria che ne avrebbe continuato il servizio.

Accanto agli avvenimenti storici sussiste pure una suggestiva leggenda, secondo la quale alla base della costruzione della chiesa vi sarebbe stato un evento prodigioso. Interessante scoprire come la protagonista del racconto popolare sia sempre stata suor Bartolomea, la quale avrebbe sognato la Vergine che le indicava ove era nascosta una sua immagine all'interno di una grotta. La pia donna fece scavare nel luogo indicato e in un altare venne scoperto un affresco di Madonna col Bambino. Non abbiamo nessuna fonte che attesti questi avvenimenti, è verosimile però che la cavità ipogea possa essere stata assunta ad altre destinazioni, non escludendosi quelle di carattere liturgico.

Tornando alla storia, nel 1679 i padri carmelitani cedono la chiesa alla <<confraternita di S.Gaetano,  impegnandosi a celebrarvi la messa la quarta domenica di ogni mese. Dopo il terremoto del 1693 i confrati ne curarono la ricostruzione, che andò molto a rilento e fu portata a termine solo nel secolo scorso >>.

 

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scene girate in Piazza Carlo Alberto

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LA CHIESA DI S.MARIA DI BETHLEM

Chiarita la questione concernente la fondazione "everiana "della chiesa, interroghiamo anche in questo caso le fonti per declinarne i tratti storici.

I primi riferimenti letterari, così come abbiamo avuto modo già di affermare, sono contenuti nelle opere degli eminenti storici siciliani del XVI sec. -fra tutti il Fazello e Maurolico-i quali, riferendo sulla tomba dell'illustre poeta Stesicoro, asseriscono che si trovi ubicata <<in aede Betheleem, in hortis Nicolai Leontini >>,Claudio Mario Arezzo, nel De situ insulae Siciliae (1532),ce ne rivela una peculiarità quando la definisce <<vetus aedicula >>.

La testimonianza manoscritta più antica è invece una concessione vescovile che porta la data del 20 aprile 1417; con questa viene ceduto in enfiteusi al chierico Cipriano de Fassari,beneficiale di <<Santa Maria de Betelem posite in ecclesia Sancti Quatraginta >>,un terreno attiguo alla chiesa, nella contrada della porta di Aci, allo scopo di potere edificare a proprio arbitrio.In questo documento sembrerebbe che la cappella faccia parte di un complesso più ampio dedicato al culto dei SS.Quaranta.Nel 1508 risulta ancora officiata da un presbitero, un certo Giovanni Arena che ne viene nominato cappellano e beneficiale. Il 21 giugno 1531,il monaco benedettino Francesco Lombardo, cappellano e titolare del beneficio, viene nominato canonico della cattedrale;nel frattempo la chiesa, che versava in uno stato di totale abbandono, fu affidata dal nobile Fabio de Paternione,proprietario del sito,ai padri carmelitani del vicino convento dell'Annunziata.In quell'occasione la cappella venne-dallo stesso nobile catanese- dotata di 4 onze annuali,restaurata e consegnata ai frati con l'obbligo di celebrarvi tre messe la settimana e di mantenerne il decoro. Di questo documento è interessante un passaggio in cui si riportano le seguenti parole:<<Cessionis ecclesie seu cappelle S.te Marie Bethlem extra portam Jacis olim di S.ti Quaranta Nuncupata >>.Il termine olim,una volta, sta a indicare il cambio di denominazione a cui la chiesa è stata soggetta, originariamente consacrata al culto dei Quaranta Martiri di Sebastia. Nel 1579 viene ceduta per 60 onze al senato catanese <<pro fortificationebus seu pro amplianda planitie >> e definitivamente demolita nel 1674 durante la guerra di Messina.

La vetustà di questo tempio,le storie leggendarie che circolavano su di esso e la sua originaria titolazione ci hanno spinto a indagare, fino a trovare forti analogie nelle vicende della vita di S.Leone,  vescovo di Catania nel VIII sec.

 

 

 

 

LA NASCITA DELLA TRADIZIONE "EVERIANA"

Prima di addentrarci nella trattazione dell'argomento ritengo opportuno principiare da alcune premesse che faranno luce su determinati punti critici posti dalla questione. La prima è quella che ci induce a considerare le chiese di S.Maria di Bethlem e di S.Maria la Grotta come due edifici ben distinti. La teoria ipotizzata da Casagrandi viene contraddetta da fonti documentali e cartografiche. Tra queste citiamo la Cronaca Siciliana, testo del XVI sec. che, descrivendo alcuni avvenimenti della città etnea, riporta tra le altre notizie, la narrazione di una rivolta avvenuta a più riprese nel 1517:prima nei pressi del <<convento di la Nunciata >>,poi nello <<chiano di la Virgini di la Gructa >>,infine presso la chiesa di S.Maria di Bethlem vicino la porta di Aci. La pianta prospettica della città di Catania, commissionata nel 1584 dal vescovo agostiniano Angelo Rocca e conservata presso la Biblioteca Angelica di Roma (in foto), conferma altresì la distinzione dei suddetti luoghi;la didascalia della cartina ai nn.70 e 71 individua infatti rispettivamente le chiese di <<S.Maria della Grotta >>e di <<S.Maria di Bethlem >>;i due siti sono distinti anche se vicini,distanti tra loro solo qualche centinaio di metri.

L' altra premessa vuole fare chiarezza sulle presunte origini "everiane "-sopra accennate-della chiesa di S.Maria di Bethlem. Anche in questo caso la conoscenza delle fonti ci permette di stabilire con un certo margine di sicurezza che questa tradizione sia stata fissata e quindi ritenuta credibile nel XVII sec. Gli eminenti studiosi che cavalcano queste suggestive congetture sono l'abate Rocco Pirri e il canonico Giovan Battista de Grossis nelle cui opere-redatte contemporaneamente nei primi decenni del Seicento- appare per la prima volta la figura del vescovo Everio.Anche Fazello e Maurolico -che scrivono un secolo prima-riferiscono dell'esistenza di questo oratorio senza mai fare alcun accenno a tale tradizione; situazione completamente differente per la storiografia postuma che verrà fortemente influenzata dal predetto dato.In molti si sono chiesti-tra cui lo stesso Vito Amico-quale sia la fonte da cui è stata attinta la notizia;una cosa però è certa:nessun documento fino a oggi ha confermato l'origine "everiana "della chiesa di S.Maria di Bethlem. L' autorevolezza degli autori in questione ci porta a escludere ogni tentativo di manipolazione. È probabile, invece, che gli stessi abbiano raccolto e ritenuto come vere delle tradizioni e dei racconti che attribuivano a questa chiesa origini vetuste, riconducibili ai primi secoli dell'era cristiana. Se da un lato questa analisi tende a sconfessare la suddetta ipotesi, d'altro canto dobbiamo affermare che questa tradizione presenta tracce di verità che andremo a verificare nel presente lavoro.

Suffragati dai documenti, proviamo a declinare con molta attenzione le vicende storiche delle due chiese.

 

 

 

 

 

Riconoscendo tra di loro una vecchia alunna del CTP dove ho insegnato per qualche mese mi fermo a salutarla. Liu Xing ha 17 anni, è sempre gentile e non dice mai di no. Minuta, con una frangia nera e lunga, sorride sempre. Da tre anni è arrivata in Italia con i genitori e la sorella. Sono partiti dal Fujian, una regione cinese che si trova di fronte l’isola di Taiwan, vicino Hong Kong (la seconda regione, dopo lo Zhejang, da cui proviene la stragrande maggioranza degli immigrati). Liu Xing si trova bene: “L’Italia è un bel paese, soplatutto Catania. Tutti gentili”. La sua famiglia vive e lavora al mercato: “casa e putia”, come si dice da queste parti. “Qui lavolo c’è” – e sorride quando pensa al lungo viaggio fatto per arrivare in questa lontana isola italiana – “E tu puoi aplile negozio tuo”.

 

Infatti a Catania tra i residenti cinesi c’è la più alta concentrazione di richiesta permessi di soggiorno per lavoro autonomo. Lo raccontava ultimamente un avvocato, amico di famiglia, in una di quelle noiose cene tra principi del foro: “Avvocati e commercialisti sono l’unico contatto italiano che hanno; con un po’ di tempo conosceranno a memoria le leggi e non avranno più bisogno di noi!”. La trafila è lunga e complessa. Secondo la legge Bossi-Fini (2002), il permesso di soggiorno viene concesso allo straniero che già possiede un contratto di lavoro. Problema facilmente risolto: il cinese di turno dichiara di voler lavorare come dipendente nell’emporio di un connazionale. Poi arriva la svolta. Ecco la possibilità di aprire una propria attività e richiedere il ricongiungimento familiare (a suon di quattrini, solo 322 euro circa ad personam tra marca da bollo, istanza in formato elettronico, raccomandata alle poste italiane e rilascio del permesso).

 

 

 Le attività sono registrate come imprese a piccola gestione che richiedono al massimo un’autorizzazione comunale. Imprese che dichiarano fatturati da cifre criptiche. Tutto ciò va ad inserirsi in un mercato fortemente chiuso: i negozi sono collegati fra loro e le merci sono rigorosamente made in P.R.C. (conseguenza dell’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio). Operazioni che si svolgono sotto gli occhi vigili della Guardia di finanza che da anni controlla le attività degli orientali.

Ma è ora di pranzo, la piazza si sveste, il mercato è finito. Gli odori son rimasti, i colori son spariti. Torna il sole laddove non filtrava. Scatole e cartacce sono i resti che qualcuno dovrà sistemare. Nel silenzio ritrovato fanno eco le ultime voci di chi si appresta a tornare a casa. È finita la festa e l’antica necropoli può continuare a riposare.

(Testo  di Daniela Gavioli)

http://www.storie.it/reportage/la-fera-o-luni-perche-lantico-mercato-di-catania-e-made-in-china-oggi/

 

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La prima chiesa, secondo la tradizione, fu edificata nel 262 o nel III secolo in una grotta lavica già usata come cisterna, e titolata a Santa Maria[3]. Il tempio si ingrandì probabilmente nel VII secolo, e forse in questo periodo sorse l'apogea chiesa di S. Gaetano, a quel tempo forse intitolata S. Maria La Grotta.
Nell'VIII secolo, con la conquista musulmana della Sicilia, la chiesa superiore viene demolita o, più probabilmente, abbandonata. Con l'avvento dei Normanni la chiesa fu restaurata e forse a questo periodo risalgono le grosse colonne del presbiterio, mentre viene ridimensionato l'accesso alla chiesa sotterranea, che diventa così la cripta per il tempio superiore, mediante la costruzione di una ripida scalinata in pietra lavica.

 Tuttavia il tempio inferiore, periodicamente allagato a causa della presenza della sorgente che alimentava il vecchio pozzo, rimase presto intasato dai detriti fangosi e cadde nell'oblio. Solo nel 1558 l'edificio fu sgomberato e ripulito, ad opera dei frati Carmelitani. In questa data forse si accosta la venerazione del santo di Thiene, canonizzato nel secolo seguente, come per questa data forse si affaccia l'intitolazione a Santa Maria di Betlemme del tempio ipogeo, in quanto legato al culto del Presepe, sorto in Italia dopo l'opera di S. Francesco a Greccio.

 Demolita in parte nel 1674 per la costruzione del vicino bastione di San Michele (sulla base del progetto fortilizio iniziato più di cento anni prima, nel 1550 sotto il regno di Carlo V e compiuto su progetto di Tiburzio Spannocchi), venne distrutta definitivamente dal terremoto del 1693, probabilmente anche a causa di una tecnica muraria non adeguata risalente alla fase medioevale cui si aggiunse l'instabilità dovuta allo smantellamento avvenuto quasi venti anni prima, e parte del tempio inferiore subì pure gli effetti del sisma. La ricostruzione subì diversi cambi di progetto e si protrasse a lungo, dato che venne completata soltanto nel 1801 sotto l'allora vescovo Corrado Deodato Moncada. La ricostruzione avvenne soltanto grazie ai contributi della confraternita di San Gaetano che frattanto si era formata per la conduzione della chiesa. Nuovamente abbandonata dopo il danneggiamento del bombardamento alleato durante la seconda guerra mondiale fu riaperta al culto negli anni ottanta per poi essere nuovamente riaperta "a singhiozzo". Attualmente la chiesa inferiore, oltre ai normali servizi curati dal rettore padre Antonino Lo Curto, è gemellata con il monastero russo-ortodosso di Divnogorje e ospita la comunità ortodossa catanese per le Messe domenicali.
Il 5 giugno 2009 viene scelta quale cornice per la cerimonia di "investitura" dei nuovi membri dell'Unione Cavalleria Cristiana Internazionale (nota con l'acronimo UCCI , celebrata dallo stesso Lo Curto.
Il tempio ipogeo.
All'interno di una grotta lavica originatasi forse nell'eruzione del Larmisi venne ricavata una cisterna ipogea di epoca romana, in seguito riadattata all'uso di sepolcreto paleocristiano delle necropoli.
L'impianto primitivo divenne nel 262 una chiesa cristiana, forse la prima costruita a Catania, prima ancora della vicina chiesa del Santo Spirito eretta ad opera del vescovo San Berillo, e tra le prime in Europa ad essere intitolate a Maria. Inizialmente sede di un martyrion. Le tracce più antiche, precedenti alla trasformazione in chiesa, sarebbero da cercarsi nel pozzo a sud dove sul soffitto rimangono tracce di una campata in mattoni di terracotta, un archosolium (murato per ricavarne l'altare), una falsa finestra e due sedili in pietra lavica.
Con l'editto che consentiva la libertà di culto del 313 l'edificio poté dotarsi degli elementi strutturali necessari alle funzioni sacre, come l'altare (che probabilmente chiudeva un passaggio verso un altro settore della grotta che si estendeva a nord verso il santuario del Carmine) e l'arco trionfale[8] che reggeva un'iconostasi. In questo periodo l'ambiente venne totalmente rivestito di affreschi di cui oggi non restano che labili tracce, se non una Madonna con Bambino del III secolo, di cui si leggono appena i volti, nella parete settentrionale dov'è ricavato l'altarino, rimaneggiato più volte nei secoli successivi.
 Con l'erezione del tempio apogeo vengono messe in atto le prime sostanziali modifiche, tra cui un nuovo ingresso più ampio a occidente e la ristrutturazione del pozzo per ricavarne un fonte battesimale. Il battesimo avveniva per immersione e lo si faceva superati i sette anni di vita. Non si conosce se con la conquista Islamica la chiesetta subì qualche modifica, certo è che nell'XI secolo, con l'avvento dei Normanni, fu rimaneggiata sostanzialmente. Venne eretta una nuova gradinata in pietra lavica in sostituzione di una ripida discesa (com'era più usuale in epoca paleocristiana) e il cambio di culto (da orientale a occidentale) influenzò anche l'architettura battesimale: di questo periodo infatti il pozzo cilindrico per il lavaggio del capo ai fanciulli.
La chiesa, probabilmente a causa di un allagamento o perché mutata in cripta, venne dimenticata e dovette attendere il XVI secolo per essere riaperta. Quasi a ricordare l'avvenimento le rappresentazioni di pastori di gusto rinascimentale sul lato settentrionale dell'ingresso, mentre a meridione si poteva ammirare una veduta urbana a volo di uccello (Catania?) di cui rimane ben poco. Tra i due scenari l'arco d'ingresso, ricavato sulle lave preistoriche, si erge maestoso con la scritta Gloria in Excelsis Deo (Gloria nell'Alto dei Cieli, che riecheggia la Resurrezione) su di un nastro tenuto da putti settecenteschi.
Il terremoto del 1693 distrusse parte dell'edificio (la zona occidentale, probabilmente perché esposta al crollo del tempio superiore) che rimase chiuso fino al 1801.
Oggi, dopo fasi alterne, è nuovamente aperto e adibito a culto. L'eccezionalità del sito lo rende la sede adatta per le originali quanto suggestive messe in greco recitate da padre A. Lo Curto, attuale rettore cui è affidata la chiesa. Di quest'ultima fase, cioè sotto il rettorato di Lo Curto, è l'attuale aspetto. Nel 2000 furono posizionati il tavolo per le funzioni realizzato in pietra calcarea, una riproduzione in rilievo di una Natività di età bizantina e i vari paramenti sacri di gusto ortodosso.

Sull'origine del tempio superiore si conosce ben poco, tuttavia se ne può intuire l'epoca di costruzione da alcuni dati[9]: l'area presbiteriale a pianta quadrata (che contrasta con il corpo della chiesa più modesto), l'orientamento verso est sono segnali di una possibile origine bizantina (pertanto databile al periodo compreso tra il VI e l'VIII secolo). Certa è la sua presenza in epoca Islamica quando venne demolito o, più probabilmente, abbandonato e semidistrutto dall'incuria. Nell'XI secolo fu messo in comunicazione col tempio inferiore mediante la ripida scalinata a grossi blocchi squadrati. A quest'epoca forse risalgono le colonne in pietra lavica che oggi sostengono la cupoletta, il corpo longitudinale dell'edificio, nonché l'intitolazione di Santa Maria La Grotta.

 


 

Nel 1558, riconosciuto quale edificio di importanza strategica, oltre che religiosa, venne dotato di un piccolo sistema fortilizio di cui oggi rimane qualche traccia nel lato sud. Nel 1575 compare per la prima volta in una veduta di Catania col titolo di La Grotta[10], anche se già vi si officiava in onore di San Gaetano. Il titolo fu poi confermato probabilmente dopo la canonizzazione del Santo (1671). Nel 1674 venne in parte demolito per migliorare le difese da questo lato della città. Il crollo definitivo della chiesa avvenne nel 1693 a causa del terremoto del Val di Noto. La ricostruzione impiegò più di cento anni e l'inaugurazione avvenne solo nel 1801, presentando il tempio come lo possiamo vedere oggi.
Il nuovo edificio si presenta così a pianta longitudinale con presbiterio leggermente rialzato e abside piatta. La facciata è molto sobria, presentandosi in due ordini divisi da una cornice sorretta da quattro lesene lisce di ordine composito: nel primo si apre l'ampio ingresso architravato; nel secondo una nicchia ospita la statua di San Gaetano con in braccio il Santo Bambino. All'interno ad unica navata il ritmo è scandito dall'alternasi di nicchie di diverse altezze divise tra loro da doppie lesene che si riflettono anche sul soffitto a volta a botte con la presenza di archi doppi. Nel presbiterio dodici colonne corinzie, disposte a gruppi di tre e unite da possenti archi a tutto sesto, reggono una calotta mediante le quattro vele degli angoli. Sul fondo un'abside rettangolare su cui si vedono le tracce del restauro settecentesco. Altri resti del Settecento sono i due altari laterali costruiti in intarsi di marmi policromi (scuola siciliana).

Rovinato dal secondo conflitto, periodo in cui probabilmente la chiesa ipogea fu adoperata come rifugio, subì anche dei mal fatti restauri che ne alterarono la leggibilità storica. Solo recentemente la chiesa sta riacquistando lentamente la sua dignità, nonostante sia semi-soffocata dalle bancarelle del mercato, grazie anche ad originali iniziative tra cui l'espletazione dei sacramenti in canti, processioni di sapore orientale, l'uso della lingua greca.
Leggende e tradizioni

Secondo la tradizione la chiesa inferiore ospitò le spoglie di Sant'Agata dalla sua morte alla sua sepoltura nella Vetere nel 264. Sempre secondo la tradizione qui Santa Lucia pregò per averne la stessa forza. La martire siracusana sarebbe qui svenuta ed ebbe in visione la cugina defunta che le disse di aver coraggio e di continuare ad avere salda la fede in Gesù. Un'altra tradizione vuole che anche S. Euplio, co-patrono di Catania, fosse stato qui temporaneamente deposto dopo la sua morte avvenuta nel 304.
In epoca moderna invece una storia piuttosto interessante è datata al 1508. Si narra che una pia donna, tal Benedetta Laudixi, ebbe in sogno la Madonna con in braccio il Bambino che le chiedeva di essere salvata poiché soffocava dalle macerie. La donna ricevette precise istruzioni su dove si dovesse scavare.
Un'ultima leggenda è legata agli affreschi che rivestivano per intero l'interno della grotta. Per effetto dell'umidità essi hanno assunto una colorazione giallastra che il "popolino" ha sempre creduto fosse il naturale colore della grotta e da qui viene il nome del rione che circonda piazza Carlo Alberto: Grotte bianche. Ancora oggi una delle strade che conducono alla piazza porta il nome di via Grotte Bianche.

http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Gaetano_alle_Grotte

 

 

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"Nella zona a nord-est della porta di Aci, quest'aria cimiteriale aveva la peculiarità di essere costituita da grotte laviche, dette Grotte Bianche per la presenza di sedimenti carbonatiche dovute alle acque di scolo".

Giuseppe Guliti, vice Cancelliere Arcidiocesi di Catania, studioso di storia della Sicilia.

 

vai a LE GROTTE DI CATANIA

 

 

CHIAMASI ATMOSF... FERA!

E' il secondo mercato storico di Catania, dopo la Pescheria.

Quando Catania era Capitale di Sicilia sotto il trono dell’aragonese Federico III, il mercato nacque di fronte all’ex Regia Cappella (adesso basilica Collegiata) e poi spostato in piazza Università dopo il terremoto del 1693. Nel 1832 trovò la sua definitiva collocazione nell’attuale Piazza Carlo Alberto.

Innumerevoli sono le versioni sul nome e il significato. Ovviamente, quella più facile è riferita al giorno della settimana, appunto il lunedì. Secondo altre ipotesi, il nome deriverebbe dal dio assiro-babilonese Luni o dalla dea Luna. La zona Luno era una delle quattro parti dell’antica Catania, assieme ad Aetnopoli (Leucatia),  Demetria (Cibali) e Littoranea (Ognina) e comprendeva la zona esterna alla Porta di Aci, cioè l’attuale ubicazione del mercato perchè nel luogo vi era un tempio dedicato al suddetto dio Luno, posto in cima ad una collinetta dove oggi sorge il Santuario dedicato alla Madonna del Carmine.

Un’altra ipotesi del nome è quella che vede in ogni lunedì l'arrivo dei familiari dei soldati borbonici in servizio nella caserma prospiciente la piazza, per fornire quei  militi di ogni mercanzia o biancheria da consumare in tutta la settimana. Non so se questo sia rispondente al vero.

Oggi il mercato non si svolge soltanto al lunedì ma, tranne la domenica, ormai in ogni giorno della settimana. Nella zona cosiddetta Pracchio (meglio descritta nell’immagine allegata) gli fa compagnia la chiesa di S. Gaetano alle Grotte, edificata nel III secolo in una grotta lavica già usata come cisterna e dedicata a Santa Maria La Grotta, demolita ad opera degli arabi e restaurata dal normanno Conte Ruggero.

 

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Ma entriamoci al mercato, no?

Appena si entra, come in tutti mercati del Meridione d’Italia (vedasi quelli palermitani) ci si immerge nel calore, nei colori e nell’abbandono della tristezza che fa posto all’allegria. Si incontra immediatamente la geniale ironia del Catanese e la sua pronta loquacità nel partorire implacabili battute. Non possono farci niente, è più forte di loro, la devono dire!

In un baleno sembra quasi mancasse l’aria, le pulsazioni aumentano e le antenne cominciano a drizzarsi per ricevere suoni e colori strabilianti che filtrano dai tendoni di bancarelle in cui si vende mercanzia di ogni genere.

Nello stretto corridoio in cui si incrociano catanesi, siciliani, africani, cinesi, indiani, tutti indaffarati a far vivere un luogo dove si fanno affari meglio che a Piazza della Borsa, arrivano decine e decine di meravigliose e spassose espressioni teatrali. E' proprio lì dove, da cronista, spesso raccolgo quel tesoro che esce dalle bocche dei miei concittadini e che non posso tenere soltanto per me. Impossibile non condividerle. Qui di seguito, quel che sento:

- Cuore, a mamma, ti piaci stu vistitu blu elettricu ‘po vattìu di Vanessa?”

- Frida dice a Oriana “A genti parra picchi avi giga supecchiu ndo telefunu. A quali! U russettu russu non mi passa mancu cu l'acqua raggia!”

- “Cunnuti ca siti! 5 euri? Cu l’ha spinnutu mai 5 euro pi m'paru 'i cosetti?”

- “Peco, peco (prego), tuttu a neuro. Avemu macari Docce e ca ‘bbanna!”

- “Oggi c'è assai pisci, non ci abbastunu i cancillati da villa!”

- "Avemu u Blaccky friddu 'da cucuzza”
- “Ascaniu, appoi ti peddi. Dammi a manu, a mamma (ndr: come rovinare la vita a un bambino nato a Catania)”

- “Me nannu? Sta megghiu di mia, ci arrivau a cattulina do suddatu!”

- “Ah, u ‘ttaccanu a chiddu ca arrobba 'a Fera? Petomane!… accussì s’insigna!!! (a Catania non si impara, si insegna)”

- "Santiago, cunnuteddu da mamma.... veni cca, lassila stari sta pàmmina" (come rovinare per sempre la carta d'idendità a n'picciriddu nato sotto l'Etna, che magari di cognome non fa Rodriguez ma Fisichella)

Entro al bar, prendo un caffè e alzo il volume delle mie orecchie: “Aspetta, ca non ci viru di luntanu, sugnu preside. Ma è zuccuru?  No mbare, aiu a diabete (a Catania il diabete è fimmina!) e poi no sangu u dutturi attruvau u GPL iautu! Troppo pericoloso, preferisco evirare (evitare) un ics cerebrale!”

Nel frattempo il banconista chiede al collega! "Kevin, ti giuru quantu stimu a vista ‘e l’Ognina,  mi dissi queste mestruali palore: 'Capucino take away, please' Mah! ...chi significa?". “Turi, nenti, ti dissi “da pottare!”. Tranquillu!

Alla fine del giro esco dalla Fera o Luni in un sabato ancora soffocato da questa interminabile estate, senza non godermi le ultime canzonette all’uscita su Piazza Stesicoro. Perché i venditori del mercato non si limitano a “vanniare”, ma si dilettano pure nel canto, ovviamente nel rispetto della nostra famosa liscìa:

- Dieci carciofi a 6 euro posson bastare, dieci carciofi a 6 euro io te li voglio dare! (Dieci ragazze in versione Fera o luni)

Oppure questa, dedicata al sabato e non al lunedì:

- L’aria do sabatu a Fera, ruffiana e sincera… cco te! (Maledetta primavera in versione Fera o luni)

Eccezionali! Come si fa a non amarli?

Mimmo Rapisarda

 

 

 

QUANDO C'ERA IL MERCATINO DELLE PULCI.

A Catania e provincia è possibile visitare numerosi mercatini delle pulci che si tengono con cadenza settimanale (è il caso del mercatino delle pulci di Catania) o mensile (i mercatini delle pulci che si tengono in paesini in provincia di Catania come quello di Mascalucia).
Il più grande mercatino delle pulci e sicuramente il più conosciuto e frequentato è quello che si tiene ogni domenica mattina in Piazza Carlo Alberto in pieno centro di Catania. In questo mercatino delle pulci è possibile fare grandi affari soprattutto se ci si reca la mattina molto presto (intorno alle sette). Si può trovare di tutto: da oggetti d’arredamento (lampade, lampadari, vasi) a oggetti per la cucina (tazze,piatti, bicchieri), ma anche abbigliamento e scarpe, giochi per le più comuni console di gioco (wii, xbox), oggetti d’antiquariato, ecc. I prezzi oscillano da 1 euro a 100 euro a seconda dell’oggetto acquistato.
Un altro interessante mercatino delle pulci che si tiene in provincia di Catania, precisamente a Mascalucia, è il mercatino dell’antiquariato. Questo mercatino viene organizzato ormai da più di 10 anni all’interno della villa comunale di Mascalucia ogni ultimo week end del mese. Il mercatino di Mascalucia è specializzato nella vendita di mobili antichi già restaurati o da restaurare, anche se è possibile trovare bancarelle con libri e stampe antiche, oppure bancarelle di vecchie tovaglie e centrini ricamati a mano.
Oltre a questi mercatini delle pulci che si tengono all’aperto, a Catania vi sono numerosissimi negozi dedicati alla vendita di oggetti usati, come il Rigattiere, Il gran Bazar dell’usato, Panascì e molti altri. In questi negozi è possibile sia acquistare che vendere i propri oggetti. In quest’ultimo caso, vi basterà portare gli oggetti che volete vendere al negozio e concordare il prezzo di vendita; quando l”oggetto sarà venduto, il negoziante vi contatterà per darvi il ricavato della vendita. Alcuni di questi negozi accettano anche mobili di grosse dimensioni (cucine, armadi, stanze da letto), in questo caso dovrete accordarvi con il negoziante per il ritiro dei mobili presso la vostra abitazione (il prezzo oscilla dai 100 euro in su)
Un negozio dedicato alla vendita di oggetti usati che vi consiglio di visitare è “Mani Tese”. Questo negozio vende oggetti donati dalle persone ed il ricavato lo devolve tutto in beneficenza per progetti in Africa. Questo negozio è uno dei miei preferiti in quanto mi permette, acquistando o donando oggetti, di fare beneficenza. “Mani Tese” si trova in via Ammiraglio Caracciolo, una traversa di viale Mario Rapisardi. Il negozio è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 20.

http://wondir.it/dove-sono-mercatini-delle-pulci-catania/

 

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Il Santuario della Madonna del Carmine si trova in piazza Carlo Alberto nel centro storico di Catania.La chiesa si inserisce in modo scenografico nella pur grande piazza sulla quale è costruita. La facciata è realizzata in tre corpi affiancati ed in quello centrale, sopra il portale, è inserita una statua della Madonna. 

La chiesa fu costruita nel 1729, più o meno quando sorsero i maggiori edifici di Catania dopo il tremendo terremoto del 1693. L'interno è a tre navate separate da colonne. L'abside centrale presenta degli affreschi di Natale Attanasio. Negli altari laterali vi sono opere di pittori siciliani del XVIII secolo fra cui una tela di Antonio Pennisi. La chiesa è un santuario retto dai monaci carmelitani e contiene migliaia di ex voto lasciati da persone che hanno ricevuto una grazia per l'intercessione della Madonna del Carmine.
In Piazza Carlo Alberto,la piazza antistante la chiesa si svolge l'antico mercato giornaliero.

La festa del 16 Luglio - Delle cinque feste che la città di Catania dedica alla Madonna del Carmelo (Santuario al Carmine, chiesa del Carmine sotto il titolo “dell’Indirizzo”, chiesa del Carmine a Barriera, chiesa del Carmine a Canalicchio e chiesa del Carmine a San Giorgio), quella che si celebra annualmente nella Basilica Santuario “Maria SS. Annunziata al Carmine” è senza dubbio la più importante e la più partecipata. Moltissimi catanesi, ma anche abitanti dei comuni limitrofi, si recano il 16 luglio al Santuario per venerare il simulacro della Madonna.
La devozione dei catanesi nei confronti della Madonna del Carmine affonda le sue radici nella storia, allorquando i Carmelitani, intorno alla prima metà del XIII secolo, si insediarono nella città.
L’attuale simulacro, reduce da un accurato restauro, è un’opera della fine del XIX secolo, che ha sostituito una precedente statua settecentesca, anch’essa di bella fattura, custodita adesso nella chiesa “S. Giuseppe” di Pisano Etneo (Zafferana Etnea), della cui frazione è Compatrona.
Innumerevoli i devoti che omaggiano la Madonna accendendo delle torce votive, e moltissime le donne vestite tradizionalmente con l’abito carmelitano, marrone, con cordone alla vita e scapolare attorno al collo.
Dopo la Solenne Celebrazione Eucaristica, la statua della Madonna, già predisposta sull’artistico fercolo, alto, addobbato con una gran quantità di fiori posti sull’enorme sfera rappresentante il mondo, viene lentamente spostata in direzione del portale maggiore del Santuario, pronta per l’attesissima “nisciuta”.

 

 

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a festa da Maronna do Carmini a luglio: ora sì, ca mi pozzu fari u bagnu!

 

 

PHOTOGALLERY

 

 

Lo scampanio festoso, lo sparo della moschetteria preparata in piazza Carlo Alberto, la banda musicale , e una folla di fedeli assiepata nella piazza in attesa di vedere la Madonna affacciarsi sul sacrato, accolgono trionfalmente l’amato simulacro della Madonna del Carmelo, che ha tiene per molti minuti tutti con lo sguardo all’insù, verso l’alto fercolo da dove la Castellana Protettrice di Catania risplende di una luce mistica.

 

 


I fedeli, offrendo a turno ceri accesi, denaro, fiori e baciando in segno di venerazione il simulacro, si avvicinavano in continuazione creando un movimento incessante attorno alla “vara”.
Al termine dello sparo dei fuochi pirotecnici dell’uscita, preceduto da una lunga processione con le rappresentanze locali, quali i “Fiori del Carmelo”, gli “Amici del Rosario”, la “Compagnia di Maria” e il “Terzo Ordine Francescano”, con i rispettivi stendardi, il simulacro della Madonna del Carmelo prende a muoversi in direzione di via Pacini, per percorrere le strade del suo quartiere.

Daniele Pennisi  http://www.criluge.it/isolainfesta/?p=5481

 

 

 

S. Agata e il Santuario della Madonna del Carmine

...gli studiosi hanno identificato nel sepolcro romano che si trova all'interno del monastero carmelitano (oggi caserma Santangelo Fulci) il luogo esatto della prima sepoltura di Sant'Agata. Questo spiegherebbe il motivo per cui la vara fino agli anni '50 del 900 entrava nella chiesa del Carmine. Usanza purtroppo persa insieme alla memoria storica..... Sempre secondo studi recenti il corpo di Sant'Agata venne poi trasferita presso la chiesa paleocristiana dello Spirito Santo (i cui resti si trovano sotto un condominio di via dottor Consoli) nei cui pressi si trovava anche la tomba di Iulia Florentina. Da qui venne portato probabilmente poi all'interno delle mura della città nella vicina chiesa di Sant'Agata (la vetere). E da qui nel 1040 venne prelevato da Giorgio Maniace per essere portato a Costantinopoli. Nel 1126 le reliquie fecero ritorno a Catania e da allora si trovano in Cattedrale (costruita nel 1091).

Antonio Trovato

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Il luogo è testimoniato dalle storie di san Leone Vescovo di Catania che scrive di una chiesa dedicata a santa Lucia dove vorrebbe essere sepolto, C'è un anacronismo nella spiegazione riportata poiché fino all'editto di Costantino che liberalizza il culto cristiano i cristiani non potevano possedere come tali un pezzo di cimitero. Cosa che avvenne infatti dopo il 313 quando i corpi dei martiri furono spostati sulla parte collinare del cimitero nella zona di via Androne dove è stata rinvenuta la stella di Iulia Florentina che indica in quel sito le sepolture dei martiri e dove fu edificata una basilichetta cristiana.

Padre Antonino De Maria

 

 

TRA FEDE E FOLKLORE. LA FESTA

DELLA MADONNA DEL CARMINE

Alessandra Belfiore

 

Si rinnova anche quest'anno il grande appuntamento di fede popolare rappresentato dalla Madonna del Carmine, che a Catania ha il suo centro nevralgico nel santuario della "fiera", a sua volta centro nevralgico e specchio impietoso delle risorse e delle contraddizioni di una città grande e complessa come quella etnea. Multietnicità, crisi, disoccupazione, solitudine.

È questo il nuovo scenario dentro il quale si innesta, non certo da ora ma almeno dagli ultimi anni, la processione della Madonna che si svolgerà questo pomeriggio. Una processione che passa sì dal salotto buono di via Etnea, per affacciarsi simbolicamente a tutta la città, ma che attraversa e lambisce il cuore della "fiera": quartiere sempre meno catanese e sempre più senegalese, nigeriano, cingalese, mauritiano e per quasi il cinquanta per cento dagli occhi a mandorla. È nero, è giallo il nuovo volto del cuore del centro storico di Catania. Parla idiomi e si ciba di alimenti differenti. Convive ma non comunica, anche secondo le testimonianze di chi il quartiere lo vive come i parroci e i volontari che gravitano intorno alla parrocchia del Carmine. Le strade che questa sera si illumineranno e si affolleranno al passaggio della vara, con sopra il simulacro della Vergine dal volto gentile e ancora fanciullesco, sono proprio quel simbolo e quello specchio impietoso di una città che sta cambiando e che dovrebbe iniziare a fare i conti con se stessa. Di una città che dovrebbe guardare ai senzatetto e ai disperati - la cui unica consolazione è l'alcol - che popolano il sagrato della chiesa fin dalle prime ore del mattino e sistemano i loro cartoni nelle traversine limitrofe.

Oggi e questa sera, per qualche ora, sarà festa, con luci, botti, confusione. Poi tutto ritornerà ai ritmi scanditi di sempre.

 La Sicilia, 16/07/2013

 

 

MASTRU MUNNIZZA E GLI ACATAPANI

Catania, dopo il terremoto del 1693 che l'aveva rasa al suolo era distrutta e sporca, del resto come tutte le città che subiscono una catastrofe. Il Senato incaricò il Mastro Mondezza detto: PRACCHIO per controllare la situazione della città, infatti il quartiere del Carmine essendo il più sporco era chiamato PRACCHIO. Per evitare malattie infettive, fu vietato far bagnare cavalli e muli in riva al mare e in città c'era l'obbligo di andare correndo con le bestie per vietarne la sosta. Durante gli anni ci fu pure il compito di far rispettare l’ordinamento sanitario dei mercati della città. I vigili sanitari, che nel 700 si chiamavano Acatapani, vietavano agli acquirenti di toccare la merce nei canestri dove erano posti i pesci, le pene erano severe, nei casi più gravi era previsto persino il carcere! Si fece di tutto per avere una città pulita, bella e splendente e ci riuscì come sempre, infatti di Catania si dice: "Melior de cinere surgo".

Pippo Costanzo detto Cancilleri

il Pracchio

 

Nel 1708, quindici anni dopo il terribile terremoto che aveva raso al suolo Catania, un’epidemia dimezzò l’ancora esigua popolazione catanese. A quei tempi la città era piccola, angusta e terribilmente sporca. Il quartiere del Carmine, sorto dopo il 1693 fuori la Porta di Aci, era detto pracchio appunto per la sua sporcizia.

La situazione igienico-sanitaria sfuggiva di mano al Senato. Non si riusciva a porre un serio freno al dilagante sudiciume che a sua volta era causa di malattie, di epidemie. Il grave stato di cose indusse allora il Senato a "fare reformare l’antiche o aumentare le norme che regolavano l’officio del Mastro di Mondezza", il quale, a sua volta, dipendeva direttamente da un Patrizio incaricato di controllare la situazione igienica della città. Il Mastro di mondezza aveva il diritto di "promulgare bandi o comandamenti secondo le occorrenze".

Le norme erano numerose e abbastanza esplicite. Ai cittadini fra l’altro era proibito di "gettare sterco e mondezze per le pubbliche strade, ma appoggiarle alle proprie mura al fine di poterle trasportare fra il giro di giorni 15 nella nuova strada del Fortino; o pure nel fosso grande vicino al bastione antico di S.Barbara vicino la casa dé Teatini o altrove". Poi le regole di igiene e di pulizia urbana divennero più drastiche e si estesero in altri settori: fu vietato, "per l’incomodo e detrimento che apportano al pubblico della comune salute, la "retina" delle mule per le vie della città, nonché il vagare di porci, oppure far bagnare gli animali -cavalli o muli- in riva al mare".

Il Patrizio, in sostanza, doveva vigilare affinché le bestie da carico non girassero per la città, ma si limitassero a percorrere le strade più corte per attraversarla. A cavalli e muli era, infatti, vietato "passare di giorno per il Corso S.Filippo, piano di S.Agata, Quattro Cantonere", ed era invece fatto obbligo di "andar correndo per la città". Un mestiere difficile quello della bestia, nel 700 catanese.

 (tratto da "A Sicilia")

http://www.cataniatradizioni.it/miti/pracchio.htm

 

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E vui durmiti ancora … da cento anni!
di Sebastiano Lorenzo Distefano
 da
www.squolapronobis.it

Proprio così! Era il 1912, quando fu eseguita per la prima volta la famosa MATTINATA SICILIANA E vui durmiti ancora composta da Gaetano Emanuel Calì sul testo della poesia (del 1910) di Giovanni Formisano.
Gli autori, entrambi catanesi, sono stati egregia espressione dell’indole “vulcanica” della loro terra e della creatività del tempo, oltre che dell’identità siciliana.
E vui durmiti ancora ha una storia affine a quella di molte grandi Opere e di altrettanti Autori, non soltanto siciliani, dapprima ignorati o misconosciuti; infatti questo incomparabile capolavoro delle musiche etnofoniche ebbe esordio e vita travagliata e la sua prima incisione fu pubblicata solo diciotto anni dopo la nascita.
La composizione, musicata al piano in una sola notte dal maestro Calì, in perfetta armonia con la poesia di Formisano, presentata a un concorso di poesie da musicare, proprio nel 1912, “venne regolarmente bocciata”. Ma fu riscattata nella successiva esecuzione, a Malta, nel 1915, allorquando l’autore, pur scoraggiato per la bocciatura subita ma grazie all’insistenza della moglie Anna, l’affidò alla cantante Brunelli che “la cantò con tanta passione da far andare in visibilio il pubblico che, tra deliranti applausi, chiese ripetutamente bis”. Da allora E vui durmiti ancora è stata interpretata in tutti i teatri del mondo, varcando l’oceano; in America venne subito incisa in dischi e attribuita ad autore ignoto, divenendo “la canzone di tutti”. Fino ad oggi, eseguita da rinomati Artisti, ha avuto numerosi arrangiamenti, un plagio e tante personali interpretazioni ed è stata variamente riproposta dai maggiori gruppi folkloristici e (ancor giovane e pimpante dopo i cento anni trascorsi) apprezzata e cantata, anche fuori dalle scene, da semplici Cittadini nelle più disparate occasioni.
Questa intramontabile serenata (come è dai più considerata), nelle significative parole di Giovanni Formisano come nell’afflato musicale di Gaetano Emanuel Calì, è certamente da ritenere un’intramontabile icona, quasi un archetipo, della Poesia siciliana e un sublime esempio di Poesia e coinvolgimento popolare.
La storia di E vui durmiti ancora, in quanto tale, con le iniziali incertezze e i tantissimi successi e riconoscimenti, nei tanti lusinghieri aneddoti anche in tempo di guerra, e grazie all’attenta analisi della sua realtà che è proposta con questo saggio offre -in tema di “Educazione all’Ambiente”- l’occasione di riflettere sulle realtà del sano rapporto fra Uomo e Ambiente e di considerare le realtà di un Popolo e di un epoca, nonché di far riflettere sulla genuina indole di una “sicilianità” che è contraltare della “sicilitudine” del turpe o dell’esasperato di Leonardo Sciascia.
http://www.figlidelletna.it/e-vui-durmiti-ancora.html

 

 

La statua dedicata all'autore di E vui durmiti ancora, in Piazza Majorana

 

 

Corso dei Martiri: dopo 50 anni la svolta sembra davvero vicina
di Melania Tanteri

Il sindaco Stancanelli: “Non dipende più da noi. Aspettiamo che la controparte approvi la bozza”. Si va verso il via libera al nuovo accordo tra il Comune di Catania e i privati

CATANIA - Cantieri pronti ad aprire i battenti su corso Martiti della Liberta? L’ipotesi è sempre meno remota, dal momento che gli stessi imprenditori proprietari della maggior parte dei terreni dell’area si sono detti disponibili a sottoscrivere l’accordo transattivo con il Comune di Catania, ovvero il nuovo accordo tra Comune e privati che sostituisce quello quadro firmato nel 2008 dall’allora commissario staordinario Vincenzo Emanuele.

Una notizia che, se avrà il seguito sperato, potrà portare al risanamento di un’intera porzione di centro città, letteralmente sventrata nel 1954, dando così non solo un nuovo volto alla città, ma portando con sé anche una grande spinta occupazionale.
L’operazione, da 250 milioni di euro coinvolge un gruppo di società private - Istica Spa, Cecos Spa e Risanamento San Berillo Srl, (la Euro costruzioni, rimane per il momento esclusa, dal momento che il proprietario si è rivolto al Tar per chiedere il rispetto dell'accordo quadro del 2008) - che, insieme, possiedono circa il 98 per cento dei terreni, potrebbe rappresentare per Palazzo degli Elefanti la prima, vera opportunità di chiudere un capitolo aperto da mezzo secolo.

“Noi siamo pronti – afferma l’assessore comunale all’Urbanistica, Luigi Arcidiacono - l’amministrazione ha già predisposto tutto per l’incontro con i privati, da parte dei quali stiamo solo aspettando l’assenso all’accordo che dovrebbe portare alla transazione davanti al Tar”. Tutto pronto, dunque, anche se non sono ancora chiari i tempi.

“Non dipende più da noi” prosegue lo stesso primo cittadino. “Ci eravamo dati tempo fino al 30 settembre – aggiunge Stancanelli – e lo abbiamo rispettato. Abbiamo approvato in Giunta il nuovo accordo e stiamo aspettando che i privati aderiscano a questa bozza. Solo allora potranno partire i lavori”.

In sostanza, sono 4 i punti previsti dal cosiddetto addendum: la riduzione della cubatura di 130 mila metri cubi rispetto all’accordo del 2008; la realizzazione di tutte le opere attraverso gare di evidenza pubblica; il mantenimento del plesso scolastico della Pascoli, il cui previsto abbattimento e ricostruzione in piazza Giovanni XXIII aveva suscitato numerose polemiche; e, infine, l’acquisizione, da parte del Comune, degli immobili di proprietà dell’Istica San Berillo, ma non del pacchetto azionario.

 

A meno di nuovi imprevisti, dunque, la ferita nel cuore della città potrà presto essere sanata: dopo la firma dell’accordo transattivo, infatti, le imprese dovranno presentare, entro 60 giorni, l’aggiornamento del “master plan” redatto dall’architetto Massimiliano Fuksas e il Comune avrà altri 30 giorni per esaminarlo e approvarlo. Insomma, se tutto dovesse andare come previsto, si potrebbero vedere le prime gru già entro la fine dell’anno.

 

“Il risanamento di corso Martiri della Libertà è necessario – commenta Andrea Vecchio, presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili – non solo per eliminare quel vero e proprio ‘bubbone’ di degrado e abbandono nel cuore della città, ma anche per il rilancio dell’occupazione”.

Dovrebbero essere settemila, infatti, i lavoratori impegnati nel risanamento dell’area, mentre ci vorrebbero cinque anni, per la realizzazione - stando al progetto di Fuksas - oltre che delle abitazioni private, di un albergo, un teatro, uffici, e di un piccolo parco urbano.

http://www.qds.it/8452-catania-corso-dei-martiri-dopo-50-anni-la-svolta-sembra-davvero-vicina.htm

 

 

 

I lavori in corso durante l'eliminazione del quartiere San Berillo per far posto al nuovo Corso Sicilia

 

 

 

 

Vecchio San Berillo, luci rosse a Catania - Viaggio nella Amsterdam fai da te

Un tempo ospitava le case chiuse, oggi le baracche sono affittate alle lucciole. Pigione versato ai boss della zona

CATANIA - Come una macchia d'olio in uno specchio d'acqua già inquinato, il fenomeno della prostituzione a Catania si espande sempre più, tentando di conquistare nuovi territori fino a ieri non battuti. La causa? Nel quartiere di San Berillo, una vera e propria ferita nell'assetto urbanistico del centro storico, non c'è più spazio per le lucciole. Prima della legge  Marlin del '58, questa parte della città era una sorta di «De Wallen» all'olandese, frequentatissimo dai clienti abituali delle case chiuse.

L'AFFITTO PAGATO AI BOSS - Oggi quegli edifici sono ridotti a catapecchie, ma il loro valore è altissimo. Chi ci abita sono le tantissime prostitute nigeriane, colombiane insieme alle vecchie matrone di una volta che pagano l'affitto direttamente ai boss della zona. Undici anni fa finirono in cella Antonino Santonocito detto «Nino Trippa» e Francesco Privitera «Cicciobbello», i capiclan che gestivano il mercato delle baracche.  Oggi nulla sembra essere cambiato. Sedute su una sedia o semplicemente affacciate alla finestra mezze nude e con in mano il mestolo per rimescolare la minestra sul fuoco, semplicemente stanno ad aspettare.

I VICOLI DEL QUARTIERE - Sulla cartina stradale San Berillo è un quadrilatero vicolo Coppola, via delle Finanze, via Pistone, via Sturzo e via delle Belle, grande non più di novantamila metri quadri. Giorno o notte qui c'è poca differenza. Alle prime ore dell'alba, le lucciole sul marciapiede si danno il cambio con le prostitute che lavorano alla luce del sole. Dalle 6 di mattina alle 13, c'è un continuo vai e vieni di nigeriani carichi di enormi sacchi di plastica. E' la merce contraffatta che viene portata, avanti e indietro, dai depositi nascosti nel vecchio quartiere ai marciapiedi dell' affollatissimo corso Sicilia ed al mercato di piazza Carlo Alberto. Fra loro c'è anche chi si improvvisa meccanico, ed ha messo su alla buona una officina in cui si riparano le vecchie auto dei connazionali. Nell'ottobre del 2009 l'ultimo maxi-blitz della municipale portò al sequestro di oltre 100mila articoli taroccati in una bottega di Via Reggio.

PROSTITUTE NEL SALOTTO BUONO - «San Berillo è un quartiere in cui la prostituzione c'è sempre stata. Il problema – afferma Manlio Messina, presidente della settima Commissione consiliare Cultura Sport e Turismo – si attende da anni una vera riqualificazione della zona. In più il fenomeno si è spostato anche altrove, perfino nel salotto buono della città (corso Italia, piazza Europa, viale Africa; ndr). E' previsto un piano di recupero, ma il macchinoso iter burocratico mette a rischio l'erogazione dei fondi comunitari. I progetti dovrebbero essere pronti in maniera contestuale ai bandi, ma spesso avviene che questi vengano elaborati troppo tardi». Di recente Messina ha presentato un’interrogazione all’assessore alla polizia municipale Massimo Pesce, sollecitando un tavolo tecnico per elaborare una strategia comune insieme a carabinieri, polizia di Stato e guardia di finanza. Durante la notte appena trascorsa sono stati arrestati due romeni che riscuotevano il pizzo con la forza presso alcune loro giovani connazionali, finite in ospedale per le escoriazioni riportate. Un trentunenne di Erice è stato arrestato in viale Africa mentre tentava di violentare una prostituta.

LO SPIRAGLIO DEI FONDI PRUSST - L'unico tentativo di risanamento fu fatto dall'amministrazione Scapagnini, che riuscì a finanziare un progetto per risollevare le sorti del quartiere. I risultati furono solo parziali: venne ripristinata la corrente elettrica e la pavimentazione stradale, ma nessun edificio fu sottratto alle mani della criminalità organizzata. Ad aprile di quest'anno il vice presidente vicario del consiglio comunale Puccio La Rosa ha ribadito la necessità di puntare sui fondi Prusst dell'Unione Europea per far ripartire i lavori . «E' prevista la realizzazione di un centro servizi nel cuore del quartiere San Berillo, da realizzare in un edificio di proprietà del comune. Ma bisogna ancora presentare la variante urbanistica ed il tempo stringe perchè se non si rispetta la scadenza del 2013 i fondi Prusst devono essere restituiti».

Andrea Di Grazia

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2011/2-luglio-2011/-san-berillo-quartiere-luci-rosseche-fa-ombra-citta-catania-1901003489988.shtml

 

Parrocchie

 

MARIA SS. ANNUNZIATA AL CARMINE 

Via G.Verdi 20 - 95129 Catania (CT)  tel: 095 7152418

S. AGATA AL CARCERE 

Piazza Santo Carcere 7 - 95124 Catania (CT)  tel: 095 415941
SANT'AGATA LA VETERE

SAN DOMENICO 

Via S. Maddalena, 80  - 95124 Catania (CT) tel: 095 2962357

SAN BIAGIO 

Piazza Stesicoro - Catania - Tel. 095-7159360

SAN GAETANO ALLE GROTTE 

Piazza C. Alberto 

 

 

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  • King- Catania (ct) - via A. De Curtis, 14 - 095 530218

  • Lo Pò - Catania (ct) - via Etnea, 256 - 095 326210

  • Metropolitan - Catania (ct) - via S. Euplio, 21 - -

  • Odeon - Catania (ct) - via F. Corridoni, 19 - 095 326324

 

INFORMAZIONI TURISTICHE

 

Azienda Provinciale Turismo: sede via Cimarosa, 10 tel. 095 7306222 - 095 7306233

Ufficio porto: Molo Sporgente Centrale tel. 095 7306209

Ufficio Stazione Centrale FF.SS.: tel. 095 7306255

Ufficio Aeroporto: tel. 095 7306266 - 095 7306277

Ufficio via Etnea, 63: tel. 095 311768

 

 

 

  • FARMACIE

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  • AI MINORITI V. Etnea, 79 095-316784

  • BARTOLOTTA GIOVANNA P.zza Carlo Alberto, 18 095-327570

  • BRUNETTO MARIA ANGELA V. Etnea, 39 095-311408

  • CAFFO ANGELA V. Etnea, 322 095-310208

  • CALTABIANO MAURO P.zza Stesicoro, 36 095-327647

  • CENTRALE V. Etnea, 238 095-327563

  • CHINES P.zza San Domenico, 17 095-312885

  • CONSOLI SALVATORE V. Etnea, 400 095-448317

  • CROCEROSSA V. Etnea, 274 095-317053

  • GIUFFRIDA MICHELE V. San Gaetano alle Grotte, 40 095-322061

  • ROMA C.so Martiri della Liberta', 16 095-530003

  • ROMEO V.le Della Liberta', 57 095-537562

  • SANT'EUPLIO V. Sant'Euplio, 22 095-313150

  • SICILIA V. Francesco Crispi, 46 095-533998

Croce Rossa - tel. 7312601 - Croce Verde - tel. 373333 - 493263 - Guardia Medica - tel. 377122 - 382113

 

NICUZZA                                   Tinturia