Vi capita mai di possedere un posto come il solaio, dove mettere alla rinfusa tutte le cose che trovate nel vostro percorso (fotografie, interviste, racconti ed altro) e che conservate in un disordinato ordine fra nuove cose da aggiungere in mezzo a vecchi ricordi? Ecco, questa pagina l'ho chiamata così. Quando scrivo qualcosa in home page , poi la conservo qui. Ci troverò e ci troverete cose vecchie, cose ritrovate o cose acquisite da poco, pensieri di grandi firme e scarabocchi di piccoli pensatori. Tutte in ordine sparso, proprio come devono stare in un solaio.

Dimenticavo ... la sua porta la lascio socchiusa, può entrarci chiunque a depositare.... basta cliccare. 

GELATO AL GUSTO CARPE DIEM

 

Ieri sera, lungomare di Catania, piazza Tricolore.

lui mammoriano (1) doc, capigliatura con ciuffo gigante, shirt D&G appena acquistata alle bancarelle e così tatuato da sembrare un antico vaso della dinastia Ming ambulante. E' incazzato, gamba destra poggiata sulla ringhiera e un cono gelato in mano proteso verso la sua amata che gli sta accanto, alla sua sinistra, come una statua di fronte al tramonto.

Lei, altrettanto mammoriana doc, circa 90 kg. di beata giovinezza; maglietta rosa fragola a fior di pelle e jeans slim che, poveretta, le fanno traboccare all'altezza del ventre tanta spensierata ciccia all'aria. Tralascio il resto del corredo. E' immobile e anche lei con un cono al cioccolato in mano, diventato enorme per via della panna montata che lo sovrasta.

Avevano appena litigato e con quella leccornia che nel frattempo la tentava a soli dieci centimetri ma che non osava toccare per orgoglio, guarda l'orizzonte con gli occhi rossi facendogli capire che non molla, che stavolta la deve pagare, che non serve offrirle qualcosa per rimediare.

A questo punto il ragazzo, con tanta boria: "Nenci talìa, u viri stu gilatu? Tu u sai ca ..... supra a vita di me niputi non c'haiu giuratu mai! Talia ca u iettu n'terra! (2)"

Lei guarda sempre il mare, mentre quella delizia ancora intatta viene a malapena sorretta dalle sue dita cicciottelle, con unghie dai colori sgargianti e perlinate come un albero di Natale a San Giorgio a Cremano.

Deve, deve farcela. La gola non deve sopraffare il suo orgoglio. Pensa che un'altra donna glielo avrebbe gettato in faccia ma pensa pure "ma perchè sprecare tanto ben di Dio?". Proprio per questo tentenna e resiste, resiste ancora a quella tentazione.

"Nenci...già sugnu n'cazzato ca non n'sittai i pattiti. Supra all'ammuzza do nannu!..... iè u cellulari ca s'invintau i messaggi di Màico, Gresi, Giennifer, Gessica ca liggisti ant'ura. ma cu su?

Lei è impassibile.

"Nenci, mammoririmoomà ... u staiu ittannu!!! (4)"

Lei, immobile, non cede. Allora il ragazzo, finalmente, getta per terra (ovvio, siamo al lungomare di Catania) il suo gelato e se ne va.

Quando è già arrivato a Piazza Nettuno, la prima lacrima scende sulle rubiconde guanciotte della ragazza, asciugata goffamente dalla sua mano sinistra che, però, sfiora un po' di panna trascinata sulla bocca. In preda all'orgoglio, sta per gettare tutto sulla scogliera di fronte (e dalle!) ma poi si ferma.... "mi, che bona sta panna!" e dà quindi un primo assaggio. "Sulu chissu e poi basta! Ma picchi chiddu mi l'ha fari fari vilenu? (5)"

La seconda lacrima non scenderà più. Il secondo assaggio arriva presto e, piano piano, sempre più voluttuosamente, davanti a quel bellissimo tramonto si gusta il gelato più buono della sua vita senza rimpianti e collere. Quel che doveva essere una dimostrazione di dignità si trasforma improvvisamente in uno sfogo di egoistica ingordigia.

Mi è piaciuto osservarla mentre consumava con godimento quell'ambito premio al gusto Carpe diem, con assoluta calma e cercando di non far scivolare giù nemmeno una goccia, quasi a non sciupare ogni attimo di quel momento tutto suo, lasciando fuori dalla porta ogni rimorso sentimentale o dietetico, entrambi rimandati all'indomani.

Quando l'ho incrociata al ritorno, era abbracciata a lui. Tosta, con appuntata sul petto una spanna di rispetto in più conquistata sul campo e un paio di etti da smaltire, ma soprattutto felice di aver saputo cogliere quell'attimo che stava per scappare via.

Ciao, bella Nancy, ieri hai capito tutto. Mi raccomando, qualsiasi cosa accada nella tua vita... futtitinni e non ti peddiri nenti, picchi ogni lassata è pessa! (6)

 

__________________

translation per lettori oltre Stretto:

(1) il coatto marca Liotru

(2) Nancy guarda, lo vedi questo gelato? Lo sai che sulla vita di mio nipote non ho mai giurato! Guarda che lo getto per terra!

(3) Nancy, già sono incazzato perchè non ho indovinato le partite. Sull'anima di mio nonno! E' stato il cellulare che si è inventato i messaggi di .. Michael, Grace, Jennifer Jessica e che hai letto poco fa.

(4) Nancy, dovesse morire mia madre (la cosa più cara di un mammoriano), guada che lo sto gettando!

(5) Dio bono, che buona questa panna! Solo questo e poi basta. Ma perchè quello lì me la vorrebbe far andare di traverso?

(6) Fregatene e non ti perdere niente, perchè qualsiasi cosa lasci poi non la ritroverai più.

 

 

 

LE DONNE DI ATENE

Ieri, passando da piazza Stesicoro, mi sono avvicinato alla manifestazione organizzata in occasione della Giornata contro la violenza sulla donna. Non scrivo per questo, sono ragioni che condivido assolutamente, per carità. Pubblicizzo contro questo animalesco andazzo, che non dovrebbe essere nemmeno oggetto di discussione, anche nel mio sito.
Erano una sessantina, quasi tutte donne, belle donne che si sono date appuntamento all’anfiteatro dentro giacconi di due taglie in più su gonne a fiori e la sciarpa rossa al collo, simbolo del movimento. Agguerrite, in cerchio, ad ascoltare (dispiace, ma devo dirlo) delle cantilene pazzesche degne di antiche corazzate cinematografiche.
Non so voi, ma vi capita mai di provare piacere a farvi del male? Stavo per assopirmi (c’era chi usava già stampelle sulle quali poggiare il mento per dormire) perchè ieri sera ho provato quella voglia per un attimo. Proprio per assaporare quella masochistica sensazione di sentire il sapore del sangue in bocca, avvertire la vergogna del linciaggio in piazza davanti alle nobili lapidi dei miei concittadini Stesicoro e Caronda, stavo per farlo: stavo per strappare la chitarra di mano alla cantante che si era addormentata su un La minore e un Mi maggiore durati francamente parecchio; stavo per imbracciare lo strumento, cambiare accordi – che era ora - e cominciare a cantare questo, proprio per farmi crocifiggere, suicida, alla Porta Aci:
Le donne di Atene
(traduzione firmata di Eugenio Finardi e Alberto Camerini della celebre canzone di Chico Buarque de Hollanda Mulheres De Atenas).
Dovreste prendere esempio da quelle mogli di Atene , che vivon per i loro mariti, orgoglio e razza di Atene.
Tutto il giorno si son profumate, lavate nel latte e pettinate per esser amate.
(FIN QUI MI AVREBBERO GUARDATO SOLO CON SOSPETTO)
Se fustigate non piangeranno, ma anzi proprio loro imploreranno. Più dure pene, catene.
(CANTANDO, VEDO I LORO VISI DIVENTARE SEMPRE PIU’ ROSSI DI RABBIA)
Cercate di prendere esempio da quelle mogli di Atene, che soffron per i loro mariti, potere e forza di Atene.
Quando essi partono soldati intessono lunghi teli ricamati per settimane e quando tornano affamati di baci con violenza strappati e carezze piene. Oscene.
(RIMANE IL ROSSORE, MA SOLO PER LA PAROLA BACI)
Dovreste prendere esempio da quelle mogli di Atene, che perdonano ai loro mariti, i bravi guerrieri di Atene, quando si ingozzano di vino per trovare il coraggio di aver vicino altre falene!
Ma poi alla fine della notte , spossati, son quasi sempre ritornati dalle loro piccine. Elene.
(DOPO LE CORNA E IL VINO DOVREMMO PURE CONSOLARLI? TU CI PROVOCHI, STRONZO!)
Cercate di prendere esempio da quelle mogli di Atene che generano ai loro mariti i nuovi figli di Atene.
(A QUESTO PUNTO VEDO ALCUNI CUBETTI DI PORFIDO, STACCATI DAI MARCIAPIEDI DI VIA ETNEA, NELLE MANI DELLE MANIFESTANTI)
Non hanno alcun gusto ne volontà, non han difetti ne qualità. Lo sanno bene, non hanno sogni ma solo presagi per i loro uomini e il mare e i naufragi e belle sirene. Morene
Dovreste prendere esempio da quelle mogli di Atene, che temon per i loro mariti, gli eroi e gli amanti di Atene. Dalle giovani vedove segnate e dalle gestanti abbandonate che non fanno scene
(SENTO DIRE “SEI PAZZO? DOVREMMO ESSERE SENZA GUSTO, QUALITA’, SOLO MACCHINE DA RIPRODUZIONE? BASTARDO MASCHILISTA!”)
Vestite del nero di chi é rassegnato di chi ha oramai già accettato il Fato. Senza più pene. Sono serene
Cercate di prendere esempio da quelle mogli di Atene. Che vivono per i loro mariti, orgoglio e razza di Atene!
(SULLA CROCE, INCHIODATO ALLA CHITARRA)
___________
Ovviamente son rimasto al mio posto, mi avrebbero massacrato. Anche se lo dicono, non sono così matto.
Finardi l’ha solo tradotta, non so chi ha scritto le parole di questa canzone ma quel che esprime è veramente osceno e scandaloso. Cantarla davanti a una donna è un’offesa irreparabile per l’ascoltatrice/ore e una vergogna per l’interprete.

 

 

 

HORROR ESTIVI

Sicuramente sarà capitato a chiunque, almeno una volta nell’infanzia ma anche nella maturità, di vedere un film horror. Di quelli da vedere nelle sere d’estate e che vi piantano sul divano fra attacchi di zanzare, gocce zuccherose di anguria sulla shirt appena stirata e cieli stellati da illuminare a giorno qualsiasi incubo televisivo.
Da ragazzino quello che mi faceva terrorizzare
era la serie televisiva “Belfagor, il fantasma del Louvre”. Lo facevano d’inverno, maledetti, senza nessuna via di fuga rispetto all’estate. Allora non c’erano nemmeno i mezzi per scemare la paura che saliva alla gola… che so, la sigla di Canale5, o le allegre suonerie dei cellulari o Guido Angeli che ci diceva "Provare per credere". Noi ci credevamo parecchio, perchè subito dopo arrivava solo Bernacca la cui figura piena di fulmini e saette non era per niente un preludio a qualcosa di allegro. E allora si girava sul secondo canale per Gianburrasca, se ci era consentito. Altrimenti non ci restava che accendere tutte le luci dei corridoi fino ad arrivare alla nostra camera, sperando di non incrociare la maschera di Belfagor, ancora impressa nella nostra mente!
Però, noi bambini, più ci spaventavamo e più aspettavamo, con sottile godimento, la puntata successiva. Altri telefilm erano i Visitors, E.S.P., Il segno del Comando,  la baronessa di Carini. Come non si possono ricordare?
Ma torniamo al Cinema. Appunto la bella stagione è il periodo migliore per vedere queste pellicole, perché per smorzare la tensione gli espedienti sono facili da trovare (rispetto al passato, grazie a Dio oggi esiste almeno Gigi D’Alessio quale valvola di sfogo) e il periodo è in sintonia con tutto ciò che è allegro e lontano da certe paure: dall’abbigliamento al clima, dagli spots ai libri da leggere in bagno, dai pensieri quasi balneari agli ingredienti della cena.
In inverno è diverso. I freddi ambienti non facilitano a centrare le pantofole sul pavimento e il buio non aiuta ad acchiappare, in preda al terrore, gli interruttori posti ad altezza d’uomo. No, ma non c’è nessuno lì; era il led del frigo, che però sembra inseguirti fin sotto le coperte, dove ci si concentra immediatamente a situazioni tranquillizzanti come Gianni e Pinotto, Topolino e Raffaella Carrà, oppure calcolare la probabile formazione della squadra del cuore per scemare, alla lunga, certe terrificanti ricordi di qualche minuto fa ma destinati a sparire per sempre nel caffellatte dell’indomani.
L’altra sera mi sono imbattuto in un film che, puntualmente, si è rivelato un’americanata spettacolare senz’anima nè originalità. Niente a che vedere con Shining del grande Kubrick o l’Esorcista, avanguardia riguardo al filone “vade retro” del tempo ma che, dopo qualche anno, faceva un po’ ridere. Tuttavia, ricordo che una sera dovetti andare al cinema e accompagnare mio cognato a casa perché …. dopo la proiezione non se la sentiva di camminare da solo per le strade.
Ecco, perché ce la facciamo sotto (dico in generale) dopo aver visto un film del genere, pur sapendo che si tratta di una finzione, soprattutto “made in U.S.A.”? Secondo me, buona colpa ce l’hanno il buio e il silenzio. Che siano di strada o di camera.
Gli americani sono dei maestri per gli effetti speciali ma, a pensarci bene, le loro trame vanno bene solo per la strega di Biancaneve e, alla fine, il tutto diventa una buffonata.
Innanzi tutto, il luogo della sceneggiata. Negli ipertecnologici quartieri californiani il “teatro” è l’unico costruito in stile Vittoriano che a vederlo da fuori ti fa subito pensare che qualcosa non va, la visione è troppo tetra. Già alla vista dello stabile, simile alla casa della famiglia Addams in mezzo a tante villette all’insegna dell’architettura moderna, dovrebbe far abbandonare a chiunque l’idea di qualsiasi affare immobiliare. Però la “casa” è piaciuta alla nostra famiglia sprovveduta; le è sembrata originale, affascinante, direi… quasi Vintage. I genitori, due coglioni figli dei Figli dei fiori, si scambiano baci sulla porta di casa promettendosi eterno amore - nella brutta (ma molto brutta!) e cattiva sorte - mentre le cerniere degli infissi si stanno già svitando da sole, incomprensibilmente, dietro i loro fianchi. Ma loro ovviamente non se ne accorgono, incuranti anche del conveniente - ma strano - prezzo proposto dall’agenzia che, dopo la firma sul contratto, se l’è data a gambe levate alla vista di un armadio di un metro e novanta nascosto dietro la finestra sul patio, con la maschera bianca e un motosega in mano già attivato sul tasto ON fin dal giorno di Hallowen!
La famiglia standard è composta da madre, padre e tre bambini. La madre, casalinga stressata e complessata, non fa un cazzo da mattina a sera; ha la domestica (la prima ad essere trapassata con un coltellaccio da cucina) e passa il tempo ad accompagnare i ragazzi a scuola e a cercare ricordi passati negli scatoli scaraventati dagli operai della ditta del trasloco, scappati subito dopo perché, molto più perspicaci dei loro clienti, avevano capito tutto dopo aver visto il pianoforte suonare da solo “Great balls of fire” di Jerry Lee Lewis, molto meglio dell’autore.
Già questo sarebbe stato un segnale. E invece, niente! Come si suol dire… errare è umano, ma perseverare è… diabolico!
E poi, cazzolina, è mai possibile che quando hai fatto ristrutturare questa casa in modo sdegnosamente hi-tech, dove basta un battito di mani per accendere la luce del bagno e non sarebbe possibile l’ingresso nemmeno agli atomi, non hai fatto caso a una porticina, proprio sul piano, fatta di un “inconfondibile” legno marcio di cento anni, che porta in un soffitto che sembra la Londra ai tempi di Jack lo Squartatore? L’hai scoperto solo adesso?
E che ti meravigli a fare, a questo punto e col contratto già firmato, quando entrandoci dentro, apri vecchi bauli che contengono strane scatole, senti certe vocine infantili, carillon che suonano, sospiri, vedi i dondoli muoversi, le bambole aprire gli occhi e le porte che si chiudono da sole in un ambiente che farebbe uscire la bava dalla bocca di Dario Argento per il suo prossimo film?
Eppure anche questo non è bastato. La donna comincia a convincersi solo quando vede in cucina tutte le sedie del tinello che compongono, assieme, una piramide che nemmeno quella di Cheope…. A quel punto informa il marito che, in sostanza, è un imbecille.
Come sempre, è un giovane avvocato in carriera che lavora in uno studio legale nel Downtown o un rampante manager di una finanziaria; è fin troppo oppresso da progetti di carriera ed impiega, cocciutamente, quasi tutta la durata del film per capire (proprio di coccio) che bisogna chiamare, finalmente, un acchiappafantasmi o un esorcista per salvare il figlio. Non si convince nemmeno quando la moglie gli fa vedere le falangi che fuoriescono dalla lavastoviglie il cui tubo di scarico è collegato direttamente alla gabbia dove era stato sepolto vivo il ….. loro principale problema! Non si convince nemmeno a vedere il secondogenito (dopo capirete perché proprio lui) in coma, a pronunciare frasi in aramaico quali “bastardo, me lo chiami o no un prete per liberarmi da questo stronzo che ho sul groppone?”.
Si convince solo quando la lampadina del suo comodino si accende e si spegne 285 volte in modo da non fargli ripassare il rapporto per la riunione del giorno dopo. Egoisticamente, a quel punto si incazza come una bestia, molto più del demone che circola beatamente in casa, acquisendo una forza quasi innaturale.
E’ il familiare più scettico del nucleo, quello che meriterebbe di essere sgozzato con canini da vampiro sul collo per quanto è coglione e che invece, alla fine del film, gli viene pure attribuito il merito di eroe-genitore-padre-rassicuran
te che con grande coraggio affronta lo spettro per salvare tutta la famiglia, medium rincoglionita compresa.
I figli. Generalmente sono tre. La più grande è una svampita sedicenne già in preda a bollori liceali e svezzata da fin troppo tempo per finire nelle trappole del fantasma, che da bianco latte arrossirebbe di colpo di fronte alle avances proposte della ragazzina. Il terzo, maschietto o femminuccia, è sempre quello che si infila dentro il “grigio” della TV durante l’inno nazionale; dalle forze malefiche è il più ambito dei tre, perchè più tenero e incosciente.
Quello che però la deve pagare per tutti, come al solito, è il mezzano. Un destino, come sempre. E’ colui che da sempre deve far spallucce e assecondare i capricci dei fratelli; è quello che per poteri di famiglia ereditati da antichi delitti, è il più sensibile ed attratto dalla presenza che infesta l’abitazione. Dovrà quindi far da tramite fra la realtà e l’occulto e sacrificarsi per liberare la piccola sorellina dalla strega cattiva.
Diamo un’occhiata alle stanze dei bambini. A vederle, sembra di essere nel Paese delle meraviglie di Alice, tanto sono rasserenanti. Celesti, rosa, piumoni morbidissimi. Ma non è così, guardate sotto il letto che trafico che c'è. Sembra di essere a Manhattan all'ora di punta!
Nonostante tutti i segnali premonitori, che avrebbero allertato così tanto i genitori da telefonare anche a padre Amorth al Vaticano, i bambini dormono SEMPRE da soli. Ognuno nella propria stanza. E come farebbe incassi un film del genere, se non li fai dormire da soli? Solo così facendo, la video-cassetta attiva il play facendo uscire fuori dallo schermo la protagonista annegata, i rami dell’albero entrano dentro il letto e il giullare si mette a ballare.
I bimbi urlano (anche la Lolita, controllandosi nel frattempo lo smalto sulle unghie) e vengono presi in grembo dai genitori che dopo una notte nel lettone matrimoniale, l’indomani li rimettono nuovamente nella stessa stanza e nella medesima condizione con un latte bollente e un bacio in fronte. Diabolici, proprio da telefono azzurro!
Verso la conclusione del film, la lotta contro il male diventa di una noia così nauseabonda che sembra di rivivere Giochi senza frontiere. Così chi libera la casa sembra Pancaldi che dice … “attention: un deux trois”, e lo spettro sparisce all’improvviso! La bambina si risveglia, insozzata da chissà quali schifose sostanze che le riempiono il viso.

Sono tutti contenti e sereni, finalmente, ma non sanno che il cinema americano in fatto di resuscitazioni ne sa una più del diavolo, avendo battuto tutti i record esistenti nella storia e facendo impallidire persino il campione per antonomasia in materia: un certo Lazzaro da Betania!
Quando alla fine tutti si abbracciano, il cattivo esce fuori dalla vasca d’acqua pronto per giocarsi la sua ultima chance. Ma ci penserà la mamma, finalmente, a dargli il colpo di grazia in fronte con un proiettile d’argento per finirlo, una volta per tutte. Ma alla fine ne uscirà completamente traumatizzata e pronta per essere ricoverata in un istituto psichiatrico.
Questi film finiscono quasi sempre con i protagonisti dentro la coperta dei Vigili del Fuoco, davanti al cartello “for sale” sul giardino all’ingresso di casa. Si allontanano, finalmente liberi, sorseggiando una tazza di caffè caldo. Ma quando tutti sono andati via, una tenue lucetta si è accesa nella finestra del soffitto. Una luce già pronta per il sequel!
Se in futuro vi capiterà di imbattervi negli horror americani, alla fine andate tranquillamente in camera vostra camminando al buio. Nel tragitto sbadiglierete così tanto per la noia accumulata che vi addormenterete di colpo, senza pensare più a niente.
Buonanotte (davvero).

M.R. - ago 2013

 

 

IL CINEMA A MARZAMEMI

Parecchi saranno già tornati a casa. Ieri si è conclusa la Rassegna “Cinema senza frontiere” a Marzamemi.

A parte lo splendore del luogo, godibile meglio e soprattutto in periodi meno caotici delle settimane del Cinema, in migliaia hanno prenotato molti mesi prima pur di essere lì in quella settimana, a timbrare il cartellino e farsi vedere, a girare e rigirare per ritornare cento volte a Piazza Regina Margherita e sedersi in preda al panico pensando “Ma come, questi seduti qui non li conosco, non ho incontrato ancora nessuno. E quando torno a Catania come faranno a verificare che sono stato davvero a Marzamemi?”

Chiaramente delle pellicole proiettate non capiranno un cazzo, si addormenteranno come ghiri quando il Prof. Caligari di turno aprirà un dibattito sul cinema DOC degno della famosa Corazzata dei sabati sera di Fantozzi.

Almeno, loro non saranno obbligati a guardarla. Nel loro sabato si alzeranno dalle sedie arrugunite da quel bellissimo e azzurrissimo mare mai calcolato da nessuno prima che venisse scoperto da Tornatore, e gireranno, gireranno ancora, a cercare qualche volto conosciuto per farsi certificare la presenza.

La cittadina è bellissima, stupenda. Soprattuto d’inverno, quando è svuotata dal “gregge” che pascola nel suo ventre in quel di luglio che, se “avvistato” durante cortometraggi e lungometraggi noiosissimi, tornerà felice a casa, più ignorante di prima in materia ma consapevole che domani si dica di essere stato visto a Marzy.

 Cazzo, come possono chiamarlo Marzy,? Sembra il nome di un aperitivo! Roba da far rivoltare le ossa alle grandi famiglie di pescatori del luogo.

M.R. - ago 2013

 

IN RICORDO DI LITTLE TONY

Musica leggera italiana, musica nazional popolare, musica di un’Italietta che, seppure quel po’ burina e con pochi laureati, con il pelo ancora sotto le ascelle, sul petto e nell'inguine, nonché sulle gambe, donne comprese, aveva ancora sogni e speranze e in cui le questioni venivano ancora prese seriamente, quando si dava una parola la si manteneva, i politici sapevano fare i politici, e i cantanti sapevano stare al loro posto, e tutti stavano al loro posto, con modestia, senza inventarsi chissà cosa, senza inventarsi di essere chissà chi, senza arroganza, ringraziando, ringraziando sempre. E la cultura era ancora la cultura, e gli intellettuali sparavano a segno, e il PCI era ancora il PCI, e l’MSI era ancora l’MSI, e la DC era sempre la DC, ma il tutto chiaro, anche se poi la politica, in democrazia, è sempre la solita politica.

Comunque umiltà, rispetto nei confronti di chi sapeva più di te, rispetto per l’autorità, rispetto fra gente, le sacralità e i ruoli mantenuti. Little Tony ha espresso quell’Italia, e con lui Bobby Solo, Caterina Caselli, Mino Reitano, Tony Dallara, la prima Mina, il primo Celentano… poi tutti si sono montati la testa, dal ciabattino al Presidente della Repubblica, tutti dicono, tutti pernacchiano, tutti sbruffano, tutti pontificano, tutti sanno tutto, tutti ti sbattono il “non sa chi sono io” in faccia, tutti se la tirano, tutti sono in merda, come siamo in merda, perché ce la siamo tirata, la merda, da coglioni quali siamo, dai soliti provincialotti di turno, dai soliti boriosi da dopolavoro ferroviario. Una notte (1975 o 76) ero a pescare anguille in una golena del Po di Gnocca, in provincia di Rovigo.

Sull’altra sponda il paese di Camerini. C’era la sagra del patrono. Il vento tirava dal mare, quindi mi arrivava il suono delle giostre, addirittura il parlare e il gridare della gente che faceva passeggio lungo l’argine.

Verso le 22 una voce da un altoparlante spara in rodigino: “Signore e signori ecco il momento più importante di questa serata, dai palcoscenici di tutto il mondo e venuto da noi uno dei più famosi cantanti italiani, Little Tony con la sua orchestra, un bell’applauso !!!” e giù un battimani da stadio.

Poi arriva Little, ringrazia in mezzo romanesco, e parte lui e la sua band con un rock and roll di Elvis, masticando mezze parole in inglese e mezze in anglociociaro. Poi via col suo repertorio, mentre io sorridevo beato tra la cattura di un’anguilla e l’altra e un sorso di rosso del Bosco della Mesola. Finale con “Cuore matto”. Ovazione, bis, poi ancora un altro bis, e, mentre pescavo, mi sono cuccato tutto lo show di Little. Poi baci al pubblico. Poi Little chiama sul palco alcune ragazze di Camerini, allora plaga isolata dal mondo, infatti sta su di un’isola dove ci si arrivava solo tramite un ponte di barche, adesso un super arco in cemento armato la unisce al continente. E le ragazze, al microfono, in dialetto rodigino, salutano mamma, papà, i nonni, il prete, il maresciallo dei Carabinieri, il fidanzato sotto naja e domandano a Little altre canzoni, e lui le fa, dedicandole.

Oltre 2 ore e mezza di concerto del Piccolo Tony, senza risparmiarsi, portando un USA dè nò àtri in quell’angolo di penisola conosciuto solo da noi pescatori o dai cacciatori, perché là, nel Delta, una volta c’era il nulla, zanzare, sole a picco d’estate, nebbia d’inverno e il Po, che dava da mangiare a quella gente di confine. Mi ritrovai ad applaudire anch’io, in chiusura della sagra di Polesine Camerini, io che ascoltavo il jazz, il pop, il country, lo sperimentale e me la tiravo, nei miei 18 anni. Beh, quella sera non me la tirai e ancora sorrisi, sorrisi beato. Ciao Piccolo Tony. Mi sei sempre stato simpatico… poi avevi l’Harley anche tu, e tra fratelli la V di Vittoria vale sempre un saluto.
 

Gian Ruggero Manzoni    https://www.facebook.com/gianruggeromanzoni   http://www.gianruggeromanzoni.it/

 

 

RICERCA O F35?

 

Se la legge di Stabilità passerà al Senato così com’è, produrrà un tale colpo di mannaia all’Università Italiana da ridurre al collasso metà degli Atenei in termini di servizi agli studenti, ricerca scientifica, edilizia universitaria, arruolamenti di giovani ricercatori, funzionamento, ecc.

Servono 300 milioni di euro, equivalenti al costo di 4 cacciabombardieri F35, solo quattro in meno nella lunga lista dei prossimi acquisti ordinati dal potere militare che scalda il sedere sulle poltrone romane.

Eppure è stato detto e ridetto mille volte: investire nella ricerca è l’unico, indispensabile strumento per lo sviluppo di un Paese civile. E’ l’unica via, senza c’è solo l’appiattimento totale di una Nazione, che a scadenza ventennale pagherà poi conti salatissimi perché dipenderà da altri che hanno operato meglio.

Perché questo? Perché nel sottobosco burocrate c’è chi fa resistenza a diminuire gli armamenti. Nonostante gli appelli di Napolitano, del mondo culturale, della Chiesa, dell’opinione pubblica e di fronte all’evidente esigenza di investire in un futuro ricco di sapere, innovazione tecnologica, miglioramento genetico e ricerca scientifica volta a scoprire nuove forme di lotte contro le malattie inguaribili e soprattutto di avvenire dei nostri ragazzi (“tuttituttimapropriotutti” i nostri ragazzi), ci sono sciacalli che dicono “No, grazie. Giochiamo alla ‘fruttuosa’ guerra”.

Quindi meglio far svolazzare inutilmente quattro “fabbriche di vedove” in più nei cieli dell’Afghanistan, sprecando miliardi di kerosene solo per far pattugliamento (gli americani non ci permetteranno mai di fare altro), che investire in progetti molto più intelligenti e lungimiranti, ma soprattutto utili per il genere umano.

Probabilmente i soldi si troveranno altrove, piangerà qualcun'altro. Ma loro niente da fare, sulle forniture militari di una Nazione che nel panorama bellico mondiale vale poco o niente, non mollano. Però l’obiettivo prefissato è stato raggiunto, e le tasche dei soliti furbetti si saranno già gonfiate. Capisco che l’altro obiettivo, il piano segreto, è quello di far studiare solo i figli dei ricchi, anche se somari; perchè quelli degli operai non devono apprendere o fare carriera, né tantomeno sapere o istruirsi. Ma questo era un ragionamento borbonico che valeva solo ai tempi dei Granducati del Risorgimento. Oggi fa solo ridere.

Lo so che le vostre sette, i Massoni, i Gesuiti e l’Opus Dei sono ancora molto potenti ma, cari Venerabili, provate a privare il diritto allo studio alle nuove generazioni, ricchi o poveri che siano, e ve ne pentirete: oggi (non solo in Italia, ma in tutta Europa) vi faranno un mazzo così, molto peggio delle Facoltà occupate negli anni Settanta. Poi non lamentatevi dei poveri poliziotti malpagati che avranno la peggio contro la rabbia degli studenti o delle continue fughe dei cervelli italiani. Rimedierete con la carità di Theleton? Cazzate, solo spettacolari cazzate a forma di passarella televisiva.

Quest’anno il Buon Natale non voglio inaugurarlo né al Ministro Profumo, né al Ministro della Difesa perché solo uomini di passaggio. Lo voglio augurare a quei signori col copricapo coperto di ridicole stoffe dorate.

Cari Generali, come in una famosa canzone, quest’anno le vostre cinque stelle saranno cinque lacrime sulla pelle di migliaia e migliaia di persone che nemmeno conoscete. Sono i malati di cancro, sclerosi multipla, AIDS, varie forme di leucemia, morbi di Hodgkin, Creutzfeldt-jacob, Fibrosi cistica, Schindler, ecc., tutte persone che, con l’aiuto della ricerca, aspettano dai laboratori scientifici la formula giusta per la loro guarigione. Sono pure consapevoli che non arriveranno in tempo, ma sperano almeno che il loro martirio possa servire agli scienziati che hanno loro chiuso gli occhi per salvare altre vite umane.

Voi invece state cancellando anche questa loro speranza, fieri davanti alle finestre illuminate dalle luci del vostro “ottimo e abbondante” albero di Natale, mentre vedete sollevarsi in cielo altri quattro F35 che andranno a sparare missili miliardari ai culi di cammelli in fuga nei deserti del mondo.

Cari Generali, quest'anno desidero porgervi i miei migliori auguri per un santo e sereno Natale, anche da parte di chi sta morendo. E di chi morirà.

 

Mimmo Rapisarda (dicembre 2012)

 

 

..La Coldiretti ha tracciato un bilancio provvisorio dei danni causati dallo sciopero all'agroalimentare: nell'ultima settimana, secondo l'associazione, ammontano ad almeno 50 milioni di euro. Coldiretti sottolinea "l'importanza della ripresa del trasporto merci nell'Isola" ma evidenzia che "al danno economico immediato va aggiunta la perdita di credibilità con la grande distribuzione europea pronta a sostituire il prodotto Made in Italy con quello proveniente da Paesi come la Spagna e Israele, diretti concorrenti della produzione siciliana nell'ortofrutta".

"Sugli scaffali dei supermercati dell'isola e in quelli nazionali ed europei - sottolinea l'associazione di categoria - mancano i prodotti siciliani perché i mercati ortofrutticoli sono bloccati e decine di migliaia di litri di latte sono rimasti fermi nelle stalle, nei caseifici e nelle autocisterne e dovranno essere buttati con danni enormi per gli allevatori che devono assumersi anche il costo dello smaltimento. Perdite consistenti si registrano per tutti i prodotti deperibili come i fiori con l'impossibilità di effettuare le spedizioni necessari per raggiungere i clienti fuori dell'isola. La situazione di difficoltà delle aziende agricole siciliane evidenziata dalla protesta è reale ma la crisi in queste condizioni rischia di aggravarsi e occorre agire subito e con responsabilità avviando un tavolo permanente tra governo, Regione e rappresentanti di categoria"... (La Sicilia del 22.1.2012)

La più grande regione d'Italia in ginocchio una settimana... per niente.

Il paradosso è che il resto d'Italia nemmeno se ne è accorto! Diciamo che si è bendato gli occhi. I TG hanno esposto il problema degli autotrasportatori solo adesso, quando i disagi li hanno avuti  tutti gli italiani, però senza pronunciare sfacciatamente una sola parola su quello che ha subìto e dovuto subìre la Sicilia.
Resta il fatto che a pagare siamo stati solo noi, che ancora ci lecchiamo le ferite per l'autolesionismo che ha provocato questa protesta. Durante l'affanosa ricerca per rifornirmi, mi lamentavo con un conterraneo in fila alla stazione di servizio fin dalla mattina, era già in pigiama e pronto a passare la notte al freddo dentro l'auto per non perdere il posto conquistato. Gli ho chiesto "ma si rende conto che i Forconi ci stanno usando per scopi commerciali e che dietro tutto ciò c'è qualche furbetto che ci marcia?" Mi ha risposto "Lo fanno per noi". Gli ho ribattuto "No, lo fanno per loro; ma lei l'ha capito, almeno, perchè lo farebbero anche per noi?" Mi ha risposto "Non lo so."

Ecco in che mani saremmo stati.

Mi sono allontanato con una gran voglia di sputargli e di leggergli i risultati (vedi sopra) di questa follia collettiva che noi siculi abbiamo pagato a caro prezzo per ignoranza; una stupida e catastrofica rivoluzione durata cinque giorni che ha lasciato ambulanze in panne, malati che aspettavano sangue mai arrivato e che in positivo ha prodotto soltanto 1.000 richieste di Cassa Integrazione per le mancate spedizioni di prodotti siciliani, aggiunte alla perduta credibilità nei canali commerciali internazionali. Anzi, il futuro non si prospetta roseo perchè gli abituali acquirenti (specie quelli del settentrione europeo) che in questi giorni non si sono visti garantiti dalle spedizioni nostrane, hanno già deciso quali saranno i loro prossimi rifornitori, specialmente per l'agrumicoltura: Spagna e Marocco. Questo, per la nostra terra, è un disastro.
Il sogno dei Forconi, gestito in modo pessimo e che farebbe rivoltare le ossa a Finocchiaro Aprile, ci ha lasciato soltanto un clamoroso risveglio nel NIENTE, con la certezza che il prezzo della benzina rimarrà invariato anche in Sicilia (pagheremo come tanti crasti peggio dei tempi del Gattopardo, nonostante dall'Isola si estragga e si raffini il 40 % del fabbisogno nazionale) e che, soprattutto, il Flop di questi signori ha creato soltanto sacrifici senza scalfire l'interesse dei nostri problemi da Reggio Calabria in sù. 

Volevano davvero bloccare tutto? Bene: dovevano costituire i presìdi agli ingressi dei traghetti senza far uscire una goccia di carburante (nostro) dall'isola, per impedire al continente di rifornirsi e così metterlo in mora. Allora sì che a Roma si sarebbero resi conto del problema, riconoscendo che forse il grande serbatoio Sicilia uno sconto sul prezzo del carburante lo avrebbe meritato. E invece no, i nostri fratelli Forconi hanno bloccato solo i loro conterranei, arrecando loro gravissimi disagi mentre gli italiani circolavano tranquillamente ignari di tutto. Praticamente hanno protestato contro loro stessi, per questo ribadisco il fallimento di tutto il Movimento.
Questo, a memoria, per tutti i Masanielli qualunquisti che inneggiano nel web a "indipendenze del cazzo" senza sapere da dove cominciare e soprattutto dove andare.
Se vogliamo davvero e "democraticamente" cambiare le cose in Sicilia (non parlo da conservatore, nè da Borbone), esorto i siciliani a non trasformarsi in Garibaldi della Domenica, perchè oggi faremmo solo ridere. Quindi, inviterei a rileggere ciò che scrisse Paolo Borsellino: "La rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, è più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello."

Fino a quando dipenderemo da Roma, alle prossime elezioni politiche riflettiamo attentamente su chi stiamo mandando a rappresentarci a Montecitorio, stampiamolo bene in mente che in questi giorni nessun deputato o senatore siciliano ha fatto un'interrogazione al Ministro delle Telecomunicazioni in merito all'ignobile silenzio della TV di Stato sui fatti di Sicilia. La nostra guerra dei Vespri cominciamo a farla in quel metro quadrato, dove nessun mafiosetto può vedere dove segniamo la croce sulla scheda. Ma soprattutto facciamoci valere scrivendo con quella benedetta matita, anzichè postare su Facebook o cinguettare su Twitter .... "ad minchiam".

 (M.R.)

 

 

NE VEDO SEMPRE DI PIU'

(Mimmo Rapisarda - nov 2011)

 

Ne vedo sempre di più, e mi capita proprio di sabato.

Cosa? Di vedere seduti al tavolino il padre e il figlioletto, perché probabilmente è il sabato l’altro giorno in cui è consentito al genitore, separato o divorziato, di vedere il proprio figlio. Però, in che modo?
Col padre, chiaramente, il bambino non ha la stessa confidenza che ha con la madre e quindi l’’approccio non è proprio diretto, il dialogo non è scorrevole e le battute non sono abituali ma, per entrambi, soggette al timore di infrangere le regole dettate dal giudice, dalla psicologa, dall’assistente sociale. Pertanto quella consumazione, che dovrebbe essere un momento felice, si trasforma in una sorta di tortura. Il bambino, per compiacenza, opta per un succo di frutta che ne farebbe volentieri a meno purchè gli arrivi da parte del passivo papà l’invito a una corsa sul bagnasciuga, a fare pazzie in curva allo stadio o al limite il suggerimento - anche dicendogli scemenze, autorizzate a fin di bene - per i prossimi acquisti Ninja. Insomma, tante coccole attraverso piccoli stratagemmi volti a conquistarlo, anche se solo una volta alla settimana. Ma soprattutto, parlagli. Caspita!
Invece, davanti al suo Campari Soda con olive e salatini, suo padre non vede l’ora che finisca quel momento per lui divenuto insopportabile, con quell’esserino creato proprio da lui che adesso vede solo come una “questione di principio in mezzo alla gara fra gli avvocati delle parti” in una situazione paradossale che più che un piacere sta diventando un dovere (o meglio, una ripicca nei confronti dell’ex moglie).
Senza rivolgergli una sola parola, smanetta sul cellulare per vedere se gli arrivano messaggi dalla sua attuale compagna. Nel frattempo, la madre, a casa e in assenza dell’ingombrante presenza del figlio, non è da meno. E il bambino lo sa, sa tutto. Uno spettacolino settimanale evidente a tutti gli astanti seduti a tavolino, un cast che diventa man mano sempre più ampio, in cui gli attori non vedono l’ora di finire la farsa offerta al pubblico.
Eppure questi nuovi bambini, cioè quelli di questa generazione, sono molto più forti rispetto a noi degli Anni Settanta che una situazione simile l’avremmo vissuta in maniera drammatica, da far sfociare poi in fiumi di tragiche lacrime, antichi tabù e ripercussioni psicologiche. Questi, invece, hanno le spalle larghe; sono molto più freddi, insensibili e affrontano la separazione dei genitori con la massima serenità. Per loro, vedere il papà o la mamma allontanarsi dal nido familiare equivale ad una inevitabile tappa del loro percorso formativo, simile al primo giorno di asilo (traumatico anche quello!), al catechismo o al terrore dell’ostia della prima comunione (idem c.s.). E' un evento che fa parte della loro vita; sanno che nella loro infanzia, prima o poi, arriverà. Per questo non si considerano figli jellati, perchè consapevoli che la stessa sorte toccherà a quasi tutti i loro compagnetti di classe.
Stamattina lo osservavo quel bambino, col padre totalmente assorto dentro il display del cellulare. Mezz’ora assoluta di silenzio fra loro, intervallata da sporadici “ti piace?”, forse uno ogni dieci minuti. Ognuno di loro non aspettava altro che arrivasse il conto per scappare via da quella incresciosa circostanza. Alla fine il bambino, essendo ancora tale e non ricevendo alcun input dalla statua di marmo che aveva di fronte, solleva la cannuccia dal bicchiere e si improvvisa spadaccino, ingaggiando una disputa contro un immaginario avversario che solo lui vedeva sul muro di fronte.
Naturalmente il padre non si accorgeva di nulla ma io, vedendo armeggiare suo figlio in singolar (è proprio il caso di dirlo) tenzone, avevo una gran voglia di dire “Cavaliere, ti getto il guanto sul tuo succo di frutta, e ti sfido a duello! Sono pronto!”. Proprio per farlo giocare un po’. Ma dopo aver pagato sono andato via, schifato.
Ciao, dolce bambino. La prossima volta ordinerò un aperitivo vestito da D’Artagnan. Mi riconoscerai subito. Te lo prometto.

 

 

BENTORNATI!

(Mimmo Rapisarda - ago 2010)

 

Fra le news del mese, solo un polpo "liscio" (non di sale, ma di spirito) e gallerie fotografiche. Cari amici, vi scrivo. E' questa la novità.

Quest'altra calda estate finisce e lascia all'ultimo scaffale in fondo al ripostiglio colonne di CD contenenti le foto dell'ultimo viaggio che nessuno vedrà mai, ma chi è rimasto in città nelle "due fatidiche settimane" ha dovuto fare i conti con noti problemi di sopravvivenza. C'è chi ne ha approfittato godendosi il silenzio e la tranquillità, chi scattando stupende fotografie, chi leggendo o dipingendo, chi scoprendo le insolite immagini dei semafori che lampeggiano senza automobili. Appunto, che c'è di meglio di  un Ferragosto con le strade deserte del Centro, dove in questo giorno particolare i parcheggi a strisce blu si allargano a macchia d'olio prima che, a distanza di un solo mese, cominci l'odiato anno scolastico? Proprio quel giorno, privandola della coperta di metallo, si scopre il sottobosco urbano della città e quanti invalidi, poveretti, siano residenti a Catania: almeno un parcheggio ogni centro metri, tutti per loro ed ovviamente sotto casa. Signori, la vogliamo finire? 

Meno male che in quei momenti ci accorgiamo anche di altre cose più belle alle quali, seduti in auto e in fila, non facciamo caso. Infatti solo in quel giorno solleviamo il naso per scoprire quanto siano belli i cornicioni e i tetti della nostra città, scoprirne gli antichi cortili, o certe trattorie che solo per te preparano le "Sarde a Beccafico" come le sanno fare qui; oppure i negozietti nascosti che vendono quell'oggetto che cercavamo disperatamente da tempo, che non abbiamo trovato nemmeno su e-Bay ma che, invece, era proprio sotto i nostri occhi. A chi è rimasto gli si è offerta anche la soddisfazione di andare a pagare le bollette all'Ufficio Postale senza fare alcuna fila, praticamente uno spasso da giostra: si entra, si prende il biglietto A272 che si illumina immediatamente; ti presenti trionfante davanti all'impiegata e, visto il tempo ancora a disposizione, dopo avere pagato la multa ti viene anche voglia di portarle una granita al caffè per farle passare quello sconforto dovuto a solitudine da pubblico impiego. Una patologia, visto il cronico blocco del turn-over, che si diffonde sempre di più.

Però bisogna anche vivere, no?  E quindi c'è stato pure chi ha cercato di farlo, girovagando fra queste saracinesche selvagge ancora imbrattate di scritte contro la tessera del tifoso (con tutti i problemi che ci sono in Italia, sembra che sia questa la prima necessità della nostra società) o di messaggi d'amore con decine di X, 6, K, che all'inizio partono bene ma poi cambiano strada, crollano e si frantumano più in basso sotto i colpi di azzardati congiuntivi aggiunti dall'avventuroso autore. In alcuni esercizi ancora aperti mancava addirittura la merce, sembrava di stare nei supermercati bulgari, altri hanno fatto a gara a chi chiudeva prima. Nonostante si facciano ripetuti appelli da parte di Prefetture, Camere di commercio, ecc.. mai come quest'anno le serrande si sono chiuse così, senza criterio: tre settimane, tutti assieme e nella stessa strada! Per fortuna, abitare in una città come quella mia significa villeggiare  tutto l'anno in un hotel a cinque stelle; vuol dire uscire da casa e in un battibaleno arrivare a 3.000 metri alla cima del vulcano, e in mezz'ora scendere dai suoi fianchi, scortati da mille fuochi d'artificio festosi, attraverso lussureggianti foreste, colline, agrumeti, per poi decidere dove tuffarsi: o da una delle scogliere più belle del mondo o da un arenile dorato che aspetta da decenni per poter decollare. Qui vengono apposta in vacanza. Noi invece ci viviamo e non ce ne rendiamo conto, nemmeno quando stiamo sdraiati sul lettino davanti ad orizzonti hawaiani, convinti di essere là ma con il respiro della città alle nostre spalle. A soli cinquanta metri. 

Il giornale, tranne a Ferragosto, non ci lascia mai. Ogni santo giorno di agosto fa bella mostra di centinaia di reginette, stellette, Veneri, donne-in e donne-up premiate nei comuni etnei che festeggiano l'estate. Tutte quelle belle ragazze sfilano su palchi in legno traballanti, emozionate con la fascia e la corona, a tentar di coronare il sogno della loro vita: diventare Miss Italia o, al limite, fotomodella. In povera alternativa (che poi sarebbe ancora meglio) velina in Tv, che se viene impalmata da un calciatore di seria A significa il non plus ultra! Per ora coronano soltanto la pubblicità di piccoli commercianti locali e politicanti seduti in prima fila. Sfogliandolo ancora, leggiamo del jet-set della città che acquista addirittura un quarto di pagina per rendere nota l'ultima, patetica, photo-gallery dedicata al compleanno della Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare di turno (ma che ce ne frega?), circondata da amici abbronzatissimi che sfoggiano abbaglianti sorrisi su abiti bianchissimi. Per far risaltare l'epidermide, che vi credete? Quando li vedo sulle pagine di Facebook - che se per disgrazia non sono presenti, si disperano come se fossero stati sbarcati a calci dallo yacth di Briatore -  non so se ridere o piangere vedendoli fare a gara per apparire nell'album del crazy-party sulla villa al mare. Dopo un'ora di falsa e noiosa cordialità bisogna scappare via, via, via. Ma dove?

Se sai davvero apprezzarla e riuscire a coglierne tutti gli aspetti positivi (e non è facile), suggerirei in direzione di quella genuina, altra frangia che col caldo estivo si riappropria del "passeggio" estivo etneo. Lì sì che c'è davvero da divertirsi, perchè niente è ipocrita, nessun movimento viene fatto per parata. 

Sarò crudele nei loro confronti? Nooo.. ma è mia abitudine, d'estate, andare ad osservarli quando... origliando origliando... faccio il mio duepassi-dopocena per prendere una "salutare" boccata d'aria. Parcheggio l'auto (di prossima rottamazione e a conoscenza del "tradimento", ormai alza e abbassa i finestrini col rumore di "Resta ccu me") e occultato il "cadavere" - il sacco della spazzatura - mi avvio su quello straordinario lungomare costruito sulle sciare di Ognina ai tempi belli di Catania ma oggi infestato da maledette colonie di Punteruoli rossi, spietati parassiti che hanno decimato le nostre bellissime palme tunisine.

Fra quello che resta della vecchia vegetazione (qualche genio le ha trasformate in poltrone), ad orecchie spalancate cammino in quell'oceano di "gente mia" per auscultarla, prendere appunti dal suo spontaneo e ruspante  "essere", oppure soltanto per sentirla bisbigliare. O meglio, sparlare. Peccato che da un po' di anni quel tratto di strada, grazie a loro, è diventato una piccola casbah; non sembra più di essere a Catania, ma in uno di quei suk situati sulle coste nordafricane. Sì, lo so, sono sporcaccioni, incivili,  privi di ogni senso civico, responsabili delle tonnellate di spazzatura prodotta sulla scogliera dai loro panini da "Biochetasi". Ma spero tanto che un giorno capiscano che quella bellissima sciara sul mare è anche loro, che possono annusarne le brezze serali senza insozzarla, che pulita ce la invidierebbero ancor di più e di questo dovrebbero esserne fieri e che riappropriarsi della città non significa imbrattarla e usarla come una pattumiera personale. Forse un giorno lo capiranno. Oggi, purtroppo, ancora no. Sono troppo occupati ad acquistare cosmetici fasulli da far rabbrividare la pelle (nel vero senso della parola) e scarpe da tennis che produrranno loro dannosissime verruche. Troppo occupati, in quelle bancarelle, a guardare il loro cantante preferito durante il video-promo del suo ultimo CD: seduto in camera da letto che piange e canta, davanti ai carabinieri che lo vengono a prendere all'alba, "Suonn'e carcerato, mammà!" 

Ma c'è una cosa da dire a loro discolpa: .... zoticoni (zaurdi dalle mie parti) sì, ma veri! Tutto è autentico così come lo si sente, prendere o lasciare: le mamme che cercano i figli "Noemi, unni si 'a mamma, Cristian, Jessica, Kevin ... appena v'acchiappu v'assuntumu!!.  L'innamorato in lite con la zita: "Su tri uri ca mi teni a fungia. Gioia, ma cchi ti fici?!" . Gli amici che si raccontano: "m'bare, a machina nova a pigghiai vintimila euri. Ma non era n'autoritaria? m'bare, ma quali, spatti senza oppss!. Appoi a sbagnai c'un bellu piattu di pasta cche mongoli!'  M'bare biatu a ttia, io ho l'intolleranza ai glutei e problemi di abete. Altri si lamentano per il clima: .... ufff.. c'è caldo, sto fando una fauna perchè in città non si respira, la colpa è di  questo smoking tremendo! E l'altro: No guarda, lo escludo a priolo, la colpa è tutta del buco nell'azolo!

Che bellezza, anche questa è cultura, accidenti. Ascoltare il popolo, quello vero, fin dentro le sue viscere, proprio come fecero Verga e Martoglio.

Comunque, colti e ignoranti, benestanti e meno abbienti, belli e brutti, falsi nobili e nobili cafoni, bionde naturali e ossigenate, son tornati quasi tutti dalle ferie. E quando tornano a casa son tutti uguali. Me li immagino già lì davanti agli amici, sprofondati a sei e otto sui divani buoni, mentre con sfacciata  fantasia racconteranno delle loro imprese turistiche alla Indiana Jones nei fiordi norvegesi, nella striscia di Gaza, nello Yemen, nella cordigliera delle Ande, nella Terra del Fuoco. Belli e abbronzati ci diranno che han fatto tutto da soli, che hanno noleggiato auto e scooter d'acqua scorrazzando sulle isolette che se non te ne fai almeno una nell'estate sei cancellato a vita; che hanno fregato un tunisino sul prezzo del tappeto acquistato alla Medina; che hanno affittato una vecchia casa di pescatori a niente; che hanno prenotato esclusivamente low cost perche fa fico, che hanno volato con compagnie da quattro soldi passando con estrema disinvoltura attraverso quaranta coincidenze che nemmeno uno steward della Lufthansa ci sarebbe riuscito; che hanno scattato migliaia di foto per reports spettacolari.

Purtroppo i bugiardoni non vi diranno mai di come sono andate davvero le cose. Perchè quelli indimenticabili, in positivo, di viaggi ne rimangono ben pochi. Il concetto di fare un bel viaggio deve essere dettato dal vero desiderio di visitare un luogo, e se quel desiderio è tale da raggiungere la meta anche a piedi (o a quattro piedi)... bè, allora sì che diventa indimenticabile. Per il resto, si viaggia per sentito dire o solo per quello che ordina il vento soffiato dal trend.

Se trent'anni fa qualcuno avesse solo ipotizzato un viaggio in Croazia sarebbe stato scambiato per pazzo. Oggi ci devi andare, non te la puoi perdere. Arriverà, arriverà il giorno in cui la moda dell'estate sarà la pastorizia nell'entroterra albanese. Sembra assurdo, ma un giorno si farà! Fidatevi, conosco i miei connazionali.

Indimenticabili, invece, saranno stati lo stress causato dalle prenotazioni della vigilia, dagli imprevisti dell'ultimo momento, dagli aerei perduti perchè non hanno aspettato la coincidenza, dall'impiegata innervosita al check-in che vi nega la prenotazione fatta sul web, dalla tassa doganale pagata all'aeroporto per quel tappeto creduto un affare presso il tunisino di cui sopra. 

Non parlo poi della depressione alle file davanti ai traghetti, della ricerca delle valigie, delle pre-ansie per le estrazioni del viaggio a cinque stelle e dalle post-truffe perpetrate da certi tour-operators. E poi, gli imprevisti in loco: le topaie all'arrivo che non corrispondono per niente a quelle viste su internet, la scarlattina dei bambini, il marito sul pedalò con la bagnina che non è più tornato; la moglie al parco commerciale che ha fatto festa al conto corrente; i suoceri che stanno male all'altro capo del mondo; il nonno che bussa con veemenza ma senza successo alla porta della badante polacca;  i vicini di stanza che le gridano "dagliela, per favore, che vogliamo dormire!"; la figlia quindicenne che si massacra la notte col suo cellulare, sprigionando tanti sms in cielo da far concorrenza alla volta celeste nel mese di agosto. 

Tutto ciò non ve lo diranno mai!

Diciamoci la verità. Ogni anno i villeggianti tornano dalle ferie abbastanza stressati, e sotto sotto hanno una gran voglia di riposare sul proprio letto e riprendere le vecchie abitudini. Dopo tanto stress il rientro a casa è il momento magico che durante la vacanza hanno sempre sognato: sprofondarsi sul divano relax non ancora finito di pagare, strafogare tutto il cibo che è rimasto in frigo anche se scaduto e sottoforma di stalattiti (sempre meglio di quello preso al Grill Pavesi), accendere il climatizzatore e il 42 pollici Full-HD (idem c.s.), sintonizzarsi su Sky sport e farsi una maratona di calcio estivo che l'hanno avuta sul groppone per dieci giorni fino a commuoversi come in un film strappalacrime; addirittura hanno desiderato di vedere anche Albinoleffe-Portogruaro quando stavano partecipando al settimo Bingo in uno di quei micidiali villaggi turistici. Si sarebbero accontentati anche della Signora in Giallo, oppure delle numerose caserme di Carabinieri e commissariati sparsi nel mondo televisivo (rigorosamente in replica, alla faccia del canone) in cambio del maledetto 14 pollici che trasmetteva a stento venditori di dubbia gioielleria e tappeti persiani fatti a Capua, con l'antenna traballante a causa di sciami che le volteggiavano intorno. Tutto questo "stato di benessere"  aveva luogo in quella famosa casa di pescatori a due passi dal mare (così era scritto) ma che in effetti era lontana quindici chilometri dalla costa, in piena campagna e infestata dalla più grande migrazione entomologica mai avvenuta in natura!

Ragazzi, che fatica le ferie comandate! Per fortuna sono già lontane le notizie dei tg che annualmente ci torturano con gli esodi biblici delle partenze e quelli apocalittici del rientro. Per far notizia, con estremo cinismo ci raccontano degli incidenti stilando classifiche di morti e feriti proiettate su macabri grafici, al fine di scoprire, fra tutte le annate, chi ha vinto lo scudetto delle stragi stradali. Ci raccontano pure del caos provocato dai coglioni che ancor oggi partono la mattina del 14 agosto. Ma dopo tutti gli incitamenti alle partenze intelligenti, francamente non sono proprio sicuro se questi siano davvero dei coglioni, perché quelli autentici te li ritrovi mentre viaggiano tutti assieme nelle notti "intelligenti" del 13 o del 16.

Finalmente, quando arriva la fine dell'estate e il momento di rientrare, ogni anno si ridanno appuntamento dove finisce l'autostrada come se quel luogo fosse la sede di un club di disperati. Tutti lì, assieme,  ad asfissiarsi dentro le roventi lamiere pagate a cambiali per sette anni, sognando quel miraggio che hanno davanti che si estende e si accorcia come una fisarmonica lunga un paio di chilometri, ora vicino e poi lontano, prima cristallino e poi fioco e traballante, ora a portata di mano e all'improvviso irraggiungibile: il casello dell'ANAS.

E in quel deserto di asfalto nero, l'ombra dell'agognata tettoia con la scritta "contanti" è un'oasi in cui si brama la tanto desiderata visione celeste: non una mano divina, ma quella del casellante che ritira i soldi del pedaggio, quindi la.... libertà! Ah, casa dolce casa, arrivo! 

Ma quanto durerà? Ci scommetto che l'anno prossimo ci ricascheranno.

Bentornati!

(Mimmo Rapisarda - set 2010)

NATALE 2007

(Mimmo Rapisarda)

E anche quest'anno è arrivato: Arriva sempre puntuale, nemmeno il tempo di accorgersi che l'estate ha appena chiuso le sue porte, che all'improvviso arriva questa festa, forse l'unica che valga la pena di ricordare.
In questi giorni mettiamo in moto tutta la parte buona della nostra anima. Per incanto diventiamo buoni, siamo attratti dai calendarietti fatti dai bambini poveri, dai barboni per strada, siamo propensi ad opere di bene, a generose mance. Tutti assumiamo atteggiamenti meccanici, dettati da un calendario che diventa sempre più commerciale.Capita così che durante certe date ci mettiamo una maschera addosso e diventiamo innamorati solo il 14 febbraio, buffoni solo per il carnevale, femministe solo l'8 marzo, mammoni solo a maggio. Ti voglio poi, dopo Santo Stefano! Vorrei vederli gli innamorati il 15 febbraio, o gli sfrenati Pulcinella il mercoledì delle ceneri.
E così è anche in questo periodo, siamo pieni di auguri fervidi, cordiali, rispettosi, calorosi e auguriamo un felice e prosperoso anno nuovo a tutti, anche ai nemici. L'aria pungente e frizzantina ci brucia il naso e le guance, quel fumo che esce dalla bocca mentre parliamo ci ricorda quest'atmosfera. Le strade sono piene di gente, di autocarri fermi in doppia e tripla fila che scaricano nei negozi quello che è arrivato in ritardo a causa dell'ennesimo ricatto degli autotrasportatori al Governo (ma in realtà a tutti gli italiani). Non preoccupatevi, che in estate, quando dovremo andare in vacanza, arriverà anche l'altro ricatto: quello dei controllori di volo.
Questo è anche il tempo dei saggi e delle recite nelle scuole elementari. Io non posso mancare a quelli dei miei nipoti e sapendo che loro ci tengono non me ne perdo uno, per nessuna cosa al mondo.
Ma diciamoci la verità, quanta fatica! Questi saggi sono in realtà una grande parata militare! Ogni anno li vedo e sono sempre uguali: il coro dei bambini, dai più alti fino ai pulcini per intenerire un pubblico composto da mamme stanche e disperate perchè non sono riuscite a trovare quella particolare stoffa che richiedono queste maestre sempre più esigenti, sempre più pignole e nevrotiche.
La vulcanica direttrice scolastica, presa da sindrome di protagonismo, diventa la Milly Carlucci dell'occasione presentando e ricordando chiunque come si fa alla notte degli Oscar. Le maestrine di musica e canto, sapendo di essere anche loro protagoniste dell'evento, sfoggiano i loro abiti eleganti in questo momento "mondano" che aspettano da mesi e per il quale non hanno dormito la notte. Si vedono poi arrivare dei signori di mezza età in giacca e cravatta. No, non è una loro divisa ma sono inconfondibili per la loro faccia, ce l'hanno scritto in fronte: sono i politici. Sono il sindaco, l'assessore, che in queste occasioni fanno una scellerata opera di sciacallaggio sfruttando un momento magico riservato soltanto all'emozione dei bimbi. Presenziano in queste innocenti riunioni per farsi campagna elettorale davanti ai genitori sputtanando buoni propositi e promesse di opere che non realizzeranno mai; ricevono ringraziamenti dai direttori didattici per il contributo concesso chiedendo in cambio di sottolineare, nei ringraziamenti dei titoli di coda, il loro nome e cognome. Questi non sono lì per i bambini, sono lupi famelici simili a quello di Cappuccetto rosso proiettato poco prima in quei locali. E i bambini, se conoscessero la vera identità di quelle nonnine camuffate, scapperebbero via dal terrore.
Meno male (la cosa più sincera) che alla fine c'è anche il panettone al bidello, ma rigorosamente in pubblico con applauso allegato (per chi lo dona). I Direttori didattici ricevono poi i soliti omaggi floreali da parte dei genitori, assiepati in platea e coperti da cineprese e fotocamere con teleobiettivi che ho visto soltanto nella finale mondiale con la Francia, dietro la porta di Buffon. Questa è una di quelle occasioni per usare finalmente queste apparecchiature sofisticatissime, che non sanno ancora ben manovrare a causa di quel gran tomo delle istruzioni (450 pagine!). Quelle foto, quelle riprese, le faranno vedere ai nonni e poi andranno a finire in una sottocartella di Windows, nel dimenticatoio di decine di CD masterizzati al punto di non riconoscere più qual era l'anno di quella foto. Che era bella quell'unica, espressiva, originale fotografia, stampata, che da sola rappresentava tutto un evento, tutto un anno, tutta un'emozione.
E se quella particolare fotocamera la vuoi regalare proprio a Natale? Impossibile. In questo periodo è difficile ordinare e ricevere qualcosa nei tempi giusti. Quante volte, ai primi di dicembre, ci siamo sentiti dire "no, questo articolo non ce l'ho. Dovrei richiederlo.... sa, ci sono le feste.... non glielo assicuro, ma credo che arriverà dopo Natale".
E quanto durerà mai questa festa? Già dall'8 dicembre ti cominciano a dire che non ci si arriva, che se ne parla all'anno nuovo. E che dire dei documenti, delle pratiche, dell'autorizzazione urgente? Se ne parla dopo le ferie, come se tutti gli addetti siano partiti tutti assieme, all'improvviso, per la Finlandia!
Sono tre giorni, soltanto tre giorni..., ma è tutto il calendario che è una festa, quattro settimane in cui diventiamo più inoperosi di un orso in letargo! Non capiamo più se è domenica, sabato o festivo. A fine anno le scorte e la buona volontà si esauriscono e bisogna aspettare almeno il 15 gennaio per ottenere qualcosa. E quando arrivano i primi giorni dell'anno nuovo non c'è speranza, ancora peggio! Qualcuno che si ritiene fortunato si illude di trovare qualcosa, ma niente... dopo l'Epifania! E dopo quest'ultima festa (siamo secondi solo al Messico!) passa ancora un'altra settimana fino a quando la macchina Italia si rimette in moto a pieno regime! I corrieri cominciano a far ruotare i pneumatici dei loro Tir e la gente ricomincia a sperare sull'arrivo di quel che aspetta pazientemente da un mese.
Quindi non ci resta che aspettare a casa, in famiglia. Il Natale bisogna festeggiarlo con i nostri cari, si sa, è d'obbligo. Ma c'è chi, in quel momento, vorrebbe essere con un tutt'altro "caro", in tutt'altro luogo. Chi non l'ha mai provato alzi la mano!
Ci sarà sempre un ragazzo che sta alla finestra a guardare le altre illuminate dagli alberi di Natale pensando l'amata conosciuta a scuola, quella del primo banco, che per ora immagina come una Madonna e che gli sta facendo perdere la testa. Non l'ha più vista dal 22, da quando hanno fatto la festa al Liceo per gli auguri natalizi.
Ne è innamorato perdutamente, follemente. Da un paio di mesi il viso di lei ha traslocato nei suoi pensieri, armi e bagagli nella sua mente. E non vuole proprio sentire di andarsene, nemmeno con l'avviso di sfratto.
C'è la luna sui tetti, c'è la notte per strada. Ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale ... ma tu scrivimi per favore, scrivimi se ti viene la voglia.
I familiari si chiedono perchè è così triste, lo chiamano per giocare a carte ma lui è distratto, tanto distratto. "Dai, che c'è il discorso del Presidente". Ma chi se ne frega del Presidente? Lui è altrove, intento ad analizzare scrupolosamente tutte le domande e le risposte di questi ultimi giorni: "ma se quando ci siamo fatti gli auguri mi ha risposto così, allora vuol dire che....no caro mio, non ti fare illusioni, avrà un altro ragazzo, te l'ha fatto capire quando ha risposto al cellulare, si è messa a ridere, a chi rideva?.....però, a pensarci bene, con quella frase cosa avrà voluto dire?.... chissà adesso che fa, con chi sta festeggiando, se in questo momento mi pensa o non si ricorda nemmeno che esisto? che faccio, le telefono o no? mah, a gennaio prendo coraggio e glielo dico".
Secondo voi sta male? No, sta bene. Benissimo. Ha solo ricevuto uno dei regali che Dio ci ha voluto donare. Si chiama amore.
Passerà i giorni di vacanza a pianificare strategie, a leggere frasi memorabili scaricate da internet che dovrà imparare a memoria, poesie rubate a Neruda, filosofiche metafore per impressionarla; tutto un epico piano bellico per farla cadere alla riapertura della scuola. So già che sarà malinconico, che non mangerà, non dormirà, che avrà le farfalle nello stomaco, che si ammalerà di gastrite, ... ma non so, invece, se ci riuscirà. O se il suo cuore, impazzito per i propri battiti, farà cadere lui anzichè lei. O lo farà balbettare come un infante, oppure inciampare in un complicato discorso intellettuale in cui nemmeno lui riuscirà a sbrogliare il bandolo della matassa, col rischio di annoiare la sua preda.
Purtroppo per lui, Gennaio è ancora lontano e tutti questi giorni di festa fino a dopo l'Epifania (maledetto Natale!) non fanno altro che impedire i suoi meravigliosi intendimenti, non fanno che amplificare quello splendido malessere che si porta addosso, non fanno altro che fargli capire esattamente quale sia l'effettivo lavoro di un signore che si chiama Cupido.
Forse l'ha capito davvero quel giorno al Liceo, quando durante la ricreazione, per una frazione di secondo, i suoi occhi sono entrati dritti dritti dentro quelli di lei incrociandosi entrambi in un fugacissimo e infatuato attimo, come due stelle che si congiungono perfettamente in parallelo nella costellazione di Perseo. Un "plin" il cui rumore sarà percepito soltanto da loro due; un secondo brevissimo ma eterno, interminabile, giusto appena per consentire a qualcuno di scoccare una freccia. E quando un cuore è stato lacerato così pietosamente, proprio in questo periodo, sono cavoli! Due settimane che sembreranno secoli.
Passerà anche per lui, ma per quest'anno dovrà rassegnarsi a una festa diversa: quella che la sua anima turbata, già arrivatagli dallo stomaco fino in gola, gli riserverà. Gli organizzatori non si chiameranno Santa Claus o Befana ma Feniletilamina, Ossitocina, Endorfina, Testosterone. Tutte sostanze, i cosiddetti ferormoni, che vigliacche faranno baldoria nel suo cuore festeggiando anche il Capodanno, fino a sfiancarlo.
E il 7 gennaio mentre il nostro, carico di adrenalina, avrà molto da fare (speriamo bene) noi invece dedicheremo i primi giorni a un'altra sostanza: la Biochetasi, formidabile amica che ci aiuta a smaltire quelle autentiche follie di fine anno. Tutti a dieta! Ma quanto durerà? Se a dicembre i salumieri hanno fatto affari, in questo mese li faranno i farmacisti, i dietologi e le palestre. Buoni affari anche per i Pronto Soccorso, che nei primi giorni dell'anno riceveranno la visita di parecchi imbecilli. Comunque i buoni propositi finiranno presto, la buona volontà di perdere qualche chilo farà posto ai primi cioccolatini dentro la calza della Befana.
Dopo le spese pazze, faremo i conti con tutto ciò che si dovrà pagare nel primo mese dell'anno: bolli auto, canone tv, tagliandi di garanzia, tassa sulla spazzatura, conguagli vari, ecc.. (ma dov'erano nascoste tutte queste tasse?) e durante le interminabili file agli uffici postali, aspettando il nostro turno penseremo "ma com'è possibile che questo mese ho preso uno stipendio doppio e adesso mi ritrovo a fare i salti mortali per arrivare al 27? Dove ho sbagliato? A Capodanno forse?
Mah....riguardo all'anno che verrà, in passato qualcuno ha detto "ogni Cristo scenderà dalla croce...".
No, non scenderà nemmeno quest'anno. E' sempre lì che ci guarda, da duemila anni. Ogni giorno solleva gli occhi al cielo e dice "Padre, perdona sti poveretti perchè continuano a non sapere quel che fanno!".
A tutti quelli che mi seguono in questo sito auguro affettuosi, sereni giorni di festa .... e un nuovo anno davvero speciale (specialmente ai ragazzi che si riconosceranno nel cuore solitario che ho prima descritto).

 

C'ERA UNA VOLTA IL MIRAMARE

(Mimmo Rapisarda)

C'era, c'era.... eccome se c'era.

Fra qualche anno diremo così anche per questo altro pezzo di "quella" Catania che se ne va. C'era una volta, come c'era una volta il Diana, il Roma, l'Archimede e tanti altri. Demoliti da poco nobili interessi che niente hanno a che vedere col cuore degli ultimi nostalgici, come me. Dico questo perchè, forse, non riusciamo ad accorgerci che nella vita tutto fa parte di un ciclo e il ricambio naturale delle cose che perdiamo è una cosa normale. Però, a volte ci arrabbiamo per come accade questo ricambio.

Sfido qualsiasi catanese al di sopra dei Quaranta a dirmi che non c'è mai stato. Parlo di almeno una serata alla mitica arena Miramare, a Guardia Ognina.

Architettonicamente era spartana, mediocre, direi scadente, addirittura fetiscente. Più che un cinema sembrava una masseria. Ma era decisamente il posto, in cui un inconsapevole genio dell'urbanistica pensò di collocarla, che la rendeva strategica. Un posto fantastico, quando ancora i suoi metri quadrati non valevano l'oro di oggi!

Situata sul cono della collinetta che si affaccia sulla baia di San Giovanni Li Cuti, era incastonata su di essa come un gioiello, visibile anche dal lungomare. L'ingresso si trovava su Via Messina; si pagava alla cassa che sembrava un confessionale in versione balneare e poi si entrava attraversando una stradina in discesa verso la grande fossa naturale nella quale era stava ricavata l'arena, al fresco.

All'entrata era già uno spettacolo perchè vedevi subito l'orizzonte del mare di fronte, che prima del film offriva straordinari Trailers colorati di azzurro celeste, rosa, indaco, violetto. Già questa sensazione ti rilassava e ti faceva stare subito bene, aggiungiamoci l'improvvisa frescura, gli odori, il canto dei grilli in amore e il gioco era fatto. Quel viottolo, tempestato di colorate piante di fichidindia, pergolati di vite canadese e cascate di glicine, ciclamini e gelsomini, costeggiava sulla sua sinistra un orto i cui profumi ti ricordavano perfettamente in quale luogo del Mediterraneo ti trovavi, qualora l'avessi scordato per un attimo.

Quante generazioni di catanesi sono passate da quel cancello! Intere famiglie, ragazzi, studenti, gente sola o accompagnata, "picciriddi cunnuteddi" che durante le proiezioni le prendevano di santa ragione, fidanzatini con genitori a carico che li sorvegliavano alla distanza di un metro, signore in gravidanza che si riparavano dal caldo di casa, tutte ci sono passate.

Anche intere comitive che erano lì per ben altri scopi: fare farsa! Con gli amici, qualche sera, d'estate si andava al Miramare.

Già forniti di panini con parmigiana o caponatina, stavamo seduti a tre a tre in due file. Durante la visione si sgranocchiava di tutto e si bevevano le bibite gelate. E' chiaro che il film non lo vedeva nessuno perchè il tempo scorreva mangiando, parlando, sparlando, scherzando, ridendo, raccontando, incantandoci su spalle fin troppo abbronzate e incrociando occhi ammalianti che davano appuntamenti a quelli nostri durante le luci dell'intervallo.

Un altro passatempo: scommettere sui gechi poggiati sullo schermo, sceglierne uno e vedere quanto tempo impiegava per arrivare sul cappellone di Paul Newman. Il padrone della "zazzamita" che arrivava al traguardo aveva diritto a una birra gelata.

Quando si esagerava, arrivava puntuale "shhh!!! Salenzio!".

Una sera stavano proiettando il film "Amore per sempre" con Mel Gibson (un aviatore è innamorato di una ragazza .... purtroppo un giorno lei ha un incidente ed entra in coma, lui non riesce a sopportare questo e grazie a un inventore si fa ibernare nell'attesa che lei guarisca..ma qualcosa va storto e rimane ibernato per 50 anni. Quando si risveglia riesce a ritrovare la sua amata che nel frattempo era diventata pure nonna, ma che non aveva mai dimenticato quel ragazzo che scomparve all'improvviso). Ebbene, i due protagonisti sono in cima a una collina stile "Cime tempestose", le prime parole che lui dice sono: "Jane, finalmente ti ho ritrovata, adesso sono qui... c'è qualcosa che vuoi dirmi?". Lei è un po' titubante, ma non fa a tempo a rispondergli perchè la sua risposta arriva, bruciante, dalle ultime file: ..... "A unni a statu?" .

Naturalmente risata generale, come sempre, come ogni sera in quel posto magico. Sbaglio, o ci trovate qualche assonanza con le scene di un famoso film di Tornatore?

Ma poi, dopo tutto, chi se le li vedeva i film con l'altra pellicola che avevamo alla nostra destra? La luna che guardava a scrocco mentre luccicava e abbagliava un mare che faceva altrettanto; qualche nave passava con tutte le luci accese, la brezza marina che per invidia saliva anch'essa fino a noi per stordirci. Ma noi, che eravamo già ubriachi di forti odori di menta, basilico, zagara dei giardini vicini; noi, con la giacchettina di cotone sulle spalle e lucidi di spray antizanzare; noi, seduti su quelle scomode sedie in ferro verniciate di verde e di ruggine; noi, sepolti da scorze di noccioline, abbiamo sempre saputo di questi regali che la Natura ci ha fatto e per decenni abbiamo sempre detto Grazie! Abbiamo respirato, annusato e goduto di tutti i frutti offerti dall'Arena Miramare. Ma avremmo pagato anche il doppio del biglietto per stare lì.

Almeno una volta nella sua vita, ogni catanese ha oltrepassato quel cancelletto per vedere Maciste, Totò o Tom Cruise. Chi per rilassarsi, chi per abbordare, chi per sfiorare, chi per la soddisfazione di alzarsi gonfio come un palloncino per vie delle gazzose consumate. Chi, infine, per trovare il coraggio di dirle "ti amo" con la complicità del posto.

Alla fine, sollevati a dieci centimetri da terra, risalivamo quella stradina con tre etti in più e qualche atmosfera di troppo nello stomaco. Uscivamo sulla strada, avvertendo subito il caldo e il repentino cambio di temperatura: da 20 a 36-37 gradi!. Via le giacchette di cotone.

Le strade di Guardia e Picanello, a quell'ora sono ancora vivaci, sveglie. In quei quartieri soffocati dal caldo umido e dall'afa catanese in agosto, si sentivano le nostre voci: chi sfotteva a destra e chi a sinistra. Le nostre risate sguaiate per chi, ancora impressionato dal film, imitava Franco Nero o per chi, ancora impaurito da L'Esorcista, si faceva accompagnare a casa.

Il rumore delle nostre ciabatte ci trascinava per le strade eternamente bucherellate di Picanello mentre folate di vento caldo sollevavano dai marciapiedi quintali di scontrini fiscali (autentici e fasulli) e offerte imperdibili nei supermercati. Guardando in alto, piccoli bagliori rossi si ravvivavano ad intermittenza, al buio di precari balconi; oppure scivolavano in basso al pianoterra a forma di serpenti fumosi sedendosi sulle sedie di legno e paglia, sul marciapiedi davanti casa. Tutti, tutti a godersi un po' di fresco ristoratore all'aria, lontani dalle mura di pietra lavica e intonaco rosa, ancora calde perchè cotte a puntino dal sole pomeridiano del ponente etneo. E' gente che va tardi a letto sapendo già di non poter dormire per il caldo, che si gode l'ultima ventata che producono le alghe del golfo di Ognina. Gente che si attarda fuori sparlando senza pietà di nuore, generi, compari e consuoceri, che pensa già alla spesa che dovrà fare l'indomani: i pomodori freschi, il basilico, le melanzane, la ricotta salata, la pescheria, la "minnulata" al carrettino 'Don Tino-Coni con panna-Gelati-Granite'.

Sì, ma al chioschetto del Miramare tutto era più solleticante, aveva un altro effetto... era gassoso, ghiacciato! Eppure era tutto uguale! Chi se lo dimentica quel piccolo bar? Stava dietro le ultime file, tipico da arena estiva: semi di zucca, gazzose, bibite, patatine, ecc. Negli ultimi tempi lo prese in gestione un tipo freakettone, con mille tatuaggi sulle braccia, un'infinità di borchie e un abbigliamento alla Fandango. Aveva tappezzato il locale con i poster dell'Harley Davidson, di James Dean e di altri miti che gli andavano a genio. Per aprire la saracinesca del bar arrivava a metà del primo tempo, col frigo ancora spento. Le gazzose, via via, cominciavano a diventare sempre più calde, sempre più calde. Erano segnali premonitori, erano i tempi che stavano cambiando, era la fine imminente.

L'ultima stagione, infatti, fu nel 2002. Nell'anno successivo i proprietari del terreno sul quale sorgeva l'arena lo mise in vendita a fini edilizi. Assieme ad altri lettori, in quell'anno protestai su La Sicilia esortando l'Amministrazione comunale a non concedere la concessione sull'imminente disastro che si stava per compiere perchè consideravo quel luogo un patrimonio storico della città e che, per il suo valore affettivo, apparteneva un po' a tutta la cittadinanza. Smantellarlo significava distruggere una pietra miliare che era elemento componente e integrante del fascino ogninese. Andava invece acquisito, salvaguardato e rivalutato.

Tutti sappiamo, invece, com'è andata. Se il Comune avesse acquistato il terreno, avesse bonificato e ristrutturato l'arena e l'area circostante per farci magari un Centro culturale, questa amministrazione sarebbe stata ricordata a vita dai suoi concittadini. Purtroppo, oltre a non avere il minimo interesse ad essere ricordato, chi ci governa non è nemmeno catanese e certe cose non potrà mai capirle. Speravo in un suo romantico ricordo di quando era studente nell'Ateneo catanese e che la rimembranza di un bacio galeotto regalato furtivamente alla collega di corso, davanti a quello di Cary Grant e Ingrid Bergman in "Indiscreto", lo avesse fatto redimere. Niente, solo parole al vento.

Fra le arene, avevano già chiuso il Delle Rose, la Terrazza Cavallaro, il Sanfilippo. Sono rimaste ancora l'Argentina, l'Adua e qualche altra ancora, che battagliano ogni sera con un nemico molto più agguerrito, molto più organizzato di loro; un nemico che la sera inchioda tutti noi alle nostre poltrone, con il condizionatore acceso e che non ci fa uscire da casa impedendoci di capire cos'è davvero un cinema all'aperto, o perlomeno stare fuori di casa a vedere la gente: il principale cast della pellicola di ognuno di noi. Quel nemico si chiama Televisore, con tutti i suoi tecnologici aspetti e la sua immensa offerta giornaliera, ma che alla fine ci fa sentire più soli.

Purtroppo, la fine di una delle cose più amate e ricordate a Catania è già sancita. Oggi le ruspe ci lavorano per creare un lussuosissimo casermone, con una vista sul mare tutta saccheggiata dalla cassapanca delle nostre notti d'agosto.

Ci sono passato l'altro ieri e sono entrato fin dentro al cantiere. Con un piccolo groppo in gola, ho visto quei dinosauri estirpare dalle voragini di terra tonnellate di baci, carezze, schiaffi, sguardi, dichiarazioni d'amore, tutti appartenuti alla gioventù catanese. Ho pensato per un attimo al Nuovo Cinema Paradiso e mi sono sentito come Salvatore quando, dopo i funerali dell'amato Alfredo, assiste alla demolizione dell'oggetto dei suoi desideri di quand'era adolescente.

Mentre scrivo l'arena non esiste più. Il Miramare ha già proiettato il suo ultimo "The End" sul bulldozer che gli ha dato il colpo di grazia, facendo la stessa fine del Cinema Paradiso.

Come tanti suoi spettatori che non ci sono più, ormai appartiene al firmamento dei nostri ricordi. E' uscito di scena come fece Totò in un celebre film che abbiamo visto tante volte sul quel magico rettangolo dipinto di calce bianca e dell'azzurro del mare: "Torno nella miseria, però non mi lamento. Mi basta di sapere che il pubblico è contento!"

Contentissimi. Grazie Miramare, per tutto quello che ci hai fatto vedere, vivere.... e sognare!

Il tuo pubblico.

(lug 2007)

CRISTO SI E' FERMATO A CIBALI

(Mimmo Rapisarda)

Quella sera c'ero anch'io al Cibali, proprio in curva Nord, quella incriminata.
Quest'anno ho fatto l'abbonamento con alcuni amici in quel settore, ma lontani dalla "zona agitata". L'abbiamo fatto soprattutto per sentire il vero respiro della curva. C'è chi lo fa apposta, come se andasse ad ascoltare le voci della pescheria o del mercato. Catturare la vera essenza del popolo, godere delle sue geniali trovate.
Me ne sono pentito amaramente. Dall'inizio del campionato non si capisce più niente: allo stadio entra gente senza biglietto che l'amico fa entrare con un cenno, alla faccia dei tornelli che qui a Catania non hanno mai funzionato (il controllore chiede, a chi entra, di far vedere la tessera."Ciao Ciccio!" e si entra) e quindi stiamo stretti come sardine, sopportiamo portoghesi di 12-13 anni disinteressati alla partita e che sono lì solo per il gusto di provocare, insultare, gettare pallottole di carta sugli spettatori dell'anello sottostante, appropriarsi con prepotenza del posto riservato all'abbonato, distruggere i chioschetti del ristoro, progettare le strategie per il nuovo nemico di quest'anno. Che non è il Palermo o la Sampdoria, ma il poliziotto. Infatti uno dei cori ricorrenti è "Poliziotto primo nemico".
Era già successo col Messina: hanno attirato un poliziotto dentro la curva con la scusa di un'emergenza e lo hanno pestato a sangue. Per questo motivo abbiamo giocato due turni in campo neutro, e a porte chiuse. A pagare le loro pazzie sono stati, però, i veri sportivi. Ma a loro non è bastato.
Come mai la Società ha permesso tutto questo? Come ha fatto scoppiare all'inverosimile la capienza di questo stadio, senza tra l'altro ricavarne nulla, visto che entrano quasi tutti gratis? Infine, con questo andazzo chi sarà quel fesso (se ancora esisterà il calcio a Catania) che l'anno prossimo rinnoverà l'abbonamento?
Quella sera stava andando tutto bene: grandi coreografie, controlli agli ingressi, partita iniziata regolarmente, anche una luna gigantesca più luminosa dei riflettori che si stava godendo l'incontro. E poi fuochi d'artificio spettacolari che nessun altro giocatore al mondo si sognerebbe, nella sua carriera, di vedere all'ingresso in campo.

Una cornice spettacolare e un'occasione unica: proprio nei giorni di festeggiamenti della Patrona di Catania, in uno stadio siciliano c'erano due squadre siciliane in serie A, che con sponsor siciliani stampati su maglie dai colori sociali siciliani lottavano per il terzo e quarto posto, per giocare la Coppa dei Campioni, su 110 metri x 65 di erbetta siciliana; sugli spalti solo tifosi siciliani, in tribuna un presidente siciliano, in panchina un allenatore siciliano, in campo due centravanti siciliani. Quando mai avremmo avuto un giorno cosi? Una vita che aspettavamo la madre di tutte le partite! C'era da essere orgogliosi di questo scenario che andava in mondovisione, era un sogno che non si sarebbe avverato mai più! Era tutta la Sicilia in festa, un evento che stava proiettando l'immagine dell'Isola in tutto il mondo. Significava dire ai nipotini "quel giorno c'ero anch'io!"

Ma qualcuno aveva già deciso di rovinarlo, quel giorno. Dalla curva Nord aspettavano con ansia gli ospiti palermitani, gli odiati cugini che non arrivavano, gridando "dove sono gli ultras?" , cioè il nemico. Sfogare, su chiunque esso sia, tutte le angosce accumulate nella settimana da disadattato.
Nel secondo tempo, da dietro la curva Nord, arrivano i palermitani ed entrano nell'adiacente settore degli ospiti. Su di loro volano insulti, mortaretti, fumogeni, sfottò, slogan. Regolarmente rimandati ai mittenti. Ma era una cosa prevedibile, messa nel preventivo di un derby qual è Catania Palermo. Penso ai derby Roma-Lazio o Lucchese-Pisa. Scapagnini aveva anche avuto rassicurazioni dai Capi Ultras, che gli avevavo garantito la massima tranquillità anche per rispetto a Sant'Agata, la cui festa si celebra in questi giorni.
Vigliacchi! La notte prima sono invece entrati al Cibali, avevano oscurato le telecamere interne con nastro adesivo per non fornire le prove dei misfatti all'indomani, avevano parzialmente divelto i sanitari dei bagni in modo da essere utilizzati al momento, fuori dallo stadio avevano distrutto un vecchio muro per ricavarne pietre da lanciare, pronte all'uso all'uscita dallo stadio. Tutto progettato, tutto premeditato. Non ci sono scuse dovute alla follia del momento. Tutto vigliacco, tutto vile, tutto carogna!
 L'arbitro ha sospeso la partita due volte per via dei lacrimogeni che arrivavano dentro lo stadio. Fra svenimenti, gente che si sentiva male, donne e bambini terrorizzati, tutti ci chiedevamo come mai la Polizia stava compromettendo il campionato appestando 30.000 persone senza motivo? Perchè fare questo se in quel momento c'era calma piatta, non si stava insultando nessuno e non c'era nessun fumogeno?
Noi non sapevamo, eravamo ignari di tutto. Fuori dallo stadio le forze dell'ordine, per proteggere il settore dei palermitani, stavano fronteggiando centinaia di ultras catanesi che avevano abbandonato gli spalti per raggiungere gli odiati ospiti. Quindi gente che non aveva alcun intenzione di seguire l'evento sportivo, ma che era lì sotto solo per il gusto di menare e di farla pagare all'odiato nemico. Con l'aggravante che un altro nuovo "nemico", peraltro casalingo, stava proteggendo lo storico nemico.
Quando sono uscito alla fine della partita c'era un'insolita ressa ai cancelli, piccoli mascalzoni spingevano e avevano fretta di uscire, sembrava avessero un'appuntamento e un ordine preciso: giocare alla guerra con la Polizia e i Carabinieri.
Quando sono uscito in Piazza Spedini mi sembrava di essere a Bagdad o a Beirut, mi sono ritrovato in piena guerriglia urbana. Donne, bambini e famiglie intere che piangevano disperati alla ricerca dei congiunti, i vigili del fuoco che cercavano di proteggere un disabile in carrozzella dai poliziotti che in quel momento non esoneravano nessuno dai loro manganelli. Un inferno! Inutile descrivere immagini che ormai conoscono anche in Cina.
 Lo stadio di Catania è situato nel quartiere Cibali. Attorno ci sono viuzze anguste, pochissimi parcheggi, le zone di fuga sono inesistenti e i suoi poveri abitanti sono costretti, ogni quindici giorni, a vivere una domenica blindata. Questo non è giusto. Quando si esce tutti i tifosi, di qualsiasi settore (gente per bene, gente per male, vip e non vip), si ritrovano tutti assieme in Piazza Spedini. Quindi, (vedasi le immagini in tv) lì in mezzo c'era anche gente che va allo stadio solo per vedere la partita e che si è ritrovata in mezzo ai teppisti in un inferno inatteso, ma studiato al tavolino.
Ho attraversato la piazza fra i mezzi blindati che giravano all'impazzata, ho gettato il cappellino e la sciarpa rossazzurra e con attenzione mi sono incamminato (purtroppo insieme a questi pazzi) lungo la strada che mi avrebbe portato all'auto. Durante il percorso ho incrociato una trentina di carabinieri in assetto di guerra che correvano verso di me, verso di noi, verso quelli che non c'entravano niente. Ed erano molto nervosi. Ho pensato "tanto non mi crederete mai, non posso spiegarvi in quattro secondi che non sono un ultras, mi arrendo, ricopritemi pure delle vostre manganellate". Per fortuna i loro obiettivi erano altri. Mentre auto e cassonetti bruciavano, le pietre e i cessi dei bagni del Cibali volavano, mi sono riparato assieme ad altra gente dentro un cortile privato, fino a quando con cautela mi sono potuto avvicinare al parcheggio. Ero anche senza cellulare, tornando a casa (naturalmente tutti preoccupati per le immagini televisive e per il mio ritardo) ho appreso della morte dell'Ispettore Raciti.
Devo però spezzare una lancia a favore dei veri catanesi. Noi non siamo questi esagitati, non si possono associare i Catanesi a questo migliaio di teppisti. Noi siamo fieri di questa splendida città che in questo momento è sulla bocca di tutti, noi non siamo gli abitanti di una città che in questo momento è dipinta peggio del Bronx.
La vera Catania non è questa. I Catanesi che sono costretti a viverci lontano se la sognano anche di notte. La Catania per bene, onesta, educata, i figli di Bellini, Verga, Brancati, Capuana, Majorana e Musco sono mortificati, sdegnati, vergognati. Non si può fare di tutta l'erba un fascio, non si può all'improvviso etichettare come delinquenti tutta una popolazione che finora è sempre stata elogiata per la sua storia e la sua cultura; famosa soprattutto per la sua intelligenza e genialità, decantata per la sua calorosità, passionalità. Noi non ci riconosciamo in quel migliaio di giovani parassiti che per una settimana non fanno altro che parlare su come menare gli ospiti. Questi, nei loro bar dello sport, non parlano del rigore negato o del gol in fuorigioco, ma che tipo di mortaretto nascondere dentro lo stadio per fare più male.
Tutti noi catanesi sappiamo bene da quali quartieri proviene questa gente. Zone che tutti considerano terra di nessuno, zone dove nessuno osa avvicinarsi, dove le volanti della Polizia se la fanno alla larga perchè verrebbero aggredite dai familiari del ricercato, dove l'Enel non si rischia di contestare le bollette non pagate, dove le scuole sono carenti di docenti perchè nessuno ci vuole andare, dove ogni abitante ha già due o tre figli a 20 anni e a 30 è già nonno; gente  che vive di furti, estorsioni, sussidi, assegni familiari. Non voglio fare quello che dai quartieri alti discrimina gli altri con la puzza al naso, ci mancherebbe. Odio le discriminazioni territoriali, figuriamoci quelle con i miei concittadini. Sono catanesi anche loro e ce ne accorgiamo soprattutto il sabato pomeriggio quando si riappropriano della loro città invadendo via Etnea di gioventù balorda. Ma non si può far niente, non si possono mica mettere le barriere a sud della città. E poi loro non vorrebbero viverci in città, sono ben felici di vivere laggiù.
Una volta, alla vista delle volanti, impauriti gridavano "a custura, c'è a' custura! e scappavano come lepri. Oggi no. Le affrontano a testa alta, le sfidano, senza pietà colpiscono con spranghe di ferro padri di famiglia che lavorano e che per 20 euro di straordinario rischiano di farsi ammazzare da un bambino.
Ecco, quello che mi sconvolge è questo. In loro non albergano sentimenti come la pietà o la compassione. Hanno stili di vita simili a quelli dei ragazzi delle favelas di Rio. Per loro, organizzare la curva per la domenica o la trasferta è un modo di sfogarsi per tutte le condizioni di vita che accumulano in una settimana. A loro importa soltanto che arrivi presto la domenica per caricarsi di cocaina in curva e andare meglio in battaglia.
Ma sapete perchè? Perchè ormai non hanno più niente da perdere! Non ci credono più. Non credono più a niente. Si sentono cittadini di una società che li ha fatti diventare spietati, cinici, che ha fatto perdere in loro tutti i valori, compreso quello della vita umana. Non hanno nessun rispetto per le istituzioni, per la gente più adulta, non hanno più paura davanti a una divisa. Per loro è un onore entrare nei corridoi di Piazza Lanza ed essere salutati dai detenuti veterani.
Non gliene frega più niente di niente, non vogliono lavorare perchè sanno in che modo guadagnare in due ore il corrispondente di un mese. Hanno rinunciato a tutto ciò che significa civiltà, non riconoscono e non vogliono riconoscere i sentimenti più nobili appartenenti ad un essere umano, non sanno e non vogliono sapere cos'è la cultura, l'educazione, il rispetto, l'onestà, la giustizia. I loro miti sono gli abitanti della Casa del Grande Fratello, le canzoni napoletane, gli status symbol che possono acquisire facilmente e, soprattutto, tutto ciò che di violento può arrivare dal cinema, dalla tv, dalla stampa. Ormai sono incontrollabili, sono diventati ancora più sprezzanti, strafottenti, insolenti.
 Non posso negare che l'Amministrazione comunale di Catania, sia quella attuale sia quella passata, sia di destra che di sinistra, ha avuto sempre a cuore la rivalutazione di questi quartieri, cercando di urbanizzarne le strade, prestando attenzione ad alcuni importanti problemi quali la mancanza dei servizi pubblici e sociali, l'edilizia popolare, aiutando in tutti i modi questa gente. Nessuno si è mai tirato indietro per dare loro una mano. Penso ai parroci in prima linea, che con grandi sacrifici cercano di tenere in piedi ciò che di buono aveva fatto la Chiesa per i giovani: l'azione cattolica, gli scout, l'oratorio dove sfogarsi tirando calci al pallone sui muri parrocchiali, quindi tirandoli fuori dalla "strada". Ma è una questione di mentalità, oggi non ci riescono nemmeno questi giovani e coraggiosi sacerdoti.
Il problema si allarga a macchia d'olio anche ai giovani appartenenti alla borghesia. Il discorso è lo stesso, non si salvano nemmeno loro...anzi, si sono alleati. Così diversi, così uguali. Se quelli di Monte Po soffrono e si comportano di conseguenza perchè non hanno niente, quelli di Via Monfalcone fanno altrettanto perchè hanno tanto, tutto, subito e non hanno ancora capito cosa significhi desiderare qualcosa. Il disagio sociale fra le due categorie è uguale, anche se i loro giubbini sono uno di marca e l'altro griffato. Anni addietro i fighetti catanesi assaltarono in Corso Italia un reparto di vigili urbani soltanto perchè sequestrarono alcune moto per mancanza di casco.
E' un fenomeno generazionale davvero preoccupante. E se si ascoltano le parole che pronunciano quelle che stanno per salire a galla, a cominciare dalle elementari, c'è da preoccuparsi ancora di più. Generazioni ancora più diaboliche, ciniche, praticamente di plastica.
Oggi si parla di misure drastiche per far ripartire il calcio. Dicono che così non si può più andare avanti. Ma quali sono i rimedi? E' una cosa difficile. La verità è che il problema non riguarda il calcio, ha radici molto più profonde, il cancro da estirpare bisogna cercarlo a monte. Il calcio è solo una stazione di questo disagio sociale. Bisognerebbe infondere, non agli ultras ma alle nuove generazioni (perchè non lo sanno, non l'hanno mai provata) la sensazione di farsela addosso quando vedono i Carabinieri, come nella favola di Pinocchio. Ma forse è troppo tardi.
Sono d'accordo con chi dice che i primi ad essere rieducati debbano essere i genitori che accompagnano i bambini alle Scuole Calcio. Occorre far loro comprendere che non è affatto educativo insultare l'arbiro all'incontro dei pulcini soltanto perchè ha negato il rigore al figlioletto di appena 8 anni! Quando ne avrà 18 quell'arbitro se lo divorerà! Ecco, far capire che l'arbitro è una figura da rispettare sarebbe il primo passo per far capire al bambino che l'autorità è sacrosanta, e non si tocca!

Quando un popolo, divorato dalla sete di liberta', si trova ad avere il capo dei coppieri che gliene versa quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei suoi piu' esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni.
Ed avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, un servo; che il padre impaurito finisce col trattare il figlio come suo pari e non è più rispettato; che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui; che i giovani pretendono gli stessi diritti, la stessa considerazione dei vecchi e questi, per non parere troppo severi danno ragione ai giovani.
In questo clima di liberta', nel nome della medesima, non vi è piu' riguardo, nè rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una sola pianta: la tirannia.

Un problema che aveva già perpecito Platone nella sua Repubblica, migliaia di anni fa!
Ma quali sarebbero i rimedi se vogliamo salvare il calcio? Non è un problema sportivo ma sociale e politico. E non servono gli Osservatori previsti dal Ministro Melandri. E poi le misure prese ieri dal Governo decreteranno soltanto la fine del calcio. Perchè? Perchè vorrebbero addossare tutte le responsabilità alle Società calcistiche, come se gli stadi fossero di loro proprietà.

Se nell'appartamento l'impianto idrico ha una perdita e fa danni al piano sottostante, chi paga l'inquilino o il proprietario? Gli organi di Governo sono stati chiari: negli stadi non in regola si giocheranno incontri a porte chiuse.

E succederà questo: 1) Gli enti locali continueranno a disattendere i vincoli imposti dal CONI lasciando gli stadi così come sono (Catania è un autentico esempio, non hanno rifatto nemmeno il terreno di gioco, le cui condizioni hanno costretto l'arbitro a sospendere la partita con l'Empoli per poche gocce di acqua!); 2) secondo le nuove norme e la perdurante indampienza dei Comuni, le partite si continueranno a giocare a porte chiuse; 3) Le Società, impotenti, chiuderanno bottega; 4) nessuno sarà così pazzo da prendere in consegna una squadra a queste condizioni; 5) Game over!

Gli enti locali devono uscire fuori dal mondo del calcio, con una legge speciale il Governo dovrebbe dare loro una scadenza per mettere a posto lo stadio. Scaduto il termine, con decreto d'esproprio il Governo nomina proprietario di tutti gli impianti il CONI che ne affida la gestione alla Società con tutte le conseguenti responsabilità. E solo a quel punto!
Il vero colpevole dovuto allo schifo di questi impianti se n'è stato in silenzio, il proprietario di queste strutture sono le Amministrazioni comunali. Le Società calcistiche sono proprietarie dello stadio dalle 11 alle 20 di ogni domenica, dopo riconsegnano le chiavi ai Comuni che invece, con tanta negligenza, si fanno beffe dei vincoli imposti dagli Organi superiori e nei mesi di sosta estivi non fanno nulla per adeguare gli impianti alle norme di sicurezza. Pulvirenti aveva anche proposto di costruire a sue spese uno stadio nuovo se il Comune gli avesse concesso un terreno in periferia. Gli è stato risposto di no.

E poi ci vogliono delle leggi davvero speciali a livello penale e non l'acqua fresca degli ultimi anni. Non si può rischiare la vita, arrestare un ultras e poi dopo una settimana, farsi deridere da questi perchè già in libertà, perchè minorenne.

Occorre dotare la forza pubblica di poteri straordinari, autorizzarla nuovamente all'uso degli idranti e istituire il processo per direttissima con pene severe. Se minorenni, tramutare la pena dei colpevoli in lavori presso comunità sociali; chiedere il casellario giudiziale al momento dell'abbonamento; eliminane, per sempre, quello che alimenta tutte queste cose: quelle gabbie maledette che si chiamano "settore degli ospiti", allargando così la capienza ai veri sportivi; proibire le trasferte organizzate delle tifoserie (nessuno ne ha mai sentito la necessità); oscurare tutti i siti, blog e forum degli ultras in cui si leggono cose atroci; i clubs dei tifosi devono essere costituiti soltanto presso tribunali come persone giuridiche, con statuti, regolamenti e soci iscritti; demolire tutti gli stadi nei centri cittadini e ricostruirli solo in periferia; essendone i proprietari, obbligare i Sindaci ad organizzare una vigilanza serrata su queste strutture evitando l'introduzione di tutto ciò che potrebbe far male.Lo stadio deve essere un tempio intoccabile e non un mercato; i tornelli devono essere esclusivamente elettronici e non manovrati da addetti ricattabili o poco affidabili; tutti i posti all'interno devono essere poltroncine numerate e nominative; vietare assolutamente, in tutti settori, i posti in piedi; prevedere ispezioni presso le Società per verificare se esistono contatti con club ultras, se esistono ricatti nei confronti della società e multarle pesantemente se sponsorizzano abbonamenti o trasferte; squalificare a vita i calciatori che dopo il gol sollevano le magliette con scritte che incoraggiano l'attività degli ultras (vedasi la maglietta di Amauri);

Non sono invece d'accordo sulla possibilità di impiegare nelle tribune gli steward a spese della società. In Inghilterra questi hanno dei poteri che l'ordinamento giuridico italiano non prevede. Ve lo immaginate lo steward che va in curva Nord a Catania e chiede "scusi signore, la prego di alzarsi perchè questo posto non le appartiene"?
Quando apprendo che a Udine il Presidente di quella squadra, d'accordo con la tifoseria, ha deciso di eliminare le barriere tra gli spalti e il campo mi vien da piangere. Mi vien da piangere a pensare tutti gli sforzi che un uomo come Pulvirenti ha fatto, già miliardario per conto suo, per rilanciare l'immagine di Catania per poi vedere il suo stadio nei telegiornali di Aljazeera; mi vien da piangere pensare che in futuro invece che col Milan giocheremo con il Mila...zzo, mi vien da piangere pensando che altri assassini stanno festeggiando la morte di Raciti con scritte atroci sui muri di mezza Italia; mi vien da piangere pensando che i colpevoli tireranno il cordone di Sant'Agata gridando "cittadini, tutti devoti tutti!". Si dice che il devoto che si carica sulle spalle il cero di Sant'Agata deve sceglierne uno di peso corrispondente al voto che deve scontare. Tutti sospettiamo che gli assassini erano in corteo a tirare il cordone. Di quante tonnellate doveva essere il loro cero? Non erano degni nemmeno di indossare il sacco bianco. Mi vien da piangere sentire Fabiana che dice "Ciao Papino" e quel bellissimo bambino seduto sulle gambe della madre, frastornato da tutta quella gente in cattedrale. Mi vien da piangere.
Ma chi lo va a dire alla Signora Raciti che mi vien da piangere, che con queste parole cerco di spiegarle tutto il dolore della Catania onesta e pulita? Chi glielo dice che non basterebbero nemmeno queste misere parole che ho scritto a far ritornare il suo Filippo?
Come faccio a farle capire tutta la rabbia e lo sconforto che noi catanesi abbiamo dentro il cuore? Come riuscirò a convincerla che una città intera si sente offesa e che anch'essa pretende le condoglianze per quello che hanno causato queste bande che giocano ai Guerrieri della notte? Come riuscirò a farle vedere il cordone che tira Sant'Agata sul quale qualcuno, quest'anno, ha lasciato delle macchie di sangue? Come farò a farle sentire il nostro silenzioso disgusto per la perdita di un nostro fratello? 

Signora, lo so che non mi capirebbe, che adesso non gliene frega niente e che mi sputerebbe pure in faccia! Ma se potessimo, noi catanesi ci metteremmo in ginocchio davanti a Lei per tutte le volte che hanno dato dello sbirro a suo marito, per tutte le volte che è tornato casa con i graffi di questi animali. 

Sa... noi siamo un popolo schietto.... e proprio perchè sono catanese, in un momento così doloroso, con coraggio mi permetto di dirle certe cose.

Con sfacciataggine tipicamente etnea, Le chiedo perdono a nome della città di Catania. Perchè questo popolo indignato, ma mai rassegnato, auspica con tutto il cuore che il sacrificio di quel grande uomo che era Filippo, educatore nella vita e, da quella sera, anche nella morte (come Lei ha detto), sia d'esempio per una gioventù che non stiamo più riconoscendo. Una gioventù povera di cultura e di sani ideali, ma che con la volontà di tutti riusciremo a mettere nei giusti binari. Perchè possediamo un'arma formidabile, che loro non hanno: la penna! 

Cara signora, come Lei, oggi mi vergogno di essere catanese. 

Ma, malgrado tutto, sono e sarò sempre orgoglioso di esserlo. Come Lei.
Cordialmente, Mimmo Rapisarda

ESSERE INNAMORATI CONVIENE?

(tratto da "Viaggiare" di Giovanni La Rosa)

Se fossi onorevole risponderei dipende ma non lo sono e perciò rispondo in modo meno evasivo, seppur non senza dubbi: penso di si, ma non devono essere solo rose e fiori; forse accorcia anche la vita, ma non è questo che conta, è più importante come e non quanto. Penso di si, dicevo, ma come fai ad esserne certo, già è difficile sapere se e quando sei innamorato, non ci sono né regole né formule. Gli scienziati si sono impegnati di più altrove, in settori più concreti, sono pragmatici loro; è più facile conoscere tante altre diavolerie di dubbia utilità (la tabellina pitagorica, la gravità, il moto perpetuo,…) che sapere il momento esatto in cui puoi dire, senza che nessuno ti possa smentire: sono innamorato. Puoi avere certezza di tutto: di una corda che si spezza, di un fiume che straripa, di un fiore che schiude e poi avvizzisce, ma di essere innamorato no, è peggio di affermare che gli UFO esistono oppure no. La maggior parte delle malattie presenta sintomatologie precise, puoi dire ho contratto il morbillo, la rosolia, l'amore no, è una condizione dell'anima, uno stato di grazia, un momento di sofferto benessere, un seme che germina con tenera prepotenza, oltre la tua volontà, che non controlli; non ci sono antibiotici efficaci, eppure è un germe vitale, di vitalità esplosiva, che non si piega alle medicine, al massimo si presta ai medicamenti, ma superata la fase acuta, prima e durante è inutile, deve fare il suo corso. Alle malattie, tuttavia, somiglia, quanto meno nell'evoluzione: presenta una fase d'incubazione, asintomatica, una fase conclamata, acuta, e, quando non è letale, una fase di convalescenza e di definitiva guarigione, con o senza cicatrici; non lascia immunizzazione. La durata delle diverse fasi è variabile, ahimè, dipende, non puoi fare previsioni, non sei libero, sei felicemente imprigionato, dipendi; e non ci sono stati sociali, giuridici, civili, che ti salvano dalla dolce tirannia dell'esilio. La fase migliore è la prima, quella d'incubazione: non ti è vietato niente, il cuore e la mente diventano leggeri fino a liberarsi di te, staccarsi, per solcare mari limpidi e cieli azzurri, per raccogliere il profumo dei fiori di prateria, per bere la rugiada del mattino, per ascoltare il concerto di un ruscello, per giocare con l'innocenza dei bambini, con la tenerezza dei cuccioli che si mordono perché si vogliono bene. Ti riesce tutto più facile, dove prima facevi fatica ed inciampavi, ora passeggi, vuoi bene, o comunque non disprezzi, anche quelli che ti infastidivano perché antipatici o solo perché esistevano. Non hai bisogno di nessuna licenza né di architetti per costruire castelli degni di dimore regali. Sei più forte, non puoi perdere, anche perché non giochi le partite di tutti i giorni, banali, inutilmente aggressive e comunque effimere, ti puoi permettere di snobbare le partite e i giocatori, di non rispettare il copione, tu puoi recitare a soggetto, la tua partita è un'altra, nobile ed esaltante. Finita l'incubazione entri nella fase acuta, finalmente cominci a raccogliere i frutti, i sogni diventano realtà, vivi momenti di dolce ubriacatura. Ma non dura molto, la realtà è sempre diversa dalla fantasia e i frutti hanno un loro gusto preciso, magari gradevole, ma non certo quello immaginato; non passa molto che, mangiandoli, incominci ad avvertire un retrogusto amaro, è il prezzo che devi pagare, è il sapore della sofferenza. E questa è tanto maggiore quanto di più quei frutti, amari o no, ti sono indispensabili; se arrivi al punto di credere che la loro assenza dalla tua dieta ti impedirà di campare, finisci col vivere nel terrore che te li rubino, che la pianta si inaridisca, che un ciclone la sradichi e te la porti via, diventa un incubo. E la sofferenza può indossare anche altri abiti: quelli della gelosia, del morboso senso del possesso, del confronto e, più avanti, ancora peggio, quelli dell'assuefazione e persino della noia. All'inizio della terza fase (convalescenza), già hai maturato il convincimento che quei frutti ti erano necessari, ma non indispensabili; ti rendi conto che facendone a meno vivi lo stesso, certo ne avverti l'assenza, ma si tratta delle ultime cambiali che devi onorare. E l'idea di poter estinguere definitivamente il debito ti compensa dei residui malesseri; potrai tornare a disporre pienamente dei tuoi risparmi e del tuo tempo, ritornerai libero. È anche questa una fase interessante, perché ricominci ad inventare, ti riallontani dalla greve realtà, vivi del passato e del futuro; dei vecchi frutti tendi a ricordare solo quelli immaginati e quelli dolcissimi dei primi assaggi e già ti predisponi a crescere una nuova pianta, anch'essa immaginaria, dai frutti fantastici; ci devi credere, però. "L'essenziale è invisibile agli occhi"; è importante ciò che non hai, ciò che forse neanche esiste, perché te lo costruisci a misura e perché nessuno te lo può portare via, i sogni non si rubano, rappresentano l'unica proprietà che non è vile roba e anche i poveri possono possederne tanti. Vi ricordate della domanda iniziale? Era solo provocatoria. Nel vocabolario dell'amore, la parola conviene non c'è; i "ragionieri", infatti, al massimo si possono innamorare della loro calcolatrice, dei loro bilanci, dei loro costi e benefici. Neanche gli avari si possono innamorare e ancor meno i "buchi neri". I veri innamorati vivono in regime di comunione dei beni, il capitolo di spesa è unico e non prendono mai appunti; chi può spendere di più è felice di farlo, l'amore non è una società a scopo di lucro, è un atto di donazione incrociato. E quando la società si scioglie non ci sono né conguagli, né compensi, né rimborsi, ma un augurio reciproco affinché le cicatrici siano il meno dolorose possibile, aspettando che l'oblio affievolisca la pena; se tutto ciò non accade non è stato amore, è stato altro, un surrogato, qualcosa a cui possono partecipare tutti, anche i ragionieri, i geometri, gli avari e persino quelli che, avendone sentito parlare, rimangono affascinati dall'idea e perciò "stabiliscono" di essere innamorati. Il vero amore è un dono, un privilegio, un palio; per una questione di uguaglianza giuridica possono concorrere tutti, ma solo pochi superano la prova.

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Impantanato egli stesso nella celebrazione dei riti quotidiani, l'autore invita il lettore a bruciare il copione e a recitare a soggetto. A scendere dal teatrino e camminare nei sentieri della vita, della sua vita. A scegliere i porti in cui approdare, seguendo rotte proprie, navigando a fatica e non galleggiando.

Il libro è disponibile presso

libreria "La cultura" - P.zza V. Emanuele, 8/9 - 95129 Catania - Tel. 095/316367

libreria Di Stefano - Via Teramo, 22 - 95127 Catania CT - Tel. 095/383038

ADDIO BRUNO!  

(Oscar Grazioli)

 

Non una sigaretta, non un vasetto di miele, neanche una birra da due soldi gli hanno offerto, prima di fucilarlo. Un'esecuzione nel cuore della notte, il momento favorito dai ladri e dagli assassini. Te l'avevo detto, testone di un plantigrado, di puntare a sud, verso di noi. Siamo pasticcioni, ingovernabili, furbacchioni e un bel po' fessi, ma abbiamo un cuore che batte solo nel petto dei popoli mediterranei, quelli che gli anglosassoni chiamano con disprezzo Pigs (maiali), Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Magari ti avremmo fermato al confine per farti compilare una dozzina di moduli, per poi chiamarti sul radiocollare perché ne mancava uno, ma ::: segue dalla prima non ti avremmo mai condannato a morte in quel modo. Ma i tedeschi (e gli austriaci) avevano già deciso e loro non tornano indietro, altrimenti che crucchi sarebbero. Vien voglia di fare il tifo perché l'Argentina li mandi a casa, visto che ci sono già e farebbero presto «È morto rapidamente e senza soffrire» ha detto ieri il sottosegretario bavarese all'Ambiente, in una conferenza stampa. Dovrebbero dare un premio al cacciatore che gli ha sparato tra gli occhi, per questa eutanasia praticata con professionalità e amore. Bruno era troppo pericoloso, come quel suo fratello che 170 anni prima era stato ucciso sempre in Baviera. E non era pericoloso per quelle quattro galline che si era mangiato, suscitando la legittima ira dei contadini teutonici i quali dovrebbero prendere lezioni dalle nostre vecchie "resdore" di campagna: le galline, di sera, si chiamano dentro. "Co, co, co...", due chicchi di mais e a letto presto, come si conviene, nel pollaio al riparo da faine, donnole e soprattutto ladri di bassa lega, senza coda e con due gambe. «L'orso rappresenta un grande rischio per l'uomo» aveva detto l'assessore tirolese Anton Steixner. Infatti tutti i giorni, sui quotidiani, c'è la notizia di persone morte o ferite dagli orsi bruni. Stupratori, spacciatori, pedofili, assassini, cravattari e scippatori fanno i loro porci comodi nei centri storici delle città, alla luce del giorno, e il pericolo pubblico è diventato un orso che scappa impaurito e solo. I tedeschi sfrecciano, con le loro potenti Mercedes, sulle autostrade senza limiti di velocità, si scrociano a decine ogni week end e temono di incontrare un orso incazzato che li mangi vivi. Noi italiani avremo molti difetti, ma se i crucchi pensano di prenderci per i culo hanno sbagliato i conti. Non siamo scemi. Magari un po' avventati e fanfaroni, con tutti questi progetti di reintroduzione di caprioli, daini, cervi, orsi, linci e via discorrendo. L'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, massimo organo di consulenza dello Stato in questo campo, farebbe meglio a smetterla con piani d'intervento presuntuosi e scollegati dalle norme legislative delle nazioni confinanti, utili solo a fare riprodurre sconsideratamente animali che faranno la gioia delle doppiette in fregola per abbatterne il soprannumero. E così Bruno finirà impagliato al museo di Storia Naturale nel prestigioso castello di Nymphenburg, a Monaco. I bambini delle scuole hanno diritto di farsi una cultura. Sulla stupidità umana. Gruess Gott, Bruno, anzi Addio Bruno. In italiano suona più dolce. Libero 27-6-06

1160045@

 

T'amo e non t’amo

Forse t’amero.

Se non t’amassi non potrei dirti che t’amo

E se t’amassi sarebbe giusto dirti che non t’amo?

 

Eiti

 

 

 

Com ‘esule mi guardo intorno e vago

Son io straniero nella mia stessa terra?

Madre, mi riconosci?

Profumo di eucalipti all’alba,

e il cielo terso m’indica la via,

l’eterna notte ha aperto l’uscio

al dì che sorge oltre le mura

della bianca citade.

E cerco invano di ritrovar me stesso

E i miei ricordi.

Il lago, l’aurea ninfa,

il prono salice in preghiera

accarezza la madre.

O, lacere le vesti ed il mio core,

donna, ti cerco e mendico il

ricordo di me tra le tue braccia,

l’odore del tuo ventre ove trovar la pace.

Mi guardi e passi oltre.

Mi amavi?

 

Eiti

Scorre la penna e appaiono i ricordi.
Apri la porta della tua anima.
Entra, che vedi?
Vedo un fossato, grande portale,
grifoni di pietra, occhi di ghiaccio.
Tira il battente, spingi il portone.
Entra, che vedi?
Sette guerrieri senza la lancia, 

due col mantello ed il viso coperto,
troni di pietra e, lungo pareti, 

lance e faretre pronto all’occorso.
Al centro il Re.
Ferrea, pesante la sua corona,
fra le sue mani tenea il sigillo,

pronto a siglare il patto di vita
con i guerrieri dal fulvo mantello.
O mia regina, non piangere,
vado a metter fine al grande massacro.
Parte il guerriero ma resta al tuo fianco
la calda essenza del mio spirito amante.
E mi consegno a te, prigioniero,
che dei tuoi occhi legato io sono.
L’alba si appresta, io devo andare,
bacio il tuo ventre, scrigno d’amore
e le tue mani che mi stringono i polsi.
Bacio il tuo viso, è profumi di boschi,
e i tuoi capelli colori dell’ontano.
Senti i clamori? Mi chiamano, vado.
Ritornerò, non temere, io t’amo.

Eiti

 

 

LA NOSTRA HALLOWEEN AMBULANTE. 

(Mimmo Rapisarda)

L’altro ieri sono andato alla Fiera dei Morti.

Ogni anno, dopo averla visitata, con delusione mi riprometto di non ritornarci più e invece, come tutti i miei concittadini, ci ricasco ogni anno. Non so cosa mi spinga a rivisitarla, consapevole di ritrovarci le stesse cose dell'anno precedente, ma noi siamo fatti così, siamo tosti, cocciuti, di coccio.... come Carraro.

La festa di Ognissanti fu istituita nell'ottavo secolo da Gregorio II e nel 998 Odilio, abate di Cluny, aggiunse nel giorno seguente la festa di tutte le anime. Il due di novembre, dunque, nei paesi cattolici si commemorano i defunti con messe e processioni e con una serie di rituali.

In Sicilia si chiama "íornu di li morti", o semplicemente "li morti", ed è una ricorrenza molto sentita, differente da provincia a provincia.

A Palermo si va a visitare le Catacombe dei Cappuccini fuori Porta Nuova, dove per antica usanza gli scheletri pendono attaccati alle pareti, esposti agli occhi dei loro congiunti che accendono per loro candele di cera. Ai bimbi palermitani si chiede che quella sera se ne stiano tutti al mercato della Vuccíria; luogo dove una volta si festeggiava l’usanza. E la frase proverbiale "Sapiri la Vucciria" significa sapere che le "cose" dei morti (i regali ai bambini) non son donate dai morti, ma bensì dai vivi, e quindi conoscere quest’inganno significa essere accorto, scaltro e malizioso.

Ad Acireale si consumano li favi'n quasuni, cioè fave cucinate in un particolar modo, secondo un antico rito romano in cui il pater familias allontanava le anime dei defunti lanciando dietro di sé delle fave nere.

Ma che aspetto hanno i morti siciliani? Si dice che ad Acireale vestano di bianco avvolti nel lenzuolo e calzino scarpe di seta, forse per eludere la vigilanza dei venditori ai quali andranno a rubare qualche cosa; a Partinico nel solo lenzuolo a piedi nudi e con un grattugia di sotto; a Milazzo col teschio pesante che hanno sul debole collo; a Catania passeggiano in processione per le strade recitando il rosario; in altri comuni etnei camminano con un collo sottilissimo quanto un filo; a Salemi si dice che la messa dei morti sia celebrata tra le ore di mezzogiorno ed il vespro: quando suonano le campane. Chi, tratto in inganno, entra in chiesa e vede il volto cadaverico di un prete, deve fuggire immediatamente facendosi il segno della croce. Altrimenti non sopravvivrà; a Modica si pensava che i morti risorgessero la notte della loro festa e quando canta il gallo per la prima volta escono a schiera dalle sepolture e si ordinano a due a due come nelle processioni e camminano lentamente; a Francofonte credevano che al primo risorgere dicessero "cumanna cumanna!" e subito diventavano vento; ad Erice, rifacendosi ad antichi usi funebri, si credeva che i morti mangiassero; a Messina, invece, gli adulti avevano l'abitudine di andare al cimitero e, seduti vicino alle tombe, mangiare e bere allegramente per poter vivere più lungamente i parenti morti.

Dovunque vadano, si faranno formiche per entrare nelle case dei loro congiunti, per penetrare nelle fessure delle porte in modo che passino i loro doni.

La leggenda dice pure che durante il viaggio dei morti le campane della parrocchia suonano tutta la notte a mortorio, e che le mamme e le nonne, nelle prime ore della sera, trattengono figli e nipoti raccontando loro le geste dei morti. E si celebrano le messe, perché in Sicilia si crede che a celebrare la messa dei morti siano condannate le anime dei preti che ingannarono i fedeli, non celebrando, per avidità di guadagno, le messe per cui avevano ricevuto le elemosine. I siciliani le chiamano appunto "misse scurdate".

Quindi, nella notte fra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti lasciano le loro nicchie e scendono in città a rubare ai più ricchi pasticcieri, mercanti, sarti, per far regali ai bambini dei loro parenti che siano stati buoni nell'anno e che li abbiano pregati. E la preghiera fanciullesca è questa: "Armi santi, armi santi, sugnu unu e vuatri síti tanti: Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai, cosi di morti mittitimìnni assai.". In realtà i derubati sono papà e mamma, e i nonni.

Ricordo ancora l’operetta che mettevano in scena i miei genitori la notte prima. Dopo aver acquistato i giocattoli per me e mio fratello, mentre noi eravamo già sotto le coperte ci facevano capire che all’ingresso di casa arrivavano i defunti con i doni da mettere successivamente ai piedi del letto.

Mentre loro attuavano questa recita, con mio fratello battevamo i denti dal terrore. Però non dovevamo avere paura perché era una mancanza di rispetto verso i morti che, offesi, avrebbero potuto non regalarci niente. Il mio sonno arrivava tardi, memore di quello che dicevano i miei compagni di scuola "Stanotti venunu i motti e ti rattuni i peri!" (stanotte vengono i morti e ti grattano i piedi).

La mattina dopo, al risveglio, con timore mi affacciavo sotto il letto per vedere cosa mi avevano lasciato questi morti. Io ci avrei rinunciato tranquillamente ai giocattoli, sapendo che arrivavano dall’aldilà. Impiegavo almeno dieci minuti prima di vedere che c’era sotto il letto. Mi immaginavo di vedere all’improvviso lo scheletro di mia nonna che mi porgeva, sorridente, la pista Politoys e mi diceva "ioca, beddu da nanna" (gioca, nipotino bello di nonna tua).

Comunque, anche se ricca di tradizioni, è un’usanza macabra, degna della migliore produzione di Stephen King e che farebbe imbestialire qualsiasi pediatra o psichiatra infantile. Purtroppo, per ottenere i giocattoli dovevamo superare questa prova.

Ma il sadismo dei genitori nel terrorizarci non si limitava ai giocattoli. L’indomani, mentre giocavamo, ci "invitavano" a mangiare i dolci tipici di questa ricorrenza: le rame di Napoli al cioccolato, i Totò, le n’Zulle e gli immancabili "ossa 'i mortu": macabri dolcetti a forma di teschio o tibia o femore o falange di pasta bianca che subito si sfarina sotto i denti, proprio come ossa calcinate, il tutto deposto su uno strato croccante di pasta marroncina: la bara! A Palermo, invece, i bambini trovavano il "cestino dei morti", consistente in una base di "ruci 'mmiscu"  (dolce misto fatto da rimasugli di biscotti impastati) sulla quale poggia una selezione di frutti di martorana, Paladini di zucchero e la "pupaccena", una statuetta cava fatta con lo zucchero indurito e dipinta con colori leggerissimi.

Di solito i regali erano armi: pistole del West con tanto di fodero a cintura. Si caricavano con i gommini nei loro tamburi e quando il cane scattava avveniva il botto. Ma contro chi si sparava se il nemico non c’era? E allora ecco le armi degli indiani, soprattutto archi con le frecce a ventosa. L’indomani era festa! Le strade sembravano quelle di Kansas City, spari dovunque, con lo sceriffo che già padroneggiava su tutti e le bambine davano terra da mangiare, a mo’ di pappa, alle loro nuove figlie-bamboline. Chi aveva il triciclo, chi il Forte Alamo con i soldatini, chi il completino da cow-boy con pistole che sparavano a salve interi caricatori (i famosi "caps") che dopo una settimana, finita la festa, diventavano introvabili. Anche mio padre si divertiva a sparare; spesso mi riconsegnava "le armi" il 5 novembre! Ho il vago sospetto che i giocattoli, alla Fiera dei Morti, se li scegliesse personalmente.

C’è da dire, però, che la generazione alla quale appartengo era in un certo senso privilegiata, negli anni dai cinquanta ai settanta c’erano già i giocattoli. Ma dai ricordi dei miei zii e dei miei nonni, quando ai tempi di guerra e dopoguerra un giocattolo era considerato uno sfizio o un capriccio, dove era già un’impresa portare il pane a casa, i doni dei morti ai bimbi erano costituiti soltanto da pere e mele cotte, scarpe, abiti e fucili fatti col cartone. Ed era un sacrificio per i genitori.

E’ un rapporto strettissimo quello che lega i catanesi ai propri cari estinti tant'è che per l'occasione viene allestita un fiera ad hoc (fiera dei morti, appunto) dove ci si muove tra bancarelle che offrono merce di varia natura, ma soprattutto i giocattoli per "i picciriddi".

Non so se già allora, a Catania, c’era la Fiera dei Morti. Il luogo storico, a dire il vero, è sempre stato Piazza Carlo Alberto, dove si svolge anche "a fera 'o luni" (fiera del lunedì), quotidiano mercato ortofrutticolo e pescheria all'aperto che tuttora conserva l'antico nome poiché si svolgeva solo di lunedì. La fiera si è fatta sempre lì e trent’anni fa aveva un certo fascino. Adesso è una bolgia.

Ogni anno, ogni 31 di ottobre frotte di catanesi di qualsiasi ceto sociale, come se andassero allo stadio, si scaraventano in massa alla Fiera dei Morti, una volta ubicata alla Plaja, un’altra volta al porto, un’altra alla Villa Bellini. Da un po’ di anni è al Corso Sicilia e i catanesi (anche quelli benestanti) ci vanno con la baldanza di chi sta per fare l’affare della vita.

Ormai si trovano le stesse cose presenti in ogni mercatino rionale italiano: romagnoli che cucinano Fiorentine e frittate con l’ultima bistecchiera, brasiliani che vendono i prodotti dei pellerossa, argentini che vendono dubbi tappeti persiani, napoletani che vendono CD contraffatti sparando ad alto volume l’ultimo successo di Nino D’Angelo o di Gigi D’Alessio.

Ma i catanesi ci stanno bene in quella bolgia. "calando" dai loro quartieri sono capaci di girare per più di un’ora per cercare un posto per l’auto, alla fine si assoggetterano agli spietati ricatti di improvvisati parcheggiatori e, già stanchi, si infileranno con felicità in quel girone dantesco puzzolente di patate fritte, di olio, di pizze a taglio andate a male, ma croccante di genuina "catanesità" all’inverosimile, tanto liotrica che farebbe risvegliare dalla tomba Nino Martoglio per scriverci una delle sue commedie.

Appena dentro mi viene già sete. Mi avvicino ad una di quelle bancarelle che offrono di tutto, dal Bacardi al panino con mille specialità da farsi venire l’intossicazione. Attendo la mia bevanda accanto alla faccia quasi di cuoio di una porchetta che, poveretta, sembra dirmi "ti prego, ordina un’altra cosa". All’improvviso sento in perfetto accento catanese "Ciao m’pare… n’cafè".

Sarà la porchetta? Mi volto e vedo alle mie spalle due vu cumprà senegalesi alti due metri, neri neri, che rivolgono quel "ciao compare: un caffè" al barman. Sentirli parlare in dialetto è davvero uno spasso! Loro lo sanno e lo fanno apposta, questi senegalesi lisci!

Mentre mi appresto a pagare, vedo un gruppo di ragazzi che stanno portando alla cassa le vettovaglie per la gita dell’indomani (visto che capita di festivo e immancabilmente …. o’ Milu!) ed avevano pure otto ciambelle di pane da più di un chilo ciascuna, i cosiddetti "cucciddati". Scherzando, dico a uno di loro: "Ma a che vi serviranno mai domani tutte queste ciambelle? Quanti siete, una trentina?" E il ragazzo catanese, con una risposta bruciante mi indica le ciambelle e iniziando a contarle dice: "Semu ottu: Iu, Ninu, Arazzio, Melo, Turi, Pippo, Giuvanni e Cicciu."

Nella zona "antiquariato" c’è quello che cerca di vendere qualcosa di antico. Non sa con chi ha a che fare: "Anticu? Tu si anticu! Chissu vecchiu è!". E ancora: "a n'euru, a n'euru!", che non si capisce se vende a un euro o invoca un'ambulanza per farsi ricoverare alla Neuro. Un altro, forte di aver letto da qualche parte le gesta di un certo Napoleone Bonaparte e di un Napoleone III, cerca di spacciare un mobile in stile Napoleone Terzaparte! La logica non fa una grinza: Bonaparte è stato il primo Napoleone, ha fatto bene il suo dovere (da lì "bona") e la sua dinastia non poteva che  arrivare alla terza parte, compresa la mobilia del periodo!

Enormi madri di famiglia vendono giocattolini luminosi; altre donne, bellissime da mozzare il fiato, arabe o siciliane o catanesi (in quel contesto dove ormai si mescolano civiltà che reciprocamente cercano e ritrovano le loro origini non ci capisco più niente) vendono altra mercanzia dai Camper-Biochetasi-da Zio Mario-da Zio Nino-da Zia Lucia: "Ma u paninu u voli ca rucula o ca maionesi? Ci mettu n’pocu di pocchetta?: - "Pani di Lintini originali, ah…"s’accomota…"

In un angolino mi accorgo della presenza di una piccola folla. I catanesi vengono assaliti dalla loro innata curiosità ed io, da buon concittadino, mi avvicino. Al centro dell’anello umano tre pellerossa stanno suonando con chitarre e flauti "Let it be" dei Beatles cercando di ottenere, a fine esibizione, delle offerte. Vedendo cosa sono costretti a fare per vivere i veri padroni d’America, mi viene da dire "Guarda come si è ridotto un grande popolo!". Un catanese, a me vicino, continua la considerazione: "……..e sunavanu macari bella musica!".

Sempre più divertito, mi allontano fra le bancarelle di giocattoli. I bambini davanti a quei balocchi cominciano ad essere sempre più esigenti e si ricordano del prodotto che hanno visto in tv; vogliono questo, vogliono quello e invece ricevono ceffoni, ne prendono di santa ragione da madri nervose, padri nervosi, nonni nervosi (per la verità già da piccoli hanno le cosidette "corna"). Tutti sono nervosi, pure i vigili urbani sono nervosi, anche la gioventù che va a spasso con la sciarpa da ultras e coi capelli mezzo rasati è nervosa.

Fra la frutta e verdura con cartelli che fanno sganasciare dalle risate, tipo "fiche nostrane" su una cassetta di fichi secchi, passa un milanese che chiede a un venditore di lumache "quanto vanno all'etto?" e il venditore "quannu vannu a lettu no' sacciu, ma ogni matina e' cincu i trovu tutti ccaà!" (quando vanno a letto non lo so, ma ogni mattina alle cinque le trovo tutte qua).

Non lo fa capire, ma è stanco e nervoso anche il commerciante che cerca di rifilare a una giovane madre la tutina troppo stretta per il bambino. E quando devono "rifilare" si raffinano con una sorta di lingua italiana che, a modo loro, li fa apparire più "professionali"……: signora, guardi che questa tutina la mette pure mio figlio che ha due anni come quello suo…..suo figlio ha fatto due anni l’1giugno? Mio figlio il 3 giugno…. che coincidenza, "se la spaciano" di due giorni!!!!

All’incrocio fra il vialetto delle scarpe e quello delle felpe, intere famiglie si ritrovano e si salutano parlando di cassa integrazione, di assegni di assistenza, di TFR, di arrampicate sul campanile della Cattedrale per manifestare contro le autorità, di bivacchi davanti al Municipio perché la fabbrica sta chiudendo. Puntualmente si fanno fregare sulla scarpe strette "mi stanno un po' strette" e il venditore "signora, poi cedono...", oppure "mi stanno un po' larghe" e il venditore "signora mia, queste si adattano al piede e poi si restringono". E fra l'ennesima fregatura parlano del Nord, del lavoro "n’continenti", perché al Nord di lavoro ce ne sta tanto. Però loro non vogliono commettere l’errore dei loro nonni, non vogliono tornare qui in età pensionabile portandosi dietro un cancro ai polmoni beccato nelle fabbriche piemontesi; se proprio se lo devono beccare che sia alla pelle per il troppo sole che hanno preso, perchè vogliono morire qui. Stavolta, con caparbietà, vogliono vivere a casa loro, stavolta la loro terra non la vogliono lasciare. A tutti i costi, anche campando della vendita di caldarroste. Li lascio alle loro speranze:

- Ma tu ppi cu voti?

- Belluscono….

- Ma cchi dici? Non è candidatu o Cumuni….

- Turi…. comu si chiama chiddu…..ah… Sciampagnini!

Poi si rimettono in cammino alla ricerca delle scarpe giuste che, in ogni caso, dopo due giorni li costringeranno ad una visita podologica. Abbagliati da tutto quel ben di Dio luccicante acquisteranno anche altri oggetti inutili che non useranno mai, che non serviranno a nulla, che arrivati a casa si guasteranno alla prima bottiglia aperta.. L’affare della loro vita, come ogni anno, non l’hanno fatto, ma non fa niente…domattina per le strade non ci saranno più gli spari di una volta, ma finestre chiuse dalle quali si intravedono televisori accessi che proiettano silenziosi videogiochi acquistati dai marocchini, che non funzioneranno e che bisognerà riportare per il ricambio.

E di nuovo la ricerca del parcheggio, il marocchino che non si trova perchè sono tutti uguali…ma non fa niente….. tanto siamo indistruttibili, inossidabili. Alla Fiera dobbiamo andarci, costi quel che costi, perché ci divertiamo da matti in quella Halloween ambulante in cui tutti, ma proprio tutti, ritorniamo  "picciriddi".

Tanto, domani è festa e non si lavora… e dopodomani nemmeno.

 

IL POPOLO DEL JAZZ

(Mimmo Rapisarda)

Ogni anno mi ripropongono l’abbonamento alla Rassegna Jazz. E ci vado, con rassegnazione.

Alla prima delle serate prestabilite, all’ingresso del teatro ritrovo quel particolare pubblico che va a queste rassegne.

Nonostante l’apparenza, non è difficile capire che si annoieranno mortalmente, che sarebbero rimasti a casa a vedere Il processo di Biscardi in pantofole o a giocare al Risiko. Ma quel giorno, a quell’ora e in quel luogo devono farsi vedere all’ingresso del teatro davanti alle serie locandine in vetrina, con il loro aspetto stravagante, il codino, la sciarpa alla palestinese e il giaccone d’ordinanza, fumando cubani con le Marlboro Light lasciate momentaneamente in macchina. Parlano, parlano, fanno a gara a chi pronuncia meglio la parola Jazz e si agitano, terrorizzati di non farsi notare nell’atrio dall’amico o dal conoscente, quasi a timbrare un cartellino di presenza. Stanno in branco con un atteggiamento quasi superbo, come se appartenessero ad una specie di loggia massonica a numero chiuso, senza possibilità di ingresso per i profani. Non ci giurerei, ma su 500 spettatori penso che soltanto in 3 o 4 siano lì esclusivamente per ascoltarsi il jazz, perché lo capiscono e "vogliono" godersi il suono che emette quella musica d'elite.

E beati loro! Perché io non l’ho mai capito!

Vi direte "ma allora perché ci vai?" Lo ammetto, è il gesto più incoerente che io possa fare nell’arco dell’anno. Forse è una periodica occasione per rivedersi e discutere con alcuni amici, perché prima che cominci lo spettacolo stiamo a parlare delle nostre vite su quelle comode poltrone che ti stimolano a svuotare il sacco molto meglio che in qualsiasi altro luogo, molto meglio del confessionale, molto meglio del divano di Freud. Non lo so, forse per passare la serata, forse perché in mezzo all’abbonamento c’è qualche artista che mi tira. Comunque, è la stessa domanda che mi ponevo negli anni Settanta ai Cineclub quando mi sciroppavo pellicole polacche di quattro ore: "ma che ci fai qui?". 

Prima dello spettacolo l’occhialuto organizzatore, espertissimo di musica jazz, sale sul palco e introduce la carriera degli artisti che si devono esibire da lì a poco e con una preparazione sconcertante, scandendo i loro nomi, la carriera e i titoli del loro dischi con un’impeccabile pronuncia inglese che mi verrebbe voglia di abbatterlo a scarpate in nuca, lo immagino a casa sua con le pareti delle stanze tapezzate non di CD (perché non fa fino per un esperto) ma di LP. Centinaia e centinaia di 33 giri pronti per essere ascoltati sul piatto, perché "la fedeltà del piatto è assoluta e totale". E mentre parla facendo attenzione a pronunciare la parola "jazz", me lo immagino come il Dott. Semenzara prima della visione de "La Corazzata Potemkin", davanti a centinaia di persone che già pregustano due ore di noia mortale ma che dovevano essere lì in quel luogo e a quell’ora di quel giorno.

E continua: "…..il jazz è una scelta di espressione della propria sensibilità. Non c’è mai una fine, ci sono sempre nuovi suoni da immaginare, nuovi sentimenti da cogliere. Purificandoli potremmo vedere, allo stato puro, ciò che abbiamo scoperto, cosa siamo. L’approccio al jazz genera suggestioni raffinate e un gioco ad incastri con gli strumenti che raggiunge una musicalità totale in qualsiasi forma. Con questo duo stasera siamo ad una scrittura decisamente complessa, senza nulla togliere al fascino e all'indiscussa abilità individuale dei musicisti che ospiteremo…… Signori: Stanley Jordan e Jeff Berlin!... (Jordan, a detta degli esperti del settore, è uno dei più grandi chitarristi al mondo ed era affiancato da bassista Berlin, definito dall’organizzatore come l’erede di Jaco Pastorius).

Arrivano i due musicisti americani che accennano a qualche "bonasera, ciau Catania, milli grazi!" ma soprattutto parlano in inglese, ridendo. Dalla sala ridono con ipocrisia alle loro battute facendo intendere che capiscono la lingua, ma in effetti non hanno capito un cazzo! Qualcuno risponde pure in inglese per prendere un po’ di punti. Altri stanno zitti con dignità.

In queste rassegne il palco ha una scenografia assai spartana: soltanto le luci della sala, niente occhi di pernice o fari particolari, niente effetti, niente colori. Insomma, niente allegria. E poi il vero intenditore non tiene a queste cose, non vuole fronzoli, luci e pajettes; è lì soltanto per assaporare il suo jazz (sarà vero?), a godere fino all’ultimo accordo che esce da quegli strumenti, a decifrare la nota incredibile di ogni singola tonalità.

Ed è una scena triste, come tristi sono questi musicisti, come tristi sono le sobrie ed essenziali locandine fatte col carattere Courier 12 che sembrano uscite fuori da una macchina da scrivere del Kgb. Triste anche la tessera dell’abbonamento, tristi anche i colori degli strumenti.

Cominciano a suonare. Questi concerti hanno tre tediose caratteristiche:

a)  cominciano con un ritardo mostruoso: un’ora rispetto a quanto annunciato, con prevedibili ripercussioni sulla tenuta dell’apparto urinario dei malcapitati;

b)   i pezzi sono interminabili. Le cronache raccontano di rivolte nelle sale con manifesti sui quali c’era scritto "Tiziano Ferro, sei tutti noi!", "Pupo for President!";

c)   l’intervallo non c’è quasi mai, si fa tutta una tirata fino alla fine. E per uno come me, che in questo caso l’intervallo significherebbe la bombola di ossigeno per respirare in superficie, è la fine.

Comunque attaccano il primo pezzo e qualcuno da dietro grida "Dai, bravo… quella, sì!" come se conoscesse il pezzo. Era, invece, pura improvvisazione dei due artisti e quando glielo fanno gentilmente (ma con grande cattiveria) capire avrebbe voluto infilare la sua faccia sotto la poltrona, tanto era rossa!

Durata del primo pezzo: 25 minuti! Alla fine tanti applausi e grida, ma dalle facce stravolte si capisce subito che il pubblico sta per cedere: le lamette Gillette cominciano già a circolare in sala e la loro quotazione sta arrivando a cifre imbarazzanti. Qualche esagerato ha addirittura portato da casa un’attrezzatura portatile contenente: 2 corde di varia misura con nodo scorsorio già pronto, una P38 carica, 12 tartine di cianuro, 2 bottigliette di curaro e 1 mini-sedia elettrica componibile. L’ultimo colpo di plettro è un sollievo o, per meglio dire, l’ancora di salvezza, la goccia d’acqua che spegne la miccia accesa prima dell’esplosione.

Attaccano, per onore al Paese che li ospita, una sorta di inno di Mameli fatto con chitarra e basso e adesso anche i più ostinati amanti del Jazz cominciano ad agitarsi perché sentono finalmente (e francamente!) qualcosa di orecchiabile.

Ma il divertimento finisce presto. Il terzo pezzo è un mattone terrificante, incomprensibile, impenetrabile, astruso, difficoltoso da apprendere anche per i più navigati, destinato soltanto a quei pochi che conoscono perfettamente lo scopo della loro presenza in quel teatro.

Il pubblico fissa attento il palco. Ma in realtà sta fingendo, perchè in quel momento ogni spettatore pensa, nell’ordine:

1) E se l’auto me l’hanno portava via col carro attrezzi? E dove lo trovavo un parcheggio a quell’ora, visto che sono arrivato soltanto cinque minuti fa! (arrivare in ritardo fa fico);

2) L’ho chiuso o no il cassetto segreto della scrivania di casa, dove c’è l’altra agendina telefonica che mia moglie non deve vedere?;

3) Ma chi me l’ha fatto fare? Qui non c’è nemmeno la pausa; almeno con quella scusa mi fumavo una sigaretta in corridoio per prendere una "boccata d‘aria";

4) Se arrivo in tempo, forse posso vedermi chi è stato nominato al Grande Fratello;

5) Quale scusa inventare domattina al Capo per il ritardo accumulato per via dell’acquisto del biglietto del derby?

6) Ma la rata del condominio l’ho pagata o no?

7) Questo dente si muove, domani devo correre dal dentista;

8) Ora mi invento una bella colica, così esco per andare in bagno e invece mi sparo una croccante busta di Cipster, di quelle che fanno tanto rumore;

9) Sto morendo di sete, ho dei miraggi: una Moretti gelata! Anzi, visto l’ambiente, meglio una Bud o una Ceres, o meglio ancora una Maes o una Red Erik;

10) Ma quello non è il mio vicino di casa? Che ci fa con una che non è sua moglie?

11) Guarda quant’è carina quella in seconda fila… ma, sbaglio o è quella mia compagna di scuola che filava tutti, tranne che me?

12) Il soffitto di questo teatro è pieno di calcinacci.

13) Ma questo sta suonando con una Gibson o una Guild? Boh, … se fa un altro passo indietro va a sbattere con l’amplificatore e cade all’indietro.

Ma, soprattutto, cadono in clamorosi abbiocchi. Quando il chitarrista si esibisce in virtuosismi che vanno un po’ fuori dai prestabiliti schemi di questo genere musicale, alcuni si risvegliano come ghiri dal letargo. Chiedendosi per un attimo in quale luogo fossero, con gli occhi pieni di sonno emettono un "iiiuuuu! Bravo" e poi si riaddormentano come orsi polari.

Anche la mia autonomia sta per finire. Conoscendo la mia erudizione in materia (limitata a "Tutti quanti voglion fare il jazz perché resister non si può al ritmo del jazz!" degli Aristogatti), le mie ciglia cominciano a congiungersi e prendo sonno. Sogno l’organizzatore della rassegna che mi sveglia, mi prende per le orecchie come Fantozzi, mi fa inginocchiare sui ceci davanti alla platea e mi fa leggere, brano per brano, tutta l’opera omnia di Louis Armstrong, John Coltrane, Duke Ellington, Charlie Mingus, Count Basie, Bill Evans, Chet Baker, Romano Mussolini e Franco Cerri. Intanto, tutti intorno a me, gridano "merdaccia, merdaccia, ci hai rovinato lo spettacolo, rimborsaci la serata!".

Quando mi sveglio, guardando l’orologio, mi rendo conto che, grazie a Dio, siamo quasi alla fine dell’incubo. I due yankees fanno l’inchino e se ne vanno.

Qualcuno accenna timidamente (con occhiatacce da parte di tutti) alla richiesta di un bis. Manco a dirlo! Con una velocità olimpionica i due sono di nuovo sul palco per un altro pezzo, lo finiscono e se ne vanno. Ma all’improvviso, proprio quando la gente, felice, comincia a staccarsi dalle poltrone per continuare il sonnellino a casa…..rieccoli! Il secondo bis! Eh no! Questo non l’aveva chiesto nessuno (e se mai c’era qualcuno rischiava grosso)!

Quasi tutti ormai, rassegnati, restano in piedi pensando "fra poco tutti a casa, per fortuna". Oh!…Quattro bis! Se avessero fatto appena l’accenno del quinto avrebbero rischiato il linciaggio in sala! Meno male che in queste rassegne non è previsto il dibattito dopo-concerto.

Alla spicciolata se ne vanno tutti via, commentando la serata: "gran concerto, ma come faceva quello a suonare con la mano sinistra il piano e con la destra la chitarra? …. il lavoro ritmico-armonico del contrabbasso si esaltava con quello della chitarra, eccezionale! Le hai scattate le foto? No? Ma come….ti sei appisolato? Ma come hai potuto ….(yawn!)… dormire?". E tornano di fretta alle loro auto per disintossicarsi con una musicassetta dell'ultimo Festival di Sanremo, ma che forse non troveranno più perché le hanno portate via col carro-attrezzi. Ma hanno troppo sonno per incazzarsi all’una di notte. E poi incazzarsi per strada non è trend, meglio essere calmi e diplomatici. Domani si vedrà.

Un giorno a bordo del  Virginian salì Jelly Roll Morton. Sfidando Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento gli disse: "io sono colui che ha inventato il jazz". Lui, il pianista Novecento, non è mai esistito. Ma Jelly Roll Morton, il pianista del duello è esistito veramente. E probabilmente ha davvero inventato il jazz.

Maledetto!

 

qualcuno l'avrebbe saputo perfino suonare quel jazz, per decifrare la nota incredibile di ogni singola tonalità,

certamente non proprio benissimo ma quel tanto che basta che fa, che si dica "Ha vissuto la vita sotto i colpi del jazz",

che si dica "Quell'uomo ha vissuto sotto i colpi del jazz"…..

(da Jazz, di F. De Gregori)

 

 

Invitai alcuni amici:

 la Luna non volle venire 

perche' ci sarebbe stato anche il Sole,

 il fuoco non gradiva l'acqua,

la terra prese le distanze dal cielo
ed infine la Moneta della sorte disse

che non avrei avuto necessita' del suo contributo.

E scusandosi si defilo'.
Pure senza un soldo di fortuna

e pure senza chi segui' l'esempio della Luna,

 vidi le stelle e ne baciai ancora una.
Solo il Mare seppe rivelarsi talmente grande e bello
da mettere d'accordo uomo e pesce, 

scoglio e sabbia, fiume e pioggia... 

Tutti nel Mare, tutti col Mare. 

AMare, a mare.

(Angelo Scaltriti)

LA PARTITA LUNGA TRENT'ANNI

(Alessandro Baricco)

QUANDO Schnellinger insaccò, un minuto e quaranta secondi dopo lo scadere del tempo regolamentare, io avevo dodici anni. In una famiglia come la mia ciò significava che ero a letto, a dormire, già da un bel po'. Allo stadio Azteca stavano facendo la storia, e io dormivo. Era giugno, il mese in cui ti spedivano dai nonni, al mare, a farti di biglie e di focaccia. Mi immagino mio nonno, solo, davanti alla tivu, fulminato, come Albertosi, dalla palettata di Schnellinger. Dovette succedergli qualcosa dentro, in quell'istante: forse il complesso di colpa per avermi negato per sempre quell'emozione; forse, più semplicemente, pensò che era troppo solo per sopportare tutto quello. Insomma: si alzò e venne a svegliarmi. L' unica altra volta in cui qualcuno era venuto a svegliarmi nel pieno della notte per portarmi davanti a un televisore era poi successo che un uomo aveva messo un piede sulla luna.

QUINDI, quando mi sedetti sul divano, sapevo esattamente che non avrei più dimenticato. Messico, giugno 1970, semifinale dei mondiali, Italia - Germania. Per la mia generazione, quella è LA partita: è per la gran parte di noi è una emozione in piagiama e vestaglia, piedi freddi in cerca di pantofole, gusto di sonno in bocca e occhi stropicciati. Quel che di più simile c'è a un sogno.

Lì per lì, la prima cosa che mi rapì fu una stupidata: c'era in campo Poletti. Poletti era l'unico giocatore del Toro che riuscisse a mettere la maglia della nazionale, giusto ogni tanto, quando qualcuno si faceva male. Giocava maluccio, aveva un nome da impiegato e faceva il terzino, cioè niente di poetico: però era del Toro, e per me era come se scendesse in campo mio padre. Lì, all'Azteca, mio padre entrato per sostituire Rosato (un grandissimo, tra parentesi). Passai i primi minuti a cercarlo anche quando era fuori dall'azione, purché fosse dentro il televisore. Così lo vidi benissimo quando si mise a pasticciare orrendamente davanti ad Albertosi, al 94: la palla se ne rimase lì in mezzo, a due passi dalla porta, come un bambino dimenticato al supermercato: per Mueller fu uno scherzo metterla dentro, anche perché era Mueller, cioè un tipo umano che poi avrei incontrato infinite volte, cioè quello che sta in agguato e poi ti frega, quello che non lo vedi mai se non nel preciso istante in cui ti sta fregando, quello che la natura si è inventata per riequilibrare il mondo dopo aver inventato i Poletti. Colpetto rapinoso, e 2 a 1 per i crucchi.

A quel punto la partita era finita. Riva respirava come se avvesse avuto l'enfisema, Boninsegna insultava tutti quelli che gli passavano a tiro, e Domenghini sciabolava dei cross talmente surreali che per ritrovare la palla dovevano ricorrere ai cani da tartufo. Ontologicamente, la partita era finita. Martellini lo fece capire, con la morte nel cuore e nella voce, a tutti i nonni di Italia, e quindi anche al mio: che disse: a nanna. Mi salvò Burgnich. Cosa ci facesse lui in mezzo all'area avversaria, al 98, è cosa che un giorno gli vorrei chiedere. Probabilmente si era perso. Sparò il suo ferro da stiro su una palla ignobilmente pasticciata da Vogts (Poletten), e insaccò, incredibilmente, regalando a quella partita un eleganza geometrica sovrannaturale, 2 a 2, i centravanti ad aprire la ferita e i terzini a suturarla, Boninsegna-Schnellinger, Mueller- Burgnich, in una splendida metafora di quello che il calcio è, lo scontro tra gente che cerca di far accadere cose, gli attaccanti, e gente che cerca di impedire che cose accadano, i difensori. A ripensarci, era tutto così perfetto che avrebbero dovuto mollarla lì, tornare a casa e non giocare a calcio mai più.

Il 3 a 2 fu calcio vero, di quello che non ha bisogno del Poletti di turno per arrivare al goal. Apertura di Rivera sulla sinistra, non un centimetro troppo lunga, non un centimetro troppo corta, fughetta di Domenghini sull'ala, cross non surreale al centro, e palla a Riva: stop, finta, saluti vivissimi al difensore tedesco, palla sul sinistro, colpo di biliardo sul paletto lontano, rete. Più che un'azione, un'equazione. Dove quei tre abbiano trovato la lucidità di risolverla con quella perfezione dopo 104 minuti di battaglia è cosa che un giorno vorrei chiedergli. Era calcio ridotto alle sue linee più pure ed essenziali. I tedeschi non ci capirono niente. Intervistati, avrebbero potuto dire quello che Glenn Gould diceva del rock: "non riesco a capire le cose così semplici".

Da lì in poi è confusione. Non ricordo più nulla, intorno a me, e questo significa che doveva esserci un gran casino, dentro e fuori casa. E' strano che io non abbia nemmeno un'immagine in testa di mio nonno che schizza fuori dalla poltrona e, che so, dà di matto sul balcone sparando dei vaffanculo tremendi a gente con cui, dall'8 settembre del '45, aveva qualche conto in sospeso. Niente del genere. Mi spiace, anche, perché terrei con me volentieri un'immagine di lui felice, incontrovertibilmente felice, lui che era un uomo così pudico nelle sue gioie. Eppure tutto, nella memoria, risulta ingoiato da due singole immagini, che hanno cancellato tutto il resto, come due flash accecanti che hanno spento tutto, intorno. E in tutt'e due c'è Rivera.

La prima è lui abbracciato al palo, un istante dopo aver fatto passare un pallone pizzicato dalla testa di Mueller e spedito proprio dove c'era lui, sulla linea di porta, lì esattamente per fare quello che però, all'ultimo, non era riuscito a fare, e cioè interporre un qualsiasi arto o lombo tra pallone e rete, gesto per cui non era necessaria nessuna classe, nessun talento, ma giusto la semplice volontà di farlo, la determinazione di trasformarsi in corpo solido, l'ottuso istinto alla permanenza che hanno le cose tutte, tutte tranne Rivera su quella linea di porta, dove vede passare il pallone e guardarlo è tutto, il resto è un palo abbracciato comicamente e un Albertosi che ti grida dietro domande senza risposta.

La seconda è l'icona massima di quell'Italia-Germania. Rivera, ancora lui, completamente solo a centro area, riceve un assist dalla sinistra (Boninsegna) e tira in porta al volo, di piatto destro. Maier, il portiere tedesco, un mattocchio che sapeva il fatto suo, è attaccato al palo destro dov' era andato a chiudere su Bonimba: si aspettava il solito centravanti che sfonda e poi tiracchia appena vede lo spiraglio; Boninsegna era in effetti il più classico dei centravanti; una sola cosa era logico che facesse: tirare. E invece con l'orecchio aveva visto Rivera, là, olimpico e apollineo, in una radura di magica solitudine nel cuore dell'area: illogica rasoiata in quel punto, palla nella radura, e Maier fuori posizione, fatto fuori da un'inopinata incursione della fantasia nel tessuto di un teorema che credeva di conoscere a memoria. Rivera e Maier. Tutta la porta spalancata, vuota. Maier lo sa e alla cieca abbandona il palo e si scaraventa a coprire tutto quello che può di quel vuoto. Rivera potrebbe affidare al caso la pratica, scaricando sul pallone la potenza approssimativa del collo del piede, e vada come vada. Invece sceglie la razionalità. Apre la caviglia (ho visto donne aprire ventagli senza nemmeno sfiorare quella eleganza), e opta per il colpo di interno, scientifico, geometrico, magari meno potente, ma nato per essere esatto: ha un'idea, e per quella idea non gli serve potenza, gli serve esattezza. E' un'idea fuori dalla portata di un portiere colto fuori posizione e provvisoriamente consumato dallo sforzo animalesco di rientrare nella propria tana prima che arrivi il nemico. E' un'idea perfida e geniale: fregare l'animale in contropiede andando a infilare il pallone non nel grande vuoto che sta davanti all'animale, ma nel piccolo vuoto che gli sta dietro: l'unico punto in cui, fisicamente, gli è impossibile arrivare. In pratica si trattava di tirare addosso a Maier, fiduciosi nel fatto che lui, nel frattempo, sarebbe finito altrove. Rivera lo fece. Il pallone passò a quattro dita da Maier: ma erano come chilometri. Goal. IL goal. Una buona parte dei maschi italiani della mia generazione conserva la memoria fisica di quel tocco riveriano appiccicato all'interno del proprio piede destro. Non scherzo. Noi abbiamo sentito quel pallone, non smetteremo più di sentirlo, ne conosciamo i più intimi riverberi, ne conosciamo perfettamente il rumore. E ogni volta che colpiamo di interno destro, è a quel colpo che alludiamo, e non importa se è una spiaggia, e il pallone è quello molliccio sfuggito a qualche stupido giocatore di beach-volley, e in braccio hai un frugolo che pesa dieci chili, e in faccia la faccia di uno che l'ultimo cross dal fondo l' ha fatto un secolo fa: non importa: peso sulla sinistra, apertura della caviglia, tac, interno destro: rispetto, bambini, quello è un colpo che è iniziato trent' anni fa, in una notte di giugno, pigiami e zanzare.

Perchè poi tutto questo, chi lo sa. Voglio dire: per quanto bella, era poi solo una partita. Cosa è successo perché dovessimo mitizzarla così? A dire il vero non l'ho mai veramente capito. Mi vengono in mente solo due spiegazioni. Avevamo l'età giusta. Tutto lì. Avevamo l'età in cui le cose sono indimenticabili. E poi: quella sera, quella partita, l'abbiamo vinta. Sembra una stupidata, ma sapete qual è la cosa più assurda di tutta questa faccenda? Che se voi citate a un tedesco quella partita, magari con un' aria un po' complice, come a condividere un ricordo pazzesco e perfino intimo, beh, quello quasi non se la ricorda, quella partita. Cioè, se la ricorda, ma non gli è mai passato per la testa che fosse qualcosa di più di una partita. Anzi, hanno sempre un po' l'aria di considerarla una partita stramba, folklorostica, neanche tanto seria. Non è un mito, per loro. Non è un luogo della memoria. Non è vita diventata Storia. E' una partita. Tutt'al più ti citano Beckenbauer che gioca i supplementari con la spalla fasciata e il braccio bloccato sul petto. Come sarebbe a dire? Tu parli di una cena pazzesca e loro ti citano le patate lesse? Non scherziamo. Tanto quello giocava rigido come una scopa anche se non lo fasciavano, sempre lì a colpire d'esterno, il fighetto, chiedigli un po' notizie di De Sisti, neanche l'ha visto, per tutta la partita, te lo dico io, ma vattela a rivedere poi ne riparliamo, altro che Beckenbauer, vattela a rivedere, tac, interno destro, altro che esterno, comunque per me quella partita abbiamo incominciato a vincerla al 91, credi a me, no, che c'entra Schnellinger, dico al 91, adesso tu non te lo ricorderai, ma è lì che si è deciso tutto, cambio dalla panchina, fuori Rosato, dentro Poletti, ti dico che lì la partita è girata, ascolta me, vattela a rivedere se non ci credi... Prego? Ma guarda te, questo non sa nemmeno chi è Poletti...

 

 

Non più una partita, ma una leggenda.

(Mimmo Rapisarda)

 

 Non è la data, l'anno, il paese, lo stadio che rende ogni volta incredibile questa partita, ma è la nomenclatura che la fa diventare mitica: Italia-Germania. 

Due parole che unite da un trattino e messe dovunque, o in una partita al calcio balilla o sulla spiaggia di un villaggio turistico fra un'amichevole di turisti tedeschi e italiani, innescano una magia che scatena quanto di più incantato si possa pensare per una partita di calcio. C'è qualcosa di stregato in queste due parole, è come se il Dio Palla volesse chiedere la parola d'ordine a chi vorrebbe conferire con lui per iniziare a parlare di pallone. 

Questa partita è diventata lunghissima, non finirà mai. Da oggi ancora di più, ma per quanto tempo ancora? Il 90' è finito da parecchio, i minuti di recupero pure, ma i supplementari si stanno ancora giocando e forse si giocheranno ancora. Da una fantastica panchina le riserve sostituiscono da quarant'anni i titolari: esce Boninsegna ed entra Totti; Gigi Riva ha i crampi ma Paolo Rossi si sta già scaldando; il sudato Tardelli ha problemi alle corde vocali per quanto ha urlato e Gattuso gli va incontro per farlo riposare. Chissà quando lo sentiremo davvero il triplice fischio finale! E' un match che è diventato ormai una leggenda, una sfida interminabile fra la scuola dei panzer tedeschi, tutta muscoli, perfezione e geometria e quella italiana, tuttta estro, contropiede e genialità. Quando quel rettangolo verde si riempie di 22 puntini bianchi e azzurri una polverina magica scende sul capo di quegli uomini che per sortilegio, anche se sfiniti, ritrovano nuove forze, nuovi stimoli, corrono come pazzi alla ricerca del gol della vita. 

C'è da dire che in queste epiche battaglie i tedeschi hanno sempre incassato cocenti sconfitte sulle quali, però, non hanno mai potuto recriminare nulla o accampare scuse. E questo li ha fatti inviperire ancor di più, perché sono state sconfitte sempre limpide, pulite e meritate e che hanno fatto sempre male al loro stomaco e al loro orgoglio nazionale. Ma più perdono e più ritornano ad essere i soliti crucchi, fino ai miserabili articoli della loro stampa o alle puntuali e puerili minacce di boicattaggio delle pizzerie italiane in Germania. Non mangiano più la nostra pizza? E cchisenefrega!! Chiedete al pizzaiolo coi baffi neri di Berlino se sono meglio duemila Margherite invendute o due gol a nostro favore! Forse non vi può rispondere perché è ancora ubriaco di birra ed euforia. Però… sotto sotto, anche se dicono che siamo cafoni, furbetti e disonesti, alla fine ci ammirano e ci invidiano e - a modo loro - ci rispettano. Perché per loro noi siamo, da sempre, IL NEMICO. 

Italia-Germania a questo punto è anche un simbolo, una metafora per significare che in ogni occasione della vita tutto è il contrario di tutto, che puoi scendere dalle stelle alle stalle in un minuto, che mentre stai a difendere la tua area di rigore piena di problemi ti ritrovi - per spontanea reazione - proiettato ad attaccare l'altra area di rigore; che niente in ogni nostra Italia-Germania è predisposto, preparato, dettato e organizzato ma, illogicamente, in quella confusione di ormoni impazziti tutto va al suo posto come se ogni lancio o rimessa laterale fosse già stata scritta su un libro. Italia-Germania significa che può succedere qualsiasi cosa, avere la licenza di essere te stesso, vuole dire dimenticarsi subito degli schemi imposti dall'allenatore, entrare in campo e perdersi… perdersi fra quelle immense praterie di prato verde che si spalancano davanti perché la tattica non esiste più, le marcature nemmeno (figuriamoci la zona) e i capovolgimenti di fronte fanno diventare il campo di calcio come un flipper col Tilt acceso. 

Ognuno va per conto suo, e si ritrova da solo con la sua sorte in quel suo piccolo fazzoletto verde personale, smarrito, come su un campo di battaglia della Grande Guerra in attesa che il nemico si affacci da dietro la nebbia. Fra l'odore di erba fresca appena tagliata, il boato del pubblico ormai non lo sente nemmeno più, non vede più neanche gli spalti, ma soltanto il verde e quella nebbia surreale. Attorno a lui soltanto un fatato silenzio. Ogni tanto avverte ai suoi lati soltanto una locomotiva che passa, bianca o azzurra non importa, è un compagno di squadra o un avversario che in preda ai cinque minuti di straordinaria follia che gli ha assegnato il fato corre in cerca di una gloria che vede davvero, di un gol che percepisce in anticipo, di appiccicosi e fraterni abbracci che già avverte sulle spalle, di una prima pagina di giornale che sta già leggendo mentre corre un dannato, con 120 minuti nelle gambe, alla ricerca di quelle tanto ambite linee bianche: i pali e la traversa. In quei suoi cinque minuti il pallone che ha davanti ai piedi è pazzo, ha voglia di infilarsi in quella rete come uno spermatozoo che tenta di entrare nell'utero di una donna. E non importa se per strada ha perso i parastinchi e gli sgambetti gli fanno tanto male, lui deve macinare a tutti i costi quei trenta metri che lo separano dal sogno.

Non c'è niente di patriottico in quel che fanno quando questi uomini s'incontrano, lo fanno perché accade qualcosa di strano, quasi miracoloso. Non lo sanno nemmeno loro perché accade.

Questa è divenuta Italia-Germania. Come ci ricorda una famosa foto di Tardelli, è una folle e infinta corsa segnata dal destino, un urlo lungo centodieci metri di prato colorato di bianco e azzurro.

 

NATALE 2006

(Lettera di Babbo Natale a Mimmo Rapisarda)

Napapiiri (Finland), dicembre 2006

Caro Mimmo,

ciao, sono colui che tutti chiamano Babbo Natale.

Da un po' di anni soffro di depressione e ad ogni dicembre cerco qualcuno per sfogarmi. Quest'anno ho scelto il tuo personal website (si scrive cosi?).

Innanzi tutto, vuoi sapere una cosa? Mi sono stufato! Mi sono stufato di tutte queste nuove richieste che mi arrivano, di tutte queste nuove tecnologie che trasformano i desideri di quei poveri cristi lì sotto in meno di tre mesi. Così capita che mentre ad ottobre preparo l'oggetto, due bifolchi annunciano a tutti "Life is now" e a metà novembre sono costretto a ricominciare tutto daccapo. Alla fine arrivo al 24 dicembre stressato e depresso. Ho fatto pure delle sedute di psicanalisi qui vicino, in Svezia, presso uno strizzacervelli, un certo Freud. Alla fine sono uscito dal suo studio ancora più depresso.

Come ogni anno, per fronteggiare questa nuova realtà, ho cercato di farmi aiutare dai soliti gnomi lapponi. Ma quelli conoscono a malapena l'impianto elettrico dell'albero di Natale. Così ho dovuto assumere degli elfi giapponesi hi-tec, mandando in cassa integrazione i miei gnomi. Non ti credere, sono cose che capitano anche qui, conseguenze del vostro inarrestabile progresso!
Sai, una volta ero uno di quelli che voi chiamate santi. Non so come, ma dalla Puglia mi sono ritrovato in Lapponia. Mi hanno cucito addosso questa casacca rossa (ormai da buttare via e che mi sta strettissima) sfruttandomi in tutti i modi. Come un coglione mi fanno dire per le strade "oh oh", mi fanno bere la bevanda scura di una multinazionale americana, mi fanno fare il giro del mondo in 20 giorni (altro che 80 giorni, quella sì che era una pacchia!), mi infilano nei film, nelle canzoni, nei libri, negli spot ed usano la mia immagine come meglio credono. Sfogliando queste pagine, vedo che anche tu non scherzi, briccone!

Mah... meno male che dura solo un mese e che poi si dimenticano di me, lasciandomi in pace per il resto dell'anno.

Sapessi le richieste che mi arrivano! Le più pazze! Mi chiedono carriere strepitose, una notte con Alena Seredova, trenta punti di bonus per la Juve, una raccomandazione alla ASL per avere il Dott. Gargiulo come medico di famiglia, entrare nella casa del Grande Fratello, confezioni di Viagra, labbra alla Angelina Jolie e capelli alla Brad Pitt, vincite alla lotteria, terni e ambi al lotto per pagare l'abbonamento a Fuorigrotta dimenticando che mi chiamo Nicola e non Gennaro! E poi una certa De Filippi che doveva nascondermi dietro una busta gigante per far riappacificare due coniugi. Un giorno mi ha pure scritto una signora che si chiama Carrà, pregandomi di farle da "gancio" per un bambino un po' scettico: dovevo entrare in uno studio televisivo dove lei gridava a tutti "Babbo Natale …è quiiiiii!.

Mai che mi sia arrivata una lettera congiunta da Gerusalemme per far finire la guerra in Medio Oriente, o una dal Palazzo dell'ONU perchè cancellino tutti gli embarghi nel mondo, o una della Fao che mi comunica "per quest'anno non c'è bisogno di niente", o una dal nord Africa dove sta scritto "da gennaio non si salpa più". Niente, nessuna lettera, quella casella del mio ufficio postale rimane sempre vuota.

Com'erano belli i tempi in cui mi scrivevano soltanto per far stare bene mamma e papà, o solo per far guarire il bambino malato incontrato per strada oppure solo per i tanti desiderati trenini e le bambole o addirittura soltanto per aiutare un innamorato a conquistare la sua amata (con la puntuale sfuriata del mio collega Valentino, il quale sosteneva che avrei voluto fregargli il lavoro!).

Anche le mamme sono cambiate. Quando mi chiedono di farmi fotografare con i loro bambini e li metto sulle mie ginocchia, mi accorgo che nei loro occhi non c'è più l'innocenza di una volta. Mi guardano come soldatesse dell'Esercito della Salvezza o come Dame della San Vincenzo. Io capisco, sto zitto e non tengo più di tanto i loro bimbi. Comunque non le giudico. Coi tempi che corrono, gli orchi cattivi sono sempre più in agguato.

E poi è cambiato tutto. Oggi i trenini me li tirano in faccia! In passato, quando mi calavo dal camino, sapevo che erano tutti a letto e potevo operare nel buio del salotto con tranquillità. Oggi, già che i miei pantaloni non mi entrano più perché ho già abbondantemente superato la taglia 58, scendo dal camino sempre con più difficoltà e quando a mezzanotte arrivo sotto, tutto sudato...... me li ritrovo ancora tutti lì, svegli, con gli occhietti ancora aperti, imbambolati di fronte alle loro playstation o a massacrarsi il pollice destro per infiniti e insignificanti messaggi, oppure per guardare il video dell'ultima bravata fatta al compagno di classe. …e li vedo immersi nella loro scolorita solitudine, nel loro status di ragazzi cresciuti troppo in fretta, nella loro spenta adolescenza di figli con genitori divorziati. Quando mi materializzo mi guardano con un'espressione che non dice nè amore, né odio. Niente. Soltanto un'atroce indifferenza simile a quella con la quale si guarda una cacchetta per strada; indifferenza che tocco con mano ogni anno, sempre di più. Vedono il sacco pieno di roba (che non sanno quanta fatica mi è costato, viste le sempre più esose esigenze della delegazione sindacale degli elfi giapponesi) e mi dicono "Mettilo lì, insieme agli altri. L'hai portato lo scontrino fiscale? Perchè? Vecchio, ce l'hai un punto vendita in questa città? Se non funziona, dove vuoi che reclami, in Finlandia?".

L'altro ieri ho chiesto a un dodicenne "Cosa vuoi per Natale?". Sai cosa mi ha risposto? "Niente, grazie. Non desidero nulla di terreno, ho già Emule.com!".

Vedi a che punto sono arrivato? Sono stanco e non ce la faccio più, ho miei anni, i miei acciacchi e questi folti capelli bianchi che vedi non è altro che una parrucca, quelli veri li ho persi come li perdi tu. A proposito, lo vuoi per Natale un trapianto? Un certo Silvio da Arcore me l'ha chiesto due anni fa ed è felicissimo, funziona! Gli ho fatto omaggio pure della bandana, come optional.

So che vuoi dirmi: "ma allora perchè fai tutto questo?" Perchè, nonostante desideri anch'io la pensione, la verità è che io, Pollicino, Peter Pan, Pinocchio e tanti altri "miei colleghi" siamo la stessa persona. Fino a quando esisteranno bambini che mi evocheranno attraverso quello che vogliono davvero vedere i loro occhi, sarò trascinato sulla mia slitta a girare il mondo in cerca di gente (chiamiamoli bambini) che hanno ancora nell'anima quel po' di fantasia e fanciullezza da farli rimanere tali. Ed io, per forza di cose, avrò questa perpetua missione fino a quando non ci sarà più nessuno che dirà che Babbo Natale non esiste. Ma fino a quando sentirò un bimbo piangere perchè un imbecille gli ha detto della mia inesistenza, io ci sarò. Sempre. Ci sarò (ci saremo) anche per quegli anzianotti ancora affascinati dai folletti birboni che li fanno tornare bambini e che la smettono soltanto quando si sentono dire "buonasera dottore" risistemandosi la cravatta per darsi un po' di contegno.

Amico mio, amici miei, la vita è già difficile e breve. In ogni momento una pallida donna di malaffare vestita di nero vi aspetta dietro l'angolo e, purtroppo, i clienti se li sceglie sempre da sola. Per fregarla, Madre Natura vi ha regalato quel folletto che fa tanto bene alla salute e che invece, quando crescete e siete ormai convinti di essere immortali, lo riponete nei cassetti dei vostri ricordi come una cosa che non serve più.

Lo dico soprattutto a quelli più giovani: sforzatevi di divertirvi anche con poco, basta sfruttare la fantasia, la goliardia e l'ingegno, non cercate un divertimento artificiale attraverso scellerati strumenti che vi costringono ad acquistare nel villaggio globale. E poi un consiglio da Babbo: fra tanti "mi piacerebbe farlo, ma forse è meglio di no" ogni tanto fatelo, accontentatelo il vostro cuore ribelle, fatelo adesso perché un giorno non ve lo consentiranno, perchè un giorno vi diranno che siete dei buffoni. Per questo quel dono dovrete portarlo sempre con voi, non mollatelo mai. In poche parole: godetevi la vita con filosofia, senza pensarci su più di tanto.

Un signore che si chiamava Antoine De Saint-Exupéry una volta scrisse "Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano".

Io mi ricordo delle infanzie di tutti voi, uno per uno. Ricordatele anche voi, quest'anno vi aiuterò a rinfrescare la memoria. Per me è più di un dovere, perchè quel folletto sono io, sono da sempre dentro di voi e non lo sapete. Questo è il mio regalo di Natale: io stesso.

Ringraziandovi per l'affetto che mi avete manifestato in questi secoli (e Mimmo per lo spazio concessomi), vi auguro delle feste serene.
..... chiamatemi come volete, Nicola, Babbo, Klaus, spirito natalizio. Io sarò sempre il vostro.... Natale

 

Santa Claus Office - Joulupukin Pajakylä - 96930 Napapiiri - Arctic Circle - Finland - E-mail: santa.claus@santaclausoffice.fi

 

P.S. che lo sbaddu sia sempre con voi (questa me l'ha insegnata il padrone di casa)

 

UN'ESTATE INDIMENTICABILE

(Mimmo Rapisarda)

 

Si parla del cambiamento del clima, stagioni che non sono più quelle di una volta,  Primavere che arrivano in ritardo ed estati che non sono estati.

Una volta non vedevamo l’ora che arrivasse, l’estate. Quelle di oggi, invece, ci fanno rimpiangere la stagione fredda e non ti invogliano a far niente, ti sfiancano. Forse è il nostro corpo, troppo abituato all’aria condizionata, che non riesce più a sopportare certe temperature. Ma una volta non era proprio così e per questo i miei ricordi di bambino riferiti all’estate sono stati sempre di 26 gradi al massimo.

Chi non se le ricorda le estati dell’infanzia? Io ne ricordo una bellissima, ero ancora un bambino e avevo quasi dieci anni.

Invidio chi è vissuto in quegli anni, fantastici anni, perché li ha visti proprio in diretta. Era importante esserci e vivere di persona quella rivoluzione sociale, musicale e culturale, dove passavano per radio capolavori come Wight is wight, San Francisco, Yellow river, Eloise, Mellow yellow, Whinchester cathedral, I’m coming home oppure sfacciate cover come "I cant let maggie go" che diventava "Un angelo blu", "White shade of pale" che diventava "Senza luce", "So happy together" che diventava "Per vivere insieme".

La concorrenza televisiva consisteva soltanto nelle Stelle che stavano a guardare del primo canale contro una Figlia del capitano nel secondo canale. Firenze veniva allagata dall’Arno, Luigi Tenco si toglieva la vita a Sanremo; l’Italia di Fabbri perdeva il mondiale con la Corea e Benvenuti diventava campione del mondo; i Colonnelli si impossessavano della Grecia e  Israele stroncava l’Egitto in sei giorni. Barnard eseguiva il primo trapianto di cuore e Che Guevara, Martin Luther King e Bob Kennedy venivano assassinati; al cinema proiettavano Easy rider, Il laureato e 2001 Odissea nello spazio e la Nasa aveva già messo a punto il computer che avrebbe guidato l’uomo sulla luna: oggi non sarebbe utile nemmeno per far funzionare il solitario di Windows!

Purtroppo arrivò anche il Vietnam, che portò (fra i pochi regali) la consapevolezza che davanti ai Palazzi si poteva anche protestare; il vento del movimento studentesco del ’68 cominciava a soffiare, le prime Facoltà erano già occupate e nelle aule prive di banchi si bivaccava e si cantava Blowind in the wind con un’arma micidiale che si chiamava chitarra.

Ma i soldati americani, un giorno, li vedemmo davvero. Un pomeriggio di settembre un mezzo anfibio approdò nel porticciolo di Acicastello facendo sbarcare dei marines in attesa di essere avviati a Sigonella per poi, da lì, farli partire per il Vietnam. Noi bambini andammo di corsa, incuriositi di vederli finalmente dal vivo perché questi erano veri, in carne ed ossa e non di plastica! Imbambolati come davanti a un presepe, osservammo in silenzio tutti i loro movimenti e tutte quelle cose viste soltanto nei film in Tv: tute mimetiche, elmetti, scatolame, ecc. Tutto ci sembrava enorme, dagli scarponi ai pantaloni, dai loro piedi alle loro mani, dai loro Ray-Ban alla loro voce. Tutto ci sembrava bello, ai nostri occhi sembravano degli eroi, ma quei ragazzi stavano probabilmente andando a morire per una guerra che non apparteneva a loro e che non volevano.

Come in un noto film di Coppola, fra i fiumi della giungla del sud est asiatico quei soldati ascoltavano musica fra la puzza del Nepal, e non era quella beat che stava quasi sparendo, ma quella migliore dell'ultimo millennio: il periodo compreso tra il 1967 e il 1972. 

E quasi incosciente di tutto quel ben di Dio musicale e culturale che mi gravitava attorno, io che facevo? Ero impegnato a cercare la figurina di Pizzaballa (introvabile) in cambio di cinque figurine di Altafini! Cose da pazzi! La musica? Macchè! I miei gusti musicali erano la sigla di Braccobaldo Show e la colonna sonora della Nonna del Corsaro nero! Però, però…. qualcosa stava accadendo, quelle note erano troppo melodiose e facevano capitolare chiunque. Erano le prime avvisaglie di quanto, invece, la musica sia poi diventata una cosa importante nella mia vita, con la complicità di qualcun'altro.

Proprio in quel periodo, alla fine degli anni Sessanta, in famiglia gestivamo un ritrovo nella riviera catanese dove c’era una grande rotonda sul mare. La chiamavano la Fossa dei serpenti.

Al suo ingresso, sulla piazza del paese, c’era un semplice e sottile neon color lilla dove c’era scritto "Danze", semplicemente Danze. Si entrava dal cancelletto e poi, per le scale, si scendeva giù fino al mare, fino a quella rotonda con il bar e i tavolini all'aperto a due passi dal mare.

Ogni pomeriggio, a tutta la nipotaglia veniva offerto un cono-gelato gigante. Ci mettevano tutti in fila (abbastanza cunnuteddi) davanti al banco dell'esercizio in piazza e ad ognuno di noi porgevano un cono gelato accompagnato da un invisibile messaggio: "per tutta la sera non fatevi vedere - non chiedete più niente fino a domani - non rompete i coglioni e fateci lavorare - stop!".

Verso sera arrivavano le band, o i complessi come si chiamavano una volta. Sopra avevamo i "Rangers 67", tutti vestiti con una giubba rossa lucida, e suonavano i successi italiani: Caselli, Pavone, Berti, Fontana, Celentano, Morandi, Carosone, Dino, Paoli, ecc.. ma sotto… sotto, in rotonda, c’erano i Provos: cinque studenti che ingaggiò mio padre per quella stagione. E i Provos, lì sotto, facevano tutt’altra musica! Sapevano che alla gente piaceva ballare con una canzone di Fred Bongusto a due metri dal mare oppure ascoltarla seduti con un pezzo duro davanti, ma sapevano anche che in quel periodo una nuova ondata di strane e dolci melodie stava rivoluzionando il mondo. Consapevoli che loro stessi appartenevano a quello strano "prurito" planetario, ogni tanto desideravano far sapere agli altri come stava cambiando la musica fuori dai confini nazionali. Il risultato? Il maresciallo dei vigili ci chiedeva ogni sera di abbassare il volume su “Reach out i'll be there” e i Rangers67 rimasero a suonare da soli su in piazzetta di fronte al famoso forno per pizze con la bocca di Polifemo! Nella stagione ci furono anche degli avvicendamenti, altrettanto scatenati: The Runaways (i fuggiaschi, o fuggitivi) e solo dopo appresi il motivo delle loro giacche bianco e blu, simili a quelle dei carcerati.

E così questi Provos, tutti vestiti di bianco, fra "Pugni chiusi", "Cinque minuti e poi" e "Pregherò", dal loro repertorio tiravano fuori "La tua immagine" dei New Dada, cantata per metà in italiano e per metà nella versione originale, ma anche "The sound of silence" di Simon & Garfunkel, e poi …o "Lady Jane" o "Yesterday" .. e tante, tante altre. Per me erano diventati un mito ed ogni sera li aspettavo con ansia…. qualcosa stava cominciando a friccicarmi dentro.

I ragazzi che venivano la sera da noi erano, per lo più, occhialuti studenti catanesi inconsapevoli che quella magia stava per contribuire, da lì a poco, a far nascere tanti figli dei figli dei fiori. Complici un’inebriante brezza marina che entrava nelle loro narici fino a stordirli, dolci e ammalianti note e una luna che, oltre al mare, illuminava anche dichiarazioni d’amore sussurate fra il collo, la guancia e un Fa diesis.

Ogni sera, dopo aver provato, la band andava a cenare e mi lasciavano da solo a guardia degli strumenti ancora coi jack collegati dicendomi (senza speranza): "Mimmo, mi raccomando, dai un occhio.". Ma non c’era verso. Già a quel tempo rimanevo affascinato da tutto quel luccicante ben di Dio: chitarre con i colori più sgargianti, organi elettrici, amplificatori, enormi microfoni ecc.. Quella capannina fatta con le canne e illuminata da affascinanti neons blu, rossi, verdi, gialli che si accendevano e spegnevano quasi come in un albero di Natale, era per me troppo allettante. Appena i musicisti andavano via prendevo le bacchette, mi accomodavo alla batteria tutta madreperlata e cominciavo a tormentare i tamburi; e poi passavo all’organo Farfisa, e poi pizzicavo le chitarre elettriche Eko, e poi e poi e poi…….. Da lontano, il batterista Lucio detto "Ringo", si sentiva tranquillo perchè sentendo suonare (suonare?) il suo rullante sapeva che qualcuno, anche se quasi li distruggeva, controllava gli strumenti. Pur se devastatore e inconcludente, per me quello fu il primo contatto con la musica.

Una sera li mandai in tilt. Avevano poggiato una chitarra sul retro della capannina dimenticando di disattivare lo strumento dall’impianto. Stavano cantando Homburg e a un certo punto della canzone si guardarono tutti in cagnesco: "Ma chi è che sta sbagliando gli accordi? C’è qualcosa che non va, com’è possibile?". Non si erano accorti che sul retro, mentre loro suonavano, io stavo armeggiando con quella chitarra, sballando tutto il resto della canzone! Ero terribile, un vero rompiballe!

Oggi mi sarei perduto fra quelle note invece di perder tempo a giocare al pallone di notte coi miei cugini. Una notte, dopo aver mandato in frantumi qualche lampione nella piazza antistante, il pallone rotolò troppo ma troppo lontano e andai a recuperarlo fino ad avvicinarmi alla ringhiera affacciata sul golfo dei Ciclopi, verniciata con l’azzurro del mare sottostante. Sudato, infreddolito per il gelo della notte e col pallone sotto l’ascella sentivo alcuni suoni provenienti dai locali che non avevano ancora chiuso. Dalla costa vicina, il Lido dei Ciclopi, sentivo "Yyeeeaaahhh!, i tuoi occhi sono fari abbaglianti….", cantata da un ragazzo inglese che si faceva chiamare Mal dei Primitives; e poi un’altra: "il tuo diario che sempre riempivi, solo con ciò che faceva piacere a chi di notte l'andava a vedere… piccola…", cantata da uno sconosciuto complessino che stranamente si faceva chiamare col nome dell’orsetto protagonista dei libretti che leggevo nel pomeriggio: Pooh!

Come avrei voluto avere vent’anni allora. Mi consola il fatto di averli vissuti almeno di riflesso e per questo mi considero un privilegiato. Io c’ero! (anche se il mio contributo è stato solo quello di rompere almeno tre grancasse dei Provos). Ma mi sono rifatto, col tempo ho recuperato tutto quello che mi sono perso. Con tutto quello che stava accadendo come avrei potuto sentire caldo nell'estate del '67? Anzi, c’era fin troppo fresco con quei venti portatori di nuovi entusiasmi!

Ma anche le cose belle finiscono. Quello fu l'ultimo anno della mitica Fossa dei Serpenti. Le balere e le rotonde sul mare cominciarono a far posto alle cantine e ai centri sociali; stavano per nascere i mega-raduni della musica come quelli all’isola di Man e quello a Woodstock; la Bussola e il Pyper venivano sostituiti dai Palazzetti e dai Teatritenda e certi barbuti giovanotti cominciavano a riprendere il discorso che aveva appena iniziato Tenco.

Già nel ’68 la rotonda, in senso di pista da ballo, non c'era più; veniva utilizzata come piattaforma balneare di un piccolo stabilimento. Più nessuno andava a ballare sul mare perché si preferivano le chiuse e buie discoteche. Il colpo di grazia lo ebbe nel 1972 con una mareggiata che le portò via il novanta per cento del suo pavimento, lasciandole soltanto una mezza luna a forma di falce. La sezione PCI del posto ne approfittò subito per verniciarla di rosso, dipingendole accanto un martello! L’ultima volta che ho calpestato i suoi resti fu una ventina di anni fa. Come tanti altri catanesi ci sono andato a pescare, e mentre lanciavo il mulinello sentivo i gabbiani volteggiarmi intorno in cerca di esca e di pesce; e il loro gracchiare era un canto di fantasmi in quella rotonda che non c’è più. Un canto che sembrava quasi un arpeggio simile all’inizio di "The boxer", la sigla di apertura dei favolosi Provos, oggi tranquilli signori in pensione.

Mimmo Rapisarda.

 

 

L'albero di mele il canto del gallo ancora da venire
Lui se ne stava lì muto come una frontiera
Forse cercava solo uno scopo alla sua vita
E dicendo io non lo conosco non l'ho mai conosciuto
L'uomo dell'oroscopo mi ha regalato un libro
Te lo leggerò quando sarai distante
E detto lo giuro avrò dimenticato
Come piangevi con la faccia al muro
Il comandante era dietro l'angolo
E non riusciva a guardarti
I suoi modi gentili la sua croce di Malta
Li abbandonerò alla prossima stazione
Insieme ai nastri che legavi al vento
E se cadendo mi parlerai ancora
Di quella tua strana storia finita male
Mi troverai sempre nella stanza accanto
Pronto a mostrarti com'è facile prendere il mare
Da che mondo è mondo qui è una notte coll'ombrello
Una notte che lo zoppo si trascina
E chiamandoti fratello bussano alla porta
Rubano la scena alle nuvole che eri solita portare
Le loro tasche di neve i loro angeli senza passaporto
Mettono il giorno in catene e andando via
Ti lasciano in dono un pugno di chiodi
E un vago ricordo del tuo amore sepolto a Hiroshima
L'albero di mele il terzo bacio ancora da venire
Lui restava lì perduto come una moneta
Forse cercava solo uno scopo alla tua vita
E scrivendo io non posso non avrei mai potuto
L'uomo dell'oroscopo mi ha lasciato un libro
Te ne parlerò quando sarai più grande
E detto lo giuro avrò scordato
Come ti addormentavi fra le braccia di nessuno
Il mendicante era dietro l'angolo
E non riusciva a parlarti
I suoi modi gentili la sua febbre di Malta
Li tradirò alla prossima occasione
Insieme ai nastri che legavi al vento
E se ridendo mi racconterai ancora
Di quella tua strana storia finita male
Mi troverai sempre nella stanza accanto
Pronto a insegnarti com'è facile perdere il mare
Da che mondo è mondo qui è una notte col coltello
Una notte che piove a dirotto in collina
E chiamandoti fratello varcano la porta
Rubano la scena alle nuvole che eri solita cavalcare
Le loro facce di neve i loro angeli da riporto
Mettono il giorno in catene e andando via
Ti lasciano in dono una vecchia lettera
E una ciocca di capelli del tuo amore risorto tempo prima

(Luca Bertè)

Un milione di passi

dal mio giardino al tuo

un milione di passi

e candele verdi un lago

per le zanzare e gli angeli

che dormono sulla tua spalla

e si dividono i tuoi pensieri

e se oltre lo schermo e il cielo

l'ultimo metrò è un altro ricordo

e Venezia non ha ancora

imparato a correre scalza

apri uno dei suoi libri

e raccontami un'altra storia

trasformami in un giglio

e regalami pure alla neve

a qualche zingaro senza fiato

che insegue il fiume

però non dire a Johanna

che avevo capito

e lasciala a specchiarsi

in fondo alla stanza

le sue visioni ti salveranno

saranno dolci come la strada

per chi le sfiorerà

da qualche parte la sciarpa

ha ripreso a danzare

i cerchi nell'acqua

crescono così bene

e non sarà certo

guardandoti negli occhi

che troverò il tuo sguardo

gli smeraldi sono già

tornati in miniera

ed il sale alle ferite

senza passare dal mare

 

(Luca Bertè)

 

 

Ho subìto un intervento sul palmo della mano:
una cisti fra la linea della vita e quella dell'amore.
Mi hanno lasciato, a malapena, quella della vita.
L'altra è stata tagliata, ferita, squarciata,
lacerata,

bruciata, recisa e poi cucita, scrostata, piallata, 

raschiata, spianata, levigata e infine eliminata,

annullata, cassata, abolita. Cancellata.
Un capolavoro di chirurgia plastica.

Ormai inesistente, invisibile, impalpabile.
Ma allora ....... com'è che la risento vibrare sotto le dita?

(M.R.)

 

 

Qual è il giorno che mi odiasti veramente?

Dimmi che urlai, come ti feci piangere, perchè ti angosciai.

Dimmi il giorno esatto, che processerò la mia coscienza

e mettendola sotto tortura le farò confessare

dove si nasconde quello che di carogna c'è dentro di me

e che non sono mai riuscito a stanare.

Ora dimmi qual è quel giorno che mi amasti veramente.

Com'ero, come ti guardavo, e quali versi ti dedicai?

Rivelami qual è la data, che interrogherò i miei rimpianti

e guardando quello specchio afferrerò in un baleno

quel che di più bello c'è riflesso in me

ma che non sono mai riuscito a vedere.

(M.R.)

 

 

La durata della felicità è regolata da un semaforo

posto agli incroci del nostro destino:
la luce verde dura un soffio,
la luce rossa un'eternità.
Quindi, quando ti è consentito premi sull'acceleratore.
Dietro ti stanno già suonando.
(M.R.)

 

Da quando ti guardo mi hai causato strabismo.
Da quando ti respiro, un enfisema.
Da quando ti ascolto, non so più parlare.
Da quando ti bacio, non sento più il palato.
Da quando t'amo, un cancro è padrone del mio cuore.
E mentre mi stai consumando, 

tu rimani la mia inguaribile patologia.
Io, invece, un malato terminale
invaso da infinite metastasi a forma di te.
(M.R.)

 

 

 

Un giorno mi hai chiesto "Quanti anni mi dai?"
Settanta!
Cafone io? No cara, e ti dimostro che a volte
la matematica è un'opinione, sanguinolenta opinione.
Dieci anni te li do per quelle gote prima da sfiorare,
e poi con cattiveria azzannate, sbranate, dilaniate.
Per indignarti, eccone dieci per il tuo sguardo magiaro
capace di pietrificare colui che ci guarda dentro.
Sei ancora risentita? E allora affondo sempre di più:
ancora dieci per quei capelli che galoppano
nell'arena dei sogni come una biga impazzita.
Signora, la mia villania non è ancora finita: altri dieci
per quella bocca da stravolgere da est ad ovest,
da nord a sud, e poi veloce fino allo zenit.
E quale insulto finale, gli ultimi trenta te li do
per l'ergastolo che sto ancora scontando
da quando mi hanno colto in flagrante,

con la prova del delitto ancora in bocca: il tuo cuore.
Lo vedi che il conto torna?

(M.R.)

 

Ieri è venuto da me uno strano essere, dicendomi che al di là della vita un Paradiso esiste davvero. Non come quello che abbiamo sempre concepito, ma un posto dove sia i buoni sia i cattivi possono godere delle sue meraviglie e del suo senso di benessere. Un posto dove appena arrivati, si rimpiange all’istante tutto il tempo sprecato nella vita terrena.

Mi ha detto che se mi fossi tolto la vita per conquistare questa autentica felicità non sarei stato nemmeno punito per il peccato commesso perché in quel posto non esiste nemmeno l’Inferno.

Poi mi ha offerto un siero per non sentire il dolore del trapasso e la sua tutela durante il viaggio per vincere la paura. In sostanza mi sono trovato su un piatto d’argento tutta la verità e tutte le risposte, peraltro belle. Un’occasione che qualsiasi mortale avrebbe accettato.

Però, prima di andar via, mi ha pure avvisato che se avessi rifiutato quella proposta avrei dovuto aspettare mille anni per riconquistare questo privilegio.

Allora ho passato in rassegna tutta la mia vita: il passato con te e il futuro con te. E ho valutato se ne valeva la pena.

    Gli ho risposto di no.

(M.R.)

 

 

 

ARTURO E’ RITORNATO

(Mimmo Rapisarda)

Eccolo! E’ ritornato Arturo.

Chi è Arturo? Da parecchi anni, quotidianamente, a un semaforo vicino a casa mia si avvicinano alla mia auto i vu cumprà e i vu lavà. La maggior parte di loro sono marocchini e tunisini. Alcuni li conosco di vecchia data, uno mi ha pure mandato a quel paese maledicendomi con un sinistro "Allah è grande!" quando gli negai la pulizia del parabrezza dell’auto, appena lavata.

Ma fra di loro c’era un uomo con un colore di pelle che contrastava tutti quelli medio-orientali. Era un signore distinto sulla sessantina, alto, pelle chiara, occhi azzurri, sempre sbarbato, mai sgualcinato nell’abbigliamento; anche con quaranta gradi all’ombra lo vedevo avvicinarsi al finestrino senza una goccia di sudore ed esprimendosi con un perfetto italiano mi consigliava, senza insistere e senza chiedere nessuna carità, l’acquisto dell’accendigas, del parasole, del ventaglio.

Con i suoi speciali consigli per gli acquisti, corredati da sorrisi ed altri discorsi sulla vita che niente avevano a che fare in quei momenti, gli oggetti proposti riusciva a farli apparire più preziosi, come se l’accendigas fosse firmato Cartier e i deodoranti impregnati di Channel. E tutto questo lo faceva con modi così gentili e cortesi che veniva voglia di caricarselo in macchina e portarlo a pranzo fuori porta.

Tante volte l’ho visto parlottare con gli automobilisti, che scendevano dalle auto e parlavano a lungo con lui e alla fine gli lasciavano più del dovuto. Ma lui non accettava l’obolo, non scendeva mai così in basso, non voleva suscitare nessuna pietà. Voleva solo parlare. Anzi, quante volte l’ho sentito dirmi "Dottore..un ventaglio in omaggio per i bambini". Un vero manager production della V.C.C. (Vù Cumpra Corporation). Un signore.

Non conoscendo il suo nome, nella mia immaginazione l’ho sempre chiamato Arturo, non so perché. Forse fantasticando, lo immaginavo come uno di buona famiglia che a un certo punto ha mollato tutta la sua vita precedente perché voleva essere così; oppure un professionista, un dirigente, un avvocato, stanco di tutto e finalmente appagato da quello che la vita gli poteva dare: il contatto umano, parlare con la gente, rispettare ed essere rispettato da tutti, anche dai suoi colleghi tunisini e albanesi, che lo proteggevano e lo volevano bene.

Poi un giorno non lo vidi più. Qualcuno se lo caricò davvero in macchina, qualcuno di quelli convinti che i paradisi sono ben altra cosa rispetto ad un incrocio infuocato. Un "cieco" benefattore che pensò (come effettivamente si disse in giro) di non sprecare cotanta intelligenza per la vendita di piccoli ventilatori per auto. E se lo portò via estirpandolo da quella sua piccola felicità.

Forse lo avrà fatto lavorare in un posto più decoroso, forse gli avrà fatto vivere un’esistenza più dignitosa. Un benefattore comunque da lodare perché colpito da quell’anomala situazione con uno strano vu-cumprà troppo bianco, troppo occidentale ma….. (quello che non vedeva) troppo felice.

Stamattina l’ho rivisto dopo tre anni. Ritrovandomelo davanti al finestrino, ho capito che Arturo era fuggito per ritornare dove voleva essere.

Ma nel frattempo che ha fatto? E dov’è stato? Forse sarà sparito dalla circolazione per non farsi trovare da un altro benefettore dalle idee poco chiare. Sarà sparito nel nulla senza dire niente a nessuno?

Avete mai desiderato, nel mezzo della vostra vita, di sparire senza lasciare traccia? Forse lui l’ha fatto! Dai, che ogni tanto ci pensate! Via mogli, suocere, mutuo, lavoro, parenti, problemi, imbecilli, responsabilità, pensieri, ecc..

Secondo me è l’atto più coraggioso che un uomo possa fare: premere il tasto reset a metà della propria esistenza e rinascere daccapo in un altro mondo, totalmente diverso, con altre persone e altro tutto. Lo so, sarebbe doloroso lasciare gli affetti e meno male che questa cosa, in fondo, la attuiamo soltanto a parole; e poi c’è anche un altro intoppo: il cuore non ti fa staccare il biglietto d’imbarco. Ho conosciuto invece chi l’ha fatto veramente, ma non in modo anonimo e per coraggio, ma per incoscienza. Adesso è in America, ma felice. Esistono pure delle agenzie specializzate che ti fanno sparire, basta fidarsi. Pensano a tutto loro per l’evasione, dalla destinazione definitiva al passaporto falso, dalla lingua ai biglietti aerei, alle carte di credito, ecc. E poi via!

Chi avrebbe mai cercato Arturo in una macelleria eschimese di caribù nella Baia di Ungava in Canada del Nord? O in un allevamento di canguri nel desertico Bush australiano? O in Cina in un mercato all’ingrosso di riso a Houzhie? O a Junin fra i gauchos della Pampas argentina? O nell’officina meccanica La Bujía Carretera a Santiago de Cuba? O fra i benzinai texani di Ceasar's Auto Detailing ad Austin? O fra i cuochi (non i monaci, troppo facile) di un monastero tibetano? O fra le guide turistiche di Ultima Esperanza (bella città per chi non vuol farsi trovare!) in Patagonia?

A chi non è mai capitato di sentire qualcuno che stancamente sospira: "Sparirei per sempre, comprerei un chioschetto di gelati in un’anomina spiaggetta di Santo Domingo e starei tutto il giorno in costume e a piedi nudi"? Ma ormai i Caraibi sono inflazionati da questi pensieri evasivi e fra un po’ sarebbero pure affollati. Meglio la Terra del fuoco.

Stamattina, tornando dal mare, l’ho rivisto al suo posto ed ero felice. Mi sono avvicinato a lui che mi ha salutato guardandomi negli occhi come Dustin Hoffman nel film Paphillon, cioè come un evaso appena scappato dal carcere. Ho comprato un set di accendini che si scaricheranno fra una settimana, due parasoli che non mi serviranno a niente, tre deodoranti dal pessimo profumo e tanti fazzolettini da asciugare le lacrime di tutto il mondo…. e forse anche una mia, scappata fra la prima marcia, la frizione e l’acceleratore, perché sapevo che Arturo, il Lord dei Vu-Cumprà, aveva finalmente riconquistato il suo paradiso: la libertà.

 

 

 

Girotondo          Stefano Rosso