Canta Ognina bedda 'nzemi a mia, tutti li pisciteddi di lu to mari,

ca sutta di 'sta luna spicchiulìa 'nzemi a lu cantu di li marinari,

ca pìscunu cantannu canzuneddi di' pisci ca tu teni l'occhiu beddi

ppi opi e munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e pateddi di tutti si' riggina.

 

Brevi accenni sul borgo. Famosissimo fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.

L'immane colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura che forma oggi un delizioso golfo.

Lo splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico chiamato Ognina.

Già nota agli storiografi antichi, era  così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati, di conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale etnea.

 

 

 

 

 

 Verga scelse per "I Malavoglia" e Visconti per "La Terra Trema". Un mare dove si intrecciano da sempre storie e leggende, e dove la movida catanese trova i suoi punti di appoggio, tra granite, pesce e borghi marinari.

Il mare bagna Catania da oriente e presenta due scenari naturali molto diversi, separati dal porto e da una zona demaniale con la stazione e le linee della ferrovia. A sud le spiagge di fine sabbia dorata fino all'Oasi del Simeto e, oltre, fino al borgo di Agnone. A nord le lave nere della scogliera che si spinge per 30 chilometri fino a Fiumefreddo, in vista di Taormina. Così i catanesi si dividono in due fazioni: i fautori della sabbia e quelli degli scogli. 

 

Verso sud, a partire dal faro Biscari, si svolge la grande "Plaia" costellata di stabilimenti balneari dove il mare diventa un fatto sociale e culturale, un mondo estivo di conoscenze, scambi e vicinato. Più ci si avvicina all'Oasi naturalistica gestita dalla Lipu e più ci si trova a contatto con la natura.

Il mare di scoglio verso nord lo si incontra a piazza Europa e, poco più avanti, nei due antichi, deliziosi borghi marinari di San Giovanni Li Cuti e di Ognina, con chiesetta, porticciolo e ristoranti con vista sullo Jonio. A partire dalla primavera sul mare luccicano le lampare, piccole barche, dotate di luci, per la pesca notturna di polipi e calamari. Lasciano il molo insieme ai pescherecci più grandi che escono a caccia di pesce azzurro e pescespada. Sulla strada che costeggia la scogliera nata dall'emersione di lave basaltiche, i grandi alberghi si alternano a lidi balneari, ristoranti e complessi residenziali. La litoranea s'interrompe davanti a una grande rupe sormontata da un maniero normanno. Il fascinoso castello di Aci ha terrazze a strapiombo sul mare, resti di torri merlate, portali duecenteschi e un giardino che ospita una collezione di piante succulente. 

 

 

Ai suoi piedi una grande piazza, cuore della vita sociale di Acicastello. Un chilometro più avanti si raggiunge Aci Trezza, l'antico borgo di pescatori nel quale Giovanni Verga ambientò "I Malavoglia" e Luchino Visconti girò "La Terra trema". Di fronte alle case arroccate intorno al porticciolo e alla chiesa si spiega lo spettacolo naturalistico e il fascino omerico delle isole dei Ciclopi. La più grande, l'isola Lachea, è un microcosmo tutelato con flora e fauna rarissime. Ospita una stazione per gli studi biologici e di fisica del mare gestita dall'Università di Catania. Sul molo non è difficile trovare barcaioli disposti a portare turisti e bagnanti in un giro per le isole, oppure a organizzare un'uscita notturna con pescatori. Alla sera non si contano locali, pizzerie, ristoranti, gelaterie: la movida catanese invade la costa. Tra le palme del giardino botanico del Banacher, uno dei locali notturni all'aperto più belli d'Italia, si tira tardi fino all'alba per l'immancabile granita con brioche al mercato ittico in piazza della Marina, sempre ad Aci Trezza.

Ancora qualche chilometro tra i limoneti e le scogliere e si incontrano Capo Mulini, la timpa di Acireale, il belvedere di Santa Caterina, borghetti marinari come Santa Maria La Scala, Santa Tecla (dove nuotare è ancora piacevole), Stazzo, Pozzillo, Torre d'Archirafi. A ovest l'Etna cambia volto mentre a nord la sagoma di Taormina si fa più definita.

(Toto Roccuzzo)

 

Provate a passeggiare all'alba lungo il porticciolo di Ognina, antica insenatura che ancora resiste alla totale cementificazione urbana, e vedrete le piccole barche da pesca sparse sul mare; tornano quelle dei pescatori uscite le sera prima, tornano cariche di pescato; quelle uscite da poco restano a poche decine di metri dalla costa. L'aria è fredda ma l'odore del mare, della salsedine, è predominante. La luce aumenta; ora si percepisce anche l'odore del sole, l'odore delle cose scaldate dal primo sole, l'odore della terra, delle basole di pietra lavica coperte di salsedine. I rumori sono ancora pochi e i vestiti invernali cominciano a dare un po' di fastidio. Fate un bel respiro e vi viene voglia di alzare la testa a guardare il cielo terso e azzurro. La mano che istintivamente si porta sulla fronte vi protegge dall'accecamento dei raggi del sole apparso all'orizzonte.

All'orizzonte il tuo sguardo ci arriva dopo avere attraversato tutta la gamma dei colori che va dal nero della scogliera lavica al grigio dei grossi ciottoli levigati e bagnati dal mare; dal bianco della schiuma delle onde, che ancora non hanno raggiunto la quiete dell'estate, al blu intenso dell'acqua fonda proprio li sotto di te; dall'azzurro dell'acqua più lontana al verde del mare che tocca l'orizzonte. E lì c'è il cielo sempre più azzurro man mano che alzi lo sguardo fino al bianco dei raggi del sole che ti costringono a chiudere gli occhi. 

 

Ora senti il vociare confuso dei pescatori che sul piccolo molo vendono il frutto del loro lavoro. La mente vola: leggende, favole, ricordi di storie nate sui banchi di scuola, di film mitologici, di studi universitari, di letture più o meno importanti, di viaggi lungo le coste della Sicilia. Ti sembra di sentire le voci di marinai di ogni stirpe, provenienti da ogni parte del Mediterraneo; gente che approda sulla nostra costa con legni e vele di ogni tipo, giusto il tempo per scaricare o caricare, per vendere e comprare e poi ripartire per il prossimo emporio costiero. Nell'attesa del vento favorevole per rimettersi in viaggio i marinai tirano in secca le navi, accendono i fuochi e raccontano di mitici personaggi d'oltremare, di riti religiosi per nuovi dei, e gli antichi culti siculi si mischiano, si scontrano con quelli di gente che arriva nella "terra di Efesto" dopo avere attraversato il Mediterraneo in lungo e largo; portatori di culture di mare, di culture espresse da civiltà dominanti: Fenici, Micenei, Achei, Dori e così via. (dalla recensione di Corrado Rubino su C'era una volta Ognina (2009) di Giuseppe Anfuso)

 

C'ERA UNA VOLTA OGNINA

Mirabile e accattivante affresco dell'antico borgo marinaro a nord del centro urbano di Catania e nel quale l'autore, Giuseppe Anfuso, è nato e cresciuto. E' l'ennesimo tributo dell'architetto Anfuso a Catania e ai catanesi, ma è anche un grido d'allarme per lo storico borgo di Ognina che sorge sui ferrigni scogli lavici dell'Etna bagnati da quel mare dal quale ancora oggi miti e leggende riemergono ogni qual volta ci si sofferma a guardarlo. Note storiche, documentazione grafica, bellissime foto in bianco-nero e a colori si alternano in una elegante veste grafica in formato cm 24,5 x 34,5. Un volume da non perdere per i collezionisti di testi artistici e una ottima idea per chi vuol fare un regalo di pregio. Il volume è in vendita presso la libreria Cavallotto di Catania.
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Giuseppe Augusto Anfuso, architetto, è nato a Catania. Dal 1963 vive e lavora a Roma dove, nel suo atelier-laboratorio alla Lungara, si occupa essenzialmente del recupero e del riuso del patrimonio, architettonico pubblico e privato. Per le sue pubblicazioni utilizza foto che rea­lizza personalmente dall'elicottero ed un linguaggio volutamente non convenzionale, che al fa pensare alla "Volgar prosa rimata", del cavalier Pietro Leporeo (1652)" citato dal prof. Paolo Portoghesi in una delle sue recensioni.
I suoi studi e le sue proposte per il recupero del centro storico di Catania sono stati pubblicati in recuperare catania (Gangemi Editore Roma 1998) e recensiti da numerose riviste di architettura, in particolare l'Architettura Cronache e Storia utilizza le sue foto dal cielo per docu­mentare un numero monografico su Catania. Su incarico della Provincia Regionale di Catania, sotto la presiden­za dell'on. Nello Musumeci, ha svolto studi e ricerche su tutti i Comuni della Provincia dì Catania, pubblicati in piazze della provincia di catania (Biblioteca della Provincia Regionale di Catania 2001) e successivamente, studi e ricerche sull'ex convento dei Minoriti, pubblicati ne il palazzo dei minoriti (Biblioteca della Provincia Regionale di Catania 2002).
Nel 2005 pubblica catania dal cielo, con Greco Editore. Monforte Editore lo ripubblica nel 2006.
Nel 2007 pubblica viaggio a catania, con Monforte Editore, in sei volumi.
Nel 2009 pubblica c'era una volta ognina con Monforte Editore.
Nel 2010 pubblica palermo dal cielo, con Lussografica Editore.
Svolge inoltre attività professionali e, per quanto concerne Catania, a seguito d'incarico della Sovrintendenza ai BB. AA. CC. di Catania, é autore del museo uniformologico realizzato nelle sale a piano terra del Palazzo di Città di Acireale.

 

 

 

 

 

E' il personaggio più moderno perché il più umano, non ovviamente nel senso "cristiano" o "laico" in cui oggi intendiamo la parola "umano" o l'espressione "senso dell'umanità", poiché Ulisse era anche capace di efferate crudeltà e terribili vendette 1, ma semplicemente perché incarna tutte le caratteristiche dell'uomo moderno, ed infatti egli è figlio di una grande civiltà antagonistica: passione militare, volontà di comando, astuzia politica e diplomatica, affabulazione e capacità di persuasione, relativismo etico 2, licenza sessuale (note sono le sue amanti: Circe, Nausicaa, Calipso ecc.), coraggio nell'affrontare le avventure, patriottismo 3 e senso di superiorità etnica, di stirpe 4, di civiltà, spirito di sacrificio 5, curiosità intellettuale 6, rispetto formale della religione.   

Ulisse in realtà non è mai esistito, se non nella fantasia di un redattore o di più redattori, che volevano convogliare in un individuo isolato quei valori che tutti insieme non realizzarono né avrebbero potuto realizzare alcun ideale sociale, di convivenza pacifica e democratica. 

L'Iliade infatti è il fallimento di una civiltà, quella micenea, rappresentata da una polis che vince un'altra polis, senza per questo migliorare il proprio destino, è cioè il simbolo dell'impossibilità di una coesistenza in nome degli ideali e dei comportamenti che furono di molti eroi troiani e greci e che in Ulisse si sommano stupendamente (sul piano artistico delle letteratura) in un'unica persona, che però appare come eroe isolato, i cui compagni di sventura sono soltanto delle comparse   ....continua sotto.....

http://www.homolaicus.com/storia/antica/grecia/ulisse/ulisse.htm

 

Dallo scoglio bianco alla Ficuzza, fino al Carabiniere. La panoramica sugli scogli del porto di Ognina scattata in 5 fasi da Francesco Raciti.

La costosa attrezzatura per questa foto? Solo la sua fotocamera e un obiettivo da 40 euro. Come dire che non basta attrezzarsi come Ufo Robot ed essere ricoperti da costosissime attrezzature fino alle gambe, per ottenere questi capolavori. Si deve nascere per riuscire a crearli, anche con una Polaroid scassata.

I grandi Andres Kertesz ed Henri Cartier-Bresson, che forgiavano opere d’arte soltanto con i loro occhi e una modestissima Leica, insegnano.

L'originale, con cui si potrebbe tappezzare un salone e vederci anche la targa della barca ormeggiata alla darsena, me lo tengo per me. Troppo bello.

E’ necessario distinguere tra l’antica Ognina e quella nuova. Il suo non è un nome proprio ma un nome comune: da Lògnina o Longone, un termine che indicava i porti provvisti di pietre forate per l’approdo delle navi. I Longoni erano le bitte d’ormeggio delle banchine portuali, infatti troviamo Ognina a Siracusa, in Sardegna e all’Isola d’Elba.

L’Ognina di Catania era chiamata Porto Ulisse (o calcidico). Un grandissimo porto costruito dai Calcidesi nel VIII sec. a.C. che poi subì altre occupazioni fra le quali quella dei greci di Gerone e quella dei Romani.

 

Porto Ulisse costituiva lo scalo ufficiale dell’antica Katane. La sua felice posizione geografica lo faceva punto d’incontro quasi obbligato delle vie marittime mediterranee. Poteva contenere quasi 250 navi ma scomparve sotto l’eruzione lavica del 1381. Quel che è rimasto del grande Porto Ulisse (oggi sepolto sotto il lungomare di Catania) e che arrivava fino alla zona del Gaito, è l’attuale porticciolo di Ognina.

Virgilio, nell’Eneide, ce lo descrive ampio, dal calmo specchio acqueo interno e dalla imboccatura ridossata dai venti di traversia: "Portus ab accessu ventorum immotus et ingens ipse".

Aveva anche un porto ausiliario ad Agnone, sito all’inizio della piana di Catania. I terreni della Piana, per i loro pregiatissimi prodotti erano chiamati dai greci Elysia perché paragonati ai mitici campi Elisi, i giardini di eterna primavera e di infinita delizia riservati nell’oltretomba ai giusti. I Romani, per far risaltare  di più il loro dominio in quella zona prosperosa (chiamata Horreum Romae – "Il granaio di Roma"), premisero l’aggettivo "latia" (da latius che significa "appartenente ai latini") sicchè quella denominazione si mutò in "Latia Elysia". Il passaggio da Latia Elysia a La Zia Lisa fu facile. Oggi indica la zona d’inizio della Piana di Catania.

 

Nella zona di Lognina scorre un fiume antichissimo, il Longane, che scaturiva dalle colline di Santa Sofia, passando per Cibali e nei sottosuoli ricchi di acqua, la cui abbondanza è confermata dal nome della vicina località ogninese "Nizeti", derivante dal greco "nizo" che significa lavo. Ad Ognina il fiume arriva ancor oggi con vere risorgeze sottomarine facendoci ricordare la sua perenne presenza, seppur nascosto  dall’eruzione del 1381. La denominazione della vicina zona Acque Casse deriva da Acquae cassae (che significa acque coperte) testimonia la presenza del grande pozzo naturale che si è venuto a creare a seguito delle colate laviche che coprirono il fiume.

La vecchia Lognina partiva dalla Porta di Aci (l’attuale Piazza Stesicoro), dove finiva la città e arrivava fino all’attuale porticciolo. Poi i confini di Catania si estesero oltre la Porta di Aci invadendo Lognina e a ricordarne l’antico sito rimase soltanto il nome di una strada detta anche oggi Via Vecchia Ognina, che arriva fin quasi alla chiesa di S. Maria di Betlem, allora punto di confine con la città, unica strada catanese a non essere retta e dal suo percorso si capisce che era una linea di confine tra due zone.

Sul nome del quartiere del Rotolo ad Ognina, descritto anche da Verga ne I Malavoglia, alcuni sostengono che sia dovuto a un dipinto che raffigura una Madonna che tiene in mano una bilancia che raggiunge un rotolo di peso (trovasi attualmente all’angolo tra Via Messina e Via Galatioto). Ma che il nome sia stato originato dal Rotolo delle Sacre Scritture è confermato da Jacomo Saba "un antico tempietto di Santa Maria del Sacro Rotolo, da alcuni creduta della Lettera dei Messinesi, nei pressi dell’Abbazia brasiliana Santa Maria di Lognina". Insomma, la Madonna teneva in mano le sacre scritture. Tra Via Calipso e Via Ginestra emergono tuttora i ruderi di quel Tempietto, che venne eretto in onore di Sant’agata quando le sue reliquie, arrivate da Costantinopoli, furono date in consegna al Vescovo Maurizio proprio in quella zona.

 

 

 

Durante la guerra dei Vespri, più volte il mare di Lognina conobbe le vicende degli urti fra i D’Angiò e gli Aragona. I grandi ammiragli catanesi Ruggero di Lauria e Artale Alagona si distinsero per valore e strategie ed a loro venne intitolato il lungomare catanese, un tempo teatro delle loro vittorie navali in difesa dei catanesi.

Ad Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion, che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della chiesa.

Il popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.

 

Come funzionava la torre? Le sentinelle delle garitte in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra sulle lave di Piazza Europa, (le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai state perché furono costruite per difendersi proprio da loro), quando avvistavano i galeoni musulmani che si avvicinavano alla costa , attraverso una torcia accesa davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i quali, a loro volta, lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.

Il suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del Duomo di Catania. Quindi, da tutti i quartieri della città  era un accorrere di gente per apprestare la più tenace difesa alla loro terra.

Dopo l’eruzione del 1669 Lognina esisteva ancora grazie all’opera di ricostruzione del Duca di Camastra, del Duca Uzeda e della Famiglia Mancini Battaglia, ai quali è intitolato lo spazio antistante il porto.

Oggi rimane solo il porto, che insieme al porticciolo peschereccio di Guardia Ognina - San Giovanni Li Cuti, sono posti incantevoli della scogliera cittadina.

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore; 

 

 

 

 

OGNINA       di Gaetano D'Emilio - lasicilia.it Martedì 02 Aprile 2013

 

Sul Borgo marinaro di Ognina si è molto scritto e narrato circa il suo ambiente e paesaggio: dagli storici di ere lontane, attraverso la mitologia che lo hanno reso noto al mondo antico con le leggende omeriche dell'Odissea, al verismo di Verga dei tempi moderni con i capolavori neorealisti di Luchino Visconti. Tutti valori aggiuntivi alla bellezza del paesaggio di quel tratto magico di scogliera. Del quartiere ci pervengono notizie storiche, portate a conoscenza con maestria dall'umile ma illuminato parroco Mariano Foti, per oltre 40 anni importante presenza nella vita del Borgo, quando la chiesetta di S. Maria di Betlem, dichiarata agli albori del 1800 Abbazia, nel 1945 divenne la Parrocchia di S. M. di Ognina; mentre la chiesetta di S. Euplio, ubicata a poca distanza dalla prima, insufficiente alle esigenze, nel 1961 venne demolita per il riassetto viario della zona. In epoche lontane la esistenza di un porto importante del mare Jonio era oggetto di continue azioni piratesche da parte di corsari provenienti dall'altra parte della costa mediterranea.

Per cui, ai tempi di Carlo V durante il governo spagnolo, vennero costruite, oltre ad alcune torri di difesa, delle garitte di guardia ancora oggi esistenti, che diedero il nome di Guardia al vicino rione. E' stato invece accertato che il nome del Rotolo proviene dalla scoperta nei luoghi di una Madonna che custodiva le preghiere in un rotolo, così come il nome dell'Armisi proviene dalla dea Artemide. Prima delle grandi eruzioni storiche Ognina era solo un villaggio di pescatori dove sfociava l'omonimo fiume con accanto un grande porto in forte attività, noto in tutto il Mediterraneo come porto Ulisse de l'Ognina. Un affascinante Borgo marinaro fra i tanti della scogliera che da Letojanni raggiunge la bianca spiaggia della Plaja. Il suo territorio comprendeva tutta la parte costiera di S. G. Li Cuti, il rione della Guardia, del Rotolo, sorpassava la piazza d'Armi e, percorrendo il Piano dei Malati, raggiungeva la chiesa di S. Gaetano alle Grotte, là dove iniziava Catania con il posto delle Guardie Daziarie (attuale piazzetta delle Guardie).

Nei suoi sotterranei resta ancora un altare dai grandi blocchi di pietra che si fanno risalire ai primi anni del cristianesimo quando le funzioni religiose venivano celebrate segretamente in grotte. Allo sbocco dello slargo di Ognina si trovava la chiesetta di S. Euplio nei pressi della proprietà dei nobili Mancini Battaglia, nipoti del francesizzato cardinale Mazzarino. Successivamente parte del loro terreno che a levante dava sul mare, venne donato ai pescatori per stendere e rattoppare le loro reti, da cui proviene il toponimo della piazza. L'attuale quartiere dalla parte est si compenetra con la località della Scogliera del comune di Aci Castello fino ad abbracciarsi, tra un faraglione e l'altro all'imponente castello di Aci eretto sulla roccia nel 1076 durante il periodo aragonese.

 

 

Delle tante battaglie il cui porto di Ognina fu testimone, importante fu quella del 1357 detta dello scacco di Catania che determinò il distacco del regno di Sicilia da quello di Napoli in cui gli Aragonesi sostituirono gli oppressori Angioini. I napoletani erano sicuri della vittoria contro gli Aragonesi ma questi comandati dall'ammiraglio Artale Alagona al grido di S. Agata e Alagona, capovolgendo le previsioni vinsero la battaglia in mare e in terra, costringendo i napoletani e gli Angioini ad abbandonare il regno di Sicilia. In quel periodo il porto di Ognina era il porto di Catania, quando ancora quello della Platea Magna era solo uno scaro. Plinio il vecchio nel 79 d. C., indicava il porto di Ulisse quale grande baia che poteva contenere oltre duecento navi di alto scafo. L'intera costa trovandosi in una delle principali vie marittime del mondo greco- romano è ricca di leggende narrate nell'Odissea di Omero. Venendo da Trezza, il porto di Ognina lo si incontrava dopo avere lasciato alla spalle quanto riportato nelle leggende sui giovani Aci e Galatea e sui Faraglioni di Polifemo. L' annuale festa autunnale "da Bammina" viene seguita con devozione anche dall'intera area metropolitana che, sempre di più, si estende sul mare, sia in direzione della Scogliera di Aci Castello che lungo il sobborgo catanese di S. Giovanni Li Cuti, accolta dalla distesa delle luminarie dei numerosi balconi delle ville private della riviera e delle basse case dei licutisi. Tra le tante leggende che ispirano i luoghi incantati, resiste quella di Cola Pesce, uomo anfibo che raccontava la sua visione in fondo al mare Jonio di tre immensi pilastri a sostegno dell'intera isola Trinacria e un canale infuocato, costituente la imboccatura inferiore dell'Etna che volendo meglio esplorare gli causò la morte; leggenda introdotta dai pescatori nella annuale festa religiosa.

 

Tra le altre numerose leggende, si racconta che uno dei nobili Scammacca, la sera prima del terremoto del 1693, ebbe ad esclamare a quanti si avviavano per Catania: ma dove andate che questa notte si ballerà senza suono? Per anni senza risultato, in molti cercarono di interpretare tale previsione ed il suo significato, che lo stesso protagonista mai chiarì. Viene da più fonti confermato che la fine del grande porto, iniziata con la colata del 693 a. C. si concluse con quella del Crocifisso del 1381 d. C. che invase la gran parte dello specchio di acqua che formava la baia, colmando con le colate della Carvana e del Rotolo il grande golfo, che trasformò il grande porto in uno scaro. I suoi fondali si ridussero ad una profondità di poco più della tanto amata piccola baia di S. Giovanni Li Cuti che consente a tutti il possesso del mare in ogni stagione. Nel XIX secolo vi andavano a villeggiare famiglie di patrizi catanesi e abbienti. I primi, proprietari di ville a mare dove soggiornavano nel periodo balneare percorrendo il disastrato sentiero a fondo naturale per via Messina, con carrozze e calessi padronali, i secondi affittando per periodi casette di pescatori che raggiungevano con gli omnibus a cavalli o carrozzelle a nolo e, successivamente con i tram elettrici. Sembra che tra le più antiche famiglie residenti, quella dei Testa lo fosse prima del grande terremoto, operosamente presente nelle attività marinare della Borgata. I Testa ed i Majorana sono come la famiglia dei Malavoglia di verghiana memoria: numerosi come i sassi di una strada sterrata. Operosi sul mare i primi; illuminati e portatori di cultura nel mondo i secondi. Nei primi anni del ‘900, per iniziativa del barone Paolo Castorina, nacquero accanto l'attuale Terrazza Balsamo i bagni pubblici "Porto Ulisse".

Fu un'importante scoperta per quelle famiglie che non avendo ville in proprietà, né possibilità di prenderne in affitto, accorsero a frequentare gli stabilimenti balneari che affittavano ad ore i camerini in settori diversi: famiglie e uomini soli. Fino alla prima metà del ‘900 le cabine del settore famiglie, rigorosamente separate anche nel mare, erano dotate di una finestrella sul retro per la visione dell'intorno prima dell'ammollo e di una botola con scaletta sul pavimento per consentire una discesa a mare che desse le migliori garanzie di riservatezza a mariti e padri, quando ancora l'apparire in pubblico in costume, seppur abbondantemente garantista, era motivo di lunghe discussioni in famiglia. I catanesi accorsero sempre più numerosi con l'istituzione del trasporto pubblico in tranvia. Ma anche in belle giornate domenicali e festive dell'anno, per salutari scampagnate, si incontravano numerose famiglie per il piacere dello stare insieme. La sera poi si gustava "a voria do mari" ma, al più tardi verso la mezzanotte, tutto ripiombava in un misterioso silenzio, rotto solo dallo sciacquittio delle onde (Ina Majorana). Erano tanti i punti di riferimento per ritrovarsi in gioiose gare di nuoto: u scoghiu jancu, i petri janchi, u monucu, a villa pancari, u carrabineri; infatti nei pressi di Villa Cardì c'era una putìa gestita da un carabiniere in pensione, luogo di sosta dei carrettieri di passaggio e punto di incontro dei gitanti delle giornate festive: la classica putìa di ambiente familiare. Gli ogninesi ed i festaioli catanesi non troveranno più l'antica chiesetta di S. Euplio o vecchi accoglienti locali come lo Scoglio di Friso, Massarelli o il più modesto Posillipo. Nel secondo dopoguerra erano locali di richiamo i ristoranti Villa Cardì, Pagano a Mare e la Tavernetta.

 

Quest'ultima gestita con maestria e garbo dal signor Marchese che, lasciata l'eredità manageriale agli Alioto, rappresentò il primo vero ristorante moderno catanese. Rimasto "cassato" il fiume de l'Ognina dalle colate laviche (via acque casse), le sue acque trovarono le vie di sbocco a mare, accertato da alcune sorgenti che zampillano non lontano dalla costa. La più nota è quella dove ancora si abbeverano i gabbiani ed addirittura nell'antichità le navi, lì si rifornivano di acqua da bere, dando alla località il nome di Acqua e palummi. Altro fenomeno consequenziale è quello dei vortici di democrito che rendono tranquille le acque del mare quando è agitato ed invece lo sommuovono a mare calmo. Fenomeno provocato dalle polle sottomarine del fiume che sfociano vicini alla costa, nel primo caso la pressione idraulica contrasta le onde agitate, nel secondo le agita. Scomparsa anche la putìa delle signorine Battiato: "le due sorelle che con lindi grembiuli bianchi, offrivano le loro mercanzie, in generi alimentari, con garbo, affabilità, amicizia, consapevoli che un sorriso illumina più dell'elettricità e costa niente, dove si comprava in piena libertà senza imbonimenti, anche a crirenza" (Ina Majorana).

 

In essa piazza non si potrà più ammirare il mare che lentamente o violentemente si spezza sulla scogliera che lo contiene, perché attraversato da veloci natanti a motore, neanche le esistenti panchine riparate da alberi saranno invitanti ad ammirare un paesaggio inquinato e caratterizzato da una disumanità frettolosa. Il vecchio mare limpido è stato sostituito da moderne attrezzature per ormeggi per ogni tipo di naviglio, profanando il paesaggio ed inquinando l'acqua non più balneare. Oggi la piazzetta non riesce più a contenere il disordinato parcheggio di macchine a più file, che dissuade agli incontri per le numerose auto che sfrecciano ostacolandosi a vicenda. Il millenario specchio d'acqua trasparente è diventato pozzanghera inquinata, non l'antico paesaggio meditativo.

Le previsioni del piano Piccinato erano incentrate sull'ampliamento della piazza mancini Battaglia che doveva ridistribuire il traffico di transito, per cui venne realizzato il cavalcavia che nasconde un prezioso angolo paesaggistico, compresa la chiesetta, creando una discontinuità con l'antico Borgo. Oggi che la via De Gasperi, alternativa al viale Artale Alagona è quasi ultimata, la comunità chiede, con la deviazione del traffico nella nuova via, l'abbattimento del ponte e la pedonalizzazione della vecchia area, anche se i rari pescatori verghiani non ritroveranno il vecchio rapporto con il mare essendo ormai i giovani ogninesi al servizio degli inquinanti natanti da diporto. Qualsiasi programma di riordino urbano non potrà riportare l'antico borgo marinaro alle sue origini. Anche se Ina Majorana (la zia del grande Ettore), tra le più qualificate memorie storiche di quei luoghi incantati, legata ai suoi ricordi giovanili non accetta la discontinuità con quel magico passato dicendo a se stessa che: "nulla è perduto, nulla è scomparso quando lo si ha dentro. E la vecchia Ognina l'abbiamo dentro, nel cuore, nella memoria e da questo trae origine il suo, il nostro essere".

 

 

 

 

 

Nella parte meridionale dell'abitato sono state individuate opere di fortificazioni megalitiche in tutto simili a quelle rinvenute al Mendolito, poste a difesa dell'insediamento nel punto in cui l'Amenano sboccava in mare. La dedalica costruzione consisteva in tre filari di grossi blocchi calcarei collocati a secco per una lunghezza d'una ventina di metri, poggiata sulle alluvioni di spiaggia del Mongibello recente, ed innalzata sul lato sud occidentale della foce, corrispondente all'attuale via Zappalà.

Gemelli, nell'aria dell'Indirizzo, punto in cui il fiume faceva un piccolo porticciolo riparato dai venti, ed appunto per questo necessitoso di una sicura difesa in quanto più esposto alle possibili incursioni esterne, principalmente da parte dei pirati micenei e nordafricani e degli schiavisti che già razziavano nel Mediterraneo. Queste difese furono mantenute e migliorate dai colonizzatori greci ed assolvettero la loro funzione di riparo fino a metà Cinquecento, epoca in cui vennero totalmente ristrutturate per ordine vicereale di Juan de Vega, il quale, per timore delle incursioni barbaresche  impose alla città il pesante onere di conchiudere prontamente la cortina. Fu in questa occasione che vennero costruite le garitte d'avviso lungo il litorale che va da Porto Ulisse alla scomparsa punta di Sciara Biscari, delle quali rimangono presentemente due esemplari impiantati sopra la colata lavica del Rotolo.  

 

Al di là della ciclopica fortificazione, un tratto di lastricato lavico d'epoca imprecisabile, inciso da profondi solchi longitudinali, indicava un antichissimo sito sparso alla foce dell'Amenano. Lo Spirito di questo torrentello era onoratissimo dagli Etnei, che a sentir Claudiano lo ritenevano uno dei geni al seguito di Persefone nell'ascesa dall'Avemo. La spiegazione sta nei suoi eccessi di magra, in taluni periodi prolungati, per poi irrompere con furia improvvisa straripando nei terreni all'intorno e fertilizzandoli dei detriti trascinati per oltre 60 miglia di misterioso tragitto, fluttuando sotterra senza potersene localizzare né il corso né la sorgente. Un circuito sacro bagnato dalle acque benefattrici prossime alla foce, può immaginarsi collegato fin d'allora strettamente con la vita religiosa e sociale della tribù, che in esso purificava l'impurità fisica con bagni e riti lustrali. Recinto divenuto in epoca imperiale romana un vastissimo complesso termale, impropriamente nominato Terme Achilliane, sopra il quale poggia in parte l'ecclesia munita di Ansgerio.  

 

 

 

Sullo sbocco settentrionale, in quella che fu poi la darsena aragonese, è stata riesumata a circa otto metri sul livello del mare un'armatura foranea attraversante l'impianto lavico del 252-53 che lascia presumere l'esistenza di un porto-canale naturale scavato nel basalto, simile a quello dell'antica Trotilon, presso Brucoli, inciso a parete verticale nelle vive rocce ove sfocia il torrente Polcheria: l'antico Pantakias, ch'era di portata molto maggiore rispetto a quella dei nostri giorni. Con l'ingegnoso procedimento del portocanale dell'Amenano, realizzato nel punto più impetuoso di massima traversia, si creava un setto che, come è stato osservato dall'ingegnere D'Arrigo, rifletteva le onde incidenti senza farle frangere e respingeva al largo le alghe e le torbide sedimentarie fluitate dai flutti. 

Funzionava altresì da impluvio durante le piene piovane che d'inverno scorrevano impetuose dalle chine etnee, defluendo le acque alte nell'estuario. Nel portocanale, che doveva svilupparsi con andamento meandriforme ed appunto per ciò chiamato dal popolo la «petra pirduta», trovavano rifugio le imbarcazioni durante l'infuriare del mare in traversia sciroccale. Ancora nel medio evo la struttura sopravviveva in buona parte e per la sua configurazìone ebbe nome di canalotto. Sembra avesse l'entrata a orìente lungo la Costa del Salvatore, in corrispondenza del Porto Puntone, nei pressi della piazza dei Martiri, percorreva le attuali vie S. Tommaso e Anzalone giungendo al piano degli Amalfitani, il quale si specchiava nella darsena aragonese col Porto Saraceno, oggi colmati artificialmente. In epoca primitiva si può ragionevolmente ipotizzare che il canale proseguisse verso occidente, dove al Chianu riceveva le acque dell'Amenano; curvava per via Pardo; toccava l'Indirizzo e sboccava in mare. La stretta lingua di terra isolata che il portocanale formava fu dagli Arabi chiamata z'iz'eri (giseri), ossia budello, ricordata tuttora dalla toponomia cittadina. Al tempo di re Alfonso lungo il lato settentrionale del canalotto si affacciavano le terrazze di numerose ville baronali che godevano il privilegio dello sbocco a mare, prova ne sono le tribune delle case Bonajuto e Platamone. (Luccjo Cammarata)

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore;

 

 

 

I MANCINI BATTAGLIA

A Lògnina, la prima abitazione a essere costruita, ad appena un anno dal disastro, fu quella della nobile famiglia Mancini, cui apparteneva gran parte del territorio. Però i Mancini, prima ancora della loro casa, rielessero nel 1693 l'antica Icona Mariana presso la scogliera, sistemandone l'Immagine raffigurata sul legno, che era stata spezzata in due dal terremoto, come è possibile rilevare anche oggi. La vetusta Icona era, e lo è ancora, religioso ricordo di quella votiva eretta in riva al mare dopo l'eruzione del 1381, in sostituzione del Tempietto della Madonna del Rotolo, scomparso sotto le lave. Recentemente, nel 1961, detta Icona col sorgere del Lungomare catanese è stata spostata sulla litoranea.

Quanto alla menzionata famiglia ogninese dei Mancini, sappiamo che discende da quella del Cardinale Giulio Mazzarino (1602-61), nato a Piscina in Abruzzo, ma di origine siciliana; naturalizzato francese a 37 anni. L'emblema di soave viso femminile della Villa Mancini di Lògnina - il cui ingresso attuale è in via Messina 591 - appare anche nella Chiesa dei Santi Vincenzo ed Anastasio, ricostruita dal Cardinale Mazzarino in Piazza di Trevi a Roma, e riproduce le sembianze della nipote dell'illustre prelato, Maria Mancini Mazzarino, andata sposa al Principe Colonna.

Nel 1889, il Cav. Antonio Mancini faceva donazione al Comune di Catania di una vasta "estensione di terreno di sua proprietà nel sobborgo di Ognina perchè fosse destinato a piazzale". Nasce così la piazza Mancini Battaglia che successivamente, per la donazione di altri 864 mq. di terreno da parte della figlia Sig.ra Rosa viene ingrandita. Nell'atto di cessione fece inserire la conditio che fosse permesso permanentemente ai pescatori di stendere, indisturbati, le loro reti.

("C'era una volta Ognina" - Giuseppe Anfuso - Montorte Editore)

 

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/altro/ognina1978.jpg

Speciale sul Pesce del golfo di Catania diviso per categorie. Note sulle correnti marine, i punti nave, le tecniche di pesca e le antiche storielle della gente di mare.

 

 

 U SCARU RANNI (Lo scalo grande)

«... Larga calanca, disseminata di occulti scogli, con scaro, bottega, poche casipule, una chiesa: e fino in questo luogo infausto ai marinai, arripano i bastimenti...» (Lionardo Vigo).

Fino a qualche tempo fa «'u Scaru ranni» per antonomasia era quello antistante al vetusto tempio di S. Maria in Ognina. Oggi, invece, è quello a ridosso della diga foranea, costruita nel golfo della borgata, lungo le cui vie è ancora possibile riconoscere in alcune abitazioni le forme di una architettura semplice, dai moduli essenziali, idonei all'attività della maggior parte degli abitanti: la pesca.

Le uniche eccezioni erano costituite dalla dimora del principe di Casalotto, da qualche orticello ben coltivato e dalle «Grotte di Ulisse», che sembravano tutti messi lì apposta per far da corona all'antica chiesa sorta sui ruderi di un vetusto tempio, a sua volta edificato probabilmente nel luogo dove i monaci Basiliani avevano già una delle loro abbazie.

 

U scaru ranni

 

'Ntra piscafuri ci regna la paci, / Sunnu 'ntra d'iddi cumpari ed amici,

A dari gustu ogn'unu si cumpiaci, / Campari, benchì poveri, felici.

 E loro figghi, ca su soi sequaci / Nuddu a li soi cumandi cuntradici.

Christu, perchì di paci fu amaturi, / Vosi a lo sò culleggiu piscaturi .

 

Scomparsa l'originaria residenza del principe di Casalotto e modificate sostanzialmente le «Grotte di Ulisse», oggi è possibile osservare soltanto quella che fu la dimora della famiglia Marano. L'abitazione, a piano terra, ospitava la brigata della Guardia di Finanza, per cui lo scalo, di tanto in tanto, era teatro di una scena che incuriosiva non poco: l'arresto di qualche «bummàru»  che veniva condotto «in catenelle» alla brigata. Molti, pertanto, erano i curiosi che aspettavano (in silenzio) l'arrrivo del «carruzzuni», che doveva condurre in carcere il malcapitato pescatore. Tutti zitti, tranne due: «Tuccu» e «Smith», due cani che, come è comprensibile, abbaiavano senza tregua alla vista di quell'insolita scena.

Fino agli anni '50, nello spiazzo ancora oggi esistente nello scalo, aveva luogo il mercato del pesce, quasi esclusivamente azzurro.

Nelle serate estive, quando le barche erano in mare, la spiaggia era il luogo preferito dai ragazzi della borgata per giocare.

 Giochi semplici — fatti di povere cose — creati dagli stessi ragazzi, che nel gioco proiettavano tutta la loro energia creativa, e non erano (come lo sono oggi) i destinatari dei giochi inventati dai grandi. Vi si giocava, innanzitutto, con barche fatte da foglie di palma, pazientemente lavorate di temperino e armate di vele latine. Quando soffiava il vento di ponente le barchette venivano messe in mare dalla battigia e accompagnate fino al molo dagli sguardi attenti e trepidanti degli «armatori».

Se, per avventura, qualcuna di esse non era presente al traguardo, perché il vento ta spingeva fuori rotta, niente male; il cantiere navale era lì vicino: le «Grotte di Ulisse» erano piene di palme e un temperino lo si fregava dovunque. Ma non per questo non era deludente che il sogno di un giorno svanisse come un «castello di sabbia». Questo era dunque il quadro dell'allora «Scaru ranni».

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

U scaru nicu

  

U SCARU NICU

Lasciato lo «Scaru ranni» e oltrepassata la «Punta ciaccata» (Punta spaccata: noto punto di transito di cefali di «grosso calibro», tra lo Yachting Club e l'ingresso dello Scalo piccolo.), ci avviciniamo ora al cosiddetto «Scaru nicu» (Scalo piccolo), un piccolissimo porto-rifugio naturale a ridosso della piazza Mancini Battaglia.

Un tempo lo ravvivavano solamente la chiesa parrocchiale di S. Euplio (con attigua una piccola edicola), due o tre botteghe di generi alimentari, una Delegazione di Spiaggia e un lido balneare, i quali, nel contempo, costituivano l'offerta turistica della borgata, negli anni che vanno dal '40 al '60.

Nel 1961, per far posto al contestato lungomare, che cancellò anni e anni di storia e mutò l'originaria fisionomia di Ognina, una delle vittime più illustri fu la chiesa di S. Euplio, la cui esistenza rimane solamente nella memoria dei non più giovani, che, cessata di essere sede di culto, la ricordano come «Sede dell'Azione Cattolica», con il teatrino, il ping-pong e uno stonato quanto utile pianoforte, a cui si avvicendavano incauti ed improvvisati strimpellatori.

 

U scaru nicu

 

In una piccola edicola attigua alla chiesa erano contenute un'immagine della Madonna di Valverde e delle lapidi, una delle quali recava la seguente iscrizione:

«Rispettata dalla infausta meteora del 7 ottobre 1884 ai precedenti la famiglia Mancini nuovi restauri nel 1865 aggiunse»

L'immagine della Madonna, risparmiata dal disastro del 1884 , è oggi esposta in un altarino, eretto nei pressi di piazza Mancini Battaglia, dove si legge: «Madonna / che mi aspetti / sulla strada / guidami sempre tu / ovunque io vada».

 Poco distante si apre lo «Scaru nicu», un porticciolo che, riparato com'è dal vento di scirocco e dai marosi, è da sempre il naturale rifugio delle barche di una parte della nostra marineria.

Fino agli anni '60 lo specchio di mare antistante al piccolo scalo era uno scenario aperto sulla pesca di molti tipi di pesce: cefali, triglie, orecchie marine (le spione del polipo) , seppie e persino acciughe, che si pescavano a pochi metri dalla riva.

Il mitico e celebrato golfo non era noto soltanto per la ricchezza della sua fauna ittica, ma anche per la suggestività della sua costa, che indusse non poche famiglie di nobili e di benestanti a stabilirvi la loro residenza: i Mancini, i Marano, i Bonajuto, i De Cristofaro, i Giarrusso, gli Alonzo, i Maiorana, i Bonaccorsi di Reburdone e Casalotto, ecc.

Il suo mare è ricchissimo di Posidonia: una pianta che cresce esclusivamente nel Mediterraneo e rappresenta — in quanto libera ossigeno  — il polmone naturale dell'ambiente marino.

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

 

 

U SCOGGHIU JANCU (Lo scoglio bianco)

Poco più ad est dello «scugghittu» troviamo l'arcinoto «Scogghiu jancu» (Scoglio bianco), il cui nome deriva dai segni lasciati dall'attività dei marinai che, di notte, andavano a pesca con lampade ad acetilene: la cosiddetta «citulena», in uso fino a poco tempo fa anche tra i venditori di «calia e simenza»

 

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L'acetilene è un gas incolore e inodoro, preparato con vari processi. Il più comune è quello che tratta il carburo di calcio con acqua. Il gas brucia con fiamma fuligginosa, lasciando come residuo un prodotto di color biancastro, chiamato «cabburru».

Tale residuo veniva, per consuetudine, depositato (e non buttato in mare) sempre sui medesimi scogli che, con l'andar del tempo, assumevano una colorazione biancastra.

Fino a poco tempo fa anche nel piccolo scalo ogninese era possibile osservare una grande quantità di «cabburru» sugli scogli al limitare del bagnasciuga.

Ma lo «Scoglio bianco» per eccellenza è quello che si osserva accanto alla «Costa Azzurra», anche se il suo colore bianco non è quello originario: mani riguardose — ma non della Scuola di Posillipo — lo hanno ricolorato per consentirgli di non perdere la sua caratteristica.

I PETRI JANCHI (Le pietre bianche) ovvero 'nta za' Razia 'a trizzota» .

Lasciato lo «Scoglio bianco», poco più verso est, troviamo ora una piccola cala denominata «'i Petri janchi», che vide il naufragio di un veliero che da Augusta trasportava (per le calcare vicine) proprio un carico di pietre bianche, usate nella fabbricazione della calce.

I vecchi marinai raccontano che il bastimento, all'approssimarsi dello scalo grande, venne investito da una tempesta di vento e di mare e, per la probabile rottura del timone, fu scarrocciato fin quasi dentro la cala; infine andò ad infrangersi contro uno scoglio all'ingresso dell'insenatura, capovolgendosi e perdendo quindi il suo carico.

Le pietre bianche, finché i marosi non le trascinarono altrove, rimasero sul fondo e dettero quindi il nome alla località.

In questo punto gli «occhi di rina» fanno oggi bella mostra di sé e, mentre costituiscono il regno dei «mazzuni», danno all'acqua una colorazione simile allo smeraldo. La piccola splendida cala è meglio conosciuta come «'nta za' Razia 'a trizzota» .

U SCOGGHIU DO BECCU (Lo scoglio del becco)

Esattamente al limitare della punta dell'«Acqua 'e palummi», troviamo ora uno scoglio sommerso che, comunemente, viene chiamato «Scogghiu d'u beccu».

Qui nello «Scogghiu d'u beccu», quando erano numerosi, venivano circuiti stendendo la rete tra la «Punta di l'acqua 'e palummi» e uno scoglio in mare non molto distante. Ma, data la presenza della sorgente del fiume Lòngane, succedeva talvolta che la rete (già calata) venisse spinta dalla corrente d'acqua dolce verso sud-est. Questa, contrastando con la rema «di faru» (discendente), faceva disporre, spingendola, la rete sul fondo in modo irregolare, dandole la forma di un gomito, detto dai marinai «agghicatura» o «beccu», termine che diede il nome allo scoglio sommerso. Ancora oggi viene fatto qualche tentativo di circuizione, ma quasi sempre con scarsi risultati.

 

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 I petri janchi, u scogghiu jancu, u scogghiu do beccu,

 

 

 

IL CULTO DEI PALIKI E LA SORGENTE DEL LONGANE. 

Al dio del fuoco erano accomunati i demoni Paliki suoi figli, nati dall'unione con l'Etna, i santi gemelli protettori degli oppressi, invocati dagli indigeni nella lotta contro i Greci invasori e poi contro i Romani dagli schiavi e dalle plebi. Nel sacro recinto i due numi davano rifugio ai perseguitati,  tutelavano la santità del giuramento e si invocava il loro aiuto nei tempi di carestia. In analogia con quanto avveniva nei Delli ribollenti di Naffia a Palika, nel tempio di Santa Sofia si praticava il culto ordalico, in cui le divinità ctonie infliggevano il castigo della cecità agli spergiuri (Diod. XI, 80) per virtù dell'acqua che zampillava da una fonte posta alla sorgente del Lòngane e che proprio da questo poggio dava corso al fiume che aveva foce nel golfo di Lògnina.

La qualità di «salvatori» dei due santi legati ai fenomeni lavici ha finito col generare la mitica impresa dei Pii fratres dando concretezza al mito riguardante un miracolo operato nella gioventù della loro vita terrena. Col propagarsi della leggenda dai Siculi ai Sicelioti anche i loro nomi cambiarono, emigrando da una contrada ad un'altra, e nomi diversi finirono con l'assumere a Siracusa e altri ancora in altri luoghi dell'Isola.

 

 Narra la leggenda che nel corso di un'eruzione dell'Etna, verificatasi in epoca arcaica, forse quella del 693 a.C. che aprì una bocca nel Campus Piorum a nord ovest di Catania, i pii fratelli Anfinomo e Anapia trassero in salvo i propri genitori portandoli sulle spalle attraverso la colata lavica che, al loro passaggio, si apriva creando un corridoio. La venerazione che essi godettero a Catania e la loro effige impressa nelle monete, dimostra e conferma il culto dei Paliki presso gli Etnei, potendosi supporre che il cosiddetto Campus Piorum altro non fosse che il recinto sacro del santuario di Adranos, dove non è da escludere del tutto che abbia potuto accogliere un cippo, dai sacerdoti mostrato come luogo di sepoltura dei Fratres. Nel toponimo campiu, dato dal volgo al colle di Cifali fino a pochi anni addietro, fusione dialettale di Campus Piorum, trova conferma la tradizione sacrale del luogo, quantunque nella memoria popolare se ne sia perduto il reale riferimento.  

 

Più tardi i Siceliotí finirono con l'assimilare Adranos con il loro dio del fuoco Hephaistas, il quale si manifestava presso i vulcani, protettore di tutte le artì meccaniche e di quelle che avevano nel fuoco il loro elemento base. L'artefice insigne, «maestro ai mortali, che prima entro spelonche, a guisa di fiere vivevan pei monti», come recita l'inno omerico, aveva sede abituale nell'Etna, ove insieme con lui lavoravano i Ciclopi. A causa dell'efficacia che il vulcano ha sulla fertilità dei terreni circostanti, in gran parte coltivati a vigneto, veniva associato a Dionisio, dio del vino. Sicché alle orge erotiche connesse con i misteri della metallurgia, in cui veniva eseguita la danza  zoppicante della pernice in onore del dio Hephaistas zoppo, s'abbinavano i baccanali dionisiaci per affermare la superiorità del vino inebriante sopra ogni altra bevanda. Euripide ricorda come in onore di Hephaistas si celebrassero gare podistiche con fiaccola in mano; manifestazione che si ritrova nella festa di sant'Alfio nel centro vinicolo etneo di Trecastagni, dove nella corsa dei nudi che recano torce al santuario dei tre martiri è da rintracciare un frammento dell'antica sagra della vendemmia così come la solennizzavano i coltivatori sicelioti. Del resto glì stessi miracolosi santi patroni sembrerebbero essere una trasposizione cristiana dei Paliki, giacché l'autenticità del terzo, san Filadelfio, non va immune da gravi sospetti, avendo egli tutta l'apparenza di un epiteto trasformatosi in persona. Né diversa origine hanno Gisliberto e Goselino, gli armigeri bizantini che compirono l'impresa santa del trafugamento delle reliquie di sant'Agata, portandole da Costantinopoli a Catania.  

In occasione dei baccanali ad Hephaistas, le vendemmiatrici siceliote accompagnavano il ritmo cadenzato dei pigiatori con movimenti frenetici della persona e urla sfrenate. I vignaioli col viso imbrattato di mosto e celato sotto maschere grottesche, inscenavano rustiche rappresentazioni cantando inni in onore del dio. Sulle vigne e nei palmenti spesso si disputava il cottabo, consistente nel lanciare in aria il vino da un boccale a facendolo ricadere nello stesso recipiente. In epoca alessandrina la comunità isiaca di Catania al seguito della principessa Teoxena, solennizzava i riti metallurgici sostituendo ad Hephaistas il dio egizio Ptah, creatore ed artista,patrono degli operai e degli artigiani. Un frammento marmoreo di naoforo d'epoca romana, rinvenuto anticamente in città, ne conferma il culto e le solennità.   (Luccjo Cammarata)

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore; 

 

 

 

Piazza Mancini Battaglia e, a destra, la spiaggetta in sabbia (risparmiata dall'Etna) chiamata "A secunna rina"

 

 

U BIVERI (Il biviere)

Questo è un antico vivaio d'acqua dolce, costruito all'interno della villa che fu la dimora della baronessa Dorotea Scammacca della Bruca, adesso dei Baroni Bonajuto. Il suo emissario è una sorgente del fiume Lòngane che, secondo certe fonti storiche, ancor prima che venisse coperto dalle coltri laviche, doveva avere la sua ampia foce nel tratto di scogliera che corona il mare di Ognina.

Trattasi, comunque, di una scaturigine naturale di acque di una falda sottostante; per essere, però, del tutto certi che le acque del Biviere siano proprio quelle del fiume Lòngane, è necessaria una conferma scientifica, attraverso studi. geochimico-isotopici.

In ogni caso il fatto che trattasi del letto di un fiume è confermato anche dai numerosi pozzi che si trovano nella zona e dalle innumerevoli tracce di sbocchi in mare di acqua dolce, come peraltro già testimoniato dal Casagrandi nella Pistrice sul tetradramma aureo di Catania:

  «Sulla collina circolare soprastante, percorsa ora dalla strada provinciale dalla Guardia al Rotolo, doveva sorgere il sobborgo Lòngane e il santuario di Athena e per la valle retrostante ad ovest, che a poco a poco fu invasa dalle seguenti lave, doveva scorrere l'omonimo fiume, le cui acque si incontrano nei pozzi scavati nelle lave lungo il suo percorso a monte in direzione della collina di S. Sofia sopra Cibali. La quale collina come in tutti i tempi servì di spartilave, così sempre di spartiacque, per l'Amenano ad ovest, per il Lòngane ad est della città. Come le lave discese alla marina ad est furono le prime, così il fiume orientale sparì per primo sotto le lave che ne velarono e deviarono il corso in cento rivoli, l'ultimo dei quali rimasto all'aperto dev'essere sparito del tutto con la invasione del 1381. Le sue acque dovevano essere molto abbondanti se si giudica dalle cento sue correnti che tuttora per via sottolaviche raggiungono il mare...».

 

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

L'ACQUA E PALUMMI (L'acqua delle colombe) o FICUZZA

Navigando ancora per qualche centinaio di metri più ad est, facciamo la conoscenza della cosiddetta «Acqua 'e palummi» o «Ficuzza».

 Anche qui il fiume Lòngane fa la sua apparizione in una delle tante sorgenti, posta proprio sotto un fico selvatico.

Questa piccola insenatura fu in passato un punto di riferimento, sia per i colombi che vi si dissetavano, sia per gli antichi velieri che dovevano provvedere al rifornimento di acqua potabile, indispensabile per la prosecuzione del viaggio.

Anche i pescatori, stanchi e assetati, vi trovavano ristoro nelle infuocate giornate estive, bevendone avidamente un sorso dietro l'altro. Non sappiamo se oggi sia possibile fare altrettanto, visto che la protervia dei palazzinari ha trasformato la collina sovrastante il golfo in una vera e propria selva di palazzi e palazzine, i cui scarichi potrebbero non solo sferzare il mare di Porto Ulisse, ma mettergli persino i ceppi.

In questa caletta il mare è sempre calmo e trasparente; le sue acque sono tanto gelide che il primo «assaggio» lascia senza fiato.

Sottocosta il mare è profondo appena qualche metro, ma, se ci si allontana un po', diventa profondo; lì il colore cristallino delle sue acque consente di ammirare l'inizio di una vasta prateria di Posidonia, il cosiddetto «orru».

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

  

 

 navigando a nord est

 

 

 

U CARRUBBINERI .Dalla «Ficuzza» comincia il cosiddetto «Carrubbineri» o «Acqua 'e casci»: un tratto di scogliera che si estende fino allo scoglio chiamato «Unnazzu». Il nome del luogo, così caratteristico e noto, si dice che origini dalla presenza in tempi lontani di una bettola gestita da un carabiniere in pensione. Un'altra tesi lo vuole derivato dall'insegna della «putia», su cui era raffigurato un carabiniere.

Noi, però, propendiamo per la prima ipotesi, giacché ci sembra inverosimile il riferimento alla figura di un carabiniere, quando il meglio delle insegne di quei tempi era un fascio d'erba secca appeso al muro della bottega.

 

 

Della bettola non si hanno notizie precise. Si dà per certa la sua prima collocazione al limite ovest della via Acque casse, proprio all'inizio; in seguito, spostata dal luogo in cui sorgeva, venne aperta più avanti e chiamata «'a putia d'u zu' Fulumenu», dal nome del gestore.

Il «Carabiniere», fino alla fine degli anni '50, era la meta preferita dai catanesi per le loro gite, non solo per la bellezza del posto, ma anche perché il tram vi giungeva a poca distanza.

In tal modo nei giorni di S. Stefano, di Pasquetta e ogni 1° maggio il luogo era affollatissimo di gente che faceva tutt'uno con gli scogli. E i gitanti, provvisti di pesce d'uovo, lattuga, «luppini», «màuru» , «curaddina»  e dell'immancabile limone, vi facevano la più classica delle scampagnate. E se poi, dopo aver mangiato e bevuto, ci si voleva deliziare, c'erano pure i «cocchieri» che proponevano piacevoli gite in barca, accompagnate dalle allegre cantate di improvvisati cantastorie: Canta Ognina bedda 'nzemi a mia tutti li pisciteddi di lu to mari,  ca sutta di 'sta luna spicchiulia 'nzemi a lu cantu di li marinari,  ca pìscunu cantannu canzuneddi di' pisci ca tu teni li cchiu beddi.  Ppi opi e munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e pateddi di tutti si' riggina. Puri ppi saddi frischi e masculini, c'a tutti ni pò dari senza fini.

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

Il primo maggio ad Ognina.

 Gli anni 50 erano tempi di povertà ed erano pochi quelli che potevano permettersi l'automobile per usarla in occasione di scampagnate per festività come Pasquetta o primo Maggio scegliendo mete come l'Etna o i paesini della costa ionica.

Pertanto esclusi i pochi privilegiati, il resto si adattava a scegliere mete più a portata di mano,tra le quali molto preferita la scogliera lavica di Catania che adesso è delineata dal tracciato della litoranea,allora inesistente.

La zona di Ognina veniva poi letteralmente presa d'assalto dai festaioli che praticamente occupavano ogni angolo libero in un clima di promiscuità, nell'intrecciarsi dei vocii di mogli, mariti e figli tutti tesi a trovare una sistemazione stabile, nel precario equilibrio offerto dalle lave scabrose, per consumare all'aria aperta i pasti già rigorosamente preparati a casa.

L'ingrediente principale,il condimento per eccellenza per i cibi veniva fornito dal mare con quell'odore salmastro che sapeva di alghe e "mauru",che era un vero e proprio profumo e un balsamo per le vie aeree,oggi purtroppo sparito del tutto.

Mario Serone

U Carabbineri

 

UNNAZZU (Il grande meandro). Lasciando il «Carabiniere» e proseguendo il nostro viaggio verso est incontriamo, a poca distanza, una punta di scoglio chiamata «Unnazzu», che in effetti è un piccolo promontorio, che per circa sessanta metri si estende in mare con andamento meandrico fortemente accentuato. La qualcosa avrebbe originato la denominazione dialettale, che deriverebbe dal nome di un antico ristagno d'acqua dalla caratteristica forma meandrica: il lago Gurnazza (dial. Urnazza), che «apparirebbe quale probabile relitto di un vecchio tronco abbandonato del Simeto» .

Alla base del promontorio — lato terra — sorgeva negli anni '50-60 un locale da ballo, che oggi definiremmo esclusivo: Villa Cardi, dove l'atmosfera un po' ovattata, l'eleganza e il profumo del mare erano intensi ed inebrianti.

L'orchestra che allietava le serate era quella del «Complesso Zoffoli», che veniva magnificata da una singolare forma di pubblicità: una barca-balena che, con deprimente monotonia, andava ripetendo attraverso un altoparlante: «Tra Scilla e Cariddi... il nuovo mezzo di propaganda vi attende... Qui la balena parlante... Tutte le sere danzerete sul mare... Tutte le sere a Villa Cardi, con Zoffoli e il suo complesso, canta Paolo Duel... Tutte le sere a Villa Cardi...».

 

  

 

Il mare, all'interno della piccola insenatura su cui si affacciava Villa Cardi, era noto ai marinai per la quasi costante presenza di branchi di grosse ricciole, di cui il compianto «fiscinaru»  «Turi scoccia» era grande cacciatore. Ma pur nella sua maestria si vedeva talvolta sfuggire il branco, dopo aver fiocinato qualche esemplare, non quando i pesci si dileguavano nelle direzioni abituali e obbligate — dove sarebbero stati scovati comunque —, ma quando attraverso un passaggio sottoflutto se la svignavano al di là della cala, facendo all'infallibile «fiscinaru» tanto di marameo!

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

Unnazzu (Il grande Meandro)

 

U MONUCU. Una rupe, alla punta estrema del golfo di Ognina, il cosiddetto «Mònucu». Qui le onde producono i loro effetti più spettacolari e paurosi, essendo il «Mònucu», per configurazione geografica del golfo, uno dei luoghi più esposti alle massime traversie dei venti sciroccali. Perché, secondo Plinio, «Austro  maiores fluctus eduntur, quam Aquilone : quoniam Me infernus ex imo maris spirai, hic summo», cioè i venti meridionali sollevano onde di maggiore altezza rispetto ai venti settentrionali, in quanto le agitazioni provengono da maggiori profondità marine.

Il posto, di cui parliamo, viene chiamato «Mònucu», sia perché la parte terminale di un suo piccolo promontorio sembra richiamare la forma del cappuccio del saio di un frate francescano, sia perché lo spiovente di Villa Pàncari ricorda il copricapo dell'abito di un frate domenicano.

In una piccola insenatura di questo luogo, proprio come nella descrizione omerica citata, gli sprazzi vanno tanto in alto da minacciare persino la stessa Villa Pàncari.

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

a casa do Monucu (Villa Pancari - Arch. Paolo Lanzerotti)

  

 A QUARTARARA (La casa del vasellame)

Località che, per l'influenza dei venti e dei marosi dominanti, sembra essere stata la più temibile per la navigazione antica: la «Quartarara».

Per parlarne prendiamo a prestito quanto ebbe a dire Lionardo Vigo a proposito del golfo di Catania: «Agitato da vortici e fili-reflui perenni di forza prodigiosa [...] talché se viene colto da burrasca un bastimento [...] oppure cade sottovento [...] di necessità deve affodare o infrangersi».

Certamente quanto diceva il Vigo non trova più riscontro nella realtà odierna, dato che il trasporto delle merci viene fatto a mezzo di modernissime navi, ma, quando i prodotti venivano trasportati da bastimenti a vela, non era infrequente che qualche veliero, sorpreso da forte burrasca, finisse sugli scogli per l'impossibilità di poter veleggiare, stringendo il vento, e di governare la rotta. E molti bastimenti, dovendo fare i conti con l'asprezza del mare e della costa, praticamente priva di ridossi naturali e sicuri, vi fecero sicuramente naufragio. Ne sono una testimonianza le anfore, i resti di vasellame, i manufatti di varia natura che sono stati ritrovati sul fondo del mare.

Era questo infatti uno dei tanti luoghi di transito degli antichi velieri, che trasportavano il bendidio prodotto dai terreni della Piana di Catania, la cui mirabile feracità, secondo l'opinione degli Antichi, era attribuibile alle ceneri vulcaniche dell'Etna.

La località appena visitata trae il suo nome dalle antiche e preziose anfore ritrovate impigliate nelle reti, o cercate di proposito, e chiamate dai marinai «quartari» .

 

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

 la zona della Quartarara

 

 

 

I VASCIULIDDI (Le basse scogliere)

Superata la «Quartarara» proseguiamo ancora più verso nord, fermandoci davanti ad una lingua di scogli bassi, protesi in mare, chiamati «Vasciuliddi».

La loro caratteristica strutturale non avrebbe rilevanza alcuna se, proprio per la loro conformazione, non avessero consentito in tempi non lontani di farvi le classiche e chiassose scampagnate, che i meno spericolati facevano, invece, al «Carabiniere».

Il pranzo era sempre lo stesso: pesce d'uovo, lattuga (talvolta fregata negli orti adiacenti), «luppini» e, da bere, le famose «sciampagnette» .

Diverse erano, invece, le peripezie per poter raggiungere il luogo: dopo aver superato mille difficoltà e doppiato «'u puzzu d'a 'gna Maruzza», i salti tra gli scogli, per poter raggiungere il mare, erano di assoluto rigore.

Aggirato ogni genere di ostacolo poi, in compagnia di patelle e di piccoli Pau Amma, si poteva respirare l'odore di festa e di zagara dei giardini circostanti, dove gli aranci si mescolavano ai fichi, i pini ai mandorli e alle magnolie.

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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

Già subito dopo il Bellatrix è Cannizzaro ,dunque Comune di Acicastello.La foto dovrebbe esattamente mostrare la scogliera sopra il punto denominato "Ruttazze" per via degli anfratti e grotte esistenti giù in mare(circa quattro come numero). Bellissime e da esplorare via mare.

Quando non esisteva la Via della Scogliera attuale, il punto  era denominato i "I Vasciuliddi" e si raggiungeva solamente a piedi. Non esistevano il Bellatrix,il Selene,il Club della Stampa,e via di seguito,sino all'Esagono,lo Sheraton ecc. Oppure entrando da Acicastello,la prima traversa A DESTRA, SI POTEVA TORNARE INDIETRO VERSO CATANIA,MA ATTRAVERSANDO LE CAMPAGNE.

 

I Vasciuliddi

 

Adesso dopo anni di vicende giudiziarie,pare per un Principio di Diritto Perfetto,hanno riconosciuto il lato destro dell'attuale carreggiata,versante mare,proprietà privata, perchè ne era tale da oltre un secolo,appartenenti a benestanti famiglie dell'epoca,e quindi gli consentono la chiusura,recinzione attenta......proibendo di fatto anche la visuale di eccezionali panorami al viandante,al cittadino,al turista che ignari di tali tortuose vicende ne pagano le conseguenze.Di fatto su questo lato esiste soltanto la maestosa Villa Manganelli o " A villa do' Principi",dopo l'Acquarius,anch'essa nascosta da vegetazione e recinzione,ma visibile soltanto dal mare. La zona ed il tratto di mare sottostante viene ancora chiamata " a sicca do' Principi"........Tant'è.

Piero Privitera.

 

I scogghi 'i papira

 

 

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Ricorda un illustre ogninese (l'ing. Agatino D'Arrigo): «Nella memoranda mareggiata di E-SE, imperversata a Catania il 15 dicembre 1881, l'ing. Enrico Simoncini, direttore dei lavori di quel Porto, dalle reiterate osservazioni sulla escursione verticale di una boa luminosa, ormeggiata al largo della testata della difesa foranea, aveva misurato un'altezza d'onda di 14 metri»

Il verificarsi di eventi di simile portata è dovuto al fatto che il golfo di Catania, in ragione della sua posizione geografica, subisce la massima traversia del vento sciroccale che il Sommo Poeta ricorda in una terzina del Paradiso (VIII, 67-69):

 

E la bella Trinacria che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra il golfo

che riceve da Euro maggior briga.

 

 

Poiché sappiamo, per esperienza, che i getti alla riva, che si succedono durante una mareggiata, non hanno tutti uguale escursione d'ampiezza, e che i maggiori si ripetono con una qual certa periodicità, l'onda osservata dall'ing. Simoncini sarebbe stata la decima, o fluctus decumanus (decima unda) dei Romani.

A quanto annotato dal D'Arrigo dobbiamo aggiungere quel che fu osservato durante la catastrofica mareggiata dei giorni 31 dicembre 1972 - 1 gennaio 1973: le onde gigantesche, anche se non misurate, dovettero avere una più grande escursione d'ampiezza di quelle osservate dal Simoncini, poiché riuscirono ad asportare cento metri circa di molo foraneo, peraltro costruito a pareti paraboliche, del porto di Catania

A proposito di grandi mareggiate, narrano i vecchi pescatori ogninesi, che, durante una tempesta di straordinaria violenza, il mare, oltre a raggiungere il sagrato della Chiesa della "Bammina" (S. Maria in Ognina), mise in pericolo persino le abitazioni di via dei Conzari. Allora i marinai, con la consueta fede, ricorsero al parroco e lo convinsero ad "uscire" la Madonna affinché Ella scongiurasse una tale minaccia.

Ed invero, "uscita" che fu la Sacra Effigie, il mare cominciò a placarsi, fino a calmarsi definitivamente qualche giorno dopo.

 

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

 

Un museo del mare sempre più famoso Mare in Italy ha scoperto ad Ognina (Ct.) il meraviglioso “Museo del Mare“ antico scalo marittimo di Catania detto anche il “Porto di Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una tremenda colata lavica.

Il Museo è diviso in varie sezioni tutte molto interessanti, si inizia con la parte archeologica comprendente reperti di una nave romana naufragata nella zona di mare prospiciente Ognina, per proseguire poi visitando la parte in cui sono esposti attrezzi tipici della pesca, donazioni dei pescatori locali, per finire con la sezione nella quale si trovano reperti naturalistici.

Il bilancio dei primi tre anni di vita del museo e le intenzioni per i prossimi anni sono stati illustrati dal Sindaco Umberto Scapagnini e dagli assessori al Commercio e Turismo ma in particolar modo da chi ha fortemente voluto questa interessante struttura, padre Antonio Fallico e i responsabili dell’Associazione S. Maria di Ognina.

L’intenzione, è stato ribadito, è quella di fare del museo un importante strumento di apprendimento utile a tutte le fasce di età e cultura nonché naturalmente grande attrazione per tutti gli amanti del mare, facendo uso anche di tecnologie multimediali che riproducano l’ambiente marino reale.

Altro proposito è quello di incontrare alunni e fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino sia con la visita al museo sia direttamente con uscite in barca.

Il sindaco ha anche riferito di un piano per la realizzazione di un Parco del Mare, una specie di acquario gigante di cui la parte formativa sarebbe ospitata nel Museo di Ognina. (Luca Coccia)

Di recente in una grotta spagnola, chiamata Gran Dolina, sono stati scoperti dei reperti che, studiati, hanno portato il paleontologo Eduard Carbonell ha dire che "erano cannibali i primi europei".
Poiché - ha ribadito il paleontologo - questi resti sono tra i piu antichi tra i nostri progenitori, possiamo affermare dire che siamo discendenti di cannibali".
Tra i popoli che in Europa hanno praticato il cannibalismo c'è stato quello dei Lestrigoni, che secondo diverse teorie, che oggi hanno trovato un riscontro, abitarono nell'età del bronzo (2000 a.C.) la località di Valsavoia, territorio di Lentini.
Ad ipotizzare che i Lestrigoni fossero un popolo realmente esistito fu lo storico Sebastiano Pisano Baudo, nato a Lentini nel 1840. Uno dei capi dei Lestrigoni fu Antifate, personaggio omerico che viene menzionato nell'Odissea, allorché Ulisse nel suo peregrinare lungo il mare Mediterraneo approda nella Lestrigonia, terra abitata da un popolo antropofago.

 

 

Ed Omero, a tal proposito narra di un compagno di Ulisse che fu divorato dal re Antifate. In epoche successive i Lestrigoni, sempre secondo l'ipotesi di Sebastiano Baudo si sarebbero evoluti e si sarebbero chiamati Sicani che, oltre alla pastorizia, si sarebbero dedicati all'agricoltura.

La ricostruzione di Sebastiano Pisano Baudo, però, non era supportata da alcuna evidenza archeologica o storiografica, e ben presto fu ritenuta destituita da fondamento.

Altri archeologi nel secolo scorso, fra cui Paolo Orsi e Luigi Bernabò Brea , tentarono, con i loro scavi archeologici a Valsavoia, località che si estende sulle basse colline di roccia calcarea, nelle vicinanze del Biviere di Lentini, e precisamente nei pressi della masseria Cattivelle, di rinvenire qualche reperto che potesse confermare la presenza dei Lestrigoni in quel territorio. Non ci riuscirono.
Soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso, come ricorda Francesco Valenti, direttore del museo archeologico di Lentini, durante alcuni scavi in Valsavoia eseguiti dall'archeologo Umberto Spigo, attuale direttore della sezione archeologia della Sovrintendenza ai Beni culturali di Catania, venne rinvenuto quell'anello di congiunzione per dimostrare che questa zona della Sicilia fu abitata dai Lestrigoni, popolo antropofago.

 

Questo anello di congiunzione tra la località Valsavoia e i Lestrigoni è dato dal rinvenimento di un tipo di ceramica della facies Vallelunga, sito archeologico della provincia di Caltanissetta. In questo sito, come fa rilevare l'archeologo Francesco Valenti vennero rinvenuti da un gruppo di archeologi, caso unico sino ad ora in Sicilia, una serie di teschi umani, disposti in cerchi, lungo il perimetro di
una capanna. Inoltre, altri teschi erano ammonticchiati in un'area dove doveva, verosimilmente, sorgere un villaggio.
I dati archeologici contenuti in uno studio che venne presentato durante un convegno svoltosi a Palermo, hanno escluso che si potesse trattare di sepolture. Mentre, era evidente che quei teschi venissero utilizzati, così come avviene tra i cacciatori di teste del Borneo o di altre aree dove tuttora si pratica il cannibalismo, per uso magico e ornamentale.
Una specie di culto proprio di un popolo antropofago. Se il popolo che abita la zona di Vallelunga era antropofago, era anche antropofago il popolo che abita Valsavoia. Ad unire la località del Calatino a quella del Siracusano c'è il tipo di ceramica che è stata rinvenuta in entrambi i siti archeologici. Alla luce di questa scoperta vengono in mente i Lestrigoni ed i racconti omerici sui popoli antropofagi della Sicilia. Infatti, se molti reperti archeologici di ceramica della cultura di Vallelunga, si associano a quelli della cultura dei Lestrigoni diventa piu di un'ipotesi che la città degli antropofagi dalle larghe porte, di cui parla Omero nell'Odissea, sia localizzata nell'area del Lentinese di Valsavoia, unico sito tra quelli conosciuti nella zona del Siracusano ad averci restituito ceramiche della facies culturale di Vallelunga.
PAOLO MANGIAFICO (Lasicilia.it)

 

 

 

 

A Masculina da magghia La cornice è quella del golfo di Catania: un arco che va da Capo Mulini a Capo Santa Croce, nel comune di Augusta. Una porzione di mare tutelata in parte dalla Riserva Naturale Marina delle Isole Ciclopi e solcata ogni giorno dalle piccole barche dei pescatori del golfo. Qui, secondo la stagione, si pescano aguglie, spigole, tonni, triglie, sgombri, e masculini. I pescatori li chiamano anche anciuvazzu o ancora anciuvurineddu: molti nomi per le piccole, guizzanti acciughe, le stesse catturate dai liguri e dalle menaidi cilentane. Le stesse che, diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono il grecale ventiquattr’ore prima di arrivare, (…) è sempre stato così, l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno». Ad aprile, si comincia a calare le tratte (così chiamano a Catania le reti menaidi, che hanno maglie di un centimetro di lato e sono lunghe circa 300 metri): il momento giusto è la notte fonda, quasi sul fare dell’alba. La tecnica è la stessa praticata in tutto il Mediterraneo già dai tempi di Omero. 

 

 

Legno, martello, chiodi e passione.Nel regno delle barche fatte a mano.

Ignazio Garozzo, l'ultimo dei Mastri d'ascia.
 

«La mattina andavo a scuola, di pomeriggio un amico di mio papà, uno che era stato suo compagno d'armi quando facevano "il soldato", mi propose di andare nel suo cantiere». Così ha iniziato Ignazio Garozzo, l'ultimo maestro d'ascia che opera ancora a Catania. Era il 1944, Garozzo aveva 7 anni e adesso che di anni ne compirà 78 tra sei mesi, parla del suo lavoro come di «un mestiere per il quale ci vuole passione e che si impara seguendo un "maestro"».


«Il mio si chiamava Pasqualino Vitale e il primo lavoro che mi diede da fare al cantiere fu quello di raddrizzare i chiodi usati per riutilizzarli su altre barche. Una volta i chiodi non si compravano nuovi, "s'addrizzavano" e si riutilizzavano due-tre volte per formare gli "ordinati" (le "costole" della barca sul fondo dello scafo ndr) alla base delle barche».
Mentre racconta, sta completando l'ultima sua creazione, nel cantiere di Ognina, suo quartier generale, proprio sotto piazza Mancini Battaglia, una «lancia» di 5 metri e 60. Per realizzarla, in due, ci si mette un mese scarso e la spesa, remi in mano, è di circa 4.000 euro. È fatta con legno di quercia, abete e pitch-pine (una qualità di pino). «Io ho cominciato con una barca che costava 40mila lire - ricorda Garozzo - Oggi di barche di legno se ne fanno poche, il vetroresina chiede molta meno manutenzione ed è più facile da gestire anche se costa di più. Una volta si costruivano barche durante tutto l'anno, sia durante l'estate, la "stagione", sia durante l'inverno quando si procedeva alle riparazioni. Poi si è bloccato tutto negli Anni Novanta, con il 50% di lavoro in meno - quando la Comunità europea stabilì che per lo specchio d'acqua che ha l'Italia, c'erano troppe imbarcazioni da pesca e così non si è potuto più costruire barche nuove ma solo demolire le vecchie per sostituirle con altre che mantenessero le stesse caratteristiche. In più, molti pescatori sono passati al vetroresina e tutto il lavoro è diminuito tantissimo. ».
Il laboratorio di Ignazio Garozzo sta ad Ognina dal 1959. Un mondo a parte rispetto alla città. Ci sono ogninesi doc che ancora oggi dicono «vado a Catania».
«Quando sono arrivato io, dagli Angeli Custodi, la gente dell'Ognina era tutta una famiglia. Vedevi donne che vestivano a lutto per cinquant'anni, perché c'era sempre qualcuno che nel giro di sei mesi moriva e siccome erano tutti parenti, a quella poveretta ci toccava sempre vestirsi di nero. Qui tutti vivevano con il mare, erano pescatori, poi pian piano i figli hanno cominciato ad andare a scuola, e altri hanno preso i posti al Comune o in banca. Ora di pescatori veri non ce n'è più, sono solo dilettanti. C'è chi ha ancora qualche peschereccio, ma le barche piccole da pesca sono rarissime».

Sposato nel ‘65, due figli (un maschio e una femmina), l'eredità da maestro d'ascia potrebbe essere raccolta proprio dal figlio Giuseppe, 40 anni, geometra. «Mi piacerebbe fare il lavoro di mio padre - confessa - ma finora mi sono dedicato ad altro. La mia giornata, comunque trascorre qui, mi occupo di mettere in mare i motoscafi. Mio padre è fantastico, perché si dedica al legno con passione. Se cade una tavola per terra mi urla dietro che «il legno si deve trattare bene, perché è un'arte! ».
«Ogni barca, a seconda del cantiere nel quale si costruisce, ha le sue caratteristiche - spiega Garozzo padre - A Catania «‘a palummedda di prua» (il dritto di prua) ha una certa forma, a Siracusa un'altra e a Palermo un'altra ancora. Oggi il modello più richiesto è la lancia con lo specchio piatto. Nelle barche che costruiamo noi non c'è un goccio di colla, è tutto legno e chiodi. Ci sono barche mie a Spadafora e Avola, una volta anche ad Acitrezza dove c'è un altro maestro d'ascia in attività, Salvatore Rodolico, che fa anche barche grosse».
Il futuro del mestiere? «Mah, non saprei. Una volta venivano qui i ragazzi del Nautico a vedere come si faceva, ma restavano un paio d'ore e non imparavano niente. Questo non è lavoro che si può apprendere così, io ci ho messo 17 anni per imparare dal mio maestro, ma erano altri tempi. È un lavoro che puoi imparare solo da piccolo quando la testa è ancora disposta ad apprendere».

 

 

 

 

 

Le barche tradizionali catanesi  

 

"Palummedde 'cù speruni" a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)

Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi ‘i riatteri,  d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso che se ne faceva.

.. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini.

Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto

Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.

In questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in modo esclusivamente artigianale.

Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.

Le "varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o "masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o "minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".

Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".

Le "varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda" di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete e  fedeli in quanto costruite dal maestro d’ascia detentore dell’antica arte Ignazio Garozzo presso il cantiere navale situato in Piazza Mancini Battaglia CT nell’anno 1982. Riportati agli antichi splendori nello stesso cantiere nell’anno 2009 dallo stesso Mastro d’ascia e decorati dal prof. Salvatore Finocchiaro, decoratore di Aci Trezza.

 

 

Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto. L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro".

Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.

 

 

 

La Cernia di Ognina
Anni addietro Ognina era un sobborgo di Catania e si raggiungeva per rendere i bagni nel famoso lido "Porto Ulisse", una baietta di sabbia spessa nella quale venivano montate poche decine di cabine, dalle quali i catanesi si bagnavano in un mare cristallino e incontaminato.
Imponenti maschere e pinne pesantissime equipaggiavano i subacquei ante litteram che girovagavano osservando i branchi di mormore e di acciughe che brillavano contro lo sfondo scuro del fondale, mentre trepidanti mamme palpitavano fin quando quei giovani "temerari" tornavano sulla spiaggia a raccontare le meraviglie che avevano visto.
Oggi Ognina è un quartiere rumoroso e caotico, gremito di bancarelle nelle quali si vende pesce e frutti di mare fino alle ore più tarde della sera; il vecchio "Porto Ulisse" non esiste più e la spiaggetta è stata abbandonata dai bagnanti, mentre la zona è stata trasformata in punto di partenza per mille gommoni e motoscafi lasciati all'ormeggio sui moli galleggianti che vi sono stati ancorati.

 Il piccolo golfo da 2500 anni è stato meta e fonte di traffico per i commercianti fenici, greci, romani e saraceni, sicché tutta la zona è una specie di grande sito archeologico, abbondantemente saccheggiato dai ladruncoli subacquei; ancora oggi è possibile ritrovare, specie dopo le mareggiate, qualche collo di anfora o qualche piatto sbrecciato che i ragazzotti sottraggono per stupire gli amici o la ragazza, fabbricando congetture sull'origine e sulla destinazione del manufatto.
Lasciando il golfo di Ognina, dove l'acqua non ha più la trasparenza di un tempo, ci si immerge dalle rocce a Sud del porticciolo, poco dopo l'innesto della barriera frangiflutti.

Qui la visibilità supera spesso i 15 metri e l'immersione è interessante.
Il fondale si aggira inizialmente intorno ai 20 metri; la base della scogliera è costituita dalla nera pietra lavica lanciata dall'Etna irato e terribile: grossi massi, ricoperti da una traboccante vegetazione, formano tane, cunicoli, gallerie profonde e labirintiche nella quali ancora oggi grosse cernie e saraghi "universitari" hanno un habitat perfetto e inaccessibile.
Poco oltre, dove il fondale raggiunge i -37, ci troviamo nel territorio della mitica Cernia di Ognina.
Si narra, infatti, che in questo tratto di scogliera viva una cernia di dimensioni incredibili: assicurano che non è meno di settanta chili, certamente superiore a 100 chili !!!...
Nella zona i pescatori professionisti (ma anche i cannisti) si tramandano il racconto di un intero conzo di mille metri strappato dalle mani di un pescatore che lo stava salpando e che se lo è visto scomparire sotto il mare, certamente trascinato dalla Cernia!
Tutti i pescatori subacquei da almeno sei lustri asseriscono di averla avvistata una mattina o l'altra: imponente, regale, maestosa, grande come un tavolo di avvocato, circondata da una nuvola immensa di castagnole.
Qualcuno afferma, ancora pallido di paura, di esserne stato inseguito...
Appunto per questo il mio consiglio è di non immergersi in quel tratto di mare, se non in compagnia degli istruttori della Scuola Sommozzatori di Catania ai quali, essendo frequentatori assidui di quella zona, sembra che la Cernia abbia concesso una sorta di placet e non li inquieti, anzi da loro non si è mai fatta vedere...E buona fortuna!
Festina Lente
http://www.scuolasommozzatori.com/cernia.htm

 

 

Eruzione dell'Etna del novembre 2013 da Ognina

 

 

 

 

ATTENZIONE, SE TIENI ALL'EQUILIBRIO DELLE ULTIME ANALISI, NON ENTRARE IN QUESTO TRITTICO MICIDIALE!

NON MI HAI ASCOLTATO? VA BE', ORMAI.    SE ANCHE LA GLICEMIA TI E' GIA' ARRIVATA A MILLE, TANTO VALE  FARTI UN GIRO ANCHE QUI DENTRO:

 

 

 

Delitti di Sicilia: Cicciuzzu Amato, bruciato vivo senza un perchè!

La Sua morte si incrocia con la vicenda di Ettore Majorana?

  

Era da tantissimo tempo che non sfogliavo “Il bambino incendiato” di Salvatore Nicolosi.

E’ capitato di averlo tra le mani tutte le volte che mi sono deliziata a spolverare la mia libreria, composta da tanti libri…non tantissimi come vorrei, ma comunque…letti. E ditemi se è poco!

L’occasione me l’ha data il mio amico Nunzio, appassionato della vita della famiglia Majorana ed in particolare di quella di Ettore, il grande fisico catanese scomparso, in circostanze misteriose, nel 1938.

Vuol capire, attraverso questo libro ormai introvabile, quanto questa vicenda possa aver inciso sul fragile equilibrio emotivo di Ettore e quanto sulla Sua scelta, avvenuta qualche anno dopo la fine del processo a carico dei presunti responsabili, di scomparire per sempre entrando nella leggenda. Più per la Sua scomparsa che per il Suo indiscutibile genio, definito da Fermi al pari di quello di Galileo e di Netwon.

Mentre scrivo, però, mi rendo conto che dò per scontato che Voi sappiaTe di cosa io stia parlando. Cosa c’entra la storia del “bambino incendiato” con Ettore Majorana?

Mi rendo conto che vada fatta un po’ di chiarezza. Seguitemi…

Nell’estate del 1924, la cameriera di un ricco signore catanese, il cavaliere Ninì Amato, bruciò vivo nel proprio lettino il figlio primogenito di quest’ultimo, il piccolo Cicciuzzu di appena due anni.

Ciò avveniva nella cosiddetta “Casa rossa” che si trova nella zona di Ognina a Catania (secondo i dati forniti dal Nicolosi, al 776 di Via Messina ed abitata dal fratello piccolo dello sfortunato Ciccio, Pippo Amato*. Questo, almeno, fino alla data di pubblicazione del succitato libro, edito nel 1979).

Leggenda vuole che la finestra della stanza del piccolo Ciccio venisse murata, dopo l’orribile delitto, e c’è chi giura che lo sia ancora ma di questo non ho riscontro diretto essendo la casa, nel corso dei decenni, non più visibile dalla strada.

Interrogata, Carmela Gagliardi…questo il nome della rea confessa…disse di essere stata aiutata dalla propria madre, dal fratello e dal fidanzato della sorella. I tre, tra ritrattazioni, false testimonianze e bugie, furono arrestati.

Quello che si schiuse alla vista degli inquirenti, fu uno scenario abitato da pregiudicati, fattucchiere, carcerati, uomini politici, principi del Foro, poliziotti principianti… un caleidoscopio del genere umano davvero sorprendente.

Ma, la domanda che restava senza risposta e che spinse più di un inquirente a continuare le indagini, nonostante la confessione dell’assassina, fu quella relativa al movente.

Già…perchè la cameriera, insieme alla complicità dei parenti, avrebbe dovuto compiere un delitto e, per di più, di tale efferatezza?

A questo punto, intervenne il Cavaliere Amato, padre del piccolo Ciccio, che fornì una motivazione plausibile, a primo acchito verosimile dei fatti e diede il “la” a quanto fu il seguito della dolorosa vicenda.

Il mandante, secondo Lui, non poteva che essere il proprio cognato… il prof.Dante Majorana. Grande casata, professore universitario, deputato, figlio e fratello di Ministri, zio di Ettore, grande fisico…il movente? Una lite ereditaria che lo aveva visto soccombere.

Fintanto che fu Deputato, quest’ultimo, non fu sottoposto ad alcuna indagine ma, allo scadere del Suo mandato istituzionale e, pertanto, non più protetto dal “sistema”, venne subito arrestato. E con Lui la moglie.

I due conobbero le patrie galere per lunghi tre anni finchè, a processo conclusosi nel 1932, giunse la Loro piena assoluzione.

“Una storia vera” – sottolinea Nicolosi – ma, nel narrarla, c’è abbastanza materiale per 10 storie di fantasia”.

Questa, in sintesi, la vicenda che tenne banco sui principali giornali dell’epoca e che fece grande scalpore per la notorietà ed il prestigio dei protagonisti.

Oggi, quello che interessa il mio amico Nunzio è cercare di capire se questa storia abbia scosso in maniera particolare il grande fisico catanese, nipote dei presunti mandanti, così come paventato da Joao Maguijo ne “La particella mancante”, avendo un peso nella Sua successiva decisione di scomparire nel nulla. Sempre che quella Sua fu una libera scelta…

Riuscirà a trovare risposta a questa domanda? Chissà…

L’unica certezza che io ho trovato in questa faccenda è la magia che riesce a creare un libro.

Due persone, io e Nunzio…così diverse, per età…per esperienze di vita…per collocazione geografica…che si ritrovano sedute al tavolino di un bar e si scoprono appassionate alle stesse vicende salvate, dall’oblio del tempo, grazie ad un libro. Lo stesso che, qualche mattina fa, ha preso il volo verso la Sardegna e che abiterà, per qualche tempo, la casa di Nunzio a Quartu Sant’Elena dopo aver seguito me nelle mie mille peregrinazioni esistenziali.

Compagno silente e fedele. Lui, si!

Per il resto, l’unico dato incontrovertibile è che il piccolo Cicciuzzu Amato fu bruciato vivo… senza un perchè! Perchè, al di là di un ipotetico movente, nessun motivo può giustificare la mano assassina che si accanisce su un bambino!

 

Silvia Ventimiglia – 13 ottobre 2012

http://blog.siciliansecrets.it/2015/01/30/delitti-di-sicilia-cicciuzzu-amato-bruciato-vivo-senza-un-perche/

 

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Pippo Amato, fratello del piccolo Ciccio, Lo ritroviamo protagonista di un altro fatto di cronaca che è diventato pagina di storia. Era il 17 giugno del 1945 e, in un agguato ancora avvolto dal mistero, persero la vita alcuni componenti dell’EVIS (Esercito Volontari Indipendenza della Sicilia). In contrada Murazzuruttu, alle porte di Randazzo (CT), morirono, infatti, Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice. Il nostro Pippo Amato ed Antonio Velis riuscirono a sfuggire all’agguato e si salvarono, scappando. Un altro componente la squadra, Armando Romano, si salvò solo perchè il custode del Cimitero di Jonia (che allora identificava il territorio costituito da Giarre e Riposto fino alla definitiva divisione in due distinti comuni) si accorse che respirava ancora. I morti di quel giorno, che parla di tentativo di riscatto del popolo siciliano, riposano in pace nel Viale degli Illustri del Cimitero monumentale di Catania.

 

 

 

 

 

"Con vera Fede, evviva la bella Madre di Ognina."

Questo il grido di saluto ritmato ripetute volte dai Mastri di Festa e dalla folla di devoti attorno al fercolo nel giorno della processione della Madonna nel mare e nel quartiere di Ognina.

Si tratta di un saluto che racchiude tutta la carica della pietà e della religiosità popolare della gente ogninese e di coloro che lungo i secoli hanno coltivato e coltivano con grande devozione il culto alla Vergine di Ognina.

Moltissimi i pellegrini dalla città di Catania, dai paesi etnei e da località lontane si avvicendano nel tempio sacro , specie in settembre nei giorni della Festa. Svariati e continui gli ex voto in ringraziamento per le grazie ricevute e i miracoli compiuti.

Tre gli aspetti più tipici di tale culto mariano:

 L'aspetto della maternità di Maria. Maria è vista soprattutto come Madre della casa, della famiglia e degli affetti familiari. E di conseguenza venerata come Madre della Chiesa intesa come Chiesa-Madre, Chiesa-casa e Chiesa-famiglia di uomini fratelli tra di loro.

L'aspetto di Maria aiuto e soc­corritrice nei pericoli del mare anzitutto (Ognina è ambiente marinaro) e insieme dei peri­coli di terra e di cielo: rischi legati al lavoro, ai viaggi, alle sorprese e alle incertezze della vita.

L'aspetto di Maria madre del­l'Eucaristia. Nella devozione popolare ogninese Maria e l'Eucaristia stanno intima­mente unite. Venerare Maria è come coltivare il culto all'Eu­caristia e coltivare il culto al­l'Eucaristia è come venerare Maria.

 In questi ultimi anni la plurisecolare religiosità popolare attra­verso la realizzazione del progetto pastorale parrocchia comunione di comunità si è arricchita di forti fermenti teologici, inserendosi totalmente nella nuova visione di Chiesa fornitaci dal Concilio.

Si procede insieme - gruppi, Movimenti e Associazioni - verso una parrocchia tutta intera comunionale, ministeriale e missionaria attraverso tre piste di marcia: comunità, laicato, territorio.

La pastorale e la catechesi affidate ai laici si svolgono nelle sedi delle comunità ecclesiali di base (CEB) dislocate nelle case, nelle fami­glie, nei garage, nelle sedi condominiali, a piccoli gruppi attorno al Vangelo e alla mappa dei bisogni della gente.

 

 

IL PROGRAMMA

 

 

A BAMMINA 2017 - LE FOTO (by Raciti)

 

 

 

IL SANTUARIO

(L'INTERNO) Sorge nella piazza Ognina dirimpetto alla spiaggia arenosa, col prospetto in semplice muratura verso nord, preceduto da una larga scalinata di lava. Ha una porta senza alcuna iscrizione. Posto piede nella chiesa, ch'è a tre navate divise da dodici pilastri con dieci archi ovali, vedesi a tergo della porta una tribuna senza organo. Nella nave di destra esiste un solo altarino con un piccolo ed antico quadro ad olio, rappresentante M.SS. del Carmelo, nonché una cassetta vetrata contenente un bambino di cera, dono di Eugenio Genie, del 1849.

Nella nave di sinistra un altarino con una tela grande ed antica che rappresenta S. Giovanni Battista. L'altare maggiore è posto sotto l'abside. Sulle pareti laterali della stessa abside sono addossati due quadri antichi ad olio, di media grandezza con le immagini dei santi Antonio Abate e Francesco di Paola ed in fondo è collocata in una nicchia la statua della Santa Bambina, opera pregevole in legno, di provenienza parigina, che l'8 settembre girasi processionalmente in quel sobborgo portandola sino al lido.

Di recente è stato costruito il soffitto in muratura in sostituzione di quello antico ch'era in legname, e la chiesa, già chiusa provvisoriamente al culto durante i restauri eseguiti a spese dei devoti e dell'Eminentissimo Cardinale Francica-Nava che vi contribuì lire 1000, venne riaperta al culto il giorno di Pasqua di quest'anno (1900) con la benedizione impartita dall'attuale rev. Cappellano D. Giuseppe Lanzafame." (Guida delle Chiese di Catania e sobborghi - Giuseppe Rasa Napoli)

 

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"Nel testo è delineato il susseguirsi di molti eventi, la cui conoscenza è, a nostro avviso, indispensabile per comprendere interamente la storia della di S. Maria in Ognina, oggi elevata a dignità di Santuario Mariano diocesano.

La ricerca ordinata delle fonti storiche, reperite presso l'Archivio Storico della Diocesi e delle varie Biblioteche cittadine, ci ha consentito di scoprire documenti inediti e di verificare l'attendibilità o meno di talune informazioni storiche".

"La chiesa di S. M. di Ognina è antichissima. Nel Catania illustrata dell'Abate Amico si legge: ejus author temporum injuria latet, sacerdotio authem cohonestata anno ciciter MDLX dicitur. E cioè : "l'artefice di questa chiesa ci è conosciuto per l'offesa del tempo, si dice poi solennizzata con il sacerdozio nell'anno 1560 circa"

Dunque antichissima la nostra chiesa. Ma a quale epoca si può far risalire la sua origine?. Lo sapremo parlando dell'esistenza di una vecchia abbazia nella nostra borgata.

Si trattava di una vetusta abbazia basiliana di cui è cenno nelle Cronache dell'Archi-mandritato del SS. Salvatore che lo indicano con il nome di Abbazia Basiliana di S.M. di Lognina (XXIV)1.

La sua costruzione si fa risalire al 1174, è quasi certo che per il suo primo impianto sia stato utilizzato un ancor più antico fabbricato.

In seguito la vita monastica ne impose la necessaria ristrutturazione, dando così vita al tipo consueto di abbazia medioevale. La legge del 7 luglio 1866 sciolse poi definitivamente l'ordine.

Anche l'abbazia basiliana ogninese fu forse lasciata cadere in disuso. Tuttavia la spiritualità molto viva  e le pressioni dei fedeli, fecero si che in data non precisabile (forse verso l'inizio del 1300) venisse eretta una piccola chiesa da annettere alla vecchia abbazia.

Il nuovo tempietto, come tutte le antiche chiese, aveva disposizione bizantina: l'ingresso principale a ponente e l'altare maggiore ad oriente. Sul davanti vi era impiantato un piccolo cimitero.

Durante il il terremotus magnus del 1542, la chiesa - crollando l'attigua torre - subì gravi danni e mensa impinnata cadde rovinosamente.

Nel 1596, - con torre ricostruita e chiesa già riparata - un noto tecnico senese ci da la prima rappresentazione grafica del complesso chiesa-torre.

Nel 1669, durante una rovinosa eruzione, fu al centro dell'attenzione del Vescovo, del Clero e del Senato catanese. Il Vescovo decise che le reliquie di S. Agata venissero messe al sicuro in un luogo lontano dal pericolo. E per questo venne scelta la nostra chiesa.

Nel catastrofico terremoto del 1693 si salvò soltanto qualche muro perimetrale vicino alla vetusta torre, questa volta rimasta pressoché illesa.

Caduta l'antica chiesetta, negli anni che vanno dal 1693 al 1697, i fedeli si diedero a riedificarla con grande fervore, e, sulle rovine dell'antico tempietto, ne venne costruita una nuova, che è l'attuale. Le uniche eccezioni erano costituite dalla dimora del principe di Casalotto, da qualche orticello ben coltivato e dalle "Grotte di Ulisse", che sembravano tutti messi lì apposta per far da corona all'antica chiesa sorta sui ruderi di un vetusto tempio, a sua volta edificato probabilmente nel luogo dove i monaci Basiliani avevano già una delle loro abbazie.

 (Santuario di Santa Maria di Ognina - Pippo Testa)

 

 

 

 

SANT'EUPLIO, A CHIESA NICA

La chiesa di S. Maria di Lògnina, dedicata alla Natività della Vergine dal Vescovo Simone del Pozzo. dopo tre secoli di ininterrotta attività, nel terremoto del 1693 crollò, meno qualche muro più vicino alla robusta Torre rimasta illesa. La ricostruzione avvenne sugli stessi muri perimetrali del 1392. Volendo lasciare al vetusto Tempio di S. Maria di Lògnina la sua originaria fisionomia abbaziale, venne appositamente costruita come sede parrocchiale, nei pressi di Porto Ulisse una Chiesa dedicata a S. Euplio. La strada che costeggia la riva, da allora è denominata Via Parrocchia.

In questa edicoletta sorta or sono circa 60 anni, osservami: l'altar maggiore sotto l'abside, 2 altari laterali, un battistero, un confessionario, un Crocefisso di media grandezza, un organo con la tribuna a tergo della porta, 2 tele una delle quali, la maggiore del sac. Tullio Allegra, rappresenta S. Euplio, e la minore, d'ignoto autore, l'Immacolata con le anime purganti. Vi è ancora la Via Crucis.

Accanto al prospettino della edicoletta vedesi il campanile con 2 campane ed un orologio la cui manutenzione è a spese del Municipio di Catania" (Guida delle Chiese di Catania e sobborghi - Giuseppe Rasa Napoli)

In tempi più recenti, con l'incremento di numero d'anime, la chiesa di S. Euplio si dimostrò inadeguata, sicché il 23 novembre 1936 la sede parrocchiale fu trasferita nella Abbaziale di S. Maria, e la S. Euplio adibita a oratorio e per le attività dell'azione cattolica.

In quella occasione il titolo di Parrocchia S. Euplio in Ognina venne modificato in quello di S. Euplio in S. Maria di Ognina.

L'ex Chiesa Parrocchiale di S. Euplio, nel 1961 venne demolita dal Comune, trovandosi sul tracciato della costruenda litoranea di Catania.

("C'era una volta Ognina" - Giuseppe Anfuso - Montorte Editore)

 

 

 

 

 LA FESTA

 La Festa della Madonna di Ognina si celebra ogni anno nella settimana che rotea attorno all'8 Settembre, giorno della Natività di Maria.

E' preparata nel corso dell'anno da un Comitato ad hoc - formato da pescatori e da operatori pastorali - ed è guidato dai Sacerdoti della Parrocchia.

Sette le manifestazioni religiose e folkloristiche più tipiche e significative.

 Il triduo. Le varie tematiche in preparazione alla Festa si isprirano ogni anno ad argomenti inerenti alla pietà-religiosità popolare in dimensione teologico-ascetico-pastorale (La catechesi, la missione, la comunio­ne ecclesiale, il servizio etc.).

La svelata. Alle ore 8 del giorno 8 Settembre la Madonna incoronata e illuminata appare sull'altare maggiore alzandosi lentamente dalla parte del Tabernacolo quasi a significare l'intima unione tra la Vergine Santa e l'Eucaristia.

La consacrazione delle fami­glie. Attraverso i bambini che offrono fiori, ogni nucleo familiare si consacra e si mette a disposizione dei bisogni della famiglia della Madonna che è la parrocchia missionaria nel quartiere.

La sagra del pesce azzurro. La sera del 7 settembre i pescatori in Piazza Ognina imbandiscono una grande tavolata e offrono a tutti pesce arrostito. Durante l'anno i pescatori di molte barche riservano in do­no alla Madonna la cosiddetta mezza parte del pescato di uno di loro, considerando la Madonna come membro di equipaggio. Il ricavato viene offerto per la riuscita della Festa.

La gara delle barche. Nel primo pomeriggio della domenica che segue all'8 Settembre si svolgono nelle acque del Porto le gare delle barche. Le squadre provenienti anche da altri quartieri si allenano nei gironi precedenti alla Festa. Le barche portano i colori azzurro e rosso del manto della Madonna e vengono utilizzate solo per le gare. Si tratta di una manifestazione suggestiva di grande sapore folkloristico.

La processione in mare. Splendida manifestazione di fede mista alla cultura e al floklore locale: la folla aggrappata alle rive e agli scogli del Golfo, le barche e i pescherecci pavesati a festa, i canti, le preghiere e i lumini di diverso colore accesi e galleggianti sulle acque del mare hanno un fascino tutto speciale, una màlia che sa di mistero.

La processione nel quartiere. Il simulacro posto sulla «Vara» adornata di luci e di fiori percorre le vie del Borgo fermandosi davanti alle abitazioni degli ammalati più gravi, le case-famiglia dei portatori di handicap, le comunità ecclesiali d i base, le strade e i luoghi tipicamente popolari dove si annidano i bisogni più gravi e urgenti del quartiere.

             

cliccaci sopra per guardare il video

 

 

 

 

Preghiera alla Madonna di Ognina

O Vergine Santa

Regina e Signora di Ognina

volgi a noi il tuo dolcissimo volto di Madre

e ascolta la nostra preghiera:

aiuta chi soffre, consola chi piange,

assisti chi è solo nell'ora della prova.

Proteggi i tuoi figli da ogni pericolo

di terra, di cielo e di mare.

Dona luce a chi è privo di fede,

dona gioia a chi è senza conforto,

dona vita a chi è senza speranza,

dona forza e coraggio a chi lotta

per la giustizia, il progresso e la pace.

Insegnaci ad essere Chiesa in servizio

del mondo per annunciare il Vangelo

e testimoniare l'Amore,

in solidarietà con chi è povero,

ammalato, disoccupato, bisognoso di aiuto.

O soave Madonna di Ognina

sii sempre con noi sui sentieri del tempo

tra le case, le piazze, le strade, in famiglia;

nel cuore, nella mente, nella vita

di ogni uomo nostro fratello.

Sii sempre con noi o Maria: Madre, sorella,

amica e compagna di cammino. Amen.

 

 

 La tradizionale festa di Settembre della "Bammina" Il sabato pomeriggio, intorno alle ore 18, la sacra immagine della Vergine, fatta scendere dall’altare, viene posata su un piccolo fercolo e portata sul sagrato della chiesa. Qui, al grido ritmato dell’antico saluto “Ccu vera firi, evviva ‘a Bedda Matri ‘i l’Ognina”, in un tripudio di folla convenuta da tutta la città, la Madonna, tra inni, suoni ed applausi, viene portata in processione alla marina per essere imbarcata su una barca pavesata a festa.    

La "Chiesa di Lognina", centro locale di grande importanza non solo per l'organizzazione della festa, è un santuario mariano da pochi anni. Non molto grande e costruita per la prima volta nel 1308, fu poi ricostruita dopo il terremoto del 1693, che distrusse Catania. Si affaccia su Piazza Ognina, di solito affollata dalle barche lasciate lì a riposare, tra un pilastro e l'altro del ponte in cemento armato sovrastante. Uscendo dalla Chiesa, zigzagando tra le barche e passando sotto l'alto ponte, che è poi una grossa strada, a destra e a sinistra si vedono grandi murales che sovrappongono colorate immagini del mercato del pesce al grigio del cemento.

 

 

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 Subito dopo il piazzale, si apre la baia dove sin dall'epoca romana sorge il porticciolo, dedicato a Ulisse. Nel luogo dove ora sorge la Chiesa, un tempo d'era un tempio dedicato ad Atena. Il porto Ulyssis era il porto naturale di Catania e pare che riuscisse ad ospitare allora fino a 300 navi. Poi nel Medioevo un'eruzione dell'Etna ha ridotto le dimensioni del porto, ma non l'attività della pesca.

Per secoli, prima dell'espansione della città di Catania, il Borgo era isolato e relativamente lontano dalla città; era un'autonoma entità urbana e i nomi delle strade lo dimostrano: via Calipso, via del Tritone, via dei Delfini. La gente del luogo sente fastidio per l'indifferenza pluridecennale dell'amministrazione catanese che, a loro parere, rischia di causare la rovina delle bellezze del luogo. E lo dimostra comunque al visitatore la presenza di quella strada in cemento armato. Da alcuni anni la parrocchia ha promosso associazioni e comunità che cercano di correggere gli errori dei piani regolatori generali, di aumentare il verde pubblico e di rilanciare il porto anche a scopi turistici. Sull'acqua bassa e calma dell'insenatura d'inverno si vedono solo le barchette a remi in legno, bianche, rosse e azzurre che, ormeggiate al molo, si muovono appena alla lieve corrente. C'è anche qualche yacht, ma solo qualcuno. D'estate invece vengono montati anche i pontili per i motoscafi. Accanto a questo porticciolo di piccole barche, c'è il molo per i pescherecci da pescespada e tonni. E in fondo, a sinistra, oltre i palazzi e le case immersi nel verde e nel sole, gigantesco il Vulcano, l'Etna.

(Viviana Mazza)

 

La processione a mare costituisce un intero pomeriggio di suggestione perché, imbarcata la sacra immagine, un gran numero di barche da pesca, anch’esse adornate a festa, l’accompagna per il golfo fino al porto di S. Giovanni li Cudi, spargendo in mare migliaia di lumini accesi che, agli occhi di migliaia di fedeli, sembrano illuminare il cammino del ritorno.

Nel contesto della festa della “Bammina” si svolge la tradizionale gara di voga per la conquista della “Coppa nostra Signora di Ognina”. La gara si percorre nel golfo di Ognina su due “palummedde cù sperune” d’epoca attrezzate a remi. L’equipaggio è costituito da quattro vogatori ed un timoniere. Le due barche sono uguali e vengono, di volta in volta, affidate ai vari equipaggi contendenti. La gara è ad eliminazione diretta e si gareggia sempre in onore alla Signora …   

Catania: per una settimana la vita si ferma nel Borgo di Ognina, frazione della città, zona di pescatori. Tutto ruota intorno alla preparazione di una festa religiosa, che cade l'8 Settembre, quella della Madonna di Ognina. La gente del luogo, giovani compresi, la chiama "la Bambina", perché dopo il 1885 ne fu esposta un'immagine di cera che la vedeva in fasce nella culla; ma il titolo vero è Nostra Signora di Ognina.

La devozione della gente e la religiosità popolare intorno al culto sono fortissime e non possono non stupire di questi tempi. Maria è vista come madre della casa e della famiglia, come aiuto e soccorritrice nei pericoli del mare e in tutti i rischi legati al lavoro, ai viaggi e alle incertezze della vita. Venerare la Madonna è come venerare l'Eucarestia: la mattina della festa la statua di Maria appare sull'altare maggiore della Chiesa, alzandosi lentamente dalla parte del tabernacolo a significare l'intima unione con ciò che esso contiene. Questa tradizione è chiamata "la svelata".

E le tradizioni rappresentano un sentimento vero, vivo e comune a tutte le generazioni. Durante la processione della statua nel quartiere e poi in mare la folla grida più volte: "Con vera fede, evviva la bella Madre di Ognina". Ascolta la messa celebrata all'aperto sul sagrato dal parroco o dall'arcivescovo, si sposta sulla riva e sugli scogli a veder partire per mare Maria: i pellegrini sono tanti e arrivano da Catania, dai paesi etnei e anche da lontano; ringraziano Maria per le grazie e i miracoli ricevuti e festeggiano in suo onore.

 Maria non sta affatto in cielo, per la gente del luogo, ma la considerano proprio come una persona vera, che abita evive quotidianamente accanto a loro. E non solo i pescatori più anziani, ma anche i figli ventenni, che frequentano la Chiesa locale. Sono alcuni di loro che si occupano dell'organizzazione della festa, facendo parte di un Comitato laico legato alla parrocchia e guidato dai sacerdoti. Uno di questi ragazzi racconta che il padre, un pescatore, e gli altri in barca con lui, durante l'anno riservano a turno, in dono alla Bambina, la cosiddetta mezza parte del pescato di uno di loro, considerandola un membro dell'equipaggio. A farlo sono i pescatori di molte barche e il ricavato viene usato per la riuscita della festa. La sera del 7 Settembre, sempre i pescatori imbandiscono una grande tavolata in Piazza Ognina: è la sagra del pesce azzurro e a tutti viene offerto pesce arrostito. Abbienti e meno abbienti, cristiani praticanti e non, tutti in zona danno un contributo. I bambini dopo la svelata offrono fiori alla bambina a significare la consacrazione di ogni nucleo familiare e il suo mettersi a disposizione della parrocchia. Maria tiene Gesù tra le braccia, è di legno e vestita di rosso e d'azzurro. Sarà forse il suo volto, come dice la gente "così venerabile e devoto", a "rapire ogni cuore"? Il simulacro è stato realizzato a Parigi da un monaco cistercense nel 1889, quattro anni dopo un incendio avvenuto la notte stessa della festa e di cui nessuno sa la causa, ma in cui l'antica statua è bruciata.  

 

 

 L'8 Settembre, dopo la messa all'aperto, la Bambina viene sollevata e portata a braccio su una barca per la pesca delle sardine, non grande perché possa passare tra gli scogli e decorata con luci e bandiere. Poterla ospitare sulla propria barca è un onore e una benedizione per tutto l'anno: non tutti possono riceverla ma tutte le barche e i pescherecci del porto vengono adornati per la festa. Tra canti e preghiere, attraversando le acque dell'insenatura su cui galleggiano lumini di diverso colore, salutata da fuochi pirotecnici e da un suono di trombe, la barca prende il mare. E' il primo pomeriggio e la barca tornerà solo verso sera. Il parroco, alcuni pescatori, le autorità e i ragazzi del comitato salgono sulla barca. Gli altri seguono la processione per mare con barche a remi, procedendo lungo la costa verso sud, o dai lidi, in molti dei quali si organizzano fuochi per l'occasione.  

 

CON TALE PERCORSO PER LA PROCESSIONE MARIANA, SI ABBANDONANO DI COLPO TUTTE LE CRISI MISTICHE!

(CIOE': DIO ESISTE!)

 

Giunti nel punto più lontano dalla costa, i marinai gettano in mare corone d'alloro in ricordo dei caduti. Quando la processione arriva al porticciolo di S. Giovanni Licuti, la barca entra in quest'altro golfo per un incontro tradizionale. Il parroco della parrocchia locale, devota alla Madonna della Guardia, offre dei fiori e i devoti delle due Chiese pregano insieme sulla spiaggia. I pescatori e i possessori di barche del luogo offrono un salvadanaio pieno di offerte e non importa se di solito vadano a Messa o meno.

Al ritorno la Bambina è accolta da un altro spettacolo pirotecnico. Attraversa le vie del Borgo su un carro, chiamato Vara in siciliano, fermandosi davanti alle abitazioni degli ammalati gravi, dei portatori di handicap e nei luoghi tipicamente popolari, dove sta la gente più bisognosa.

La domenica successiva, nelle acque del porto i festeggiamenti continuano con gare di barche di vari quartieri e paesi. Quattro persone più il timoniere, solitamente figli di pescatori, su ogni barca dai colori azzurro e rosso dell'abito della Madonna, si contendono un trofeo, che i vincitori potranno tenere per un anno. Ultimamente ci sono anche squadre femminili.

(Viviana Mazza)

 

 

L'OPUSCOLO DEI FESTEGGIAMENTI

 

 

RICORDI DELLA VECCHIA FESTA

Scendendo da Messina, dopo Taormina, Riposto, Acireale; lasciati i "faraglioni" d'Aci Trezza - colonne di granito lanciate contro il cielo dai flutti sussurranti - e superando pure il Castello di Aci, con le sue millenarie leggende e sospiri di cento generazioni, l'Jonio diventa all'improvviso verde d'incontenuta rabbia e penetra diritto come freccia contro la costa che gli cede il passo.

In quel "fiord" che l'Etna creò rovesciando contro il mare conquistato palmo a palmo, altri mari di lava incandescente, la chiara azzurrità del nostro Jonio si muta senza alcuna sfumatura nel più puro smeraldo e, stretta da due moli di granito tormentati dall'ira millenaria dell'onda, traspare luminosa offrendo in fantastico succedersi l'infinito variar di visioni.

Sul fondo si contano le pietre, le alghe filiformi tese verso il mondo, i ricci attanagliati alle scogliere e il vogatore ha pena di sciupare con la palata energica quel cristallo che s'appanna al primo soffio. Ai lati le pareti travagliate, specchiano il ricamo di ferite orrende che nell'incontro infernale la livida lava si produsse agghiacciata dal mare ribollente. Spacchi, grotte, archi, caverne, mura, tramezzi, velari, colonnine lavorate col cesello, capitelli intarsiati e niellati: è un lavoro d'angeli e demoni.

 

 La barca lieve su quel velo azzurro striscia, s'accosta, sta per scomparire inghiottita dall'ombra d'una grotta ma rispunta improvvisa a qualche metro sotto il sole che il giorno cerca di violare con le aguzze punte d'oro l'immacolata intimità dei nascondigli. Ma il mare può baciare solamente il profilo esterno di tutto quel miracolo. Le grotte, le nicchie, i nascondigli, i corridoi, i dedali infiniti restarono in proprietà del verdazzurro che solo a sera, spentosi l'incendio del tramonto, riflette una festosa luminaria: le prore delle barche pescherecce, al prudente sciabordio di quattro remi, s'apprestano con cauta sapienza ammaliando le creature inargentate e i cesti e le reti van colmandosi di guizzi e d'agonie.

Dalla riva, a quell'ora, il mare d'Ognina vol fare gara col cielo punteggiato. Lontani si odono canzoni ritmate dal remo e si resta in ascolto, rabbrividendo, finché da qualche villa, le cui luci si contano sul mare, non frizza, serpeggiando nella calma, l'orripilante stridore della radio. Allora si prende il tram, subito. Stasera invece delle luci trionfano, sfacciate e prepotenti, quelle di centinaia di festoni tesi dall'una all'altra casa marinara in omaggio alla Madonna: è la sua festa La Madonnina d'Ognina, dal volto soffuso di pallore illuminato da grandissime pupille assorbenti l'azzurro su cui regna.

Sullo spiazzo assediato da pescatori in festa, sgranocchianti a migliaia noccioline alternate a boccali di quello buono di Mascalcia, la banda del comune fa un fracasso che non supera quello della folla. I tram, rovesciando fiumane di vesti rosse, gialle, verdi: tutta seta.

La luna rotonda e sorniona, sopporta la noia dei petardi che ne offuscano lo splendore ad ogni istante e poiché, assorbita dal frastuono, la radio non si sente... estranei alla folla, alla lontana, leviamo gli occhi verso la Madonna avvolta dalla luce".

(Angoli azzurri sulla costa jonica - Carlo Anfuso Rossi (1903 - 1984)

 

La gente di Ognina attorno alla sua «Bambina»


La Sicilia, 9 Settembre 2012
Immersi dentro un santuario a cielo aperto. Questa è l'impressione che fin dalle prime ore del mattino la gente ha sperimentato ad Ognina nell'antica piazza che separa il Santuario mariano dalle rive del mare del porticciolo di Ulisse. 

Sul sagrato del santuario, che per la prima volta nel giorno della Solennità della Natività di Maria è rimasto chiuso a causa dei lavori di restauro, un grande velo azzurro ha indicato inequivocabilmente ai numerosi fedeli il luogo in cui si sarebbe «svelato» il volto della Madonna di Ognina. Mons. Antonio Fallico, che festeggia il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale, ha introdotto la celebrazione rivelando ad alta voce due confidenze e una richiesta da parte della Madonna: «La prima confidenza nasce dal mio cuore - ha detto mons. Fallico - sempre più vado meditando la consapevolezza che non è mio il sacerdozio, ma di Cristo che con audacia mi ha chiesto e mi continua a chiedere il mio tempo, le mie mani la mia vita perché lui possa ancora donarsi all'uomo e al Padre.

 

 

 

 La Madonna poi ci confida che lei non rivela a noi se stessa ma suo Figlio e ci chiede, questa la raccomandazione, di "restaurare" (come il santuario) noi stessi per divenire nel mondo rivelazione vivente del Figlio suo»
La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo Gristina che ha sottolineato la centralità di Maria come «casa in cui Gesù si fa carne: noi siamo chiamati a inserirci nel progetto di Dio in cui al centro c'è Cristo sull'esempio di Maria».

Nel pomeriggio l'effige della Madonna è stata portata dai pescatori sul palco al mare per la solenne concelebrazione giubilare del cinquantesimo di mons. Fallico. La comunità parrocchiale di S. Maria di Ognina e la Missione Chiesa-Mondo hanno vissuto una grande gioia perché hanno potuto abbracciare e festeggiare insieme la vergine Santa, e il proprio parroco che da più di trent'anni ha vissuto e vive in mezzo al popolo ogninese.
Nell'omelia mons. Fallico ha giocato sulla triplice etimologia del termine sacerdote che deriva da «sacer-dos (la sacra dote, eredità che abbiamo ricevuto: Gesù Cristo); sacer-dictio (il sacro annuncio, la predicazione del Vangelo che tutti siamo chiamati ad esercitare) sacer-dux (il sacro compito di guidare, condurre sull'esempio del Buon Pastore) ».
Col battesimo tutti diveniamo in Cristo sacerdoti. L'ordine sacro eleva poi alcuni di questi alla dignità di presbiteri. «Maria» ha concluso mons. Fallico «è il modello per eccellenza del sacerdozio comune e del sacerdozio ordinato perché lei ha saputo offrire la sua vita come dono e ha generato nel suo seno il Verbo fatto carne, la prima Eucarestia della storia».
I segni dell'offertorio hanno poi sottolineato la storia sacerdotale di mons. Fallico legandola inscindibilmente al Concilio Vaticano II, di cui quest'anno ricorre il cinquantesimo dell'apertura.
Al termine della celebrazione i membri del comitato della festa, con quell'amore e quella devozione che di anno in anno sembra sempre più accrescersi, hanno imbarcato la Madonna sul peschereccio che ha aperto la lunga e suggestiva processione a mare lungo tutta la scogliera fino a giungere ad Acicastello dove l'attendeva la comunità parrocchiale di S. Mauro. Da Acicastello la processione si è diretta fino a piazza Europa percorrendo l'altro lato della scogliera. Prima del rientro nel porto di Ulisse la barca della Madonna ha sostato per assistere ai fuochi pro-musicali.
Oggi nel pomeriggio dopo la S. Messa delle ore 16,30 l'effige della Madonna sarà portata in processione lungo le strade del quartiere per poi rientrare a notte fonda nel suo santuario.
Gabriella La Mendola

 

 

 

PHOTOGALLERY MADONNA DI OGNINA 2012 - (F. Raciti)

PHOTOGALLERY MADONNA DI OGNINA 2011 - (M. Rapisarda)

I “MASTRI FESTA"

«Nà vota c’eranu i caruseddi, a cussa che sacchi e antinna…» con queste parole semplici e ricche di significato lo Zio Carmelo Nania (Tesoriere della Madonna) inizia a raccontarci la festa della Madonna di Ognina, «…e se gli equipaggi erano formati da 10 marinai, e si  doveva distribuire il ricavato del pescato, una parte veniva dato alla Madonna, che veniva considerata un componente dell’equipaggio, cioè l’undicesimo marinaio, e quando si aprivano i caruseddi con le offerte c’era una forma di competizione, a chi era riuscito a raccogliere più di tutti», «…il giorno della Svelata, l’8 mattina ,tutti i marinai smettevano di lavorare e andavano in chiesa a pregare insieme la Madonna. Era il momento religioso più importante…», «…poi c’era “a cussa che vacchi”(la corsa con le barche) era un momento intenso per i marinai e loro famiglie, più che una gara, era una sfida che coinvolgeva tutta la borgata…», «…dopo che un incendio distrusse il vecchio Simulacro della Madonna, i marinai addolorati dell’accaduto, furono risollevati ed aiutati dal cavaliere Marano, (nobile ogninese) che prese due di loro, e recatosi in Francia, acquistò l’attuale simulacro della Madonna, regalandolo a tutta la borgata di Ognina…» Rivolgiamo qualche domanda a Giacomo Nania (presidente del Comitato della festa). Molta gente si chiede: “Ma chi ve lo fa fare?” «…noi del comitato lo facciamo per devozione alla Madonna, è qualcosa con cui ci si nasce, c’è l’abbiamo nel sangue. Molto tempo viene dedicato all’organizzazione della festa, ed alle volte può venir meno il tempo dedicato alla propria famiglia, anch’essa coinvolta intensamente nei preparativi per la festa.»

Come è cambiata la festa in questi anni? «Da qualche anno si cerca di far riscoprire le vecchie tradizioni, organizzando anche spettacoli per i più piccoli. A parte gli spettacoli sul mare, sono molte anche le iniziative rivolte al sociale, ai diversamente abili e ai bambini talassemici»

I componenti del comitato (Mastri festa) come vivono tale impegno? «…la maggior parte di noi siamo impegnati in parrocchia, nel sociale e nel volontariato tutto l’anno, e non soltanto nel periodo della festa, infatti per noi, la devozione alla Madonna, è più che un semplice impegno, è uno stile di vita».

 

Programa STANDARD delle Manifestazioni religiose 
Ore 19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Chiesa” Omelia dettata da don Carmelo Politi, parroco della parrocchia Maris Stella– Catania. Canti eseguiti dalla Corale Polifonica S.Maria di Ognina diretta da Maria Laura Cosentino.

Domenica 6 settembre

Ore 19.00– S.Messa con omelia sul tema: “Maria, Madre della Famiglia” Omelia dettata da don Franco Longhitano, parroco della parrocchia Santa Maria della Salute e Vicario foraneo del V vicariato. Canti eseguiti dalla Corale Polifonica S.Maria di Ognina.

Lunedì 7 settembre

Ore 19.00– S.Messa con canti mariani e Veglia di preghiera sul tema “Maria Madre della comunione, del servizio e della missione”. Brani evangelici interpretati dai pescatori di Ognina presso il molo piccolo.

Martedì 8 settembre

Ore 8.00– Festa liturgica della “Natività di Maria”. Pensiero introduttivo di mons. Antonio Fallico, parroco del Santuario S.Maria di Ognina. Tradizionale «Svelata» della effigie di «Nostra Signora di Ognina». Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Agatino Caruso, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Catania. Canti eseguiti dalla corale polifonica S.Maria di Ognina. Consegna del Medaglione d’argento ai membri del Comitato della Festa

Ore 10.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Orazio Scuderi, parroco della parrocchia S.Giuseppe in Ognina.

Ore 12.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Giuseppe Carciotto vicario parrocchiale di S.Maria di Ognina.

Ore 19.00– S.Messa con omelia e canti mariani celebrata da don Franco Luvarà, parroco della parrocchia di S.Nicolò– Misterbianco.

 

 

 

 

Sabato 

Ore 16.30– Solenne concelebrazione eucaristica presieduta da S.E. Rev.ma mons. Salvatore Gristina Arcivescovo Metropolita di Catania, con la partecipazione di S.E. Rev.ma Mons. Adriano Caprioli Vescovo di Reggio-Emilia Guastalla e Presidente del Comitato dei Congressi Eucaristici Nazionali. Nel corso della solenne concelebrazione, in occasione del 50° anniversario del XVI Congresso Eucaristico Nazionale, S.E. Rev.ma Mons. Salvatore Gristina consacrerà alla Madonna l’Arcidiocesi alla presenza delle massime Autorità Civili e Militari della Città e della Provincia di Catania.

Processione della Madonna a mare. Il Simulacro della Madonna percorrerà il Golfo di Ognina e la Scogliera fino al porto di S. Giovanni Li Cuti e Piazza Europa, seguita da un suggestivo corteo di barche pavesate a festa e illuminate. Offerta di una corona di alloro in onore dei Caduti in mare.

Domenica 13 settembre

Ore 8.30- S. Messa con canti mariani celebrata da don Giuseppe Carciotto Vicario parrocchiale del Santuario S. M. di Ognina.

Ore 10.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da Padre Armando Cicchelli, parroco della parrocchia S. Maria della Guardia—Catania.

Ore 11.00– Consacrazione delle famiglie e omaggio floreale dei bambini alla Madonna.

Ore 12.00– S. Messa con omelia e canti mariani celebrata da mons. Antonio Fallico, parroco del Santuario S. Maria di Ognina.

Ore 16.30– S. Messa nel Santuario celebrata da don Angelo Mangano, parroco della parrocchia S. Gelasio– Roma.

Processione con il Simulacro della Vergine per le seguenti vie del Borgo di Ognina: P.Ulisse-Anfuso-P.Ulisse-Barraco-P.Ulisse-Ginestra– P.Ulisse-Calipso-Ruveglio-Rotatoria S.Agata al Rotolo (sosta presso la Statua di S. Agata – presente il Sig. Sindaco di Catania Avv. Raffaele Stancanelli – con omaggio floreale del Comitato e delle Associazioni Agatine presiedute dal Grand’Uff. Luigi Maina)- Viale Alcide De Gasperi-Calipso-Derna– Calipso-P.Ulisse– del Rotolo – Messina-Pittoresca-Messina-Acireale-Fiume-Acireale-piazza Duce di Camastra-Principe Nicola-G.Finocchiaro (incontro con la parrocchia S.Giuseppe) – Messina-Policastro(incontro con la parrocchia S.Lucia) Re Martino (fino al numero 158)- Galatioto-del Rotolo-della Marina– Ciompi-Ruilio-Scilla-della Marina-piazza Nettuno-Artale Alagona-piazza M.Battaglia-Messina-dei Conzari-Parrocchia-Viale Altare Alagona (sosta sul piazzale della “Garitta”)- Scivola Porto-Marittima Piazza Ognina.

 

 

 

 

Quello che succede al lungomare di Catania quando, fra i fuochi degli stabilimenti balneari, ad ogni metà settembre arriva via mare la madonna di Ognina per ricevere gli omaggi della borgata di San Giovanni Li Cuti.

Fotografia di Nicolò Parasole - http://www.flickr.com/photos/nicopara71/  tutti i diritti riservati.

 

«La Svelata di Ognina» modello di rinnovamento

La Sicilia - 9 Settembre 2013

Fin dalle prime ore del mattino un'incessante preghiera del Rosario si è elevata dal Santuario della Madonna di Ognina in attesa della «Svelata» che non si è fatta attendere. E c'è stata tanta commozione dinanzi al volto del Madonna che lentamente si è elevato dall'altare maggiore.
«Dalla tristezza più amara si è passati alla gioia più piena per la riapertura del santuario dopo due anni di lavori di ristrutturazione dei locali adiacenti l'aula liturgica - ha detto mons. Antonio Fallico prima della Svelata - Il messaggio che la Madonna reca quest'anno, che diviene per noi traccia per il nuovo anno pastorale è dal tempo che stiamo vivendo. I restauri della Chiesa sono metafora del nostro cambiamento: così come attendiamo il restauro dell'interno della Chiesa, allo stesso modo dobbiamo procedere al "restauro" della nostra vita interiore. Maria è modello di questo rinnovamento perché possiamo essere come lei faro che brilla perché impregnato della luce di Cristo».
La concelebrazione solenne è stata presieduta da don Pietro Longo, vicario episcopale per la pastorale della Diocesi di Catania.

 

 

 

 

Nell'omelia Don Pietro ha sottolineato «come la Natività di Maria è inscindibilmente legata alla sua divina maternità; la sua Natività ha senso solo in vista della maternità. Oggi è il giorno in cui il creatore ha costruito il tempio in lei poiché in Maria ha visto la vera immagine del Servus Jahvé, del Cristo suo Figlio».
Al termine c'è stata la tradizionale consegna dei medaglioni d'argento ai membri del comitato dei festeggiamenti. Una particolare e gradita novità quest'anno: il numero dei membri è salito a 23 poiché, per la prima volta nella storia della festa della Madonna di Ognina, il medaglione è stato consegnato anche a due donne, le sorelle Nunzia e Anna Testa, che hanno dedicato la loro vita alla cura del santuario, così come in precedenza aveva fatto la loro mamma, a za' Carmelina, personaggio storico e indimenticabile dell'antico Borgo. Poi sono saliti sull'altare tutti gli altri membri a partire dai più anziani per arrivare alle nuove leve, ai giovani nati e cresciuti dentro una profonda devozione mariana come è tradizione del Borgo ogninese. Prima di congedarsi monsignor Fallico ha lanciato una nuova iniziativa di devozione: ogni sera alle 20 dalla facciata del santuario si affaccia l'immagine della Madonna per l'Ave Maria: «Sarebbe bello potersi ritrovarsi lì per la preghiera tutte le sere all'imbrunire, provenendo dai diversi quartieri limitrofi». Per tutta la giornata il santuario ha accolto i pellegrini giunti da ogni parte della città e della regione.
In serata nella piazza antistante ha avuto luogo la seconda serata della XXXVII sagra del pesce. E nel primo pomeriggio si sono svolte le regate.
I festeggiamenti proseguiranno mercoledì 11 settembre alle ore 20 con la conferenza di mons. Giovanni Lanzafame, docente del Centro Estudios Teologicos di Siviglia, sul tema: «Catania mariana: storia, culto e devozioni». La conferenza avrà luogo all'Auto Yatching di Catania (viale Alagona 4). Alle 21,00, invece, sul palco sul mare sarà messa in scena "L'Altalena" di Nino Martoglio, con la partecipazione di Salvo ed Eduardo Saitta.
Gabriella La Mendola
 

 

 

 

 

 

 

 

 

SAGRA DEL TONNO ROSSO - INTERVISTA A PIPPO TESTA

Mazzi di fiori vengono gettati in acqua in onore dei caduti del mare. Al suo rientro la “Bammina” viene accolta da una festa di fuochi pirotecnici.

Insieme alle celebrazioni religiose si svolgono le feste pagane: la Sagra del tonno rosso e la gara delle barche.
Durante la sagra il pesce viene fritto all’aperto e venduto a un prezzo simbolico. La gara delle barche vede la partecipazione di uomini e donne, in una barca stanno cinque donne e nell’altra cinque uomini. La sfida è vinta dall’equipaggio che riuscirà a tagliare per primo il traguardo.

Ampi parcheggi nella zona del vicino Istituto Nautico e nelle ampie strade retrostanti (da raggiungere con largo anticipo, considerato che è una zona balneare molto frequentata, inserita nel lungomare roccioso di Catania ed anche per la grande partecipazione di fedeli alla festa)

(Comune di Catania)

 

La sagra del Tonno rosso
La città di Catania è in stretta simbiosi con il mare; le coste del catanese, varie ed egualmente pittoresche, si dispongono da un lato verso il Simeto e dall’altro verso Acicastello; quasi al confine con Acicastello si trova il pittoresco borgo di Ognina, meta privilegiata di chi vuole godere un momento di fusione con il mare e il mondo dei pescatori. Le barche, decorate con fasce di vario colore, affollano il piccolo porto e le banchine si trasformano, soprattutto la domenica, in un animato e colorato mercato del pesce. Il nucleo del quartiere, con i suoi poli più importanti, la chiesa, la torre (accanto alla chiesa) e il porto, cominciò ad assumere l’aspetto di borgo marinaro nel 1714: alcuni documenti del tempo attestano la presenza di magazzini, bettole e case di barcaioli. Uno dei momenti di massima fioritura edilizia fu la fine dell’Ottocento quando, in questa zona, furono ubicate alcune case per la villeggiatura appartenenti alle famiglie benestanti che avevano la possibilità di possedere una casa fuori dal centro storico cittadino.

 

 

foto di Biagio Testa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OGNINA 2015 -IL VIDEO DI FRANCESCO MOLINO

 

 

 

 

   

 

 

 

 

Ognina

Ognina

Ognina Ognina

dove oggi c'è il ristorante Costa Azzurrra