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Orbene c’è un vecchio elefante che da quattro anni e rotti vive
fuori dalle mura di piazza Spedini.
Non è scappato, non si è perso.
È stato messo sotto chiave in una fredda stanza d’un tribunale
fallimentare, all’interno d’una cartellina violacea con su scritto
“bene immateriale”. È il nostro carissimo liotru, quello vero per
intenderci, col pallone di cuoio in fronte e le strisce rossazzurre
addosso.
La procedura ufficiale per l’acquisto di questo benedetto stemma
partirà tra pochi giorni, la base d’asta è di cinquantacinquemila
euro, la scadenza sarà il quattordici di ottobre del
duemilaventisei. L’asta partirà il giorno dopo, sarebbe a dire il
quindici ottobre.
Insomma, per fare uscire il Liotru dalla gabbia “ora ci volunu i
soddi.”
E fin qui, niente di nuovo sotto il cocente sole catanese.
Mentre scrivo di liscia russo-azzurra mi torna in mente di quella
volta in cui il nostro vice-Presidente, scorreva il duemilaventidue,
assicurò che tutto il patrimonio della vecchia società sarebbe stato
recuperato, come accaduto a Napoli e a Palermo.
Poi calò però un silenzio lungo e
assoluto
-perfino dei nostri sostenitori- fin quando un misterioso gruppo
manifestava l’intenzione di partecipare a un bando aperto già
dall’ottobre di due anni fa. In quel momento un tifo silente si
ricordava improvvisamente del suo ruolo di cane da guardia.
Ancora mi domando prima che fine abbiano fatto le Coppe conquistate
tra il 1954 e il 2006 e poi se è immaginabile che il Catania vada in
B e poi in A o si qualifichi perfino in Champions senza logo
originale né museo storico.
M’interpello perfino se Peppe Mascara ha avuto bisogno del marchio
registrato per fare il cucchiaio all’Inter, o se Angelo Massimino
chiedeva una perizia sul valore del brand prima di comperare un
centravanti.
Per vincere è necessaria una società strutturata in modo decente o
il vecchio marchio appeso in bacheca (che non è peraltro quello più
bello né l’originale ma che per situazioni collaterali è diventato
il più importante)?
Aggiungo, per onestà intellettuale che da oltre quattr’anni in città
amiamo un nuovo stemma diverso da quello originale e stilizzato da
Mastro Liuzzo, con una meravigliosa C furba disegnata con la
proboscide.
È moderno, è premiato a livello internazionale con il WOLDA, e
qualcuno dice (sottovoce, però, perché siamo a Catania) che è più
bello di quello vecchio. Ci siamo affezionati, è nostro figlio,
anche se adottivo.
E qui s’arriva al punto cruciale, giacché questa storia del derby
fratricida tra due marchi, il vecchio e il nuovo, serve a dare in
pasto alla comunità rossazzurra un argomento futile e indi
distogliere la massa dai tanti problemi strutturali che oggi questa
nuova società, con gli stessi identici secolari personaggi
all’interno, palesa e perfino talvolta ostenta.
Il fatto è che il logo non fa il settore giovanile, nè ricostruisce
Torre del Grifo. Non sceglie un direttore sportivo bravo, non fa uno
scouting decente, nè crea una rete di osservatori validi.
In molti, invece, desidereremmo una società di pallone forte e
strutturata, capace per esempio di riorganizzare in modo risolutivo
il settore giovanile, di avere un’idea manageriale, di non cambiare
tre allenatori l’anno e soprattutto di far divertire i tifosi
rossazzurri
Punto.
A un club ben articolato, solido, catanese nel cervello e nel
portafoglio, andrebbero chiesti il logo, le maglie, la storia, i
musei eccetera eccetera.
Giammai invece a quello di Vince Grella e di Ross Pelligra, che non
è per nulla organizzato. Che è venuto dalla lontana Australia con
entusiasmo iniziale ma dopo quattro anni ancora non ha capito che
qua il pallone non è una start-up.
In conclusione, secondo me al Catania FC non frega un accidenti
della storia di Peppe Mascara né di quella di Memo Prenna, di Géza
Kertész o di Antonio Dal Poggetto. Non sanno manco chi siano questi.
Non è colpa loro, è che proprio non gli appartengono. Riverenze
Post Scriptum.
La mia sensazione è che al Catania FC non interessi nulla di
figurine di un album Panini che non hanno mai comprato ne’
sfogliato.
Sarebbe meglio pertanto non chiedere il logo a questi signori venuti
dalla lontana Australia e che non sanno nemmeno dove sta via Cifali.
Non aspettiamoci un museo da chi non conosce a fondo la storia di
Manganaro, quella di Michisanti o di Marcoccio.
Lasciamo perdere per adesso logo, maglia storica, museo e tante
altre cose ancora.
Da queste parti non amiamo il pietismo peloso, l’elemosina a stelle
e strisce, la carità del padrone che ci concede il nostro stesso
passato a rate.
Se il Catania FC volesse comperare qualcosa, comprassero un’idea,
una struttura, un futuro.
Il Liotru, quello vero, sa stare anche in gabbia un altro po’.
Ha aspettato tanto e può attendere che a liberarlo non siano un paio
d’imprenditori affittuari.
«Abbiamo ritenuto doveroso –la parola va ora al sindaco Trantino-
che il Comune fosse presente a questa asta perché il logo storico
del Calcio Catania 1946 non può essere considerato soltanto un bene
suscettibile di sfruttamento commerciale. È un simbolo che
appartiene alla storia della nostra città e soprattutto al
sentimento di migliaia di tifosi e sportivi rossazzurri, a Catania
come in Italia e nel mondo alla squadra di vertice che la
rappresenta con il nome della Città.»
Riverenze. Anzi no, stavolta no.
(Alessandro Russo)
https://tuttoilcataniaminutoperminuto.it/2026/10/05/un-liotru-in-gabbia-storia-di-loghi-di-vizi-e-di-virtu/
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