Canta Ognina bedda 'nzemi a mia, tutti li pisciteddi di lu to mari,

ca sutta di 'sta luna spicchiulìa 'nzemi a lu cantu di li marinari,

ca pìscunu cantannu canzuneddi di' pisci ca tu teni l'occhiu beddi

ppi opi e munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e pateddi di tutti si' riggina.

 

Brevi accenni sul borgo. Famosissimo fin dall’antichità, il porto di Ulisse fu per tanti secoli lo scalo ufficiale dell’antica Catania, fino a quando, nel 1381, venne sepolto definitivamente da un fiume di lava scaturito da una fessura eruttiva apertasi tra i comuni etnei di Mascalcia, Tremestieri e Gravina.

L'immane colata lavica cancellò anche il borgo e lasciò una piccola insenatura che forma oggi un delizioso golfo.

Lo splendido mare, la vetusta chiesa di S. Maria, la torre di guardia, le casa dei pescatori, le stradine della borgata, la vecchia garitta e le vecchie barche da pesca costituiscono le tessere di un prezioso mosaico chiamato Ognina.

Già nota agli storiografi antichi, era  così conosciuta da far scrivere tante pagine di storia e ispirare perfino poeti. Per più di quattro secoli, scomparso il vecchio Porto di Ulisse, rappresentò un importante scalo marittimo la cui borgata divenne uno dei principali centri dei commerci via mare tra la provincia catanese e i luoghi dove i prodotti erano destinati, di conseguenza non poteva che detenere anche il primato nella costruzione di imbarcazioni. Infatti, fino al finire degli anni '50, i maestri d'ascia di Ognina erano considerati i migliori della costa orientale etnea.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul Borgo marinaro di Ognina si è molto scritto e narrato circa il suo ambiente e paesaggio: dagli storici di ere lontane, attraverso la mitologia che lo hanno reso noto al mondo antico con le leggende omeriche dell'Odissea, al verismo di Verga dei tempi moderni con i capolavori neorealisti di Luchino Visconti. Tutti valori aggiuntivi alla bellezza del paesaggio di quel tratto magico di scogliera. Del quartiere ci pervengono notizie storiche, portate a conoscenza con maestria dall'umile ma illuminato parroco Mariano Foti, per oltre 40 anni importante presenza nella vita del Borgo, quando la chiesetta di S. Maria di Betlem, dichiarata agli albori del 1800 Abbazia, nel 1945 divenne la Parrocchia di S. M. di Ognina; mentre la chiesetta di S. Euplio, ubicata a poca distanza dalla prima, insufficiente alle esigenze, nel 1961 venne demolita per il riassetto viario della zona. In epoche lontane la esistenza di un porto importante del mare Jonio era oggetto di continue azioni piratesche da parte di corsari provenienti dall'altra parte della costa mediterranea. Per cui, ai tempi di Carlo V durante il governo spagnolo, vennero costruite, oltre ad alcune torri di difesa, delle garitte di guardia ancora oggi esistenti, che diedero il nome di Guardia al vicino rione. E' stato invece accertato che il nome del Rotolo proviene dalla scoperta nei luoghi di una Madonna che custodiva le preghiere in un rotolo, così come il nome dell'Armisi proviene dalla dea Artemide.

Prima delle grandi eruzioni storiche Ognina era solo un villaggio di pescatori dove sfociava l'omonimo fiume con accanto un grande porto in forte attività, noto in tutto il Mediterraneo come porto Ulisse de l'Ognina. Un affascinante Borgo marinaro fra i tanti della scogliera che da Letojanni raggiunge la bianca spiaggia della Plaja.

 

 

Il suo territorio comprendeva tutta la parte costiera di S. G. Li Cuti, il rione della Guardia, del Rotolo, sorpassava la piazza d'Armi e, percorrendo il Piano dei Malati, raggiungeva la chiesa di S. Gaetano alle Grotte, là dove iniziava Catania con il posto delle Guardie Daziarie (attuale piazzetta delle Guardie). Nei suoi sotterranei resta ancora un altare dai grandi blocchi di pietra che si fanno risalire ai primi anni del cristianesimo quando le funzioni religiose venivano celebrate segretamente in grotte.

Allo sbocco dello slargo di Ognina si trovava la chiesetta di S. Euplio nei pressi della proprietà dei nobili Mancini Battaglia, nipoti del francesizzato cardinale Mazzarino. Successivamente parte del loro terreno che a levante dava sul mare, venne donato ai pescatori per stendere e rattoppare le loro reti, da cui proviene il toponimo della piazza. L'attuale quartiere dalla parte est si compenetra con la località della Scogliera del comune di Aci Castello fino ad abbracciarsi, tra un faraglione e l'altro all'imponente castello di Aci eretto sulla roccia nel 1076 durante il periodo aragonese. Delle tante battaglie il cui porto di Ognina fu testimone, importante fu quella del 1357 detta dello scacco di Catania che determinò il distacco del regno di Sicilia da quello di Napoli in cui gli Aragonesi sostituirono gli oppressori Angioini. I napoletani erano sicuri della vittoria contro gli Aragonesi ma questi comandati dall'ammiraglio Artale Alagona al grido di S. Agata e Alagona, capovolgendo le previsioni vinsero la battaglia in mare e in terra, costringendo i napoletani e gli Angioini ad abbandonare il regno di Sicilia. In quel periodo il porto di Ognina era il porto di Catania, quando ancora quello della Platea Magna era solo uno scaro. Plinio il vecchio nel 79 d. C., indicava il porto di Ulisse quale grande baia che poteva contenere oltre duecento navi di alto scafo. L'intera costa trovandosi in una delle principali vie marittime del mondo greco- romano è ricca di leggende narrate nell'Odissea di Omero.

Venendo da Trezza, il porto di Ognina lo si incontrava dopo avere lasciato alla spalle quanto riportato nelle leggende sui giovani Aci e Galatea e sui Faraglioni di Polifemo. L' annuale festa autunnale "da Bammina" viene seguita con devozione anche dall'intera area metropolitana che, sempre di più, si estende sul mare, sia in direzione della Scogliera di Aci Castello che lungo il sobborgo catanese di S. Giovanni Li Cuti, accolta dalla distesa delle luminarie dei numerosi balconi delle ville private della riviera e delle basse case dei licutisi. Tra le tante leggende che ispirano i luoghi incantati, resiste quella di Cola Pesce, uomo anfibo che raccontava la sua visione in fondo al mare Jonio di tre immensi pilastri a sostegno dell'intera isola Trinacria e un canale infuocato, costituente la imboccatura inferiore dell'Etna che volendo meglio esplorare gli causò la morte; leggenda introdotta dai pescatori nella annuale festa religiosa. Tra le altre numerose leggende, si racconta che uno dei nobili Scammacca, la sera prima del terremoto del 1693, ebbe ad esclamare a quanti si avviavano per Catania: ma dove andate che questa notte si ballerà senza suono? Per anni senza risultato, in molti cercarono di interpretare tale previsione ed il suo significato, che lo stesso protagonista mai chiarì. Viene da più fonti confermato che la fine del grande porto, iniziata con la colata del 693 a. C. si concluse con quella del Crocifisso del 1381 d. C. che invase la gran parte dello specchio di acqua che formava la baia, colmando con le colate della Carvana e del Rotolo il grande golfo, che trasformò il grande porto in uno scaro. I suoi fondali si ridussero ad una profondità di poco più della tanto amata piccola baia di S. Giovanni Li Cuti che consente a tutti il possesso del mare in ogni stagione. Nel XIX secolo vi andavano a villeggiare famiglie di patrizi catanesi e abbienti. I primi, proprietari di ville a mare dove soggiornavano nel periodo balneare percorrendo il disastrato sentiero a fondo naturale per via Messina, con carrozze e calessi padronali, i secondi affittando per periodi casette di pescatori che raggiungevano con gli omnibus a cavalli o carrozzelle a nolo e, successivamente con i tram elettrici. Sembra che tra le più antiche famiglie residenti, quella dei Testa lo fosse prima del grande terremoto, operosamente presente nelle attività marinare della Borgata. I Testa ed i Majorana sono come la famiglia dei Malavoglia di verghiana memoria: numerosi come i sassi di una strada sterrata. Operosi sul mare i primi; illuminati e portatori di cultura nel mondo i secondi. Nei primi anni del ‘900, per iniziativa del barone Paolo Castorina, nacquero accanto l'attuale Terrazza Balsamo i bagni pubblici "Porto Ulisse".

 

 

Fu un'importante scoperta per quelle famiglie che non avendo ville in proprietà, né possibilità di prenderne in affitto, accorsero a frequentare gli stabilimenti balneari che affittavano ad ore i camerini in settori diversi: famiglie e uomini soli. Fino alla prima metà del ‘900 le cabine del settore famiglie, rigorosamente separate anche nel mare, erano dotate di una finestrella sul retro per la visione dell'intorno prima dell'ammollo e di una botola con scaletta sul pavimento per consentire una discesa a mare che desse le migliori garanzie di riservatezza a mariti e padri, quando ancora l'apparire in pubblico in costume, seppur abbondantemente garantista, era motivo di lunghe discussioni in famiglia. I catanesi accorsero sempre più numerosi con l'istituzione del trasporto pubblico in tranvia. Ma anche in belle giornate domenicali e festive dell'anno, per salutari scampagnate, si incontravano numerose famiglie per il piacere dello stare insieme. La sera poi si gustava "a voria do mari" ma, al più tardi verso la mezzanotte, tutto ripiombava in un misterioso silenzio, rotto solo dallo sciacquittio delle onde (Ina Majorana). Erano tanti i punti di riferimento per ritrovarsi in gioiose gare di nuoto: u scoghiu jancu, i petri janchi, u monucu, a villa pancari, u carrabineri; infatti nei pressi di Villa Cardì c'era una putìa gestita da un carabiniere in pensione, luogo di sosta dei carrettieri di passaggio e punto di incontro dei gitanti delle giornate festive: la classica putìa di ambiente familiare. Gli ogninesi ed i festaioli catanesi non troveranno più l'antica chiesetta di S. Euplio o vecchi accoglienti locali come lo Scoglio di Friso, Massarelli o il più modesto Posillipo. Nel secondo dopoguerra erano locali di richiamo i ristoranti Villa Cardì, Pagano a Mare e la Tavernetta. Quest'ultima gestita con maestria e garbo dal signor Marchese che, lasciata l'eredità manageriale agli Alioto, rappresentò il primo vero ristorante moderno catanese.

Rimasto "cassato" il fiume de l'Ognina dalle colate laviche (via acque casse), le sue acque trovarono le vie di sbocco a mare, accertato da alcune sorgenti che zampillano non lontano dalla costa. La più nota è quella dove ancora si abbeverano i gabbiani ed addirittura nell'antichità le navi, lì si rifornivano di acqua da bere, dando alla località il nome di Acqua e palummi. Altro fenomeno consequenziale è quello dei vortici di democrito che rendono tranquille le acque del mare quando è agitato ed invece lo sommuovono a mare calmo. Fenomeno provocato dalle polle sottomarine del fiume che sfociano vicini alla costa, nel primo caso la pressione idraulica contrasta le onde agitate, nel secondo le agita.

Scomparsa anche la putìa delle signorine Battiato: "le due sorelle che con lindi grembiuli bianchi, offrivano le loro mercanzie, in generi alimentari, con garbo, affabilità, amicizia, consapevoli che un sorriso illumina più dell'elettricità e costa niente, dove si comprava in piena libertà senza imbonimenti, anche a crirenza" (Ina Majorana). In essa piazza non si potrà più ammirare il mare che lentamente o violentemente si spezza sulla scogliera che lo contiene, perché attraversato da veloci natanti a motore, neanche le esistenti panchine riparate da alberi saranno invitanti ad ammirare un paesaggio inquinato e caratterizzato da una disumanità frettolosa. Il vecchio mare limpido è stato sostituito da moderne attrezzature per ormeggi per ogni tipo di naviglio, profanando il paesaggio ed inquinando l'acqua non più balneare.

Oggi la piazzetta non riesce più a contenere il disordinato parcheggio di macchine a più file, che dissuade agli incontri per le numerose auto che sfrecciano ostacolandosi a vicenda. Il millenario specchio d'acqua trasparente è diventato pozzanghera inquinata, non l'antico paesaggio meditativo. Le previsioni del piano Piccinato erano incentrate sull'ampliamento della piazza mancini Battaglia che doveva ridistribuire il traffico di transito, per cui venne realizzato il cavalcavia che nasconde un prezioso angolo paesaggistico, compresa la chiesetta, creando una discontinuità con l'antico Borgo. Oggi che la via De Gasperi, alternativa al viale Artale Alagona è quasi ultimata, la comunità chiede, con la deviazione del traffico nella nuova via, l'abbattimento del ponte e la pedonalizzazione della vecchia area, anche se i rari pescatori verghiani non ritroveranno il vecchio rapporto con il mare essendo ormai i giovani ogninesi al servizio degli inquinanti natanti da diporto. Qualsiasi programma di riordino urbano non potrà riportare l'antico borgo marinaro alle sue origini. Anche se Ina Majorana (la zia del grande Ettore), tra le più qualificate memorie storiche di quei luoghi incantati, legata ai suoi ricordi giovanili non accetta la discontinuità con quel magico passato dicendo a se stessa che: "nulla è perduto, nulla è scomparso quando lo si ha dentro. E la vecchia Ognina l'abbiamo dentro, nel cuore, nella memoria e da questo trae origine il suo, il nostro essere".

Gaetano D’Emilio

 http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=103453

 

 

 

 

 

 

La mia descrizione del video

Questo video documenta un'Ognina rimasta immutata per secoli, le rare immagini del rientro delle antiche barche sardare con la vela latina. Sullo sfondo il passaggio della vecchia locomotiva che dipinge il paesaggio con il suo bianco vapore. La suggestiva antica scogliera della Jarita, incontaminata da secoli in uno scenario lavico unico, con grandi macchie di fico d'india selvatiche rosse che chiamavamo "Ficurinia di nchiostru". Uno dei personaggi che interpreta la sfida col tridente è il giovanissimo mitico Tommaso Testa, che fu ricompensato dalla casa cinematografica con 600 lire. Commuove l'immagine rarissima della zia "Jannetta", seduta davanti l'uscio di casa con alle spalle lo sfondo della Garitta spagnola che ha dato nome alla scogliera. Infine la piazza con la scalinata del sagrato della "Bammina" pavimentata da poco, nella quale appena qualche anno prima regnava solo sabbia e l'accesso alla chiesa era consentito da una piccola scaletta scoscesa di conci di pietra che si inerpicava tra la lava.

Mario Strano

 

 

 

 

 

Verga scelse per "I Malavoglia" e Visconti per "La Terra Trema". Un mare dove si intrecciano da sempre storie e leggende, e dove la movida catanese trova i suoi punti di appoggio, tra granite, pesce e borghi marinari.

Il mare bagna Catania da oriente e presenta due scenari naturali molto diversi, separati dal porto e da una zona demaniale con la stazione e le linee della ferrovia. A sud le spiagge di fine sabbia dorata fino all'Oasi del Simeto e, oltre, fino al borgo di Agnone. A nord le lave nere della scogliera che si spinge per 30 chilometri fino a Fiumefreddo, in vista di Taormina. Così i catanesi si dividono in due fazioni: i fautori della sabbia e quelli degli scogli. 

Verso sud, a partire dal faro Biscari, si svolge la grande "Plaia" costellata di stabilimenti balneari dove il mare diventa un fatto sociale e culturale, un mondo estivo di conoscenze, scambi e vicinato. Più ci si avvicina all'Oasi naturalistica gestita dalla Lipu e più ci si trova a contatto con la natura.

Il mare di scoglio verso nord lo si incontra a piazza Europa e, poco più avanti, nei due antichi, deliziosi borghi marinari di San Giovanni Li Cuti e di Ognina, con chiesetta, porticciolo e ristoranti con vista sullo Jonio. A partire dalla primavera sul mare luccicano le lampare, piccole barche, dotate di luci, per la pesca notturna di polipi e calamari. Lasciano il molo insieme ai pescherecci più grandi che escono a caccia di pesce azzurro e pescespada. Sulla strada che costeggia la scogliera nata dall'emersione di lave basaltiche, i grandi alberghi si alternano a lidi balneari, ristoranti e complessi residenziali. La litoranea s'interrompe davanti a una grande rupe sormontata da un maniero normanno. Il fascinoso castello di Aci ha terrazze a strapiombo sul mare, resti di torri merlate, portali duecenteschi e un giardino che ospita una collezione di piante succulente. 

Ai suoi piedi una grande piazza, cuore della vita sociale di Acicastello. Un chilometro più avanti si raggiunge Aci Trezza, l'antico borgo di pescatori nel quale Giovanni Verga ambientò "I Malavoglia" e Luchino Visconti girò "La Terra trema". Di fronte alle case arroccate intorno al porticciolo e alla chiesa si spiega lo spettacolo naturalistico e il fascino omerico delle isole dei Ciclopi. La più grande, l'isola Lachea, è un microcosmo tutelato con flora e fauna rarissime. Ospita una stazione per gli studi biologici e di fisica del mare gestita dall'Università di Catania. Sul molo non è difficile trovare barcaioli disposti a portare turisti e bagnanti in un giro per le isole, oppure a organizzare un'uscita notturna con pescatori. Alla sera non si contano locali, pizzerie, ristoranti, gelaterie: la movida catanese invade la costa. Tra le palme del giardino botanico del Banacher, uno dei locali notturni all'aperto più belli d'Italia, si tira tardi fino all'alba per l'immancabile granita con brioche al mercato ittico in piazza della Marina, sempre ad Aci Trezza.

Ancora qualche chilometro tra i limoneti e le scogliere e si incontrano Capo Mulini, la timpa di Acireale, il belvedere di Santa Caterina, borghetti marinari come Santa Maria La Scala, Santa Tecla (dove nuotare è ancora piacevole), Stazzo, Pozzillo, Torre d'Archirafi. A ovest l'Etna cambia volto mentre a nord la sagoma di Taormina si fa più definita.

(Toto Roccuzzo)

 

Provate a passeggiare all'alba lungo il porticciolo di Ognina, antica insenatura che ancora resiste alla totale cementificazione urbana, e vedrete le piccole barche da pesca sparse sul mare; tornano quelle dei pescatori uscite le sera prima, tornano cariche di pescato; quelle uscite da poco restano a poche decine di metri dalla costa. L'aria è fredda ma l'odore del mare, della salsedine, è predominante. La luce aumenta; ora si percepisce anche l'odore del sole, l'odore delle cose scaldate dal primo sole, l'odore della terra, delle basole di pietra lavica coperte di salsedine. I rumori sono ancora pochi e i vestiti invernali cominciano a dare un po' di fastidio. Fate un bel respiro e vi viene voglia di alzare la testa a guardare il cielo terso e azzurro. La mano che istintivamente si porta sulla fronte vi protegge dall'accecamento dei raggi del sole apparso all'orizzonte.

All'orizzonte il tuo sguardo ci arriva dopo avere attraversato tutta la gamma dei colori che va dal nero della scogliera lavica al grigio dei grossi ciottoli levigati e bagnati dal mare; dal bianco della schiuma delle onde, che ancora non hanno raggiunto la quiete dell'estate, al blu intenso dell'acqua fonda proprio li sotto di te; dall'azzurro dell'acqua più lontana al verde del mare che tocca l'orizzonte. E lì c'è il cielo sempre più azzurro man mano che alzi lo sguardo fino al bianco dei raggi del sole che ti costringono a chiudere gli occhi. 

Ora senti il vociare confuso dei pescatori che sul piccolo molo vendono il frutto del loro lavoro. La mente vola: leggende, favole, ricordi di storie nate sui banchi di scuola, di film mitologici, di studi universitari, di letture più o meno importanti, di viaggi lungo le coste della Sicilia. Ti sembra di sentire le voci di marinai di ogni stirpe, provenienti da ogni parte del Mediterraneo; gente che approda sulla nostra costa con legni e vele di ogni tipo, giusto il tempo per scaricare o caricare, per vendere e comprare e poi ripartire per il prossimo emporio costiero. Nell'attesa del vento favorevole per rimettersi in viaggio i marinai tirano in secca le navi, accendono i fuochi e raccontano di mitici personaggi d'oltremare, di riti religiosi per nuovi dei, e gli antichi culti siculi si mischiano, si scontrano con quelli di gente che arriva nella "terra di Efesto" dopo avere attraversato il Mediterraneo in lungo e largo; portatori di culture di mare, di culture espresse da civiltà dominanti: Fenici, Micenei, Achei, Dori e così via. (dalla recensione di Corrado Rubino su C'era una volta Ognina (2009) di Giuseppe Anfuso)

 

C'ERA UNA VOLTA OGNINA

Mirabile e accattivante affresco dell'antico borgo marinaro a nord del centro urbano di Catania e nel quale l'autore, Giuseppe Anfuso, è nato e cresciuto. E' l'ennesimo tributo dell'architetto Anfuso a Catania e ai catanesi, ma è anche un grido d'allarme per lo storico borgo di Ognina che sorge sui ferrigni scogli lavici dell'Etna bagnati da quel mare dal quale ancora oggi miti e leggende riemergono ogni qual volta ci si sofferma a guardarlo. Note storiche, documentazione grafica, bellissime foto in bianco-nero e a colori si alternano in una elegante veste grafica in formato cm 24,5 x 34,5. Un volume da non perdere per i collezionisti di testi artistici e una ottima idea per chi vuol fare un regalo di pregio. Il volume è in vendita presso la libreria Cavallotto di Catania.
_________

Giuseppe Augusto Anfuso, architetto, è nato a Catania. Dal 1963 vive e lavora a Roma dove, nel suo atelier-laboratorio alla Lungara, si occupa essenzialmente del recupero e del riuso del patrimonio, architettonico pubblico e privato. Per le sue pubblicazioni utilizza foto che rea­lizza personalmente dall'elicottero ed un linguaggio volutamente non convenzionale, che al fa pensare alla "Volgar prosa rimata", del cavalier Pietro Leporeo (1652)" citato dal prof. Paolo Portoghesi in una delle sue recensioni.
I suoi studi e le sue proposte per il recupero del centro storico di Catania sono stati pubblicati in recuperare catania (Gangemi Editore Roma 1998) e recensiti da numerose riviste di architettura, in particolare l'Architettura Cronache e Storia utilizza le sue foto dal cielo per docu­mentare un numero monografico su Catania. Su incarico della Provincia Regionale di Catania, sotto la presiden­za dell'on. Nello Musumeci, ha svolto studi e ricerche su tutti i Comuni della Provincia dì Catania, pubblicati in piazze della provincia di catania (Biblioteca della Provincia Regionale di Catania 2001) e successivamente, studi e ricerche sull'ex convento dei Minoriti, pubblicati ne il palazzo dei minoriti (Biblioteca della Provincia Regionale di Catania 2002).
Nel 2005 pubblica catania dal cielo, con Greco Editore. Monforte Editore lo ripubblica nel 2006.
Nel 2007 pubblica viaggio a catania, con Monforte Editore, in sei volumi.
Nel 2009 pubblica c'era una volta ognina con Monforte Editore.
Nel 2010 pubblica palermo dal cielo, con Lussografica Editore.
Svolge inoltre attività professionali e, per quanto concerne Catania, a seguito d'incarico della Sovrintendenza ai BB. AA. CC. di Catania, é autore del museo uniformologico realizzato nelle sale a piano terra del Palazzo di Città di Acireale.

 

 

 

 

 

E' il personaggio più moderno perché il più umano, non ovviamente nel senso "cristiano" o "laico" in cui oggi intendiamo la parola "umano" o l'espressione "senso dell'umanità", poiché Ulisse era anche capace di efferate crudeltà e terribili vendette 1, ma semplicemente perché incarna tutte le caratteristiche dell'uomo moderno, ed infatti egli è figlio di una grande civiltà antagonistica: passione militare, volontà di comando, astuzia politica e diplomatica, affabulazione e capacità di persuasione, relativismo etico 2, licenza sessuale (note sono le sue amanti: Circe, Nausicaa, Calipso ecc.), coraggio nell'affrontare le avventure, patriottismo 3 e senso di superiorità etnica, di stirpe 4, di civiltà, spirito di sacrificio 5, curiosità intellettuale 6, rispetto formale della religione.   

Ulisse in realtà non è mai esistito, se non nella fantasia di un redattore o di più redattori, che volevano convogliare in un individuo isolato quei valori che tutti insieme non realizzarono né avrebbero potuto realizzare alcun ideale sociale, di convivenza pacifica e democratica. 

L'Iliade infatti è il fallimento di una civiltà, quella micenea, rappresentata da una polis che vince un'altra polis, senza per questo migliorare il proprio destino, è cioè il simbolo dell'impossibilità di una coesistenza in nome degli ideali e dei comportamenti che furono di molti eroi troiani e greci e che in Ulisse si sommano stupendamente (sul piano artistico delle letteratura) in un'unica persona, che però appare come eroe isolato, i cui compagni di sventura sono soltanto delle comparse   ....continua sotto.....

http://www.homolaicus.com/storia/antica/grecia/ulisse/ulisse.htm

 

 

 

Dallo scoglio bianco alla Ficuzza, fino al Carabiniere. La panoramica sugli scogli del porto di Ognina scattata in 5 fasi da Francesco Raciti.

La costosa attrezzatura per questa foto? Solo la sua fotocamera e' un obiettivo da 40 euro. Come dire che non basta attrezzarsi come Ufo Robot ed essere ricoperti da costosissime attrezzature fino alle gambe, per ottenere questi capolavori. Si deve nascere per riuscire a crearli, anche con una Polaroid scassata.

I grandi Andres Kertesz ed Henri Cartier-Bresson, che forgiavano opere d’arte soltanto con i loro occhi e una modestissima Leica, insegnano.

L'originale, con cui si potrebbe tappezzare un salone e vederci anche la targa della barca ormeggiata alla darsena, me lo tengo per me. Troppo bello.

 

 

Ricordi di via Porto Ulisse.

La via Porto Ulisse, il cui toponimo potrebbe far pensare ad un'origine molto antica, al contrario il suo tracciato è relativamente recente. La via più antica che attraversa il borgo di Ognina è via Messina la quale ripercorre l'antico tracciato della Regia Trazzera del periodo romano ( Tabula Peutingeriana ) che percorreva la costa ionica da Messina a Siracusa. La via Porto Ulisse fino agli anni '30, del '900, si chiamava via Berretta, nel passato più che una strada era un malagevole sentiero a fondo naturale percorribile a piedi o da qualche carretto, oltre tutto lungo il suo intero percorso compreso tra via Del Rotolo e piazza Ognina vi era un'infinità di dislivelli dovuti al terreno sciaroso e ovunque emergevano grossi massi. La lava affiorava nei cortili, nei giardini e negli orti, che a destra e a manca del pietroso sentiero erano numerosi. A pochi passi una polverosa traversina (l'attuale via Ginestra) conduceva ad una ampio avvallamento dove contigui ad una gebbia emergevano gli antichissimi ruderi del tempietto di Sant'Agata al Rotolo abbandonati e caduti nell'oblio. Della gebbia oggi è visibile il bordo superiore al livello dell'attuale piano stradale, un'altra grande gebbia rimasta miracolosamente intatta è visibile lungo la strada vicina all'ufficio delle entrate. Queste grande vasche d'acqua testimoniano l'antica vastità degli orti. Due anziane zie mi raccontavano che da ragazzine scavalcavano i bassi muretti che recingevano gli orti per andare a fare scorpacciate di fave, quelle coltivate all'Ognina erano rinomate in tutta la città. Su questa via si affacciavano edifici prestigiosi come la palazzina in stile gotigo del costruttore Riela, il palazzo Auteri e la casa dove il Cardinale Francica Nava veniva a villeggiare d'estate.

La sistemazione definitiva della strada così come la vediamo oggi si ebbe solo dopo la seconda guerra mondiale, con il nuovo livellamento delle diverse quote che uniformarono l'intero percorso. Sconparve così la vecchia sciara e il nuovo assetto ridusse alcune case al di sotto del livello stradale rendendoli accessibili con scalini in discesa ( una di queste fu la casa di mia moglie ) come ancor oggi si può vedere. Dell'antico accidentato sentiero voglio raccontare un divertente particolare : mia madre nata e abitante in quella via, il giorno delle sue nozze con l'abito bianco sali per la prima volta su una carrozza di quei tempi per raggiungere la chiesa, durante il traggitto la carrozza cominciò a sussultare e ondeggiare ad ogni sasso come una barca nella tempesta, sembrava che da un momento all'altro le ruote dovessero saltare per aria e quel breve tragitto le sembrò non finire mai. Il racconto di quell'avventuroso viaggio mia madre ce lo raccontava spesso per farci sorridere. Ora ricorderò un personaggio di questa via a dir poco singolare passato alla storia del borgo e che ebbe notorietà in tutta la città col nome di "Trovato il pazzo". Trovato era il cognome della famiglia distinta e benestante alla quale apparteneva, abitante in una villetta tra le più antiche e suggestive di Ognina sita ad angolo tra le vie Porto Ulisse e Barraco, dove lungo il muro che costeggiava la vecchia linea ferroviaria confinava il grande giardino. Ripercorriamo la triste storia del Signor Trovato, persona signorile ed elegante, insegnante e uomo di vasta cultura molto legato alla anziana madre una gentil donna d'altri tempi riverita e rispettata da tutti. La Signora elargiva alle ragazze del quartiere cesti di fichi, di melograni e quant'altro il suo rigoglioso giardino forniva. Improvvisamente un giorno l'amata Signora oramai molto anziana morì, il figlio che si trovava in casa ne fu testimone, il dolore subito fu così devastante per quell'uomo che per tre giorni restò chiuso in casa a vegliare la salma. Il vicinato percepi che qualcosa di tragico era accaduto, ma ai loro richiami la porta rimaneva serrata. A quel punto si decise di far intervenire il Parroco Mons. Foti per mediare, ma anche il suo intervento fu vano e si dovette ricorrere all'intervento dei carabinieri, ai quali dopo aver forzato la porta si presentò il triste spettacolo; seduto accanto la salma stava il figlio in lacrime. In quei dolorosi e tormentati giorni il Trovato aveva perso definitivamente il senno e siccome la prima persona che vide entrare nella stanza assieme ai carabinieri fu Padre Foti nella sua mente malata si impresse l'immagine dell'artefice che le aveva fatto portare via la madre, diventando per tutta la vita la sua ossessione, disprezzandolo in tutte le sue strampalate invettive. Pur senza senno però rimase sempre una persona innocua. Si limitò solo alle sue "prediche" contro Padre Foti, sempre con il suo parlare divenuto perennemente ad alta voce, rimaneva però sempre l'uomo colto e raffinato. La sua notorietà si accrebbe perché viaggiava molto sui filobus e li l'uditorio era vasto. Essendo anche un finissimo riparatore di orologi, molto spesso veniva richiesto dagli istituti religiosi che ne apprezzavano i suoi interventi. Non mancarono ad Ognina i bulli che spesso lo esasperavano, ma questo meriterebbe un capitolo a parte. Trascorso il tempo anche per lui arrivò la meta, non si sentirono più le sue "prediche" sui filobus, non lo si vide più per strada e non se ne seppe più nulla. La sua villa fu acquistata da privati che ne hanno modificato e stravolto la sua originaria bellezza.

Mario Strano

 

 

 

 

 

E’ necessario distinguere tra l’antica Ognina e quella nuova. Il suo non è un nome proprio ma un nome comune: da Lògnina o Longone, un termine che indicava i porti provvisti di pietre forate per l’approdo delle navi. I Longoni erano le bitte d’ormeggio delle banchine portuali, infatti troviamo Ognina a Siracusa, in Sardegna e all’Isola d’Elba.

L’Ognina di Catania era chiamata Porto Ulisse (o calcidico). Un grandissimo porto costruito dai Calcidesi nel VIII sec. a.C. che poi subì altre occupazioni fra le quali quella dei greci di Gerone e quella dei Romani.

Porto Ulisse costituiva lo scalo ufficiale dell’antica Katane. La sua felice posizione geografica lo faceva punto d’incontro quasi obbligato delle vie marittime mediterranee. Poteva contenere quasi 250 navi ma scomparve sotto l’eruzione lavica del 1381. Quel che è rimasto del grande Porto Ulisse (oggi sepolto sotto il lungomare di Catania) e che arrivava fino alla zona del Gaito, è l’attuale porticciolo di Ognina.

Virgilio, nell’Eneide, ce lo descrive ampio, dal calmo specchio acqueo interno e dalla imboccatura ridossata dai venti di traversia: "Portus ab accessu ventorum immotus et ingens ipse".

Aveva anche un porto ausiliario ad Agnone, sito all’inizio della piana di Catania. I terreni della Piana, per i loro pregiatissimi prodotti erano chiamati dai greci Elysia perché paragonati ai mitici campi Elisi, i giardini di eterna primavera e di infinita delizia riservati nell’oltretomba ai giusti. I Romani, per far risaltare  di più il loro dominio in quella zona prosperosa (chiamata Horreum Romae – "Il granaio di Roma"), premisero l’aggettivo "latia" (da latius che significa "appartenente ai latini") sicchè quella denominazione si mutò in "Latia Elysia". Il passaggio da Latia Elysia a La Zia Lisa fu facile. Oggi indica la zona d’inizio della Piana di Catania.

 

Nella zona di Lognina scorre un fiume antichissimo, il Longane, che scaturiva dalle colline di Santa Sofia, passando per Cibali e nei sottosuoli ricchi di acqua, la cui abbondanza è confermata dal nome della vicina località ogninese "Nizeti", derivante dal greco "nizo" che significa lavo. Ad Ognina il fiume arriva ancor oggi con vere risorgeze sottomarine facendoci ricordare la sua perenne presenza, seppur nascosto  dall’eruzione del 1381. La denominazione della vicina zona Acque Casse deriva da Acquae cassae (che significa acque coperte) testimonia la presenza del grande pozzo naturale che si è venuto a creare a seguito delle colate laviche che coprirono il fiume.

La vecchia Lognina partiva dalla Porta di Aci (l’attuale Piazza Stesicoro), dove finiva la città e arrivava fino all’attuale porticciolo. Poi i confini di Catania si estesero oltre la Porta di Aci invadendo Lognina e a ricordarne l’antico sito rimase soltanto il nome di una strada detta anche oggi Via Vecchia Ognina, che arriva fin quasi alla chiesa di S. Maria di Betlem, allora punto di confine con la città, unica strada catanese a non essere retta e dal suo percorso si capisce che era una linea di confine tra due zone.

Sul nome del quartiere del Rotolo ad Ognina, descritto anche da Verga ne I Malavoglia, alcuni sostengono che sia dovuto a un dipinto che raffigura una Madonna che tiene in mano una bilancia che raggiunge un rotolo di peso (trovasi attualmente all’angolo tra Via Messina e Via Galatioto). Ma che il nome sia stato originato dal Rotolo delle Sacre Scritture è confermato da Jacomo Saba "un antico tempietto di Santa Maria del Sacro Rotolo, da alcuni creduta della Lettera dei Messinesi, nei pressi dell’Abbazia brasiliana Santa Maria di Lognina". Insomma, la Madonna teneva in mano le sacre scritture. Tra Via Calipso e Via Ginestra emergono tuttora i ruderi di quel Tempietto, che venne eretto in onore di Sant’agata quando le sue reliquie, arrivate da Costantinopoli, furono date in consegna al Vescovo Maurizio proprio in quella zona.

 

 

 

 

Durante la guerra dei Vespri, più volte il mare di Lognina conobbe le vicende degli urti fra i D’Angiò e gli Aragona. I grandi ammiragli catanesi Ruggero di Lauria e Artale Alagona si distinsero per valore e strategie ed a loro venne intitolato il lungomare catanese, un tempo teatro delle loro vittorie navali in difesa dei catanesi.

Ad Ognina esisteva un vecchio castello, l’Italion, che attraverso i secoli subì le molteplici traversie. Sui suoi ruderi nel 1548 venne eretta la Torre cilindrica, tutt’ora a fianco della chiesa.

Il popolo la chiama Torre dei Saraceni, ma non perché costruita dai Saraceni ma per difendersi dai Saraceni. Era stato l’imperatore Carlo V a dare disposizioni al Vicerè di Sicilia Giovanni Vega, per fortificare l’isola nei punti strategici e per difendere la popolazione dall’incubo degli sbarchi musulmani.

 

Come funzionava la torre? Le sentinelle delle garitte in pietra lavica che si ammirano ancor oggi, una sul lungomare vicino al porto di Ognina e l’altra sulle lave di Piazza Europa, (le chiamano garitte arabe, ma arabe non lo sono mai state perché furono costruite per difendersi proprio da loro), quando avvistavano i galeoni musulmani che si avvicinavano alla costa , attraverso una torcia accesa davano il segnale ai soldati di guardia nella Torre i quali, a loro volta, lanciavano l’allarme al popolo suonando una campana.

Il suono della campana veniva avvertito anche al campanile-fortezza del Duomo di Catania. Quindi, da tutti i quartieri della città  era un accorrere di gente per apprestare la più tenace difesa alla loro terra.

Dopo l’eruzione del 1669 Lognina esisteva ancora grazie all’opera di ricostruzione del Duca di Camastra, del Duca Uzeda e della Famiglia Mancini Battaglia, ai quali è intitolato lo spazio antistante il porto.

Oggi rimane solo il porto, che insieme al porticciolo peschereccio di Guardia Ognina - San Giovanni Li Cuti, sono posti incantevoli della scogliera cittadina.

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore; 

 

 

 

 

OGNINA       di Gaetano D'Emilio - lasicilia.it Martedì 02 Aprile 2013

 

Sul Borgo marinaro di Ognina si è molto scritto e narrato circa il suo ambiente e paesaggio: dagli storici di ere lontane, attraverso la mitologia che lo hanno reso noto al mondo antico con le leggende omeriche dell'Odissea, al verismo di Verga dei tempi moderni con i capolavori neorealisti di Luchino Visconti. Tutti valori aggiuntivi alla bellezza del paesaggio di quel tratto magico di scogliera. Del quartiere ci pervengono notizie storiche, portate a conoscenza con maestria dall'umile ma illuminato parroco Mariano Foti, per oltre 40 anni importante presenza nella vita del Borgo, quando la chiesetta di S. Maria di Betlem, dichiarata agli albori del 1800 Abbazia, nel 1945 divenne la Parrocchia di S. M. di Ognina; mentre la chiesetta di S. Euplio, ubicata a poca distanza dalla prima, insufficiente alle esigenze, nel 1961 venne demolita per il riassetto viario della zona. In epoche lontane la esistenza di un porto importante del mare Jonio era oggetto di continue azioni piratesche da parte di corsari provenienti dall'altra parte della costa mediterranea.

Per cui, ai tempi di Carlo V durante il governo spagnolo, vennero costruite, oltre ad alcune torri di difesa, delle garitte di guardia ancora oggi esistenti, che diedero il nome di Guardia al vicino rione. E' stato invece accertato che il nome del Rotolo proviene dalla scoperta nei luoghi di una Madonna che custodiva le preghiere in un rotolo, così come il nome dell'Armisi proviene dalla dea Artemide. Prima delle grandi eruzioni storiche Ognina era solo un villaggio di pescatori dove sfociava l'omonimo fiume con accanto un grande porto in forte attività, noto in tutto il Mediterraneo come porto Ulisse de l'Ognina.

 

 

Un affascinante Borgo marinaro fra i tanti della scogliera che da Letojanni raggiunge la bianca spiaggia della Plaja. Il suo territorio comprendeva tutta la parte costiera di S. G. Li Cuti, il rione della Guardia, del Rotolo, sorpassava la piazza d'Armi e, percorrendo il Piano dei Malati, raggiungeva la chiesa di S. Gaetano alle Grotte, là dove iniziava Catania con il posto delle Guardie Daziarie (attuale piazzetta delle Guardie).

Nei suoi sotterranei resta ancora un altare dai grandi blocchi di pietra che si fanno risalire ai primi anni del cristianesimo quando le funzioni religiose venivano celebrate segretamente in grotte. Allo sbocco dello slargo di Ognina si trovava la chiesetta di S. Euplio nei pressi della proprietà dei nobili Mancini Battaglia, nipoti del francesizzato cardinale Mazzarino. Successivamente parte del loro terreno che a levante dava sul mare, venne donato ai pescatori per stendere e rattoppare le loro reti, da cui proviene il toponimo della piazza. L'attuale quartiere dalla parte est si compenetra con la località della Scogliera del comune di Aci Castello fino ad abbracciarsi, tra un faraglione e l'altro all'imponente castello di Aci eretto sulla roccia nel 1076 durante il periodo aragonese.

 

 

Il Circolo Canottieri Jonica nasce il 20 luglio 1926 prima come "Società Canottieri Jonica" e poi, dal 1950, con la denominazione di "Circolo Canottieri "Jonica". Ha sede a Ognina in un magnifico contesto con sbocco a mare.

Con i suoi oltre 90 anni di storia costituisce una delle sedi più esclusive e prestigiose della Sicilia.

Il Circolo ha anche un trascorso sportivo di grande blasone, in quanto i Canottieri della Ionica erano noti anche per i risultati conseguiti, dominando il canottaggio italiano nel ventennio 1960-1980.

E’ il circolo di prestigio per eccellenza a Catania. Nel 1980 i soci erano 750 mentre oggi sono circa 520.

 

 

Via dei Conzari

 

 

Delle tante battaglie il cui porto di Ognina fu testimone, importante fu quella del 1357 detta dello scacco di Catania che determinò il distacco del regno di Sicilia da quello di Napoli in cui gli Aragonesi sostituirono gli oppressori Angioini. I napoletani erano sicuri della vittoria contro gli Aragonesi ma questi comandati dall'ammiraglio Artale Alagona al grido di S. Agata e Alagona, capovolgendo le previsioni vinsero la battaglia in mare e in terra, costringendo i napoletani e gli Angioini ad abbandonare il regno di Sicilia. In quel periodo il porto di Ognina era il porto di Catania, quando ancora quello della Platea Magna era solo uno scaro. Plinio il vecchio nel 79 d. C., indicava il porto di Ulisse quale grande baia che poteva contenere oltre duecento navi di alto scafo. L'intera costa trovandosi in una delle principali vie marittime del mondo greco- romano è ricca di leggende narrate nell'Odissea di Omero. Venendo da Trezza, il porto di Ognina lo si incontrava dopo avere lasciato alla spalle quanto riportato nelle leggende sui giovani Aci e Galatea e sui Faraglioni di Polifemo. L' annuale festa autunnale "da Bammina" viene seguita con devozione anche dall'intera area metropolitana che, sempre di più, si estende sul mare, sia in direzione della Scogliera di Aci Castello che lungo il sobborgo catanese di S. Giovanni Li Cuti, accolta dalla distesa delle luminarie dei numerosi balconi delle ville private della riviera e delle basse case dei licutisi. Tra le tante leggende che ispirano i luoghi incantati, resiste quella di Cola Pesce, uomo anfibo che raccontava la sua visione in fondo al mare Jonio di tre immensi pilastri a sostegno dell'intera isola Trinacria e un canale infuocato, costituente la imboccatura inferiore dell'Etna che volendo meglio esplorare gli causò la morte; leggenda introdotta dai pescatori nella annuale festa religiosa.

 

Tra le altre numerose leggende, si racconta che uno dei nobili Scammacca, la sera prima del terremoto del 1693, ebbe ad esclamare a quanti si avviavano per Catania: ma dove andate che questa notte si ballerà senza suono? Per anni senza risultato, in molti cercarono di interpretare tale previsione ed il suo significato, che lo stesso protagonista mai chiarì. Viene da più fonti confermato che la fine del grande porto, iniziata con la colata del 693 a. C. si concluse con quella del Crocifisso del 1381 d. C. che invase la gran parte dello specchio di acqua che formava la baia, colmando con le colate della Carvana e del Rotolo il grande golfo, che trasformò il grande porto in uno scaro. I suoi fondali si ridussero ad una profondità di poco più della tanto amata piccola baia di S. Giovanni Li Cuti che consente a tutti il possesso del mare in ogni stagione. Nel XIX secolo vi andavano a villeggiare famiglie di patrizi catanesi e abbienti. I primi, proprietari di ville a mare dove soggiornavano nel periodo balneare percorrendo il disastrato sentiero a fondo naturale per via Messina, con carrozze e calessi padronali, i secondi affittando per periodi casette di pescatori che raggiungevano con gli omnibus a cavalli o carrozzelle a nolo e, successivamente con i tram elettrici. Sembra che tra le più antiche famiglie residenti, quella dei Testa lo fosse prima del grande terremoto, operosamente presente nelle attività marinare della Borgata. I Testa ed i Majorana sono come la famiglia dei Malavoglia di verghiana memoria: numerosi come i sassi di una strada sterrata. Operosi sul mare i primi; illuminati e portatori di cultura nel mondo i secondi. Nei primi anni del ‘900, per iniziativa del barone Paolo Castorina, nacquero accanto l'attuale Terrazza Balsamo i bagni pubblici "Porto Ulisse".

Fu un'importante scoperta per quelle famiglie che non avendo ville in proprietà, né possibilità di prenderne in affitto, accorsero a frequentare gli stabilimenti balneari che affittavano ad ore i camerini in settori diversi: famiglie e uomini soli. Fino alla prima metà del ‘900 le cabine del settore famiglie, rigorosamente separate anche nel mare, erano dotate di una finestrella sul retro per la visione dell'intorno prima dell'ammollo e di una botola con scaletta sul pavimento per consentire una discesa a mare che desse le migliori garanzie di riservatezza a mariti e padri, quando ancora l'apparire in pubblico in costume, seppur abbondantemente garantista, era motivo di lunghe discussioni in famiglia. I catanesi accorsero sempre più numerosi con l'istituzione del trasporto pubblico in tranvia. Ma anche in belle giornate domenicali e festive dell'anno, per salutari scampagnate, si incontravano numerose famiglie per il piacere dello stare insieme. La sera poi si gustava "a voria do mari" ma, al più tardi verso la mezzanotte, tutto ripiombava in un misterioso silenzio, rotto solo dallo sciacquittio delle onde (Ina Majorana). Erano tanti i punti di riferimento per ritrovarsi in gioiose gare di nuoto: u scoghiu jancu, i petri janchi, u monucu, a villa pancari, u carrabineri; infatti nei pressi di Villa Cardì c'era una putìa gestita da un carabiniere in pensione, luogo di sosta dei carrettieri di passaggio e punto di incontro dei gitanti delle giornate festive: la classica putìa di ambiente familiare. Gli ogninesi ed i festaioli catanesi non troveranno più l'antica chiesetta di S. Euplio o vecchi accoglienti locali come lo Scoglio di Friso, Massarelli o il più modesto Posillipo. Nel secondo dopoguerra erano locali di richiamo i ristoranti Villa Cardì, Pagano a Mare e la Tavernetta.

 

Quest'ultima gestita con maestria e garbo dal signor Marchese che, lasciata l'eredità manageriale agli Alioto, rappresentò il primo vero ristorante moderno catanese. Rimasto "cassato" il fiume de l'Ognina dalle colate laviche (via acque casse), le sue acque trovarono le vie di sbocco a mare, accertato da alcune sorgenti che zampillano non lontano dalla costa. La più nota è quella dove ancora si abbeverano i gabbiani ed addirittura nell'antichità le navi, lì si rifornivano di acqua da bere, dando alla località il nome di Acqua e palummi. Altro fenomeno consequenziale è quello dei vortici di democrito che rendono tranquille le acque del mare quando è agitato ed invece lo sommuovono a mare calmo. Fenomeno provocato dalle polle sottomarine del fiume che sfociano vicini alla costa, nel primo caso la pressione idraulica contrasta le onde agitate, nel secondo le agita. Scomparsa anche la putìa delle signorine Battiato: "le due sorelle che con lindi grembiuli bianchi, offrivano le loro mercanzie, in generi alimentari, con garbo, affabilità, amicizia, consapevoli che un sorriso illumina più dell'elettricità e costa niente, dove si comprava in piena libertà senza imbonimenti, anche a crirenza" (Ina Majorana).

 

In essa piazza non si potrà più ammirare il mare che lentamente o violentemente si spezza sulla scogliera che lo contiene, perché attraversato da veloci natanti a motore, neanche le esistenti panchine riparate da alberi saranno invitanti ad ammirare un paesaggio inquinato e caratterizzato da una disumanità frettolosa. Il vecchio mare limpido è stato sostituito da moderne attrezzature per ormeggi per ogni tipo di naviglio, profanando il paesaggio ed inquinando l'acqua non più balneare. Oggi la piazzetta non riesce più a contenere il disordinato parcheggio di macchine a più file, che dissuade agli incontri per le numerose auto che sfrecciano ostacolandosi a vicenda. Il millenario specchio d'acqua trasparente è diventato pozzanghera inquinata, non l'antico paesaggio meditativo.

Le previsioni del piano Piccinato erano incentrate sull'ampliamento della piazza mancini Battaglia che doveva ridistribuire il traffico di transito, per cui venne realizzato il cavalcavia che nasconde un prezioso angolo paesaggistico, compresa la chiesetta, creando una discontinuità con l'antico Borgo. Oggi che la via De Gasperi, alternativa al viale Artale Alagona è quasi ultimata, la comunità chiede, con la deviazione del traffico nella nuova via, l'abbattimento del ponte e la pedonalizzazione della vecchia area, anche se i rari pescatori verghiani non ritroveranno il vecchio rapporto con il mare essendo ormai i giovani ogninesi al servizio degli inquinanti natanti da diporto. Qualsiasi programma di riordino urbano non potrà riportare l'antico borgo marinaro alle sue origini. Anche se Ina Majorana (la zia del grande Ettore), tra le più qualificate memorie storiche di quei luoghi incantati, legata ai suoi ricordi giovanili non accetta la discontinuità con quel magico passato dicendo a se stessa che: "nulla è perduto, nulla è scomparso quando lo si ha dentro. E la vecchia Ognina l'abbiamo dentro, nel cuore, nella memoria e da questo trae origine il suo, il nostro essere".

 

 

 

 

Nella parte meridionale dell'abitato sono state individuate opere di fortificazioni megalitiche in tutto simili a quelle rinvenute al Mendolito, poste a difesa dell'insediamento nel punto in cui l'Amenano sboccava in mare. La dedalica costruzione consisteva in tre filari di grossi blocchi calcarei collocati a secco per una lunghezza d'una ventina di metri, poggiata sulle alluvioni di spiaggia del Mongibello recente, ed innalzata sul lato sud occidentale della foce, corrispondente all'attuale via Zappalà.

Gemelli, nell'aria dell'Indirizzo, punto in cui il fiume faceva un piccolo porticciolo riparato dai venti, ed appunto per questo necessitoso di una sicura difesa in quanto più esposto alle possibili incursioni esterne, principalmente da parte dei pirati micenei e nordafricani e degli schiavisti che già razziavano nel Mediterraneo. Queste difese furono mantenute e migliorate dai colonizzatori greci ed assolvettero la loro funzione di riparo fino a metà Cinquecento, epoca in cui vennero totalmente ristrutturate per ordine vicereale di Juan de Vega, il quale, per timore delle incursioni barbaresche  impose alla città il pesante onere di conchiudere prontamente la cortina. Fu in questa occasione che vennero costruite le garitte d'avviso lungo il litorale che va da Porto Ulisse alla scomparsa punta di Sciara Biscari, delle quali rimangono presentemente due esemplari impiantati sopra la colata lavica del Rotolo.  

 

Al di là della ciclopica fortificazione, un tratto di lastricato lavico d'epoca imprecisabile, inciso da profondi solchi longitudinali, indicava un antichissimo sito sparso alla foce dell'Amenano. Lo Spirito di questo torrentello era onoratissimo dagli Etnei, che a sentir Claudiano lo ritenevano uno dei geni al seguito di Persefone nell'ascesa dall'Avemo. La spiegazione sta nei suoi eccessi di magra, in taluni periodi prolungati, per poi irrompere con furia improvvisa straripando nei terreni all'intorno e fertilizzandoli dei detriti trascinati per oltre 60 miglia di misterioso tragitto, fluttuando sotterra senza potersene localizzare né il corso né la sorgente. Un circuito sacro bagnato dalle acque benefattrici prossime alla foce, può immaginarsi collegato fin d'allora strettamente con la vita religiosa e sociale della tribù, che in esso purificava l'impurità fisica con bagni e riti lustrali. Recinto divenuto in epoca imperiale romana un vastissimo complesso termale, impropriamente nominato Terme Achilliane, sopra il quale poggia in parte l'ecclesia munita di Ansgerio.  

 

 

 

Sullo sbocco settentrionale, in quella che fu poi la darsena aragonese, è stata riesumata a circa otto metri sul livello del mare un'armatura foranea attraversante l'impianto lavico del 252-53 che lascia presumere l'esistenza di un porto-canale naturale scavato nel basalto, simile a quello dell'antica Trotilon, presso Brucoli, inciso a parete verticale nelle vive rocce ove sfocia il torrente Polcheria: l'antico Pantakias, ch'era di portata molto maggiore rispetto a quella dei nostri giorni. Con l'ingegnoso procedimento del portocanale dell'Amenano, realizzato nel punto più impetuoso di massima traversia, si creava un setto che, come è stato osservato dall'ingegnere D'Arrigo, rifletteva le onde incidenti senza farle frangere e respingeva al largo le alghe e le torbide sedimentarie fluitate dai flutti. 

Funzionava altresì da impluvio durante le piene piovane che d'inverno scorrevano impetuose dalle chine etnee, defluendo le acque alte nell'estuario. Nel portocanale, che doveva svilupparsi con andamento meandriforme ed appunto per ciò chiamato dal popolo la «petra pirduta», trovavano rifugio le imbarcazioni durante l'infuriare del mare in traversia sciroccale. Ancora nel medio evo la struttura sopravviveva in buona parte e per la sua configurazìone ebbe nome di canalotto. Sembra avesse l'entrata a orìente lungo la Costa del Salvatore, in corrispondenza del Porto Puntone, nei pressi della piazza dei Martiri, percorreva le attuali vie S. Tommaso e Anzalone giungendo al piano degli Amalfitani, il quale si specchiava nella darsena aragonese col Porto Saraceno, oggi colmati artificialmente. In epoca primitiva si può ragionevolmente ipotizzare che il canale proseguisse verso occidente, dove al Chianu riceveva le acque dell'Amenano; curvava per via Pardo; toccava l'Indirizzo e sboccava in mare. La stretta lingua di terra isolata che il portocanale formava fu dagli Arabi chiamata z'iz'eri (giseri), ossia budello, ricordata tuttora dalla toponomia cittadina. Al tempo di re Alfonso lungo il lato settentrionale del canalotto si affacciavano le terrazze di numerose ville baronali che godevano il privilegio dello sbocco a mare, prova ne sono le tribune delle case Bonajuto e Platamone. (Luccjo Cammarata)

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore;

 

 

 

 

 

I Mancini di Ognina

La famiglia Mancini discende da quella del cardinale Giulio Mazzarino nato a Pescina (1602-1661) da padre siciliano, dopo aver lavorato come militare per il papa, fu chiamato a Parigi dal cardinale Richelieu che lo fece nominare cardinale e lo designò come successore alla sua morte. Una delle due sorelle di Mazzarino, Girolama andò in sposa a Michele Lorenzo Mancini esperto di astrologia e oroscopi, proveniente da una nobile famiglia romana, dall’unione nacquero cinque figlie una delle quali Maria sposò il principe Onofrio I Colonna per l’occasione fra le altre cose ricevette in dote dallo zio cardinale la villa Mancini di Ognina che distrutta dal terremoto del 1693, fu subito ricostruita alla fine del 1600 (fu il secondo palazzo ricostruito della città dopo palazzo S. Demetrio). I Mancini furono i proprietari indiscussi di tutto il territorio Ogninese, l’ultima nobildonna che abitò nella villa fu Rosa Mancini che negli anni 30 del ‘900 sposò il cavaliere Battaglia e donò al comune di Catania il terreno prospiciente la loro villa affinché venisse trasformato in piazza che prenderà il nome di Mancini Battaglia.

Una delle clausole contrattuali poste dalla nobildonna fu quella che i pescatori potessero utilizzare la piazza per stendere la “robba di mare” per sempre. Tra le altre generose donazioni di Rosa Mancini conosciamo il terreno su cui sorge il collegio gestito dalle monache di Santa Rosa in via Acireale e il terreno dove, sempre nei primi anni del ‘900 a Picanello (nome derivante dal sopranome che il popolo aveva dato alla famiglia Marletta proprietaria di estesi terreni in quella zona) sorse la chiesa di Santa Lucia in Ognina all’interno della quale la nobile fece innalzare un altare dove si venera un bel dipinto che raffigura Santa Rosa e in un angolo spicca inciso il blasone del casato. Il perpetuarsi del culto a Santa Rosa per volere della nobildonna in tutte le sue donazioni, ci induce a credere che la nobile Rosa fosse grandemente devota alla Santa di cui portava il nome. Una lapide dentro la chiesa ne perpetua il ricordo della sua generosità.

Mario Strano

 

 

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/altro/ognina1978.jpg

Speciale sul Pesce del golfo di Catania diviso per categorie. Note sulle correnti marine, i punti nave, le tecniche di pesca e le antiche storielle della gente di mare.

 

 

 U SCARU RANNI (Lo scalo grande)

«... Larga calanca, disseminata di occulti scogli, con scaro, bottega, poche casipule, una chiesa: e fino in questo luogo infausto ai marinai, arripano i bastimenti...» (Lionardo Vigo).

Fino a qualche tempo fa «'u Scaru ranni» per antonomasia era quello antistante al vetusto tempio di S. Maria in Ognina. Oggi, invece, è quello a ridosso della diga foranea, costruita nel golfo della borgata, lungo le cui vie è ancora possibile riconoscere in alcune abitazioni le forme di una architettura semplice, dai moduli essenziali, idonei all'attività della maggior parte degli abitanti: la pesca.

Le uniche eccezioni erano costituite dalla dimora del principe di Casalotto, da qualche orticello ben coltivato e dalle «Grotte di Ulisse», che sembravano tutti messi lì apposta per far da corona all'antica chiesa sorta sui ruderi di un vetusto tempio, a sua volta edificato probabilmente nel luogo dove i monaci Basiliani avevano già una delle loro abbazie.

 

U scaru ranni

 

'Ntra piscafuri ci regna la paci, / Sunnu 'ntra d'iddi cumpari ed amici,

A dari gustu ogn'unu si cumpiaci, / Campari, benchì poveri, felici.

 E loro figghi, ca su soi sequaci / Nuddu a li soi cumandi cuntradici.

Christu, perchì di paci fu amaturi, / Vosi a lo sò culleggiu piscaturi .

 

Scomparsa l'originaria residenza del principe di Casalotto e modificate sostanzialmente le «Grotte di Ulisse», oggi è possibile osservare soltanto quella che fu la dimora della famiglia Marano. L'abitazione, a piano terra, ospitava la brigata della Guardia di Finanza, per cui lo scalo, di tanto in tanto, era teatro di una scena che incuriosiva non poco: l'arresto di qualche «bummàru»  che veniva condotto «in catenelle» alla brigata. Molti, pertanto, erano i curiosi che aspettavano (in silenzio) l'arrrivo del «carruzzuni», che doveva condurre in carcere il malcapitato pescatore. Tutti zitti, tranne due: «Tuccu» e «Smith», due cani che, come è comprensibile, abbaiavano senza tregua alla vista di quell'insolita scena.

Fino agli anni '50, nello spiazzo ancora oggi esistente nello scalo, aveva luogo il mercato del pesce, quasi esclusivamente azzurro.

Nelle serate estive, quando le barche erano in mare, la spiaggia era il luogo preferito dai ragazzi della borgata per giocare.

 Giochi semplici — fatti di povere cose — creati dagli stessi ragazzi, che nel gioco proiettavano tutta la loro energia creativa, e non erano (come lo sono oggi) i destinatari dei giochi inventati dai grandi. Vi si giocava, innanzitutto, con barche fatte da foglie di palma, pazientemente lavorate di temperino e armate di vele latine. Quando soffiava il vento di ponente le barchette venivano messe in mare dalla battigia e accompagnate fino al molo dagli sguardi attenti e trepidanti degli «armatori».

Se, per avventura, qualcuna di esse non era presente al traguardo, perché il vento ta spingeva fuori rotta, niente male; il cantiere navale era lì vicino: le «Grotte di Ulisse» erano piene di palme e un temperino lo si fregava dovunque. Ma non per questo non era deludente che il sogno di un giorno svanisse come un «castello di sabbia». Questo era dunque il quadro dell'allora «Scaru ranni».

_______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

 

Il giardino della chiesa di Santa Maria di Ognina su cui sorge la chiesa e l’antica torre saracena

 

Nel passato questa reliquia di giardino comprendeva una vasta campagna dove emergevano qua e là gli avanzi delle antiche vestigia del periodo classico come riferisce Adolfo Holm nella sua Catania Antica. Oggi in questo lembo di terra dove ancora si respira la storia, sorge la nostra vetusta chiesa, il cui anno di fondazione rimane tutt'ora sconosciuto, nel 1308 era già inserita nei tributari del Vaticano (rationes decimarum Italiae), la torre detta Saracena ma che è di epoca Normanno-Sveva imprecisata, come notizia certa abbiamo l'anno del suo crollo avvenuto in seguito al “terremotus magnus” del 1542, come riporta il notaio Merlino nella sua “cronaca siciliana del XVI secolo”, alcune suggestive norie di origine araba, purtroppo oggi di proprietà privata, un bel pozzo cisterna dove un tempo vi si convogliavano le acque piovane del tetto della chiesa come testimoniano tutt'ora alcuni tratti di antiche grondaie in terracotta presenti in sito.

 Dopo alcuni passi un altro antico misterioso pozzo nel quale trent'anni or sono infilai la testa all'interno della sua inboccatura, rimasi sorpreso nel vedere la costruzione di una scala in muratura che si inoltrava in profondità con andamento quasi a spirale, non riuscì più a vedere nulla perché al suo interno l’incuria dell'uomo durante il corso del tempo vi ha scaricato ogni sorta di rifiuti che l'hanno completamente riempito, l'ennesimo scempio. Passo ora a raccontare un evento avvenuto in questo luogo proprio in quell'anno 1542 del terremoto annota il Merlino che le scosse telluriche furono così forti e continue che si sparse tra la popolazione la psicosi della fine del mondo, accresciuta anche da una terribile grandinata che ruppe tutte le tegole della città.

Allora anche il senato prese una grande decisione, quella di liberare tutti i prigionieri delle carceri della città e così avvenne, però dice il Merlino, solo pochi non si “pottiru pruvvidiri” perché per le colpe di cui si erano macchiati non era il caso di liberarli neanche se era imminente la fine del mondo. Così per volere della “Gran Curti” furono rinchiusi nell’ecclesia di Santa Maria di Lognina che con la sua torre di guardia nella quale stanziavano i soldati ne garantiva la sicurezza. Avvenne la scossa finale che decimò la popolazione ma o perché antisismica o per vero miracolo la nostra primitiva chiesa non crollò e quelli che erano la feccia dell’umanità si salvarono tutti, purtroppo ancora oggi molti nostri concittadini discendono da quella “brava gente”.

-’40 anni fa ecco com’era il giardino della chiesa prima che per dirla con Adriano Celentano “il cemento ci chiudesse anche il naso”. Anche quel poco che ancora rimane per un tragico destino continua ancor’oggi sistematicamente ad essere sfregiato.

- Porto Ulisse (Jean Houel, Ermitage S.Pietro Burgo). Nel 1700 il giardino aveva due accessi dalla spiaggia.

Mario Strano

 

VAI ALLA PAGINA DI CATANIA FORTIFICATA

 

 

 

U SCARU NICU

Lasciato lo «Scaru ranni» e oltrepassata la «Punta ciaccata» (Punta spaccata: noto punto di transito di cefali di «grosso calibro», tra lo Yachting Club e l'ingresso dello Scalo piccolo.), ci avviciniamo ora al cosiddetto «Scaru nicu» (Scalo piccolo), un piccolissimo porto-rifugio naturale a ridosso della piazza Mancini Battaglia.

Un tempo lo ravvivavano solamente la chiesa parrocchiale di S. Euplio (con attigua una piccola edicola), due o tre botteghe di generi alimentari, una Delegazione di Spiaggia e un lido balneare, i quali, nel contempo, costituivano l'offerta turistica della borgata, negli anni che vanno dal '40 al '60.

Nel 1961, per far posto al contestato lungomare, che cancellò anni e anni di storia e mutò l'originaria fisionomia di Ognina, una delle vittime più illustri fu la chiesa di S. Euplio, la cui esistenza rimane solamente nella memoria dei non più giovani, che, cessata di essere sede di culto, la ricordano come «Sede dell'Azione Cattolica», con il teatrino, il ping-pong e uno stonato quanto utile pianoforte, a cui si avvicendavano incauti ed improvvisati strimpellatori.

 

U scaru nicu

 

In una piccola edicola attigua alla chiesa erano contenute un'immagine della Madonna di Valverde e delle lapidi, una delle quali recava la seguente iscrizione:

«Rispettata dalla infausta meteora del 7 ottobre 1884 ai precedenti la famiglia Mancini nuovi restauri nel 1865 aggiunse»

L'immagine della Madonna, risparmiata dal disastro del 1884 , è oggi esposta in un altarino, eretto nei pressi di piazza Mancini Battaglia, dove si legge: «Madonna / che mi aspetti / sulla strada / guidami sempre tu / ovunque io vada».

 Poco distante si apre lo «Scaru nicu», un porticciolo che, riparato com'è dal vento di scirocco e dai marosi, è da sempre il naturale rifugio delle barche di una parte della nostra marineria.

Fino agli anni '60 lo specchio di mare antistante al piccolo scalo era uno scenario aperto sulla pesca di molti tipi di pesce: cefali, triglie, orecchie marine (le spione del polipo) , seppie e persino acciughe, che si pescavano a pochi metri dalla riva.

Il mitico e celebrato golfo non era noto soltanto per la ricchezza della sua fauna ittica, ma anche per la suggestività della sua costa, che indusse non poche famiglie di nobili e di benestanti a stabilirvi la loro residenza: i Mancini, i Marano, i Bonajuto, i De Cristofaro, i Giarrusso, gli Alonzo, i Maiorana, i Bonaccorsi di Reburdone e Casalotto, ecc.

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

 

 

 

Lo scalo dell'Ognina alla fine degli anni '50.

 

Le barche posavano sulla spiaggia arenosa dov'era il regno da giuoco preferito da noi ragazzi. La foto ritrae tra gli altri Santo, Matteo, Paolo (detto Astrea) per citare quelli che non sono più. Nella seconda foto ecco come poco tempo dopo si presentava l'arenile, un cantiere che dava inizio allo sfregio e scempio del borgo più bello di Catania. In verità tutta quella pace idilliaca fu sconvolta in una notte d'estate; durante la guerra uno spaventoso bombardamento distrugge palazzo Reburdone, dove alloggiava il battaglione dei soldati italiani che riuscirono a scappare e morirono solo due dei nostri pescatori. Se il palazzo nobiliare non fosse crollato lo scempio di quell'offensivo ponte non sarebbe mai avvenuto. Avevo dieci anni quando seduto sugli scalini della chiesa, con la curiosità dei bambini assistevo in silenzio a quelle ferite che avrebbero per sempre trasformato Ognina. I ricordi da bambini a volte restano indelebili. Dai grandi fossati scavati nella sabbia per far posto alla pilastratura del ponte, le escavatrici portarono alla luce una gran quantità di scheletri umani che impressionavano per le loro straordinarie dimensioni (oggi ipotizzo che fosse gente nordica, forse normanna). Molti di questi si dissolvevano a contatto con l'aria, furono ritrovate preziose monete, elmi, pugnali e spade, numerose anfore che confermavano il nostro scalo come antichissimo approdo. La cosa eccezionale è che alcune "quartare" avevano ancora il sigillo di sughero e cera che chiudeva l'imboccatura del collo. Ricordo che gli scheletri furono prima ammassati nell'atrio del diroccato palazzo Reburdone per poi venir caricati su un grosso camion e nessuno seppe mai la loro destinazione (dov'era allora la soprintendenza?).

Mario Strano

 

 

U “SCIDDICU”

 

Con mio cugino ogni tanto andiamo a pescare (praticamente il nulla) nel golfo di Ognina. Soprattutto a traina, tecnica con la quale non siamo mai riusciti a far abboccare nemmeno un riccio Monaco.

Tuttavia non ci arrendiamo e, come tanti altri disperati, ogni domenica ci attrezziamo di buon mattino facendo la nostra prima sosta a Piazza Santa Maria della Guardia, per acquistare l'esca dalla Sig,ra Olga.

Con l’esca dal valore superiore al bottino finale, ci avviamo dove abbiamo "ottenuto", con fatica, un posto-barca presso u "Sciddicu" (lo scivolo) che, in sostanza, è ciò che rimane dell’antico “scaru nicu” (scalo piccolo) di Ognina, piccolissima darsena naturale a ridosso della piazza Mancini Battaglia, fra le papere che si rinfrescano marcate a vista da gatti pronti a cogliere al volo ogni loro passo falso.

Le acque antistanti sono ricche di Posidonia, pianta marina del Mediterraneo , polmone naturale del mare e autentica prateria sabbiosa regno di «mazzuni 'i rina»  e di «taccuni».

Una volta scalo di pescatori professionisti, oggi l’attività do “Sciddicu” è limitata al dolce approdo dei natanti da diporto.

Ma perché proprio lì? Infatti, nel litorale Catanese esistono porti più convenienti e organizzati, in cui devi solo scendere dall'auto, accendere il motore e salpare e mi riferisco ai porti privati Rossi, Riposto, Acitrezza, Brucoli, Porto di Catania, ecc.. Va bene, però non siamo allo Scivolo di Ognina dove, oltre al fatto di essere dentro la città, è tutta un’altra cosa.

Qui si fa a gara per …. soffrire. Dicono che certe donne siano affascinate dagli uomini stronzi e qui è esattamente così: si paga (se ti è consentito), alla fine della giornata non becchi nemmeno una sarda disperata e alla fine te ne torni a casa pure contento.

 

 

Vi chiedete se siamo pazzi? No. Lo può capire solo chi è nato o ha vissuto da queste parti. Sarà la mentalità della gente del luogo oppure prendere un caffè seduto su una panchina sotto i pini marittimi della piazza a contemplare quelle nuvole spruzzate a levante da panna rosa e celeste, che sembra il reparto Maternità del cielo. Tutto ciò fa bene alla salute, con una tabella anti-stress particolare: audio sulle storie di pescatori del luogo; immersione nei loro occhi increspati di lische e salsedine; visione di pomeriggi autunnali con una gamma multicolore che nessun pittore riuscirebbe mai a riprodurre.

Ma andiamo a vedere perché siamo anche così masochisti.

Prima di tutto l'organizzazione del famigerato "Yacting Club". Farebbe diventare verdi (e magari ne sarebbe felice) i capelli di un iper-efficiente “Lumbard” proprietario di un'imbarcazione ormeggiata al Lago di Garda. Loro sono in tre: l'anziano gestore Garozzo, uno degli ultimi mastri d'ascia catanesi,  il figlio e un aiutante.

Altrove si partirebbe in qualsiasi orario, ma qui allo Scivolo non lo saprai mai: è un optional. Se decidi per le sette del mattino, la previsione della partenza si estende in un arco di tempo che va dalle 6.45 alle 7.45. Prendere o lasciare! Un esempio? Se alle otto non li svegli a cannonate, anche con un forte caffè di Balsamo, non riescono assolutamente a connettere.... figuriamoci a muovere un dito.

Dopo un abbondante quarto d'ora in cui si sentono soltanto i nostri ripetuti sospiri di sollievo e le loro pessimistiche previsioni pronunciate a mezza voce (spiramu ca…. mah, oggi chiovi, ….bah.. chi avi stu muturi? …cu sapi ssi patti? …. ma a cima unni iè? ….. ca u Signuruzzi a mannassi bona, ecc. ecc. ecc), cominciano ad armeggiare su un carrello elevatore il cui peso netto è tragicamente inferiore a quello di tutta la ruggine che si porta addosso e che poggia (quando i freni funzionano) su una grande piattaforma ricoperta di melma e di quintali di alghe mai rimosse che hanno visto, loro sì, Ulisse.

Che divertimento il districarsi fino all'ormeggio in un girotondo fatto di secoli di ami, piombi, lenze! Alla fine della corsa, tonnellate di nafta oleosa intrisa in ogni falanga sotto le barche, lasciate lì da generazioni di pescatori e pronte a farti scivolare direttamente in acqua (anche per questo si chiama Scivolo?). Un luogo perfetto per disputarci l’indimenticabile "Giochi senza frontiere"

E adesso comincia il bello. Con noi sono stati sempre squisiti, disponibili e gentilissimi ma fra di loro cominciano ad imbeccarsi, a cominciare dal Capo che riprende gli altri due su come avvolgere le cime sotto la chiglia o come agganciare i grandi moschettoni sulla prua e sulla poppa. A vederli si potrebbe pensare "ma perché li sgrida così? forse saranno novelli e proprio oggi li sta istruendo?". No, no… lavorano con lui da una vita; il fatto è che, sistematicamente, lo spettacolo viene replicato e non è mai lo stesso, perché le quinte cambiano e i teloni si aprono diversamente ogni mattina.

 

 

Questi signori calano in acqua decine e decine di barche al giorno, ma ogni volta è sempre un'esperienza nuova, assolutamente diversa da quella dell'ultima volta. Cioè, se in un pontile di Portofino questa manovra sarebbe di una noia da far sbadigliare anche i pesci, qui diventa una sorta di avventura alla Indiana Jones. Insomma, è teatro. Teatro nostro!

A guardarla bene, la nostra barca sospesa in aria sembrerebbe proprio al sicuro. Noi la vediamo oscillare e saremmo pure tranquilli, considerata la consumata esperienza del personale del cantiere navale, peraltro certificata da centinaia e centinaia di approdi e partenze. Cosa potrebbe mai accadere? Niente!

E invece non è così, si rischia grosso! La fine della nostra tortura arriva dopo le spericolate manovre al cardiopalma con quella prua penzolante che sfiora altre imbarcazioni, paranchi, gru, pali della luce e diportisti di passaggio che gridano al miracolo per la scampata tragedia! Il natante viene finalmente poggiato a mare, continuando a dondolare paurosamente fra bestemmie, cazziatoni e i nostri cuori che palpitano a mille per l'ansia e la tensione accumulata.

Ma loro, gli addetti, sono ansiosi? Per niente! Continuano ad azzannarsi sui loro errori di valutazione come collegiali davanti ai rimproveri di un educatore e, soprattutto, come se quello fosse stato il primo varo della loro vita!

Qual è il colmo? Che in verità, in decenni di lavoro non hanno mai danneggiato nessun natante …. però se non fanno così non si divertono. Poveretti, sono catanesi, c'è da capirli. Come potrebbero passare una giornata intera in mezzo a vari schifosamente perfetti, con banalissime partenze e senza alcun imprevisto? E dove siamo, a Bellagio? Che piacere c’è?

Prima di partire c'è sempre la rete di un decennio fa che rimane impigliata fra le eliche. Con fatica riescono a toglierla e ci allontaniamo, già stanchi ma divertiti. Loro ci guardano, e sotto i baffi sorridono. Ci domandiamo se lo facciano apposta e se, in fondo, ci prendano per il culo.

Quando sul contagiri solleviamo a nord la lancetta, siamo già fuori dal porto e prendiamo il largo, scoprendo qual è l'altro motivo per cui si fa a gara per trovare un posto barca a Ognina. Col sole ad Est e il vento in faccia incrociamo i primi pescherecci che ritornano dalla pesca, accompagnati da balletti di affamati gabbiani il cui gracchiare si avverte a centinaia di metri, e che danzano su quel succulento sufflè a forma di stiva.

Più che il mare, lo spettacolo è quel che abbiamo davanti. Siamo già al lungomare, dedicato a due valorosi ammiragli aragonesi: Ruggero di Lauria e Artale Alagona, protagonisti di grandi battaglie durante la guerra del Vespro, fra le quali la più famosa è il cosiddetto "Scacco di Ognina". Vedere questa arteria dal mare è cosa ben diversa dal passeggiarci sopra. Da sopra nessuno potrà mai sapere quante e quali grotte esistono nella parte sottostante. La scogliera è nera, lucida, dura, irta, spigolosa e spumeggiante.

 

 

 

Alle nostre spalle, l'Etna comincia ad illuminarsi e a truccarsi. A quell'ora è ancora di colore rosa e improvvisamente ci presenta la sua stazza compresi vene, muscoli e nervature in tutto il loro splendore. Ragazzi, sono qui, dietro di voi: ci voltiamo e lei si staglia superba, immensa, dominante una città distesa sul mare e all'indietro allungata fino alle colline di San Gregorio, a terrazza. Dietro di esse il vulcano è in lontananza, enorme, e che proprio per questi avvallamenti e distanze offre una particolare sensazione ottica. Cioè, sembra che la visione di tutto l'insieme (montagna, colline e città) appaia in tre dimensioni. Uno spettacolo unico. Ecco perché sul lungomare, al mattino troviamo lussuosi yacht nella rada del golfo. Certamente uno sballo deve essere gettare l’ancora di notte, magari vedere il vulcano in eruzione; poi l’indomani a far colazione a bordo, davanti alla sua imponenza. Vengono apposta da ogni dove per provare questa sensazionee, e noi nemmeno ce ne accorgiamo.

Dal porto ci avviciniamo alla zona "Scogliera": u Unnazzu, u Monucu fra un branco di alici che cercano disperatamente di sfuggire ai tonni. Tentano di saltare in superficie, ma i voraci gabbiani sono già pronti a far loro la festa. Nessuna speranza, da sopra o da sotto sono già condannate.

Se perfino gli animali pescano in abbondanza, per noi non c'è niente: solo un polipo distratto che per sua disgrazia si è impigliato nei nostri ami, poi i soliti nsuragghi, le vope, i buddaci e niente più, nemmeno per farci un brodo. Fra la passerella delle grotte sotto Via Villini a Mare, passiamo davanti 'o Carabbineri" (zona chiamata così perché in passato esisteva una trattoria sulla cui insegna qualcuno aveva dipinto un carabiniere) per vedere se almeno qualche saraghetto depresso avesse mai deciso di farla finita!

Quando, alla fine, torniamo col magro bottino alla base siamo felici come se a bordo ci fosse una grossa cernia appena pescata. Noi ne siamo davvero convinti, noi la vediamo davvero perchè stregati dalle sirene e dai tritoni del golfo di Ognina.

Da sempre considerata la leggendaria scogliera su cui l'Odisseo approdò sospinto dal dio Eolo, io la chiamo la "vasca da bagno degli Dei", perché la immagino come la maga Circe che, trasformatasi in scogliera, ammalia chiunque passi dalle sue parti al punto di non fargli capire di stare a baciare le sue onde anzichè lei, fino a farlo annegare.

 

Mimmo Rapisarda, set 2011.

 

 

 

 

 

 

U SCOGGHIU JANCU (Lo scoglio bianco)

Poco più ad est dello «scugghittu» troviamo l'arcinoto «Scogghiu jancu» (Scoglio bianco), il cui nome deriva dai segni lasciati dall'attività dei marinai che, di notte, andavano a pesca con lampade ad acetilene: la cosiddetta «citulena», in uso fino a poco tempo fa anche tra i venditori di «calia e simenza»

 

.

L'acetilene è un gas incolore e inodoro, preparato con vari processi. Il più comune è quello che tratta il carburo di calcio con acqua. Il gas brucia con fiamma fuligginosa, lasciando come residuo un prodotto di color biancastro, chiamato «cabburru».

Tale residuo veniva, per consuetudine, depositato (e non buttato in mare) sempre sui medesimi scogli che, con l'andar del tempo, assumevano una colorazione biancastra.

Fino a poco tempo fa anche nel piccolo scalo ogninese era possibile osservare una grande quantità di «cabburru» sugli scogli al limitare del bagnasciuga.

Ma lo «Scoglio bianco» per eccellenza è quello che si osserva accanto alla «Costa Azzurra», anche se il suo colore bianco non è quello originario: mani riguardose — ma non della Scuola di Posillipo — lo hanno ricolorato per consentirgli di non perdere la sua caratteristica.

I PETRI JANCHI (Le pietre bianche) ovvero 'nta za' Razia 'a trizzota» .

Lasciato lo «Scoglio bianco», poco più verso est, troviamo ora una piccola cala denominata «'i Petri janchi», che vide il naufragio di un veliero che da Augusta trasportava (per le calcare vicine) proprio un carico di pietre bianche, usate nella fabbricazione della calce.

I vecchi marinai raccontano che il bastimento, all'approssimarsi dello scalo grande, venne investito da una tempesta di vento e di mare e, per la probabile rottura del timone, fu scarrocciato fin quasi dentro la cala; infine andò ad infrangersi contro uno scoglio all'ingresso dell'insenatura, capovolgendosi e perdendo quindi il suo carico.

Le pietre bianche, finché i marosi non le trascinarono altrove, rimasero sul fondo e dettero quindi il nome alla località.

In questo punto gli «occhi di rina» fanno oggi bella mostra di sé e, mentre costituiscono il regno dei «mazzuni», danno all'acqua una colorazione simile allo smeraldo. La piccola splendida cala è meglio conosciuta come «'nta za' Razia 'a trizzota» .

U SCOGGHIU DO BECCU (Lo scoglio del becco)

Esattamente al limitare della punta dell'«Acqua 'e palummi», troviamo ora uno scoglio sommerso che, comunemente, viene chiamato «Scogghiu d'u beccu».

Qui nello «Scogghiu d'u beccu», quando erano numerosi, venivano circuiti stendendo la rete tra la «Punta di l'acqua 'e palummi» e uno scoglio in mare non molto distante. Ma, data la presenza della sorgente del fiume Lòngane, succedeva talvolta che la rete (già calata) venisse spinta dalla corrente d'acqua dolce verso sud-est. Questa, contrastando con la rema «di faru» (discendente), faceva disporre, spingendola, la rete sul fondo in modo irregolare, dandole la forma di un gomito, detto dai marinai «agghicatura» o «beccu», termine che diede il nome allo scoglio sommerso. Ancora oggi viene fatto qualche tentativo di circuizione, ma quasi sempre con scarsi risultati.

 

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 I petri janchi, u scogghiu jancu, u scogghiu do beccu,

 

 

 

IL CULTO DEI PALIKI E LA SORGENTE DEL LONGANE. 

Al dio del fuoco erano accomunati i demoni Paliki suoi figli, nati dall'unione con l'Etna, i santi gemelli protettori degli oppressi, invocati dagli indigeni nella lotta contro i Greci invasori e poi contro i Romani dagli schiavi e dalle plebi. Nel sacro recinto i due numi davano rifugio ai perseguitati,  tutelavano la santità del giuramento e si invocava il loro aiuto nei tempi di carestia. In analogia con quanto avveniva nei Delli ribollenti di Naffia a Palika, nel tempio di Santa Sofia si praticava il culto ordalico, in cui le divinità ctonie infliggevano il castigo della cecità agli spergiuri (Diod. XI, 80) per virtù dell'acqua che zampillava da una fonte posta alla sorgente del Lòngane e che proprio da questo poggio dava corso al fiume che aveva foce nel golfo di Lògnina.

La qualità di «salvatori» dei due santi legati ai fenomeni lavici ha finito col generare la mitica impresa dei Pii fratres dando concretezza al mito riguardante un miracolo operato nella gioventù della loro vita terrena. Col propagarsi della leggenda dai Siculi ai Sicelioti anche i loro nomi cambiarono, emigrando da una contrada ad un'altra, e nomi diversi finirono con l'assumere a Siracusa e altri ancora in altri luoghi dell'Isola.

 

 Narra la leggenda che nel corso di un'eruzione dell'Etna, verificatasi in epoca arcaica, forse quella del 693 a.C. che aprì una bocca nel Campus Piorum a nord ovest di Catania, i pii fratelli Anfinomo e Anapia trassero in salvo i propri genitori portandoli sulle spalle attraverso la colata lavica che, al loro passaggio, si apriva creando un corridoio. La venerazione che essi godettero a Catania e la loro effige impressa nelle monete, dimostra e conferma il culto dei Paliki presso gli Etnei, potendosi supporre che il cosiddetto Campus Piorum altro non fosse che il recinto sacro del santuario di Adranos, dove non è da escludere del tutto che abbia potuto accogliere un cippo, dai sacerdoti mostrato come luogo di sepoltura dei Fratres. Nel toponimo campiu, dato dal volgo al colle di Cifali fino a pochi anni addietro, fusione dialettale di Campus Piorum, trova conferma la tradizione sacrale del luogo, quantunque nella memoria popolare se ne sia perduto il reale riferimento.  

 

Più tardi i Siceliotí finirono con l'assimilare Adranos con il loro dio del fuoco Hephaistas, il quale si manifestava presso i vulcani, protettore di tutte le artì meccaniche e di quelle che avevano nel fuoco il loro elemento base. L'artefice insigne, «maestro ai mortali, che prima entro spelonche, a guisa di fiere vivevan pei monti», come recita l'inno omerico, aveva sede abituale nell'Etna, ove insieme con lui lavoravano i Ciclopi. A causa dell'efficacia che il vulcano ha sulla fertilità dei terreni circostanti, in gran parte coltivati a vigneto, veniva associato a Dionisio, dio del vino. Sicché alle orge erotiche connesse con i misteri della metallurgia, in cui veniva eseguita la danza  zoppicante della pernice in onore del dio Hephaistas zoppo, s'abbinavano i baccanali dionisiaci per affermare la superiorità del vino inebriante sopra ogni altra bevanda. Euripide ricorda come in onore di Hephaistas si celebrassero gare podistiche con fiaccola in mano; manifestazione che si ritrova nella festa di sant'Alfio nel centro vinicolo etneo di Trecastagni, dove nella corsa dei nudi che recano torce al santuario dei tre martiri è da rintracciare un frammento dell'antica sagra della vendemmia così come la solennizzavano i coltivatori sicelioti. Del resto glì stessi miracolosi santi patroni sembrerebbero essere una trasposizione cristiana dei Paliki, giacché l'autenticità del terzo, san Filadelfio, non va immune da gravi sospetti, avendo egli tutta l'apparenza di un epiteto trasformatosi in persona. Né diversa origine hanno Gisliberto e Goselino, gli armigeri bizantini che compirono l'impresa santa del trafugamento delle reliquie di sant'Agata, portandole da Costantinopoli a Catania.  

In occasione dei baccanali ad Hephaistas, le vendemmiatrici siceliote accompagnavano il ritmo cadenzato dei pigiatori con movimenti frenetici della persona e urla sfrenate. I vignaioli col viso imbrattato di mosto e celato sotto maschere grottesche, inscenavano rustiche rappresentazioni cantando inni in onore del dio. Sulle vigne e nei palmenti spesso si disputava il cottabo, consistente nel lanciare in aria il vino da un boccale a facendolo ricadere nello stesso recipiente. In epoca alessandrina la comunità isiaca di Catania al seguito della principessa Teoxena, solennizzava i riti metallurgici sostituendo ad Hephaistas il dio egizio Ptah, creatore ed artista,patrono degli operai e degli artigiani. Un frammento marmoreo di naoforo d'epoca romana, rinvenuto anticamente in città, ne conferma il culto e le solennità.   (Luccjo Cammarata)

 

le fonti provengono da  "Ognina", di Padre Mariano Foti; "Dal Simeto all'Alcantara - Le coste catanesi" - Tringale Editore; "Vecchie foto di Catania" - vol. I e II - Salvatore Nicolosi - Greco Editore e Tringale editore; "Miti e Leggende di Sicilia" di Salvino Greco e Dario Flaccovio Editore; 

 

 

 

Piazza Mancini Battaglia e, a destra, la spiaggetta in sabbia (risparmiata dall'Etna) chiamata "A secunna rina"

 

 

  

L'ACQUA E PALUMMI (L'acqua delle colombe) o FICUZZA

Navigando ancora per qualche centinaio di metri più ad est, facciamo la conoscenza della cosiddetta «Acqua 'e palummi» o «Ficuzza».

 Anche qui il fiume Lòngane fa la sua apparizione in una delle tante sorgenti, posta proprio sotto un fico selvatico.

Questa piccola insenatura fu in passato un punto di riferimento, sia per i colombi che vi si dissetavano, sia per gli antichi velieri che dovevano provvedere al rifornimento di acqua potabile, indispensabile per la prosecuzione del viaggio.

Anche i pescatori, stanchi e assetati, vi trovavano ristoro nelle infuocate giornate estive, bevendone avidamente un sorso dietro l'altro. Non sappiamo se oggi sia possibile fare altrettanto, visto che la protervia dei palazzinari ha trasformato la collina sovrastante il golfo in una vera e propria selva di palazzi e palazzine, i cui scarichi potrebbero non solo sferzare il mare di Porto Ulisse, ma mettergli persino i ceppi.

In questa caletta il mare è sempre calmo e trasparente; le sue acque sono tanto gelide che il primo «assaggio» lascia senza fiato.

Sottocosta il mare è profondo appena qualche metro, ma, se ci si allontana un po', diventa profondo; lì il colore cristallino delle sue acque consente di ammirare l'inizio di una vasta prateria di Posidonia, il cosiddetto «orru».

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

L'acqua 'e palummi

 

 

Sullo sfondo la scogliera conosciuta ai più come "a ficuzza", si nota la macchia verdeggiante di fico che da tempo immemorabile si rinnova ogni anno in primavera. Gli scogli sottostanti sono bagnati dall'antichissima sorgente "acqua 'e palummi" ( acqua delle colombe), termine tutt'oggi usato dai pescatori ogninesi ed è rimasto invariato sin dal '500 come riporta Antonio Filoteo degli Omodei nella sua "storia di Sicilia". Sulla storica fonte fu costruita la suggestiva tondeggiante "noria" d'importazione araba che ai tempi del rigoglioso uliveto dei Francica Nava ne forniva l'acqua. L'uliveto scomparve nel dopoguerra in seguito alla sciagurata speculazione edilizia moderna. Retrostante  l'antica "noria" spicca dell'antico giallo siciliano la villa Ulisse, proprietà della storica famiglia Nava ( la più antica della scogliera dopo villa Mancini). La citata fonte che anticamente era visibile affiorante dal mare oggi non lo è più, inquanto la falda acquiefera si è abbassata, ma rimane sempre presente segnalata dalla grande quantità d'acqua dolce tutt'intorno. Nel 1541, in seguito ad un triste avvenimento, "l'acqua 'e palummi" ebbe grande risonanza e commosse la città. Ciò che accadde lo annota il Notaio Merlino nella sua "cronaca Siciliana del XVI secolo", era il venerdì del 15 di gennaio del 1541, giorno del battesimo del Signore. Riporto di seguito il riassunto dell'antica cronaca. Molta gente di bassa condizione con le loro mogli e figli si partirono dalla città di Catania per andare a spasso a Santa Maria di Lognina, come sogliono fare molti cittadini, fecero grandi preparativi per il pranzo e con gran piacere e festanti si recarono a piedi verso Lognina "con tamburelli, tamburina et canzuni", fecero festa lungo il cammino. Arrivati alla meta dopo aver mangiato l'allegra comitiva, come istigata dal diavolo che voleva funestare quel lieto giorno, venne a tutti il desiderio di andare per mare alla fontana di l'acqua "di li palummi", imbarcatisi circa in trenta persone fra donne e "picchiulilli" su una "sconsolata varchitta" con uno mal pratico che li guidava, dimenticarono pure di mettere il "rumbulu" (il tappo?). Arrivati a circa "dui oy tri canni luntani dalla playa", la gente non stava quieta e accorgendosi che la barca imbarcava acqua, incominciarono a gridare spaventati. Le donne per paura si misero "tucti alla banda et comu volsi la loro mala fortuna la varca abuccao", tutti caddero in acqua e sedici persone annegarono "infra donne et pichiulilli". Il resto si salvò, soccorsi da certi "marinari" i quali recuperati tutti i cadaveri li disposero sulla "playa", a "vidiri" soprattutto i bambini annegati ci fu grande dolore e pietà. Il pianto fu immenso anche fra le persone che non si erano imbarcate. Arrivata la notizia in città tutti "curriano" a vedere, una madre annegò con tutti i figli. "Restavo la gitati in grande parlamento et pietati".

(È notizia interessante che nel '500 con il termine "plaja" si indicava anche la scogliera).

Mario Strano

 

 

U BIVERI (Il biviere)

Questo è un antico vivaio d'acqua dolce, costruito all'interno della villa che fu la dimora della baronessa Dorotea Scammacca della Bruca, adesso dei Baroni Bonajuto. Il suo emissario è una sorgente del fiume Lòngane che, secondo certe fonti storiche, ancor prima che venisse coperto dalle coltri laviche, doveva avere la sua ampia foce nel tratto di scogliera che corona il mare di Ognina.

Trattasi, comunque, di una scaturigine naturale di acque di una falda sottostante; per essere, però, del tutto certi che le acque del Biviere siano proprio quelle del fiume Lòngane, è necessaria una conferma scientifica, attraverso studi. geochimico-isotopici.

In ogni caso il fatto che trattasi del letto di un fiume è confermato anche dai numerosi pozzi che si trovano nella zona e dalle innumerevoli tracce di sbocchi in mare di acqua dolce, come peraltro già testimoniato dal Casagrandi nella Pistrice sul tetradramma aureo di Catania:

 

  «Sulla collina circolare soprastante, percorsa ora dalla strada provinciale dalla Guardia al Rotolo, doveva sorgere il sobborgo Lòngane e il santuario di Athena e per la valle retrostante ad ovest, che a poco a poco fu invasa dalle seguenti lave, doveva scorrere l'omonimo fiume, le cui acque si incontrano nei pozzi scavati nelle lave lungo il suo percorso a monte in direzione della collina di S. Sofia sopra Cibali. La quale collina come in tutti i tempi servì di spartilave, così sempre di spartiacque, per l'Amenano ad ovest, per il Lòngane ad est della città. Come le lave discese alla marina ad est furono le prime, così il fiume orientale sparì per primo sotto le lave che ne velarono e deviarono il corso in cento rivoli, l'ultimo dei quali rimasto all'aperto dev'essere sparito del tutto con la invasione del 1381. Le sue acque dovevano essere molto abbondanti se si giudica dalle cento sue correnti che tuttora per via sottolaviche raggiungono il mare...».

 

_______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

L'assalto alla diligenza e il Biviere

Tra il 1900 e il 1901 Ognina subiva la corsa per l'accaparramento dei terreni da parte sei signori dell'epoca, che a loro piacimento sceglievano il luogo dove costruire la loro dimora. Il principe Reburdone costruisce il suo regale palazzo direttamente sulla bassa scogliera sabbiosa proprio alla radice dell'ottocentesco molo, allora unico riparo per le barche a remi. I baroni Bonajuto sulla loro suggestiva casa terrana costruivano il primo piano mettendosi in disputa col principe, il quale si vedeva privare parte della vista mare che si godeva dalla sua ampia terrazza balaustrata.

All'interno della storica villa Bonajuto al centro del giardino vi è il cosiddetto "biviere", una piscina naturale comunicante sotterraneamente col mare, dove le dolci acque dell'antico fiume Longone si mescolano con le acque salse del nostro mare. La famiglia Coco si legava direttamente alla parete della seicentesca chiesa, soffocando completamente la torre saracena, tappando così anche l'antichissimo giardino della chiesa che prospettava sul mare (come si può vedere nel dipinto Jean Ouel).

Dell'antico portico che fiancheggiava la chiesa abbiamo la descrizione che ci dà Saverio Fiducia nelle sue "Passeggiate sentimentali". Egli annota "è notevole un portico a quattro luci dove i pescatori vi si riuniscono per imprecare contro il tempo durante i giorni di avversità metereologiche" continua, "oggi stanno chiudendo gli archi con delle pareti per costruire una casa abusiva" (evidentemente al curato non interessava un fico secco). E per chiudere in bellezza si costruiva palazzo Marano direttamente sulla sabbia (oggi lussuosa boutique di abiti da sposa).

I Marano furono protagonisti nel 1889 di un lodevole gesto, dopo che un incendio aveva distrutto la medievale statua della nostra Madonna. Don Pietro, capostipite della famiglia, si recò personale a Parigi per ordinare alla raffinata ditta dei fratelli Delin l'acquisto dell'attuale pregevole statua (questa storia l'abbiamo già raccontata nell'opuscolo della chiesa). Alla moglie di Don Pietro, il popolo aveva dato il soprannome di "a patria" perché ritenuta rigorosa e potente. Possedevano raffinerie di zolfo, una delle primissime case cinematografiche e i venditori ambulanti "vanniavano" per strada "u pitroliu di don pitrinu a dodici sordi o litru". Come raccontano gli anziani don Pietro era uomo libertino e dopo aver sperperato il patrimonio con le donne emigrò assieme alla moglie e alla sorella nubile "Nedda" in America e da allora non se ne seppe più nulla. Gli anni 60 segnarono la vera devastazione della borgata marinara. Il verde cedette il suo fascino ai quartieri residenziali, e la spiaggetta divenne un ricettacolo di rifiuti.

Nella foto il "biviere" e, affacciata alla finestra, la baronessa Dorotea della Bruca che con grande signorilità mi accompagnò durante la mia visita alla sua casa trantanni fa.

Mario Strano

 

 

 

OGNINESI D.O.C.

IL BARONE BONAJUTO MARIO STRANO

 

 

 

 

 

 

 

“Feudo Grande” a Ognina

Uno degli avanzi storici più antichi di Ognina è la cosiddetta badia delle monache sita in via Feudo Grande. Sopravissuta al terremoto del 1693, oggi per l’incuria delle autorità preposte e il vandalismo da parte dei moderni barbari, giace in stato di abbandono e massimo degrado. Dei ruderi rimasti è notevole il portale d’ingresso con i merli di antica architettura militare e l’attigua chiesetta, alla cui porta recentemente è stato accostato un cassonetto dei rifiuti al quale i vandali hanno dato fuoco, la fiamma ardente ha gravemente danneggiato gli stipiti in pietra calcarea della porta. L’antico edificio nato come struttura militale nel XII secolo, come testimoniava la data incisa nello stemma che campeggiava sopra l’arco del portale dove gli anziani abitanti del luogo da me consultati ricordavano le prime due cifre segnanti il millecento, la terza cifra non decifrabile e infine il sette come ultima.

Lo stemma come hanno affermato i testimoni oculari, recava scolpito un ostensorio sormontato da un cappello cardinalizio, negli anni 40’ del secolo scorso i proprietari dell’edificio asportarono lo stemma trasferendolo al nord Italia, l’impronta della sua collocazione è ancora visibile, rattoppata dal moderno intonaco.

Presumibilmente nel XVI secolo l’antica struttura fu trasformata in badia di monache, la cui regola di appartenenza rimane tutt’ora sconosciuta.

Il convento restò in attività fino agli inizi del ‘900, e in quel periodo ebbe origine la leggenda di una “truvatura” raccontata fino ai giorni nostri. Si narra che una monaca della badia scendeva ogni mattina per la trazzera che conduceva fino al piccolo borgo marinaro, per recarsi nelle sciare del “locu” a quel tempo tutta scabra e impervia scogliera dove predominava la vegetazione del fico d’india; la monaca sistemava le pale all’interno della sua cesta, che poi raggiunta la badia diventavano pasto per le loro capre. Ma una mattina la religiosa dovette ricorrere all’aiuto di un pescatore del luogo, lo “zio Cicco” affinché l’aiutasse per il trasporto di quel pesante fardello, il pover’uomo caricata la cesta sulle spalle si insospettì per quel peso esagerato.

La conferma che ciò che trasportava non erano solo pale l’ebbe durante il tragitto, quando da una crepa sul fondo della cesta caddero alcune monete d’oro che prontamente raccolte dall’uomo rifurono furiosamente strappate a forza dalla monaca che inveì con terribili minacce verbali, le quali inebetirono il poco coraggioso “zio Cicco”, ma il segreto della “truvatura” scoperta nelle grotte del ”locu” da quel giorno cominciò a diffondersi.

Quelli erano tempi in cui le truvature vere o false erano numerose. A questa leggenda si lega un altro evento misterioso non leggendario ma vero, verificatosi durante la seconda guerra mondiale. Con l’estinguersi delle ultime monache la badia cadde nell’oblio e nell’abbandono, tranne un breve periodo quando le truppe degli alleati vi si installarono come luogo strategico d’osservazione durante questa permanenza non sappiamo cosa portò i militari a scavare sotto il pavimento della chiesetta, dove furono riesumate numerose salme che come raccontano i testimoni oculari, molti scheletri indossavano ancora l’abito monacale. Dopo aver riposto quei pietosi resti in numerose bare, una lunga fila di muli con il loro macabro carico fu vista scendere lungo la trazzera: quelle bare contenevano solo scheletri? Nessuno seppe mai la loro destinazione né cosa cercassero i militari, forse qualcuno li aveva informati sulla “truvatura”? Nel secolo scorso fu asportata l’artistica croce in pietra bianca murata sopra l’architrave della porta della chiesetta adattando la stessa come casa di civile abitazione.

Nel vasto cortile interno dell’antica badia è visibile pressoché intatto il pozzo, contornato da quattro caratteristici pilastri, ambienti monacali, un suggestivo bagno dell’epoca e antiche vasche in terra cotta utilizzate per i lavori cui si dedicavano le monache delle quali ancor’oggi non sappiamo quasi nulla. I pochi reperti storici che i secoli hanno risparmiato gli uomini continuano inesorabilmente a cancellarli.

Mario Strano

 

 

 

 navigando a nord est

 

 

U CARRUBBINERI .Dalla «Ficuzza» comincia il cosiddetto «Carrubbineri» o «Acqua 'e casci»: un tratto di scogliera che si estende fino allo scoglio chiamato «Unnazzu». Il nome del luogo, così caratteristico e noto, si dice che origini dalla presenza in tempi lontani di una bettola gestita da un carabiniere in pensione. Un'altra tesi lo vuole derivato dall'insegna della «putia», su cui era raffigurato un carabiniere.

Noi, però, propendiamo per la prima ipotesi, giacché ci sembra inverosimile il riferimento alla figura di un carabiniere, quando il meglio delle insegne di quei tempi era un fascio d'erba secca appeso al muro della bottega.

 

 

Della bettola non si hanno notizie precise. Si dà per certa la sua prima collocazione al limite ovest della via Acque casse, proprio all'inizio; in seguito, spostata dal luogo in cui sorgeva, venne aperta più avanti e chiamata «'a putia d'u zu' Fulumenu», dal nome del gestore.

Il «Carabiniere», fino alla fine degli anni '50, era la meta preferita dai catanesi per le loro gite, non solo per la bellezza del posto, ma anche perché il tram vi giungeva a poca distanza.

In tal modo nei giorni di S. Stefano, di Pasquetta e ogni 1° maggio il luogo era affollatissimo di gente che faceva tutt'uno con gli scogli. E i gitanti, provvisti di pesce d'uovo, lattuga, «luppini», «màuru» , «curaddina»  e dell'immancabile limone, vi facevano la più classica delle scampagnate. E se poi, dopo aver mangiato e bevuto, ci si voleva deliziare, c'erano pure i «cocchieri» che proponevano piacevoli gite in barca, accompagnate dalle allegre cantate di improvvisati cantastorie: Canta Ognina bedda 'nzemi a mia tutti li pisciteddi di lu to mari,  ca sutta di 'sta luna spicchiulia 'nzemi a lu cantu di li marinari,  ca pìscunu cantannu canzuneddi di' pisci ca tu teni li cchiu beddi.  Ppi opi e munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e pateddi di tutti si' riggina. Puri ppi saddi frischi e masculini, c'a tutti ni pò dari senza fini.

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

Il primo maggio ad Ognina.

 Gli anni 50 erano tempi di povertà ed erano pochi quelli che potevano permettersi l'automobile per usarla in occasione di scampagnate per festività come Pasquetta o primo Maggio scegliendo mete come l'Etna o i paesini della costa ionica.

Pertanto esclusi i pochi privilegiati, il resto si adattava a scegliere mete più a portata di mano,tra le quali molto preferita la scogliera lavica di Catania che adesso è delineata dal tracciato della litoranea,allora inesistente.

La zona di Ognina veniva poi letteralmente presa d'assalto dai festaioli che praticamente occupavano ogni angolo libero in un clima di promiscuità, nell'intrecciarsi dei vocii di mogli, mariti e figli tutti tesi a trovare una sistemazione stabile, nel precario equilibrio offerto dalle lave scabrose, per consumare all'aria aperta i pasti già rigorosamente preparati a casa.

L'ingrediente principale,il condimento per eccellenza per i cibi veniva fornito dal mare con quell'odore salmastro che sapeva di alghe e "mauru",che era un vero e proprio profumo e un balsamo per le vie aeree,oggi purtroppo sparito del tutto.

Mario Serone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

U Carabbineri

 

UNNAZZU (Il grande meandro). Lasciando il «Carabiniere» e proseguendo il nostro viaggio verso est incontriamo, a poca distanza, una punta di scoglio chiamata «Unnazzu», che in effetti è un piccolo promontorio, che per circa sessanta metri si estende in mare con andamento meandrico fortemente accentuato. La qualcosa avrebbe originato la denominazione dialettale, che deriverebbe dal nome di un antico ristagno d'acqua dalla caratteristica forma meandrica: il lago Gurnazza (dial. Urnazza), che «apparirebbe quale probabile relitto di un vecchio tronco abbandonato del Simeto» .

Alla base del promontorio — lato terra — sorgeva negli anni '50-60 un locale da ballo, che oggi definiremmo esclusivo: Villa Cardi, dove l'atmosfera un po' ovattata, l'eleganza e il profumo del mare erano intensi ed inebrianti.

L'orchestra che allietava le serate era quella del «Complesso Zoffoli», che veniva magnificata da una singolare forma di pubblicità: una barca-balena che, con deprimente monotonia, andava ripetendo attraverso un altoparlante: «Tra Scilla e Cariddi... il nuovo mezzo di propaganda vi attende... Qui la balena parlante... Tutte le sere danzerete sul mare... Tutte le sere a Villa Cardi, con Zoffoli e il suo complesso, canta Paolo Duel... Tutte le sere a Villa Cardi...».

 

  

 

Il mare, all'interno della piccola insenatura su cui si affacciava Villa Cardi, era noto ai marinai per la quasi costante presenza di branchi di grosse ricciole, di cui il compianto «fiscinaru»  «Turi scoccia» era grande cacciatore. Ma pur nella sua maestria si vedeva talvolta sfuggire il branco, dopo aver fiocinato qualche esemplare, non quando i pesci si dileguavano nelle direzioni abituali e obbligate — dove sarebbero stati scovati comunque —, ma quando attraverso un passaggio sottoflutto se la svignavano al di là della cala, facendo all'infallibile «fiscinaru» tanto di marameo!

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

Unnazzu (Il grande Meandro)

 

 

U MONUCU. Una rupe, alla punta estrema del golfo di Ognina, il cosiddetto «Mònucu». Qui le onde producono i loro effetti più spettacolari e paurosi, essendo il «Mònucu», per configurazione geografica del golfo, uno dei luoghi più esposti alle massime traversie dei venti sciroccali. Perché, secondo Plinio, «Austro  maiores fluctus eduntur, quam Aquilone : quoniam Me infernus ex imo maris spirai, hic summo», cioè i venti meridionali sollevano onde di maggiore altezza rispetto ai venti settentrionali, in quanto le agitazioni provengono da maggiori profondità marine.

Il posto, di cui parliamo, viene chiamato «Mònucu», sia perché la parte terminale di un suo piccolo promontorio sembra richiamare la forma del cappuccio del saio di un frate francescano, sia perché lo spiovente di Villa Pàncari ricorda il copricapo dell'abito di un frate domenicano.

In una piccola insenatura di questo luogo, proprio come nella descrizione omerica citata, gli sprazzi vanno tanto in alto da minacciare persino la stessa Villa Pàncari.

 _______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

a casa do Monucu (Villa Pancari - Arch. Paolo Lanzerotti)

  

 A QUARTARARA (La casa del vasellame)

Località che, per l'influenza dei venti e dei marosi dominanti, sembra essere stata la più temibile per la navigazione antica: la «Quartarara».

Per parlarne prendiamo a prestito quanto ebbe a dire Lionardo Vigo a proposito del golfo di Catania: «Agitato da vortici e fili-reflui perenni di forza prodigiosa [...] talché se viene colto da burrasca un bastimento [...] oppure cade sottovento [...] di necessità deve affodare o infrangersi».

Certamente quanto diceva il Vigo non trova più riscontro nella realtà odierna, dato che il trasporto delle merci viene fatto a mezzo di modernissime navi, ma, quando i prodotti venivano trasportati da bastimenti a vela, non era infrequente che qualche veliero, sorpreso da forte burrasca, finisse sugli scogli per l'impossibilità di poter veleggiare, stringendo il vento, e di governare la rotta. E molti bastimenti, dovendo fare i conti con l'asprezza del mare e della costa, praticamente priva di ridossi naturali e sicuri, vi fecero sicuramente naufragio. Ne sono una testimonianza le anfore, i resti di vasellame, i manufatti di varia natura che sono stati ritrovati sul fondo del mare.

Era questo infatti uno dei tanti luoghi di transito degli antichi velieri, che trasportavano il bendidio prodotto dai terreni della Piana di Catania, la cui mirabile feracità, secondo l'opinione degli Antichi, era attribuibile alle ceneri vulcaniche dell'Etna.

La località appena visitata trae il suo nome dalle antiche e preziose anfore ritrovate impigliate nelle reti, o cercate di proposito, e chiamate dai marinai «quartari» .

 

_______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

 la zona della Quartarara

 

 

 

I VASCIULIDDI (Le basse scogliere)

Superata la «Quartarara» proseguiamo ancora più verso nord, fermandoci davanti ad una lingua di scogli bassi, protesi in mare, chiamati «Vasciuliddi».

La loro caratteristica strutturale non avrebbe rilevanza alcuna se, proprio per la loro conformazione, non avessero consentito in tempi non lontani di farvi le classiche e chiassose scampagnate, che i meno spericolati facevano, invece, al «Carabiniere».

Il pranzo era sempre lo stesso: pesce d'uovo, lattuga (talvolta fregata negli orti adiacenti), «luppini» e, da bere, le famose «sciampagnette» .

Diverse erano, invece, le peripezie per poter raggiungere il luogo: dopo aver superato mille difficoltà e doppiato «'u puzzu d'a 'gna Maruzza», i salti tra gli scogli, per poter raggiungere il mare, erano di assoluto rigore.

Aggirato ogni genere di ostacolo poi, in compagnia di patelle e di piccoli Pau Amma, si poteva respirare l'odore di festa e di zagara dei giardini circostanti, dove gli aranci si mescolavano ai fichi, i pini ai mandorli e alle magnolie.

_______________________________________________________________________________

parzialmente tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - edizioni Greco in Catania

 

 

Già subito dopo il Bellatrix è Cannizzaro ,dunque Comune di Acicastello.La foto dovrebbe esattamente mostrare la scogliera sopra il punto denominato "Ruttazze" per via degli anfratti e grotte esistenti giù in mare(circa quattro come numero). Bellissime e da esplorare via mare.

Quando non esisteva la Via della Scogliera attuale, il punto  era denominato i "I Vasciuliddi" e si raggiungeva solamente a piedi. Non esistevano il Bellatrix,il Selene,il Club della Stampa,e via di seguito,sino all'Esagono,lo Sheraton ecc. Oppure entrando da Acicastello,la prima traversa A DESTRA, SI POTEVA TORNARE INDIETRO VERSO CATANIA,MA ATTRAVERSANDO LE CAMPAGNE.

 

I Vasciuliddi

 

Adesso dopo anni di vicende giudiziarie,pare per un Principio di Diritto Perfetto,hanno riconosciuto il lato destro dell'attuale carreggiata,versante mare,proprietà privata, perchè ne era tale da oltre un secolo,appartenenti a benestanti famiglie dell'epoca,e quindi gli consentono la chiusura,recinzione attenta......proibendo di fatto anche la visuale di eccezionali panorami al viandante,al cittadino,al turista che ignari di tali tortuose vicende ne pagano le conseguenze.Di fatto su questo lato esiste soltanto la maestosa Villa Manganelli o " A villa do' Principi",dopo l'Acquarius,anch'essa nascosta da vegetazione e recinzione,ma visibile soltanto dal mare. La zona ed il tratto di mare sottostante viene ancora chiamata " a sicca do' Principi"........Tant'è.

Piero Privitera.

 

I scogghi 'i papira

 

 

GUARDA GLI SCOGLI DI OGNINA DAL DRONE, IN 4K

 

 

 

 

 

 

Ricorda un illustre ogninese (l'ing. Agatino D'Arrigo): «Nella memoranda mareggiata di E-SE, imperversata a Catania il 15 dicembre 1881, l'ing. Enrico Simoncini, direttore dei lavori di quel Porto, dalle reiterate osservazioni sulla escursione verticale di una boa luminosa, ormeggiata al largo della testata della difesa foranea, aveva misurato un'altezza d'onda di 14 metri»

Il verificarsi di eventi di simile portata è dovuto al fatto che il golfo di Catania, in ragione della sua posizione geografica, subisce la massima traversia del vento sciroccale che il Sommo Poeta ricorda in una terzina del Paradiso (VIII, 67-69):

 

E la bella Trinacria che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra il golfo

che riceve da Euro maggior briga.

 

 

Poiché sappiamo, per esperienza, che i getti alla riva, che si succedono durante una mareggiata, non hanno tutti uguale escursione d'ampiezza, e che i maggiori si ripetono con una qual certa periodicità, l'onda osservata dall'ing. Simoncini sarebbe stata la decima, o fluctus decumanus (decima unda) dei Romani.

A quanto annotato dal D'Arrigo dobbiamo aggiungere quel che fu osservato durante la catastrofica mareggiata dei giorni 31 dicembre 1972 - 1 gennaio 1973: le onde gigantesche, anche se non misurate, dovettero avere una più grande escursione d'ampiezza di quelle osservate dal Simoncini, poiché riuscirono ad asportare cento metri circa di molo foraneo, peraltro costruito a pareti paraboliche, del porto di Catania

A proposito di grandi mareggiate, narrano i vecchi pescatori ogninesi, che, durante una tempesta di straordinaria violenza, il mare, oltre a raggiungere il sagrato della Chiesa della "Bammina" (S. Maria in Ognina), mise in pericolo persino le abitazioni di via dei Conzari. Allora i marinai, con la consueta fede, ricorsero al parroco e lo convinsero ad "uscire" la Madonna affinché Ella scongiurasse una tale minaccia.

Ed invero, "uscita" che fu la Sacra Effigie, il mare cominciò a placarsi, fino a calmarsi definitivamente qualche giorno dopo.

 

_____________________

tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

 

Un museo del mare sempre più famoso Mare in Italy ha scoperto ad Ognina (Ct.) il meraviglioso “Museo del Mare“ antico scalo marittimo di Catania detto anche il “Porto di Ulisse” rimasto sommerso nel 1381 da una tremenda colata lavica.

Il Museo è diviso in varie sezioni tutte molto interessanti, si inizia con la parte archeologica comprendente reperti di una nave romana naufragata nella zona di mare prospiciente Ognina, per proseguire poi visitando la parte in cui sono esposti attrezzi tipici della pesca, donazioni dei pescatori locali, per finire con la sezione nella quale si trovano reperti naturalistici.

Il bilancio dei primi tre anni di vita del museo e le intenzioni per i prossimi anni sono stati illustrati dal Sindaco Umberto Scapagnini e dagli assessori al Commercio e Turismo ma in particolar modo da chi ha fortemente voluto questa interessante struttura, padre Antonio Fallico e i responsabili dell’Associazione S. Maria di Ognina.

L’intenzione, è stato ribadito, è quella di fare del museo un importante strumento di apprendimento utile a tutte le fasce di età e cultura nonché naturalmente grande attrazione per tutti gli amanti del mare, facendo uso anche di tecnologie multimediali che riproducano l’ambiente marino reale.

Altro proposito è quello di incontrare alunni e fargli conoscere il fascino dell’ambiente marino sia con la visita al museo sia direttamente con uscite in barca.

Il sindaco ha anche riferito di un piano per la realizzazione di un Parco del Mare, una specie di acquario gigante di cui la parte formativa sarebbe ospitata nel Museo di Ognina. (Luca Coccia)

Di recente in una grotta spagnola, chiamata Gran Dolina, sono stati scoperti dei reperti che, studiati, hanno portato il paleontologo Eduard Carbonell ha dire che "erano cannibali i primi europei".
Poiché - ha ribadito il paleontologo - questi resti sono tra i piu antichi tra i nostri progenitori, possiamo affermare dire che siamo discendenti di cannibali".
Tra i popoli che in Europa hanno praticato il cannibalismo c'è stato quello dei Lestrigoni, che secondo diverse teorie, che oggi hanno trovato un riscontro, abitarono nell'età del bronzo (2000 a.C.) la località di Valsavoia, territorio di Lentini.
Ad ipotizzare che i Lestrigoni fossero un popolo realmente esistito fu lo storico Sebastiano Pisano Baudo, nato a Lentini nel 1840. Uno dei capi dei Lestrigoni fu Antifate, personaggio omerico che viene menzionato nell'Odissea, allorché Ulisse nel suo peregrinare lungo il mare Mediterraneo approda nella Lestrigonia, terra abitata da un popolo antropofago.

 

 

Ed Omero, a tal proposito narra di un compagno di Ulisse che fu divorato dal re Antifate. In epoche successive i Lestrigoni, sempre secondo l'ipotesi di Sebastiano Baudo si sarebbero evoluti e si sarebbero chiamati Sicani che, oltre alla pastorizia, si sarebbero dedicati all'agricoltura.

La ricostruzione di Sebastiano Pisano Baudo, però, non era supportata da alcuna evidenza archeologica o storiografica, e ben presto fu ritenuta destituita da fondamento.

Altri archeologi nel secolo scorso, fra cui Paolo Orsi e Luigi Bernabò Brea , tentarono, con i loro scavi archeologici a Valsavoia, località che si estende sulle basse colline di roccia calcarea, nelle vicinanze del Biviere di Lentini, e precisamente nei pressi della masseria Cattivelle, di rinvenire qualche reperto che potesse confermare la presenza dei Lestrigoni in quel territorio. Non ci riuscirono.
Soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso, come ricorda Francesco Valenti, direttore del museo archeologico di Lentini, durante alcuni scavi in Valsavoia eseguiti dall'archeologo Umberto Spigo, attuale direttore della sezione archeologia della Sovrintendenza ai Beni culturali di Catania, venne rinvenuto quell'anello di congiunzione per dimostrare che questa zona della Sicilia fu abitata dai Lestrigoni, popolo antropofago.

 

Questo anello di congiunzione tra la località Valsavoia e i Lestrigoni è dato dal rinvenimento di un tipo di ceramica della facies Vallelunga, sito archeologico della provincia di Caltanissetta. In questo sito, come fa rilevare l'archeologo Francesco Valenti vennero rinvenuti da un gruppo di archeologi, caso unico sino ad ora in Sicilia, una serie di teschi umani, disposti in cerchi, lungo il perimetro di
una capanna. Inoltre, altri teschi erano ammonticchiati in un'area dove doveva, verosimilmente, sorgere un villaggio.
I dati archeologici contenuti in uno studio che venne presentato durante un convegno svoltosi a Palermo, hanno escluso che si potesse trattare di sepolture. Mentre, era evidente che quei teschi venissero utilizzati, così come avviene tra i cacciatori di teste del Borneo o di altre aree dove tuttora si pratica il cannibalismo, per uso magico e ornamentale.
Una specie di culto proprio di un popolo antropofago. Se il popolo che abita la zona di Vallelunga era antropofago, era anche antropofago il popolo che abita Valsavoia. Ad unire la località del Calatino a quella del Siracusano c'è il tipo di ceramica che è stata rinvenuta in entrambi i siti archeologici. Alla luce di questa scoperta vengono in mente i Lestrigoni ed i racconti omerici sui popoli antropofagi della Sicilia. Infatti, se molti reperti archeologici di ceramica della cultura di Vallelunga, si associano a quelli della cultura dei Lestrigoni diventa piu di un'ipotesi che la città degli antropofagi dalle larghe porte, di cui parla Omero nell'Odissea, sia localizzata nell'area del Lentinese di Valsavoia, unico sito tra quelli conosciuti nella zona del Siracusano ad averci restituito ceramiche della facies culturale di Vallelunga.
PAOLO MANGIAFICO (Lasicilia.it)

 

 

 

 

A Masculina da magghia La cornice è quella del golfo di Catania: un arco che va da Capo Mulini a Capo Santa Croce, nel comune di Augusta. Una porzione di mare tutelata in parte dalla Riserva Naturale Marina delle Isole Ciclopi e solcata ogni giorno dalle piccole barche dei pescatori del golfo. Qui, secondo la stagione, si pescano aguglie, spigole, tonni, triglie, sgombri, e masculini. I pescatori li chiamano anche anciuvazzu o ancora anciuvurineddu: molti nomi per le piccole, guizzanti acciughe, le stesse catturate dai liguri e dalle menaidi cilentane. Le stesse che, diceva padron ’Ntoni ne I Malavoglia, «sentono il grecale ventiquattr’ore prima di arrivare, (…) è sempre stato così, l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno». Ad aprile, si comincia a calare le tratte (così chiamano a Catania le reti menaidi, che hanno maglie di un centimetro di lato e sono lunghe circa 300 metri): il momento giusto è la notte fonda, quasi sul fare dell’alba. La tecnica è la stessa praticata in tutto il Mediterraneo già dai tempi di Omero. 

 

 

Legno, martello, chiodi e passione.Nel regno delle barche fatte a mano.

Ignazio Garozzo, l'ultimo dei Mastri d'ascia.
 

«La mattina andavo a scuola, di pomeriggio un amico di mio papà, uno che era stato suo compagno d'armi quando facevano "il soldato", mi propose di andare nel suo cantiere». Così ha iniziato Ignazio Garozzo, l'ultimo maestro d'ascia che opera ancora a Catania. Era il 1944, Garozzo aveva 7 anni e adesso che di anni ne compirà 78 tra sei mesi, parla del suo lavoro come di «un mestiere per il quale ci vuole passione e che si impara seguendo un "maestro"».


«Il mio si chiamava Pasqualino Vitale e il primo lavoro che mi diede da fare al cantiere fu quello di raddrizzare i chiodi usati per riutilizzarli su altre barche. Una volta i chiodi non si compravano nuovi, "s'addrizzavano" e si riutilizzavano due-tre volte per formare gli "ordinati" (le "costole" della barca sul fondo dello scafo ndr) alla base delle barche».
Mentre racconta, sta completando l'ultima sua creazione, nel cantiere di Ognina, suo quartier generale, proprio sotto piazza Mancini Battaglia, una «lancia» di 5 metri e 60. Per realizzarla, in due, ci si mette un mese scarso e la spesa, remi in mano, è di circa 4.000 euro. È fatta con legno di quercia, abete e pitch-pine (una qualità di pino). «Io ho cominciato con una barca che costava 40mila lire - ricorda Garozzo - Oggi di barche di legno se ne fanno poche, il vetroresina chiede molta meno manutenzione ed è più facile da gestire anche se costa di più. Una volta si costruivano barche durante tutto l'anno, sia durante l'estate, la "stagione", sia durante l'inverno quando si procedeva alle riparazioni. Poi si è bloccato tutto negli Anni Novanta, con il 50% di lavoro in meno - quando la Comunità europea stabilì che per lo specchio d'acqua che ha l'Italia, c'erano troppe imbarcazioni da pesca e così non si è potuto più costruire barche nuove ma solo demolire le vecchie per sostituirle con altre che mantenessero le stesse caratteristiche. In più, molti  pescatori sono passati al vetroresina e tutto il lavoro è diminuito tantissimo. ».
Il laboratorio di Ignazio Garozzo sta ad Ognina dal 1959. Un mondo a parte rispetto alla città. Ci sono ogninesi doc che ancora oggi dicono «vado a Catania».
«Quando sono arrivato io, dagli Angeli Custodi, la gente dell'Ognina era tutta una famiglia. Vedevi donne che vestivano a lutto per cinquant'anni, perché c'era sempre qualcuno che nel giro di sei mesi moriva e siccome erano tutti parenti, a quella poveretta ci toccava sempre vestirsi di nero. Qui tutti vivevano con il mare, erano pescatori, poi pian piano i figli hanno cominciato ad andare a scuola, e altri hanno preso i posti al Comune o in banca. Ora di pescatori veri non ce n'è più, sono solo dilettanti. C'è chi ha ancora qualche peschereccio, ma le barche piccole da pesca sono rarissime».

Sposato nel ‘65, due figli (un maschio e una femmina), l'eredità da maestro d'ascia potrebbe essere raccolta proprio dal figlio Giuseppe, 40 anni, geometra. «Mi piacerebbe fare il lavoro di mio padre - confessa - ma finora mi sono dedicato ad altro. La mia giornata, comunque trascorre qui, mi occupo di mettere in mare i motoscafi. Mio padre è fantastico, perché si dedica al legno con passione. Se cade una tavola per terra mi urla dietro che «il legno si deve trattare bene, perché è un'arte! ».
«Ogni barca, a seconda del cantiere nel quale si costruisce, ha le sue caratteristiche - spiega Garozzo padre - A Catania «‘a palummedda di prua» (il dritto di prua) ha una certa forma, a Siracusa un'altra e a Palermo un'altra ancora. Oggi il modello più richiesto è la lancia con lo specchio piatto. Nelle barche che costruiamo noi non c'è un goccio di colla, è tutto legno e chiodi. Ci sono barche mie a Spadafora e Avola, una volta anche ad Acitrezza dove c'è un altro maestro d'ascia in attività, Salvatore Rodolico, che fa anche barche grosse».
Il futuro del mestiere? «Mah, non saprei. Una volta venivano qui i ragazzi del Nautico a vedere come si faceva, ma restavano un paio d'ore e non imparavano niente. Questo non è lavoro che si può apprendere così, io ci ho messo 17 anni per imparare dal mio maestro, ma erano altri tempi. È un lavoro che puoi imparare solo da piccolo quando la testa è ancora disposta ad apprendere».

 

 

 

 

 

 

 

 

Le barche tradizionali catanesi  

 

"Palummedde 'cù speruni" a cura di Giordano Baroni (www.modellismo-navale.it)

Barche, varchi, varchi ‘i sarde, varchi tartarunare, conzulari, nassari, cuzzulare, ‘i sciabbica, ‘i fiscina, ‘i focu, … varchi … varchi ‘i riatteri,  d’a ‘ncannata, ‘i ciumi, varchi… e si potrebbe continuare ancora nell’elenco in quanto era abitudine del siciliano nominare il tipo di barca non in base alle sue caratteristiche costruttive, ma all’uso che se ne faceva.

.. I tipi di pesca praticati e gli attrezzi usati erano altrettanto numerosi e diversificati così come è diversificata la morfologia della costa catanese e i suoi habitat marini.

Dai fondali ghiaiosi e ripidamente fondi di Fiumefreddo, caratterizzati da cicliche correnti fredde e presenza di sorgive d’acqua dolce, si confina immediatamente con la costa frastagliata, lavica, ricca di insenature e rocce affioranti di Torre Archirafi, Pozzillo, Stazzo, Acitrezza fino a Ognina e Catania per poi ritrovarsi in fondali bassi e sabbiosi quali quelli della Plaia a sud di Catania o fangosi della foce del Simeto

Una costa disseminata da una miriade di insenature, piccole baie e porticcioli impreziositi da paesini dalle caratteristiche case dei pescatori locali quali le graziose Santa Maria la Scala, Santa Tecla, Acicastello. Il tutto visionato da quel "gigante buono" da secoli chiamato semplicemente "’a muntagna", l’Etna: il più grande ed attivo comprensorio vulcanico europeo. Le campagne etnee, produttrici di agrumi, vini, frutta e miele, necessitavano di validi trasporti delle merci verso Catania, Siracusa e spesso anche fuori isola, e tale trasporto non poteva che avvenire per via marittima proprio da quei porticcioli sopra menzionati di cui il maggiore, come traffico e possibilità di attracco era Riposto, patria dei più famosi capitani della marina mercantile ed ancora oggi sede di un prestigioso Istituto Nautico.

In questo contesto, come già accennato, lo sviluppo della piccola cantieristica tradizionale fu notevole ed i tipi di imbarcazioni innumerevoli. Classificare questo vasto patrimonio culturale è compito arduo soprattuto per la mancanza di documentazioni storiche dal momento che l’arte costruttiva si tramandava di generazione in generazione in modo esclusivamente artigianale.

Le varie barche adibite ad uso da pesca erano, in ogni caso, molto similari avedo tutte la caratteristica di presentare sia la poppa che la prora a punta, derivavano dai classici gozzi mediterranei. Gli elementi che le diversificavano erano il prolungamento della ruota di prora definito "palummedda", palombella, lo sperone sempre di prora e le tipiche decorazione degli scafi di origine arabo-normanna.

Le "varche ‘i sarde" e le "tartarunare" erano praticamente identiche, le prime adibite alla pesca delle sardine, alici o "masculini", utilizzavano una rete definita "tratta" o "minaita", le seconde adibite alla pesca varia utilizzavano una rete non di profondità definita "tartaruni". Tutte e due non superavano i dieci metri di lunghezza, erano armate di vela latina e spesso di fiocco detto "latineddu" più sei remi. La palombella era poco pronunciata, massimo raggiungeva i 30-40 cm di altezza ed era a forma curva allungata verso avanti, detta "a pappagliaddu", a becco di pappagallo. I decori erano sobri, arabeggianti, variopinti con rappresentazioni spesso votive e religiose, a prora venivano disegnati le classiche sirene e i due occhi scaramantici detti "scacciaguai".

Le "varche ‘i conzu" o "conzulari", "’i nasse" e "’i cuzzulari" erano adibite rispettivamente alla pesca con il conzo, con le nasse e alle perline o telline della plaia (specie di vongole). Erano simili alle precedenti, potevano essere armate fino a otto remi, ma la loro caratteristica dominante che le distingueva era "’u speruni", lo sperone di prora che si allungava minimo di un metro e la palombella che raggiungeva anch’essa l’altezza minima di un metro. Erano riccamente decorate in modo similare ai carretti siciliani e rappresentavano le barche sicuramente più prestigiose. Molto slanciate, simili ad un pesce spada, armate di vela latina o "vela al carro" con l’aggiunta del fiocco e di un piccolo albero di bompresso, poppa e prora ampiamente pontate, venivano chiamate anche "varchi cù speruni".

Le "varche ‘i conzu" o "varche cù speruni e palummedda" di Santa Maria della Scala e di Ognina, sicuramente le più complete e  fedeli in quanto costruite dal maestro d’ascia detentore dell’antica arte Ignazio Garozzo presso il cantiere navale situato in Piazza Mancini Battaglia CT nell’anno 1982. Riportati agli antichi splendori nello stesso cantiere nell’anno 2009 dallo stesso Mastro d’ascia e decorati dal prof. Salvatore Finocchiaro, decoratore di Aci Trezza.

 

 

 

 

Attualmente ne esistono quattro esemplari dislocati a Ognina e Santa Maria La Scala prive dell’armo velico ed adibite ad uso folcloristico. Le due di Ognina sono di proprietà del Santuario di Santa Maria di Ognina e vengono utilizzate durante i festeggiamenti patronali per una regata remica nelle acque dell’omonimo golfo. Le due di Santa Maria La Scala, decisamente in migliore stato di conservazione ed amorevolmente curate dalla comunità locale, sono di dimensione maggiore tale da imbarcare otto rematori più timomiere ed anch’esse vengono utilizzate per una analoga regata remica in onore della Madonna della Scala festeggiata l’ultima settimana di Agosto. L’assenza dello sperone prodiero, una corta palombella e scarsi decori sono le caratteristiche delle più modeste barche "’i sciabbica" utilizzate alla pesca a strascico ritirata direttamente dalla riva, "’i fiscina" per la pesca con fiocina tra gli scogli, "’i focu" con la lampara. Tutte quest’ultime barche modeste, di piccole dimensioni che spesso lavoravano in gruppo. Potevano contare massimo di quattro remi e saltuariamente di una modesta vela "al carro".

Tra le barche invece definite "minori" e chiaramente non provviste né di sperone e palombella accenniamo alle "’varchi ‘i riattieri" adibite esclusivamente al piccolo trasporto locale, alle "varche da‘ncannata" usate esclusivamente per la pesca dei cefali, e le "varchi ‘i ciumi" per la pesca nei fiumi in particolar modo del Simeto e del Fiumefreddo.

 

 

 

La Cernia di Ognina
Anni addietro Ognina era un sobborgo di Catania e si raggiungeva per rendere i bagni nel famoso lido "Porto Ulisse", una baietta di sabbia spessa nella quale venivano montate poche decine di cabine, dalle quali i catanesi si bagnavano in un mare cristallino e incontaminato.
Imponenti maschere e pinne pesantissime equipaggiavano i subacquei ante litteram che girovagavano osservando i branchi di mormore e di acciughe che brillavano contro lo sfondo scuro del fondale, mentre trepidanti mamme palpitavano fin quando quei giovani "temerari" tornavano sulla spiaggia a raccontare le meraviglie che avevano visto.
Oggi Ognina è un quartiere rumoroso e caotico, gremito di bancarelle nelle quali si vende pesce e frutti di mare fino alle ore più tarde della sera; il vecchio "Porto Ulisse" non esiste più e la spiaggetta è stata abbandonata dai bagnanti, mentre la zona è stata trasformata in punto di partenza per mille gommoni e motoscafi lasciati all'ormeggio sui moli galleggianti che vi sono stati ancorati.

 Il piccolo golfo da 2500 anni è stato meta e fonte di traffico per i commercianti fenici, greci, romani e saraceni, sicché tutta la zona è una specie di grande sito archeologico, abbondantemente saccheggiato dai ladruncoli subacquei; ancora oggi è possibile ritrovare, specie dopo le mareggiate, qualche collo di anfora o qualche piatto sbrecciato che i ragazzotti sottraggono per stupire gli amici o la ragazza, fabbricando congetture sull'origine e sulla destinazione del manufatto.
Lasciando il golfo di Ognina, dove l'acqua non ha più la trasparenza di un tempo, ci si immerge dalle rocce a Sud del porticciolo, poco dopo l'innesto della barriera frangiflutti.

Qui la visibilità supera spesso i 15 metri e l'immersione è interessante.
Il fondale si aggira inizialmente intorno ai 20 metri; la base della scogliera è costituita dalla nera pietra lavica lanciata dall'Etna irato e terribile: grossi massi, ricoperti da una traboccante vegetazione, formano tane, cunicoli, gallerie profonde e labirintiche nella quali ancora oggi grosse cernie e saraghi "universitari" hanno un habitat perfetto e inaccessibile.
Poco oltre, dove il fondale raggiunge i -37, ci troviamo nel territorio della mitica Cernia di Ognina.
Si narra, infatti, che in questo tratto di scogliera viva una cernia di dimensioni incredibili: assicurano che non è meno di settanta chili, certamente superiore a 100 chili !!!...
Nella zona i pescatori professionisti (ma anche i cannisti) si tramandano il racconto di un intero conzo di mille metri strappato dalle mani di un pescatore che lo stava salpando e che se lo è visto scomparire sotto il mare, certamente trascinato dalla Cernia!
Tutti i pescatori subacquei da almeno sei lustri asseriscono di averla avvistata una mattina o l'altra: imponente, regale, maestosa, grande come un tavolo di avvocato, circondata da una nuvola immensa di castagnole.
Qualcuno afferma, ancora pallido di paura, di esserne stato inseguito...
Appunto per questo il mio consiglio è di non immergersi in quel tratto di mare, se non in compagnia degli istruttori della Scuola Sommozzatori di Catania ai quali, essendo frequentatori assidui di quella zona, sembra che la Cernia abbia concesso una sorta di placet e non li inquieti, anzi da loro non si è mai fatta vedere...E buona fortuna!
Festina Lente
http://www.scuolasommozzatori.com/cernia.htm

 

 

 

Eruzione dell'Etna del novembre 2013 da Ognina

 

 

 

 

ATTENZIONE, SE TIENI ALL'EQUILIBRIO DELLE ULTIME ANALISI, NON ENTRARE IN QUESTO TRITTICO MICIDIALE!

NON MI HAI ASCOLTATO? VA BE', ORMAI.    SE ANCHE LA GLICEMIA TI E' GIA' ARRIVATA A MILLE, TANTO VALE  FARTI UN GIRO ANCHE QUI DENTRO:

 

 

 

Delitti di Sicilia: Cicciuzzu Amato, bruciato vivo senza un perchè!

La Sua morte si incrocia con la vicenda di Ettore Majorana?

  

Era da tantissimo tempo che non sfogliavo “Il bambino incendiato” di Salvatore Nicolosi.

E’ capitato di averlo tra le mani tutte le volte che mi sono deliziata a spolverare la mia libreria, composta da tanti libri…non tantissimi come vorrei, ma comunque…letti. E ditemi se è poco!

L’occasione me l’ha data il mio amico Nunzio, appassionato della vita della famiglia Majorana ed in particolare di quella di Ettore, il grande fisico catanese scomparso, in circostanze misteriose, nel 1938.

Vuol capire, attraverso questo libro ormai introvabile, quanto questa vicenda possa aver inciso sul fragile equilibrio emotivo di Ettore e quanto sulla Sua scelta, avvenuta qualche anno dopo la fine del processo a carico dei presunti responsabili, di scomparire per sempre entrando nella leggenda. Più per la Sua scomparsa che per il Suo indiscutibile genio, definito da Fermi al pari di quello di Galileo e di Netwon.

Mentre scrivo, però, mi rendo conto che dò per scontato che Voi sappiaTe di cosa io stia parlando. Cosa c’entra la storia del “bambino incendiato” con Ettore Majorana?

Mi rendo conto che vada fatta un po’ di chiarezza. Seguitemi…

Nell’estate del 1924, la cameriera di un ricco signore catanese, il cavaliere Ninì Amato, bruciò vivo nel proprio lettino il figlio primogenito di quest’ultimo, il piccolo Cicciuzzu di appena due anni.

Ciò avveniva nella cosiddetta “Casa rossa” che si trova nella zona di Ognina a Catania (secondo i dati forniti dal Nicolosi, al 776 di Via Messina ed abitata dal fratello piccolo dello sfortunato Ciccio, Pippo Amato*. Questo, almeno, fino alla data di pubblicazione del succitato libro, edito nel 1979).

Leggenda vuole che la finestra della stanza del piccolo Ciccio venisse murata, dopo l’orribile delitto, e c’è chi giura che lo sia ancora ma di questo non ho riscontro diretto essendo la casa, nel corso dei decenni, non più visibile dalla strada.

Interrogata, Carmela Gagliardi…questo il nome della rea confessa…disse di essere stata aiutata dalla propria madre, dal fratello e dal fidanzato della sorella. I tre, tra ritrattazioni, false testimonianze e bugie, furono arrestati.

Quello che si schiuse alla vista degli inquirenti, fu uno scenario abitato da pregiudicati, fattucchiere, carcerati, uomini politici, principi del Foro, poliziotti principianti… un caleidoscopio del genere umano davvero sorprendente.

Ma, la domanda che restava senza risposta e che spinse più di un inquirente a continuare le indagini, nonostante la confessione dell’assassina, fu quella relativa al movente.

Già…perchè la cameriera, insieme alla complicità dei parenti, avrebbe dovuto compiere un delitto e, per di più, di tale efferatezza?

A questo punto, intervenne il Cavaliere Amato, padre del piccolo Ciccio, che fornì una motivazione plausibile, a primo acchito verosimile dei fatti e diede il “la” a quanto fu il seguito della dolorosa vicenda.

Il mandante, secondo Lui, non poteva che essere il proprio cognato… il prof.Dante Majorana. Grande casata, professore universitario, deputato, figlio e fratello di Ministri, zio di Ettore, grande fisico…il movente? Una lite ereditaria che lo aveva visto soccombere.

Fintanto che fu Deputato, quest’ultimo, non fu sottoposto ad alcuna indagine ma, allo scadere del Suo mandato istituzionale e, pertanto, non più protetto dal “sistema”, venne subito arrestato. E con Lui la moglie.

I due conobbero le patrie galere per lunghi tre anni finchè, a processo conclusosi nel 1932, giunse la Loro piena assoluzione.

“Una storia vera” – sottolinea Nicolosi – ma, nel narrarla, c’è abbastanza materiale per 10 storie di fantasia”.

Questa, in sintesi, la vicenda che tenne banco sui principali giornali dell’epoca e che fece grande scalpore per la notorietà ed il prestigio dei protagonisti.

Oggi, quello che interessa il mio amico Nunzio è cercare di capire se questa storia abbia scosso in maniera particolare il grande fisico catanese, nipote dei presunti mandanti, così come paventato da Joao Maguijo ne “La particella mancante”, avendo un peso nella Sua successiva decisione di scomparire nel nulla. Sempre che quella Sua fu una libera scelta…

Riuscirà a trovare risposta a questa domanda? Chissà…

L’unica certezza che io ho trovato in questa faccenda è la magia che riesce a creare un libro.

Due persone, io e Nunzio…così diverse, per età…per esperienze di vita…per collocazione geografica…che si ritrovano sedute al tavolino di un bar e si scoprono appassionate alle stesse vicende salvate, dall’oblio del tempo, grazie ad un libro. Lo stesso che, qualche mattina fa, ha preso il volo verso la Sardegna e che abiterà, per qualche tempo, la casa di Nunzio a Quartu Sant’Elena dopo aver seguito me nelle mie mille peregrinazioni esistenziali.

Compagno silente e fedele. Lui, si!

Per il resto, l’unico dato incontrovertibile è che il piccolo Cicciuzzu Amato fu bruciato vivo… senza un perchè! Perchè, al di là di un ipotetico movente, nessun motivo può giustificare la mano assassina che si accanisce su un bambino!

 

Silvia Ventimiglia – 13 ottobre 2012

http://blog.siciliansecrets.it/2015/01/30/delitti-di-sicilia-cicciuzzu-amato-bruciato-vivo-senza-un-perche/

 

_________________________

 

Pippo Amato, fratello del piccolo Ciccio, Lo ritroviamo protagonista di un altro fatto di cronaca che è diventato pagina di storia. Era il 17 giugno del 1945 e, in un agguato ancora avvolto dal mistero, persero la vita alcuni componenti dell’EVIS (Esercito Volontari Indipendenza della Sicilia). In contrada Murazzuruttu, alle porte di Randazzo (CT), morirono, infatti, Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice. Il nostro Pippo Amato ed Antonio Velis riuscirono a sfuggire all’agguato e si salvarono, scappando. Un altro componente la squadra, Armando Romano, si salvò solo perchè il custode del Cimitero di Jonia (che allora identificava il territorio costituito da Giarre e Riposto fino alla definitiva divisione in due distinti comuni) si accorse che respirava ancora. I morti di quel giorno, che parla di tentativo di riscatto del popolo siciliano, riposano in pace nel Viale degli Illustri del Cimitero monumentale di Catania.

 

 

 

 

 

 

 

 

clicca per la pagina dedicata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ognina

Ognina

Ognina Ognina

dopo sede del  ristorante Costa Azzurrra

 

 

 

Il palazzo del Principe Reburdone, costruito nel 1901, è stato distrutto dai bombardamenti del 1943. Pensavano di colpire la guarnigione dei soldati che vi si erano installati e che erano fuggiti prima che arrivassero le bombe. Purtroppo morirono due poveri innocenti ogninesi padre e figlio che si erano rifugiati nei sotterranei del palazzo. La scomparsa di questo principesco edificio fu la causa dello stravolgimento del nostro borgo, perché con esso l'offensivo ponte non sarebbe mai nato.

Mario Strano

 

 

 

 
 
    Immagine correlata
  Risultati immagini per NAVE ATLANTE CATANIA Risultati immagini per circolo canottieri ognina Risultati immagini per CONSERVE TESTA LOGO Risultati immagini per la tortuga ognina