IL CINEMA IN SICILIA

LA PRODUZIONE A CATANIA

 

IL CINEMA AI PIEDI DELL'ETNA

GLI ATTORI CATANESI

 LE SALE STORICHE

 

E QUELLO CHE C'E' OGGI

I

Il cinema in Sicilia

La Sicilia, con le sue tradizioni, la sua storia millenaria, i suoi paesaggi sconfinati in cui già si trovano le prime contraddizioni isolane costituite dall'alternanza tra speroni rocciosi e distese pianeggianti, i suoi abitanti che tendono più che mai ad esser in simbiosi con la propria terra, è tutto un mondo da scoprire. Un buon metodo di lettura e di conoscenza dell'isola è senza ombra di dubbio il cinema.

In effetti, la Sicilia è una fonte inesauribile di storie nuove ed atmosfere sempre suggestive e coinvolgenti che interessano non solo il cinema, ma anche la letteratura, due forme espressive che spesso si uniscono, pur mantenendo sempre la propria identità, nel tentativo di offrire delle piacevoli rappresentazioni dell'isola stessa.

Parlare di cinematografia in relazione alla Sicilia vuol dire ricordare una serie di film spesso ineguagliabili, dei capolavori realizzati grazie alla partecipazione di grandi interpreti italiani e stranieri e che hanno trattato varie tematiche, da quelle comiche a quelle d'amore, da quelle storiche a quelle mafiose.

La cinematografia italiana e straniera si è molto interessata alla Sicilia ed i nomi ricorrenti e celebri che hanno rappresentato l'isola sono Visconti, Germi, Rosi, Taviani, ai quali si aggiungono quelli di artisti più "giovani" del calibro dei "Premi Oscar" Tornatore e Benigni e di Gianni Amelio.

Affrontare il binomio Sicilia-Cinema vuol dire anche adottare criteri di scelta nel ricordare i numerosissimi film ed interpreti che hanno contribuito a rendere molto ricco tale settore.

Il ilm di Francesco Rosi "Salvatore Giuliano", realizzato nel 1962 con gli attori Salvo Randone, Frank Wolff e Pietro Cammarata, è completamente girato in Sicilia e precisamente nei luoghi legati al famoso bandito (Montelepre - Pa -, dove il bandito nacque, e l'ambiente circostante costituito in prevalenza da montagne, a partire da Montedoro dove spesso il bandito si rifugiava, e Castelvetrano - Tp - dove egli visse l'ultimo periodo della sua vita e dove fu trovato morto). La scelta dei luoghi fu determinata, come ammise lo stesso regista, per ottenere un maggiore coinvolgimento emotivo alla vicenda che si stava narrando.

Lo stesso tema è stato successivamente ripreso dal regista Michael Cimino nel 1987 per la realizzazione de "Il Siciliano". In questo caso la storia del famoso bandito siciliano, qui interpretato da Cristopher Lambert, ebbe una diversa ambientazione cinematografica, cioè Sutera - Cl -. La città fu scelta perché molto somigliante, per struttura, a quella originaria del bandito e per mantenere un certo alone di riservatezza attorno alla produzione.

Il regista genovese Pietro Germi (1914-1974) ha scelto di ambientare alcuni dei suoi film a Sciacca - Ag - e precisamente per realizzare "In nome della legge" nel 1949 e "Sedotta ed abbandonata" nel 1964.

I vari luoghi della cittadina sono stati ripresi nei due film per intrecciarsi meravigliosamente con le vicende narrate tanto da confondersi con esse. Pensare di rivedere oggi gli stessi luoghi è un'impresa ardua perché il tempo e soprattutto l'azione dell'uomo li ha notevolmente modificati.

 "Nuovo Cinema Paradiso" realizzato nel 1988 da Giuseppe Tornatore, film premiato con l'Oscar. Il film va ricordato come una testimonianza d'affetto nei confronti del cinema.

In questo film si hanno numerosi riferimenti a film celebri, a partire da "La terra Trema", i cui titoli di coda scorrono nel cinema colpendo gli analfabeti e curiosi clienti, e "Catene". Il film va ricordato come uno squarcio della storia del costume, cioè di come il cinema ha saputo coinvolgere e far sognare chi vi si accostava e come un buon strumento di aggregazione. Alcune scene del film furono girate a Cefalù - Pa -, ed esattamente quelle riguardanti il porticciolo e le distese di case abbandonate, riprese che riguardano alcune fasi della crescita del protagonista del film.

Il film "L'avventura", realizzato da Michelangelo Antonioni nel 1960, fu girato nelle Isole Eolie, ed esattamente a Lisca Bianca. Inizialmente l'isola è il teatro per l'incontro dei protagonisti del film che la scelgono per raggiungere i loro amici, ma ben presto essa si tramuta nel luogo della perdita. In effetti, durante una sosta, "Anna" (Lea Massari) scompare e "Sandro" (Gabriele Ferzertti) e "Claudia" (Monica Vitti) iniziano a cercarla. Nel frattempo tra i due nasce un sentimento, che però si rivelerà effimero quando, raggiunta Taormina, Claudia scoprirà Sandro tra le braccia di una prostituta.

Molti film sono stati girati nella provincia di Ragusa. Un primo esempio è sicuramente "Marianna Ucria", film tratto dall'omonimo romanzo scritto da Dacia Maraini e girato da Roberto Faenza nel 1996 in buona parte a Villa Fegotto, nelle vicinanze di Chiaramonte Gulfi. Il regista Gianni Amelio realizzò nel 1993 il film "Ladro di bambini" per la Erre Produzioni e Alia Film con gli interpreti Enrico Lo Verso, Valentina Scalisi e Giuseppe Ieracitano. Le scene sulla spiaggia e col mare furono girate sempre nella provincia di Ragusa. Da ricordare il film "La stanza dello scirocco" tratto dal romanzo di Domenico Campana, realizzato dal regista Maurizio Sciarra ed interpretato da Giancarlo Giannini e dalla catanese Tiziana Lodato. Gli "interni" del film furono girati nel Castello di Donnafugata ed altre scene sono state girate a Monterosso Almo. Un successivo aspetto della cinematografia isolana riguarda gli attori nati in Sicilia e che hanno contribuito ad accrescerne la popolarità.

Un altro grande attore siciliano è Giovanni Grasso (1873-1930), discendente da una famiglia di marionettisti e ricordato soprattutto per la sua recitazione estremamente dura e verista. Tra i film da lui interpretati occorre decisamente ricordare "Sperduti nel buio", un film muto del 1914 realizzato da Nino Martoglio e tratto dal dramma di Bracco.

Il film tratta di due derelitti, il cieco Nunzio (interpretato da Grasso) e Paolina (interpretata da Virginia Balistrieri), diseredata dal padre naturale, il duca di Valenza, e sfruttata dalla malavita. "Nunzio" riesce a liberare la ragazza dalla sua schiavitù ed i due conducono insieme una vita misera mendicando.

Turi Ferro (1921) è un altro attore siciliano molto famoso. Il suo impegno lavorativo maggiore è rappresentato dal teatro, ma ha lavorato spessissimo anche per il cinema. Si possono citare, infatti, film come "Un uomo da bruciare" (realizzato dai fratelli Taviani e da Valentino Orsini nel 1965), "Malizia" (film del 1973 realizzato dal regista Salvatore Samperi), "Il lumacone" (film del 1975 realizzato da Paolo Cavara e con gli attori Agostina Belli e Ninetto Davoli), "Il Turno" (realizzato da Tonino Cervi nel 1981 e con gli attori Laura Antonelli, Vittorio Gassman e Paolo Villaggio) e "Novella Siciliana" (opera realizzata da Wolf Gaudlitz nel 1988 per la Salafilm & Duofilm Munchen e con gli attori Hilmar Thate e Massimo Bonetti).

Indimenticabile è la coppia di attori comici palermitani Franco Franchi (all'anagrafe Francesco Benenato) e Ciccio Ingrassia che realizzarono insieme più di cento film. Tra essi si può citare "L'Onorata Società" di Riccardo Pazzaglia girato nel 1962 insieme ad attori del calibro di Vittorio De Sica, Domenico Modugno e Rosanna Schiaffino.

Indimenticabili sono anche le trasposizioni di alcuni testi letterari in opere cinematografiche.

Tra le trasposizioni cinematografiche delle sue opere si possono citare, ad esempio, quelle riguardanti "Storia di una capinera" realizzata nel 1917 per la regia di Giuseppe Sterni per la Silentium Film e quella del 1945 realizzata per la regia di Gennaro Righelli con gli attori Marina Berti, Claudio Gora e Tina Lattanzi per la Titanius.

Indimenticabili sono, inoltre, le trasposizioni cinematografiche de "La cavalleria Rusticana". L'opera verghiana è ricordata soprattutto per la sua drammaticità. Santuzza, compromessa per la sua relazione con Turiddu Macca, scopre d'esser stata tradita dal compagno che ha avuto un incontro amoroso con Lola, la moglie di Alfio di Licodiano. Lo stesso Turiddu, in realtà, era stato a sua volta tradito perché era innamorato di Lola, ma, quando ritorna dal servizio militare, scopre che la donna si era già sposata. Mentre tutta la cittadinanza sta seguendo la messa della mattina di Pasqua, Santuzza rivela tutto ad Alfio ed i due uomini si scontrano in un duello che decreterà la morte di Turiddu.

L'opera letteraria divenne un film per ben due volte nel 1916, la prima per la regia di Ubaldo Maria del Colle per la Flegrea Film e la seconda per la regia di Ugo Falena per la Tespi Film. Ci furono altre rappresentazioni di tale opera, a partire da quella realizzata nel 1924 per la regia di Mario Gargiuolo per la Film d'Arte Italiana/Lombardo Film e quella del 1939 per la regia di Amleto Palermi, per la Scalera Film e con gli attori Isa Pola, Carlo Ninchi, Doris Duranti e Leonardo Cortese.

L'agrigentino Luigi Pirandello si interessò al cinema in maniera sempre crescente. L'autore collaborò attivamente dando spunti originali per la realizzazione di vari film come "Acciaio" del 1933 realizzato da Walter Ruttmann, con articoli e conferenze aventi come soggetto sempre il cinema e con la messa in scena di sue numerose opere e novelle.

Da citare, in quest'ultimo caso, sono le trasposizioni cinematografiche di "Liolà" - celebre commedia che narra delle alterne vicende amorose dell'anziano Zio Simone Palumbo e del gaio Liolà rappresentato nel 1964 per la regia di Alessandro Blasetti con gli attori del calibro di Ugo Tognazzi, Pierre Brasseur e Giovanna Ralli - e "Kaos" - realizzato nel 1984 per la regia di Paolo e Vittorio Taviani con gli attori Margarita Lozano, Claudio Bigagli e Massimo Bonetti -.

Non si possono trascurare, inoltre, film come "L'uomo, la bestia e la virtù" tratto dalla commedia omonima di Pirandello e realizzato per la regia di Steno, film che riunisce attori del calibro di Totò, Orson Welles, Viviane Romance, Franca Faldini, Mario Castellani, Giancarlo Nicotra e Clelia Matania, ed ancora le varie rappresentazioni de "Il fu Mattia Pascal", come quella realizzata nel 1925 da Marcel L'Herbier e quella più recente realizzata da Mario Monicelli dal titolo "Le due vite di Mattia Pascal".Successivo esempio del felice connubio tra scrittori siciliani e cinema è rappresentato dalle trasposizioni cinematografiche di alcune opere di Leonardo Sciascia, a partire da "A ciascuno il suo" - realizzato nel 1967 per la regia di Elio Petri, per la casa Cemo Film e con gli attori Gian Maria Volontè, Irene Papas e Gabriele Ferzetti - e "Il giorno della civetta" - realizzato nel 1968 per la regia di Damiano Damiani per la Panda Cinematografica e con gli attori Franco Nero, Claudia Cardinale e Lee J. Cobb -.

L'incontro tra Sciascia ed il cinema si ha anche con il film di Gianni Amelio "Porte Aperte" - realizzato nel 1990 per l'Istituto Luce Ucrania Film e con gli attori Gian Maria Volontè, Ennio Fantaschini e Vitalba Andrea - e con il film di Emidio Greco "Una storia semplice" - realizzato nel 1991 per la BBE Internatinal-Claudio Bonivento Production e con gli attori Gian Maria Volontè, Ennio Fantaschini, Ricky Tognazzi e Massimo Ghini . Lo stesso Sciascia ammise di sentirsi molto debitore nei confronti del cinema grazie al caratteristico modo di raccontare che ha tale strumento di comunicazione, così come il cinema, del resto, è debitore nei confronti di questo genio letterario siciliano dal quale attinse molto quando si voleva parlare di mafia, politica, giustizia, di intrighi dal chiaro riferimento a tematiche civili e sociali.

Vitaliano Brancati può esser degnamente ricordato come un illustre figlio della Sicilia e come un intellettuale che si distinse per le sue attività di letterato, critico cinematografico, commediografo e sceneggiatore. Come autore teatrale, soprattutto nella maturità, si distinse per la trattazione di alcuni temi ricorrenti come l'osservazione dei costumi e la trasposizione, spesso esagerata, dei vizi della provincia. Lo scrittore nativo di Pachino  aveva pubblicato il racconto "Il vecchio con gli stivali" da quale si ottenne l'idea per la sceneggiatura del famoso film "Anni Difficili" realizzato nel 1948 dal regista Luigi Zampa, girato a Modica - Rg -ed interpretato dagli attori Ave Ninchi, Umberto Spadaro e Massimo Girrotti.

Tale lavoro è l'esempio classico della massima fedeltà tra cinema ed opera letteraria, è la testimonianza di come il protagonista Aldo Pisciatello è un antieroe, un uomo destinato a sottostare alla mentalità della sua Modica per esser successivamente e nuovamente sconfitto quando i tempi cambiano sotto il vento del fascismo e della democrazia.

 

Il binomio Brancati-Zampa merita d'esser ricordato non solo per questo film, ma anche per "Anni Facili" del 1953 e "L'arte di arrangiarsi" del 1955, film che costituiscono una chiara testimonianza della forza della Sicilia e primi esempi di satira sociale e politica.

Tra le altre trasposizioni cinematografiche di opere letterarie occorre citare quella del romanzo di Luigi Capuana "Il Marchese di Roccaverdina" realizzata da Fernardo M. Poggioli nel 1943; il film è intitolato "Gelosia", ha come interpreti Luisa Ferida, Ronaldo Lupi ed Elena Zareschi e fu prodotto da Cines-Universalcine.

"Il Gattopardo", film del regista milanese Luchino Visconti (1906 -1976), è tratto dal classico di Tommasi Di Lampedusa e fu realizzato nel 1963 per la Titanius e con gli attori Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale.

Il film va ricordato come uno spaccato della società siciliana al tempo dell'impresa dei garibaldini, dell'avvicinamento di due differenti classi sociali attraverso una proposta di matrimonio (da una parte c'è Tancredi-Alain Delon, esponente della vecchia classe nobiliare siciliana che dalla sua parte ha solamente il buon nome ed il rango e Angelica - Claudia Cardinale, esponente della nuova classe media emergente che non possiede cultura ma che può contare su un ingente patrimonio. Il film è un tipico specchio dei travolgimenti sociali che riguardarono la Sicilia in quegli anni ed il tutto è reso ancora più vivo dai discorsi disincantati del Principe di Salina che denunciano, con il loro pessimismo, la fine di un'epoca con la dissoluzione che il ceto nobiliare si appresta a vivere.

Infine, occorre citare "Diceria dell'untore", opera realizzata nel 1990 da Beppe Cino e tratta da un romanzo di Gesualdo Bufalino con gli attori Franco Nero, Lucrezia Lante Della Rovere, Fernando Rey, Remo Girone, Salvatore Cascio, Dalila Di Lazzaro, Gianluca Favilla, Nando Murolo, Egidio Termine e Vanessa Redgrave.

Il film va ricordato per l'estrema fedeltà data allo spirito del testo letterario, per l'intensa interpretazione degli attori e per l'attenta rappresentazione della cruda ed estrema realtà del sanatorio. Il contatto tra la Sicilia ed il cinema si può vedere sotto una diversa angolazione, cioè quella che unisce i grandi registi alle tematiche siciliane.

Un primo esempio è dato dalla forte presenza del regista genovese Pietro Germi (1914-1974). Sorvolando sui già citati "In nome della legge" (film di mafia del 1949 per la Lux Film e con gli attori Massimo Girotti, Jone Salinas, Charles Vanel e Saro Urzì tratto dal romanzo dell'ex magistrato Giuseppe Lo Schiavo) e "Sedotta e abbandonata" (film realizzato nel 1964 con gli attori Stefania Sandrelli, Saro Urzì e Aldo Puglisi per la Ultra-Vides-Lux Film), il binomio Germi-Sicilia si ricorda degnamente per lo splendido film "Divorzio all'italiana" e "Il cammino della speranza". "Divorzio all'italiana" fu girato nel 1962 con gli attori Marcello Mastroianni, Daniela Rocca e Stefania Sandrelli.

Ad Agramante, un paesino disperso nella provincia siciliana, il barone Fefè Cefalù (Mastroianni) ha per moglie una donna gelosa e trascurata, rappresentata dalla Rocca, e nel contempo è innamorato, e ricambiato, dalla cugina (rappresentata dalla Sandrelli). Il barone, per coronare il suo sogno d'amore, ha come sola via d'uscita quella data dal "delitto d'onore". Spinge la moglie nelle braccia dell'ex spasimante per poterli così cogliere in flagranza di reato, cosa che però non accade perché i due amanti riescono a fuggire prima dell'arrivo del barone. Così egli diventa lo zimbello del paese e la vendetta diventa quasi un obbligo: quando Fefè trova ed uccide i due amanti ottiene un processo trionfale che si chiude con la condanna al minimo della pena, tre anni di reclusione. Quando Fefè torna ad esser un uomo libero, può finalmente sposare l'amata cugina, non sapendo che la donna incomincerà a tradirlo già dal viaggio di nozze. "Il cammino della speranza" fu girato nel 1950 con gli attori Raf Vallone, Elena Varzi, Saro Urzì e Franco Navarra. La tematica affrontata è sociale e riguarda le vicende di un gruppo di minatori dopo la chiusura delle miniere e la loro conseguente emigrazione.

Da non dimenticare è decisamente l'ingente produzione del regista napoletano Francesco Rosi. Il suo legame con la Sicilia si vede già dall'esordio della sua carriera, quando lavorò come aiuto-regista per Luchino Visconti per la realizzazione de "La terra trema". I suoi primi film si ricordano come una sorta di denuncia sociale e danno una chiara idea di come il regista elaborò un suo codice linguistico-cinematografico del neorealismo. Se il suo capolavoro eccellente è il già ricordato "Salvatore Giuliano", indimenticabili restano altri film, dalle chiare tematiche sociali.

Da citare, innanzitutto, è il film "Il caso Mattei" girato nel 1972 ed interpretato magistralmente da Gian Maria Volontè, Franco Graziosi e Luigi Squarzina. Il film-inchiesta tratta dell'attività di Enrico Mattei e del contesto storico in cui essa si svolse ed anche della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che lavorava per il quotidiano "L'Ora" di Palermo.

Un film dalla chiara tematica mafiosa realizzato da Rosi è "Lucky Luciano" realizzato nel 1973, prodotto da Franco Cristaldi per la Titanius ed interpretato in maniera magistrale da Gian Maria Volontè, Edmund ÒBrien, Vincent Gardenia, Silverio Blasi, Charles Cioffi, Larry Gates e Rod Steiger. Il film è una sorta di biografia del gangster che evitò l'ergastolo grazie all'aiuto che diede agli Alleati durante lo sbarco in Sicilia e che, ritornato in Italia, continuò le sue attività illegali di controllo sulla mafia italo-americana finché non morì a causa di un infarto.

Occorre citare il film "Cadaveri eccellenti", opera tratta dal lavoro di Leonardo Sciascia "Il contesto" e realizzata nel 1976 con gli attori Lino Ventura, Alain Cuny e Tino Carraro. Il film ha una doppia ambientazione (Sicilia-Roma) e dimostra ancora una volta che il connubio Sciascia-cinematografìa permette di creare delle opere dagli intrighi sociali e politici davvero corposi e dai chiari richiami sociali e politici. In questo caso il protagonista è l'ispettore Rogas che indaga sulle morti sospette di alcuni procuratori e giudici, cioè delle personalità importanti, "eccellenti", finché non scopre un contesto eversivo particolare, una sorta di potere negativo che si è fortificato creandosi una discreta rete di interessi economici ed intrecciando legami sociali. Il film non ha un lieto fine poiché si conclude con la morte dell'ispettore.

 

Un affresco corale sulla memoria collettiva che diventa un omaggio al cinema del passato
Giancarlo Zappoli

La storia di una famiglia siciliana che prende le mosse dal ventennio fascista in cui Cicco, sin da bambino apertamente contestatore, è un pastore che ha la passione per la letteratura epica. Suo figlio Peppino, cresciuto durante la guerra, entrerà nelle file del Partito Comunista divenendone un esponente di spicco sul piano locale e riuscendo a sposare, nonostante la più assoluta opposizione della famiglia di lei, Mannina che diventerà madre dei loro numerosi figli che saranno comunque considerati da alcuni sempre e comunque ‘figli del comunista'.
Tornatore riprende a narrare della terra che ama, la Sicilia, e lo fa con un affresco collettivo che abbraccia numerosi decenni della storia del secolo scorso. Lo fa con quel piglio che a tratti travalica nell'enfasi che ormai gli è proprio quando torna cinematograficamente a varcare lo Stretto di Messina (e che gli procura tante critiche) ma anche con la sincera voglia di fare cinema a tutto campo. Fare cinema si traduce per lui in un omaggio consapevole e dichiarato a quanti lo hanno preceduto (qui in modo particolare a Sergio Leone ma non solo) senza però rinunciare a un proprio stile narrativo che procede per accumulo di immagini e di situazioni. È una corsa contro il tempo quella che ci viene proposta sin dall'inizio con la figura del bambino che apre il film. Corsa contro il tempo che cancella una memoria collettiva che sembra progressivamente non esistere più e che Tornatore vuole restituirci scegliendo la via della
spettacolarità rivolta al pubblico più vasto possibile. C'è una scena in cui Peppino torna a Bagheria dopo essere emigrato per lavoro a Parigi. Ha ancora in mano la valigia e un gruppo di suoi conoscenti, incontrandolo, gli chiede per dove stia partendo. Nessuno di loro si è accorto della sua assenza.
Oggi ben pochi sembrano accorgersi della perdita della conoscenza di un passato recente in cui umiliazioni, lotte e parziali vittorie lasciavano segni profondi nella collettività. Segni che, come l'affresco sulla volta della chiesa, 'dovevano' essere cancellati. Ma ciò che al regista sembra premere ancor di più è il mostrare come il retaggio di un passato di tradizioni ormai incancrenite nella società non sia stato ancora superato nella realtà sociale siciliana e non solo. La sequenza dell'assessore all'urbanistica non vedente che si fa portare i piani regolatori in plastico e li apprezza solo dopo aver intascato l'ineludibile mazzetta è di quelle che si ricordano. Così come (pur nel caleidoscopio a tratti pensoso e a tratti decisamente macchiettistico della miriade di personaggi che attraversano la scena) resta presente, nello scorrere degli anni e delle vicende, la pessimistica sensazione di una sorta di atavica maledizione a causa della quale le uova rotte e i serpenti neri finiscono col far parte del passato, del presente e del futuro di una terra che ha bisogno di una frattura traumatica per poter liberare una volta per tutte una vitalità creativa che certo non le manca.

http://it.wikipedia.org/wiki/Baar%C3%ACa

http://www.mymovies.it/film/2009/baarialaportadelvento/

 

 

 

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Cinema, teatro, musica una città palcoscenico

Sabato 25 Giugno (La Sicilia)

A fianco Giuseppe Di Pasquale, direttore artistico del Teatro Stabile di Catania; sopra Catania ... Mario Bruno
 

La rinascita di una città dipende anche dallo sviluppo della cultura e dell'arte, che contribuiscono a incrementare il turismo. Catania è una città dove fervono costantemente vivaci iniziative teatrali, musicali, cinematografiche e letterarie. Qui arrivano molti registi, conquistati dal barocco, sedotti dalle chiese di vie Crociferi, dai prospetti dei palazzi di via Etnea, dal pittoresco, variopinto microcosmo della pescheria con la sua umanità vociante, dall'azzurro luminoso del mare, dagli abbaglianti colori caraibici delle spiagge della Plaia.
Non a caso il capoluogo etneo è stato, è tutt'oggi, e sarà sempre set ideale di un cospicuo manipolo di registi, alcuni dei quali - per esempio Peppuccio Tornatore, Maurizio Zaccaro, Franco Zeffirelli - sono tornati un'altra volta con le loro Arriflex per riprendere gli scorci più seducenti, come piazza Duomo, l'arco di San Benedetto, via Alessi, Villa Cerami, piazza Dante, il monastero di San Nicolò l'Arena, l'Antico Corso, San Cristoforo, palazzo Biscari e anche Librino, quartiere dal fascino quasi spettrale in cui Roberta Torre ha ambientato il suo ultimo film "I baci mai dati". Mauro Bolognini, nel 1960, si innamorò talmente della "bomboniera barocca" alle falde dell'Etna, da ambientarvi "Il bell'Antonio", impeccabile film tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati e con un cast di rilievo che vedeva in primo piano Marcello Mastroianni (Antonio Magnano), una magnifica Claudia Cardinale (Barbara) e inoltre Tomas Milian, Rina Morelli e Pierre Brasseur. Quarantaquattro anni dopo, il milanese Maurizio Zaccaro, infatuato anche lui di Catania, gira una sorta di remake del "Bell'Antonio", con Daniele Liotti e Nicole Grimaudo protagonisti. Zaccaro ripercorre per buona parte gli itinerari descritti con maestria da Brancati e trasferiti nel grande schermo da Bolognini, indugiando, come l'illustre predecessore, anche sui sudici ma comunque "attraenti" budelli del quartiere del vizio, il vecchio San Berillo, la strada delle "lucciole", dove Alfio Magnano, stremato dal dolore per aver appreso dell'impotenza sessuale dell'amato figlio, va a morire mentre fa l'amore con una prostituta, noncurante delle bombe sganciate dagli aerei americani che sorvolano la città, in pieno conflitto mondiale. Va a morire fiero, per salvare l'onore e la virilità del suo casato.
Anche Lina Wertmuller girò oltre metà del suo "Mimì metallurgico ferito nell'onore" nei luoghi-simbolo del capoluogo etneo, irrompendo con la macchina da presa all'interno della pescheria, tra i banconi e i recipienti colmi di guizzanti masculini, sauri, cefali e luvari. Girò pure a Ognina, sotto il secolare baobab del giardino Bellini, in via Vincenzo Giuffrida, davanti alla Cattedrale, nella regale via Crociferi, nel suggestivo chiostro del monastero dei Benedettini e poi, in un gabbiotto della Plaia, tra una zoomata sul mare e un'altra sulla dorata distesa di sabbia, realizzò l'indimenticabile scena d'amore "forzato" organizzato per sfregio, tra Giancarlo Giannini e la brutta, grassa consorte (l'attrice Elena Fiore) del carabiniere che aveva cornificato il bel Mimì con "la di lui" moglie (Agostina Belli).
Tanto cinema, dunque, ma anche musica d'autore. Abbiamo la magnificenza del Teatro Massimo Bellini, siamo la patria di Carmen Consoli, Franco Battiato, Luca Madonia e Mario Venuti; e c'è pure un graditissimo ritorno del jazz, con ottimi, interessanti concerti organizzati dal Brass group e dal teatro Piscator con Aleph. Eventi importanti con strumentisti di calibro internazionale tra i quali abbiamo ascoltato Xavier Girotto, Irio De Paula, chitarrista brasiliano di ammirevole talento, e Francesco Cafiso, considerato non a torto uno dei migliori altosassofonisti del mondo.
Il teatro ha ovviamente un ruolo importante nel miglioramento del tessuto connettivo urbano. Da sempre la città pullula di sale teatrali, di attori non di rado apprezzati da produttori e director che li reclutano per i loro film. Tanti teatri, e tanta voglia di fare arte, di proporre classici e novità, prevalentemente dialettali. Catania ha anche vissuto, tra la fine degli anni '70 e i '90, intense stagioni di valoroso teatro di ricerca, di sperimentazione, con opere messe in scena ad esempio dall'Istrione, dal Gamma, dal Gruppo Iarba, dal Piccolo.
E adesso? Come concorre il teatro al processo di rinnovamento? «La mia affermazione può essere definita partigiana, faziosa - risponde il direttore artistico dello Stabile, Giuseppe Di Pasquale, - ma io sono fortemente convinto che la "rigenerazione" passi pure dal teatro. Anzi, in una città dalla tradizione illustre, il palcoscenico deve e può essere volàno del progresso. Come Teatro Stabile, noi stiamo imperniando il nostro programma sulla drammaturgia mediterranea e siciliana, che esalta le nostre peculiarità accendendo i riflettori sui valori culturali. Il tutto accompagnato e sostenuto, voglio sottolinearlo, da intenti di respiro europeo. Non bisogna mai dimenticare la grande identità isolana che abbiamo sempre curato. La Sicilia è al centro di un bacino europeo di cui accogliamo e restituiamo risonanze fondamentali».
- Com'è lo stato di salute della cultura odierna?
«Non ottimale. La cultura è purtroppo in salita. E' in difficoltà, come tutti sanno. Stenta ad affermarsi perché la realtà di cui la cultura è lo specchio, come diceva Shakespeare, si è assottigliata nei suoi valori. Per cui il patrimonio intellettuale deve fare un notevole sforzo per suggerire e consentire il rilancio, la definitiva ripresa».
- Questo fiorire di teatri è utile, certo, ma può provocare anche dissidi, rivalità, dissapori?
«Ma no, una sana, leale concorrenza fa bene. Più sono i teatri, più la realtà è viva, più la cultura si rianima diventando pulsante e vitale. L'obiettivo comune è competere degnamente con altre città ricche di teatro. Lo scopo è dunque quello di non restare indietro, non rimanere provincia, ma divenire parte integrante e attiva della cultura nazionale ed europea».

 

Via Crociferi, un set tra i più ricercati dai registi di cinema


Un ruolo di primo piano per la bellissima strada. Nel breve spazio  hanno girato Bolognini, Zeffirelli,Vicario, Wertmuller, Samperi, Zaccaro

(La Sicilia 12.5.2012) di Mario Bruno
Catania possiede un sito di inestimabile valore, un gioiello architettonico che si chiama via Crociferi, uno dei più ambìti set cinematografici del mondo, come Manhattan, il Central park e le spettacolari street di New York; come Santa Monica di Los Angeles, come Philadelphia, Miami, come la piazza Duomo di Milano, la torre Eiffel di Parigi e come il cuore di Roma.
In via Crociferi, nel breve spazio di 200 metri, sono ubicate ben quattro chiese e questa realtà, oltre al prezioso barocco che rende l'arteria davvero unica, ha affascinato una moltitudine di registi. 
Già nel 1960 Mauro Bolognini diede più di un ciak nella strada d'impronta settecentesca per «Il bell'Antonio» e stessa cosa fece Maurizio Zaccaro nel 2004 per il remake televisivo dell'opera letteraria di Vitaliano Brancati. Nel primo film, via Crociferi è ritratta in bianco e nero, nel secondo a colori e nella sua inalterata maestosità. Marco Vicario azionò poi la Arriflex tra le storiche mura, per il suo «Paolo il caldo» tratto dal romanzo postumo di Brancati e stessa cosa fece Franco Zeffirelli per lo struggente «Storia di una capinera» dove si vedono splendidi scorci notturni della via, con la luce argentata della luna che rimbalza sulle basole laviche.
Indimenticabili, va certamente sottolineato, le inquadrature realizzate da Lina Wertmuller nel suo lungometraggio, divenuto un cult, «Mimì metallurgico ferito nell'onore». La regista - era il 1972 - si dichiarò «innamorata persa di Catania e soprattutto di via Crociferi», dove la macchina da presa riprende un giovane Giancarlo Giannini intento a seguire Elena Fiore, donna giunonica e impettita che l'esile ma agguerrito Mimì dovrà sedurre «per questioni d'onore».
La Wertmuller, assieme a molti autorevoli colleghi non esitò a definire via Crociferi «una delle strade più affascinanti del mondo, che seduce per la ricchezza del suo patrimonio monumentale».
La serie di film non è terminata. Anche Diego Ronsisvalle fu attirato dal fascino di quella gemma barocca dove girò «Gli astronomi», mentre anni prima il regista e sceneggiatore catanese poi trapiantato a Roma, Rino Di Silvestro, portò Guia Jelo, Tuccio Musumeci e Philippe Leroy a villa Cerami per una scena del malriuscito film «Bello di mamma».
Ben altra sorte, cioè un clamoroso successo, ebbe invece l'indimenticato «Malizia» di Salvatore Samperi, e sottolineiamo indimenticato sia per la presenza del grande Turi Ferro sia per quella di una strepitosa, bellissima Laura Antonelli all'apice della sua carriera e del suo fascino. Altro film dove si vede via Crociferi è «Giovannino» di Paolo Nuzzi interpretato da un giovanissimo Christian De Sica e dalla brava e graziosa attrice catanese Sara Rapisarda prediletta da Lina Wertmuller che le aveva dato una parte pure in «Mimì metallurgico».
La preziosa strada si vede non soltanto in film, ma anche in fiction televisive, tra cui nella citata «Il bell'Antonio» di Zaccaro e nella romantica «Posso chiamarti amore» del regista Paolo Bianchini con Debora Caprioglio ed Enrico Lo Verso.

 

 

 


Via Crociferi amatissima, dunque, non soltanto dagli uomini del cinema ma pure da documentaristi, da studiosi di storia, da fotografi rinomati provenienti da tutto il mondo per ritrarre i prospetti delle chiese, l'arco di San Benedetto, il cancello di ferro battuto dell'omonima chiesa, la prima delle quattro che si incontrano salendo dalla piazza San Francesco d'Assisi, che ospita la casa natale di Vincenzo Bellini «il Cigno» e il monumento al cardinale Dusmet. Proseguendo si incontra la chiesa di San Francesco Borgia e, a seguire, il Collegio dei gesuiti, vecchia sede dell'Istituto d'arte, che ha al suo interno un bel chiostro con portici su colonne e arcate sulle quali si soffermò l'obiettivo di Diego Ronsisvalle per «Gli astronomi». Di fronte al Collegio spicca la chiesa di San Giuliano un tempo definita «patrizia» perché vi si celebravano cerimonie religiose per i nobili e considerata uno degli esempi più eleganti del barocco catanese. E' proprio all'interno e all'esterno di questo tempio che il regista Zaccaro ambientò la scena del matrimonio fra Barbara (l'attrice Nicole Grimaudo) e Antonio Magnano (Daniele Liotti) soprannominato il bell'Antonio, uomo attraente ma affetto da impotenza: un'onta per i «masculi siculi» con in testa il padre di Antonio, Alfio Magnano, il quale andrà a morire in una casa di tolleranza pur di dimostrare a tutti l'indiscussa virilità del suo «casato».
Nelle scene corali di quello che poi si rivelerà uno sfortunato matrimonio, quello fra Barbara e Antonio, si vedono noti attori, primi fra tutti Leo Gullotta (nel ruolo del saggio zio Ermenegildo) e Luigi Maria Burruano (Alfio Magnano), e poi Vitalba Andrea, Marcello Perracchio e Anna Malvica. La scena in questione (noi eravamo presenti) fu girata più volte, nel corso di ben due mattinate, perché uno dei cavalli che trainavano la carrozza nuziale si imbizzarriva facilmente, facendo sobbalzare i poveri sposi, cioè gli attori Nicole Grimaudo e Daniele Liotti, sballottati qua e là, con effetto decisamente comico, dall'irrequieto equino. E ciò per la disperazione del director Zaccaro e della troupe, costretta a ripetere la medesima scena, peraltro con il rischio che il cavallo prendesse a galoppare pericolosamente lungo la discesa.
In fondo alla strada, oltrepassata la via di San Giuliano, si staglia Villa Cerami (sede della facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo catanese) altro sito che, a cominciare dalla stilizzata fontanella che spicca all'ingresso, costituisce un'altra perla settecentesca di via Crociferi, strada che appartiene alla Storia e al cinema. E per l'appunto in una delle sale di villa Cerami, Rino Di Silvestro girò l'esilarante scena che vede un'imbruttita e baffuta Guia Jelo indaffaratissima a sedurre Tuccio Musumeci, qui magro come un grissino e nei panni del "Bello di mamma", film che risale al 1980 e che vede nel cast pure il menzionato Philippe Leroy e poi Carmen Scarpitta, Carole Andrè (la mitica perla di Labuan degli sceneggiati tv di Sandokan), Pippo Pattavina e il compianto Gianni Creati.
In "Mimì metallurgico" la Wertmuller indugiò a lungo con la macchina da presa, in via Crociferi, percorrendola per quasi tutta la sua lunghezza, finché Giannini ricompare in piazza Duomo entrando poi da piazza Alonzo Di Benedetto, nella vociante e pittoresca «piscaria». Per «Capinera», Zeffirelli invece ambientò la sua raffinata scena in notturna, con un sapiente utilizzo di luci che rendono ancor più attraente la strada.
Altre scene furono girate su balconate e terrazzi di chiese e conventi della via, con primi piani delle grate dalle quali si affacciavano le monache di clausura che da lì respiravano un po' di libertà.
Uno degli «affreschi» migliori resta comunque quello in bianco e nero di Mauro Bolognini, che amò a tal punto Catania e via Crociferi da girarvi pure «Un bellissimo novembre» con una stupenda Gina Lollobrigida. Ma il precedente «Il bell'Antonio» resta un pietra miliare della cinematografia, sia dal punto di vista drammaturgico, sia da quello tecnico. Un film con un cast stellare (Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Tomas Milian, Pierre Brasseur) dove via Crociferi ha un ruolo di primo piano e dunque può senz'altro definirsi «protagonista» a tutti gli effetti.

 

 

Lina Wertmüller - Catania nel cuore

 

ORNELLA SGROI - La Sicilia 26.7.2012

Lo scrittore Henry Miller l'ha definita la migliore regista sul campo, migliore di qualsiasi collega uomo. E in effetti, nel panorama della regia al femminile, Lina Wertmüller ha scritto e diretto film che - è il caso di Pasqualino Settebellezze (1975) con l'immancabile Giancarlo Giannini - l'hanno portata ad essere la prima donna regista candidata a ben quattro premi Oscar. Non solo per il miglior film straniero, ma anche nelle sezioni principali: regia, sceneggiatura, attore protagonista. Il prossimo 14 agosto compirà 86 anni ed è pronta a festeggiare le sue nozze d'oro con il mestiere del cinema, anche grazie ad un documentario diretto dal suo giovane assistente, Valerio Ruiz, che per il film ha scelto un titolo già significativo: Dietro gli occhiali bianchi. Il riferimento è all'accessorio che più è caro alla signora Wertmüller, che dei suoi occhiali da vista ha fatto praticamente un segno particolare da indicare nell'apposita voce della carta d'identità.
"Sarà anche un viaggio attraverso i luoghi in cui Lina ha girato i suoi film - racconta Ruiz - un'immersione nella storia del suo cinema. E sarà un itinerario che in parte percorremo insieme, anche se non voglio anticipare nulla sulle tappe. Posso dire, però, che stiamo lavorando per venire anche in Sicilia".
Inconfondibile con i suoi capelli sempre cortissimi, oltre che per le lenti sempre sul naso, voce graffiante e volto austero, sguardo vivace e sorriso pieno, la regista romana ha anche un nome impossibile da pronunciare per intero - Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich in Job - lungo quasi quanto i titoli proverbiali dei suoi film. "Il mio nome - ci spiega al telefono la signora Wertmüller - unisce le mie origini paterne meridionali, divise tra Napoli, Puglia e Basilicata, con quelle svizzere di mia madre legate a Zurigo. Io sono molto romana, però".
Può essere, questo, uno dei motivi del suo interesse per il Sud, argomento portante della sua cinematografia, dall'esordio de I Basilischi a Mimì Metallurgico ferito nell'onore, Pasqualino Settebellezze e via dicendo?
"Può darsi. La Sicilia è molto cara al mio cuore, è una terra che amo particolarmente e mi piacciono molto i siciliani. In verità il Meridione mi è caro tutto, non gli manca niente. Nei miei film ho sempre legato il Sud al Nord, Catania e Napoli a Milano e Torino. È questo incontro italiano che mi ha sempre interessato".
Cosa racconterebbe, oggi, dell'Italia?
"Non lo so davvero. L'Italia è sempre così tanto piena di cose, che qualcosa mi inventerei. Aspettiamo un'idea, non appena l'avrò gliela dirò (ride) ".
Lei ha un forte legame con Catania, dove ha girato Mimì metallurgico, e conosce bene la tradizione tealtrale della città visto che ha lavorato anche con attori del calibro di Turi Ferro. Che ricordo ha?
"Catania è il cuore teatrale della Sicilia. Penso ai grandi attori che ha partorito, da Angelo Musco a Turi Ferro, Ida Carrara, Tuccio Musumeci. È la patria degli attori e mi è tanto cara per questo. E poi ci sono delle case bellissime e si parla una lingua straordinaria. Parlo proprio del catanese, visto che in Italia i dialetti cambiano ogni 3 chilometri. Quanto a Turi Ferro, ne sento molto la mancanza".
Nella sua carriera ha fatto teatro, televisione - con Canzonissima, ad esempio, di cui è stata autrice - radio, cinema, ha anche scritto dei libri. Ha un linguaggio che predilige?
"Direi nessuno in particolare. In fondo sono la stessa cosa. L'importante è avere qualcosa da raccontare, per il resto non importa come la si racconta. Io devo molto a Enrico Job, che è stato mio marito per quarant'anni e uno splendido compagno di lavoro (scenografo e costumista di tutti i suoi film, ndr). Lui era nato per caso a Napoli, ma era praticamente lombardo. Ed era un uomo di grande cultura, un artista molto raffinato. Attraverso di lui ho imparato tanto, soprattutto quella lunga linea che attraversa l'Italia di cui parlavo. Tanto vicina all'Africa, a Sud. Tanto vicina alla Svizzera e alla Francia,a Nord".
C'è, nella sua filmografia, un'opera a cui è più affezionata?
"Lei ha figli? Quando ne avrà, se qualcuno le chiederà qual è il suo preferito, capirà che è una domanda cui non si può rispondere. Per me è così con i miei film".
E di Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, coppia strepitosa che Lei ha regalato alla commedia grottesca italiana, tra lotte di classe proletariato/borghesia e stereotipireinventati, cosa ci dice?
"Quello dello stereotipo è un concetto vago, tutto da riscrivere. Quanto a Giancarlo e Mariangela, mi sono carissimi. Li amo profondamente e spero di rilavorarci presto".
In questi cinquant'anni di carriera, c'è qualcosa che vorrebbe fare e non ha ancora fatto?
"Almeno altri cinquanta film. E spero di continuare a fare questo mestiere per altri cinquanta

 

 

Tuccio Musumeci: «Con Mariangela fu un divertimento girare a Catania»
 

IL RICORDO DELL’ATTORE, IL DOLORE DELLO STABILE
 

CATANIA. Ognina, il santuario della Bambina, i balconi terrazzati che si affacciano sul golfo. Le strade nere di basalto lavico e poi il mare, azzurrissimo. Scorci di una città del 1972 che raccontano una delle più straordinarie pagine cinematografiche di Mariangela Melato (Fiore) in Mimì Metallurgico, ferito nell’onore, con Marcello Giannini per la regia di Lina Wertmuller. Nel cast c’era un giovanissimo e baffuto Tuccio Musumeci, che interpretava Pasquale, uno dei due amici comunisti di Mimì, che oggi, a distanza di 40 anni, ricorda con nostalgia quegli anni e la scomparsa prematura di Mariangela Melato.
«Ci divertimmo tantissimo. Era un altro cinema con veri registi e attori autentici, che venivano dal teatro e recitavano con piglio e sicurezza – ricorda Musumeci – A Catania girammo poche scene, allora non si poteva lavorare bene sul montaggio ed era persino difficile rivedere il girato, perché non c’erano strutture adeguate. Tutto il materiale si andava a vedere da Ugo Saitta, che allora era l’unico a Catania ad avere la saletta di doppiaggio. Tutto il resto si doveva completare a Cinecittà».
Mariangela Melato lo colpì subito, a prima vista: «Era una donna simpaticissima, dotata di grande senso dell’umorismo. Quando arrivò in Sicilia vidi una ragazzina esile, minuta e neppure tanto bella, ma la macchina da presa la trasformava. Era una vera e propria bellezza cinematografica, che rendeva molto di più sul grande schermo che nella vita privata». Per tutti, poi, c’era l’ostacolo del dialetto. «Nessuno capiva bene le parole e Giannini, grandissimo nel suo ruolo, alla fine riuscì a parlare perfettamente il catanese grazie alle lezioni di Turi Ferro e all’ascolto dei dischi con le mie canzoni». Le parole di Tuccio Musumeci lasciano trasparire un po’ di malinconia: «Quel cinema non esiste più, mancano attori preparati e i registi, forse è proprio per questo che Mariangela scelse di dedicarsi al teatro».
Mariangela Melato avrebbe dovuto recitare al Teatro Verga di Catania nel 2009, con L’anima buona del Sezuan di Brecht, spettacolo inserito nel cartellone artistico dello Stabile. Ma il destino le fu avverso. «Ci avvertirono della terribile malattia dell’attrice proprio in quell’occasione – racconta il direttore artistico Giuseppe Di Pasquale – nelle settimane successive le sue condizioni migliorarono, ma lei non riuscì più a riprendere la tournée. Oggi anche il nostro teatro piange la scomparsa di una grandissima artista».

Mariangela a Catania - «Con questo sole - diceva - sembra d'essere a Miami»
Sabato 12 Gennaio 2013 Mario Bruno (La Sicilia)

Prima di essere la "brutta bottana industriale" di "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto", Mariangela Melato era stata una splendida Fiore, amante di Giannnini-Maddocheo, nell'ottimo film "Mimì metallurgico ferito nell'onore", sempre diretto da Lina Wertmuller e in gran parte, era il 1972, girato a Catania. Esilarante la scena che vedeva Mimì, Fiore e il loro figlioletto, arrivare a Catania in gran segreto per non essere scoperti dalla moglie di lui (Agostina Belli) e dal parentado. Per evitare di farsi riconoscere, i tre "clandestini" attraversavano via Etnea a bordo di un'auto con tendine coprivetri e tutti armati di occhialoni neri (da ciechi più che da sole) compreso il pupo di pochi mesi. Incontrammo Mariangela sul set catanese, durante una pausa e ci colpirono subito il sorriso cordiale e l'allegria. Era giovane, poco più che trentenne, bella ed esuberante. Niente pose da diva, niente supponenza, ma tanta spontanea cordialità verso tutti, dalla Wertmuller al "ciakkista". «Per me che vengo dalle nebbie milanesi - ci disse - Catania mi sembra Miami, con il sole e il mare caraibico che vi ritrovate. E poi, i cannoli… me ne porterei, se potessi, un camion su a casa mia! » Altra scena memorabile è quella girata davanti alla chiesa di Ognina, quando Mimì rivela pubblicamente che sua moglie aspetta un figlio dall'amante-finanziere e che anche quest'ultimo è cornuto perché la sua grassa signora (l'attrice napoletana Elena Fiore) è incinta di Mimì. «Questa è una scena molto teatrale - sottolineava la Melato - che mischia il melodrammatico al comico specie con l'arrivo inaspettato di Turi Ferro dal cipiglio minaccioso». E ci confessò, Mariangela, di essere più attratta dal cinema: «Perché sul set mi diverto, è tutto un gioco, una favola, mentre a teatro lo sforzo, la concentrazione, l'impegno sono maggiori, devi soffrire ogni sera e non puoi sbagliare perché sei nel mirino del pubblico. Davanti alla macchina da presa invece sei più libero: se sbagli ripeti il ciak e si accomoda tutto». Oltre che per i cannoli stravedeva per i rigatoni alla Norma e per le fritturine di pesce. Parlava velocemente, sempre spigliata, briosa, scherzava coi colleghi e i tecnici, ovunque portava una ventata di buonumore alternando il suo dialetto meneghino (con tanto di "pirla" e "pistola") a un catanese maccheronico pieno di "mizzica" e "ciao ‘mpare".

 

La Sicilia «sedotta e abbandonata»

Cinquant'anni fa usciva nelle sale il film di Pietro Germi, sequel di «Divorzio all'italiana»

Franco La Magna

 

Microcosmo e pendant d'una Sicilia immobile, grottescamente esibita in catalessi etnico-culturale, priva di qualsiasi movimento dialettico della storia, «Sedotta e abbandonata» (1964, rabbrividente sottotitolo «Una storia di mostri») di Pietro Germi - uscito nelle sale esattamente mezzo secolo fa - nasce come fortunato sequel dell'ancor più osannato «Divorzio all'italiana» (1961), anch'esso patologica risultante di un'abiezione gabellata come siciliana, premiato da americani e francesi che gli assegnarono i primi l'Oscar alla sceneggiatura (dello stesso Germi, Age e Scarpelli) e i secondi la Palma come miglior soggetto.

Dopo la perniciosa fase calante degli anni ‘50, il genovese Germi - (di cui quest'anno ricorre una tripla ricorrenza: nascita, morte e il 50° di «Sedotta e abbandonata») creativamente svigorito, indossati nuovamente i panni di regista «a vocazione meridionale» ritrova ispirazione ripiombando nell'isola a tre punte variando, però, drasticamente tematiche e registro stilistico. Non più mafia («In nome delle legge») o drammi dell'emigrazione («Il cammino della speranza»), bensì commedia e riflettori puntati su aberranti, inaccettabili e mostruose, sopravvivenze di costumanze locali. Una grottesca «mostrazione» di quel vero e proprio museo degli orrori che la Sicilia «metastorica» offre all'occhio del settentrionale Germi: un corpo estraneo alla nazione, un enclave, su cui impartire una lezione di civiltà.

Al centro del racconto la famiglia Ascalone, asservita e dominata dal bestiale Vincenzo (interpretato dall'ormai fetish Saro Urzì) - indiscusso e temuto pater, accanto a cui ruota una pavida genìa isolana sottomessa ai voleri del padre padrone, incontrastato sovrano assoluto e incrollabile bastione d'una sessuofobica e repressiva morale tradizionale. Un «despota per tradizione», che impone a tutti gli sciagurati componenti la sua inflessibile volontà di depositario d'una sacralità morale cui nessuno può e deve osare di ribellarsi. Vincenzo Ascalone incarna la codificazione di uno status quo, dell'unico possibile modello d'organizzazione familiare del tutto priva di dialettica interna, dove «onore e famiglia» sono i dogmi assoluti cui immolare la propria esistenza e laddove il concetto di «onore» s'identifica principalmente con l'illibatezza e la fedeltà delle donne e quello di «famiglia» con il dominio del sovrano assoluto.

La «ribellione» (se tale può intendersi) della figlia Agnese, segretamente innamorata del futuro cognato, sconvolge momentaneamente l'ordine costituito, ma Ascalone dopo mille infausti eventi guiderà la ribelle - con minacce, bastonature, blandizie e infine rimettendoci la vita - nell'alveo della tradizione. Il malcelato moralismo di Germi non sfiora neppure il problema del matriarcato siciliano e tantomeno quello del fallimento storico dello Stato unitario nei confronti del Sud, avallando un protagonismo declamatorio e mistificante che qui tocca il culmine e diviene mallevadore dell'immagine stucchevole, bozzettistica, macchiettistica e distorta d'un'isola «anomala» non per motivi storici ma per lombrosiana predisposizione, quindi da recuperare a superiori modelli di civiltà.

Le maschere mostruose che abitano la Sicilia non sono frutto (per Germi) della storia violenta di miseria, di sangue e di sopraffazione subita, bensì (positivismo scientista lombrosiano docet) problema biologico di brachicefali da affidare allo studio dell'antropologia criminale. La Sicilia terra dell'eccesso e dell'abnorme, entro cui confinare inciviltà, arbitrio, violenza, non storia, appare irredimibile e (tradendo quelle vere) le «buone intenzioni» di Germi di modificarne il corso s'infrangono nella sequenza in cui il maresciallo copre l'isola con il palmo della mano sulla cartina geografica, augurandosi che un' esplosione atomica la spazzi via.

Il dittico del sanguigno Germi darà così la stura a quella fortunatissima e sconfinata iterazione di opere isolane, pencolanti tra pecoreccio e vilipendio, che hanno contribuito a diffondere nel mondo l'immagine della «diversità» siciliana, ormai assioma caratteriale. Sfuggendo comodamente all'ammissione del fallimento storico nei confronti del Sud, con «Divorzio all'italiana» e «Sedotta e abbandonata» lo Stato italiano, la Bell'Italia - unico paese europeo in cui si sia sviluppato un razzismo interno - recupera certezza d'alterità a danno del meridione, autogratificandosi per ritrovare modelli di civiltà da contrapporre alla barbarie siciliana gabellata a spettatori divertiti (e atterriti), subdolamente sospinti verso un naturale meccanismo di rifiuto.

Il tentativo di Germi di far tabula rasa, secondo le sue parole, «di usi e costumi che offendono la coscienza civile» resta purtroppo per la Sicilia uno dei più colossali inganni del cinema italiano, così ben costruito da essere avallato e perfino amato dagli stessi siciliani. Sebbene non accolto con lo stesso successo ed entusiasmo del precedente, davvero straordinaria appare la prova dell'intero cast (quasi tutto indigeno), guidato da una regia impeccabile e come sempre attentissima alle caratterizzazioni minori: Stefania Sandrelli (Agnese, sedotta dal fidanzato della sorella, rapita per simulare la classica "fuitina" e alla fine costretta a sposarlo), il catanese Aldo Puglisi (esagitato seduttore, purtroppo poco valorizzato dal cinema e poi dedicatosi quasi esclusivamente al teatro), Leopoldo Trieste (nobile spiantato ma onusto «d'onore», Nastro d'Argento), Saro Urzì (anch'egli premiato a Cannes e con il Nastro d'Argento), Lando Buzzanca (il pavido fratello «costretto» dal padre a vendicare l'onore violato), ancora in una delle sue prime apparizioni, poi divenuto l'amatorius siculus per antonomasia d'un cinema ripiegato ad libitum su corrivi clichés. E ancora una galleria di «minori» che completano l'aberrante corpus compatto di siculi orrori.

 La Sicilia 24/03/2014

 

 

Mastroianni e Cardinale a Catania il centro storico diventa magico

Luciano Mirone

Tra i palazzi della Catania barocca si consuma il dramma di un uomo. Antonio Magnano, giovane di famiglia alto borghese, affascinante e corteggiato, non riesce a consumare il matrimonio con la bella moglie Barbara Puglisi della quale è profondamente innamorato.

L' impotenza di un Magnano, sulla cui mascolinità nessuno aveva mai osato dubitare, distrugge le certezze del padre Alfio (Pierre Brasseur), federale ai tempi del fascismo, frequentatore di bordelli e sedicente «sciupafemmine». Una fine drammatica come drammatico è il film, "Il bell' Antonio" (sceneggiato da Pier Paolo Pasolini e Gino Visentini) attraversato da una venatura di sottile ironia che mette in ridicolo il mito dell' uomo forte e le incrostazioni culturali di certa borghesia siciliana.

Il regista Mauro Bolognini affida la parte dei protagonisti ai «bellissimi» del cinema italiano, Marcello Mastroianni, allora trentacinquenne, e Claudia Cardinale, all'inizio della carriera. Rispetto al romanzo di Vitaliano Brancati (scritto nel 1949 e ambientato nella Catania fascista), Bolognini sposta la storia (rimaneggiata in più parti) nel periodo a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, tempi in cui il mito del maschio resiste ancora, soprattutto nella capitale del «gallismo» siciliano.

Per l' ambientazione sceglie gli angoli più suggestivi del centro storico. Basta affacciarsi dalla terrazza del palazzo settecentesco di via Vittorio Emanuele, che nel film appartiene ai Magnano, per capire come la scelta di Catania si riveli felice. Un «giardino di pietra» costruito dopo il terremoto del 1693, ammantato dalle atmosfere magiche della pellicola in bianco e nero: la sagoma dell' Etna, le cupole delle chiese, i tetti delle case, il duomo che si affaccia sulla piazza dove spiccano i palazzi progettati dall' architetto palermitano Giovan Battista Vaccarini, l' obelisco con l' elefante e la via Etnea, quattro chilometri di raffinato barocco.

La storia inizia alla stazione di Catania. Antonio Magnano proveniente da Roma, dove ha vissuto per qualche anno, torna nella sua città. Antonio si incammina verso la casa di famiglia costeggiando la marina, il palazzo dei principi Biscari, fino a porta Uzeda, dal nome dei viceré spagnoli che governarono la città.

Poco dopo arriva a piazza Palestro dove si erge porta Garibaldi, un arco di pietra nera inframezzato da blocchi di pietra bianca eretto nel 1768. Siamo nel popolare quartiere Fortino. Cammina ancora. Adesso la macchina da presa inquadra la chiesa della Madonna del Carmelo in piazza Carlo Alberto, nel film completamente vuota, nella realtà sede del pittoresco mercato della «Fera 'o luni». Tra sporadiche Seicento e qualche tram in lontananza, giunge nella casa di famiglia.

La dimora dei Magnano è al secondo di un palazzetto di tre piani. A pianterreno si intravedono la pasticceria Reale, un negozio di mobili e di ciclomotori (ormai scomparsi). Sullo sfondo una scritta, "Vespa". Dal balcone accanto si affaccia la moglie dell'avvocato Ardizzone: «Signor Alfio, ho saputo che suo figlio è tornato dalla capitale». Poco dopo ecco anche la figlia (l'attrice Fulvia Mammi), da sempre desiderosa di sposare Antonio. E poi dal piano di sotto il senatore. Tre balconi che nel film hanno un ruolo importante.

All'epoca proprietari dell'abitazione erano i Gemma, benestanti catanesi concessionari della Piaggio. Alberto Gemma aveva 18 anni: «Un giorno si presentarono a casa il regista Mauro Bolognini e il produttore Alfredo Bini, patron della casa Cino Del Duca, che chiesero il permesso di utilizzare l' appartamento per gli esterni. Evidentemente il nostro edificio, all' angolo fra la chiesa di San Placido e i palazzi di via Vittorio Emanuele, faceva al caso loro. "Inutile dire", spiegò Bini, "che la produzione pagherà il disturbo". "Non vogliamo soldi", disse mia madre. "Chiediamo soltanto la presenza di Mastroianni e della Cardinale nel negozio: vorremmo fotografarli a bordo delle Vespe".

Il produttore rimase di stucco, l' affitto di una casa per girare un film veniva pagato profumatamente. Dopo mezz' ora mandò cinquanta rose gialle. Nella sede centrale della Piaggio quando videro le foto non credettero ai loro occhi. Le pubblicarono sulla loro rivista, anche in copertina. Il cast stette una settimana e mia madre non faceva mancare i cannoli. La Cardinale era molto riservata, ma anche molto simpatica. L' amicizia durò anche dopo: per tanti anni, in occasione delle feste, ci fu un intenso scambio di biglietti di auguri. A Mastroianni andò la mia stanza per i riposini pomeridiani. A Pierre Brasseur, simpaticissimo e bravissimo attore, faceva trovare una bottiglia di vino che lui tracannava in pochissimo tempo. Ogni tanto veniva anche Tomas Milian, che interpretava il cugino di Antonio».

Ma torniamo al film. Dopo il fidanzamento fra Antonio e Barbara, muore il nonno della ragazza. Tre i luoghi scelti per il funerale: piazza Duomo, via Etnea, piazza Università. In una atmosfera crepuscolare si scorge il bar Duomo, l' antica gioielleria Avolio e la sede dell' Ateneo catanese. Il corteo procede lentamente, le donne affacciate ai balconi osservano Antonio: «Quant' è bello». Barbara nasconde il volto con il velo nero. Improvvisamente la bara scivola per terra e Bolognini è costretto a ripetere la scena.

A ricordare questo particolare sono due comparse, Roberto e Aldo Pistorio, allora di 16 e 8 anni: «Nostro padre ci portava sempre a fare le comparse. Faceva il cuoco ma partecipava a tutti i film che venivano girati a Catania». Dopo il funerale Antonio e Barbara si sposano. La scena viene realizzata fra le colonne incompiute della solenne chiesa di San Nicola, in piazza Dante. Quando Goethe la visitò restò incantato dall' organo di Donato Del Piano: «Non vi è cosa più solenne, più profonda, più maestosa di questa». Oggi l' organo non esiste più. Saccheggiato negli anni. Un' immensa luce bianca penetra dagli ampi finestroni e si espande fra le tre navate della chiesa. Il dramma fra Antonio e Barbara si consuma in una bellissima villa dove la coppia va a vivere. è nella parte alta della città, era dell' ex sindaco di Catania, Papale: allora era circondata da aranceti, oggi è soffocata dal cemento.

Fra Antonio e Barbara un anno di carezze, di baci, di parole d' amore. Nient' altro. La notizia arriva all' orecchio del notaio Puglisi, padre della ragazza, che mediante lo zio monsignore riesce a fare annullare il matrimonio e a combinare le nuove nozze con il duca di Bronte. La madre di Antonio, in un disperato tentativo di riconciliazione, parla con Barbara. Il colloquio avviene nella sagrestia della chiesa di San Giuliano, in via Crociferi. Il fallimento della discussione sancisce la rottura definitiva fra le due famiglie.

Ad attendere Rina Morelli sul sagrato c' è il marito infuriato: «So io come parlare ai Puglisi». Attende il monsignore ed entra con lui nel convento dei gesuiti che si trova di fronte. L' ex federale accusa la Chiesa di ipocrisia. Il battibecco si svolge nel suggestivo chiostro, con il pavimento di ciottoli bianchi e neri. La via Crociferi è l' angolo più incantevole del centro storico. Piena di chiese, di monasteri, di palazzi nobiliari, ha ispirato grandi scrittori come Verga, De Roberto e Brancati. Tutto è immerso in un' atmosfera irreale fatta di putti, di mascheroni, di cariatidi, di ricami pietrificati. Stefano Valastro ha 72 anni e fa il ciabattino. Si siede sui gradini della bottega e comincia a parlare: «Quando fu girato il film il responsabile della chiesa di San Giuliano era padre Consoli, un frate che faceva anche l' esorcista. Qui per gli esorcismi venivano anche dalla Calabria. Un paio di persone nerborute accompagnavano i posseduti dal diavolo, venivano chiuse le porte e dopo un po' si sentivano grida disumane. Succedeva quando Satana veniva cacciato dal corpo».

Poi Barbara si sposa con il duca di Bronte. Dopo la cerimonia gli sposi salgono in macchina. Tutto si svolge con il magnifico sfondo del palazzo aristocratico degli Asmundo. La macchina costeggia i manufatti della via Crociferi. Improvvisamente appare Marcello Mastroianni, statuario, bellissimo, triste. Che attende il passaggio di Barbara in una via Alessi lastricata con le strisce di basalto lavico (poi trasformate in scalinata). Lo sguardo di lui incrocia quello di lei. è la scena più struggente del film. Lui innamorato e disarmato, lei ineffabile e corrucciata. Antonio accompagna con lo sguardo la macchina, poi percorre la via con la morte nel cuore, mentre centinaia di curiosi osservano la scena. Antonio Di Grado, oggi docente di Lettere all' Università di Catania, nel '59 ha dieci anni ed è affacciato al balcone con lo zio. Sta lì dalla mattina alla sera: «Il film consolidò la cultura interclassista del centro storico: nei piani bassi gli artigiani, in quelli medi la borghesia, in quelli alti i nobili.

Tutti assistevano alle riprese. Affacciato al balcone c' era anche un barbiere. Aveva una storia incredibile: essendosi ammalato da giovane, aveva promesso a Sant' Agata che se fosse guarito avrebbe sposato una prostituta. E così fece». Ormai sono le ultime scene del film. Il vecchio federale smaltisce la vergogna in un bordello. Va al vecchio San Berillo, il quartiere delle prostitute, da sempre ritrovo di militari, ragazzini, anziani e gente sposata. La scena viene girata dal vivo. Pierre Brasseur attraversa le stradine sconnesse, via delle Finanze, via Maddem, via Di Prima, sale le scale, va da Mariuccia, una vecchia conoscenza. Muore dopo «l' adempimento del proprio dovere» fra le braccia della donna, mentre pronuncia l' ultima frase della sua vita terrena: «Tutti dovranno sapere che a sessant' anni suonati Alfio Magnano andava ancora a donne».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/01/28/mastroianni-cardinale-catania-il-centro-storico-diventa.html

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Amarcord ciak alle Terme, la "Palombella rossa" partì da Acireale

La Sicilia, 11/12/2016 - di Gaetano Rizzo

 

Ricordi indelebili per centinaia di acesi coinvolti sul set, in prevalenza come comparse

Acireale (Catania) - Il recente restauro del film “Palombella rossa”, presentato all’ultima edizione del “Torino Film Festival”, ha fatto riavvolgere il nastro dei ricordi a molti, in particolare agli acesi, considerato che il set principale dell’opera, quasi per intero, fu la piscina delle Terme “Santa Venera”. Un aspetto, questo, che parecchi - anche nella città di Aci e Galatea - sconoscono e che vale la pena di ricordare partendo dall’antefatto. Primavera del 1988. La Federazione italiana nuoto, interpellata da Nanni Moretti, chiede a Pietro Nicolosi, presidente della Pozzillo, gloriosa società pallanostica di Acireale, di mettere a disposizione del regista la propria piscina. «In prima battuta - ricorda Nicolosi - avevano “bussato” alla porta del Nervi (storica squadra genovese, n.d.c.), ma l’operazione non era andata in porto; quindi, dirottarono su Acireale».

 Moretti, accompagnato dal produttore Angelo Barbagallo, suo socio nella “Sacher film”, effettua un sopralluogo alle Terme “Santa Venera” e resta favorevolmente impressionato, al punto da chiedere di mettere subito “nero su bianco” ovvero di ottenere il via libera. «Che, ovviamente, non esitiamo a concedergli - prosegue Nicolosi - consapevoli del ritorno di immagine per Acireale». L’estate sta per fare capolino quando nel parco delle Terme “Santa Venera” si riversano centinaia di persone, in prevalenza giovani, che aspirano a fare da comparsa. Trascorrono ore ed ore tra i viali alberati, in attesa del ciak. Moretti è noto per essere un perfezionista e, quindi, capita che le scene si ripetano anche decine di volte. «Non a caso - osserva Pietro Nicolosi - le riprese durarono sino a novembre, sebbene fosse previsto si dovessero concludere un mese e mezzo prima». Tra gli attori anche un acese che già si è fatto apprezzare su altri tra palcoscenici e set. Mario Patanè vive da circa quattro anni a Roma quando Moretti lo chiama per interpretare Simone, un giovane appartenente al movimento di “Comunione e liberazione”, al suo primo lungometraggio. «Un’esperienza bellissima - ricorda - ed anche faticosa. Moretti era molto esigente e, dunque, i ritmi di lavoro erano davvero sostenuti».

 Un rigore che, probabilmente, sarà servito a Mario Patanè, poi capace di recitare persino con Vittorio Gassman nel film “La cena”, di Ettore Scola, che gli valse il nastro d’argento come migliore attore non protagonista.

 Nel corso degli ultimi 30 anni ha lavorato per produzioni di rilievo, ma quel “rigore” vissuto sul set di “Palombella rossa” non lo dimenticherà mai, assieme alle emozioni.

Che, in parte, erano le stesse delle comparse, quasi tutte acesi, in prevalenza ingaggiate per indossare i panni dei tifosi presenti sulla tribuna della piscina delle Terme, per l’occasione ridotta nelle dimensioni attraverso una serie di accorgimenti scenografici, così da non richiedere la presenza di almeno 700 persone per gremirla. Dalla tribuna alla vasca.

 Nella foto sopra, Moretti è raffigurato tra due pallanotisti di fazioni opposte, entrambi “pilastri” della Pozzillo dell’epoca e oggi entrambi ingegneri, come il loro “patron” Pietro Nicolosi: a sinistra del regista c’è Concetto Bosco, poi anche imprenditore, a destra Sandro Paternò. E mentre la pellicola veniva impressa, ai margini della piscina c’era il compianto Carlo Testa, trascorsi apprezzabili da pallanonista, ma già medico affermato e riferimento sanitario per tutta la produzione. Un ruolo di rilievo, dal punto di vista scenico, venne affidato al castellese Mauro Maugeri (accreditato tra gli attori), allenatore della Pallanuoto Acireale, avversaria della Monteverde, nella quale militava lo stesso Moretti, Michele Apicella nel film. Per alcuni mesi la piscina delle Terme di Acireale fu il quartiere generale del regista romano, in gioventù anche apprezzato pallanotista, con il “factotum” Nino D’Anna, dipendente della Polisportiva Pozzillo “prestato” alla produzione, pronto a risolvere ogni problema e a confrontarsi con le esigenze del cast e delle centinaia di comparse.

 Qualcuna tra loro fu anche “parlante”, come nel caso di Giuseppe Costarelli, oggi stimato avvocato, all’epoca studente in Giurisprudenza. «Volevamo sapere come sta» la richiesta formulata da Costarelli ad un dirigente della Monteverde in relazione ad un infortunio patito da Moretti. «Per il ruolo di comparsa - ricorda l’avvocato Costarelli - si registrò un’autentica mobilitazione, anche per via dei compensi che erano apprezzabili. Faticavamo parecchio, comunque, perché si lavorava molto di notte. Furono momenti indimenticabili perché tra molti, trascorrendo parecchie ore assieme, si cementarono anche rapporti di amicizia che ancora durano nel tempo». E di certo non è poco.

 

 

Catania e l'Etna nel Cinema

 

 

L'Etna e il suo territorio sono i luoghi del mito classico. Ma le terre etnee, ricche di arte e di antichissime culture e tradizioni, sono anche i luoghi del mito cinematografico. Gli scogli di Trezza sotto un cielo in tempesta; il castello di Aci, scenario di riti arcaici; lo splendore della  pietra barocca delle chiese di via Crociferi, che rende più funeree le vestizioni monacali; gli scorci dei palazzi di via Alessi, che nascondono inconfessabili segreti; le atmosfere notturne del settecentesco recinto marmoreo di piazza Duomo che accendono i sensi ai personaggi brancatiani; gli insani desideri che agitano la provincia acese; i paesini pedemontani color grigio lava e le case padronali sparse per la campagna, ricettacoli di amori più o meno illeciti; le lande deserte e lunari del vulcano, luoghi della preistoria come del dopostoria. Tutto questo catalogo di celluloide contraddistingue la parte più cospicua del cinema siciliano,di quella cinematografia che a prescindere dal talento dei cineasti e dal valore dei film, ha raccontato i vizi e le virtù delle genti isolane e ha costituito un "corpus di opere" contrapponibile al "genere mafioso".La cinematografia nazionale e quella straniera hanno avuto fin dalle origini due frequentazioni con il nostro Vulcano utilizzandolo e descrivendolo nelle sue più svariate accezioni. Così, nel corso di questo secolo, anche il cinema di fiction, ha mostrato il magnifico scenario dell'Etna, adattandolo e trasformandolo alle necessità del racconto cinematografico, ora favolistico, ora avventuroso, ora storico, orametafisico. Non sono mancate importanti eccezioni, come Pasolini o Epstein. Questi due autori hanno colto del Vulcano i più profondi misteri e le suggestioni del mito che nei secoli esso ha rappresentato. Se si fa, poi, rientrare nella filmografia etnea, come giusto che sia, tutti quei film girati nell'area pedemontana, allora, scopriamo una costellazione di immagini che, pur non rendendo giustizia alle genti dell'Etna, ne racconta le intemperanze e le passioni come risultato naturale del vivere sotto il Vulcano. Ma in questa rapida carrellata forse è meglio procedere con ordine.
I pionieri del cinema delle origini salirono presto le pendici dell'Etna, con il treppiedi a tracolla e la macchina da presa in mano a riprendere le loro "vedute dal vero" che all'epoca andavano di moda. Il Mongibello, con il suo pennacchio e con le sue eruzioni, è un continuo spettacolo da mostrare alle affollate platee. È un'attrazione irresistibile che stupisce gli ingenui spettatori. Tra i primi cineasti a raggiungere il cratere fu Raffaello Lucarelli, fondatore dell'omonima Casa cinematografica palermitana. Dal 1909-12 l'interesse per l'Etna sembra essere al centro di numerose case di produzione nazionali. Scendono in Sicilia gli operatori della Ambrosio, della Saffi-Comerio, della Croce & C., dell'Itala Film per riprenderlo. Ma fu l'immane disastro tellurico nei paesi etnei del maggio del 1914, con il suo elevato numero di vittime, a fare concentrare nella zona i cineoperatori di mezza Italia. Ma, se "i quadri dal vero"avevano fino a quel momento dato una immagine maestosa e potente del Vulcano, il cinema di finzione mostrava invece del vulcano tra mito classsico e magìa del grande schermo l'Etna un'immagine al limite del ridicolo con le sue ricostruzioni di eruzioni fasulle create con gli "effetti speciali", di cui disponeva la cinematografia delle origini. Nel 1910 esce in Francia la prima trasposizione di Cavalleria rusticana ma "v'era un Etna di cartone". Il kolossal Cabiria ,realizzato da Pastrone nel 1913, ambienta il primo episodio nella Catania del IIIsecolo a.C., ma non ci è dato vedere alcun fotogramma dove la placa etnea sia riconoscibile. 

Meno importanti i titoli di altri tre film muti di ambientazione etnea. Fra il fuoco e l'amore (1911), Il salto del lupo, da un soggetto di Martoglio (1913), Feudalesimo, cavallo di battaglia di Giovanni Grasso (1912) interpretato da due attori catanesi di temperamento come Attilio Rapisarda e Mariano Bottino. Nel 1916 la neofita "Sicula Film", piccola Casa catanese, annunciava tra i suoi programmi una pellicola dal titolo I fidanzati dell'Etna, di cui però non si hanno documenti che confermino l'effettiva realizzazione. Nel 1923, un grande regista e teorico francese, Epstein, viene in Sicilia per realizzare un documentario La montagne infidèle. La visione che si presenta agli occhi del regista è talmente spettacolare che lo lascia sbalordito e scriverà un saggio sul cinema che ancora oggi resta uno degli scritti teorici più importanti del periodo del muto.
Nei racconti dei cineasti degli anni Settanta - che sull'onda della commedia di costume sono arrivati ai piedi del Vulcano a narrare questa fetta di commedia alla "siciliana", giocata tra l'erotismo e lo stereotipo - nulla tradisce l'avvertimento di un dolore, di uno struggimento, che, spesso, non tarda ad aprirsi un varco nei rapporti umani quotidiani. Nulla resta delle intime espressioni di malinconia e di tristezza di Brancati e dei languori di Patti, che pure sono i diretti e illustri ascendenti di questo mondo. In quasi tutti quei film la pruriginosità dei temi risulta più retaggio di una cultura alimentata dal pregiudizio che una lontanaeco letteraria. Lattuada (Don Giovanni in Sicilia), Gianni Grimaldi (Un caso di coscienza, La prima notte del dottor Danieli, Le inibizioni del dottor Gaudenzi, Il fidanzamento), Saitta (Lo voglio maschio), Vicario (Paolo ilcaldo), Samperi (Malizia), Cavara (Virilità), Dallamano (Innocenza e turbamento), Malfatti (La sbandata), Lado (La cugina), Lomi (I baroni) ecc…

Questi autori hanno colto dall'ambiente la convenzione e lo stereotipo della tradizione e dalla letteratura etnea, quella brancatiana e pattiana, l'aspetto vitalistico, solare, e lieve, degradandolo, però, a pura farsa. Al riso essi non innestano la desolazione e la malinconia e al fulgore la caligine della sera e il presagio della morte; temi speculari nelle opere degli scrittori catanesi. L'altra faccia del mondo etneo che il cinema ha mostrato è quella corrusca e violenta del dramma rusticano. Il dualismo di amore e morte che contraddistingue questo "filone" nasce più dalle viscere di questa terra che dalle pagine veriste del Verga, del Capuana e del De Roberto (le diverse edizioni di Cavalleria rusticana ad opera di Palermi, Gallone e Zeffirelli, Malia di Amato, Storia di una Capinera di Zeffirelli, La lupa di Lavia ecc…). A queste opere va aggiunto un film che non ha alcuna ascendenza diretta con la letteratura, ma che può essere ascritto ai drammi a tinte forti del teatro dialettale siciliano. Si tratta de I figli dell'Etna di Salvatore Zona. Le scene in esterno sono state girate durante l'eruzione del Vulcano del 1956.Tre film meriterebbero un discorso a parte. Si tratta de La terra trema di Visconti, de Il Bell'Antonio e di Un bellissimo novembre di Bolognini: tre film pregevoli, risultato della perfetta capacità di sintesi tra natura e cultura che i loro autori vi hanno saputo trasfondere. E ancora qualche titolo come L'albergo della felicità, primo film sonoro d'ambientazione etnea, girato nel 1934 da Sampieri, Arriva la Bufera di Lucchetti, fino a Vipera di Citti, Gallo Cedrone di Verdone e Ginostra di Pradal e qualche occasione mancata come Bronte cronaca di un massacro girato in Istria o il primo episodio di Paisà di Rossellini ambientato in sceneggiatura tra la Piana di Catania e l'Etna.
Agli inizi degli anni Sessanta un'ondata di supercolossi biblici invase gli schermi nazionali. L'Etna diventa luogo privilegiato per i film più rappresentativi di questo filone. Per primo, nel 1961, arriva Robert Aldrich per girarvi alcune scene del film Sodoma e Gomorra prodotto dalla Titanus. L'anno successivo è la volta di Barabba di Fleischer prodotto da De Laurentiis. Due anni dopo arriva il grande John Huston con La Bibbia. Mediatore Hölderlin, il poeta assoluto dell'età moderna, negli anni Ottanta, un regista "estremo" come Jean M. Straub e uno teatrale di classe come Klaus Gruber, sulla scia dei grandi viaggiatori stranieri, arrivano alle pendici del Vulcano a girare due singolari versioni de La morte di Empedocle dalla potente tragedia del grande tedesco. Memori di una messa in scena teatrale alla Schaubune di Berlino il regista Klaus Gruber e l'attore Bruno Ganz filmano una versione aggiornata e reinterpretata del testo di Holderlin, prodotta da Raitre dal titolo Fermata Etna, con la nostra Gabriella Saitta.
Le donne i cavalieri, l'armi, gli amori di ariostesca memoria invadono i crinalidei monti e le vallate dell'Etna con il film di Giacomo Battiato I Paladini del 1983. La raffinatezza d'eloquio visivo dei paesaggi etnei, dei Monti Silvestri, degli splendidi scenari di rocce e acqua delle Gole dell'Alcantara, del giallo autunnale dei boschi e delle vallate, superbamente fotografati da Dante Spinotti., ricrea scenografie naturali e misteriose dai giusti echi epici. Un cinema spettacolare con un occhio all'Ariosto e l'altro alla grande tradizionedei pupi siciliani.

Se toccò a Brydone introdurre l'Etna nella letteratura europea del Settecento, nel cinema spetta a Pasolini il primato di averla descritta nella ricchezza dei suoi temi e dei suoi miti. L'Etna parla allo scrittore-regista un linguaggio subcosciente, intriso di influenze culturali e mitologiche. Per Pasolini il Vulcano diventa luogo d'elezione per manifestazioni soprannaturali e misteriche, l'unione dei contrari:morte e fecondità, neve e fuoco, paradiso e inferno. Il paesaggio etneo - lunare, orrifico ma di profonda bellezza - non poteva non stregare Pasolini che vi ambienta alcune significative sequenze di quattro dei suoi film. Egli arriva sul Vulcano per la prima volta nel 1964 per girarvi un episodio del suo antikolossal Il Vangelo secondo Matteo. Con una ampia panoramica dell'Etna, Pasolini apre Teorema e introduce il leit-motiv del deserto, delle lave, come luogo della spiritualità, anticamera della religiosità, quindi come luogo dell'inquie-tudine. Con Porcile Pasolini torna sull'Etna e gira una scena nella corte interna del Castello di Aci. Ma con l'incupirsi della parabola pasoliniana anche l'Etna cambia i propri connotati. Ne I racconti di Canterbury del '72 egli utilizza il nero fumante della colata lavica di Fornazzo per ambientarvi la scena dell'inferno. La montagna, dove un tempo era possibile purificarsi e incontrare un Dio liberatore, ora diviene scenario infernale, abitato da Satana.

Sebastiano Gesù - Euromediterranea34 - a cura di Etnafest - Provincia di Catania

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MATASSA. Regia: Giambattista Avellino, Salvatore Ficarra, Valentino PiconeSceneggiatura: Giambattista Avellino, Francesco Bruni, Salvatore Ficarra, Valentino PiconeAttori: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Mario Pupella, Anna Safroncik, Mariella Lo Giudice, Giovanni Martorana, Filippo Luna, Maria Di Biase, Pino Caruso, Domenico Centamore
Ruoli ed Interpreti Fotografia: Roberto ForzaMontaggio: Claudio Di MauroMusiche: Paolo BuonvinoProduzione: Attilio De Razza per TRAMP LTD in collaborazione con Medusa film e SKYDistribuzione: Medusa FilmPaese: Italia 2009Uscita Cinema: 13/03/2009Genere: Comico, CommediaDurata: 98 MinFormato: Colore 35MM

SITO UFFICIALE

 

Questa è la storia di una lite, anzi della lite. Quella lite, simile a tante altre che già erano state, ma che allontanò per sempre due fratelli, e le loro famiglie. Due fratelli che avevano sempre vissuto da fratelli, condividendo gioie e dolori, superando insieme le difficoltà della vita e dei loro caratteri, con amore. Lo stesso affetto che avevano trasferito ai loro figli, i due cugini, (Ficarra e Picone), cresciuti per tanti anni come fratelli. Così diversi tra loro: prepotente e carnefice il primo (Ficarra), remissivo e vittima il secondo (Picone). Poi, d'improvviso, quella lite li allontanò, rendendoli non più fratelli, se non nei loro ricordi di quel meraviglioso periodo della vita, che è l'adolescenza. Oggi, al momento della nostra storia, i nostri eroi sono due trentenni che conducono due vite profondamente diverse che il destino farà ritrovare...

Il Messaggero. ROMA (6 marzo 2009) - Hanno alle spalle due film di successo (Nati stanchi ha incassato un miliardo e mezzo di lire, Il 7 e l’8 più di dieci milioni di euro) e sono riusciti ad abbattere altrettanti luoghi comuni: quello secondo il quale un’opera che ha successo al botteghino non può piacere anche alla critica e quello secondo cui i comici, se tentano la strada del grande schermo, falliscono inesorabilmente. Oggi Ficarra e Picone puntano ancora più in alto e, con il loro ultimo film, La Matassa, si prendono il lusso di sbeffeggiare la mafia. Il risultato è una commedia ricca (dall’attenzione ai piccoli ruoli alla notevole fotografia), diretta a sei mani dai due comici palermitani assieme a Giambattista Avellino e prodotta da Attilio De Razza in collaborazione con Medusa e Sky, nei cinema con Medusa dal 13 marzo in 500 copie. «La verità - raccontano Ficarra e Picone - è che ci è sempre piaciuto capovolgere le situazioni: per questo abbiamo dipinto personaggi come il mafioso che non riesce ad imporsi neanche a casa sua. Qualcuno si indigna quando si ironizza su una faccenda grave e tragica come la mafia, ma, secondo noi, il silenzio è peggio. Ricordiamo che anche Chaplin ha scherzato sul nazismo. Quanto a noi, siamo abituati a irridere i potenti, lo facciamo spesso a Striscia la notizia (ci torneranno il 30 marzo, ndr)».

Nel film, la matassa da sbrogliare è quella di una lite fra due fratelli, che viene poi “ereditata” dai rispettivi figli, che da bambini erano inseparabili. Il tutto, fra avventure, pizzi e pizzini di mafia, sullo sfondo di Catania: per questo all’anteprima di ieri, Pippo Baudo ha voluto accompagnare i comici e godersi in prima fila il film sulla sua città. Del resto, a parte Anna Safroncik (che interpreta la socia in affari di Ficarra), il cast pullula di isolani: Pino Caruso (il sacerdote amico), Tuccio Musumeci, Domenico Centamore, Mario Pupella e Giovanni Martorana. Per non parlare di Claudio Gioè, che per la tv è stato addirittura Totò Riina.

I comici qui interpretano due cugini, i figli di quei due fratelli che avevano litigato. Salvo Ficarra è il tipo che si crede più furbo degli altri, per questo ha aperto una sottospecie di agenzia “matrimoniale”, che procura permessi di soggiorno agli extracomunitari, mentre Valentino Picone è il timido e ipocondriaco proprietario dell’hotel di famiglia, pieno di debiti e soggetto a ruberie come se piovesse. «Abbiamo scelto di raccontare una lite in famiglia - affermano i comici - perché è veramente un tema universale e trasversale: diciamo la verità, succede a tutti. Noi siciliani, poi, litighiamo in un modo speciale: in silenzio. Se sono offeso con uno - sottolinea Picone - è lui che deve accorgersene da solo: già sono arrabbiato, vi pare che glielo devo pure dire?».

 

 

LA TERRA TREMA. Regia: Luchino Visconti Sceneggiatura: Luchino Visconti Fotografia: G. R. Aldo Musica: Luchino Visconti, Willy Ferrero Montaggio: Mario Serandrei (Italia, 1948) Durata: 160' Prodotto da: Salvo D'Angelo PERSONAGGI E INTERPRETI 'Ntoni: Antonio Arcidiacono Cola: Giuseppe Arcidiacono
Il nonno: Giovanni Greco Mara: Nelluccia Giammona Lucia: Agnese Giammona

Quando si parla di cinema nello Jonio, e soprattutto di Verga, è impossibile da dimenticare l'incontro tra lo scrittore e il regista Luchino Visconti.

Le bellezze paesaggistiche siciliane hanno ospitato vari set cinematografici, a partire dalla cittadina di Aci Trezza - che nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la realizzazione de "La terra trema".

La città dei faraglioni collaborò non solo come teatro della rappresentazione con chiari contorni urbani e con le sue bellezze, ma anche con alcuni dei suoi abitanti, circa una trentina, che furono coinvolti nel film come attori, i cui nomi non furono però citati nei titoli di coda ma che comunque restarono nella memoria cittadina e che sognarono spesso un rifacimento del film.

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale.

Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema".

I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia".

Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale.

Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti.

Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.

Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente.

Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film".

A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali.

L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali".

Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile.

La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata.

A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.

La trama - Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera.

'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa.

Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca.

Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti. - fonti: www.sicilycinema.it/ www.acitrezza.it

 

 

 

 

IL BELL'ANTONIO

Produzione Italia Anno 1959 b/n Regia  Mauro Bolognini - Interpreti Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale,  Pierre Brasseur,  Rina Morelli
Il 1960 è l’anno de La dolce vita di Fellini, ma anche di film come L’avventura e La notte, di Michelangelo Antonioni. In quest’anno d’oro del cinema italiano uscì anche un film, sempre con protagonista Mastroianni, nel suo anno di grazia, che portava sullo schermo un romanzo dello scrittore siciliano Vitaliano Brancati, pubblicato nel 1949, che raccontava una storia ambientata negli anni Trenta, quindi in piena “era fascista”. Del romanzo, Bolognini e Pasolini (qui alla sceneggiatura) estirparono un po’ di implicazioni politico-sociali, per concentrarsi di più sulla figura del personaggio principale, caricandolo di una certa malinconia molto in linea con quel “cinema del disagio” di cui Mastroianni fu, in quegli anni, una vera e propria icona. Il film è la storia di Antonio (Mastroianni) che, dopo tre anni a Roma, ritorna nella sua Catania dove il padre gli ha organizzato il matrimonio con la bella Barbara (Claudia Cardinale). All’inizio Antonio, che vanta una fama di dongiovanni, confermata dagli sguardi maliziosi che gli rivolgono tutte le donne che incontra, è scettico sul matrimonio. Ma quando il cugino Edoardo (un irriconoscibile Tomas Milian) gli mostra la foto della ragazza, Antonio ne rimane fulminato, innamorandosene perdutamente. Celebrato così il matrimonio, però, si svela un problema di impotenza del protagonista, con la moglie che, dopo un anno, chiederà l’annullamento del matrimonio stesso. Questo scandalo sconvolgerà la quiete della famiglia di Antonio, fino a travolgere l’orgoglioso padre, che rimarrà vittima della sua smania di mostrare al mondo il suo immutato vigore maschile. Il bell’Antonio scava dentro le macerie di una famiglia italiana ormai in decomposizione sociale e in un mondo/città chiuso e provinciale, dove la sessualità e il matrimonio sono ancora dei vincoli ben definiti e la virilità maschile ha bisogno di continue conferme sociali. In questo ambito può pertanto liberamente sfogarsi tutta la rabbia accumulata - con le frustrazioni subite in Friuli - da Pier Paolo Pasolini, che di quei vecchi costumi sociali fu uno dei più grandi castigatori. Il film di Bolognini, delicato e quasi “in punta di piedi”, sceglie di non urlare questa rabbia, ma di rappresentare questo ‘piccolo mondo”, tutto chiuso in un universo familiare oppressivo e autoreferenziale. In questo contesto emergono le straordinarie interpretazioni di Rina Morelli e Pierre Brasseur nei panni dei genitori di Antonio, mentre Mastroianni può candidamente esibire la sua ambiguità senza timore di perdere quel suo fascino proverbiale. Il DVD ci presenta il film in una splendida versione restaurata, mostrandoci negli extra come era ridotta la pellicola prima di questo intervento. Materiali sulle riprese del film, un lungo trailer-presentazione e una ricca galleria fotografica completano un pacchetto di contenuti speciali più che discreto, per un film “antico” nei contenuti quanto “moderno” nello stile.

 

I VICERE'

 ANNO: Italia 2007 GENERE: Drammatico - Storico REGIA: Roberto Faenza

CAST: Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Guido Caprino, Assumpta Serna, Sebastiano Lo Monaco, Giselda Volodi, Paolo Calabresi, Biagio Pelligra, Giovanna Bozzolo, Pep Cruz, Vito, Jorge Calvo, Anna Marcello, Katia Pietrobelli, Larissa Volpentesta, Danilo Maria Valli, Magdalena Grochowska, Daniela Terreri, Giulia Ferrario, Pino Calabrese, Giorgia Biferali,

Cast: Consalvo: Alessandro Preziosi Principe Giacomo: Lando Buzzanca Principessa Teresa: Cristiana Capotondi Giovannino: Guido Caprino Duchessa Radalì: Assumpta Serna Don Gaspare: Sebastiano Lo Monaco Lucrezia: Giselda Volodi Benedetto Giulente: Paolo Calabresi Baldassarre: Biagio Pelligra Graziella: Giovanna Bozzolo Don Blasco: Pep Cruz Fra’ Carmelo: Vito Michele Radalì: Jorge Calvo Chiara: Anna Marcello Donna Margherita: Katia Pietrobelli Concetta: Larissa Volpentesta Federico: Danilo Maria Valli Donna Isabella: Magdalena Grochowska Lucia la sigaraia: Daniela Terreri Contessa Matilde: Giulia Ferrario
Conte Raimondo: Franco Branciaroli Donna Ferdinanda: Lucia Bosè

I Vicerè è un film che vede protagonista, nella sua magnificenza, la Catania del Vaccarini, con le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti (via Dei Crociferi, Piazza Duomo, Palazzo Biscari, il Monastero dei Benedettini…) luoghi e architetture, che per la loro bellezza, il loro fascino e la loro spettacolarità fanno già parte di un immaginario cinematografico, ancor di più esaltato dalle immagini suggestive del film di Roberto Faenza. Tratto da "I Vicerè" di Federico De Roberto scritto nel 1894, capolavoro della letteratura italiana di fine Ottocento, tuttavia di sbalorditiva modernità e attualità, è il secondo volume (il primo è "L'Illusione" del 1891, e il terzo "L'Imperio" del 1929, uscito postumo) in cui lo scrittore racconta l'epopea d'una potente dinastia, un'antica famiglia catanese d'origine spagnola, gli Uzeda di Francalanza, nell'Italia del Risorgimento e dell'unificazione. È il cuore della città barocca a pulsare per l’epopea della terribile dinastia, fatta di egoismi, lotte, liti, miserie, sopraffazioni, raccontata dal regista con ricche scenografie, in interni e in esterni, che trovano nella città etnea ideali ambientazioni cinematografiche. La trasposizione sullo schermo de "I Vicerè" di De Roberto, è un capitolo fondamentale per il cinema siciliano e internazionale, che arriva certamente in ritardo per la complessità dei fattori produttivi che affliggono il cinema italiano, ma coraggiosamente affrontati da Faenza e dalla casa di produzione "Jean Vigo" di Elda Ferri. Si tratta di un progetto di grande spessore culturale che coniuga sapientemente la suggestione dei luoghi, con il cinema di qualità e la letteratura siciliana. Con il suo nuovo film Roberto Faenza, regista da sempre incline tanto a dar corpo a un cinema d’impegno civile di spessore artistico quanto a tradurre per il grande schermo pagine intense di autori italiani, coniuga felicemente queste due “anime” della sua poetica, innestandole nel cuore della cultura siciliana, attualizzando con le sue immagini il messaggio straordinariamente moderno del capolavoro letterario di De Roberto.
l racconto comincia a metà del ‘800, negli ultimi anni della dominazione borbonica in Sicilia, alla vigilia della nascita dello Stato Italiano. Le esequie della principessa Teresa sono l'occasione per presentare i personaggi della famiglia Uzeda, discendenti dei Viceré di Spagna. Lo spettatore è subito introdotto in un mondo di fasto, di splendore, ma anche di prepotenza e di miseria. Attraverso gli occhi di un ragazzino, Consalvo, l'ultimo erede degli Uzeda, si svelano i misteri, gli intrighi, le complesse personalità degli appartenenti alla famiglia, tutti dominati da grandi ossessioni e passioni. La storia di Consalvo avanza in un percorso di formazione: dopo una sconcertante esperienza in un convento benedettino, si affaccia a una giovinezza scapestrata, da ribelle, simile nello spirito a quella di tanti giovani d'oggi. Presto, comprende di dover cambiare, di dover diventare uomo. Comincia a studiare, a viaggiare, a imparare. Contro il volere del padre, compie una scelta estrema. Il tragitto di Consalvo ha una forte attinenza con il nostro presente. Dal mondo che lo circonda, fatto di compromessi e corruzione, Consalvo coglie una profonda lezione di vita e alla fine sceglie di impossessarsi del potere per non lasciarsi sopraffare da quello stesso mondo.

 

 

STORIA DI UNA CAPINERA

Un film di Franco Zeffirelli. Con Valentina Cortese, John Castle, Vanessa Redgrave, Frank Finlay, Sinéad Cusack, Angela Marie Bettis, Jonathon Schaech, Camillo Pilotto, Mario Ferrari, Claudio Gora, Amalia Pellegrini, Maria Jacobini, Marina Berti, Teresa Mariani, Pat Heywood, Barbara Livi, Angela Bettis, Oreste Fares. Genere Drammatico, colore 99 minuti. - Produzione Italia 1993.

Catania. Maria, giovane figlia di un vedovo che si era risposato, all’età di sette anni, poco dopo la morte della madre, è destinata al convento, non in seguito al manifestarsi di una sua vocazione alla vita monacale, ma per un’irrevocabile decisione familiare. Nella nuova famiglia, composta dalla matrigna e dai due fratellastri Gigi e Giuditta, non c’è più posto per lei: il convento è la sola via d’uscita possibile ai mali della società di quel tempo. Ha quasi 20 anni Maria quando nel 1854 a Catania scoppia l’epidemia di colera ed è costretta quindi a far ritorno a casa, trasferendosi con tutti i familiari nella tenuta di campagna a Monte Ilice.
La storia prende avvio proprio da questo momento, quando, come farà quotidianamente, scrive una lettera alla compagna di noviziato, l’amica del cuore Marianna. In queste lettere Maria parla di sé, della sua famiglia, della vita che conduce in campagna e soprattutto dell’amore pudicamente vissuto per Nino, figlio dei loro vicini, la famiglia Valentini. L’amore di Maria, vissuto come gioia e turbamento dapprima, si trasforma poi in passione, gelosia, ossessione, in un percorso che presto la conduce alla follia. Nino viene dato in sposo alla sorellastra Giuditta proprio mentre Maria è costretta far ritorno in convento, per prendere i voti, dalla matrigna, accortasi dei forti sentimenti fra i due giovani.
Straziata e sfinita dal dolore per l’impossibilità d’amare, anche se ricambiata da Nino, Maria muore nella cella sotterranea del convento destinata alle mentecatte, proprio come quella capinera rinchiusa dal suo padroncino in una gabbia, privata della sua libertà, dei suoi istinti naturali.
è il primo romanzo di Verga che conobbe un incontrastato successo di pubblico, successo destinato a rimanere duraturo. Scritto nell’estate del 1869 mentre si trovava a Firenze, per interessamento di Francesco Dall’Ongaro venne pubblicato dapprima, nel 1870, sulla rivista La ricamatrice, edita dall’editore milanese Lampugnani, e poi, nel 1871, in volume sempre dallo stesso editore: il romanzo era introdotto da una lettera-prefazione che Dall’Ongaro indirizzava a Caterina Percoto. Due anni dopo venne ripreso da un editore importante come il Treves che lo ripubblicò senza l’introduzione di Dell’Ongaro.
Appartiene al periodo dei cosiddetti romanzi giovanili, cittadini e mondani, anche se si differenzia da questo quadro per più di un motivo. Innanzitutto per l’ambientazione in campagna rispetto alla città, inoltre l’amore impossibile per Nino che porta Maria a poco a poco alla follia è esasperato e drammatizzato in eccesso, elemento nuovo ed inquietante in confronto alla melodrammaticità di altri suoi personaggi femminili. Il taglio epistolare del romanzo garantisce linearità alla narrazione derivante da un punto di vista unico ed unitario, quello del personaggio che scrive le lettere e a cui il narratore lascia libero tutto il campo poiché si isola dietro l’artificio della storia sentita raccontare da una terza persona e da lui riportata. La vicenda pare denunciare l’intenzione di sfruttare la struttura sensibile di una sentita polemica sociale sull'ingiustizia della condizione femminile dell’epoca, privata della sua libertà di decidere del proprio destino, assoggettata a uno stato di inferiorità.
Il linguaggio di Maria è dominato da una certa enfasi sentimentale, è lezioso nel patetico, ridondante nell’uso stucchevole dei diminuitivi. Maria non si presenta ancora come personaggio narrativamente vero, però si configura agli occhi dei lettori con una certa credibilità: al di là degli eccessi enfatici, lo svolgersi del suo dramma umano finisce per risultare plausibile e psicologicamente motivato.
La “capinera”: un nuovo personaggio che va a inserirsi in quella galleria dei vinti ai quali Verga concede la possibilità di morire, non quella di avere fede. La loro sofferenza non trova conforto nella religione, come ci testimonia la tragica storia di Maria: chi può restare più vinto della giovane novizia che paga con la vita il suo desiderio irrealizzato di amore?

 

 

DIVORZIO ALL'ITALIANA

Regia: Pietro Germi anno: 1962 Nazione: Italia Produzione: Lux Film Durata: 120' Genere: commedia CAST Daniela Rocca Marcello Mastroianni Leopoldo Trieste Stefania Sandrelli Lando Buzzanca

Nella rovente terra di Sicilia, il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni), arde d'amore, riamato, per la cugina sedicenne (Stefania Sandrelli), cui potrebbe essere padre. Peccato però, che egli, oltre ad essere, per cause paterne, quasi totalmente in rovina, sia anche maritato da dodici lunghissimi anni con una fedele, amorevole e sottomessa femmina, non solo tutt'altro che bella, ma in grado di raffreddare, come dire, qualsiasi slancio amoroso ed affettivo del marito, che, chissà perché, "se la pigliò".
Come uscire da questa situazione di sofferenza sentimentale, in un profondo sud che parla solo, tra uomini, di femmine altrui, ma in cui il progresso culturale e l'emancipazione del costume stentano ancora, per così dire, a far breccia ? Come, in uno stato egoista, che, all'epoca, ancora non contemplava il divorzio ? Serve un "divorzio all'italiana", appunto, appellandosi al famoso ed a quel tempo non ancora abrogato art. 587 del Codice Penale, che magistralmente esprimeva il concetto secondo cui in certe occasioni "ammazzare la moglie non è reato". Infatti, contemplando il cosiddetto "delitto d'onore", permetteva all'uomo, inequivocabilmente reso cocu dalla consorte, di sopprimerla, scontando una pena pressoché simbolica.
Perfetto. Non resta allora, al nostro barone, febbricitante di passione, che scovare un povero cristo da mettere sapientemente accanto alla moglie, fedelissima, ma in realtà anch'essa (e come potrebbe essere altrimenti, in fondo ?) insoddisfatta sposa, ed aspettare che gli eventi maturino…

Graffiante, grottesco, di ironica denuncia; sapido, intelligente, senza pause; monotematico (art. 587 C. P.), eppure poliedrico, artistico, spassoso; un piccolo capolavoro. Ecco quel che ci viene in mente, a tutta prima, riguardo quest'opera del regista Pietro Germi, che mette alla berlina tutta l'ipocrisia, l'egoismo, il maschilismo becero e moralmente inaccettabile di un periodo che oggi pare tanto lontano, ma che in realtà è appena dietro l'angolo. Mattatore assoluto e perfettamente plausibile, tra i suoi rovelli, benché in una parte risibile e buffonesca, un Mastroianni dai mitici baffi, io narrante per gran parte della pellicola. Bella prova per la giovane Sandrelli (doppiata). Assolutamente irresistibili certi passaggi del film, come quello in cui il barone, ormai pubblicamente tradito, scorre la posta, custodendo gelosamente per il futuro processo le missive anonime con scritto "cornuto", e stracciando con disgusto le lettere di solidarietà pervenute. Perfino il finale, anzi finalissimo, regala tanto, assecondando il motto latino "in cauda venenum".
Ispirate e bellissime le musiche di Carlo Rustichelli, girato in parte a Catania. Premio Oscar per la sceneggiatura originale, premiato a Cannes come miglior commedia.

 

 

 

 

PAOLO IL CALDO

Un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Mario Pisu, Attilio Dottesio, Andrea Aureli, Oreste Lionello, Bruno Scipioni, Umberto D'Orsi, Lionel Stander, Ugo Fangareggi, Femi Benussi, Eugene Walter, Pilar Velasquez, Angela Covello, Anna Melita, Roberta Paladini, Barbara Bach, Orchidea De Santis. Genere Commedia, colore 124 minuti. - Produzione Italia 1973.

Cresciuto in una famiglia in cui, da sempre, tra i maschi si perpetua la tradizione di arroganza e gallismo, da cui si è astenuto solo suo padre, uomo di idee socialiste, il giovane barone catanese Paolo Castorini , compiuti i venti anni, mostra di voler seguire l'esempio del nonno e dello zio, dongiovanni impenitenti. Sconvolto dal suicidio di suo padre, e dalle sue ultime parole, egli decide, per uscire dal cerchio in cui è imprigionato, di trasferirsi a Roma, dove si trova lo scrittore Vincenzo Torrisi, suo amico e compagno di bagordi. Nella capitale, riprende la vita di sempre, avviando una serie di avventure con la spregiudicata Lilia, con una principessa, una sartina, una militante comunista. Tornato a Catania per la morte della madre, decide di sposare la graziosa ed ingenua nipote di un farmacista. La moglie, conscia di non riuscire ad essere la donna che vuole, lo abbandona. Solo e disperato, irrimediabilmente schiavo del piacere, incapace di ripristinare il dominio della ragione e di seguire i consigli paterni, Paolo sa di essere condannato, come i suoi squallidi parenti a vivere una vita di solitidine.
Critica "La trasposizione cinematografica del romanzo incompiuto di Vitaliano Brancati narra la storia di un erotomane che, incapace di risolvere il conflitto tra i sensi e la ragione, è destinato a rimanere per sempre schiavo dei primi. Anziché porre l'accento sul dramma esistenziale del personaggio - alla cui sofferenza, quando s'accorge di non poter tornare indietro, il film riserva appena le ultime scene - il regista si è affidato a una puntualizzazione tutta esteriore dei fatti.

 

 

 

 

 

 

 

MALIZIA

Un film di Salvatore Samperi. Con Tina Aumont, Laura Antonelli, Lilla Brignone, Turi Ferro, Alessandro Momo, Angela Luce, Pino Caruso, Stefano Amato. Genere Commedia, colore 99 minuti. - Produzione Italia 1973.

Fu 'Malizia' il film che segnò la svolta in un genere cinematografico, quello sexy-erotico, che sembrava avere il fiato corto, e che invece, anche grazie al film di Salvatore Samperi, acquistò nuova linfa e si rigenerò con successo fino al termine degli anni settanta. Il motivo del trionfo al botteghino di 'Malizia' fu dovuto soprattutto alla sua protagonista, la splendida Laura Antonelli, la cameriera che deve soddisfare i desideri sia di un anziano vedovo (il bravissimo Turi Ferro) che dei suoi figli, uno dei quali interpretato dallo sfortunato Alessandro Momo. La Antonelli non solo era bella e sensuale, ma rappresentava una novità per questo genere di film: l'attrice che mostrava le sue grazie non era più una stangona straniera, non una irraggiungibile Barbara Bouchet, una prorompente Edvige Fenech, non una super sensuale Femi Benussi, ma aveva i panni di una donna dal viso semplice, quasi una insospettabile vicina di casa condiscendente che tutti i maschi italiani sperarono, prima o poi, di incontrare sul pianerottolo di casa.
Era il 1973, la tv era ancora più che bacchettona, e i film sexy imperversavano nelle sale ma con il divieto ai minori: dinanzi ai cinema in cui si proiettava 'Malizia' c'era la fila dei giovanissimi, adolescenti impossibilitati ad entrare a causa del divieto, che si accontentavano dei racconti dei fratelli più grandi. E c'era poi la caccia al cinema in cui la cassiera non chiedeva il documento d'identità e che 'ti faceva entrare'. Tutti ad ammirare lei, la Antonelli che, fotografata da un grande Vittorio Storaro, saliva sulla scaletta per spolverare mostrando calze nere, una maliziosa giarrettiera e, soprattutto, le sue bellissime gambe; lei che sapeva fulminare lo spettatore col suo sguardo semplice, con la sua bellezza cristallina, con quella insospettabile carica erotica.
La carriera di Laura Antonelli avrebbe segnato altri punti importanti negli anni settanta: dal divertente 'Sesso matto', a 'Mio Dio come sono caduta in basso!', all'indimenticabile 'La divina creatura' di Patroni Griffi, dove, al fianco di un frastornato Terence Stamp, si esibiva nei famosi sette minuti di nudo integrale. Sappiamo tutti che fine ha fatto la Antonelli, sembra impossibile credere che la donna dei desideri dei maschi italiani negli anni settanta possa avere avuta una vita così piena di problemi. Ma noi tutti la ricorderemo sempre bella in questo piccolo film culto di un genere cinematografico che molti disprezzano ma che ha da sempre suscitato la curiosità di tutti.
ERNESTO MARIA VOLPE (pagine70.com)

 

 

 

 

PERDUTO AMOR

Nazione: Italia Anno: 2002 Genere: Commedia Durata: Regia: Franco Battiato Cast: Corrado Fortuna, Donatella Finocchiaro, Gabriele Ferzetti, Ninni Bruschetta, Rada Rassimov Produzione: Franco Battiato, Francesco Cattini Distribuzione: Warner Bros

Battiato non ha girato un film ma ha scritto una canzone montandoci delle immagini al posto delle note. Ha preso il pentagramma e come un album di ricordi ci ha incollato sopra le fotografie della sua infanzia a Riposto negli anni Cinquanta. 

Però, come dichiarato da lui stesso, non è un film autobiografico, infatti i ricordi della sua infanzia si limitano soltanto ai luoghi, agli oggetti e alle usanze che fanno da contorno alla storia dell’immaginario Ettore Corvaia. Ha usato i sogni e l’emancipazione del protagonista come un binario che ci porta attraverso tanti flash di rimembranze sul percorso Catania-Milano; e i cambi improvvisi fra la trama e le altre inquadrature non sono altro che introduzione, ritornello, refrain, ritornello, refrain, ritornello, finale, proprio come in una canzone, una canzone di quelle buone, di quelle che ti raccontano una storia invitandoti, per vederla, ad entrarci dalla porta di servizio e non da quella principale. La Madonna nera di Fossati parla di una processione religiosa, di una statua nera che si inclina, di un uomo che la sorregge e la paragona alla donna amata. Eppure è una canzone d’amore. Chi l’avrebbe mai immaginato se non l’avesse detto lo stesso Fossati? Questo è il bello di entrare dalla porta di servizio.

Non pensavo che Battiato, cimentandosi al cinema quasi per gioco, riuscisse ad ottenere una fotografia degna di un regista con quattro oscar in bacheca. Ogni fotogramma è quasi un quadro. E poi i luoghi: Ragusa, Acicastello, Acitrezza, Catania e Palazzolo Acreide con i loro colori fanno già sceneggiatura; le suore con le tonache nere che si stagliano sulle facciate barocche di chiese costruite col tufo giallo, con lo sfondo del cielo azzurro… e poi la luce, l’immensa luce che c’è qui. Ungaretti deve essere passato da queste parti. Geniale la scena al macello, quando la cinepresa si sposta dalla mano armata di coltello - pronta ad uccidere l’animale – fino a salire sopra quel muretto affacciato sul mare dove si vede di spalle il piccolo Ettore, che non vuole più accettare quel mondo e sogna di veder passare il Rex dei suoi desideri e della sua fantasia, perché dentro di noi c’è sempre stato un Rex, simbolo di una partenza liberatoria che ti porta via.Gli oggetti, le situazioni, le battute necessarie per riportare lo spettatore indietro nel tempo sono tutti molto curati e, come uno storico consumato, Battiato non ha mai lasciato niente al caso. Nel bagno di casa Corvaia il padre con la brillantina in pomata davanti a un autentico specchio che si usava negli anni Cinquanta e dieci anni dopo il figlio con altro tipo di gel, altri pettini, altri specchi, altre canottiere, altro tutto (ma dove li ha trovati?). Tutto è stato messo al suo posto, minuziosamente, come in un museo di modernariato.

Ho letto della visione metafisica di Battiato riportata in questo film. Mah…io non ne capisco niente di metafisica, forse sto parlando di metafisica e nemmeno me ne rendo conto. Comunque, le immagini presentano con dovizia di particolari una generazione e un mondo che non c’è più. Alcune cose me le ricordo e sono arrivato in tempo a vederle, anche se sono più giovane di Battiato: il mangiadischi, le seicento, quelle lampade sulle scrivanie, i complessini che suonavano su un palchetto con tastiere Farfisa traballanti e con improvvisati impianti di amplificazione, le uova acquistate in campagna, ecc. E anche i modi di dire e di fare: con calma, senza fretta, senza stress; ritmi molto cadenzati, perché allora di tempo ce n’era tanto e di cose, a differenza di oggi, se ne facevano poche ma buone. Le ventiquattro ore di un giorno sembravano non finire mai e, a volte, la salutare partita a briscola nel film serviva ad esoricizzare certe situazioni. 

Oggi sembrerebbe una cosa inutile e noiosissima e si scapperebbe subito presso lo studio di un consulente familiare, per non perdere tempo. Sempre per non perdere tempo.

Perché non lo fermiamo questo tempo? Dalle parti di Acireale, in una frazione incastonata fra giardini di limoni e il mare, c’è un bar a conduzione familiare che produce una granita di mandorla buonissima, ma il servizio è pessimo. Può capitare di ordinarla e sentirsi rispondere "Ora a voli? Si facissi du passi ca poi a facemu!". Magari poi te la preparano subito, anche a mezzanotte, ma quelle lamentele sprigionano tutto il folclore e la sottile ironia che circolano da queste parti. I catanesi lo sanno, ci vanno apposta e stando al gioco si divertono a ricevere le risposte più colorite alle loro richieste. E fanno questo anche per passare tempo, e questo da noi si chiama "sbaddu" (spiego altrove cosa significa). 

Il bello viene quando capita da quelle parti una famigliola del Nord che si incazza quando riceve quelle risposte, risposte che non comprendono, perché la loro vacanza è tutta programmata e il tempo destinato all’assaggio di quella prelibatezza era soltanto di venti minuti, sempre per non perdere tempo. E invece non sanno che il divertimento è proprio lì, cogliere l’attimo di certe situazioni occasionali, sfruttarne tutti i suoi aspetti positivi e spassosi, senza guardare l’orologio o il telefonino.

Devo dire che il film mi ha affascinato fin dall’inizio. Tanto ne ero preso che nel finale vengo pure colto di sorpresa: "Oh, guarda chi c’è… che ci fa De Gregori qui?", quasi dimenticando il motivo della mia presenza in quel cinema. Subito dopo, però, ho sollevato istintivamente la mia mano destra quasi a cercare il testo "rewind" del telecomando. Devo dire che nella parte del musicologo che parla di catarsi e sciamani si è comportato davvero bene, complimenti.

La Sicilia, chiaramente, non è più come quella descritta nel film, anche qui la gente corre e pigramente si affida alla tecnologia perché è più comodo e non fa perdere tempo. Il cucito non si fa più come in quel bellissimo cortile circondato da banani, dove le donne, fra l’ago, la lingua e il ditale (facendo finta di essere sottomesse) regolavano il destino dei loro uomini. 

E’ sempre stato così, in Sicilia hanno sempre comandaro loro.La battuta finale di Sgalambro, seduto al tavolino di un bar in una piazza assolata, simboleggia tutto il nostro modo di essere: "La Sicilia esercita un diritto di appartenenza. Per favore, una granita alla mandorla".

E’ vero, siamo fatti così. Seduti a un tavolino, con una granita di mandorla davanti e stavolta PER perdere tempo, volutamente, quaggiù siamo ancora capaci di consumarla impiegandoci anche due ore filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando, filosofando …

(MimmoRapisarda)

 

 

MIMI' METALLURGICO FERITO NELL'ONORE

Regia: Lina Wertmuller Sceneggiatura: Lina Wertmuller Fotografia: Dario DiPalma Scenografia: Amedeo Fago Costumi: Enrico Job Musica: Giuseppe Verdi,Piero Piccioni Montaggio: Franco Fraticelli Prodotto da: Daniele Senatore,Romano Cardarelli (Italia, 1971) Durata: 121'

PERSONAGGI E INTERPRETI Rosalia Capuzzo in Mardocheo: Agostina Belli Carmelo 'Mimì' Mardocheo: Giancarlo Giannini Fiorella 'Fiore' Meneghini: Mariangela Melato

Mimì, operaio siciliano di sinistra, viene licenziato a causa delle sue idee politiche. Costretto ad emigrare al nord, a Torino, per cercare un nuovo impiego, l'uomo lascia la moglie Rosaria. Giunto a Torino, Mimì trova lavoro come edile presso l'Associazione Fratelli Siciliani, che gli offre anche una sistemazione. Ben presto, però, Mimì capisce che l'associazione assistenziale è solo una facciata per coprire una serie di attività illecite della mafia. Dopo un attimo di titubanza, Mimì approfitta della situazione e fa carriera, grazie alla protezione mafiosa, in un'industria metallurgica. Nel frattempo si trova anche un'amante: Fiore, dalla quale ha un figlio. Quando però ritorna a Catania, con tanto di amante al seguito, Mimì scopre che sua moglie aspetta un figlio da un brigadiere della finanza. Deciso a vendicarsi Mimì seduce a sua volta la moglie del brigadiere e la mette incinta. Dopo che Mimì ha rivelato la verità al brigadiere, un sicario della mafia si mette in mezzo e per paura che l'uomo abbia una reazione contro Mimì, lo uccide. Mimì passa poco tempo in prigione finché la mafia lo fa scarcerare. All'uscita di prigione, diventa galoppino elettorale di un noto esponente mafioso. Si ritrova la moglie e l'amante con i rispettivi figli. Ma un giorno Fiore, l'unica che lo amava davvero, disillusa dalla situazione, lo abbandona.

 

 

 

 

 

 

 

UN BELLISSIMO NOVEMBRE

Regia: Mauro Bolognini Interpreti: Margarita Lozano, Gabriele Ferzetti, Paolo Turco, Gina Lollobrigida Durata: h 1.31 Nazionalità: Italia 1969 Genere: drammatico Al cinema nel Gennaio 1969

Nino è un irrequieto adolescente di Catania, che cova una sfrenata passione d'amore per la zia Cettina. La donna, che è sposata e matura, ricambia in parte l'attenzione del nipote Nino ma allo stesso tempo è interessata ad un socio del marito, giovane ed aitante. Nino che è costretto così ad allontanarsi dalla zia, reagisce accettando suo malgrado. Infine il giovane, pur non dimenticando la focosa zia si sposa con una coetanea. 

Il film è tratto da un romanzo di Ercole Patti. Tutto ha inizio in uno dei salotti borghesi di Catania dove il giovane Nino è seduto con la zia sulle gambe, ciò ovviamente gli provoca delle forti emozioni che alla sua età saranno difficili da dimenticare. Lo sfondo si sposta alle pendici dell'Etna in una masseria nel mese di novembre (che ha sempre qualcosa di affascinante e misterioso). Il giovane s'innamora perdutamente della zia con la quale arriva a consumare la sua prima esperienza sessuale. Le conseguenze di questo amore proibito, data la parentela, per il giovane sono nefaste non solo perché lo porta ad una "morte psicologica", infatti il suo unico pensiero è rivolto alla zia, ma anche alla morte vera e propria poiché durante un raptus di gelosia insegue la zia che si era appartata con un altro uomo; temendo di essere scoperto scappa via e noncurante dei pericoli del sentiero "batté violentemente il capo su una roccia e non si mosse più".

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Un_bellissimo_novembre"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL VANGELO SECONDO MATTEO

REGIA: Pier Paolo PASOLINI PRODUZIONE: Italia - 1964/2004 - Dramm./Biblico DURATA: 137' INTERPRETI: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Alfonso Gatto, Elio Spaziani, Luigi Barbini, Giacomo Morante, Giorgio Agamben, Guido Cerretani, Ferruccio Nuzzo, Rosario Migale, Enzo Siciliano, Otello Sestili, Alessandro Clerici, Paola Tedesco, Natalia Ginzburg SCENEGGIATURA: Pier Paolo Pasolini FOTOGRAFIA: Tonino Delli Colli SCENOGRAFIA: Luigi Scaccianoce - Dante Ferretti MONTAGGIO: Nino Baragli COSTUMI: Danilo Donati MUSICHE: Luiz E. Bacalov - Carlo Rustichelli Bach, Mozart, Prokofiev, Webern

L'indicazione cinematografica per il Venerdì Santo ci induce alla visione di un'opera fra le più amate e discusse sulla vita di Gesù: “Il vangelo secondo Matteo”, diretto da Pier Paolo Pasolini. Il film fu presentato il 4 settembre del 1964 alla XXV Mostra di Venezia, che gli decretò il Premio Speciale della Giuria. Dopo il restauro della pellicola del 2004, il film lo si può reperire in videoteca. Questo film ci tocca molto da vicino, essendo stato in larga parte girato in Basilicata, in particolare a Barile e a Matera, con qualche esterna anche a Potenza, come in Puglia, in Calabria e nella Valle dell'Etna. La fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli ne esalta i contenuti, con la sua immagine di povertà, non meno dei costumi curati da Danilo Donati, e delle musiche originali di Luis Bacalov, oltre che del repertorio classico che tocca Bach, Mozart, Prokofiev, Webern, con incursioni nella musica etnica africana, incisiva ed intensa come lo sono i canti rivoluzionari russi. E poi il cast: Gesù è interpretato dallo studente spagnolo Enrique Irazoqui (doppiato da Enrico Maria Salerno); Margherita Caruso è Maria da giovane; la madre del regista Susanna Pasolini interpreta l'anziana Madonna; e infine la schiera di scrittori e poeti a lui cari, come Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Alfonso Gatto (l'apostolo Andrea) Enzo Siciliano (Simone); e Ninetto Davoli (pastore); Amerigo Bevilacqua (Erode I); Francesco Leonetti (Erode II); assistente alla regia Elsa Morante. Innumerevoli i premi vinti dal Vangelo dopo aver commosso il pubblico a Venezia. Il film è una riproposizione molto fedele del Vangelo secondo Matteo. Si ripercorrono le tappe della vita di Gesù Cristo: la nascita, Erode, il battesimo di Giovanni Battista fino ad arrivare alla morte e alla resurrezione.

Pasolini lesse il Vangelo per la prima volta nel 1942, la seconda ad Assisi nel 1962 su invito della Pro Civitate Christiana presso la Cittadella. L 'iniziativa venne da Lucio Caruso, un medico che operava nella Cittadella Cristiana e che aveva fondato alcuni lebbrosari in Africa. Quando abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo, leggevamo ancora nei suoi occhi un entusiasmo giovanile per quell'esperienza unica. Pasolini – ci raccontava – lesse il Vangelo di Matteo in una sola notte e lo trovò completo per una sceneggiatura. Riteneva la versione dell'apostolo Matteo quella che più d'ogni altra risalta l'umanità del Cristo, il suo essere uomo tra gli uomini. Pasolini non era cattolico, e quella mancanza di "resistenze interne" lo convinse a terminare questo ambizioso e rischioso progetto. Il Vangelo cui Pasolini si richiama lascia emergere una figura umana, più che divina, di Cristo che, anche se ha molti tratti di dolcezza e mitezza, reagisce con rabbia all'ipocrisia e alla falsità. È un Cristo che non è venuto a "portare la pace ma la spada", perché sia possibile accedere al regno di Dio con cuore puro "come quello dei bambini".
È, anche, un Cristo rivoluzionario. “Nel particolare momento storico in cui Cristo operava – sosteneva il regista - dire alla gente 'porgi al nemico l'altra guancia' era un'affermazione di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile. Infatti lo hanno crocifisso…"

E c'è la Basilicata da sfondo alle immagini sul Cristo di Pasolini. Esattamente le cantine di Barile, dove memorabili resteranno le immagini della “Strage degli innocenti”: bambolotti come bambini scaraventati e dilaniati dai crudeli soldati di Erode. Armati di spadino di legno e con un turbante nero, apparivano nella finzione di uccidere. E poi le donne riprese nel loro dolore, irrompono di prepotenza sullo schermo. I volti sono segnati dal sole, le madri sembrano nonne e le mamme (come la stessa Maria della Natività) sembrano bambine. Pasolini ridisegna, con percettibile coerenza, l'immagine di quel tempo, nel quale la miseria solcava il viso degli uomini, rendendoli incredibilmente identici.

Queste come altre, rimangono nel ricordo ormai sbiadito degli ultimi testimoni della presenza in Lucania dell'autore friulano, che scelse il Sud e questa regione, per rappresentare il dolore. Per il ruolo della Madonna (mirabile l'interpretazione sotto la Croce ) il poeta-regista portò in scena sua madre: mai scelta si rivelò più ardita, in un rapporto filiale mutuato nelle sequenze del pianto. Quasi un preludio al pianto per la cruenta sorte del regista-poeta. E infine quel Sud carico di significato, come l'Etna (per la scena della tentazione), l'imponente castello federiciano di Lucera (quale regno di Erode), la scarna gravina di Massafra per le predicazioni e infine l'aspra Crotone: la durezza e la bellezza del messaggio di Cristo, questo l'obiettivo di Pasolini assolutamente raggiunto.

Armando Lostaglio

 

 

LA SBANDATA

Un film di Alfredo Malfatti. Con Luciana Paluzzi, Domenico Modugno, Eleonora Giorgi, Umberto Spadaro, Pippo Franco, Franco Agostini. Genere Commedia, colore 90 minuti. - Produzione Italia 1975.

Un film sfortunato questo LA SBANDATA che, pur avendo tutte le qualita' per diventare un hit nel 1974 (un'appetitosa Eleonora Giorgi al massimo della forma, bianca e liscia come porcellana, Domenico Modugno nel ruolo principale e Samperi alla regia, reduce dalla sbornia colossale dei due miliardi e passa incassati al botteghino con MALIZIA), per motivi difficilmente spiegabili ha fallito il decollo ed e' rimasto in un cantuccio, ignorato dal pubblico e stroncato dalla critica, a raccoglier polvere prima nei magazzini dei distributori poi nelle videoteche.
Le cose si sono messe male per LA SBANDATA gia' prima dell'uscita nelle sale quando Samperi misteriosamente ne ricusa la paternita' facendolo firmare ad Alfredo Malfatti, fino ad allora (e da allora in seguito) poco noto documentarista.
Eppure, nonostante la retromarcia del regista, il "tocco Samperi" e' evidentissimo nel corso di tutta la pellicola nelle frequenti picchiate voyeuristiche della cinepresa su reggicalze e mutandine, nell'intrigo erotico "parentale" tutto svolto tra le mura domestiche e nelle frecciate politiche rare ma velenose. C'e' pure un'ironica autocitazione nella sequenza in cui la Giorgi, coperta di regali dallo zio Modugno appena rientrato in Sicilia dopo aver fatto fortuna negli USA, e' esortata dai genitori a contraccambiare con un soave "Grazie zio".
Modugno, solitamente dongiovanni a parole nei varieta' dell'epoca, ha modo qui di rendere piu' esplicito il suo personaggio pubblico rimestando a piene mani tra tette e culi di nipotina e cognata arrivando, in un momento di focosa passione, a fellare un delicato piedino della Giorgi per poi ingoiarlo quasi interamente (!!!). Una serie di piccole notazioni e tic, uniti al consumato mestiere dell'interprete, contribuiscono inoltre a rendere il personaggio dello "zio d'America" insolitamente profondo ed umano.
L'ex Bond girl Luciana Paluzzi e Pippo Franco, entrambi in versione "sicula" completano il cast.
LA SBANDATA e' uno dei rari esempi di quella cinematografia a cavallo tra il trash e il mainstream che definirei "di confine", e gli estimatori dell'una e dell'altra categoria troveranno certamente piu' di un motivo per godersi il film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I RACCONTI DI CANTERBURY

Un film di Pier Paolo Pasolini. Con Hugh Griffith, Franco Citti, Laura Betti, Ninetto Davoli, Joséphine Chaplin, Alan Webb, Tom Baker, Vittorio Fanfoni, Anita Sanders, Vernon Dobtcheff, Jenny Runacre, Philip Davis. Genere Epico, colore 122 (111) minuti. - Produzione Italia 1972.

Ancora una volta il verdetto di una giuria cinematografica non aderisce all’opinione che la maggioranza del pubblico e della critica si è fatta di un film. Un applauso striminzito, e commenti imbarazzati nonostante molte grasse risate durante la proiezione, hanno accolto la prima mondiale dei Racconti di Canterbury, il film di Pier Paolo Pasolini girato in Inghilterra (e quella inglese è l’edizione che l’autore considera originale) ma presentato dall’Italia al Festival di Berlino, secondo pannello d’un trittico ideale, governato dalla gioia di raccontare, che fu aperto dal Decameron e sarà chiuso dalle Mille e una notte.
La reazione del pubblico tedesco, assai calorosa finché le luci erano spente, riservata e quasi polemica quando si sono riaccese, è significativa, e non certo perché dettata dalla scabrosità della materia: proprio di fronte al grande Zoo Palast in cui il festival celebra i suoi fasti, una ormai famosa organizzazione con licenza di sconcezze proietta regolarmente i suoi filmini pornografici a un pubblico avvezzo a ben altro che ai nudi integrali e agli amplessi promiscui cari al cinema di Pasolini.
A parer nostro la platea di Berlino ha istintivamente afferrato che I racconti di Canterbury, anziché riecheggiare la struttura unitaria dell’originale letterario, è un film frammentario sia nell’ispirazione sia nella conduzione di ciascuna novella, come dire è divertente e spassoso in alcune scene, talché sbellicarsi dalle risa non è affatto indice di scostumatezza, ma anche, in molte altre, è confuso e di ritmo fiacco, e persino malinconico in quel frequente ricorrere, per far ridere, alle più sonore flatulenze. Da qui, nel complesso, un senso di insoddisfazione, di non rifinito e di affrettato, che l’autore ammette per primo (e infatti annuncia ritocchi), ma probabilmente dovuto anche al vezzo di Pasolini di far parlare i suoi personaggi, fraintendendo la nozione di naturalezza, con voci prese dalla strada, di amici personali o di indotti, controproducenti in un film che deve ricavare espressività anche dal colore e dal corpo del dialogo.
Come già per Decameron, accade che il prolifico Pasolini - un film l’anno, oltre i saggi, il teatro, la poesia - portando sullo schermo otto novelle di Chaucer, il poeta inglese del Trecento da lui stesso qui interpretato con simpatica ironia, e aggiungendovi qualche siparietto di dubbio gusto, confezioni uno spettacolo per le masse che ha grandi meriti nell’ordine paesistico e scenografico ma che stringe poca sostanza poetica e morale - benché si proponga di dire «grandi verità» tra scherzi e giochi - e nel rapporto fra realistico e fantastico perde colpi (soprattutto nella piuttosto scipita seconda parte). Sicché quel gran senso vitale che il film dovrebbe glorificare a scorno delle ideologie, e quella idealizzazione del medioevo cui dovrebbe condurre la nausea dell’oggi, sono assai più godibili nella composizione figurativa e nella visionaria interpretazione ambientale, spesso d’alta classe, che sulla tastiera emotiva e tonale delle varie novelle, mosse intorno ai soliti casi salaci e piccanti di mariti cornuti, di vecchi lascivi, di donne vogliose e ragazzi all’assalto, dove anche la morte ha ovviamente la sua parte, ma ciò che domina è la beffa, l’idea che il sesso è sempre allegria, e l’irresistibile provocazione visiva simbolizzata dalle natiche affacciate ai balconi della prima novella, strumento di spietato dileggio e veicolo di infernale castigo.
Motivi della stessa qualità farsesca, nutriti di festosa naturalezza ma raramente maturati a valori lirici, si ritrovano un po’ dovunque: sia nella novella della lussuriosa comare di Bath (Laura Betti), sia in quella dei due giovanottini che si vendicano di un ladrissimo mugnaio godendosene la moglie e la figlia, sia nella più lunga ed elaborata, del vecchio castellano (Hugh Griffith) che sposa una ragazzina (Josephine Chaplin), perde la vista, e la riottiene giusto in tempo per scoprirsi tradito. Cui si intrecciano le tragiche: dei tre amici che per impossessarsi d’un tesoro si ammazzano a vicenda, d’un venditore di frittelle che spia i viziosi e assiste alla loro morte sul rogo, del diavolo (Franco Citti) che s’accompagna a un ricattatore. A mezza strada, Pasolini ha ritagliato per Ninetto Davoli, memore del Circo , una sorta di balletto chapliniano molto amabile - forse la cosa migliore di tutta la pellicola - e in chiusura ha inventato sulle pendici dell’Etna un memorabile inferno bruegheliano, ancora una volta percorso dai temi petofoni, quasi leit-motiv d’un film che ad ogni buon conto ha per sigillo un sarcastico amen.
Riflesso schietto d’un artista che ha bandito i direttori di coscienza e s’è fatto una idea sempre più godereccia della vita e popolaresca del cinema, I racconti di Canterbury è un film che facilmente, nonostante i suoi difetti, diverrà un campione di incasso. Quella piccola frangia di pubblico che volesse trovarvi da ridire farà bene a non invocare fulmini censorii, perché nonostante gli eccessi cui può condurre la violenza espressiva la volgarità non è ancora l’osceno. Uno spunto di riflessione le sarà invece fornito dal fatto che di Pasolini, a Berlino, è stato presentato anche il documentario Dodici dicembre, ispirato alla strage di Piazza Fontana: un pamphlet che serve a smentire l’immagine d’un Pasolini ormai consegnatosi al più reazionario edonismo.

 

 

JOHNNY STECCHINO

Regia: Roberto Benigni Sceneggiatura: Roberto Benigni, Vincenzo Cerami Fotografia: Giuseppe Lanci Scenografia: Paolo Biagetti Costumi: Gianna Gissi Musica: Evan Lurie Montaggio: Nino Baragli Prodotto da: Group Tiger, Melampo (Italia,1991) Durata: 121' Distribuzione cinematografica: Cecchi Gori

PERSONAGGI E INTERPRETI Dante, Johnny Stecchino: Roberto Benigni Maria: Nicoletta Braschi Ministro: Franco Volpi Dottor Randazzo: Ivano Marescotti

Dante fa l'autista d'uno scuolabus per ragazzi disabili: uno di loro, Lillo, è il suo unico amico. Dante è ingenuo e un po' naif: a volte ruba per gioco qualche banana e, sempre senza malizia, truffa l'assicurazione, fingendo una menomazione alla mano destra.
Una notte è investito da un'auto, una donna scende di corsa per soccorrerlo, anche se Dante non ha riportato nessun danno: dopo averlo fissato un po', costei sviene. Qualche giorno più tardi, Dante incontra di nuovo Maria, bella e misteriosa, e se ne innamora. Lei gli cambia il nome in Johnny, gli disegna un neo sulla guancia, lo veste elegantemente, gli suggerisce il vezzo di masticare uno stecchino e poi lo porta fuori a cena. Ricoprendolo d'attenzioni, Maria riesce a spingerlo a partire per Palermo, dove sarà ospite in una lussuosa villa. Qui girano droga e loschi individui, tra i quali un presunto zio avvocato, che fa credere a Dante che la cocaina sia una medicina per il diabete. Dante è vittima d'un raggiro: la sua somiglianza impressionante con il marito di Maria, un mafioso italo americano di nome Johnny Stecchino, ha indotto la donna a servirsi di lui. Dante sarà ucciso dai mafiosi al posto di Johnny, che si nasconde negli scantinati della villa; così, la coppia di malfattori potrà tranquillamente fuggire all'estero.
Dante, maldestro e inconsapevole, provoca, suo malgrado, una serie d'equivoci. Riesce a smascherare un ministro corrotto e cocainomane, viene insultato dai palermitani durante una serata all'Opera, si salva da un tentativo di omicidio dal barbiere. Nel frattempo il vero Johnny, credendo che il sosia sia già morto, viene assassinato dai mafiosi in un bagno pubblico. Dante torna a Firenze e regala all'amico Lillo, malato di diabete, un sacchetto di droga che lui crede una medicina; Lillo la prova e corre per strada, felice.
Il film è stato girato quasi interamente in Sicilia. La Villa Caputo, in realtà Villa Arezzo, si trova dalle parti di Bagheria vicino Palermo. Le sequenze del teatro sono state girate al Teatro Massimo Bellini di Catania, mentre quelle del furto della banana a Letojanni (Messina), dove tuttora si possono trovare la bottega dell’ortolano, del barbiere ed il bar. L'autogrill dove viene ucciso Johnny è quello di Roccalumera Est.

 

 

 

 

 

 

L'UOMO DI VETRO

Regia: Stefano Incerti Italia 2006 Produzione: Raicinema, Red Film Musica: Andrea Guerra

Cast: David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo, Elaine Bonsangue, Ilenia Maccarrone
Sceneggiatura:Heidrun Schleef, Salvatore Parlagreco, Stefano Incerti (collaborazione)

Secondo le cronache Leonardo Vitale è stato il primo pentito di mafia che abbia consentito un’analisi puntuale della struttura di Cosa nostra. La sua confessione risale al 1972: allora solo un pazzo poteva fare una cosa del genere. Leonardo è un ragazzo debole, uno che per quanti sforzi faccia non è mai proprio uguale, conforme a quelli che gli stanno attorno: fa un po’ lo spavaldo con la sua ragazza, Maria, ma poi è un tenero innamorato che tutti i giorni l’aspetta quando lei esce dall’ufficio, e in fondo è diventato killer di mafia per compiacere lo zio che lo ha tirato su come un figlio fino ad accompagnarlo tra gli “uomini d’onore”. Così questo ragazzo commette un'ingenuità e si ritrova in carcere dove - tenuto in isolamento per 42 giorni e continuamente minacciato - perde il suo già debole equilibrio mentale. Una volta fuori scopre che il suo posto nel mondo è quello del matto conclamato, altrimenti è solo un morto che cammina.

Così, da un giorno all’altro, la vita di Leonardo si frantuma e l’unica cosa che giustifica il suo non aver seguito “le regole” è la pazzia, pazzia a cui affianca un pericoloso misticismo da cui potrebbe discendere un necessario perdono dei suoi peccati commessi come “picciotto”. L’esistenza borderline di Leonardo dura poco, però, perché un bel giorno decide, sotto la spinta della sua ricerca di redenzione, di rivelare alle forze dell’ordine tutto ciò che sa dell’organizzazione di Cosa nostra, dimostrando di avere un’ottima memoria, fornendo precise indicazioni sia sui delitti da lui stesso commessi, sia su quelli di cui è negli anni venuto a conoscenza. La sua unica salvezza sarà la pazzia, una lucida pazzia. I pazzi, si sa, fanno cose incomprensibili ai più ed i più avevano più voglia di capire (forse comprendere) la violenza dei mafiosi piuttosto che le motivazioni individuali di chi non riusciva più a vivere dentro a quei delitti e a quel particolare tessuto sociale. Leonardo, nella sua ingenuità, fa un grande azzardo, è un po’ come se salisse su un albero e da lì provasse a gridare al mondo la sua verità, protetto dalla distanza che l’albero della follia metteva tra lui ed il mondo. Matto, mistico, ma con licenza di parlare perché lucido (tutte le sue denunce trovano sempre precisi riscontri nei fatti noti alla polizia). E così continua, finché la sua mente, logorata dalle “cure” dei vari manicomi in cui soggiorna (elettrochoc e detenzione ai limiti della sopravvivenza) e dalle “attenzioni” che la mafia riserva ai suoi cari (uccidono il suo amico Salvatore e violentano la sua Maria), non cede inevitabilmente e finisce per non ricordare più: la sua unica arma si spunta e le porte del carcere si aprono per i mafiosi da lui accusati. In compenso la memoria della mafia non si spunta e sarà pronta all’appuntamento quando finalmente Leonardo sarà scarcerato.

Una storia di trentacinque anni fa, ma che potrebbe essere dell’altro ieri, un racconto efficace, narrato con i tempi giusti e ben eseguito da tutti i suoi interpreti. Una storia di denuncia che riesce anche a parlarci di avvenimenti più sottili, ci racconta con cura personaggi difficili che rendono più incisiva la denuncia stessa. Una storia che non resta lì - a Catania nel 1972 - ma ci raggiunge e ci coinvolge tutti: il racconto di un uomo che scopre che quanto più capisce ciò che osserva, tanto più si allontana dagli altri, vive di vita propria aldilà dello specifico contesto.

 

 

MALENA

Italia, 2000, Drammatico, 105', Làntia Cinema - Attori: Daniele Arena, Giovanni Litrico, Monica Bellucci, Giuseppe Sulfaro, Costumi: Maurizio Millenotti, Fotografia: Lajos Kolltai, Musica: Ennio Morricone, Regia: Giuseppe Tornatore, Sceneggiatura: Giuseppe Tornatore, Scenografia: Francesco Frigeri,

Sicilia, 10 giugno 1940: inizia la seconda guerra mondiale. Renato, 14 anni, è innamorato visceralmente di Malena, una bellissima donna molto più grande di lui. La spia, la pedina, vive in funzione di lei. Le loro strade seguiranno percorsi dolorosi e molto diversi: Renato diventerà adulto mentre Malena passerà da moglie devota, a vedova, a prostituta dei tedeschi. Alcune scene della scogliera sono girate a Catania

"Malèna" è la storia di un'ossessione erotica collettiva, espressa attraverso gli occhi di un ragazzino, Renato (l'esordiente Giuseppe Sulfaro, bravo e simpatico), follemente innamorato della donna più bella e misteriosa del paese (Monica Bellucci). Ci troviamo in Sicilia, in un periodo di tempo che va dallo scoppio della seconda guerra mondiale fino alla liberazione, e con gli occhi di Renato seguiamo le alterne vicende di Malèna, moglie fedele di un uomo partito in guerra e dato per morto, vittima della mentalità ipocrita e provinciale del paese in cui vive, e infine prostituta per tedeschi e fascisti.

Nonostante la bellezza dei luoghi e della protagonista, l'opera di Tornatore risulta fredda, e riesce raramente a coinvolgere davvero. Per tre quarti di film si ripetono ossessivamente sequenze in cui Malèna passeggia con distacco per il paese suscitando i commenti più volgari da parte degli uomini, alternate a scene, a volte comiche, in cui Renato la spia, la sogna, la desidera. Tra visioni, masturbazioni, corse in bicicletta per una Sicilia assolata e piena di vita (ma anche un po’ scontata e di maniera) il film e la vita di Renato si trascinano avanti stancamente fino alla svolta finale, che ristabilisce un equilibrio interrotto dalla guerra.

Il corpo di Malèna

Sergio Leone diceva che Clint Eastwood può fare solo due espressioni: con o senza il cappello. La Bellucci, sprovvista di cappelli, sfoggia un'unica espressione per gran parte del film. Non che questo sia un vero problema: Malèna è agli occhi di Renato (e di tutti gli uomini del paese) più che altro un corpo, da osservare, sognare, e magari conquistare. E' un'icona, un luogo comune, è la bella del paese. E quel corpo perfetto, su cui il regista indugia spesso, verrà, a liberazione avvenuta, sfigurato dalle altre donne, invidiose. Malena, in una scena molto forte e riuscita, subirà un linciaggio e pagherà non tanto per la sua connivenza con i tedeschi, ma per la sua irraggiungibile bellezza. E' qui, nelle ultime sequenze, che finalmente il film comincia a farsi sentire più vero e la storia perde per un momento quella artificiosità che la contraddistingue. Renato diventa l'artefice della riunificazione tra Maléna e il marito, e continuerà, adesso più teneramente, a voler bene a quella donna che non riuscirà a toccare mai se non per un attimo, alla fine, quando potrà augurarle buona fortuna.

Francesco Fasiolo

 

 

LA PRIMA NOOTTE DEL DR. DANIELI, INDUSTRIALE COL COMPLESSO DEL GIOCATTOLO

Un film di Gianni Grimaldi. Con Françoise Prévost, Alfredo Rizzo, Saro Urzì, Lando Buzzanca, Katia Kristine, Linda Sini, Enzo Garinei, Carletto Sposito, Ira Fürstenberg, Ileana Rigano, Katia Christine, Renato Malavasi, Francesco Sineri. Genere Comico, colore 93 minuti. - Produzione Italia 1970.
È una classica commedia erotica all'italiana: Carlo Danieli è un industriale siciliano, donnaiolo superdotato. Sposa la bella Elena, ma la prima notte di nozze scopre che la ragazza è ancora vergine. Abituato a frequentare donne di facili costumi, Carlo resta sconvolto dalla notizia al punto da non riuscire a concludere nulla.
Si confida con un medico, che però ha la chiacchiera facile: in breve la notizia si diffonde. Anche la madre di Elena, Donna Virginia, viene a saperlo dalla figlia, e raggiunge la coppia per cercare di aiutarli.
Carlo prova tutti i rimedi possibili, infilandosi in situazioni paradossali, infarcite di doppi e tripli sensi piuttosto grevi. Per cercare di ottenere l'effetto sperato, Carlo Danieli comincia a consumare una notevole quantità di acqua Pozzillo, all'epoca imbottigliata nell'omonima frazione di Acireale, considerata terapeutica per coloro che sono afflitti da problemi di erezione. Tuttavia non cambia nulla.
Sarà Donna Virginia a trovare la soluzione: per aiutare il genero a superare il complesso, pagherà una prostituta. Carlo ritroverà così la sua virilità e l'onore perduti.

 

 

 

 

 

 


 

AGENTE MATRIMONIALE

Un film di Cristian Bisceglia. Con Corrado Fortuna, Nicola Savino, Ninni Bruschetta, Elena Bouryka, Maura Leone, Elisa Sciuto, Vittorio di Paola. Genere Drammatico, colore 100 minuti. - Produzione Italia 2006. - Distribuzione 01 Distribution

Giovanni ha trent'anni. È siciliano di nascita ma ormai milanese d'adozione, dove è stato costretto a emigrare per motivi di lavoro. Anche a Milano però Giovanni, che non ha mai perso le peculiarità caratteriali della sua Sicilia, che oltretutto male si addicevano alla nordista vita milanese, perde il suo impiego e decide così di tornare nella sua città natale: Catania. Qui non trova di meglio da fare che mettersi "in società" con il suo vecchio amico e compagno di università Filippo a fare l'agente matrimoniale, con metodi, a dir poco, poco ortodossi, su tutti il "metodo Cyrano".
In Sicilia Giovanni si ritrova invischiato nelle dinamiche, nei magheggi, nelle situazioni tipiche della sua terra e di chi la popola, trovando non poche difficoltà ora a riadattarsi. Fino a quando un incontro con Aurora, trent'enne del nord, gli sconvolgerà nuovamente la vita.
Esordio nel lungometraggio per il regista milanese Christian Bisceglia che, dopo aver ottenuto enorme successo di pubblico e di critica con il suo cortometraggio Il regalo di compleanno, arriva così a cimentarsi nel lungo, trovando come produttori Eleonora Giorgi e Massimo Ciavarro. E firma quella che vorrebbe essere una tipica commedia italiana, saldamente concentrata fra toni grotteschi e toni drammatici. Il risultato non riesce però a essere del tutto positivo con una sceneggiatura spesso banale e ripetitiva e un plot che, sebbene all'inizio possa promettere bene, non riesce a essere sviluppato nel migliore dei modi. Una regia ancora eccessivamente acerba e impersonale, una fotografia inesistente e un montaggio piatto, banalizzano le quasi due ore di pellicola.
Anche il cast sembra fossilizzarsi troppo nella psicologia dei propri personaggi, che alla fin fine troppo spesso appaiono delle macchiette: Nicola Savino, alla sua prima esperienza cinematografica dopo tanta televisione e altrettanta radio, è forse il migliore di tutti, in virtù proprio del suo esordio, mentre Corrado Fortuna purtroppo non riesce a scrollarsi di dosso le espressioni del suo personaggio in My Name is Tanino di Paolo Virzì. Un film non riuscito che però, in quanto esordio, può far sperare in un'opera seconda.

 

 

 

 

VERA

Il cinema torna a Catania con il film «Vera» del regista Joseph Vilsmaier, una coproduzione italo-tedesca per la televisione, che vede tra gli altri agire sulla scena gli attori italiani Mario Adorf, Orso Maria Guerrini e Giovanna Rei, e tedeschi Lara joy Korner e Gunther Gillian. Il film sarà girato tra Catania e Dusseldorf.
E' una storia d'amore ambientata negli anni Sessanta, realmente accaduta, tra un giovane siciliano, (Gaetano) emigrato in Germania e di una giovane tedesca (Vera) che seguirà il suo fidanzato in Sicilia dove verrà coinvolta in un intreccio di avventure pericolose...
Auguri di tanta fortuna a questa nuova produzione cinematografica che porterà nel mondo le immagini di Catania e dei paesi etnei.

 

IL SOLE NERO

Un film di Krzysztof Zanussi. Con Valeria Golino, Kaspar Capparoni, Lorenzo Balducci, Mariella Lo Sardo, Toni Bertorelli, Victoria Zinny, Remo Girone. Genere Drammatico, colore 104 minuti. - Produzione Italia, Francia 2006.  Agata e Manfredi si amano di un amore assoluto. Dopo una notte di passione in cui i giovani sposi progettano un figlio e il futuro, Manfredi viene ucciso per noia e invidia da un vicino di casa balordo, celato dietro una persiana. Agata, impazzita per la perdita prematura del marito, è decisa a vendicarsi. Diffidente nei confronti dello Stato e della sua giustizia, Agata riconosce, pedina e inchioda al suo destino l'assassino del compagno.
Dopo l'elaborazione del lutto sentimentale dell'ambasciatore "non grato" e polacco del film precedente, Zanussi gira un melodramma metafisico ispirato a un fatto di cronaca accaduto nella provincia catanese. Nella città siciliana cova il dolore e la vendetta di una sposa che il capriccio di un "angelo caduto" ha reso dissennata e vedova. Formalmente elegante e rigoroso, il cinema del regista polacco risulta composto e distante nel trattare l'amour fou. La freddezza del film risiede nella volontà di non intervenire se non coi fatti, un metodo oggettivo tenacemente attaccato allo stato delle cose piuttosto che ai sentimenti.
Neppure la morbidezza della Golino riesce a creare il caos necessario a scompigliare le perfette geometrie esistenziali del film, la passione eccessiva e totale di Agata per Manfredi è tragica ma priva di vertigine. Lontani dalla Sicilia che "respira" di Crialese, i bei lineamenti dell'attrice sembrano piuttosto raffreddati dalla direzione di Zanussi, che non si annienta mai nel suo personaggio. Persino il mare di Siracusa che "infrange" Catania (il film è stato girato nelle due città siciliane che per licenza poetica diventano una sola) resiste alla sua macchina da presa, incapace di esplorarne l'identità profonda.
Le incertezze fisiologiche, la Tradizione, la profondità storica della Sicilia restano impermeabili allo sguardo "straniero" del regista, che non raccoglie l'emozione della sua eroina e che contrasta il racconto invece di accompagnarlo. È un film di oggetti, di superfici (quadri, specchi, pavimenti, tavoli e tavole da obitorio), di dettagli distribuiti per restituire il punto di vista di Agata, che nello sfiorare la realtà non fa che rivelarsene estranea, incapace a coglierla se non frantumata e alienata. Più abile e a suo agio nello sfruttare la situazione nascosta dietro le apparenze della situazione evidente, Zanussi sacrifica l'anima melò a quella metafisica e affronta il tema della giustizia intesa come conoscenza assoluta attraverso un caso di cronaca nera: la favola d'amore interrotta di una sposa. Nel Bel Paese che ha spinto all'estremo l'impunibilità, il regista segue il proposito di giustizia (sommaria) di una donna immobile e disumana, chiusa alle sollecitazioni esterne. Le mancanze dello Stato, che toglie otto anni di vita a un omicida che ha eliminato una vita intera, vengono sostituite con la miseria morale della protagonista, inesorabile giustiziera. La colpa di Agata è la stessa che condanna la sua vittima: la disumanità di un atteggiamento contratto in una dimensione irreale, quella dello studio di posa che introduce il film e in cui il film si perde.

 

PALOMBELLA ROSSA

Anno: 1989 Genere: Commedia Durata: 89' Regia: Nanni Moretti
Cast: Nanni Moretti, Asia Argento, Silvio Orlando, Mariella Valentini, Alfonso Santagata, Claudio Morganti, Eugenio Masciari, Mario Patané, Luigi Moretti.

Michele Apicella, un deputato comunista trentacinquenne, giocatore di pallanuoto, sta attraversando una profonda crisi, sia per ciò che riguarda la sua fede politica che la sua stessa vita poichè ha perduto la memoria per un incidente e non si ricorda neppure chi è. Mentre gli altri non sembrano rendersi conto del suo stato, Michele partecipa ad una partita contro la squadra di Acireale, durante la quale, gli affiorano improvvisamente nella memoria i ricordi della sua vita passata. Eccolo, dunque, bambino, quando costretto dalla madre e dall'arbitro a tuffarsi nella piscina, che lo terrorizzava, divenne, suo malgrado, un giocatore di pallanuoto. In seguito si rivede ventenne quando, comunista fervente, portava materiale di propaganda nelle case. Mentre la partita continua, e Michele gioca piuttosto male, nelle pause ai bordi della piscina egli parla con varie persone, fra cui un giovane cattolico assillante, che respinge costantemente, e una giornalista, che lo intervista su argomenti politici, ma che lo esaspera con le sue frasi fatte. Poi si vede nelle vesti di elegante deputato partecipare a Tribuna Politica, cercando però di ripetere sempre i soliti slogan, nei quali ormai più non crede. Intanto fra immagini del presente e del passato, la partita sta per essere vinta dagli avversari e la squadra di Michele tenta di risalire ad un pareggio. Ci riuscirebbe se proprio lui non sbagliasse l'ultimo tiro decisivo: una "palombella", un tiro insidioso, lento, a parabola che può sorprendere il portiere fuori dai pali. Deluso dalla vita, Apicella, allontanandosi, ha un altro incidente, da cui esce salvo e che gli consente di ricordare quando bambino rise, "senza ragione", vedendo in una manifestazione politica un simbolico sole rosso dipinto su di un grande cartellone. Esterni girati alle Terme S. Venera di Acireale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAOLO BARCA, MAESTRO ELEMENTARE PRATICAMENTE NUDISTA

Italia 1975 di Flavio Mogherini con Renato Pozzetto  Magali Noël Janet Agren
Commedia 110 minuti

Un ingenuo nudista brianzolo, condizionato da una nonna invadente e autoritaria, vince un concorso statale e va ad insegnare in una scuola elementare di Catania. Con il suo comportamento sprovveduto e la sua inarrestabile logorrea, l'insegnante creerà scompiglio tra le colleghe e metterà in subbuglio le famiglie degli alunni.

Indubbiamente invecchiato, Paolo Barca è un film che, nell'epoca in cui è stato fatto "ci stava". La logorrea di Pozzetto era di gran moda e, in questo caso, riesce a far risaltare tutta la sua sprovvedutezza in ambito sessuale, specialmente messo a contatto con una società al tempo stesso spregiudicata ma ipocrita com'era la Sicilia trent'anni fa (ma le cose sono davvero cambiate di molto?). La morale era "si fa tutto, basta che non si sappia in giro". Questo sistema è messo in crisi dalla reazione inusitatamente ingenua dell'insegnante di fronte alle domande maliziose degli alunni della quinta elementare: cos'è la minchia? cos'è l'orgasmo? Al di là, comunque, di qualsivoglia (forse abusiva) interpretazione sociologica di questo film, a me pare che si tratti di una sorta di rivisitazione, con un protagonista settentrionale, di film precedenti quali Paolo il caldo (1973) di Marco Vicario (dal romanzo di Brancati) e della sua parodia Paolo il Freddo (1974) di Ciccio Ingrassia con Franco Franchi. Vi sono, in più, elementi surreali e surrealisti (i sogni, le improvvise apparizioni della nonna eccetera) e perfino qualche eccesso di fellinismo, testimoniato dalla bella e generosa Magali Noël. E in ogni caso il film è un perfetto veicolo per il Pozzetto debordante, recitativamente e pure fisicamente, del periodo. Ottimo anche il compianto Satta Flores.

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SEDUZIONE

Italia (1973) - Drammatico, Erotico - 100 min. (colore) REGIA Fernando Di Leo  SCENEGGIATURA Fernando Di Leo, ...CAST Lisa Gastoni Maurice Ronet Jenny Tamburi, Pino Caruso

Da molti anni giornalista in Francia, Giuseppe Laganà torna nella natia Catania anche sospinto dal desiderio di rivedere Caterina, sua ex fidanzata che, ora, è vedova e madre dell'adolescente Graziella. Giuseppe riallaccia la relazione con l'antica fiamma e prende a frequentarne assiduamente la casa.
Ciò consente una vicinanza con Graziella che, affascinata dal quarantenne, inizia un'assidua opera di seduzione, divenendone presto l'amante. La scoperta della tresca, indispettisce la madre che, tuttavia, si rassegnerà a spartire l'uomo con la figlia.
L'entrata in scena di Rosina, un'amica coetanea di Graziella, sconvolge nuovamente il precario equilibrio. Giuseppe tradisce madre e figlia con la nuova arrivata e tanto basta perché Caterina impugni la pistola e uccida l'antico fidanzato.
Il ruolo della ragazza doveva essere interpretato da Ornella Muti, poi sostituita all'ultimo istante da Jenny Tamburi, pare per volere di Lisa Gastoni.
Di Leo ha dichiarato: "Quando vide Ornella la Gastoni ebbe quello che a Roma si dice lo sturbo. Aveva ragione. Anche cinematograficamente. Bisognava prendere una ragazza meno sexy di quanto fosse la Muti, altrimenti Maurice Ronet sarebbe caduto nel peccato. Mentre giocate così, con la Tamburi, le scene di seduzione della ragazzina, poco appariscente ma con la forza dell'adolescenza, funzionarono molto meglio".
I giornali dell'epoca riportarono la notizia di un uomo che morì d'infarto assistendo al film

 

 

 

 

 

 

 


 

LA GOVERNANTE

Un film di Gianni Grimaldi. Con Vittorio Caprioli, Paola Quattrini, Agostina Belli, Martine Brochard, Turi Ferro, Umberto Spadaro, Lorenzo Piani, Christa Linder, Pino Caruso. Genere Commedia, colore 109 minuti. - Produzione Italia 1974.
Tratto da una commedia di Vitaliano Brancati. A Catania, in casa della famiglia Platania, giunge, in qualità di governante, una giovane ragazza francese: Caterina Leher. In questo nucleo familiare vivono l'anziano vedovo Leopoldo, suo figlio Enrico, sicilianamente impegnato in avventure exraconiugali, la nuora Elena, una svampita intellettualoide che si lascia corteggiare con discrezione dell'acre scrittore Alessandro Bonivaglia, tollerato frequentatore della casa, i due piccoli figli di costoro, serviti tutti fedelmente da un'ingenua ragazza: Jana. Sia Caterina che la famiglia Platania sono religiosi, ma di una religiosità tutta particolare. Caterina è "il peccato" non tanto perché educazione e natura l'hanno dotata di anomali istinti quanto perché tali istinti, mescolati ad un fanatico desiderio di rispettabilità la travolgono in un ingranaggio di compiaciuti rimorsi e distorte mortificazioni. Da questo comportamento di Caterina subisce danno Jana, che, in seguito ad una calunnia della governante, viene cacciata e rimandata al paese natio. Durante questo viaggio è coinvolta in un incidente ferroviario che le procura la morte. Assunta una nuova cameriera, Francesca, Leopoldo scopre la donna in intimi rapporti con Caterina. Costei, ottenuto il perdono di Leopoldo, venuta a sapere da questi della tragica morte di Jana, tenta il suicidio, ma viene salvata dall'anziano vedovo che non si perdona di aver spinto tanti anni prima, per eccesso d'intransigenza, la figlia adolescente a togliersi la vita.

 

 

 

 

 

VIRILITA'

Un film di Paolo Cavara. Con Marc Porel, Agostina Belli, Turi Ferro, Tuccio Musumeci, Anna Bonaiuto, Geraldine Hooper. Genere Commedia, colore 92 minuti. - Produzione Italia 1974.
Don Vito, industriale del pesce in scatola in un grosso borgo della costa sicula orientale, ha divorziato dalla moglie e si è sposato in seconde nozze civili con Cettina, una bella giovane impiegata. Oltre a questo, vanta la sua virilità in paese e lo dimostra insidiando insistentemente le ragazze del suo stabilimento. Dopo tre anni di studi in Inghilterra, torna al paese, festeggiatissimo, il figlio Roberto che conduce con sé una ragazza inglese, sua amante che sembra un maschio nonché un ragazzo dalle sembianze femminili. Secondo le tradizioni, Don Vito e il farmacista Don Bartolo, si accordano per dare in sposa a Roberto Lucia. Ma il ragazzo, rifiutandola e facendosi vedere accanto all'equivoca inglesina, si guadagna la fama di invertito. Nel frattempo Roberto e Cettina si innamorano e tradiscono Don Vito. Dileggiato in paese come padre di un figlio privo di virilità, il disperato Don Vito non trova di meglio che pubblicizzare la relazione della moglie col figlio e concedere ai due la propria benedizione per le Nozze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catanesi si nasce, è un dato di fatto. Qualcuno sostiene che anche scrittori si nasce. Ma una cosa è certa: scrittori catanesi si diventa. Non basta essere nati a Catania e scriverne per afferrarne l'essenza. Catania è una città da sempre sfuggente, ama nascondersi, mascherarsi. Per togliere i veli a questa città, per scoprirne i meccanismi bisogna guardarla da lontano, starne a distanza sia pure per un periodo soltanto. Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Vitaliano Brancati, Ercole Patti - nomi che basterebbero a far la gloria di una intera regione e non di una città soltanto - sono tutti catanesi di nascita o d'adozione. Ma nessuno di essi è rimasto abbarbicato alla "casa del nespolo", per usare un'espressione dei Malavoglia.
Sono andati tutti via. Perché avevano voglia di altri frutti. Perché le "nespole" non bastavano più o magari erano venute a noia. (Chissà come mai Verga ha scelto un frutto che, per quanto frequente in Sicilia, non può certo definirsi un simbolo di questa terra. Eppure aveva le arance a disposizione...). Ma poi sono tornati, ed è stato un grande ritorno.
Tornando in città - magari soltanto con il pensiero - si riprende ad apprezzare la casa del nespolo che ci aveva affascinati da bambini, e soprattutto finalmente si capisce attraverso quali meccanismi, contorti e sapienti, si siano formati una mentalità e un atteggiamento che, rimanendo nel luogo natale, ci erano sempre apparsi semplicissimi, naturali. È tornando a Catania con il pensiero, mentre ne è fisicamente lontano, che Verga riscopre quel mare amaro che "tutt'a un tratto si fa scuro che non ci si vede più neanche a bestemmiare". È a Milano che Capuana concepisce la cieca ossessione del Marchese di Roccaverdina. È ancora a Milano che De Roberto inventa la saga dei Viceré, dove don Blasco si "sciala" al convento di San Nicola. Al convento di San Nicola, diventato sede scolastica, chi scrive ha trascorso i beati anni del tormentato liceo; e gli sembrava colpa sua se nella descrizione di De Roberto non riusciva a trovare nulla che combaciasse con il convento effettivo.
E che dire di Ercole Patti che, lontano da Catania, viveva di cinema e si abbandonava al ricordo di "un bellissimo novembre" nella città natale? Anche Vitaliano Brancati inventava i personaggi catanesi del Don Giovanni in Sicilia, il bell'Antonio, Paolo il caldo, mentre a Roma scriveva per Alberto Sordi, Totò e Rossellini. La distanza, si dirà. Per creare occorre il distacco emotivo dalla materia. Ma è anche vero che, finché ci si trova presi nel groviglio, è impossibile dipanare il filo della matassa. Si rischia di prendere cantonate, di scambiare - ad esempio - per indolenza vera e propria quella che invece è soltanto la maschera di una operosità ingegnosa.
Il catanese tipico sembra schiavo dell'ozio, indolente. Non è mai borioso né spaccone. Finge di non ascoltare, di non capire. Finge anche di non dire. Finge per una forma di understatement che è tutta catanese: è poco fine mostrarsi troppo indaffarati, troppo zelanti, troppo preoccupati. Poco fine e anche poco furbo. Perché se è vero che Palermo è una città nobiliare, Catania è una città di commerci e un commerciante per concludere affari non deve mai far capire quello che ha veramente in testa. Ma questo simulare indolenza per dissimulare operosità è una cosa che si capisce a distanza, non passeggiando alla villa Bellini.
E infatti Verga la comprese appieno a Milano, quando al suo capolavoro diede come titolo I Malavoglia. Che altro non è se non un calembour. I Toscano, la famiglia protagonista del romanzo, sono "tutti buona e brava gente di mare", animati di voglia di lavorare, e proprio per questo vengono chiamati, al contrario, "malavoglia". Non è strano che proprio un milanese, Luchino Visconti, abbia voluto ricreare nel film La terra trema il romanzo di Verga, ma lo ha solennizzato trasformandolo in una bellissima cerimonia sacrale.
Dalla letteratura al cinema, dalla Catania scritta alla Catania vista, il passo è breve. La terra trema però resta un caso isolato. Da quando gli italiani hanno cominciato a leggere di meno e andare di più al cinema - dagli anni del boom economico, all'incirca - raramente la città di Catania si è presentata sugli schermi come paesaggio drammatico o addirittura tragico. Ha prevalso il grottesco. Meglio ancora, il comico. E all'origine della figura del catanese, finto indolente che pensa solo alle femmine e ci pensa con tormento, ci sono loro: Ercole Patti e Vitaliano Brancati. Sono stati questi due scrittori catanesi, con i loro libri e talvolta con le loro sceneggiature, a dar vita a personaggi rimasti proverbiali.
Tanti gli attori che sono diventati catanesi sugli schermi. Tra i più improbabili Christian De Sica ai suoi esordi con Giovannino di Paolo Nuzzi, tratto da un romanzo di iniziazione di Ercole Patti. Il più variopinto, certamente Giancarlo Giannini in Mimì metallurgico di Lina Wertmuller: sembra ancora di rivederlo mentre corteggia senza pietà la moglie del suo rivale tra i banchi della pescheria. Marcello Mastroianni è stato il prototipo del catanese emancipato e istruito, ma con il timore di non essere all'altezza delle aspettative familiari e sociali: Il bell'Antonio di Mauro Bolognini, ispirato da Brancati. Ma contemporaneamente Mastroianni, in Divorzio all'italiana di Pietro Germi, dava vita a un catanese della provincia, all'ingegnoso barone Fefè che si spostava nel capoluogo per corteggiare la cugina adolescente e organizzare un sofisticatissimo e complicato "divorzio". Mai si sarebbe comportato come lui il più sanguigno e diretto Turi Ferro, catanese autentico. Il grande attore ha dato vita in film come Un caso di coscienza, Virilità, La governante, Malizia, Il lumacone - alcuni dei quali ispirati a scrittori siciliani - alla maschera del catanese arruffone, in lite con i tempi moderni, sempre più a disagio nel ruolo traballante di pater familias. Lando Buzzanca ha rappresentato l'altra faccia del personaggio di Turi Ferro: i tempi che avanzano, la spregiudicatezza, la nuova volgarità, il senso degli affari. Ma anche il gallismo che è ossessione mentale e fuga da ogni impegno. Un perfetto Don Giovanni in Sicilia tratto da Brancati.
"Mimì metallurgico"
Oggi il nuovo catanese, cresciuto con le canzoni di Battiato, che non passa tutta l'estate nei lidi della Plaja, che non fa più l'emigrante ma il turista, impegnato produttivamente e socialmente, potrebbe avere soltanto una faccia: quella di Luigi Lo Cascio.
E le donne? Spiace dirlo, ma personaggi femminili catanesi in letteratura ce ne sono pochi. Galantuomini siciliani come Brancati e Patti scrivevano di tormentose ossessioni erotiche, ma di donne fantasticavano soltanto. Non le conoscevano. La donna nei loro romanzi è uno sguardo dietro una persiana che si chiude, un passo svelto sul marciapiede, una testa che si volta per sbirciare furtiva. Il resto è immaginazione. Ma anche quando fossero stati al corrente dei segreti femminili, Brancati e Patti si sarebbero ben guardati dal metterli su carta, in piazza. E così, quando il cinema si è impadronito delle pagine dei due scrittori, si è dovuto accontentare di cuginette, studentesse straniere, cameriere. Sempre filtrate attraverso un'ottica maschile. Eppure - potenza delle donne - pur partendo da una situazione di svantaggio, spesso sono loro ad imporsi. Basta richiamare alla mente la giovanissima Stefania Sandrelli di Divorzio all'italiana: apparentemente preda rassegnata e indolente del desiderio maschile, in realtà motore di tutto, e pronta a ben altre imprese. Ancora più determinata la scaltra Laura Antonelli in Malizia di Salvatore Samperi: da sprovveduta cameriera, vittima di pesanti attenzioni da parte di tutti i maschi della famiglia, a padrona di casa e dei destini di tutti.
Ma i tempi cambiano, e oggi quando si pensa a un personaggio simbolo di Catania, rivolto un pensiero deferente a Pippo Baudo e a Franco Battiato, la mente corre proprio a una donna, minuta e decisa: Carmen Consoli.

Articolo tratto da Aldo Piro, giornalista e autore televisivo, Ulisse la Rivista di bordo dell'Alitalia 

 

Il cinema muto della Hollywood nata sul Simeto
Tra il 1913 e il 1916, Catania ospitò quattro case di produzione cinematografica. Una trentina i film prodotti con regolare visto censura, purtroppo andati tutti perduti
Sabato 04 Agosto 2012OggiCultura,pagina 25e-mailprint
Il primo tentativo di creare a Catania una "fabbrica di negativi" si deve all´attore ... Franco La Magna
Durante la fase del cinema muto, tra il 1913 e il 1916, a Catania agirono ben quattro case di produzione cinematografica. Ancora più numerosi i tentativi falliti, tra il 1908 e il 1929.
«Assalito però dal desiderio del commercio torna in Italia, ed alla sua Catania, quindi, per fondarvi la "Trinacria-Film" (fabbrica di negativi), assumendone la gerenza. Impreviste ed imprevedibili circostanze, però, lo costringono a rinunciare al sogno sognato, e dopo che ebbe liquidata l'ancor giovane azienda, egli torna a Milano…». Così un cronista del tempo (U. Valenti) riferisce del primo tentativo compiuto a Catania di creare una non ben definita "fabbrica di negativi" ad opera di Gioacchino Vitale De Stefano (Acireale 1886-Milano 1959), attore dialettale e poi cinematografico, ingaggiato negli anni '10 dalle più importanti produzioni nazionali (lavora anche nel celeberrimo "Cabiria", nel ruolo di Massinissa), quindi anche "metteur en scène" già dal 1913, fondatore nel 1919 di una casa cinematografica a Milano (la "Proteus" poi "Fulgor") e ancora regista di cinque popolarissimi lavori (1921) della "serie corsara", prodotti dalla romana "Rosa Film", tratti da Salgari e girati tra la Sicilia e la Spagna.
Tuttavia è Alfredo Alonzo (Catania 1858-1920) - il magnate catanese dello zolfo - a creare nella città etnea, il 31 dicembre 1913, la prima vera grande casa di produzione - la "Etna Film" - che allocata a Cibali (dove ancora esistono, riattati, i grandiosi locali) avrà purtroppo vita breve ed effimera (poco più di due anni) e costerà al suo ideatore sangue, sudore e lacrime, provocandone alle fine il rapido default e la morte.
Sulla scia della "Etna Film" in breve altre tre case di produzione, attratte dalla rapida crescita del cinema, tenteranno la fortuna investendo (nel periodo più sbagliato) uomini e capitali nel nuovo "affaire". Quasi contemporaneamente nascono: la "Sicula Film", la "Ionio Film" e la "Katana Film", tutte annunciando programmi poi abbondantemente ridimensionati, ma dando la stura ad una tumultuosa attività imprenditoriale che scopre di colpo suggestive locations e spinge con forza la città etnea nel circuito virtuoso del "policentrismo produttivo", in Italia tratto peculiare dei primi decenni della neonata "settima arte".
Poco avveduta, pencolante tra mecenatismo ed avventurismo, la nuova industria etnea segna comunque, nel bene e nel male, il punto più alto della "golden age" produttiva siciliana e farà gridare al miracolo di quella che storici del cinema hanno in seguito definito la "Hollywood sul Simeto".
Alonzo non esita addirittura a lanciarsi immediatamente nell'avventura del kolossal, producendo l'agiografico-religioso "Christus" o "La sfinge dell'Ionio" (1914) diretto dal conte Giuseppe De Liguoro, noto ed esperto regista proveniente dalla "Milano Film" e destinato a divenire il "metteur en scéne" (la parola "regista" è di là da venire) numero uno della nutrita scuderia artistica della casa di produzione catanese. "Christus" (girato nel golfo di Ognina) impegna centinaia di comparse e punta alla conquista del mercato internazionale, ma si rivela un flop. Lo sforzo economico intacca gravemente le riserve finanziarie della "Etna Film" che però prosegue l'attività, finché la crisi provocata dalla bufera bellica, le errate scelte produttive, la partenza per il fronte delle maestranze, sprechi faraonici e contrasti interni d'ogni tipo, affondano definitivamente il sogno di Alonzo. Fallisce anche un timido tentativo di ripresa compiuto dal "cavaliere" nel 1918. Oltre a "Christus" sempre nel 1914 escono: "L'appuntamento" e "La danza del diavolo" di De Liguoro, "Paternità" di Gian Orlando Vassallo e cinque comiche di breve durata tutte interpretate da Cryzia Calcott, alias Maxismine Lanterne. In pieno conflitto bellico (1915) arrivano sugli schermi: "La coppa avvelenata" di Enrico Sangermano, "Il cavaliere senza paura", "Poveri figlioli! ", "Il nemico", "Patria mia! " tutti dell'infaticabile De Liguoro; quindi "Pulcinella unica" regia per l'"Etna" di Anton Maria Mucchi, mentre restano ignote le regie degli ultimi "Idillio al fresco", "La perla nera" e "La dama bianca". I grandiosi locali dell' "Etna Film", vera e propria Cinecittà ante litteram in sedicesimi, saranno poi venduti nel 1930 (dopo lunghissima trattativa) al Comune di Catania per un importo di lire 780 mila.
Nata nel 1915, fondatori Giuseppe Coniglione ed Alfio Scalia, con sede in via Lincon (oggi via Di Sangiuliano), regista di punta l'obliato Raffaele Cosentino (Catania 1884 - Acireale 1957) e operatore il "barone" catanese Gaetano Ventimiglia (passato poi con l'Hitchcock del periodo inglese, indi divenuto direttore tecnico della Cines e infine docente del Centro Sperimentale di Cinematografia), la "Katana Film" produce appena cinque film: "Anime gemelle", "Per te amore! ", "Il latitante", "La guerra e la moda" e "Il signor Diotisalvi" tutti per le regia di Cosentino e tutti con visto censura del 1916.
Ancor più modesto l'apporto della "Sicula Film", creata dall'avvocato Gaetano Tedeschi dell'Annunziata sempre nel ‘15, con sede in via Umberto 50 ("Alba di libertà", "Presentat'arm", "Il vincolo segreto", tutte regie di Gian Orlando Vassallo). Esiguo anche il contributo della "Jonio Film, fondata da Francesco Benanti ancora nel ‘15, con sede in via Quartiere Militare, impegnata soprattutto nel documentarismo. Due soli i film: "Valeria" e "Gli irredenti", il primo rimasto inedito e il secondo quasi non distribuito.
Con molti progetti rimasti nel libro dei sogni, chiude qui la rutilante stagione della "Hollywood sul Simeto". Complessivamente una trentina di film repertoriati con regolare visto censura (altri forse, perso il marchio originario, sono divenuti irriconoscibili), quasi tutti cascami tardo-romantici, film pseudo-storici, patriottici e qualche timido accenno verista, dei quali nessuno - vittima dell'incuria, dell'inconsapevolezza e d'una scriteriata furia iconoclasta - è sopravvissuto fino ai nostri giorni.
Nessuna fortuna avrà a Catania la "Morgana Films" fondata da Nino Martoglio, quasi immediatamente trasferita a Roma e con la quale il vulcanico "moschettiere" di Belpasso produrrà, dirigendoli, il mitico (e mitizzato) "Sperduti nel buio" (1914) "Capitan Blanco" (1914), entrambi con Giovanni Grasso sr. e Virginia Balistrieri, e "Teresa Raquin" (1915). Fallisce anche un misterioso tentativo di creare ad Ognina nel 1916 un'altra "Trinacria Films", dovuta «all'opportuna iniziativa di capitalisti siciliani» (Cinemagraf, 1916), da non confondere con l'omonima palermitana e della quale si conosce solo un titolo: "Parker il poliziotto" (mai portato a termine). Tra gli altri tentativi fallimentari, compiuti entrambi alla fine del muto, da ricordare la "Audax Film" fondata nel 1928 dal comm. Cosmo Mollica Alagona, proprietario del grande albergo "Paradiso dell'Etna" di S. Giovanni La Punta (che crea anche una rivista omonima) e la "C. A. D. I. R. " (Cine Attori Dilettanti Italiani Riuniti) fondata nel 1929 dal maestro Alfio Ottorino Russo. Altri due capitoli di sogni irrealizzati all'ombra del vulcano.

La Sicilia, 4/8/2012

 

 

Una Cinecittà sotto l'Etna: il Cinema a Catania nei primi decenni del Novecento

di Ignazio Burgio.

Tra il 1913 ed il 1916 a Catania non solo vennero girati "kolossal" del cinema muto che fecero molto effetto all'epoca, ma sorsero anche diverse case cinematografiche, come l'Etna Film, la Katana Film, la Sicula Film, e la Jonio Film. Anche il commediografo Nino Martoglio con una sua casa di produzione, la Morgana Film, insieme al grande attore Giovanni Grasso, produsse pellicole che divennero delle pietre miliari nella storia del cinema internazionale. Poi quella breve stagione d'oro improvvisamente finì...

Al tempo in cui i Fratelli Lumière a Parigi davano le prime proiezioni pubbliche della loro straordinaria invenzione (la prima delle quali fu tenuta il 28 dicembre 1895 al Salon Indien del Gran Cafè), la città di Catania stava vivendo una prospera stagione, sia economica, ma ancor di più culturale. L'industria di raffinazione dello zolfo (di notevoli dimensioni, come ancora testimoniato dalle alte e numerose ciminiere che ne rimangono), le molteplici industrie alimentari ed il commercio degli agrumi, alimentavano il traffico di navi mercantili dell'attiguo porto, complice anche il favorevole periodo di espansione economica internazionale, ed il comodo accesso al Mediterraneo tramite il canale di Suez.
Ma quelli erano anche gli anni in cui vivevano e scrivevano Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto ed il commediografo Nino Martoglio, solo per citare gli autori meglio conosciuti. Tanto i salotti quanto i teatri di Catania erano ben frequentati da personalità colte e benestanti che si preoccupavano di tenersi ben informate su tutto quanto accadeva di nuovo, non solo in città ma anche nel resto del mondo: e ciò non solo per far bella figura in società ma anche per sfruttare nuove occasioni di affari.
Non deve sorprendere pertanto se già nei primi mesi del 1896, appena poco tempo dopo cioè le notizie sulle prime proiezioni parigine, un tal “Salvatore Fichera di Catania” fece pervenire in Francia la richiesta di “comprare il cinematografo o di essere informato sull'apparecchio” (come per la verità fecero anche altri in Italia). Ma in realtà nella città etnea dovevano già essere parecchi i primi appassionati cinefili, dal momento che per l'anno successivo (il 1897) sono già documentate non solo le prime proiezioni di ambulanti che girovagando di piazza in piazza allestivano alla bella e meglio quello strano spettacolo, ma anche le prime vere riprese amatoriali di Catania. Al 1897 appartengono infatti degli spezzoni di “Vedute di Messina e di Catania in movimento”, ad opera di appassionati di cui purtroppo si è perso il nome, mentre contemporaneamente già il 24 gennaio dello stesso anno, Nino Martoglio sul “D'Artagnan”, giornale satirico da lui fondato nel 1891, esprimeva i primi entusiastici commenti sotto forma di dialogo: “Li civitoti a lu cinematografu”. Sempre nel medesimo anno è documentato, nella notte tra il 31 marzo ed il primo aprile, il furto di un apparecchio cinematografico ai danni di un tedesco, (apparecchio poi ritrovato e riconsegnato al proprietario) che come afferma Franco La Magna “fa assurgere il cinema agli onori della cronaca”. (La Magna, 1995).
Il crescente interesse dei catanesi per la nuova tecnologia (del 1898, ad esempio, sono altre due riprese amatoriali: “Passeggio alla Villa Bellini” e “Una ricreazione di bambini alla Villa Bellini”), spingono al “business”, e così già pochi anni dopo il Teatro Sangiorgi, appena inaugurato nell'anno 1900, ospita le prime proiezioni dei Fratelli Lumière, immancabilmente pubblicizzate con sincero entusiasmo da Martoglio sul suo giornale ("ingresso per pochi baiocchi!"). Il medesimo teatro diviene nel 1905 la prima sala cinematografica stabile di Catania, seguita poi dall'apertura di altre oggi non più esistenti, come il Cinematografo Mondiale, la Sala Italia, il Club Unione, ed il Cinematografo Moderno, distrutto da un incendio nel giugno del 1906 (ma riaperto a tempo di record nel settembre dello stesso anno con il nome di Lumière Moderno).

Le pellicole proiettate in quei primi anni nelle sale catanesi o erano di origine straniera (come i cortometraggi di George Mèliès, il primo inventore dei trucchi cinematografici) o prodotte da altre società cinematografiche sorte nel frattempo nelle maggiori città della penisola, come la Cines di Roma o la Ambrosio di Torino, che cominciarono a produrre le prime pellicole a soggetto storico o letterario: ad esempio “La presa di Roma” (1905), “Gli ultimi giorni di Pompei” (1908) o le due versioni dei Promessi Sposi che uscirono sempre nel 1908, una delle quali diretta da Giuseppe De Liguoro. La città di Catania comunque poteva già offrire se stessa ai primi suoi concittadini spettatori in documentari quali “Catania e la Circumetnea” delle Manifatture Cinematografiche Riunite di Napoli (1907), “Sua Maestà il Re all'Esposizione”, sempre del 1907, e la prima documentazione filmata - perlomeno a livello professionale – di una “Eruzione dell'Etna”, del 1909 (ambedue della Ambrosio).
Contemporaneamente però nello stesso periodo cominciavano ad essere prodotti – sempre da società della penisola - i primi film tratti da soggetti di autori catanesi: ad esempio, una prima versione di “Cavalleria rusticana” per la regia di Mario Gallo, interpretata dal grande attore catanese Giovanni Grasso (1908), una breve versione comica della Sonnambula di Bellini (dal titolo “La sonnambula del villaggio”, dei F.lli Pineschi di Roma, sempre del 1908), e due versioni della Norma nel 1911 (una della Vesuvio Film di Napoli, e l'altra della Film d'Arte Italiana). Anche Luigi Capuana venne messo in celluloide nel 1912 con il film “Malìa”, tratto da un suo lavoro teatrale ed interpretato dagli attori catanesi Attilio Rapisarda e Mariano Bottino. I medesimi due interpretarono sempre nello stesso anno un altro film interamente girato a Catania, “Feudalesimo o Terra Baixa”, (uno dei testi teatrali più rappresentati all'epoca, dello spagnolo Angel Guimerà) prodotto dalla Roma Film per la regia di Alfredo Robert.
Secondo alcuni inoltre già nel 1909 in un film girato anch'esso a Catania da una società romana, dal titolo “Il divo”, fece la sua prima apparizione il popolare attore catanese Angelo Musco, che fu autore di un curioso episodio (ma molto significativo, secondo qualche critico, delle nuove potenzialità comunicative del cinema). La scena, ambientata nel centralissimo mercato di Piazza Carlo Alberto (che a quanto pare al momento delle riprese non era stata trasformata in un “set”, ma era normalmente aperta al pubblico), prevedeva come da copione una finta lite con un mercante ambulante del posto, per poi essere immediatamente sedata da altri interpreti. Ma il giovane Angelo Musco malmenò talmente il malcapitato interprete che aveva di fronte da provocare anche una vera e propria rissa generale in tutto il mercato, cosa che lo costrinse ad una fuga così rocambolesca da danneggiare per di più una gran quantità di merce esposta sulla strada. La società romana per poco non finì in bancarotta a causa dei danni che fu costretta a pagare per tutte le stoviglie, il vasellame ed i prodotti alimentari distrutti durante la fuga, ma ciò che lasciò maggiormente sconcertati i dirigenti della società fu la giustificazione che diede loro il giovane Angelo Musco: voleva cioè rendere più realistica la scena al di là della consueta recitazione teatrale, imponendo a se stesso e all'attore che aveva di fronte di “vivere” la parte anzichè recitarla come sul palcoscenico (anticipando così di parecchi anni i teorici della differenza tra “recitazione cinematografica” e “recitazione teatrale” - cfr. Saitta, U., 1981, p. 53 e sgg.).

Intorno al 1912-13, insomma, i tempi sembravano ormai maturi perchè anche a Catania – così come ad es. già avvenuto nel medesimo periodo a Palermo – sorgessero le prime società cinematografiche locali, tanto più che una delle maggiori società di Roma, la già citata Cines, ospitava tra i suoi amministratori un rilevante numero di siciliani: il vice-direttore Carlo Amato, Pietro Moncada, conte di Caltanissetta, ed il principe di Paternò, che ovviamente non mancarono di orientare la produzione della casa cinematografica verso soggetti ed ambienti siciliani, nonchè catanesi.
La svolta avvenne nel 1913 per diversi motivi. Innanzitutto la medesima Cines rivolse la sua attenzione a Nino Martoglio, introdotto nella Società “siculo-romana” dall'attore catanese Attilio Rapisarda (perlomeno a quanto dichiarato da quest'ultimo). In quell'anno veramente d'oro per il commediografo di Belpasso vennero prodotti un buon numero di film tratti da alcuni suoi soggetti di genere drammatico. Il primo, dal titolo “Il romanzo”, la cui regia – secondo alcuni – sarebbe stata dello stesso Martoglio, venne interpretato nel ruolo di protagonista da Pina Menichelli, una bella attrice nata in provincia di Messina, che per il suo tipo di recitazione troppo “passionale” in questo ed in altri film incappò spesso nelle prime forme di censura da parte dell'allora governo Giolitti (oltre che in quelle della Chiesa che già dall'anno prima – perlomeno a Catania - aveva cominciato a far sentire la sua voce). A questa prima pellicola, sempre nel medesimo anno 1913, ne seguirono altre, sempre tratte da soggetti di Martoglio, quali ad esempio “Il gomitolo nero”, “Il tesoro di Fonteasciutta”, “Il salto del lupo o La castellana di Ninfa”.
Ma mentre la Cines di Roma coinvolgeva sempre più autori, attori, ambienti e naturalmente anche i sempre più appassionati spettatori di quella Catania “belle epoque”, un'altra casa cinematografica del Nord-Italia, la Itala Film di Torino, iniziò proprio nel 1913 le riprese di quello che rimane nella storia come il più grande kolossal del cinema muto, ovvero Cabiria, i cui esterni vennero girati anche a Catania. Diretto da Giovanni Pastrone e sceneggiato nientemeno che dal grande vate Gabriele D'Annunzio (che ne curò le didascalie per la considerevole cifra, per quei tempi, di cinquantamila lire), venne terminato l'anno seguente, raggiungendo (originariamente) la lunghezza di più di 4000 metri di pellicola ! (i film dell'epoca mediamente non superavano i 750 metri), per una durata complessiva di più di 4 ore.
Ambientato tra la Catania dell'età greca e l'antica Cartagine, narrava le vicende epiche di una bambina catanese - Cabiria appunto - che nella confusione seguita ad una eruzione notturna dell'Etna (i cui fotogrammi vennero colorati di rosso), subisce, nell'ordine, il rapimento, la vendita come schiava a Cartagine, ed il salvataggio in extremis da parte dell'eroe Maciste (nome inventato dallo stesso D'annunzio) mentre sta per essere sacrificata alle divinità cartaginesi. Alla fine, una volta cresciuta, sullo sfondo storico della lotta tra Annibale e Roma, riesce a riabbracciare il padre sulla spiaggia di Catania, rimediando nel frattempo anche un buon matrimonio con un ricco patrizio.
Costato due milioni di lire dell'epoca, e frutto di innovazioni tecniche che fecero scuola anche ad Hollywood (come la macchina da presa posta sul carrello, le lampade elettriche per la direzione delle luci, e le scenografie in legno, anzichè dipinte), “Cabiria” - uscito come già detto nel 1914 - si dimostrò a livello internazionale un vero evento per l'epoca, ed ebbe uno straordinario successo di critica e di pubblico, persino in America. A Catania fu uno dei pochissimi film proiettati al Teatro Massimo Bellini con l'ausilio dell'Orchestra Sinfonica che eseguì la “sinfonia del fuoco” composta per il film da Ildebrando Pizzetti.
Ma se nel 1914 il kolossal dell'Itala Film cominciava a mietere successi, già sul finire del 1913 il febbrile Nino Martoglio aveva tentato di dar vita ad una prima società cinematografica catanese, la Morgana Film, per poi tuttavia trasferirsi di nuovo a Roma e fondarne un'altra col medesimo nome. Mentre il 31 dicembre – quasi a voler sfruttare fino all'ultimo la magia di quell'anno così propizio – era già nata sotto il vulcano siciliano, la più importante società cinematografica catanese, la Etna Film.

La “Società Anonima Editrice di Films, Etna Films”, omologata dal Tribunale di Catania il 21 Gennaio 1914, venne fondata con un capitale sociale di 200.000 lire – divise in duemila azioni da 100 lire l'una – dal cavalier Alfredo Alonzo, imprenditore nel campo dello zolfo e nell'esportazione della frutta secca, nonchè azionista di una società di navigazione. Suo amico e fidato consigliere era Pippo Marchese, drammaturgo e critico teatrale. Deciso a non badare a spese pur di sfondare nel panorama cinematografico mondiale, per prima cosa fece venire da Milano una personalità già nota ed esperta, il già citato Giuseppe De Liguoro, in qualità di direttore artistico, regista – e a volte anche soggettista ed interprete – dei film di imminente produzione. Raccolse inoltre dal Nord-Italia e dall'estero, interpreti già famosi (come la francese Simone Sandrè), tecnici già esperti, e apparecchi e attrezzature un po' da tutto il mondo.
Ma come afferma Giusy Nicolosi in un suo articolo “...Quello che fece più effetto fu l’immenso stabilimento costruito in sei mesi seguendo i più moderni criteri e nel quale lavorarono, secondo le cronache, quasi 500 operai. "Sarà il più grande d’Italia !" scrisse su un periodico un attore scritturato dall’Etna. Tutti i corrispondenti visitarono quella "piccola città" e ne scrissero. Lo stabilimento sorgeva a Cibali [un quartiere di Catania, n.d.r.], su un perimetro di 23.000 mq e vi si accedeva da quattro entrate (sappiamo che una era adiacente alla stazione della Circumetnea tutt'ora esistente e un’altra in via Cibele). All’interno, oltre a quattro villini che ospitavano i vari uffici, vi erano numerose costruzioni. Un orgoglio per la Casa erano i due teatri di posa: il più “piccolo” di m 20 x 18 e il più grande di 26 x 30 (cioè circa 900 mq di ampiezza, capace di ospitare le riprese di quattro diverse scene in contemporanea !). Poi i camerini ed i saloni per gli attori e le comparse; un’officina per i fabbri, una per i falegnami e una per gli scenografi; la sartoria; i depositi del legname, delle scenografie, del “mobilio” e di tutto il necessario per la ricostruzione degli ambienti, "in quantità straordinaria, di tutti gli stili, le epoche, le qualità"; un garage, con cinque automobili ed un autobus, e una scuderia con cavalli e carrozze. Ma non è finita. "La capitale della pellicola siciliana", come la definì il direttore di un periodico milanese, disponeva anche dei laboratori tecnici per lo sviluppo, il lavaggio, la coloritura, la stampa, la revisione e il collaudo delle pellicole, e di una sala di proiezione "vasta ed elegante come quella di un gran cinematografo". Addirittura un corrispondente scrisse di un castello a grandezza naturale. Il tutto immerso nel verde, tra viali, pozzi, fontane, sedili, laghetti e piattaforme all’aperto, naturalmente tutto da utilizzarsi nei vari films...” (Giusy Nicolosi - "Etna Film, una Hollywood siciliana" - vedi bibliografia).
Nel dicembre del medesimo anno 1914 quella vera e propria "città del cinema" fece uscire i primi film: “Paternità” e “l'Appuntamento” (o “Rendez-vous”), drammi strappalacrime diretti naturalmente dal De Liguoro, e programmati anche nelle sale della penisola. A Catania essi vennero proiettati nell'elegante e prestigioso Cinema Olympia, in piazza Stesicoro, inaugurato l'anno precedente (il tanto promettente 1913 !) con un altro “kolossal” dell'industria cinematografica continentale, “Quo Vadis ?“ di Enrico Guazzoni.
Ma la possibilità di lavorare a più film contemporaneamente consentì all'Etna Film la produzione e l'uscita nel breve arco di pochi mesi di un numero considerevole di pellicole di tutti i generi, dalle comiche brevi (L'Istitutrice, Notte d'amore, La sportwoman, ecc. tutti del '14), ai film drammatici, come “La danza del diavolo” (forse già del '14), “La coppa avvelenata”, “Poveri figlioli !” , fino alle commedie (come ad es. Idillio al fresco) e a quelli di argomento militare (La guerra, Il nemico) tutti del 1915. Tutti riscuotevano grande successo e le loro proiezioni costituivano un vero evento. Le cronache dell'epoca raccontano che quando il già citato cinema Olympia proiettava pellicole dell'Etna Film, nell'antistante Piazza Stesicoro il numero di macchine e di carrozze era tale da bloccare tutta la circolazione. Alcuni titoli – Il cavaliere senza paura, Poveri figlioli !, Idillio al fresco – ricevettero anche l'onore di venir proiettati al Teatro Massimo Bellini (7 marzo 1915), durante una manifestazione di beneficenza. La società prese accordi anche con Luigi Capuana – che ricevette il compenso di ottocento lire – per la produzione di pellicole tratte dai suoi testi, ma in realtà non sembra siano mai stati girati i programmati film “Il Marchese di Roccaverdina” ed il “Benefattore” citati invece da altre fonti (cfr. La Magna, 1995, p. 27).
Ma la gigantesca società nel medesimo anno 1914 fece a quanto pare il passo più lungo della gamba, impegnandosi nelle riprese di un “kolossal” - Christus o la Sfinge d'Ionio - che nonostante il coinvolgimento di un elevato numero di attori e comparse in costume, l'ambientazione in esterni (nel mare di Ognina, alla periferia di Catania), e le ricche scenografie (venne costruita anche una nave antica) non riscosse un adeguato successo di pubblico. Questo, insieme contemporaneamente ad altri gravosi investimenti – come per la produzione del film in costume “Il cavaliere senza paura”, ambientato nel Medioevo – furono certamente all'origine della crisi contabile che insieme a tutti i problemi nazionali e internazionali provocati dalla Prima Guerra Mondiale, avrebbe purtroppo condotto all'improvvisa chiusura degli stabilimenti all'inizio del 1916.

Nello stesso anno 1914, intanto Nino Martoglio per conto della sua Morgana Film con sede a Roma, ebbe l'opportunità di girare le sue due prime pellicole, di tono più verista e naturalista rispetto ai lavori dell' Etna Film. Ambedue videro come protagonista il grande attore teatrale catanese Giovanni Grasso. Ma mentre il primo titolo, Capitan Blanco, girato ad Aci Trezza ed in Libia, non incontrò i favori del pubblico (probabilmente perchè il finale “poco tragico” finiva per snaturare la trama verista), il secondo, Sperduti nel buio, non solo riscosse all'epoca un grande successo, ma nei manuali della storia del cinema viene spesso definito una vera “pietra miliare”, in quanto considerato il primo film neorealista della storia.
“Sperduti nel buio, dal lavoro di Roberto Bracco, (definito “l'Ibsen di Piedigrotta”) impressionò talmente – con la sua tragica contrapposizione di due classi sociali drammaticamente a confronto, la dolente e tormentata figura del cieco Nunzio (simbolo del “buio sociale”) e della povera Paolina figlia abbandonata d'uno spiantato e nobile dongiovanni, la rappresentazione di una Napoli miserabile e cenciosa, sordida e maleodorante – da indurre gli storici e critici del cinema (primi fra tutti il severo acese Umberto Barbaro) a definire l'opera di Martoglio antesignana del realismo cinematografico; di essa si parlerà a lungo nel secondo dopoguerra quando, in piena stagione neorealistica, si esploreranno le deboli tracce della tradizione realistica. Tutto il cast ebbe una ovazione di consensi, sebbene, schiacciato dal vincente dannunzianesimo e dai kolossal storico-mitologici, il film viene presto dimenticato, godendo paradossalmente d'una esaltante gloria postuma...” (da: Cento anni di Cinema a Catania (1895-1995), di Franco La Magna, EDIPROM – P. 29. Si confronti anche l'articolo di Sarah Zappulla Muscarà, ricco di notizie circa i commenti della critica dell'epoca).
E' opportuno comunque ricordare che sia la protagonista femminile, Virginia Balistrieri, che il protagonista maschile, Giovanni Grasso, definito anche da molti critici internazionali come il più grande attore drammatico della storia, avevano già una solida esperienza di teatro verista alle spalle. In particolare la recitazione di Grasso, precisa ed accurata, ma anche fortemente carica di espressività drammatica, suscitava non solo le lodi della critica, ma anche l'entusiasmo delle platee di tutto il mondo, che andavano letteralmente in visibilio quando nelle parti di duello l'attore sembrava quasi “volare” sulla scena prima di piombare sull'antagonista mordendolo alla gola o piantandogli la coltellata finale. Celebre il commento del russo Mejerchol’d: “Mi resi conto di numerose leggi della biomeccanica vedendo recitare il magnifico attore tragico siciliano Grasso”. Il film “Sperduti nel buio” tuttavia è andato perduto durante la seconda guerra mondiale e di esso resta solo qualche raro fotogramma.
Al 1915 appartiene invece il terzo ed ultimo film di Martoglio, Teresa Raquin, la cui trama, tratta da un romanzo di Emile Zola, verte su di un tema poi divenuto classico nella successiva storia del cinema, quello del drammatico triangolo moglie-amante-marito e la tragica fine di quest'ultimo. Di lì a poco tuttavia il produttore della Morgana Films, Roberto Danesi muore in guerra, sconvolgendo forse oltre che il morale anche i progetti dello stesso Martoglio. I suoi intenti erano infatti quelli di girare altri film a carattere drammatico e verista di autori di un certo rilievo. Sin dall'inizio del '14 aveva invitato anche Verga ad ideare un soggetto per "una film" dichiarandosi disposto a sceneggiarlo lui stesso in maniera speciale. Anche Pirandello (intimo amico di Martoglio) in una lettera piena di entusiasmo si era dichiarato d'accordo circa le sue scelte rendendosi anche disponibile a partecipare lui stesso ("...non potrei fare qualcosa anch'io ? Avrei tanti e tanti argomenti di qualunque specie..."), e scrisse un soggetto che però non venne mai convertito in celluloide. Andata già in crisi nel 1915, ufficialmente la Morgana Film verrà poi sciolta nel 1918.
Detto per inciso, l'unica nota dissonante nel panorama intellettuale catanese era in quegli anni quella di Giovanni Verga al quale non erano affatto piaciute le prime riduzioni cinematografiche della sua “Cavalleria Rusticana” (alcune delle quali anche comiche). Ma in realtà le sue riserve culturali nei riguardi del cinema non gli impedivano nei fatti di collaborare con esso. Pressato infatti dalle insistenti richieste della sua compagna, la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo (in crisi finanziaria), già dal 1912 stava lavorando insieme a lei in gran segreto per sottoporre alla cinepresa alcuni suoi testi, quali “Storia di una capinera” e “Caccia al lupo”. Ma per strana ironia della sorte, a nessuno di questi soggetti verrà dato un solo colpo di manovella – tanto meno da una società cinematografica catanese - fino al 1917.

Sull'onda del successo dell'Etna Film vennero fondate in quel periodo altre tre società cinematografiche catanesi: la Katana Film, la Jonio Film, e la Sicula Film, dell'avvocato Gaetano Tedeschi dell'Annunziata. Tra il 1915 ed i primi mesi del '16 sfornarono un certo numero di pellicole di vario genere – comico, satirico, militare, ecc. - coinvolgendo interpreti già famosi nell'ambiente teatrale o che lo sarebbero diventati negli anni successivi dopo la breve e gloriosa stagione del cinema etneo: ad esempio i due “divi” di allora Mariano Rapisarda ed Attilio Bottino che interpretarono alcune pellicole della Sicula Film (“Alba di Libertà”, “Presentat-arm!”, ambedue del 1915, ed “Il vincolo segreto”, del 1916); la moglie dell'attore Angelo Musco, Desdemona Balistrieri, che fu tra gli interpreti del film “Il latitante” della Katana Film (1915), e Rosina Anselmi in “Per te amore” sempre della Katana Film (1915).

Ma improvvisamente all'inizio del 1916 - come già accennato - quella breve stagione d'oro per la cinematografia catanese svanì insieme a tutti i sogni di gloria internazionale. Travolta dalla crisi finanziaria, e forse (come suggerito da Giusy Nicolosi) anche da forti contrasti in seno al suo consiglio d'amministrazione, la Etna Film prese la decisione di chiudere la sua attività insieme a tutte le sue imponenti strutture (forse già entro la fine del gennaio 1916). Questo certamente significò anche per tutte le altre società più piccole l'impossibilità di continuare a girare altre pellicole, poichè – a quanto sembra – ad essa si appoggiavano per tutti i servizi di sviluppo dei negativi e talvolta anche per le riprese nei suoi teatri di posa. In una lettera datata 4 febbraio 1916 infatti l'amministratore della Sicula Film, Gaetano Tedeschi dell'Annunziata si lamentò col cavalier Alonzo medesimo della sua improvvisa decisione di chiudere gli stabilimenti.
In realtà la crisi delle società cinematografiche catanesi – e la fine definitiva di ogni ulteriore tentativo, anche dopo il 1918, di riavviare una produzione cinematografica locale – era anche una crisi a livello nazionale, determinata sì certamente dalle difficoltà prodotte dallo scoppio della guerra, ma anche da una pessima gestione amministrativa delle risorse e degli investimenti. Sull'onda dell'entusiasmo delle platee che affollavano i nuovi cinematografi i produttori si buttavano spesso a girare film costosissimi – soprattutto dal punto di vista tecnico, dal momento che a quei tempi - a parte i "divi" - attori e comparse non ricevevano alti compensi – che però non davano il sufficiente ritorno economico. Gli storici del cinema sottolineano come già nel 1914 tutte le maggiori società cinematografiche italiane fossero in perdita. Così come viene evidenziata anche la miopia dei politici di allora che vedevano nel nuovo mezzo mediatico più un pericolo per la morale dell'epoca che una risorsa culturale da sostenere, anche finanziariamente, nei periodi di crisi.

Paradossalmente, comunque, proprio mentre a Catania tramonta nel 1916 il sogno hollywoodiano di sviluppare una “Cinecittà” ante litteram ai piedi dell'Etna (Film), Giovanni Verga fa finalmente il suo ingresso ufficiale nel mondo della “settima arte” (o “decima musa” che dir si voglia). E' quanto vedremo prossimamente su questi monitor !

da  http://digilander.libero.it/cataniacultura

CHE FINE HA FATTO IL PIU' GRANDE CAPOLAVORO DEL

CINEMA MUTO, “SPERDUTI NEL BUIO” DI NINO MARTOGLIO ?
di Ignazio Burgio.

E' poco noto che il poeta e commediografo siciliano Nino Martoglio fondò a Roma una Casa Cinematografica e girò tra il 1914 ed il '15 almeno 3 film muti. Uno di questi, “Sperduti nel buio”, interpretato dal grande attore catanese Giovanni Grasso e dall'attrice drammatica Virginia Balistrieri, viene tuttora considerato un capolavoro del cinema internazionale, in quanto fu il primo film “neorealista” (o meglio “verista”, come allora si diceva) nella storia del cinema. Alla sua trama, alla sua sceneggiatura, e finanche al suo montaggio innovativo, frutto della genialità di Martoglio, si ispirarono sia i grandi registi di Hollywood come Griffith e Chaplin, sia i celebri cineasti russi come Pudovkin ed Eizenstein. L'unica copia del film conservata a Roma fino al '43 andò tuttavia smarrita durante le vicissitudini della guerra. Questo articolo vuole anche essere una base di notizie utili a ritentarne la ricerca ed il suo ritrovamento, in qualsiasi parte del mondo.

vedi il resto qui

http://www.cataniacultura.com/136-sperdutinelbuio.htm

 

Oreste Bilancia singolare fenomeno del cinema muto
Franco La Magna (La Sicilia 19.11.2011)

 

Nato a Catania nel 1881, esordisce nel 1915 ed è presente in oltre cento film, fra i quali «Casta Diva» di Carmine Gallone e «San Giovanni Decollato» di Amleto Palermi

Con i suoi oltre cento film interpretati a partire dal 1915 e fino al 1944, meno di un anno prima della morte prematura, il catanese Oreste Bilancia è in assoluto l'attore siciliano più presente nel cinema nazionale ed europeo. Nato a Catania il 24 settembre 1881, cresce in uno con l'esplosione delle formazioni teatrali catanesi della fine dell'800, ma stranamente il suo nome ne resta fuori, finché entra a far parte della compagnia Calabresi-Severi, per poi passare a quella più famosa dei Galli-Guasti-Bracci-Ciarli come «secondo brillante», dove rimane fino al 1910. La breve parentesi (1910-1913) come direttore del Casinò di Sanremo e poi del Kursaal di Montecatini (1914; cfr. C. Lo Presti, "Sicilia teatro", Firenze, 1969), non basta a distoglierlo dall'attività artistica con il cinema iniziata a partire dal 1915, quando esordisce interpretando «La scintilla» di Eleuterio Rodolfi, prodotto dall'Ambrosio di Torino e «Romanticismo» di Carlo Campogalliani. Da allora lavora alacremente e senza soluzione di continuità con i più noti registi italiani del cinema muto (il messinese Febo Mari, Augusto Genina, Gero Zambuto, Giovanni Pastrone, Gennaro Righelli, Mario Almirante, Guido Brignone, Eleuterio Rodolfi, Mario Camerini, Mario Bonnard, Giulio Antamoro…), interpretando, sebbene spesso in ruoli secondari, un'impressionante quantità di opere cinematografiche, appartenenti ai generi più diversi ma soprattutto al comico-leggero, rendendo eccezionalmente familiare la sua presenza agli spettatori del tempo. I suoi partner sono le celebrate dive e i divi degli avventurosi anni dell'arte del silenzio: la siciliana Italia Almirante Manzini («Femmina», 1917, di Augusto Genina; «Hedda Gabler», 1920, di Giovanni Pastrone; «La statua di carne», 1921 e «L'arzigogolo», 1924, di Mario Almirante; «Sogno d'amore», 1922, di Gennaro Righelli), Maria Jacobini e Amleto Novelli («La casa di vetro», 1920, di Gennaro Righelli); Linda Pini e Lydia Quaranta («Voglio tradire mio marito», 1925, di Mario Camerini).
Nel 1923 interpreta «Maciste e il nipote d'America» di Eleuterio Rodolfi, insieme a Bartolomeo Pagano (il famoso Maciste di "Cabiria"), soggetto di Gioacchino Forzano, uno dei primissimi film di produzione italiana realizzato negli Stati Uniti d'America. La lunga crisi che colpisce al cuore il cinema italiano, soprattutto nella seconda metà degli anni '20, lo costringe ad emigrare in Germania (una ventina di film) e in Francia (un paio di interpretazioni). Nel paese della Repubblica di Weimar, a Berlino (dove rimane fino al 1929) nel 1926 gira tra gli altri «Die lebende Maske-Heinrich der Vierte» (versione tedesca dell' «Enrico V» di Pirandello) di Amleto Palermi e «Man Spielt nicht mit der Liebe» («Il principe del mistero») di George Wilhelm Pabst, mentre in Francia, ingaggiato dalla Paramount di Joinville lavora in alcuni film nel triennio 1927-29. Rientrato in patria, a seguito del robusto intervento legislativo sul cinema messo in atto dal regime fascista, è a fianco di Francesca Bertini e Ruggero Ruggeri ne «La donna di una notte» (1930) di Amleto Palermi e, more solito, della «crème» del cinema italiano degli anni '30 (Maria Jacobini, Livio Pavanelli, Soava Gallone, Germana Paolieri, Carlo Lombardi, Assia Noris, Nino Besozzi, Isa Miranda, Emma Gramatica, Leonardo Cortese, Alida Valli…). Partecipa ad una pattuglia di film d'ambiente siciliano, a cominciare da «Zaganella e il cavaliere» (1931, tratto dal "Cavalier Petagna" di Luigi Capuana), iniziato da Amleto Palermi e completato da Gustavo Serena e Giorgio Mannini; nel 1935, insieme a Martha Egger e Sandro Palmieri, prende parte al film «Casta Diva» di Carmine Gallone, prima, fumosissima, biografia romanzata di Vincenzo Bellini; in «San Giovanni decollato» (1940) di Amleto Palermi (da Martoglio), eccolo con uno scatenato e già originalissimo Totò, del quale era già stato antagonista in "Fermo con le mani" (1937) di Gero Zambuto, esordio cinematografico del "principe della risata" ed ancora nel calcistico "Cinque a zero" (1932) di Mario Bonnard, primo film sonoro interpretato dallo scoppiettante Angelo Musco, ritenuto smarrito ma da qualche anno ritrovato incompleto in Francia.
Alterna all'intensa attività cinematografica (anche in qualità di doppiatore) quella teatrale, apparendo in molte celebri compagnie del teatro di rivista (Odoardo Spadaro, Riccioli-Primavera, Wunder Bar, Milly, A.B.C. 1, Macario), dove tratteggia sapide e gustose caratterizzazioni generalmente di contorno. Tra gli ultimi film interpretati: «L'amante segreta» (1941) di Carmine Gallone, con Alida valli e Fosco Giachetti; «Quattro passi tra le nuvole» (1942) di Alessandro Blasetti, con Gino Cervi e Adriana Benetti; «Macario contro Zagomar» (1944) di Giorgio Ferroni, con Macario e Nadia Fiorelli, «Il fiore sotto gli occhi» (1944) di Guido Brignone, con Mariella Lotti e Claudio Gora. Muore a Roma il 31 ottobre 1945.
Così descritto, con notevole efficacia figurativa, da un poeta contemporaneo: «Bilancia roseo/panciuto e bello/col tuo monocolo/gaio "pulzello"/col fresco incedere/vispo e galante/d'inappuntabile taglio elegante…», Oreste Bilancia «con l'eterno monocolo nell'orbita…», dal faccione simpatico e cordiale rappresenta l'idealtipo di comico vecchia maniera, dal gusto facile e plateale, amabile e fracassone. «…. la sua fama di attore e la sua "comunicativa" durarono a lungo e costituirono uno dei fenomeni più singolari del cinema italiano del "muto" e del primo "sonoro" » (cfr. "Filmlexicon degli autori e delle opere", B&N, Roma, 1958), fama oggi purtroppo sprofondata nel più nero oblìo, del tutto rimossa perfino nella città che gli ha dato i natali. Destino, purtroppo, comune a molti artisti.

 

 

 

Un secolo di cinema a Catania

di Raffaello Brullo (cataniaperte.com)

Gli inizi della cinematografia a città di Catania hanno rappresentato un’importante espressione di quel verismo che aveva messo in luce aspetti sociali e umani della realtà siciliana a cavallo tra Otto e Novecento caratterizzati da una condizione di estrema emarginazione e sofferenza delle classi svantaggiate.

Questa osservazione minuta della realtà e del comportamento dell’uomo in determinate situazioni storiche e sociali , pur nelle secche di un clima espressivo condizionato dagli schemi ideologici del tempo, costituì un elemento risolutamente nuovo nel contesto di una produzione dominata da finalità propagandistiche di sostegno ai gruppi egemoni e alla loro visione del mondo.

Si cominciò a parlare di cinema a Catania ai primi del ‘900 e Martoglio ne fu un capostipite. Fu allora che sorsero parecchie case di produzione, come la Morgana Films, la Jonio Films e L’Etna Films, che fu la prima impresa cinematografica cittadina e produsse un centinaio di films di circa 1500 metri, che oggi rappresentano la normalità come lunghezza , ma per quei tempi erano un lusso. Ricordiamo alcune pellicole che segnarono la storia cinematografica catanese: "Il Benefattore", "Il Marchese di Roccaverdina", "Capo Rais", diretto da Nino Martoglio e interpretato da Giovanni Grasso, "La guerra", "La paternità", "Il Nemico", "Patria Mia" e moltissimi films comici che a quel tempo costituivano la grande maggioranza.

Nel variegato panorama cinematografico catanese la figura più rappresentativa fu Nino Martoglio, che esordì nella veste di regista con il film : "Sperduti nel buio".

Il tardo verismo rappresentato dai films di Martoglio, attento ai fattori caratteristici del linguaggio popolare, utilizzava motivi contenutistici di certa produzione Italiana contemporanea che rientravano nel clima di riscoperta dell’uomo e del dramma quotidiano dell’esistenza. A questo proposito ricordiamo "Capitan Blanco", prodotto dalla Katana Films, dove il regista trae spunto dalla rappresentazione teatrale "Il Palio" , avente per protagonista Giovanni Grasso e Virginia Balistreri.

Ai primi del 900 si ebbe il primo esperimento di cinema scolastico per merito di Stefano Cremonesi che pose in rilievo l’utilità didattica del cinema. Venne aperto in Via Spadaro Grassi, il cinema "Lumiere"(oggi non esiste più) dove si proiettavano pellicole con fini educativi e documenti di viaggi, che però non riscossero molta simpatia. Poi le vicissitudini della prima guerra mondiale frenarono per qualche tempo questi primi esperimenti di cinematografia.

Sono comunque le esperienze cinematografiche di Musco e della Anselmi, che non resistono al fascino dello schermo, a portare vera linfa espressiva al cinema catanese. Opere come "S.Giovanni Decollato" , "L’aria del Continente", "Gatta ci cova" e altre accrescono  decisamente il prestigio del cinema catanese in ambito nazionale. Nel 1948, dopo alcuni isolati tentativi, Luchino Visconti sbarcò ad Acitrezza con la sua troupe e girò un capolavoro del cinema neorealista, con attori presi dalla stessa località e ispirato al romanzo di Giovanni Verga "I Malavoglia".

Il successo fu immediato e l’eco che ne ebbe Visconti fu a carattere internazionale, compresi i premi. Poi, smaltita la sbornia per questa improvvisa celebrità ci fu una lunga fase di quiescenza della cinematografia di produzione o ambientazione siciliana. Ma a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 si verifica un deciso risveglio  con un meraviglioso scenario da sfondo: Via Crociferi, con l’esaltazione del suo bel barocco settecentesco e con la presenza di tanti uomini di cultura catanesi. Tra questi Vitaliano Brancati ed Ercole Patti, scrittori catanesi emigrati a Roma, entrambi con una forte carica letteraria di sensualità che trovava risonanza negli inizi del filone erotico cinematografico.

Se per Brancati il sesso era tortura dei sentimenti, per Patti fu qualcosa di estroverso e mondano sia pure a volte venato di languore e nostalgia. Fu proprio dai racconti di questi scrittori catanesi che parecchi registi di grande spessore come Luigi Zampa, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, Marco Vicario, trassero sceneggiature realizzate nel meraviglioso scenario etneo.

Si tratta di film famosi come "Il bell’Antonio", con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale (Bolognini), premiato con la Vela d’oro al Festival di Locarno nel 1960, "Don Giovanni in Sicilia" (1966, A. Lattuada), "Paolo il Caldo" (1973, Marco Vicario) , "La governante" (1974, Gianni Grimaldi) protagonista il grande Turi Ferro, "Un bellissimo novembre" (1969, M. Bolognini) tratto dal romanzo di Ercole Patti con Gina Lollobrigida e Gabriele Ferzetti e l’Etna a fare da sfondo alle passioni, "Virilità" di Marco Cavara del 1973 prodotto da Carlo Ponti con Turi Ferro e poi "La seduzione" di F. Di Leo prodotto nel 1973, con Agostina Belli e Marc Porel.
Ercole Patti era rimasto così legato a questo ambiente cinematografico da scrivere i suoi libri con l’occhio sempre fisso sullo schermo e il cinema lo aveva ripagato facendo rivivere i personaggi descritti in "Giovannino", "La cugina", e il già citato, "Un bellissimo novembre" sul grande schermo.
Patti aveva due appuntamenti annuali fissi, a Venezia, al Festival del Cinema, e a Taormina, al San Domenico. Amava avere contatti con gente della sua terra, confrontarsi con loro, parlare in dialetto. Poi con la sua morte sembrò calare un velo su quella Sicilia piena di sogni, di passioni, di amori fantasticati nelle lunghe discussioni pomeridiane, nel glorioso Caffè Italia dietro la statua di Garibaldi.

Passato questo momento, che definirei splendido per Catania, pieno di idee, di uomini,di buon gusto, ci furono diversi tentativi di cinematografia.
La Wertmüller mise in evidenza i temi della emigrazione, dell’industrializzazione del Nord con manodopera siciliana nel film come "Mimì Metallurgico" con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, "Mimì Metallurgico ferito nell’onore", "Malizia" con la bellissima e provocante Laura Antonelli, un impareggiabile Turi Ferro e l’eccellente Alessandro Momo, allora giovanissimo, che scomparve prematuramente qualche anno dopo.

La città negli anni Ottanta, soprattutto Via Crociferi, fece da sfondo all’opera di Franco Zeffirelli, tratto dal romanzo di Verga "Storia di una Capinera" dove ancora una volta vennero esaltate le atmosfere dilatate e i paesaggi tipici dell’agro catanese.In fondo Catania, con i suoi sogni e i suoi desideri inespressi, ha dato un importante apporto al cinema Italiano, al Neorealismo, al mito della Sicilia, dove i personaggi presi isolatamente, potrebbero apparire seri, o addirittura drammatici, ma bastano una battuta e una rapida inquadratura del contesto a svelarcene l’intrinseca comicità, il fondo farsesco.

Ma non possiamo chiudere questa breve storia della cinematografica catanese senza aver ricordato il nostro straordinario Leo Gullotta, -cui dedicheremo un capitolo a parte- interprete di successo di ruoli e generi diversi: dal teatro, dove ha iniziato a fianco di grandi maestri quali Salvo Randone e Turi Ferro, al cinema –con le interpretazioni in "Cafe Express”, “Mi manda Picone", "Il camorrista","Nuovo cinema Paradiso","La scorta”, “Un uomo per bene”, con ruoli anche drammatici che hanno commosso il pubblico; al cabaret e al varietà, con l’irresistibile e popolarissimo personaggio della signora Leonida.

Lui ama spesso definirsi “l'operaio dello spettacolo", un uomo che ha contrastato le insidie dell'industria cinematografica perché capace di conquistare ogni tipo di pubblico, con i suoi travestimenti, la farsa e le sue maschere indossate solo nel piccolo schermo.

 

 

Angelo Musco

Leo Gullotta Turi Ferro Saro Urzì Giovanni Grasso

Tiziana Lodato

Donatella Finocchiaro Laura Torrisi Salvatore Scalia Beppe Fiorello

Antonio Catania

Rosina Anselmi Rosario Fiorello Daniela Rocca Tuccio Musumeci

Pippo Pattavina

Guia Jelo Gilberto Idonea Ciccino Sineri Alessandra Costanzo

 

Le sale storiche

I cinema allora si chiamavano anche "Vittoria", "Delle Rose", "Sanfilippo", "Europa", "Apollo", "Ideai Gangi", "Astoria", "Concordia", "Archimede", "Dora", "Imperiale", "Eliseo", "Esperia", "Giardino", "Trento", "Borgo", "Splendor" ed erano sale ed arene dove ci si andava tranquillamente e senza timori di essere coinvolti in spiacevoli situazioni. Negli anni '60 al "Mirone" si organizzarono pure incontri di pugilato. Nei cinema all'aperto, fra un tempo e l'altro, passava il venditore di calia, simenza e sciampagnette; sui banconi dei bar facevano bella mostra ceste colme di gelsomini; e si affittavano financo cuscini per chi volesse il popò più comodo, cuscini che inevitabilmente, alla fine dell'ultimo spettacolo, qualcuno tirava scherzosamente all'amico. Usciti dal cinema era d'obbligo 'prendere la pizza" oppure gironzolare per la città, che allora si ripopolava, ritornava frenetica come a mezzogiorno...
Allorquando, studente, pensavo di "caliarimi" le lezioni, perché-attratto da una bella giornata o perché preferivo una bella-passeggiata alle impreparazione scolastiche, "vota o furria"
decidevo spesso e sovente di andare a fare, con un paio di amici, una bella partita a carambola dal "Maresciallo", nei locali-attigui al cinema "Sala Roma" di via Etnea.
Pur essendo stato inaugurato nel lontano settembre del 1913, il complesso faceva ancora bella mostra di sé, perché il suo ideatore, l'architetto Paolo Lanzerotti, aveva saputo conferirgli nei mille dettagli decorativi, nella appropriata disposizione delle tinte, nella sapiente ripartizione delle luci, un insieme quanto mai originale e perfetto. Gli era stato dato il nome di "Cinema Hall" e soltanto il 4 dicembre del 1932, in pieno periodo fascista, venne chiamato "Sala Roma".

E con questo nome, nostalgicamente lo ricordo: unitamente alle lunghe partite di carambola, alle sovente "steccate" che non solo provocavano strappi al tappeto verde (che noi ragazzi poi ingenuamente cercavamo di rappezzare facendo combaciare quanto meglio si poteva il "sette" provocato) ma anche potevano far sì che la biglia impennata uscisse dal balcone, nonostante la rete di protezione, e andasse a finire sotto, in via Etnea, sulla testa di qualche malcapitato passante.

Poi un brutto giorno vidi lo stabile ingabbiato ed indifeso: avevano deciso di abbatterlo per fare posto ad  un moderno casermone, che venne dannunzianamente chiamato "La Rinascente", e che risultò in seguito un pugno nell'occhio, circondato com'era da nobili ed antichi palazzi settecenteschi. Mi dissero che il progresso doveva andare avanti; ma io ragazzo non volli capire e mi rifiutai categoricamente di accettare quella che mi sembrava una ingannevole giustificazione.
Era il 17 giugno 1957: quel giorno diedi un mesto e nostalgico addio al vecchio e glorioso "Sala Roma", e un po' di me stesso lo lasciai tra la polvere delle sue macerie...
di Zino Motta
Tratto da "A Catania con amore" di Aldo Motta - Edizioni Greco

 

 

 

L'arena Pacini

 

 

 

I primi cinematografi a Catania

A partire dal Sangiorgi altre sale teatrali si convertono alla nuova «strabiliante meraviglia»

Il boom del muto. A partire dal 1904 e fino a pochi mesi dall'entrata in guerra, s'assiste a una successione d'aperture

 

Franco La Magna

Nella storia del cinema muto a Catania il periodo compreso tra il 1905 e il 1913 è caratterizzato, dopo l'arrivo nella città etnea alla fine dell'800 del cinema ambulante, essenzialmente dall'apertura delle sale stabili - attività dalle alterne fortune - che rapidamente si espandono nel tessuto urbanistico del capoluogo etneo decuplicandone la presenza e proponendo proiezioni non dissimili da quelle delle altre città della nazione. Soprattutto a partire dal 1904 e fino a pochi mesi dall'entrata in guerra, un'agitata successione d'aperture s'impone come nuova, allettante, attività commerciale (fino ad oggi poco attenzionata dagli studiosi d'economia), raggiungendo presto uno sviluppo estremamente consistente. A darne la stura è lo storico teatro "Sangiorgi", inaugurato il «9 luglio del 1900 con "La Bohéme" di Puccini», poi esercizio stabile, ingresso «per pochi baiocchi». (oggi divenuto seconda sala del Teatro Massimo Bellini), dove la città etnea ospita ancora stupita le prime proiezioni dei fratelli Lumière (quadri dell'Esposizione universale di Parigi). Ma anche sale teatrali preesistenti si convertono progressivamente alla nuova «strabiliante meraviglia» (la definizione è Nino Martoglio), come accade all'elegante sala teatrale "Principe di Napoli" (via Lincon, 108 - oggi via Di Sangiuliano - inaugurata il 22 gennaio 1887, poi divenuto "Iride", "Umberto", "Musco", "Vittorio Emanuele" e ancora "Teatro Alhambra", infine cinema "Sarah".). Quindi una vera e propria gragnola accende rutilanti luci di sala dislocandole spesso tra loro vicinissime, segnando la definitiva sconfitta del cinema ambulante e la prepotente affermazione dell'esercizio stabile.

In rapida successione nascono l'"Edison americano" (1906, via Alessi 16); il "Cinematografo Mondiale" (piazza Cavallotti); il "Sala Italia" (1906, piazza Duomo, subito dopo "Real Cinematografo Gigante"); il "Cinematografo Moderno" (1906, via Spadaro Grassi, totalmente distrutto da un incendio domenica 10 giugno 1906, ma immediatamente ricostruito e riaperto con il nome di "Lumière Moderno"); il "Salon Parisien" (via Biscari); il "Nazionale" (via Alessi 11); l' "Iride" (1909, via Etnea, gestito dai fratelli Angiletti, con il "Parisien" di via Biscari, "locali di primissimo ordine", uffici in piazza Duomo 3); il "Re Umberto" (via Umberto); il "Club Unione"; il "Varietà Massimo" (nei pressi del Teatro Massimo); il "Cinematografo Italia"; il "Cinematografo Imperiale" (1906, via Novaluce, oggi viale Rapisardi); il "Garibaldi" (1906, via Ventimiglia, secondo altre fonti via Mazza 24); il "Politeama Pacini"; il "Cinema Eros Wilhem" (via Bufalo 3, gestito dall'avv. Santo Zuccarello).; l'"Eliseo" (1910, via Garibaldi 271, la più antica sala catanese ancora esistente); il "Dante" (via Garibaldi); il "Kursaal Lanza" (via Francesco Crispi); l'"Apollo" (via S. Giuseppe al Duomo, inaugurato nel 1914 e subito chiuso a causa della crisi e riconvertito in caffé concerto); l'"Excelsior" (1906, proprietario Mario Midulla - poi esclusivista della Pathé - «locale elegantissimo con annessa buvette»; Midulla risulta essere anche concessionario della "Cines"); il "Centrale", locali quasi tutti più o meno dislocati nel cuore cittadino. Quest'ultimo, assieme al "Lumière Moderno" e al "Sangiorgi", nel 1912 fa parte della "Società Cinematografica Italiana", di cui è comproprietario l'avv. Martorelli.

La novità rappresentata dall'endemica apertura delle sale non manca di suscitare l'attenzione della stampa locale che, in brevi articoli, oscillanti tra informazione e pubblicità, non omettono di darne notizia alla cittadinanza etnea. Come già pubblicato, deflagra in quei lontani anni d'inizio secolo anche una vera e propria sfida tra ingegneri ed architetti impegnati a creare sale particolarmente pregiate sotto il profilo artistico-architettonico. Ne sono preziosi esempi lo sfarzoso liberty "Olympia" di piazza Stesicoro, inaugurato con il kolossal "Quo Vadis? " di Enrico Guazzoni il 22 marzo 1913, divenuto presto ritrovo della Catania "bene", svenduto alla catena dei Mc Donald's, dopo una lunga fase di proiezioni hard-core, nell'indifferenza (o peggio) dei pubblici poteri che non ne hanno saputo salvaguardare la conservazione. Un pezzo di storia cittadina distrutto dall'invasione di hamburger e patatine fritte. Quindi il cinema "Music Hall" (1913, poi "Sala Roma") - ubicato in via Etnea, in quel che fu Palazzo Spitaleri, abbattuto per far posto al nuovo che avanza, la costruzione della Rinascente inaugurata il 10 ottobre 1959, scandaloso prosieguo di quel "sacco di Catania", iniziato con l'ignominioso sventramento del quartiere di San Berillo. Il cinema "Hall" nasce con l'intento di «far rivivere in tutta la sua serenità la classica bellezza dell'arte antica» e di coinvolgere un target di pubblico elevato, ma finirà negli anni '50 in un cumolo di macerie.

Nel 1907 in città si contano già oltre una dozzina di sale. Anche le arene non restano fuori dalla competizione. Nel 1904 apre il "S. Carlino" (via S. Euplio, in corrispondenza dell'attuale Piazza della Borsa, inaugurata da Rocco Natale, già proprietario del teatro San Carlino di piazza Ogninella), seguito dall'"Edison" (via Novaluce, 9 oggi viale Mario Rapisardi), l'"Excelsior" (via Stesicoro), il "Geisha" (1906, collinetta nord della Villa Bellini), l'"Etneo" (1907, Tondo Gioieni), un altro "Imperiale" (via Lago di Nicito), il "Kursaal Esposizione" (piazza d'Armi), il "Nuova Italia" (1914, via S. Euplio, grosso modo sul sito del teatro Metropolitan). Molti gli imprenditori, a cui con il passare degli anni se ne aggiungeranno altri, che danno inizio ad una più o meno proficua attività di gestori: Mario Sangiorgi, Mario Midulla, Giuseppe Gangi, Agostino Caporlingua, Martorelli, Tedato, Filippo Lo Giudice, Spitaleri, Di Stefano, Angiletti, Pancari, Anastasi, Monachini, Serrano, Grassi, Isaja… A seguito dell'entrata in vigore di più rigorose norme di sicurezza e soprattutto con l'imposizione ai proprietari dei cinematografi di pagare una tassa sulla ricchezza mobile, già nel 1907 Catania diventa capofila d'una protesta nazionale attraverso la creazione d'un agguerrito comitato di protesta con sede nella redazione della rivista "L'Alba cinematografica". L'apertura delle sale, sebbene a ritmo molto più lento, continuerà anche oltre i primordi a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, ultima infiorescenza nel periodo del muto.

  

La Sicilia, 02/11/2014

 

Catania, il primo cinema ambulante a palazzo Tezzano

I locali, di proprietà dello Spedale Vittorio Emanuele, erano in via Etnea. Martoglio scrive: «Siamo nel secolo delle più strabilianti meraviglie, delle stregonerie»

La Sicilia, 4 Agosto 2014 -  Franco La Magna

 

Quando e dove avvenne a Catania la prima proiezione cinematografica pubblica? E a quale pioniere dell'ancora nascente imprenditoria della "settima arte" (sempre pencolante tra arte e industria) si deve l'installazione in città della "vela incantata", lo schermo bianco nel quale le incerte e traballanti immagini dei primordi vennero mostrate destando lo sbigottimento del pubblico etneo? Tutto conduce - come già ricordato dalle colonne di questo stesso giornale (v. "Vivere", supplemento de "La Sicilia", n. 446, 12 giugno 2008, pp. 3-5) - all'allora appena ventiquattrenne Giuseppe Lentini Vento, intraprendente imprenditore messinese nato Barcellona Pozzo di Gotto il 21 febbraio 1872, che per primo monta a Catania nel dicembre 1896 un cinematografo ambulante, al numero 139 della centralissima via Etnea. Il locale prescelto, ancora di proprietà dello "Spedale Vittorio Emanuele", è quello sito all'interno di Palazzo "Tezzano", poi ceduto in enfiteusi insieme ad altri contigui nel maggio 1898 al cav. Marco Patriarca (suocero di Pietro Verga, fratello di Giovanni), in «forza del contratto stipulato dal Notar Agatino Manduca il 29 maggio 1898 Reg. al n. 4443» e quindi nel giugno 1903 dati tutti in affitto ai fratelli Giovanni e Giorgio Tscharner (ad una pigione di 4.000 lire annue) che vi trasferiranno la celeberrima ed elegantissima «Birraria Svizzera» (Archivio Storico Comune di Catania - Archivio famiglia «Verga», n. provv. 11361), che almeno fino 1915 funzionerà anche da sala cinematografica (v. «La Cine-Fono», 1915).

Versatile e instancabile Nino Martoglio (indiscusso padre del teatro siciliano), per primo annuncia attraverso il suo grintoso "il D'Artagnan" (settimanale fondato nel 1889) l'arrivo del cinema nella città di Verga, Rapisardi e De Felice, cogliendone immediatamente la sconvolgente novità incantato da cotanta meraviglia, appassionatamente definita «strabiliante», «miracolosa», preludio di quell'immediato innamoramento che di lui ne farà - dopo qualche anno - un metteur en scène, soggettista e sceneggiatore tra i più apprezzati dell'epoca del muto: «Non c'è che dire! Siamo proprio nel secolo delle più strabilianti meraviglie, anzi si potrebbe dire delle stregonerie addirittura! Da alcuni giorni è visitabile a Catania il Cinematografo, il miracoloso apparecchio di Edison, che, diremmo quasi, ricostituisce la vita e il movimento. Le più grandiose scene, con tutti i movimenti normali e naturali, con la più perfetta illusione, si riproducono a volontà, lasciando lo spettatore incantato e sbalordito. E' davvero il caso di vedere per credere! Ed è tale interessante e indimenticabile spettacolo che val proprio la pena di vedersi, massime che si tratta di spendere appena 50 cent. Uno di questi apparecchi è nel gran salone del palazzo comunale, ed un altro al numero 139 di via Etnea, dopo il palazzo dei Tribunali» ("il D'Artagnan", 6 dicembre 1896, n. 49, anno V).

Il locale prescelto (riutilizzato dallo stesso Lentini negli anni successivi), ceduto poi in enfiteusi (con altri attigui) a Patriarca, viene così dettagliatamente descritto nel verbale di consegna redatto dall'ing. Giuseppe Lanzerotti, incaricato dal Regio Commissario dell'Ospedale "Vittorio Emanuele": «Bottega di n° 139 verso nord della precedente. Si compone di una prima stanza con porta d'ingresso al prospetto di levante, della retrostanza con finestra a ponente prospettante sull'area della coverta dei corpi qui in seguito descritti. Il pavimento della stanza di prospetto trovasi a livello della via Stesicoro-Etnea quello della retrostanza è più elevato del precedente di cm. 60... » (cfr. Archivio Storico Comune di Catania - Archivio famiglia «Verga», n. provv. 11363). Il n. 139, come si legge nel successivo contratto di locazione tra Patriarca e i Tscharner, indica comunque solo l'ingresso «…a tre grandi vani sussecutivi» dove si trovavano già un gran salone con tettoie a cristalli e gallerie a giro «adorno di 32 grandi colonne in cemento lucidato imitanti il porfido e con mensole e decorazioni varie pure in cemento», corridoi, altre stanze, quindi cortiletti, bagni, ecc…. V'erano, dunque, ampi spazi da usare per la proiezione, verosimilmente avvenuta nell'elegante salone. Due anni - dopo essere più volte tornato a Catania, sarà sempre l'infaticabile Lentini a far conoscere finalmente alla città etnea il tanto osannato «Cinématografe Lumière» (v. «il D'Artagnan, 13 febbraio 1898).

Palazzo «Tezzano», i cui lavori iniziati nel 1720 furono portati a termine in soli 4 anni, costruito per ridare nuova sede all'Ospedale «S. Marco» completamente distrutto a seguito del disastroso terremoto del 1693, si deve all'ingegno ed alla generosità di Nicolò Tezzano, uomo chiave dei soccorsi che dona un suo terreno (comprendente l'attuale piazza Stesicoro) per la costruzione del nuovo ospedale. «…figura multiforme, poeta in latino ed italiano ed eccellente oratore "inventore" della Anatomia Patologica, formidabile mix di formazione umanistica e scientifica e quindi "medico filosofo" precursore della medicina moderna, legato alla sua città da un amore quasi perverso che lo portò a non cedere alla richieste dei viceré che lo volevano lettore presso lo studio di Palermo lusingandolo attraverso offerte stupefacenti sotto il profilo economico. Nelle giornate immediatamente successive al terremoto, Tezzano è il riferimento essenziale nella gestione dell'emergenza in una città stravolta dai lutti, oltre 20.000 su una popolazione di molto inferiore ai 30.000…» (S. P. Cantaro, «Strumenti di management e ricerca della qualità nella storia dell'Ospedale S. Marco», in «Medici e medicina a Catania», Maimone, Catania, 2001). Nel 1880 il "S. Marco" cambierà nome in "Ospedale Vittorio Emanuele", anch'esso costruito in pochi anni, mentre una parte di Palazzo "Tezzano" esaurita del tutto la funzione di ospedale diverrà sede del Tribunale. Oggi, tra corpi aggiunti e superfetazioni, Palazzo "Tezzano" è occupato dalle scuole "Pirandello e Capuana" mentre i locali al pianoterra prospicienti su via Etnea e quelli su piazza Stesicoro sono tutti adibiti a botteghe. Chiusi ormai da tempo lo storico, dimenticato e declassato n. 139 e gli attigui nn. 141 e 143, fino agli anni '80 sede della Upim.

 

 

 

Elenco alfabetico delle sale

 

Abc: 1958. Inaugurato il 16 Marzo ’58 con il film “Un amore splendido”. via p. Mascagni 88, venne costruito al posto dell’ Arena Spadaro. Non è stato in attività tra il 1987 (chiuse in aprile con il film “figli di un dio minore”) e il 1998, quando ha riaperto a novembre con il film “Delitto perfetto”.

 

Achab: 1995. Viale Africa 31. Saletta d’essai gestita dalla cooperativa Azdak.

Amadea: 1997-1999. Viale Africa 31. Si trovava nell’immobile adiacente al lato posteriore della saletta Achab.

 

Alfieri 1948. Via Duca degli Abruzzi 8. Fino al ’64 cinema Garden. Dal 1999 anche sala 2.

 

Ambasciatori: 1959, al posto dell’arena Manzoni. Viene inaugurato il 25 luglio 1959 con lo spettacolo teatrale “Follie del varietà”. Il primo film viene proiettato il 10 agosto “Kamikaze torpedini umane”. Dal settembre 2004 svolge unicamente attività teatrale ed è gestito dal Teatro Stabile.

 

Apollo: 1914 – 1914. via San Giuseppe al Duomo. Inaugurato nel gennaio del 1914 fu subito travolto dalla crisi del settore e nello stesso anno venne riconvertito in caffè concerto. Da non confondere con il cinema Apollo di via S. Maria delle Salette. 1956-1983. Inaugurato il 9 Giugno 1956. Via S.Maria delle Salette 165.

 

Archimede: 1941-1959 via Mendola, anche arena. L’ultimo film, “Quota periscopio!”, è stato proiettato mercoledì 14 ottobre ’59. Fu demolito in seguito allo sventramento del vecchio San Berillo. Si trovava nella zona compresa tra Via Archimede e Corso Sicilia.

 

Ariston: 1958, via Balduino 19. Viene inaugurato il 7 giugno ’58 con il film “Orgoglio e passione”.Non è stato in attività nella stagione ’84-’85. Nel 1985 viene preso in gestione dalla cooperativa AZDAK. Dal novembre ‘99 anche sala 2. Il 24 gennaio 2006 i locali sono stati rilevati dalla società romana “Circuito cinema” che a breve provvederà alla ristrutturazione realizzando altre due sale al posto della tribuna.

Astoria: 1957 – 1969. Inaugurato il 14 settembre 1957 con il film “Donne, dadi, denaro”. Dal 1969 Teatro Delle Muse, poi TeatroVerga.

 

Autoferrotranvieri: 1944-1963. via L.Capuana 72. Dal 61 assume il nome di “Roma".

 

Bellini: 1934-1959 via V.Emanuele 121. Dal 1965 Teatro Rosina Anselmi.

 

Buscemi: 1951-1982. via Susanna 74. Anche arena. Inaugurato sabato 3 marzo 1951 con “Domani è troppo tardi”.

 

Capitol: Inaugurato il 16 maggio 1957 con serata ad inviti per la proiezione del film “La traversata di Parigi”, il giorno dopo cominciano le proiezioni per il pubblico con il film “Alta società”. La terrazza viene inaugurata il 15 giugno 1957.

 

Carmelitani: 1953 – 1962, Piazza Del Carmine, sala parrocchiale.

 

Caronda: 1955-1986. via acquicella porto 105.

 

Concordia: 1950-1979. Inaugurato mercoledì 18 gennaio 1950 con il film “Marito ideale”, ingresso platea £ 40, tribuna £ 60. Dal ’76 assume la denominazione di Elen. Via Plaja 43.

 

Corsaro: 1944. via S. Nicolò al borgo 49

 

Delle rose: 1955-1982. inaugurato il 3 settembre 1955 con il film “Rose marie”. Via del bosco 100. Anche arena. Chiude il 25 luglio 1982 con il film “Conan il Barbaro”.

 

Dora: vedi Fiamma.

 

Diana e Saletta: 1926-1981. via Umberto 7. Realizzato dall’arch. Paolo Lanzerotti e inaugurato il 26 dicembre 1926 con il film “Maternità” e con spettacolo di varietà. Negli ultimi due anni il Diana funziona come luci rosse, mentre il saletta continua la normale programmazione. Chiudono entrambe nel giugno ’81.

 

Divino amore: 1956 – 1960, via Zia Lisa 118, sala parrocchiale.

 

Don Bosco: 1964, viale Mario Rapisardi 56. Sala parrocchiale. Prevalentemente adibito ad attività teatrale.

 

Edison americano: : 1906-1929. Via Alessi 16. risulta anche un Edison estivo in via Nuovaluce 9, oggi Viale Mario Rapisardi. Sul finire degli anni 20 compare anche un “Edison” ubicato il via di Prima 18, ma non se ne sa di più.

 

Eliseo: 1910 via Garibaldi 271. Dal ’79-’80 sala a luci rosse.

 

Esperia: 1931-1984 via Plebiscito 782. Anche Arena. Durante il fascismo cinema Littorio. Inaugurato il 16 ottobre 1931, con serata ad inviti, e il giorno dopo per il pubblico, con il film “Legione azzurra” e la comica “Pompieri (flick

e flock)”. Non è stato in attività dal 20 aprile del 1943 all’inizio del 1946. Chiude il 17 gennaio 1984 con il film “Paolo Roberto cotechino centravanti di sfondamento”.

 

Europa: 1955- 1976 Nesima, Via Pacinotti 23. Costruito al Catania e il cinema

di Alberto Surrentino D’Afflitto

 

Excelsior: 1939 via de felice 19. Anche arena fino al 1960. Venne aperto come teatro nel ’35, eliminati parte della tribuna (al cui posto fu ricavata la cabina di proiezione) e i palchetti riaprì come cinema nel ’39.

 

Famiglia: venne demolito in seguito allo sventramento del quartiere San Berillo. Si trovava in Via Ventimiglia.

 

Fiamma: 1944 via fischietti 2 . Fino al ’48 cinema Virtus. Sabato 11 dicembre 1948, dopo una breve chiusura per rinnovo locali, riapre con il nome di Dora (in onore della nipote del gestore) con il film “Scala al paradiso”. Dal 1971 assume la denominazione di Fiamma. Dal ’79 è sala a luci rosse.

 

Garden:  (San Giovanni Galermo): 1954-1984. Per i primi anni cinema. L’ultima proiezione di cui si ha notizia certa risale al 1° aprile 1984, con il film “Turbo time”.

 

Garibaldi: 1906- metà anni 10. Alcune fonti riferiscono che fosse ubicato in Via Mazza 24, secondo altre si trovava in via Ventimiglia. E’ possibile anche che si tratti di due diversi locali in attività in periodi diversi e con identico nome. Come di molti dei locali aperti nel 1906, le notizie si perdono nel corso degli anni. Di sicuro non fu più in attività dopo lo scoppio della prima guerra mondiale.

 

Golden:1974 – 2003, Viale Ruggero di Lauria 85. Inaugurato sabato 23 novembre 1974 con “Stavisky il grande truffatore”. Non è più in attività dall’ottobre 2003, ultimo film proiettato “La maledizione della prima luna”. Non si hanno ancora notizie sul futuro della sala.

 

Imperiale: 1906 - via nuovaluce (oggi viale mario Rapisardi) n. 9. Da non confondere con l’Arena Imperiale di via Lago di Nicito. Dovrebbe avere iniziato le proiezioni nel settembre del 1906. Non è stato possibile reperire altre fonti in merito alla sua attività e all’anno di chiusura. Allo stesso indirizzo risulterà ubicato anche il cinematografo Edison, ma non risulta chiaro se si tratta di un cambio di denominazione o della realizzazione di una attigua arena estiva.

  

Lo po’: 1936 via etnea 256. fino al ‘66 anche terrazza. Dal 2003 è stato trasformato in multisala con tre schermi.

 

Lumiere: 1906-1938. via Spadaro Grassi. Inaugurato nel maggio del 1906 con la denominazione di cinema Moderno, fu distrutto da un incendio domenica 10 giugno. Riaprì il 2 settembre 1906 con la nuova denominazione di Lumiere. Per i primi anni in estate il gestore trasferiva la propria attività nel porticciolo di Ognina. Negli ultimi due anni di attività assunze il pomposo nome di cinema Impero. Chiude il 26 marzo 1938 con il film “Casta diva”.

 

Lux: 1936-1960 via Messina

 

Marisa: 1952-1980. anche arena. Via Fazello 27. Nel giugno ’51 ne viene annunciata l’imminente apertura, poi rinviata per motivi non rinvenibili. L’apertura al pubblico si avrà il 1° gennaio 1952 con il film “Il principe e il povero”. Demolito intorno al 2000.

 

Messina: 1959. Via Giannotta 15. Inaugurato il 25 luglio 1959 con il film “Il grande paese”. Dal 1989 sala a luci rosse.

 

Metropolitan: 1955. via S.Euplio 21. Inaugurazione il 19 gennaio 1955 con la rivista “tutte donne meno io” della compagnia Macario. Il 24 gennaio ‘55 viene proiettato il primo film: “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani..

 

Midulla: 1937-1979. via Zuccarelli 36. Prima della guerra aveva il nome di cinema «Italia». Distrutto nel febbraio del 1979 da un incendio doloso. Ultimo film proiettato “Totò contro Maciste”.

 

Minerva: 1946-1983. via Orto del re 20. Chiude il 31 maggio 1983 con il film “Pink Floyd the wall”.

 

Mirone: 1928. Via A. De Curtis. Fu inaugurato il 10 marzo 1928 con il film “Derby reale”. Non è stato in attività tra l’85 e il ‘95, anno in cui, nel mese di ottobre, ha riaperto con il nome di King.

 

Monachini: Sala A 1928-1956. Sala B 1945-1990. Terrazza 1930-1963. via Giordano Bruno 20. Nei primi anni 80 alterna film normali a quelli porno. Diventa esclusivamente a luce rossa dalla stagione ’83-’84. Chiude mercoledi 24 ottobre ’90 con il film hard “Le superscatenate”.

 

Mondiale cinematografo Excelsior: 1906 - ???? Di sicuro era in attività fino al 1911. Dopo questa data non è stato possibile reperire altre notizie. Da non confondere con il cinema Excelsior di via De Felice.

 

Nazionale: 1906 - via Alessi 11.

 

Nuovo: 1928-1966,ex teatro Genio, dall’ottobre ‘54

 

Aurora:  Via Abate Ferrara 32. Costretto alla chiusura da ingenti danni al tetto, oggi completamente crollato.

 

Odeon:1932. via F. Corridoni 19. Realizzato dall’arch. Carmelo Aloisi e inaugurato l’11 marzo 1932 con il film “Papà gambalunga” e il corto “Inverno” (Sinfonia allegra). Il primo locale a vantare il tetto apribile.

 

Olympia: 1913-1998 Piazza Stesicoro 57. Realizzato dall’architetto Francesco Fichera, inaugurato il 21 marzo 1913 con il film “Quo vadis?”. Dall’80 sala a luci rosse. Ultima proiezione lunedì 13 luglio 1998. Oggi è sede di un fast food.

 

Orione: 1947-1952. via Pietro dell’ova

 

Planet : 2000. Via della costituzione 47. 5 sale. Inaugurato sabato 4 marzo 2000 con i film “C’era un cinese in coma”, “Il collezionista di ossa”, “Sbucato dal passato”, “Three kings”.

 

Reale: 1925- 1984. fino al 33 cinema Orfeo. Via F.Crispi 262. Chiude martedì 26 giugno ’84 con il film “La donna che visse due volte”.

 

Recupero: 1953- ha chiuso nel 1983 per riaprire i battenti nel 2003 come multisala. Via duca degli abruzzi 69. Dal 2000 anche arena.

 

Rinascita: 1948-1959. Via Barriera del bosco angolo via Antonello da Messina.

 

Ritz: 1972-2001. Via Ibla 5. Inaugurato il 31 ottobre 1972 con il film “L’avventura è l’avventura”. Ultimo film proiettato “Storie” nel maggio 2001. Acquistato dalla Provincia, è attualmente adibito a sala per le lezioni della facoltà di giurisprudenza.

 

Ruggeri: 1959-1961. C/da San Giorgio 39.

 

Sala Italia: 1906 -  Piazza Duomo. Inizia le proiezioni il 24 marzo 1906 e come di tutti i locali della prima ora, se ne perdono le tracce nel corso degli anni. Conosciuta anche con il nome, assunto successivamente a partire dal settembre 1906, di Real cinematografo Gigante

 

Sala Roma: 1913-1957 Palazzo Spitaleri, oggi Rinascente, via Etnea 155. Inaugurato nel settembre del 1913 con il nome di “Music Hall”, assunse la denominazione di “Sala Roma” dal 4 dicembre 1932. Dal 1948 anche arena. Nel 1938 fu il primo locale ad ospitare la proiezione di un “film in rilievo”, ovvero il 3D. Ultima proiezione Il 17 giugno 1957 con il film “L’angelo del ring”. Fu demolito per far posto al palazzo della Rinascente, la cui attività commerciale verrà aperta al pubblico il 10 ottobre del 1959.

 

Salon parisien: 1907 - via Biscari. Già dal 1909 se ne perdono le tracce. Probabilmene, come molte delle sale della prima ora, fu travolto dalla crisi di metà anni dieci causata anche dall’inasprimento fiscale imposto per far fronte ai costi della guerra.

 

Sampaolo: 1955 - 1957 . Sala parrocchiale, via S.Agata 3. Inizia le proiezioni il 12 gennaio ’55. L’ultima proiezione di cui si ha notizia certa risale al 23 ottobre 1957, con il film “Quando mi sei vicino”. In attività peraltro non continuativa durante la stagione ’56-’57. Via S.Paolo 73, Cibali.

 

Sanfilippo: 1962- 1973 via Re Martino 197. Nel ’70 assume in nome di

Orchidea. Dal 1974 Teatro Sud fino a metà anni 90.

 

San Filippo Neri: via teatro greco 32, sala parrocchiale. Non si hanno notizie sul periodo di attività.

 

San Francesco di Sales: via Cifali 7, sala parrocchiale. In attività nei primi anni 50.

 

Sangiorgi: 1901, una programmazione cinematografica continuativa comincia però a metà degli anni 20. Estivo Kursaal (terrazza con 600 posti) attivo fino a metà anni 30 e poi dal ‘54 al ’63 .Già dai primi anni 70 si proiettano esclusivamente film erotici. Nell’ottobre ’76 si tenta un rilancio e si torna ad una programmazione “per tutta la famiglia”, ma nel gennaio ’77 si torna ad una programmazione erotica. Pochi mesi dopo cominciano anche le proiezioni di film porno. Rilevato dal Teatro Massimo Bellini nel’89, dopo una lunga ristrutturazione è stato nei primi mesi del 2003 riaperto come teatro.

 

Santa Maria della Mercede: 1957 – 1960, via Caronda 102, sala parrocchiale.

 

Sarah: 1953. Via di San Giuliano 126. Dalla stagione ’76-’77 proietta esclusivamente film erotici,e dalla fine del ’77 anche porno. Prima del ’53 Teatro Alhambra, a sua volta ex Vittorio Emanuele, a sua volta ancora ex Principe di Napoli, (1887).

 

Sciara: 1979 – 1996. San Paolo, Piazza Risorgimento 20. Tecnicamente in territorio di Gravina, per la sua vicinanza con il quartiere di Barriera è stato sempre considerato un cinema cittadino.

 

Spadaro: 1948-1980. via Sabotino 2.E’ l’unico caso di terrazza entrata in funzione prima della sala: essa infatti è attiva dall’estate ’47 mentre la sala comincerà a funzionare da sabato 18 settembre ‘48, giorno in cui si inaugura con il film “La signora Parkington”.La terrazza rimane in funzione fino al 7 agosto ’52, il giorno dopo viene aperta l’arena Spadaro in via Mascagni. A seguito della trasformazione dell’arena nel cine Abc, la terrazza tornerà a funzionare dall’estate ’57. Il cinema riaprirà prossimamente come teatro Brancati.

 

Trinacria. ex Tiffany: 1932, fino al 1994 ha mantenuto il nome di Trinacria. Via Agnini 20. Dall’estate del ’77 comincia a proiettare qualche film erotico. Sala a luci rosse dal ’79 al ’94 ,anno in cui riapre sotto il nome di Tiffany.

 

Vittoria: 1924, via gisira 67. Conosciuto anche come Supercinema. Dal ’78 sala a luci rosse. Rilevato nel 2000 da alcuni membri della cooperativa Azdak assieme ad altri soci esterni, doveva essere oggetto di un piano di ristrutturazione mai avviato.

 

 

Arene e terrazze

 

Arena Adua: 1930 – 1971, via Ciccaglione. Chiude domenica 10 ottobre 1971 con i due film “Don giovanni in Sicilia” e “La porta sbarrata” per la volontà dei proprietari di vendere il terreno su cui verrà di seguito costruito un palazzo. Il gestore tuttavia non si perse d’animo e realizzò due anni dopo la nuova arena Adua in via San Nicolò al Borgo.

 

Arena Nuova Adua: 1973, Largo Carmelo Mendola (già via S. Nicolò al Borgo). Inaugurata domenica 27 maggio 1973 con il film “La treccia che uccide”. A causa di problemi burocratici relativi alla licenza, ancora relativa al precedente omonimo locale di via Ciccaglione, nella stagione ’77 dovette mutare nome in Arena Imperiale (scelto in onore della gloriosa arena, in cui tra l’altro il gestore, sig, Gallina, era stato ai tempi proiezionista), per riprendere l’anno seguente quello di Adua.

 

Arena Archimede: 1928-1959. Fino al 1936 arena Balilla. Fu demolita in seguito allo sventramento del vecchio san berillo. Nel 1941 venne affiancata dall’omonimo cinema.

 

Arena Argentina: 1945. Non è stata in attività nel 1981. Dall’82 è gestita dalla cooperativa Azdak.

 

Arena Augusteo: via plebiscito 199. Già attiva sul finire degli anni 20, ha chiuso i battenti pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ha comunque svolto prevalentemente attività teatrale.

 

Arena Borgo: 1937-1960. Via Canfora 6. L’ultimo film, “Il figlio di Caroline Cherie” viene proiettato il 23 settembre 1960.

 

Arena Buscemi: 1951-1982. via Susanna 74. Attigua all’omonimo cinema. Inaugurata giovedì 28 giugno 1951 con “Gli amanti della città sepolta”.

 

Arena Campione: 1952-1959 via V.Giuffrida 109. Inaugurata sabato 31 maggio 1952 con il film “Ti avrò per sempre”. Chiude martedì 6 ottobre 1959 con il film “La carica dei 600”.

 

Arena Canalicchio: 1956-1981. Via Di Giorgio 3. Per i primi anni Arena

Cosentino Cosentino. Dal ’79 Arena Broadway. Ultima proiezione mercoledì 9 settembre ’81 con “I giganti del west”.

 

Arena Caronda: 1953-????. Dovrebbe essere rimasta in attività fino alla fine degli anni 70. E’ attigua all’omonimo locale invernale.

 

Arena Centrale: 1930-1979. Via Etnea 284. Chiusa per impossibilità di adeguamento alle norme sulla sicurezza.Ultima proiezione domenica 30 settembre 1979 con “ i 10 gladiatori”.

 

Arena Corsaro: 1964 via S. Nicolò al borgo.

 

Arena Del sole: 1945-1958 via Belfiore 90

 

Arena Del bosco: 1946-1959. Via Antonello da Messina, 11.

 

Arena Delle rose: 1955-1982. Nell’ultima stagione rimane aperta soltanto dal 17 al 25 luglio ’82 quando chiude definitivamente con il film “Conan il barbaro”.

 

Arena Don Bosco: via Madonna delle Salette, sala parrocchiale.

 

Arena Dopolavoro ferroviario: 1950-1963. via Calatafimi 4.

 

Arena Eldorado: 1945-1958 Via Vittorio Emanuele 379.

 

Arena Esposizione: 1921-1950. Via F.Crispi. L’ultimo film viene proiettato il 15 ottobre 1950: “Impresa eroica”.

 

Arena Esperia: 1932-1982. Via Plebiscito 782.

 

Arena Etneo: 1907 - ???? Tondo Gioieni. Sulle considerazioni in merito all’impossibilità di determinare la data di chisura vedi quanto detto in merito al Salon Parisien.

 

Arena Europa: 1954 – 1954. Attiva per una sola stagione, al suo posto fu costruito il cinema Europa.

 

Arena Gangi: 1919-1938. Con i suoi 4500 posti risulta essere stato il più grande locale della città. Ultimo film proiettato: “Il pugnale cinese” il 21 settembre 1938. Demolito per far posto al largo paisiello.

 

Arena Garozzo: Via Masaniello 12. Funzionante a metà anni 60, non si hanno notizie sulla durata della sua attività.

 

Arena Geisha: 1906-???? Collinetta nord villa bellini. Non si hanno notizie precise sulla sua chiusura, di certo non fu più in attività dopo la prima guerra mondiale. Conosciuta anche con il nome di “Eden Bellini”. Nello stesso luogo

venne realizzata nei primi anni 30 l’arena Palace.

 

Arena Giardino: 1945-1955 grattacielo. Inaugurata il 22 giugno ’45 con il film “I dieci comandamenti”. Ultima proiezione 31 agosto ‘55 con i film “El gringo” e “Don Camillo”.

 

Arena Grande: metà anni 30 -1961. Via S.Maria della catena. Fonti ufficiali dell’AGIS ne farebbero risalire l’apertura al 1949. In realtà sulla base di testimonianze di gestori ed avventori, risulta che l’arena fosse già attiva almeno nel 1938. Non è possibile tuttavia individuare l’anno esatto di apertura.

 

Arena Kursaal: estivo Sangiorgi. 1901-1936 e 1954-1963.

 

Arena Ideal: 1931-1981 via Andronico 9. Prima del ’31 Arena Verdi, ma con attività quasi esclusivamente teatrale. Chiude mercoledì 30 settembre ’81 con “Malaspina”. Il 14 febbraio 2005 è stato bandito l’incanto per la vendita fallimentare.

 

Arena Imperiale: 1937-1955 via lago di Nicito angolo via Castromarino. Fu costruita a metà degli anni 20, ma svolse esclusivamente attività teatrale fino al ’36. Ultima Proiezione il 10 Ottobre ’55 con i film “Cento serenate” e “Frine cortigiana d’oriente”. Ingr. L.50.

 

Arena La battigia: 2000 - 2004. Viale Ruggero di Lauria 1. Struttura in legno ospitata all’interno dell’omonimo lido. Inaugurata domenica 16 luglio 2000 con “La cena dei cretini”. Oggi non più in esercizio.

 

Arena Lucciola: 1947-1955. Via Franchetti 9 . Inaugurata sabato 5 luglio 1947 con il film “Il figlio di Montecristo”. Dopo la stagione 1955 scompare dal tamburino del quotidiano locale, e se ne deve pertanto supporre la chiusura.

Secondo fonti AGIS ha chiuso i battenti nel 1956, mentre alcuni abitanti del quartiere ritengono che sia stata in attività almeno fino ai primi anni 60. La struttura, tuttora esistente, è adibita a garage.

  

Arena Miramare:  1951 - 2003

Chiude il 23 settembre 2003 con il film "Un ciclone in casa". La chiusura deriva dalla vendita del terreno per realizzare un palazzo. L'arena verrà demolita nel 2007, il palazzo è attualmente in costruzione

 

Arena Manzoni: Inaugurata l’8 luglio 1956

 

http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/202.pdf

 

C'era una volta il Miramare

di MImmo Rapisarda

C'era, c'era.... eccome se c'era.

Fra qualche anno diremo così anche per questo altro pezzo di "quella" Catania che se ne va. C'era una volta, come c'era una volta il Diana, il Roma, l'Archimede e tanti altri. Demoliti da poco nobili interessi che niente hanno a che vedere col cuore degli ultimi nostalgici, come me. Dico questo perchè, forse, non riusciamo ad accorgerci che nella vita tutto fa parte di un ciclo e il ricambio naturale delle cose che perdiamo è una cosa normale. Però, a volte ci arrabbiamo per come accade questo ricambio.

Sfido qualsiasi catanese al di sopra dei Quaranta a dirmi che non c'è mai stato. Parlo di almeno una serata alla mitica arena Miramare, a Guardia Ognina.

Architettonicamente era spartana, mediocre, direi scadente, addirittura fetiscente. Più che un cinema sembrava una masseria. Ma era decisamente il posto, in cui un inconsapevole genio dell'urbanistica pensò di collocarla, che la rendeva strategica. Un posto fantastico, quando ancora i suoi metri quadrati non valevano l'oro di oggi!

Situata sul cono della collinetta che si affaccia sulla baia di San Giovanni Li Cuti, era incastonata su di essa come un gioiello, visibile anche dal lungomare. L'ingresso si trovava su Via Messina; si pagava alla cassa che sembrava un confessionale in versione balneare e poi si entrava attraversando una stradina in discesa verso la grande fossa naturale nella quale era stava ricavata l'arena, al fresco.

All'entrata era già uno spettacolo perchè vedevi subito l'orizzonte del mare di fronte, che prima del film offriva straordinari Trailers colorati di azzurro celeste, rosa, indaco, violetto. Già questa sensazione ti rilassava e ti faceva stare subito bene, aggiungiamoci l'improvvisa frescura, gli odori, il canto dei grilli in amore e il gioco era fatto. Quel viottolo, tempestato di colorate piante di fichidindia, pergolati di vite canadese e cascate di glicine, ciclamini e gelsomini, costeggiava sulla sua sinistra un orto i cui profumi ti ricordavano perfettamente in quale luogo del Mediterraneo ti trovavi, qualora l'avessi scordato per un attimo.

Quante generazioni di catanesi sono passate da quel cancello! Intere famiglie, ragazzi, studenti, gente sola o accompagnata, "picciriddi cunnuteddi" che durante le proiezioni le prendevano di santa ragione, fidanzatini con genitori a carico che li sorvegliavano alla distanza di un metro, signore in gravidanza che si riparavano dal caldo di casa, tutte ci sono passate.

Anche intere comitive che erano lì per ben altri scopi: fare farsa! Con gli amici, qualche sera, d'estate si andava al Miramare.

Già forniti di panini con parmigiana o caponatina, stavamo seduti a tre a tre in due file. Durante la visione si sgranocchiava di tutto e si bevevano le bibite gelate. E' chiaro che il film non lo vedeva nessuno perchè il tempo scorreva mangiando, parlando, sparlando, scherzando, ridendo, raccontando, incantandoci su spalle fin troppo abbronzate e incrociando occhi ammalianti che davano appuntamenti a quelli nostri durante le luci dell'intervallo.

Un altro passatempo: scommettere sui gechi poggiati sullo schermo, sceglierne uno e vedere quanto tempo impiegava per arrivare sul cappellone di Paul Newman. Il padrone della "zazzamita" che arrivava al traguardo aveva diritto a una birra gelata.

Quando si esagerava, arrivava puntuale "shhh!!! Salenzio!".

Una sera stavano proiettando il film "Amore per sempre" con Mel Gibson (un aviatore è innamorato di una ragazza .... purtroppo un giorno lei ha un incidente ed entra in coma, lui non riesce a sopportare questo e grazie a un inventore si fa ibernare nell'attesa che lei guarisca..ma qualcosa va storto e rimane ibernato per 50 anni. Quando si risveglia riesce a ritrovare la sua amata che nel frattempo era diventata pure nonna, ma che non aveva mai dimenticato quel ragazzo che scomparve all'improvviso). Ebbene, i due protagonisti sono in cima a una collina stile "Cime tempestose", le prime parole che lui dice sono: "Jane, finalmente ti ho ritrovata, adesso sono qui... c'è qualcosa che vuoi dirmi?". Lei è un po' titubante, ma non fa a tempo a rispondergli perchè la sua risposta arriva, bruciante, dalle ultime file: ..... "A unni a statu?" .

Naturalmente risata generale, come sempre, come ogni sera in quel posto magico. Sbaglio, o ci trovate qualche assonanza con le scene di un famoso film di Tornatore?

Ma poi, dopo tutto, chi se le li vedeva i film con l'altra pellicola che avevamo alla nostra destra? La luna che guardava a scrocco mentre luccicava e abbagliava un mare che faceva altrettanto; qualche nave passava con tutte le luci accese, la brezza marina che per invidia saliva anch'essa fino a noi per stordirci. Ma noi, che eravamo già ubriachi di forti odori di menta, basilico, zagara dei giardini vicini; noi, con la giacchettina di cotone sulle spalle e lucidi di spray antizanzare; noi, seduti su quelle scomode sedie in ferro verniciate di verde e di ruggine; noi, sepolti da scorze di noccioline, abbiamo sempre saputo di questi regali che la Natura ci ha fatto e per decenni abbiamo sempre detto Grazie! Abbiamo respirato, annusato e goduto di tutti i frutti offerti dall'Arena Miramare. Ma avremmo pagato anche il doppio del biglietto per stare lì.

Almeno una volta nella sua vita, ogni catanese ha oltrepassato quel cancelletto per vedere Maciste, Totò o Tom Cruise. Chi per rilassarsi, chi per abbordare, chi per sfiorare, chi per la soddisfazione di alzarsi gonfio come un palloncino per vie delle gazzose consumate. Chi, infine, per trovare il coraggio di dirle "ti amo" con la complicità del posto.

Alla fine, sollevati a dieci centimetri da terra, risalivamo quella stradina con tre etti in più e qualche atmosfera di troppo nello stomaco. Uscivamo sulla strada, avvertendo subito il caldo e il repentino cambio di temperatura: da 20 a 36-37 gradi!. Via le giacchette di cotone.

Le strade di Guardia e Picanello, a quell'ora sono ancora vivaci, sveglie. In quei quartieri soffocati dal caldo umido e dall'afa catanese in agosto, si sentivano le nostre voci: chi sfotteva a destra e chi a sinistra. Le nostre risate sguaiate per chi, ancora impressionato dal film, imitava Franco Nero o per chi, ancora impaurito da L'Esorcista, si faceva accompagnare a casa.

Il rumore delle nostre ciabatte ci trascinava per le strade eternamente bucherellate di Picanello mentre folate di vento caldo sollevavano dai marciapiedi quintali di scontrini fiscali (autentici e fasulli) e offerte imperdibili nei supermercati. Guardando in alto, piccoli bagliori rossi si ravvivavano ad intermittenza, al buio di precari balconi; oppure scivolavano in basso al pianoterra a forma di serpenti fumosi sedendosi sulle sedie di legno e paglia, sul marciapiedi davanti casa. Tutti, tutti a godersi un po' di fresco ristoratore all'aria, lontani dalle mura di pietra lavica e intonaco rosa, ancora calde perchè cotte a puntino dal sole pomeridiano del ponente etneo. E' gente che va tardi a letto sapendo già di non poter dormire per il caldo, che si gode l'ultima ventata che producono le alghe del golfo di Ognina. Gente che si attarda fuori sparlando senza pietà di nuore, generi, compari e consuoceri, che pensa già alla spesa che dovrà fare l'indomani: i pomodori freschi, il basilico, le melanzane, la ricotta salata, la pescheria, la "minnulata" al carrettino 'Don Tino-Coni con panna-Gelati-Granite'.

Sì, ma al chioschetto del Miramare tutto era più solleticante, aveva un altro effetto... era gassoso, ghiacciato! Eppure era tutto uguale! Chi se lo dimentica quel piccolo bar? Stava dietro le ultime file, tipico da arena estiva: semi di zucca, gazzose, bibite, patatine, ecc. Negli ultimi tempi lo prese in gestione un tipo freakettone, con mille tatuaggi sulle braccia, un'infinità di borchie e un abbigliamento alla Fandango. Aveva tappezzato il locale con i poster dell'Harley Davidson, di James Dean e di altri miti che gli andavano a genio. Per aprire la saracinesca del bar arrivava a metà del primo tempo, col frigo ancora spento. Le gazzose, via via, cominciavano a diventare sempre più calde, sempre più calde. Erano segnali premonitori, erano i tempi che stavano cambiando, era la fine imminente.

L'ultima stagione, infatti, fu nel 2002. Nell'anno successivo i proprietari del terreno sul quale sorgeva l'arena lo mise in vendita a fini edilizi. Assieme ad altri lettori, in quell'anno protestai su La Sicilia esortando l'Amministrazione comunale a non concedere la concessione sull'imminente disastro che si stava per compiere perchè consideravo quel luogo un patrimonio storico della città e che, per il suo valore affettivo, apparteneva un po' a tutta la cittadinanza. Smantellarlo significava distruggere una pietra miliare che era elemento componente e integrante del fascino ogninese. Andava invece acquisito, salvaguardato e rivalutato.

Tutti sappiamo, invece, com'è andata. Se il Comune avesse acquistato il terreno, avesse bonificato e ristrutturato l'arena e l'area circostante per farci magari un Centro culturale, questa amministrazione sarebbe stata ricordata a vita dai suoi concittadini. Purtroppo, oltre a non avere il minimo interesse ad essere ricordato, chi ci governa non è nemmeno catanese e certe cose non potrà mai capirle. Speravo in un suo romantico ricordo di quando era studente nell'Ateneo catanese e che la rimembranza di un bacio galeotto regalato furtivamente alla collega di corso, davanti a quello di Cary Grant e Ingrid Bergman in "Indiscreto", lo avesse fatto redimere. Niente, solo parole al vento.

Fra le arene, avevano già chiuso il Delle Rose, la Terrazza Cavallaro, il Sanfilippo. Sono rimaste ancora l'Argentina, l'Adua e qualche altra ancora, che battagliano ogni sera con un nemico molto più agguerrito, molto più organizzato di loro; un nemico che la sera inchioda tutti noi alle nostre poltrone, con il condizionatore acceso e che non ci fa uscire da casa impedendoci di capire cos'è davvero un cinema all'aperto, o perlomeno stare fuori di casa a vedere la gente: il principale cast della pellicola di ognuno di noi. Quel nemico si chiama Televisore, con tutti i suoi tecnologici aspetti e la sua immensa offerta giornaliera, ma che alla fine ci fa sentire più soli.

Purtroppo, la fine di una delle cose più amate e ricordate a Catania è già sancita. Oggi le ruspe ci lavorano per creare un lussuosissimo casermone, con una vista sul mare tutta saccheggiata dalla cassapanca delle nostre notti d'agosto.

Ci sono passato l'altro ieri e sono entrato fin dentro al cantiere. Con un piccolo groppo in gola, ho visto quei dinosauri estirpare dalle voragini di terra tonnellate di baci, carezze, schiaffi, sguardi, dichiarazioni d'amore, tutti appartenuti alla gioventù catanese. Ho pensato per un attimo al Nuovo Cinema Paradiso e mi sono sentito come Salvatore quando, dopo i funerali dell'amato Alfredo, assiste alla demolizione dell'oggetto dei suoi desideri di quand'era adolescente.

Mentre scrivo l'arena non esiste più. Il Miramare ha già proiettato il suo ultimo "The End" sul bulldozer che gli ha dato il colpo di grazia, facendo la stessa fine del Cinema Paradiso.

Come tanti suoi spettatori che non ci sono più, ormai appartiene al firmamento dei nostri ricordi. E' uscito di scena come fece Totò in un celebre film che abbiamo visto tante volte sul quel magico rettangolo dipinto di calce bianca e dell'azzurro del mare: "Torno nella miseria, però non mi lamento. Mi basta di sapere che il pubblico è contento!"

Contentissimi. Grazie Miramare, per tutto quello che ci hai fatto vedere, vivere.... e sognare!

Il tuo pubblico.

( lug 2007)

 

 

Scusi, dov'è il Cinema?

di Leandro Perrotta con Roberta Attardo

creato il 16/02/10
Tutti parlano del degrado del centro storico di Catania, ma, specialmente tra i più giovani, in pochi sanno cosa c'era prima del degrado. Un esempio? Le sale cinematografiche. Le ultime a chiudere sono state Excelsior e Tiffany, ma in 30 anni c'è stata un’autentica strage. Step1 vi propone una mappa interattiva e un photo reportage.
L'Excelsior, chiuso nel 2009 dopo quasi 70 anni di attività, è il simbolo di una Catania che non c'è più. A poca distanza il Tiffany, chiuso a metà 2008, dove campeggia un cartello, “locale 300mq, 150 tribuna. Affittasi o vendesi”. L'elenco è lungo, a partire dal Minerva di cui tanto si è parlato negli ultimi tempi per l'occupazione de ragazzi del CPO Experia (anche questo ex cinema): sono oltre 30 le sale cinematografiche e le arene dismesse dal 1980. Una cifra esorbitante che dà il senso di una città che fino a pochi anni fa era viva, culturalmente e socialmente. Oggi cosa è rimasto di quelle sale?

Via delle Salette, angolo via Concordia. Iniziamo da qui un tour fra le vecchie sale cinematografiche catanesi. Terra di mezzo fra San Cristoforo e Angeli Custodi, periferia catanese. Eppure questo è il “vero centro”, la Catania popolare storica. Se vuoi vedere com'è cambiata la città in questi anni, devi andare qui, una strada dominata dall'imponente mole rossa dell'oratorio salesiano. Per il resto il panorama non è molto vario, e fra i capannoni abbandonati si fa una certa confusione. Approfittiamo della disponibilità di un raro passante per chiedere «scusi, il cinema Apollo?», e ci indica un vecchio rudere a pezzi, un capannone, guarda caso. «Mi ricordo il cinema Apollo, ci facevano i film di Superman». Capienza 700 posti, ma in zona non c'era solo l'Apollo, c'erano anche il Concordia, il Caronda, l'Eliseo, il Midulla. Quest'ultimo non era nel nostro elenco – ricavato da una edizione della “Enciclopedia di Catania”, Tringale Editore, 1980 - , ma ci facciamo spiegare la strada «Si trova vicino al mercato di San Cristoforo, ma fai attenzione, quella è una zona brutta». La “zona brutta” si trova a circa mezzo chilometro, stesso quartiere ma più vita: nascosto da una bancarella di frutta e verdura, ecco il portone dell'ex cinema Midulla. Qui c'è tanta gente, che quando scopre che siamo lì per il cinema viaggia fra i ricordi: «Ha chiuso 15 anni fa... No forse 20. Bei tempi quelli». Oggi nel basso edificio che ospitava il Midulla c'è un centro sociale del comune, con un paio di finestre rotte. Stessa sorte ma una sola finestra rotta per il cinema Concordia, in via Playa, qui siamo agli Angeli Custodi: un grande edificio a piano terra, per quasi 800 posti, riconvertito in “Centro culturale Alberto Sordi”. Destino forse migliore di un'altra sala storica, l'Eliseo, appena 300 posti ma in un edificio di pregio, su via Garibaldi: è ancora attivo, ma proietta solo film a luci rosse da 30 anni, e sembra cascare a pezzi. Il Caronda, cinema più arena, si raggiunge proseguendo per via Fortino Vecchio, si gira per un paio di traverse, e lo vediamo finalmente alle spalle di via Acquicella. Un altro anonimo capannone da 24 anni. L'Arena invece è diventata un parcheggio.

Un triste parcheggio è oggi anche l'Arena Centrale, in via Etnea accanto al centralissimo Lo Po', uno dei pochi cinema storici ad essersi “reinventato” multisala per proseguire l'attività, in una zona che 30 anni fa era letteralmente piena di sale. Verrebbe da dire che un po' di sale dovevano buttarlo a terra, visto che in attività restano solo il già citato Lo Po', l'Odeon, l'Arena Argentina, mentre il Metropolitan è ormai solo un teatro. Fra quelli chiusi l'Arena Ideal di via Andronico, che oggi è un cortile abbandonato pieno di erbacce, mentre sulla sponda opposta di via Etnea, in via De Felice stà silenzioso l'ultimo caduto di questa guerra a colpi di multisale: l'Excelsior. Il Tiffany poco più là aspetta affittuari, mentre il cine-teatro Diana su via Umberto è diventato un outlet dopo essere stato per anni un negozio della catena “Sisley”.

Del cinema “Monachini”, zona piazza Carlo Alberto, nel via vai frenetico di cinesi si ricorda uno sparuto gruppo di residenti storici. Del cinema “Reale” in via Francesco Crispi non si ricorda invece proprio nessuno; al suo posto oggi c'è una banca.

Tornaniamo in centro storico, in via di Sangiuliano, dove nessuno sospetterebbe che il bel teatro Sangiorgi (riaperto nel 2003 e gestito dal Teatro Massimo Bellini) alla chiusura nel '89 fosse un cinema pornografico, come il vicino “Fiamma”, ancora attivo in via Fischetti, e l'Olympia-Mac Donald di piazza Stesicoro.

Un cinema c'era anche in pescheria, o quasi: in via Gisira lo storico “Vittoria”, costruito nel 1924, era finito anche lui a proiettare film porno, fin dal 1978. Nel 2000 i membri della cooperativa Azdak insieme ad altri soci esterni lo hanno rilevato per portarne avanti un piano di ristrutturazione, che non è stato mai avviato. Nelle prossime puntate cercheremo di scoprirne le motivazioni.
http://www.ustation.it/step1/weblog/447.html

 

OMAGGIO AD ALBERTO SORDI


 

 

 

 

 

 

 

Abc - Catania (ct) - via P. Mascagni, 92 - 095 535382  -  Achab- Catania (ct) - viale Africa, 31 - 095 536515  -  Alfieri Multisala - Catania (ct) - - viale Duca degli Abruzzi, 8 - 095 373760  -  Ambasciatori (ct) - via E. D'Angiò, 17 - 095 431440  -  Arena Adua - Catania (ct) - Largo Carmelo Amendola - 095 7169312 -   Arena Argentina - Catania (ct) - Via Vanasco 10 - 095 322030  -  Arena Corsaro - Catania (ct) - via S. Nicolò al Borgo -  Ariston Multisala - Catania (ct) - via Balduino, 17/b - 095 441717 - Capitol - Catania (ct) - via Vicenza, 14 - 095 506471 - Corsaro - Catania (ct) - via San Nicolò al Borgo, 49 - 095 502690 - Excelsior - Catania (ct) - via De Felice, 21 - 095 316699 Grotta Smeralda - Catania (ct) - via A. Da Messina, 9 - 095 271576 King- Catania (ct) - via A. De Curtis, 14 - 095 530218 - Lo Pò - Catania (ct) - via Etnea, 256 - 095 326210 - Metropolitan - Catania (ct) - via S. Euplio, 21 - Odeon - Catania (ct) - via F. Corridoni, 19 - 095 326324 - Recupero - Catania (ct) - via Duca degli Abruzzi, 69 - Ritz - Catania (ct) - via Ibla, 5 - 095 505470 - Tiffany - Catania (ct) - via Agnini, 20 - 095 325851

 

NUOVO CINEMA PARADISO                Ennio Morricone