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Dallo scoglio bianco
alla Ficuzza, fino al Carabiniere. La panoramica
sugli scogli del porto di Ognina scattata in 5
fasi da Francesco Raciti.
La costosa
attrezzatura per questa foto? Solo la sua
fotocamera e' un obiettivo da 40 euro. Come dire
che non basta attrezzarsi come Ufo Robot ed
essere ricoperti da costosissime attrezzature
fino alle gambe, per ottenere questi capolavori.
Si deve nascere per riuscire a crearli, anche
con una Polaroid scassata.
I grandi Andres
Kertesz ed Henri Cartier-Bresson, che forgiavano
opere d’arte soltanto con i loro occhi e una
modestissima Leica, insegnano.
L'originale, con cui
si potrebbe tappezzare un salone e vederci anche
la targa della barca ormeggiata alla darsena, me
lo tengo per me. Troppo bello.



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Una parte del film è
ambientata e girata a Catania. Ritroviamo il barone al tavolino di un
ristorante del porto di Ognina mentre immagina il suo
delitto e offre del vino ad un avvocato.
Alle sue spalle è
ancora in piedi la chiesa di S. Euplio,
demolita poco dopo per far posto al
lungomare nel 1961. |
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Sulla
torretta del campanile si vede il grande cartellone dei lavori in corso
per il nuovo lungomare, e l'imminente demolizione della chiesa di S.
Euplio. L'antico orologio che stava sul campanile, in quella occasione
fu sottratto con tutti i contrappesi e l'antico marchingegno, da un
abitante ogninese (per non parlare poi della trafugazione dell'antica e
suggestiva lapide incisa con i caratteri antichi, datata 1693, che stava
dentro l'altarino con la plurisecolare icona della Madonna di Valverde).
Mario Strano




E’ necessario distinguere tra
l’antica Ognina e quella nuova.
Il suo non è un nome proprio ma
un nome comune: da Lògnina o Longone, un termine
che indicava i porti provvisti di pietre forate
per l’approdo delle navi. I Longoni erano le
bitte d’ormeggio delle banchine portuali,
infatti troviamo Ognina a Siracusa, in Sardegna
e all’Isola d’Elba.
L’Ognina di Catania era chiamata Porto Ulisse (o
calcidico). Un grandissimo porto costruito dai
Calcidesi nel VIII sec. a.C. che poi subì altre
occupazioni fra le quali quella dei greci di
Gerone e quella dei Romani.
Porto Ulisse costituiva lo scalo ufficiale
dell’antica Katane. La sua felice posizione
geografica lo faceva punto d’incontro quasi
obbligato delle vie marittime mediterranee.
Poteva contenere quasi 250 navi ma scomparve
sotto l’eruzione lavica del 1381. Quel che è
rimasto del grande Porto Ulisse (oggi sepolto
sotto il lungomare di Catania) e che arrivava
fino
alla
zona del Gaito, è l’attuale porticciolo di
Ognina.
Virgilio, nell’Eneide, ce lo descrive ampio, dal
calmo specchio acqueo interno e dalla
imboccatura ridossata dai venti di traversia:
"Portus ab accessu ventorum immotus et ingens
ipse".
Aveva anche un porto ausiliario ad Agnone, sito
all’inizio della piana di Catania. I terreni
della Piana, per i loro pregiatissimi prodotti
erano chiamati dai greci Elysia perché
paragonati ai mitici campi Elisi, i giardini di
eterna primavera e di infinita delizia riservati
nell’oltretomba ai giusti. I Romani, per far
risaltare di più il loro dominio in quella zona
prosperosa (chiamata Horreum Romae – "Il
granaio di Roma"), premisero l’aggettivo "latia"
(da latius che significa "appartenente ai
latini") sicchè quella denominazione si mutò in
"Latia Elysia". Il passaggio da Latia
Elysia a La Zia Lisa fu facile. Oggi indica la
zona d’inizio della Piana di Catania.
Nella zona di Lognina scorre un fiume
antichissimo, il Longane, che scaturiva dalle
colline di Santa Sofia, passando per Cibali e
nei sottosuoli ricchi di acqua, la cui
abbondanza è confermata dal nome della vicina
località ogninese "Nizeti", derivante dal
greco "nizo" che significa lavo. Ad
Ognina il fiume arriva ancor oggi con vere
risorgeze sottomarine facendoc i
ricordare la sua perenne presenza, seppur
nascosto dall’eruzione del 1381. La
denominazione della vicina zona Acque Casse
deriva da Acquae cassae (che significa
acque coperte) testimonia la presenza del grande
pozzo naturale che si è venuto a creare a
seguito delle colate laviche che coprirono il
fiume.
La
vecchia Lognina partiva dalla Porta di Aci
(l’attuale Piazza Stesicoro), dove finiva la
città e arrivava fino all’attuale porticciolo.
Poi i confini di Catania si estesero oltre la
Porta di Aci invadendo Lognina e a ricordarne
l’antico sito rimase soltanto il nome di una
strada detta anche oggi Via Vecchia Ognina, che
arriva fin quasi alla chiesa di S. Maria di
Betlem, allora punto di confine con la città,
unica strada catanese a non essere retta e dal
suo percorso si capisce che era una linea di
confine tra due zone.
Sul
nome del quartiere del Rotolo ad Ognina,
descritto anche da Verga ne I Malavoglia, alcuni
sostengono che sia dovuto a un dipinto che
raffigura una Madonna che tiene in mano una
bilancia che raggiunge un rotolo di peso
(trovasi attualmente all’angolo tra Via Messina
e Via Galatioto). Ma che il nome sia stato
originato dal Rotolo delle Sacre Scritture è
confermato da Jacomo Saba "un antico
tempietto di Santa Maria del Sacro Rotolo, da
alcuni creduta della Lettera dei Messinesi, nei
pressi dell’Abbazia brasiliana Santa Maria di
Lognina". Insomma, la Madonna teneva in mano
le sacre scritture. Tra Via Calipso e Via
Ginestra emergono tuttora i ruderi di quel
Tempietto, che venne eretto in onore di
Sant’agata quando le sue reliquie, arrivate da
Costantinopoli, furono date in consegna al
Vescovo Maurizio proprio in quella zona.

Durante la guerra dei Vespri, più volte il mare
di Lognina conobbe le vicende degli urti fra i
D’Angiò e gli Aragona. I grandi ammiragli
catanesi Ruggero di Lauria e Artale Alagona si
distinsero per valore e strategie ed a loro
venne intitolato il lungomare catanese, un tempo
teatro delle loro vittorie navali in difesa dei
catanesi.
Ad
Ognina esisteva un vecchio castello,
l’Italion, che attraverso i secoli subì le
molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548
venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a
fianco della chiesa.
Il
popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non
perché costruita dai Saraceni ma per difendersi
dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a
dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni
Vega, per fortificare l’isola nei punti
strategici e per difendere la popolazione
dall’incubo degli sbarchi musulmani.

Come
funzionava la torre? Le sentinelle delle garitte
in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una
sul lungomare vicino al porto di Ognina e
l’altra sulle lave di Piazza Europa, (le
chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai
state perché furono costruite per difendersi
proprio da loro), quando avvistavano i galeoni
musulmani che si avvicinavano alla costa ,
attraverso una torcia accesa davano il segnale
ai soldati di guardia nella Torre i quali, a
loro volta, lanciavano l’allarme al popolo
suonando una campana.
Il
suono della campana veniva avvertito anche al
campanile-fortezza del Duomo di Catania. Quindi,
da tutti i quartieri della città era un
accorrere di gente per apprestare la più tenace
difesa alla loro terra.
Dopo
l’eruzione del 1669 Lognina esisteva ancora
grazie all’opera di ricostruzione del Duca di
Camastra, del Duca Uzeda e della Famiglia
Mancini Battaglia, ai quali è intitolato lo
spazio antistante il porto.
Oggi
rimane solo il porto, che insieme al porticciolo
peschereccio di Guardia Ognina - San Giovanni Li
Cuti, sono posti incantevoli della scogliera
cittadina.
le fonti provengono da "Ognina", di Padre
Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le
coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie
foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore
Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore;
"Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e
Dario Flaccovio Editore;

Quando si è parlato degli abitanti di Ognina,
si è detto che la borgata, ai primi del secolo, era abitata quasi esclusivamente
da famiglie di pescatori.
Ci piace però sottolineare il fatto che,
oltre ai nativi, il sobborgo era abitato anche da famiglie di alcuni nobili che,
quasi tutti, si servivano di un esperto marinaio, i cui compiti erano quelli di
organizzare "battute" di pesca e insegnare a nuotare ai loro ragazzi; la
qualcosa instaurava tra nobile famiglia e marinaio rapporti di vera amicizia,
mai di sudditanza, che in molti casi dura tuttora.
Le famiglie di cui è cenno erano:
- i Bonajuto del commendatore Mario, sposato alla
baronessa Dorotea Scammacca della Bruca, sindaco di Catania nel primo decennio
del 1900, conosciuto come il sindaco galantuomo;
- i De Cristofaro del barone Vincenzo, dei baroni
dell'Ingegno, generale di brigata del Genio, decorato con croce di guerra al
valor militare;

- la famiglia del principe Francesco Bonaccorsi di
Reburdone e Casalotto che dimorava in una lussuosa residenza, proprio al
limitare di quello che oggi è considerato il vecchio approdo, cioè il molo
vecchio costruito a non più di qualche decina di metri dalla Chiesa della
"Bammina". Splendido esemplare di costruzione, il palazzo era ubicato in una
felicissima posizione che consentiva una meravigliosa vista sul mitico golfo di
Ulisse.
Teatro delle antiche gesta dell'eroe omerico,
Ulisse, dal quale hanno preso il nome il porticciolo e due strade della
contrada: via Porto Ulisse e viale Ulisse. A ricordarci che questi, e non altri,
sono stati i luoghi dell'avventura del figlio di Laerte, è lo stesso Plinio che,
in fatto di toponimi, doveva essere bene informato perché comandante della
flotta romana. Egli, elencando alcune località della costa orientale della
Sicilia, così annotava: Scopuli tres Cyclopum, Portus Ulixis, Colonia Catina,
Flumina Symaethum, Terias. Plinio, Naturalis Historia (III, 89).
Quando il nobiluomo desiderava ammirare il
suggestivo spettacolo offerto dal mare e dall'incantevole paesaggio, si
accostava alla balaustra della terrazza da dove poteva osservare nei minimi
particolari la "cala" dello zio "Maru malomu" che, con la "palamitara", pescava
a "palàmiti" e "sangusi", proprio all'imboccatura del vecchio molo.
Il principe, seguendo passo passo la "cala",
quando qualche bell'esemplare di "palàmitu" veniva catturato, faceva capire, con
gesti ormai consueti, che proprio quello doveva essere messo da parte per lui.
Questo illustre concittadino, ammirato nelle
sue Isotta Fraschini e Mercedes, è ancora oggi ricordato con immutata simpatia
dagli ogninesi che, orgogliosi, lo consideravano il loro principe.
_____________________
tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

Il Circolo
Canottieri Jonica nasce il 20 luglio 1926 prima
come "Società Canottieri Jonica" e poi, dal
1950, con la denominazione di "Circolo
Canottieri "Jonica". Ha sede a Ognina in un
magnifico contesto con sbocco a mare.
Con i suoi
oltre 90 anni di storia costituisce una delle
sedi più esclusive e prestigiose della Sicilia.
Il Circolo ha
anche un trascorso sportivo di grande blasone,
in quanto i Canottieri della Ionica erano noti
anche per i risultati conseguiti, dominando il
canottaggio italiano nel ventennio 1960-1980.
E’ il circolo
di prestigio per eccellenza a Catania. Nel 1980
i soci erano 750 mentre oggi sono circa 520.

Via dei Conzari



Nella parte
meridionale dell'abitato sono state individuate
opere di fortificazioni megalitiche in tutto
simili a quelle rinvenute al Mendolito, poste a
difesa dell'insediamento nel punto in cui
l'Amenano sboccava in mare. La dedalica
costruzione consisteva in tre filari di grossi
blocchi calcarei collocati a secco per una
lunghezza d'una ventina di metri, poggiata sulle
alluvioni di spiaggia del Mongibello recente, ed
innalzata sul lato sud occidentale della foce,
corrispondente all'attuale via Zappalà.
Gemelli,
nell'aria dell'Indirizzo, punto in cui il fiume
faceva un piccolo porticciolo riparato dai
venti, ed appunto per questo necessitoso di una
sicura difesa in quanto più esposto alle
possibili incursioni esterne, principalmente da
parte dei pirati micenei e nordafricani e degli
schiavisti che già razziavano nel Mediterraneo.
Queste difese furono mantenute e migliorate dai
colonizzatori greci ed assolvettero la loro
funzione di riparo fino a metà Cinquecento,
epoca in cui vennero totalmente ristrutturate
per ordine vicereale di Juan de Vega, il quale,
per timore delle incursioni barbaresche impose
alla città il pesante onere di conchiudere
prontamente la cortina. Fu in questa occasione
che vennero costruite le garitte d'avviso lungo
il litorale che va da Porto Ulisse alla
scomparsa punta di Sciara Biscari, delle quali
rimangono presentemente due esemplari impiantati
sopra la colata lavica del Rotolo.
Al di là
della ciclopica fortificazione, un tratto di
lastricato lavico d'epoca imprecisabile, inciso
da profondi solchi longitudinali, indicava un
antichissimo sito sparso alla foce dell'Amenano.
Lo Spirito di questo torrentello era
onoratissimo dagli Etnei, che a sentir Claudiano
lo ritenevano uno dei geni al seguito di
Persefone nell'ascesa dall'Avemo. La spiegazione
sta nei suoi eccessi di magra, in taluni periodi
prolungati, per poi irrompere con furia
improvvisa straripando nei terreni all'intorno e
fertilizzandoli dei detriti trascinati per oltre
60 miglia di misterioso tragitto, fluttuando
sotterra senza potersene localizzare né il corso
né la sorgente. Un circuito sacro bagnato dalle
acque benefattrici prossime alla foce, può
immaginarsi collegato fin d'allora strettamente
con la vita religiosa e sociale della tribù, che
in esso purificava l'impurità fisica con bagni e
riti lustrali. Recinto divenuto in epoca
imperiale romana un vastissimo complesso
termale, impropriamente nominato Terme
Achilliane, sopra il quale poggia in parte
l'ecclesia munita di Ansgerio.

Sullo sbocco
settentrionale, in quella che fu poi la darsena
aragonese, è stata riesumata a circa otto metri
sul livello del mare un'armatura foranea
attraversante l'impianto lavico del 252-53 che
lascia presumere l'esistenza di un porto-canale
naturale scavato nel basalto, simile a quello
dell'antica Trotilon, presso Brucoli, inciso a
parete verticale nelle vive rocce ove sfocia il
torrente Polcheria: l'antico Pantakias, ch'era
di portata molto maggiore rispetto a quella dei
nostri giorni. Con l'ingegnoso procedimento del
portocanale dell'Amenano, realizzato nel punto
più impetuoso di massima traversia, si creava un
setto che, come è stato osservato dall'ingegnere
D'Arrigo, rifletteva le onde incidenti senza
farle frangere e respingeva al largo le alghe e
le torbide sedimentarie fluitate dai flutti.
Funzionava
altresì da impluvio durante le piene piovane che
d'inverno scorrevano impetuose dalle chine
etnee, defluendo le acque alte nell'estuario.
Nel portocanale, che doveva svilupparsi con
andamento meandriforme ed appunto per ciò
chiamato dal popolo la «petra pirduta»,
trovavano rifugio le imbarcazioni durante
l'infuriare del mare in traversia sciroccale.
Ancora nel medio evo la struttura sopravviveva
in buona parte e per la sua configurazìone ebbe
nome di canalotto. Sembra avesse l'entrata a
orìente lungo la Costa del Salvatore, in
corrispondenza del Porto Puntone, nei pressi
della piazza dei Martiri, percorreva le attuali
vie S. Tommaso e Anzalone giungendo al piano
degli Amalfitani, il quale si specchiava
nella darsena aragonese col Porto Saraceno,
oggi colmati artificialmente. In epoca
primitiva si può ragionevolmente ipotizzare che
il canale proseguisse verso occidente, dove al
Chianu riceveva le acque dell'Amenano;
curvava per via Pardo; toccava l'Indirizzo
e sboccava in mare. La stretta lingua di
terra isolata che il portocanale formava fu
dagli Arabi chiamata z'iz'eri
(giseri), ossia budello, ricordata tuttora
dalla toponomia cittadina. Al tempo di re
Alfonso lungo il lato settentrionale del
canalotto si affacciavano le terrazze di
numerose ville baronali che godevano il
privilegio dello sbocco a mare, prova ne sono le
tribune delle case Bonajuto e Platamone. (Luccjo
Cammarata)
le fonti provengono da "Ognina", di Padre
Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le
coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie
foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore
Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore;
"Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e
Dario Flaccovio Editore;

Speciale sul Pesce
del golfo di Catania diviso per categorie. Note sulle correnti marine, i punti
nave, le tecniche di pesca e
le antiche storielle della gente di mare.
U SCARU RANNI (Lo scalo grande)
«... Larga
calanca, disseminata di occulti scogli, con
scaro, bottega, poche casipule, una chiesa: e
fino in questo luogo infausto ai marinai,
arripano i bastimenti...» (Lionardo Vigo).
Fino a qualche
tempo fa «'u Scaru ranni» per antonomasia era
quello antistante al vetusto tempio di S. Maria
in Ognina. Oggi, invece, è quello a ridosso
della diga foranea, costruita nel golfo della
borgata, lungo le cui vie è ancora possibile
riconoscere in alcune abitazioni le forme di una
architettura semplice, dai moduli essenziali,
idonei all'attività della maggior parte degli
abitanti: la pesca.
Le uniche
eccezioni erano costituite dalla dimora del
principe di Casalotto, da qualche orticello ben
coltivato e dalle «Grotte di Ulisse», che
sembravano tutti messi lì apposta per far da
corona all'antica chiesa sorta sui ruderi di un
vetusto tempio, a sua volta edificato
probabilmente nel luogo dove i monaci Basiliani
avevano già una delle loro abbazie.

U scaru ranni
'Ntra piscafuri
ci regna la paci, / Sunnu 'ntra d'iddi cumpari
ed amici,
A dari gustu
ogn'unu si cumpiaci, / Campari, benchì poveri,
felici.
E loro figghi,
ca su soi sequaci / Nuddu a li soi cumandi
cuntradici.
Christu, perchì
di paci fu amaturi, / Vosi a lo sò culleggiu
piscaturi .
Scomparsa
l'originaria residenza del principe di Casalotto
e modificate sostanzialmente le «Grotte di
Ulisse», oggi è possibile osservare soltanto
quella che fu la dimora della famiglia Marano.
L'abitazione, a piano terra, ospitava la brigata
della Guardia di Finanza, per cui lo scalo, di
tanto in tanto, era teatro di una scena che
incuriosiva non poco: l'arresto di qualche «bummàru»
che veniva condotto «in catenelle» alla brigata.
Molti, pertanto, erano i curiosi che aspettavano
(in silenzio) l'arrrivo del «carruzzuni», che
doveva condurre in carcere il malcapitato
pescatore. Tutti zitti, tranne due: «Tuccu» e
«Smith», due cani che, come è comprensibile,
abbaiavano senza tregua alla vista di
quell'insolita scena.
Fino agli anni
'50, nello spiazzo ancora oggi esistente nello
scalo, aveva luogo il mercato del pesce, quasi
esclusivamente azzurro.
Nelle serate
estive, quando le barche erano in mare, la
spiaggia era il luogo preferito dai ragazzi
della borgata per giocare.
Giochi
semplici — fatti di povere cose — creati dagli
stessi ragazzi, che nel gioco proiettavano tutta
la loro energia creativa, e non erano (come lo
sono oggi) i destinatari dei giochi inventati
dai grandi. Vi si giocava, innanzitutto, con
barche fatte da foglie di palma, pazientemente
lavorate di temperino e armate di vele latine.
Quando soffiava il vento di ponente le barchette
venivano messe in mare dalla battigia e
accompagnate fino al molo dagli sguardi attenti
e trepidanti degli «armatori».
Se, per
avventura, qualcuna di esse non era presente al
traguardo, perché il vento ta spingeva fuori
rotta, niente male; il cantiere navale era lì
vicino: le «Grotte di Ulisse» erano piene di
palme e un temperino lo si fregava dovunque. Ma
non per questo non era deludente che il sogno di
un giorno svanisse come un «castello di sabbia».
Questo era dunque il quadro dell'allora «Scaru
ranni».
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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania
La spiaggia di
Ognina, antecedente al terremoto di Messina del
1908, tratta da "C'era una volta Ognina" di
Giuseppe Anfuso.
il
ristorante "scoglio di frisio" aveva una terrazza su palafitte,
attaccato alla "villa Spadaro" che in seguito divenne "ristorante
Costa Azzurra". Gli scogli in primo piano furono stravolti,
servirono da fondamenta su cui si impiantò l'allargamento della
terrazza Costa Azzurra, è visibile lo storico "scoglio bianco" e
l'antichissima "noria" circolare,
Si nota il ponte di
legno che collegava il ristorante alla piazza.
Tale ponte fu distrutto dall'onda di maremoto
causata dal terribile sisma che distrusse
Messina. L'enorme onda scavalcò ogni cosa e
inoltrandosi nel torrente retrostante danneggiò
gravemente i magazzini che costeggiavano il
torrente.
Ecco la cronaca che
ci dà Salvatore De Maria (testimone oculare)
parroco di Acitrezza, studioso e ricercatore
instancabile della storia e delle tradizioni di
Acitrezza e del suo circondario.
"Il terremoto del
28 dicembre 1908: all'Ognina assai forse più di
Acitrezza sorpassò lo stradale, asportando il
ponte di legno che dalla piazza
Mancini-Battaglia metteva al Ristorante Scoglio
di Frisia e arrivò presso il Tram entrò dopo
aver rotto i muri di qua e di là nei giardini
che fiancheggiano il torrente che passa sotto la
linea Ferrata rempiendole di ghiaia, entrò in
alquanti magazzeni di proprietà Motta presso il
torrente avariando la merce ed asportandola;
coperti di acqua gli scogli asporta le barche
sconqussandole, su vari costoni di lava; entrò
nella chiesa vecchia e nel giardino più in là,
devastò la discesa allo scalo di terra da pochi
anni costrutta".
Mario Strano



U SCARU NICU
Lasciato lo «Scaru
ranni» e oltrepassata la «Punta ciaccata» (Punta
spaccata: noto punto di transito di cefali di
«grosso calibro», tra lo Yachting Club e
l'ingresso dello Scalo piccolo.), ci avviciniamo
ora al cosiddetto «Scaru nicu» (Scalo piccolo),
un piccolissimo porto-rifugio naturale a ridosso
della piazza Mancini Battaglia.
Un tempo lo
ravvivavano solamente la chiesa parrocchiale di
S. Euplio (con attigua una piccola edicola), due
o tre botteghe di generi alimentari, una
Delegazione di Spiaggia e un lido balneare, i
quali, nel contempo, costituivano l'offerta
turistica della borgata, negli anni che vanno
dal '40 al '60.
Nel 1961, per
far posto al contestato lungomare, che cancellò
anni e anni di storia e mutò l'originaria
fisionomia di Ognina, una delle vittime più
illustri fu la chiesa di S. Euplio, la cui
esistenza rimane solamente nella memoria dei non
più giovani, che, cessata di essere sede di
culto, la ricordano come «Sede dell'Azione
Cattolica», con il teatrino, il ping-pong e uno
stonato quanto utile pianoforte, a cui si
avvicendavano incauti ed improvvisati
strimpellatori.

U scaru nicu
In una piccola
edicola attigua alla chiesa erano contenute
un'immagine della Madonna di Valverde e delle
lapidi, una delle quali recava la seguente
iscrizione:
«Rispettata
dalla infausta meteora del 7 ottobre 1884 ai
precedenti la famiglia Mancini nuovi restauri
nel 1865 aggiunse»
L'immagine
della Madonna, risparmiata dal disastro del 1884
, è oggi esposta in un altarino, eretto nei
pressi di piazza Mancini Battaglia, dove si
legge: «Madonna / che mi aspetti / sulla strada
/ guidami sempre tu / ovunque io vada».
Poco distante
si apre lo «Scaru nicu», un porticciolo che,
riparato com'è dal vento di scirocco e dai
marosi, è da sempre il naturale rifugio delle
barche di una parte della nostra marineria.
Fino agli anni
'60 lo specchio di mare antistante al piccolo
scalo era uno scenario aperto sulla pesca di
molti tipi di pesce: cefali, triglie, orecchie
marine (le spione del polipo) , seppie e persino
acciughe, che si pescavano a pochi metri dalla
riva.
Il mitico e
celebrato golfo non era noto soltanto per la
ricchezza della sua fauna ittica, ma anche per
la suggestività della sua costa, che indusse non
poche famiglie di nobili e di benestanti a
stabilirvi la loro residenza: i Mancini, i
Marano, i Bonajuto, i De Cristofaro, i Giarrusso,
gli Alonzo, i Maiorana, i Bonaccorsi di
Reburdone e Casalotto, ecc.
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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania


U
“SCIDDICU”. Con mio cugino ogni tanto
andiamo a pescare (praticamente il nulla) nel
golfo di Ognina. Soprattutto a traina, tecnica
con la quale non siamo mai riusciti
a far
abboccare nemmeno un riccio Monaco.
Tuttavia non ci arrendiamo e,
come tanti altri disperati, ogni domenica ci
attrezziamo di buon mattino facendo la nostra
prima sosta a Piazza Santa Maria della Guardia,
per acquistare l'esca dalla Sig,ra Olga.
Con l’esca dal valore
superiore al bottino finale, ci avviamo dove
abbiamo "ottenuto", con fatica, un posto-barca
presso u "Sciddicu" (lo scivolo) che, in
sostanza, è ciò che rimane dell’antico “scaru
nicu” (scalo piccolo) di Ognina, piccolissima
darsena naturale a ridosso della piazza Mancini
Battaglia, fra le papere che si rinfrescano
marcate a vista da gatti pronti a cogliere al
volo ogni loro passo falso.
Le acque antistanti sono
ricche di Posidonia, pianta marina del
Mediterraneo , polmone naturale del mare e
autentica prateria sabbiosa regno di «mazzuni 'i
rina» e di «taccuni».
Una volta scalo di pescatori
professionisti, oggi l’attività do “Sciddicu” è
limitata al dolce approdo dei natanti da
diporto.
Ma perché proprio lì?
Infatti, nel litorale Catanese esistono porti
più convenienti e organizzati, in cui devi solo
scendere dall'auto, accendere il motore e
salpare e mi riferisco ai porti privati Rossi,
Riposto, Acitrezza, Brucoli, Porto di Catania,
ecc.. Va bene, però non siamo allo Scivolo di
Ognina dove, oltre al fatto di essere dentro la
città, è tutta un’altra cosa.
Qui si fa a gara per ….
soffrire. Dicono che certe donne siano
affascinate dagli uomini stronzi e qui è
esattamente così: si paga (se ti è consentito),
alla fine della giornata non becchi nemmeno una
sarda disperata e alla fine te ne torni a casa
pure contento.
Vi chiedete se siamo pazzi?
No. Lo può capire solo chi è nato o ha vissuto
da queste parti. Sarà la mentalità della gente
del luogo oppure prendere un caffè seduto su una
panchina sotto i pini marittimi della piazza a
contemplare quelle nuvole spruzzate a levante da
panna rosa e celeste, che sembra il reparto
Maternità del cielo. Tutto ciò fa bene alla
salute, con una tabella anti-stress particolare:
audio sulle storie di pescatori del luogo;
immersione nei loro occhi increspati di lische e
salsedine; visione di pomeriggi autunnali con
una gamma multicolore che nessun pittore
riuscirebbe mai a riprodurre.
Ma andiamo a vedere perché
siamo anche così masochisti.
Prima di tutto
l'organizzazione del famigerato "Yacting Club".
Farebbe diventare verdi (e magari ne sarebbe
felice) i capelli di un iper-efficiente
“Lumbard” proprietario di un'imbarcazione
ormeggiata al Lago di Garda. Loro sono in tre:
l'anziano gestore Garozzo, uno degli ultimi
mastri d'ascia catanesi, il figlio e un
aiutante.
Altrove si partirebbe in
qualsiasi orario, ma qui allo Scivolo non lo
saprai mai: è un optional. Se decidi per le
sette del mattino, la previsione della partenza
si estende in un arco di tempo che va dalle 6.45
alle 7.45. Prendere o lasciare! Un esempio? Se
alle otto non li svegli a cannonate, anche con
un forte caffè di Balsamo, non riescono
assolutamente a connettere.... figuriamoci a
muovere un dito.
Dopo un abbondante quarto
d'ora in cui si sentono soltanto i nostri
ripetuti sospiri di sollievo e le loro
pessimistiche previsioni pronunciate a mezza
voce (spiramu ca…. mah, oggi chiovi, ….bah.. chi
avi stu muturi? …cu sapi ssi patti? …. ma a cima
unni iè? ….. ca u Signuruzzi a mannassi bona,
ecc. ecc. ecc), cominciano ad armeggiare su un
carrello elevatore il cui peso netto è
tragicamente inferiore a quello di tutta la
ruggine che si porta addosso e che poggia
(quando i freni funzionano) su una grande
piattaforma ricoperta di melma e di quintali di
alghe mai rimosse che hanno visto, loro sì,
Ulisse.
Che divertimento il
districarsi fino all'ormeggio in un girotondo
fatto di secoli di ami, piombi, lenze! Alla fine
della corsa, tonnellate di nafta oleosa intrisa
in ogni falanga sotto le barche, lasciate lì da
generazioni di pescatori e pronte a farti
scivolare direttamente in acqua (anche per
questo si chiama Scivolo?). Un luogo perfetto
per disputarci l’indimenticabile "Giochi senza
frontiere"
E adesso comincia il bello.
Con noi sono stati sempre squisiti, disponibili
e gentilissimi ma fra di loro cominciano ad
imbeccarsi, a cominciare dal Capo che riprende
gli altri due su come avvolgere le cime sotto la
chiglia o come agganciare i grandi moschettoni
sulla prua e sulla poppa. A vederli si potrebbe
pensare "ma perché li sgrida così? forse saranno
novelli e proprio oggi li sta istruendo?". No,
no… lavorano con lui da una vita; il fatto è
che, sistematicamente, lo spettacolo viene
replicato e non è mai lo stesso, perché le
quinte cambiano e i teloni si aprono
diversamente ogni mattina.

Questi signori calano in
acqua decine e decine di barche al giorno, ma
ogni volta è sempre un'esperienza nuova,
assolutamente diversa da quella dell'ultima
volta. Cioè, se in un pontile di Portofino
questa manovra sarebbe di una noia da far
sbadigliare anche i pesci, qui diventa una sorta
di avventura alla Indiana Jones. Insomma, è
teatro. Teatro nostro!
A guardarla bene, la nostra
barca sospesa in aria sembrerebbe proprio al
sicuro. Noi la vediamo oscillare e saremmo pure
tranquilli, considerata la consumata esperienza
del personale del cantiere navale, peraltro
certificata da centinaia e centinaia di approdi
e partenze. Cosa potrebbe mai accadere? Niente!
E invece non è così, si
rischia grosso! La fine della nostra tortura
arriva dopo le spericolate manovre al
cardiopalma con quella prua penzolante che
sfiora altre imbarcazioni, paranchi, gru, pali
della luce e diportisti di passaggio che gridano
al miracolo per la scampata tragedia! Il natante
viene finalmente poggiato a mare, continuando a
dondolare paurosamente fra bestemmie, cazziatoni
e i nostri cuori che palpitano a mille per
l'ansia e la tensione accumulata.
Ma loro, gli addetti, sono
ansiosi? Per niente! Continuano ad azzannarsi
sui loro errori di valutazione come collegiali
davanti ai rimproveri di un educatore e,
soprattutto, come se quello fosse stato il primo
varo della loro vita!
Qual è il colmo? Che in
verità, in decenni di lavoro non hanno mai
danneggiato nessun natante …. però se non fanno
così non si divertono. Poveretti, sono catanesi,
c'è da capirli. Come potrebbero passare una
giornata intera in mezzo a vari schifosamente
perfetti, con banalissime partenze e senza alcun
imprevisto? E dove siamo, a Bellagio? Che
piacere c’è?
Prima di partire c'è sempre
la rete di un decennio fa che rimane impigliata
fra le eliche. Con fatica riescono a toglierla e
ci allontaniamo, già stanchi ma divertiti. Loro
ci guardano, e sotto i baffi sorridono. Ci
domandiamo se lo facciano apposta e se, in
fondo, ci prendano per il culo.
Quando sul contagiri
solleviamo a nord la lancetta, siamo già fuori
dal porto e prendiamo il largo, scoprendo qual è
l'altro motivo per cui si fa a gara per trovare
un posto barca a Ognina. Col sole ad Est e il
vento in faccia incrociamo i primi pescherecci
che ritornano dalla pesca, accompagnati da
balletti di affamati gabbiani il cui gracchiare
si avverte a centinaia di metri, e che danzano
su quel succulento sufflè a forma di stiva.
Più che il mare, lo
spettacolo è quel che abbiamo davanti. Siamo già
al lungomare, dedicato a due valorosi ammiragli
aragonesi: Ruggero di Lauria e Artale Alagona,
protagonisti di grandi battaglie durante la
guerra del Vespro, fra le quali la più famosa è
il cosiddetto "Scacco di Ognina". Vedere questa
arteria dal mare è cosa ben diversa dal
passeggiarci sopra. Da sopra nessuno potrà mai
sapere quante e quali grotte esistono nella
parte sottostante. La scogliera è nera, lucida,
dura, irta, spigolosa e spumeggiante.

Alle nostre spalle, l'Etna
comincia ad illuminarsi e a truccarsi. A
quell'ora è ancora di colore rosa e
improvvisamente ci presenta la sua stazza
compresi vene, muscoli e nervature in tutto il
loro splendore. Ragazzi, sono qui, dietro di
voi: ci voltiamo e lei si staglia superba,
immensa, dominante una città distesa sul mare e
all'indietro allungata fino alle colline di San
Gregorio, a terrazza. Dietro di esse il vulcano
è in lontananza, enorme, e che proprio per
questi avvallamenti e distanze offre una
particolare sensazione ottica. Cioè, sembra che
la visione di tutto l'insieme (montagna, colline
e città) appaia in tre dimensioni. Uno
spettacolo unico. Ecco perché sul lungomare, al
mattino troviamo lussuosi yacht nella rada del
golfo. Certamente uno sballo deve essere gettare
l’ancora di notte, magari vedere il vulcano in
eruzione; poi l’indomani a far colazione a
bordo, davanti alla sua imponenza. Vengono
apposta da ogni dove per provare questa
sensazionee, e noi nemmeno ce ne accorgiamo.
Dal porto ci avviciniamo alla
zona "Scogliera": u Unnazzu, u Monucu fra un
branco di alici che cercano disperatamente di
sfuggire ai tonni. Tentano di saltare in
superficie, ma i voraci gabbiani sono già pronti
a far loro la festa. Nessuna speranza, da sopra
o da sotto sono già condannate.
Se perfino gli animali
pescano in abbondanza, per noi non c'è niente:
solo un polipo distratto che per sua disgrazia
si è impigliato nei nostri ami, poi i soliti
nsuragghi, le vope, i buddaci e niente più,
nemmeno per farci un brodo. Fra la passerella
delle grotte sotto Via Villini a Mare, passiamo
davanti 'o Carabbineri" (zona chiamata così
perché in passato esisteva una trattoria sulla
cui insegna qualcuno aveva dipinto un
carabiniere) per vedere se almeno qualche
saraghetto depresso avesse mai deciso di farla
finita!
Quando, alla fine, torniamo
col magro bottino alla base siamo felici come se
a bordo ci fosse una grossa cernia appena
pescata. Noi ne siamo davvero convinti, noi la
vediamo davvero perchè stregati dalle sirene e
dai tritoni del golfo di Ognina.
Da sempre considerata la
leggendaria scogliera su cui l'Odisseo approdò
sospinto dal dio Eolo, io la chiamo la "vasca da
bagno degli Dei", perché la immagino come la
maga Circe che, trasformatasi in scogliera,
ammalia chiunque passi dalle sue parti al punto
di non fargli capire di stare a baciare le sue
onde anzichè lei, fino a farlo annegare.
Mimmo Rapisarda, set 2011.

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Rileggiamo una pagina che racconta la malinconica partenza del
giovane "cigno catanese".
Da
"Passeggiate Sentimentali" di Saverio Fiducia.
All'alba, Sulla Strada Di Ognina,
Un Coro
Di Campane E Un Fragore Di Tuono
"Il 3
giugno dell'anno 1819, prima che l'alba spuntasse, Bellini lasciò
Catania pel suo primo viaggio. Il padre e il nonno Vincenzo
partirono con lui perché vollero accompagnarlo fino a Messina, dove
lo zio Salvatore Guarnera avrebbe provveduto a farlo proseguire per
Napoli in barca. [...] la diligenza parti in un allegro tintinnio di
bubbole e schiocchi di frusta. Da Piazza San Filippo, per via della
Lettera, la carrozza sboccò in San Francesco d'Assisi, dov'era la
casa che di Vincenzo aveva udito il primo vagito. Dallo sportello
aperto, il giovinetto diede uno sguardo pieno di nostalgia e di
rimpianto al campo dei suoi giochi infantili [...] Intanto, mentre
la girandola dei pensieri e dei ricordi gli turbinava dentro e gli
gonfiava il cuore, la carrozza aveva attraversato lo Spirito Santo,
il Massarello, la
Piazza delle Guardie dove la città finiva, Santa Maria degli
Ammalati era già campagna: giardini di qua e di là della strada,
muri, cancelli, casolari isolati; una solitudine agreste e un po'
selvaggia a tratti, ma aulente di nepitella e di rosmarino. Le
stelle impallidivano; il cielo chiariva. << Che hai >> chiese il
padre a Vincenzo << Nulla >> rispose il giovinetto, e sorrise con
malinconia.
All'abbeveratoio di Ognina, la carrozza fermò e i viaggiatori ne
scesero. Bellini rimase nel suo cantuccio. << Non scendi? >> <<
Grazie, no >>. L'oriente si infiammava, e le onde del golfo,
increspate dalla Brezza che veniva dal retroterra, biancicavano e
s'inseguivano lente. << Ora viene il "passo" della Carrubba, — disse
il mercante, che aveva fatta altre volte la strada -- e occorre
aprire gli occhi! >>. Ma il procaccia alzò i cuscini della serpe e
fece vedere un trombone messo per lungo: << una rovina -- esclamò --
esce da quella bocca! >>. I cavalli bevevano, e i viaggiatori
continuavano a chiacchierare guardando il mare e il cielo. << Bel
tempo! >>. << E si mantiene >>.

Lontano,
nella città suonavano Mattutino. Sulle ali del vento proprio,
l'ondata dei suoni era arrivata improvvisa e canora, e Vincenzo,
strappato ai suoi pensieri, ascoltava rapito. La campana del
Carmine; quella dei Minoriti; financo la pettegolina dei Cappuccini
si faceva sentire, e parevano tutte tanto vicine; un coro lento,
soave, ineffabile, che si dileguava sul mare e nell'anfiteatro delle
colline circostanti, verdi di aranci e di ulivi. << San Francesco,
San Francesco! >> urlò quasi il ragazzo comprimendo col fazzoletto
la bocca -- La mia campana! >>. Ma i rintocchi gravi e solenni del
campanone del Duomo, chiudendo il concerto, parvero richiamarlo alla
realtà, alla sua realtà e a quella fermezza di propositi che piaceva
tanto al vecchio nonno.
Quand'ecco, un fragore cupo e ruinoso, non molto lontano, la terra
tremò. I viaggiatori che stavano per ripigliare i loro posti,
ristettero inquieti. << È la cava che crolla; -- spiegò un pescatore
che si lavava all'abbeveratoio -- i cavatori l'attendono da tre
giorni >>. Difatti una nube di polvere, alcune centinaia di metri
lontano dalla spiaggia, si sollevò verso il cielo, subito piegata
dalla brezza. I viaggiatori respirarono il caratteristico odore
ferrigno della lava infranta. << I cavatori scavano sotto -- spiegò
il procaccia -- e poi aspettano che la parete di lava crolli da sola
>>. Tranquillamente, la corriera ripartì. [...] con quanta
semplicità egli avrebbe rinunziato ai sogni di gloria e sarebbe
ritornato alla mamma, ai canti melodiosi della sua città, alla vita
casalinga e tranquilla! Ma nel libro del Destino stava scritto ben
altro. Vincenzo, mentre il procaccia palpeggiava il trombone e i
viaggiatori scrutavano la campagna malfida, raccolto nel suo
angoletto, le mani sul volto per far vedere che dormisse,
silenziosamente piangeva. Difatti
non è tutta intrisa di lacrime la sua musica? Che poteva fare se
Iddio lo aveva fatto così? Pochi anni ancora e Vincenzello sarebbe
diventato Vincenzo Bellini.
Salverio
Fiducia in questo racconto ci dà una descrizione suggestiva del
paesaggio ogninese, quando tutto era quiete, si sentivano financo le
campane del Duomo e le colline verdi olezzavano d'aranci e ulivi.
Solo le cave di pietr a
rompevano l'immenso silenzio quando gli alti costoni lavici della
petriera
venivano fatti franare. Ci conferma anche che nel "passo della
Carrubba" bivaccavano i briganti.
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U SCOGGHIU JANCU (Lo scoglio bianco)
Poco più ad est dello «scugghittu» troviamo
l'arcinoto «Scogghiu jancu» (Scoglio bianco), il
cui nome deriva dai segni lasciati dall'attività
dei marinai che, di notte, andavano a pesca con
lampade ad acetilene: la cosiddetta «citulena»,
in uso fino a poco tempo fa anche tra i
venditori di «calia e simenza»

.
L'acetilene è un gas incolore e inodoro,
preparato con vari processi. Il più comune è
quello che tratta il carburo di calcio con
acqua. Il gas brucia con fiamma fuligginosa,
lasciando come residuo un prodotto di color
biancastro, chiamato «cabburru».
Tale residuo veniva, per consuetudine,
depositato (e non buttato in mare) sempre sui
medesimi scogli che, con l'andar del tempo,
assumevano una colorazione biancastra.
Fino a poco tempo fa anche nel piccolo scalo
ogninese era possibile osservare una grande
quantità di «cabburru» sugli scogli al limitare
del bagnasciuga.
Ma lo «Scoglio bianco» per eccellenza è quello
che si osserva accanto alla «Costa Azzurra»,
anche se il suo colore bianco non è quello
originario: mani riguardose — ma non della
Scuola di Posillipo — lo hanno ricolorato per
consentirgli di non perdere la sua
caratteristica.
I PETRI JANCHI (Le pietre bianche) ovvero 'nta
za' Razia 'a trizzota» .
Lasciato lo «Scoglio bianco», poco più verso
est, troviamo ora una piccola cala denominata
«'i Petri janchi», che vide il naufragio di un
veliero che da Augusta trasportava (per le
calcare vicine) proprio un carico di pietre
bianche, usate nella fabbricazione della calce.
I vecchi marinai raccontano che il bastimento,
all'approssimarsi dello scalo grande, venne
investito da una tempesta di vento e di mare e,
per la probabile rottura del timone, fu
scarrocciato fin quasi dentro la cala; infine
andò ad infrangersi contro uno scoglio
all'ingresso dell'insenatura, capovolgendosi e
perdendo quindi il suo carico.
Le pietre bianche, finché i marosi non le
trascinarono altrove, rimasero sul fondo e
dettero quindi il nome alla località.
In questo punto gli «occhi di rina» fanno oggi
bella mostra di sé e, mentre costituiscono il
regno dei «mazzuni», danno all'acqua una
colorazione simile allo smeraldo. La piccola
splendida cala è meglio conosciuta come «'nta za'
Razia 'a trizzota» .
U SCOGGHIU DO BECCU (Lo scoglio del becco)
Esattamente al limitare della punta dell'«Acqua
'e palummi», troviamo ora uno scoglio sommerso
che, comunemente, viene chiamato «Scogghiu d'u
beccu».
Qui nello «Scogghiu d'u beccu», quando erano
numerosi, venivano circuiti stendendo la rete
tra la «Punta di l'acqua 'e palummi» e uno
scoglio in mare non molto distante. Ma, data la
presenza della sorgente del fiume Lòngane,
succedeva talvolta che la rete (già calata)
venisse spinta dalla corrente d'acqua dolce
verso sud-est. Questa, contrastando con la rema
«di faru» (discendente), faceva disporre,
spingendola, la rete sul fondo in modo
irregolare, dandole la forma di un gomito, detto
dai marinai «agghicatura» o «beccu», termine che
diede il nome allo scoglio sommerso. Ancora oggi
viene fatto qualche tentativo di circuizione, ma
quasi sempre con scarsi risultati.
_______________________________________________________________________________
parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania

I petri
janchi, u scogghiu jancu, u scogghiu do beccu,

IL CULTO
DEI PALIKI E LA SORGENTE DEL LONGANE.
Al dio del fuoco erano accomunati i demoni Paliki suoi figli, nati dall'unione con l'Etna,
i santi gemelli protettori degli oppressi,
invocati dagli indigeni nella lotta contro i
Greci invasori e poi contro i Romani dagli
schiavi e dalle plebi. Nel sacro recinto i due
numi davano rifugio ai perseguitati,
tutelavano la santità del giuramento e si
invocava il loro aiuto nei tempi di carestia. In
analogia con quanto avveniva nei Delli
ribollenti di Naffia a Palika, nel tempio di
Santa Sofia si praticava il culto ordalico, in
cui le divinità ctonie infliggevano il castigo
della cecità agli spergiuri (Diod. XI, 80) per
virtù dell'acqua che zampillava da una fonte
posta alla sorgente del Lòngane e che proprio da
questo poggio dava corso al fiume che aveva foce
nel golfo di Lògnina.
La qualità di
«salvatori» dei due santi legati ai fenomeni
lavici ha finito col generare la mitica impresa
dei Pii fratres dando concretezza al mito
riguardante un miracolo operato nella gioventù
della loro vita terrena. Col propagarsi della
leggenda dai Siculi ai Sicelioti anche i loro
nomi cambiarono, emigrando da una contrada ad
un'altra, e nomi diversi finirono con l'assumere
a Siracusa e altri ancora in altri luoghi
dell'Isola.

Narra la
leggenda che nel corso di un'eruzione dell'Etna,
verificatasi in epoca arcaica, forse quella del
693 a.C. che aprì una bocca nel Campus Piorum
a nord ovest di Catania, i pii fratelli Anfinomo
e Anapia trassero in salvo i propri genitori
portandoli sulle spalle attraverso la colata
lavica che, al loro passaggio, si apriva creando
un corridoio. La venerazione che essi godettero
a Catania e la loro effige impressa nelle
monete, dimostra e conferma il culto dei Paliki
presso gli Etnei, potendosi supporre che il
cosiddetto Campus Piorum altro non fosse
che il recinto sacro del santuario di Adranos,
dove non è da escludere del tutto che abbia
potuto accogliere un cippo, dai sacerdoti
mostrato come luogo di sepoltura dei Fratres.
Nel toponimo
campiu, dato dal volgo al colle di Cifali
fino a pochi anni addietro, fusione dialettale
di Campus Piorum, trova conferma la tradizione
sacrale del luogo, quantunque nella memoria
popolare se ne sia perduto il reale riferimento.

Più tardi i Siceliotí
finirono con l'assimilare Adranos con il loro
dio del fuoco Hephaistas, il quale si
manifestava presso i vulcani, protettore di
tutte le artì meccaniche e di quelle che avevano
nel fuoco il loro elemento base. L'artefice
insigne, «maestro ai mortali, che prima entro
spelonche, a guisa di fiere vivevan pei
monti», come recita l'inno omerico, aveva
sede abituale nell'Etna, ove insieme con lui
lavoravano i Ciclopi. A causa dell'efficacia che
il vulcano ha sulla fertilità dei terreni
circostanti, in gran parte coltivati a vigneto,
veniva associato a Dionisio, dio del vino.
Sicché alle orge erotiche connesse con i misteri
della metallurgia, in cui veniva eseguita la
danza
zoppicante della
pernice in onore del dio Hephaistas zoppo,
s'abbinavano i baccanali dionisiaci per
affermare la superiorità del vino inebriante
sopra ogni altra bevanda. Euripide ricorda come
in onore di Hephaistas si celebrassero gare
podistiche con fiaccola in mano; manifestazione
che si ritrova nella festa di sant'Alfio nel
centro vinicolo etneo di Trecastagni, dove nella
corsa dei nudi che recano torce al
santuario dei tre martiri è da rintracciare un
frammento dell'antica sagra della vendemmia così
come la solennizzavano i coltivatori sicelioti.
Del resto glì stessi miracolosi santi patroni
sembrerebbero essere una trasposizione cristiana
dei Paliki, giacché l'autenticità del terzo, san
Filadelfio, non va immune da gravi sospetti,
avendo egli tutta l'apparenza di un epiteto
trasformatosi in persona. Né diversa origine
hanno Gisliberto e Goselino, gli armigeri
bizantini che compirono l'impresa santa del
trafugamento delle reliquie di sant'Agata,
portandole da Costantinopoli a Catania.

In occasione
dei baccanali ad Hephaistas, le vendemmiatrici
siceliote accompagnavano il ritmo cadenzato dei
pigiatori con movimenti frenetici della persona
e urla sfrenate. I vignaioli col viso imbrattato
di mosto e celato sotto maschere grottesche,
inscenavano rustiche rappresentazioni cantando
inni in onore del dio. Sulle vigne e nei
palmenti spesso si disputava il cottabo,
consistente nel lanciare in aria il vino da un
boccale a facendolo ricadere nello stesso
recipiente. In epoca alessandrina la comunità
isiaca di Catania al seguito della principessa
Teoxena, solennizzava i riti metallurgici
sostituendo ad Hephaistas il dio egizio Ptah,
creatore ed artista,patrono degli operai e degli
artigiani. Un frammento marmoreo di naoforo
d'epoca romana, rinvenuto anticamente in città,
ne conferma il culto e le solennità.
(Luccjo Cammarata)
le fonti provengono da "Ognina", di Padre
Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le
coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie
foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore
Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore;
"Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e
Dario Flaccovio Editore;

Piazza Mancini Battaglia e, a destra, la
spiaggetta in sabbia (risparmiata dall'Etna)
chiamata "A secunna rina"
L'ACQUA E PALUMMI (L'acqua delle colombe) o
FICUZZA
Navigando ancora per qualche centinaio di metri
più ad est, facciamo la conoscenza della
cosiddetta «Acqua 'e palummi» o «Ficuzza».
Anche qui il fiume Lòngane fa la sua
apparizione in una delle tante sorgenti, posta
proprio sotto un fico selvatico.
Questa piccola insenatura fu in passato un punto
di riferimento, sia per i colombi che vi si
dissetavano, sia per gli antichi velieri che
dovevano provvedere al rifornimento di acqua
potabile, indispensabile per la prosecuzione del
viaggio.
Anche i pescatori, stanchi e assetati, vi
trovavano ristoro nelle infuocate giornate
estive, bevendone avidamente un sorso dietro
l'altro. Non sappiamo se oggi sia possibile fare
altrettanto, visto che la protervia dei
palazzinari ha trasformato la collina
sovrastante il golfo in una vera e propria selva
di palazzi e palazzine, i cui scarichi
potrebbero non solo sferzare il mare di Porto
Ulisse, ma mettergli persino i ceppi.
In questa caletta il mare è sempre calmo e
trasparente; le sue acque sono tanto gelide che
il primo «assaggio» lascia senza fiato.
Sottocosta il mare è profondo appena qualche
metro, ma, se ci si allontana un po', diventa
profondo; lì il colore cristallino delle sue
acque consente di ammirare l'inizio di una vasta
prateria di Posidonia, il cosiddetto «orru».
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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania


U BIVERI (Il biviere)
Questo è un
antico vivaio d'acqua dolce, costruito
all'interno della villa che fu la dimora della
baronessa Dorotea Scammacca della Bruca, adesso
dei Baroni Bon ajuto. Il suo emissario è una
sorgente del fiume Lòngane che, secondo certe
fonti storiche, ancor prima che venisse coperto
dalle coltri laviche, doveva avere la sua ampia
foce nel tratto di scogliera che corona il mare
di Ognina.
Trattasi,
comunque, di una scaturigine naturale di acque
di una falda sottostante; per essere, però, del
tutto certi che le acque del Biviere siano
proprio quelle del fiume Lòngane, è necessaria
una conferma scientifica, attraverso studi.
geochimico-isotopici.
In ogni caso il
fatto che trattasi del letto di un fiume è
confermato anche dai numerosi pozzi che si
trovano nella zona e dalle innumerevoli tracce
di sbocchi in mare di acqua dolce, come peraltro
già testimoniato dal Casagrandi nella Pistrice
sul tetradramma aureo di Catania:
«Sulla collina circolare soprastante, percorsa
ora dalla strada provinciale dalla Guardia al
Rotolo, doveva sorgere il sobborgo Lòngane e il
santuario di Athena e per la valle retrostante
ad ovest, che a poco a poco fu invasa dalle
seguenti lave, doveva scorrere l'omonimo fiume,
le cui acque si incontrano nei pozzi scavati
nelle lave lungo il suo percorso a monte in
direzione della collina di S. Sofia sopra
Cibali. La quale collina come in tutti i tempi
servì di spartilave, così sempre di spartiacque,
per l'Amenano ad ovest, per il Lòngane ad est
della città. Come le lave discese alla marina ad
est furono le prime, così il fiume orientale
sparì per primo sotto le lave che ne velarono e
deviarono il corso in cento rivoli, l'ultimo dei
quali rimasto all'aperto dev'essere sparito del
tutto con la invasione del 1381. Le sue acque
dovevano essere molto abbondanti se si giudica
dalle cento sue correnti che tuttora per via
sottolaviche raggiungono il mare...».
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parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania



OGNINESI D.O.C.
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IL BARONE BONAJUTO |
MARIO STRANO |



La via Acque casse, sugli scogli la
caratteristica casa che i pescatori chiamavano
il "convento".

navigando
a nord est
U CARRUBBINERI .Dalla «Ficuzza» comincia il cosiddetto «Carrubbineri»
o «Acqua 'e casci»: un tratto di scogliera che
si estende fino allo scoglio chiamato «Unnazzu».
Il nome del luogo, così caratteristico e noto,
si dice che origini dalla presenza in tempi
lontani di una bettola gestita da un carabiniere
in pensione. Un'altra tesi lo vuole derivato
dall'insegna della «putia», su cui era
raffigurato un carabiniere.

Noi, però, propendiamo per la prima ipotesi,
giacché ci sembra inverosimile il riferimento
alla figura di un carabiniere, quando il meglio
delle insegne di quei tempi era un fascio d'erba
secca appeso al muro della bottega.
Della bettola non si hanno notizie precise. Si
dà per certa la sua prima collocazione al limite
ovest della via Acque casse, proprio all'inizio;
in seguito, spostata dal luogo in cui sorgeva,
venne aperta più avanti e chiamata «'a putia d'u
zu' Fulumenu», dal nome del gestore.
Il «Carabiniere», fino alla fine degli anni '50,
era la meta preferita dai catanesi per le loro
gite, non solo per la bellezza del posto, ma
anche perché il tram vi giungeva a poca
distanza.
In tal modo nei giorni di S. Stefano, di
Pasquetta e ogni 1° maggio il luogo era
affollatissimo di gente che faceva tutt'uno con
gli scogli. E i gitanti, provvisti di pesce
d'uovo, lattuga, «luppini», «màuru» , «curaddina»
e dell'immancabile limone, vi facevano la più
classica delle scampagnate. E se poi, dopo aver
mangiato e bevuto, ci si voleva deliziare,
c'erano pure i «cocchieri» che proponevano
piacevoli gite in barca, accompagnate dalle
allegre cantate di improvvisati cantastorie:
Canta Ognina bedda 'nzemi a mia tutti li
pisciteddi di lu to mari, ca sutta di 'sta
luna spicchiulia 'nzemi a lu cantu di li
marinari, ca pìscunu cantannu canzuneddi di'
pisci ca tu teni li cchiu beddi. Ppi opi e
munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e
pateddi di tutti si' riggina. Puri ppi saddi
frischi e masculini, c'a tutti ni pò dari senza
fini.
_______________________________________________________________________________
parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania

Il primo
maggio ad Ognina.
Gli anni 50
erano tempi di povertà ed erano
pochi quelli che potevano
permettersi l'automobile per usarla
in occasione di scampagnate per
festività come Pasquetta o primo
Maggio scegliendo mete come l'Etna o
i paesini della costa ionica.
Pertanto
esclusi i pochi privilegiati, il
resto si adattava a scegliere mete
più a portata di mano,tra le quali
molto preferita la scogliera lavica
di Catania che adesso è delineata
dal tracciato della litoranea,allora
inesistente.
La zona di
Ognina veniva poi letteralmente
presa d'assalto dai festaioli che
praticamente occupavano ogni angolo
libero in un clima di promiscuità,
nell'intrecciarsi dei vocii di
mogli, mariti e figli tutti tesi a
trovare una sistemazione stabile,
nel precario equilibrio offerto
dalle lave scabrose, per consumare
all'aria aperta i pasti già
rigorosamente preparati a casa.
L'ingrediente
principale,il condimento per
eccellenza per i cibi veniva fornito
dal mare con quell'odore salmastro
che sapeva di alghe e "mauru",che
era un vero e proprio profumo e un
balsamo per le vie aeree,oggi
purtroppo sparito del tutto.
Mario
Serone

U Carabbineri
UNNAZZU (Il grande meandro).
Lasciando il «Carabiniere» e proseguendo il
nostro viaggio verso est incontriamo, a poca
distanza, una punta di scoglio chiamata «Unnazzu»,
che in effetti è un piccolo promontorio, che per
circa sessanta metri si estende in mare con
andamento meandrico fortemente accentuato. La
qualcosa avrebbe originato la denominazione
dialettale, che deriverebbe dal nome di un
antico ristagno d'acqua dalla caratteristica
forma meandrica: il lago Gurnazza (dial. Urnazza),
che «apparirebbe quale probabile relitto di un
vecchio tronco abbandonato del Simeto» .
Alla base del promontorio — lato terra — sorgeva
negli anni '50-60 un locale da ballo, che oggi
definiremmo esclusivo: Villa Cardi,
dove l'atmosfera un po' ovattata, l'eleganza e
il profumo del mare erano intensi ed inebrianti.
L'orchestra che allietava le serate era quella
del «Complesso Zoffoli», che veniva magnificata
da una singolare forma di pubblicità: una
barca-balena che, con deprimente monotonia,
andava ripetendo attraverso un altoparlante:
«Tra Scilla e Cariddi... il nuovo mezzo di
propaganda vi attende... Qui la balena
parlante... Tutte le sere danzerete sul mare...
Tutte le sere a Villa Cardi, con Zoffoli e il
suo complesso, canta Paolo Duel... Tutte le sere
a Villa Cardi...».

Il mare, all'interno della piccola insenatura su
cui si affacciava Villa Cardi, era noto ai
marinai per la quasi costante presenza di
branchi di grosse ricciole, di cui il compianto
«fiscinaru» «Turi scoccia» era grande
cacciatore. Ma pur nella sua maestria si vedeva
talvolta sfuggire il branco, dopo aver fiocinato
qualche esemplare, non quando i pesci si
dileguavano nelle direzioni abituali e obbligate
— dove sarebbero stati scovati comunque —, ma
quando attraverso un passaggio sottoflutto se la
svignavano al di là della cala, facendo
all'infallibile «fiscinaru» tanto di marameo!
_______________________________________________________________________________
parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania

Unnazzu (Il grande Meandro)
Oltrepassata la scogliera detta acque casse,
ecco in primo piano la scogliera "dell'unnazzo",
fortunatamente ancor oggi poco deturpata, al
contrario di quello che è capitato alla
suggestiva casa Terrana sovrastante la scogliera
che gli antichi pescatori chiamavano "u cummendu"
(il convento). Il fabbricato è stato diviso in
due parti (forse per ragioni di eredità), una
parte è rimasta immutata, l'altra in tempi
recenti è stata stravolta, trasformandola in
lussuosa villa che nell'insieme è un vero pugno
in un occhio. Le prime case popolari
incominciano ad apparire sulla collina e i
triangoli bianchi sulla scogliera sono le vele
stese ad asciugare pendenti dalla ringhiera di
Piazza Mancini.
Mario Strano.

U MONUCU.
Alla punta
estrema del golfo di Ognina ecco il cosiddetto
«u Mònucu» ovvero Villa Pancari, da sempre
esposta alle mareggiate di scirocco e utilizzata
come riferimento dai pescatori per regolare il
loro percorso. La scogliera catanese è piena di
simboli utili per le rotte della marineria,
figuriamoci che uno dei loro "punto-nave",
calcolato dal mare, è addirittura la Collina
Montedoro a Valverde.
L’edificio
viene chiamato così perché la parte terminale e
lo spiovente del tetto ricordano il saio e il
cappuccio di un frate francescano.
Al Barone
Pancari (grande finanziatore di opere presso il
Santuario Mariano di Ognina) la prima
edificazione della sua villa sul mare in via
Acque Casse non piacque e così la fece
ricostruire nel 1911, in stile Liberty,
dall’arch. Paolo Lanzerotti.

a casa do Monucu (Villa Pancari - Arch. Paolo
Lanzerotti)
VILLA
PANCARI -Ognina 1911 circa
Via Acque Casse 14
Autore:Paolo Lanzerotti (1875-1944) - Scheda e
testo di Vittorio Percolla
Dopo la
realizzazione di Villa Farnè alla Barriera del
Bosco, pubblicata su "L' Edilizia Moderna "nel
dicembre 1909, Paolo Lanzerotti progetta per la
famiglia Pancari una residenza estiva nel golfo
di Ognina.
L'
edificio,realizzato intorno al 1911,manifesta un
chiaro riferimento al caposcuola Ernesto Basile,
presente a Catania qualche anno prima nella
realizzazione di villa Manganelli. Non è infatti
difficile scorgere nel linguaggio adottato da
Lanzerotti, e soprattutto negli elementi
linguistici che caratterizzano l'avancorpo
turriforme dell'edificio, un riferimento sia
pure schematico al Villino Florio all'Olivuzza
che Basile realizza tra il 1899 ed il 1902 nei
pressi della Zisa a Palermo. Simili sono le
colonnine a sbalzo che sorreggono le falde
sporgenti del tetto,la successione delle cinque
aperture della parte sommitale e la
pseudocapriata dalla caratteristica forma
curvilinea. L' aspetto nordico accentuato dai
volumi e dalla configurazione dei tetti
spioventi che l'edificio esprime, contribuisce
ad inserire un nuovo linguaggio architettonico
nella Catania del tempo. L' edificio che verrà
realizzato non mostrerà tuttavia un apparato
ornamentale rustico, ma piuttosto volumi
semplici e schematici dalle incorniciature con
decorazione sobria che esprimono sostanzialmente
una autonomia dal modello di riferimento.
dal
catalogo "Catania 1870-1939 " dell'Assessorato
alla Regione Siciliana

A QUARTARARA (La casa del vasellame)
Località che, per l'influenza dei venti e dei
marosi dominanti, sembra essere stata la più
temibile per la navigazione antica: la «Quartarara».
Per parlarne prendiamo a prestito quanto ebbe a
dire Lionardo Vigo a proposito del golfo di
Catania: «Agitato da vortici e fili-reflui
perenni di forza prodigiosa [...] talché se
viene colto da burrasca un bastimento [...]
oppure cade sottovento [...] di necessità deve
affodare o infrangersi».
Certamente quanto diceva il Vigo non trova più
riscontro nella realtà odierna, dato che il
trasporto delle merci viene fatto a mezzo di
modernissime navi, ma, quando i prodotti
venivano trasportati da bastimenti a vela, non
era infrequente che qualche veliero, sorpreso da
forte burrasca, finisse sugli scogli per
l'impossibilità di poter veleggiare, stringendo
il vento, e di governare la rotta. E molti
bastimenti, dovendo fare i conti con l'asprezza
del mare e della costa,
praticamente priva di ridossi naturali e sicuri,
vi fecero sicuramente naufragio. Ne sono una
testimonianza le anfore, i resti di vasellame, i
manufatti di varia natura che sono stati
ritrovati sul fondo del mare.
Era questo infatti uno dei tanti luoghi di
transito degli antichi velieri, che
trasportavano il bendidio prodotto dai terreni
della Piana di Catania, la cui mirabile
feracità, secondo l'opinione degli Antichi, era
attribuibile alle ceneri vulcaniche dell'Etna.
La località appena visitata trae il suo nome
dalle antiche e preziose anfore ritrovate
impigliate nelle reti, o cercate di proposito, e
chiamate dai marinai «quartari» .
_______________________________________________________________________________
parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in
Catania

la zona della Quartarara

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GLI SCOGLI DI OGNINA DAL DRONE, IN 4K


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Ricorda un illustre ogninese (l'ing. Agatino
D'Arrigo): «Nella memoranda mareggiata di E-SE, imperversata a Catania il 15
dicembre 1881, l'ing. Enrico Simoncini, direttore dei lavori di quel Porto,
dalle reiterate osservazioni sulla escursione verticale di una boa luminosa,
ormeggiata al largo della testata della difesa foranea, aveva misurato
un'altezza d'onda di 14 metri»
Il verificarsi di eventi di simile portata è
dovuto al fatto che il golfo di Catania, in ragione della sua posizione
geografica, subisce la massima traversia del vento sciroccale che il Sommo Poeta
ricorda in una terzina del Paradiso (VIII, 67-69):
E la bella Trinacria che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra il golfo
che riceve da Euro maggior briga.

Poiché sappiamo, per esperienza, che i getti
alla riva, che si succedono durante una mareggiata, non hanno tutti uguale
escursione d'ampiezza, e che i maggiori si ripetono con una qual certa
periodicità, l'onda osservata dall'ing. Simoncini sarebbe stata la decima, o
fluctus decumanus (decima unda) dei Romani.
A quanto annotato dal D'Arrigo dobbiamo
aggiungere quel che fu osservato durante la catastrofica mareggiata dei giorni
31 dicembre 1972 - 1 gennaio 1973: le onde gigantesche, anche se non misurate,
dovettero avere una più grande escursione d'ampiezza di quelle osservate dal Simoncini, poiché riuscirono ad asportare cento metri circa di molo foraneo,
peraltro costruito a pareti paraboliche, del porto di Catania
A proposito di grandi mareggiate, narrano i
vecchi pescatori ogninesi, che, durante una tempesta di straordinaria violenza,
il mare, oltre a raggiungere il sagrato della Chiesa della "Bammina" (S. Maria
in Ognina), mise in pericolo persino le abitazioni di via dei Conzari. Allora i
marinai, con la consueta fede, ricorsero al parroco e lo convinsero ad "uscire"
la Madonna affinché Ella scongiurasse una tale minaccia.
Ed invero, "uscita" che fu la Sacra Effigie,
il mare cominciò a placarsi, fino a calmarsi definitivamente qualche giorno
dopo.
_____________________
tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di
Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

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Un
museo del mare sempre più famoso
Mare
in Italy ha scoperto ad Ognina (Ct.) il
meraviglioso “Museo del Mare“ antico scalo
marittimo di Catania detto anche il “Porto di
Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una
tremenda colata lavica.
Il
Museo è diviso in varie sezioni tutte molto
interessanti, si inizia con la parte
archeologica comprendente reperti di una nave
romana naufragata nella zona di mare
prospiciente Ognina, per proseguire poi
visitando la parte in cui sono esposti attrezzi
tipici della pesca, donazioni dei pescatori
locali, per finire con la sezione nella quale si
trovano reperti naturalistici.
Il
bilancio dei primi tre anni di vita del museo e
le intenzioni per i prossimi anni sono stati
illustrati dal Sindaco Umberto Scapagnini e
dagli assessori al Commercio e Turismo ma in
particolar modo da chi ha fortemente voluto
questa interessante struttura, padre Antonio
Fallico e i responsabili dell’Associazione S.
Maria di Ognina.
L’intenzione, è stato ribadito, è quella di fare
del museo un importante strumento di
apprendimento utile a tutte le fasce di età e
cultura nonché naturalmente grande attrazione
per tutti gli amanti del mare, facendo uso anche
di tecnologie multimediali che riproducano
l’ambiente marino reale.
Altro proposito è quello di incontrare alunni e
fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino
sia con la visita al museo sia direttamente con
uscite in barca.
Il
sindaco ha anche riferito di un piano per la
realizzazione di un Parco del Mare, una specie
di acquario gigante di cui la parte formativa
sarebbe ospitata nel Museo di Ognina. (Luca
Coccia)
Di recente
in una grotta spagnola, chiamata Gran Dolina,
sono stati scoperti dei reperti che, studiati,
hanno portato il paleontologo Eduard Carbonell
ha dire che "erano cannibali i primi europei".
Poiché - ha ribadito il paleontologo - questi
resti sono tra i piu antichi tra i nostri
progenitori, possiamo affermare dire che siamo
discendenti di cannibali".
Tra i popoli che in Europa hanno praticato il
cannibalismo c'è stato quello dei Lestrigoni,
che secondo diverse teorie, che oggi hanno
trovato un riscontro, abitarono nell'età del
bronzo (2000 a.C.) la località di Valsavoia,
territorio di Lentini.
Ad ipotizzare che i Lestrigoni fossero un popolo
realmente esistito fu lo storico Sebastiano
Pisano Baudo, nato a Lentini nel 1840. Uno dei
capi dei Lestrigoni fu Antifate, personaggio
omerico che viene menzionato nell'Odissea,
allorché Ulisse nel suo peregrinare lungo il
mare Mediterraneo approda nella Lestrigonia,
terra abitata da un popolo antropofago.

Ed Omero,
a tal proposito narra di un compagno di Ulisse
che fu divorato dal re Antifate. In epoche
successive i Lestrigoni, sempre secondo
l'ipotesi di Sebastiano Baudo si sarebbero
evoluti e si sarebbero chiamati Sicani che,
oltre alla pastorizia, si sarebbero dedicati
all'agricoltura.
La
ricostruzione di Sebastiano Pisano Baudo, però,
non era supportata da alcuna evidenza
archeologica o storiografica, e ben presto fu
ritenuta destituita da fondamento.
Altri
archeologi nel secolo scorso, fra cui Paolo Orsi
e Luigi Bernabò Brea , tentarono, con i loro
scavi archeologici a Valsavoia, località che si
estende sulle basse colline di roccia calcarea,
nelle vicinanze del Biviere di Lentini, e
precisamente nei pressi della masseria
Cattivelle, di rinvenire qualche reperto che
potesse confermare la presenza dei Lestrigoni in
quel territorio. Non ci riuscirono.
Soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso,
come ricorda Francesco Valenti, direttore del
museo archeologico di Lentini, durante alcuni
scavi in Valsavoia eseguiti dall'archeologo
Umberto Spigo, attuale direttore della sezione
archeologia della Sovrintendenza ai Beni
culturali di Catania, venne rinvenuto
quell'anello di congiunzione per dimostrare che
questa zona della Sicilia fu abitata dai
Lestrigoni, popolo antropofago.
Questo
anello di congiunzione tra la località Valsavoia
e i Lestrigoni è dato dal rinvenimento di un
tipo di ceramica della facies Vallelunga, sito
archeologico della provincia di Caltanissetta.
In questo sito, come fa rilevare l'archeologo
Francesco Valenti vennero rinvenuti da un gruppo
di archeologi, caso unico sino ad ora in
Sicilia, una serie di teschi umani, disposti in
cerchi, lungo il perimetro di
una capanna. Inoltre, altri teschi erano
ammonticchiati in un'area dove doveva,
verosimilmente, sorgere un villaggio.
I dati archeologici contenuti in uno studio che
venne presentato durante un convegno svoltosi a
Palermo, hanno escluso che si potesse trattare
di sepolture. Mentre, era evidente che quei
teschi venissero utilizzati, così come avviene
tra i cacciatori di teste del Borneo o di altre
aree dove tuttora si pratica il cannibalismo,
per uso magico e ornamentale.
Una specie di culto proprio di un popolo
antropofago. Se il popolo che abita la zona di
Vallelunga era antropofago, era anche
antropofago il popolo che abita Valsavoia. Ad
unire la località del Calatino a quella del
Siracusano c'è il tipo di ceramica che è stata
rinvenuta in entrambi i siti archeologici. Alla
luce di questa scoperta vengono in mente i
Lestrigoni ed i racconti omerici sui popoli
antropofagi della Sicilia. Infatti, se molti
reperti archeologici di ceramica della cultura
di Vallelunga, si associano a quelli della
cultura dei Lestrigoni diventa piu di un'ipotesi
che la città degli antropofagi dalle larghe
porte, di cui parla Omero nell'Odissea, sia
localizzata nell'area del Lentinese di
Valsavoia, unico sito tra quelli conosciuti
nella zona del Siracusano ad averci restituito
ceramiche della facies culturale di Vallelunga.
PAOLO MANGIAFICO (Lasicilia.it)

Un museo del mare sempre più famoso
Mare in Italy ha scoperto ad Ognina
(Ct.) il
meraviglioso “Museo del Mare“ antico sc alo marittimo di Catania
detto anche il “Porto di Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una
tremenda colata lavica.
Il Museo è diviso in varie sezioni tutte molto
interessanti, si inizia con la parte archeologica comprendente reperti
di una nave romana naufragata nella zona di mare prospiciente Ognina,
per proseguire poi visitando la parte in cui sono esposti attrezzi
tipici della pesca, donazioni dei pescatori locali, per finire con la
sezione nella quale si trovano reperti naturalistici.
Il bilancio dei primi tre anni di vita del museo e
le intenzioni per i prossimi anni sono stati illustrati dal Sindaco
Umberto Scapagnini e dagli assessori al Commercio e Turismo ma in
particolar modo da chi ha fortemente voluto questa interessante
struttura, padre Antonio Fallico e i responsabili dell’Associazione S.
Maria di Ognina.
L’intenzione, è stato ribadito, è quella di
fare del museo un importante strumento di apprendimento utile a tutte le
fasce di età e cultura nonché naturalmente grande attrazione per tutti
gli amanti del mare, facendo uso anche di tecnologie multimediali che
riproducano l’ambiente marino reale.
Altro proposito è quello di incontrare alunni e
fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino sia con la visita al
museo sia direttamente con uscite in barca.
Il sindaco ha anche riferito di un piano per la
realizzazione di un Parco del Mare, una specie di acquario gigante di
cui la parte formativa sarebbe ospitata nel Museo di Ognina.
(Luca Coccia)



Il tracciato
dell'antico torrente che scorrendo sotto il
ponte dell'Ognina sfociava in mare. Questo sito
custodisce i reperti romani dell'antica Ognina,
purtroppo resteranno sepolti per sempre
A Masculina da magghia
La
cornice è quella del golfo di Catania: un arco
che va da Capo Mulini a Capo Santa Croce, nel
comune di Augusta. Una porzione di mare tutelata
in parte dalla Riserva Naturale Marina delle
Isole Ciclopi e solcata ogni giorno dalle
piccole barche dei pescatori del golfo. Qui,
secondo la stagione, si pescano aguglie,
spigole, tonni, triglie, sgombri, e masculini. I
pescatori li chiamano anche anciuvazzu o ancora
anciuvurineddu: molti nomi per le piccole,
guizzanti acciughe, le stesse catturate dai
liguri e dalle menaidi cilentane. Le stesse che,
diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono
il grecale ventiquattr’ore prima di arrivare,
(…) è sempre stato così, l’acciuga è un pesce
che ha più giudizio del tonno». Ad aprile, si
comincia a calare le tratte (così chiamano a
Catania le reti menaidi, che hanno maglie di un
centimetro di lato e sono lunghe circa 300
metri): il momento giusto è la notte fonda,
quasi sul fare dell’alba. La tecnica è la stessa
praticata in tutto il Mediterraneo già dai tempi
di Omero.

Legno, martello, chiodi e passione.Nel regno
delle barche fatte a mano.
Ignazio Garozzo, l'ultimo dei Mastri d'ascia.
«La
mattina andavo a scuola, di pomeriggio un amico
di mio papà, uno che era stato suo compagno
d'armi quando facevano "il soldato", mi propose
di andare nel suo cantiere». Così ha iniziato
Ignazio Garozzo, l'ultimo maestro d'ascia che
opera ancora a Catania. Era il 1944, Garozzo
aveva 7 anni e adesso che di anni ne compirà 78
tra sei mesi, parla del suo lavoro come di «un
mestiere per il quale ci vuole passione e che si
impara seguendo un "maestro"».
«Il mio si chiamava Pasqualino Vitale e il primo
lavoro che mi diede da fare al cantiere fu
quello di raddrizzare i chiodi usati per
riutilizzarli su altre barche. Una volta i
chiodi non si compravano nuovi, "s'addrizzavano"
e si ri utilizzavano due-tre volte per formare
gli "ordinati" (le "costole" della barca sul
fondo dello scafo ndr) alla base delle barche».
Mentre racconta, sta completando l'ultima sua
creazione, nel cantiere di Ognina, suo quartier
generale, proprio sotto piazza Mancini
Battaglia, una «lancia» di 5 metri e 60. Per
realizzarla, in due, ci si mette un mese scarso
e la spesa, remi in mano, è di circa 4.000 euro.
È fatta con legno di quercia, abete e pitch-pine
(una qualità di pino). «Io ho cominciato con una
barca che costava 40mila lire - ricorda Garozzo
- Oggi di barche di legno se ne fanno poche, il
vetroresina chiede molta meno manutenzione ed è
più facile da gestire anche se costa di più. Una
volta si costruivano barche durante tutto
l'anno, sia durante l'estate, la "stagione", sia
durante l'inverno quando si procedeva alle
riparazioni. Poi si è bloccato tutto negli Anni
Novanta, con il 50% di lavoro in meno - quando
la Comunità europea stabilì che per lo specchio
d'acqua che ha l'Italia, c'erano troppe
imbarcazioni da pesca e così non si è potuto più
costruire barche nuove ma solo demolire le
vecchie per sostituirle con altre che
mantenessero le stesse caratteristiche. In più,
molti
pescatori sono passati al vetroresina e tutto il
lavoro è diminuito tantissimo. ».
Il laboratorio di Ignazio Garozzo sta ad Ognina
dal 1959. Un mondo a parte rispetto alla città.
Ci sono ogninesi doc che ancora oggi dicono
«vado a Catania».
«Quando sono arrivato io, dagli Angeli Custodi,
la gente dell'Ognina era tutta una famiglia.
Vedevi donne che vestivano a lutto per
cinquant'anni, perché c'era sempre qualcuno che
nel giro di sei mesi moriva e siccome erano
tutti parenti, a quella poveretta ci toccava
sempre vestirsi di nero. Qui tutti vivevano con
il mare, erano pescatori, poi pian piano i figli
hanno cominciato ad andare a scuola, e altri
hanno preso i posti al Comune o in banca. Ora di
pescatori veri non ce n'è più, sono solo
dilettanti. C'è chi ha ancora qualche
peschereccio, ma le barche piccole da pesca sono
rarissime».
Sposato nel ‘65, due figli (un maschio e una
femmina), l'eredità da maestro d'ascia potrebbe
essere raccolta proprio dal figlio Giuseppe, 40
anni, geometra. «Mi piacerebbe fare il lavoro di
mio padre - confessa - ma finora mi sono
dedicato ad altro. La mia giornata, comunque
trascorre qui, mi occupo di mettere in mare i
motoscafi. Mio padre è fantastico, perché si
dedica al legno con passione. Se cade una tavola
per terra mi urla dietro che «il legno si deve
trattare bene, perché è un'arte! ».
«Ogni barca, a seconda del cantiere nel quale si
costruisce, ha le sue caratteristiche - spiega
Garozzo padre - A Catania «‘a palummedda di
prua» (il dritto di prua) ha una certa forma, a
Siracusa un'altra e a Palermo un'altra ancora.
Oggi il modello più richiesto è la lancia con lo
specchio piatto. Nelle barche che costruiamo noi
non c'è un goccio di colla, è tutto legno e
chiodi. Ci sono barche mie a Spadafora e Avola,
una volta anche ad Acitrezza dove c'è un altro
maestro d'ascia in attività, Salvatore Rodolico,
che fa anche barche grosse».
Il futuro del mestiere? «Mah, non saprei. Una
volta venivano qui i ragazzi del Nautico a
vedere come si faceva, ma restavano un paio
d'ore e non imparavano niente. Questo non è
lavoro che si può apprendere così, io ci ho
messo 17 anni per imparare dal mio maestro, ma
erano altri tempi. È un lavoro che puoi imparare
solo da piccolo quando la testa è ancora
disposta ad apprendere».

Le barche tradizionali catanesi
"Palummedde 'cù
speruni" a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)
Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi
tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i
sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi …
varchi ‘i riatteri, d’a ‘ncannata, ‘i ciumi,
varchi… e si potrebbe continuare ancora
nell’elenco in quanto era abitudine del
siciliano nominare il tipo di barca non in base
alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso
che se ne faceva.
.. I
tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati
erano altrettanto numerosi e diversificati così
come è diversificata la morfologia della costa
catanese e i suoi habitat marini.
Dai
fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di
Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti
fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si
confina immediatamente con la costa
frastagliata, lavica, ricca di insenature e
rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo,
Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per
poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali
quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi
della foce del Simeto
Una
costa disseminata da una miriade di insenature,
piccole baie e porticcioli impreziositi da
paesini dalle caratteristiche case dei pescatori
locali quali le graziose Santa Maria la Scala,
Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da
quel "gigante buono" da secoli chiamato
semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più
grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo.
Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini,
frutta e miele, necessitavano di validi
trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e
spesso anche fuori isola, e tale trasporto non
poteva che avvenire per via marittima proprio da
quei porticcioli sopra menzionati di cui il
maggiore, come traffico e possibilità di
attracco era Riposto, p atria dei più famosi
capitani della marina mercantile ed ancora oggi
sede di un prestigioso Istituto Nautico.
In
questo contesto, come già accennato, lo sviluppo
della piccola cantieristica tradizionale fu
notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli.
Classificare questo vasto patrimonio culturale è
compito arduo soprattuto per la mancanza di
documentazioni storiche dal momento che l’arte
costruttiva si tramandava di generazione in
generazione in modo esclusivamente artigianale.
Le
varie barche adibite ad uso da pesca erano, in
ogni caso, molto similari avedo tutte la
caratteristica di presentare sia la poppa che la
prora a punta, derivavano dai classici gozzi
mediterranei. Gli elementi che le
diversificavano erano il prolungamento della
ruota di prora definito "palummedda",
palombella, lo sperone sempre di prora e le
tipiche decorazione degli scafi di origine
arabo-normanna.
Le
"varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano
praticamente identiche, le prime adibite alla
pesca delle sardine, alici o "masculini",
utilizzavano una rete definita "tratta" o
"minaita", le seconde adibite alla pesca varia
utilizzavano una rete non di profondità definita
"tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci
metri di lunghezza, erano armate di vela latina
e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei
remi. La palombella era poco pronunciata,
massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era
a forma curva allungata verso avanti, detta "a
pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori
erano sobri, arabeggianti, variopinti con
rappresentazioni spesso votive e religiose, a
prora venivano disegnati le classiche sirene e i
due occhi scaramantici detti "scacciaguai".
Le
"varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e
"’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente
alla pesca con il conzo, con le nasse e alle
perline o telline della plaia (specie di
vongole). Erano simili alle precedenti, potevano
essere armate fino a otto remi, ma la loro
caratteristica dominante che le distingueva era
"’u speruni", lo sperone di prora che si
allungava minimo di un metro e la palombella che
raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un
metro. Erano riccamente decorate in modo
similare ai carretti siciliani e rappresentavano
le barche sicuramente più prestigiose. Molto
slanciate, simili ad un pesce spada, armate di
vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del
fiocco e di un piccolo albero di bompresso,
poppa e prora ampiamente pontate, venivano
chiamate anche "varchi cù speruni".
Le
"varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e
palummedda" di Santa Maria della Scala e di
Ognina, sicuramente le più complete e fedeli in
quanto costruite dal maestro d’ascia detentore
dell’antica arte Ignazio Garozzo presso il
cantiere navale situato in Piazza Mancini
Battaglia CT nell’anno 1982. Riportati agli
antichi splendori nello stesso cantiere
nell’anno 2009 dallo stesso Mastro d’ascia e
decorati dal prof. Salvatore Finocchiaro,
decoratore di Aci Trezza.

Attualmente ne esistono quattro esemplari
dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive
dell’armo velico ed adibite ad uso
folcloristico. Le due di Ognina sono di
proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina
e vengono utilizzate durante i festeggiamenti
patronali per una regata remica nelle acque
dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La
Scala, decisamente in migliore stato di
conservazione ed amorevolmente curate dalla
comunità locale, sono di dimensione maggiore
tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed
anch’esse vengono utilizzate per una analoga
regata remica in onore della Madonna della Scala
festeggiata l’ultima settimana di Agosto.
L’assenza dello sperone prodiero, una corta
palombella e scarsi decori sono le
caratteristiche delle più modeste barche "’i
sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico
ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina"
per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i
focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche
modeste, di piccole dimensioni che spesso
lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo
di quattro remi e saltuariamente di una modesta
vela "al carro".
Tra
le barche invece definite "minori" e chiaramente
non provviste né di sperone e palombella
accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite
esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle
"varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la
pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la
pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e
del Fiumefreddo.


La Cernia di Ognina
Anni
addietro Ognina era un sobborgo di Catania e si
raggiungeva per rendere i bagni nel famoso lido
"Porto Ulisse", una baietta di sabbia spessa
nella quale venivano montate poche decine di
cabine, dalle quali i catanesi si bagnavano in
un mare cristallino e incontaminato.
Imponenti maschere e pinne pesantissime
equipaggiavano i subacquei ante litteram che
girovagavano osservando i branchi di mormore e
di acciughe che brillavano contro lo sfondo
scuro del fondale, mentre trepidanti mamme
palpitavano fin quando quei giovani "temerari"
tornavano sulla spiaggia a raccontare le
meraviglie che avevano visto.
Oggi Ognina è un quartiere rumoroso e caotico,
gremito di bancarelle nelle quali si vende pesce
e frutti di mare fino alle ore più tarde della
sera; il vecchio "Porto Ulisse" non esiste più e
la spiaggetta è stata abbandonata dai bagnanti,
mentre la zona è stata trasformata in punto di
partenza per mille gommoni e motoscafi lasciati
all'ormeggio sui moli galleggianti che vi sono
stati ancorati.
Il
piccolo golfo da 2500 anni è stato meta e fonte
di traffico per i commercianti fenici, greci,
romani e saraceni, sicché tutta la zona è una
specie di grande sito archeologico,
abbondantemente saccheggiato dai ladruncoli
subacquei; ancora oggi è possibile ritrovare,
specie dopo le mareggiate, qualche collo di
anfora o qualche piatto sbrecciato che i
ragazzotti sottraggono per stupire gli amici o
la ragazza, fabbricando congetture sull'origine
e sulla destinazione del manufatto.
Lasciando il golfo di Ognina, dove l'acqua non
ha più la trasparenza di un tempo, ci si immerge
dalle rocce a Sud del porticciolo, poco dopo
l'innesto della barriera frangiflutti.
Qui
la visibilità supera spesso i 15 metri e
l'immersione è interessante.
Il fondale si aggira inizialmente intorno ai 20
metri; la base della scogliera è costituita
dalla nera pietra lavica lanciata dall'Etna
irato e terribile: grossi massi, ricoperti da
una traboccante vegetazione, formano tane,
cunicoli, gallerie profonde e labirintiche nella
quali ancora oggi grosse cernie e saraghi
"universitari" hanno un habitat perfetto e
inaccessibile.
Poco oltre, dove il fondale raggiunge i -37, ci
troviamo nel territorio della mitica Cernia di
Ognina.
Si narra, infatti, che in questo tratto di
scogliera viva una cernia di dimensioni
incredibili: assicurano che non è meno di
settanta chili, certamente superiore a 100 chili
!!!...
Nella zona i pescatori professionisti (ma anche
i cannisti) si tramandano il racconto di un
intero conzo di mille metri strappato dalle mani
di un pescatore che lo stava salpando e che se
lo è visto scomparire sotto il mare, certamente
trascinato dalla Cernia!
Tutti i pescatori subacquei da almeno sei lustri
asseriscono di averla avvistata una mattina o
l'altra: imponente, regale, maestosa, grande
come un tavolo di avvocato, circondata da una
nuvola immensa di castagnole.
Qualcuno afferma, ancora pallido di paura, di
esserne stato inseguito...
Appunto per questo il mio consiglio è di non
immergersi in quel tratto di mare, se non in
compagnia degli istruttori della Scuola
Sommozzatori di Catania ai quali, essendo
frequentatori assidui di quella zona, sembra che
la Cernia abbia concesso una sorta di placet e
non li inquieti, anzi da loro non si è mai fatta
vedere...E buona fortuna!
Festina Lente
http://www.scuolasommozzatori.com/cernia.htm



Eruzione dell'Etna del novembre 2013 da Ognina

I
LIDI D'OGNINA

|
O solitaria spiaggia,
A
cui viene la curva onda spumante,
E
ad ora ad or festosa
Si svolge a ribaciar l'umida arena,
A
te, nella serena
Ora estiva, al mattino, volgo il
passo;
E
dell'usato sasso
Io veggo il pescator, di rupe in
rupe
Discender cauto, e giunto alla
marina
Assiduo vigilar l'amo tra il flutto,
Ch'or sorge gonfio, ed or lento si
spiana.
Dalla parte lontana,
Fuor dalle rupi, sul splendente mare
La gondoletta barcollando move;
E
il gondoliero affretta
Le braccia aduste sul remo pesante,
E
voga, voga innante,
Le lunghe reti a svolgere d'intorno;
Le mattutine voci
S'alzan dalle capanne presso al
lido;
La chiesòla deserta
Alla divota feminetta è aperta;
Su i colli ov'é più folto l'uliveto
Il caccitor s'inoltra;
E
viene spesso il carrettier sudante
Là, nella bruna stanza,
Che di varie vivande ha copia, e
serba
Dalla vite etnea l'almo liquore;
Che dolce gioja al core,
|
Che soave piacer desti, o contrada
Di suburbane ville,
Sia che il tepor su te l'aura vi
spanda
A
primavera, o sia che l'aspro verno
A
mezzo il giorno ti conceda i rai
Del sol limpidi, o sia che splenda a
sera
L'estiva Luna, ed i silenzj cari
Stanno su le tue rupi e su i tuoi
mari
O
di Luna e Perollo orridi nomi;
Palici, Chiaramonti,
Su l'urne vostre ognor vegli
l'infamia;
Sovra ogni loco di memoria turpe
Dorma eterno l'oblio;
E
te, lido natio,
Io ricordo sovente, deprecando
Che mai non si rinnovi
Triste esempio esacrando;
Già cade su di te l'umida sera,
E
va per la riviera
Basso volando l'alcion romito;
Dalla torre merlata
Già viene il suon della campana
antica,
Annunziando l'umile preghiera;
Ogni barchetta solitaria posa
Alla spiaggia arenosa;
E
canta spensierato il pescatore
Al raggio delle stelle.
Lento ai silenzi mormora, e si
svolge
il flutto, e reca, tributo d'amore,
L'alghe alla riva, e muore. |
da
"I canti della Patria" di Calcedonio Reina. -
Firenze coi tipi di M. Cellini E C. alla
Galileliana 1872.

Delitti di
Sicilia: Cicciuzzu Amato, bruciato vivo senza un
perchè!
La Sua morte
si incrocia con la vicenda di Ettore Majorana?
Era da tantissimo tempo
che non sfogliavo “Il bambino incendiato” di
Salvatore Nicolosi.
E’ capitato di averlo tra
le mani tutte le volte che mi sono deliziata a
spolverare la mia libreria, composta da tanti
libri…non tantissimi come vorrei, ma
comunque…letti. E ditemi se è poco!
L’occasione me l’ha data
il mio amico Nunzio, appassionato della vita
della famiglia Majorana ed in particolare di
quella di Ettore, il grande fisico catanese
scomparso, in circostanze misteriose, nel 1938.
Vuol capire, attraverso
questo libro ormai introvabile, quanto questa
vicenda possa aver inciso sul fragile equilibrio
emotivo di Ettore e quanto sulla Sua scelta,
avvenuta qualche anno dopo la fine del processo
a carico dei presunti responsabili, di
scomparire per sempre entrando nella leggenda.
Più per la Sua scomparsa che per il Suo
indiscutibile genio, definito da Fermi al pari
di quello di Galileo e di Netwon.
Mentre scrivo, però, mi
rendo conto che dò per scontato che Voi sappiaTe
di cosa io stia parlando. Cosa c’entra la storia
del “bambino incendiato” con Ettore Majorana?
Mi rendo conto che vada
fatta un po’ di chiarezza. Seguitemi…
Nell’estate del 1924, la
cameriera di un ricco signore catanese, il
cavaliere Ninì Amato, bruciò vivo nel proprio
lettino il figlio primogenito di quest’ultimo,
il piccolo Cicciuzzu di appena due anni.
Ciò avveniva nella
cosiddetta “Casa rossa” che si trova nella zona
di Ognina a Catania (secondo i dati forniti dal
Nicolosi, al 776 di Via Messina ed abitata dal
fratello piccolo dello sfortunato Ciccio, Pippo
Amato*. Questo, almeno, fino alla data di
pubblicazione del succitato libro, edito nel
1979).
Leggenda vuole che la
finestra della stanza del piccolo Ciccio venisse
murata, dopo l’orribile delitto, e c’è chi giura
che lo sia ancora ma di questo non ho riscontro
diretto essendo la casa, nel corso dei decenni,
non più visibile dalla strada.
Interrogata, Carmela
Gagliardi…questo il nome della rea
confessa…disse di essere stata aiutata dalla
propria madre, dal fratello e dal fidanzato
della sorella. I tre, tra ritrattazioni, false
testimonianze e bugie, furono arrestati.
Quello che si schiuse alla
vista degli inquirenti, fu uno scenario abitato
da pregiudicati, fattucchiere, carcerati, uomini
politici, principi del Foro, poliziotti
principianti… un caleidoscopio del genere u mano
davvero sorprendente.
Ma, la domanda che restava
senza risposta e che spinse più di un inquirente
a continuare le indagini, nonostante la
confessione dell’assassina, fu quella relativa
al movente.
Già…perchè la cameriera,
insieme alla complicità dei parenti, avrebbe
dovuto compiere un delitto e, per di più, di
tale efferatezza?
A questo punto, intervenne
il Cavaliere Amato, padre del piccolo Ciccio,
che fornì una motivazione plausibile, a primo
acchito verosimile dei fatti e diede il “la” a
quanto fu il seguito della dolorosa vicenda.
Il mandante, secondo Lui,
non poteva che essere il proprio cognato… il
prof.Dante Majorana. Grande casata, professore
universitario, deputato, figlio e fratello di
Ministri, zio di Ettore, grande fisico…il
movente? Una lite ereditaria che lo aveva visto
soccombere.
Fintanto che fu Deputato,
quest’ultimo, non fu sottoposto ad alcuna
indagine ma, allo scadere del Suo mandato
istituzionale e, pertanto, non più protetto dal
“sistema”, venne subito arrestato. E con Lui la
moglie.
I due conobbero le patrie
galere per lunghi tre anni finchè, a processo
conclusosi nel 1932, giunse la Loro piena
assoluzione.
“Una storia vera” –
sottolinea Nicolosi – ma, nel narrarla, c’è
abbastanza materiale per 10 storie di fantasia”.
Questa, in sintesi, la
vicenda che tenne banco sui principali giornali
dell’epoca e che fece grande scalpore per la
notorietà ed il prestigio dei protagonisti.
Oggi, quello che interessa
il mio amico Nunzio è cercare di capire se
questa storia abbia scosso in maniera
particolare il grande fisico catanese, nipote
dei presunti mandanti, così come paventato da
Joao Maguijo ne “La particella mancante”, avendo
un peso nella Sua successiva decisione di
scomparire nel nulla. Sempre che quella Sua fu
una libera scelta…

Riuscirà a trovare
risposta a questa domanda? Chissà…
L’unica certezza che io ho
trovato in questa faccenda è la magia che riesce
a creare un libro.
Due persone, io e
Nunzio…così diverse, per età…per esperienze di
vita…per collocazione geografica…che si
ritrovano sedute al tavolino di un bar e si
scoprono appassionate alle stesse vicende
salvate, dall’oblio del tempo, grazie ad un
libro. Lo stesso che, qualche mattina fa, ha
preso il volo verso la Sardegna e che abiterà,
per qualche tempo, la casa di Nunzio a Quartu
Sant’Elena dopo aver seguito me nelle mie mille
peregrinazioni esistenziali.
Compagno silente e fedele.
Lui, si!
Per il resto, l’unico dato
incontrovertibile è che il piccolo Cicciuzzu
Amato fu bruciato vivo… senza un perchè! Perchè,
al di là di un ipotetico movente, nessun motivo
può giustificare la mano assassina che si
accanisce su un bambino!
Silvia Ventimiglia – 13
ottobre 2012
http://blog.siciliansecrets.it/2015/01/30/delitti-di-sicilia-cicciuzzu-amato-bruciato-vivo-senza-un-perche/
_________________________
Pippo Amato,
fratello del piccolo Ciccio, Lo ritroviamo
protagonista di un altro fatto di cronaca che è
diventato pagina di storia. Era il 17 giugno del
1945 e, in un agguato ancora avvolto dal
mistero, persero la vita alcuni componenti dell’EVIS
(Esercito Volontari Indipendenza della Sicilia).
In contrada Murazzuruttu, alle porte di Randazzo
(CT), morirono, infatti, Antonio Canepa, Carmelo
Rosano e Giuseppe Lo Giudice. Il nostro Pippo
Amato ed Antonio Velis riuscirono a sfuggire
all’agguato e si salvarono, scappando. Un altro
componente la squadra, Armando Romano, si salvò
solo perchè il custode del Cimitero di Jonia
(che allora identificava il territorio
costituito da Giarre e Riposto fino alla
definitiva divisione in due distinti comuni) si
accorse che respirava ancora. I morti di quel
giorno, che parla di tentativo di riscatto del
popolo siciliano, riposano in pace nel Viale
degli Illustri del Cimitero monumentale di
Catania.




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