La piazza del Duomo, centro della città, ha uno spiccato carattere architettonico e scenografico. Lo deve all'enfatica evidenza plastica e volumetrica degli edifici che la circondano e alle lunghe prospettive aperte dalle ampie arterie rettilinee che vi sboccano. Era chiamata “Chianu di Sant’Aita”, in onore di Sant’Agata, patrona di Catania. 

Fu creata nel corso della ricostruzione della città, dopo il terremoto del 1693.

Il Duomo di Catania e alla sua sinistra il palazzo del Municipio. Ha pianta rettangolare e l'orna al centro la fontana dell' elefante, del Vaccarini, d'ispirazione berniniana, con l'elefante che regge un obelisco egiziano.

La limitano sul lato Nord il palazzo del municipio, corso da lesene a bugnato e con belle finestre a balcone, opera del Vaccarini (1741), e sul lato opposto il ricco palazzo dell'ex seminario dei chierici.

Ma l' elemento predominante, che dà carattere a tutto l'ambiente , è la gran mole del Duomo, ricostruito subito dopo il 1693.

Sorge sul lato Est, entro un recinto marmoreo coronato da statue, ed ha una sontuosa facciata eretta dal Vaccarini nel 1736, a due ordini di colonne, tutta animata di statue e di una ricca ornamentazione.

 

 

U CHIANU DI SANT'AITA

Tanti anni fa, il compianto professor Enzo Maganuco, nell'osservare alcune fotografie che avevo di fresco stampate (e stavano ancora sul mio tavolo), additandone una che inquadrava la fontana dell'Elefante e il prospetto della Cattedrale, esclamò: Questa è la Città! e mi guardò intenzionalmente, come per dirmi: Manca forse qualcosa?
Quel breve rettangolo di cartoncino bianco conteneva, infatti, la sintesi della città, di tutta la città; quell'unica immagine conservava il significato più completo della eivitas come noi la intendiamo, vale a dire: lo stemma civico e il campanile, l'Elefante e Sant'Agata.


Qual meraviglia, dunque, se l'area nella quale s'affacciano questi numi tutelari, è nel cuore d'ogni catanese? 

La preminenza di questa piazza - che da tempo immemorabile ha svolto anche la funzione di palcoscenico della città - è fuori discussione. Ecco perché essa venne indicata, prima col nome di platea magna, poi come il piano di Sant'Agata (o semplicemente il Piano, per anto-nomasia), e venne sempre considerata la parte più nobile e prestigiosa di Catania.

 

 

 

Forse qualcuno ricorderà la lapidaria frase, ricorrente in presenza di richieste ritenute eccessive: "Ma tu chi vulissi, 'mpalazzu o u chianu? ").
Oltre tutto, questa piazza era stata, da diversi secoli, il centro propulsore d'ogni attività cittadina.
Vi sorgevano le sedi sontuose dell'autorità CIvica e di quella religiosa, era il luogo d'incontro di grossi personaggi (senatori, patrizi, viceré, alti prelati, ospiti illustri), era il punto di partenza delle cerimonie ufficiali, laiche e religiose, il ritrovo preferito del popolo che vi convergeva spesso per ascoltare, chiacchierare, applaudire, far baldoria, tumultuare, a seconda dei casi e delle occasioni.
Osserviamola sul finire del Settecento.
Vaccarini non si era risparmiato per nobilitare questo spazio così ricco di storia e di tradizione. E il frontale della Cattedrale, la fontana dell'Elefante, il Palazzo del Senato, il Monastero di S. Agata stavano a testimoniare, sin d'allora, del suo grosso impegno. Il giovane architetto palermitano (ma veniva da Roma) era arrivato a Catania nel gennaio del 1730, e già in quel tempo il piano di Sant'Agata aveva preso forma; e alcune fabbriche che vi si affacciavano erano abbastanza alte, seppure non ancora ultimate.

 

 

 

 

Mons. Andrea Riggio, il focoso vescovo che si trovò a reggere la diocesi nel diflicile periodo della catastrofe, aveva portato avanti la costruzione della Cattedrale, non senza sacrifici e con grande impegno.
Nel 1713, prima ch'egli amareggiato partisse da Catania, poteva dirla completa nelle strutture fondamentali, grazie alla bravura di quel mistico architetto che fu Girolamo Palazzotto, alias fra Liberato.

 

 

 

 

 

 


Nel contempo, i fratelli Amato, raffinati intagliatori venuti da Messina, aiutati dal capomastro locale Giuseppe Longobardo, avevano posto mano, fra l'altro, alla fabbrica del Palazzo Senatorio, e nel 1730 i lavori erano arrivati al primo piano; Alonzo Di Benedetto, unico architetto catanese scampato al terremoto, aveva ornato del suo morbido barocco la fabbrica del Seminario dei Chierici, di quel raffinato palazzo nel quale il motivo dominante resta "il grande pilastro che parte dalle fondamenta e finisce sotto la cornice senza attico, allegrato da ogni tipo di bugne, a cui gli artisti del tempo osarono dare il nome di "ordine".
Catania era un operoso cantiere: il piano di Sant'Agata e le immediate adiacenze costituivano il cuore di quel cantiere.
In nome di Dio e di Sant' Agata, il religiosissimo abate Vaccarini
vi si calò dentro, appena arrivato; e, nel giro di alcuni anni, ne portò a compimento la fastosa cornice.

Bisogna aggiungere che tale cornice, ancora in quel torno di tempo, appariva incompleta, specialmente dalla parte di levante. Vediamone il perché.
La Cattedrale mancava della torre campanaria, della scalinata marmorea, dell'imponente balaustra in pietra di Taormina; né, tanto meno, erano stati allestiti i grandiosi cancelli di f.erro battuto; non erano stati collocati i pilastri con le statue dei santi catanesi, né, meno che mai, era stata impiantata la villetta che, da quel lato, oggi l'adorna.

 

Ad angolo, poi, fra la strada dritta e l'attuale via Vittorio Emanuele, era stato costruito, subito dopo il terremoto del 1693, un grande e brutto edificio avente funzioni di carcere.
"Era un vasto edificio ad un piano ... che si estendeva fino a piazza Studi. Il piano terra ... ed il cortile - ov'era l'antico caffè Tricomi - costituivano il carcere della città. Le attuali botteghe erano allora finestre, munite di robuste inferriate in croce, che impedivano bensì l'evasione, ma non la comunicazione fra i detenuti e i parenti dal di fuori" .
A mezzogiorno, infine, mancavano il secondo piano del Seminario e la fontana di Tito Angelini, non ancora costruiti; mentre, al centro-piazza, la fontana del Vaccarini non era stata ancora chiusa dall'apposita cancellata di ghisa ferrosa.
Nel museo del Castello Ursino si conserva un'antica stampa edita da Berteaux a Parigi' verso la fine del sec. XVIII, la quale ci mostra, appunto, il volto della piazza settecentesca, offrendoci , nel contempo, attendibili testimonianze di vita catanese di quell'epoca. La scenetta, di squisito sapore ridanciano e festaiolo, ci porta in pieno centro cittadino, pressappoco  dopo il disastroso terremoto del 1693.
In quel tempo, tra una festa religiosa e l'altra, una processione ecclesiastica e un corteo senatoriale (che, quasi sempre, dal piano di Sant'Agata prendevano l'avvio e qui si concludevano), la piazza serviva da immenso palcoscenico alle feste di carnevale, ospitando rappresentazioni di spiccato sapore popolaresco e tutto quel chiassoso, spesso turbolento, contorno di gente che d'ogni parte della città vi affluiva.

 


In particolare, nell'ultimo giorno di carnevale, il piano di Sant'Agata diventava meta obbligata del popolo che vi sciamava per assistere alle commedie farsesche, alle cosidette carnalivarate che si concludevano con danze, canti, risate, spesso anche con lancio di gesso, di pietre, di petardi, e con conseguenti litigi, risse e baraonde.
La scenetta della stampa francese sembra svolgersi all'insegna della baldoria ma, per fortuna, senza disordini né tumulti.
Guardiamola insieme. Davanti al Palazzo Senatorio (dalla tribuna centrale i senatori ed il patrizio assistevano alle feste) s'innalza un baraccone a due piani, una specie di teatrino, sul cui palcoscenico s'intravedono uomini in maschera che recitano una commedia farsesca. Sotto; è visibile una grottesca taverna con una gigantesca giara presumibilmente colma di vino; accanto al tavolo della méscita, alcuni avventori intenti a bere.

 

 

Attorno alla fontana dell'Elefante, il pubblico gaudente; più oltre, una berlina di gala attaccata a due pariglie di destrieri. In primo piano, a destra, si osserva l'immagine di un carro a due sponde coperto da un tendone, stracarico di maschere. A sinistra, campeggia una scenetta esilarante (e licenziosa): quattro uomini vestiti con la maschera di Pulcinella, si danno da fare attorno ad un asino: uno lo trattiene per la cavezza, un altro, montatolo alla rovescia, gli regge la coda verso l'alto, i rimanenti due, armati d'una grossa siringa, si accingono a fargli irrigazioni sotto la coda stessa: uno scherzo pesante, di cattivo gusto, chiamato allora serviziale.
A ridosso della baracca, sullo sfondo del Monastero di S. Agata, s'intravede un palchetto con all'interno un uomo, mascherato da cane, nell'atto di fare il serviziale ad un malcapitato gatto.
Complici, dunque, gli istrioni, i commedianti, comici e le maschere; con la condiscendenza della nobiltà e sotto l'occhio vigile del clero, il popolo catanese smaltiva la sbornia carnevalesca aI piano di Sant'Agata.
Un modo come un altro per dimenticare la miseria.

di Lucio Sciacca, “Catania com’era” - Vito Cavallotto Editore

 

 

Il palazzo Municipale di Catania, i cui lavori iniziarono subito dopo il terremoto del 1693, è a forma quadrangolare con un’ampia corte porticata su due lati. Ha un atrio d’ingresso su ognuno dei quattro prospetti a sottolineare il suo carattere di edificio aperto al pubblico e di servizio alla collettività. L’ingresso su piazza Duomo, cuore della città, è enfatizzato da un grande portale collegato alla tribuna (balcone centrale) del piano superiore. Il Vaccarini, nel 1735, intervenne quando l’impianto già raggiungeva la prima elevazione e modificò il prospetto interrompendo le paraste a bugne diamantate facendole continuare con piatte lesene; allo stesso  tempo innalzò la sontuosa tribuna che poggiava sul portale d’ingresso il cui ballatoio è sorretto da quattro colonne di granito. La trabeazione del balcone è sostenuta da capitelli, mentre sui due tronconi del timpano spezzato, durante le  poggiano due gruppi scultorei secondo una disposizione di moda a quel tempo. Al centro dei due gruppi risalta il grande stemma della città. Punto focale della costruzione è, come abbiamo visto, la grande tribuna, dalla quale le autorità possono seguire le celebrazioni religiose che si svolgono nel grande teatro barocco della piazza.

 

 Ed è da questa tribuna che, in occasione delle feste agatine, le autorità politiche e religiose (unite insieme da una profonda devozione nei confronti della santa) assistono alla "cantata" (cioè all’esecuzione di canti religiosi dedicati a S. Agata) e agli spettacoli dei fuochi d’artificio. Ne I Viceré di Federico De Roberto (1861-1927) si legge: "Saliva dalla via un rumore come d’alveare, tanta era la folla, e il campanone del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane della Badia, della  Collegiata e dei Minoriti <Viva Sant’Agata!...> Tutte le signore s’inginocchiarono. (...) cominciava lo sparo dei fuochi d’artificio pagati dal principe; in mezzo al fumo che pareva quello d’una battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e frequenti come le scariche di un reggimento; le grida di viva si perdevano in mezzo al fragore degli scoppi e solo vedevansi sul mar delle teste sventolare i fazzoletti come sciami di colombe impazzate". All’ingresso trovano posto anche le carrozze del Senato: una fastosa berlina in legno dorato e dipinto della fine del XVIII secolo, e un’altra carrozza più semplice; vengono entrambe usate nel corso dei festeggiamenti agatini: il giorno 3 febbraio le autorità cittadine, a bordo delle carrozze, raggiungono la chiesa di S. Biagio (in piazza Stesicoro) per offrire la cera alla santa.

 

 

 

 

 

 

 

 
Ingresso del Palazzo dei Chierici Ingresso del Palazzo degli Elefanti

 

 

 

 

 

Sotto Porta Uzeda entriamo in Piazza Duomo, cuore della città dell’epoca medievale ma ormai di aspetto barocco, dove è situata la famosa Fontana dell’Elefante, progettata da Giovanni Battista Vaccarini, conosciutissimo architetto siciliano.Di fronte si erge il palazzo del Municipio, la cui facciata principale è sempre del Vaccarini, alla destra i marciapiedi del Duomo dai quale parte Via Etna e alla sinistra l'ottocentesca fontana dell'Amenano.

Opera dello scultore napoletano Tito Angelini, che fu fatta erigere per celebrare l'avvenuto imbrigliamento delle acque del fiume Amenano, che aveva provocato fino ad allora una enorme quantità di danni ai quartieri centrali della città. Il popolo, a causa del velo d'acqua che cade dai bordi della vasca, su cui sorge la statua del dio, denominò la fontana "dell'acqua o linzolo" (acqua che scende a lenzuolo). Inserita fra Palazzo dei Chierici e Palazzo Pardo, la fontana chiude prospetticamente la piazza del duomo a sud, concludendo il progetto scenografico di via Garibaldi. Fu progettata dallo scultore napoletano Tito Angelini nel 1867, a seguito della regolarizzazione del corso del fiume Amenano.

 

E' costituita da una grande vasca a forma di conchiglia sulla quale si staglia la figura di un giovane nel quale è personificato Amenano, dio fluviale onorato nell'antichità dai catanesi. Ai due lati, altrettanti tritoni.La conchiglia poggia su un basamento che reca nella parte anteriore lo stemma della città. Nella parte opposta, dentro uno scudo, le parole: Acqua - l'Amenano - 1867 (anno dell'inaugurazione). Dietro la fontana si apre la piazza Alonzo Di Benedetto, dove si tiene quotidianamente il caratteristico e pittoresco mercato del pesce. E visto che siamo proprio a due passi non possiamo esimerci dal visitare la Pescheria di Catania, inserita proprio al centro della città

La città sotterranea

Sotto il suolo lavico cittadino si estende ancora oggi la città cinquecentesca, con le sue strade, le chiese, le terme, i palazzi e persino le targhe stradali, che la lava nel 1693 seppellì, custodendola per i posteri. In numerosi punti è possibile scendere nel sottosuolo, che si dice fu testimone di intrighi amorosi fra suore e frati, nascondiglio di briganti e tesoro per i cultori di cose d'arte.

Quando le lave del XVII secolo coprirono la città cambiandone la topografia, seppellirono anche il fiume Lognina, il fiume Amenano e il lago di Nicito. Numerosissimi sono i punti della città ove gli scavi hanno rivelato la presenza del fiume Amenano, dalla portata di circa 14 litri al secondo. Il vulcanologo C. Gemellaro (1787-1866) sosteneva che il percorso cittadino dell'Amenano è il seguente: segue viale M. Rapisardi sino a piazza S. Maria di Gesù, quindi corre lungo la via Plebiscito per imboccare via Botte dell'acqua e raggiungere il Monastero dei benedettini, dove, prima di sboccare a mare, si divide in tre rami.

 Il primo ramo attraversa il quartiere S. Agata, il cortile S. Pantaleo, via Orfanelle, vico degli Angeli, la pescheria e villa Pacini. Il secondo segue via S. Agostino, piazza S. Francesco d'Assisi, via V. Emanuele e piazza Duomo. Il terzo passa sotto il monastero di S. Giuliano e attraversa le terme Achillee.

 

 Il fiume Lognina, le cui acque sono indipendenti da quelle dell'Amenano e che diede nome alla borgata marinara di Ognina, probabilmente scorre a nord di Cibali e si getta in mare dopo avere attraversato via Duca degli Abbruzzi. Del lago di Nicito si sa che si trovava di fronte al Bastione degli Infetti e che aveva una circonferenza di sei miglia.

http://www.cormorano.net/catania/arte/sotterrn.htm

 

 

 

 

 

 

Le terme Achilliane sono delle strutture termali di Catania datate al IV-V secolo e situate sotto Piazza del Duomo. Vi si accede mediante un corridoio con volta a botte ricavato nell'intercapedine tra le strutture romane e le fondamenta della Cattedrale, il cui accesso è costituito da una breve gradinata di epoche diverse posta a sinistra della facciata. Il nome dell'impianto è dedotto da un'iscrizione su lastra di marmo lunense ridottasi in sei frammenti principali molto lacunosi, risalente probabilmente alla prima metà del V secolo, oggi esposta all'interno del Museo civico al Castello Ursino.

 L'epoca di fondazione dell'edificio è ancora discussa, ma si ritiene probabile che esistesse già nel IV secolo: l'esistenza dell'edificio in epoca costantiniana è ipotizzata in base al reimpiego all'interno della cattedrale di un gruppo di capitelli del periodo, che potrebbero provenire da questo edificio. Sepolti dai terremoti del 4 febbraio 1169 e dell'11 gennaio 1693, i resti - già noti in antico - furono dapprima liberati dal principe di Biscari. Nel 1856, durante la realizzazione della galleria che passa sotto al Seminario dei Chierici (oggi sede della Pescheria) si trovarono dei ruderi che pure furono attribuiti allo stesso edificio, pertinenti forse ad un calidarium, in quanto vi erano presenti tracce di un pavimento ad ipocausto. La struttura doveva estendersi fino alla via Garibaldi, dove si trovarono altri avanzi. Secondo la ricostruzione planimetrica ottocentesca del complesso, la parte attualmente visitabile comprendeva probabilmente solo una parte del frigidarium. Dal 1974 al 1994 furono chiuse perché considerate insicure. Furono riaperte dopo un restauro del comune (1997) e nuovamente richiuse per problemi di allagamento. Dopo i lavori di pavimentazione della piazza del Duomo (2004-2006) - nel corso dei quali si è ritenuto doveroso coprire l'estradosso della copertura (che si trova alla stessa quota della piazza) con una poderosa piastra d'acciaio per rinforzare l'impiantito della piazza stessa - l'edificio termale è stato nuovamente riaperto al pubblico.

Il tempio è stato più volte distrutto e riedificato dopo i terremoti e le eruzioni vulcaniche che si sono susseguite nel tempo. La prima edificazione risale al periodo 1078-1093 e venne realizzata sulle rovine delle terme Achilliane risalenti ai Romani, su iniziativa del conte Ruggero, acquisendo tutte le caratteristiche di ecclesia munita (cioè fortificata). Già nel 1169, un terremoto catastrofico la demolì quasi completamente, lasciando intatta solo la parte absidale. 

Nel 1194 un incendio creò notevoli danni ed infine nel 1693 il terremoto che colpì il Val di Noto la distrusse quasi completamente. I resti normanni consistono nel corpo dell'alto transetto, due torrioni mozzi (forse coevi al primitivo impianto) e le tre absidi semicircolari, le quali, visitabili dal cortile dell'Arcivescovado, sono composte da grossi blocchi di pietra lavica, gran parte dei quali è stata recuperata da edifici romani di età imperiale. Porzioni di muro d'ambito e il muro di prospetto sono stati inglobati dalla ricostruzione settecentesca.

Il monumento fu costruito nel II secolo, la data precisa è incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l'epoca tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio. Fu raggiunto dalla lava del 252-253 ma non distrutto. Nel V secolo Teodorico re degli Ostrogoti lo utilizzò quale cava di materiale da costruzione per la edificazione di edifici in muratura e, successivamente nell'XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori strutture e materiali per la costruzione della Cattedrale di Sant'Agata, sulle cui absidi si riconoscono ancora le sue pietre perfettamente tagliate usate, forse, anche nel Castello Ursino in età federiciana. Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (gli ingressi) da parte degli Angioini per accedere nella città durante la cosiddetta Guerra dei Vespri. Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni Aragonese (1302). Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con il piano di costruzione delle mura di città nel 1550; venne abbattuto il primo e il secondo piano e con le sue stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie. Dopo il terremoto del 1693, fu definitivamente sepolto per poi essere trasformato in piazza d'armi. In seguito vennero costruite sopra la copertura nuove case e la Chiesa di San Biagio (detta 'A Carcaredda, cioè la fornace).

http://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_del_Duomo_(Catania)   (la foto è di Wikipedia - vedasi link) 

 

Piazza Duomo Biglietteria e informazioni Via Etnea 8 presso Museo Diocesano
095 281635
Ingresso € 5,00

 

qui, una serie di foto relative alle terme sotto la Piazza Duomo,  by bandw.it  

 

PERCHE' SI CHIAMA LIOTRO?
La leggenda racconta che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva tra la sua fauna originaria anche l'elefante nano e che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e nocivi furono messi in fuga da un benigno elefante, al quale i catanesi, in segno di gratitudine, eressero una statua, da essi chiamata col nome popolare di Liotru, il cui nome deriverebbe dal nome di Eliodoro, un dotto catanese vissuto a Catania nell'VIII secolo e fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania. Eliodoro avrebbe voluto, per la sua cultura, essere nominato vescovo di Catania. Deluso per la nomina di Leone II, si vendicò, servendosi dei suoi poteri soprannaturali, turbando le funzioni religiose con vari prodigi, tra cui c'era anche quello di salire in groppa alla statua dell'Elefante, che è di pietra lavica perché serviva da talismano contro le eruzioni etnee, e di farlo camminare, e perfino  correre. Il popolo, alora, ribattezzò il pachiderma come "il cavallo di Eliodoro", che nella pronunzia siciliana divenne "u cavaddu di Liotru".

Secondo il geografo arabo Idrisi l'elefante di Catania è una statua magica, un vero e proprio talismano, costruito in età bizantina, in pietra lavica, proprio per tenere lontane dalla città le offese dell'Etna. I catanesi sono legatissimi al simpatico pachiderma, tanto da autodefininirsi marca "elefante" quando vogliono dire di essere catanesi autentici.

QUEL CHE DICE WIKIPEDIA

Una domanda alla quale la maggior parte dei catanesi non saprebbe rispondere è quella relativa alla origine del nome Liotru o Diotru, che dir si voglia, attribuito da antichissimi tempi all'elefante di pietra lavica che adorna la monumentale fontana di Piazza Duomo. Perchè mai, dunque, il vetusto pachiderma, elevato al massimo onore di simbolo della Città, viene indicato, ancora oggi, con tale nome?

Eliòdoro (... – Catania, 778) è un personaggio semi-leggendario accusato dai suoi contemporanei di essere un negromante.
Figlio di una nobile famiglia siciliana, si dedicò alla religione cattolica e fu anche tra i candidati a diventare vescovo della Secondo la leggenda Eliodoro, conobbe uno stregone di origine ebraica, che lo iniziò alla magia. Costui gli consegnò un manoscritto magico che Eliodoro lesse in un cerimoniale magico tenuto di notte in cima ad una colonna per evocare il demonio. All'apparire del diavolo, Eliodoro avrebbe manifestato il suo desiderio di potere, e avrebbe contratto con il demone un patto in base al quale avrebbe avuto esauditi i suoi desideri in cambio dell'abiura della sua fede cristiana.
Il mito a cui è legata la sua figura è quello del Liotru, cioè dell'elefante di pietra collocato oggi in Piazza del Duomo a Catania. Si raccontava infatti che lo avesse scolpito egli stesso, forgiandolo dalla lava dell'Etna, per poi cavalcarlo mentre compiva le sue magie. Il nome stesso di Liotru è una corruzione popolare del nome Eliodoro. 

 

La tradizione popolare vuole che Eliodoro, dopo aver animato il suo elefante di pietra lavica, imperversasse per la città in sella all'animale magico, rendendo impossibile la vita dei suoi abitanti. Si narra che fosse in grado di acquistare qualsiasi mercanzia con pietre preziose ed oro, che però diventavano normali sassi nelle mani dei poveri mercanti.
Esistono diverse aneddoti sul potere di Eliodoro di Catania e sulla sua natura burlesca e dispettosa. Uno di questi vuole che egli abbia beffato il nipote del Vescovo facendolo puntare su un cavallo che altri non era che un demone evocato dal negromante, e che al momento della vittoria di quest'ultimo abbia poi rivelato a tutti i presenti la sua vera natura per poi scomparire nel nulla.

 

 

QUANDO IL "LIOTRU" RISCHIO' DI VENIRE GIU'...

 

Non tutti sanno che nel 1862 si levò inopinatamente una campagna stampa contro il nostro Elefante."Che ci fa questo mostruoso pachiderma nel centro della piu' bella piazza di Catania? Trasferiamolo fuori dalla Porta del Fortino!"

e cosi' di questo tenore.Cosi' il Sindaco del tempo,per togliersi dai piedi i detrattori del "Liotru",che si erano fatti ripetitivi e noiosi,ordinò di buttarlo giu' dal piedistallo sul quale l'aveva posto il Vaccarini !

Gli operai costruirono i ponteggi attorno alla fontana,già erano state imbracate le corde per tirarlo giu' e gli argani erano in movimento,quando, improvvisamente,un gruppo di cittadini che assistevano a quei preparativi, presero la decisione di opporsi in modo sostenuto,costringendo il Sindaco a revocare l'odioso ordine !

Il capitano delle guardie sguainò la spada e decretò che non si toccasse l'elefante. Poi un gruppo di catanesi raggiunse la stanza del sindaco e minacciò quel ridicolo marchese di dare l'ordine o sarebbe volato giù dal balcone. Altri tempi gente, altri tempi.

 

 

Piazza Duomo - lato ovest: Palazzo Zappalà

 

 

Di fronte al prospetto nord della cattedrale, affacciata sulla via V. Emanuele, la chiesa della Badia di S. Agata occupa, insieme all’annesso ex monastero (oggi di proprietà comunale) un intero isolato. La morbida tela del prospetto, mossa dal ritmo di onde leggere, cattura su di sé l’attenzione altrimenti distratta dalle altre macchine barocche del Duomo, della fontana dell’Elefante e del palazzo municipale. L’edificio che oggi vediamo poggia sulle rovine dell’antica chiesa e convento dedicati a S. Agata, nel 1620, da Erasmo Cicala e crollati a causa del terremoto del 1693.

"Vaccarini non era un architetto di quelli che pretendono di applicare il bagaglio delle loro nozioni senza considerare il luogo in cui sono chiamati ad operare; luogo inteso come scena fisica preesistente e come caratteri figurativi della tradizione. Egli ha saputo risolvere il compito straordinario di realizzare un’architettura che era in armonia con i principi del suo tempo e che, insieme, era del tutto catanese, tanto intimamente egli seppe penetrare il carattere distintivo dei materiali locali e del loro effetto cromatico alla luce violenta e tanto egli seppe interpretare gli stilemi del repertorio tradizionale. Vaccarini non esitava ad accogliere nel disegno delle sue opere parti già costruite o elementi già approntati e, come nel palazzo del Senato (Municipio), su un preesistente basamento a paraste bugnate, seppe innestare lo slancio delle piatte lesene degli ordini superiori, così nella Badia di Sant’Agata non si rifiutò di incastonate nell’onda tesa della parete concava un portale a colonne binate e a minutissima decorazione, che la badessa aveva già fatto realizzare" (Giuseppe Pagnano da La pietra di fuoco, 1994).

 

       

 

 

 

 

La chiesa della Badia di S. Agata, capolavoro architettonico di G.B. Vaccarini (1735-1767) ha la pianta a croce greca allungata inscritta in un ovale che ha l’asse maggiore ortogonale alla facciata; essa con la sua alternanza di superfici convessa-concava-convessa, al primo ordine, e tre volte concava al piano attico, ripropone una tematica molto cara al barocco e cioè quella dell’architettura in movimento. La prodigiosa vitalità visiva fa sì che le linee spezzate dell’edificio esprimano un tale effetto di modellazione plastica da infondere movimento all’intera struttura e a tutte le sue parti decorative. La costruzione è chiusa, in alto, da una cupola. La forza espressiva della costruzione è replicata nella parte interna dove la scelta della croce greca rivela un’aspirazione alla perfezione, nell’equilibrio tra staticità ed armonia. La decorazione interna è molto semplice ed essenziale, stucchi bianchi alle pareti, statue, preziosi altari e ricami di marmo sul pavimento. Su ogni altare sono poste statue di stucco lucido: S. Euplio, S. Giuseppe, S. Agata, l’Immacolata e S. Benedetto. Attorno alle pareti si trovano semicolonne chiare che incorniciano le gelosie dorate. Dall’alto abside pendono 25 piccole luci e attorno al cornicione gira un’inferriata decorata da candelieri. La chiesa non ha tele come di solito avviene negli altri edifici religiosi; dentro la sagrestia, invece, sono custoditi molti dipinti di carattere sacro.

http://www.comune.catania.it/la_citt%C3%A0/il_filo_di_arianna/la_citt%C3%A0_ricostruita/Badia_di_Sant'Agata.aspx

 

 

Badia di Sant'Agata - La città ritrova un tesoro
Dal 16 ott 2012 riapre al pubblico la Badia di Sant'Agata, inaccessibile dal lontano 2004 quando fu avviato il progetto di messa in sicurezza resosi necessario dopo i danni causati dal terremoto del 13 dicembre 1990. Dopo 9 anni, infine, cittadini, fedeli e turisti potranno ammirare una delle chiese più belle di Catania progettata da Giovan Battista Vaccarini a partire dal 1736 e ultimata nel 1780, dodici anni dopo la sua morte, con il probabile contributo degli architetti Palazzolo e Battaglia.
La chiesa, insieme all'attiguo monastero delle Benedettine, entrò a far parte del patrimonio statale nel 1866, con le "leggi eversive", ma fu riconsegnata alla Diocesi nel 1911 e poi, nel 1935, affidata alla "Pia società di San Paolo", le Paoline. Il monastero, invece, è stato separato dalla chiesa ed adibito ad uffici e, nel tempo, ha ospitato anche la vecchia sede del nostro giornale, prima di essere occupato dal centro sociale Auro.
Nel 2004 la Protezione civile ha elaborato un progetto di messa in sicurezza e l'anno successivo da dato il via ai lavori sulla facciata e sulla cupola. L'intervento, portato avanti sotto la direzione dell'arch. Salvatore Alberti, si è concluso nel 2008 ed è costato 1.200.000 euro dei quali 950.000 con i fondi della legge 433/1991.

Il finanziamento disponibile non prevedeva il restauro dell'interno che la Curia ha deciso di affrontare, a partire dal 2009, affidandolo allo studio "Ellenia+tre" sotto la direzione dell'arch. Giuseppe Amadore. Dopo una prima ipotesi che prevedeva un intervento minimale, data l'importanza del monumento, la Diocesi ha deciso per un lavoro più impegnativo volto a riportare alla luce il colore originario della chiesa. Dai saggi effettuati, infatti, si è potuto capire che il colore prevalente, un tristissimo grigio, risaliva alla fine degli anni Cinquanta, nello stesso periodo in cui la cupola fu ricoperta da orrendi mattoni rossi. Rivestimento rimosso con i lavori della Protezione civile quando, su decisione dell'allora sovrintendente Campo, la città, con sgomento, prese atto di una cupola di un bianco splendente, al posto dell'alternanza tra il grigio scuro dell'intonaco degli spicchi e il bianco della pietra dei costoloni, il tipico contrasto cromatico delle cupole di città, inclusa quella della cattedrale che si alza proprio di fronte alla Badia.
I sondaggi, inoltre, hanno consentito di scoprire che le colonne laterali - che Vaccarini aveva pensato rivestite di marmo giallo, arricchito probabilmente di diaspri rossi, così come aveva visto a Sant'Agnese in Agone, la chiesa romana del Borromini che era andato a visitare prima della progettazione della Badia - erano state orginariamente trattate con stucco che riproduceva un finto marmo bianco di Carrara lucidato a cera.
Il restauro, dunque, è stato centrato sulla rimozione degli strati di colore successivi avendo la cura di salvare la patina ambrata data nel tempo dalla pigmentazione delle cere protettive. Questo - come spiega l'arch. Amadore - ha significato che in alcune parti sono state recuperate le superfici originarie, dal basso al primo cornicione, il altre è stata necessaria una parziale sostituzione, dalla cornice al tamburo, mentre da questo alla volta l'intonaco e il colore sono stati rifatti dal momento che erano del tutto rovinati dalle infiltrazioni d'acqua.
Ancora. E' stato rifatto del tutto l'impianto elettrico avendo cura di ubicarlo negli ambienti più compromessi, gli spazi di saldatura tra la chiesa e il monastero, mentre i "fili" sono stati collocati lungo i cornicioni in modo da non essere visibili dal basso. Sono stati restaurati i lampadari laterali e la splendida ninfa centrale per ricostituire la quale è stato necessario integrare ben 4.500 pezzi mancanti tra vetri, lamine, pendenti di cristallo.
Il restauro è costato 650.000 euro, dei quali 520.000 per i lavori. Il 30% della somma, un contributo di 190.000 euro, è stato coperto dalla Cei con i fondi dell'8 per mille. Restano da restaurare gli altari laterali e le parti lapidee in basso. Si è scelto, infatti, di completare le parti alte il cui restauro ha necessitato un ponteggio imponente. Infine, bisogna ancora attrezzare la chiesa di parte dell'arredo per la liturgia e a questo è legata la riapertura al culto della Badia.

La Sicilia - Pinella Leocata, 14/10/2012

 

Via Vittorio Emanuele 184   Da Mart. a Dom. 9.00 /12.00 Ingresso libero

 

 

 

 

Badia di Sant'Agata, una terrazza sulla città  (by Salvo Puccio)

 

CATANIA - Da qualche giorno sul camminamento alla base della cupola della Badia di Sant’Agata sono stati installati due cannocchiali panoramici che consentono di avvicinare di sette volte, ingrandendoli, i monumenti, le strade, le chiese, i palazzi e i luoghi di città. Così, dopo il colpo d’occhio mozzafiato dal «balcone sul barocco di Catania», chi arriva in alto, fino all’ultimo livello sotto il cupolone bianco candido, può fermarsi e scoprire il centro storico da una prospettiva inedita, può vedere in un’unica immagine il susseguirsi di tetti, prospetti e campanili che sembrano crescere l’uno sull’altro, vicini, vicinissimi, come sono nella realtà, ma come l’occhio, dal basso, non può percepire. Un’immersione nella Catania storica restituita, d’improvviso, alla sua dimensione Settecentesca che ne fa un piccolo scrigno di opere d’arte e di bellezze naturali. Una città armoniosa per struttura e stile, frutto com’è di una meditata e intelligente opera di ricostruzione dopo il grande terremoto del 1693 che la devastò.

Basta mettere una moneta di un euro e, per 2 minuti e 50 secondi, la città storica esplode davanti agli occhi, imponente e magnifica. I cannocchiali panoramici sono due, orientati in differenti direzioni in modo da coprire lo spazio per 360 gradi. Uno guarda l’Etna, l’altro il mare, due poli che ad occhio nudo - tra la meraviglia dei turisti che non se lo aspettano - si colgono insieme con uno sguardo. Un cannocchiale guarda piazza Duomo e, con questa, palazzo dei Chierici e, sullo sfondo, su piani successivi, i due campanili di San Francesco all’Immacolata, la chiesa di San Giuseppe al Transito, quella della Madonna della Lettera, uno scorcio dei tetti di Santa Chiara, e, sullo sfondo, le torri campanarie della Santissima Trinità e, in fondo, il colosso di Castello Ursino. Ruotando verso sinistra s’impongono la cupola e il campanile della Cattedrale, tanto vicini che sembra si possano toccare allungando una mano. E, per un gioco prospettico, statue e campane si mischiano agli alberi delle grandi imbarcazioni all’ancora al porto. Il mare vicino, vicinissimo, così come i torrioni normanni dell’abside del Duomo, gli archi alla marina su cui a tratti transitano i treni, i mascheroni e i putti di Palazzo Biscari, la splendida facciata della chiesa di San Placido, la loggetta del convento della Badia di Sant’Agata che si affaccia su via Vittorio Emanuele e da dove le monache benedettine seguivano, nascoste dietro le gelosie, la processione di Sant’Agata. Da qui è possibile vedere il palazzo della Finanza e, in una prospettiva spiazzante, dal retro, la copertura del teatro Massimo Bellini.

L’altro cannocchiale è orientato su piazza Università e sull’infilata di chiese di via dei Crociferi - San Francesco Borgia, San Benedetto, San Giuliano, San Camillo - i cui prospetti e le cupole sono, parzialmente visibili, dietro la facciata della basilica Maria Santissima dell’Elemosina, la Collegiata. E ancora il palazzo della Prefettura, la chiesa dei Minoriti e, infine, l’Etna, superbo e, in questi giorni, innevato e sbuffante.

«Chi viene in visita - racconta Eleonora Pennisi, dipendente del Museo Diocesano che si occupa anche della Badia - rimane colpito, entusiasta, e non solo i turisti e gli stranieri, che non riescono a credere che si possa sciare sull’Etna guardando il mare, ma anche gli stessi catanesi che non si aspettano una città così bella e ricca di storia. Tutti si stupiscono per la concentrazione, in uno spazio limitato, di così tanta bellezza, delle innumerevoli chiese, dei monumenti, del paesaggio. E si stupiscono anche della notevole presenza di turisti a Catania. Visitatori cui ci sforziamo di dare tutte le indicazioni possibili per orientarli nella scoperta della città, dai luoghi caratteristici, a partire dalla pescheria, ai luoghi di culto dedicati a Sant’Agata, ai grandi monumenti romani».

Per questo le visite guidate - per chi ne fa richiesta - durano un’ora, incluso il tempo per le foto dall’alto. Il camminamento sotto la cupola della Badia è fruibile dal martedì a domenica dalle 9,30 alle 12,30, il pomeriggio dalle 15,30 alle 17,30 da mercoledì a sabato, e la domenica dalle 19 alle 20,30, prima dell’ultima messa.

La Sicilia, 1.2.2017

 

 

 

 

 

Il Palazzo del Seminario dei Chierici si trova sul lato sud della scenografica piazza Duomo, accanto alla Cattedrale e difronte al Palazzo degli Elefanti. Fra i due palazzi, al centro della piazza, è ubicata la Fontana dell'Elefante.

Fu iniziato nel 1700 da Alonzo Di Benedetto, che operò principalmente nel primo ventennio del secolo, unico architetto catanese sopravvissuto al terremoto. Nel seminario dei Chierici è manifesto il motivo dominante del barocco del Di Benedetto, autentico rappresentante del barocco locale: la lesena ricca di bugne. Il palazzo fu poi ingrandito e completato nel 1757 da Francesco Battaglia, uno dei maggiori architetti catanesi del Settecento. È costruito sui resti delle fortificazioni cinquecentesche e ingloba la porta Uzeda. La seconda elevazione del palazzo fu realizata da Mario Di Stefano (1815 - 1890). Nel 1866 egli prolungò il bugnato a diamante della lesena fino al capitello e disegnò a bugne piene anche i fondi. In periodo fascista. Dopo l'incendio del dirimpettaio palazzo degli elefanti (dicembre 1944) e fino alla sua ricostruzione (dicembre 1952), fu sede degli uffici del sindaco, degli assessori, del Consiglio e del corpo dei vigili urbani. Oggi è sede degli uffici finanziari comunali.

 

 

Il palazzo ha una struttura molto complessa ed è collegato alla Cattedrale tramite un passaggio sopra la Porta Uzeda. Un tempo proprietà della Chiesa, quando venne costruito, dopo il terribile terremoto del 1693, fu parzialmente realizzato sulle mura di Carlo V. Infatti la Chiesa, nonostante il divieto esplicito del Duca di Camastra, plenipotenziario alla ricostruzione della città, voleva garantirsi il controllo delle mura. Il progetto fu dell'architetto Alonzo di Benedetto. Il prospetto molto bello è realizzato con inserti di bugnato, in pietra bianca d'Ispica, su un intonaco scuro realizzato con sabbia vulcanica. Notevoli i grandi finestroni della facciata con timpano ad omega e le stupende mensole dei balconi del primo piano.

http://www.sicilie.it/sicilia/Catania%20-%20Seminario%20dei%20Chierici

 

 

 

Piazza Duomo ai primi del '900.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da Piazza S. Placido scendiamo a Via Dusmet e costeggiando gli archi della Marina ci avviamo a destra lungo la strada che porta fino a Porta Uzeda. Su questa strada alberata a sinistra la Villa Pacini e a destra le facciate barocche di Palazzo Biscari e dell’Arcivescovado.

Entriamo a Porta Uzeda attraverso la porta di Carlo V. Porta Uzeda chiude, come una quinta di grande valore scenografico, la via Etnea a sud, nel tratto in cui, superata la piazza Duomo, s'insinua per concludersi in via Dusmet, tra l'ex palazzo dei Chierici a ovest e l'ala di levante dello stesso seminario. Fu appunto per unire questi due corpi di fabbrica che nel 1695, per volere del Duca di Camastra, don Giuseppe Lanza, venne costruito un cavalcavia che diede origine a una porta che allora fu detta della Marina. Ma cambiò nome in quello stesso anno in omaggio al vicerè don Francesco Paceco, duca di Uzeda, venuto a Catania per rendersi conto dei lavori di ricostruzione della città sulle macerie del terremoto del 1693. Sopra quell'arco, negli anni che seguirono, a iniziativa del vescovo mons. Salvatore Ventimiglia,  vennero costruiti i piani superiori, collegati anch'essi con le due ali del palazzo. In alto fu eretto un sontuoso fastigio con una nicchia centrale, che racchiude un busto di Sant'Agata che guarda la città, e un'iscrizione marmorea: D.O.M. Sapientiae et bonis artibus - 1780. Sul balcone che si apre sulla porta c'è un grande stemma del vescovo Ventimiglia.

 

Le Mura di Carlo V erano un complesso murario che venne fatto realizzare a Catania dall'imperatore Carlo V a difesa della città: esse erano costituite da undici bastioni ed avevano sette porte di accesso alla città.
L'incarico della costruzione venne dato all'architetto Antonio Ferramolino all'inizio del XVI secolo ma la costruzione andò avanti con molta lentezza vista la complessità dell'opera. Esse racchiudevano completamente la città del tempo e la difendevano dai pericoli esterni. Ma, prima l'eruzione dell'Etna del 1669 e poi il terremoto del 1693 le rovinarono gravemente, ma la loro scomparsa definitiva si deve al piano di rinnovo urbano del XVIII secolo. Agli inizi del XVIII secolo il Duca di Camastra, che ebbe l'incarico della ricostruzione di Catania, fece allargare un'apertura del 1672, ovvero quella vicina alla piazza del Duomo, facendo realizzare la Porta scenografica che venne intitolata al viceré duca di Uzeda. Sopra questo tratto di mura, contro il parere del duca di Camastra, vennero edificati il seminario arcivescovile ed il Palazzo dei Chierici che si affaccia sulla piazza Duomo di fronte al Palazzo degli Elefanti sede del Municipio. Del sistema fortilizio rimangono ancora cospicue tracce.

 

Appena entrati a porta Uzeda si respira subito aria di barocco, di Settecento, sembra di essere proiettati all’indietro di trecento anni. Colpisce il colore nero della pietra di costruzione, il materiale lavico. Catania, la città di quel vulcano che spesso l'ha tradita, facendo scendere le colate di lava fin dentro le sue mura, la città ha un rapporto intenso. A ricordarcelo c'è il colore scuro che caratterizza i monumenti, le case, i portoni, spesso realizzati in pietra lavica e in tufo bianco.

La città cambiò faccia dall'oggi al domani, dopo l'eruzione dell'Etna nel 1669 e il terremoto del 1693. I due cataclismi obbligarono a ricostruire quasi completamente persino il centro geografico della città, laddove si erano insediati i Greci e i Normanni avevano eretto la prima Cattedrale. Si ricorse a precauzioni urbanistiche e a stili più moderni; si ricorse a quel barocco, per il quale Catania è famosa e del quale si ha qui un primo assaggio.

 

 

 

 

LE ALTRE PORTE DI CATANIA

 

 

 

IL GRANDE ARCHITETTO "MARCA LIOTRU".

 

Giovanni Battista Vaccarini (Palermo, 3 febbraio 1702 – Milazzo, 11 marzo 1768), entrò giovanissimo a far parte dell'entourage del cardinale Pietro Ottoboni, mecenate di Haendel, Corelli e Juvarra. A Roma studiò con Fontana che proponeva l'arte di Bernini e Borromini, secondo l'idea di una sintesi tra le opposte maniere dei due architetti. Per la sua formazione furono assai importanti anche gli esempi di Nicola Michetti, Alessandro Specchi, Francesco de Sanctis e Filippo Raguzzini.
Tornato in Sicilia intorno al 1730, Vaccarini lavorò principalmente a Catania, dando un importante contributo alla ricostruzione dell'impianto urbanistico dopo il devastante terremoto del 1693. La sua educazione romana è evidente nell'impostazione della Piazza del Municipio, verso cui convergono tre grandi strade come nel "tridente" di Piazza del Popolo. Nella stessa piazza, in cui è collocato il palazzone comunale (Palazzo senatorio), anch'esso opera del Vaccarini (costruito tra il 1732 e il 1750), l'architetto fece collocare anche un piccolo obelisco egittizzante, appoggiato sulla statua di un elefante in pietra lavica. L'iconografia dell'elefante aveva come modello l'Hypnerotomachia Poliphili, da cui trasse ispirazione anche Gian Lorenzo Bernini per il celebre Pulcin della Minerva.
Nel restauro della Cattedrale di Sant'Agata (1732-1768) la parte che meglio mostra lo stile di Vaccarini, che contibuì all'esuberante tardo barocco siciliano, è la facciata, movimentata da colonne e specchiature alternate di marmo bianco e pietra lavica.
Nella più piccola Chiesa della Badia di Sant'Agata, adiacente alla cattedrale (1735), l'architetto svolse con originalità alcuni spunti borrominiani da Sant'Agnese in Agone, evidenti nella pianta centrale sormontata da un'alta cupola e nella delicata fronte, mossa da leggere increspature concave e convesse e caratterizzata da paraste con originalissimi capitelli. Proprio la finezza dei dettagli (cornici, balaustre, finestre) fu una caratteristica sempre presente nelle sue opere, anch'essa derivata dall'educazione romana dell'architetto.
Nel 1756 Vaccarini soggiornò brevemente a Napoli, dove collaborò con Luigi Vanvitelli alla scelta dei marmi per la Reggia di Caserta e poté aggiornarsi studiando le opere dello stesso Vanvitelli e di Ferdinando Fuga.
Gli esiti di questo aggiornamento sono visibili nelle sue ultime architetture catanesi, come il Collegio Cutelli (1754) e la collaborazione al progetto di San Nicolò l'Arena.
Vaccarini morì a Milazzo nel 1768.

Opere a Catania del Vaccarini:
-
facciata del duomo di Catania (S. Agata) (più prospetto laterale e facciata dell'edificio destinato al Capitolo e alla Sagrestia): il progetto riceverà l'imprimatur dell'Accademia di S. Luca nel 1734 e di nuovo nel 1753; - Chiesa della Badia di Sant'Agata (dal 1735); - Chiesa di San Giuliano (1740-48, completata da Giuseppe Palazzotto); - Chiesa dell'Ogninella (attr.); - dal 1743 interviene nei lavori del convento di San Nicolò l'Arena: refettorio, antirefettorio, museo e biblioteca; - Palazzo Università (1730) ; - Collegio dei Gesuiti (corte) (1747) ; - palazzo Villarmosa, oggi del Toscano (completamente rifatto nella seconda metà dell'800); Casa di Vaccarini;
- interviene sul Palazzo di Città di Catania (1735, completa il prospetto); - Palazzo Valle; - partito centrale del Palazzo Sangiuliano (1747); - Convitto Cutelli (1761, con Francesco Battaglia)

 

 

La Cattedrale di Sant'Agata è il duomo di Catania ed è ubicata sul lato est della omonima piazza. È dedicata a Sant'Agata, la santa, vergine e martire, patrona della città di Catania.
Il tempio è stato più volte distrutto e riedificato dopo i terremoti e le eruzioni vulcaniche che si sono susseguite nel tempo. La prima edificazione risale al periodo 1078-1094 e venne realizzata sulle rovine delle Terme Achilliane risalenti ai Romani, su iniziativa del conte Ruggero, acquisendo tutte le caratteristiche di ecclesia munita (cioè fortificata).

Già nel 1169, un terremoto catastrofico la demolì quasi completamente, lasciando intatta solo la parte absidale. Nel 1194 un incendio creò notevoli danni ed infine nel 1693 il terremoto che colpì il Val di Noto la distrusse quasi completamente.
I resti normanni consistono nel corpo dell'alto transetto, due torrioni mozzi (forse coevi al primitivo impianto) e le tre absidi semicircolari, le quali, visibili dal cortile dell'Arcivescovado, sono composte da grossi blocchi di pietra lavica, gran parte dei quali è stata recuperata dall'anfiteatro romano. Porzioni di muro d'ambito e il muro di prospetto sono stati inglobati dalla ricostruzione settecentesca.

 

VISITA  VIRTUALE

 

 

 

 

 

Il portone principale in legno è costituito da trentadue formelle, finemente scolpite, illustranti episodi della vita e del martirio di sant'Agata, stemmi di diversi papi e simboli della cristianità.

 

 

Ai lati della porta centrale, su due alti supporti, sono poste le statue in marmo di san Pietro e san Paolo.

 

I pilastri maggiori, prospicienti su piazza Duomo, furono in quello stesso scorcio di tempo ornati con cinque grandi statue di marmo, pure di vescovi, beati, santi catanesi. Nel primo Novecento, a completamento dell'opera, furono collocate altre statue, quattro sui pilastri prospicienti la via Vittorio Emanuele e due, quella di San Pietro e quella di San Paolo, fra gli intercolonni ai lati della porta centrale.Dello stesso periodo è la statua marmorea della Fede collocata nella parte occidentale della villetta, la quale villetta - secondo l'attendibile testimonianza di G. Rasà Napoli - era “ doviziosa di piante arboree ed erbacee esotiche, con nel centro una vasca circolare, circuita da parapetto in ferro, con getto grande e zampillante... “ . E giacché siamo nella villetta è il caso di dare uno sguardo alle due lapidi collocate nei muri perimetrali della Chiesa.
La prima, sistemata accanto alla superstite porta del Cinquecento, reca l'atto di nascita della Chiesa stessa, di cui è coeva; l'altra, collocata sotto i balconi dell'aula capitolare, porta la data del 1725 e il seguente testo: “ Il giorno 9 gennaio 1693 un forte terremoto scosse Catania tutta, il giorno 11 dello stesso mese la distrusse, tolse la vita a sedicimila cittadini, fugò i rimasti incolumi, attrasse i forestieri a rubare. Queste cose ci ammoniscono di scegliere al primo terremoto un rifugio nei campi, e di custodire là città “ .

Bisognava dare un volto alla Cattedrale. E il Vaccarini elabora, dunque, senza perdere tempo, il disegno del prospetto. Ma, a differenza di quanto era avvenuto anni prima per i lavori promossi dal Riggio e malgrado l'impegno del Vaccarini, questa volta di tempo se ne perde fin troppo; la fabbrica va avanti con lentezza e, a volte, addirittura si ferma. Vuoi per l'incontentabilità dello stesso Galletti, vuoi per interferenza del Senato (che arrivò a sospendere per ben due volte i lavori), ovvero nell'attesa di regi ispettori che appianassero le divergenze, la fabbrica del prospetto durò più di 25 anni, essendo stata portata a termine durante il vescovado di mons. Ventimiglia (il prospetto di tramontana, pure del Vaccarini, fu ultimato essendo vescovo mons. Deodati).
Parecchi anni dopo, sul finire del Settecento, furono intrapresi i lavori per la costruzione della cupola (portata a termine nel 1802 dal catanese Antonio Battaglia) completata, assieme alla scalinata marmorea, nel 1804. Quest'ultima è opera notevole per impostazione e respiro, composta di 184 balaustri e di 31 pilastri, fra grandi e piccoli, interrotta da robusti cancelli, il maggiore dei quali era sormontato da dieci bronzee statuette di pregevole fattura, raffiguranti martiri e santi catanesi.

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 Lucio Sciacca, “Catania com’era” - Vito Cavallotto Editore

 

 

 

LE STATUE DELLA CATTEDRALE

 

       
       
       

 

 

 

L'INTERNO

 

 

 

 

Il vasto e grandioso interno presenta una pianta a croce latina ed è ripartito in tre navate. Nella navata di destra, in una nicchia affrescata con un Battesimo di Gesù Cristo, si trova il battistero protetto da una cancellata in ferro battuto. Sul primo altare troneggia una tela di santa Febronia del Borremans.

Di fronte all'altare, appoggiata ad uno dei dodici pilastri che separano la navata da quella centrale, si trova la tomba del musicista catanese Vincenzo Bellini. Il monumento funebre è in marmo bianco e bronzo e porta inciso l'incipit dell'aria de La Sonnambula: « Ah! Non credea mirarti si presto estinto fiore... »

Il secondo altare ha una grande tela di san Carlo Borromeo, il terzo un quadro raffigurante sant'Antonio di Padova, il quarto una Sacra Famiglia con san Giovanni del pittore catanese Abbadessa e nel quinto altare un'immagine di santa Rosalia. Di fronte a questo altare, appoggiato ad un pilastro, è il monumento funebre del vescovo di Catania Orlando morto nel 1839. Nel lato destro della croce latina vi è il monumento funebre del vescovo dell'ultima ricostruzione mons. Pietro Galletti. Esso è il più sontuoso monumento della chiesa, tutto in marmo e riccamente decorato. Proseguendo si trova la cappella laterale dedicata alla Vergine dell'Incoronazione. 

Per non correre il rischio di smarrirci nell'interno, ci limiteremo ora ad annotare che sul fondo dell'altar maggiore era stato sistemato, sul finire dell'Ottocento, un pregevole organo, acquistato in Francia dal card. Dusmet. 

Nel 1924, il card. Nava, dopo averlo fatto ingrandire, lo fece trasferire a ridosso della porta grande, dove trovasi tuttora (a suonare quest'organo fu chiamato in quell'epoca don Marziano Perosi, fratello del celebre Lorenzo).
Ai lati della navata centrale, erano allineate alcune vecchie panche e vi campeggiava un monumentale pulpito settecentesco, in legno pregiato, finemente decorato in oro. Entrambe le cose furono eliminate a seguito degli imponenti restauri iniziati nel 1956 e ultimati tre anni dopo, alla vigilia del Congresso Eucaristico Nazionale voluto dall'arcivescovo Guido Luigi Bentivoglio (in quella fausta occasione venne consacrata
l'Italia al Cuore Immacolato di Maria).
A proposito di questi restauri, l'architetto Giacomo Leone fra l'altro scrisse: « ... Un avvenimento di tale eccezionalità non accadeva da oltre un secolo, da quando cioè i nostri facili predecessori, con estrema leggerezza, avevano dato un volto tanto nuovo quanto volutamente falso all'architettura interna del nostro massimo tempio. Allora, lo stucco lucido ricopri del suo freddo colore tutta la Chiesa infiltrandosi ovunque e mascherando ibridamente una superficie decorativa di eccezionale valore intrinseco...
Grazie a questi lavori, dunque, fu possibile mettere in luce pregevolissime testimonianze del passato (specialmente normanne e settecentesche). Furono del pari eliminate e sistemate quelle cose che occupavano spazi preminenti e inopportuni, a scapito del buon gusto e dell'armonia architettonica della fabbrica.
I due pesanti sarcofaghi degli Aragonesi - ad esempio - stavano ai lati dell'abside centrale, murati in alto, sopra gli stalli canonicali, uno di fronte all'altro: il classico pugno nell'occhio, come si suol dire. Per riequilibrare la turbata linea architettonica, ridare tono all'offesa costruzione normanna e rimettere in luce gli antichi affreschi che la decoravano, le due tombe furono rimosse e collocate nella cappella della Madonna.
Provvedimento opportuno che Mario Rapisardi avrebbe incondizionatamente approvato.
In occasione della traslazione da Parigi a Catania della salma del Cigno, egli scriveva infatti: «Questa basilica in cui dormono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno famosa per la tomba di Vincenzo Bellini » .
Con tutto il rispetto per le ossa di Bellini, questa Basilica è universalmente famosa soprattutto perché vi si custodiscono le Reliquie di Sant'Agata.

http://www.cataniaperte.com/cronologia/libri/cavallotto_sciacca_catania_com_era_inelenco.PDF

da www.cataniaperte.com  Lucio Sciacca, “Catania com’era” - Vito Cavallotto Editore
 

 

La tomba del Cigno

.........Il corteo s'avviò alle ore 16,00 al suono delle campane della città, il Sarcofago era tirato da tre quadriglie di cavalli neri, tenuti a mano da valletti in costume del XIV Secolo, mentre i cordoni erano retti dai Maestri Pietro Platania e Pietro Antonio Coppola, dal Comm. Francesco Florido e da altre Autorità. Apriva il corteo un reparto di carabinieri a cavallo, una compagnia di fanteria, ed associazioni cittadine. Dietro il carro seguivano i congiunti di Bellini: La sorella Maria, il fratello Carmelo ed il nipote Ascanio Balzan. Durante il percorso dai balconi, venivano lanciati fiori da una moltitudine di persone commosse ed osannanti al Ricordo del Maestro.
In Piazza Duomo si arrivò alle ore 18 e sulla porta della Cattedrale era collocato un drappo con la scritta del poeta Mario Rapisardi che così recitava: (QUESTA BASILICA, IN CUI DORMONO DIMENTICATE, LE OSSA DI TANTI RE, DIVERRA' DA QUESTO GIORNO FAMOSA, PER LA TOMBA DI VINCENZO BELLINI).

All'interno della Cattedrale era stato allestito un catafalco che accolse la cassa, era parato a lutto ed illuminata con molti ceri. La Delegazione che aveva avuto in consegna la salma a Parigi, coprì il feretro con un drappo bianco di raso, ricamato in oro ove si leggevano i titoli delle opere del Musicista, fra ghirlande di alloro e di quercia. Molte furono le testimonianze dei musicisti Catanesi e non , fra questi il Maestro Coppola, che per l'occasione compose un brano eseguito dal coro formato da 200 fanciulle e da lui personalmente dirette, mentre alla fine l'orchestra eseguiva l'omaggio a Bellini del maestro Mercadante.
L'indomani 24 Settembre alle ore 10 venne eseguita la messa da Requiem del maestro Coppola, alla presenza di autorità fra i quali spiccava la presenza dell'Arcivescovo Mons. Dusmet. Nello stesso giorno, nei vari giardini pubblici della
Città, vennero eseguiti dalle bande cittadine concerti musicali dedicati a Bellini, in questo modo si conclusero le funzioni in onore del Grande Musicista.
Ed ora scavando fra le informazioni storiche che ora si possono trovare fra le varie biblioteche e principalmente nel libro "Catania nella storia contemporanea- 1693.1921" Autori i Prof, Giovanni Merode e Vincenzo Pavone, per i tipi della Scuola Salesiana del libro di Barriera (Catania) che mi auguro possa essere presto ripubblicato e da dove ho attinto le maggiori e preziose informazioni e che a livello esclusivamente privato, mi onoro di essere stato, con la mia famiglia, amico del Prof. Giovanni Merode con il quale, nel rispetto della differenza anagrafica e di cultura in quei momenti, ho condiviso la passione e l'amore per la nostra città oltre la passione per la musica lirica.

Concludendo questa cronaca "dell'uomo della strada" riprendo il racconto sulla traslazione della salma di Vincenzo Bellini, trascrivendo ciò che gli autori del libro sopra menzionato, scrivono:
"il 24 Settembre 1876 nella mattinata fu un pellegrinaggio continuo dei cittadini catanesi ad onorare la salma del Musicista,
il 25 Settembre la Cattedrale rimase chiusa per procedere alle rifiniture del sepolcro, il 26 Settembre c.a. alle ore 17 alla presenza di molte Autorità civili ed ecclesiastiche, venne eseguita la ricognizione del cadavere dal Prof. Cesare Federici, dopo, il chimico Mariano Zuccarello effettuò una nuova imbalsamazione, giacchè quella del 1835 dei chimici francesi era risultata difettosa.
Questa è la descrizione della vestizione dei resti fatta dagli autori: "AI PIEDI, SU CALZE DI COLORE AVANA, VENNERO POSTE PICCOLE PANTOFOLE ROSSE RICAMATE DA UN GRUPPO DI DAME CATANESI. IL CORPO VENNE AVVOLTO DA UN GRANDE SUDARIO E CALATO NELLA GRANDE CASSA DI EBANO?".

Il 28 Settembre, la Giunta Comunale stipulò un contratto con lo scultore romano Giulio Monteverde per la realizzazione di un grande monumento in onore del Musicista, nei primi giorni di Ottobre il Cav. Giuseppe Giuliano fondava il Circolo Bellini con lo scopo di riunire in una sola famiglia tutti i letterati ed artisti catanesi.
Il 23 Ottobre avvenne l'inumazione della salma nella Cattedrale.
Il monumento fù posto all'altezza del secondo pilastro a destra e fù realizzato dallo scultore Giambattista Tassara di Firenze, ex garibaldino dei mille, su progetto del prof: Salvino Salvini per incarico del Consiglio Comunale.
Nel sepolcro venne deposta la cassa di ebano con i resti del Musicista ed accanto fù posta una lastra di marmo con la scritta: (A VINCENZO BELLINI, NATO IN CATANIA IL 3 NOVEMBRE 1801, MORTO A PUTEAUX, PRESSO PARIGI, 23 SETTEMBRE 1835, RESTITUITO ALLA TERRA NATALE 22 SETTEMBRE 1876, QUI TUMULATO 23 OTTOBRE 1876). Il sepolcro venne coperto da una grande lapide in marmo con la scritta (BELLINI)
Ed ora in conclusione, tratto dal volume sopra citato, vi elenco le risultanze della ricognizione cadaverica eseguita sul corpo del "Cigno".
"Nella cassa a sinistra, in una teca di piombo, venne trovato il cuore. Tagliate le bende si trovava che i peli del sopracciglio erano esistenti, il naso completo perfettamente conservato, però alquanto schiacciato. I capelli e i peli del petto si erano conservati. Il colore della pelle era bruno-bituminoso, somigliante alle mummie, i tratti del viso tirati, i denti completi e bianchi. Alcune parti del corpo si trovavano in mediocre conservazione, altre in stato di sfacelo. l'addome era distrutto". Dalla ricognizione risultava che l'altezza del corpo sorpassava metri 1,79; la circonferenza della testa era di cm. 55, di cui 29 alla parte posteriore e 26 a quella anteriore.
Ho voluto raccontare da "uomo della strada" le grandi onorificenze alla salma di Vuncenzo Bellini dopo 41 anni dalla morte.
di Salvatore Marchese
http://www.carrettosiciliano.com/sicilia-story/59-i-comuni-etnei/95-catania.html?start=2

 

 

Il Cardinale Dusmet
La popolazione catanese lo venera come un santo, anche se santo ancora non è. La sua tomba in cattedrale é sempre coperta di fiori e, nello stesso Duomo, a iniziativa del priore mons. Nicolò Ciancio, é stato allestito un museo con i suoi cimeli. Se avremo un panettello noi lo divideremo con il prossimo: e a questa massima uniformò tutta la sua vita. Per soccorrere i catanesi durante le epidemie di colera vendette la sua croce pettorale che la popolazione poi riscattò.
Nato a Palermo il 15 agosto 1818, dal marchese Luigi Dusmet e dalla nobildonna Maria Dragonetti, a 5 anni fu ammesso nella Badia benedettina di San Martino delle Scale. Pronunziò i voti monastici il 15 agosto 1840. Abate del monastero benedettino di San Nicolò l'Arena di Catania, ricondusse i confratelli a più severa disciplina.
Lasciò con grande dignità, e per ultimo, dopo aver protestato con le autorità governative, il monastero che veniva incamerato, come tutti i beni degli Ordini religiosi, dal nuovo Regno d'Italia. Nominato arcivescovo di Catania, fu creato cardinale nel 1888 ma la porpora non alterò, anzi fe' risplendere vieppiù le sue virtù monastiche e sacerdotali, la sua carità e la sua pietà. Dieci anni dopo la morte, il suo corpo venne traslato dal cimitero nella cattedrale. Il 7 gennaio 1931 l'arcivescovo mons. Carmelo Patanè introdusse la causa per la sua beatificazione. Il 15 luglio 1965 Papa Paolo VI firmò i! decreto sull'eroicità delle virtù del Servo di Dio, proclamando Dusmet Venerabile. Perché diventi santo occorrono ancora due miracoli.

http://www.cormorano.net/catania/cultura/dusmet.htm

La Campana del 3 aprile toglieva ogni residua speranza. "In questo giorno sacro a S. Benedetto (il martedì) e alla vigilia della festa di S. Giuseppe (il mercoledì), i due Santi Patroni del nostro amatissimo Cardinale Arcivescovo, che ne porta i nomi, La Campana sperava di poter dare qualche buona notizia alla nostra cittadinanza sulla preziosa salute di Lui. Invece essa deve mestamente e laconicamente dichiarare che l'amatissimo infermo è molto più aggravato e i timori di una perdita irreparabile crescono sempre. Pare che i due gloriosi Santi preferiscano averlo presto con loro, al lasciarlo per qualche tempo ancora fra noi. La Campana non aggiunge altro"...

Fra tante commozioni, l'infermo "manteneva una inalterabile calma e una edificante pazienza, immerso nel pensiero dell'eternità, recitando giaculatorie con aspirazioni ardenti al Paradiso, raccomandandosi alle preghiere dei suoi.

La speranza dell'imminente vita eterna si alternava con il timore e il dolore dei peccati e umilmente chiedeva: Non mi lasciate in purgatorio; la responsabilità di un vescovo è grande. Signore, abbreviate il mio purgatorio, perché io possa godere presto in Paradiso".

Unica preoccupazione terrena era ancora la sua missione di carità. In un momento di vaneggiamento si rivolse al p. della Marra: Luigi, vedi là quel poveretto vestito di bianco? Gli hai dato nulla? E il segretario lo assicurava, per calmarlo, di aver provvisto a tutto.

Come si vive così si muore, aveva esclamato pochi mesi prima il cardinale Dusmet, assistendo all'agonia del suo vicario, mons. Castro.

Lo stesso si verificava ora. Era voce unanime che moriva un santo. Dal medico curante che in pubblico dichiarò: Sto curando un angelo, sono convinto che il cardinale Dusmet è un Santo, a quelli che lo paragonavano a S. Giuseppe, tanto la sua morte era quella dei giusti.

"Alle 13.30 - riferiva il Corriere di Catania del 5 aprile - S.E. le cui forze erano estremamente prostrate, fu assalito dalla febbre. Questa ringagliardì rapidamente, tanto da far temere prossima una catastrofe, Assistevano l'infermo, recitando preghiere, mons. Caff, l'Abate di Montecassino d'Orgemont, p. Marra e p. Cannata. I fratelli di S.E. erano inconsolabili, d. Postiglione, quantunque visibilmente abbattuto dalle lunghe veglie, era sempre instancabile intorno al letto dell'illustre infermo ... Alle ore 16, per prolungare di alcune ore la preziosa esistenza, si ricorse alla respirazione artificiale.

Il Sindaco, cav. Sapuppo, informato dello stato grave di S.E., corse all'arcivescovado offrendosi a mons. Caff e al p. Marra per tutto quanto potesse occorrere ... Verso le ore 20 l'agonia è divenuta più che mai angosciata. Fu sospesa la respirazione artificiale ... In queste ore estreme non rimasero che i dottori Coco e Postiglione ad assisterlo, e monsignore Caff e l'Abate di Montecassino a pregare".

"Verso le 21 - depone don Brancati - varii Salesiani ci recammo in episcopio. Ci fermammo però solamente due: don Motta Giovanni ed io già sacerdote, per passarvi la notte". Essi però rimasero nel salone che precedeva la piccola camera del cardinale con gli altri familiari ed ecclesiastici.

Così, circondato dal rappresentante della sua Chiesa e da quello di S. Benedetto, con lo sguardo fisso alla sua cara Sacra Famiglia, "spirò serenamente": erano circa le 22.30 del 4 aprile 1894, sacro quell'anno a S. Giuseppe. La sua preghiera di morire nella festa del Patriarca di Nazaret era stata ascoltata!

"Verso le 22.30 - continua don Brancati - ritornò fra noi - che eravamo nel salone - il dottore e si sedette. Noi con a capo il padre Della Marra domandammo Come sta? E l'altro: Come deve stare? sempre lo stesso - era questa la risposta che dava quando, all'allontanarsi un momento dal letto, veniva interrogato - Passò forse un minuto e poi il dottore disse: E' inutile che nasconda, il Cardinale è andato in Paradiso. Può immaginarsi lo schianto, il pianto, il dolore.

Il segretario si ritirò affranto dal dolore. Noi entrammo nella camera del defunto. Ne uscì il vescovo Caff e l'abate; noi ci fermammo col dottor Postiglione per comporre la salma. Con le lagrime agli occhi ci accingemmo all'invidiabile impresa. Eravamo tutti convinti di toccare un Santo. Gli baciai la fronte, le mani, gli chiusi la bocca con un nastro di amitto. Gli tolsi le calze che poi gli dovetti mettere di nuovo...; quello che ci colpì fu l'assoluta povertà della camera e di tutto il resto. Inutile cambiare la camicia bagnata dal sudore della morte, non ce n'era un'altra. Fu vestito con la sua logora tonaca di benedettino - non aveva detto: Occorre andare in Paradiso con l'abito di San Benedetto? - Gli si pose il rocchetto, la croce di rame e la berretta cardinalizia.

Io presi la mia corona e con essa toccai le mani del Servo di Dio. Altri mi imitarono. Il sacerdote Cosentino, lagrimando, prese anche egli la sua corona e toccando la sacra spoglia mi ripeteva: Che bella idea lei ha avuto; avremo così  un ricordo perenne del nostro Cardinale, una reliquia del nostro santo.

Io però avevo una vera reliquia, perché, quando tolsi il nastro col quale avevo stretto la bocca del Servo di Dio, lo conservai come preziosa reliquia; anzi mi ricordo che presso le labbra del Servo di Dio si era formata una crosticina che si mosse e quindi fece un pò di sangue che bagnò la fettuccia.

Nel salone arcivescovile due poveri cavalletti con quattro assicelle, un materasso ed una semplice coltre, che scendendo ai lati copriva tanta estrema poverà, ecco la grande camera ardente del Cardinale Dusmet.

Con affetto e venerazione profonda vi si collocò il prezioso cadavere aggiungendovi un cuscino per porre il capo. Quattro semplici ceri completavano l'apparato. Intanto si prepararono due altarini ed io ebbi la grande ventura di celebrare per il primo la S. Messa, presente cadavere. Poi celebrò il mio confratello don Motta, indi seguirono altre Messe ai due altari". Così don Brancati.

Ma naturalmente non tutti potevano conoscere ogni particolare. Quando si dovè avvolgere la salma, non fu possibile trovare un lenzuolo. L'abate d'Orgemont, sorpreso, uscì nell'esclamazione: Un lenzuolo funebre anche data la carità e la povertà del card. Dusmet, dovrebbe trovarsi! Come per la biancheria, così per il lenzuolo, la difficoltà fu tolta in quei momenti di smarrimento doloroso dal canonico Marcenò, che andò a ritirarne presso la sua famiglia.

...

Quando la mattina del giorno 5 aprile ... s'intesero i funebri rintocchi del campanone della cattedrale ... non si può descrivere quello che allora successe... tutti piangevano, tutti i negozianti chiusero i negozi, i cocchieri si ritirarono in casa con le loro carrozze, anche i protestanti chiusero la loro chiesa evangelica, ed era comune sulle bocche di tutti l'esclamazione: E' morto, è morto il Padre, è morto il santo Cardinale.

(Tratto da: Tommaso Leccisotti, Il Cardinale Dusmet, O.V.E., Catania 1962)

 

 

In fondo alla navata di destra è la cappella più cara a tutti i catanesi.

Protetta da un'alta cancellata in ferro battuto vi è la maestosa cappella dedicata a sant'Agata. Nella parete sinistra di essa si apre la porta dorata finemente decorata che da accesso alla camera sotterranea chiamata dai catanesi a cammaredda, dentro cui vengono custoditi il busto reliquiario di sant'Agata e lo scrigno con le sue reliquie. Nella cappella, decorata da un affresco che raffigura santa Lucia orante sulla tomba di sant'Agata per invocare la guarigione della madre inferma, vi è il monumento funebre del viceré Ferdinando Acugna grande devoto della martire Agata. Sull'altare della cappella è situato un bassorilievo rappresentante sant'Agata incoronata da Dio con san Pietro e san Paolo con gli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

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 Lucio Sciacca, “Catania com’era” - Vito Cavallotto Editore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Museo Diocesano di Catania

si configura, per un aspetto molto cospicuo, quale museo della Cattedrale e della sede vescovile medesima, poiché ne custodisce prioritariamente tutto l’arredo mobile storico. Passibile di ulteriori ampliamenti è invece l’acquisizione di arredi e opere che possano attestare in modo compiuto le vicende storiche, culturali e religiose del vasto territorio della diocesi. Le opere di provenienza diocesana acquisite al museo attestano prevalentemente vicende e momenti della vita di alcune chiese, regolari e secolari, del territorio. Problematiche di conservaziontutela, allestimento, ma anche di congruenza artistica, hanno imposto una suddivisione tipologica per categorie (argenti, paramenti, sculture, dipinti etc.) che presentano esigenze espositive analoghe ma al tempo stesso problematiche artistiche, funzionali e liturgiche affini fra loro. In questo criterio generale sono state inserite alcune eccezioni, legate o all’aspetto degli ambienti o alla inamovibilità delle opere. Inamovibile, per evidenti motivi funzionali risulta ad esempio, il fercolo argenteo della Santa Patrona, che si trova in un ambiente e ad una quota diversi dalla sala che custodisce il gruppo di opere a lei dedicate.
Un attento restauro condotto nel rispetto delle caratteristiche morfologiche e tipologiche del fabbricato e della destinazione di questo a sede museale, hanno permesso di dare il giusto risalto e la giusta collocazione alle opere d’arte che in esso sono raccolte e custodite.
Il museo risulta suddiviso in due sezioni: la prima, dedicata agli arredi liturgici della Cattedrale, si snoda nelle sale del secondo piano e si conclude al piano successivo nella cappella; la seconda, che accoglie gli arredi di altre chiese della città e della diocesi, si svolge nelle sale del terzo e del quarto piano. Il percorso si conclude infine nelle terrazze panoramiche dalle quali è possibile ammirare dall’alto la città barocca.

 

http://www.museodiocesanocatania.com/

 

GUARDA LE ALTRE FOTO  (by Raciti)

 

P.zza Duomo Via Etnea, 8
 
095 281635
 
Da  lun. a ven. 9.00 -14.00   sab. 9.00-13.00
dom. (su prenotazione min. 30 persone).
Prezzo  €. 7,00 - Museo + Terme Achilliane € 10,00

 

 

TUTTI PAZZI PER QUELLA FANCIULLA.

L'anima di questo luogo non si identifica soltanto con l'Etna, il vulcano che la domina maestosamente con il suo grande cono, c'è anche Sant'Agata, la patrona di Catania, cui la comunità dedica grandi festeggiamenti.

La festa in suo onore ricorre dal 3 al 5 febbraio ed è tra le più pittoresche d'Italia; illuminati dalle cannalore (candelore), grandi ceri di legno intagliato, alti diversi metri, i volti trasudati dei fedeli si distinguono in mezzo a quelli che, nelle lunghe pause del faticoso trasporto in processione, si frenano in una danza caratteristica detta l'annacata.

La leggenda narra che, all'alba del 17 agosto 1126, la città di Catania fu scossa da un evento molto atteso: le spoglie della Santa rientrarono in patria da Costantinopoli, e gruppi di devoti, insieme al vescovo, ai canonici e al clero si riversarono per le strade indossando ancora le vesti della notte; da quel giorno, ogni anno, i cosiddetti "nudi" ricordano la patrona: trasportando il simulacro vestiti di un camice bianco (il "sacco", simbolo una camicia da notte), i nudi sono la rappresentazione degli uomini che operarono in quella notte leggendaria.

Il "sacco" viene completato da un cordoncino stretto alla vita, da un berretto di velluto nero, da guanti bianchi e dal caratteristico fazzoletto che si sventola per incitare i cittadini al grido "Citatini, viva Sant'Aita!".
Il grido di "Viva Sant'Aita" ha un significato storico: secondo quanto scrive S. Romeo in Vita e culto di Sant'Agata, "mentre la bella giovinetta, dopo gli altri cimenti, era provata col fuoco della brace e dè rottami, il popolo catanese, tocco a quello strazio indegno, rompesse in alti clamori, imponendo à carnefici di cessare, e gridasse: Viva, viva, Agata e non muoia!... Spirata quell'anima beata e riposto il corpo nel sepolcro, i catanesi sono certificati dall'angelo, che Agata per loro non era morta, ma che siccome collo spirito era andata a vivere accanto allo Sposo Divino, colla sua protezione, si farebbe viva immezzo à loro discendenti, sepolta la giovinetta, la gente se ne andava ripetendo: E pur viva Agata, viva S. Agata! Il qual grido, che fu poi seguitato per tutte le età future, si rinnova da noi e si manterrà quanto il tempo lontano".

Questo grido si ripete sempre durante i giorni di festa alzandosi dalla processione, tra gli evviva e la commozione di tutti, quando la vara (il simulacro del Santo) muove circondata da centinaia di ceri.

Il lungo corteo raggiunge anche i quartieri più antichi, manifestando fino a tarda notte. Secondo la tradizione, gli enormi ceri inseriti in grossi candelabri di legno, scolpiti con statue di angeli e Santi, e rappresentazioni del martirio della Santa, venivano donati dalle congregazioni e rappresentavano le offerte della cera alla Santuzza.

"Attualmente - riporta M. A. Di Leo in Feste popolari di Sicilia - le candelore che sfilano in processione sono 11 così distribuite: la più piccola è stata fatta costruire da Monsignor Ventimiglia dopo l'eruzione lavica del 1766; seguono quella degli abitanti del quartiere S.Giuseppe La Rena e quella degli ortofrutticoltori, costruita in stile gotico; poi la candelora dei pizzicagnoli, in stile liberty; le candelore dei pescivendoli, fruttivendoli, macellai, pastai, panettieri, bettolieri, in stile barocco e rococò; ultima è la candelora fatta realizzare dal Cardinale Dusmet, per il circolo di S.Agata." .

La processione delle reliquie ha inizio il 4 febbraio e parte da Porta Uzeda; fuori della città il pesante carro di S. Agata viene fatto sostare davanti alla chiesa del Carmine e a quella di Sant'Agata la Vetere, poi torna nella Cattedrale e il giorno successivo procede nella zona interna della città. Sopra il carro della Santuzza è ospitato il bellissimo busto d'argento dorato e impreziosito di gemme e di una corona che pesa un chilo e mezzo, opera dell'orafo Giovanni di Bartolo; all'interno del busto sono conservate le reliquie di S.Agata.

http://www.guidasicilia.it/ita/main/province/patrono.jsp?IDProvincia=CT

 

 

 

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 SANT'AGATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Giardino Pacini è uno dei due giardini più antichi della città e uno dei quattro giardini principali di Catania.

Sotto gli archi della Marina, sul cui viadotto passa il binario della ferrovia, vicino al porto, e subito fuori dalla antica porta della città "Porta Uzeda", è sito il Giardino Pacini, detto villa "Varagghi" in quanto frequentato in passato soprattutto da anziani che vi si recavano per rilassarsi e "sbadigliare". Lo sbadiglio infatti in catanese è detto "varagghio". Oggi il giardino, non molto grande, meno frequentato di allora, è sempre accessibile durante il giorno e presenta una zona attrezzata con scivoli ed altri giochi per i bambini.

La sua nascita risale ai primi tempi dell'Unità d'Italia quando venne riordinata l'area adiacente le Mura e la Porta Uzeda nell'area interessata dalla foce del fiume Amenano ove le lavandaie catanesi lavavano i panni; Venne realizzata una villetta con passeggiata a mare e riordinato il lavatoio, di cui oggi restano alcune tracce visibili di fronte alla pescheria. Nel 1866 iniziarono i lavori di costruzione della ferrovia per Siracusa con la costruzione dei contestati Archi della Marina, il lungo viadotto, che sottrasse parecchio spazio al giardino e cancellò la passeggiata a mare. 

 

Nel 1879 la villetta ebbe finalmente un nome: quello del musicista e compositore catanese Giovanni Pacini, scomparso poco più di un decennio prima, il cui busto in marmo bianco venne posto su di un piedestallo all'ingresso. L'opera era dello scultore Giovanni Duprè.

All'inizio degli anni trenta allo scopo di potenziare il Porto di Catania venne interrato il vecchio porto saraceno e canalizzata la foce del fiume Amenano realizzando il nuovo grande Molo Crispi. Con tale operazione la villetta perse la sua "ariosità" trovandosi incassata tra il viadotto della ferrovia e le recinzioni del porto. Un ulteriore mutilazione si ebbe nel dopoguerra quando venne realizzato il mercato ortofrutticolo tagliando un'ampia sezione di alberi e realizzandovi la cosiddetta Piazza Alcalà oggi piazza Borsellino e intorno agli anni sessanta quando venne raddoppiato il binario della ferrovia raddoppiando quindi l'area occupata dalle arcate del viadotto.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_Pacini

 

La storia di questo piccolo giardino pubblico nella zona della Marina ha le sue origini in un passato lontano, essendo strettamente legata a quello che la Marina, un tempo, ha rappresentato per una città costiera come Catania: non solo punto nevralgico per gli scambi commerciali, ma meta ambita per gli itinerari domenicali e festivi dei catanesi. Vi si trovava, infatti, la cosiddetta "passeggiata a mare", arricchita dal verde dei giardini e delle numerose ville e proprietà private che sorgevano nella zona. Così appariva la Marina prima della rovinosa eruzione vulcanica del 1669 che modificò radicalmente buona parte del litorale, da spiaggia divenuto improvvisamente costa.
Solo a distanza di oltre un secolo, agli inizi dell'Ottocento, in un'area risparmiata dalla lava, prospiciente il Palazzo Vescovile e attigua alla darsena naturale del Porticello Saraceno (oggi Piazza Borsellino), vennero avviati lavori di sistemazione con il livellamento del terreno e la realizzazione di una nuova passeggiata a mare, alberata e dotata di sedili e lampioni, che rappresentò di fatto la prima forma di verde pubblico a Catania.
Il progressivo sviluppo della città, unitamente all'esigenza di uno spazio aperto quale luogo di ritrovo e svago, costituì un forte impulso alla trasformazione di quest'area in un vero e proprio giardino pubblico. Intorno al 1860, infatti, ebbero inizio i lavori di risanamento dell'adiacente foce fangosa del fiume Amenano che, dopo un lungo percorso sotterraneo, sfociava poco distante dal porticello Saraceno. Il livello stradale venne rialzato, le acque del fiume arginate dentro un canale in muratura e convogliate a mare attraverso due ruscelli attorno ai quali venne organizzato il giardino, all'epoca noto come "Villetta della Marina".
Benchè piccolo, esso divenne subito un importante punto di incontro per l'intera cittadinanza e soprattutto per la borghesia catanese; rappresentava, infatti, la tappa conclusiva, allietata anche da concerti bandistici, dopo la passeggiata a mare che, nel frattempo, si andava allungando verso la piazza della Stazione.

 


Nel 1866, la costruzione degli archi del viadotto ferroviario deturpò la fisionomia della Marina e la suggestiva scenografia della villetta, ancora affollata e frequentata da numerosi visitatori.
Nel 1879 venne intitolata a Giovanni Pacini (1796-1867), musicista e compositore catanese, con il collocamento di un busto marmoreo, opera dello scultore Giovanni Duprè.
Con lo sviluppo verso Nord della città ebbe inizio il declino della Villetta Pacini, abbandonata dagli eleganti frequentatori, anche per l'apertura della nuova e più grande Villa Bellini.
Verso la fine degli anni Venti, il progressivo riempimento della darsena del Porticello Saraceno e l'arretramento del mare in seguito ai lavori per la sistemazione del porto, stravolsero l'assetto del giardino: l'Amenano venne completamente interrato, il terreno spianato e ampi spazi aperti, privi di piante e non riparati dal sole, presero il posto delle sponde rigogliose dei ruscelli e dei romantici ponticelli.
Più tardi, per far spazio al mercato, vennero tagliati alberi ed eliminate aiuole mutando l'essenza stessa del giardino, non più ritrovo mondano ma luogo di incontro per anziani, spesso soli e annoiati, tanto da venire, nel tempo, battezzato con l'epiteto dialettale vill'e varagghi (villa degli sbadigli).

Dipartimento di Botanica - Università di Catania

 

 

Giovanni Pacini nasce a Catania durante uno dei tanti trasferimenti del padre, il toscano Luigi Pacini, che per la sua professione di cantante d'opera è costretto a spostarsi da una città all'altra.

All'età di circa dodici anni inizia a studiare canto e contrappunto a Bologna e un anno dopo composizione a Venezia.

Prima di aver compiuto i diciotto anni comincia a comporre, con un certo successo alcune piccole opere buffe ma raggiunge il successo vero e proprio soltanto nel 1817 con la rappresentazione, al Teatro Re di Milano, dell'opera Adelaide e Comingio. Appena ventunenne comincia la sua lunghissima carriera nel mondo del melodramma. Nel corso di un cinquantennio comporrà quasi novanta opere superando ogni altro musicista.

 Nel 1820, a Roma, collaborò con Rossini all'opera Matilde di Shabran. L'anno successivo (1821) presentò la sua opera Cesare in Egitto, che ebbe grande successo a Roma. Nel 1822 fu invitato sul bastimento della Duchessa di Lucca Maria Luisa di Borbone. Il viaggio si concluse a Viareggio, porto del Ducato di Lucca che, proprio in quegli anni, anche grazie ai provvedimenti della Duchessa, si stava trasformando in una moderna ed elegante cittadina. Il Pacini rimase positivamente colpito dal luogo e vi si stabilì, facendone la sua residenza principale fino al 1857. In quel periodo a Viareggio stava costruendo una sontuosa villa Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, con cui il musicista ebbe una relazione amorosa. Dal 1822 fu Maestro di cappella a Lucca. Il legame con la dinastia borbonica di Lucca segnò la successiva carriera del compositore e la sua attività di insegnante e organizzatore dell'istruzione musicale.

 Successivamente, seguendo la propria carriera, il musicista si trasferì per un certo periodo a Napoli, ove sposò nel 1825 la partenopea Adelaide Castelli, che gli diede due figlie, Giovannina e Amacilia, e un figlio, Luigi. Le sue due opere Alessandro nelle Indie e L'ultimo giorno di Pompei trionfarono al Teatro San Carlo nel 1824 e 1825. Il successo gli consentì di occupare per diversi anni il posto di direttore del San Carlo, il che lo mise in competizione con Bellini, che iniziò a provare antipatia per lui. Le successive opere Niobe (1826), Gli Arabi nelle Gallie (1827), e I fidanzati (1829), ottennero anch'esse un enorme successo.

Giovannina e Amacilia Pacini, ritratto di Karl Briullov

 Nel 1827 viaggia fra Vienna e Parigi ma con scarso successo in quanto non gli viene commissionato alcun lavoro. In seguito alla morte della moglie nel 1828 (per le complicazione del parto del figlio Luigi) e all'insuccesso della sua opera Carlo di Borgogna al Teatro La Fenice di Venezia si ritira a Viareggio dedicandosi all'insegnamento. Qui intraprende una relazione con la ricca e potente contessa russa Giulia Samoilov, che successivamente adotterà le sue due figlie.

 

 

IL MONUMENTO DEDICATO AL MUSICISTA PRESSO LA VILLA PACINI

 

La contessa per sostenerlo congiurò contro Bellini provocando l'insuccesso della prima di Norma. Le opere di Pacini composte tra il 1830–33 incontrarono giudizi contrastanti da parte della critica e del pubblico. Nelle sue memorie scrisse: “iniziai ad accorgermi di essere fuori dai giochi: Bellini, il divino Bellini, e Donizetti mi avevano superato”. Sposò successivamente Marietta Albini, ma rimase intimo della contessa Samilova. Albini era una famosa soprano che apparve in diversi ruoli delle sue opere tra cui quello di Gulnara in Il corsaro. Ebbero tre bambini, ma solo una figlia, Giulia, sopravvisse.

 Dopo una pausa di circa sei anni, riprese a comporre, ottenendo grande successo con le opere Saffo (che, rappresentata al San Carlo di Napoli, fu la sua opera più fortunata), Medea di Corinto, Bondelmonte ed altre ancora. Nel 1837 fondò a Viareggio un Liceo musicale. La scuola ebbe grande successo e vi si iscrissero molti giovani provenienti da tutto il Ducato. Nel 1839 il Pacini propose al Duca Carlo Ludovico di Borbone l'apertura a Lucca di una grande scuola musicale di alto livello, modellata sugli istituti di Bologna (il più antico d'Italia, fondato nel 1804), Milano e Napoli. Il progetto fu approvato dal sovrano ma comportò una riforma generale dell'istruzione musicale che provocò anche la dolorosa chiusura del liceo viareggino. Nel 1842 l'Istituto Musicale di Lucca fu aperto e il Pacini assunse la carica di Direttore e Professore di Composizione. Il Pacini diresse l'Istituto fino alla morte con l'eccezione del periodo tra il 1862 e il 1864 quando fu sostituito da Michele Puccini, padre del famoso Giacomo. Nel 1867, subito dopo la morte del compositore, l'Istituto gli venne intitolato e portava il suo nome quando vi furono studenti Giacomo Puccini, Alfredo Catalani e Gaetano Luporini. Nel 1943, in occasione del secondo centenario della nascita di Luigi Boccherini, la gloriosa scuola musicale lucchese fu intitolata a quest'ultimo, smettendo così di portare il nome del suo fondatore. Oltre che a Lucca e a Viareggio l'attività didattica del Pacini si svolse anche a Firenze, dove fu primo direttore (1849) dell'Istituto Musicale della città (oggi Conservatorio Luigi Cherubini). Pacini rimase molto legato a Viareggio fino alla morte. Nella città versiliese fu promotore della fondazione di un teatro lirico da ottocento posti. L'edificio, di forme neoclassiche, costruito nel 1835, fu purtroppo devastato da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale e mai ricostruito. Il Pacini fu anche gonfaloniere (carica equivalente a quella odierna di sindaco) di Viareggio dal 1849 al 1854.

 Nel 1857 si trasferì a Pescia, bella cittadina a venti chilometri da Lucca, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Nel 1849 morì anche la seconda moglie e nel 1865 egli si sposò in terze nozze, a Pescia, con Marianna Scoti. Da lei ebbe altri tre figli: Isabella, Luigi e Paolina. Scoti curò l'edizione postuma delle opere di Pacini e la pubblicazione della sua autobiografia (Le mie memorie artistiche).

 Pacini si spense a Pescia il 6 dicembre 1867 e fu sepolto nella Pieve dei Santi Bartolomeo e Andrea.

 Il Teatro della città di Pescia porta il suo nome; la città di Catania, nel 1979, gli ha dedicato uno dei suoi quattro giardini principali.

 

 

 

 

 

Fonte Lanaria o Di Sant'Agata


Il primo nome deriva dal fatto che la fontana si trovava lungo la via Lanaria (oggi dedicata al cardinale Dusmet) che prendeva il nome dal governatore Francesco Lanario, duca di Carpignano. La ded
ica a S. Agata è legata, invece, alla tradizione secondo la quale questa fontana segna il punto da dove partirono le reliquie della patrona quando vennero portate a Bisanzio per ordine del generale Giorgio Maniace.
Oggi la fontana è meta di pellegrinaggi durante i giorni della festa di S. Agata.

Il giorno 4 febbraio, che precede la ricorrenza del martirio di S. Agata, il simulacro della santa percorre l’antico tratto delle mura; tra ali di folla festante ha inizio il cosiddetto "Giro esterno" delle reliquie contenute all’interno di preziosi scrigni racchiusi nel grande fercolo d’argento. Il fercolo attraversa la porta Uzeda e imbocca la via Dusmet dove, all’incrocio con la via Porticello, davanti all’icona della Madonna della Lettera, l’Arcivescovo offre un cero alla patrona.

Fonte:
http://www.cataniacentro.com/

 

l'ultimo tratto di via Dusmet, dal 2016 liberato dalle autovetture.

 

 

 

 

DOVE SI TROVA: I banchi del pesce si trovano nelle zone ricomprese tra i tunnel delle mura di Carlo V, la Piazza Alonzo di Benedetto ed in Piazza Pardo.

Uno dei luoghi che più affascina i turisti è proprio la pescheria catanese.

Formalmente lo si può definire come il luogo d'erogazione dei servizi di vendita di pesce fresco, atto a soddisfare il bacino di utenze catanese, in realtà è molto di più!

Innanzitutto potrei dirvi che il mercato ittico catanese, chiamato in dialetto "a piscaria" rientra tra le tappe folkloristiche dell'itinerario turistico, dove echeggiano e si respirano nell'aria, i sapori, gli odori e perfino le urla dei commercianti di pesce. Uno scenario pittoresco che fa da sfondo ad uno dei luoghi artisticamente e culturalmente più belli della città, il Duomo di Catania.

Nonostante il video e le mie parole, vedere il mercatino di persona è tutta un'altra cosa, si ha la possibilità di vivere un'esperienza che lascerà nei vostri ricordi un segno indelebile.

Statisticamente quando un prodotto e/o servizio lascia soddisfatti, l'individuo che lo ha vissuto lo trasmette ad altre 7 persone, quindi se avrete modo di domandare a qualche conoscente che ha visitato Catania, chiedetegli pure quali sono stati i momenti particolari della propria visita e vedrete che non mancherà di citarvi la pescheria.

http://www.ilcatanese.net/2009/04/ilcatanese.html

 

 

LA SUA STORIA: Seppure sia già bastevole vedere e vivere un paio d'ore per apprezzare il mercatino ittico, voglio darvi qualche dato storico, un apostrofo che possa servire ad inquadrare tale luogo come tradizione culturale che negli anni è rimasta immutata.

Il mercatino si svolge tra i vecchi confini della città, un tempo delimitate dalle mura di Carlo V, costituite da 11 bastione e 7 porte di ingresso e dagli "Archi della Marina", un tempo sommersi dalle acque, oggi a seguito della colata lavica del 1669 si trovano a 5 m.s.l.m.

 

 

La fontana dell'Amenano dal quale è possibile ancora scorgere l'omonimo fiume risale al 1867 grazie all'opera dello scultore Tito Angelini.

Una tradizione tramandata da generazione in generazione che si mantiene nel tempo donando gusto e sapori ai loro clienti.

http://www.ilcatanese.net/2009/04/ilcatanese.html

UN MERCATO SONORO   di Graziella Nicolosi

Chi non conosce la Pescheria di Catania? Amato dai catanesi e dai turisti, il mercato del pesce della nostra città – in pieno centro, dietro piazza Duomo – attira ogni giorno numerosi visitatori. Ed esso è dedicata una mostra della fotografa siciliana Monica Laurentini, ospitata fino al 22 maggio al Palazzo della Cultura di Catania, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 13 e dalle 15:30 alle 19.

La Laurentini, quarantenne, ha alle spalle una laurea in Lingue e un master in Didattica museale, ma soprattutto una passione fortissima per la fotografia e per i viaggi. La sua ricerca si concentra soprattutto sui reportage in cui si tocca con mano la vita della gente comune. Dal 2001 collabora con “Il Cantastorie di Sicilia”, rivista di cultura siciliana. Ha partecipato a varie mostre collettive e vinto premi e attestati.

La mostra fotografica dedicata alla Pescheria di Catania è un modo efficace per promuovere una delle mille facce della tradizione isolana. Si tratta di un vero e proprio racconto per immagini, affiancato dal commento di tre autori che ne colgono aspetti diversi: Antonio Politano quello fotografico, Giuseppe Lazzaro Danzuso quello giornalistico e Tino Vittorio quello storico.

Il reportage della Laurentini inizia all’alba, allo “Sgabello”, il mercato del pesce all’ingrosso nel quartiere fuori le mura della città: qui i venditori scelgono i prodotti migliori, che porteranno poi sui loro banconi. Successivamente ci si sposta in piazza Alonzo di Benedetto e in Piazza Pardo, sullo sfondo della fontana con “l’acqua ‘o linzolu” e della scritta “W Sant’Agata” perennemente esposta, quasi a vigilare sul lavoro di chi ogni giorno vende il pesce per sfamare sé e le propria famiglia. Il vocìo dei pescivendoli è incessante e variopinto, capace di conquistare anche il cliente più recalcitrante: “Vivuvivuvivu!”, Taliati chi c’è cca’!”, Iu sugnu lariu, ma haiu sicci ca ponu ‘iri a Miss Italia!”, sono solo alcuni degli slogan urlati ad alta voce per attirare i passanti. E c’è pure chi improvvisa esortazioni in lingua straniera, per invogliare i sempre numerosi turisti: “Do you want to taste nu pocu di trighhi?”.

 

 

“Nessuno – dice la Laurentini – è esente dal fascino della Pescheria, luogo senza tempo e al tempo stesso contemporaneo”. Qui lo spettacolo è quello tipico di una casbah orientale, qui il Sud mostra i suoi gesti tipici, il suo fare teatrale che si ripete da generazioni. “Mi suseva ‘e tri e con qualsiasi tempu ieva ppi mari ccu me patri”, confessa alla fotografa con grande dignità uno dei protagonisti del mercato etneo. Ognuno ha la sua storia e il suo vissuto, ognuno ha mille aneddoti da raccontare, e la Laurentini, pur scontando la difficoltà di essere donna, riesce a farsi accettare e rispettare dagli attori di questo spettacolo tipicamente maschile. Nelle foto ci sono tutti gli elementi del mercato: le cassette di legno, le lastre di marmo, il ghiaccio, i coltellacci, il sangue, le luci delle lampadine ad incandescenza che illuminano la mercanzia. Ma soprattutto ci sono i volti sofferti dei venditori e le loro mani rugose.

Divisa fra la pietà per la sofferenza dei pesci e l’irresistibile attrazione per quel mondo di profumi, odori, forme e colori senza eguali, l’artista documenta con attenzione l’intera giornata di lavoro fino alla sua chiusura, quando “i pisciari” smontano e ripuliscono meticolosamente i propri banchi. Pronti per ricominciare il giorno dopo, e tutti quelli a seguire.

http://www.lazonafranca.info/2011/05/17/%E2%80%98a-piscaria-un-mercato-sonoro/

 

LA FONTANA DEI SETTE CANALI

Costruita nel 1612, si salvò dalle rovine del terremoto del 1693 che rase al suolo Catania. Si trova in piazza Alonzo di Benedetto, alla Pescheria, a fianco della gradinata che vi è alle spalle della fontana dell'Amenano, racchiusa in un'ampia volta scavata nelle fondamenta dell'ex palazzo dei chierici. "L'acqua che da essa, per sette bocche, scaturiva in getti impetuosi era manco a dirlo del fiume Amenano; era freschissima e limpidissima e fu di uso pubblico: ma quando ci si persuase finalmente che scorrendo sotto l'abitato finisce di essere potabile, il Comune, pur lasciando la fontana come ricordo storico, pensò bene di inibire l'accesso con una robusta cancellata di ferro". La fontana è di marmo pregiato con ornamenti che ricordano i trìglifi del fregio greco. Sulla grande vasca rettangolare nella quale si riversava fino a oltre mezzo secolo fa l'acqua delle sette bocche, c'è una lapide, ormai appena leggibile. Il monumento è stato restaurato a cura dell'amministrazione comunale nel 1978.

http://www.sicilie.it/sicilia/Catania_-_Fontana_dei_Sette_Canali

 

LA PESCHERIA    di Monica Laurentini

Chi volesse rivolgere lo sguardo a uno dei tanti mercati del pesce del nostro paese, non può non rimanere incantato dalla pescheria di Catania, dove un nugolo di gente si addensa ogni giorno con avidità e voglia di pesce fresco. Perdersi nel cuore dei mercati è in parte dire di conoscere la realtà di una città; in essi si manifestano in tutta la loro veracità usi, costumi, consuetudini e sincerità di un popolo. Si rimane ammaliati, come si rimarrebbe guardando gli occhi di un volto interessante, dai modi di dire, dai profumi, dai colori del luogo e dai suoni che emanano le voci dei pescivendoli.
Sono le cinque del mattino: la mia mission inizia all'alba di un giorno qualunque allo "sgabello" il mercato del pesce all'ingrosso nel quartiere fuori le mura della città. Qui non troverò mai il pesce che voglio comprare ma quello che si può comprare. Si, perché "l'altro" è riservato solo alla pescheria. "L'oro", i venditori, sono ammassati l'uno sull'altro per acquistare il pesce, dietro ognuno di essi cartelli con scritto "totani", "pesce spada", "orate", del mercato ittico più antico della città! Si sceglie, si scarta, si tocca ogni tipo si pesce, e si parte per la piazza. Chi prima, chi dopo.

Mi sposto in Piazza Alonzo di Benedetto e in Piazza Pardo, una sorta di suk arabo che profuma di mare, spezie e odore di sale; ogni mercato è diverso da un altro e ogni volta che ci si è dentro è come fosse la prima volta, è imprevedibile, a tratti buffo, spesso snervante ma pur sempre folckoristico, è l'anima di una città. E' ancora l'alba e, sullo sfondo del Duomo e dell'acqua ‘o linzolo che fanno da cornice, mi addentro tra le viscere del mercato, rapita dalle immagini seducenti e contemporaneamente sofferenti dei pesci ancora vivi, l'occhio mi guarda e grida vendetta, ma non posso far nulla.

La sindrome di Sthendal mi assale, ma il vocìo dei pescivendoli mi riporta velocemente alla realtà. "U pisci cchiu friscu l'avemu cca, na stu mircatu", grida a squarciagola un ragazzo robusto dall'aria scanzonata, che ripete parossisticamente le parole che gli hanno insegnato: la sua mimica ricorda il Principe della risata, il suo volto racconta chi è. "Su lei u voli tuttu, cci fazzu u scuntu", afferma con aria convincente e io sorrido. Annota gli incassi su un pezzo di carta, il computer è il suo cervello, una lista infinita, 5, 20, 30, 50 euro, una fortuna questa giornata, già, perché qui si vive alla giornata.

Da ognuno dei freddi banchi di marmo, striati di rosso e bagnati dall'acqua, esce fuori un quadro d'autore, in cui i profumi e i colori prendono forma e vengono composti da ciascun venditore trasformandosi da immagine di morte a piacere del gusto: sagome identiche poste in fila perfetta, lucide e nuove emergono dalle cassette di legno quadrate poggiate a terra, e giacciono ormai senza vita. Nessuno è esente dall'essere ammaliato dal fascino della pescheria. La caccia continua, mi faccio largo tra la gente che sbuca da ogni lato, anziani in pensione, guardo, scruto, adocchio. La vista di polpi violacei, di gamberi appena sgusciati, di scivolose orate grigie mi confonde e paralizza ogni mio movimento, ma infine compro i MIEI pesci e mi lascio convincere da L'ORO: " U pisci beddu, u megghiu pisci do munnu" stasera sarà nel mio forno e delizierà il mio palato.

L'odore forte mi inebria fino a stordirmi, scivolo, barcollo e non mi reggo in piedi, sballottata da un'orda di gente che non curante della mia presenza sgomita per vedere cosa acquistare. È la gente del luogo che si confonde con i turisti che arrivano per assistere a questo spettacolo "orientale", arabeggiante, e tipico del sud. Il mio udito si affina per ascoltare i venditori, le cui grida sono poesia per le mie orecchie, forza e magnificenza: è il Sud, verace, opportunista ma passionale, sono al Sud, sono del Sud. "Do you want to taste nu pocu di trigghi? - esclama un vecchio lupo di mare con fare invitante, rivolgendosi a un australian guy dai modi quasi raffinati! Che forza, che mimica, che teatro questo mercato! Si recita a soggetto! Ognuno fa quello che sa fare, ognuno è un attore unico. Lungo il tunnel di Carlo V alcuni di loro trascinano veri e propri trolley di legno vecchio retti da due ruote sconocchiate, da cui si intravedono monconi di pesce senza testa e mitili di ogni sorta.

Proseguo il giro dentro la casbah, muri scrostati e pavimenti corrosi dal tempo, grondaie rotte, acqua ovunque, ghiaccio che si scioglie e cola dai tavolacci di legno formando delle pozze che gradatamente assumono un colore rosato, piedi che affondano nelle umide basole di pietra lavica – sta per finire il mio tour – non ho gli stivali di gomma e inzuppo le caviglie. Il mio sguardo viene distratto da una antica bilancia ingiallita dal tempo che segna 1000 gr, su cui è poggiata la testa di un pesce spada la cui punta trafigge come lama di un coltello, l'occhio è ancora vivo e ancora una volta non posso far nulla.

Qui il tempo sembra essersi fermato. Un uomo pulisce e affetta con cura il corpo del povero pesce, di cui ormai rimane solo il ricordo, e tutt'attorno ancora gente che tratta e contratta, persino sul prezzemolo! Fisso a guardare le mani dei venditori, sono rugose e sporche ma cariche di tenace volontà, la volontà di un popolo legato alla sua terra e al lavoro, un popolo marcato da un passato doloroso, dominato e nello stesso tempo dominante. Alcuni di essi, stanchi, si fermano per un istante e si riposano, fumando una sigaretta e sorridendo ai clienti.

La pescheria ha una sua storia, la storia del mare e dei suoi pericoli, storia di fatica e rassegnazione ma anche di una forza e dignità unica: Vittorio, con un grembiule bianco che gli cinge i fianchi e i capelli grigi coperti da un berretto blu mi narra di quando era carusu e andava a pescare alle 3 del mattino col padre: Mi suseva e tri e con qualsiasi tempu ieva ppi mari". Chiedo, mi soffermo a pensare, sono curiosa.."Ognuno di noi qui ha una sua storia, un suo vissuto", dice. E sa che il suo mondo è diverso dal mio, ma è felice ed appagato."Il pesce vivo si riconosce dall'occhio lucido e dalle branchie rosse" , mi insegna, e io imparo e imparo e imparo. È giunta l'ora di rientrare, si chiude bottega e "L'ORO" dopo aver venduto gli ultimi pesci per pochi soldi, quasi gratis, smontano e puliscono bene i loro banchi uno per uno, con l'amore che ha un padre per un figlio: sapone, spugna e volontà. Poi, si spengono i riflettori sulla parte "araba" della città. "A Piscaria" regno del caos, dell'improvvisazione, della contraddittorietà, cede il passo alla movida catanese. Domani si replica, stessa ora, stesso luogo.

http://www.nital.it/sguardi/67/monica-laurentini.php

 

 

 

 

in sottofondo NON LU SAPITI, da "LA CANZONE CATANESE TRA '800 E '900"intrepretate e arrangiate  dall'Associazione Culturale "Schizzi d'arte"con la promozione del Rotary Club - Catania - Distretto 2110