Sarebbe infinito l'elenco delle ricette a base di pesce. Soprattutto di alici nostrane che a Catania preparano in tutte le maniere: in tortiera,

al forno, fritte, marinate, arrosto. Grandi intenditori sulla freschezza ittica (non li può fregare nessuno!) e ghiotti di quello che viene pescato

nel loro golfo, i Catanesi non rinunciano a questo prezioso alimento per nessuna ragione al mondo. In trasferta preferiscono mangiare altro, perchè il "pesce" si mangia a casa!  Non è per vantarmi, ma in molti hanno verificato la differenza. Sembra che Azeglio Campi lo facesse arrivare a Roma per via aerea, in giornata. Solo fresco. Qui non lo conosciamo surgelato o "forestiero". Questo è uno dei motivi per cui il vero Catanese si rifiuta di acquistarlo ai Supermercati. Chi si avvicina a quei banconi o ha fretta, o solo di passaggio a Catania, o per pura passione per platesse dell'Atlantico, gamberoni dell'oceano Indiano e calamari vietnamiti.  Oppure, se è proprio deve essere catanese.......  non è Marca Liotru!

 

 

Ai nostri giorni, l'importanza fisiografica ed economica della piattaforma litorale è dovuta al rilevante interesse per l'esercizio della pesca, per la navigazione e per l'estrazione degli idrocarburi.

Stabilire, poi, il tipo di fondale (scogli lavici, ghiaia, sabbia, ecc.) è di fondamentale importanza, specie quando si pratica un preciso tipo di pesca.

In ordine alla composizione dei fondali marini, il D'Arrigo così scriveva: «Come è noto, il fondo marino, in genere, presenta una graduale selezione granulométrica secondo cui, andando dal litorale verso il largo, si incontra prima la roccia viva, nuda di materiali sedimentari e poi gli scogli, i ciottoli, la ghiaia, la sabbia fangosa, il fango sabbioso e poi finalmente il fango propriamente detto. Questa classificazione meccanica dei sedimenti del fondo marino rappresenta una scala d'agitazione idrodinamica del mare stesso, in funzione della grossezza individuale degli elementi sedimentari sciolti del fondo marino.

Ne consegue, così, selezionata la loro ubicazione, in dipendenza della loro specifica sensibilità reattiva ad una agitazione gradatamente sempre meno energica, a mano a mano che aumenta la profondità, andando da terra verso il largo. I corpuscoli di egual forma e grandezza reagiscono in maniera uguale all'impulso ricevuto, la resistenza che essi oppongono è proporzionata alla loro grandezza, maggiore in quelli più grandi, minore nei più piccoli». E Democrito: «Lo stesso accade per gli esseri inanimati... come se la somiglianza dei corpi rive-lasse una intima forza di reciproca attrazione».

È opinione consolidata che ogni tipo di pesce abbia un gusto suo particolare in relazione ai fondali in cui vive. Infatti molti abitanti delle nostre parti, da buoni intenditori, si chiedono spesso perché il pesce pescato nel nostro mare è di sapore più gradevole di quello pescato altrove.

Verosimilmente, talvolta, "si sente il sapore del mare" anche dopo la cottura, specie se trattasi di pisci di petra: "ucchiati", '"nzuraddi", "làppiri", "pizziré", "precchi", "munaceddi", ecc.

La risposta la danno gli stessi pescatori, ì quali sanno che ciò dipende dall'habitat naturale di cui la mangianza e le polle d'acqua dolce, delle quali il nostro golfo è ricco, costituiscono i complementi indispensabili perché il pesce abbia quel determinato sapore, non riscontrabile in quello pescato dove dette condizioni mancano.

L'habitat ideale del pesce di scoglio è il fondo roccioso, costituito da rocce di varia dimensione, spesso ricoperte di alghe. Molto spesso ai margini delle rocce vi sono massi, ciottoli e ghiaie. Altri luoghi interessanti sono quelli dove il fondale sale bruscamente formando un banco, cioè un altopiano che talvolta giunge a pochi metri dalla superfìcie, costituendo una secca ("spasa").

Di notevole interesse è la secca chiamata "scogghiu du Tentici" (scoglio del dèntice), nota per la considerevole presenza - in passato - di "rèntici", "lùvuri" e "pàuri".

Ai margini di banchi e secche (cigli = "orri") si raccolgono molti microrganismi (soprattutto quelli che non posseggono mezzi propri di locomozione) atti alla nutrizione del pesce che qui trova una valida protezione negli anfratti situati a varia profondità.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

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Intervista al dott. Omiccioli. Le numerose ricette che riceviamo dai lettori e le centinaia che vengono stampate dal nostro portale sono l’ulteriore conferma dell’aumentato interesse per la gastronomia. Sempre più spesso la redazione riceve mail dai lettori che cimentandosi in cucina con il pesce ci scrivono per sapere come fare a riconoscere il pesce fresco. Del resto per la buona riuscita di qualsiasi ricetta dalla più semplice alla più elaborata la freschezza del pesce è fondamentale.
A questo proposito abbiamo intervistato uno dei nostri collaboratori, il dott. Omiccioli al quale abbiamo chiesto di svelarci i segreti per riconoscere il pesce fresco.

Dott. Omiccioli, che indicazioni può dare ai nostri lettori per riconoscere il pesce fresco?
Non è così difficile come sembra riconoscere il pesce fresco…. direi che è molto più difficile pulirlo e cucinarlo!
Mi capita spesso di dover spiegare come scegliere il pesce e non manco mai di dire che il pesce va scelto con 3 sensi. Partiamo innanzitutto con l’odorato.
Il pesce fresco deve avere un odore tenue e salmastro deve insomma ricordare la salsedine. Ricordate che il pesce quando è fresco non ‘puzza’ ma, diciamo così, profuma di mare.
Veniamo alla vista. Prima di comprare osservate bene gli occhi che devono essere vivi e in fuori con la cornea trasparente e lucida. E quindi mi raccomando…. non comprate mai pesci privi degli occhi o della testa! Sempre parlando di occhi volevo sottolineare che a questa regola fanno eccezione i bivalvi che se freschi hanno gli occhi chiusi.
Il pesce fresco deve, inoltre, avere un colore iridescente, quasi metallico. Le branchie devono avere un colore rosso o rosaceo e devono essere umide. Le scaglie, tranne che per alcuni pesci come ad esempio i cefali le cui scaglie si staccano facilmente anche quando è fresco, devono essere brillanti e aderire al corpo che deve essere rigido o arcuato. Le costole e colonna, poi, devono essere aderenti alla parete addominale e ai muscoli dorsali.
Ma veniamo al tatto. Innanzitutto il pesce, se fresco, ha una carne soda ed elastica. Per verificarlo provate a premere sul pesce con un dito, se levandolo rimane l’impronta significa che non è fresco. Il corpo, inoltre, deve essere rigido e mettendolo in verticale non deve afflosciarsi. Se messo in acqua, poi, deve affondare.

Le stesse regole valgono anche per i molluschi?
No, ci sono delle differenze. Per esempio, i molluschi cefalopodi come le seppie, a differenza degli altri pesci, devono avere gli occhi brillanti e neri e il corpo umido. L’odore non deve essere acidulo. Parlando invece dei molluschi con la conchiglia, che devono essere assolutamente comprati vivi, bisogna prestare attenzione che il corpo aderisca bene alla conchiglia (o al guscio). Aggiungo infine che la conchiglia deve essere lucida,chiusa e pesante.

E i crostacei?
I crostacei, che sono anche questi assolutamente da comprare vivi, devono avere la corazza di colore rosso intenso e la polpa soda.

Queste indicazioni valgono per chi decide di cucinare il pesce a casa e per chi invece va al ristorante? Come fa distinguere il pesce fresco?
L’unica cosa che posso dire è che è fondamentale scegliere ristoranti che si conoscono bene. Anche per il pesce che si consuma al ristorante la prima cosa a cui prestare attenzione è l’odore. Mai mangiare pesce il cui odore ricorda l’ammoniaca, che è spesso usata per conservarlo, e mai mangiare pesce crudo come sushi o carpaccio in locali non conosciuti.
Il pesce fresco, come tutti sanno bene, è un alimento estremamente deperibile e va consumato nel giro di 12-24 ore così da evitare di innescare il processo di deperimento causato dagli enzimi proteolitici, dai batteri e dal calore che lo alterano creando tossine nocive al nostro organismo.
Per stare dalla parte del sicuro, inoltre, sarebbe buona regola scegliere pesci di stagione e pesci nostrani. Di stagione perché se da una parte è più facile che siano freschi è anche vero che ogni specie di pesce ha un suo periodo durante il quale le sue qualità nutrizionali ed organolettiche sono nel momento migliore. Nostrano perché il nostro è un pesce sottoposto a molti controlli ed è quindi preferibile al pesce d’importazione.

E quindi, meglio consumare pesce italiano?
Direi proprio di si. Il nostro pesce, mi riferisco in particolare al pesce azzurro del Mediterraneo, contiene un considerevole apporto di principi nutritivi rispetto ai pesci che vivono in altri mari oltre. Come ormai mi auguro tutti sapranno, il pesce contiene un’alta percentuale di acidi grassi essenziali omega 3 e un’alta percentuale di proteine che varia dal 6% al 20%. Inoltre è ricco di diversi minerali come iodio, calcio, fosforo, potassio e rame oltre a vitamine del gruppo A e D e B.

A cura di Chiara Angeloni

http://www.mareinitaly.it

 

 

 

 

Come è noto, alcune caratteristiche particolari delle correnti marine, innanzitutto il loro regime, hanno una sicura influenza sulla presenza e sui comportamenti della fauna e, conseguentemente, sulla pesca.

A tal proposito l'esperienza dei marinai del golfo di Catania, frutto di osservazioni secolari, ha fatto e fa testo ancora oggi.

Conoscere il regime delle correnti è necessario, perché la distribuzione e le migrazioni di molte specie di pesci  dipendono dalla temperatura e dalla salinità  che sono intimamente connesse alle correnti. Infatti, le variazioni di intensità e di direzione di certi rami di corrente sono accompagnate da mutamenti correlativi nel cammino seguito dai pesci migratori (alici, sgombri, sardine, tonni, ecc.).

 

Le correnti marine possono provenire da qualsiasi direzione,

ma le più ricorrenti  sono quella di "susu" o "faru" (discendente e quella di "iusu" (ascendente).

 

SUSU (o Faru), la corrente discendente (da nord verso sud), da Messina fino a Capo S. Croce di Augusta poiché lungo il suo percorso trova in prevalenza fondali costituiti da scogli lavici o grossi ciottoli (ad eccezione del litorale antistante alla Plaia dove insistono fondali fango-sabbiosi, mantiene acque di una eccezionale limpidezza. Basti pensare che si riesce talvolta a vedere a occhio nudo, un pesce attaccato alla lenza a una profondità di venti metri!

Il tipo di corrente di cui si è detto crea le condizioni ideali per la pesca del pesce azzurro, in specie sardine ed alici che prediligono le acque limpide perchè, cibandosi soprattutto di plancton, vedono con più facilità la loro preda. E' così che accostano anche i "tunnacchi" (tonnetti) che a loro volta si cibano in prevalenza di alici.

Il plancton, che è costituito da microrganismi marini provvisti di cellule luminescenti, produce la fosforescenza delle acque. Di solito la fosforescenza è più chiaramente visibile di notte quando l'acqua viene mossa da un remo oppure da altro, come ad esempio da un'elica in movimento.

I microrganismi che costituiscono la massa planctonica si possono suddividere in due categorie: passivi si considerano quelli che non posseggono mezzi di locomozione, o li hanno debolissimi, e quindi si lasciano trasportare dalle correnti; attivi quelli che si spostano indipendentemente dalle correnti, perché forniti di mezzi propri.

Altra distinzione, ora in relazione allo stadio vitale, è possibile in: forme planctoniche perfette, che rimangono tali durante tutta la loro esistenza, e forme planctoniche temporanee che fanno parte del plancton solo in un  determinato momento della loro vita (larve, uova, ecc.)

Induce alcuni tipi di pesci a "vurricarsi" (sotterrarsi) nel fango, lasciando fuori solamente gli occhi.

 

IUSU, è la corrente più curiosa: la corrente calda di "iusu" ascendente (da sud a nord). Secondo una comune opinione avallata dall'esperienza, creerebbe le condizioni ideali per la cattura del pesce dei fondali fangosi;

Produce l'effetto contrario sulla trasparenza delle acque che vediamo, allora , di colore torbido, perchè la corrente trascina con sé il fango e la sabbia presenti sul fondo. Il fenomeno della torbidità delle acque è ancor più manifesto durante le mareggiate accompagnate da piogge, le quali trascinano in mare grandi quantità di terra e liquami.

Alla torbidezza delle acque non sono estranei nemmeno i corsi d'acqua, che trascinano anch'essi in mare una notevole quantità di detriti. Pertanto, per ragioni inverse a quelle prima accennate, il pesce azzurro si allontana dalla costa.

In regime di tempo buono, invece, l'impurità delle acque prodotta dalle correnti ascendenti è dovuta, come si è detto, innanzitutto alla presenza di fondali fango-sabbiosi di cui la corrente stessa trascina una parte durante il suo percorso verso nord-est, fino a quando le due correnti (ascendente e discendente) non si incontrano in un punto che i pescatori chiamano "lista" e dove, per ovvi motivi, vengono a congiungersi gli "apporti" di ciascuna corrente i quali sono i prodotti di quello che taluni definiscono l'evoluzione dei tempi: lattine, bottiglie, sacchetti di plastica o comunque rifiuti in genere.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

REMA. Quando le due correnti prima considerate si incontrano, prevarrà allora quella che riceve una maggiore spinta, la quale, lambendo le spiagge, deposita i rifiuti che ha via via accumulato.

Altra osservazione sulle correnti, ora in relazione alla profondità delle acque, è quella delle correnti contrapposte, ossia di due correnti di opposte direzioni che transitano su uno stesso tratto di mare: una da nord verso sud che, dalla superficie, giunge fino a venti metri di profondità e si chiama corrente; l'altra, per un fondale pari, ad esempio, a quaranta metri, partendo da venti metri, giunge fino al fondo e viene chiamata rema. In questo caso i pescatori dicono che «da dove proviene la corrente, lì porta la "rema"», per significare che in quel tratto di mare si ha la presenza contemporanea di due correnti più o meno di uguale intensità, ma contrarie e a due diverse profondità.

Il fenomeno ora descritto può mettere in difficoltà i pescatori che, "calando" in modo autonomo, cioè senza interpellarsi, e a profondità diverse, vedono talvolta unirsi le reti l'un l'altra per effetto di dette correnti contrapposte, con il risultato finale del danneggiamento degli attrezzi o addirittura della perdita di una parte di loro. Così l'espressione "ci curremu di 'ncoddu" (corriamo loro addosso) - riferita alle reti - è quanto mai eloquente nella circostanza.

TAGGHI. Degni di nota, in tema di correnti marine, sono i cosiddetti "tagghi di rema" che si osservano prevalentemente nel mese di agosto. Sono questi fasci di corrente di cui i pescatori ignorano le origini, ma ne constatano solamente dinamica ed effetti imprevedibili. Da est vanno verso ovest, hanno una larghezza compresa tra venti e cinquanta metri e una lunghezza di centinaia di metri. Immagine correlata

Il loro effetto è quello di fare sprofondare le reti o di sollevarle in superficie, indipendentemente dal fatto che esse abbiano molto o poco piombo, poco o molto sughero. È impossibile prevederne il comportamento e la forza; possiamo solo paragonare il fenomeno al ribollire dell'acqua nella pentola, dal cui fatto trae origine l'espressione: "c'è 'u mari ca vugghi" (c'è il mare che ribolle).

Sembra comunque probabile che essi possano mettersi in relazione con l'attività vulcanica. Narrano infatti i pescatori - buoni conoscitori dei fenomeni naturali - che l'anno prima che la lava distruggesse Mascali (1928) l'Etna smise la sua incessante attività effusiva dal cratere centrale, e i "tagghi di rema" si osservarono eccezionalmente tutto l'anno, ritornando poi alla loro prevalente comparsa estiva con l'inizio della disastrosa eruzione.

VUGGHI. Diversi dal fenomeno "tagghi di rema" sono i cosiddetti "vugghi" (vortici) i quali non sarebbero altro che poderose polle sottomarine di acque dolci. Si osservano nei bassi fondali della Plaia dove qualche volta, dato il loro carattere vorticoso, riescono a rendere difficile la vita agli incauti bagnanti.

Come le correnti marine influenzano la presenza di alcuni pesci, così le mareggiate incidono, come vedremo, sulla pesca e qualche volta mettono a repentaglio la incolumità del marinaio.

Abbiamo detto che la rete riesce a pescare solo in presenza di correnti. Ma come si fa a stabilire se c'è corrente?

A barca ormai ferma, e con rete calata, si mette in mare la pietra legata alla cordicella. Quando la pietra raggiunge il fondo, si molla ancora la cordicella per circa dieci metri. Dopo qualche minuto si potrà allora constatare se c'è corrente: se la corda resta "ammannu" (molle), vuol dire che non ce n'è e quindi la rete si tiene in mare per più di un'ora; se, invece, detta corda viene tesata, vuol dire che la corrente è presente e, in quanto comincia a "strascinari" la rete, la stessa si deve tirare dopo una ventina di minuti, o mezz'ora al massimo, a seconda della velocità della corrente.

A tal proposito ci piace ricordare quanto raccontava zio Andrea: da ragazzo, quando la sera rincasava tardi, aveva appena il tempo di dormire solo per qualche ora, perché, di buonora, assieme a suo padre e al cugino Turi, doveva andare a pesca; per questo motivo era sempre "morto di sonno".

Usciti per pescare, raggiunta "l'acquata" (il posto voluto) e calata che essi avevano la rete, egli si sistemava sotto la prua per dormire.

Il padre, lo zio Girolamo, aveva già ordinato di mollare lo scandaglio per controllare la rema, perché, se questa era presente, dopo circa mezz'ora ci si doveva alzare in quanto "la cala era già fatta". Ma quel manigoldo di Andrea, prima ancora di coricarsi, per poter dormire un poco di più, si era curato di staccare la pietra dalla cordicella, affinché il padre si convincesse della mancanza di rema.      

 

 LE MAREGGIATE DI LEVANTE A CATANIA

Quando poi lo zio Girolamo si accorgeva che "'u sinnu spariggiava" (si era fuori dal punto di fine cala), lo svegliava con una sassolata d'acqua in faccia, ordinandogli di aiutarlo ad issare la rete.

Issata, a questo punto, la cordicella, il padre aveva la conferma della marachella: mancava la "màzzira!". Era allora che Andrea, facendo meravigliato: "... e chi... si schiogghiu 'a màzzira?...".

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/altro/ognina1978.jpg

Canta Ognina bedda 'nzemi a mia, tutti li pisciteddi di lu to mari,

ca sutta di 'sta luna spicchiulìa 'nzemi a lu cantu di li marinari,

ca pìscunu cantannu canzuneddi di' pisci ca tu teni l'occhiu beddi

ppi opi e munaceddi, màuru e curaddina, ppi mìnnuli e pateddi di tutti si' riggina.

 

Il mare di Lognìna è stato sempre oggetto di studi molto importanti in campo scientifico: nel 1936 il Consiglio Nazionale delle Ricerche si occupò delle variazioni morfologiche intercorse dal 1748 al 1888 nel fondo marino di Porto Ulisse. Nel 1748 era stata scandagliata una massima profondità di m.28,08. Nel 1867 la profondità massima non raggiungeva i 13 fathoms, cioè metri 23,70,mentre poi nel 1888 tale profondità risultava inferiore a metri 26. Quella che suol chiamarsi “Secca di Vicenzu” detta” VINCENZO SHOAL” nei rilievi batimetrici dell’ammiragliato inglese, presentava nel 1867 una minima profondità di 7 fathoms, ossia metri 12,80, risultando costituita da roccia lavica viva, nuda di sedimenti per la cospicua azione dinamica delle acque, mentre nel 1888 tale secca del mare ogninese presentava una minima profondità di metri 9 e appariva ricoperta da materiale sedimentario.

Il Duca di Carcaci, nel 1841, fu il primo a caratterizzare idrodinamicamente l’esposizione ai mari del largo di Lognìna con il metodo del fetch, cioè della distesa di mare libero antistante, secondo cui i venti dominanti risultano l’”est-nord-est” e l’”est-sud-est”.

Vengono così prodotte forti tempeste, atteso il lungo spazio che le onde debbono percorrere, di 912 miglia per sud-est, senza incontrare alcuna terra. Anche i venti intermedi fra nord-est e sud-est formano traversia, ma non così violenta come i primi. Il 15 dicembre 1881, Enrico Simoncini, misurò un’altezza d’onda di tempesta quasi oceanica: metri quattordici. Nella tempesta del 26 marzo del 1933, al largo di Villa Pancari a Lognìna furono fotogrammate onde della lunghezza di metri duecentoventotto.

 Il mare di Lognìna è ricco di pesce pregiato come testimonia anche la monetazione antica: tra le principali monete di Katane si trovano dei coni in cui figura un crostaceo tipico del nostro mare, indicato con il termine “Kammaros” ossia gambero che nel golfo di Catania raggiunge la sua massima grandezza. I gamberi che si pescano a Lognìna vengono a ragione chiamati “gamberi imperiali”.

Nelle lave sottomarine di Porto Ulisse prosperano rinomati ricci marini che costituiscono una specialità gastronomica locale. C’è anche un tipo di riccio, detto comunemente “rizzo monaco” (conservato nel Museo del mare di Ognina) che è tutto bianco negli aculei e nel guscio.

Nell’antichità era considerato prezioso in campo terapeutico, infatti Democede, fondatore della scuola clinica pitagorica della Magna Grecia, se ne giovava per i suoi interventi contro il cancro, con risultati sorprendenti, Attualmente i pescatori di Ognina notano che sulle scogliere sottomarine di Porto Ulisse i ricci bianchi si fanno ogni giorno più rari.

 

Le colate laviche del 1381, che invadendo l’insenatura formarono l’attuale golfo di Ognina, distrussero l’antico porto, l’arsenale, le torri, le opere di difesa sicuramente presenti e coprirono il fiume LONGONE esistente e dal quale deriva il toponimo lognìna. Dello scomparso fiume si possono tuttora ammirare, nel tratto di costa fra la Jarita (zona Stazione FF.SS.) e la «Punta a' uzza»  che chiude il litorale di Lògnina confinante con Aci Castello così come ricorda il Verga

 

Le vene più vistose emergono a cominciare da:

 

 1) dal  «biveri», individuabile a meridione del Porto Ulisse ed in cui sopravvive una copiosa fonte;

 2) appresso, allo «scaru 'ranni» e allo «scaru a farata», che divisi dalla lingua di lava a mare denominata dai marinai «punta ciaccata» formano la marina grande e la marina piccola del porto di Lògnina.

 3) nella fascia costiera settentrionale ad iniziare dall'«acqua 'e palummi», subito dopo la villa Alonzo;

 4) negli scogli successivi, che formano l'insenatura dell'«acqua 'è cafici»;

 5) segue la «punta o 'urnazzu» e le lave dello «spagnulettu»

 6) nelle "Acque casse" data alla fascia nord-est della scogliera di Lognìna è derivata dalla espressione latina “aquae cassae” che vuol dire acque coperte, cancellate .

 7) negli scogli bassi dei «vasciuliddi», in cui l'acqua dolce crea visibili ramificazioni in mare;

 8) supera le «ruttazze» con la vasta «'rutta o strambu» e risorge ancora alle «rocchi o corvu» a Cannizzaro.

9) rispunta nella «punta di l'acqua pirduta», uno sperone roccioso proteso a mare e noto pure come «punta ro palummaru»  ad Acicastello,  o più semplicemente «acqua ruci», dove è rintracciabile la fonte più ampia di foce.

10) ancora nelle polle dell'«acqua 'e crapi o  “acqua delle capre“ così chiamata non solo perché in passato i pastori vi abbeveravano il gregge, ma anche per il caratteristico sapore» sempre ad Acicastello

 

 

PROSSIMAMENTE VERRANNO PUBBLICATI IN QUESTO SITO MAGGIORI DETTAGLI SUGLI SPUNTONI LAVICI CHE L'ETNA SI DIMENTICO' IN RIVA AL MARE E I MOTIVI PER CUI LA MARINERIA CATANESE LI SOPRANNOMINO' COSI'.

IN POCHE PAROLE: LA STORIA DELLA NOSTRA SCOGLIERA. NELLE MORE, PROPONGO I PIU' NOTI.  (Mimmo Rapisarda)

 

La consuetudine di denominare una località non deriva, come si può pensare, dal capriccio del marinaio di soprannominare a tutti i costi una roccia o uno scoglio, ma dall'esigenza di segnare dei punti nave cui fare riferimento durante la pesca. I nomi, quindi, venivano attribuiti secondo:

- i luoghi dove, di norma, si registra una maggiore presenza di pesci;

- il comportamento dei pesci in relazione ai fondali;

- il comportamento dei venti nella zona;

- la presenza di correnti di fondo;

- le variazioni strutturali del fondo marino;

- la presenza di sorgenti d'acqua dolce.

Grazie alla conoscenza di queste caratteristiche del luogo era anche possibile adottare tutta una serie di accorgimenti per insidiare i pesci.

 

U SCOGGHIU JANCU (LO SCOGLIO BIANCO)

Poco più ad est dello "scugghittu' troviamo l'arcinoto "Scogghiu jancu" (Scoglio bianco), il cui nome deriva dai segni lasciati dall'attività dei marinai che, di notte, andavano a pesca con lampade ad acetilene: la cosiddetta "citulena", in uso fino a poco tempo fa anche tra i venditori di "calia e semenza".

L'acetilene è un gas incolore e inodoro, preparato con vari procedimenti. Il più comu¬ne è quello che tratta il carburo di calcio con acqua. Il gas brucia con fiamma fuligginosa, lasciando come residuo un prodotto di color biancastro, chiamato "cabburru". Tale residuo veniva, per consuetudine, depositato (e non buttato in mare) sempre sui medesimi scogli che, con l'andar del tempo assumevano una colorazione biancastra.

 

 I PETRI JANCHI (LE PIETRE BIANCHE)

Lasciato lo "Scoglio bianco", poco più verso est, troviamo ora una piccola cala denominata "i Petri janchi", che vide il naufragio di un veliero che da Augusta trasportava (per le calcare vicine) proprio un carico di pietre bianche, usate nella fabbricazione della calce.

Le pietre bianche, finché i marosi non le trascinarono altrove, rimasero sul fondo e dettero quindi il nome alla località L'ACQUA E PALUMMI (L'Acqua delle colombe) o "FICUZZA".

 

U SCOGGHIU DU BECCU (LO SCOGLIO DEL BECCO)

l"Acqua 'e palummi",   in cui vanno a dissetarsi i gabbiani, posta proprio sotto un fico selvatico. Questa piccola insenatura fu in passato un punto di riferimento, sia per i colombi che vi si dissetavano, sia per gli antichi velieri che dovevano provvedere all'acquario, cioè al rifornimento di acqua potabile, indispensabile per la prosecuzione del viaggio. Esattamente al limitare della punta dell"Acqua 'e palummi"troviamo ora uno scoglio sommerso che, comunemente viene chiamato "Scogghiu d'u beccu".

 

 U CARRUBBINERI (IL "CARABINIERE")

Dalla "Ficuzza" comincia il cosiddetto "Carrubbineri" o "Acqua e casci", un tratto di scogliera che si estende fino allo scoglio chiamato "Unnazzu". II nome del luogo, così caratteristico e noto, si dice che origini dalla presenza in tempi lontani di una bettola gestita da un carabiniere in pensione. Un'altra tesi lo vuole derivato dall'insegna della "putia", su cui era raffigurato un carabiniere.

Il "Carabiniere", fino alla fine degli anni '50, era la meta preferita dai catanesi per le loro gite nei giorni di S. Stefano, di Pasquetta e ogni 1° maggio il luogo era affollatissimo di gente che faceva tutt'uno con gli scogli. E i gitanti, provvisti di pesce d'uovo, lattuga, "lupini", "mauru", "curaddina" e dell'immancabile limone, vi facevano la più classica delle scampagnate.

 

U UNNAZZU (IL GRANDE MEANDRO)

Lasciando il "Carabiniere" e proseguendo il nostro viaggio verso est incontriamo, a poca distanza, una punta di scoglio chiamata "Unnazzu", che in effetti è un piccolo promontorio, che per circa sessanta metri si estende in mare con andamento meandrico fortemente accentuato. La qualcosa avrebbe originato la denominazione dialettale, che deriverebbe dal nome di un antico ristagno d'acqua dalla caratteristica forma meandrica: il lago Gurnazza (dial.Urnazza). Alla base del promontorio - lato terra - sorgeva negli anni '50-60 un locale da ballo: Villa Cardi.

 

U MONUCU (IL "MONACO")

Qui le onde producono i loro effetti più spettacolari e paurosi, essendo il "Mònucu", per configurazione geografica del golfo, uno dei luoghi più esposti alle massime traversie dei venti sciroccali.

Il posto di cui parliamo, viene chiamato "Mònucu", sia perché la parte terminale di un suo piccolo promontorio sembra richiamare la forma del cappuccio di un frate francescano, sia perché lo spiovente di villa Pàncari ricorda il copricapo dell'abito di un frate domenicano.

 

 

tempesta di scirocco sulla "Casa del Monaco" (Villa Pancari - arch. Paolo Lanzerotti)

 

 

 

Quannu è vera tramuntana, o tri ghiorna o 'na simana;

ma su veni d'u so paisi, pò durari macari 'n misi.

 

 

 

U SCARU RANNI. Fino a qualche tempo fa "u Scaru ranni" per antonomasia era quello antistante al vetusto tempio di S. Maria in Ognina. Oggi, invece, è quello a ridosso della diga foranea, costruita nel golfo della borgata, lungo le cui vie è ancora possibile riconoscere in alcune abitazioni le forme di un'architettura semplice, dai moduli essenziali.

(da "Luci sulla scogliera" - Pippo Testa e Mimmo Urzì)

 

«... U SCARU RANNI, UN PO' DI TEMPO FA.....

Larga calanca, disseminata di occulti scogli, con scaro, bottega, poche casipule, una chiesa: e fino in questo luogo

 infausto ai marinai, arripano i bastimenti...» (Leonardo Vigo).

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 U SCARU NICU (LO SCALO PICCOLO)

Lasciato lo "Scaru ranni" e oltrepassata la "Punta ciaccata" (noto punto di transito di cefali di grosso calibro, tra lo Yocting Club e l'ingresso dello scalo piccolo)  ci avviciniamo ora al cosiddetto "Scaro nicu" (Scalo piccolo), un piccolissimo porto-rifugio naturale a ridosso della piazza Mancini Battaglia.

Un tempo lo ravvivano solamente la chiesa parrocchiale di S. Euplio, due o tre botteghe di generi alimentari, una Delegazione di Spiaggia e un lido balneare. Nel 1961, per far posto al contestato lungomare, che cancellò anni e anni di storia e mutò l'originaria fisionomia di Ognina, una delle vittime più illustri fu la chiesa di S. Euplio.

Fino agli anni '60 lo specchio di mare antistante al piccolo scalo era uno scenario aperto sulla pesca di molti tipi di pesce: cefali, triglie, orecchie marine (le spione del polipo), seppie, e persino acciughe, che si pescavano a pochi metri dalla riva.

 

 

U SCARU NICU, UN PO' DI TEMPO FA.....

 

Fino agli anni '60 lo specchio di mare antistante al piccolo scalo era uno scenario aperto sulla pesca di molti tipi di pesce: cefali, triglie, orecchie marine (le spione del polipo) , seppie e persino acciughe, che si pescavano a pochi metri dalla riva. Non era nemmeno infrequente l'avvistamento di grossi branchi di ricciole. Una volta fece la sua comparsa persino un docile capodoglio che, venuto a morire sulla spiaggia, creò seri problemi igienico-sanitari agli abitanti della zona, fino a quando non fu tagliato a pezzi da alcuni operai muniti di grosse seghe a mano e portato altrove.

Il suo mare è ricchissimo di Posidonia: una pianta che cresce esclusivamente nel Mediterraneo e rappresenta — in quanto libera ossigeno  — il polmone naturale dell'ambiente marino. I pesci che più se ne giovano sono quelli più piccoli, che tra le alghe trovano il loro ambiente congeniale: «pìttiri» , «ammàreddi» , ecc., quei pesci, insomma, che «fritti 'ncastagnati» , vengono chiamati «cunfetti 'i mari».

La vera e propria prateria di Posidonia è, di tanto in tanto, intervallata dai cosiddetti «occhi di rina»: il regno dei «mazzuni 'i rina» , delle seppie e dei «taccuni», con cui si può giocare al bersaglio, fiocinando gli esemplari più grossi.

(da "Luci sulla scogliera" - Pippo Testa e Mimmo Urzì)

 

U SCARU RANNI ... OGGI U SCARU NICU..... OGGI

"U sciddicu", storica darsena allo scalo piccolo e a ridosso della Piazza Mancini Battaglia.

 

APPROFONDISCI SU OGNINA

 

Un tempo la pesca era aleatoria e poco remunerativa; i pescatori conducevano un'esistenza grama e piena di stenti e di sofferenze, per cui spesso, pagavano con la loro stessa vita il prezzo di quell'amara condizione sociale.

Un significativo esempio, a questo proposito, ci è dato dal romanzo del Verga, «I Malavoglia» che rappresenta un vero e proprio documento sulle misere condizioni di vita dei pescatori di Acitrezza, nel secolo scorso. Il progresso, nel campo specifico della pesca, è stato molto lento. Se si vuole risalire alle origini di essa, si deve risalire alle stesse origini dell'uomo.,

Quasi sicuramente egli iniziò a catturare i pesci servendosi delle sue stesse mani; poi creò i vari attrezzi, via via più efficaci, per essere agevolato nel suo lavoro: bastoni, lance, pietre acuminate ecc. Esistono dei reperti preistorici di fiocine, arpioni, ami, reti ecc.

Dote indispensabile del pescatore è sempre stata l'osservazione, la conoscenza delle abitudini dei pesci, della velocità e profondità delle correnti, delle condizioni meteorologiche.

Per svariati millenni l'uomo ha usato sempre gli stessi attrezzi e le stesse tecniche e le modifiche apportate sono state talmente poche, da essere quasi irrilevanti.

La vera e propria rivoluzione dei mezzi, delle tecniche e degli strumenti da pesca si è avuta con l'avvento del motore e delle fibre sintetiche. Nel primo periodo della meccanizzazione fu usata la macchina a vapore, sostituita in seguito dal motore diesel, di più facile manovrabilità, specie per i piccoli pescherecci e per le barche da pesca.  

I nostri pescherecci che servono per la pesca costiera o piccola pesca sono costruiti generalmente in legno e sono molto slanciati, specie a prora. Il motore, sistemato al centro, occupa gran parte dello spazio disponibile sotto coperta.

La costruzione dei pescherecci è affidata a piccoli cantieri navali, a livello artigianale.

La pesca è stata notevolmente agevolata non solo dalla meccanizzazione< o motorizzazione dei pescherecci, ma anche, per quanto concerne gli attrezzi, dalla invenzione delle fibre sintetiche.

Infatti le tradizionali reti in fibre naturali (canapa, sisal, cotone, manilla ecc.) sono state sostituite dalle moderne fibre sintetiche ricavate dai poliammidi (nylon, perlon, rilsan); dai poliesteri (terylene, dacron, amila ecc.); dai vinili (kreahlon, courlene, vinilon ecc.). Le fibre sintetiche sono indubbiamente preferite dai pescatori, perchè posseggono superiori alle vecchie fibre naturali.

Fra le proprietà più importanti: la, leggerezza, il non assorbimento dell'acqua, la resistenza alla luce del sole. ai batteri, alle muffe, agli insetti. Hanno inoltre la capacità: di sopportare notevoli carichi; di stiramento; di resilienza (capacità di non subire deformazioni).

Esistono vari tipi di rete: in relazione alle dimensioni dei pesci da catturare e alla pesca che si vuole effettuare, se ne contano circa un'ottantina. Le reti sono strumenti costituiti da filati di qualsiasi natura, intrecciati a maglia di varia grandezza e si dividono in: reti da posta, di circuizione, da traino, da raccolta, da lancio.

Le reti da posta sono quelle destinate a sbarrare spazi acquei allo scopo di ammagliare pesci vari. Le reti di circuizione sono quelle calate in mare per recingere e catturare con immediata azione di recupero un branco di pesci

Le reti da traino vengono rimorchiate da una barca in movimento e, nel progressivo avanzamento, vengono catturati alcuni tipi di pesci.

Le reti da raccolta sono costituite da un telo di rete di varia grandezza e forma che, con moto dal fondo alla superficie, servono a catturare animali marini. Le reti da lancio sono costituite da un telo di reti destinate, con moto dalla superficie (Maria Grazia Posa)

 

 

 

 

 

LE RETI DA PESCA

 

           

 

 

O SITO ("SINNU"). È noto che, per quanto attiene alla pesca d'alto mare, il punto nave viene stabilito con l'ausilio delle carte nautiche e della moderna ed idonea strumentazione. Per quanto, invece, riguarda la piccola pesca, cioè quella praticata sottocosta, il punto nave o "sinnu" si determina ancora oggi ad occhio nudo.

Sin dai tempi più remoti i pescatori, navigando ad occhio o, come si dice, a cognizione, facendo cioè riferimento a determinati punti della costa, riescono a stabilire (in assenza di foschia) l'esatta posizione della barca e l'effettiva profondità del mare senza sbagliare di un metro! L'ausilio delle carte nautiche e dell'ecoscandaglio sarebbe superfluo.

 

Riportiamo due tra i più classici riferimenti, procedendo da nord verso sud: "Munti Pò ppi trummi", dove "Munti Pò" è l'attuale collinetta ad ovest della città, "'i trummi" sono le ciminiere delle ex raffinerie di zolfo tuttora visibili in viale Africa;  Pànchiri ppi l'Agnuni, dove "Pànchiri"  è il nome di una montagnetta a sud-ovest della Plaia, "l'Agnuni" è la località chiamata Agnone, ricadente nel Comune di Lentini.

Se l'ecoscandaglio e le carte nautiche di cui è fatto cenno sono oggi strumenti di grande ausilio per la pesca del pesce azzurro, per quella, invece, del pesce di fondo è necessario, di norma, fare affidamento sulla esperienza, sul sito o luogo, sui risultati precedentemente ottenuti e su determinati particolari.

In ordine ai particolari di cui si è detto, va ricordato un momento molto favorevole alla pesca, chiamato "cascata 'i mari": due o tre giorni prima che il mare, in seguito ad un temporale, si plachi del tutto - e talvolta prima che il maltempo faccia sul serio, - i marinai (tranne i pescatori di alici) calano le reti in mare in quanto sanno che alcuni tipi di pesci, il cui habitat è stato sconvolto dalle mareggiate, si troveranno numerosi perché attirati dall'abbondanza di cibo, che la forza del mare ha rimosso e reso più facilmente reperibile perché vagante. E' così che si catturano notevoli quantità di pesci, specialmente con i "bulèstrici", reti pigliatutto.

Si "catturano" altresì grandi quantità di materiale eterogeneo (erba, legni, corde, ecc.) rimasto impigliato, che, per essere tolto dalla rete ("spurigghiatu"), richiederà qualche giorno di intenso lavoro.

Poiché le mareggiate originano con il vento da est, il proverbio "ccu punenti pisci nenti, ccu livanti pisci abbunnanti" è quanto mai indovinato.

Perché è così importante stabilire il sito? Principalmente per tre buoni e fondamentali motivi:

- il primo è di ordine pratico, al fine cioè di determinare la profondità del mare;

- il secondo, che è di ordine tattico, consiglia di calare la rete laddove precedentemente si è "pescato bene", fino a quando non ci si deve allontanare per mancanza di "rastu", che è il segno della presenza del pesce;

- il terzo è di ordine tattico-precauzionale e serve ad evitare i pericoli rappresentati dalla presenza di numerosi relitti in mare (aerei abbattuti e piroscafi affondati durante le due guerre mondiali) che, se da un lato costituiscono l'habitat ideale di molte specie di pesci, dall'altro sono una grossa insidia per le reti dei pescatori.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

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Così come la "montagna" è il "barometro" dei marinai, gli uccelli marini ne sono gli "informatori" e, essendo il trinomio uccelli-pesci-pescatori inscindibile, abbiamo ritenuto opportuno fare una nota a parte. Infatti dal volteggiare dei gabbiani, i pescatori traggono "informazioni" utili sulla presenza dei branchi di pesce azzurro.

La previsione or ora prospettata è quella che ancora oggi riscuote maggior successo, perché non costringe la barca munita di ecoscandaglio a girare quasi innaturalmente per il mare alla ricerca del branco, almeno di giorno.

 

 

I più conosciuti degli uccelli che si nutrono di pesce sono i gabbiani ("vaiazzi"). In realtà ne esistono nelle nostre parti sei tipi:

-  "Vaetri" (Berta maggiore);

-  "Schittuni" (Beccapesci);

-  "Schittuni di livanti" (Sula) che prediligono le acciughe;

- "Triffuntani" (Uccelli delle tempeste) che "càmpunu di ciàuru" perché delle sardine mangiano solo le squame;

- "Tummàlora" (Tuffetto), detta anche "bòddiciu" che accosta durante le mareggiate per cercare in apnea i piccoli pesci di cui solitamente si nutre.

- "Cacafau" (Stercorario), un uccello che fa la sua comparsa in primavera durante la pesca delle sardine. Vola sempre al di sopra dei gabbiani e lo si può considerare un vero e proprio "rapinatore" per quello che è solito fare: quando qualche sardina, ormai morta, viene a galla, è chiaro come i gabbiani - sempre presenti - si affannino per la sua cattura; ma il malcapitato animale che riesce ad impossessarsene deve fare i conti con il "Cacafau" quando è sul posto. Egli, picchiando sul povero gabbiano, riesce quasi sempre a fargli mollare la preda e dove ciò non fosse possibile perché già ingoiata, "cci 'a fa fari vilenu" (gliela rende indigesta).

 

 

I gabbiani, fino a qualche tempo fa, vivevano tutti in mare, sia al largo sia sottocosta poiché si nutrivano quasi esclusivamente di pesce, non disdegnando, peraltro, il pane oppure rifiuti commestibili lasciati in mare dalle navi in transito.

Non si allontanavano mai dal mare e, se arrivavano fino agli scogli, lo facevano solo quando spirava il vento di ponente, oppure quando le barche raggiungevano il porto mentre ancora i marinai erano intenti a "sbiddari", cioè a togliere dalla rete le numerosissime acciughe che vi si impigliavano.

In realtà il comportamento di detti uccelli è sempre lo stesso; ma, in ordine alle loro abitudini, dobbiamo annotare una curiosità ambientale riferita da attenti osservatori: da qualche tempo a questa parte taluni gabbiani hanno, per così dire, sconfinato forse perché, dato l'impoverimento della fauna, non trovano in mare cibo a sufficienza; oppure perché quello che trovano a terra è di più facile reperimento. Sta di fatto che taluni di questi uccelli sono stati visti persino in corso dei Martiri della Libertà!

Pensiamo ed auspichiamo che i "disertori", dopo essersi saziati, ritornino nel loro habitat naturale che rimane il mare.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

 

 

I pescatori dilettanti sono certamente i maggiori "appassionati" della pesca del pesce di scoglio che, tanto con il bolentino quanto con la canna, è praticata a tutte le latitudini, mentre i professionisti, non essendo questo tipo di pesca considerato abbastanza remunerativo, l'hanno, quasi del tutto, abbandonato.

Tanto la pesca con la canna quanto quella con il bolentino non presentano particolari pro-blemi se non quelli legati alla preparazione delle lenze e alla scelta dei luoghi dove pescare. Determinante però, per il secondo tipo di pesca, è la scelta della "posta", che deve essere fatta necessariamente in relazione all'habitat.

Per questo si scelgono fondali rocciosi, spe-cie laddove cade un costone ed inizia la sabbia o il fango. Ottimi sono anche i fondali in cui si ha la presenza di qualche relitto e dove, quasi siste-maticamente, i pescatori " 'ncarammunu" (impigliano) le lenze.

Gli "amanti" della pesca al bolentino si ritrovano idealmente con quelli che, con canna o con mulinello, si adoperano nella ricerca dell'esca migliore, nella scelta della "posta" più idonea e, perché no, in quella di un poco di serenità e di relax.

 

 

Perizia ed abilità sono le caratteristiche principali dei nostri "protagonisti", i quali sono anche ottimi conoscitori dei fondali marini, che scelgono con cura ancor prima di iniziare le loro "battute".

Di solito, tanto con la canna, quanto con il mulinello, non si catturano che pochi pesci, ma la giornata di "passione" in riva al mare trascorre piacevolmente nell'attesa della cattura della grossa preda, che, oltre a procurare grande sod-disfazione, sarà motivo di orgoglio quando se ne potrà parlare a parenti ed amici in modo assai colorito, e nei minimi particolari.

I pesci che normalmente si prendono sono gli stessi pesci pescato dal bolentino, con un'unica eccezione: la canna o il mulinello pescano anche il cosiddetto "mazzuni".

Poiché, come è noto, per pescare sono necessarie determinate regole di condotta, fa certamente tenerezza il vedere gruppi di tre o quattro ragazzi intenti a "piscari a muletti", silenziosamente disciplinati, perché di questi pesci conoscono la furbizia.

Proprio per quanto questi giovani sanno fare ci auguriamo che la "passione" e la disciplina continuino ad occupare il loro tempo libero, in modo da tenerli lontani dalle tante insidie che circondano oggi il loro mondo.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

 

Immagine correlataAMERICANO

Caratteristiche: Corpo elastico e lucido di color rosa tendente al rossoin prossimita' della coda, grande potere attirante per la quantita' di sangue contenuta e per la sua vivacita'.

Attrezzature:puo' essere lanciata con zavorre pesantissime, ideale per il surfcastingoe  nella pesca a bolentino dalla barca. E' altamente catturante per tutti i pesci di taglia; eccezionale al tramonto per la pesca alla spigola !!

Innesco: innecato esclusivamente intero . E' consigliabile montarlo con l'ago. Ami consigliati: di forma Aberdeen,oppure forgiati con punta a rientrare. Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno. Temperatura di conservazione: da +4° a +6°.

 

 

 

 

 

Immagine correlataBIBI ASIATICO

Corpo tozzo ed elastico color grigio, la taglia puo' raggiungere anche 25-30 cm. Grande potere attirante per le sue proprieta' di fosforescenza.
Attrezzature:puo' essere lanciata con zavorre pesantissime, ideale per il surfcasting e nella pesca a palamito. E' per antonomasia l'esca regina per l'orata di grossa taglia.
Innesco: intero o a pezzi . Quando intero e' consigliabile montarlo con l'ago.
Ami consigliati: di forma Aberdeen(mustad 2315S), oppure forgiati con punta a rientrare.
Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno, la resa massima si ha nella pesca di notte.
Temperatura di conservazione: da +10° a +16°.

 

 

 

 

esca viva per la pescaBIBI VIVO NAZIONALE ( Spinnuculus Nudus )
Il Bibi è molto usato nella pesca a fondo dalla costa ( specialmente nel Surf Casting ) per insidiare pesci di grossa taglia quali spigole, orate e mormore; infatti le dimensioni di questo verme lo rendono non appetibile per i pesci di piccola taglia.
Viene usato in modo efficace anche per armare palamiti e nel bolentino su fondali molto alti, per la pesca di grossi sparidi, scorfani e triglidi. Infatti i riflessi iridescenti e la sua colorazione biancastra lo rendono ben visibile anche su alti fondali, dove la luce filtra con difficoltà.
 

 

 

 

 

CORDELLA

Caratteristiche: si presenta come un'arenicola gigante, gradita ai pesci di fondo come mormore, orate, saraghi,e sparli.
Attrezzature:puo' essere lanciata con zavorre leggere e pesanti. Impiegabile anche nella pesca a bolentino dalla barca. Innesco: innescata a pezzi tagliando dalla coda, poiche' si mantiene a lungo. Puo essere montata con ago o senza.
Ami consigliati: di forma Aberdeen per le mormore, oppure forgiati con punta a rientrare per gli altri sparidi.
Periodo ottimale di pesca: tutta la stagione estiva.
Temperatura di conservazione: da +20° a +25°, non occorre il frigo.Si mantiene molto a lungo

 

 

 

 

GAMBERETTI CONGELATI

IMPIEGO: pesca da riva bolentino, palamiti.
Viene reperito nelle acque salate ma anche in quelle dolci e salmastre, alle foci dei corsi d’acqua dolce e nelle lagune, ha dimensioni piuttosto ridotte ed un colore grigio tenue con strisce scure sull' addome.
Viene innescato intero, inserendo l’amo a partire dal telson (che è la rigida pinna codale) e risalendo verso al testa; è particolarmente indicato nella pesca a fondo dei paraghi e dei saraghi.

 

 

 

 

 

 

esca viva per la pescaCOREANO

Caratteristiche: l'esca piu' venduta al mondo. E' un verme vivace che conserva la sua vitalita' anche sull'amo. Piace a tutti i pesci, sia di fondo che di superficie.
Attrezzature:puo' essere lanciata con zavorre leggere e pesanti. Surfcasting, bolentino, pesca con galleggiante e traina leggera.
Innesco: innescato intero, oppure a pezzi.Appena appuntato sulla testa sembra una piccola anguilla.
Ami consigliati: di forma Aberdeen, oppure forgiati per la pesca a fondo, Crystal a filo sottile per la pesca in superficie. Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno. Temperatura di conservazione: da +8° a +12°.

 

 

 

Risultati immagini per esca muridduMURIDDU

Anelide consistente, elastico e sanguigno, molto impiegato in Europa
Attrezzature: pesca a fondo, surfcasting e bolentino. Indicato su sabbia, scogli e fondali misti.
Innesco: montato intero oppure in quantita' sufficente a coprire l'amo.
Ami consigliati: Aberdeen per piccoli pesci o forgiati e con punta a rientrare per grufolatori di grossa taglia.
Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno.
Temperatura di conservazione: da +12° a +14°.

 

 

 

 

 

Risultati immagini per esca saltarelloSALTARELLO (Tunisino o Ballarinu)

Caratteristiche: E' un verme vivace che conserva la sua vitalita' anche sull'amo. Piace a tutti i pesci, sia di fondo che di superficie.
Attrezzature:puo' essere lanciata con zavorre leggere e pesanti. Pesca da riva leggering bolentino, pesca con galleggiante.
Innesco: innescato intero, oppure a pezzi.
Ami consigliati: di forma Aberdeen, , Crystal a filo sottile per la pesca in superficie.
Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno.
Temperatura di conservazione: da +8° a +12°.

 

 

 

 

 

esca viva per la pescaTREMOLINA FRANCESE tremolina (Nereis diversicolor)
Caratteristiche: validissima esca per tutti i pesci di scoglio e sabbia. Particolarmente indicata per la pesca dei cefali in acque salmastre o nei porticanale.
Attrezzature: bolognese con galleggiante, o pesca a fondocon zavorre di peso limitato.
Innesco: attraverso tutto il corpo partendo dalla testa o a grappolo. Per prede piccole, a pezzetti.
Ami consigliati: discretamente sottili e leggeri a forma Aberdeeno Crystal. Di tipo robusto per l'innesco a grappolo.
Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno, sia notturna che diurna. Temperatura di conservazione: da +8° a +12°.

 

 

 

 

Risultati immagini per esca verme rimini

 

 

Il VERME di Rimini  ( Nereis gigas o Eunicae gigantea )
Viene conservato in una bacinella riempita di acqua marina, in frigorifero.
Potremo staccare il pezzo che intendiamo utilizzare nella battuta di pesca e congelare la parte rimanente che si conserverà inalterata anche per molto tempo.
 

 

 

 

 

 

Risultati immagini per esca arenicola napoletanaARENICOLA NAPOLETANA

Caratteristiche: anelide consistente, elastico e sanguigno, molto impiegato in Italia,Spagna;Francia;Portogallo.
Attrezzature: pesca a fondo, surfcasting e leggering. Indicato su sabbia, scogli e fondali misti. Innesco: montato intero, a ciliegia oppure in quantita' sufficente a coprire l'amo. Ami consigliati: Aberdeen per piccoli pesci o forgiati e con punta a rientrare per grufolatori di grossa taglia.
Periodo ottimale di pesca: tutto l'anno.
Temperatura di conservazione: da +14° a +18°.

 

 

 

 

 

BIGATTINO

E’ un esca facilmente reperibile in tutti i negozi di pesca, al contrario di altre esche, ed il suo costo risulta essere relativamente basso.
Inoltre, cosa fondamentale, molte specie ittiche gradiscono questa larva e sono fortemente attratte dalla pastura a base di bigattini, da quelle più ricercate come spigole, orate e saraghi, a quelle più comuni come muggini, occhiate e aguglie.
Il Bigattino può essere impiegato in mare con varie tecniche di pesca, sia pescando in superficie o a mezz’acqua con il galleggiante, sia pescando a fondo (legering) con o senza un pasturatore.
Uno dei lati più interessanti e affascinanti della pesca col Bigattino, è la necessità di utilizzare dei terminali di diametro molto sottile (0.08 0.10 0.12) per conferire massima naturalezza e libertà di movimento all’esca, il che ci obbliga ad un grande impegno tecnico per riuscire a salpare le nostre prede.
CONSERVAZIONE I Bigattino possono essere conservati in frigorifero ad una temperatura compresa tra 0° e 4°, evitando che all'interno del contenitore si formi umidità

 

U Rizzagghiu

 

INNESCO
L’innesco può essere fatto sia intero ( utilizzando per semplicità un ago reperibile presso i negozi di pesca specializzati ) sia a pezzi ( in questo caso beneficeremo di un ulteriore richiamo generato dal diffondersi in acqua dei suoi umori ).
PERIODO DI IMPIEGO
Tutto l’anno ed in particolare nella pesca di notte.

 

 

 

 

 

LA PESCA MODERNA

Sin dai tempi più remoti l'uomo ha cercato di utilizzare a suo vantaggio il mare e i suoi prodotti; questi, come mezzo di sostentamento, furono i primi ad essere scoperti. In seguito, l'invenzione della nave permise agli uomini di usare il mare, sia come via di comunicazione commerciale, sia come fonte di guadagno di intere popolazioni.

Il continuo sviluppo della pesca commerciale, dalla fine del secondo conflitto mondiale, è dovuto innanzitutto al perfezionamento delle tec-niche e delle imbarcazioni, tecniche tanto avan-zate da consentire di effettuare a bordo la lavorazione del pescato allo scopo di renderne più agevole la commercializzazione.

Quando la pesca in mare era esercitata da pochi avventurosi che salpavano per soddisfare le necessità di piccole comunità, pochi erano i problemi da risolvere ma da quando essa si è trasformata in una grande industria, i problemi si sono moltiplicati a dismisura.

I pochi avventurosi di un tempo sono oggi dei veri e propri professionisti della pesca; sono anche meccanici, motoristi, elettricisti o altro, nonché buoni conoscitori della meteorologia marina, dei moderni mezzi e strumenti di navigazione e di quant'altro connesso alla pesca.

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tratto da "Il Golfo di Catania e i suoi pescatori" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco, Catania - 1992

 

I nostri pescherecci che servono per la pesca costiera o piccola pesca sono costruiti generalmente in legno e sono molto slanciati, specie a prora. Il motore, sistemato al centro, occupa gran parte dello spazio disponibile sotto coperta.

La costruzione dei pescherecci è affidata a piccoli cantieri navali, a livello artigianale.

La pesca è stata notevolmente agevolata non solo dalla meccanizzazione< o motorizzazione dei pescherecci, ma anche, per quanto concerne gli attrezzi, dalla invenzione delle fibre sintetiche.

Infatti le tradizionali reti in fibre naturali (canapa, sisal, cotone, manilla ecc.) sono state sostituite dalle moderne fibre sintetiche ricavate dai poliammidi (nylon, perlon, rilsan); dai poliesteri (terylene, dacron, amila ecc.); dai vinili (kreahlon, courlene, vinilon ecc.). Le fibre sintetiche sono indubbiamente preferite dai pescatori, perchè posseggono superiori alle vecchie fibre naturali.

Fra le proprietà più importanti: la, leggerezza, il non assorbimento dell'acqua, la resistenza alla luce del sole. ai batteri, alle muffe, agli insetti. Hanno inoltre la capacità: di sopportare notevoli carichi; di stiramento; di resilienza (capacità di non subire deformazioni).

Esistono vari tipi di rete: in relazione alle dimensioni dei pesci da catturare e alla pesca che si vuole effettuare, se ne contano circa un'ottantina. Le reti sono strumenti costituiti da filati di qualsiasi natura, intrecciati a maglia di varia grandezza e si dividono in: reti da posta, di circuizione, da traino, da raccolta, da lancio.

Le reti da posta sono quelle destinate a sbarrare spazi acquei allo scopo di ammagliare pesci vari. Le reti di circuizione sono quelle calate in mare per recingere e catturare con immediata azione di recupero un branco di pesci. Le reti da traino vengono rimorchiate da una barca in movimento e, nel progressivo avanzamento, vengono catturati alcuni tipi di pesci.

Le reti da raccolta sono costituite da un telo di rete di varia grandezza e forma che, con moto dal fondo alla superficie, servono a catturare animali marini. Le reti da lancio sono costituite da un telo di reti destinate, con moto dalla superficie (Maria Grazia Posa)

 

un sentito ringraziamento ai miei amici Francesco Raciti e Andrea Mirabella per i magnifici scatti.

 

 

 

 

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IL CANTO DEL MARE