A JARITA (La garitta)

Andando ora poco più a nord, ci si presenta un tratto di costa ormai deturpata, chiamata «Jarita». Qui la scogliera ha perso parte del suo antico fascino; in passato le sue manifestazioni erano straordinarie e, in un mare di cobalto ricco e pescoso come non molti, odori e sensazioni cambiavano al volgere delle stagioni.

Il luogo, data la sua natura, un tempo si prestava non solo alla pesca, ma anche al contrabbando, soprattutto di sigarette. Sulla scogliera, che ora notiamo a babordo, esisteva un tempo, proprio a picco sul mare, una Garitta («Jarita»), che era il posto di osservazione dei finanzieri, addetti al controllo della costa per la repressione del contrabbando. Da qui il nome di «Jarita» dato alla località.

Lo spericolato, quanto ignaro, pescatore di turno, che di notte andava con la canna da pesca in cerca di saraghi  e si avventurava nei paraggi, doveva fare i conti con i contrabbandieri, infastiditi ed ostacolati dalla sua presenza. Cosicché i degni rappresentanti della città di Catania, per sbarazzarsi di lui, giocavano d'astuzia. Nascosti tra gli scogli, lasciavano che il poveretto scendesse fino al mare e poi, nel silenzio della notte, ogni qualvolta metteva in mare la lenza o la tirava, lo spaventavano, scandendo con voce cavernosa e misteriosa: «calàau, tiaràau» e lanciando grossi sassi che, ad ogni calata o tirata, arrivavano in mare a guisa di proiettili, «anniànnulu d'a test'e peri!» .

Tanto bastava perché il poveretto, dopo essersi «pigghiata 'a giàlina» , lasciasse libero il campo.

Così gli indaffarati Catanesi continuarono a divertirsi fino a quando non incapparono nella persona sbagliata: un ex «collega» — conosciuto come «Tinu 'u contrabbanneri» — che, non conoscendo la nuova testa di ponte, andò lì tranquillamente a pescare. E quando i contrabbandieri diedero inizio alle operazioni di disturbo, egli non si spaventò più di tanto, anche se dovette ugualmente fare le valigie, giurando peraltro che avrebbe restituito la cortesia.

Così una notte Tino e il fratello, armati di pistole scacciacani, aspettarono di nascosto l'inizio delle «operazioni» per improvvisarsi finanzieri. Quindi, sbarcata che fu la prima cassa di sigarette, diedero l'altolà che produsse uno straordinario parapiglia: repentino fuggi fuggi di contrabbandieri con funambolici salti tra gli scogli; vociare concitato di ordini e contrordini; tuffo in mare di «Voce cavernosa», che rischia la vita, e complicato salvataggio operato dai colleghi, che prendono il largo, remando a più non posso.

Ma la cassa abbandonata dai contrabbandieri - che ne sanno una più del diavolo - fu l'occasione per rovinare la festa a Tino e Gianni, quando scoprirono che i pacchetti, anziché sigarette, contenevano segatura!

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da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

Il Lido Scogliera d'Armisi

 

 

L'ARMISI (L'Artemision)

Lasciata la «Jarita», poco più a nord, incrociamo il cosiddetto «Armisi», località che occupa il tratto di scogliera che va dalla «Jarita» sino al «Gaito».

In questo luogo, natura, storia e mitologia si alternano: il nome trae origine da Artemide (Artemis), dea greca della caccia, corrispondente alla dea Diana dei Romani, a cui era dedicato un tempio, l'Artemision. Da qui Artemisi e quindi Armisi.

Artemide, figlia di Zeus e di Latona e sorella di Apollo, veniva raffigurata con l'arco in mano e la faretra sulla spalla, pronta a scagliare le sue frecce contro chiunque suscitasse la sua collera. I templi a lei dedicati sorgevano dovunque, ma i più famosi erano quelli di Efeso.

Fin qui la mitologia. Ma il luogo, messi da parte gli dei, si presenta con il consueto biglietto da visita di indiscutibile fascino, anche se chi ricorda l'«Armisi» di una trentina d'anni addietro, popolato di cernie e di saraghi, stenterebbe a riconoscerlo nei fondali di oggi, non proprio deserti, ma assai meno popolati di allora.

Queste acque, benché depauperate continuamente, presentano ancora oggi fondali interessanti e sono quindi oggetto di attenzione da parte degli appassionati del bolentino costiero  e dei trainisti .

La fauna è quindi ancora discretamente rappresentata, soprattutto dagli onnipresenti «sàuri»  e «opi» , dai variopinti labridi e dai bei saraghi dei fondali adiacenti o delle secche circostanti.

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da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

 

 

 

 

IL GAITO (Vaitu o Caìto).

Piccolissimo quartiere etneo sul mare che conserva però tracce di una cultura millenaria.

Convenzionalmente per “Caìto”, a Catania, si intende la singola area occupata dal Porto Rossi, una piccola insenatura naturale collocata nella parte est del capoluogo etneo, compresa tra la Stazione Centrale, a poche centinaia di metri di distanza, e il quartiere di Ognina.

Oggigiorno questo braccio di costa rocciosa viene ormai indicato come parte integrante del più grande borgo marittimo etneo, ma in vero la presenza e la collocazione del Caìto si sono però rivelate significative, già in epoca remota, per la costituzione di un’identità storica e sociale proprie di questo scorcio di Catania.

Le origini del piccolo quartiere del Caìto sono, infatti, antichissime, e la sua nascita risalirebbe, addirittura, al tempo della dominazione araba in Sicilia. Già dal nome stesso dell’area è infatti riconoscibile una palese influenza saracena.

“Caìto” infatti deriverebbe dal termine “Kâit” che significa “giudice, governatore, capo amministrativo”. È dunque intuibile che nella zona, diversi secoli fa, esistesse un avamposto arabo caratterizzato dalla presenza di un magistrato preposto alla persecuzione dei Cristiani.

Quest’area viene poi storicamente ricordata per aver ospitato, in epoca più recente, un importante tratto della Ferrovia Circumetnea. La fermata si trovava a pochi passi dal Porto Rossi, nell’area oggi occupata da Piazza Galatea.

Il 13 marzo 1895 venne inaugurata la tratta Catania Gaito-Catania Borgo, congiungendo così i due quartieri del capoluogo etneo. Il 17 Agosto 1897 l’ingegnere Francesco Clarenza scrisse una lettera al Presidente del Consiglio d’Amministrazione del Consorzio per la Circumetnea esponendo i progetti per la fermata al Gaito ed il prolungamento al porto di Catania. L’anno seguente il prolugamento divenne realtà e il 10 luglio 1898 venne aperta la tratta Catania Gaito-Catania Porto.

La fermata del Gaito venne chiusa nel 1993, ma l’area continua ancor oggi a conservare il suo nome.

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Salvatore Rocca

http://www.vivict.it/luoghi-e-monumenti/catanomastica-caito/

 

 

 

A PUNTA DI JADDINA (La punta di Gallina)

Un'alta rocca che termina con una punta in mare, conosciuta soprattutto perché vi si posano alcuni tipi di uccelli marini che, d'inverno, migrano a sud. Diciamo alcuni tipi perché il nostro mare non consente l'esistenza di colonie paragonabili a quelle immense di altri paesi, ad esempio del nord Europa.

Molte specie di Sule, tutti gli stercorari, alcuni tipi di gabbiani sono assenti come nidificanti e giungono dalle nostre parti solo per svernare.

Altri, invece, vivono sulle alte e desolate pendici, dove nidificano e allevano i piccoli tra la stentata vegetazione dei depositi di lava.

Sulla punta anzidetta sono presenti sule, cormorani, tuffetti, gabbiani, ecc., che impiegano una grande varietà di tecniche di pesca. Le sule piombano sul mare e afferrano i pesci anche sott'acqua; i cormorani nuotano a pelo d'acqua, tuffandosi ogni tanto; i tuffetti nuotano in superfìcie e si immergono quando avvistano la preda; e i gabbiani, rapidissimi, arraffano la minutaglia più lenta alla fuga.

Sulla nostra punta — chiamata genericamente «Punta 'e jaddina» — c'è chi racconta di aver notato anche qualche gallinella d'acqua («jaddinedda d'u pantanu»), che per sua natura frequenta, invece, le distese d'acqua dolce e le terre vicine, e di averne visto fiocinare qualche sfortunato esemplare.

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da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

IL PORTO ROSSI

La storia - La M.E.C. Auto di Rossi P&C snc, meglio conosciuta come Porto Rossi, nasce nel 1961, grazie alla passione verso l’arte navale di Pietro Rossi , che ha l’obiettivo di istituire una realtà portuale che giovi alla nautica da diporto.

L’origine è quindi da considerarsi un’esigenza dei mutamenti sociali ed economici degli anni 60’. Pietro Rossi (concessionario dei motori marini Mercury e Mercruiser, nonché uomo stimato dal grande Giuseppe Pasini simbolo italiano del marchioMercury ) attento conoscitore e acuto osservatore delle costruzioni dei porti turistici, si chiese come fosse possibile vendere barche e motori senza l’esistenza di nature valide per la nautica da diporto.

Percorrendo il litorale catanese, al centro della città, scorse una sorta di discarica pubblica, zona denominata dai catanesi “Caito”, caratteristica per le golette naturali create dalle colate laviche del 1300 e del 1600. Iniziò così la creazione del porto , si costruì una strada che conduceva da piazza Europa al porto, si incominciarono a costruire piazzali e pontili per l’ormeggio delle imbarcazioni.

Grazie al suo interesse sempre vivo e tenace e all’ aiuto dei figli Ezio e Federico, il 10 ottobre 2001 il sig. Rossi vedrà finalmente approvato il progetto per l’ampliamento del porto, trasformando cosi l’attività svolta in una realtà nautica efficace e produttiva per tutto il Mediterraneo.

Il verde che circonda l’approdo fa da cornice al mare, rendendo il porto confortevole e invitante per tutti coloro che si trovano a transitare da queste parti.

Le idee incamerate e scolpite nella mente nel corso degli anni, le dure battaglie, ma anche una ferma determinazione, contribuiscono a trasformare ciò che prima era soltanto una discarica, in una meravigliosa oasi oggi denominata Porto Rossi, immersa nel cuore della città di Catania  

http://www.portorossi.com/La-storia.aspx

 

 

 

grazie a Francesco Raciti per le immagini

 

La stazione di Catania Centrale è la stazione principale della città di Catania. Si trova adiacente alla grande piazza Papa Giovanni XXIII nella quale confluiscono alcune tra le arterie viarie più importanti e trafficate della città. È importante stazione, oltre a Messina Centrale, della linea costiera Messina-Catania-Siracusa ed è origine delle linee Catania-Caltagirone-Gela e Catania-Palermo (che passa dalla stazione di Caltanissetta Xirbi). È inoltre connessa al proprio deposito locomotive e raccordata con il Porto di Catania.

File:Stazione di Catania 2.JPGCatania Centrale venne costruita nell'ambito del programma di costruzioni ferroviarie intrapreso in Sicilia con la costituzione della Società Vittorio Emanuele e proseguito con la Società per le Strade Ferrate della Sicilia, detta anche Rete Sicula. Faceva infatti parte del progetto per connettere mediante la strada ferrata l'estremo lembo nord della Sicilia e il porto di Messina alle zone produttive della fascia orientale e zolfifere di quella centro-orientale dell'Isola. La stazione venne costruita nella stessa zona delle raffinerie di zolfo, ove ora sorge il Centro fieristico le Ciminiere e venne inaugurata il 24 giugno 1866[1] ma aperta al traffico regolare dal 3 gennaio 1867, giorno in cui venne aperto all'esercizio il tronco ferroviario Giardini-Catania della ferrovia Catania – Messina (il cui primo tratto era stato inaugurato meno di un mese prima).Il 1º luglio 1869 la stazione di Catania veniva collegata al fascio binari del porto della nuova Stazione di Catania Marittima mediante un raccordo in discesa lungo 914 metri. L'edificio di stazione costruito dalla Vittorio Emanuele era molto semplice e privo di tettoia e solo dopo il 1870 si pose mano alla costruzione definitiva Il fascio binari della stazione venne interessato, lato mare dal collegamento ferroviario a scartamento ridotto della Ferrovia Circumetnea, dalla fermata di Catania Gaito alla stazione di Catania Porto attivato il 10 luglio 1898. Se fosse stata accolta la richiesta della FCE la stazione avrebbe avuto un tratto a doppio scartamento con inserzione nell'ultimo tratto della Messina Catania (a quel tempo gestita dalla Società Sicula).

Venne invece costruito un viadotto in ferro a due travate per sovrappassare la detta linea ferrata all'altezza degli scambi di ingresso proseguendo il rilevato in discesa fino ad affiancarsi al XXIII° binario (della stazione Centrale di Catania) con un semplice marciapiedi per la fermata proseguendo fino al porto quasi a filo del mare. Il viadotto in ferro è stato demolito alla fine degli anni 80 durante i lavori di costruzione del ramo di metropolitana.
La stazione ha subito un primo ampliamento all'inizio degli anni sessanta quando in conseguenza dell'elettrificazione della Messina-Catania è stato anche ampliato il fascio dei binari (lato Sud) con la creazione di una diga sul mare che ha consentito il prolungamento dei binari di stazione. Nell'occasione vennero realizzate anche le pensiline sui marciapiedi esterni. Un'ulteriore ampliamento del fascio viaggiatori, portando da 7 a 9 i binari dedicati, è avvenuto a metà degli anni settanta in conseguenza della maggiore richiesta di trasporto pendolare. Nello stesso periodo gli apparati di stazione sono stati centralizzati in un'unica grande cabina di comando ACEI eliminando definitivamente le due vecchie cabine di comando ACI A e B. Il programma di ristrutturazione del Nodo Catania in corso di realizzazione prevede l'abbandono della localizzazione attuale del fascio binari, con l'interramento già approvato della stazione. Il fabbricato attuale tuttavia verrà conservato.

http://it.wikipedia.org/wiki/Stazione_di_Catania_Centrale

Ratto di Proserpina

 

Tale fontana, edificata intorno al 1904, dallo scultore ascolano Giulio Moschetti (1849-1909), che realizzò le allegorie della tragedia e della commedia poste sul frontone del teatro Bellini, rappresenta "il ratto di Proserpina" da parte del dio Plutone (o Ade).

Il mito è uno dei più cari alla tradizione pagana siciliana (molti sono i riferimenti immaginifici nell'arte isolana), in quanto secondo il poeta Claudiano, nel suo "De Raptu Proserpinae" il luogo degli accadimenti coincide con le sponde del lago di Pergusa, in provincia di Enna.

Plutone rapisce Proserpina, la strappa con forza alla sue vicende, ai suoi luoghi ed alle persone care, la porta con se sulla sua biga trainata da neri destrieri e la rende sua compagna e regina del mondo delle ombre.

 

 

La madre di Proserpina, Cerere (o Demetra), richiesta udienza al sommo padre degli dei, Giove, ottiene che le figlia le venga restituita, ma non verrà accontentata in pieno.

Infatti Cerere ottiene che la ragazza passi con lei solo sei mesi dell'anno, ed i restanti mesi con il marito.

Proserpina, il cui nome viene associato all'emergere, alla crescita, rappresenta per gli antichi la ragione dell'alternanza delle stagioni.

Quando infatti risiede tra le ombre sotterranee la terra è cinta dai freddi venti invernali, mentre quando la giovane "emerge" dall'oscurità la natura prorompente riprende il suo corso, esplodendo di vita e colori.

 

 

L'impianto del'opera, realizzata in cemento, vede al centro poste in rilievo, la figure di Plutone e della giovane Proserpina, attorniate da cavalli e sirene che trainano la biga del Dio, il tutto al centro di una grande vasca coronata da giochi d'acqua e zampilli, e che fino a poco tempo fa, insieme alle luci che la decoravano, regalava uno spettacolo non indifferente.

Perche fino a poco tempo fa? Perchè il comune di Catania, in palesi ristrettezze economiche, ha reso vittima la stazione centrale della città (dove quasi a dirimpetto è sita la fontana) ed altre zone della città, di una "riduzione" dell'illuminazione notturna......

Passiaturi ("il Passeggio")
Ampio balcone civico realizzato nell'Ottocento in sostituzione di un passeggio che già esisteva alla Marina (oggi via Dusmet), lì ostruito dal nascente ponte ferroviario noto come "L'Archi" (gli archi). Nato per essere un "salotto" all'aperto per i cittadini, dove svolgere attività fieristiche, concerti o anche solo per una passeggiata affacciati sul mare, a lungo cadde in abbandono e in stato di degrado. Solo in anni recenti è stato riqualificato, sebbene oggi la minaccia del degrado aleggi ancora sul luogo.

 

 

 

 

l'inizio di Viale Libertà

La vecchia zona industriale delle Ciminiere di Catania. 

Una finestra sul Mediterraneo, ricca di storia.

L'area delle raffinerie di zolfo di Catania si estendeva per decine di ettari in prossimità della stazione e del porto, unico esempio nel Meridione d´Italia, di una vera e propria zona industriale. Cessata, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l´intensa attività degli opifici catanesi, e dopo un lungo periodo di abbandono, le generose ciminiere hanno ripreso ad essere testimoni e simbolo dello sviluppo economico,sociale e culturale dei nostri giorni.

Prezioso esempio di archeologia industriale reso fruibile grazie alla scelta di valorizzazione ambientale, voluta dalla amministrazione provinciale e all´accurata opera di recupero e ristrutturazione, coordinata dall´architetto catanese Giacomo Leone.

Oggi il Centro le Ciminiere rappresenta, con la sua memoria storica ed il suo suggestivo segno architettonico, un´ideale vetrina sul Mediterraneo e sul mondo per attività Prospettiva delle ciminiere espositive, fieristiche, congressuali, culturali e didattiche.
Comunicazione e cultura: un quartiere fieristico globale.
Punti di forza del Centro le Ciminiere sono la centralità della posizione geografica, rispetto al bacino del Mediterraneo ed ai mercati dell´Europa Meridionale, del Nord Africa e del vicino Oriente, ed il vasto ed articolato panorama di attività ed iniziative attuabili. Il Centro si estende su di una superficie di circa 25.000 metri quadrati,suddivisa in tre distinte aree (Fieristica, Espositiva, Congressuale) integrate e complementari.
Musei, convegni, spettacoli, luoghi di comunicazione e di incontro, teatri, sale per concerti, laboratori di addestramento professionale, esposizioni, fiere, corredati di servizi,sorvegliati e assistiti permanentemente.
Il Centro le Ciminiere mette a disposizione dei fruitori e del pubblico grandi spazi attrezzati e con un elevato standard qualitativo.
Raggiungibile in pochi minuti dal porto, dall´aeroporto, dalle autostrade e dalla tangenziale è servito da tutti i mezzi di trasporto pubblico.
Ogni area, come ogni edificio, è priva di barriere architettoniche.


 

Viale Africa

Il Centro culturale fieristico dell'Artigianato di viale Africa, conosciuto anche come Le Ciminiere, é uno degli esempi più avanzati di sperimentazione nell'ambito dell'architettura contemporanea in Sicilia. Autore del progetto è l'architetto Giacomo Leone.
Esso recupera parte della cittadella industriale, sorta all'inizio del secolo, che il PRG del 1964 prevedeva di demolire e che il Piano Particolareggiato prevedeva di adibire a grande autostazione. Il progetto unifica, senza soluzioni di continuità, antico e moderno. La lunga facciata sul viale è un continuum di preesistenze e integrazione, non celata quest'ultima, ma distinta con vigore. Ai conci di pietra lavica e ai mattoni viene opposto l'acciaio congiunto al vetro: l'acciaio, perchè permette di svincolare la struttura muraria preesistente dai solai intermedi e dalle coperture; il vetro, perchè lascia trasparire il ventre degli edifici. Paradosso progettuale è che le trasparenze rendono giustizia alle raffinerie, affermando la presenza e il potere di quelle memorie, mentre l'architettura nuova in alcuni tratti è stata volutamente stroncata al fine di renderla rudere, di sfregiarla come è avvenuto
www.cormorano.net

 

 

 

 

Prima di muoverci lungo via Crociferi, percorriamo idealmente via Vittorio Emanuele, da ponente a levante, dall'incrocio con via Plebiscito fino a piazza dei Martiri. Per storia, posizione, tracciato e architettura, si tratta di una delle strade più importanti della Catania settecentesca.
Come ho avuto modo di accennarvi, questa arteria, ideata dal duca di Camastra, si chiamò in origine strada del Corso perchè, durante i festeggiamenti agatini e anche in altre occasioni, vi si svolgevano le corse dei cavalli, con o senza fantino. Nella seconda metà dell'Ottocento, venne intitolata al re Vittorio Emanuele II; ma poteva ben essere intitolata a Giovambattista Vaccarini, poiché in questa strada si affacciano le opere più significative di questo geniale architetto.
Proviamo ad immaginarla com'era sul finire del Settecento, senza l'ingombrante presenza delle automobili, senza i pali della segnaletica, senza le ragnatele dei fili
elettrici, senza la bruttura di certe orribili insegne pubblicitarie. Proviamo ad immaginarla com'era in pieno Ottocento, nel fulgore della sua architettura incontaminata, immersa nei dolci silenzi notturni, o durante le solenni processioni religiose, piena di folla, strabocchevole di cavalli e di carrozze, con le dame, in
crinolina e parrucca, appoggiate alle panciute ringhiere dei balconi. Quale differenza con lo stato attuale!
Allora sì , l'arte del Vaccarini trovava spazio e poteva agevolmente imporsi all'ammirazione dei catanesi e dei forestieri. Qui, infatti, egli realizzò opere destinate a restare come l'esempio più rimarchevole del barocchetto catanese: il monastero e la chiesa di Sant'Agata, di cui abbiamo parlato, i palazzi Valle e Serravalle, l'atrio del collegio Cutelli, il palazzo Reburdone e, poco distante, la sua stessa casa, ne danno ampia testimonianza.
- Scusi professore, . . . - Dimmi, Donatella. - Gradirei conoscere il significato dell'espressione « barocchetto catanese ».
- Ma certamente, cara. Catania settecentesca, si mostra in architettura attraverso il barocco delle chiese e dei palazzi; con lo sfoggio dei bugnati, dei frontali ricchi di frastagli, di volute, di mascheroni; con le grate panciute dei balconi; insomma, con un'architettura sfarzosa e, per molti aspetti, singolare. Ora, voi mi chiederete cos'è il barocco. In architettura (a noi interessa questo settore), è uno stile che prevalse nel Seicento, e si caratterizzò per le sue forme curvilinee, i disegni elaborati, le decorazioni complicate, gli effetti prospettici ricchi di chiaroscuri. Poi degenerò nel cattivo gusto; divenne artificioso, ampolloso, esagerato.
Non lasciatevi impressionare da certe parole ostiche; bisogna prendere confidenza anche con le parole che non ricorrono nella parlata di tutti i giorni. Il vocabolario c'è per questo, e bisogna farne buon uso. Dicevo, dunque, non lasciatevi impressionare dalle parole difficili, e seguitemi nella logica del discorso. Voi avete l'idea di che cosa voglia dire esser semplici? voi sapete cos'è la semplicità? Certamente, sì . Esser semplici significa lineari, credibili, naturali, essenziali, veri, spontanei. Ebbene, il barocco fu l'opposto della semplicità, divenne, anzi, sinonimo di tutto ciò che appare complicato, pesante, tronfio, aggrovigliato (non soltanto in architettura). Ma - potreste osservare - se così è, il barocco non serve, è da buttare! No. Il barocco catanese non arriva agli accessi testé elencati.
Resta entro i limiti della misura, tanto che alcuni autorevoli studiosi lo hanno definito « classico fiammeggiante ». Il barocco del Vaccarini, in particolare, sobrio e fastoso al tempo stesso, ricco di slanci ma privo di complicate strutture, pulito, leggero come non se ne vede altrove, ha tutti i requisiti per rappresentare il «barocchetto catanese».
Via Vittorio Emanuele sfoggia questa splendida cornice, soprattutto nella parte bassa, da piazza Duomo al piano della Statua (poi ribattezzato piazza dei Martiri, perché nel 1837 vi furono fucilati - ad opera dei Borboni, alla cui tirannide si erano ribellati - otto patrioti catanesi). Ma, essendo andati a finire al piano della Statua, conviene indugiare un po’ in quei paraggi, osservare i lati più interessanti di quest'angolo della vecchia città. E vediamo perché, in origine, si chiamò piano della Statua. Premesso che, nel Settecento, la parola piano veniva usata per indicare una piazza, resta da conoscere la radice del toponimo.
- È facile, professore. Si chiamò piano della Statua perché c'è la statua al centro della piazza.
- Bravo, Fabio. Dato che ci sei, dicci di quale statua si tratta. - Della statua di Sant'Agata!
- Due volte bravo. Si tratta proprio della statua di Sant'Agata.

Lucio Sciacca - “La città” da Katana a Catania le lunghe radici - Cavallotto Edizioni - Anno 1980
http://www.cataniaperte.com

 

 

IL PIANO DELLA STATUA

Il Duca di Camastra, giunto a Catania nel pomeriggio del 12 febbraio 1693, esattamente un mese e un giorno dopo l'evento fatale, si trovò dinanzi ad un paesaggio allucinante: la città distrutta, migliaia di persone senza tetto, senza pane, senza speranza.
Dotato di polso ferreo e di ferrea volontà, munito dei pieni poteri conferitigli da Uzeda, il coraggioso magistrato, a cui non mancavano idee in fatto di urbanistica, si rimboccò le maniche e si mise subito a lavorare.
Per bonificare l'ambiente cominciò col togliere di mezzo due grossi ostacoli: i ladri che rovistavano ancora fra le macerie e i fabbricati pericolanti che minacciavano d'intralciare l'attuazione del suo piano regolatore. I ladri colti sul fatto furono impiccati e i fabbricati fatiscenti demoliti (a proposito di questi ultimi, scaturì poi il detto popolare: Ciò che il terremoto risparmiò, Camastra distrusse).
Trovatosi a dover operare sulla tabula rasa che gli si stendeva davanti, appuntò l'asta del suo ideale compasso nel centro dell'ex platea magna, (dove a tamburo battente sarebbero stati ricostruiti la Cattedrale, il Seminario e il Palazzo Senatorio) e da quel punto nevralgico tracciò con mano sicura quattro lunghe linee rette fra di esse ortogonali, le quattro strade costituenti la spina dorsale sulla quale, mese dopo l'altro, si formerà il tessuto connettivo della ricostruenda città.
L'odierno nostro itinerario ci porta a considerare il coronamento di una di queste strade, di quella che, tagliando la città alla base, da ponente a levante, si sarebbe poi conclusa verso il mare nel piano della Statua (oggi piazza dei Martiri).
Conviene annotare, in primo luogo, che al tempo del Camastra la strada s'interrompeva all'altezza di piazza Cutelli, e lì si fermava.
Nel giro dei successivi cinquant'anni, alcune cose cambiarono in quella zona.
Il tracciato viario fu prolungato fino al mare; nuove costruzioni si elevarono ai limiti dello spiazzale (tra queste, notevole il palazzo Reburbone, poi Gravina); il quartiere della Civita si dilatò a levante, scavalcando la porta di Ferro e il convento di San Francesco di Paola; lo spiazzale stesso venne ingrandito, così da poter degnamente accogliere una marmorea statua di Sant'Agata che i catanesi vollero, in quello scorcio di secolo, per saldare un debito di gratitudine con la loro Protettrice.

I fatti che determinarono l'atto di omaggio sono noti. Li riassumiamo in breve.

Nel 1743 la peste infierì nella città di Messina seminando, per cinque lunghissimi mesi, morte e desolazione fra quella gente. I catanesi, provati da non troppo remote sventure, paventarono il contagio, tanto più che il morbo s'era preannunciato anche a Siracusa.
Presi fra due fuochi, cosa potevano fare per uscirne illesi? Tapparsi in casa o fuggire? Affidarsi alla cintura sanitaria imposta dal regio governo? No. Una sola cosa c'era, piuttosto, da fare: rivolgersi a Sant'Agata. A Sant'Agata si rivolsero; e Sant'Agata li salvò dalla peste.
Riconoscenti per lo scampato pericolo, vollero un monumento che, onorando la Santa, ricordasse ai posteri il memorabile evento. Così, nel 1744, la statua (che rappresenta Agata nell'atto di calpestare l'idra velenosa della pestilenza, ed è opera del palermitano Michele Orlando) scolpita in marmo di Carrara, venne alzata sulla sommità d'una colonna romana proveniente dall'Anfiteatro, e collocata nel centro dello spiazzo che, da quel momento, fu chiamato piano della Statua.
Malgrado così nobile decorazione, nonostante l'impegno svolto dal patrizio Giovanni Rosso di Cerami (cui si devono l'ingrandimento della città e il primo progetto d'una passeggiata a mare in quella zona), malgrado il fervore religioso e le buone intenzioni del Decurionato, il piano della Statua per molti anni non fu che una polverosa spianata con la superba veduta dell'Etna sullo sfondo libero di tramontana, e nient'altro.
Nel 1806, un grosso avvenimento lo toccò da vicino.
Un ospite illustre prese alloggio nel palazzo del principe Reburdone: Ferdinando IV, terzo re di Sicilia.
Dalle cronache del tempo risulta che, nei quattro giorni trascorsi .a Catania, il re non si stancò di ammirare le bellezze della città, delle sue strade, delle sue piazze. In particolarè egli elogiò la imponente strada dritta dal Borgo a piazza Duomo; la strada Ferdinanda, coronata a occidente dalla Porta dell'Ittar; la strada del Corso, riccamente addobbata.
Del piano della Statua nemmeno un cenno. Come mai? Possibile che l'augusto ospite, che pure dormiva accanto, guardando il mare non lo avesse notato? O si trattò di presagio di futuri eventi?
Sta di fatto che trentuno anni dopo l'avvenimento ricordato, i patrioti catanesi che si erano ribellati alla tirannide borbonica furono in quel luogo fucilati.
"Là, suIl'ararida spiaggia, in quella piazza che doveva poi ricordare ai posteri il loro martirio, volto il viso verso l'immensa distesa del mare, i loro occhi fissarono per l'ultima volta l'azzurro del cielo ... ".
Cosi, in faccia al cielo settembrino, ai piedi di Agata, morirono Barbagallo Pittà e gli altri i cui nomi scolpiti in prosieguo di tempo nel marmo d'una lapide, furono cementati - guarda caso - su una parete di quel palazzo che aveva ospitato il terzo re di Sicilia.
Ribattezzata piazza dei Martiri e tuttavia trascurata dalle civiche amministrazioni succedutesi nell'ultimo Ottocento, essa servì soprattutto ai pescatori della vicina Civita che vi trovarono sole e spazio per stendere e asciugare le loro reti.

 

Poi, qualcuno prese a cuore le sorti di questa trascurata piazza, cosi vicina al mare alla stazione ferroviaria al porto; una piazza decorata da una colonna romana, dalla Statua per antonomasia, dal sangue dei martiri del 1837; una pIazza spazIosa, invitante, di felice squadratura.
Bitumato il fondo, sistemata la base della colonna, piantati tutt'intorno una collana di palmizi, costruiti dei sedili, delle aiuole e persino un grande albergo, essa si abbellì per la prima volta dopo un secolo e mezzo di abbandono.

E tuttavia, la toeletta non poteva dirsi completa. Le mancava l'ornamento più necessario e prestigioso: la passeggiata a mare.
Era l'inizio del ventesimo secolo. Giuseppe De Felice, pro-sindaco del tempo, trovò modo di occuparsi anche del piano della Statua.
Superate non poche difficoltà (remore di carattere finanziario, resistenze di privati, ostilità di politici), egli potè realizzare l'ambìta opera la quale, col passare del tempo, rivelò i suoi limiti.
L'espandersi dei vicini binari della ferrovia andò sempre più allontanandola dal mare; e i catanesi, che non avevano mai dimostrato inclinazione per quel passeggio, non seppero fare di meglio che voltarle le spalle.
La mai abbastanza compianta Carmelina Naselli scriveva agli inizi degli anni Trenta: " ... io dico che di passeggiate i catanesi ne facciamo ancora molte, e tuttavia disertiamo volentieri l'ampia terrazza della piazza dei Martiri la quale, a parte ogni altra considerazione, così alta com'è e isolata dal traffico, rimane uno dei posti più tranquilli e suggestivi ...
Davanti, a perdita d'occhio, le acque più azzurre, dopo quelle di Capri, che offrano i mari d'Italia; a sinistra la selvaggia bellezza della scogliera prolungantesi lontano, più oltre Acitrezza; a destra la dorata distesa della Plaja; alle spalle l'Etna, maestosa nel cobalto del cielo, elemento di bellezza, di ricchezza, se pur anche di timori ... " .
Verissimo. Ma, a dispetto di tutto questo, la bella terrazza fu smaccatamente snobbata dai catanesi. Questione di fortuna; di quella fortuna che la piazza non aveva avuto, evidentemente.

 

da Catania com'era, di Lucio Sciacca - Vito Cavallotto Editore

 

 

Il percorso di oggi ci ha fatto riscoprire il piacere di passeggiare attraverso i vicoli del più antico quartiere della nostra città, per ritrovare in esso gioielli architettonici come la casa di Giovan Battista Vaccarini – il principale protagonista della rinascita barocca della città dopo il disastro del 1693 – e luoghi carichi di storia, come la piazza XVII Agosto, con le sue pesanti memorie legate ai bombardamenti del 1941 ma anche e soprattutto testimonianza della capacità di rialzarsi che Catania ha sempre dimostrato nei momenti più difficili della sua storia.
Qui fra vicoli, cortili e case terrane ancora oggi è facile trovare anziani pescatori seduti a cucire le reti, aiutati dai nipoti in una importantissima continuità nella trasmissione dei valori, delle tradizioni e dei mestieri che da millenni caratterizzano questa zona della città.
Le stesse scene avremmo potuto infatti ritrovarle anche nel Medioevo, quando attorno alla nuova Cattedrale normanna nasce la Civitas, sebbene allora il quartiere si presentasse molto diverso rispetto ad oggi. La principale differenza, che salta agli occhi guardando le antiche carte, era la presenza della possente cinta muraria.

 


La tradizione, la topografia e la toponomastica, estremi baluardi di una memoria storica sempre più labile, raccontano ancora di quel tempo – nemmeno troppo lontano – in cui l’orizzonte della città era chiuso entro un limite sicuro e invalicabile. Di questo sono pochi i catanesi ad aver coscienza, sebbene in migliaia ogni anno il 4 febbraio, nel “giro esterno” di Sant’Agata, seguano inconsciamente quell’antico tracciato che, seppur con modifiche e adattamenti, rimase pressoché invariato dall’ XI al XVIII secolo.
All’alba del Cinquecento Catania si presentava ancora cinta dalle antiche fortificazioni normanne, segnate da piccole torri a pianta quadrata, e con la zona della marina che – dicono le fonti – versava in condizioni pessime, spesso impaludata dalle piene dell’Amenano ed esposta a venti e mareggiate.
Ma dal 1541 iniziarono grandi lavori che cambiarono il volto della città, seppure portati avanti lentamente e conclusi soltanto pochi anni prima che la lava del 1669 e il terremoto del 1693 spazzassero nuovamente tutto via.
Primo, fondamentale oggetto di restauro, furono le fortificazioni che urgeva adeguare alle nuove tecniche di assedio, su progetto di Antonio Ferramolino da Bergamo. Iniziati a rilento, i lavori ebbero un’accelerazione a partire dal 1551, per impulso del viceré Juan De Vega e del pressante pericolo turco, e avanzarono tenendo conto delle priorità, poiché i fondi – provenienti da un’autotassazione dei cittadini – erano limitati.
In questo senso si spiega la maggiore attenzione che fu rivolta al fronte mare, il più esposto agli attacchi, che venne totalmente rifatto e protetto da una spessa cortina muraria, rafforzata dai nuovi bastioni di San Giorgio e Santa Croce attorno al Castello Ursino, don Perrucchio (nella zona dell’attuale via Vecchio Bastione prendeva nome da don Perrucchio Gioeni personaggio di spicco dell’aristocrazia catanese del tempo, che aveva il compito di curarne la manutenzione) e il Bastione Grande nella zona dell’attuale piazza dei Martiri, detto anche San Salvatore dal nome della vicina chiesetta in cui era conservato il mezzobusto ligneo di Cristo veneratissimo dai pescatori (dopo la demolizione della vecchia chiesa per far posto alla linea ferrata, oggi è conservato nella cappella di Via Dusmet).

 

 

Tali interventi nel 1620 furono completati su iniziativa di don Francesco Lanario, Duca di Carpignano, Soprintendente generale alle Fortificazioni. Egli, oltre al miglioramento funzionale delle difese, curò la nuova sistemazione della marina che, da sito pericoloso e malsano, divenne luogo di delizie e di piacevoli passeggiate, con panchine e palchetti per la musica.
Questa nuova strada, ribattezzata Via Lanaria in onore del Duca, seguiva l’andamento dell’attuale via Dusmet, era pavimentata – cosa straordinaria per l’epoca – ed arricchita da tre monumentali fontane nelle quali era stata incanalata l’acqua dell’Amenano: la prima era la biviratura magna sotto la cortina di Gammazita, la seconda la grande Fontana dei 36 Canali vicino alla porta omonima che ancora oggi si può ammirare alla Pescheria, e la terza la Fontana di sant’Agata realizzata sul luogo in cui secondo la tradizione i catanesi salutarono fra le lacrime le reliquie della martire trafugate nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace. Quest’ultima fontana è l’unico ricordo che resta di quel sito di delizie, cancellato dalla furia della lava del 1669 che cambiò totalmente al morfologia di questa zona della città.
Altro fu invece il destino delle mura, che resistettero bene alle calamità naturali che alla fine del ‘600 si abbatterono sulla città, ma non ad un nuovo modello di sviluppo urbano proiettato all’espansione sul territorio, che dalla metà del XVIII secolo portò a sacrificare gli antichi imponenti bastioni sull’altare dell’apertura dei nuovi assi viari.
Ma sotto il moderno assetto urbanistico, si può ancora seguire il tracciato della possente cinta muraria fatta per resistere agli attacchi del temibile pirata Dragut. Essa è ancora parte della memoria storica della città. Non perdiamola.
MATILDE RUSSO
http://cataniagiovani.wordpress.com/2011/01/09/catania-il-volto-dimenticato-della-citta%E2%80%99/

 

 


 

A colori e in bianco e nero. 

A colori come il mare e il cielo di Catania ma anche come quello dei suoi palazzi: il bianco del tufo e il nero della pietra lavica. E nella città vecchia di questi palazzi ce ne sono parecchi.

E poi, consentitemelo, mi sono voluto un po' divertire a pennellare questo spazio fotografico dedicato allo splendido quartiere della Civita ovvero l'antica Catania all'interno della quale, vicino ai rioni popolari - architettonicamente non meno validi di quelli più blasonati che li circondano -, furono ricostruiti i sontuosi palazzi dell'aristocrazia catanese ad opera dei migliori architetti del tempo dopo il terremoto del 1693.

Una ricostruzione che non avvenne solo alla Civita, e gli esempi sono a tutti noti: anzi Noto, Acireale, Militello Val di Catania, Vizzini, Modica, Ragusa, tutta la zona di Via Crociferi, Piazza Duomo e parte del centro storico di Catania.  Fu, soprattutto, l'occasione per mettere in opera l'estro e la fantasia di quegli architetti (possiamo chiamarli artisti?) fra i quali spiccarono Ittar, Battaglia e Vaccarini, fautori del forte sviluppo dell'arte barocca in Sicilia orientale. Ma non solo quello, perchè tutta la parte bassa di Via Vittorio Emanuele (quella che da Piazza San Placido porta fino in Piazza dei Martiri e quindi al mare) è stata creata grazie alla costruzione, fino alla fine dell'Ottocento, di bellissimi e nobili palazzi che molti catanesi sconoscono. A volte basterebbe sollevare solo un po' il nostro naso per renderci conto di quello che abbiamo sopra le nostre teste. Questa è roba nostra, alla nostra portata; è in attesa di farci vedere i suoi terrazzi, i saloni, le stanze, la sua storia ..... e le occasioni sono tante, basta solo informarsi. Purtroppo i nostri sguardi rimangono calati in basso perchè al piano-terra di questi edifici c'è il ristorante dove cucinano un kebab eccezionale o perchè al Circolo culturale di fronte suona chissà chi.

Incastonato fra il centro storico e il porto, questo quartiere è un gioiello che va invece salvaguardato perchè è il biglietto di benvenuto per chi entra a Catania da ovest passando attraverso quegli archi bianchi e neri che la separano dal mare. Quel mare arretrato artificialmente tanto tempo fa e che una volta lambiva addirittura le mura della città, appunto la Civita.

 

 

 

 

 


 

E' uno dei più antichi palazzi della città, preziosa testimonianza di barocco siciliano. I suoi saloni affrescati mantengono ancor oggi intatti fascino ed eleganza, ponendosi come splendido scenario per occasioni importanti quali concerti, meeting, ricevimenti, serate di gala, sfilate di moda e altro.  Palazzo Biscari è nel cuore della città, nelle sue immediate vicinanze si trovano tutti gli altri tesori di Catania storica 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palazzo Biscari, il più sontuoso edificio privato di Catania, rappresenta un caso unico, per la struttura, la pianta e le decorazioni. Dopo il terremoto che nel 1693 distrusse quasi interamente la città, Ignazio Paternò Castello III Principe di Biscari ottenne dal Luogotenente Generale Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, artefice della ricostruzione catanese, il permesso di edificare il nuovo palazzo sul terrapieno delle mura cinquecentesche di Carlo V. Ignazio muore nel 1700, il figlio Vincenzo, IV principe di Biscari, inizia lavori organici e continuativi che dureranno più di un secolo e a cui parteciperanno i più grandi architetti catanesi dell'epoca: Alonzo di Benedetto, Girolamo Palazzotto, Francesco Battaglia e suo figlio Antonino.
All'inizio del Settecento l'edificio si presentava come un vasto trapezio, accentrato sul grande cortile a cui si aveva accesso attraverso un portale riccamente ornato e sormontato dallo stemma con i quattro quarti di nobiltà. Nei primi decenni del secolo Antonino Amato completò la decorazione della facciata alla marina. Per chi allora arrivava dal mare, l'incontro con il palazzo offriva, grazie al totale dispiegarsi del paramento decorativo, la snella visione dei balconi e delle lesene con decorazioni a fiori, putti e telamoni che emergevano dal fondo nero della base lavica. E' il trionfo non solamente di un gusto e di uno stile, ma anche delle capacità tecniche degli intagliatori e dei decoratori che si erano formati nel grande cantiere della Catania del XVIII sec.
La terrazza si prolunga in una linea ideale, la stessa che collega l'ultima parte del Palazzo Episcopale e che doveva far parte di quel "Teatro alla Marina" a cui pensavano i nobili e il senato catanese alla fine del dodicesimo secolo.
Guardando il palazzo dal mare si distingue la parte verso est, più austera e maestosa, realizzata dopo il 1750, caratterizzata dal gioco di colonne e dai profondi balconi. Qui Battaglia discosta senza boria la sua opera dalla decorazione degli Amato, accanto ai quali aveva svolto la sua attività giovanile. L'ariosa galleria, pacatamente ripartita tra larghi binati di semicolonne, s'imposta sul cordone delle mura, distendendo piane superfici e fusti levigati: strutture limpide, articolate in funzione del ritmo e del paesaggio. Senza forzare verso una fredda compostezza formale, Francesco Battaglia mostra la genuinità, se non il vigore, delle sue inclinazioni classicistiche.
Il palazzo raggiunse il massimo splendore con l'intervento di Ignazio V Principe di Biscari, uomo eclettico, appassionato d'arte, di letteratura e di archeologia una delle figure delle più significative nella vita culturale di Catania nella metà del Settecento. Committente non comune, il principe non si limita a manifestare all'architetto le proprie esigenze, ma suggerisce e propone modelli e soluzioni che gli vengono ispirate da tutto ciò che vede durante i suoi numerosi viaggi.
Interessato al progresso culturale della sua città fece edificare un teatro privato con due ordini di palchi e con un accesso esterno per il pubblico che concede per l'Opera in attesa che quello cittadino sia completato e in cui paga i palchi che si è riservato.
Ma forse è come archeologo che è il benemerito di Catania. Riedesel e Brydone hanno assistito di persona ai lavori che, sotto la sua direzione, hanno portato alla luce l'anfiteatro antico. Incaricato della intendenza per gli scavi archeologici nella Val Demone e Val di Noto (l'attuale Sicilia Orientale), dedicò un particolare impegno alla costruzione e alla sistemazione di un museo che volle come degna cornice per le sue raccolte archeologiche provenienti dagli scavi che lui stesso dirigeva (1746). Le ampie sale ornate di colonne, disposte intorno a due cortili racchiudevano una collezione scelta con competenza, lodata ed elogiata nei diari dei numerosi eruditi di tutta Europa che nel Settecento vennero a visitarlo. La raccolta non comprende soltanto oggetti antichi (medaglie, vasi, cammei, statue) ma anche un museo storico siciliano (armi, abiti, giocattoli) e un gabinetto di fisica e storia naturale (strumenti e minerali). Vi si trovano in particolare, sotto la denominazione di "frutti dell'Etna" dei campioni di lava, di zolfo ecc.

Oggi il cortile centrale del palazzo si presenta attorniato da costruzioni di epoche diverse e dominato dalla scalinata centrale a tenaglia che introduce nella parte più preziosa dell'edificio.
La visita dell'interno si rivela di non comune interesse. Legata alla personalità di Ignazio, si sviluppa una coerente distribuzione degli spazi, specchio di una misura di vita, che si deve svolgere in una casa confortevole per lo spirito e per il corpo, nell'ordine e in armonia con ideali che non restano limitati nella contemplazione del passato.
Dopo la sala d'ingresso che contiene grandi tele raffiguranti le piante dei possedimenti dei Biscari, superate le successive stanze, si entra nel grande salone, che riunisce molti artifici dello stile rococò. Tutto è luce: le specchiere, le bianche porte e il rilucente pavimento di mattonelle ceramicate napoletane. Posti sopra i camini,inseriti in eleganti nicchie, gli specchi con la loro luce riflessa, nel mondo allusivo del rococò, evocano simbolicamente il fuoco. Il cui dio, Vulcano, ritroviamo nel "Consiglio degli Dei" riuniti a celebrare il trionfo del casato dei Paternò Castello nell'affresco del soffitto di Sebastiano lo Monaco. Qui si trova una realizzazione quasi unica: il cupolino si apre in un ballatoio su cui si disponevano tutt'intorno i musicisti. La grande cupola è decorata con otto ovali con figure allegoriche contrapposte: Purezza e Vanità, Forza e Giustizia, Giorno e Notte, Amore e Morte.
Le porte sono sormontate da sette grandi tele che mostrano vedute di Napoli, di ottima fattura e piene di particolari della vita di ogni giorno e di riferimenti topografici ed architettonici. Sono opere di Eustachio Pesci (1771) autore anche delle vedute presenti nel Palazzo Reale di Portici.
Nell'ingresso dell'alcova di fondo le colonne vengono capovolte, quasi con finalità anticostruttive per scioglierle da ogni rapporto con i canoni architettonici e per inserirle nella predominante ricerca dell'asimmetria. Ma è nella galleria che si coglie il frutto più sorprendente del "nuovo stile" introdotto nell'Isola. La scala riceve con esatta tangenza la luce che entra dalle larghe vetrate, gli stucchi accompagnano il dispiegarsi del ritmo, quasi la descrizione nello spazio di una vaporosa piroetta. Opera che supera i risultati dell'attività degli artigiani locali, e che potrebbe essere nata dalla collaborazione dell'esperienza tecnica di Francesco Battaglia con i decoratori (pensiamo ad Antonio Pepe), stimolati dai disegni che il principe Ignazio raccoglieva per la casa e per la biblioteca. Sulla porta della galleria gli affreschi aggiungono un elemento ricorrente della decorazione rococò: scene galanti alla Watteau sulle quali scorciano prosperosi putti, gemelli di quelli che nel soffitto del salone allargano la corona di fiori e frutta.
Boiseries, intarsi, specchi, affreschi, porcellane, cineserie si ritrovano nelle stanze dell'appartamento del primo piano, una suite di tre piccole camere, l'ultima delle quali è di grande interesse. In essa il pavimento a commesso di marmi antichi, è simile a quello della stanza di Leda a Palazzo Rondinini a Roma ( 1760). Il gusto dei marmi antichi, sia come collezione che per reimpiego, conobbe grande favore nella seconda metà del '700 in seguito agli scavi di Ercolano. Trovare questo in Sicilia è di indubbio interesse poiché, mentre nella Città Eterna l'abbondanza di marmi antichi permetteva questi disegni con grandi lastre, ciò era molto più raro nelle città "periferiche". Le pareti sono rivestite da una boiserie in legno di rosa con intarsi che creano motivi "à berceau" con intrecci di rami e pagode "en chinoiserie" eseguiti con notevole maestria.

Il palazzo è ancora oggi in gran parte abitato dai discendenti della famiglia e i suoi saloni principali sono spesso usati per manifestazioni di prestigio di carattere mondano e culturale.
Gran parte delle collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state donate al comune e trasferite al Museo Civico di Castello Ursino.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nicoletta Moncada Paternò - Castello 
Via Museo Biscari, 10-16 95131 Catania - Italy Tel. 095 7152508 - 095 321818 -

329 4145955 Fax: 095 32 1818 e-mail: info@palazzobiscari.com

 

 

 

Urbanisticamente la città è un guazzabuglio di stili perché tutti quelli che son passati da queste parti hanno lasciato una traccia. Greci, romani, arabi… Nonostante ciò, a parte qualche vicolo superstite, la pianta della città è molto nordica, con vie che s’incrociano ad angolo retto, grazie alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693, opera dell’architetto Gian Battista Vaccarini.Lo stile predominante è il Barocco: un tripudio di curve, bombature, decorazioni leziose, fronzoli dorati. La summa di quest’universo architettonico è Palazzo Biscari, un vero e proprio trionfo di putti, sculture, cariatidi e balconi incorniciati da cartocci. Oggi, con la sua famiglia, un enorme cane e un gatto, ci vive Ruggero Moncada. Le origini del suo casato si perdono nel tempo. È il 1059 quando Roberto, figlio morganatico del conte di Embrun, congiunto con i principi normanni, viene mandato dal padre in Sicilia e partecipa alla sua conquista dimostrando grande valore. La leggenda dice che al termine di una feroce battaglia mostrò al conte Ruggero il proprio scudo dorato privo di insegne e questi, con le dita insanguinate, tracciò le quattro canne rosse su campo oro che da allora caratterizzano lo stemma del casato. «La mancanza dei quattro quarti di nobiltà - ci racconta il Moncada, accompagnandoci nelle stanze del palazzo - venne marcata da un cingolo blu che in quella posizione voleva dire gentiluomo di spada sì, ma bastardo». Oltre alle insegne a Roberto fu fatto dono anche di terre, casali e soprattutto di un bivio che portava al paese di Dernò, l'odierna Adrano. Divenne quindi signore del bivio “Per Dernò”. Probabilmente il suono di queste parole piacque a Roberto, che decise di chiamarsi Paternò. Da tre secoli tra i possedimenti dei discendenti dei Paternò, che dal 1632 si fregiano del titolo di Principi di Biscari, c'è l'omonimo palazzo. Trecento anni di incessanti lavori che hanno partorito un caotico labirinto a sei livelli sfalsati, che copre un’area di circa ottomila metri quadrati, con oltre seicento stanze, sette cortili, un giardino pensile, un giardino giapponese, le vestigia di un teatro, i sotterranei. «Il massimo della spettacolarità è offerto dal grande salone da ballo a pianta ottagonale» - ci spiega il padrone di casa introducendoci in uno splendido spazio che ospita un vasto campionario dei molti artifici tipici dello stile rococò -. Qui è stato ricavato il primo campo da tennis indoor di Catania». Quando gli alti comandi delle truppe inglesi sbarcarono in Sicilia nel secondo conflitto mondiale, dopo aver preso possesso di Palazzo Biscari, stupiti dalla grandezza del salone da ballo tracciarono delle righe sul pavimento (realizzato con splendide maioliche di Vietri) e decisero di utilizzarlo come campo da tennis. Probabilmente il più elegante campo da tennis della storia.

http://www.missionline.it/riviste/mission/dettaglio.aspx?i=922&n=938

 

 


Nella stanza si apre una piccola alcova affrescata con motivi "rocailles", su un lato della quale è posta una grande e profonda vasca di marmo dalle alte pareti, che non parrebbe destinata per le semplici abluzioni. Fungeva forse da fontana interna, creando, insieme alla boiserie, una sorta di fresco angolo di Arcadia, consacrato a guisa dei luoghi ombrosi di un giardino, a conversazioni di cui possiamo ancora percepire l'eco.
In queste stanze eleganti vetrine mostravano porcellane e preziosi oggetti.

 

http://craigandjeri-sicily.blogspot.it/2011/10/day-9-taormina-to-siracusa.html

 

“Fummo introdotti dal Principe il quale ci fece vedere la sua collezione di monete per un atto di deferenza speciale... Dopo aver dedicato a quest'esame un certo tempo, sempre troppo poco tuttavia, stavamo per congedarci, quando egli volle presentarci alla madre, nel cui appartamento erano esposti altri oggetti d'arte di più piccola dimensione...Ci aprì ella stessa la vetrina, in cui erano custoditi gli oggetti d'ambra lavorata... Questi oggetti come pure le conchiglie incise, che vengono lavorate a Trapani e infine alcuni squisiti lavori in avorio formavano la compiacenza particolare della gentildonna, che trovava il modo di raccontare in proposito più di una piacevole storiella.

Il principe dal canto suo ci intrattenne intorno a cose più serie e così trascorsero alcune ore dilettevoli ed istruttive. Nel frattempo, la principessa aveva appreso che eravamo tedeschi, per cui ci domandò notizie dei signori von Riedesel, Bartels, Munter, tutti da lei conosciuti e dei quali aveva anche saputo discernere ed apprezzare egregiamente il carattere e il costume. Ci siamo congedati a malincuore da lei, ed ella stessa parve ci lasciasse andar via di malincuore.”

J. W. Goethe - Viaggio in Italia

 

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Palazzo Pedagaggi  sorge in Via Vittorio Emanuele all'incrocio con Piazza Cutelli occupando l'intero isolato fra queste e le vie Sorrentino e Pedagaggi.
Fu edificato a partire dal 1803 dal barone di Pedagaggi su progetto dell'ingegnere Salvatore Zahra Buda, mentre l'ingegnere Mario Musumeci si occupò di seguirne i lavori fino al completamento definitivo nel 1809. Don Vincenzo Guttadauro, barone di Pedagaggi, aveva ricevuto in eredità dal padre, Don Enrico, I Principe di Emmanuel un'ala a sua scelta del vicino Palazzo Reburdone ma venuto in conflitto col fratello Luigi, II principe di Emmanuel, scelse di costruirsi una sua casa indipendente. Morto senza figli nel 1819, il barone lasciò alla pronipote Eleonora Guttadauro tutti i suoi beni compreso il palazzo che passò, per il matrimonio di Eleonora, ai Paternò Castello di Carcaci fino alla vendita nel 1859 al Barone Calì, la cui famiglia lo tenne fino al 1889 quando fu venduto al Banco di Sicilia per poi passare in parte all'Università di Catania che vi ha installato la Facoltà di Scienze Politiche.

Il progetto del palazzo prende ad esempio quella del Palazzo Reburdone, non tanto per i legami parentali fra i proprietari quanto per la struttura in se, la più moderna in quel momento disponibile in città. Così l'architetto adegua le caratteristiche essenziali di Palazzo Reburdone (la serie portale-androne-corte-scalone-loggia in prospettiva e l'infilata di stanze col salone angolare in fondo) allo spazio più contenuto di Palazzo Pedagaggi. Al Piano nobile il salone principale, ora aula magna di Scienze Politiche, presenta le proporzioni del diapente cioè di 2/3, al posto del diapason del modello avito e viene affrescata dal trapanese Giuseppe Errante che si occupa anche delle tele delle sovrapporte, con scene mitologiche e monocromi.

 

 

Oggi di proprietà dell'Università di Catania - Dipartimenti di Scienze politiche

 

 

 

Progettato da Francesco Battaglia per la famiglia Guttadauro, Palazzo Reburdone fu costruito tra il 1776 e il 1785, anno in cui fu montato in  facciata lo "scudo dell'Armi" dei Guttadauro ma i lavori di completamento del palazzo si protrassero per molti anni ancora. Voluto da una famiglia che cercava in quello scorcio di fine settecento di entrare a far parte della più alta aristocrazia isolana e insieme dell'elite patrizia catanese, Palazzo Reburdone doveva essere il simbolo più evidente della ricchezza e del prestigio della famiglia Guttadauro, originaria di Mineo, dunque provinciale e che in quel periodo stava rapidamente salendo i gradini della nobiltà siciliana (ascesa coronata nel 1787 con l'acquisizione del titolo principesco di Emmanuel). Il risultato fu uno dei più imponenti e nobili palazzi della città. Inponenza dovuta anche a ragioni dinastiche oltre che di prestigio; doveva infatti accogliere, secondo il volere del committente il Principe Enrico, le famiglie dei due figli maschi, il primogenito, erede del principato, e il secondogenito, Barone di Pedagaggi. Per contrasti insorti fra i due fratelli alla morte del padre il Pedagaggi non andò mai a vivere nel quarto che gli era destinato ma si fece costruire un altro palazzo, il vicino Palazzo Pedagaggi appunto. Estintasi la linea maschile dei Guttadauro nel 1820 il palazzo passò tramite Eleonora , ultima principessa di Emmanuel di casa Guttadauro, ai Paternò Castello ed ora è sede, in parte, del Dipartimento di Sociologia (al primo piano) e del Dipartimento di Analisi dei Processi Politici, Sociali e delle Istituzioni - DAPPSI (al secondo piano), entrambi della facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli studi di Catania; nonché della prestigiosa Accademia Gioenia.
Palazzo Reburdone presenta in alzato lo schema tipico dei palazzi patrizi catanesi: piano terra con botteghe su prospetti esterni e magazzini e locali di servizio su quelli interni; primo piano, o ammezzato per l'amnistrazione o dato in affitto a famiglie di basso ceto che gravitavano intorno alla famiglia Guttadauro per motivi economici o sociali; secondo piano o piano nobile, dove abitavano il padrone e la famiglia; terzo piano o piano cadetto, per la servitù e i cadetti. Tutti questi locali si distribuivano intorno alla grande corte d'onore, una delle più grandi di Catania, conclusa dal grande scalone a tenaglia dentro un corpo a duplice portico (un tempo attribuito al Vaccarini ma restitutito al Battaglia tanto per motivi stilistici quanto per motivi cronologici). Un secondo cortile sul lato ovest, serviva la cavallerizza e gli altri locali di servizio. Il piano nobile si raggiunge salendo il grande scalone da cui si dipartono le due ali del palazzo, con le due infilate di stanze che si concludono nei due grandi saloni, a rinserrare l'appartamento del principe con la sua alcova "alla turca" al centro della facciata, aperto sulla tribuna d'onore sopra il portone, luogo simbolico per eccellenza della continuità dinastica della famiglia. I due saloni gemelli seguono la proporzione del diapason, cioè due cubi perfetti posti uno accanto all'altro e sfondano con le loro volte il solaio del piano cadetto, i cui balconi in corrispondenza non sono per questo praticabili; le due volte presentano poi affreschi del sortinese Sebastiano Lo Monaco (salone est) e neoclassici (salone ovest).

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il catastrofico terremoto del 1693, nella Catania risorta si annovera il Convitto Cutelli, Collegio voluto dal Conte Mario Cutelli.
La sua realizzazione può collocarsi attorno al 1760 e costituisce, dal punto di vista architettonico, un gioiello dell'arte settecentesca. L'opera dell'Abate Giovan Battista Vaccarini non poteva non essere presente nella progettazione di un edificio monumentale che, appunto, il grande architetto preparò, anche se si avvalse dell' aiuto di Francesco Battaglia. Il prospetto neoclassico sulla via Vittorio Emanuele è opera del Battaglia e continua sul lato di via Monsignor Ventimiglia e su quello di via Teatro Massimo. La parte attribuita al Vaccarini, che sappiamo alunno del Vanvitelli, è quella del circolare cortile monumentale che, per la purezza e l'armonia delle forme, si ammira entrando nell'edificio. La bella corte circolare è caratterizzata da un pavimento centrale in bianco e nero. All'interno, sotto il quadrante del grande orologio da torre, situato tra le statue del Tempo e della Fama, vi è un'iscrizione: "Ut praeesset diei et nocti anno MDCCLXXIX" (Questo orologio fu costruito affinché presiedesse al giorno e alla notte). Le statue del tempo e della fama simboleggiano la rivalità tra le due forze. 

Degno di menzione è lo scalone di marmo che porta al piano superiore dove si apre l'Aula Magna. In essa sono affrescate le figure delle glorie siciliane appartenenti al mondo scientifico e giuridico (Caronda, Empedocle, Teocrito, Stesicoro, Recupero, Ingrassia, Gioieni) e dove, nel 1837, furono condannati gli insorti contro la tirannia dei Borboni, come ricorda la lapide affissa alla facciata esterna inaugurata il 4 novembre 1926.
Lungo il percorso della Via Vittorio Emanuele, incastonato nel centro storico barocco della città, s’erige la sede dell' istituzione scolastica superiore più antica di Catania. Il conte Cutelli nel suo testamento manifestò l’esplicita volontà di destinare una parte dei suoi averi alla fondazione di un collegio. Il progetto iniziale del conte prevedeva la creazione di un istituto scolastico per soli nobili; era suo obiettivo la formazione di un vivaio di giovani patrizi in grado d’occupare le alte cariche presso la grande corte e l’amministrazione della città. Furono gli echi della rivoluzione francese a schiudere l’ingresso del convitto ai giovani privi di origine nobile. In un secondo momento a seguito di autorizzazione papale nel convitto oltre all’insegnamento del diritto civile e canonico s’iniziarono ad impartire lezioni di scienze e di lettere. Oggi il convitto si presenta nel suo aspetto architettonico originario ed ospita una scuola elementare, una scuola media e il liceo classico europeo. Assai pregevole è la struttura che, però, necessita di tempestivi interventi al fine di preservare quest’esempio di edilizia scolastica settecentesca.
http://xoomer.virgilio.it/convittocutelli  

 

 

 

 

Costruita nei primi anni cinquanta su progetto di Domenico Cannizzaro, la fontana delle Conchiglie è costituita da una vasca circolare con al centro un obelisco a sezione quadrata alla cui base si trovano quattro valve di conchiglia che danno il nome alla fontana.

Prese il posto di una fontana precedente (metà del XIX secolo) che aveva anch'essa un obelisco al centro della vasca.

 

 

 

 

 

 

 

Anche queso palazzo è sito in via Vittorio Emanuele. La facciata, nella fascia bassa, è animata da tre filari di aperture coronate da archi ribassati; in quella mediana da cornici sporgenti. La parte superiore, invece, ove si mostra il semplice telaio della finestra, non presenta alcuna cornice. Anche qui le lesene hanno in cima papitelli con pieducci floreali.

Si trova al numero 37 di via Vittorio Emanuele; l'architetto Francesco Fichera lo attribuì al Vaccarini. In tono più modesto si trovano molti motivi usuali vaccariniani. Risale ai primi anni della ricostruzione successiva al terremoto del 1693. In esso sono presenti gli elementi caratteristici della tipologia del palazzo baronale settecentesco; in particolare troviamo al piano terra le finestre con alti davanzali, invece delle botteghe, elemento questo della più coerente e originaria tipologia: infatti nei palazzi di costruzione successiva il piano terra, per ragioni di utilità commerciale, sarà quasi sempre destinato a bottega. A proposito del partito centrale Fichera scrive: "La bella porta così grandiosa nella sua piccolezza: con la mostra incassata tra le larghe lesene lisce, e la cornice raggiunta all'altezza della chiave da un rigiro della sagoma della mostra, in sostituzione della vieta mensola romana. Anche qui le lesene hanno in cima i capitelli, con appendice e pieduccio, per preparare il timpano che sta al di sopra, posato su un largo pennello e dal cui sommo si bipartisce un grosso pendaglio intagliato, affidato ad una mensola centrale".

 

 

 

 

La cappella Bonajuto o del Salvaterello è un edificio religioso d'epoca bizantina di Catania, eretto tra il VI e il IX secolo d. C. 

Unico manufatto di rilievo superstite dell'epoca bizantina a Catania, la cappella è collocata all'interno del barocco palazzo Bonajuto in via Bonajuto 7, nel popolare quartiere catanese della Civita. Si presenta a croce greca con pianta quadrata, cupola e tre absidi («cellae trichorae» o «chiesa a trifoglio») in forma simile alla cuba bizantina presente in Sicilia. Oggi rispetto al piano della strada si trova interrato di circa 2 metri. L'edificio, che è inoltre arrichito di testimonianze medioevali e quattrocentesche, è scampato ai diversi terremoti che hanno colpito la città, fra cui quello devastante del 1693 (Terremoto del Val di Noto).

La famiglia Bonajuto prese possesso della cappella a partire dal quattrocento e nel secolo successivo vi edificò la propria residenza. Sino all'insediamento dei Bonajuto la cappella era dedicata al SS.Salvatore, denominazione che mantenne probabilmente sino al XVIII secolo [2]. Nel XVIII secolo quando la cappella fu oggetto di restauri e ristrutturazione dell'ingresso, questa fu meta del viaggio del pittore francese Jean Houel.

La cappella è stata restaurata da Paolo Orsi e Sebastiano Agati negli anni trenta. Oggi è visitabile e spesso affittata per fini espositivi e conferenze nonché come pub e come palcoscenico di gruppi musicali rock e di altro genere.

 

 

Palazzo Hernandez, 60 anni di abbandono tra nobili spiriti, dicerie e false attribuzioni

Luisa Santangelo | 6 maggio 2014

 

A vederlo da piazza Duca di Genova sembra uno stabile vecchio e sporco nel centro di Catania. Eppure, nonostante sia incompiuto, conserva al suo interno un «portico rampante» attribuito – lui solo – a Giovanni Battista Vaccarini. Oggi quel doppio scalone di gran pregio è coperto da un garage e diviso a metà da una alta parete, mentre buona parte della struttura è lasciata al totale degrado.

«Ah, questo palazzo ha una storia incredibile: era bellissimo, doveva essere bellissimo». Gianfranco Costanzo guarda la facciata di Palazzo Hernandez che dà su via San Tommaso e fa una smorfia. Lui, avvocato, vive nella palazzina di fronte, di proprietà della sua famiglia da generazioni: «La vede l’incisione nel muro? 1746, noi siamo qui dal 1746 e qui, dove adesso c’è il cortiletto, c’era la cappella dedicata a Santo Masi al Porto… La gente marinara l’aveva chiamato così». E mentre la famiglia Costanzo costruiva casa sua, i più celebri dirimpettai mettevano in piedi un nobile palazzotto.

La targa marrone delle indicazioni turistiche – che si trova di fronte all’ingresso di via San Lorenzo – fa risalire Palazzo Hernandez all’inizio del XVIII secolo e attribuisce la paternità architettonica al più illustre dei progettisti a cui Catania abbia dato ospitalità: Giovanni Battista Vaccarini. «Fu fatto costruire per la famiglia Hernandez (spagnoli trasferitisi in Sicilia nel XVI secolo, ndr) – spiega Costanzo – poi passò alla famiglia Francica-Nava (stirpe siracusana che inizia nel XVII secolo, ndr) e infine all’avvocato Torrisi, che sposò una nobildonna e se ne appropriò. Ma lui dilapidò il patrimonio, la famiglia e il palazzo caddero in rovina». Di fantasie e leggende su Palazzo Hernandez se ne sono raccontate tante: «Quando ero bambino si diceva che c’erano i fantasmi, che la buonanima dell’avvocato Torrisi in disgrazia vagasse per le stanze del complesso». «Si sa – conclude l’uomo, ridendo – sono tutte dicerie: del resto, la Civita era un quartiere sia di grandi famiglie istruite, sia di poveri cittadini senza scuola».

Con Palazzo Biscari alle spalle e Palazzo Platamone alla sua sinistra, il Palazzo Hernandez rientra nel novero degli edifici storici catanesi di grande valore. Eppure, a differenza dei due noti vicini, non può dirsi altrettanto fortunato. In parte abitato e in parte adibito a uffici per l’università degli studi etnea, «l’abbandono risale al minimo agli anni ’50». In realtà, oltre alle fantasiose storie sui fantasmi, altrettanto fasulla è l’attribuzione dell’intero stabile a Vaccarini: «La famiglia Hernandez acquisì, verosimilmente nei primi anni dal terremoto del 1693, alcuni casolari del quartiere Civita e a partire dagli anni ’40 del Settecento affidò a Gian Battista Vaccarini la realizzazione di un sontuoso palazzo, di cui la coorte poligonale (condizionata forse dalle strutture pre-sismiche) avrebbe costituito l’attrattiva maggiore», spiega Iorga Prato, tecnico archeologo. Nei fatti, però, l’unico elemento di paternità vaccariniana è il «portico rampante del cortile», un doppio scalone «oggi vergognosamente coperto da un garage e da una alta parete che lo taglia in due».

Palazzo Hernandez doveva essere probabilmente «una casa di comodo, con uso residenziale relativo al periodo di permanenza nella città etnea per affari», e già nei primi dell’Ottocento è stato diviso in vari ambienti «assai diversificati per stile e gusto». L’ultimo tentativo – rimasto incompiuto – di dare uniformità a ciò che non l’aveva risale al Novecento. Però, spiega Prato, l’edificio era passato in mano a ricchi borghesi «disinteressati all’architettura nobiliare». Tra questi, anche i signori Patti, genitori dello scrittore Ercole. Lo spezzettamento ha fatto sì che alcuni vani venissero «affittati, venduti o lasciati all’abbandono». Il risultato, secondo il tecnico archeologo, è devastante: «Le architetture si sovrappongono senza armonia e il cortile originario è spaventosamente modificato, al punto da non essere più leggibile il progetto di Vaccarini».

Le guerre hanno fatto il resto. «Nell’immediato dopoguerra, l’intero quartiere Civita venne spopolato e affittato a nuclei di famiglie povere – prosegue Iorga Prato – Alcuni occuparono abusivamente parti dell’edificio abbandonato e negli anni ’60 e ’70 vi si nascondevano droga e armi». Archiviata la fase deposito illecito, rimangono le botteghe fatiscenti e le stanze inaccessibili e devastate. A denunciare lo stato di Palazzo Hernandez ci pensa l’opera di uno street artist: accanto a un balcone del primo piano con vista su piazza Duca di Genova un anonimo creativo ha attaccato un grosso adesivo: ritrae un ratto.

http://ctzen.it/2014/05/06/palazzo-hernandez-60-anni-di-abbandono-tra-nobili-spiriti-dicerie-e-false-attribuzioni/

 

 

 

 

 

 


Il faro Biscari

Piazza Giovanni XXIII

Il porto

 La Civita ai primi del '900

Via Dusmet 

Villa Pacini

 

 

Di fronte al Palazzo Biscari è situato il Convento di San Placido. Sul lato meridionale sono visibili il Portone seicentesco di pietra ed un' edicola della stessa epoca che incornicia un rilievo di Sant'Agata.
Esso sorse sul Tempio di Bacco. Nel XV secolo vi risiedettero i Platamoni, nobile famiglia catanese oggi spenta, che qui aveva il proprio palazzo, in seguito donato al monastero. Della casa della famiglia rimane, nel giardino della Badìa, un terrazzo decorato da chevron.
La facciata barocca della Chiesa di San Placido è di Stefano Ittar, che la realizzò nel 1769. L'interno è a navata unica e custodisce affreschi di G.B. Piparo e dipinti di M. Rapisardi.

All'interno del monastero di S. Placido sono incastonate alcune strutture murarie, nonché le case, che appartenevano all'antico palazzo "alla marina" della famiglia Platamone; di fatto, già nel XV secolo la famiglia le aveva donate ai religiosi. Uno dei privilegi concessi a tale famiglia fu l'autorizzazione ad aprire nelle mura del palazzo una "posterna", in altri termini un passaggio che avrebbe condotto direttamente al porto. A causa dei nefasti avvenimenti che colpirono la città alla fine del Seicento, oggi rimangono poche testimonianze di tale edificio. Tuttavia, dopo il terremoto del 1693, che distrusse in gran parte il monastero, nella ricostruzione di questo ultimo vennero annesse le testimonianze più antiche del palazzo.

www.cormorano.net

 

 

 

La prima fondazione risalirebbe, secondo il Rasà, al 1409, anno in cui la regina Bianca, figlia del re di Navarra, sposa di re Martino, alle sue seconde nozze, e vicaria del regno di Sicilia, donò preziosi arredi sacri al monastero delle suore benedettine, ancora da erigere, forse rimanendo a lungo ospite delle consorelle.

Inoltre, nel XV secolo anche Ximene e Paola di Lerida - "coniugi di gran pietà e di nobile e ricco casato catanese"[1] - contribuirono finanziarianente alla costruzione del monastero di San Placido, anche se l’atto di fondazione, datato 4 dicembre 1420, dimostra che fu donna Paola, ormai vedova, la sola ispiratrice della fondazione della casa religiosa.

L'edificazione avvenne sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato al dio Bacco, luogo di culto per la tradizione religiosa catanese, poiché si diceva che un tempo vi sorgesse la casa natale di sant’Agata, patrona della città.

La chiesa venne rasa al suolo dal catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse Catania.

Su iniziativa delle uniche tre suore che scamparono alla morte, dalle macerie del sisma, venne avviata la ricostruzione, affidata all'architetto Stefano Ittar, e la nuova chiesa venne consacrata nel 1723.

Nel 1976 venne chiusa a seguito del riscontro di problemi alla struttura e, dopo circa tre anni di lavori di consolidamento, venne riaperta al culto nel 1979.

 

 

 

San Placido

 

 

 

 

 

 

Il Cuore della Catania barocca, racchiude nel suo seno una perla di prelibate dolcezze, "I Dolci di Nonna Vincenza".L'esperienza di tutta una vita, la passione e l'amore per le tradizioni della nostra terra, il desiderio di non disperdere un vero e proprio patrimonio culturale, sono gli ingredienti base che Nonna Vincenza e i suoi figli hanno utilizzato per intraprendere la propria attivit?. E' un'aria di casa quella che si respira entrando nella bottega di "Nonna Vincenza", interamente arredata con mobili di fine ottocento, sita nella barocca piazza San Placido, distante pochi metri da piazza Duomo e dal Teatro Bellini.

 

 

 

 

"spensi la luce e ci abbracciammo e allora d'improvviso un freddo sgomento mi entrò nel corpo fino a paralizzarmi"

La targa è stata piazzata, fotografata e lasciata a Catania in via Vittorio Emanuele II al 133, nel preciso palazzo dove nel film abitano i genitori del bell'Antonio, in barba alla telecamera della BNL.

Antonio Magnano è il protagonista de Il bell'Antonio, un film del 1960 diretto da Mauro Bolognini, tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati. Il film si può vedere qui.
Nella Catania dei primi anni sessanta, il giovane Antonio Magnano torna a casa dei genitori dopo aver studiato e vissuto un po' di tempo a Roma. Antonio è bello, gentile ed elegante, ed assai ambito dalle ragazze; perdipiù la sua famiglia ha fama di avere componenti molto "virili".

Ad una festa suo cugino Edoardo gli mostra la fotografia di una ragazza: Antonio viene immediatamente conquistato dalla sua bellezza. Si chiama Barbara (Claudia Cardinale) ed è figlia del notaio Puglisi, un uomo molto in vista. Tornato a casa, Antonio sveglia i genitori e annuncia loro immediatamente la sua intenzione di sposarla. I genitori, soprattutto il padre Alfio, si congratulano: ha scelto una ragazza seria e di buona famiglia.
Il due ragazzi vengono presentati alle rispettive famiglie e, dopo un breve fidanzamento, in pochi mesi si giunge alle nozze. Nei primi mesi gli sposini si dimostrano grande affetto, anche se non vanno oltre baci appassionati.'

 

 

Palazzo Mazza di Villallegra  (non è vero che fu la casa di Micio Tempio)

 

La Civita, antico quartiere marinaro, era ai tempi di Gian Battista Vaccarini il cuore della città che risorgeva dopo il disastroso terremoto del 1693. Proprio in questo quartiere, che lo aveva visto maggiormente impegnato coi lavori di ricostruzione e che più amava, l'abate architetto costruì la sua casa. A due passi dal mare, nei pressi dell'antico convento dei frati di S.Francesco da Paola, i quali gli avevano offerto, in cambio dei servigi resi, una striscia della loro vigna. La piccola costruzione, che nell'esiguità della sua mole è un esempio di raffinata eleganza, è stretta a Nord tra la via Sorrentino, ad Est via Serravalle e via Colapesce a Sud.

 

 

Sorta in periodo tra barocco e rococò, è invece decisamente classicheggiante e rinascimentale, anche se la presenza di alcuni elementi decorativi la pone di estrazione barocca. È piana e riposante. A pianta quasi quadrata, si articola su due piani: dieci stanzette e un saloncino al piano nobile e quattro vani al piano terra. La facciata in via Colapesce era una volta in vista del mare. In pietra calcarea bianca, è ritmata da quattro arcate che sorreggono una terrazza delimitata da una balaustrata con il caratteristico motivo a «trafori ovali» di invenzione vaccariniana.La costruzione gira l'angolo in via Serravalle, dove presenta una altra apertura ad arco, chiuso in origine da una chiave di volta decorata e sormontato da un altorilievo rappresentante il busto di S. Agata, protettrice della città. L’apertura è formata da uno scalino in pietra lavica; oggi molto rialzato, ma una volta a livello stradale; si suppone che questo fosse l'ingresso principale della città. La facciata in via Sorrentino sembra essere rimasta incompleta: un semplice portone di ingresso ad arco di pietra bianca, sormontato da una finestra quasi rinascimentale affiancata da altre due a cornice piana; due semplici aperture in basso fiancheggiano il portone. Quattro occhialoni delimitati da una cornice circolare in pietra bianca, ritmano le superfici piane della facciata, dando luce alle scale interne. La casa, alla morte del maestro, passò in eredità alla sorella. Fu in seguito acquistata da una certa famiglia Piazza e divenne negli anni a venire abitazione di nuclei di pescatori e abitanti della zona. Solo nel 1941, già malridotta e cadente, fu dichiarata «monumento nazionale».

 

 

 

Nel giugno del 1988, ultimati tutti i lavori a seguito di un devastante degrado, la Domus Magistris ha finalmente potuto riacquistare la sua vera fisionomia. Lunica licenza riguarda il busto di S. Agata. Originariamente posto come chiave di volta nell'arco di ingresso, il busto è stato restituito alla devozione dei catanesi. Ma per la riapertura al pubblico della storica casa, occorreva altro tempo. Certo che il gioco altalenante delle pubbliche amministrazioni ha indubbiamente influito su tale ritardo, ma è proprio uno strano caso che la riapertura della dimora del massimo artefice della rinascita di Catania sia avvenuta quest'anno, nel 1993, a trecento anni giusti di distanza da quella terribile data: 1693, quando la città scempiata e stravolta, poté riacquistare corpo e anima grazie all'opera di Gian Battista Vaccarini, grande architetto e abate di Milazzo.

(Marilena Torrisi)

 

 

Archi della Marina
Materiale pietra: roccia lavica e roccia calcarea Progettista ing. Petit Costruzione 1864-1869
In siciliano Archi dâ Marina, è il nome di largo uso tradizionale e popolare con cui è chiamato il lungo viadotto ottocentesco in muratura, della ferrovia Catania-Siracusa, che collega la stazione di Catania Centrale all'imbocco della galleria dell'Acquicella.
Il progetto del viadotto nacque in seguito ai programmi di costruzioni ferroviarie della Società Vittorio Emanuele. Questa, costituita con capitale interamente francese e presieduta da Carlo Laffitte, era subentrata nella costruzione e nell'esercizio delle linee ferroviarie calabro-sicule quasi d'autorità sostituendo la Società livornese Adami e Lemmi che, con decreto dittatoriale del governo provvisorio di Garibaldi del 25 settembre 1860 ne aveva ottenuta la concessione.

La Società Vittorio Emanuele subentrò facilmente alla Società Adami e Lemmi anche perché aveva fatto acquisto di una consistente partecipazione azionaria in quest'ultima. Il 27 agosto 1863 vi fu l'atto di affidamento per la costruzione delle nuove linee alla società Parent, Schaken e C. e Salamanca che, il 25 settembre successivo, la subconcessero alla società in accomandita Vitali, Picard, Charles e C. già preventivamente costituita a Parigi il 24 agosto 1862 (i cui soci accomandanti erano Parent, Schaken e C. e gli accomandatari Vitali, Picard, Charles ed Oscar Stevens). Quest'ultima società appaltò ulteriormente la costruzione dei tronchi ferroviari Alcantara-Catania, Catania-Siracusa, ed i lavori della Stazione di Catania Centrale all'impresa Beltrami Gallone e C.

Frattanto in seguito all'emanazione, il 14 maggio del 1865 di un'apposita legge, la n. 2279 si costituiva la Società per le Strade Ferrate Calabro-Sicule e si affidava alla suddetta società la concessione per la costruzione e l'esercizio delle future ferrovie di Calabria e Sicilia. Nel 1866 non riuscendo a portare avanti i lavori per motivi finanziari, la Società per le Strade Ferrate Calabro-Sicule (ex Società Vittorio Emanuele) metteva in liquidazione la Vitali, Picard, Charles e C e il 29 novembre dello stesso anno stipulava una nuova convenzione con l'Impresa Generale per la costruzione delle strade ferrate calabro-sicule per continuare i lavori della Messina-Siracusa.
In questi frangenti, tra diatribe e dibattiti interminabili, si inseriva la questione degli Archi della Marina; era infatti opinione dell'amministrazione comunale e della Camera di Commercio cittadina della città di Catania che il tracciato presentato nel marzo del 1864 dall'ingegnere Petit, della Vittorio Emanuele, fosse penalizzante per la città in quanto creava una cintura di ferro che penalizzava pesantemente il movimento mercantile del porto e cancellava la Passeggiata a mare cittadina costituita dal viale esterno alle Mura di Catania che conduceva al piazzale posto al termine della via Vittorio Emanuele.
Veniva quindi proposto, dalla commissione di ingegneri incaricati dal comune, un percorso alternativo a monte della città che passasse per il piano del Borgo e con diramazione a Cibali per Siracusa e Palermo che avrebbe allacciato il porto da sud nell'area detta di Villa Scabrosa evitando anche la costruzione della galleria dell'Acquicella. Il dibattito parlamentare sembrò accogliere il progetto ma con un vero e proprio atto di forza, con decreto del 6 agosto 1864, il Ministero dei Lavori Pubblici approvava il progetto di massima presentato il 12 giugno 1864 dalla Società Vittorio Emanuele, prescrivendo alla stessa il tracciato a sud con il lungo viadotto e la galleria di 1 km sotto la città.
Nonostante ciò da parte delle numerose istanze cittadine si tentava di ottenere dal Ministero l'approvazione delle varianti proposte fino all'anno successivo.
Il 3 gennaio 1867 veniva aperta all'esercizio la Stazione Centrale costruita sulla scogliera dell'Armisi, luogo che era stato oggetto di contestazione, con la inevitabile costruzione del viadotto che venne aperto al traffico ferroviario il 1º luglio del 1869 contemporaneamente alla galleria dell'Acquicella, al collegamento dei binari del porto e alla prima sezione della linea per Siracusa.
Negli anni trenta con i lavori di ampliamento del Porto di Catania anche il viadotto venne inglobato nel tessuto urbano dato che venne realizzato l'ampio piazzale artificiale del Molo Crispi.

 

A metà degli anni sessanta nel corso dei lavori di ammodernamento della ferrovia Catania-Siracusa venne raddoppiato il viadotto dal lato sud, verso il porto, costruendone una seconda sezione affiancata dal lato mare, esteticamente uguale a quella antica.
Nel corso dei primi anni duemila il viadotto è stato al centro di polemiche, tra l'amministrazione comunale e vari ambienti culturali cittadini, in seguito al progetto di un suo abbattimento in seguito ai lavori di costruzione del passante ferroviario di Catania di RFI. In seguito a ciò e, soprattutto, dato l'elevatissimo costo necessario a tale operazione il progetto è stato successivamente modificato prevedendo l'interramento della sola Stazione Centrale che si dovrebbe collegare con una rampa in ascesa al viadotto.

 

 

Caratteristiche

Il viadotto venne realizzato, a semplice binario, mediante una successione ininterrotta di archi in muratura poggianti su pile anch'esse in muratura. Nella scelta dei materiali di decorazione venne utilizzata la tipica alternanza di colori, grigio Basalto e Avorio, che caratterizza molte delle costruzioni cittadine. Il percorso del viadotto assume la forma di una S coricata che inizia da un contrafforte artificiale all'altezza del molo foraneo del porto e termina poco oltre la porta Uzeda, in corrispondenza della pescheria. Il percorso contorna all'esterno il vecchio perimetro della città allargandosi sul mare all'incirca a metà del suo percorso.

http://it.wikipedia.org/wiki/Archi_della_Marina

 

 

Archi della Marina, li abbattiamo o li valorizziamo?

Archi della Marina: un storico simbolo o uno storico "sfregio" al waterfront barocco? Se lo chiede la prima municipalità di Catania, quella che fa riferimento al "cuore" storico della città, dove sorgono appunto gli archi, con una raccolta firme. Come a dire "se il Consiglio comunale non è capace di decidere, chiediamolo ai cittadini". Di abbattere o di valorizzare questi, comunque li si considerino - belli brutti inutili romantici inquietanti - "storici" simboli di Catania se ne parla da anni, più o meno da quando si parla di "piano regolatore nuovo". Vale a dire da almeno 20 anni (l'ultimo PRG è del '69, il "Piano Piccinato"). Abbatterli vorrebbe dire recuperare il "Water front" storico della Catania barocca, con il Palazzo Biscari, l'arcivescovado e tutti gli altri edifici storici della via Dusmet che riacquisterebbero il loro ruolo di "biglietto da visita" per i turisti che vengono dal mare, dal porto, lì a due passi. Ma la prospettiva di trasformare gli archi, ora ponte ferroviario, in una pista ciclabile all'interno della città non è per nulla una cattiva idea, tanto più che sarebbe economica e di facile realizzazione, mentre l'abbattimento degli archi richiederebbe anche la completa riprogettazione dell'intera area portuale, riportando il mare a pochi metri dal centro storico.

 

 

Un'impresa titanica, ma visti i tempi che corrono a Catania - dissesto finanziario alle porte, crisi economica, crisi ambientale, crisi occupazionale, crisi universitaria, crisi in ogni sua forma - forse è meglio volare basso e realizzare il realizzabile. I catanesi poi sono affezionati agli archi, che sono anche il centro di molti detti popolari, e la loro presenza è rassicurante. Il presidente dell'autorità portuale Castiglione (ex assessore comunale ai tempi di Scapagnini) assicura che resteranno dove sono, ma l'ultima parola non spetta a lui, ma al Consiglio Comunale.
Voi cosa ne fareste? Li valorizzereste restaurandoli e integrandoli nel contesto urbano, o li abbattereste per far spazio al "waterfront" che tanta ammirazione ispirò ai viaggiatori del Grand Tour?

http://40xcatania.ning.com/profiles/blogs/degno-di-nota

Lanfranco Zappalà*- Se chiedessi a tutti i catanesi cosa sono gli “Archi della marina” sono sicuro che ciascuno di essi saprebbe rispondermi. Un tempo il nostro bel mare arrivava fin là sotto, proprio sotto i nostri grandi Archi e credo che debba essere stato uno spettacolo meraviglioso osservare le onde infrangersi contro di essi.

 

 

Oggi il mare è ben lontano dagli Archi e certamente guardandoli adesso non credo che sia tanto spettacolare come una volta. Ritengo che gli “Archi della marina”, oltre a rappresentare un importante testimonianza del passato di Catania, possano anche divenire un vero e proprio simbolo della città. Piuttosto che lasciarli al degrado o vederli trasformati in bancarelle o ancora peggio in selvaggio deposito di auto e furgoni, gli “Archi della marina” potrebbero divenire un vero e proprio “Museo”.
Questa è la mia idea!

“Il Museo a cielo aperto”, così ho chiamato il mio progetto, vuole essere un tributo alla sicilianità e rappresentare quelle magnifiche tradizioni legate alla terra , al mare, all’arte, alla cultura di Catania e della Sicilia in genere. L’Etna e i suoi preziosi frutti, il mare, la pesca, l’arte dei pupi, l’artigianato in tutte le sue manifestazioni, dal carretto siciliano alle ceramiche. Tutto ciò e molto altro racchiuso sotto gli archi ma a “Cielo aperto”, un museo appunto aperto a tutti coloro che costeggiano gli Archi della marina e possono ammirare le raffigurazioni delle nostre meraviglie.
 

 

Il mio obiettivo è non solo la valorizzazione di un angolo di città molto caratteristico, attraverso l’esaltazione delle nostre tradizioni, ma anche un’opera artistico-culturale da offrire ai catanesi stessi e al turismo.
Gli “Archi della marina” trovandosi alle porte della città per chi ci raggiunge dall’aeroporto, dal porto e dalla stazione, potrebbero divenire per i turisti un’opera di benvenuto rendendo gradevole, e soprattutto originale, l’ingresso nella nostra bella Catania.
http://40xcatania.ning.com/profiles/blogs/degno-di-nota

 

 

 

 

 

 

 

APPRODI CATANESI

Com'è facile immaginare il problema degli approdi catanesi in età preistorica e pro¬tostorica è complesso e di non facile definizione per più motivi, quasi tutta la fascia costiera che ci interessa ai fini di questa ricerca, cioè quella che va a Nord fino a Ognina e a Sud fino all'attuale porto, è stata sommersa da colate di età storica che, oltre ad avere ricoperto gli stessi abitati che vi dovevano essere sorti in età preceden¬te, hanno anche radicalmente mutato la linea di costa. Per le ipotesi ricostruttive sui mutamenti della costa catanese si rimanda al lavoro di E. Tortorici in questo stesso volume. In Sicilia la facies culturale diffusa su quasi tutta l'isola, eccezion fatta per il messinese e la fascia costiera tirrenica, è quella di Castelluccio, databile approssimativamente tra i 2300 e 1400 a. C.

I numerosi insediamenti pertinenti a questa facies ci consentono di avere a disposizione una maggior quantità di dati rispetto ad altri periodi e di conseguenza una interpretazione più agevole di essi. Come conseguenza le testimonianze indirette dell'esistenza di approdi nell'area di Catania si fanno più esplicite. Infatti all'assenza di dati provenienti direttamente dalla fascia costiera, fanno da contraltare la ricchezza di quelli provenienti dalla zona alta della città, soprattutto nella fascia che va da Barriera del Bosco a Canalicchio. Anche se per il momento nella zona di Catania sono assenti materiali di provenienza egea, negli ultimi anni il progredire della ricerca ha permesso l'individuazione di ceramiche provenienti dalla penisola italiana, soprattutto dalla Calabria.

Questi abitati, situati in posizione piuttosto interna, dovettero comunque gravitare su un centro costiero oggi scomparso sia esso sorto intorno al Golfo di Ognina, come penso, o a quello di San Giovanni Li Cuti. Infatti la quantità e la varietà di tali materiali rispetto a quanto finora noto da altri abitati coevi in altre regioni della Sicilia si può spiegare soltanto con la presenza di un vicino scalo marittimo. Anche se nella fascia pedemontana di Catania, soprattutto in quella che gravita verso l'insenatura di Ognina, gli abitati di questa età sono presenti, finora non ci è giunto alcun manufatto di produzione extra-isolana.

La sola indicazione che ci conferma come gli scali catanesi, e segnatamente quello di Ognina, fossero comunque attivi, ci viene da una pubblicazione oavim che presenta in una foto, un'olla panciuta biansata a breve collo rinvenuta in mare poco a Nord di Ognina, in un tratto di costa detta, significativamente, Quartarara. Si tratta di una forma il cui solo confronto è con un vaso proveniente appunto dalla Grotta Basile a Barriera, databile appunto alla facies di Thapsos.

II tipo di vaso è assegnabile alla classe dei contenitori, adatto sia alla conservazione sia al trasporto, che forse testimonia la presenza di uno dei più antichi relitti tra quelli segnalati all'imboccatura del Porto d'Ulisse. I dati riguardanti l'età del Bronzo recente e finale e la prima età del Ferro a Catania e nella zona circostante sono piuttosto scarsi, ma in costante aumento grazie alle ricerche più recenti. Essi sono tali da indurci a ritenere che esistessero almeno due insediamenti, uno nell'area del Monastero dei Benedettini e un secondo a Monte San Paolillo a Canalicchio, gravitanti ancora una volta, rispettivamente, sull'insenatura presso cui sarebbe sorto il Castello Ursino e sul porto di Ognina.

(Gli approdi catanesi nella preistoria e protostoria -  Enrico Procelli)

 

 

 

 

 

Il porto di Catania è un porto artificiale prospiciente la città di Catania nell'omonimo golfo. La sua attuale struttura risale al XX secolo.
Il primo porto a Catania venne costruito su iniziativa del re Alfonso d'Aragona, nel sito in cui era stato costruito, nel X secolo, il porto da parte dei saraceni. Il porto venne dotato di attrezzature adeguate all'attracco di grossi vascelli da trasporto, ma le violente mareggiate del golfo di Catania distrussero più volte i moli artificiali che venivano costruiti. L'evento più drammatico si verificò nel 1601, quando una mareggiata di inaudita violenza cancellò ogni struttura lasciando soltanto un mucchio di pietre.
All'inizio del XVIII secolo, si realizzò, da parte dei Borbone, quello che possiamo vedere ancora oggi. Il porto venne realizzato con tecniche moderne e la diga foranea fu realizzata con grande attenzione alla robustezza del manufatto, facendo attenzione a quanto avvenuto nei secoli precedenti. Nel corso del secolo vennero apportati miglioramenti ed agli inizi del XIX secolo, sempre dietro l'impulso borbonico, il porto migliorò le sue strutture.
Dopo la costruzione della Ferrovia Messina-Catania, il 1º luglio 1869 la Stazione di Catania Centrale venne collegata al porto mediante un raccordo in discesa lungo 914 metri costruendovi inoltre un fascio di binari e la Stazione di Catania Marittima. Intorno al 1898 anche la Ferrovia Circumetnea raggiunge il porto costruendovi una stazione di testa.
Intorno agli anni trenta del XX secolo, il regime fascista decise di ristrutturare il porto apportandovi notevoli modifiche; venne eseguito l'interramento e la costruzione delle banchine, denominate Molo Crispi, ad est degli Archi della Marina che vennero attrezzate per l'attracco delle navi. Fino ad allora il mare lambiva le mura della città in prossimità della Porta Uzeda. Ciò gli fece raggiungere la struttura attuale e lo rese uno dei porti più moderni del sud Italia. Venne prolungata la diga foranea di altri 600 metri ed irrobustite le difese dei moli; sulla diga foranea venne inoltre costruita una grandissima gru a sbalzo per le operazioni di carico e scarico.
Durante il secolo la struttura è stata sensibilmente modificata tanto da spostare le banchine di circa 100 metri verso il mare guadagnando così degli spazi per l'ampliamento delle banchine stesse e della viabilità interna al porto. Alla metà del secolo scorso gran parte della diga foranea venne fortemente danneggiata da una mareggiata di grandi proporzioni e poi ricostruita.
Il porto è essenzialmente di tipo mercantile, anche se da alcuni decenni sono state attivate delle linee di traghettamento di veicoli industriali verso porti del centro e nord Italia, consentendo così ai TIR di evitare l'autostrada Salerno - Reggio Calabria non adeguata ad un traffico snello con il nord Italia.
Esiste anche un traffico passeggeri anche se limitato a navi da crociera e di alcuni traghetti con Genova, Civitavecchia e Napoli. Altri servizi collegano, a mezzo catamarano, Malta.
http://it.wikipedia.org/wiki/Porto_di_Catania

Fin dall’antichità il tratto di costa compreso tra Catania e Naxos ebbe un ruolo fondamentale per gli scambi commerciali tra le popolazioni costiere per la presenza di molti punti di approdo che già i coloni greci, partiti dalla città di Calcide, utilizzarono nella loro avanzata da Messina (la Zancle greca) verso Catania.
L’importanza del porto antico della città di Catania è ricordata dagli scrittori latini che attribuivano allo scalo di Catina romana un ruolo non indifferente nei commerci del vino e del grano.
Ma sulla localizzazione dell’antico porto ancora oggi si discute per la scarsità e frammentarietà dei dati archeologici a disposizione, per le interpretazioni spesso fantasiose ma soprattutto per le profonde trasformazioni subite dalla linea di costa in seguito alle colate laviche dell’Etna.

Il tratto di costa compreso tra Catania e la baia di Capo Mulini fu oggetto di interesse da parte degli eruditi del XVI e XVII secolo che, dando seguito a tradizioni leggendarie, collocavano nell’area di Acitrezza e di Capomulini le imprese di Ulisse e Polifemo e l’approdo di Enea nel territorio etneo, mentre nella baia di Ognina riconoscevano il luogo del Portus Ulixis di cui parlano le fonti antiche.
Ma al di là delle suggestioni date dai nomi di alcune località come Le isole dei Ciclopi o il Porto di Ulisse che ricordano le avventure narrate nell’Odissea resta il problema della collocazione esatta delle strutture portuali di cui si interessarono più concretamente gli studiosi moderni a partire dal 1800.
Alla fine del XIX secolo lo Sciuto Patti diede notizia dell’esistenza presso via Zappalà Gemelli, cioè non lontano dal Duomo, di un muro romano che attribuiva all’impianto portuale e nel 1927 i palombari recuperarono nell’area del porto moderno, durante lavori di ampliamento del molo occidentale, un gruppo scultoreo ellenistico raffigurante Eracle ed Anteo.

Sulla base di questo ritrovamento datato tra il VI ed il V secolo a.C., di altri reperti rinvenuti in seguito e dei recenti studi topografici e geologici si ritiene oggi probabile che il porto antico fosse nell’area dell’attuale Villa Pacini, non lontano dunque dal moderno mercato della Pescheria e presso la foce del fiume Amenano lungo il cui corso sorgeva la città antica.

Le carte geologiche mostrano il progressivo interramento ed avanzamento della linea di costa in questo tratto dall’età greca arcaica al medio evo, finchè la terribile colata del 1669, colmando i fossati del castello Ursino, entrò ampiamente in mare modificando in modo definitivo il litorale.
Un altro ampio golfo risulta inoltre in tutti gli studi geologici riguardanti la linea di costa nell’antichità: l’area tra le attuali piazza Europa e piazza Nettuno. Esso venne riempito dalle lave della poderosa colata del 1381 che colmò anche una parte dell’altra insenatura dove è il porto di Ognina che ospitava probabilmente un altro scalo antico.
La stessa colata del 1381 diede la conformazione attuale al tratto di costa in corrispondenza del porticciolo di S.Giovanni Li Cuti che secondo gli studiosi doveva ospitare un altro scalo di età classica scomparso a causa di quella eruzione.
Catania antica, avrebbe avuto quindi non un solo porto ma un sistema di scali forse differenziati a seconda della destinazione d’uso (commerciale, militare), per rispondere alle complesse esigenze di quella che fu nell’antichità una grande ed importante città.
Dalle fonti ricaviamo la notizia che in età repubblicana il porto ospitasse un ufficio del "portorium".

https://wikiporto.wikispaces.com/Porto+di+Catania

 

 

Catania, splendida città della Sicilia Orientale, è situata alle pendici dell’ Etna ed è bagnata dal mare Jonio , la sua costa frastagliata si caratterizza per la presenza di roccia vulcanica ed oltre alle coste rocciose che si estendono dal porto di Catania a Riposto troviamo una lunga spiaggia a bassa energia tra il porto e la curva di Agnone Bagni (SR) . All’importante porto commerciale catanese si aggiungono una serie di approdi e porticcioli turistici sfruttati dai pescatori di "mestiere" locali e durante il periodo estivo anche dai diportisti , e sono :il porticciolo nautico di Rossi S.G.Licuti ,Ognina ,Acicastello ,Acitrezza ,Capomolini ,S.Maria La Scala ,S.Tecla ,Stazzo , Pozzillo ed infine il porto di Riposto ormai diventato un simbolo della nautica da diporto della Sicilia orientale.

Spostandoci verso la zona sud ci accorgiamo che il golfo di Catania bagna un arenile lungo circa 18km che si estende dal porto di Catania alla curva di Agnone , ove la spiaggia si presenta a grana fine ed a bassa energia ,i venti regnanti sono l’ W e il NW e i dominanti l’ E e il SE , è possibile sfruttare la spiaggia con svariate tecniche di pesca ma la più favorevole è il surfcasting da praticare durante le mareggiate di scirocco e levante, i pesci insidiabili sono le onnipresenti mormore , spigole anche di grossa taglia e nel periodo estivo e autunnale lecce amia e serra nei pressi del porto commerciale e alle foci del fiume Simeto e S.Leonardo da insidiare con il vivo e trancioni di cefalo , una delle tecniche che primeggia in queste spiagge è la traina a piedi con il barchino (vedi sezione Traina), infatti in molti si dilettano a fare avanti e indietro per la spiaggia durante le scadute di scirocco tirando fuori spigole da capogiro , vi sconsiglio vivamente di andare a pesca dopo le grandi piogge autunnali, l’acqua a causa dei fiumi Simeto e S. Leonardo diventa colore cioccolata , altro consiglio non andate a pesca da soli in notturna, la zona è frequentata da persone poco raccomandabili.

 

 

Percorrendo tutta la spiaggia verso nord troviamo il cosiddetto "molo degli scecchi" , lungo circa 120-130m con dei frangiflutti sparsi per tutta la lunghezza del molo come difesa di se stesso, le tecniche che si possono praticare in questo spot sono tante , pesca all’inglese ,alla bolognese e canna fissa con bigattino o gambero vivo reperibile in loco oppure la pesca con il vivo alle lecce amia , serra e spigole con le alacce sempre da reperire in loco con una filosa a più ami oppure a strappo con le ancorette , la maggior parte di chi pratica questa pesca utilizza sistemi molto rudimentali ma funzionanti , lenza a mano dello 0,40 e ancorotto stagnato , ma riuscire a trovare un piccolo spazio libero sul molo è un problema, qui vige la legge mafiosa del tipo "kiddu è u scoghiu miu", altra tecnica da non tralasciare è lo spinning che vi consiglio di praticare con grossi popper alla ricerca di qualche serra o leccia.

Accanto a questo molo troviamo il porto commerciale di Catania anche qui possono essere applicate le stesse tecniche di pesca appena descritte, tecniche utilizzabili sia all’interno che all’esterno del porto con qualche variante , nella parte esterna ( sui frangiflutti di difesa e precisamente sotto la grande gru in disuso) possiamo insidiare qualche ricciola con la teleferica e l’aguglia viva nei mesi che vanno da giugno a ottobre, state ben attenti alle barche perché quando si sparge la voce che sono entrate le ricciole il mare diventa un va e vieni di barche continuo causano il taglio di qualche lenza.

Emanuele Lisi da Catania

 

Proseguendo per il molo di levante andiamo a finire sotto il famoso muro della stazione e da li inizia la prima parte di scogliera catanese caratterizzata dalla pietra vulcanica scura , un ottimo spot è la curva tra il muro della stazione e l’inizio della diga frangiflutti, ne vale la pena tentare 2 lanci a spinning per qualche spigola nel periodo invernale.

Proseguendo più avanti troviamo il lido della stazione e subito la prima punta di roccia, da dove è possibile insidiare aguglie e occhiate all’inglese con il bigattino nel periodo estivo e durante le scadute di scirocco, tra questa punta e il porto turistico di rossi si prendono saraghi e spigole all’inglese con il bigattino, nella stagione autunnale scorsa ho visto pescate da "panico", mi raccomando di non tralasciare lo spinning con raglou o siliconi vari per tentare la "cavagnola " alle prime luci dell’alba tra il bunker e l’entrata del porto di rossi .

Proseguendo più a nord troviamo il porto di Ognina , lo spot si presenta con un primo molo esposto a levante con una serie di frangiflutti sparsi per tutto il lato esterno e un secondo molo interno(il molo vecchio di ognina) .

Sul lato esterno del primo molo durante il periodo invernale possiamo praticare la pesca a calamari con il gamberone finto o con la gabbietta innescata con il sugarello , proprio in inverno il molo è affollato, un’altra tecnica praticabile è la pesca all’inglese per le occhiate e le aguglie nei mesi primaverili ed estivi e quasi tutto l’anno si prendono le ope con il galleggiante e la bolognese , vale la pena fare qualche tentativo a rockfishing con il vivo e la teleferica, e a fondo con la sarda, 9 catture su 10 saranno gronghi e murene ma ci può scappare qualche bella cernia . Per gli amanti delle mormore i frangiflutti del molo cadono su una distesa di sabbia bella fonda a non più di 50 -60m da riva preferiscono abbondanti inneschi di arenicola e le ore notturne.Tra il molo interno e la spiaggetta sotto il ristorante La Costa Azzurra vive un branco di spigole molto sospettose e difficile da insidiare che a volte disdegnano anche lo 0,08 e ami piccolissimi. Nella speranza che questo spot vi invogli a venirmi a trovare nella mia città per una bella pescata tutti insieme vi porgo cordiali saluti , restate in onda !!!!!!!!!!!!

http://www.pescareinsicilia.it/index2.php?path=itinerari&id=0&tema=porti

 


 

 

 

 

 

Presso Museo dei Pupi Siciliani - Marionettistica F.lli Napoli di Catania c/o Vecchia Dogana (porto di Catania) Via Beato Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, Catania
 

Pupi che sembrano avere un'anima. A Catania, nei locali della Vecchia Dogana, insieme al cineteatro dedicato a Francesco Alliata è stato inaugurato il museo e teatro dei pupi della compagnia marionettistica dei Fratelli Napoli, la celebre famiglia di pupari catanesi che dal 1921 e da quattro generazioni ha incantato e fatto sognare il popolo catanese.

"L'Opira catanese" si distingue per altezza e dimensioni: un metro e trenta di altezza, con un peso di circa 35 chili e per il diverso sistema di manovra. I pupi catanesi vengono animati dall'alto di un ponte posto dietro i fondali, chiamato "'u scannappoggiu", con i "pruituri d'a ritta e d'a manca", da destra e da sinistra, che porgono i pupi ai "manianti" per metterli in scena, poggiando i piedi su una spessa tavola di legno sospesa a circa un metro da terra "'a faddacca".

Nella tradizione catanese è inoltre d'obbligo la voce femminile, "a parratrici" che i Fratelli Napoli affidano alla signora Italia Chiesa Napoli. Un'arte esclusiva che oggi ha anche un museo con oltre sessanta pupi, teste di ricambio, cartelli, animali di scena, sipari dei primi anni del Novecento e un boccascena che venne esposto nel 1931 al teatro Massimo Bellini.

 

INFO: Ingresso INTERO euro 4 ; RIDOTTO euro 3

Orari di apertura: da Martedì a Domenica 10.00/13.00 - 16.00/20.00 - Lunedì 16.00/20.00

DOVE SIAMO: Vecchia Dogana, via Beato Cardinale G. B. Dusmet, 2 - 95121 Catania

Tel. Museo: +39 095 7678888

 

 

 

 

 

 

 

Catania aspetta il Waterfront


Roberto Nanfitò - In Viaggio - supplemento a La Sicilia
Catania, "città sul mare, ma non di mare". Una città portuale atipica la nostra che, diversamente dalle grandi città medievali italiane, che grazie i loro porti svilupparono un forte sistema ecomomico-finanziario, subì per lungo tempo un declino commerciale dopo aver perso il primato mondiale del traffico marittimo dello zolfo. Solamente alla fine del secondo conflitto mondiale il porto etneo riprese i suoi interscambi commerciali. Le crisi nel settore marittimo-portuale, peraltro, sono cicliche e sono causate dalle improvvise congiunture economiche che possono essere superate, accettando la sfida competitiva imposta dalla globalizzazione dei mercati. Ma la nuova tecnologia dei trasporti marittimi ha fortemente influenzato non solo i porti, ma anche le loro città.

 

 

L'introduzione del "container", che dall'aprile del 1956 ha rivoluzionato il ciclo trasportistico e logistico dell'intera economia mondiale, ha provocato infatti la fine irreversibile di quei porti che non si sono adeguati ai mercati, poiché le nuovi navi-container avevano bisogno di porti dotati di infrastrutture più moderne, con pescaggi più profondi, e di grosse aree per lo stoccaggio e la ovimentazione delle merci. Per recuperare le vecchie aree portuali dismesse, posizionate storicamente all'interno delle città portuali, il cui mantenimento comportava ingenti oneri per evitare il loro degrado anche ambientale, si pensò di intervenire con una politica innovativa di riqualificazione delle suddette aree.
Nasce il "Water-front", un movimento culturale che ha origini in Canada e nel Nord America agli inizi degli Anni 60 e 70, e arrivato nella vecchia Europa. Con il termine "Water-front", letteralmente fronte d'acqua, si intende l'interfaccia porto-città, un fenomeno universalmente riconosciuto ed identificato dalla letteratura anglosassone riguardante l'architettura, ed in particolare la progettazione urbana di aree portuali dismesse che vengono rivitalizzate per diventare contenitori culturali e sociali in grado di produrre forte redditività economica. Di conseguenza capannoni, depositi, manufatti portuali abbandonati vengono ristrutturati e trasformati in centri museali, contenitori sociali come il Sea South di New York, il Bay Side di Miami, il Peers 39 di San Francisco, Cape Town, Barcellona, Amburgo, Londra.

 

 

Grande interprete, culturale e tecnico, in Italia e nel mondo, del Water-front, è il nostro Renzo Piano, che a Genova, anticipando qualificati urbanisti europei, ha inventato il "porto antico", trasformando un'area portuale malsana e pericolosa in un centro espositivo e culturale, dotandolo di un acquario fra i più belli del mondo, di una marina da diporto, di un albergo raffinato e di locali alla moda. La politica del Water-front tende a riqualificare i quartieri dei marinai delle città d'acqua, che vengono trasformati in centri residenziali e culturali per generare una forte ricchezza economica ed occupazionale, migliorando così la qualità della vita dei suoi cittadini. Anche il porto di Catania ha finalmente il suo "Water-front", recuperando con il supporto di capitali pubblici e privati la sua "vecchia Dogana", un manufatto demaniale realizzato alla fine del 1800 dall'ingegnere Filadelfo Fichera e destinato a deposito per le merci in attesa di essere sdoganate. Dopo un'accurata opera di recupero e di riqualificazione è stato inaugurato di recente per diventare un "living-port" dove passare una serata per rilassarsi in un contesto vivace dal sapore antico.
Un altro importante passo potrebbe essere il recupero dell'antico quartiere marinaro della Civita, che ha bisogno di essere riqualificato ed illuminato sapientemente per conservare il suo antico fascino. Catania per diventare polo culturale euro-mediterraneo del terzo millennio ha bisogno dell'opera di un grande architetto, che come il Vaccarini la ridisegnò nel '700 trasformandola in una splendida città barocca.
Oggi le "trasformazioni urbane" rappresentano un'occasione unica per il rilancio della competitività locale, per prevenire il rischio di declino urbanistico e sociale derivante dalla mancata programmazione territoriale a sostegno del progetto di sviluppo della città. Il Water-front di Catania si presta a un intervento di rigenerazione urbana, utilizzando gli strumenti del partenariato pubblico-privato immobiliare, ovvero sviluppando i nuovi percorsi autorizzativi di diritto privato, prioritari sulle tradizionali procedure di diritto pubblico. Il nuovo "passaggio a nord-ovest" è già stato tracciato dall'Unione Europea. Spetta agli Amministratori pubblici, ai loro staff e alle Imprese, cambiare radicalmente i modelli organizzativi e amministrativi per affinare insieme una nuova cultura di ingegneria economica, l'unica in grado di presidiare il progetto e l'intero ciclo realizzativo utilizzando metodologie di " project-management accompagnate da una forte visione strategica



'U SGABELLU (il mercato ittico all'ingrosso)

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchie

 

S. FRANCESCO DI PAOLA Piazza S.Franc. Di Paola - 95131 Catania tel: 095 534515
S. GAETANO ALLA MARINA Via San Gaetano 13 - 95131 Catania (CT) tel: 095 320509
SS SACRAMENTO RITROVATO Via Tezzano 1- 95131 Catania (CT) |tel: 095 532042
SS. CROCIFISSO DELLA BUONA MORTE Piazza Falcone 1- Catania  tel: 095 535077
 

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  • CINEMA

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  • Achab- Catania (ct) - viale Africa, 31 - 095 536515

  • King- Catania (ct) - via A. De Curtis, 14 - 095 530218

  • Tiffany - Catania (ct) - via Agnini, 20 - 095 325851

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  • FARMACIE

  • CUTELLI V. Vittorio Emanuele II, 54 095-531400

  • DE GAETANI ANTONIO V. Vittorio Emanuele II, 114 095-326962

  • FINOCCHIARO GIUSEPPA V. San Giovanni Battista, 74 095-420602

  • ROMA C.so Martiri della Liberta', 16 095-530003

  • SANGIORGIO CARMELA V. Sangiuliano, 109 095-316906

Croce Rossa - tel. 7312601 - Croce Verde - tel. 373333 - 493263 - Guardia Medica - tel. 377122 - 382113