Il marinaio, si sa, non deve timbrare il cartellino e non deve neanche stazionare in un determinato "settore della fabbrica". Nel suo girovagare per il mare non deve aprire cancelli, scavalcare muretti o saltare fossi. Egli resta un lavoratore libero salvo quando, pescato ciò che le circostanze gli consentono, deve far ritorno per la vendita del prodotte.

Non conosce la noia, perché le sue ore trascorse in mare sono piene di vicende e di imprevisti: prevede una buona "battuta" e invece non riesce a pescare che pochi pesci; quando perde le speranze, riesce a pescarne una buona quantità. Quando la rete è in mare ha sempre il tempo per rilassarsi e riflettere nel silenzio dell'immensità che lo circonda.

Tuttavia la sua libertà è condizionata dall'istinto dei pesci i quali non "scelgono" di venire in superficie o di andare verso il fondo con il sorgere o il calar del sole, bensì perché il loro sistema nervoso, per legge naturale, quando la luce diminui-sce o aumenta, mette in moto un meccanismo che li porta in profondità o in superficie.

Di notte il pesce azzurro - sardine e alici in particolare - staziona in prossimità della superficie. A mano a mano però che inizia ad albeggiare, esso comincia a muoversi per poi vagare velocemente quando l'alba diventa ancora più chiara.

Con il chiarore del sole, invece, tende a portarsi verso il fondo, cosicché per catturarlo bisogna pescare a toccapiombo.

Durante il giorno esso rimane in prossimità del fondale, per poi ritornare verso la superficie quando inizia il tramonto oppure la completa oscurità.

Le "cale" che vengono fatte in relazione a questi due particolari momenti si chiamano rispettivamente "abburi" e "spirò".

Il marinaio conosce a memoria il comportamento dei pesci, sia per esperienza personale sia perché qualcuno glielo ha tramandato, e regola di conseguenza le sue azioni adottando, di volta in volta, strategie diverse.

Talvolta, però, capita di dover assumere determinate e particolari informazioni sui siti o sul tipo di pesce pescato. In questo caso, come vuole la tradizione, i marinai si appellano in due diversi modi: zio se l'interpellato è dello stesso posto; "cumpari" se è di altra marineria.

Siccome tradizioni e consuetudini di tutte le marinerie del golfo sono una parte del nostro patrimonio culturale, desideriamo ricordarle - qualora fossero già state dimenticate - inserendole in un contesto storico e geografico-ambientale.

Esse sono da sempre rispettate e talune, in qualche caso, rappresentano il segno della deferenza verso i non più giovani.

 

 

 

U PECCURU

La consuetudine, per esempio, di dare — anche ad un estraneo - l'appellativo di zio, a cui segue quasi sempre il "pèccuru" (soprannome), è la più https://www.mimmorapisarda.it/altro/mas.jpgsingolare. In tal modo avremo: "'u zù Mariu trigghia", "u zù Jaffiu pìchira", "cumpari Còcimu", ecc.

Perché, in moltissimi casi, si ricorreva ai "pècchira"? Un poco per malvezzo, un poco per necessità.

Come si faceva, ad esempio, ad individuare i tanti Giuseppe Testa che abitavano ad Ognina? Si ricorreva — e si ricorre in parte tutt'oggi — a nomignoli che sono dei veri e propri sostituti del cognome, premessi al nome Puddu, antico nome di Giuseppe: "Puddu tistazza", "Puddu 'u sopu", "Puddu test'e lignu", "Puddu 'ntreppiti", "Puddu l'uvviddu" e tanti altri.

Il "pèccuru" si tramanda da una generazione all'altra e così, ancora oggi, qualcuno porta quello del bisnonno.

Altra usanza dei pescatori è quella di appioppare nomignoli in relazione alla particolare caratteristica di qualche capofamiglia o di singola persona: si hanno così "i Nasca", "u Bizzarru", "Angilu spataiolu" , ecc.

Erano definiti "spataioli" (niente di buono) tutti coloro che, pur esercitando la professione di pescatore, provenivano da un ambiente non marinaresco.

Infine l'uso di denominare alcune famiglie e persone in funzione del tipo di pesca esercitato: ci sono così " 'i fiscinara", "'i cunzara", " 'i cuzzulara", " 'i sciabbacoti", " 'i nassaroli", " 'i saddara", " 'i tattarunara", ecc.

Ad Ognina, per esempio, venivano denominate "fiscinara" due famiglie (Tudisco) la cui attività prevalente era quella di pescare con la fiocina ("fìscina").

Proverbiale era la loro abilità nel catturare il pesce con detto attrezzo, sia che si trattasse di pescare di giorno ad occhio nudo e in acque limpide, sia di notte con "specchio e lampara" e cioè "a furriari" (girare per il mare alla ricerca del pesce da arpionare).

Altrettanto abili dovevano essere - e qualcuno lo è ancora - nell'individuare il polipo che, come sappiamo, muta il suo colore a somiglianza del luogo in cui si trova, e soprattutto quando avverte il pericolo. L'abilità anzidetta consisteva quindi nel fatto di doverlo riconoscere solo dagli occhi allorquando la sua presenza non fosse stata scoperta attraverso gli indizi lasciati  (gusci ormai vuoti di conchiglie gettati fuori dalla tana dopo averne roso la carne).

La conchiglia non ha la vista e quindi può essere facilmente insidiata dal polipo, che l'aggredisce mentre è aperta.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

Fino agli anni '50, nello spiazzo ancora oggi esistente nello scalo, aveva luogo il mercato del pesce, quasi esclusivamente azzurro.

Se il pescato era abbondante, si potevano osservare le barche avvicinarsi al molo, quando i pescatori erano ancora intenti a «sbiddari» (togliere dalle maglie della rete i numerosissimi pesci rimasti impigliati).

Tolto dalla rete, il pesce veniva deposto nelle classiche «cruvecchi»  che, scese a terra, venivano adagiate accanto al rigattiere che procedeva all'asta ed alta voce. Si udivano pure le voci dei «sammareddi»  che a loro volta «'ncantavunu», cioè partecipavano all'asta fino all'aggiudicazione della «pisa» (cinque chili), oppure dalla «cruvecchia», se il prodotto era venduto «ammuzzu» (a forfait).

Se invece, si trattava di pochi chilogrammi, il pesce veniva venduto a scampolo.

Nello stesso spiazzo, in attesa che le barche rientrassero con il pescato, si svolgeva un diverso rituale: la partita a briscola o a tressette, a ridosso del molo, se il vento soffiava da levante; a ridosso delle «Grotte di Ulisse», se il vento spirava da ponente.

Singolari e pittoresche erano le contese tra i quattro «Turi»: «Turi castagna», «Turi mi noia», «Turi jaddu» e «Turi pani 'i casa», attorniati da numerosi pescatori e «sammareddi», che assistevano in religioso silenzio, ma che finita la partita scoppiavano in concitatissimi commenti da matematici della migliore scuola.

Nelle serate estive, quando le barche erano in mare, la spiaggia era il luogo preferito dai ragazzi della borgata per giocare.

 Giochi semplici — fatti di povere cose — creati dagli stessi ragazzi, che nel gioco proiettavano tutta la loro energia creativa, e non era¬no (come lo sono oggi) i destinatari dei giochi inventati dai grandi.

Vi si giocava, innanzitutto, con barche fatte da foglie di palma, pazientemente lavorate di temperino e armate di vele latine.

Quando soffiava il vento di ponente le barchette venivano messe in mare dalla battigia e accompagnate fino al molo dagli sguardi attenti e trepidanti degli «armatori».

tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania

 

 

"Cicciu nipitedda».

Si racconta che da dalle parti do Scogghiu i papira (dopo i Vasciuliddi) , ai bordi di un muretto che segnava il confine tra la campagna e il mare, Francesco Marino (detto «Cicciu nipitedda») andava a raccogliere, appunto, la «nipitedda»  per insapo rire la «ghiotta di opi»  che gli veniva amorosamente preparata dalla madre.

Da qualche tempo, però, «Cicciu» si sentiva gli occhi addosso. Non vedeva nessuno, ma era sicuro che, prima o poi, sarebbe riuscito a scoprire qualcosa e avrebbe trovato gli occhi e il resto di chi, furtivamente, lo osservava mentre compiva il suo periodico rituale.

Un giorno, infatti, incuriosito da un rumore di passi, balzò sul muretto e vide una ragazzina dileguarsi velocemente all'interno del giardino. Questa circostanza diede da pensare al nostro «Cicciu» che, comunque, continuò a frequentare quel luogo e a raccogliere, quando occorreva, «nipitedda».

Nel frattempo la ragazzina s'era fatta già donna, ma non per questo aveva perso l'abitudine di spiare il nostro «protagonista» che, per la verità, si sentiva un «sorvegliato speciale». Finalmente un giorno riuscì a sorprenderla mentre lo spiava e le domandò: «Come ti chiami?».

«Mi chiamo Santina e sono la figlia del massaio», rispose la giovane, che aggiunse curiosa:

«Ma tu, che fai con quell'erba?».

«Tutto faccio, cara... e insaporisco perfino la "ghiotta!"», rispose «Cicciu».

«Ma no..., che fai... scherzi? Io so che serve, invece, per le "Stappatine"» , replicò Santina.

«No, bellezza — rispose "Cicciu" — quella si chiama "policaria" , se tu non lo sai!».

A questo punto «Cicciu» si sentì come invitato a dissertare sul problema della nepitella e, dato che aveva fatto il militare in alta Italia e si era tanto «erudito» da prendere il vezzo di «parrari difficili e cca lingua 'e fora», sciorinò prontamente tutta la sua dottrina, elencando alcune virtù terapeutiche della pianta:

«Vedi, cara Santina, con quest'erba miracolosa non si insaporisce solo la "ghiotta", ma si attiene anche una prodigiosa fusione che calma gli spastici addominali, fa cessare le eruzioni e guarisce financo le vene vanitose».

L'aria del sapientone e le parole insolite confusero Santina, che pensò di avere a che fare con un medico. Ma è certo che, se medico era, si trattava sicuramente del celeberrimo «mèricu 'i luvanti»  che, secondo un anonimo poeta catanese, così dichiarava:

 

 

«Sugnu dutturi gran famusu e granni ca 'nte lu munnu lu pari non c'è,

ca la me fama à ghiutu a tanti banni, à ghiutu macari 'nte l'Arca di Nuè.

Ppi miricari aju statu cosa ranni, su' primiatu di tutti li re,

c'avutu 'nguentu ppi me bona sorti c'aju fattu abbrurisciri li motti.

'Na vota mi truvai a Liunforti e fu lu primu miraculu ca fici.

Appoi mi nni ij a Cattaggiruni e sutta di 'n palazzu passiava

ca supra c'era 'n poviru baruni ccu 'n duluri 'i janga ca bramava.

Jù lu sappi e cci acchianai comu 'n liuni.

Cci rissi: ossia non si frastonna ca jù dumani cci accuzzu li jorna.

Altura l'innumani comu agghiorna mi susu appuntu ccu tanta primura:

pigghiai 'n viteddu ccu tutti li corna e 'n tauru vecchiu ccu la carni dura.

L'accutturai cchiu picca di du jorna e di ddu broru fici 'na mustura;

cci nni resi tanticchia, a malapena, ca dda janga cci fici cancrena.

Vi ricu tanticchiedda s'assirena ca ddu duluri cci passau attunnu.

Passi lu 'nguentu di la Mantalena e l'innumani fu all'autru munnu.

Jù non mi pigghiai nudda pena, picchi non m'era patri e mancu nunnu,

ma 'i sò parenti, di la cuntintizza, mi vulevunu fari comu 'a sasizza.

Jù alluzzu 'na finestra sfasciatizza ca stava 'nte giardinu a maistrali,

mi cci jttai, 'nzirragghiai li renti, cascai dda sutta e non mi fici nenti.

Jù ogni passu faceva 'n migghiu sanu assina c'arrivai a Ghiaci salvu e sanu.

Jaci: ddu gran paisi di tantu valuri ca ppi ricchizza,

trunza e patati mancu lu pò avanzari 'na citati.

Ddani la fama mia, ora pinsati, ca jeva sunannu ppi tutti li strati,

ca ccu lu 'nguentu e ccu la menti fina cci fici a tutti l'ossa comu 'a farina.

Uttimamenti fu a 'na signurina, ca jù cci pensu comu fussi ora:

faceva comu lu cani a la catina, c'aveva 'n occhiu nisciutu di fora.

Dda cci vuleva la manu divina, nò 'sti dutturi ca nasciunu ora!

Ma jù fratantu ccu la me scienza cci resi aiutu 'ntempu 'n ura e menza.

Pigghiai di la petra la simenza, 'n saccu di ventu e di nivi 'nfunnata,

di lu nenti pigghiai l'apparenza e poi ni fici 'na bella cappata!

Vi ricu ca ni visti spirienza ppi da donna ca era furtunata,

ca, comu 'nte l'occhiu ccia 'ntappai, cci sghiddau attunnu e di l'autru l'annuvvai.

Ddocu li trattamenti foru assai ca mi trattanu di chiddu ca fui.

Comu ssi tratti no n'avutu mai, ca li Ugnati currevunu a dui a dui

e vi ricu ancora ca 'a casa ni purtai assina ca 'ncoddu no ni potti cchiui.

E di quannu appi su' gran cumplimentu, m'arritirai e lassai lu 'nguentu».

 

 

 

Dopo la pausa di smarrimento Santina, che non ebbe più alcuna risorsa per continuare il dialogo, timidamente sussurrò: «M'a scusari dutturi, mi pareva unu comu jegghiè» .

tratto da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania

 

 

Quando, intorno ai primi del secolo, si andava a pesca con barche a remi e a vela, talvolta, per effetto del "ventu spam" (vento contrario), i "catanesi" erano costretti a fare scalo ad Ognina, che a quel tempo era "separata" da Catania.

Nel piccolo borgo, ad eccezione di qualche guardia di Finanza, di qualche ferroviere o di qualche contadino, c'erano quasi esclusivamente famiglie di pescatori e quella di un solo "riatteri di mari" (rigattiere che comprava il pesce al largo) ,  'u zìi Natali cucuzza", la cui moglie Agatina gestiva una "putia" (osteria) nei pressi del porticciolo.

I catanesi che rimanevano ad Ognina andavano a pranzare dalla "zia Tina", la quale si faceva aiutare dalla figlia maggiore Elisabetta. Successe così che Gaetano (Tanu), 24 anni, "civitotu" (della Civita) e la bella Elisabetta, 20 anni, nell'incrociare il loro primo sguardo, capirono che era "cosa fatta".

Quando Gaetano "mandò l'ambasciata" - come allora si soleva fare - per conoscere le "intenzioni" della famiglia di Elisabetta, la richiesta venne naturalmente girata all'interessata la quale, cercando di nascondere la propria emozione, rispose: «Lo ha detto e lo ha fatto! Lui sa che per me va bene».

«Ma come?», disse la madre, «Vi siete già parlati?». «No» rispose la ragazza, «ma è come se lo avessimo già fatto!

Complice il "tàttaruni", con il quale Gaetano in quei giorni pescava vicino alla Punta della "Quartarara" (così chiamata perché in quel paraggio si "pescavano" antiche anfore ("quartali") affondati dai marosi, si sposarono nel 1908 ed ebbero sette figli.

Quanto succedeva ai "catanesi" che, con il "ventu spam", non potevano far ritorno alle loro case, accadeva anche a catanesi e ogninesi che, sempre per il vento contrario (in questo caso di tramontana), non potevano rientrare ai rispettivi approdi dopo aver pescato nella Costa Saracena, sia con la "tratta", sia con il "tàttaruni".

Essi, allora, si rifugiavano nel portocanale di Brucoli, o Bruca, o anche Ruca, alla cui imboccatura sorge l'antico castello.

Bruca, ovvero l'antica Trotilo, fu fondata da una colonia di Megaresi nel 729 a.C. nei pressi dell'attuale Brucoli sulla foce del fiume Panagia in una felicissima posizione sia per la prossimità della zona più ricca del retroterra sia per l'assoluta sicurezza dello scalo rispetto agli interrimenti e alle agitazioni dei mari del largo. Il castello di Brucoli fu fatto costruire a difesa dei traffici nella seconda metà del XV secolo dalla regina Giovanna di Napoli, moglie di re Giovanni di Navarra e di Sicilia.

All'epoca in cui si andava "a Ruca" i marinai, poiché "correre per Brucoli" rappresentava un fuori programma, non sempre avevano il denaro necessario per il pranzo; cosicché la "zia Carmela", unica "putiara" del piccolo paese, faceva volentieri credito come la "zia Tina" di Ognina. Ma, come è noto, fare il portoghese non è solo dei nostri giorni, e così la "zia Carmela", se non fosse in Paradiso, aspetterebbe ancora il denaro da qualcuno.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

 

 

 

 

 

Le caratteristiche barche dipinte, al pari dei famosi carretti siciliani, sono scomparse, quelle attuali sono colorate da semplici strisce policrome eseguite spesso dagli stessi pescatori. Fino a circa un quarantennio addietro esisteva invece il pittore addetto all'abbellimento delle barche: un vero e proprio artista che riusciva a interpretare e a trasmettere nelle sue pitture la passionalità e la spontaneità del pescatore.

 

 

 

I temi più ricorrenti erano tratti dalla tradizione culturale del popolo catanese: immagini sacre quali la Madonna o San Francesco di Paola (protettore dei pescatori); soggetti dal significato simbolico e scaramantico: là sirena, gli occhi a prua, l'asso di mazze ecc.; personaggi desunti dai poemi. epici (Orlando, Rinaldo, Angelica ecc.). Nella parte anteriore o prua, le vecchie barche avevano un prolungamento della chiglia, più o meno alto, chiamato «paluminedda». Delle suddette, folkloristiche barche è ancora rimasto qualche esemplare che viene tirato fuori in occasione di importanti festività marinare.

Le barche che si trovano oggi nei vari, porti della provincia di Catania sono tutte targate con la sigla della provincia di appartenenza (CT) preceduta dal numero che sta ad indicare il porticciolo di provenienza; seguono poi altri numeri che servono a contraddistinguerle ulteriormente.

Le barche del porto centrale portano la sigla CT, seguita dai numeri che completano la targa, quelle di Ognina, 5 CT di Acicastello e di Acitrezza, 4 CT; di Riposto, 3 CT ecc.

 

 

 

UN OGNINESE DOC

Mario Strano è nato a Catania il 23/02/1949 in un'umile abitazione di pescatori a ridosso del porticciolo di Ognina.

La sua passione per la pittura è innata sin dall'infanzia; il pavimento della sua abitazione fu la sua prima tavolozza e i pezzetti di carbonella i suoi primi colori, i quali riempivano il pavimento di fiori e barchette che poi sparivano sotto lo straccio della paziente mamma.

Ha conseguito la scuola dell'obbligo dedicando tanta passione al disegno ornato. Da giovanissimo ha seguito il padre nella pesca con la lampara. Prima ancora del servizio militare in aeronautica, ha iniziato a lavorare presso il circolo motonautico Auto Yatching Club di Ognina, rimanendovi per ben quarant'anni.

Da sempre alterna, nel tempo libero, oltre alla pittura, la sua seconda passione, la storia del borgo natio. Co-autore dei libri: 'Luci sulla scogliera' e 'Santa Maria di Ognina', ha dedicato molto tempo alla ricerca di fonti e testi antichi, di cui la chiesa della Madonna di Ognina è stata oggetto privilegiato di studio.

Come la pittura migliorata negli anni da autodidatta, cosi pure lo studio appassionato della storia patria è stato coltivato da ''semplice artigiano'' come lui stesso ama definirsi.

Si è molto prodigato per la creazione del piccolo museo del mare di Ognina mantenendone per alcuni anni l'appassionata gestione, facendosi apprezzare anche nel settore scolastico tanto da essere chiamato ancora oggi a parlare di Ognina alle scolaresche.

Molto legato alla chiesa di Ognina e alla devozione della sua Madonna, durante i festeggiamenti mariani, spesso è chiamato a tenere conferenze culturali inerenti il vecchio borgo.

 

 

 

 

 

I cantastorie come il mare

Nella vastissima letteratura poetico-musicale prodotta dai cantastorie - in cui a essere affrontati in chiave ironica o drammatica sono miti quali quelli della chanson de geste o della Baronessa di Carini ma, soprattutto, cronache d’attualità che sollevano grandi questioni odierne quali l’emigrazione e l’immigrazione, la mafia e l’antimafia, la pace e la guerra, la trasformazione dei costumi familiari e domestici - molte storie riguardano vicende in cui il mare, oltre a essere lo sfondo in cui si svolgono le azioni, svela tutte le sue simboliche rifrangenze.

In storie e ballate quali Colapesce, il Tesoro dei Normanni, Maria La Bella, Brolo il mare è, di volta in volta, elemento di congiunzione e di distanza tra epoche, società, classi, religioni, mondi differenti, che si attraggono, contrapponendosi. I cantastorie, forse, sono un po’ come le risacche marine, le onde, i maremoti: trasmettono, cioè, di piazza in piazza storie di vita, drammi sociali, insomma quelle che il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta chiamava li vuci di l’omini. Uomini che anche se contrapposti nel tempo, nello spazio, nelle culture, nelle idee e nelle religioni non hanno ancora dismesso il piacere di conoscersi.

Mauro Geraci - Consorzio Noè

 

 

 

 

LA LEGGENDA DI COLAPESCE

Una delle leggende più belle e famose della Sicilia riguarda il personaggio di Colapesce, che racchiude in sé l’amore incondizionato che lega ogni siciliano al suo mare.

 C’era una volta, tanto tempo fa, un ragazzo di nome Nicola, detto Cola, figlio più piccolo di una numerosa famiglia di pescatori, che viveva a Messina. Cola amava il mare, gli piaceva immergersi anche in profondità per scoprire tutti i segreti che nascondevano i fondali, e amava i pesci. Lo amava talmente tanto che trascorreva più tempo in acqua che sulla terra ferma. Era come se il mare fosse il suo habitat naturale! A volte riusciva a stare in acqua anche per diversi giorni, infilandosi nella pancia dei pesci più grossi.

 Tutti lo credevano matto, a cominciare dalla sua stessa famiglia, perché raccontava delle storie incredibili sulle strane creature che vivevano negli abissi.  La madre era disperata, non sapeva più che fare con questo figlio scansafatiche, che non solo non provvedeva a lavorare, ma si permetteva pure il lusso di rigettare in mare i pesci che il padre ed i fratelli avevano appena pescato. E tutto questo perché lui amava le creature del mare e non sopportava che qualcuno le uccidesse.

 Eppure la sua fama si diffuse ben presto tra la gente, fino ad arrivare alle orecchie del re Federico il quale, incuriosito da questo strano personaggio, volle conoscerlo. A bordo della sua nave, al largo di Messina, i due si conobbero ed il re volle subito mettere alla prova le capacità di Colapesce. Prese una coppa d’oro e la gettò in mare, chiedendo a Colapesce di riportargliela. Cola si immerse e dopo alcune ore tornò a galla con la coppa in mano.

 Il re, stupefatto da una simile impresa, si fece raccontare dal ragazzo cosa aveva visto in fondo al mare e, un po’ per curiosità, un po’ perché ancora nutriva qualche dubbio, decise di mettere ancora alla prova le abilità di Colapesce: prese la corona e la gettò in mare. Colapesce si immerse ma tornò a galla dopo 2 giorni e 2 notti con il viso intristito.

 Disse di avere visto la Sicilia poggiata su 3 colonne: la prima completamente integra; la seconda leggermente scheggiata; ma la terza era molto danneggiata, a causa di uno strano fuoco che divampava in fondo al mare. Il re non riusciva a credere alle parole del ragazzo. Figuriamoci, come può un fuoco divampare negli abissi? Chiese a Colapesce di immergersi nuovamente e di guardare meglio la situazione. Cola non voleva saperne di immergersi di nuovo, quello che aveva visto era raccapricciante ma il re insisteva: dapprima gli diede del codardo e poi gettò in mare l’anello della principessa. Ora tutti sappiamo che 2 sono le cose che un uomo non riesce a sopportare: essere preso per codardo e vedere una fanciulla triste. E così Colapesce decise di immergersi per compiere la sua missione. Portò con sé un sacchetto di lenticchie dicendo che se le avessero viste tornare a galla, era il segno che lui non sarebbe mai più tornato.

 Dopo alcuni giorni le lenticchie tornarono a galla ma di Colapesce non si seppe più nulla. Molti sostengono che sia rimasto in fondo al mare a sorreggere la colonna oramai distrutta e proteggere la Sicilia dalla sua distruzione. Molti altri hanno interpretato il significato dei 3 oggetti d’oro: la coppa rappresentava il denaro; la corona il potere; l’anello l’amore. E lui per amore sacrificò la sua vita.

 

Giusy Vaccaro

http://www.ioamolasicilia.com/la-leggenda-di-colapesce

 

 

u cuzzularu moderno

Altre attività, connesse con la vita marinara, sono scomparse o si sono ridimensionate, ma erano presenti nel quotidiano della nostra giovinezza. Si vedeva, in tutte le stagioni, passando dal litorale della Playa, sulla riva un uomo dentro l’acqua dalla cintola in giù che, con movimenti lentissimi e procedendo come un gambero, trascinava un attrezzo, era il pescatore di telline, i “cozzuli da Playa”, che si raccolgono nelle rive sabbiose.

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da "Catania com'era"

 

 

 

Di Colapesce hanno scritto grandi poeti, tra tutti Ignazio Buttitta. Centinaia sono le leggende e le varianti. Fortunato Sindoni ha scritto e musicato la “sua storia di Colapesce” che qui proponiamo, nello stile classico dei cantastorie in ottava ‘ncruccata.

 

 

 

Tra le tante leggenda che si raccontano sulle torri di avvistamento, questa, nella versione di Fortunato Sindoni, è molto suggestiva. Infatti si narra di una castellana che si innamora di un marinaio; per gelosia, egli viene ammazzato dai fratelli di lei. Maria la Bella, non vedendolo più tornare, trascorre tutta la sua vita aspettando invano il suo ritorno.

 

 

 

LA PANTOMINA "U PISCI A MARI" AD ACITREZZA, OGNI 24 GIUGNO ALLA FESTA DI SAN GIOVANNI

La pantomima “U pisci a mari” é una tradizione popolare trezzota che risale intorno al 1750, anno dell’inaugurazione della statua lignea del Santo Patrono di Acitrezza, San Giovanni Battista.

Tale pantomima é un rito propiziatorio, parodia della pesca del pesce spada che si svolgeva anticamente nello stretto di Messina, dove un marinaio da un’alta antenna (il “rais”) piantata in mezzo ad una barca, spia il pesce che passa per lo stretto; in un’altra barca a lancia più piccola quattro marinai sono pronti al remo, e quando il grido della guardia annuncia la comparsa del pesce essi vogano di tutta forza: il “rais” dirige il corso, pronunziando parole in dialetto, in modo che il cetaceo venuto sotto tiro, viene inforcato furiosamente con la fiocina alla quale starebbe attaccato un capo di canape fatto fermo sulla barca.

 

Il pesce viene così ferito e s’inabissa tirandosi la corda, che é sufficientemente lunga, ma ben presto muore e viene tirato su rosseggiante fra le grida festose di altre barche di curiosi e di quello che sta all’antenna che manda benedizioni, e che cambierebbe in maledizioni o imprecazioni se il colpo dovesse fallire.

La pesca del pesce spada rappresenta, per il popolo protagonista, la continua lotta ingaggiata con gli elementi naturali, per sopravvivere in una terra che come pane ha il pesce. Ad Acitrezza é precisamente questa scena, che si vuole imitare, ma l’azione assume un che di comico, di folkloristico, di esagerato.

 

 

la rappresentazione di Acitrezza

 

Il racconto: ogni anno sin dal 1750, nel pomeriggio del 24 di Giugno (giorno della festa di San Giovanni Battista), tutto inizia con la calata dei pescatori verso il mare, che per ogni edizione avviene da un punto estremo del paese a nord o a sud.

Tra la enorme folla presente nella strada, sei uomini si avviano ballando (sulle note di musiche tradizionali ritmate, suonate da un corpo bandistico), ostentando calzoni corti stracciati, una maglia rossa e una fascia gialla a tracolla (che rappresentano i colori simboleggianti il Santo Patrono), un cappellaccio di paglia, ed infine cinti sulla vita da un cordone che tra loro li collega.

Arrivati sulla Piazza Giovanni Verga (che si trova al centro del paese, antistante la chiesa madre) invocano San Giovanni Battista affinchè la pesca che si accingono a svolgere, possa andare bene e possa essere molto ricca. Poi il corteo festoso si dirige verso il molo (nello specchio d’acqua antistante lo scalo di alaggio) dove viene atteso da moltissima gente (ogni anno circa 10.000 persone), che riempie le barche o che quasi non trova posto sui bracci del porto dove sta assiepata.

Tra gli attori della pantomima, tre iniziano la cala della barca (che viene addobbata con fiori e nastri rossi e gialli), due prendono posto sul molo in modo da poter seguire le fasi della pesca. Il “rais”, che sta sul molo, é colui che grida e dirige la pesca (urlando tradizionali frasi in dialetto) mentre con fare minaccioso muove una canna di foglie fresche sulla mano destra ed un ombrello sulla sinistra.

Si comincia la pesca “do pisci”, nella prima parte rappresentato da un esperto nuotatore che furtivamente si immerge nello specchio di acqua teatro della pantomima, nascondendosi tra le numerose imbarcazioni colme di gente che osserva più da vicino l’avvenimento e urla verso i protagonisti incitandoli.

 

 

 

la rappresentazione di San Giovanni Li Cuti

Il “rais”, dall’alto di uno scoglio, avvista l’uomo-pesce e lancia segnali, urla le frasi in gergo antico e incita i marinai a catturarlo. E quindi, dopo vari tentativi, il pesce viene preso e levato a bordo (tra gli applausi del pubblico e il suono festoso della banda assiepata sul molo), ma prontamente riesce a fuggire dalle mani dei pescatori già pronti a tagliarlo a fette.

I pescatori dunque, imprecano contro la mala sorte e si accapigliano, ed anche il “rais” disperato si getta in acqua in maniera goffa. L’inseguimento del pesce continua, ed inizia così la vera lotta con la preda che viene nuovamente infilzata, ferita e catturata, e con il mare che si tinge del suo sangue rosso.

Due pescatori che si trovano sulla barca tengono saldamente l’uomo-pesce per le braccia e le gambe e, mentre minacciano di squartarlo con una grande mannaia, questo si agita ormai conscio del suo destino. Ma dopo essersi dimenato a lungo, riesce a scappare nuovamente gettando nello sconforto i pescatori.

Alla fine, con la forza della disperazione i pescatori continuano a vogare, con il “rais” che avvista nuovamente la preda (questa volta é un pesce vero, un tonno o un pescecane immerso precedentemente nelle acque del molo), che finalmente viene catturata e viene affettata.

Quando i teatranti (che sono tutti pescatori trezzoti) urlano la bontà delle carni, con la gente che applaude ed il corpo bandistico che suona incessantemente a festa, per il pesce sembra davvero finita. Ma a pochi metri dall’approdo fugge definitivamente, scomparendo tra i flutti.

Gli spettatori gridano, il “rais” impreca e si getta in mare, ed alla fine i pescatori in preda allo sconforto capovolgono la barca, tra il susseguirsi dei tuffi da parte dei giovani spettatori nel mare scintillante, che sotto un sole d’estate chiudono l’avvenimento ancora una volta onorato, ovvero l’ennesima rappresentazione (che ancor oggi assume dei valori artistici, culturali e folkloristici encomiabili), della continua lotta dell’uomo per sopravvivere in questi luoghi.

 

Le frasi che il “rais” urla mentre si dimena sul porticciolo.

 

Dando indicazioni sull’avvistamento del pesce:

“A luvanti, a luvanti.

A punenti, a punenti.

A sciroccu, a sciroccu.”

 

Quando poi viene pescato il pesce:

“Pottulu n’terra, pottulu n’terra; ca semu ricchi!

Pigghia ‘a mannara, pigghia a mannara; ca semu ricchi!”

Pisci friscu, pigghiatu ora ora. ‘U tagghiamu a Trizza stissu!”

 

Quando lo perdono:

Scialaràti, scialaràti, m’arruvinàsturu;

mi facìsturu pèrdiri a pruvirenzia!

 

http://www.festasangiovanni.it/?page_id=40

 

 

 

Martedì 22 dicembre 2015 è stata aperta ed inaugurata alla presenza dell’Ammiraglio Nunzio Martello, Comandante della Capitaneria di Porto di Catania e di numerosi pescatori ed armatori “La casa del pescatore”, un luogo di rilievo per la pesca catanese intitolata in memoria e ricordo dell’Armatore Carmelo Micalizzi già presidente della Federazione Armatori,  scomparso improvvisamente qualche giorno addietro.

Carmelo Micalizzi,  era un uomo che aiutava tutti come fossero figli suoi, un uomo che si è speso costantemente per tutti “i senza voce” che avevano bisogno di avere le istituzioni più vicine, da sempre si è battuto in difesa della categoria, il suo sogno era di rivedere il lavoratore al centro dei progetti politici nazionali e non utilizzato come spugna da spremere con tassazioni sempre maggiori.

Ultimamente stava lavorando alla realizzazione di un progetto per la creazione di pescherie all’interno dei porti della provincia di catania in modo da poter mettere in diretto contatto produttori/pescatori e consumatori per garantire la tracciabilità del pescato.

 

 

 

 

 

 

 

GENTE DI MARE - Umberto Tozzi e Raf