Il Mediterraneo ha un cuore. Questo cuore è un'isola di nome Sicilia. Qui ogni esercito venuto a invadere dai quattro punti dell'orizzonte ha lasciato - negli umori, nel costume, nella lingua - una traccia del suo passaggio: il Nord normanno, il Sud saraceno, l'Occidente aragonese, l'Oriente greco. Basterebbero i nomi dei miei tre compagni di briscola, ieri sera: Catalano, di chiara origine iberica; Sciarabba, che in arabo vuol dire forte bevitore di vino; Guzzardi, che è, mutato di poco, il francese Goussard e fa pensare a Roberto il Guiscardo....

         (Gesualdo Bufalino)

 

 

 

 

Il nome.

L'origine del toponimo è oscura. Secondo lo storico greco Plutarco, il nome deriverebbe dal greco "KATANE" ("grattugia"), in riferimento alle asperità del territorio lavico su cui sorge. Oppure dal protolatino "katina" (catino, bacinella), per la conformazione a conca delle colline intorno alla città. Secondo altre interpretazioni il nome deriverebbe dall'apposizione del prefisso greco "katà-" ("presso") ad "Aitnè", il nome greco dell'Etna (quindi "nei pressi di" o "appoggiata" all'Etna).

Catania, prima di essere chiamata così definitivamente, ebbe comunque altri nomi: ETNA CATÀNA (o CÀTINA); BALAD-EL-FIL o MEDINA-EL-FIL (dall’arabo: Città dell’elefante). Altre supposizioni: KATNA (minuta, piccola); KATINON (recipiente, bacino); KATA-ANA (sconvolgimento causato da terremoti);  KATÀ-AITNEN (in fondo, in basso, dell’Etna), o dalla voce araba QATANIYAH che si riferisce ad un prodotto agricolo cui era ricca la zona della Plaja. Teorie rispettabili ma la verità, probabilmente, non si saprà mai.

 

Popolo

Area Geografica

Sicani

Sicilia meridionale ed occidentale

Elimi

Estremità occidentale della Sicilia (Segesta, Erice, Entella)

Siculi

Sicilia orientale

Fenici

Coste e isole (prima dell'arrivo dei Greci), poi estremità occidentale (Mozia, Panormo, Solunto, Lilibeo)

Morgeti

Morgantion

 

Il periodo preistorico.

La Sicilia, prima dell'arrivo della colonizzazione ellenica, fu abitata da diverse popolazioni come Sicani, Elimi e Siculi: gli Antichi popoli di Sicilia.

Queste furono le popolazioni preelleniche della Sicilia che i Greci trovarono quando arrivarono sull'isola nel 756 a.C.. Controversa è invece la presenza nell'isola di una popolazione denominata Morgeti.

« I Siculi passarono in Sicilia dall'Italia - dove vivevano - per evitare l'urto con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono, passarono su zattere mentre il vento spirava da terra, ma questa non sarà forse stata proprio l'unica loro maniera di approdo.

Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così chiamata, "Italia", da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con numeroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale ed occidentale dell'Isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale dell'isola. » (Tucidide)

La lettera A

Lo stemma di Catania che sovrasta l'elefante (simbolo di saggezza) e che ha suscitato nei secoli tante polemiche discussioni deve intendersi come l'iniziale di Agatha, la santa patrona della città. Questa è l'interpretazione più autorevole, sostenuta in primo luogo, e con maggior forza di documentazione e di logica, dal prof. Matteo Gaudioso in una sua relazione presentata il 7 luglio 1927 all'amministrazione comunale e, da questa, inviata alla Consulta araldica unitamente a due relazioni della commissione per la riforma dello stemma. Altre due interpretazioni oltre a quella religiosa (Agatha) ne erano state date in precedenza: quella politica, secondo cui la A rappresenterebbe il monogramma di Aragona («la rappresentazione simbolica - scrive il Gaudioso - della Città che sì erige in difesa dei Re Aragonesi»); e quella classicheggiante, che nella A vuole il monogramma di Athena, dea della sapienza (Catania, città colta per lo Studium generale, ossia l'università, fondata nel 1334, e per il suo primato culturale nell'antíchítà classica, per cui Catania fu denominata « la sícula Atene »). Una quarta, di compromesso, tentava di conciliare due di queste tre interpretazioni: Agatha e Aragona insieme. Se ne può concludere, sempre secondo la tesi peraltro storicamente e razionalmente valida del prof. Gaudíoso, che « le tre diverse rappresentazioni dello stemma... rispondono singolarmente, e ciascuna per la propria epoca, a tre diverse correnti di pensiero: in origine S. Agata; successivamente la rappresentazione simbolica della città, cui si pervenne per una contaminazione della originaria rappresentazione presumibilmente fra il XV e il XVI secolo; e finalmente, a fine secolo XVI, Athena, per una contaminazione mentale, senza che le rappresentazioni araldiche del tempo (il simbolo della Città) potessero dar pretesto ad una interpretazione così ardita ».

 

da “Enciclopedia di Catania” - Autori Vari - Diretta da Vittorio Consoli - Editore Tringale  www.cataniaperte.com

 

 

 

 

 

 

  "Si presentavano a loro un'insenatura formata da sabbia dorata di facile approdo (La Plaja) ed una scogliera pescosa di basalto, intervallata da ciottolato (Armisi, Li Cuti, Porto Ulisse) con lo sfocio a mare di due limpidi fiumi  (Lamenano ad ovest e Lognina ad est). Un clima riparato neil mesi freddi da una montagna (Etna) con fitti boschi utili per la cantieristica marinara. Ricca di vegetazione: dal pino alla betulla, alle erbe commestibili, a numerose piante da frutto."

 

 

CENNI SULLA COLONIZZAZIONE GRECA DELL'ITALIA MERIDIONALE

 

Dalle fonti storiografiche,  Catania fu fondata tra il 729 e il 728 a.C. da coloni greci provenienti dalla città Calcide, nell'Eubea, guidate da Tucle e salpati da Naxos, nel quinto anno dopo la fondazione di Siracusa.  Scacciati con le armi i siculi, fondarono le città di Lentini e Katane. I nuovi abitanti di quest'ultima elessero come loro ecista Evarco.

 A partire dall'VIII sec. a.C. iniziò l'espansione greca verso oriente, nel Mar Nero, e verso occidente, nel Mar Mediterraneo.

 La colonizzazione greca nell'Italia meridionale interessò le regioni della Puglia, Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia.

 I Greci si allontanarono dalle loro città d'origine, seguendo le rotte già percorse dagli Achei e dai Cretesi e cominciarono a fondare nuove colonie, spinti non solo da motivi politici, economici, sociali e demografici, ma anche da spirito di avventura, stimolati soprattutto dai racconti omerici.

 Le spedizioni furono guidate da un ecista, capo dei Greci colonizzatori, il quale prima della partenza veniva mandato a interrogare l'oracolo di Delfo, per avere istruzioni su dove fondare la nuova colonia.

 Iniziarono gli Ioni che fondarono Reggio sulla sponda dello stretto e dall'altra parte Zancle, l'odierna Messina. Proseguirono gli Achei con la fondazione dì Sibari e Crotone, e poi i Locresi con Locri. I colonizzatori della Ionia, per agevolare gli scambi commerciali con gli Etruschi e i Campani si spostarono sul Tirreno e fondarono altre subcolonie (Poseidonia, Laos, Terina).

I siti vennero fondati in vicinanza dei corsi d'acqua, in zone pianeggianti e fertili che si prestavano bene all'edificazione di porti. I coloni trovarono in Magna Grecia un clima secco e mite, simile a quelli della madrepatria, e una terra ricca di boschi e corsi d'acqua.

 Una volta fondata la colonia era necessaria la costruzione di una cinta muraria per la difesa della città dagli attacchi nemici; seguiva l'assegnazione dei lotti di terra ai coloni - i primi arrivati avevano la terre più fertili - ed infine l'edificazione di grandiosi templi.

 L'area dell'acropoli, "la città alta" con le dimore degli dei ed i larghi spazi riservati alle cerimonie religiose e ai sacrifici, contrastava con la disposizione irregolare e caotica dei quartieri della "città bassa" che presentava: strade strette, case assiepate, e rari pozzi d'acqua.

 

 

 I nuovi coloni, una volta approdati con le loro navi, si trovarono di fronte al problema di dover instaurare dei rapporti con le popolazioni del posto: Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Coi Messapi, Iapigi, che vivevano di pastorizia e di agricoltura. Gli indigeni erano organizzati in tribù, che però non avevano niente a che vedere con la più avanzata organizzazione politica, sociale ed economica delle poleis greche. Si venne così a creare un urto violento tra gli abitanti dell'Italia meridionale ed i nuovi colonizzatori che volevano appropriarsi delle loro terre.

 Il termine "Magna Grecia" (definita "Megale Hellas" dal locrese Timeo nel VI sec. a.C.) fu coniato o dai Greci orientali che rimasero affascinati dalle bellezze e dalla ricchezza dei luoghi, o dagli stessi coloni (i Greci occidentali che si stabilirono nelle nuove città) che volevano in questo modo dichiarare l'indipendenza dalla madrepatria celebrando le loro terre.

 Le città magnogreche raggiunsero uno splendore più grande della stessa Grecia, e assunsero grande importanza per gli intellettuali elleni tra il V e il IV sec. a.C.: vi si recò in visita Platone e vi si stabilirono Pitagora, Erodoto e Senofane.

 Come le poleis greche godevano di una loro indipendenza e autonomia, e spesso erano in contrasto tra loro per motivi politici e di conquista, così la stessa situazione si rifletterà anche nell'organizzazione delle colonie della Magna Grecia e ciò causerà la distruzione di fiorenti città (come Sibari, Siris).

 Le lotte intestine e l'eterna rivalità le poleis, porteranno, infine, ad un indebolimento delle città magnogreche che diverranno facile preda dei conquistatori romani.

http://www.magnagrecia.it/pagare/calabria/italiano/itinerar/storia/storia.htm

Katane

L'abitato arcaico doveva occupare una collina ben difendibile, immediatamente a ovest del centro della città moderna, in coincidenza dell'antico rione Montevergine, di piazza Dante e dell'ex-convento dei Benedettini (scavi del 1978). Si sa pochissimo sul primo periodo della sua storia. Ad esempio l'origine catanese del celebre legislatore Caronda, che fu esiliato e si trasferì da Reggio. Vi avrebbero soggiornato numerosi e celebri uomini di cultura, come il filosofo Senofane da Colofone (tra i fondatori della scuola eleatica) e i poeti Ibico e Stesicoro, che vi morì (la sua tomba era indicata presso la principale porta a nord della città, che da lui prese il nome di porta Stesicorea).

Anche sulla sommità della collina dell'acropoli - oggi occupata dalla piazza Dante e dal grandioso monastero benedettino di San Nicolò l'Arena - in una serie di campagne di scavo iniziatesi nel 1978, sono stati scoperti strutture e materiali greci di VII secolo, che messi in relazione con quelli di Castello Ursino, suggeriscono l'idea che l'insediamento di Catania, al pari di quello di altre colonie siciliane, avesse occupato fin dagli inizi un ampio spazio senza procedere però alla sua capillare urbanizzazione. E' da ricordare ancora che sempre nel corso delle stesse indagini sulla collina dell'acropoli sono state rinvenute significative tracce di frequentazione del sito nel periodo preistorico, relative in specie al neolitico ed all'età del rame.

Per i secoli VII e VI le fonti letterarie sono avare di notizie su Katane (questo il nome della città in epoca greca): ci fanno comunque sapere che, nei decenni iniziali del VI secolo, vi fu attivo Caronda che le avrebbe dato un corpo di leggi scritte. L'indagine archeologica invece permette di seguire durante questo periodo la progressiva - e non pacifica - espansione della colonia calcidese nel suo retroterra; una stipe votiva di eccezionale interesse (rinvenuta in città nel 1959 nell'area di piazza S. Francesco, ancora inedita), attraverso i suoi materiali ceramici di VI secolo provenienti non solo dalle officine di Atene e Corinto, ma anche di Sparta, Chio e altri centri greci, lascia poi intravedere una Katane che risulta a pieno titolo inserita nel mondo ellenico.

La dominazione siracusanaFile:Gelon I.jpg

All'inizio del V secolo a.C. Catania venne conquistata da Ippocrate di Gela. Nel 476 a.C. Gerone I, tiranno di Siracusa, ne deportò gli abitanti a Leontini, e li sostituì con 10.000 nuovi abitanti, in parte siracusani, in parte peloponnesiaci, e data ad amministrare a suo figlio Dinomene. Anche il nome della città venne modificato in Aitna (Etna): con tale nome è celebrata nella Pitica I di Pindaro, scritta in onore di Gerone, e nella tragedia perduta di Eschilo, rappresentata per l'occasione (Le Etnee). Ma solo pochi anni più tardi, dopo la morte di Ierone, Ducezio in­sieme ai siracusani costrinse i nuovi abitanti a trasferirsi a Inessa (che assunse allora a sua volta il nome di Aitna), centro forse corrispondente alla Civita di Paternò.

Dal 461 a.C. Catania recuperò così il suo nome e i suoi antichi abitanti.

Durante la guerra tra Siracusa e Atene, Catania, inizialmente neutrale, prese poi posizione a favore di Atene, dopo un celebre discorso che Alcibiade avrebbe pronunciato davanti all'assemblea riunita nel teatro della città. Sottoposta per questo a un'offensiva di Siracusa, dopo la sconfitta degli Ateniesi fu salvata dall'invasione cartaginese della Sicilia del 409 a.C.

Ma poco dopo il 403 a.C. Dionisio I di Siracusa riuscì a conquistarla, e ne vendette in parte come schiavi gli abitanti. I superstiti si rifugiarono in un primo tempo a Milazzo, ma da qui poi furono espulsi, e si dispersero in varie località della Sicilia. Dionigi ripopolò la città con i suoi mercenari campani. Nel 345 a.C. fu tiranno di Catania il sabellico Mamerco, che in un primo tempo si alleò con Timoleonte, ma successivamente passò ai Cartaginesi. Sconfitto da Timoleonte nel 338 a.C., egli si rifugiò a Messina; caduto nelle mani dei siracusani, sarebbe stato crocifisso, dopo aver subito un processo nel teatro di Siracusa.

Del periodo greco non rimangono molte tracce, a causa di vari fattori sia naturali (terremoti che hanno rovinato la città, colate laviche) che antropici, come le ricostruzioni che spesso hanno ricoperto le precedenti architetture. Inoltre, non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici se non in casi sporadici della sua storia recente. Miglior fortuna hanno avuto i monumenti di epoca romana che hanno resistito fino ad oggi testimoniando l'importanza della città in antico, inoltre numerosissimi reperti provengono dagli scavi occasionali della città (la gran parte di questi – tra cui mosaici, statue e persino il frammento di una colonna istoriata – sono esposti al Museo civico).

 Le popolazioni elleniche

avevano imparato a conoscere la Sicilia attraverso l'immagine mitica che ne avevano riportato i primi navigatori audaci che dalla fine dell'VIII secolo a. C. vi si erano spinti. La loro opinione, quindi, era più favolistica che reale , ma proprio per questo l'isola costituiva agli occhi di quelle popolazioni una sorta di " eden " che stimolava lo spirito ulisside loro congeniale.

La venuta dei Greci in Sicilia fu la conseguenza di una crisi s creata dalla degenerazione della situazione politica, i cui motivi possono essere schematizzati in quattro fattori essenziali, alla radice dei quali sta una potente spinta migratoria che premeva dall'Asia.

Il primo è un motivo di ordine economico. La Grecia è una regione prevalentemente montuosa e povera di pianure coltivabili. Era conseguente per le popolazioni che vi abitavano e che crescevano rapidamente di numero la fame di terre fertili, da cui cavare il sostentamento per vivere: un'isola splendida, dove Proserpina andava a raccogliere tra tanto grano i fiori, era una meta desiderabile.

Il secondo è un motivo di ordine politico. Le monarchie, con il facile lavoro presso le corti e a capo di aziende e di poderi regali, avevano formato uomini abituati al benessere e alla libertà. La loro caduta lasciò una fascia di gente priva di lavoro e difficilmente docile ad un ridimensionamento sociale.

Tentare una vicenda espansionistica ed assumere la guida di gruppi di emigranti era congeniale a gente abituata al comando.

Il terzo è un motivo di ordine sociale. I vari gruppi aristocratici che successero alle monarchie cozzavano nelle inevitabili rivalità e le fazioni perdenti avevano vita difficile nella "polis", così cercavano nell'emigrazione la fortuna loro negata in patria e la libertà perduta.

L'ultimo motivo, infine, che è di ordine psicologico, non si deve trascurare ed era costituito dalle condizioni umilianti a cui erano costrette le popolazioni delle città minori, vittime del gioco espansionistico. La ricerca di una libertà perduta, di un mondo ove poter realizzare i sogni di autonomia e stabilire istituzioni più libere fece da elemento unificatore e legò le molte famiglie greche coinvolte nelle vicende e nelle esigenze denunziate. Bastava trovare un capo per un sufficiente nucleo di scontenti e l'avventura cominciava.

Migrarono a piccoli gruppi che andavano ingrossandosi man mano che si avvicinavano alla meta: erano calcidesi, dorici, ionici, attorno ai quali si aggregavano altri gruppi minori portanti tutti i propri usi, costumi, miti, lingua, forme artistiche e letterarie.

Tutto questo spiega la molteplicità delle forme sociali, artistiche ed in genere espressive delle singolecittà che possono, quindi, dirsi calcidesi, doriche o ioniche solo perché quel tale elemento vi predomina, ma non perché ne sia l'unico.

Col tempo, comunque, i Greci, dopo i primi scontri e le prime occupazioni, coesistettero con gli indigeni, convivendo e collaborando pacificamente con loro, fino ad una fusione e ad una assimilazione tali da eterminare una nuova civiltà, detta siceliota, con caratteristiche sue proprie, se pur modellata sul quadro di quella greca.

Se la civiltà siceliota raggiunse l'unità di cultura, non raggiunse, tuttavia, quella di popolo.

 da “Catania dalle origini alla dominazione normanna” -  Tino Giuffrida Libreria Editrice C. Bonaccorso  www.cataniaperte.com

I Fenici in Sicilia  (212-241 a.C.)

La dominazione fenicia in Sicilia iniziò prima dell'VIII secolo a.C., con la creazione di alcune colonie nella zona occidentale dell'isola, e finì il 241 a.C., con la vittoria dei Romani nella prima Guerra Punica. Il periodo in cui l'isola è stata governata da Cartagine è definito "punico".

I Fenici erano un popolo semita, che dall'odierno Libano stabilì un gran numero di colonie in tutto il mar Mediterraneo. La loro importanza fu offuscata da una delle colonie, Cartagine, fondata nell'814 a.C. nel nord dell'odierna Tunisia. Inizialmente, gli insediamenti, che erano di tipo commerciale(empori), erano diffusi su tutta la costa, ma con l'arrivo dei Greci si dovettero ritirare nella zona occidentale, dove fondarono vere e proprie città residenziali.

Nel 734 a.C. i Fenici avevano fondato Mabbonath l'odierna Palermo, già abitata dai Sicani. Dello stesso periodo è la fondazione di Mtw cioè Mozia, che si ingrandì molto ospitando i Fenici espulsi dai Greci. Kfra (Solunto) fu il terzo polo delle colonie fenice in Sicilia, fondato intorno al 700 a.C. Le tre città rivestirono un ruolo di primaria importanza nei commerci con le zone circostanti e validi porti amici per le navi degli alleati Elimi.

 

La dominazione romana in Sicilia iniziò il 10 marzo 241 a.C. con la vittoria di Torquato Attico e Catulo sulle truppe cartaginesi di Annone nella battaglia delle isole Egadi. Catania fu conquistata nel 263 a.C.. La dominazione romana si concluse nel 440 d.C., con la spedizione del vandalo Genserico che conquistò l'isola.

 

 

Nel 263 a.C., all’inizio della prima guerra punica, Catania (lat. Catĭna o Catăna) venne conquistata dai Romani, sotto il comando del console Massimo Valerio Messalla. Del bottino faceva parte un orologio solare che fu collocato nel Comitium a Roma. Da allora la città fece parte di quelle soggette al pagamento di un'imposta a Roma (civitas decumana)È noto che il conquistatore di Siracusa, Marco Claudio Marcello, vi costruì un ginnasio.

Intorno al 135 a.C., nel corso della prima guerra servile, fu conquistata dagli schiavi ribelli. Un’altra rivolta capeggiata dal gladiatore Seleuro nel 35 a.C., fu domata probabilmente dopo la morte del condottiero.

Nel 122 a.C., a seguito dell’attività vulcanica dell’Etna, fu fortemente danneggiata dalle ceneri vulcaniche stesse piovute sui tetti della città che crollarono sotto il peso. Il territorio

di Catina, dopo essere stato nuovamente interessato dalle attività eruttive del 50, del 44, del 36 e infine dalla disastrosa colata lavica del 32 a.C., che rovinò campagne e città etnee, nonché dai fatti della disastrosa guerra che aveva visto la Sicilia terreno di scontro fra Ottaviano e Sesto Pompeo, si avviò sulla lunga e faticosa strada della ripresa socio-economica già in epoca augustea. Tutta la Sicilia alla fine della guerra viene descritta come gravemente danneggiata, impoverita e spopolata in diverse zone. Nel libro VI di Strabone in particolare si accenna alle rovine subite dalle città di Syrakusæ, Katane e Kentoripa.

___________

L'attività principale dell'isola, quella agricola, era parecchio dissestata; molte terre erano abbandonate, perchè mancava la manodopera.

Augusto affidò una grande estensione del territorio ad Agrippa, suo valoroso generale, e tenne per sè un'altra zona non meno estesa.

Una terza zona venne divisa in piccoli appezzamenti, che furono distribuiti ai veterani in congedo dell'esercito di Augusto.

Quest'ultimo accorgimento era diretto a far sì che, mescolandosi inevitabilmente i veterani con la popolazione locale, nascesse il senso di coesione e quindi la fedeltà a Roma. La struttura amministrativa fu rinnovata. Esistevano tre gruppi di città: le "colonie"(Taormina, Catania, Siracusa, Tindari, Terme e Palermo), dove affluirono molti veterani romani; i "municipia", che si differenziavano dalle prime sotto il profilo onorifico, che era di minore importanza; le città assoggettate a Roma, che continuavano ad avere autonomia negli affari interni.

 Fu modificato il sistema tributario: alla decima, pagata in natura, fu sostituito lo "stipendium", un'imposta sulla terra pagata in denaro, probabilmente perchè il grano siciliano non era più indispensabile a Roma, che aveva nuove fonti di approvvigionamento nell'Egitto e nel Nord Africa.

Sotto l'impero la Sicilia fu integrata in modo completo nella nuova organizzazione e nel 212 le fu estesa la "Constitutio Antoniana" dell'imperatore Caracalla, che concedeva la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi dell'impero. In Sicilia regnò la pace, se si esclude una esplosione di banditismo nel 260.

La struttura economico-sociale sotto l'impero presenta interessanti caratteristiche. Nonostante in Sicilia le classi medio-alte godessero di una certa prosperità, documentata dalle opere pubbliche, non c'è traccia di siciliani che abbiano fatto carriera in politica, come avveniva, invece, in altre province romane.

 

 

L'attività alla base della ricchezza della Sicilia era l'agricoltura, che forniva i prodotti per il commercio. Gli scambi avvenivano con l'Africa, la Gallia, la Spagna. La prosperità dell'agricoltura rimase immutata nei secoli e, quando nel III sec. l'Italia attraversò una crisi di questo settore, essa non interessò certamente la Sicilia.

Gli schiavi impegnati nell'agricoltura erano numerosi, ma furono sempre più spesso sostituiti dagli affittuari. Alcuni di essi, che prendevano in affitto grandi estensioni di terreno, usavano dividerle in piccoli appezzamenti e subaffittarle.

Alla notevole ricchezza di alcune famiglie, documentata dalla villa del Casale presso Piazza Armerina, faceva riscontro la povertà della massa, che peraltro produceva ricchezza con il suo lavoro.

Le città più importanti e popolate erano Catania, Siracusa, Messina, Agrigento.

http://www.ilcasalediemma.it/sicilia-Il+periodo+imperiale-230.asp

 

Il Teatro Romano (del II secolo), l'Odeon (III secolo), l'Anfiteatro (II secolo), le Terme dell'Indirizzo, le Terme della Rotonda, le Terme Achilliane, varie altre strutture termali (in piazza Sant'Antonio, piazza Itria, piazza Dante dove è stata trovata la strada basolata oggi allo scoperto) i resti di un acquedotto presso via Grassi e alcuni edifici funerari, il foro sono i maggiori resti attualmente visibili della Catania romana. Molti di questi monumenti fanno parte dal 2008 del Parco archeologico greco-romano di Catania, istituito dalla Regione Siciliana e alcuni di essi come il Teatro romano, le Terme della Rotonda e altri monumenti minori sono stati restaurati e resi visitabili. Anche i resti dell'anfiteatro sono visibili dal 1907 (anno in cui sono stati riportati alla luce) dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal cortiletto di via Anfiteatro.

 Probabilmente anche "'u liotru", il simbolo della città situato attualmente al centro di piazza Duomo, è stato scolpito in epoca romana se non prima. È un manufatto in pietra lavica porosa, che raffigura un elefante. Il nome deriva probabilmente dalla storpiatura del nome di Eliodoro, negromante semi-leggendario e grande avversario di Leone il Taumaturgo. L'elefante è sormontato da un obelisco egittizzante di cronologia incerta con figure probabilmente legate al culto isideo.

 Del periodo Tardo Antico rimangono i resti delle necropoli a nord e ad est del centro storico (tra i quali i mausolei di viale Regina Margherita e via Ipogeo), come pure numerosi frammenti, lapidi (tra cui quella di Julia Florentina esposta al Louvre), o il cippo esposto al Castello Ursino. Sono invece di epoca paleocristiana le cripte di Sant'Euplio, di Santa Maria La Grotta, della cappella nell'Ospedale Garibaldi, nonché gli ambienti del cosiddetto Sacro Carcere.

A Catania esisteva anche una naumachia, poi travolta dall'eruzione del 1669, certamente alimentata dall'acquedotto. L'acquedotto era lungo 23 chilometri e dentro Catania, a partire da un sontuoso ninfeo (il cui pavimento marmoreo fa ancora bella mostra in una sala di Palazzo Biscari), si diramava in un articolato sistema di adduzione che passava sotto i lastrici stradali (un canale è ancora esistente in via Crociferi), alimentando, oltre agli edifici ricordati, anche numerose fontane.

Dell'acquedotto sopravvivono numerosi tratti, sparsi fra Catania e Santa Maria di Licodia. Quella raffigurata dovrebbe essere la porzione di contrada Porrazzo nel territorio di Paternò.

 

 

737 a.C. - menzionata da Tucidide assieme ad altre eruzioni avvenute negli anni 477 e 427 a.C.;

693 a.C. - Detta anche "Colata dei Fratelli Pii", così chiamata a causa di una leggenda ambientata proprio durante questa eruzione. I Pii Fratres divennero tanto celebri che a Roma vennero venerati come semidei e lo stesso Virgilio vi si ispirò per la stesura dell'Eneide, nell'immagine di Enea che trae in salvo il cieco padre. I residui della colata li si sono trovati in pieno centro storico, al di sotto degli strati ellenistici e in alcuni casi coprenti ruderi arcaici. L'eruzione coprì in parte il fiume Amenano, forse dando luogo alla nascita del Lago di Nicito;

424 a.C. - In questa eruzione si formò il cratere Mompileri. Durò dal 425 a.C. all'anno successivo. Si tratta di una eccentrica regionale scaturita a nord di Nicolosi la cui conformazione è ancora una volta simile a quella del 693 a.C.;

396 a.C. - Le lave arrivarono sino al mar Ionio, impedendo al cartaginese Imiclone di giungere a Catania da Naxos secondo Diodoro Siculo;

122 a.C. - Secondo alcuni autori durò dal 121 al 122 a.C., secondo altri dal 122 al 123 a.C.;l'eruzione fu di tipo esplosivo. Durante l'eruzione una grande quantità di prodotti piroclastici, cenere e lapilli, coprì il versante sud-orientale del vulcano causando notevoli danni all'antica città di Catania. La città venne esonerata per dieci anni dal pagamento delle tasse;

252 - Secondo gli Acta Sanctorum, uno dei miracoli di Sant'Agata, postumo, fu quello di fermare una violenta eruzione con il velo sindonico esplosa l'anno dopo la morte della Santa, salvando così la città. Tale eruzione la si vuole originata dal cratere Monpeloso, situato tra Nicolosi e Tarderia (zona di villeggiatura di Pedara). Secondo la tradizione la lava che ne scaturì venne fermata alle porte della città, dunque secondo alcuni autori presso l'Anfiteatro che venne raggiunto, ma non distrutto. Tuttavia recenti analisi geologiche hanno potuto stabilire che l'eruzione che ha generato il monte Monpeloso risalgono al 300±100, confermandone quindi il periodo, ma le sue lave si fermarono nel territorio di Mascalucia, a notevole distanza dalle porte (fisiche) della città. Il concetto di città in epoca greca e romana era più ampio di quanto non si intenda oggi e comprendeva anche i territori (in greco antico chora) e i casali (le statio latine) del circondario. Nulla di strano dunque che si intendesse Mascalucia quale porta del territorio di Catania.

394 - Investì il territorio a nord di Acireale (Bosco d'Aci);

 

La Catania Romana: Stato giuridico, Guerre civili, Cesare, Ottaviano e i due Pompei.

di Davide Valenti

Prima che il console Levino stabilisse il nuovo ordinamento giuridico, amministrativo e fiscale dell'Isola , si provvide a sottoporre i territori frattanto acquisiti a Roma alla “Lex hieronica" che prevedeva, fra l'altro, un sistema tributario fondato sulla riscossione delle decime agricole. Il nuovo regime aggiunse una serie di acquisti forzosi a prezzi fissati d'autorità, un dazio del cinque per cento sulle operazioni portuali (la Lex censoria portus Siciliae), ferree restrizioni alle esportazioni che non riguardavano il territorio italiano, ed alcune gabelle destinate a mantenere flotte a difesa e presidio delle città portuali. Data l'importanza di approvvigionamenti copiosi e puntuali per Roma, si può facilmente immaginare quanto dovette rivelarsi esoso il fisco per una comunità come quella catanese che godeva dell'entroterra più , fertile della Sicilia e di un porto ampio e funzionale. L'ordinamento prevedeva la ripartizione delle 68 comunità siciliane in quattro tipologie amministrative: le foederatae, le libere atque immunes, le decumane, sottoposte cioè a decima al cui novero apparteneva Catania,  e quelle costituenti, come ager publicus, proprietà della città di Roma.

La riscossione delle decime, a Catania come altrove, veniva data in appalto con un sistema simile a quello in vigore sotto Gerone Il, tramite un’asta tenuta localmente ogni anno. I potenziali appaltatori potevano giovarsi di una lista di soggetti tassabili composta di proprietari terrieri e di lavoratori ed usufruttuari. All'inizio si fece in modo che i maggiori "pubblicani" fossero cospicui uomini d’affari siciliani, poi gradualmente la riscossione passò alle grandi compagnie romane.

La classica città decumana rifletteva in sostanza l'ordinamento vigente a Roma: Catania ebbe così un Senato, un proágoro , con funzioni di sommo magistrato, dei questori, cui spettava la riscossione delle tasse comunali, dei magistrati edilí e dei censorí incaricati di tassare la città per le necessità interne della stessa. A capo della Provincia di Sicilia stava un governatore che, per molti versi, assumeva i connotati di un plenipotenziario ed aveva di norma un mandato annuale.

 

La città di Catania fu eccezionalmente ricca di acque,sin dalla sua fondazione.

I Romani,in aggiunta,ne misero di propria costruendo un Acquedotto che dire stupefacente è poco.

Nel I secolo dc questo Acquedotto portava da Santa Maria di Licodia,cioè da ben 28 chilometri da Catania,un volume d'acqua pari a 30.000 metri cubi al giorno.

Senza alcuna azienda municipalizzata ! Questa bella stampa che ho postato è della fine del '700 e ritrae proprio l'Acquedotto Romano.

L'acquedotto Biscari sorge ad Adrano ed è chiamato dagli adraniti "il Ponte Biscari". Costruito a circa 1 km dalle campagne del Mendolito, convoglia in un condotto chiuso le acque delle sorgenti delle "Favare", presso “Santa Domenica” e, attraverso la contrada “ della Carrubba” e di altre terre, le incanala verso il feudo di contrada “ Ragona” o “Aragona”. Notizie tratte dal “Dizionario topografico della Sicilia” (Amico, 1865), citano come la contrada Aragona era "Casale un tempo esistente nel territorio detto oggi volgarmente di Ragona, tra Centorbi ed Adernò, con una torre. Appartenevasi nel 1408 a Giovanni Eschisano, come si rileva dal censo di Re Martino; a Perollo di Modica nel 1479, che il vendette ad Artale Mincio, donde pervenne a Giovanni Paternò, ed oggi per dritto dei padri suoi ad Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari." In esso "Ci ha una sorgiva di acqua puzzolente nerastra e zolfurea." Ancora oggi sono visibili i fabbricati ed i ruderi della masseria ubicata nel mezzo della Piana d’Aragona, adiacente alla strada. L’acquedotto attraversa il fiume Simeto nel “Passo della Carruba”, in contrada “Cimino”, nel territorio tra i comuni di Adrano e Centuripe.Nella foto di repertorio i resti dell'Acquedotto Biscari.

 

 

 

 

 

 

Fatta eccezione per poche comunità urbane, i Siciliani vennero di frequente trattati non da alleati ma da sudditi veri e propri, obbligati a pagare un tributo annuale in grano e costretti ad obbedire. Durante il periodo repubblicano romano, tutte le città siciliane godevano, ciò malgrado, di una qualche autonomia pur diversificandosi tra loro per tipo di organizzazione amministrativa.

 

 

De facto poteva considerarsi inamovibile. Buona parte dei territori appartenuti a nemici dichiarati di Roma venne invece confiscata ed annessa all' ager publicus a partire dal 210 per esser poi offerta in dono a quanti si fossero segnalati, specie nell'ordine equestre, per meriti speciali. Costoro si organizzarono presto in una corporazione, il conventus, ed esercitarono di fatto un'influenza costante sui funzionari romani. Gran parte del territorio di Leontini divenne presto ager publícus , o in forma di semplice donazione o - e ciò dovette avvenire assai di frequente, tenuto conto dellafertilità della Piana - in affitto, in grossi appezzamenti, per una somma nominale stipulata.

L'entroterra di Catania che veniva regolarmente sottoposto a decima dovette corrispondere a Roma ingenti forniture frumentarie, i boschi etnei continuarono ad offrire legname pregiato mentre la pesca nei ricchi fondali ionici , a quanto risulta, arricchiva di crostacei le luculliane mense romane. E se si tiene in considerazione la larghezza con cui si fece fronte all'edilizia urbana sin dalla fine del terzo secolo, che per la monumentalità delle fabbriche pareva sollevare insospettabili ambizioni, ci si farà un'idea del tenore di vita deicatanesi, che dovettero finanziare in gran parte quelle opere pubbliche. Al Teatro greco e all'Odeon (monumento coperto destinato alle rappresentazioni musicali, unico esemplare nella grecità o ccidentale) le cui vestigia furono rinvenute dai nuovi dominatori che si accinsero presto a mutarne radicalmente l’aspetto ricostruendone intere parti, vanno aggiunti il Foro, risalente all'età repubblicana e di cui restano pochi ruderi nel'odierno Corti le San Pantaleone l'Anfiteatro, il Circo Massimo e la colossale Naumachía, tutte della tarda età imperiale.

Quanto all'Acquedotto e al Ginnasio possiamo datarli rispettivamente alla prima età imperiale sebbene molti lavori venissero effettuati sino al III secolo d. C. e al consolato di Marcello il quale, trovata la fabbrica di quello greco nei pressi dell'odierno Castello Ursino, la fece subito restaurare destinandola, oltre che ai consueti esercizi ginnici, all'istruzione pubblica, e ciò realizzò giovandosi del bottino di guerra rimediato a seguito della presa di Siracusa, quasi ad indennizzo della città etnea per meriti di cui la storia tace.

Intanto le nuove intraprese militari che videro l'estendersi del dominio romano dall'area greca sino all'Asia minore, comportarono l'innescarsi delle consuete economie di guerra, non ultima la compravendita delle genti gettate in schiavitù, che confluirono copiosamente verso i domini pacificati dalla lex romana. La Piana di Lentini e gran parte della Sicilia centro-occidentale furono interessate da un inspessimento della  popolazione servile, di norma di lingua e costumi greci, in cui non erano rari uomini di buoni natali e di spessore culturale.

Quali che siano stati i moventi primi della guerra servile esplosa nel la seconda metà del II secolo ad Enna (139?) col linciaggio del possidente Damòfilo, e secondata nella regione di Akragas dalle imprese dell'ex pastore Cleone, i dintorni di Catania pare vennero risparmiati e non si segnalarono disordini di sorta. La storia si limita a riferire che i rivoltosi di Enna, fatta giustizia sommaria del detto Damòfilo e della consorte Megàllide, vollero risparmiare la di loro figlia conducendola dai parenti a Catania ove, come si evince con disinvoltura, si riteneva altamente improbabile l’incrudelirsi dell'odio di classe, malgrado anche la città etnea venisse in mano agli schiavi, come Tauromenio ed Enna, pur senza gli spargimenti di sangue che si erano segnalati altrove. Solo nel 132 il console Rupilio soffocò i tumulti facendo intervenire un esercito regolare.

La seconda guerra servile (104 99 ca.), conclusasi a un dipresso col medesimo bagno di sangue della prima, non riguardò la Sicilia orientale se non per il particolare crisma religioso che i rivoltosi di Salvio vollero conferirsi: quello dei Gemelli Pàlici, protettori dei servi fuggiaschi e tutori dei giuramenti, il cui santuario sorgeva ancora, come s'è detto, presso il lago Nàftia , non lungi dall'odierna Palagonia.

Fra le due guerre servili va però collocata la devastante eruzione dell'Etna (122) che infierì sul territorio catanese quanto bastasse a che si esonerasse la città dal pagamento della decima per dieci anni. E siamo così giunti ad uno degli episodi più tristemente noti ed esemplari del dominio romano in Sicilia, complice Cicerone: il triennale governatorato di Verre.

www.cataniaperte.com

 

 

 

 

 

Dopo la guerra contro Sesto Pompeo, Augusto vi dedusse una colonia. Plinio il Vecchio annovera la città che i romani chiamano Catina fra quelle che Augusto dal 21 a.C. elevò al rango di colonie romane assieme a Syracusæ e Thermæ (Sciacca). Solo nelle città che avevano ricevuto il nuovo status di colonia furono insediati gruppi di veterani dell’esercito romano. La nuova situazione demografica certamente contribuì a cambiare quello che era stato, fino ad allora, lo stile di vita municipale a favore della nuova "classe media".

Nonostante questi continui disastri, che costituiscono una delle costanti della sua storia, Catania conservò una notevole importanza e ricchezza nel corso della tarda repubblica e dell'impero: Cicerone la definisce «ricchissima», e tale dovette restare anche nel corso del tardo impero e nel periodo bizantino, come si deduce dalle fonti letterarie e dai numerosi monumenti contemporanei, che ne fanno un caso quasi unico in Sicilia. Le grandi città costiere come Catina, nel corso del medio-impero, estesero il loro controllo, anche a fini esattoriali dello stipendium, su un vasto territorio nell’entroterra dell’isola che si andava spopolando a causa della conduzione latifondistica della produzione agricola.

Subito agli anni dell'istituzione della colonia, quand'era necessario dare un'impronta romana alla città, è da ricondurre la sistemazione dell'area forense intorno all'attuale cortile S. Pantaleone; allo stesso periodo inoltre sembra risalire una decisa azione di riordinamento del tessuto viario della città.

Sulla base di recenti scavi condotti in via Crociferi e di una carta manoscritta del Cinquecento, la rete stradale della colonia risulta in qualche modo rintracciabile in quella odierna della zona che ruota intorno alla via Vittorio Emanuele nel tratto compreso tra la piazza Duomo e la via Plebiscito; nei secoli dell'impero comunque il tracciato augusteo fornì le direttrici per l'espansione dell'area urbana in particolare verso sud, dove verrà anche edificato il circo per le corse dei carri.

Il limite nord della città imperiale fu invece rappresentato dall'anfiteatro: costruito nel II secolo d.C. l'edificio nella sua grandiosità può ritenersi il coronamento del processo di accumulazione di ricchezze iniziatosi a Catania con l'elevazione al rango di colonia. Esso, inoltre, considerato insieme agli altri luoghi di spettacolo della città come il teatro e l'Odeon, ai numerosi complessi termali o all'efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico, è significativo dell'alto livello della qualità della vita che dovette caratterizzare Catania durante l'età imperiale.

Il Cristianesimo vi si diffuse rapidamente; tra i suoi martiri, durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano, primeggia Sant'Agata, patrona della città, e Sant'Euplio. La diocesi di Catania è accertata fin dal VI secolo.

Non è possibile al momento definire esattamente i tempi e i modi dell'introduzione e dell'affermazione del Cristianesimo a Catania, anche se si può pensare che qui non pochi fossero i fedeli della nuova religione alla metà del III secolo d.C. quando, durante la persecuzione dell'imperatore Decio, la tradizione data il martirio di Agata, la patrona della città. Notizie più sicure sulla Catania cristiana si hanno invece a partire dal IV secolo d.C. grazie ad un consistente nucleo di iscrizioni ed agli scavi condotti in aree sacre o cemeteriali.

Ai tempi dell’imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente,che per di più godeva di un’ottima posizione geografica.

Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell’epoca.

 

Le fonti storiche narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude, prepotente e superbo. Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.

L'imperatore Decio

L'imperatore Decio salì al trono di Roma nel 249. Durante il suo consolato, l'impero romano attraversò una profonda crisi, sia a causa d'invasioni barbariche in alcune sue province, sia per difficoltà commerciali, sia perché il paganesimo, religione ufficiale dello Stato, non sembrava più così compatto come in passato.

Decio si adoperò, quindi, per una salda e definitiva riorganizzazione dell'impero, incominciando col rinvigorire il culto agli dèi pagani, sia nelle cerimonie ufficiali che private. Contemporaneamente, in contrasto col comportamento del suo predecessore Filippo (244-249) che manifestò verso il cristianesimo grande tolleranza e aperta simpatia, Decio all'improvviso fece scoppiare una nuova persecuzione contro i cristiani, perché capaci di sviare il popolo dal culto pagano, orientandolo verso un unico Dio, attirando così sull'impero la collera degli dèi.

Egli fece perseguitare, oltre ai comuni seguaci di Cristo, anche Vescovi e Papi.

Infatti mandò al martirio il vescovo di Gerusalemme e quello di Antiochia; e sempre per volere di Decio, morì martire pure papa Fabiano, fatto che procurò sollievo all'imperatore avendo egli tolto ai cristiani di Roma l'autorevole appoggio; si racconta che così abbia commentato questa morte: "Sarebbe molto meglio aver a che fare con un altro rivale al trono piuttosto che con un nuovo Vescovo di Roma".

Dalla p. 155 del libro di Michael Grant, "Gli imperatori romani", si ricava quanto segue:"Sembra che i capi cristiani tendessero a distogliere i fedeli dal manifestare deferenza alla religione pagana, che era pur sempre la spina dorsale dello Stato e compartecipe del benessere nazionale. Dai cristiani non si pretendeva di rinunciare alla propria fede, ma non veniva tollerato il loro rifiuto di partecipare alle comuni pratiche rituali".

.

 

 

Sempre nell'obiettivo di consolidare la religione romana, Decio - Forte dell'editto emanato qualche decennio prima dall'imperatore Settimo Severo - obbligò ogni singolo cittadino delle varie province a presentarsi davanti a una commissione, accettando di sacrificare gli dèi.

Coloro che si sottoponevano all'ingiunzione ricevevano un documento, detto libellum, comprovante la loro fedeltà alla religione pagana echi ne era in possesso veniva lasciato vivere e lavorare in tranquillità. Questo provvedimento spaventò molti cristiani, i quali - temendo conseguenze cruente o addirittura la morte - divennero spergiuri aderendo all'obbligo sacrificale, e furono chiamati lapsi. I moltissimi cristiani che si rifiutarono di sottostare all'ordine, vennero mandati tutti a morte.

http://www.cataniatradizioni.it/s%20agata/l'imperatore%20decio.htm Tratto da “Storia di Agata, la santa di Catania” scritto da “Ruggerina Miazzon Camilleri”, edizioni Boemi, stampato dalla Tipografia Consigliane s.n.c. - Catania

 

 

 

Il processo

 Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza. Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa. Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli. Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. “ Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo ”, chiarì subito Agata. “ Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo ”. Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di martire. “ Tu che ti credi nobile ”, disse Agata a Quinziano, “ sei in realtà schiavo delle tue passioni ”. Questa fu una grave provocazione per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. “ Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo ”, domandò irritato il proconsole, “ siamo ignobili? ”. Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: “ Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio ”. Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata. Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: “ O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio ”, minacciò spazientito. Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: “ Vuoi farmi soffrire? ”, lo irrise. “ Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia ”. Poi, con voce sicura, aggiunse: “ Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere ”. Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: “ Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? ”. Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.

http://www.comune.catania.it/la_citt%E0/santagata/la-vita/Il_processo.aspx

 

 

Alla caduta dell’Impero Romano, Catania fu esposta alla costante minaccia dei conquistatori che giungevano sulle coste siciliane per terra e per mare. Dalle coste dell’Africa vennero a predarci i Vandali e Catania sperimentò la loro violenza piratesca. Poi seguirono gli Ostrogoti, (440 a.C. - 535 a.C.)

 

 

 

 

 

Particolarmente critico sembra essere stato il passaggio dei Vandali di Genserico negli anni 440 e 441 provenienti da Cartagine: causò danni talmente gravi da indurre le autorità alla remissione del pagamento dei tributi. Nel 476, Genserico cede ad Odoacre, re degli Eruli, la Sicilia in cambio di un tributo. Teodorico, divenuto re degli Ostrogoti nel 474, dopo aver sconfitto più volte Odoacre in Italia lo uccise nel 493 restando così l’incontrastato padrone d’Italia.

Teodorico rispettò le consuetudini locali e stabilì buoni rapporti con i catanesi, tali da chiedere al  Re il permesso di fortificare le mura devastate dalle incursioni utilizzando le pietre dell’anfiteatro Romano, che si trovava in stato di completo abbandono. Catania non subì arresti nella prosperità economica, anzi se ne avvantaggiò grazie allo spostamento verso Oriente dei traffici marittimi e con il trasferimento in città della zecca dell´impero bizantino nonchè con le pressanti richieste di derrate e di legnami da parte di Costantinopoli, per sostenere la concorrenza delle flotte musulmane nel Mediterraneo.

 

 

Il generale bizantino Belisario, inviato da Giustiniano a riconquistare l’Italia, occupò con facilità la Sicilia nel 535 sconfiggendo gli Ostrogoti.

Catania divenne bizantina nel 555 a. C..

 

 

Nuovi scontri fra Belisario e gli Ostrogoti di Totila si verificano fra il 542 e il 548, anno in cui il generale bizantino venne richiamato a Costantinopoli. Catania fu di nuovo occupata da Totila nel 550, ma dopo la sconfitta degli Ostrogoti in Umbria e la morte di Totila nel 552, tutta la Sicilia tornò sotto il controllo bizantino nel 555. Fu proprio da Catania che ebbe inizio la riconquista bizantina dell'isola, e in essa ebbe sede probabilmente il governatore civile bizantino (praetor o praefectus). Rimase bizantina sino alla conquista musulmana che avvenne nel IX secolo.

 

Epifania Bizantina a Catania

di Luigi Giuseppe Gennaro

 

Dopo secoli di assenza, per iniziativa d’un intraprendente sacerdote locale la liturgia cattolica bizantina è tornata a far risuonare le sue austere salmodie nella città di Catania. Nell’antichissima chiesa di San Gaetano alle Grotte il Rettore, padre Antonio Lo Curto, che da diversi anni ha felicemente reintrodotto questi antichi riti nel capoluogo etneo, ha solennemente celebrato in pompa magna la solennità dell’Epifania, coincidente in Oriente con la memoria del Battesimo di Cristo. Il sito su cui sorge la moderna chiesa, completata nel XIX secolo dopo varie vicende costruttive, ospita ancor oggi un piccolo vano scavato nella roccia che costituiva la camera mortuaria d’un antichissimo sepolcro d’età a tutt’oggi imprecisata: se gli storici locali hanno dibattuto per tutto il XVII secolo sulla paternità della struttura (qualcuno vi vide il mausoleo del famoso Stesicoro, poi maldestramente identificato in un colombario romano ancor oggi poco distante) per la fede quel luogo è sempre stato il sito della primissima deposizione di Sant’Agata, patrona cittadina morta nell’anno 251. Proprio in memoria sua e della Madonna qui sorse la prima comunità cristiana catanese e la minuscola grotta, dotata anche d’un pozzo d’acqua sorgiva per i riti battesimali, funse per secoli da chiesa, venendo officiata ininterrottamente anche durante le persecuzioni, Romane prima ed arabe poi.

 La liturgia cattolica bizantina, o meglio costantinopolitana, è ancor oggi quella composta da San Basilio († 379) e, soprattutto, da San Giovanni Crisostomo († 407); paradossalmente quindi il rito rimasto isolato in Italia da Roma in giù, Sicilia compresa, fin dai tempi dell’Impero d’Oriente, si rivela ben più antico rispetto a quello ancor oggi ufficiale della Chiesa Ortodossa, che ha subito evoluzioni ben maggiori. Sebbene ad una prima impressione esso sembri assai differente dalla Messa Tridentina o Straordinaria propria della Chiesa Latina e diffusa dai tempi di San Gregorio Magno († 604), quella bizantina è a ben vedere molto simile nella struttura bipartita (parte didattica / parte dei fedeli con il Sacrificio vero e proprio) ed anche in certe formule che compaiono quasi del tutto identiche, tradendo l’origine comune dei due maggiori riti in uso nell’Impero. L’intera liturgia è stata officiata per buon 40 – 45% in Greco bizantino, dalla nota pronunzia itacistica, mentre una schola di fedeli d’ambo i sessi ha eseguito le tipiche cantilene che il rito vuole ripetute con cadenza quasi ipnotica. Durante la celebrazione l’altare, seminascosto dietro un sottile velo che sopperiva all’assenza dell’iconostasi, è apparso come immerso in una dimensione ultraterrena, ben prestandosi alla suggestione di fedeli ingiustamente mortificati dalla sciatteria dei riti odierni, che sembrano aver perso il gusto per l’imperscrutabile in favore d’una poco opportuna asetticità degli arredi e dei paramenti. Qui al contrario il celebrante ed il diacono, circondati dai membri in uniforme dell’Unione Cavalleria Cristiana Internazionale, storico ente catanese, hanno sfoggiato i tipici abiti liturgici del vicino oriente, dalle inusuali tinte turchesi, che hanno contribuito non poco a rendere la sacralità dei gesti durante le quattro piccole processioni caratterizzanti la festività odierna. Numerosi i simboli, tra cui le candele intrecciate, i continui segni di croce da parte dei fedeli, e l’immagine di Cristo posta all’ingresso per l’adorazione personale, il tutto tra pareti tappezzate di ieratiche icone e statue dai colori sgargianti, cui non poche persone offrivano le tipiche candele sottili di cera naturale. Alla fine del rito, in ossequio al calendario orientale, è stata benedetta l’acqua in memoria del Battesimo di Cristo nel fiume Giordano, con l’arcana triplice immersione d’una piccola croce d’argento.

È d’uopo notare come simili iniziative non debbano costituire certamente una mera curiosità per cittadini e forestieri, e nemmeno la loro utilità possa essere limitata all’appagamento spirituale dei soli fedeli: la presenza attiva di decine di immigrati slavi e provenienti dall’Est europeo, che hanno intonato nuovamente il Pater in romeno, partecipando anche con sobri canti nelle lingue nazionali, ha dimostrato l’esistenza d’un ennesimo canale dimenticato d’integrazione tra cittadini ed immigrati, nel rispetto delle reciproche tradizioni e culture. Se è vero che alcuni dei presenti hanno assistito alle due ore piene di salmodie per mero interesse storico o musicale, è altrettanto indubitabile che sarebbe criminoso tollerare, com’è stato fatto fino ad ora, che un sì grande patrimonio culturale della nostra terra vada disperso per l’insensibilità, o per la vera e propria intolleranza, di pochi facinorosi.

http://www.dietrolequinteonline.it/epifania-bizantina-a-catania/

Cappella Bonajuto

Uno dei pochi edifici di rilievo superstite dell'epoca bizantina a Catania, la cappella è collocata all'interno del barocco palazzo Bonajuto in via Bonajuto 7, nel popolare quartiere catanese della Civita. Si presenta a croce greca con pianta quadrata, cupola e tre absidi («cellae trichorae» o «chiesa a trifoglio») in forma simile alla cuba bizantina presente in Sicilia. Oggi rispetto al piano della strada si trova interrato di circa 2 metri. L'edificio, che è inoltre arricchito di testimonianze medioevali e quattrocentesche, è scampato ai diversi terremoti che hanno colpito la città, fra cui quello devastante del 1693.

La famiglia Bonajuto prese possesso della cappella a partire dal quattrocento e nel secolo successivo vi edificò la propria residenza. Sino all'insediamento dei Bonajuto la cappella era dedicata al SS.Salvatore, denominazione che mantenne probabilmente sino al XVIII secolo.[2] Nel XVIII secolo quando la cappella fu oggetto di restauri e ristrutturazione dell'ingresso, questa fu meta del viaggio del pittore francese Jean Houel.

La cappella è stata restaurata da Paolo Orsi e Sebastiano Agati negli anni trenta. Oggi è visitabile e spesso affittata per fini espositivi e conferenze nonché come pub e come palcoscenico di gruppi musicali rock e di altro genere.

 

La cuba di Santa Domenica  a Castiglione di Sicilia. Chiamata anche « 'a cubula» dai locali, la cuba di Santa Domenica è forse la più importante cuba bizantina presente in Sicilia, monumento nazionale dal 31 agosto del 1909 grazie allo studio del rudere effettuato da Sebastiano Agati.

L'edificio ha le caratteristiche tipiche della cuba, ovvero è rigidamente geometrico e basato su forme essenzialmente cubiche pur se allungato. Così Santa Domenica si presenta a croce latina con pianta quadrata, cupola e tre absidi. L'abside posteriore ha una bifora rivolta verso oriente affinché, secondo tradizione, durante la veglia pasquale la luce della luna piena entrando nell'edificio attraverso l'apertura desse inizio alla Pasqua. Le altre due absidi contenevano ciascuna una piccola cappella. La cuba, costruita con pietra, blocchi lavici, malta e materiali in cotto internamente era ricca di affreschi di fattura bizantina, oggi perduti. La facciata è a due ordini. Nel primo vi è l'ingresso principale che è caratterizzato da un arco ed è di maggiori dimensioni rispetto agli altri due presenti ai lati. Nel secondo ordine della facciata si trovano due finestre ed una trifora di dimensioni considerevoli. Secondo alcuni accertamenti recenti la facciata sarebbe stata preceduta da un portico o nartece per penitenti e catecumeni, mentre il tetto e la pavimentazione sarebbero stati in cotto. Le finestre hanno una particolare forma a «testa di chiodo». Nell'interno a tre navate, divise da una serie di pilastri quadrangolari, la cupola centrale è arricchita da volte a crociera e da minime tracce degli intonaci originali. Dopo anni di degrado la chiesa è stata oggetto di restauro negli ultimi anni. Dopo i restauri sono stati rinvenuti due scheletri di probabile datazione bizantina che farebbe supporre la presenza di un attiguo cimitero basiliano.

 

 

Provenivano dalla regione che gli Arabi chiamavano Ifrìqiya, corrispondente sostanzialmente alla Tunisia, parte dell'Algeria occidentale e a piccole porzioni della Cirenaica. Misero piede in Sicilia nell'827 d.C.. Conquistarono Catania poco prima del 900 d.C. , ma in città non sono rimaste tracce significative del loro passaggio.

 

 

 

La dominazione araba fu tuttavia benefica ai catanesi, come a tutta la Sicilia. Gli Arabi, ottimi coltivatori e abilissimi mercanti, riattivarono l’economia dell’Isola che subiva gli effetti di un lungo periodo di decadenza; diedero nuovo impulso alle colture indigene della vite e dell’ulivo e altre ne introdussero, come quella degli agrumi, che ancor oggi costituisce una delle maggiori fonti di benessere dei Catanesi.

Prima c'erano state numerose incursioni, fin dal lontano 652, e reiterati tentativi di conquistare la Sicilia, tutte fallite. La spedizione definitiva venne effettuata quando il ribelle bizantino Eufemio, li chiamò in aiuto.

Alla guida della spedizione c'era un giurista settantenne, Asab ibn al-Furàt. La spedizione araba lasciò il porto di Susa il 14 giugno dell'anno 827 e dopo aver effettuato una sosta nell'isola dei conigli (Lampedusa) per rifornirsi di viveri ed uomini, sbarcò a capo Granitola presso Mazara tre giorni dopo, il 17 giugno. Le truppe di Asad, per la difficoltà dei luoghi e per lo scarso nutrimento soffrirono quanto e come gli assediati.

 

 

La loro fu una conquista dura, Palermo la ebbero nell'831, perché stremata da una pestilenza, Messina nell'843, aiutati da truppe napoletane, Enna, da loro chiamata Kasr Jànna (da cui Castrogiovanni) fu presa nell'859, dopo un assedio tanto lungo che consentì agli arabi di coniar moneta. Le ultime a cedere furono Siracusa, nell'878, Catania, nel 900, Taormina nel 902 ed infine completarono l'occupazione con la caduta di Rometta nel Messinese. Correva l'anno 965.

In Sicilia non ci fu un regno unitario arabo ma tante piccole signorie rette da "Kadì".

 Il comportamento degli arabi fu improntato alla tolleranza. Non perseguitarono i cristiani ma si accontentarono di far pagare loro una tassa la "gézia" consentendo la libertà di culto. Pochi infatti furono i tentativi di ribellione e vani furono i tentativi di riconquista da parte di Bisanzio, ricordiamo solo quello di Giorgio Maniace perché fra le sue truppe militavano anche, in qualità di mercenari, i Normanni che a breve, sarebbero riusciti a scalzare i musulmani dall'isola ed ad affermarvi la loro signoria.

Gli Arabi divisero l'isola in tre grandi distretti amministrativi.

Dapprima la Sicilia fu sede di Emirato dipendente dalla dinastia tunisina degli Aghlabiti che la governarono con i loro emissari, poi divenne indipendente con una propria dinastia quella dei Fatimi. La popolazione era distinta in indipendente, che conservava i vecchi ordinamenti, tributaria, che pagava la gezia, vassalla o "dsimmi" che viveva soggetta ed infine i servi della gleba o "memluk".

Durante i 200 anni della loro dominazione, gli Arabi portarono nell'isola la cultura, la poesia, le arti, le scienze orientali e abbellirono il loro regno con monumenti stupendi. Durante la loro permanenza gli Arabi diedero un notevolissimo apporto all'economia ed alla civiltà Siciliana: introdussero le colture del riso e degli agrumi, realizzarono opere di canalizzazione che consentirono l'uso razionale delle risorse idriche (cosa che oggi i nostri amministratori hanno "dimenticato").

 

 

Gli arabi portarono la canna da zucchero, il riso, il gelsomino, il cotone, I'anice, il sesamo cannella e zafferano. Abili pasticcieri, crearono il Cubbaita (Qubbayt), ossia, un dolcissimo torrone di miele con semi di sesamo e maridorle; i Nucatuli, dalla parola araba "Nagal" (frutta secca, confettura, dolce secco);  la Cupita o meglio Copata: torrone molto duro confezionato in grossi pani, a base di nocciole, albume d'uovo, zucchero miele ed amido. Sempre agli arabi dobbiamo la Cassata ed il sorbetto. Amanti delle essenze, crearono dolci profumati alla frutta, alla cannella e, perfino agli odori dei fiori.  

 

 

Con il gelsomino, per esempio, crearono un niveo gelato, che si confeziona ancora oggi a Trapani con lo stesso nome arabo: "Scursunera". Inventarono i geli di melone, di mosto, di cannella, di gelsomino; crearono storte ed alambicchi per la distillazione della grappa che, in ossequio al Corano, la usavano solo per disinfettare le ferite, e, quindi, anche l'alcool. Ma a questi "invasori" si devono altri gustosi piatti come le panelle, i ceci essiccati ed i fiori di zucca seccati e salati nonche' il pane con la milza di cui, ancora oggi, i palermitani sono ghiotti.

Questa e' anche l'era degli Harem. Ci sono molte leggende al riguardo, tra cui quella dell'invenzione del cannolo. Si narra che furono proprio le donne di Caltanissetta, ospiti dell'Harem Kalt El Nissa, ossia, Castello delle donne, ad inventare il famoso dolce siciliano.

 

 Ancora oggi nella nostra lingua usiamo termini come "gebbia", la vasca di raccolta delle acque, "saja", i canali, "senia" ruota del mulino ad acqua, ecc. Furono incrementate le piantagioni di gelsi con conseguente impianto di manifatture per la seta. Svilupparono la piccola proprietà terriera, eliminando i latifondi, con opportuni provvedimenti fiscali, quale l'abolizione dell'imposta sugli animali da tiro.

Durante la dominazione araba Palermo (Balarm in arabo) si distingueva per lusso e per ricchezza e si presentava con tutte le caratteristiche di una città orientale. Divenne una capitale mediterranea Si contavano più di 300 moschee (così riferisce nel 973 Ibn Hawqal, viaggiatore arabo dell'epoca normanna ) ed una popolazione di oltre 250.000 abitanti, quando a Roma o Milano non c'erano più di 20 o 30.000 anime.

La Sicilia tutta era piena di industrie e di commerci, come ci rendono conto i viaggiatori Ibn Gubayr, Ben Idrisi e lo stesso Ibn Hawqal. Era il giardino del mediterraneo. In Sicilia gli arabi favorirono la nascita di una ricca cultura, sia nelle scienze che nella letteratura.

Uno tra i migliori poeti arabi siciliani è Abu al-Hasan che visse in Sicilia, tra la fine dell'XI e il XII secolo. Egli cantò l'amore e la bellezza del creato come doni di Allah. Nei suoi versi si trova anche una vena di tristezza per la sorte della sua patria, la Sicilia, che stava per cadere nelle mani dei Normanni. Sarebbe bello poter leggere "La storia araba di Sicilia" di Ibn Kalta, o gli scritti di Ibn Hamdis di Noto, entrambi scrittori arabo-siculi, di cui molti testi sono andati perduti. I ricordi più importanti che testimoniano la presenza araba in Sicilia purtroppo non sono quelli né quelli letterari né quelli architettonici.

Non ci rimane alcuna Moschea, perché trasformate in chiese cristiane, e lo stesso Alkazar (l'attuale Palazzo dei Normanni di Palermo), non lascia più riconoscere la parte costruita dagli Arabi, e ben poco di altri monumenti di quell'età è giunto fino a noi; ma quanto rimane - parti di una moschea incorporata nella chiesa di S. Giovanni degli Eremiti; parti di castelli incorporati, come in quello della Zisa, o della Favara, e negli ampliamenti successivi in epoca normanna o la struttura del vecchio quartiere arabo di Mazara, o le terme di Cefala Diana - è sufficiente per documentare la continuità della tradizione araba in Sicilia.

Ma quanto ci manca d'architettura è fortemente rimpiazzato nella storia linguistica della Sicilia. Numerosissimi toponimi: Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo, ecc, derivano il loro nome da "Kalat", castello; Marsala, Marzameni, da "Marsha", porto; Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, da "gebel", monte; Racalmuto, Regalbuto, da "rahal", casale e così via. E poi abbiamo anche termini commerciali come: funnacu (fondaco), tariffa, sensale; termini agricoli come fastuca (pistacchio), zagara (i fiori dell'arancio o del limone), zibibbu (una varietà di uva), giggiulena (sesamo); vocaboli come "calia" (ceci abbrustoliti) "giurana" (rana), "zotta" (frusta); o cognomi come Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) ecc.

Nella cucina, dal cuscus alla cassata, alle arancine. Tutta la nostra cucina ha una forte impronta araba che si riconosce nell'uso delle spezie, dello zucchero e dei profumi. Inoltre, antichi riti di magia, credenze popolari, come le "truvature"; scongiuri e pratiche di fattura che derivano direttamente dal fondo dell'anima araba della Sicilia, come giustamente annota l'etnologo Giuseppe Pitré. Per strano che possa sembrare sedici secoli di ellenismo sono stati quasi annientati dall'arabismo che in soli due secoli è riuscito a lasciare una forte impronta che né Normanni, né Svevi, né Spagnoli o Francesi e per ultimo i piemontesi sono riusciti a cancellare. Questo può significare una cosa sola: la dominazione araba non fu mero dominio ma integrazione con i popoli autoctoni e dovrebbe essere da esempio.

Fara Misuraca  http://www.ilportaledelsud.org/siciliaaraba.htm

 

L'IMPRONTA ARABO-NORMANNA NELL'ARCHITETTURA SICILIANA

 

La Chiesa SS. Pietro e Paolo è uno dei monumenti più complessi della Sicilia.

Fondata da monaci basiliani venne ricostruita nel 1117 e in seguito fu restaurata nel 1172 da Gherardo il Franco per conto di Teostericto, come riporta un'epigrafe greca incisa sul falso architrave del portale maggiore.

Molto singolari risultano gli effetti cromatici creati dall'alternanza di fasce di mattoni, pietra lavica, pietra calcarea ed arenaria. Essa rappresenta al contempo un mirabile compendio di influenze bizantine, arabe e normanne. L'esterno presenta una decorazione a lesene ed arcatelle intrecciate e motivi a dente di sega.

La facciata principale è preceduta da un portico, racchiuso tra due torri. L'interno è a tre navate, le quali sono divise da colonne corinzie che sostengono archi a sesto acuto.

Lungo l'asse della navata centrale si elevano due cupole, una su un alto tamburo, è ondulata a spicchi; l'altra, nell'area del transetto poggia su un tamburo ottagonale.

L’architettura araba di Palermo

A Palermo, i normanni, che succedettero gli arabi nella dominazione della Sicilia, posero mano a tutti gli edifici costruiti in precedenza. Ad ogni modo, l’impronta dell’architettura araba rimane come segno indelebile di una presenza influente anche dal punto di vista estetico. Le moschee, i palazzi e i giardini ricchi di fontane furono inesorabilmente riadattati al gusto normanno, arricchendo quest’ultimo di elementi mediorientali. Gli edifici storici di Palermo vengono, dunque, classificati stilisticamente come architettura arabo-normanna.

Gli spunti arabi sono più visibili nel Palazzo Reale (originariamente Qasr), nato come residenza degli emiri. L’architettura normanna si è andata a sovrapporre alle strutture originarie, lasciandoci elementi di decorazione architettonica di grande eleganza. Da notare gli intagli e i dipinti che adornano il soffitto ligneo della Cappella Palatina, il cuore del Palazzo.

Nei pressi del Palazzo Reale, alcune cupole rosse, caratteristiche dell’architettura araba, arricchiscono la struttura di una chiesa: San Giovanni degli Eremiti. Continuando il nostro viaggio nell’architettura arabo-normanna di Palermo arriviamo alla chiesa di San Cataldo dove, ancora una volta, le cupole sono le uniche note di colore a una struttura peraltro essenziale.

 Su una colonna del porticato sud della Cattedrale di Palermo si trovano incise iscrizioni arabe che testimoniano la presenza, in loco, di un edificio più antico sacrificato alla fede cristiana.

 Fin dal nome, il Palazzo Fawwarah (Castello di Maredolce) richiama atmosfere da mille e una notte, forse una dei pochi esempi incontaminati di architettura araba a Palermo. Procedendo per le strade della città si può incontrare la Zisa, immersa in un parco che doveva essere un accenno di paradiso (Jannat al –ard).

La Zisa, edificio del XII secolo, risale al periodo della dominazione normanna in Sicilia. La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Guglielmo I e portata a compimento sotto quello di Guglielmo II. La Zisa delle origini era una residenza estiva creata nelle vicinanze della città per il riposo e lo svago del sovrano. I Normanni, subentrati agli Arabi nella dominazione dell'Isola, furono fortemente attratti dalla cultura dei loro predecessori. I sovrani vollero residenze ricche e fastose come quelle degli emiri ed organizzarono la vita di corte su modello di quella araba, adottandone anche il cerimoniale ed i costumi. Fu così che la Zisa, come tutte le altre residenze reali, venne realizzata alla maniera "araba " da maestranze di estrazione musulmana, guardando a modelli dell'edilizia palazziale dell'Africa settentrionale e dell'Egitto, a conferma dei forti legami che la Sicilia continuò ad avere, in quel periodo, con il mondo culturale islamico del bacino del Mediterraneo.

 Il nome Zisa deriva probabilmente da al-Aziz (che in lingua araba significa nobile, glorioso, magnifico). Il vocabolo (in caratteri nashi), rinvenuto nella fascia epigrafica del vestibolo dell'edificio, denota la caratteristica d'uso islamico di contraddistinguere con un appellativo gli edifici civili più importanti.

 

Il complesso monumentale di Palazzo dei Normanni è la risultante di costruzioni, demolizioni e sovrapposizioni che si sono succedute nel corso di circa duemilacinquecento anni.

 La sintesi, proposta ad un'utenza che si presume vasta ed eterogenea, si limita alla descrizione delle principali fasi evolutive, rinviando, per gli innumerevoli temi ed aspetti presenti nella lunga storia di questo monumento, alle pubblicazioni, ai saggi, ai testi monografici prodotti - in ogni tempo - da numerosi studiosi ed esperti di settore, sia italiani che stranieri.

 Il Palazzo dei Normanni (da molti chiamato anche Palazzo Reale) sorge sul sito che nel VI secolo a.C. i Cartaginesi (un popolo originario dell'attuale Libano, che aveva fondato vicino Tunisi la città di Cartagine) scelsero come importante base commerciale per i loro traffici marittimi.

 Ciò determinò la nascita del primo nucleo della città di Palermo (il nome deriva dal greco Panormos, cioè "tutto portò") come mostrano gli ampi tratti di mura che recenti scavi hanno permesso di mettere in luce; strutture peraltro rinforzate nel periodo delle guerre puniche.

 Si deve supporre che nei successivi periodi contrassegnati dalla presenza dei Romani, dei Bizantini e degli Arabi, l'originaria struttura difensiva sia stata oggetto di ulteriori interventi, come testimonia la stratificazione individuata e avente uno spessore di 8 metri.

 In particolare, nella prima metà del IX secolo d. C. Palermo viene conquistata da Arabi (Aghlabiti) provenienti dal Nord Africa i quali, sulle strutture preesistenti, costruiscono una fortezza (qasr, da cui Cassaro: la strada che ancora oggi collega la città al mare seguendo l'asse Est-Ovest) per difendere la città da occidente; a oriente, avrebbero realizzato un'altra fortezza: il 'Castello a mare'.

http://www.ars.sicilia.it/tour/default.jsp

 

Durante il secolo XI nella Sicilia musulmana si ebbe una profonda crisi politica che oppose l’imam Fatimide ai governatori Kalbiti, che alla fine furono sconfitti e allontanati.

I Kalbiti si recarono alla corte bizantina per comunicare all'imperatore ciò che era avvenuto, sperando di essere aiutati. Venuto a conoscenza dei disordini scoppiati in Sicilia, il basileus bizantino Michele IV il Paflagone ritenne conveniente preparare una campagna di conquista, riesumando i progetti di annessione dell'Italia del grande Basilio II Bulgaroctono. Michele IV mise al comando della spedizione bizantina il fratello Stefano il Calafato. Zoe, moglie di Michele IV, consigliò a quest'ultimo di mettere al comando militare delle truppe il generale Giorgio Maniace, che alla corte bizantina era caduto in disgrazia dopo la conquista di Edessa a causa della gelosia imperiale. Michele IV si fece convincere dalla moglie, anche se Giorgio Maniace doveva essere sottoposto al generale Stefano. L'esercito era composto da bizantini, in particolare dalle guardie variaghe, da truppe guidate da Arduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), scarsamente convinti della missione, e da una compagnia di normanni/vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada (futuro re di Norvegia).

La spedizione salpò dalla Penisola balcanica all'inizio dell'estate del 1038. La missione bizantina usò come testa di ponte la base di Reggio Calabria e quindi, verso la fine dell'estate del 1038, sbarcò in Sicilia, dove vi fu subito in brevissimo tempo l'occupazione di Messina. Successivamente la spedizione si diresse verso l'antica capitale dell'isola, Siracusa, che resistette fino al 1040, prima di cadere nelle mani dei bizantini. Maniace fu l'unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente (sino probabilmente al 1043) la città aretusea dai musulmani. A testimonianza di quella impresa mandò le reliquie di Santa Lucia a Costantinopoli e fece costruire in città una fortilizio che ancora oggi, pur se ampliato, porta il nome di Castello Maniace. Anche il trafugamento dalle reliquie di Sant'Agata avvenuta durante l'XI secolo avvenne probabilmente per mano delle stessa spedizione.

Una leggenda vuole che fosse stato lo stesso generale bizantino a trafugare le reliquie della Santa di Catania e che, una volta partito, fu costretto a ritornare a causa di una furiosa tempesta ed a custodire la salma in una casetta, in attesa che si placasse il maltempo.

Nonostante le continue vittorie che stava conquistando sul campo, il morale dell'esercito era però basso a causa dei litigi fra Giorgio Maniace e Stefano il Calafato. Maniace aveva una pessima considerazione di Stefano, infatti lo definiva un "idiota". Nel 1040 tra Randazzo e Troina sconfisse le truppe musulmane di Abd Allāh. Nei pressi del luogo della battaglia, venne fondato il Monastero Santa Maria di Maniace: l'antico cenobio si trova oggi nei pressi del paese di Maniace, anch'esso battezzato così in un secondo tempo in onore del generale bizantino. Abd Allāh, pur sconfitto, riuscì a mettersi in salvo, per fortuna, o forse per un errore di strategia di Stefano, che si rifiutò d'affrontarlo. Per questo fatto Maniace si adirò nei confronti di Stefano e si scagliò con violenza contro di lui. Stefano a sua volta lo accusò di tradimento e Maniace, richiamato a Costantinopoli, fu immediatamente incarcerato.

La partenza di Maniace fu un duro colpo per la spedizione bizantina, infatti in breve Arduino si ribellò, per dei contrasti riguardanti la ricompensa, e durante questa rivolta Stefano fu ucciso in battaglia. Il comando delle truppe fu preso allora dall'eunuco Basilio che non riuscì a controllare la situazione e, con la spedizione in piena crisi, si trovò costretto ad abbandonare la Sicilia. Intanto in Puglia la situazione andava rapidamente degenerando: i longobardi si erano rivoltati e la marina bizantina si era ammutinata appoggiando l'insurrezione guidata da Argiro. Con l'esercito bizantino impegnato a soffocare la rivolta, gli arabi tornarono ad impossessarsi della Sicilia, tranne di Messina. (fonte Wikipedia)

 

Le teste di Turco

di Scicli sono dei dolcetti (ovviamente buonissimi) ma dal retroscena un pochino inquietante. Si narra infatti che una notte di marzo del 1091 si stesse combattendo una battaglia cruciale tra Normanni e Saraceni. Lo scontro avvenne nella piana che dà sul mare di Donnalucata, borgata sciclitana.

Le cose per i cristiani si stavano mettendo veramente male. Neppure l'intervento diretto del Conte Ruggero sembrava poter fermare le avanzate infedeli.

Ma proprio quando ogni speranza sembrava essere perduta, ecco che su un cavallo bianco apparve la Madonna. Era vestita con un corsetto rosso ed un manto celeste, una corona d'oro in testa ed una affilatissima spada sulla mano destra. Scese in battaglia anche lei uccidendo tantissimi saraceni.

Grazie alla Madonna la piana di Donnalucata era piena di teste nemiche. Trofei!

Ecco che allora i siciliani inventarono un dolce che ricordasse la tremenda battaglia ed il miracolo cristiano nei giorni avvenire: “le teste di turco”.

Pensateci la prossima volta che ne mangiate una :)

Ma cosa è la testa di turco?

 La “testa di turco” è un enorme bignè (che starebbe a rappresentare un turbante) ripieno di crema o di ricotta vaccina dolce e farcito di scaglie di cioccolato fondente e granella di mandorle e pistacchi (in piena tradizione sicula. Come vedete cambiano le forme ed i nomi, ma gli ingredienti restano spesso quelli).

 Quando si mangia? C'è un periodo particolare?

 La “testa di turco” viene solitamente consumata subito dopo la fine della rievocazione teatrale annuale. Essa assurge a trofeo ideologico. Ma, e questa è la cosa più strana, a celebrare l'evento non sono i vincitori. Sono proprio i vinti. Quegli arabi che avevano introdotto in Sicilia tutte le varie pratiche dolciarie. Praticamente oltre il danno, la beffa.

 Esiste una sagra da poter visitare?

 Sì, annualmente si tiene la sagra delle Teste di Turco, in occasione della "Festa della Madonna delle Milizie" patrona della città di Scicli (Ragusa), che si celebra in città tutti gli anni nell'ultima settimana del mese di maggio.

In tale occasione le teste di turco sono offerte ai visitatori le cui “cannarozza” vengono dissetate da del buon moscato locale.

 

Benedetto Croce: “La Sicilia Araba è un’invenzione di Michele Amari”

C’è un grande mito da sfatare. Quello della Sicilia araba. La favola tanto cara a chi non sa fare a meno del fascino dell’oriente, a chi non ama quei pochi ultimi sprazzi di spiritualità rimasti in Europa, a chi esalta un passato (ai più poco conosciuto) in nome di un meltingpot mai avvenuto, a chi snobba il millenario passato pagano e cristiano dell’isola più grande del Mediterraneo.

D’altronde quella orientalista è la stessa spinta che mosse molti annoiati aristocratici europei, tra la fine del ‘700 e tutto il 1800, verso civiltà sconosciute ed usi diversi dai costumi occidentali. Interessi talvolta scaturiti anche in approfonditi studi di filologia, linguistica, antropologia, religione e filosofia orientale ma che per lo più erano conseguenza di noia e snobbismo. Oggi, salvo qualche intellettuale degno di esser chiamato tale, l’orientalismo è solo un vezzo estetico ed artistico. Nulla più.

Il controverso monaco maltese Giuseppe Vella – grande falsario, prima cattedra di lingua araba all’Università di Palermo ed ispiratore di studiosi e romanzieri del calibro di Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia – fu il primo, a metà del 1700, a creare il mito di una Sicilia islamizzata ed arabizzata. Da li tanti studiosi. Vale certamente citare lo storico palermitano Michele Amari.

Certamente i dati storici sono incontrovertibili. Nell’827 d.C. gli arabi sbarcarono Mazara e per poco più di duecento anni (1091) dominarono quasi – quasi, Catania ad esempio, secondo molte fonti, non cadde mai sotto il dominio arabo – tutta l’isola imponendo tanto ma anche regalando innovazioni. E’ altrettanto certo che dopo la conquista normanna, essi furono prima rinchiusi in isolati “pogrom” – simili alle riserve indiane o ai ghetti ebraici – dell’epoca e poi cacciati, deportati o sterminati sistematicamente.

Moltissimi siciliani non conoscono cosa accadde in questi due lustri ma ancora oggi sbandierano fieri le loro presunte origini arabe. Per l’abbronzatura, per un sintomatico mistero o per trovare una terza via tra l’identità italiana e l’identità meridionale borbonica. Ciò non è dato saperlo. L’oriente affascina e quindi perchè non darsi un tono?

Ma è l’intensità di tale dominazione ad esser stata così enfatizzata da apparire come il più formidabile apporto culturale e genetico di cui la Sicilia abbia beneficiato. Persino come la più ovvia risposta alla domanda sulla carnagione scura di alcuni siciliani. Non è proprio così.

Il contributo genetico berbero in Sicilia, secondo gli studi più filo arabi non va oltre il 4%. La carnagione scura di alcuni siciliani è legata piuttosto ad altri fattori precedenti alla dominazione araba.

Lo studio degli aplogruppi lo conferma, in Sicilia è semmai presente molto più la componente greco-anatolica che quella araba. Sono certamente più presenti le componenti : Slava, Germanica (Longobardi, Goti, Franchi, Baiuvari, Slavi), Celtica, Ligure e Italica (Liguri, Galli, Venetici, Umbri, Osci, Siculi, Romani).

La conquista araba fu tutt’altro che semplice ed alcune cittadine non caddero mai sotto il dominio islamico. La stragrande maggioranza dei soldati arabi non volle mischiarsi alla rozza – questa era la loro considerazione dei figli della Magna Grecia – popolazione locale e ciò che rimase di quella conquista fu quasi interamente coperto da successive ripopolazioni forzate normanne, attraverso anche il trasferimento in Sicilia di molte popolazioni del nord Italia.

Nel corso dell’invasione “mora”, molti siciliani preferirono morire combattendo piuttosto che sottomettersi ai “mori”. Durante la conquista di Palermo sopravvissero 3.000 abitanti su 70.000, a Siracusa i morti furono 4.000 dopo un saccheggio ininterrotto di oltre due mesi, a Selinunte nessun sopravvissuto, Taormina fu saccheggiata, i villaggi alle falde dell’Etna furono quasi tutti distrutti, Ragusa saccheggiata e rasa quasi interamente al suolo. Tante le esecuzioni di massa.

D’altronde la successiva reconquista cristiano- normanna fu agevolata dalla popolazione e lo dimostra anche il fatto che ancora oggi, in memoria di quella liberazione, in numerose città siciliane si celebra la vittoria in guerra contro gl’islamici, come ad esempio la Madonna delle Milizie di Scicli e il Battimento di Aidone. Un successo scolpito nell’animo dei siciliani. Persino la celebre “ladata” nissena – lamento cantato durante la settimana santa e nato intorno al 1200 – è erroneamente accostato al canto (adhān) del muezzin.

Nel 1221, Federico II – celebre per aver creato un formidabile sistema di convivenza fra più religioni – decise di sedare l’ennesima rivolta delle poche isolate comunità islamiche rimaste e tollerate nell’entroterra e si pose l’obiettivo, questa volta, di “extreminare de insula Saracenos”. Obiettivo portato a termine attraverso una vera e propria pulizia etnica.

I sopravvissuti? Pochi. Quasi tutti deportati in Campania, Puglia e Calabria o scappati in Andalusia e Maghreb. Quasi nessuno riuscì a mischiarsi nella popolazione convertendosi o mimetizzandosi.

Insomma fu una travagliata occupazione militare dove i soldati, salvo qualche stupro o qualche eccezione, non osarono mischiarsi alla rozza popolazione locale. Cosa che invece avvenne in Iberia.

Una dominazione a senso unico, dove ai non musulmani fu vietato di erigere chiese, dove agli “infedeli” fu concesso di vivere ma con fortissime limitazioni ed in cambio di pesantissime tasse (la”Jizya”, la “dhimma “ e la “kharag” ) su patrimonio e sicurezza personale.

Altra prova inconfutabile di questa strenue resistenza siciliana è la scarsa considerazione politica – nell’anno 948 la parte della Sicilia posta sotto il dominio musulmano si costituì in un Emirato formalmente vincolato ai Fatimidi ma de facto indipendente con la dinastia Kalbita di ramo sciita al potere – che gl’islamici avevano della Sicilia preferendo l’Iberia o addirittura la Francia.

Certo. Notevoli furono gli apporti nell’agricoltura, qualcosa è rimasto nel dialetto, qualche intellettuale (i poeti Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān e Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs, il giurista Muhammad b. ʿAlī al-Māzarī ed il filosofo Ḥuǧǧat al-Dīn Abū ʿAbd Allāh Muḥammad b. Abī Muḥammad b. Muḥammad b. Ẓafar al-Ṣaqal su tutti) ed anche nella cucina, i siciliani risentono di qualche influenza araba ma la dominazione non entrò mai a pieno nei cuori dei siciliani.

I cognomi Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) sono frutto di una conversione forzata, i nomi di molte città – Calatabiano, Caltabellotta, Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo, ecc, derivano il loro nome da “Kalat”, castello; Marsala, Marzameni, da “Marsha”, porto; Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, da “gebel”, monte; Racalmuto, Regalbuto, da “rahal”, casale e così via – furono conseguenza a saccheggi, distruzioni e rifondazioni.

Moltissimi riti pagani e bizantini sopravvivono ancora oggi e non mancano proverbi e modi di dire dialettali contro “turchi” (“mamma li turchi”) , “saraceni” o “arabi”, frutto di sanguinosi scontri anche dopo la conquista normanna. Frutto di una dominazione mai veramente entrata nei cuori dei siciliani.

http://www.lurlo.info/it/siciliaaraba/

 

 

Come gli Arabi hanno cambiato ed influenzato la Sicilia

Se consideriamo la geografia, noteremo immediatamente coma la Sicilia sia ben più vicina alla parte Nord dell’Africa che non a Roma. Alcune delle grandi civiltà del mondo si trovavano lì; molte arrivarono in Sicilia da Oriente e ne influenzarono per sempre mentalità e cultura.

Questo soprattutto perché molte di queste invasioni furono pacifiche; volte sì alla conquista del territorio, ma non con l’obiettivo di distruggerne le caratteristiche e nemmeno le usanze degli abitanti, bensì con l’obiettivo di nutrirle e di integrarle.

Basti pensare ai Greci, ma anche agli Arabi e ai Bizantini, le cui influenze ancor oggi si respirano non solo nell’architettura e nella cucina, ma anche nella toponimia di diversi luoghi e strade e persino dei cognomi dei cittadini.

Geologicamente, sembrerebbe infatti che la Sicilia non sia mai stata attaccata allo Stivale, ma che fosse in realtà un ‘pezzo’ di Africa, in corrispondenza del golfo libico della Sirte.

Gli Arabi arrivarono in Sicilia nel IX secolo, e la loro influenza vi permase fino al 1492, l’anno fatidico in cui Ferdinando ‘Il Cattolico’, re di Spagna, decise la diaspora per chiunque non fosse di religione Cristiana, dunque Arabi ed Ebrei.

Fu infatti proprio sotto il dominio dei viceré spagnoli, che l’Isola conobbe uno dei suoi periodi più tristi e poveri; attraverso il regno ‘dei Signori’ prima e con l’istituzione del Sant’Uffizio poi.

Fu in questo periodo infatti che venne annullata ogni iniziativa di arricchimento culturale e impedita l’iniziativa politica.

Nel Cinquecento come in epoca Romana, la Sicilia era dunque soltanto una provincia destinata ad essere spremuta dal punto di vista lavorativo (specialmente agrario e conseguentemente commerciale) e nulla più.

Al contrario di quanto accadde durante il regno di Federico II o ancor prima degli Altavilla, quando Cristiani e Arabi vivevano pacificamente sotto lo stesso tetto, arricchendolo e migliorandolo.

Testimonianze di quella convivenza ben riuscita si scorgono in alcuni nomi di origine araba come Alcamo, Marsala e Favara. A Catania si trova una località denominata Caito, nei pressi del lungomare; l’etimo sembrerebbe risalire alla parola ‘Kaid’ o ‘Al Kaid’, dove con tutta probabilità si trovava il palazzo amministrativo islamico.

Per non parlare poi delle strutture, dei santi sepolcri ed edifici con finale a cupola, denominati ‘cuba’, o delle città e località che iniziano con il toponimo ‘- Cala’ come Caltagirone o Calatafimi.

A Palermo si trova la ‘Zisa’, che come indicato dal nome stesso è un palazzo meraviglioso, maestoso; a Catania si trova un quartiere denominato ‘Zia lisa’, che si presume possa essere una storpiatura dell’omonimo termine arabo.

La stessa parola ‘mafia’ sembrerebbe essere di origine orientale.

Lo studioso Antonio Di Gregorio sostiene infatti che ‘Afia’ significhi forza, mentre la lettera ‘M’ in arabo non è altro che un avversativo ovvero un ‘non’. È possibile dunque che ‘mafia’ significasse inizialmente ‘non forte’, ‘non prepotente’; sono molti gli studiosi che ritengono che la mafia fosse in realtà diverse, che abbia nei secoli subìto un cambiamento, che precedentemente asservisse al bene comune, che fosse insomma nata di sostegno al popolo, contro lo strapotere dei signorotti.

Ma le influenze arabe sono particolarmente evidenti nella cultura culinaria di Sicilia. Basti pensare al cous cous, usato e amato soprattutto in zona di Trapani e Marsala; e poi ancora alla cubbàita, o alla granita, che è stata proprio importata dagli Arabi.

In Sicilia vi sono poi arancini e crespelle ripiene che somigliano un po’ al turco ‘falafel’; stesso discorso per pane e panelle che vengono oltretutto realizzate a base di farina di ceci, un ingrediente molto utilizzato nella gastronomia orientale.

Sembra che anche i cannoli fossero di origine araba, e la cassata, che gli islamici chiamavano infatti ‘qas’a’. Simili alle cassatelle o panzerotti dolci, sono poi i katayef; ma in tutto il mondo arabo si usa anche cucinare una squisita insalata di peperoni e melanzane, simile alla caponata o alla peperonata. Per non parlare poi dell’utilizzo del sesamo, sia in ambito dolciario che in quello dei prodotti da forno in genere (ad esempio sul pane), che è anche un ingrediente tipico della cucina dell’area dei Balcani e oltre. Anche la parola siciliana ‘giuggulena’ che indica il sesamo è di origini arabe; stesso discorso per lo zafferano, sia come toponimo che come coltura.

Molte sono infatti state le coltivazioni introdotte dagli Arabi in Sicilia. Come lo zucchero, le banane; e come dimenticare poi lo ‘zibibbo’?

Ma la cultura araba si intreccia inestricabilmente anche alla letteratura dell’Isola, attraverso l’antico personaggio di ‘Giufà’, antesignano di Pierino.

‘Giufà’, o in arabo ‘Giuha’, è la maschera-simbolo della Sicilia. Ragazzo maldestro e un po’ pigro ma anche buffo e allegro, di lui parlano tantissime storie che accomunano il suo derivato siciliano al suo antenato arabo, e che caratterizzano molta della produzione orale tradizionale e antica dell’Isola.

Alcuni pensano inoltre che la cultura araba abbia influenzato il resto d’Italia, molto più di quanto non si pensi o si sappia. Ad esempio attraverso l’introduzione nel volgare degli articoli, non presenti in latino, oppure attraverso la tipica aspirazione della ‘c’ che caratterizza, ancor oggi, il toscano, da cui la nostra lingua è nata.

Dante Alighieri stesso aveva affermato di aver molto apprezzato le produzioni siciliane della scuola di Federico II, che furono di fatto il primo esempio di volgare esistente in Italia; la stessa “Epistola del perdono”, opera di uno scrittore persiano, sembra essere stata presa come spunto per la realizzazione della Divina Commedia, ma per ora non esistono ancora documentazioni a sostegno di questa tesi.

 

Enrica Bartalotta

http://www.siciliafan.it/come-gli-arabi-hanno-cambiato-ed-influenzato-la-sicilia/

 

 

 

La storia della Sicilia normanna ha origine con la conquista normanna dell'Isola, iniziata nel 1061 con lo sbarco a Messina al tempo in cui essa era dominata da potentati e governatori musulmani, e conclude con la morte dell'ultima esponente della famiglia degli Altavilla di Sicilia, Costanza, nel 1198. Nel 1130 la dominazione normanna instaurerà il primo regno dell'Isola con Ruggero II.

 

 

 

Nel 1071, guidati dal Gran Conte Ruggero, i Normanni occuparono Catania, non senza patteggiare, sembra, con l'emiro di Siracusa, Ibn al-Werd. Era l'inizio di una nuova vita. Ma, partito Ruggero, i Catanesi richiamarono l'emiro, e i Normanni dovettero riconquistare la città nel 1081. I nuovi signori dubitavano della fedeltà di queste popolazioni, che per lingua e cultura oscillavano tra la greco-bizantina e la saracena; per non parlare della consistente comunità ebraica esistente a Catania. Né maggiore fiducia ispirava la gerarchia della Chiesa, nella misura in cui questa poteva essere sopravvissuta alla dominazione araba. Come per altre parti della Sicilia, Ruggero preferì dunque creare una struttura civile ed ecclesiastica integralmente nuova, affidando ai monaci benedettini la direzione dell'evangelizzazione religiosa e della riorganizzazione civile. Catania perse così la sua libertà e venne infeudata al fidato Ansgerio, già abate di S. Eufemia. Questi venne anche nominato abate dell'Abazia benedettina di S. Agata, e vescovo di una diocesi molto larga (da Mascali a Enna e Piazza Armerina). Questa configurazione del potere, con la riunione delle tre cariche - tutte sostenute da pingui rendite - sarà a lungo un elemento determinante nella storia della città.

Si iniziò a ricostruire la Cattedrale, nello stile normanno di una Chiesa-fortezza, dotata di muraglioni possenti e di torri, vicina alla costa in modo da controllare il porto. Città feudale, Catania lo rimarrà per quasi centocinquanta anni: il tempo di sviluppare un ceto urbano -  mercantile e produttivo - relativamente autonomo. Di questo processo non sappiamo molto; non dovette essere facile, anche perché la città fu distrutta dal terribile terremoto del 1169 che infuriò su gran parte della Sicilia orientale; per questa occasione si fa la cifra, esagerata, di diecimila morti, tra i quali lo stesso vescovo Giovanni Aiello, perito con gran moltitudine di persone tra le rovine della Cattedrale ove si officiava la festa della patrona. Catania doveva aver raggiunto comunque un buon grado di vitalità, perché appena trent'anni dopo il terremoto, in pieno fervore di ricostruzione, la troviamo parteggiare per gli ultimi eredi degli Altavilla e ribelle contro Enrico VI, il figlio del Barbarossa.

Nato intorno al 1031, figlio di Tancredi d’Altavilla e della sua ultima moglie Frenseda, fu il primo Conte di Sicilia.

 Giunse in Italia intorno al 1057 insieme al fratello Roberto il Guiscaldo con cui avvio la sua campagna militare. Dopo la conquista della Calabria e della Puglia, intorno al 1061 inizio per i due fratelli la stagione di conquista della Sicilia. Approfittarono dei dissapori fra gli emiri di Catania e Girgenti per insinuarsi sul territorio, insediandosi in primis proprio nel cuore dell’isola, fra Enna e Agrigento. Dopo un breve periodo di allontanamento dalla Sicilia, il suo rientro consto nuove e significative vittorie contro i musulmani che assediavano Nicosia. Dopo alcuni anni di battaglie e assedi Ruggero quindi si dedicò alla definitiva conquista dell’isola: espugnò Taormina con molti castelli di Val Demone, Castronovo, Jato, Cinisi e Trapani. Siracusa venne conquistata dopo la morte del fratello Roberto, insieme a Butera e Noto. Nel 1090 torno in Puglia e sposo la contessa Adelaide di Monferrato. Morì all’età di 76 anni a Mileto.

 «Ruggero oltre che abile condottiero, fu infatti anche un fine diplomatico; appoggiò il papato e così riuscì a farsi nominare Gran Conte di Sicilia. Inoltre, riuscì a gettare le basi per un’organizzazione dello stato meno basata sui signori feudatari, ma su di una classe di burocrati formati da funzionari pubblici non legati all’aristocrazia e dove comunque la sua figura era quella che deteneva il potere assoluto. Come sovrano cattolico fu fondatore di una serie di splendide cattedrali e fortificazioni in Sicilia: a Troina, a Mazara del Vallo, a Paternò, a Modica… A lui inoltre si devono le fondazioni dell’abbazia della SS. Trinità di Mileto e dell’abbazia di Santa Maria V.G. e i XII Apostoli di Bagnara Calabra»

http://paternoartestoria.wordpress.com/patrimonio/dominazionipaterno/personaggi-chiave-paterno/il-conte-ruggero-d-altavilla/

 

Il nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica costruito nel 1076 dai Normanni. Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Fu colonizzato da molte popolazioni dell'epoca antica, anche dagli Arabi che segnarono un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli. Nel 1169, il Castello, fu distrutto da un duplice cataclisma un violento terremoto ma anche da un'imponente eruzione lavica che, tra l'altro, avrebbe riunito la riva all'isoletta dove sorgeva il Castello. Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura: "PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".
Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi.

Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le storie del castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Grazia e di donna Violante. Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Poichè il castello sorge su di un promontorio di roccia lavica a picco sul mare blu cobalto è praticamente inaccessibile tranne che per l'accesso attraverso una scalinata in muratura. Il ponte levatoio in legno che oggi non esiste più, occupava parte della scalinata d'ingresso. Al centro della fortezza si trova il «donjon» la torre quadrangolare, fulcro del maniero. Rimangono poche strutture superstiti: l'accesso, che conserva i resti dell'impianto del ponte levatoio, il cortile dove si trova un piccolo orto botanico, diversi ambienti, fra cui quelli dove è accolto il museo e un cappella (secondo alcuni bizantina) ed un'ampia terrazza panoramica sul golfo antistante da dove si gode un bel panorama sui Faraglioni e sull'isola Lachea di Aci Trezza.

http://www.rivieradeiciclopi.com/il-castello-di-aci

 

 

 

 I due disertori bizantini che riportarono nella Catania normanna le spoglie di Sant'Agata da Costantinopoli.

Quando il generale bizantino Giorgio Maniace venne in Sicilia per cercare di prenderne possesso e di cacciare da essa gli Arabi (1038), il suo progetto sortì un iniziale successo; in seguito, essendosi inimicata la corte imperiale, Maniace ricevette l’ordine di ritornare a Bisanzio (Costantinopoli). Pertanto egli, per mitigare le ire dell’imperatore, Michele Paflagonio, prima di rimpatriare fece incetta delle spoglie dei santi più venerati nell’isola: Sant’Agata, Santa Lucia, San Leone ed altri ancora. Era l’anno 1040 ed i Catanesi, radunati sulla spiaggia, assistettero disperati ed impotenti alla partenza della nave che portava via dalla propria città il corpo della Santa.

Nel 1126 la Chiesa catanese era presieduta dal vescovo Maurizio. Militavano in quel tempo nell’esercito bizantino, come ufficiali di corte, il francese Gisliberto (secondo altre grafie, Gisliberto o Gilberto, probabilmente originario della Provenza, almeno a giudicare dal nome) ed il calabrese Goselmo (o Goselino; verosimilmente nella lettera di Maurizio calabrese sta per pugliese, secondo l’uso antico). Una notte Sant’Agata apparve in sogno a Gisliberto e gli comandò di andare nella chiesa dove erano custodite le sue spoglie (Santa Sofia o il Monastero della Vergine) e ricondurle a Catania. La visione si ripeté altre due volte: allora Gisliberto, che nel frattempo si era confidato con Goselmo, decise di passare all’azione con l’aiuto del compagno. La notte del 20 Maggio i due s’introdussero nel tempio in cerca del corpo di Sant’Agata: quando lo trovarono, collocarono il busto in un cofano cosparso all’interno di rose profumate, la testa tra due scodelle e gli arti in due faretre; quindi, nascosero il tutto in casa di Goselmo. Il giorno seguente la notizia si sparse per la città e l’imperatore inviò uomini armati dappertutto alla ricerca degli autori del furto, proibendo a chiunque di lasciare Bisanzio per terra o per mare senza un permesso scritto. Gisliberto e Goselmo, non appena la calma si fu ristabilita, s’imbarcarono con le sacre spoglie. La prima tappa fu Smirne, dove rimasero quattro giorni: un terremoto li sorprese, mentre sistemavano meglio il contenuto delle faretre, provocando lo sconforto di Goselmo, al quale tuttavia un pronto e saggio discorso di Gisliberto restituì la perduta fede nel successo dell’impresa.

 

 

Ripreso il viaggio, i due compagni sbarcarono a Corinto, dove restarono a lungo, perché non riuscivano a trovare un’imbarcazione su cui proseguire il tragitto verso la Sicilia. Sant’Agata riapparve in sogno a Gisliberto, rimproverandolo per il ritardo ed annunciandogli che l’indomani mattina sulla spiaggia una nave da carico sarebbe salpata: naturalmente, Gisliberto e Goselmo sarebbero dovuti salire a bordo. Essi obbedirono all’invito, verificando la veridicità della visione, ed arrivarono nella città greca di Metone. Qui, s’imbarcarono in compagnia di mercanti ed approdarono a Taranto. I due militi giunsero finalmente a Messina: Goselmo rimase in una chiesa a guardia delle spoglie, mentre Gisliberto si recò al Castello d’Aci, che allora faceva parte dei beni della Chiesa di Catania, dove si trovava il vescovo Maurizio. Gisliberto gli narrò ogni cosa e chiese al presule di inviare con lui due monaci di sua fiducia a Messina per appurare che si trattava effettivamente del corpo di Agata e per trasportarlo senza indugio ad Aci. Maurizio acconsentì alla sua richiesta e mandò Luca ed Oldomano, che portarono prontamente a termine l’incarico. Il vescovo accolse con grande giubilo i santi resti, inginocchiandosi per ringraziare Dio del felice evento, quindi estrasse le reliquie dalle faretre, da cui promanò un profumo di rose fresche. Maurizio, riposte diligentemente le spoglie in una cassa più degna di tale contenuto, si precipitò a Catania, dove chiamò a raccolta tutti i sacerdoti della propria diocesi e li mise al corrente di ciò che stava accadendo. Tra l’entusiasmo generale fu deciso di riportare il santo corpo a Catania e collocarlo nella Cattedrale che era stata edificata per volere di Ruggero I non molto dopo la liberazione della città dagli Arabi (la prima bolla pontificia relativa all’edificazione della nuova chiesa è datata 25 Aprile 1091). La notizia si diffuse ben presto fra il popolo catanese che si affrettò dal suo Pastore per avere conferma. Maurizio esortò gli astanti ad andare con vesti bianche insieme a lui incontro al fercolo proveniente da Aci, che frattanto si trovava già in cammino, accompagnato da una schiera di monaci e da Gisliberto e Goselmo. Maurizio procedeva scalzo in segno d’umiltà.

Era il pomeriggio del 17 Agosto 1126. Ad Ognina i Catanesi riabbracciarono la loro Patrona e più volte si levò in quell’occasione il grido “Cittadini, viva Sant’Agata”, come ancora oggi è possibile udire in entrambe le feste dedicate alla Santa; solo a fatica la processione poté proseguire fino alla sua meta. Cominciarono a questo punto ad aver luogo diversi miracoli: il primo registrato ebbe per protagonisti due ragazzi, i cui ceri non si spensero per l’intero percorso, nonostante il soffiare del vento. Quando poi la Cattedrale accolse le sante spoglie, si verificarono prodigi ben più consistenti: ci furono ciechi dalla nascita che recuperarono la vista, muti che presero a parlare, paralitici che riacquistarono l’uso delle proprie gambe ed indemoniati che furono resi liberi dalla presenza maligna. Maurizio nella sua lettera non parla della sorte occorsa a Gisliberto e Goselmo, ma la tradizione vuole che siano rimasti a Catania, svolgendo l’ufficio di custodi delle reliquie nella Cattedrale, dove sono sepolti, in un punto imprecisabile della Cappella della Madonna. C’è da aggiungere che la Traslazione, ossia il passaggio da Est ad Ovest delle reliquie agatine, ha forse anche un significato simbolico, in quanto coincise con la totale emancipazione della Chiesa siciliana da quella d’Oriente, in ottemperanza alla politica normanna nell’Italia meridionale. Inoltre, il particolare dei piedi nudi e dei vestiti bianchi di Maurizio (e della folla) sembra fornire una spiegazione dell’origine degli analoghi rituali presenti nella celebrazione della festa di Sant’Agata, seppure in realtà non siano estranei influssi riconducibili ai culti isiaci del tardo paganesimo

http://digilander.libero.it/PiiFratres/gislibertoegoselmo.htm

 

Ruggero II. Figlio di Ruggero I d'Altavilla e di Adelaide di Monferrato (la mitica Adelasia) fu conte di Sicilia (1101-1130), duca di Puglia e di Calabria (1127-1130) e primo re di Sicilia (1130-1154). Dapprima sotto la reggenza materna (fino al 1113) e poi autonomamente, avviò un'energica politica di consolidamento della contea di Sicilia e, alla morte senza eredi del cugino Guglielmo duca di Puglia (1127), diede inizio ad una campagna di espansione nel Mezzogiorno, col disegno di unificare tutti i domini normanni d'Italia.

 Incontrò tuttavia l'opposizione di papa Onorio II, che lo scomunicò e sostenne una forte resistenza locale, capeggiata da Roberto II di Capua e Rainolfo d'Alife; ma Ruggero ne uscì vincitore e il papa fu costretto a riconoscerlo duca di Puglia (Benevento, 1128).

 Conte di Sicilia e duca di Puglia, il principe normanno assumeva così la veste di signore di tutta l'Italia meridionale, anche se non tutta ancora conquistata. Tra il 1128 e il 1129, riuscì ad affermare il suo potere anche su Napoli, Bari, Capua e molte altre località, continuando l'opera di unificazione. Alla morte di Onorio II (1130), sostenne l'antipapa Anacleto II contro il papa legittimo Innocenzo II, e dal primo ebbe il titolo di re di Sicilia e degli Stati principeschi di Puglia, Calabria e Capua, e fu incoronato a Palermo, il 25 dicembre 1130.

 La costituzione del regno fu seguita da un decennio di guerre, nel quale Ruggero II ebbe contro di lui coalizzati il papa Innocenzo II, l'imperatore Lotario II di Supplimburgo, il basileus Giovanni II Comneno, le repubbliche marinare di Genova, Pisa, Venezia ed anche ribelli interni al regno.

 Ruggero II riuscì a sconfiggere tutti e, morto l'antipapa Anacleto II (1138), dopo aver inflitto un'ultima grave sconfitta a Innocenzo II (San Germano, 1139), ottenne da questo il riconoscimento del titolo regio, in qualità di vassallo.

 La pace col pontefice consentì al re di ristabilire la sua autorità anche all'interno e di riprendere, con la collaborazione di Giorgio d'Antiochia e di altri valorosi ammiragli, l'espansione oltre mare, dalla Sicilia alla costa tunisina e dalla Puglia alla Grecia (con un attacco alla stessa Costantinopoli nel 1149).

 Ruggero II fece del regno di Sicilia uno degli Stati d'Europa più potenti e meglio ordinati dandogli una base legislativa con le Assise del Regno di Sicilia, promulgate nel 1140 da Ariano Irpino. Molto tollerante per quanto riguardava le profonde differenze etniche e religiose esistenti tra i suoi sudditi, incoraggiò le attività artistiche e culturali gettando le basi per quella fioritura artistica, culturale e politica che raggiunse l'apice con Federico II.  http://www.ilportaledelsud.org/ruggeroII.htm

 

 

 

Il terremoto di Catania del 4 Febbraio 1169

 

Il terremoto di Catania del 1169 è uno degli eventi più antichi per il quale sia possibile una (pur se parziale) ricostruzione storica degli effetti. L'area maggiormente interessata è quella della Sicilia orientale e della Calabria meridionale, dove sono stati registrati rilevanti danni. Le notizie disponibili sono spesso incerte e confuse, non solo circa i danni prodotti e l'esatta estensione dell'area colpita, ma finanche sull'ora esatta in cui si è verificata la scossa principale. Sembra verosimile che la scossa più violenta sia avvenuta poco dopo il tramonto, come testimonierebbe il fatto che un gran numero di persone rimaste uccise si trovava all'interno della cattedrale di Catania. Il numero complessivo di morti nella sola città di Catania oscilla tra 15.000 e 20.000.

I villaggi più importanti e le città della Val di Noto, Piana di Catania e Val Demone sono stati tutti seriamente danneggiati. Catania, Lentini e Modica, quest'ultima nel ragusano, sono state totalmente distrutte. Rilevanti danni sono stati prodotti a castelli e villaggi posti tra Catania e Piazza Armerina.

La città di Messina è stata raggiunta da un maremoto, prodotto all'evento sismico, e l'onda di marea ha inoltre risalito per 6 km il corso del fiume Simeto distruggendo totalmente il villaggio di Casal Simeto, che non venne mai più ricostruito.

Le cronache storiche riferiscono di importanti modificazioni alla circolazione delle acque freatiche, con il completo inaridimento di alcune sorgenti e la comparsa di nuove. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è riferito in forma generica e non consente l'esatta ubicazione delle manifestazioni idriche descritte; dettagliate indicazioni sono esclusivamente fornite per le fonti Aretusa (Siracusa) e Tavi (Assoro).

L'intensità massima stimata è circa dell'XI grado della scala MCS, e risulta confrontabile con quella del terremoto avvenuto nella stessa area nel 1693. L'epicentro, così come nel terremoto del 1693, è posto verosimilmente in mare, lungo la costa tra Catania e Siracusa; il fatto è indirettamente confermato dai maremoti registrati in ambedue i casi.

 Il terremoto del 4 febbraio 1169, che distrusse Catania e provocò migliaia di morti, causò il crollo delle volte di Sant’Agata la Nuova sotto le quali perirono il vescovo Giovanni Aiello e la maggior parte dei monaci e dei fedeli presenti in chiesa per la festa di Sant’Agata. Il prospetto principale della basilica, che in più parti subì varie lesioni, nel periodo svevo venne poi arricchito di un nuovo portale. Nella fase di ricostruzione, il vescovo Roberto (1170-1179) scelse di lasciare sul posto le macerie delle volte, che perciò provocarono un rialzamento del pavimento di circa 1 m. Per evitare il ripetersi della tragedia causata dal sisma, la nuova copertura fu realizzata con più leggere capriate di legno. Così, diminuendo il carico sulle colonne di sostegno, le quali inoltre furono rinforzate con pilastri murari, si pensò di assicurare alla fabbrica una maggiore stabilità. Dopo i restauri del terremoto, la basilica subì altri danni nel 1197, quando Enrico VI fece incendiare la città per punire il vescovo Ruggero e i catanesi, che avevano partecipato alla rivolta contro di lui.

http://www.iccd.beniculturali.it/medioevosiciliano/brochure/scheda_15.pdf

 

 

 

La dinastia sveva in Sicilia durò dal 1198, anno in cui fu proclamato re Federico II di Svevia e fino al

al 1266 quando Manfredi di Sicilia fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento da Carlo I d'Angiò.

 

 

Gli Svevi, con la dinastia degli Hohenstaufen, presero il potere in Sicilia grazie ad matrimonio fra Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II d'Altavilla con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa. Morto il giovane Guglielmo III, ultimo re del regno di Sicilia e prigioniero in Germania, Enrico VI rivendicò l’Italia meridionale e la Sicilia. Nel 1194 e nel 1197 Catania, che aveva sostenuto Tancredi di Sicilia prima e poi osato ribellarsi agli Svevi, fu saccheggiata dalle truppe germaniche.

Alcune leggende raccontano di un rapporto poco felice con il grande Federico II e più in generale con gli Hohenstaufen. In realtà non c'è traccia di una rivolta a Catania, contro Federico II, avvenuta nel 1232. Catania,divenuta demaniale con la maggiore età di Federico, non fu più signoria del vescovo-conte ed ebbe in pratica la sede vescovile vacante fin dal 1221 (e tale rimarrà sostanzialmente fino al 1254) a causa del perenne contrasto fra l’autorità imperiale sveva e quella ecclesiastica del papato. (Cfr. Hans Niese, Il Vescovado di Catania e gli Hoenstaufen in Sicilia, ASSO XII, 1915, p. 74: “Probabilmente Federico nel 1221 oltre il dominio di Calatabiano revocò anche il terzo del dazio su Catania appartenente al vescovo e la custodia porti, fatti che si ripeterono nel 1267. Perché, lasciare la guardia del porto in mano ai feudatari, come dimostrò appunto l’esperienza, era pericoloso.”. Inoltre cfr. Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti Ed., Milano 1988, p. 517 : "ancora il 10 ottobre 1239 Catania risulta tra le sedi vescovili vacanti")

Federico II fu universalmente chiamato “Stupor Mundi”, nacque a Jesi da Enrico VI Hohenstaufen di Svevia e Costanza D’Altavilla.

Fu incoronato re di Sicilia nel 1198, fu un sovrano illuminato, scienziato, poeta, filosofo e allo stesso tempo un principe dispotico, ovunque andasse destava stupore con il suo seguito stranamente composto d’elefanti, dromedari, linci e tantissimi altri animali esotici di cui amava circondarsi.

Si spense nel 1250 e fu sepolto nella cattedrale di Palermo, nella “sua Sicilia”, per suo espresso volere. Con lui finì il sogno imperiale siciliano.

Per volere di Federico II furono costruiti in tutto il suo regno una serie di castelli, particolarmente interessanti proprio per le forme prettamente geometriche volute dallo stesso regnante. In Sicilia essi costituiscono un insieme omogeneo e rappresentativo di edifici che nascono con uno scopo strategico e difensivo, specchio della società del tempo. Essi, infatti, furono destinati  ad una vita militare ma anche culturale che fu ricca e feconda ai tempi di Federico.

I castelli di Federico II nascono come cittadelle fortificate all’esterno  e luminose al loro interno, i più celebri in Sicilia sono: i castelli di Augusta e Milazzo con torri quadrilatere ed i castelli di Catania e di Siracusa con torri circolari.

 

 

 Lo storico Kantorowicz scrive (nell'opera citata in nota p.289), che "Durante gli ultimi decenni di regno, Federico si recò una sola volta in Sicilia, a reprimervi la rivolta di Messina (1223)". Nel 1239 Federico dà il via anche a Catania alla costruzione di una fortezza a difesa del porto che poi prese il nome di Castello Ursino; opera di fortificazione documentata dalle cosiddette lettere lodigiane di Federico II, che venne realizzata sotto la direzione del praepositus aedificiorum Riccardo da Lentini. Il castello, che fu iniziato quando già quelli di Augusta e Siracusa erano quasi ultimati, faceva parte di un più generale progetto di fortificazione dei punti strategici dell'intera costa ionica (Cfr. Federico e la Sicilia, dalla terra alla corona, a cura di Carmela Angela Di Stefano e Antonio Cadei, II Ed. Palermo 2000, p. 465 e ss.). I noti rapporti burrascosi fra il papato e Federico II fecero nascere diverse leggende tra le quali quella che vuole che il castello Ursino sia stato voluto da Federico per tenere a bada la popolazione.

fonte wikipedia

__________

Contro le vessazioni fiscali di Riccardo di Montenegro, reggente della Sicilia per conto dello Svevo, ma soprattutto contro le nuove leggi di Federico che intendevano abolire il suo porto franco, imporre il monopolio statale della seta, e governare la città tramite suoi rappresentanti, Messina nel medesimo anno 1231 insorse. Il suo esempio venne seguito da Catania, Siracusa, Nicosia, Centuripe ed altre cittadine. Lo “stupor mundi” reagì con intelligenza e sicurezza, in maniera da prendere tempo. Finse all'inizio di essere accomodante, promise di ridurre le imposte, e giurò solennemente il perdono a tutti. Nel frattempo riorganizzava e consolidava il controllo del territorio siciliano tramite la rete dei suoi castelli disseminati nell'isola. Nell'aprile del 1232 con un forte esercito dalla Calabria sbarcò a Messina ed occupò la città. Riuniti i cittadini più rappresentativi nella Cattedrale rinnovò ancora una volta promesse di perdono e di riduzione delle tasse, ma anche questa era solo una mossa strategica. Pochi giorni dopo, infatti, rimangiandosi la sua parola catturò i capi della rivolta, Martino Malla e Matteo Belloni insieme ai loro complici, e li bruciò vivi nella pubblica piazza, come eretici: in quel momento ribellarsi all'imperatore gli sembrava un delitto equiparabile alla ribellione contro il Papa e la Chiesa. Ugualmente soffocò le rivolte delle altre città che avevano seguito l'esempio di Messina, in primo luogo Catania e Siracusa. Nella città etnea, dopo aver deciso di risparmiare abitanti ed edifici - secondo la tradizione su ammonimento della Santa Patrona S. Agata - dotò l'ingresso della Cattedrale normanna di un portale recante figure e simboli che servissero di monito alla città (attualmente nella Chiesa di S. Agata al Carcere).

http://digilander.libero.it/cataniacultura/139-federico-rivolte.htm

 

Le fonti non dicono nulla su Catania e sui motivi della sua adesione al moto: se cioè fosse ispirata dal desiderio di maggiori libertà civili, contro i deliberati di Federico dell'anno precedente, o se, invece, rappresentasse il definitivo rifiuto del dominio episcopale. L'imperatore, durante la sua azione repressiva del  1233, risiedette anche a Catania, dove furono sicuramente presi dei provvedimenti, che, però, non sono riferiti dalle fonti.

Pure l'esilio dei capi della rivolta non appare del tutto confermato dalla documentazione, che si riduce a una lettera di risposta dello Svevo del febbraio 1240, inviata da Viterbo al giustiziere della Sicilia citra, con la quale si consente che alcuni catanesi dimoranti ad Augusta si rechino a Catania per riparare le proprie case e curare le proprie vigne, con l'obbligo, però, del ritorno ad Augusta dopo la conclusione di tali affari. Non risultano particolari azioni punitive contro Catania, ma, dalla seconda metà degli anni Trenta, importanti iniziative per limitare sempre più le prerogative del vescovado e per inserire i catanesi nel rinnovato sistema politico-amministrativo del Regno, fino all'invio dei rappresentanti della città al parlamento di Foggia del 1240, che dimostra come Catania facesse ormai parte integrante del demanio. Tale avvenimento, in sé poco rilevante, giacché i delegati, lungi dal partecipare attivamente ai lavori, si limitavano a ricevere gli ordini imperiali, dovette sanzionare nell'immaginario dei cittadini il sorgere di un nuovo e promettente ciclo politico-sociale, con il definitivo abbattimento del dominio episcopale, celebrato nel 1241 nell'architrave della chiesa del Sacro Carcere mediante la figura di donna, simboleggiante Catania, che esprime riconoscenza a Federico per averla sottratta al suo feudatario.

La rinascita civile della città, che, per l'introduzione dei nuovi uffici amministrativi, vide il rafforzarsi di un ceto burocratico fornito di una profonda consapevolezza di sé, è poi attestata anche dalla costruzione di Castel Ursino, importante tassello del sistema difensivo fridericiano basato sull'edificazione contemporanea di numerose fortificazioni in Sicilia. Per il suo innalzamento gli universi homines Catanie parteciparono con una contribuzione di 200 onze, dimostrando, con ciò, una certa disponibilità di denaro, indizio di ripresa economica della città.

Il centro etneo rimase fedele agli Svevi, tanto da aderire nel 1267 alla sollevazione di Corrado Capece, suscitata per sostenere, contro Carlo d'Angiò, l'impresa di Corradino. Il fallimento della ribellione non ebbe, comunque, particolari effetti negativi per Catania, che, in epoca angioina, continuò ad ampliare la sfera delle competenze cittadine.

http://www.treccani.it/enciclopedia/catania_%28Federiciana%29/

 

 

Manfrédi re di Sicilia.

Figlio dell'imperatore Federico II e di Bianca Lancia.  Alla morte del padre (1250) divenne reggente per l'imperatore Corrado IV (1228-1254), suo fratellastro; nel 1258 scavalcò i diritti del nipote Corradino e si fece incoronare a Palermo.

Cercò di creare un sistema di alleanze contro il papato, ma nel 1263 Urbano IV offrì il regno degli Svevi a Carlo d'Angiò, che lo sconfisse e uccise a Benevento.

 

Dante lo colloca tra i contumaci dell'Antipurgatorio e ne fa il protagonista del Canto III della II Cantica. Dopo che Dante e Virgilio hanno incontrato le anime dei morti in contumacia sulla spiaggia del Purgatorio, una di queste si fa avanti e chiede al poeta se lo abbia mai visto. Dante lo osserva e lo descrive come un uomo bello, biondo e di aspetto nobile, con un ciglio diviso in due da una ferita. Dopo che Dante ha negato di conoscerlo, il penitente mostra una piaga sul suo petto e si presenta come Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla; prega Dante di riferire la verità sul suo destino alla figlia Costanza, una volta tornato sulla Terra. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, si pentì dei suoi orribili peccati e chiese perdono a Dio, che gli concesse per questo la salvezza: se il vescovo di Cosenza, spinto da papa Clemente IV a dargli la caccia, si fosse reso conto di questo, il suo corpo sarebbe ancora sotto il mucchio di pietre presso il ponte dove fu sepolto, invece di essere stato disseppellito e trasportato a lume spento lungo il fiume Liri. È pur vero che chi muore dopo essere stato scomunicato dalla Chiesa, anche se si è pentito, deve attendere nell'Antipurgatorio un tempo trenta volte superiore a quello trascorso in vita in contumacia, a meno che i vivi non gli abbrevino questa attesa con le preghiere. Manfredi prega allora Dante di dire tutto questo alla figlia Costanza, perché la fanciulla sappia che lui non è dannato e preghi per la sua anima.

Dante, attraverso la figura di Manfredi, mostra con un esempio clamoroso e inatteso come la giustizia divina segua vie imperscrutabili e possa concedere la salvezza anche a un personaggio «scandaloso» come il re siciliano, morto di morte violenta dopo essere stato scomunicato e colpito da una violenta campagna diffamatoria della pubblicistica guelfa. Il suo caso si collega a quello, altrettanto sorprendente, di Catone l'Uticense custode del Purgatorio, nonché alla salvezza del poeta pagano Stazio e dell'imperatore Traiano che Dante incontrerà tra i beati del Paradiso.

http://divinacommedia.weebly.com/manfredi.html

 

 

 

Il dominio francese degli Angioini in Sicilia, durò dal 1266 per circa un ventennio. Fu uno dei periodi più brutti della storia dei catanesi per l'arroganza e il malgoverno della dominazione francese. Ebbe breve durata e si concluse già nel 1282 con la rivolta dei Vespri siciliani e la conseguente conquista aragonese.

 

 

 Alla fine della dinastia degli Hohenstaufen, nel 1266 la Sicilia venne assegnata dal Papa, che considerava l'isola patrimonio della Chiesa, a Carlo I d'Angiò; il 17enne Corradino di Svevia tentò di riconquistare il regno nel 1268, ma fu sconfitto nella Battaglia di Tagliacozzo e decapitato.

In Sicilia, roccaforte svevo-normanna, la situazione si fece ben presto particolarmente critica per una generalizzata riduzione delle libertà dei baroni ed una opprimente politica fiscale.

Catania fu uno dei centri delle rivolte contro gli angioini: i catanesi, che avevano subito ingiustizie, sfruttamenti ed erano stati danneggiati economicamente dalla chiusura dei porti della città, contribuirono validamente al rovesciamento della "mala signoria".

I più importanti nomi che animarono la rivolta a Catania furono quelli di Palmiero, abate di Palermo, Gualtiero da Caltagirone, Alaimo da Lentini e Giovanni da Procida. Quest'ultimo nel 1280, travestito da monaco, si recò dal papa Niccolò III, dall'imperatore di Bisanzio Michele Paleologo e dal re Pietro III d'Aragona, per chiedere: al papa di non appoggiare Carlo d'Angiò in caso di rivolta; all'imperatore Michele l'appoggio esterno contro il nemico comune; e al re d'Aragona di far valere il suo diritto al trono di Sicilia in quanto marito di Costanza figlia di Manfredi, l'ultimo degli Hohenstaufen.

Nel frattempo i siciliani avevano offerto la corona di Sicilia a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia del defunto Re Manfredi di Svevia, trasformando l'insurrezione in un conflitto politico fra Siciliani ed Aragonesi da un lato e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie fazioni guelfe dall'altra. Nell'estate del 1282 Messina fu posta sotto assedio da Carlo I d'Angiò, consapevole che non avrebbe mai potuto avanzare all'interno della Sicilia se non dopo aver espugnato la città sullo stretto. L'assedio durò fino a tutto il mese di settembre, ma la città non fu espugnata.

http://www.capuanaweb.insulareport.it/l-isola-plurale/item/517-la-sicilia-angioina-storia-della-sicilia-parte-8.html#.Upub6dJWw6Y

 

 

Vespri siciliani.

Posero fine al dominio dell’isola da parte della dinastia francese. Tutto ebbe inizio in concomitanza con la la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1282, Lunedì di Pasqua, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito, a Palermo. A generare l'episodio fu - secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa ad una giovane nobildonna accompagnata dal consorte, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire. A difesa di sua moglie, lo sposo riuscì a sottrarre la spada al soldato francese e a ucciderlo. Tale gesto costituì la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani - al grido di "Mora, mora!" - si abbandonarono ad una vera e propria "caccia ai francesi" che dilagò in breve tempo in tutta l'isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa.

Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth[ mostrando loro dei ceci («cìciri», nella lingua siciliana e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi.

Gli organizzatori

Secondo la tradizione, la rivoluzione del Vespro fu organizzata in gran segreto dai principali esponenti della nobiltà siciliana. Quattro furono i principali organizzatori:

- Il conte Alaimo di Lentini

- Macalda di Scaletta, spregiudicata moglie di Alaimo di Lentini

- Giovanni da Procida, della famosa Scuola medica salernitana, medico di Federico II;

- Alaimo di Lentini, Signore di Lentini;

- Gualtiero di Caltagirone, Barone, Signore di Caltagirone;

- Palmiero Abate, Signore di Trapani e Conte di Butera.

Secondo I Raguagli Historici del Vespro Siciliano di Filadelfo Mugnos, nell'organizzazione della rivolta questa fu la ripartizione:

- Ad Alaimo di Lentini fu assegnato il Val Demone con la città di Messina. A sua volta questi affidò: Milazzo e le terre vicine a Natale Anzalone e Bartolomeo Collura; Castroreale a Bartolomeo Graffeo; il territorio da Patti a Cefalù a Tommaso Crisafi e Cefaldo Camuglia; il territorio da Taormina a Catania a Pandolfo Falcone; San Filippo a Girolamo Papaleo; Nicosia a Pietro Saglinpepe e Lorenzo Baglione; Troina a Iacopino Arduino.

- A Palmiero Abate fu assegnato il Val di Mazara e a sua volta questi affidò: Trapani ed Erice ai fratelli; Marsala, Mazara e le terre vicine a Berardo Ferro; Termini a Giovanni Campo; Enna, Calascibetta e altre terre ad Arrigo Barresi; Castelvetrano, Salemi, Polizzi e Corleone a Guido Filangeri; Licata a Rosso Rossi e Berardo Passaneto; Agrigento a Giovanni Calvelli; Naro a Niccolò Lentini e Lucio Putti.

- A Gualtiero di Caltagirone fu assegnato il Val di Noto, il quale si riservò di organizzare la rivolta in prima persona a Caltagirone, Piazza e Aidone. Affidò invece:

Mineo e alcune terre vicine al figlio Perotto; Catania a Pietro Cutelli e Cau Tedeschi; Lentini a Giovanni Balsamo e Lanfranco Lentini; Siracusa a Perrello Modica e Pietro Manuele; Modica, Ragusa e altri luoghi a Manfredi Mosca; Vizzini ad Arnaldo Callari e Luigi Passaneto; Noto a Luigi Landolina e Giorgio Cappello.

 

 

 

Guglielmo Stendardo e Corrado Capece. In lingua francese Guillaume Étendard, ammiraglio e condottiero francese naturalizzato italiano.

Di nobile famiglia francese, originario della Provenza, di cui fu siniscalco, scese in Italia con Carlo I d'Angiò. Da questi, in seguito alla campagna d'Italia, che lo portò ad essere re di Sicilia nel 1265, fu nominato maresciallo di Lombardia e di Sicilia e, nel 1267, grandammiraglio di Sicilia.

Nel 1268, mentre Carlo I d'Angiò si trovava a Lucera, fu mandato in Sicilia ad arginare una rivolta della fazione guidata da Corrado Capece che parteggiava per Corradino di Svevia. Il condottiero francese ebbe la meglio, segnalandosi per le atrocità commesse, in particolare ad Augusta e a Centuripe, dove la popolazione fu massacrata. Non è un caso che, per la crudeltà mostrata in Sicilia, fu detto uomo di sangue. Nell'agosto dello stesso anno, al comando di uno dei tre squadroni angioini, partecipò alla battaglia di Tagliacozzo, che sancì la definitiva caduta degli Hohenstaufen.

Dopo che nell'estate del 1269 un'altra puntata angioina su Palermo era fallita presso Castronuovo, l'iniziativa passò al nuovo vicario generale francese che era stato nominato nell'agosto, il maresciallo Guillaume l'Etendart famoso per la sua crudeltà, il quale, dopo la caduta di Lucera e di Gallipoli, poté contare anche su nuovi rinforzi. Dopo la resa di Augusta presa d'assalto, nell'agosto le strade dei due capitani ghibellini si divisero, ma non è chiaro se a questo risultato si giunse per la loro rivalità mai composta, oppure come conseguenza della strategia militare del nuovo vicario generale. Mentre Federico Lancia e Federico di Castiglia si ritiravano ad Agrigento, Corrado Capece, insieme al seguito di lombardi e siciliani che gli era rimasto, si diresse verso Centuripe, dove fu accerchiato e assediato per parecchio tempo dall'Etendart.

Accortosi della presenza di traditori nelle proprie file (uno di essi fu Gualtieri Russo da Catania), che erano entrati in contatto con gli assedianti tra i quali si trovava con tutta probabilità Alaimo da Lentini allora capitano di Randazzo, il Capece pensò di prevenirli sacrificando se stesso: si consegnò al vicario generale, probabilmente nel maggio del 1270. L'Etendart lo fece immediatamente accecare e poco tempo dopo impiccare sulla spiaggia di Catania, facendogli però appendere accanto lo scudo in segno di rispetto per la dignità cavalleresca del Capece. Nell'obituario di S. Patrizia di Napoli, alla data del 21 giugno, si trova l'annotazione "Corrao, (!) Capece de Monacho" che forse si riferisce a lui.

 

La Famiglia Gioeni . Sono una famiglia principesca discendente dalla dinastia reale d'Angiò, il loro capostipite fu un Enrico o Arrigo d'Angiò consanguineo del re Carlo I d'Angiò[1][2], il quale uccise in battaglia re Manfredi di Sicilia, ed ebbe da Carlo I d'Angiò in moglie la figlia di Manfredi, Beatrice, con in dote le terre siciliane di Fiume di Nisi, Calatabiano, Noara e Motta Camastra. A causa dell'odio che provavano le famiglie siciliane per gli Angioini cambiarono il cognome in Gioeni, e cambiarono anche il blasone.

La famiglia si stanziò in Sicilia a seguito dei vespri, godette di nobiltà in Palermo e Catania ed ebbe la signoria di 16 feudi, 4 ducati e 5 principati.

Il palazzo Gioieni era la residenza del duca Giuseppe Gioieni D’Angiò, che ne commissionò la realizzazione alla fine del Settecento. (a lato, lo stemma angioino sulla facciata del palazzo). Anche il progetto di questo edificio, posto sull’angolo nord-est di piazza Università in direzione della via Etnea, fu ideato dall’architetto Vaccarini.

In stile barocco siciliano, sono caratteristiche le decorazioni in pietra bianca poste sul portale d’ingresso e l’angelo di bronzo che sostiene lo stemma del Principe Gioieni, fondatore nel primo Novecento dell’Accademia gioienia delle Scienze, nota al mondo accademico catanese per la validità scientifica delle sue pubblicazioni.

Poco rimane dell’interno settecentesco, che fu completamente restaurato negli anni sessanta e adibito all’uso commerciale. Nell’atrio interno del Palazzo, un monumento di bronzo dei primi anni del Novecento, realizzato dallo scultore Mario Rutelli, celebra il duca d’Angiò Giuseppe Gioieni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gioeni

 

 

 

Appena scoppiò la rivolta in Sicilia, la flotta aragonese era già a Palermo e l’occupazione della città da parte di Pietro dava così inizio alla dominazione degli Aragonesi in Sicilia (1282-1516), in quanto lo stesso Pietro era sposato con la figlia di Manfredi, Costanza che era nata proprio nella città etnea. Catania fu la sede dell’incoronazione del re aragonese con il nome di Pietro I di Sicilia, ed acquistò una posizione di privilegio in quanto nel corso del XIV secolo venne scelta spesso come sede del parlamento e dimora della famiglia reale. Catania sarà capitale non solo del regno dell'isola ma anche di una porzione di territori del mediterraneo.

 

 

 

 

 

A Pietro III successe, in Aragona, il suo primogenito Alfonso III d'Aragona, e in Sicilia il suo secondogenito Giacomo, che già nel 1287 dovette respingere, con l’aiuto dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, le rinnovate pretese degli angioini che avanzavano verso Catania da terra e dal mare. Alla morte del fratello Alfonso III, Giacomo prese il suo posto e lasciò in Sicilia suo fratello Federico come vicario. Ma la politica di riavvicinamento, di accordi e di legami matrimoniali con la casa d’Angiò, caldeggiata anche da papa Niccolò IV, non piacque ai siciliani che il 15 gennaio 1296 si riunirono in parlamento a Catania ed elessero loro re il giovane Federico III che darà il via alla nascita di un regno del tutto indipendente.

Aragonesi e Angioini, alleati per l’occasione, attaccarono le difese siciliane che, anche grazie al tradimento di due catanesi, furono superate.

A Catania Roberto d'Angiò prese possesso del castello Ursino, dove poco tempo dopo nacque Luigi futuro re di Napoli. La guerra, che sembrava essersi conclusa con la pace di Caltabellotta (1302) che assegnava la Sicilia a Federico d’Aragona con il titolo di re di Trinacria, proseguì nel 1313. Federico, contravvenendo agli accordi, si confermò re di Sicilia e proclamò suo erede il figlio Pietro che gli successe nel 1337. Sarebbe stato il figlio di Pietro, Ludovico che, grazie all'intermediazione dello zio Giovanni d'Aragona, sarebbe riuscito a tenere testa sia alle lotte interne fomentate dalle due fazioni baronali sia alle incursioni del re di Napoli.

 Nel Castello Ursino l'8 novembre 1347 Giovanni d'Aragona, tutore di Ludovico di Sicilia e vicario del regno di Trinacria, firmava con Giovanna d'Angiò la cosiddetta Pace di Catania per cercare di porre soluzione alla guerra del Vespro.

 

 

 

1169 - L'eruzione scoppiò violentissima nei primi giorni di febbraio. Nel cataclisma la parte orientale della cima dell'Etna, secondo il Falcando, sprofondò e le lave arrivarono fino al mare passando a ponente del Castello di Aci (Acicastello);

1285 - Secondo lo storico Niccolò Speciale fu preceduta da un violento terremoto; le lave uscite fuori dal lato orientale divise in molti rami circondarono l'eremo di S. Stefano e devastarono una grande estesa di campagne; lo studioso Recupero opina tra Dagala e Bongiardo;

1329 - Una parte della colata invase il territorio di Mascali mentre l'altra si spinse a nord di Acireale; una terza colata minacciò Catania;

1381 - Raggiunse Catania coprendo il Porto di Ognina e seppellendo il fiume omonimo. Originatasi tra Tremestieri Etneo, Gravina di Catania e Mascalucia a 450-350 metri di quota, estendendosi per oltre 8 km verso est;

1408 - Investì Pedara, Trecastagni e Viagrande;

1444 - Minacciò Catania.

 

Federico il Semplice lasciò il regno alla figlia minorenne Maria, nata dal matrimonio con Costanza, figlia del re Pietro IV d'Aragona, affiancata da quattro vicari: Artale Alagona, Guglielmo Peralta, Francesco Ventimiglia e Manfredi Chiaramonte. Artale Alagona scelse per la giovane regina Maria la residenza del castello Ursino di Catania, progettando di darla in sposa a Galeazzo Visconti, duca di Milano. Ma la fazione capeggiata dai Ventimiglia, baroni d’origine catalana, volevano che sposasse Martino figlio del duca di Monteblanc presunto erede del trono aragonese. Il rapimento di Maria portato a termine da Gugliemo Raimondo Moncada fece fallire i progetti del Gran Giustiziere del regno e permise il matrimonio della regina con Martino di Monteblanc. Re Martino, dopo la morte di Maria avvenuta nel 1402, sposò Bianca, erede del trono di Navarra, che scelse di stabilirsi a Catania assieme alla corte. Ma Martino morì a Cagliari nel 1409 all’età di 33 anni e a lui succedette il vecchio padre Martino duca di Monteblanc, che però sarebbe morto l’anno successivo.

 

 

Il Regno di Sicilia e la Pace di Catania

di Vanessa Lo Iacono

  

Catania, 8 Novembre 1347: il tamburo del banditore annuncia per i vicoli della città etnea la Pace siglata tra Angioini e Aragonesi, accordo con il quale le due parti si impegnano a cessare le ostilità che dal 1282, anno del Vespro Siciliano, contrappongono in una guerra logorante e rovinosa il Popolo Siciliano e la Dinastia Aragonese da un lato, il papato e i sovrani di casa d’Angiò dall’altro.

Per i fabbri, i cestai, i pescatori e tutto il popolo che vive dentro le antiche mura della città medievale, le strida di chi annuncia la pace portano la fine della scomunica papale per i siciliani, ma soprattutto la speranza di potere mangiare del pane senza dovere implorare l'elemosina del sovrano, e l'approdo di navi cariche di beni e mercanzie e non di soldati pronti all'ennesimo assedio.

Del Vespro Siciliano, evento storico scolpito a fuoco e fiamme nel cuore e nella memoria dei Siciliani, molti ricordano soprattutto lo scoppio, avvenuto quel celebre lunedì di Pasqua del 31 marzo 1282 quando nei pressi della chiesa del Santo Spirito di Palermo, come tramandato dalla tradizione storico-folklorica e da alcune fonti, la popolazione insorse contro i soldati angioini rei di aver molestato una donna. Ma il Vespro fu soltanto l'inizio di una serie di avvenimenti e scontri che sconvolsero ulteriormente una Sicilia già profondamente provata da quella crisi iniziata, nel 1250, con la morte dell'imperatore svevo e re dell'Isola Federico II Hohenstaufen.

Dopo i vani tentativi di ristabilire l'autorità imperiale da parte dei successori Manfredi e Corrado IV di Svevia, il primo caduto a Benevento nel 1266 e il secondo a Tagliacozzo appena due anni dopo, la cacciata degli angioini segna l'inizio della dominazione aragonese nell'Isola: l'incoronazione di Pietro III d'Aragona come re di Sicilia presso il Duomo di Palermo segna la separazione politica tra Sicilia e Regnum, da ora circoscritto all'Italia meridionale e alla Sardegna.

Nel 1295, dopo i ripetuti attacchi angioini e l'accanita resistenza del popolo siciliano, l'abilità diplomatica di papa Bonifacio VIII porta alla stipula del trattato di Anagni con il quale l'erede di Pietro III, Giacomo II d'Aragona, rinunzia al titolo di re di Sicilia in cambio dell'investitura a re di Sardegna e Corsica.

I Siciliani reagiscono con determinazione alle disposizioni del Trattato di Anagni, richiedendo a gran voce la Corona di Sicilia per Federico, fratello minore di Giacomo II e solidale con i nobili catalani rimasti nell’isola e con gli umori della popolazione, profondamente avversa ad un ritorno degli Angioini.

Così il 15 Gennaio del 1296 il Parlamento di Catania, riunitosi al Castello Ursino, proclama all’unanimità Federico “Rex Trinacriae”. Federico assume intenzionalmente il titolo di Federico III Rex Siciliae, Ducatus Apuliae ac Principatus Capuae, a sottolineare la continuità ideale e programmatica con Federico II di Hohenstaufen.

Sovrano affascinato dalle profezie circolanti negli ambienti laici e religiosi della penisola italiana, Federico III promuove l’idea della restaurazione di un potere imperiale di stampo universalistico e la separazione tra Impero e Chiesa nella conduzione della vita dei sudditi.

I decenni successivi, tra il 1296 e il 1337, risultano essere decisivi per il destino della Sicilia: non solo la capitale dell'Isola viene trasferita da Palermo a Catania, ma proprio la città ai piedi dell'Etna diventa sede stabile del Parlamento Siciliano, convocato una volta all'anno l'1 novembre, giorno di Ognissanti.

Il Parlamento di Catania e Federico III licenziano un Patto Costituzionale tra il popolo e il sovrano, un testo legislativo di cui è interessante riportare alcuni punti cardine, quali:

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi assumono come loro primo compito difendere la Sicilia da qualsiasi nemico di qualunque ordine, grado e dignità ;

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi devono sempre rimanere in Sicilia, rifiutando la concessione di altro regno o lo scambio del regno di Sicilia con altre offerte;

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi non possono e non devono stringere alleanze, dichiarare guerra o concludere pace con chicchessia, compreso il Papa e la Chiesa di Roma, senza l’espresso consenso e la piena conoscenza dei Siciliani;

- Il re di Sicilia non è un monarca assoluto, ma governa il paese e ne decide i provvedimenti necessari al suo sviluppo insieme con il Parlamento.

Quando nel 1302, il fallimento della guerra dichiarata al nuovo sovrano dalla casa d’ Angiò porta alla Pace di Caltabellotta, Federico III viene confermato “Re di Trinacria”, con la benedizione di Papa Bonifacio VIII e con la condizione di lasciare, alla sua morte, l’isola nelle mani di Carlo II d’Angiò.

Tuttavia nel 1337, morto Federico III, i patti di Caltabellotta non vengono rispettati: riesplode il conflitto tra Pietro e il Papato. Alla morte del sovrano aragonese è il figlio Ludovico che, sotto la tutela dello zio Giovanni, detentore del vicariato di Sicilia, conduce gli scontri contro i sovrani angioini, Roberto I d'Angiò prima e Giovanna I d'Angiò poi.

 

Scontri che continuano fino al 1347 quando Catania, ancora una volta assoluta protagonista, vede i sovrani avversari riunirsi per stipulare un trattato di pace: l' 8 Novembre, presso il Castello Ursino, Giovanna I d’Angiò e il duca Giovanni d'Aragona firmano, sotto la supervisione di Papa Clemente IV, un accordo passato alla storia come la “Pace di Catania”, stando alla quale:

- Il Regno di Napoli ed il Regno di Trinacria costituiscono due entità politico-territoriali distinte e governate da due case regnanti che rifiutano vicendevoli rivendicazioni territoriali;

- La Santa Sede diventa beneficiaria di un tributo annuo di 3000 onze, versato come atto di fede e devozione alla figura del Sommo Pontefice. In cambio, sulla Sicilia, i suoi regnanti ed i suoi abitanti non graveranno interdetti o scomuniche di alcun genere;

- Nell’eventualità di guerre, gli Angioini e gli Aragonesi si impegnano ad aiutarsi vicendevolmente, mettendo a disposizione le rispettive flotte e contingenti militari.

Il 30 agosto del 1372, il trattato di Pace fra Napoli e la Sicilia assume un forma stabile e definitiva: Federico IV d’Aragona, venuto a mancare lo zio tutore, viene finalmente riconosciuto re di Sicilia con diritto di successione. Il lungo Vespro Siciliano volge infine al tramonto.

http://www.instoria.it/home/pace_catania.htm

 

Il Parlamento siciliano, composto da feudatari, sindaci delle città, dai conti e dai baroni, era presieduto e convocato dal re.

La funzione principale era la difesa dell'integrità della Sicilia, come valore massimo anche nei confronti dell'assolutismo del re, nell'interesse di tutti i siciliani. Il re, infatti, non poteva stringere accordi di qualunque natura (politica, militare o economica) né dichiarare guerre senza aver prima consultato ed ottenuto l'approvazione del Parlamento che, per costituzione, doveva essere convocato almeno una volta l'anno nel giorno di Tutti i Santi. Il Parlamento costituzionalmente aveva il compito di eleggere il re e di svolgere anche la funzione di organo garante del corretto svolgimento della giustizia ordinaria esercitata da giustizieri, giudici, notai e dagli altri ufficiali del regno.

 

L'ammiraglio ARTALE ALAGONA, terrore degli Angioini.

Diverse furono le imprese militari compiute da Artale: nel 1356 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, nemico di Enrico Rosso conte di Cerami, uno dei signori "latini" avversi agli aragonesi, chiamò l'Alagona per combattervi contro. Ma a seguito del tradimento ordito dal Cesareo, quest'ultimo richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono nuovamente il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina.

 Artale I assunse la carica di tutore di Maria di Sicilia, figlia di Federico, morto nel 1377 ed inoltre acquisì vasti possedimenti, specie a Catania: Salemi nel 1360, Francavilla, Paternò, Mineo e Motta Sant'Anastasia nel 1365, Aci e Calatabiano nel 1382, la contea di Agosta nel 1384 e il castello di Mongialino nel 1386[4]. Gli Alagona erano fortemente interessati a che Maria si unisse in sposa al duca di Milano Giangaleazzo Visconti, ma molto tenace era l'opposizione di alcuni baroni (fra cui i Palizzi ed i Moncada), che preferivano la corte catalana.

 Artale morì nel febbraio del 1389, e prima di morire lasciò testamento in cui designava erede universale la figlia Maria, minore, sotto tutela dello zio Manfredi, fratello di Artale stesso.

 La potenza di Artale aveva probabilmente salvaguardato il Regno di Sicilia, dalle ingerenze della corte di Pietro IV d'Aragona, e solo con la sua scomparsa la fazione catalana in Sicilia ebbe via libera per organizzare le nozze di Maria di Sicilia con l'aragonese Martino.

 

 

Lo Scacco di Ognina fu una battaglia navale combattuta al largo del Golfo di Catania nel 1356 fra angioini ed aragonesi.

Dopo la mancata ratifica della Pace di Catania da parte del Parlamento siciliano il Re di Sicilia Federico IV d'Aragona si trovò in una difficile posizione perché il regno era indebolito dai continui attacchi esterni degli angioini che erano riusciti a riconquistare parte dell'isola ed all'interno dai signori feudali della Sicilia che si opponevano con veemenza.

Nel 1357 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina» e segnò una svolta definitiva a favore dei siciliani nella guerra del Vespro.

 

RUGGERO DI LAURIA

 

Fu chiamato l’ammiraglio imbattibile per via delle sue  strabilianti vittorie, Manuel Josè Quintana, autore di “Vida de Roger de Lauria”, ci ha fornito il miglior ritratto del giovanissimo Ruggiero: “Nessun marinaio, nessun guerriero, lo superò mai nelle virtù militari e navali e nelle tante vittorie. Di statura piuttosto piccola, ma forte; di portamento grave ed equilibrato, dimostrò fin da giovanetto di essere destinato ad un avvenire pieno di dignità, di autorità e di gloria. Nelle manifestazioni competitive, nei tornei, nelle gare, nessuno poteva eguagliarlo e tantomeno superarlo nell’eleganza del suo comportamento, nella sua forza, nella sua destrezza”.

Non si sa se sia nato a Scalea in provincia di Cosenza oppure a Lauria, in Basilicata ma alla storia è rimasto come Ruggero di Lauria nato il 17 gennaio 1250 da  Riccardo Di Lauria  tenuto in tanta considerazione da Federico II  di Svevia da esser nominato viceré delle terre di Bari e Gran Giustiziere della Basiilcata,  e che aveva certamente fissato la sua dimora nel castello di Lauria che, come sostiene il Muntaner, doveva essere “il più cospicuo” dei ventiquattro castelli sottoposti al suo comando, e dove personaggi invisi a Federico sarebbero stai imprigionati.

La fedeltà di Riccardo agli Svevi è testimoniata anche dalla sua  morte nella battaglia di Benevento (1266), cadde combattendo al fianco di Manfredi  contro l’esercito di Carlo D’Angiò. La madre invece era di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen figlia di Manfredi  e sorella di Guglielmo Amico, forse figli di Ruggiero Amico, politico ed anche  poeta della Scuola Siciliana. Della giovinezza di Ruggero di Lauria si sa poco, dopo la caduta degli Staufen, si rifugiò  in Aragona  dove era stato condotto da sua madre, la quale, già madre di latte di Costanza, l’aveva poi seguita con  per le nozze con Pietro III, come testimonia il Muntaner nella sua Cronaca: “Era Ruggiero di nobile lignaggio, sebbene appartenesse alla classe dei signori di Senera e sua madre donna Bella fosse donna molto discreta, buona ed onesta, di casa di madama Costanza, che accompagnò in Catalogna e che fino alla morte non abbandonò, come pure giammai abbandonò il figliolo Ruggiero, che educossi alla corte, dove giunse giovinetto”.

È armato cavaliere da don Pietro d’Aragona, così come lo è anche Corrado Lancia, che parteciperà a molte imprese insieme a Ruggiero e di cui diverrà, più tardi, due volte cognato (entrambi sposeranno l'uno la sorella dell'altro). Nel corso della sua turbolenta esistenza serve i  re d'Aragona Pietro III e Giacomo II (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini.

Nel  1282  viene nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nella prima delle cosiddette battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontra con la flotta angioina comandata da Carlo II d'Angiò lo Zoppo che viene fatto prigioniero: il principe ereditario verrà poi liberato solo nel novembre del 1288.

Poi nel 1285 riporta una notevole vittoria contro gli angioini e i genovesi e nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1285 sconfigge Filippo III di Francia l'Ardito, che da due anni è in guerra contro la Corona d'Aragona, nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Vi sono diversi resoconti sulla battaglia ma tuti  concordano sul fatto che lo scontro avvenne di notte, il che era inconsueto per le battaglie navali medievali, ma andava bene a Lauria, che era specializzato nei combattimenti notturni. Egli mise due lanterne su ogni galera per far credere superiore il numero delle sue forze. Fuggirono da dieci a sedici galere genovesi, sotto il comando di John de Orrea, lasciando che quindici o venti galere francesi circa fossero catturate, affondate o bruciate.

Nel 1288 l'ammiraglio sconfigge definitivamente gli angioini, sebbene sia dotato solamente di quaranta navi contro le ottanta degli avversari; garantisce così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria, Ruggiero, senza l'autorizzazione del re e solo per avidità, vende una tregua al conte Roberto II d'Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovano questa tregua perché la ritengono inutile e dannosa; secondo loro, la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio.

Eletto re di Sicilia nel 1296, Federico III toglie il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concede all'ammiraglio come premio per le sue imprese militari. Però tra il giovane sovrano e Ruggiero si instaura subito un pessimo rapporto e, quando quest'ultimo passa dalla parte degli angioini, il re fa espugnare il castello (1297) entro il quale si sono asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fa costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, che è alta quanto la rupe lavica e che ha un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincera a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove viene assediato e quindi sconfitto. Ruggiero è arrestato, ma fugge da Palermo e abbandona la Sicilia. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa sono subito confiscati da parte di Federico III.

Il 4 luglio 1299, a capo di un'armata angioina composta di quaranta galee, rafforzata da altre trenta, inviate da Giacomo II appositamente dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni, sconfigge i siciliani nella battaglia di Capo d'Orlando. Nello scontro periscono e sono catturati più di seimila uomini e ventidue galee della flotta avversaria; nonostante ciò, Federico III riesce a sfuggire alla cattura. Si ritiene molto verosimilmente che la sua fuga sia stata agevolata da Giacomo e da Ruggiero di Lauria, ossia dagli stessi che fin ad allora sono stati suoi nemici in battaglia, per evidenti ragioni affettive del fratello e per la fedeltà riposta nei confronti di quest'ultimo da parte dell'ammiraglio lauriota.

Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfigge la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riesce a fuggire, mentre Palmiero muore in prigionia. Il 31 agosto del 1302, con la pace di Caltabellotta che chiude la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fa atto di sottomissione a Federico di Sicilia, che perciò gli rende i possedimenti confiscati.

Morì a Valencia il 17 genn. 1305 (l'iscrizione funeraria indica il 1304, ma è datata nello stile dell'Annunciazione); fu sepolto nel monastero di Santes Creus (presso Barcellona), come egli stesso aveva stabilito il 10 settembre 1291.

Ruggiero poté fregiarsi dei titoli di signore di Lauria, signore di Lagonegro (dal 1297), signore di Ravello, signore di Maratea, signore di Castelluccio, signore di Rotonda, signore di Papasidero, signore di Laino (dal 1301), ammiraglio del regno di Aragona e Sicilia, grande ammiraglio di Carlo II d'Angiò, nelle isole della Tunisia signore di Djerba (dal 1284) e signore di Kerkenna (carica conferitagli da papa Bonifacio VIII l'11 agosto 1295), poi signore di Castellammare (titolo assegnatogli da Carlo II il 22 febbraio 1301) e, infine, barone di Cocentaina.

IL suo nome è citato in diverse opere letterarie con alcune varianti linguistiche. In Italia, la variante più comune è Ruggero di Lauria ma, in taluni testi antichi, l'ammiraglio è ricordato anche in altro modo; come Ruggieri di Loria in Nova Cronica di Giovanni Villani (XIV secolo), Ruggieri de Loria o Ruggieri dell'Oria nel Decameron di Giovanni Boccaccio (XIV secolo). Gli scritti in lingua spagnola ce lo ricordano come Roger de Loria, quelli in lingua catalana come Roger de Lluria, gli aragonesi come Rocher de Lauria e gli inglesi come Roger de Lauria.

http://leonardopisani.blogspot.it/2015/01/17-gennaio-1250-nasce-ruggero-di-lauria.html

 

 

 

1381: L'ERUZIONE CHE RICOPRI' IL VECCHIO PORTO ULISSE DESCRITTO DA PLINIO E CHE CREO' L'ATTUALE LUNGOMARE

Simone da Lentini ci ha descritto l’eruzione del 5 agosto 1381 che produsse le cosiddette lave del crocifisso originatesi sotto Tremestieri etneo (Monti Arsi e frattura eruttiva nota come fossa del “cavòlo”). La lava corse tra Sant’Agata Li Battiati e Gravina e poi ancora tra il Fasano e Leucatia e quindi a Catania lungo l’area dove attualmente si sviluppa la circonvallazione, distruggendo lungo il suo cammino tutti gli oliveti e arrivando in mare tra il Gaito ed il Rotolo; quest’ultimo generato dalle lave del 426-425 d.C.- colmando quell’insenatura conosciuta come il porto di Ulisse.

(www.cataniaperte.com)

 

 

 

 

Nel 1442 Alfonso conquistò il Regno di Napoli assumendo il titolo di Rex Utriusque Siciliae e unificando anche formalmente i due regni. Gli ultimi due re sono gli stessi del regno d'Aragona: Giovanni I e Ferdinando II, che con le nozze con Isabella di Castiglia unifica la corona di Sicilia a quella di Spagna. È il 1516.

 

 

Il governo spagnolo

 

Catania fu teatro delle traversie avute dalla regina Bianca di Navarra a causa delle mire per la successione al trono da parte del Gran Giustiziere Bernardo Cabrera, conte di Modica. Con l’elezione di Ferdinando I come re di Aragona, Valencia e Catalogna la Sicilia fu dichiarata parte del regno aragonese. La vedova regina Bianca fu confermata “vicaria”. La Sicilia quindi fu un Regno facente parte della Corona d'Aragona insieme e al pari dei territori spagnoli e poi di Napoli, e fu governata da un viceré, alter ego del sovrano.  I catanesi si consolarono con alcuni privilegi concessi loro dalla regina Bianca.

 Il successore di Ferdinando I, Alfonso il Magnanimo riunì il 25 maggio 1416, nella sala dei Parlamenti di castello Ursino, tutti i baroni e i prelati dell’Isola per il giuramento di fedeltà al Sovrano. A castello Ursino si svolsero, fino al 30 agosto, gli ultimi atti della vita politica che videro Catania come città capitale del regno.

 La Sicilia divenne parte dell'enorme complesso territoriale degli Asburgo di Spagna (detti "Austrias"), uno stato multinazionale, multietnico e multilinguistico su cui "non tramonta mai il sole", governata in assenza del sovrano da un viceré (l'unico sovrano Austrias che soggiornò per qualche mese nell'isola fu Carlo V nel 1535, nel suo grandioso viaggio cerimoniale seguito all'impresa di Tunisi). Catania fu favorita dai sovrani spagnoli, anche se si segnalavano di tanto in tanto rivolte dirette più contro il governo locale espresso dalla nobiltà cittadina (patriziato) e contro i rappresentanti del sovrano, più che contro la dinastia regnante. Una sorta di guerra civile interna scoppiò nella città tra varie fazioni che si contendevano il governo municipale in occasione della confusa e travagliata successione al trono di Carlo di Gand (Carlo II di Sicilia e futuro Carlo V imperatore), e una sollevazione popolare si ebbe nel periodo delle rivolte siciliane (ma anche in varie altre parti d'Europa) del 1647 - 1648, il periodo più difficile del governo spagnolo sconfitto in Europa dalla Francia e nel pieno della drammatica crisi generale europea e mediterranea. Dopo i conflitti del 1516-17 in segno di pacificazione il corpo dei Giurati adottò il "Cerimoniale" scritto da Alvaro Paternò (1522) , che codificava le regole e l’ordine attraverso cui dovevano manifestarsi le gerarchie interne dei soggetti e dei poteri urbani in occasione delle grandi cerimonie laiche e religiose. Fu l’esito conclusivo delle sanguinose lotte interne dei partiti e delle fazioni (che si indirizzò sempre più verso l’esterno con l’impegno militare al servizio della monarchia) , e l’inizio di una nuova fase della vita amministrativa locale. Gli anni Trenta del Cinquecento ci mostrano una città vitale e dinamica (tendenza all’incremento demografico ed all’espansione delle colture nell’area etnea, interventi pubblici nell’area urbana, restaurazione delle mura, costruzione di nuovi edifici sacri e nobiliari, diffusione della cultura del decoro), ma una serie di catastrofi naturali (tra 1536 e 1537 si ebbero eruzioni, scosse sismiche, esplosioni e nubi sulfuree che scuotono l’Etna e distruggono abitati, vigne, piantagioni dell’area collinare) ed il peggioramento della congiuntura politico-militare nel Mediterraneo ed in Europa, determinarono un clima diffuso di paure e ansie, aspettative escatologiche e millenaristiche.

Re Alfonso il Magnanimo permise la nascita a Catania dell'Università più antica della Sicilia o Siciliae Studium Generale (1434). Inoltre il 31 maggio 1421, invitato da Gualtiero Paternò e Andrea Castello, che erano stati presenti al parlamento che il re aveva incontrato a Messina, il sovrano venne a Catania per riconfermare ufficialmente le “libertà” e gli “statuti” della città.

Il palazzo dell'Università di Catania situato nell’omonima piazza della città, deve il suo attuale aspetto ai lavori di ricostruzione eseguiti a partire dal 1696, per far fronte ai danni causati dal disastroso terremoto del 1693.
Realizzato per la prima volta su progetto degli architetti Francesco Battaglia, Antonino Battaglia, e Giovan Battista Vaccarini, l’edificio subì il primo intervento restaurativo nel 1818 ad opera dell'architetto Mario Di Stefano, realizzatore della meravigliosa facciata.
Il palazzo sede del rettorato dell’Università degli studi di Catania, presenta un cortile interno a forma di chiostro, una splendida Aula magna affrescata dal pittore Giovan Battista Piparo, ed infine una Biblioteca dove sono custoditi oltre 200.000 volumi tra codici, incunaboli, manoscritti e lettere autografe.
Il prospetto in gran parte ottocentesco, come del resto l’intero edificio, accoglie lo stemma di Aragona, il cui re Alfonso il Magnanimo fondò nel 1434 l'Università di Catania come unica università siciliana, composta da sei docenti, le cui lezioni si tennero in una struttura eretta in piazza Duomo accanto alla Cattedrale di Sant'Agata.

Le più importanti cariche comunali erano il Capitano di giustizia, il Patrizio, e i sei membri del consiglio chiamati senatori. Nel 1412 i cittadini avevano ottenuto lo scrutinio cioè il diritto di eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate. Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio rappresentava tuttavia il luogo della decisione e della legittimazione collettiva del governo municipale. Nel 1435 Alfonso il Magnanimo concesse alle maestranze che i loro consoli potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata qualche anno dopo.
Tuttavia, nel corso del Quattrocento, poco più di una dozzina di famiglie riuscì a raccogliere al proprio interno il più gran numero di designazioni. Sono nomi che ritroveremo a lungo nella storia anche urbanistica e culturale della città: oltre ai
Paternò, Riccioli, Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari, Pesce, Asmundo, La Valle ... Infine, anche gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere da contrappeso centralistico, finirono col cadere nelle mani di questa élite, che si avvantaggia anche dell'Università. La sconfitta della parte popolare segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantiene un carattere più borghese, rispetto a Palermo, e produce pensatori politici originali come i giuristi Blasco Lanza (c. 1466-1535) e Mario Cutelli(1584-1654).
Si diceva che a Catania li gentilhomini per la maiuri parti su mercanti e massari. Di questo genere è la carriera di
Battista Platamone, proveniente da una famiglia che al commercio aveva affiancato la gestione di cariche pubbliche. Battista si laureò in diritto a Padova; dal 1420 occupò diverse cariche di natura fiscale e amministrativa, accumulò titoli di nobiltà e feudi, giungendo ad essere viceré per qualche mese nel 1440-41. Era in grado di prestare danaro alla Corona; fu tra i promotori dell'Università. Il rapporto di Catania col suo patriziato e con la sua feudalità è anche il rapporto con la sua campagna, vasto entroterra agricolo ricco di risorse.
Nel Cinquecento, Catania risente, come il resto dell'isola, della complessiva riorganizzazione dello spazio mediterraneo. Ferdinando il Cattolico, insieme con Isabella di Castiglia, riunificando la Spagna, aveva posto le premesse che faranno del suo erede Carlo V l'imperatore sulle cui terre non tramonta mai il sole. Poiché, dopo la caduta di Costantinopoli (1454) un analogo processo di sviluppo e centralizzazione si è svolto ad oriente con l'impero turco, la Sicilia si trova ora ad essere frontiera tra un Islam e una Cristianità in stato di guerra. Il commercio mediterraneo, di cui Catania era uno dei centri, patisce insieme la chiusura del mercato africano, e il ruolo egemonico della Spagna (la produzione di zucchero siciliano, per esempio, viene condannata a morte dall'impianto delle piantagioni prima nelle Canarie e poi in America).

Per Catania, il segno tangibile della mutata situazione sta nel rafforzamento e nella definitiva
chiusura della cinta delle mura (nei decenni 1540-1560).

Questa determinerà lo svolgimento urbano, fin oltre il terremoto del 1693. La città non poteva restare immune dal travaglio religioso del secolo. Nel 1494, come in tutto il regno di Ferdinando il Cattolico, si ebbe l'espulsione o la conversione forzata degli ebrei anche a Catania; la comunità ebraica vi era particolarmente forte e numerosa. Sono forse ebrei convertiti i portatori di opinioni luterane, non meglio definibili, come lo sfortunato Giovan Battista Rizzo, linciato dalla folla nel 1513 perché, sembra, aveva compiuto un gesto sacrilego in Cattedrale contro l'Ostia consacrata. In rapporto col mutato clima religioso, si definisce meglio il culto della patrona, Sant'Agata, con importanti conseguenze sul patrimonio artistico.

Nel 1542 un grande terremoto sconvolse il Val Noto (nella stessa area dove avrebbe colpito nel 1693). A Catania una cronaca narra che “tutta la cita si commossi a grande paura et timuri, credendosi ogni uno sumergiri et cum grandi planto et pagura gridando misericordia ogni uno andava verso la gloriusa sancta Agatha. Era grandi atterruri intendiri li gridati et planto di li donni et pichulilli, et per quistu quasi la mayuri parti di la cita, homini, donni et pichulilli, cum grandi devocioni et planto si congregaro in dicta mayuri ecclesia et incontinenti fu ordinata una processioni”.

Nel 1541 il viceré Gonzaga venne a Catania, prese provvedimenti per lo Studio e per il rifacimento della cinta muraria secondo i nuovi criteri dell’ingegneria militare. All’edilizia militare si accompagnava quella civile. Tommaso Fazello, in visita a Catania nel 1541, segnalava lavori di sopraelevazione degli edifici e annotava che i resti del mausoleo di Stesicoro si trovavano al di fuori della porta di Aci; cento anni dopo il Grossi descriverà in quegli stessi luoghi l’esistenza un nuovo quartiere di private abitazioni L’incremento edilizio accompagnò i costanti aumenti della popolazione registrati dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento: i due primi censimenti generali diedero per Catania e i suoi casali la cifra di 14.261 (nel 1505) e di 24.592 (nel 1548) abitanti, di cui circa la metà residenti entro le mura cittadine Catania aveva trovato sotto vari aspetti un carattere urbano e civico ben definito, un equilibrio e una struttura che la accompagneranno per lungo tempo senza alterazioni significative. L’abitato si compatta dentro la ricostruita cinta muraria, nuovi edifici sacri, nobiliari e civici, nuovi spazi, vie, piazze, monumenti all’esterno, decorazioni, quadri, arazzi, dipinti all’interno degli edifici, le conferiscono quel ‘decoro’ che le nuove nobiltà perseguono e che affidano alla nuova sensibilità artistica rinascimentale. Il ceto amministrativo, dopo un secolo di travagli, scontri, trasformazioni, ha elaborato un sistema che attutisce i conflitti e media tra gli interessi delle famiglie eminenti, che si consolidano e si chiudono all’interno delle rigide norme di accesso alla mastra. L’Università laurea parecchie decine di giovani ogni anno e riesce a mantenere il suo monopolio anche contro i tentativi avversi di Messina e Palermo. Se fallisce il tentativo di costruire un molo capace di dare più sicurezza ai traffici e di accogliere naviglio di maggior stazza, l’economia ha tratto spinta ed equilibrio dall’integrazione piana/città/casali che sostiene lo sviluppo alimentare (grano/vino), commerciale e produttivo dell’intera area.

 

 

Con gli Aragonesi, nel XIII secolo, la cucina siciliana si arricchì ulteriormente: nacquero le preparazioni fritte; le monache di numerosi monasteri elaborarono, forse dietro richiesta delle famiglie nobili, le ricette, ancora oggi gelosamente custodite, di svariati dolci. Si fa risalire a quest’epoca il "farsumagru", piatto di carne lasciato dagli Angioini, opera dei cuochi provetti delle grandi famiglie nobili dell'isola. In questo stesso periodo giunsero in Sicilia, grazie ai commerci con il Medio oriente e alle immigrazioni degli Ebrei che già le conoscevano e le apprezzavano, le melanzane, originarie della Cina e dell’India.  Nella gastronomia siciliana, le melanzane trovarono buona accoglienza: fritte, farcite, trasformate in caponate, cotte alla griglia, messe sott’olio, abbinate a preparazioni a base di riso e pasta, sono ancora oggi le dominatrici della cucina isolana. Gli spagnoli importarono dall’America alcuni prodotti ancora non conosciuti in Europa: pomodori, peperoni, granturco, patate, fagioli, cacao e vaniglia, solo per citare i più rappresentativi, e  u iaddu d'India (il tacchino)

 

Lo strano gallo che arrivò con gli spagnoli.

 Il tacchinio fu importato in Europa nel XVI sec. dai conquistadores spagnoli che lo trovarono in Messico presso gli Aztechi. Gli spagnoli lo chiamarono pavo comun, sicuramente perché anche questo animale fa con la coda la ruota come il pavone, ma la denominazione spagnola non ebbe molta fortuna e ogni popolo inventò nomi diversi per designare quest’uccello, anche perchè per India si intendeva la terra che fu scoperta e che invece erano le Americhe, cioè il Messico.

I Francesi, per es., dal latino scientifico gallina indica foggiarono il termine dinde, che troviamo attestato intorno al 1600 e che è un’abbreviazione di coq d’Inde (Rabelais). Dal francese dinde deriva a sua volta l’italiano dialettale dindo, dindio, diffuso specialmente nel Veneto e nella Romagna, e il marchigiano drindo, dìndero. Scendendo ancora lungo la penisola italiana incontriamo il napoletano gallërìnië e il tarantino jaddidìnië. Anche nei dialetti grecanici dell’Italia meridionale il concetto predominante e quello della provenienza dalle Indie (con la solita confusione tra Indie orientali e occidentali), tant’è vero che a Bova il tacchino è chiamato ndakó dal greco medievale indikós [aléktor].

In Sicilia (e nella Calabria meridionale) esiste una grande varietà di nomi per indicare il tacchino, ma tutti si possono raggruppare intorno a tre nuclei fondamentali che sono i seguenti: termini onomatopeici; gallo d’India; indiano

Tra i nomi di origine onomatopeica, derivati probabilmente dal richiamo per questo uccello, citiamo papì m. e f., papìa f., papìu m., diffusi in provincia di Enna e di Caltanissetta, e pìu che si riscontra in vari centri delle province di Siracusa (Ferla, Solarino, Floridia, Pachino), di Ragusa (Comiso, Vittoria, ecc.), di Caltanissetta (Niscemi, Gela), di Agrigento (Favara, Raffadali, Siculiana, Lampedusa) e di Trapani. Il dim. piùzzu è stato raccolto dal Pitrè a Noto.

Il tipo gallo d’India è diffuso a macchia di leopardo in tutta l’Isola e presenta una serie di varianti dovute alle caratteristiche fonetiche delle singole parlate locali. Troviamo infatti:

addudìn(n)ia (in prov. di CT e di TP), addurìn(n)ia (in prov. di PA e TP),gaddrudìnnia (in prov. di AG),   gaddudìn(n)ia (nei vocabolari siciliani di Del Bono, Traina, ecc.) gaddulìndia (in prov. di CT), gaddulìnia (nel vocabolario del Cannarella),  iaddurìnnia (in prov. di CT),  gaddurìnia (in prov. di PA),       gaddurìnnia (in prov. di AG), iaddudìn(n)ia (in prov. di ME e CT),  

In alcune parlate è scomparsa la prima parte del composto per cui abbiamo ìnniu m. nel Del Bono e ìnnia f. nel Traina, nel Mangiameli e nelle province di TP, PA, AG.

Un po’ più complessa è la trafila che dobbiamo seguire per spiegare i derivati da ‘indiano’.

Il più diretto discendente è n(n)iànu m. e n(n)iàna f. attestati entrambi nelle parlate di Palazzolo Acreide, Avola e Noto.

Da nniàna deriva per metatesi nanìa che, con le sue varianti nanìu e nanèu (Floridia), è diffuso in molti centri della provincia di Siracusa.

Da nanìu con assimilazione vocalica deriva ninìu, attestato per Palazzo Adriano (PA), e da questo abbiamo nìu e nìa, diffusi soprattutto nella provincia di Messina.

Notiamo in margine che anche in Calabria troviamo i termini ndiànu, niànu e nìu per indicare il tacchino. Infine i termini nuzza f. e nuzzu m. derivano certamente dal vezzeggiativo “indianuccio” e sono attestati non solo in alcuni vocabolari siciliani (Traina, Macaluso Storace, Piccitto – Tropea, ecc.), ma sono usati in numerosi comuni dell’Isola, tra i quali citiamo Mongiuffi Melia, Motta Camastra, S. Domenica Vittoria, Floresta, Catania, Francofonte, Vittoria, Cerami, Ribera, Caltabellotta, Sciacca, Alcamo, Calatafimi, Campobello di Mazzara, ecc.

http://www.cstb.it/index.php?page=etimologie.php&menu=

 

TRA MEDIAZIONE E REPRESSIONE: L’ARISTOCRAZIA CATANESE DURANTE LA RIVOLTA DEL 1647

 

 

 

1536 - Sia le cronache del tempo che Tommaso Fazello, testimone diretto, la descrivono come tra le più violente. Le lave proruppero dal cono principale il 22 marzo; il 25 avvenne una enorme squarcio nell'alta regione boschiva a libeccio del cono e da molte bocche venne un torrente di fuoco che si divise in tre rami: uno verso Nicolosì distrusse il tempio di San Leone, un secondo avanzò verso Valcorrente, un terzo verso Paternò;

1556 - La lava giunse fino a Linguaglossa;

1607 - Si forma la Grotta degli archi nel territorio di Nicolosi;

1609 - La lava percorse 15 chilometri verso Adernò (oggi Adrano);

1614 - L'eruzione più lunga del periodo storico. Il fenomeno durò ben dieci anni ed emise oltre un miliardo di metri cubi di lava, coprendo 21 chilometri quadrati di superficie sul versante settentrionale del vulcano. Le colate ebbero origine a quota 2550 e presentarono la caratteristica particolare di ingrottarsi ed emergere poi molto più a valle fino alla quota di 975 m s.l.m., al di sopra comunque dei centri abitati. Lo svuotamento dei condotti di ingrottamento originò tutta una serie di grotte laviche, oggi visitabili, come la Grotta del Gelo e la Grotta dei Lamponi;

1634; 1640; 1646 - Formò Monte Nero;

1651 - Iniziata a febbraio con lave verso varie direzioni. Un braccio sul fianco orientale piomba nel vallone di Macchia di Giarre. Un altro in sole 24 ore arrivò sino al paese di Bronte che investì dal lato nord. L'eruzione ebbe una durata di circa tre anni con successive colate che si sovrapposero per oltre 12 chilometri e per la larghezza media dì 3 km;

1669 - Originatasi presso i Monti Rossi, a nord di Nicolosi. Durante questa eruzione fu raggiunta e circondata Catania nel suo lato occidentale; ne distrusse la parte esterna fino alle mura, circondando il Castello Ursino, che sorgeva su uno sperone roccioso allungato sul mare, e superandolo creò oltre un chilometro di nuova terraferma. L'eruzione fu annunciata da un fortissimo boato e da un terremoto che distrusse Nicolosi e danneggiò Trecastagni, Pedara, Mascalucia e Gravina. Poi si aprì una enorme fenditura a partire dalla zona sommitale e, sopra Nicolosi, si iniziò l'emissione di un'enorme quantità di lava estremamente fluida e quindi molto veloce. Il gigantesco fronte lavico avanzò inesorabilmente seppellendo Malpasso, Mompilieri, Camporotondo, San Pietro Clarenza, San Giovanni Galermo (oggi frazione di Catania) e Misterbianco oltre a villaggi minori dirigendosi verso il mare. Si formarono i due coni piroclastici che oggi sono denominati Monti Rossi, a Nord di Nicolosi. L'eruzione durò 122 giorni ed emise un volume di lava di circa 950 milioni di metri cubi; creata nuova terraferma per alcuni chilometri a sud-ovest della città; scompare definitivamente il Lago di Nicito e il fiume Amenano viene per grossa parte sepolto.

 

 

 

 

L'infausto XVII secolo delle catastrofi naturali e la rinascita successiva: il Barocco

 

La grande eruzione dell'Etna

Quella del 1669 è stata la più grande eruzione laterale avvenuta in epoca storica. Dalla fenditura prodottasi in quei giorni sgorgò una delle più disastrose colate laviche che la storia etnea ricordi; la colata che sconvolse il versante sud-orientale del vulcano distrusse non solo numerosi centri abitati, ma gran parte della stessa città di Catania.

Un’ enorme tragedia vissuta dalle genti dell’Etna che segnò inesorabilmente la vita di decine di migliaia di persone e che ne causò in pochi mesi la morte di oltre tremila per le terribili carestie derivanti dagli eventi.

A partire dall’8 marzo sino alle ore 06.00 dell’11 marzo 1669 una sequenza impressionante di terremoti interessò l’area compresa tra gli abitati di Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Mascalucia e Gravina causando notevolissimi danni alle abitazioni.

L'11 marzo accompagnata da sinistri rimbombi si aprì una fenditura profondissima larga circa 2 m che si estendeva da Piano San Leo ( circa 6 dall'abitato di Nicolosi ) sino alla sommità dell'Etna.

Quella stessa mattina nel pianoro sottostante il Monte Nocilla ( 2 Km a Nord-Ovest di Nicolosi ) si aprì un'enorme voragine da cui proruppero globi di cenere e blocchi accompagnati da…grandi tuoni, fragori, e tremuori…durante lo stesso giorno si aprirono altre voragini allineate lungo la medesima direzione dalle quali si…cacciava con urli, e strepiti spaventosissimi un denso fumo nero… Dopo il tramonto, si aprì un'enorme voragine che nella notte...cominciò a vomitare un gran profluvio di liquidi sassi, che all'aspetto dell'aria, acquistando durezza e tero rosseggiante colore di schiumoso ferro, formavano quel vario misto che lava si appella…

Le pareti interne dei condotti craterici sono prevalentemente costituite da scorie, blocchi, bombe vulcaniche, ghiaie e sabbie vulcaniche dalla colorazione rossastra.

Il colore, rappresenta la risposta ai fenomeni ossidativi derivanti dai processi chimico-fisici esogeni. Da ciò discende in parte l’etimologia errata attribuita a questo cono a "otto".

Nel frattempo alle bocche, l’accumulo dei brandelli lavici lanciati in aria dalle esplosioni aveva formato un monte bicorne alto 50 piedi (un cono a due cime alto più di 250 m. "I Monti Rossi". Esso rappresenta il più grande cono avventizio dell’ Etna e supera in grandezza moltissimi edifici vulcanici indipendenti di altre regioni del pianeta).

Ha un perimetro pari a circa 3 Km e la base ellittica. L’attività esplosiva di questo monte fu talmente violenta che le ceneri spinte dai venti raggiunsero non solo le contrade meridionali della Sicilia ma anche molte zone della Calabria .

Giorno 25 marzo, un fortissimo terremoto distrusse parzialmente il cratere centrale che, sollevando un' altissima colonna di ceneri, crollò al suo interno. Nel frattempo le colate laviche scaturite andarono espandendosi in diverse direzioni divorando Malpasso, Mascalucia, S. Pietro Clarenza, Camporotondo, S. Giovanni Galermo e Valcorrente.

Il 29 marzo del 1669 le colate circondarono Misterbianco e la seppellirono, la lava distrusse quasi tutte le abitazioni. Il giorno 1 aprile 1669 le lave si trovavano a 2 miglia ad occidente della cinta muraria di Catania, avvicinandosi, la colata investì dapprima la borgata di Cibali e dopo aver distrutto un antico acquedotto si diresse verso la zona nella quale oggi sorge la piazza S. Maria di Gesù. In questo luogo, centinaia di catanesi tentarono invano di contenere la furia devastante della colata lavica che proseguì in direzione del lago Anicito, formatosi in seguito dell’ eruzione del 496 a.C., profondo circa 15 metri con una circonferenza di 6 km.; prendeva il nome dalla nobile famiglia bizantina "Anicito", (attuale via Lago di Nicito) a cui quelle zone appartenevano.

Il flusso lavico continuò il suo cammino in direzione del Bastione degli infetti, ai 36 canali del fiume Amenano e dopo aver distrutto completamente la parte sud-occidentale della città, le lave raggiunsero per la prima volta il mare alle due di notte del 23 aprile del 1669. Il suo pauroso fronte, largo oltre 2 miglia ed alto più di dodici metri, fece avanzare la costa di oltre un miglio. Il 30 aprile una digitazione della colata lavica penetro nell’ orto dei Benedettini circondando il convento dai lati nord e ovest, arrecando notevoli danni.

Giorno 9 giugno 1669 dalla zona di Nesima, scaturì una copiosa corrente lavica che arrivò a circondare i fossati del castello Ursino (che allora dominava la costa ) per riversarsi poi in mare a formare una sorta di promontorio.

La città abitata da decine di migliaia di persone, si spopolò quasi del tutto e conobbe tra l’altro anche il dramma delle tantissime persone senzatetto.

L’eruzione cessò verso la metà di Luglio dopo che la lava, scaturita dalle bocche eruttive poste a circa 820 m. s.l.m aveva raggiunto il mare e aveva emesso quasi un miliardo di metri cubi di lava.

Nell’immaginario collettivo delle popolazioni del versante meridionale dell’Etna e degli abitanti di Belpasso e Paternò, anche se per motivi diversi, è ancora presente il triste ricordo della grande eruzione iniziata l’11Marzo 1669 e conclusasi dopo 122 giorni.

Un fiume di fuoco lungo 16 km rese sterile oltre 38 kmq di territorio, distrusse migliaia di costruzioni e con oltre 970 milioni di metri cubi di lave seppellì 16 centri abitati minori e parzialmente distrusse la città di Catania.

Il 20 marzo 1669 come descrittoci dal Canonico Alessi ,"… L' infocato profluvio giunse a Malpasso, abitato da 8000 persone e nell'arco di 20 ore fu tutto ricolmo da quel fiume di fuoco e dagli ammassati sassi…"

 

 

Ricostruito più in basso con il nome di Fenicia Moncada venne distrutto dal terremoto del 1693. Riedificato nello stesso luogo, dal 1695 prende il nome di Belpasso.

Quest’eruzione è nota anche per il primo tentativo documentato di deviazione di una colata. La lava che aveva scavalcato le mura di Catania fu infatti deviata tramite barriere di terra, sassi e macerie delle case crollate. Ma ancora più sorprendente per quel tempo, fu il tentativo effettuato da una manipola di temerari guidati dal sacerdote Don Diego Pappalardo, effettuato nei pressi di Malpasso; con incredibile audacia, tentarono infatti di praticare una breccia nell’argine della colata.

Coperti con velli di bue bagnate d’acqua, attraverso delle aste di ferro, riuscirono ad arrivare al cuore del canale, tanto che il liquido fuoco si riversò lateralmente iniziando a scorrere nella campagna circostante per notabile spazio. Avrebbero potuto continuare nella loro opera se non fossero stati bloccati dagli inferociti abitanti di Paternò, preoccupati dalla possibile invasione del loro paese a causa dell’intervento operato "…Che si lasci correre il fuoco laddove la Provvidenza l’ha destinato "…

I varchi precedentemente aperti, non più controllati, furono immediatamente ostruiti da nuova lava raffreddata, mentre il ramo principale della colata continuò a muoversi verso Catania, dove aprendosi dei varchi nelle mura delle città, distrusse interi quartieri (A. Rittmann, 1929).

Quest’eruzione distrusse buona parte della città di Catania, furono sommerse le rovine della Naumachia, del Circo e del Ginnasio, il fossato ed i bastioni del castello Ursino, la porta dei Canali.

Scrive Federico De Roberto: "…Tutta la plastica del territorio è stata più volte mutata dalle successive eruzioni . Il livello del suolo si è innalzato; il corso delle acque dell’Amenano è stato fuorviato ed interrato; le vallicelle di Nesima e di Albanelli sono state colmate; il laghetto di Nicito è scomparso; il contorno della costa si è modificato; il porto si è ristretto ed è poi sparito; nuovi promontori scabri si sono allungati sul mare eppure, sfidando la tragica potenza del vulcano e forte di un carattere audace, il popolo catanese ha ricostruito, ogni volta dalle macerie, la propria città…"

L’abate Vito Maria Amico, storiografo (1677-1762), così ricorda l’evento: "…Aprissi la mattina da mezzogiorno a settembre dal piano di S. Leone a Monte Frumento verso il supremo cratere profondissima fenditura larga cinque o sei piedi su cui apparse fulgido splendore. All’ora undicesima fra tremiti aprissi voragine di fuoco sotto la Nocilla lungo la fenditura, che proruppe in ceneri e sassi tuonando…"

Giuseppe Recupero (1720-1778) nella sua Storia naturale e generale dell’ Etna così descrisse l’ evento: "… Commoversi con grande violenza tutto il perimetro della montagna, saltare in aria dal cratere una prodigiosa colonna di nero fumo, e rovente materia, e profondarsi finalmente la sua cima con orridi rumoreggiamenti nel suo baratro. Cadde in primo luogo quella vetta che guardava verso Bronte, di poi l’altra rimpetto l’oriente ed ultimamente si rovesciò quella posta in faccia al mezzogiorno…".

http://www.scuoladusmetnicolosi.it/scarica/montirossi/geologia/eruzionedel1669.htm

 

Il devastante terremoto della Val di Noto

La Sicilia orientale fu distrutta da un forte terremoto: ma la causa non fu l’Etna. L’11 gennaio non è una data tanto felice da ricordare per gli abitanti della Sicilia orientale e soprattutto dei paesi etnei abituati ai frequenti scuotimenti periodici dell’Etna. “« All'unnici di Jinnaru a vintin'ura a Jaci senza sonu s'abballava cui sutta li petri e cui sutta li mura e cui a misericordia chiamava » recita un vecchio proverbio siciliano per indicare i gravi danni arrecati alle abitazioni dalla potenza del terremoto che, con una magnitudo di 7.4, costituisce ad oggi l’evento di più elevata energia della storia sismica italiana.

Ancora in vecchi scritti si legge « All’unnici di Jinnaru a vintu’ura, fu pi tuttu lu munnu ‘na ruìna: piccini e ranni sutta li timpuna diciènu - Aiutu! - e nuddu ci ni rava. Si n’era pi Maria, nostra Signura, tutti forimu muorti all’ura r’ora; all’ura r’ora ciancieriemmu forti se Maria nun facìa li nuostri parti..»

Il terremoto dell’11 gennaio 1693 ha avuto l’epicentro in Val di Noto e si è verificato intorno alle ore 21. Concomitante ad esso si verificò un maremoto catastrofico che ha interessato pressoché tutta la costa orientale della Sicilia fino all’arcipelago maltese. Le vittime dei terremoti del 9 e dell’11 gennaio furono circa 60.000 (fonte G. Patanè, S. La Delfa, J.C.Tanguy “L’Etna ed il Mondo dei Vulcani”). Negli archivi parrocchiali di Aci S. Antonio si evincono 133 vittime il che è una cifra enorme se si considera che a quei tempi il paese era una piccola borgata. Ma non solo l’11 gennaio del 1693 il terremoto fece sentire i suoi nefasti effetti; anche l’11 gennaio del 1848, si verificarono due forti scosse di terremoto che distrussero buona parte di Catania e Acireale. Quello dell'11 gennaio 1693 rappresenta, assieme al terremoto del 1908, che il 28 dicembre distrusse la città di Messina (magnitudo 7.2), l'evento catastrofico di maggiori dimensioni che abbia colpito il territorio italiano in tempi storici (il terremoto del 6 aprile 2009 che ha distrutto buona parte della città di L’Aquila è stato di gran lunga meno energetico con una magnitudo di “appena” 5.9 della scala Richter). Infatti nel 1693 si è avuta la distruzione totale di oltre 45 centri abitati. Il sisma ha interessato una superficie di circa 5600 Km2 e causato un numero complessivo di circa 60.000 morti

 

D. O. M. / Ferma le piante, e leggi o passagiero / A. 9 di gen.° 1693 trema Catania a scosse / di fiero terremoto, e replicando all. 11 / del medemo con tutte, le sue grandezze / con 16 mila catanesi sepolta da sassi, / derelitta da vivi, derubata da ladri ri / mane. In simil fato à fuggir le mura a ri / covrarti nei campi, a custodir la / città questo marmo ti / insegni cossi viverai / an: do: 1693

 

Questa l’iscrizione, la sola non in latino e tra le prime delle nove cittadine che ricordano il terremoto del 1693, della lapide che, recuperata dalla demolizione dell’edificio precedente, campeggia sul prospetto del teatro Sangiorgi (1900) in via Antonino di Sangiuliano.

La tragedia aveva sfiorato la città non molto tempo prima: l’eruzione dei Monti Rossi del 1669 produsse una colata di quasi un miliardo di metri cubi che raggiunse una Catania spopolata per paura; deviata dalle mura cinquecentesche sino al bastione San Giorgio, presidio sud orientale, la lava si riversò in mare, la battigia avanzò di centinaia di metri, il porto fu invaso, la costa mutò l’andamento lungo il fronte urbano, circondato da un deserto fumante terra di nessuno. Colmati i fossati, l’Ursino non fu più “castello a mare” presidio del porto come i coevi di Augusta e Siracusa. La città fu risparmiata, la popolazione vi fece ritorno e numerosi profughi vi cercarono asilo dai distrutti paesi del versante meridionale dell’Etna, le cui terre invase dai basalti non furono coltivabili per decenni.

Non così nel 1693: le scosse della sera di venerdì 9 gennaio causarono una decina di morti e ingenti danni al patrimonio edilizio, procurando allarme nei cittadini ma non sufficiente, forse memori dello scampato pericolo di pochi lustri prima, per lasciare la città; con quelle del pomeriggio di domenica 11, sedicimila abitanti su diciannovemila, secondo fonti d’epoca, furono sepolti dalle macerie di Catania e dei suoi secoli di storia. Condivisero quella sorte le città del Val di Noto, interessato dal sistema di faglie ibleo maltese da cui originano i terremoti della regione, e molte del Val Demone, raggiunte dall’onda sismica, furono gravemente danneggiate.

Con non pochi contrasti, governo, nobiltà e clero si impegnarono, animati dalla volontà di autorappresentazione, ma anche di protagonismo a fianco di una popolazione afflitta da lutti e distruzioni, in un imponente progetto ricostruttivo unitario, tendente a inserire la nuova Catania nei più aggiornati circuiti culturali europei, offrendole una rinnovata memoria storica e una nuova identità di carattere non più o non soltanto localistico, che trasformò la catastrofe in una grande occasione di riscatto economico e sociale delle popolazioni interessate.

http://www.rotarycataniaest.it/

 

La sequenza sismica relativa a questo devastante terremoto è iniziata il giorno 9 gennaio 1693 e si è protratta per circa 2 anni nel corso dei quali si sono avute circa 1500 repliche di minore energia molte delle quali hanno completato l’opera demolitoria della scossa principale. L'evento principale del XI grado della scala Mercalli (MCS) si è verificato alle ore 9 della sera dell'11 gennaio, dopo che alcune scosse di minore intensità di circa l’VIII grado della scala Mercalli si erano già fatte sentire la sera del giorno 9 e la mattina dell’11 gennaio giorno della scossa principale che avvenne alle ore 21. Il numero più elevato di vittime è stato registrato nella città di Catania dove sono morti circa i 2/3 della popolazione. Le caratteristiche dell'evento principale consentono di considerarlo, per molti aspetti, simile al terremoto del 4 febbraio 1169 che anch’esso ha distrutto i centri della Sicilia orientale e tale funesta data la si può leggere nella lapide che sovrasta l’ingresso del Castello di Acicastello. Secondo i geologi sembrerebbe che la struttura sismogenetica sede del fuoco sismico sia posta in mare, non lontano dalla costa tra Catania e Siracusa. Un’indiretta conferma di questa ipotesi è fornita dal maremoto associato all'evento sismico che, anche in questo caso come nel 1169, ha colpito la costa ionica della Sicilia orientale. La profondità ipocentrale stimata per l'evento principale fu di circa 20 Km quindi relativamente superficiale e pertanto fortemente distruttivo (oltre la magnitudo occorre anche considerare la profondità ipocentrale se lo stesso terremoto anziché 20 km fosse stato ad una profondità ipocentrale di 200 km non avrebbe provocato alcun danno). Negli antichi scritti si legge una frase che rende bene l’idea della grande distruzione: gli edifici furono “adeguati al suolo”. Fonti storiche indicano che il terremoto del 1693 fu seguito anche da un maremoto iniziato con un ritiro del mare lungo tutta la costa della Sicilia orientale per diverse decine di metri al quale fecero seguito altissime onde che si abbatterono prevalentemente sul litorale di Augusta anche se disastrosi effetti si sono avuti nel litorale catanese, mentre sembrerebbe che nel litorale siracusano il maremoto abbia avuto un impatto meno devastante probabilmente per la profondità dei fondali marini dovuta alla scarpata ibleo-maltese. Infatti il run-up ossia l’altezza dell’onda di tsunami è in un certo senso inversamente proporzionale alla profondità dei fondali. Il terremoto dell’11 gennaio 1848, anche se di minore intensità rispetto a quello del 1693, provocò gravi danni agli edifici di molti centri della Sicilia orientale in particolare Catania e Acireale. Eppure, è passato in sordina a causa dei ben noti eventi storici di quell’epoca che, segnando importanti tappe della storia d’Italia, ben presto lo fecero dimenticare… ubi major minor cessat. Qualcuno parla del Big- One siciliano per analogia con un grande terremoto che si aspetta a San Francisco. Ovviamente in una zona sismica è logico aspettarsi un terremoto; prima o poi arriverà perché la Sicilia orientale è una zona altamente sismica in quanto interessate da un sistema di faglie altamente sismo genetiche che sono state generate dalla collisione e conseguente subduzione della placca africana sotto quella europea. L’Etna quindi non centra nulla anzi potrebbe essere la conseguenza della tettonica regionale e certamente non la causa. Anche nella zona dell'Aquila era atteso un forte terremoto, visto che c'era un gap sismico che durava da 300 anni. Tutto sommato per quello che si aspettava per la verità non è stato molto energetico; poteva esserlo molto di più e ciò sicuramente è dovuto alla liberazione di energia nel corso della crisi sismica che ha preceduto la scossa più energetica… e poi come si fa a stabilire se il terremoto accadrà tra 10, 100 o 1000 anni? Quello che si può dire è che la scienza non ha ancora i mezzi per prevedere con certezza il verificarsi di un evento sismico e che in Sicilia non si è fatto nulla e si continua a far nulla per la prevenzione sismica. Per la verità è bene dire che il radon è un buon precursore sismico e Giampaolo Giuliani sulla base di una notevole anomalia del radon registrata alcune decine di ore precedenti l’evento sismico aveva previsto il terremoto di L’Aquila ma anziché un elogio si è beccato una denuncia penale per procurato allarme… che possiamo dire… questa è l’Italia con i suoi pregi ed i suoi difetti.

Giovanni Tringali

http://www.etnasci.it/territorio-e-ambiente/vulcanologia/articoli/1933-318-anni-fa-la-sicilia-orientale-fu-distrutta-da-un-forte-terremoto-ma-la-causa-non-fu-letna

 

L'AVVENTO DEL BAROCCO

 DURANTE LA RICOSTRUZIONE

 

Il grande terremoto siciliano del 1693 danneggiò gravemente cinquantaquattro città e paesi e 300 villaggi.  la Sicilia era ancora ufficialmente sotto il controllo Spagnolo, ma in realtà era governata dalla sua aristocrazia autoctona. Questa era guidata dal Duca di Camastra, che gli Spagnoli avevano nominato viceré per appagare l'aristocrazia, che condivideva il proprio potere solo con la Chiesa Cattolica.  Molti preti e vescovi erano a loro volta membri dell'aristocrazia, e la ricchezza della Chiesa di Sicilia era ulteriormente aumentata dalla tradizione di spingere i cadetti maschi e femmine verso i monasteri e i conventi, per preservare l'eredità della famiglia dalla sua divisione; una pesante tassa, o dote, veniva di solito pagata alla Chiesa per facilitare ciò, nella forma di proprietà, gioielli o denaro. Così la ricchezza di certi ordini religiosi crebbe fuori da ogni proporzione rispetto alla crescita economica di qualsiasi altro gruppo sociale del tempo. Questa è una delle ragioni per cui così tante chiese Barocche e monasteri, come San Martino delle Scale, furono ricostruiti dopo il 1693 con tale lusso.

Una volta iniziata la ricostruzione, i poveri ricostruirono le proprie casupole nel solito modo primitivo di prima. Per contrasto, i più ricchi residenti sia secolari che spirituali vennero presi da una quasi maniacale orgia di edificazione.

Furono costruite o ricostruite innumerevoli chiese e palazzi. I nobili si sentirono in dovere di dotarsi di palazzi e residenze di campagna per affermare il proprio ruolo sociale, favorendo le espressioni artistiche più opulente di decorazioni. Gli architetti spesso locali furono capaci di progettare in un modo più sofisticato di quello del tardo XVII secolo; molti erano stati educati nell'Italia continentale ad una comprensione più dettagliata dell'idioma Barocco. Il loro lavoro ispirò progettisti siciliani che avevano avuto minori occasioni. Va osservato che questi architetti furono anche assistiti da pubblicazioni di incisioni di Domenico de' Rossi, che per la prima volta fornì le precise dimensioni e misure di molti delle principali facciate Barocche e Rinascimentali di Roma. In tal modo il Rinascimento finalmente sbarcò in Sicilia diciamo così per procura.

Giovanni Battista Vaccarini era il principale architetto siciliano durante questo periodo. Egli arrivò sull'isola nel 1730 portando un personale amalgama delle idee del Bernini e del Borromini, e introdusse all'architettura dell'isola un movimento unificato e un gioco di linee curve che sarebbe risultato inaccettabile nella stessa Roma. 

 

 

 

Catania fu gravemente danneggiata e le strutture più imponenti che rimasero in piedi furono il medievale Castello Ursino e tre navate della cattedrale. Il nuovo piano prevedeva infatti strade più larghe e l'inserimento di ampie piazze che consentissero eventuali aree antisismiche. Così essa fu riprogettata e ricostruita.

Il nuovo progetto separò la città in due principali quartieri, uno nobile (il cui terreno era venduto più caramente a 20 onze per tumulo) e uno popolano (a 13,10 onze per tumulo, dove si insinuò il nascente Monastero dei Benedettini), distinti dalle attuali vie Vittorio Emanuele II a sud e Santa Maddalena a est.

La ricostruzione fu supervisionata dal Vescovo di Catania ed unico architetto sopravvissuto della città, Alonzo di Benedetto. Costui diresse una squadra di architetti chiamati da Messina, che presto aprirono i cantieri, concentrandosi prima su Piazza del Duomo. I tre palazzi collocati sono: il Palazzo Vescovile e il Seminario dei Chierici a sud, il Palazzo degli Elefanti a nord (che sostituisce l'antica Loggia medioevale) e ad ovest il Palazzo Pardo Sammartino.

Il potere ecclesiastico a Catania - I Benedettini.

di Agata Nicosia

 Tra preghiere e peccati uno dei complessi monastici più grandi d’Europa.

 Il Monastero di San Nicolò L’Arena di Catania, è un luogo magico e suggestivo. Intanto colpisce per la sua immensità, (è il secondo complesso monastico in Europa, per grandezza dopo quello di Mafra in Portogallo) quindi, per la sua magnificenza ed infine per la storia e i segreti di coloro che per secoli lo hanno abitato: i monaci Benedettini.

Illustri viaggiatori del 700 restarono stupiti dai fasti del palazzo e dall’accoglienza regale loro riservata. Così scrive, ad esempio, Patrick Brydone in visita a Catania nel 1770 dopo aver visitato il monastero: “Entrato nel grande cancello la mia sorpresa si accrebbe: avevo dinanzi una facciata quasi uguale a quella di Versailles, un nobile scalone di marmo bianco e una magnifica cornice propria di una residenza regale”; i Benedettini, continua, “volevano assicurarsi a tutti i costi un paradiso almeno in questo mondo se non nell’altro”. Il palazzo, non sembrava certo un luogo di preghiera e penitenza e i monaci vivevano in uno stato di agiatezza degna delle loro famiglie di provenienza. Erano infatti, per lo più, i secondogeniti delle famiglie nobiliari catanesi. Considerato che il patrimonio familiare era indivisibile e che veniva ereditato solo dal figlio primogenito, per gli altri, la carriera ecclesiastica era la scelta più allettante perché consentiva potere e benessere senza spreco di energie.

I Benedettini abitarono il monastero dal 1558 al 1866, con numerose vicissitudini, assumendo un ruolo di spicco e condizionando la vita sociale, religiosa e culturale dell’intera città e non solo. Nel 700, in particolare, il loro tenore di vita nettamente in contrasto con qualsiasi regola di obbedienza e povertà e la condotta spesso scandalosa, suscitarono risentimenti nella popolazione provata da carestie che usava addirittura, stazionare davanti al convento dopo i pranzi luculliani dei monaci per cibarsi degli avanzi.

Dal portale affacciato su Piazza Dante, si accede ad un grande cortile esterno, ambiente di separazione tra il mondo laico e quello religioso, e da qui, con la sua splendida facciata barocca, il palazzo si presenta in tutta la sua magnificenza non proprio monastica. Stalle, scuderie carretterie erano locali di servizio utilizzati per regolari approvvigionamenti alimentari come racconta Federico De Roberto nel suo romanzo “I vicerè”: “ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone di quercia per tenere i fornelli sempre accesi…quattro vesciche di strutto… e due cafisi d’olio…”.

Non è indulgente De Roberto riguardo le abitudini mangerecce e la condotta dei monaci – “I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire tutta una coscia di vitello e arrostire un pesce spada…” “di tutta quella roba, se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle famiglie dei Padri e dei novizi e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci ripigliavano giornalmente quando 4 e quando 6 tari” …subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore” e Don Blasco, Benedettino della famiglia Uzeda, “…aveva tre ganze nel quartiere di San Nicola: donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la sigaraia, con una mezza dozzina di figliuoli…”Il Monastero di San Nicolò L’Arena di Catania si cominciò a costruire nel 1558 nella zona detta “della Cipriana”, dove sorge attualmente, per accogliere i Monaci Benedettini che, provenienti da Nicolosi avevano deciso il trasferimento a causa del clima poco favorevole e delle incursioni da parte di briganti.

 

 

Lo occuparono ancora incompleto e nel 1578 diedero inizio alla costruzione della Chiesa annessa, di San Nicolò. Le incurie del tempo non risparmiarono la struttura monastica. Tra gli eventi più devastanti sono da ricordare la colata lavica del 1669 che lesionò in parte il convento e distrusse l’annessa chiesa e il terremoto del 1693 che rase tutto al suolo e provocò la morte di parecchi monaci.

 

 

Nel 1702 cominciarono i lavori di ricostruzione della struttura ad opera di Antonino Amato, sul precedente impianto cinquecentesco ma secondo rinnovate idee di grandiosità e proseguirono per tutto il XVIII secolo ad opera degli architetti Battaglia e Vaccarini, con l’ausilio di artigiani intagliatori provenienti da ogni parte della Sicilia.

http://www.lafrecciaverde.it/il-monastero-dei-benedettini-di-catania/

 

 

 

La Storia della Sicilia borbonica iniziò nel 1734, allorché Carlo di Borbone, mosse alla conquista delle Due Sicilie sottraendole alla dominazione austriaca. Tale periodo storico si concluse nel luglio 1860, quando, in seguito alla spedizione dei Mille, si ebbe il ritiro delle truppe borboniche e l'instaurazione del governo dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, che portò alla successiva annessione dell'isola al costituendo Regno d'Italia.

Nel 1713 il trattato di Utrecht pone fine alla stagione aragonese e l'anno successivo Vittorio Amedeo II, accompagnato dalla regina Anna d'Orleans, giunge a Catania. Col trattato de l'Aja i Savoia otterranno il regno di Sardegna in cambio della Sicilia che viene assegnata a Carlo VI d'Austria. Questi regnerà fino al 1738, anno in cui il trattato di Vienna ridefinisce lo scacchiere europeo.

 

 

Nel 1734 (Re di Napoli e Sicilia dal 1734 al 1759), Carlo di Borbone,  figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, conquistò le Corone di Napoli e Sicilia, restaurando a tutti gli effetti un regno unito e sovrano. Dopo due secoli di dipendenza politica, il “Reame” divenne di nuovo una nazione libera sotto la dinastia dei Borbone di Napoli e Sicilia.

Successori di Carlo di Borbone furono: Ferdinando IV (1759-1825), dal 1814 Ferdinando I delle Due Sicilie; Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859), Francesco II, che nel 1860 perse il Regno, conquistato dal Vittorio Emanuele II di Savoia. Con tale conquista, il Regno delle Due Sicilie smette di esistere in quanto regno sovrano e indipendente.

Una dominazione, quella borbonica, che durerà fino al 1848. La riforma amministrativa borbonica del 1817 istituì in Sicilia sette province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra le città siciliane fu ridefinita, e alterati i termini dell'antica rivalità tra Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di tribunali, dell'intendenza provinciale, di vari uffici amministrativi.

La popolazione, che in quel momento era scesa a 40 mila abitanti, risalì a 52 mila nel 1834, iniziando una straordinaria galoppata secolare: 68.810 abitanti nel 1861, 90 mila nel 1880, 150 mila nel 1900, 230 mila nel 1931, fino agli attuali 363 mila. Ragione primaria di questa crescita continua, che non ha riscontri nell'Isola, è lo scambio tra la campagna (e i centri minori) e il centro urbano. Questo si pone sempre più come polo d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente nel nostro secolo - per il terziario.

 

 

 

La Porta  Ferdinandea

può essere portata come esempio di quello stile costruito attraverso effetti scultorei, lampi vibranti di luci ed ombre, contrasti di colore e, insieme, di materie differenti combinati in ordinate alchimie ottiche di grande potenza emotiva. Al gioco strutturale e materico si somma quello psicologico e simbolico legato, da sempre, all’idea della "porta" (qui più precisamente di un arco trionfale) che vive di vita propria, slegata da un argine, un muro divisorio o un confine. Questo monumento fu realizzato, su disegni di Stefano Ittar, nel 1768 allo scopo di celebrare degnamente il matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Carolina d’Austria. In alto, sul fastigio dove ora è un orologio, era un grande medaglione con i ritratti dei due sovrani; in odio ai Borbone parte dell’iscrizione dedicatoria venne barbaramente cancellata. Con la fine della dominazione borbonica mutò anche il nome della porta, da Ferdinandea a Garibaldi, ma i Catanesi la riconoscono come il "Furtino", per una erronea associazione con il fortino del duca di Ligne di cui esiste una porta nelle vicinanze di via Sacchero, all’interno dello stesso quartiere. Ponendosi di fronte all’arco e guardando verso la via Garibaldi si scorge, lontana ed armoniosa, la cattedrale dedicata a S. Agata; la porta, quindi, chiude un discorso architettonico cominciato in piazza Duomo) da cui parte la via Garibaldi che incastona la gemma quadrata della piazza Mazzini per gettarsi, dopo un lungo percorso rettilineo, nel traffico) e nell’anonimato della città moderna.

 

 

 Nella prima metà del secolo, la principale attività industriale catanese è il settore tessile. Tessitori e artigiani - insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto - formano il nerbo del proletariato; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla mancanza di cultura e di interessi tecnici, che si affolla nel vecchio quartiere della Civita e dell'Idria; ma meno tumultuosa e conscia della propria forza che non in città come Palermo.Sono invece gli artigiani da un lato, e dall'altro i borghesi dagli interessi prevalentemente mercantili, a dare il tono agli strati popolari.

Lo si vedrà più avanti nel secolo, con la formazione delle società operaie, e poi del Fascio dei lavoratori.

E' ancora l'agricoltura che forma la ricchezza di Catania, sia nel senso di famiglie provinciali agiate o nobili che si trasferiscono in città, sia per la partecipazione di cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione, e di polo culturale: teatri, gabinetti di lettura, l'Università e le accademie come quella Gioenia, periodici culturali e politici, come Lo Stesicoro del 1835-36. Ma per tutto ciò essa deve ancora competere con altri centri, con Acireale in primo luogo. Prima dell'Unità, la città è pur sempre relativamente povera di alberghi, di strade lastricate, di locali pubblici.

 

LE STATUE DEI RE BORBONI DECAPITATE DAI GARIBALDINI

Ferdinando di Borbone come Darth Fener. Per qualche ora somigliava più all’eroe di Guerre Stellari che all’ex monarca del Regno delle due Sicilie la statua di via Dusmet, un’opera in marmo alta più di tre metri tra gli archi della marina e il palazzo Biscari. Agghindata non si sa da chi con due luci: una al posto della testa – che da sempre nella memoria dei catanesi manca alla statua – e l’altra sulla mano, monca dell’oggetto che in origine reggeva. Quasi un’installazione artistica, più ricercata degli scherzi che negli scorsi anni sono toccati a re Ferdinando. L’ultimo, in ordine di tempo, nel periodo dei mondiali di calcio: un pallone al posto del capo e una bandiera dell’Unione europea alla mano. Rivisitazioni che forse non sarebbero troppo piaciute ad Antonio Calì, autore dell’opera, che per il suo lavoro si è ispirato al maestro Antonio Canova.

Eppure la statua senza testa, com’è nota tra i cittadini, è tanto che sopporta. In più di un secolo di cose strane ne ha viste parecchie. Calì, il suo creatore, si era fatto le ossa completando un altro monumento borbonico, a Napoli, lasciato incompiuto dal Canova. Subito dopo si è messo al lavoro, creando per Catania altre tre opere dello stesso tipo dedicate a Ferdinando I e II: di una di queste, però, si ha traccia soltanto nei racconti dell’epoca. La statua di via Dusmet dal 1853 troneggia davanti al palazzo Biscari. Nel 1860 viene disturbata per la prima volta dai garibaldini che, in preda al sentimento antiborbonico, le tagliano la testa. Dopo un soggiorno nei magazzini municipali, viene riportata nella sua aiuola di via Dusmet nel 1964: sempre senza testa, mai ritrovata. E così, acefala da sempre, i catanesi ne hanno memoria. Nel frattempo, però, a mancare è anche l’oggetto che Ferdinando II teneva in mano: uno scettro secondo alcuni, un diploma secondo altri.

Come se perdere il capo non le fosse bastato, alla statua verrà anche tolta la sua identità: la targa posta dal Comune di Catania indicherà raffigurato Francesco I di Borbone. Un errore grossolano, secondo gli esperti. Per evitarlo sarebbe bastato vedere l’opera gemella che si trova a Messina. Oggi la memoria del monarca è affidata alla fantasia dei catanesi.

http://ctzen.it/2012/08/21/via-dusmet-illuminata-statua-senza-testa-decapitazione-garibaldina-addobbi-catanesi/

 

FERDINANDO I - La statua di marmo, alta più di tre metri mostra il re borbonico in abiti di corte con un ampio mantello rifinito sul retro da fiordalisi(abito cerimoniale di Gran Maestro dell'Ordine di San Gennaro). Nella mano destra porta un oggetto spezzato, in origine uno scettro. Nel 1860 le truppe garibaldine invasero l'isola e seguirono l'abbattimento e la decapitazione della statua del sovrano, reazione di fanatismo antiborbonico legata agli eventi rivoluzionari.La testa non fu mai più trovata, mentre la statua acefala fu conservata per un secolo nel magazzini municipali e ricollocata di fronte alla facciata est di Palazzo Biscari nel 1964.
La statua avrebbe dovuto farsi nel 1819 ma  il sovrano, che aveva promosso Catania ad Intendenza,  rifiutò la proposta dal decurionato catanese a causa del periodo economico sfavorevole (il regno delle Due Sicilie aveva subito l'invasione napoleonica)
La statua fu eretta solamente il 12 gennaio 1853, e posta originariamente nel Largo San Francesco, nel centro storico di Catania.
 

 

FRANCESCO I - L'altezza della statua è di palmi 11 e mezzo, più di 3 metri.Originariamente si trovava in Piazza Università e fu innalzata il 14 aprile 1833.
Ecco una descrizione dell'epoca, fatta da Lionardo Vigo sulla statua, attualmente posta all'interno dei giardini di Villa Bellini:
"...vestir semplicissimo antico, nude braccia, gambe, ginocchio, testa, coverto il dorso di pallio, che un' armilla ferma sul destro omero, il petto di corazza merlata, di cui sotto una tonicella mezzo gli vela le cosce, e i piedi di coturno.."
Ed ancora:
"...il protendere la [mano] destra allungandola distesa con liberale atto, l'appoggiare il manco braccio, con cui impugna lo scettro, sopra un' erma di Pallade sorgente a lui di costa, tenendo immota la mancina gamba..."
"...L'armatura, che veste il monarca, è lavorata con massima perfezione: ma perché sulla corazza scolpire due ippogrifi invece dell' aquila siciliana?Se il Cali fosse stato guidato da sperti uomini, ne' 15 merli della corazza posto avrebbe simboli leggiadrissimi e di storica significanza..."

 

FERDINANDO II - Posta in origine a Piazza Stesicoro, nel punto esatto dove oggi sorge il monumento a Vincenzo Bellini, fu eretta  nell'ottobre 1842, il re è sempre rappresentato in abiti classici ed appoggia la mano sinistra sulla poppa di una nave, a ricordo della costruzione del molo di Catania (1837) avvenuto per regio assenso. La mano destra oggi spezzata, in origine impugnava lo scettro, il progetto prevedeva un altezza di palmi 12.

 

Davide Cristaldi e Claudia Campese

 

 

 

 

La significativa espansione demografica (nel 1798 essa conta già 45 mila abitanti), la concentrazione di importanti attività economiche soprattutto nel settore tessile (seta), e il controllo della campagna circostante fanno del Settecento il periodo in cui Catania supera definitivamente altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò, Lentini, Caltagirone.

Dopo il 1770, tuttavia, l'attività edilizia rallenta di molto; incompiuto resta il monumentale edificio dei Benedettini. In parte ciò è dovuto al concludersi delle fabbriche intraprese; ma incidono anche la crisi agraria e le difficoltà del commercio internazionale. Il 1764 ha visto la città devastata, col resto dell'isola, da una terribile carestia. I privilegi che consentono alla nobiltà di controllare produzione ed esportazione di grano tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia, e a stabilizzare l'economia del latifondo. Questo, per Catania, significa soprattutto il maggiorato potere di chi, come i principi di Biscari, domina la Piana. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione feudale, che esplode per le riforme tentate sotto il viceregno di Tanucci e, dal 1781, di Caracciolo.

Gli anni delle guerre napoleoniche nel Mediterraneo sono per la Sicilia gli anni della occupazione inglese e della trasformazione costituzionale con la fine giuridica del feudalesimo.

La città di Catania non sembra riuscire ad agganciare la congiuntura commerciale positiva che nel suo stesso territorio permette invece all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare ingenti ricchezze trafficando i vini etnei con l'esercito britannico. Nonostante gli sforzi compiuti già da prima del terremoto non è riuscita a superare gli ostacoli tecnici per la costruzione di un porto.

Nel 1798 e 1799 Catania è scossa da rivolte popolari per il pane. Si profila la crescita di uno strato popolare ribelle, anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello francese; ché anzi nel 1799, a Caltagirone, ha luogo un massacro dei giacobini, esemplare anche se di non chiara interpretazione. La cultura cittadina percepisce questo disagio e se ne fa interprete, in figure come l'irregolare poeta-filosofo Domenico Tempio  o nella fitta schiera di filogiacobini cresciuti alla scuola del De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino che dovette fuggire in Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti; Francesco ed Emanuele Rossi, Vincenzo e Carlo Gagliani, Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi escono i deputati catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano con l'ala più radicale.

 

I moti del 1837

Nella prima metà dell’Ottocento, Catania fu protagonista in ciascuna delle sollevazioni contro il giovane Regno delle Due Sicilie, nato nel 1816 e sempre, forse oltre i suoi veri demeriti, inviso ai siciliani Al suo primo sovrano Ferdinando, si imputava, infatti, di aver abolito la Costituzione “inglese” del 1812 e quella spagnola del 1820. A smorzare la loro tenace animosità non valse certo l’opera del successore Ferdinando II, incoronato nel 1830 che accentrò a Napoli il governo del regno in spregio alle secolari autonomie garantite in passato all’ isola .

Per conseguenza, al giungere del colera, proveniente dal continente, nell’estate del 1837 era radicato in ogni strato della popolazione il convincimento che si volesse stroncare la latente ribellione della Sicilia con una micidiale pestilenza. L’aggravarsi dell’epidemia a Catania costrinse il 15 giugno la Giunta Sanitaria Provinciale, convocata dall’Intendente principe Alvaro Paternò di Manganelli, a disporre la chiusura preventiva dei pozzi di Battiati ed il Pozzo Molino. L’ignoranza ed il pregiudizio fecero ravvisare proprio in questa misura di profilassi una conferma alla diceria di una volontaria contaminazione delle fonti d’acqua.

Condussero il malcontento popolare - espresso dal verso “veni lu mali veni ccu malizia Diu ppi Manu di l’omu fa giustizia” – ad esiti rivoluzionari taluni borghesi esponenti delle professioni come Salvatore Barbagallo Pittà, trentaseienne fondatore del giornale letterario “Lo Stesicoro”, Gaetano Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli Pannetti, Giovanbattista Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi, Sebastiano Sciuto, Al movimento aderirono alcuni rappresentanti dell’aristocrazia come l’influente marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano, cui venne affidata la guida della neocostituita Giunta di Pubblica Sicurezza. Il suo segretario, lo stesso Barbagallo Pittà, impose, il 29 luglio, al colonnello Santanello, comandante la guarnigione alloggiata nel Castello Ursino, di liberare i detenuti e consegnare le armi. Alle 14 ,00 del 1 agosto, il nuovo Governo Provvisorio, issando la bandiera gialla della Sicilia libera sulla Cattedrale, giurò fedeltà al grido di “Viva Sant’Agata e viva l’Indipendenza!”...

L’imminente arrivo dell’alter ego Marchese Francesco Saverio Del Carretto - inviato da Ferdinando II con quattromila uomini per ristabilire l’autorità regia - pose fine a tale apparente unione d’intenti: il marchese di San Giuliano ed il principe di Reburdone volsero infatti le spalle all’esperienza rivoluzionaria facendone arrestare, la sera del 2 agosto i capi a Piazza Stesicorea. e liberando dal ‘ricovero forzato’ nella villa Carcaci, l’ Intendente , che potè accogliere Del Carretto e le sue truppe, entrate in città il 5 agosto.

Grazie al tempestivo “voltafaccia” i nobili compromessi nella insurrezione, non vennero incriminati dalla Commissione Militare insediata il 20 agosto 1837. Il collegio, dopo un sommario processo svoltosi al Convitto Cutelli (ove una lapide lo rievoca), condannò alla fucilazione Salvatore Barbagallo Pittà, Gaetano Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli Pennetti, Giovanbattista Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi, Sebastiano Sciuto. irrogando, altresì ergastoli e pene detentive minori. Le esecuzioni avvennero tra il 9 ed il 17 settembre al Piano della Statua, poi chiamato Piazza dei Martiri. In questo luogo, centenario della rivolta, commemorato nel 1937, venne apposta una lapide per ricordarne il sacrificio.

I falliti tentativi insurrezionali - facendo revocare a Ferdinando II le limitate concessioni fatte ai siciliani - ne accrescevano lo spirito di rivalsa, culminato il 12 gennaio 1848, nel moto rivoluzionario - preparato dai comitati segreti attivi a Palermo, Messina e Catania sin dall’anno precedente - che costrinse le guarnigioni e funzionari borbonici a reimbarcarsi per Napoli, riducendosi al possesso della sola cittadella di Messina.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

LA STORIA DEI MARTIRI FUCILATI A PALAZZO REBURDONE.

 

Si immolarono per la Patria, o, se vogliamo, per quella voglia Autonomia alla quale i siciliani hanno sempre aspirato. Il pensiero corre inevitabilmente verso la storia. I fatti a cui ci riferiamo, riguardano una delle pagine più nere, cruente e controverse ch storia patria ricordi. L’arresto e la fucilazione degli otto patrioti catanesi colpevoli di aver proclamato, nell’agosto del 1837, l’indipendenza della Sicilia dai Borbone.

Una storia di tradimenti e controtradimenti, maturata in pochi mesi: da giugno al settembre del 1837. Alla fine, gli otto martiri pagarono con la loro vita un desiderio di autonomia.

Le fucilazioni vennero eseguite in due diversi momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone: L’8 e il 16 settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre in epoca post-unitaria nel luogo dell’eccidio libertà che era stato condiviso e appoggiato da altri; gli stessi che alla fine, per timore, o per bieco opportunismo, si tirarono clamorosamente indietro. Nel corso di questi eventi rivoluzionari,

I nobili catanesi ebbero un ruolo di primissimo piano e, purtroppo, in questo caso, per niente positivo. Negli anni dei primi fermenti risorgimentali, anche a Catania si andava diffondendo la carboneria. Nel 1812 era stato concesso ai Siciliani di godere di un proprio Parlamento, ma fu un’esperienza di breve durata. Esponenti della borghesia e nobili, cominciarono così a riunirsi.

In particolare, il nobile Salvatore Tornabene nel suo palazzo di via Ogninella, raccolse un gruppo di giovani e professionisti che a vario titolo risultavano inseriti nel tessuto produttivo della città. Frequentarono la casa del Tornabene, tra gli altri: Diego Fernandez, Giovan Battista Pensabene, Salvatore Barbagallo Pittà, Giacinto Gulli

Pennetti, Gabriello Carnazza, Giuseppe Caudullo Guarrera. Ogni pretesto risultò buono perché un semplice fermento si trasformasse in rivoluzione. L’occasione giusta capitò allorquando a Palermo scoppiarono i primi casi di colera. Si sparse la voce che erano stati agenti borbonici a infettare volutamente la popolazione.

Le fucilazioni vennero eseguite in due diversi momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone: L’8 e il 16 settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre in epoca post-unitaria nel luogo dell’eccidio rittura, dopo un pubblico manifesto accusatorio firmato del barone Pancali, alcuni soldati borbonici vennero barbaramente trucidati dal popolo, “perché - si disse - colti sul fatto”. A nulla valse la istituzione della commissione di vigilanza sanitaria proposta dall’istrionico Intendente della Provincia, principe di Manganelli.

Di questo organismo, fecero parte anche il procuratore generale della Gran corte civile Paolo Cumbo, il marchese di Sangiuliano, Diego Fernandez, Gabriello Carnazza e Salvatore Tornabene. Fu l’Intendente in persona a volere inserire anche esponenti civili, e ciò allo scopo di far tacere chi aveva già avviato la caccia all’untore. Bastò la notizia, poi rivelatasi falsa, dell’insurrezione di Messina, per innescare la rivolta (questa volta vera) a Catania. La notte del 29 luglio il marchese di Sangiuliano seguito da un nutrito gruppo di uomini, al bagliore delle fiaccole e delle luminarie accese in ogni angolo delle strade,si recò dal comandate borbonico Santaniello per chiedere la consegna della guarnigione. Lo stesso capo militare venne rinchiuso all’interno del castello Ursino. L’ira popolare si sfogò abbattendo gli stemmi reali dei pubblici edifici e la statua di Francesco I ubicata a piazza

degli studi (Odierna piazza dell’Università).

Compiuta la prima fase senza eccessivo spargimento di sangue, venne rapidamente costituita una Giunta della quale, oltre a esponenti della nobiltà, fecero parte i liberali più oltranzisti.

I rivoltosi tentarono di sollevare anche i comuni vicini, ma la risposta fu alquanto tiepida. Acireale che vantava la massima lealtà alla Dinastia, oppose dura resistenza.

Per quanto la situazione fosse ormai sotto controllo dei rivoltosi, nell’aria cominciarono a serpeggiare strani timori. Il primo fu la temuta reazione da parte del sovrano.

Ferdinando II seguì con la attenzione l’evolversi della situazione in Sicilia. Poi ci fu da considerare l’enigmatico atteggiamento della nobiltà che se da un lato aveva appoggiato le operazioni d’attacco, dall’altro si mostrò esitante rispetto al totale compimento del progetto rivoluzionario.

Un filo conduttore sembrò legare le due questioni, e la risposta non tardò a venire. L’annunzio che il ministro generale della polizia borbonica Del Carretto stava per salpare da Napoli alla volta di Palermo con un nutrito contingente di uomini, gettò il popolo nel panico. Il principe di Reburdone, d’accordo col Manganelli, il marchese di Sangiuliano e altri

membri della giunta provvisoria, improvvisamente cambiarono rotta; scesero nuovamente in piazza: questa volta i bersagli furono gli stessi liberali coi quali, appena pochi giorni prima avevano combattuto fianco a fianco contro l’oppressore. Si trattò di un tradimento vero e proprio, che si trascinò dietro la folla di tutti quei cittadini che non avevano mai visto di buon occhio la rivoluzione.

I ribelli più oltranzisti vennero ammanettati, torturati e incarcerati. Più tardi, sarebbero stati consegnati alle autorità borboniche nel frattempo riinsediati d’imperio dal Dal

Carretto. Il capo della polizia scese da Palermo a Catania senza sparare un colpo, accolto quasi come un “liberatore”. In poco meno di un mese fu imbastito il processo ai rivoltosi che si celebrò nel Reale Collegio Cutelli. Il verdetto fu terribile: Il letterato e noto giornalista Salvatore Barbagallo Pittà, l’avvocato Gaetano Mazzaglia, Giovan Battista, Pensabene, Giacinto Gulli Pennetti, Giuseppe Caudullo Amore, e i commercianti Giuseppe Caudullo Guerrera, Angelo Sgroi e Sebastiano Sciuto, vennero condannati alla fucilazione. Per molti altri le pene variarono a diversi decenni di carcere duro. Pochissime le assoluzioni. Alcuni rivoltosi, tra cui il Fernandenz, per salvarsi la vita, furono costretti all’esilio.

 

Santo Privitera (www.provinciadicatana.it)

 

I moti del 1848

Nel luglio del 1848, venne offerta al Duca di Genova la Corona di Sicilia, In quel grave momento politico e militare i Savoia non poterono accettarla,.lasciando i Siciliani isolati nell’affrontare il ritorno in forze dei Borboni.

Il 7 settembre 1848 un corpo di spedizione, comandato del generale Antonio Filangieri, principe di Satriano ed appoggiato da una cospicua flotta, sbarcava a Messina espugnandola. Aveva così inizio la sfortunata battaglia di Sicilia che terminerà nella indomita resistenza di Catania il 6 Aprile 1849.

 Alcune lettere - inviate dal padre dello scrittore Giovanni Verga, fra le quali: “…Qui ieri giunse la posta di Palermo, ad un mio amico scrissero ... notizia certa, che Ferdinando ha preparato una spedizione … in quarantamila uomini, … contemporaneamente intende attaccare Palermo, a Catania, “ .

La città, nei mesi successivi, fece del suo meglio per prepararsi all’inevitabile scontro, l’avventuriero polacco Mierolawski nominato Generalissimo passò in rivista alla Porta di Aci, acclamato dal popolo, le truppe del presidio. Erano, però, in tutto disponibili per la difesa 4.789 uomini con nove pezzi d’artiglieria e 150 cavalli contro 14.000 napoletani, 40 cannoni ed una squadra navale. Tale disparità fu aggravata dalle poco assennate disposizioni del Mierolawski che divise le forze. Tale linea di avvicinamento - lasciata, colpevolmente, sguarnita dal Mierolawski – permetteva ai Borbonici di impiegare, da posizione dominante, l’ottima artiglieria a loro disposizione, sorprendendo, peraltro, i difensori che si attendevano un attacco dal mare, tanti da collocare diverse batterie, poste nel forte Palermo, nel bastione di S. Agata, e nei forti di S. Salvatore, e di Messina, posti tre le scogliere dell’Armisi e le Sciare del Principe.

Il 6 aprile, mentre la flotta nemica compiva un’azione diversiva dinanzi Catania, le truppe regie occupavano, dalla parte opposta, Aci S. Antonio, Mierolawski ordinò allora, alle scarse forze dislocate alla Barriera del Bosco di affrontare i napoletani. Via via i siciliani dovettero, però, retrocedere abbandonando Tremestieri, Trappeto, S. Agata Li Battiati, Barriera del Bosco. I regi giunsero, infine, alle barricate del Tondo Gioeni e le sbaragliarono. Alla loro avanzata si apriva, quindi, Via Etnea e le altre strade che – essendo larghe..dritte e tagliate ad angolo retto - mal si prestavano alla difesa, mancando opere fortificate permanenti dal lato di terra.

Dapprima, i napoletani, poco contrastati, giunsero sino alla Porta di Aci dove incontrarono, l’imprevista ed accanita resistenza dei volontari che, trascinati del comandante la Guardia nazionale Agatino Paternò Castello e del Principe di Campofranco, poi caduto, li ricacciarono oltre Piazza Borgo. Anche i battaglioni svizzeri del 3° Reggimento, riserva impiegata dal Filangeri dovettero cedere il terreno che avevano riconquistato ritirandosi, prima alla Porta d’Aci, poi incalzati dalle truppe del Colonnello D’Antoni, sino al “rinazzo” (ove sorge l’attuale via Umberto).

Alle le 6,30 dopo 9 ore di strenuo combattimento, gli insorti avrebbero potuto ottenere l’insperata vittoria con un ultimo e deciso attacco, cui i borbonici nell’oscurità, non avrebbero potuto resistere, ma il Colonnello Ascenso, forte di quattromila uomini, scorgendo gli incendi su Catania non prosegui oltre, reputando inutile farsi massacrare in una battaglia già perduta; se avesse proseguito la marcia, avrebbe incontrato un solo battaglione nemico al Tondo Gioeni, battuto il quale, avrebbe potuto sorprendere alle spalle le rimanenti truppe borboniche che avanzavano lentamente per Via Etnea, cosparsa di cadaveri e sinistramente illuminata dai roghi, bloccandole tra due fuochi.

Le forze borboniche - soverchiando i siciliani ormai stremati e privi di munizioni - conquistarono l’ultima barricata dinanzi Piazza Duomo. Qui avvenne l’epilogo: un gruppetto di irriducibili - appartenenti al 5° battaglione e travestiti con uniformi borboniche - attaccò gli svizzeri all’arma bianca decimandoli prima di essere uccisi o costretti alla fuga. Ottenuta la sanguinosa vittoria, i mercenari commisero ogni eccesso: chiese e conventi furono depredati ed incendiati, stessa sorte tocco all’Archivio Notarile, al Municipio ed alla Cancelleria della Gran Corte Civile nel Palazzo Tezzano, nemmeno il Museo Biscari sfuggi al saccheggio. Lo scempio del Palazzo Universitario, in procinto anch’esso di bruciare con la sua ricchissima biblioteca, fu impedito da Andreana Sardo, nipote del Bibliotecario Generale, che, facendosi largo in mezzo alla devastazione della battaglia, implorò coraggiosamente il generale borbonico Nunziante, di risparmiare l’edificio “ornamento e splendore di Catania”, i danni recati ai volumi custoditi furono comunque ingenti giacchè i soldati borbonici se ne erano serviti per erigere barricate.

Il martirio della città ebbe un riconoscimento postumo, allorchè, con Regio Decreto n° 187 del 22 maggio 1898 Re Umberto I, insigni Catania della medaglia d’oro al Valor Militare “per commemorare la azioni eroiche compiute dalla cittadinanza catanese nei gloriosi fatti del 1848”.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

APRILE 1849 LA BATTAGLIA DI CATANIA CONTRO IL REGGIMENTO SVIZZERO "BERNA" A CULMINE DELLA RIVOLTA DEL 1848
Catania si apprestava alla difesa, in vista di un imminente attacco delle forze borboniche, che da un momento all’altro avrebbero rotto la tregua. La città, che disponeva di circa duemila uomini, sia pure male armati, era completamente priva di mura e non si prestava ad alcuna difesa. Sin da quando ai primi di settembre del ’48 Messina era caduta, si provvide a rafforzare dalla parte del mare alcune batterie da costa tra la punta di Larmisi e le sciare del Principe. Si rafforzarono i forti S. Agata, San Salvatore, che sorgevano lungo il litorale compreso tra la Plaia e l’odierna stazione centrale. Si costruirono barricate alla Barriera del Bosco, a Piazza Giorni, alla Badiella, ai Quattro Cantoni. Un piccolo trinceramento fu creato tra Ognina e Santa Maria la Guardia. Un altro di maggiore estensione, detto Campo Trincerato, iniziava dalle sciare Curia e terminava nella collinetta di Santa Chiara, ove sarebbe sorto il Cimitero. Non mancavano, piazzate sui vari forti, le artiglierie, che si presentavano del tutto insufficienti.
Il 27 marzo il generale Carlo Filangieri rompeva la tregua; qualche giorno dopo si dava inizio alle operazioni militari. Il 30 si sferrava una poderosa offensiva a Scaletta; il 31 si occupava Alì Marina; il 2 aprile Taormina era espugnata, accanitamente difesa dal maggiore Gentile con soli trecento uomini. Il 5 aprile, senza colpo ferire, Acireale cadeva in mano borbonica.
Nello stesso giorno, prima di procedere all’avanzata su Catania, il Filangieri mandò due messi per la resa della città. Il Presidente del Comitato cittadino Agatino Paternò Castello di Biscari li rimandò indietro esclamando: “ Con i Borboni non si patteggia “ .
Rifiutata la resa, il Filangieri diede ordine di marciare su Catania. Alle ore 5 antimeridiane del 6 aprile, a Sant’ Agata li Battiati, i Catanesi ingaggiarono un combattimento, resistendo ad oltranza per alcune ore. Sopraffatti dal numero e dalla artiglieria, furono costretti a ritirarsi al Largo Gioeni.
In questa zona la difesa era tenuta da scarse truppe; tuttavia si cercò di resistere e si registrò un successo allorché i Borboni furono costretti ad indietreggiare. Successivamente le truppe Borboniche ritornarono all’attacco ed accerchiarono la città dal Largo Gioeni e da Ognina. Sulla barricata eretta al Largo Gioeni i catanesi, comandati dai colonnelli Lanza e Lucchesi Palli di Campofranco resistettero valorosamente fino al pomeriggio. Alle quattro del pomeriggio i Borbonici, sopraffatte le difese della Barriera e del Tondo Gioeni, penetravano nella via Etnea. Per mezz’ora i cacciatori napoletani furono arrestati con gravi perdite dinanzi alla barricata di Piazza Borgo, ma anch’essa venne alfine superata. Appiccando fuoco ad ogni casa i Borbonici proseguirono ad avanzare per via Etnea. Altra violenta battaglia ebbe luogo in Piazza Stesicoro,ove i napoletani trovarono un intenso sbarramento di fuoco da parte della fucileria dei Siciliani asserragliati nei palazzi circostanti. Rinforzi inviati dal comandante borbonico furono sbaragliati con perdite gravissime. Proprio in quell’ora giungeva a Mascalucia la colonna Ascenso forte di ben quattromila uomini. Catania era in fiamme: credendo la battaglia già perduta, i comandanti siciliani reputarono inutile farsi massacrare. Se invece fossero scesi sulla città avrebbero trovato un solo battaglione nemico ancora schierato al Tondo Gioeni come estrema riserva, soverchiato il quale, sarebbero piombati alle spalle dei reggimenti borbonici che avanzavano lentamente, per metà decimati, in via Etnea, bloccandoli tra due fuochi e chiudendoli in una trappola mortale.L’armata borbonica avrebbe trovato in Catania la propria tomba e le sorti della guerra sarebbero state risolte a favore dei Siciliani. Per l’indecisione e l’incertezza dei comandanti della colonna, si perdette l’ultima possibilità di vittoria.
Per oltre un’ora si combatté dinanzi alle due collinette: i granatieri svizzeri furono decimati dal fuoco di tre cannoni piazzati allo sbocco dell’odierna via Pacini. Finalmente, soverchiati dal numero dei nemici e dal fuoco delle loro artiglierie, i Siciliani dovettero ripiegare, solo dopo aver esaurito le munizioni. Parecchi, disperati, si lanciarono armati di coltello contro gli svizzeri che avanzavano metro per metro. Giunti in Piazza Stesicoro, un estremo contrattacco fu lanciato dai siciliani: una batteria di tre cannoni piazzata sulla Salita dei Cappuccini, fulminava a bruciapelo i battaglioni svizzeri. Ma, oppressi dalla preponderanza del nemico, anche i valorosi difensori di Piazza Stesicoro dovettero cedere.
Era ormai tarda notte, ma i Siciliani non si arrendevano. La resistenza continuò lungo la via Etnea, sino in piazza Duomo dove cadde l’ultima barricata. In preda al furore numerosi soldati del famoso battaglione catanese detto Corso, indossate le divise dei caduti borbonici, si mischiarono alle schiere degli svizzeri, facendone strage: estremo atto di resistenza, di odio e di ribellione contro il nemico vincitore! La fucileria nelle strade attorno a Piazza Duomo proseguì ancora.
Sacerdoti, vecchi, donne e bambini, rifugiati nei sotterranei di un palazzo in Piazza Borgo furono indistintamente massacrati. I prigionieri siciliani furono fucilati, dopo crudeli sevizie e torture nell’orto dei Cappuccini, contro tutte le leggi di guerra. Chiese e conventi saccheggiati, pinacoteche pregevoli depredate e incendiate, il Museo Biscari, che racchiudeva un tesoro archeologico di inestimabile valore, saccheggiato vandalicamente, il Tesoro pubblico della Banca di Catania bottino delle soldatesche.
La mattina del 7 aprile, come confessò lo stesso maggiore svizzero Maag dell’esercito borbonico, i soldati bernesi non riuscirono ad alzare che a fatica gli zaini colmi di argento, frutto delle razzie! Il Monte di Pietà ed il Seminario Vescovile furono saccheggiati, il Municipio, l’Università, l’ Ospedale civico incendiati; l’Archivio notarile, la Cancelleria della Gran Corte civile furono bruciati; intere biblioteche distrutte, senza rispetto per i capolavori antichi e preziosi in esse custoditi: l’intera città fu messa a sacco ed a fuoco.
Al Fortino, nella stessa giornata, gli insorti, temendo di essere presi alle spalle, evitarono lo scontro frontale con gli Svizzeri, preferendo disperdersi. Le stragi e gli incendi continuarono per tre giorni e le corti marziali, le impiccagioni e le fucilazioni diventarono quotidiano spettacolo popolare.
A Palermo, noti gli avvenimenti catanesi, invano si cercò di rinnovare la resistenza del 12 gennaio 1848. Il Governo provvisorio, presieduto da Ruggero Settimo, si dimise,lasciando che fosse il Barone Riso a condurre le trattative della resa; Il 15 Maggio 1849 Filangieri, che si era macchiato delle stragi fratricide di Messina e Catania entrò in città come un conquistatore grande e maledetto e da questo momento cessò ogni resistenza da parte dei siciliani, primo segnale della imminente Restaurazione Borbonica.

 

 

 

I sanguinosi tentativi risorgimentali per cacciare i Borboni. La spedizione di Sapri.

 fu una impresa tentata da Carlo Pisacane e da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal proprio punto di riferimento. Un contributo finanziario fu offerto dal banchiere livornese Adriano Lemmi.

Il piano originale, secondo il metodo insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di rivolta in Sicilia dove era molto diffuso il malcontento contro i Borbone, e da lì estenderla a tutto il Mezzogiorno d'Italia. Successivamente invece si pensò più opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici lì rinchiusi, per rinforzare le file della spedizione e infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e Basilicata, era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su Napoli.

Il 4 giugno 1857 Pisacane si riunì con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell'impresa.

Un primo tentativo fallito si ebbe il 6 giugno: l'avanguardia di Rosolino Pilo perse il carico di armi destinato all'impresa in una tempesta. Con l'intento di raccogliere armi e consensi Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. L'esito fu molto deludente ma Pisacane non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti.

 

Il 25 giugno 1857 a Genova Pisacane s'imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergostolani evasi dall'isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83.

Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per "infermità mentale". Nicotera, gravemente ferito, fu portato in catene a Salerno dove venne processato e condannato a morte. Anche per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l'intervento del governo inglese che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di Ferdinando II.

http://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_di_Sapri

 

 

1702; 1727; 1732; 1748; 1752; 1780; 1787: eruzioni varie.

1793 - Durò dal 1792 all'anno seguente. Le bocche vulcaniche si aprirono sia dentro che fuori la Valle del Bove e le lave minacciarono l'abitato di Zafferana Etnea. La lava fuoriuscì anche dai crateri sommitali dirigendosi verso Adrano, rimanendo però in alta quota.

1800 - viene citata da Carlo Gemmellaro, il quale dà solamente la notizia di una grande esplosione nel cratere centrale;

1809 - In 12 giorni la lava percorse 6 chilometri;

1852 - La colata lavica lambisce l'abitato di Zafferana Etnea;

1865 - nascita dei monti Sartorius;

1892 - Venne definita "lunga e gravissima" ed è nota per la formazione, a circa 1800 m di quota, del complesso dei Monti Silvestri;

1899 - Interessò il cratere centrale. l'osservatorio astronomico subì gravi danni.

 

 

La rivoluzione del 1860

Nel 1859, i provvedimenti di clemenza adottati da Francesco II, ultimo Re delle Due Sicilie, per la sua incoronazione non poterono estinguere il sentimento antiborbonico nutrito della maggior parte dei catanesi, memori di quanto accaduto nel 1837 e nel 1849. Per l’occasione circolò, anzi, questa strofetta motteggiatoria:“Cicciu nasciu, so matri moriu! , Cicciu si maritau so patri cripau, Ora è Re, viriti cchi ccè” .

Il prof Francesco De Felice, nei suoi ricordi autobiografici racconta: ”… la gioventù catanese, come quella delle altre città siciliane, veniva quasi dispersa, parte emigrando, parte confinata … I pochissimi rimasti in città non erano affatto sicuri …nessuna notte dormimmo sonni tranquilli, senza che un rumore qualunque dal di fuori, il passo misurato di una pattuglia non ci avesse fatto sospettare un arresto…”

Il 30 marzo 1860, durante la rappresentazione dell’Ernani al teatro Comunale, piovvero in platea nastrini tricolore al grido di Viva Verdi (acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia). I popolani - in fermento per i moti palermitani scoppiati il 4 Aprile e poi falliti - cantavano: “all’erta tutti ppi lu quattru aprili. Sangu ppi sangu nni l’avemu a fari! Sta setta impia l’avemu a finire La Sicilia l’avemu a libbirari”.

Ormai gli avvenimenti incalzavano, il 10 Maggio i vapori Piemonte e Lombardo sbarcavano un migliaio di volontari a Marsala senza che le navi borboniche lo impedissero efficacemente, anche per la presenza delle navi inglesi Argus ed Intrepid Da Marsala, Garibaldi chiamò i Siciliani all’insurrezione con un celebre proclama: “All’armi dunque! Chi non impugna un’arma è un codardo o un traditore della patria … un’arma qualunque ci basta. ..

 

 

La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori,con la potente volontà di un popolo unito”. Il giorno dopo lo sbarco si unirono ai Mille le squadre capeggiate dai fratelli Santanna da Alcamo e quella di Monte san Giuliano, il contingente si mise in marcia, quindi alla volta di Palermo.

 

 

La notizia della vittoria garibaldina a Calatafimi, avutasi il 17 maggio, provocò tumulti a Misterbianco, Motta, Paternò, Belpasso, Adrano, Mineo, Regalbuto, Leonforte, Agira, Gli armati, concentratisi in Mascalucia il 24 maggio, erano comandati dal colonnello Giuseppe Poulet, disertore dell’esercito regio e ministro della Guerra nel governo Provvisorio Siciliano nel 1849, mentre nel cuore di Catania veniva alzata una barricata davanti alla casa dell’Intendente.

Non il coraggio difettava, infatti, agli insorti, ma le armi, ridotte a pochi fucili a pietra focaia e due cannoncini.

Ai due emissari di Poulet: Antonio Caudullo e Agostino Di Stefano, Garibaldi in persona, accampato il 26 maggio sulle colline di Marineo, ordinò: ”si faccia una forte dimostrazione, anche se sia un fatto d’armi e qualunque sia l’esito prevedibile. Io marcio sopra Palermo”.

La prova di forza avvenne il 31 maggio 1860, quando 500 uomini penetrarono in città sino alla porta di Aci..

Clary diede disposizione ai mortai - che erano postati sui torrioni del Castello Ursino - di bombardare la città, affiancando una nave da guerra in rada. Nonostante la enorme disparità di forze ed armamenti i patrioti impegnarono le truppe nemiche per l’intera giornata, tra le loro file c’era anche una popolana di nome Giuseppina Bolognani, nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1841 e passata alla storia, grazie ai suoi atti di eroismo, con l’epiteto di “Peppa a cannunera”. Dapprima, ella esplose un preciso colpo di un cannone collocato nell’atrio di palazzo Tornabene a Piazza Ogninella, contro le barricate dei borbonici che, disorientati, abbandonarono la posizione ed un pezzo d’artiglieria, prontamente catturato dall’intrepida popolana, tirandolo a se con un cappio Poco dopo - mentre trasportava il cannone conquistato per appostarlo sul terrazzo di Palazzo Biscari, e tirare contro la nave da guerra - Peppa, fu colta da una squadra di cavalleggeri che intendevano caricare gli insorti lungo la via Del Corso (oggi Vittorio.Emanuele). Costoro, vedendo la bocca da fuoco, si misero al riparo mentre la giovane, sparsa della polvere sulla volata, attese a piè fermo la carica ed incendio la polvere. I cavalieri, credendo che il colpo avesse fatto cilecca, si slanciarono al galoppo; la donna fece, questa volta, realmente fuoco falciando gli attaccanti.

Tale sagacia e sprezzo del pericolo, fruttarono, in seguito, alla donna, che morirà sessantenne a Messina nel 1900, la medaglia d’argento al valor militare ed una gratifica di 261 ducati. Le sue imprese ispirarono al pittore Zafferanese Giuseppe Sciuti un celebre dipinto che, collocato tra i cimeli appartenenti al museo cittadino del Risorgimento, andò perduto nell’incendio del Municipio, avvenuto il 14 Dicembre 1944..

Grazie al valore dimostrato, la battaglia sembrava volgere in favore degli insorti ed il Poulet, avanzando al centro di piazza Duomo gridò ai Borbonici ”arrendetevi! siamo fratelli” ma da una finestra del palazzo universitario partì un colpo che lo ferì alla coscia destra segnando la rivincita delle truppe di Clary in una battaglia manifestamente impari che pur era costata loro 180 morti. Poulet diede, infatti, ordine alle sue truppe di ripiegare a Mascalucia. La memoria di questa eroica giornata è scolpita entro una lapide collocata, nel prospetto nord del palazzo degli Elefanti: L’effimera vittoria del 31 Maggio, per cui i Borbonici avevano persino coniato una medaglia commemorativa, non dette loro alcun vantaggio. Il 3 giugno, infatti, Clary dovette lasciare Catania con le sue truppe alla volta di Messina ricevendone l’ordine dalla corte di Napoli che preferiva abbandonare la Sicilia pur di impedire lo sbarco di Garibaldi nel continente.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

Peppa 'a Cannunera

La rivolta garibaldina a Catania - L'intervento di Peppa 'a cannunera salvò l'insurrezione contro i Borbone alla fine di maggio 1860
(Antonino Blandini)


Maggio 1860: alla notizia che i Mille avanzavano, i patrioti catanesi, dopo i falliti tentativi dell'8 e 10 aprile, decisero d'insorgere, privi di armi e munizioni, lasciando la città, presidiata da duemila militari del gen. Tommaso Clary, per organizzare la rivolta ad Adrano con i picciotti del col. Giuseppe Poulet. Giorno 24 entrarono a Mascalucia, dove l'avv. Martino Speciale eresse il tricolore, per puntare poi su Catania in stato d'assedio, mentre tanti si rifugiavano nei consolati di Francia e Gran Bretagna, dove si era insediato il comitato insurrezionale del marchese Domenico Bonaccorsi Casalotto e del principe Gioacchino Biscari, nonostante che tremila soldati stavano per abbandonare Girgenti e Caltanissetta per Catania. Allorché il 29 arrivò la notizia che Garibaldi era a Palermo, dopo una drammatica riunione fu deciso di rompere gli indugi. All'alba del 31, mentre le campane e i tricolori annunciavano l'insurrezione, una squadra di giovani al grido di "unità e libertà" si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci e Clary ordinò di bombardare la città da una nave da guerra e dal Castello Ursino. Le colonne di Poulet urtarono contro le barricate borboniche erette anche in piazza Università con i libri della Biblioteca.
A questo punto entra in scena Giuseppina, una coraggiosa popolana analfabeta originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, della quale sono state tramandate notizie contraddittorie: nata nel 1826 o nel 1841, figlia d'ignoti o frutto di avventure amorose di un certo Antonino Mazzeo, sensale di agrumi, di cognome Bolognari, Bolognara o Bolognani con riferimento alla balia da cui fu allevata o ad un certo Giorgio che l'avrebbe adottata, o anche Calcagno per una certa Maria, nutrice di trovatelli, alla quale sarebbe stata affidata dalla Congregazione di carità, già a 12 anni serva di un oste e aiutante stalliera in un fondaco a Catania, o vetturina. Si dice che avesse il volto devastato dal vaiolo e che era legata a un suo compagno di avventure, il giovanissimo Vanni.
La giovane è passata alla leggenda col nome di Peppa 'a cannunera per gli atti eroici che le meritarono la medaglia d'argento al valor militare e una gratifica di 216 ducati. La "Bulignanina" si unì ai rivoltosi e li aiutò a trasportare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, a issarlo su un carro e ad installarlo nell'atrio di palazzo Tornabene all'Ogninella. Aperto all'improvviso il portone, la donna, accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i napoletani che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini, ripararono dietro le barricate tra l'Università e il Municipio, lasciando su via Euplio Reina diversi caduti e un pezzo di artiglieria, di cui gli insorti non riuscivano ad impossessarsi per i continui colpi di archibugio, ma che Peppa riuscì a tirare avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune. Verso mezzogiorno, mentre la resistenza s'indeboliva per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, la cavalleria cercò d'aggirare gli insorti. Intervenne l'eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina. Due squadroni di lancieri dal Duomo stavano per sferrare la carica. Gli insorti lasciarono sola Peppa che, rimasta dietro l'affusto, beffò la cavalleria, inducendola all'assalto, spruzzando sulla punta del cannone un po' di polvere cui diede fuoco, dando l'impressione che il colpo avesse fatto cilecca.

La cannoniera sparò al momento giusto decimando il nemico e mettendosi in salvo. L'epilogo della sanguinosa giornata fu negativo per i patrioti: Poulet fu ferito e, dopo 7 ore di guerriglia, ordinò la ritirata. Per 3 giorni la reazione delle soldatesche contro la popolazione fu terrificante. Dopo l'effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Le epiche gesta dell'amazzone risorgimentale furono riportate anche dai giornali stranieri. Peppa, dopo aver fatto da vivandiera alla Guardia nazionale, partecipò anche alla liberazione di Siracusa; nel 1861 o 1876 si trasferì a Messina dove, in abiti maschili, frequentò osterie e caserme, giocando a carte, bevendo e fumando. Caduta nelle mani degli usurai morì tra il 1884 e il 1900.

«Peppa», olio su tela (1865) di Giuseppe Sciuti distrutto nell´incendio del municipio di Catania .

La Sicilia, Domenica 30 Maggio 2010 

 

 

 

Arriva Garibaldi

Il 4 giugno a Catania s’inalberava il tricolore e, mentre la Guardia Nazionale ripristinava l’ordine pubblico, veniva creato un governo provvisorio che aderì alla dittatura di Garibaldi con la formula “Italia e Vittorio Emanuele”,

Giorno 13, Francesco Pucci divenne il primo Patrizio nella Catania post-borbonica. Il Barone di S. Giuliano, nato a Palermo, si era distinto difendendo la città nel 1849 ed aveva segretamente incontrato Francesco Crispi, egli morì a Catania nella sua casa posta in Via Caronda il 6 maggio 1880..

I garibaldini, comandati da Nino Bixio e Menotti Garibaldi, entrarono in città il 4 agosto 1860, preceduti dall’avanguardia di Stefano Turr.. Con grande disappunto dei Catanesi, Garibaldi, in quei giorni, incalzato dagli avvenimenti. non potè visitare la città.

Dal 14 Maggio. per evitare che l'isola cadesse nell' anarchia. e rassicurare i ceti dirigenti, lo stesso Garibaldi, aveva dichiarò la dittatura in nome di Vittorio Emanuele, nel famoso Decreto di Salemi, Venne creata, inoltre, una Milizia Nazionale, composta dagli abili dai 17 ai 50 anni. ed un battaglione degli adolescenti, che avrebbe raccolto i ragazzi poveri e abbandonati, per istruirli militarmente, alla direzione di Alberto Mario, un Consiglio di guerra avrebbe giudicare i reati di militari e civili, il furto, l’omicidio ed il saccheggio erano puniti con la pena di morte

Ma ben presto le speranze degli umili in un radicale mutamento della loro condizione furono deluse: l’istituto della leva obbligatoria., che sottraeva braccia al lavoro dei campi, e la sostanziale disapplicazione del decreto di redistribuzione delle terre scatenarono l'agitazione popolare con tumulti in diversi centri rurali.

Il più famoso tra essi resta quella di Bronte, teatro, ai primi di agosto del 1860, di una cruenta sommossa dei coltivatori contro i grandi proprietari terrieri repressa duramente dal luogotenente di Garibaldi Nino Bixio con lo stato d’assedio, dichiarato il 6 agosto “per delitto di lesa umanità” seguito da numerose fucilazioni, questi fatti ispireranno a Giovanni Verga la novella “Libertà”.

Nel 1862, Garibaldi ritornò in Sicilia insieme a Nicola Fabrizi, Giuseppe Cadolini e Salvatore Calvino, che, a Regalbuto, cercarono di dissuaderlo dall'intraprendere la spedizione verso Roma. In quella occasione Garibaldi, venne a Catania riscattando i cittadini della cocente delusione patita due anni prima. La città divenne base di operazioni e l’eroe dei due mondi arringò la cittadinanza al grido di “Roma o Morte” dai balconi del Palazzo dei quattro Canti, all’incrocio tra le Vie Etnea e Di Sangiuliano, sede del Circolo degli Operai, nella notte del 18 agosto 1862. L’evento venne ricordato dalla lapide apposta sulla facciata del fabbricato nel 1883, primo anniversario della morte dell’Eroe. L’entusiastica adesione della città alla spedizione fu apprezzata inequivocabilmente, dallo stesso Garibaldi che anni dopo a Caprera scriveva: “a Catania trovammo vulcano di patriottismo, denaro , vesti e vettovaglie per la nuda mia gente” questa frase oggi si può leggere sul piedistallo del monumento a Garibaldi, inaugurato nel 1921 e posto alla confluenza tra le vie Etnea e Caronda

 http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

L'esercito meridionale.

La campagna garibaldina del 1860 in Sicilia non è la spedizione dei Mille. I partecipanti alla campagna garibaldina del 1860 in Sicilia non sono solo i Mille.

Le operazioni di organizzazione, raccolta fondi e arruolamento nell'Italia settentrionale proseguirono dopo la partenza dei volontari da Quarto e il governo sardo, presa di Palermo, si fece sempre meno scrupoli nel supportare le manovre militari per rimpolpare il contingente volontario. La dicevano lunga sul ruolo del regno sabaudo le divise turchine dei sottoufficiali sardi che sbarcavano sull'isola, uomini congedati o disertori, talvolta persino accompagnati dal rullo dei tamburi reggimentali.

Così Cesare Abba descrisse l'ingresso a Palermo della brigata di Giacomo Medici: «Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll'uniforme dell'esercito piemontese, formavano la vanguardia» (clicca qui per leggere La memoria dei garibaldini). Era sbarcato in Sicilia alla guida di una spedizione di due navi, 2550 uomini, dopo che a Cagliari si era unito al gruppo di 1200 toscani, saliti a bordo a Livorno e guidati da Vincenzo Malenchini e da Tito Zucconi.

Diverse imbarcazioni cariche di rinforzi si avvicendarono nei porti siciliani nell'estate 1860. Nell'entusiasmo generale erano sorti vari comitati di provvedimento per i soccorsi alla Sicilia, che avevano come coordinatore a Genova Agostino Bertani e in pochi mesi riuscirono a raccogliere 6.200.000 lire. La gestione delle risorse venne affidata all'Intendenza militare garibaldina, in particolare al colonnello Ippolito Nievo, che gestì l'incarico con tanta cura, da risultare inviso a quanti avrebbero voluto approfittare dell'eccezionalità del momento per trarre vantaggi economici personali. I Mille divennero presto 20.000. Il Generale pensava che avrebbero potuto essere molti di più, 250.000, e che presto avrebbero potuto formare un esercito meridionale per il proseguimento della spedizione nel continente, strutturato come un esercito regolare.

Ma la razionalizzazione dell'apparato militare passò per una pedissequa riproposizione del modello piemontese, che risultò piuttosto farraginosa. La Segreteria di Stato della Guerra venne affiancata da uno Stato maggiore generale dell'Esercito e da Ispezioni generali divise per arma: artiglieria, cavalleria (sebbene di fatto inesistente nell'esercito volontario), fanteria.

Il 2 luglio, con il decreto n. 79, l'Esercito siciliano venne ordinato in divisioni, ognuna delle quali suddivisa in due o tre brigate, a loro volta frazionate in quattro o otto battaglioni. Ogni unità aveva vertici e stati maggiori e una mole consistente di ufficiali e superiori: Stefano Türr fu destinato al comando della 15ª divisione, strutturata in una 1ª brigata, condotta da Nino Bixio e in una 2ª guidata dal colonello Herbert, mentre la 16ª divisione, al cui interno confluivano la 3ª brigata di Enrico Cosenz, la 4ª del colonnello Poulet e la 5ª di Giacomo Medici, fu affidata a Giuseppe Paternò. Spesso si creavano conflitti tra i diversi livelli in cui era articolato il potere militare: gli alti ufficiali finivano con l'ignorare l'Ispezione generale e persino lo Stato maggiore dell'Esercito entrava in conflitto con il Ministero della Guerra. Il caos non aveva ricadute solo sugli ingranaggi della macchina bellica garibaldina, ma complicò la stessa amministrazione finanziaria della dittatura ed in particolare mise in seria difficoltà Ippolito Nievo, vice-intendente generale di Sicilia, che dalla gestione dei registri della spedizione ebbe solo grattacapi ed «incertezze», come scrisse nel novembre 1860 all'amata Bice Melzi, rassicurandola però con una curiosa e tragicamente cieca metafora marina: «È un buon tratto da percorrere ancora; ma non burrascoso, né perfido, soltanto noios fine del colonnello in un misterioso naufragio (ironia della sorte!) parve legata alla necessità di occultare i documenti contabili in suo possesso. Secondo il discendente, Stanislao Nievo, il nuovo Regno pur di smantellare il virtuoso esercito garibaldino, volle occultare l'impeccabile gestione finanziaria, opera dell'antenato, macchiandosi di quello che non fu un casuale affondamento, ma un vero e proprio delitto di Stato.

 All'opposto c'è chi pensa che, se davvero di sabotaggio si trattò, lo scopo era quello di celare le gravi malversazioni compiute dall'esercito e coperte degli stessi ministri del governo prodittatoriale, Giuseppe Paternò di Spedalotto e Nicola Fabrizi. A settembre il Commissario di Guerra Nicolò Agata denunciava infatti gli abusi commessi dai militari a partire dalla vendita degli abiti e degli oggetti forniti dalla pubblica amministrazione, eclatante fu il caso della vendita dei 60000 inutili cappotti comprati a peso d'oro, e ad ottobre una circolare dello stesso Ministero constatava «la sproporzione massima degli uffiziali alla forza dell'esercito». Non solo gli ufficiali erano più di 6000, ma si continuavano a pagare soldati assenti o morti, si acquistavano beni non necessari per favorire alcuni fornitori, si elargivano promozioni sul campo con un'estrema facilità e, come sottolineò il colonnello ungherese Kupa, si prendevano «razioni per il triplo degli uomini che avevano a mantenere, cioè 70.000 od 80.000 razioni quando tutta l'armata non ascendeva a più di 25.000». I grandiosi progetti del generale Garibaldi per l'ingrandimento dell'esercito siciliano non avevano avuto infatti alcun seguito. La cifra di 50.000 volontari al momento della smobilitazione del corpo il 6 novembre 1860 è infatti giustificabile solo se si annoverano nel conto dei militi i picciotti delle squadre irregolari. Vani erano stati gli sforzi del Generale di coinvolgere i siciliani facendo leva sul loro orgoglio con colti riferimenti alla vicenda dei Vespri: «Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere, accanto ai figli del Vespro, una battaglia che deve infrangere l'ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dello eroismo!». Né migliori risultati ebbe il decreto sulla leva obbligatoria col quale si sperava di porre un'alternativa oltre che un freno proprio a quelle bande di irregolari che non facevano che compromettere l'ordine pubblico isolano.

In realtà l'assenza di vincoli disciplinari formali era un problema che non riguardava soltanto le squadre di campieri e picciotti. La «non organizzabilità» dell'entusiasmo dei volontari, che era stata un vanto per Nicola Fabrizi, rappresentò una trappola mortale per l'esercito meridionale. Ne era convinto l'autore sconosciuto della lettera che il modenese ricevette nel febbraio 1861: «Non siamo organizzati né organizzabili tu dicevi. E dove mai e più lucida verità di questa? Nel leggerla, Nicola carissimo, mi sentivo proprio venire meno la fede, e mi fosse davvero mancata, se subito davanti agli occhi mi si fosse parata gigante la tua infinità». Per dirla con Eva Cecchinato e Mario Isnenghi: «In ogni volontario si esprime una soggettività politica e già per questo si nasconde un potenziale obiettore». Quella che per molto tempo aveva suonato alle orecchie dei volontari come una rivendicazione di orgogliosa autonomia, di fiera autosufficienza, divenne un cappio soffocante nel confronto con le istituzioni dello Stato nascente: l'imprevedibilità dell'entusiasmo di una nazione armata. Ecco perché all'indomani del plebiscito un decreto del governo dittatoriale dell'11 novembre 1860 ne intimava lo scioglimento, nella nebulosa prospettiva di ricostituirlo su più solide basi e nominava anche i membri di una Commissione di scrutinio, che avrebbe dovuto valutare i titoli degli ufficiali garibaldini e decidere del loro futuro. Secondo lo storico militare John Gooch 5000 ufficiali circa vennero inseriti nell'esercito italiano entro il marzo 1862.

https://pti.regione.sicilia.it/

 

 

I fatti di Bronte

Il Comune di Bronte ed i suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto per secoli all'ombra di una strana, fraudolenta usurpazione del loro territorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo e nel 1799, con spregiudicata donazione borbonica, a favore di Nelson.

Un’incredibile causa legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente.

In questo perenne stato di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima o dopo, al rientro dei beni perduti.

Il malcontento popolare, per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i fatti di Bronte").

La rivolta faceva seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre.

Anche perché qualche mese prima, subito dopo lo sbarco, lo stesso il Dittatore aveva annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella zona di Palermo, anche questo regalato dal re di Napoli ad un suo favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).

Lamento di un popolano al Cristo crocifisso (Lionardo Vigo)

Un servu, tempu fa di chista chiazza, ccussì priava a Cristu e cci dicia: "Signuri! U me patruni mi strapazza! Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via;

tuttu si pigghia ccu la so manazza macari a vita e dici chi nun è a mia. Si ppò mi lagnu cchiù peggiu mi minazza, a bbastunati mi lliscia u pilu e m’impriggiunia.

Quindi, ti pregu, chista mala razza, distruggila tu, Cristu, ppi mia! (una tantum), Risposta del Cristo: "E ttu, forsi, hai ciunchi li brazza?

Oppuri l’hai ‘nchiuvati commu a mia? Cu voli a giustizzia si la fazza Né speri c’autru la faria ppi tia.

Si ttu si omu e nun si na testa pazza, metti a fruttu sta sintenza mia: iu nun saria supra ‘sta cruciazza, S’avissi fattu quantu dissi a ttia".

 

Quel bagno di sangue per un pezzo di sciara

(Leonardo Sciascia)

La fame di terra, di queste sciare aride e nere che con indicibile pazienza e travaglio l'uomo sa mutare in giardini, qui ha generato sanguinose rivolte contadine: come quella che nell'agosto del 1860 ciecamente fu repressa da Nino Bixio a Biancavilla, Randazzo, Cesarò, Maletto, Bronte; e a Bronte con particolare rigore, poiché della fame dei contadini era oggetto anche il feudo che il re Borbone aveva donato nel 1799 all'ammiraglio Nelson, la famosa ducea di Bronte che solo ora è stata, come si dice con termine legale, "scorporata" dall'antica usurpazione (prima che dal re Borbone era stata usurpata nel 1491, dal Papa; e per secoli i cittadini di Bronte hanno lottato per i diritti del Comune sul feudo, giudiziariamente e con tragiche rivolte).

A Bronte la parola "comunisti" suona da secoli ad indicare il partito, la fazione popolare, che invocava e perseguiva il ritorno al Comune delle terre usurpate e la divisione di esse; in contrapposizione al partito "ducale", in cui la classe degli abbienti, sostenendo la grande usurpazione, rappresentata dalla ducea, faceva schermo alle piccole usurpazioni proprie. E' una storia municipale quanto mai interessante: e per i fatti dell'agosto 1860 attinge a caso di coscienza dello Stato italiano, della nazione; dice quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora.

Le sciare "scorporate" dalla ducea (restano al duro erede di Nelson ancora qualche centinaio di ettari) ora sono abbandonate come dovunque in Sicilia sono abbandonate le terre. Allo stesso contadino di Bronte che in paese torna dal nord d'Italia, dalla Germania, dal Belgio per trascorrervi le ferie, sembrerà inverosimile e assurdo che gente della sua condizione, se non addirittura del suo sangue, abbia ucciso e si sia fatta uccidere per un pezzo di sciara.

"Vogliamo le sciarelle", il grido dall'affocata rivolta, è lontano e irreale, quasi ridicolo, il feudo è come un deserto paesaggio lunare, Ma è sorprendente trovarsi d'improvviso, nel cuore di esso, di fronte al castello di Maniace circondato da alberi alti, circonfuso da un suono d'acqua. E gli alberi e l'acqua sembrano evocare nebbia: e si ha l'illusione di stare dentro un pezzo di campagna inglese. Ché dovunque l'uomo porta l'immagine della propria patria: e gli amministratori inglesi della ducea, forse anche senza averne coscienza, qui hanno ricreato gli elementi della loro terra lontana. E ad entrare nel castello, che è poi l'antica abbazia di Santa Maria di Maniace, la suggestione si fa più profonda: nel cortile è una croce di pietra lavica, ma di forma da noi inconsueta, borchiata, in memoria di Nelson; nella chiesa sono sepolti gli amministratori inglesi del feudo e i loro familiari; e chi sappia qualcosa dei fatti del 1860 è colpito dal nome Thovez, ché Guglielmo e Franco Thovez erano allora gli amministratori. E si può dire che come essi, e i loro predecessori e successori nell'amministrazione del feudo, sono riusciti a ricreare un paesaggio inglese intorno al castello, la realtà siciliana è riuscita a fare di loro dei siciliani della peggiore estrazione: gretti, furbi, tortuosi, abilissimi nel gioco delle parti. Qui, dove il greco Giorgio Maniace sconfisse nel 1040 i saraceni, nel feudo chiamato appunto della Saracina, la gloria di Orazio Nelson e di Nino Bixio scende nel sangue e nell'ingiustizia: Nelson ha accettato questa terra come compenso di un tradimento e di un massacro, Bixio si è fatto apostolo del terrore invece che della giustizia.

(Tratto da Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambrosie, Classici Bompiani)

 

 

Il Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo "l’incontro di Teano": "... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa".

 SBARCO DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale offesa. Tra i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí "Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o disertori".

 

CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.

 

PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.

 L’8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò "Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato.

 I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove "l’eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.

 

MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.

 

http://www.brigantaggio.net/

 

Camilleri, Pirandello e Verga e il marciume dell’Unità d’Italia

Andrea Camilleri, scrittore siciliano famoso in principal modo per i romanzi aventi come protagonista il commissario Montalbano, da cui è stata prodotta una serie televisiva, pronunciò le parole sopra riportate in un’intervista concessa a Roberto Cotroneo nel 2008, che prendendo le mosse dalla situazione politica di allora, lo scontro tra l’appena nato Partito Democratico guidato da Veltroni e Silvio Berlusconi, ha toccato le corde della questione meridionale e dell’Unità d’Italia. Senza giri di parole Andrea Camilleri denunciò il fatto che il Mezzogiorno non è altro che una colonia destinata a soccombere sempre di più, poiché rende man mano di meno e non può essere utile alla gestione politica quale è dal 1860:

“Io penso che nel 2008 l’operazione colonialista, iniziata subito dopo l’Unità d’Italia nei riguardi del Sud, sia arrivata al punto finale: questa colonia del Sud rendendo sempre di meno, sempre di più viene abbandonata a se stessa. E la colonia del Sud è come se non facesse parte dell’Italia, come qualche cosa di aggiunto all’Italia. Però se poi vado a vedere chi costituisce la mente direttiva delle industrie del nord, dell’informazione del nord, mi accorgo che sono dei meridionali. E allora mi sento in dovere di chiedere una quantificazione in denaro delle menti meridionali che promuovono il Nord. Voglio metterlo sul piatto della bilancia. Voglio vedere quanto può valere il cervello di un industriale meridionale che lavora e produce ricchezza al Nord”.

Cervelli del Nord che producono ricchezza al Sud non esistono per Camilleri, il quale ha anche la spiegazione di tale circostanza:

“La spiegazione risale al 1860. Quando una rivoluzione contadina venne chiamata brigantaggio. Per cui uccisero 17 mila briganti che non esistono da nessuna parte del mondo. Ed erano invece contadini in rivolta, o ex militari borbonici. Tutto già da allora ha preso una piega diversa. Quando fu fatta l’Unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così”.

Andrea Camilleri, il maggiore scrittore italiano in vita, parla insomma di colonia interna, di sfruttamento sistematico del Mezzogiorno sin dal momento dell’Unità, di falso Risorgimento che in realtà è stato una guerra di conquista, di storia nascosta. Col passare del tempo il Sud non poteva che diventare inutile, sfruttato ed inquinato, e allora bisogna trasferire le menti al Nord dopo averle opportunamente programmate affinché dimenticassero le proprie radici, una situazione cui non è esente da colpe la classe dirigente locale:

“Nell’Ottocento, quando cominciò a sorgere la cosiddetta questione meridionale, c’erano parecchi deputati meridionali che si battevano per la questione meridionale. Oggi si battono per altro, non per la questione meridionale”.

Che il neonato Stato Italiano fosse marcio lo avevano rilevato anche altri due grandissimi scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, i quali, inizialmente entusiasti per quella doveva essere una nuova epoca dorata per la Sicilia cui fu promessa l’autonomia, divennero critici e rinnegarono nei fatti l’Unità d’Italia. Pirandello nacque nel 1867 in una famiglia che aveva partecipato attivamente ai moti risorgimentali, lottando al fianco dei Mille per la liberazione della Sicilia, ma egli manifestò le proprie aspre critiche soprattutto nel romanzo “I vecchi e i giovani”, dove sono a confronto la vecchia generazione, quella protagonista dell’Unità, e la nuova, quella che vive sulle proprie spalle i fatti del 1860. È un’opera il cui fulcro è l’eredità lasciata ai giovani, ma non i giovani del tempo, bensì quelli che sarebbero continuati a nascere nei decenni successivi. Donna Caterina, nel romanzo, afferma:

“Qua c’è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosìddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane“.

Eccoli qui, ma non solo essi, gli ottomila telai di cui parla Andrea Camilleri. È quella che Pirandello chiama “bancarotta del patriottismo”, l’inganno e il fallimento del Risorgimento, l’amara consapevolezza che dietro i Mille vi era ben altro disegno, ben altri burattinai che della Sicilia e, del resto, di tutto il Mezzogiorno, non se ne curavano se non come territorio attraverso cui accrescere la propria posizione, il proprio potere, la propria ricchezza. La critica di Giovanni Verga si dispiega invece nel cosiddetto “Ideale dell’ostrica”, secondo il quale è impossibile migliorare la condizione nella quale si è nati, una sorta di cu nasci tunnu un po muriri quatratu, nonostante tutti gli sforzi che possano essere fatti: Mastro Gesualdo non diverrà mai Don Gesualdo, al massimo Mastro Don Gesualdo, e la famiglia di Padron ‘Ntoni, appena cercherà di ampliare la propria “attività” perderà la barca – migliorare non si può, si può solo fare peggio, dunque è meglio restare, come un’ostrica, attaccati al proprio scoglio. I lavori di Verga sono tutti incentrati sulla condizione delle classi più povere e disagiate, implacabilmente sfruttate e impossibilitate a raggiungere non solo il benessere, ma neanche una condizione leggermente migliore rispetto a quella di partenza. In maniera un po’ velata, certo, ma evidente a chi vuole andare oltre il racconto e contestualizzare l’opera di uno scrittore, capire le basi sulle quali è stata scritta, sono presenti la sfiducia e la delusione verso qualcosa che sembrava oro, ma era un’illusione, un miraggio, un inganno: era l’oro dei pazzi.

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/politica/48665-camilleri-pirandello-verga-marciume-dellunita-ditalia/

 

 

Catania durante l'unità d'Italia

Nei primi anni dell'Unità d'Italia, Catania non viene meno a tale tradizione. Nel 1865 è fondata la società I figli del lavoro, con Mazzini come presidente onorario; sciolta di lì a poco, verrà ricostituita nel 1876 dal radicale Edoardo Pantano. Dopo l'assassinio del presidente americano Abramo Lincoln, viene intitolata a lui la via Lanza (oggi Di Sangiuliano); si va formando uno strato di intellettuali radicali, presso i quali il democratismo si sposa alla totale fiducia nel potere rinnovatore della scienza. Vate di questi ambienti è Mario Rapisardi, poeta che sull'anticlericalismo e sul rifiuto del presente fonda la visione palingenetica di una umanità rinnovata.

Con le leggi di eversione dell'asse ecclesiastico, dopo il 1866, la città acquista gran parte di quei conventi, monasteri, ed altri beni immobili di cui la ricostruzione settecentesca aveva riempito il centro urbano.

Diventeranno scuole, caserme, uffici pubblici: concentrazione eccessiva di funzioni entro un breve perimetro, che oggi, a distanza di più di un secolo, è divenuta insopportabile. Ma è anche una grande occasione per acquistare, speculare, investire. Ed è su queste opere che la città inizia la sua crescita: si sistema la via Stesicorea (Etnea) abbassandone il livello; si imbrigliano le acque dell'Amenano (la fontana di piazza Duomo è del 1867); si tracciano e aprono nuove strade; nel 1866 si installa l'illuminazione a gas. E purtuttavia, l'epidemia di colera colpisce nel 1866-67 e ancora nel 1887.

 

I monasteri catanesi che divennero sedi dell'amministrazione statale.

 Negli ultimi mesi del 1867 il Governo abolì le corporazioni religiose, confiscando i beni dei vari ordini

 

Si, era alla vigilia di Natale allorché i conventi e i monasteri passarono allo Stato e ai Comuni. L’esodo dei monaci, a Catania, avvenne tra le vive proteste delle autorità religiose e tra il fermento della popolazione, soprattutto dei ceti più poveri, che presso le congregazioni religiose avevano sempre trovato ospitalità e aiuti.

La nostra città contava allora ben venti monasteri dei quali sei femminili e quattordici maschili.

Nel convento di Santa Maria di Nuovaluce (sorgeva in via Teatro Massimo e piazza Bellini) -che aveva ospitato Certosini, Cassinesi di S. Agata, Teresiani, Riformati Eremiti scalzi- il Governo vi sistemò gli uffici statali e dell’Intendenza di Finanza.

Il convento di S. Francesco d’Assisi dei Minori Conventuali (si trovava tra le vie Vittorio Emanuele, S. Giuseppe al Duomo, S. Francesco e piazza S. Francesco d’Assisi) accolse gli uffici della Questura e l’entrata venne aperta da via Vittorio Emanuele n. 210 (oggi n. 222).

Il convento dei Minoriti (tra le vie Minoriti, Manzoni, Prefettura ed Etnea), passò all’Amministrazione provinciale che vi sistemò i propri uffici cedendo però l’ala di levante (di via

Etnea) alla Regia Prefettura. Allo stesso Ente vennero dati il monastero dei Domenicani e di Santa Caterina da Siena (detto del Rosario) -tra le vie Vittorio Emanuele, Mazza, Pulvirenti e S. Agata- che venne occupato dall’Archivio provinciale di Stato.

Il convento del Carmine di piazza Carlo Alberto, fu trasformato in Quartiere Militare con nome di “Caserma Lucchesi Palli”.

Il convento di S. Francesco di Paola alla Marina venne assegnato alle Guardie doganali e indi trasformato in caserma della Guardia di Finanza.

Parte dei monasteri vennero incamerati dal comune per la sistemazione delle Scuole. Il monastero dei carmelitani o di Santa Maria dell’Indirizzo di via Auteri fu occupato da una scuola elementare.

Nel monastero della SS. Trinità (tra le vie Vittorio Emanuele, Quartarone, Teatro Greco e Santa Barbara) trovarono ospitalità l’Educandato femminile e la Scuola Magistrale.

Il monastero dei Crociferi (in via Crociferi n. 55) divenne sede della Pretura; sempre nella via Crociferi il convento di S. Francesco Borgia dei Gesuiti, fu occupato dall’Ospizio di Beneficenza (detto il Convitto dei Poveri) mentre quello di S. Giuliano (monastero femminile) servì al Comune per molteplici usi.

Nel monastero dei Minori osservanti di S. Agata la Vetere, in via Santa Maddalena fu aperto l’Ospedale degli infetti. Il monastero dei Domenicani fuori le mura e il monastero dei Cappuccini divennero Caserma Militare. Il monastero degli Agostiniani, in via Vittorio Emanuele n. 318, venne adibito per le Guardie di Pubblica sicurezza.

Nel monastero dei Benedettini di piazza Dante, un’ala fu sede del Liceo Ginnasio “N. Spedalieri” e l’altra metà venne occupata dall’Esercito per alloggiarvi l’Arma di Cavalleria.

Aldo Motta

 

Con la seconda metà del secolo arriva anche la ferrovia, e con essa il collegamento con le due merci che staranno a fondamento di una grande espansione: lo zolfo dell'interno della Sicilia e gli agrumi. Per l'uno e per gli altri Catania diventa il polo dove il prodotto viene lavorato, imballato, commerciato e spedito. Ciò apre nuovi rami di attività industriale e inizia a differenziare le classi proletarie: crescono le raffinerie di zolfo, che insieme con la ferrovia, dai caratteristici archi su via Dusmet, rappresenta una cintura di ferro che taglia la città fuori dal mare. Nell'ultimo decennio del secolo, la ferrovia circumetnea collega Catania con Riposto girando attorno all'Etna e rappresenta un'arteria vitale per il trasporto di merci e di lavoratori agricoli.

Gli anni dopo il 1880 inaugurano la stagione di una Catania espansiva, portatrice di un modello commerciale e industriale che addirittura sarà possibile proporre all'intera Sicilia. Attivissimo, il giovane sindaco e futuro ministro degli esteri Antonino Paternò Castello marchese Di Sangiuliano (1852-1914) inaugura una stagione di spese e di imprese. Non senza contraddizioni: di fronte alla trasformazione sociale rapida e tumultuosa maturano anche le amare considerazioni sui vinti che Giovanni Verga espresse ne I Malavoglia (1881) e in Mastro-Don Gesualdo (1888 ).

 Più tardi, Federico De Roberto ne I Viceré ritrarrà il marchese Di Sangiuliano come emblema del trasformismo di un'aristocrazia che non intende cedere le leve del comando. Questi scrittori, che con Luigi Capuana costituiscono il grande contributo nazionale al verismo europeo, non a caso si interessano della questione sociale: con essa si misura tutta la cultura catanese, con punte alte quali l'opera di studioso e di politico di Angelo Majorana (1865-1910), ministro delle finanze con Giolitti, dalla carriera stroncata da una precoce morte. La questione sociale diviene perno della vita politica catanese: ad essa si ispira il lungo apostolato del cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet (1818-1894), vescovo di Catania dal 1866, che profonde ogni energia in mezzo ai quartieri più poveri per costruire un movimento di cattolicesimo sociale. Ma ne nasce anche, con la crisi agraria, e con la lacerazione violenta dei Fasci dei Lavoratori (1891 -1894) l'esperienza socialista riassunta nel nome di Giuseppe De Felice Giuffrida (1859-l920), il tribuno che trascinò le masse alla costituzione di magazzini cooperativi, di forni municipali per calmierare il prezzo del pane.

Liberali, cattolici, socialisti: diverse visioni che rispondono però all'immagine di un centro urbano vivo e attivo. Dal 1890, dopo un trentennio di sforzi, Catania ha anche il suo Teatro Massimo; qualche tempo prima, trasportando in patria la salma di  Vincenzo Bellini, morto in Francia nel 1835, ha iniziato a riconoscere se stessa nei propri eroi.

 

 

La città si popola di commercianti stranieri: sono esportatori di agrumi, imprenditori, negozianti, che si chiamano Brodbeck, Caflisch, Caviezel, Ritter, Wrzy; svizzeri cui si deve la fondazione della chiesa valdese e di quella evangelica, e che ben presto si guadagnano un posto nei ranghi della élite locale. Divenuto sindaco nel 1902 De Felice inaugurò una politica di municipalizzazioni e di lavori pubblici (tra l'altro si deve alla sua sindacatura la messa in luce dell'anfiteatro romano).

 

 

 

 

A partire dal 1902, la vittoria della lista popolare alle elezioni con il 56% dei voti diede inizio al periodo della sindacatura De Felice. Furono avviate le modernizzazioni dei servizi e un vasto piano di aggiornamento urbanistico e abbellimento della città. Figura dominante del periodo fu Filadelfo Fichera, al quale si devono gli scavi e i lavori che portarono alla luce l'Anfiteatro di piazza Stesicoro nel 1906 e progetti edilizi e sanitari.

Nel 1905 si iniziò anche il servizio tranviario cittadino con le tre linee da Piazza Duomo a Picanello, Cibali e Guardia Ognina. Furono sistemate un centinaio di strade prima a fondo naturale, prolungato il viale Regina Margherita e promossa la costruzione delle ville Liberty, sistemata la piazza d'armi (oggi Piazza G.Verga), che avrebbe ospitato, nel 1907, la prima Esposizione agricola.

 Nel 1906 Edmondo De Amicis visitò Catania e la trovò splendidamente moderna. Nello stesso anno, l'assessore ai Lavori Pubblici, Luigi Macchi, assieme al Fichera approntò il "Piano regolatore" per il risanamento della città. Fu acquisita la casa di Vincenzo Bellini e si preparò il riscatto del Castello Ursino per adibirlo a grande museo nazionale; venne costruita la passeggiata a mare di piazza dei Martiri, costruito l'ospedale Garibaldi e l'Ospizio dei ciechi. Vennero posti i capolinea dei tram urbani a Cibali, Picanello e Guardia Ognina. Nel 1908, la città dovette affrontare il problema dell'immigrazione forzata di quasi 25.000 superstiti del terremoto di Messina, con la grande crisi di alloggi conseguente.

Nel 1912 fu approntato un grande progetto risanamento e di costruzione di larghe strade: un viale in rettifilo dalla Stazione Centrale a Via Etnea, il Viale della Libertà di 4 km dalla stazione a Picanello, una viale largo 50 metri che dal porto arrivi ad Ognina e un viale di 40 m dal Borgo a Cibali. Ciò avrebbe permesso il risanamento dei malsani quartieri attraversati, Civita, Idria, S. Berillo, Stazione, dove l'anno prima era scoppiata l'ennesima disastrosa epidemia di colera a causa delle paurose condizioni igieniche delle case fatiscenti. Nonostante gli entusiasmi, De Felice non riuscì a reperire i finanziamenti necessari, la guerra incalzava e l'interventismo iniziò a dare i suoi effetti. Con la guerra arrivò la crisi commerciale e dell'attività portuale: sarebbe stato il crollo economico.

Il periodo d'oro era finito e i grandi progetti di risanamento urbano furono abbandonati..

 

L'Isola al fronte.  così la guerra cambiò la Sicilia

«Il primo conflitto mondiale contribuì a far svanire il sogno di Catania come Milano del Sud». Intervista allo storico

Giuseppe Barone

 

"Nella percezione comune la prima guerra mondiale è un conflitto che ha riguardato sostanzialmente le regioni del settentrione. Un'analisi più attenta dei dati statistici, tuttavia, fa emergere ben altro: la Sicilia è la quarta regione - dopo Lombardia, Veneto e Piemonte - per numero di richiamati alle armi e caduti. Rispettivamente furono circa 650.000 e oltre 53.000. In questo quadro di lutto collettivo, le vittime nella sola città di Catania - che aveva allora 150.000 abitanti - furono circa 2.000. Ciò ci dà la misura del contributo dato dalla città a una guerra che ha forgiato l'antropologia culturale della nazione italiana».

A parlare è il professor Giuseppe Barone, direttore del "Dipartimento di Scienze politiche e sociali" dell'Università di Catania, insigne storico e curatore del recente volume "Catania e la grande Guerra. Storia, Protagonisti, Rappresentazioni". Si tratta di alcuni studi che offrono inedite chiavi di lettura della storia della città.

«Quando si parla di un conflitto di queste proporzioni - spiega ancora - si pensa subito a due elementi: i lutti che ne sono conseguiti e la gloria ottenuta dai combattenti. In questo senso, accanto alla morte in guerra, la nostra città si è distinta per un grandissimo contributo di eroismo. Ne sono riprova le centinaia di medaglie, croci di guerra e menzioni d'onore assegnate a combattenti catanesi».

Al di là dei soldati di leva Catania ha fatto registrare moltissimi volontari, in gran parte provenienti dall'Università. Per dare una stima dei numeri, nel 1918 su 1.300 iscritti quasi mille sceglieranno di arruolarsi. «L'Ateneo Catanese - continua il prof. Barone - è stato il secondo (dopo la Sapienza di Roma) a dare il più alto numero di volontari in rapporto alla popolazione studentesca. Il rettore dell'epoca, Giuseppe Majorana, fece dell'Università una grande piattaforma ideologica dell'interventismo e la città, in tal senso, ha dato un contributo culturale notevole all'adesione alla guerra, grazie anche a professori di diritto internazionale come Eduardo Cimbali». A memoria di tutto questo è presente - e visibile ancora oggi - all'interno del Palazzo Centrale dell'Università in Piazza Università una lapide che ricorda caduti e decorati. Tra di essi non solo studenti ma anche molti professori, medici, chirurghi, professionisti e docenti che alimentarono il nazionalismo delle giovani generazioni. «Naturalmente - riprende il prof. Barone - alcuni degli elementi ideologici promossi all'epoca possono essere oggi criticabili. Il punto, tuttavia, è spiegare come la città non sia stata un mero ricettacolo d'ideologie, ma ne abbia elaborate di proprie. Ne sono un bell'esempio esempio le correnti letterarie legate al futurismo. In generale potremmo dire che la borghesia, gli studenti del Cutelli e quelli dell'Università sono stati la vera leadership dell'interventismo, mentre le campagne etnee sono state più vicine a posizioni di neutralismo».

Parlando delle correnti interventiste a Catania è praticamente impossibile non citare la persona di Giuseppe De Felice Giuffrida e la sua conversione da un primo approccio neutralista avvenuto durante l'estate 1914. «La sua giustificazione ideologica per questo cambio di posizione - continua ancora Barone - sarebbe stata nella possibile rinascita del nazionalismo europeo in seguito alla sconfitta degli imperi centrali (Austria, Germania e Impero Ottomano). Per ottenere questo sarebbe stato indispensabile schierarsi dalla parte delle democrazie europee di Francia e Inghilterra». In realtà le cose stavano in modo un po' diverso. «Dietro questa giustificazione erano chiaramente presenti motivi legati alla posizione baricentrica di Catania nel Mar Mediterraneo. Secondo la lettura di De Felice una sconfitta dell'impero Ottomano avrebbe potenziato il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo Orientale, facendo giocare alla città e al suo porto un ruolo da leader nella rimodulazione dei traffici mercantili internazionali». La posizione di De Felice, socialista e riformista, è stata osteggiata a sinistra dai socialisti "ufficiali", che ritenevano invece necessario mantenere una posizione di ostilità alla guerra. «Allo stesso modo - spiega ancora il professore - erano contrari i Liberali legati a Giolitti, rappresentati in città dall'Onorevole Gabriello Carnazza e dal fratello Carlo, che nel gennaio 1915 pubblicherà il quotidiano schierato su posizioni neutraliste "Giornale dell'Isola". Altrettanto diviso era il clero di Catania: il cardinale Francica-Nava si pone inizialmente come neutralista ma poi, a partire dalla fine del 1915, il clero svolgerà una funzione patriottica e di sostegno all'amministrazione comunale».

Catania interventista, con il suo leader De Felice, il suo clero patriottico, la sua università capofila nella produzione di culture ideologiche. Ma in che modo la grande guerra ha impattato sullo sviluppo industriale e commerciale della città? Nei quindici anni antecedenti al conflitto essa aveva vissuto una vera e propria età dell'oro, che tuttavia subirà una forte e inevitabile battuta d'arresto. «Ho avuto modo di produrre molti studi - spiega ancora il professor Barone - sulla crescita che la città ha avuto tra il 1902 e il 1914. È in quegli anni che qui nascono le industrie, le raffinerie di zolfo (si pensi alle odierne "Ciminiere", i resti delle fabbriche dell'epoca), la rete tramviaria, i grandi ospedali. Con l'avvento della guerra tutto subirà una brusca frenata. Le fabbriche chiudono, mancano grano e carbone, vagoni ferroviari. Nel 1915 l'allora sindaco Gaetano Majorana non riuscirà a fronteggiare la crisi e nel gennaio di quell'anno la città sarà messa a ferro e fuoco da una folla inferocita che saccheggia i negozi». Insomma, se da un lato all'interno delle aule universitarie s'inneggia alla guerra, nelle strade si verificano rivolte popolari, segnale inequivocabile del grande scarto tra ideologia e realtà. «Alla fine del conflitto - conclude Barone - la città uscirà ridimensionata nel suo ruolo di leader della Sicilia e il mito della Milano del Sud nato attorno a De Felice all'inizio del secolo scomparirà nel vortice della crisi. Tutto ciò pone agli storici un problema: quanto i conflitti mondiali hanno allargato il divario tra Nord e Sud? Nel 1911, alla vigilia del conflitto, questo era nell'ordine del 25% del reddito medio pro capite, nel ‘45 tale divario raggiungeva quasi il 60%. Si tratta di dati importanti, su cui è opportuna una profonda riflessione».

 

La Sicilia, 22/05/2015

 

 

 

https://www.facebook.com/franz.cannizzo

 

 

1907,CATANIA,L'INAUGURAZIONE DELLA II ESPOSIZIONE AGRICOLA

 

Una mite giornata primaverile il 14 Aprile 1907,come le tante che offre Catania durante tutto l'anno.Quella mattina fu inaugurata la II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale".

Arrivò il Re d'Italia in compagnia di tutto il codazzo delle massime autorità dello Stato e visitò questa importante rassegna dell’attività agricola e industriale dei produttori siciliani (lo scatto che ho postato ritrae proprio i momenti precedenti il Suo arrivo in piazza d'Armi).

Il Palazzo dell'Esposizione occupò il settore nord della Piazza (esattamente dove oggi troviamo il Tribunale di Catania),in una grande spianata sulle “lave Asmundo”, divisa in due parti dall’asse dei viali.

L’importante evento durò dal 14 aprile al 30 novembre 1907,durante il giorno dalle ore 8 alle ore 19 e la sera dalle ore 20 sino alla conclusione degli spettacoli.L'Esposizione permise a Catania una visibilità internazionale che ebbe un'importante ricaduta positiva sulla città e sul suo sistema economico. Considerati gli strumenti a disposizione in quell'epoca,fu un grandissimo successo,che conferma come l'ottimismo

La piazza in cui atterriamo è uno spazio immenso,silenzioso,considerata l'ora e il giorno,dove troviamo un'imponente e suggestiva costruzione che ospita la "II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale",che sarà visitata da decine di migliaia di persone,provenienti da tutta Italia e che darà un notevole contributo al marketing territoriale della città.

Uno straordinario evento,un’impresa impegnativa per la città intera, mobilitata in ogni ordine e grado del suo assetto sociale, dalle istituzioni ai professionisti, dagli imprenditori agli artigiani e agli operai.

L’idea, nata da pochi e con un profilo modesto, acquistò proporzioni imponenti.

La realizzazione richiese l’impiego di risorse, economiche e organizzative, tecniche ed esecutive per la bonifica di banchi di lave,per il progetto degli edifici,per il programma delle mostre e per la costruzione delle strutture.

Infine,nel punto esatto in cui sorgeva l'ingresso del padiglione espositivo colto in foto,oggi troviamo l'ingresso del Tribunale di Catania.

(foto della collezione Franz Cannizzo) 

 

 

Gli anni venti videro l'ascesa a Catania, con il fascismo, di Gabriello Carnazza, ministro dei LLPP nel primo governo Mussolini. Nel periodo fascista, Catania visse un periodo di stagnazione, con l'industria zolfifera in crisi irreversibile, il che comportò la progressiva chiusura delle raffinerie della zona Stazione. Era in forte difficoltà anche l'industria conciaria e quella del legno. A partire dal 1922, sotto la pressione del Carnazza, vennero costituite, col finanziamento dello stato al 70%, delle società per la bonifica del Lago di Lentini e poi del Pantano d'Arci e di altri della zona. Lo scopo prefisso era quello di creare aziende agricole moderne e industrie indotte, ma le iniziative si sarebbero rivelate col tempo solo fonte di speculazione e avrebbero creato poco utile a fronte di grandi investimenti pubblici.

 Catania si andava trasformando da città industriale e mercantile in città di servizi. Alla fine degli anni venti scomparvero tutti i protagonisti principali della scena politica catanese e l'atmosfera cittadina entrò in una fase di totale grigiore. Unico evento degno di nota del periodo è l'inaugurazione dell'Aeroporto di Fontanarossa nel 1924. Segno dell'impoverimento, una statistica dei consumi della famiglia tipo cittadina: nel 1927 la spesa annua era di lire 11.472; nel 1930 era scesa a lire 9.715.

Alla fine degli anni venti vennero ripresi i vecchi propositi di risanamento dei centrali quartieri Antico Corso e San Berillo. Nel periodo 1928 e 1935 si ebbe la risistemazione delle strade centrali e la pavimentazione di quelle ancora a fondo naturale, la nuova rete d'illuminazione (la maggior parte è ancora a gas), la costruzione del Palazzo di Giustizia, il campo sportivo e il tiro a segno. Il risanamento dei vecchi quartieri, le fognature, gli edifici per ospedali e scuole e case popolari avrebbe dovuto attendere la seconda fase di lavori, tra il 1936 e 1943. L'approssimarsi della guerra, però, avrebbe mandato tutto a monte.

 

 

QUANDO VENNE IL RE A CATANIA (1923-1930-1934)

L'inverno del 1930 si era preannunciato con forti mareggiate che avevano messo a repentaglio le casce del molo foraneo.

Ma dopo la candelora, il sole aveva preso d'infilata la strada dritta, liberato i Monti Rossi della residua neve, stuzzicato le gemme del mandorlo, spennellato di giallo la chioma della mimosa, anticipando uno scampolo gradito di primavera.

In città, i giovanotti ardimentosi, disfattisi dei cappotti, erano corsi a infilarsi i pattini a rotelle, sferruzzando veloci sull'impiantito dell'arena Gangi, e taluni cocchieri, che la sapevano lunga, avevano abbassato il mantice delle carrozzelle a beneficio dei clienti che avessero voluto approfittare dell'occasione.

Al primo piano del Palazzo municipale, il podestà lanciava la campagna a favore del verde. Alberi ovunque, nelle vie, nelle piazze, al centro e in periferia. Ma si trattò di una battaglia persa in partenza.

Le poche piante poste a dimora non misero radici ne fronde ne fiori, non tanto per l'aridità del terreno, quanto per l'ostilità dei nostri concittadini.

Infatti, le piantine di rosa sistemate in piazza Santa Maria di Gesù, di recente livellata, furono tutte sradicate durante la prima notte, e stessa sorte toccò agli altri impianti floreali nelle diverse zone della città.

Delle scorrerie notturne e diurne, si salvò la Villa, grazie alla grinta del custode Valenti, il cui bastone spaventava non meno dei due mastini che, di notte, venivano sguinzagliati lungo i viali poco illuminati.

Con l'ingresso della primavera, mentre le piantine superstiti schiudevano le prime corolle, la città faceva toletta, si guarniva di bandiere, festoni, drappi, passatoie.

Nella giornata del 4 maggio, già alle porte, sarebbe arrivato in visita ufficiale Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III.

E il 4 maggio, infatti, il Sovrano giunse a Catania. L'avvenimento suscitò vivo interesse. Una folla di popolo si assiepò lungo via Etnea, frac di buon taglio e sfarzose toilettes si confusero con le sciarpe azzurre delle grandi uniformi, col nero dell'orbace, col lucido degli stivali.

In un composto carosello di presentazioni, indirizzi di saluto, inchini e battimani, un cronista annotava: «L'avvenimento ha avuto la solennità maestosa di un rito, e il rito si è compiuto tra Io sfolgorio di tutte le luci. Io sventolio di tutte le bandiere, l'entusiasmo, la commozione, il tripudio di tutti i cuori. Nel pieno trionfo di questa radiosa primavera, Catania s'inchina all'Augusto Sovrano» .

Il tabellino di marcia non ammetteva remore, soste, deviazioni. Cominciava con l'inaugurazione della Casa natale di Bellini, dell'Opera Nazionale Balilla, dell'Istituto Commerciale «De Felice», del Palazzo delle Poste; proseguiva con manifestazioni civili e militari alla Villa, ai Benedettini, alla Caserma Lucchesi Palli: si concludeva con ricevimenti in Municipio e con uno spettacolo di gala al «Bellini». Ma il don della giornata era appannaggio del Palazzo delle. Poste, un'opera grandiosa, destinata a colmare una lacuna della città - Francesco Fichera così la a descriveva in una relazione tecnica, a suo tempo presentata al Preside della Provincia: «II palazzo, che il sottoscritto ha avuto l'onore di progettare, non è soltanto, pera ampiezza, struttura, planimetria, bene appropriato alla sua destinazione, così da assicurare una perfezionata modernità d'impianti e una razionale distribuzione di servizi, ma sorgendo nei punto in cui, Catania fa maggiore sfoggio di bellezza, dando il fronte a via Etnea, che sale dal mare al monte, solenne e magnifica, e il fianco al la Villa Bellini, verde gioiello che s'ingemma di tutti gli.splendori e gli incanti tropicali, esso è pur degno di sprivilegiata ubicazione, e con l'armonica sua mole aggiunge imponenza e decoro all'estetica dell'insieme».

Effettivamente, si trattava di una bella opera, che i catanesi apprezzarono senza riserve e senza mugugni, se si prescinde dal ritardo col quale venne realizzata, essendo stata avviata otto anni prima, il 27 aprile del '22.

Ma, nella fattispecie, otto anni di attesa erano da considerare un record di rapidità. Chi conosce la storia di casa nostra, sa che i catanesi hanno tirato il collo — per anni, per decenni, per secoli — prima di vedere realizzata un'opera pubblica di grosso impegno.

Il fatto poi di non essere! state polemiche, ne prima ne durante ne dopo la costruzione del palazzo, è cosa da valutare alla stregua di un'eccezione.

Del resto, il Fichera ce l'aveva messa tutta per dare alla città un edificio rispondente alle esigenze del tempo, considerato lo sviluppo delle industrie, del commercio, dell'artigianato e di ogni altra attività cittadina. L'entità dei servizi svolti dalle regie poste non poteva non essere adeguata a tale stato di cose, e l'architetto, nel progettare la sua opera, la proiettò nell'avvenire, sia sul piano estetico sia su quello funzionale, rendendola innovatrice rispetto al tipo tradizionale. La planimetria del nuovo palazzo, infatti, poneva il pubblico alla periferia e gli uffici al centro. Notevole la grandiosità degli spazi riservati agli utenti, ampia la corte, numerosi gli sportelli,fastosa la cornice decorativa, con i paramenti in pietra calcare di color avorio, i fondali dei partiti architettonici esterni in pietra di tono caldo, la zoccolatura e le gradinate in lavadell'Etna; solide le strutture portanti, le volte, l'impalcatura dello scalone, tutte in cemento armato.

Nel complesso, un'opera che Marcelle Piacentini ebbe a definire: «esemplare portatrice del germe del progresso».

Il Re l'apprezzò tanto da insignire di varie onorificenze i maggiori artefici di essa. La soddisfazione del Sovrano per il «pieno fervore e la rapida ascensione della città» ebbe altre occasioni di manifestarsi: durante la visita al Palazzo, degli Elefanti, di cui lodò la bellezza architettonica; ai Benedettini, per le iniziative rivolte a ripristinare l'efficienza dell'organo di Donato Del "Piano; al Teatro, per l'inventiva del Sada e dello Scimi; nella Casa natale di Bellini, per l'appassionata raccolta delle memorie del genio; all'opera Balilla. per la visione avveniristica dell'edificio, entro i cui «grandi spazi sarà forgiato il carattere delle giovani leve, speranza di un più fulgido domani della Patria immortale», Alla caserma Lucchesi Palli, la folla travolse i cordoni, circondò l'automobile, gridò al Re. «col fremito vibrante di tutta l'anima, la sua parola di devozione e di fedeltà».

Cosi si concludeva quel « radioso giorno di primavera » catanese. Maestà — gli disse il Preside della Provincia, salutandolo — la strada dell'Etna, sogno secolare di questa laboriosa gente, sarà quanto prima una realtà. Per la cerimonia dell'inaugurazione, Catania osa sperare nel Vostro ritorno!

Trascorsi quattro anni, cinque mesi e sedici giorni, il Re tornò a Catania. Era il 20 ottobre 1934. Questa volta giunse per via di mare, e trovò , sì , le solite, entusiastiche accoglienze, ma non trovò il nostro celebrato sole ad attenderlo. Pioveva.

«Ma le salve dei cannoni, gli urrà delle ciurme, le esplosioni del giubilo popolare, hanno abbondantemente mortificato la violenza della pioggia».

Il Re, comunque, non ci fece gran caso, e dopo una breve sosta nel palazzo municipale, si recò al Teatro Bellini per assistere alla celebrazione del quinto centenario dell'Ateneo, nel corso della quale fu insignito della laurea in Lettere, honoris causa. Da qui, al Castello Ursino dove, scoperta una lapide nell'atrio, ebbe luogo la visita al restaurato maniero e alle collezioni d'arte, d'archeologia, di numismatica, di recente immessevi.

Due anni dopo, ecco la giornata dell'inaugurazione, dalla quale siamo partiti e a cui torniamo, esaurita la breve digressione. Il Re, soddisfatto, e il seguito, preoccupato per l'inclemenza del tempo, lasciarono il Castello dopo due ore di sosta. Continuava a piovere, e l'indomani mattina c'era l'Etna ad attendere. Cosa avrebbe incontrato lassù, la comitiva rea le? Pioggia bufera nebbia?

In quel momento, nessuno dei presenti osò azzardare un pronostico favorevole. Il Preside della Provincia, anzi, non potè fare a meno dal rabbrividire pensando all'8 febbraio di quello stesso anno, allorché l'Osservatorio Astrofisico, avvolto in una coltre di ghiaccio, era apparso come una trottola da fantascienza, e i tornanti della montagna, coperti di spessa neve, si erano rivelati impraticabili.

L'indomani, con grande sollievo di tutti, il sole fece da regista alla cerimonia in augurale della strada dell'Etna: un'opera colossale, realizzata dopo anni e anni di attesa.

Per tutto il Sette e l'Ottocento, le balze del Mongibello restarono inaccessibili, e gli stessi Monti Rossi, alle pone alte di Nicolosi, furono considerati traguardo di arrivo piuttosto che base di partenza.

A dorso di mulo, con l'assistenza delle guide, soltanto una sparuta minoranza di appassionati procedeva oltre.

Oltre non c'era strada, e poteva essere! il regno della leggenda, con gli antri orribili di Vulcano, del Ciclope e di chi sa quali altri diabolici personaggi.

Di certo c'era il regno della solitudine, e il cratere della Montagna, allorché si offriva maestoso agli occhi della gente, sembrava appartenere ad un altro mondo.

Fra la gente comune, chi aveva mai osato scalarne la vetta quando appariva ardua impresa raggiungere lo stesso Nicolosi?

Mancavano le vie di accesso, ma non erano mancate le parole. Di una strada che, senza disagio, portasse dalla città al paesello etneo, vestibolo dell'Etna, si cominciò a parlare nel 1830, Incredibile a dirsi, cinque anni dopo era cosa fatta, come attesta questa epigrafe, tuttora esistente in uno dei due obelischi di Barriera: «Regnando / Ferdinando Il/Re delle Due Sicilie / A rendere / più agevole il cammino / più attivo il commercio interno / men penoso il viaggio all'Etna / Alvaro Paterno Castello / Intendente della Provincia / questa strada / alpestre per lo innanzi / e disastrosa / curo che a spese provinciali / fosse comoda e carrozzabile / Anno MDCCCXXXV».

Ma il solerte Intendente, aveva ben altro per la resta, in fatto di strade. Da tempo covava la grande idea, come si può dedurre dalie parole che egli pronunziò nel 1836, all'apertura del Consiglio Generale del Vallo di Catania: « Ardua assai è l'impresa cui mi sono accinto, voglio dire quella di rendere accessibile il nostro Etna agli illustri forestieri e ai dotti scienziati e ai viaggiatori, che da remote contrade muovono a perlustrarlo. Non avremo dunque in Sicilia un solo esempio da contrapporre alle sorprendenti carreggiate delle Alpi, dei Pirenei, e della Svizzera? Incoraggiato dalla benignità con cui il Governo ha raccolto le mie rimostranze, e secondato dalla pronta cooperazione dei miei amministrati, io ho già da Catania condotto questa strada attraverso Gravina, Mascalucia, Massannunziata fino a Nicolosi... ed avendone il Governo ordinaLo la manutenzione sui fondi della barriera, nulla è più da temere per la sua permanente solidità. Da Nicolosi mi propongo di prolungarla fino alla Grotta del Monte Colombaro e Grotta degli Inglesi, dalla quale rimangono soltanto a salirsi alcune ripide balze, sino al Piano del Lago. Se le mie speranze non andranno fallite, verrà tempo in,.cui l'accesso a questo immenso e meraviglioso vulcano non sarà più riguardato come uno sfo rzo d'insolito ardire, e come un cimento della vita».

Invece, le speranze dell'Intendente «andarono fallite», e a conferma delle sue buone intenzioni, oltre al discorso sopra riferito, resta un'incisione della zona pedemontana col tracciato dell'auspicata strada.

A Catania, infatti, per quasi ottant'anni non si parlò più di strade, ne di quelle urbane ne, meno che mai, di quella dell'Etna. Nel 1914, ad iniziativa di alcuni volenterosi, tornò ad agitarsi il problema, e venne redatto dall'ing. Emanuele Puglisi un progetto di massima. Lo scoppio della guerra mise tutto nel cassetto, ne ebbe sorte migliore una successiva iniziativa deli'Associazione prò Etna, nel frattempo costituita»! e subito dopo dissoltasi nel nulla.

Finalmente, nel 1931, preside della Provincia l'avv. Vincenzo Lo Giudice, si mise in moto la poderosa macchina che doveva portare al dato di fatto.

«Anche senza conoscere materialmente i luoghi — scrisse il compianto ing. Ottavio Priolo, che ne diresse i lavori — è facile immaginare su quale terreno si è dovuto lavorare: una grande quantità di crateri avventizi di notevole altezza e valli profonde, che si succedono senza interruzione; immense colate laviche terribilmente accidentate; pendici coperte da folti boschi; zone sabbiose, di una sabbi a vulcanica nera, mobilissima, insidiosa, fastidiosa (...).

La strada passa ai piedi dei Monti Rossi originati dall'eruzione del 1669, impegna la colata lavica del 1886 e poscia quella del 1910, passa ancora tra il Monte San Leo e il Monte Rinazzi e sbocca su terreni ubertosi coltivati a frutteti, in una zona magnifica e panoramica.

Snodandosi sulle pendici di Monte Sona e di Monte Manfré, attraverso stupendi boschi di castagni e con ampie curve e controcurve raggiunge la Cantoniera, dalla cui soglia si gode la magnifica visione di un terzo della Sicilia. Su 17.972 metri di percorso, 11.915 sono di rettifili, 6.057 in curva; per la formazione del corpo stradale si son dovuti muovere circa 254.000 metri cubi di materiali (...). Lavoro ingrato e lento, di difficile attacco e di durezza tale che gli arnesi si smussavano piuttosto che incidere la roccia, per tagliare l'enorme massa della quale si sono consumati 16.000 chili di dinamite (...). La costruzione è durata formalmente tre anni, ma effettivamente si è lavorato ventuno mesi, da aprile a ottobre di ciascun anno: in alta montagna, la pioggia, il vento, la neve, non hanno permesso il lavoro da novembre a tutto marzo».

L'opera, eseguita dalla Puricelli di Milano, costò cinque milioni e mezzo di lire. Vi fece fronte un Consorzio costituito da: Provincia, Camera di Commercio, Banco di Sicilia, iComuni di Catania, Nicolosi, Mascalucia, Belpasso; la Cassa di Risparmio V.E., la FamigliaCostarelli-Platania che, spontaneamente, intervenne con un cospicuo contributo in danaro. Ne valeva la pena.

A quota 2000, confortato dai raggi di un sole squillante, sulla soglia della Cantoniera ancora odorosa di calcina, il Re si immerse nella favola di quel paesaggio, che non avrebbe mai più rivisto.

Sulla strada del ritorno, qualcuno del seguito trovò che l'opera meritava, sì, plauso e riconoscimenti ma a patto che, in prosieguo, il diavolo non ci mettesse la coda.

Il giorno successivo, ispirata dall'avvenimento, una poesia in vernacolo, pubblicata in quello spassoso giornaletto che fu il Lei è lario, dopo avere esaltato le suggestive bellezze della nuova strada, così concludeva: «E po' macari, Diu ni scampi / si putrì a la Muntagna arrusbigghiari / e cu la so' cinniri, lu fumu e li vampi / lu curiceddu nostru attanagghiàri / ... / e pri 'ncapricciu sulu di la Natura / addiu strada, addiu Casa cantunera!».

Purtroppo, in prosieguo il diavolo ci mise la coda .

 

da  “CATANIA ANNI TRENTA”  Lucio Sciacca - Cavallotto Edizioni  www.cataniaperte.com

 

 

 Verso il 1931 venne bandito un concorso per un piano di fabbricazione della futura "grande Catania", che considerava come "zone di ampliamento" della città quelle di Nesima, Cibali, Barriera, Picanello ed Ognina, con le zone di Santa Sofia e San Antonino a villini e con lo sventramento dei quartieri insalubri di Civita, San Berillo, Carmine, Antico Corso e Consolazione per il loro risanamento. Si valorizzarono la zona dei monumenti antichi e medioevali, e la zona industriale a sud con le case dei lavoratori nella zona del porto. A ciò si aggiunse una serie di servizi comuni e sociali. Sarebbero stati premiati alcuni progetti, ma nel 1935 si raffazzonò un regolamento edilizio del tutto differente. Rimasta senza un piano regolatore la città avrebbe continuato ad espandersi a nord in maniera disordinata e caotica e a sud con vere e proprie bidonville a ridosso del cementificio.

 L'entrata in guerra non sortì alcun fermento, neanche per approntare i rifugi, così il bombardamento dell'aeroporto del 5 luglio 1940 fu un vero e proprio brusco risveglio. Nel contempo si era invece organizzato in "maniera industriale" il mercato nero. Dall'aprile 1943 iniziarono le incursioni aeree americane pesanti, con oltre 400 vittime civili e lo sfollamento caotico verso i paesini dell'interno di oltre 100.000 persone.

Non mancano in questo periodo grandi progetti. Si pensa ad opere pubbliche di potere e di prestigio: un nuovo carcere, un nuovo palazzo di giustizia, il risanamento tramite sventramento del vecchio quartiere San Berillo; alcuni di questi progetti, interrotti dalla guerra, saranno conclusi solo negli anni Cinquanta, trascinando la loro magniloquenza autoritaria nell'età repubblicana. Lo stile razionalista dell'epoca imprime ad alcuni edifici un segno di modernità che oggi siamo in grado di capire e di recuperare. Durante la seconda guerra mondiale, Catania conobbe la fame, lo sfollamento, i bombardamenti, la crisi politica del regime; queste cose, e specialmente i pesanti bombardamenti del luglio 1943, lasciarono il segno: da un secolo e mezzo lo spettro della guerra non si era più manifestato in Sicilia. Con la Liberazione da parte degli angloamericani non venne lo stimolo a riconoscere se stessi e a ricostruire una personalità collettiva: venne invece il contrabbando, il brigantaggio, l'affarismo, l'accettazione passiva del caos. Nel dicembre del 1944, la folla che diede fuoco al Municipio non militava nemmeno sotto le insegne del separatismo; era solo una massa stanca della guerra e della fame. Lo stesso episodio di Antonio Canepa, fondatore dell'EVIS e animatore della guerriglia separatista, ucciso nel 1945, rimase senza seguito di massa.

 Dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia (9 luglio 1943), i Tedeschi, bloccato il generale Montgomery al ponte Primosole sul fiume Simeto, per sottrarsi alla manovra aggirante degli Anglo-Americani, difesero a lungo la città, che evacuarono soltanto il 5 agosto. La città venne lasciata in uno stato di anarchia per molto tempo, con saccheggi e scassinamenti dei negozi.

L'espansione urbanistica si svolge in modo contraddittorio. Mentre la speculazione edilizia porta a compimento il cosiddetto sacco di San Berillo (lo sventramento di una parte significativa del centro storico), viene chiamato alla redazione del piano regolatore l'architetto giapponese Kenzo Tange, che disegna uno sviluppo urbanistico equilibrato, mirato a valorizzare i quartieri periferici e dell'area sud della città, superando il monocentrismo.

 

 

1910 - In cui si formano i Monti Riccò, la lava minaccia Belpasso;

1911 - Localizzata sui crateri sommitali, caratterizzata da una forte attività stromboliana. Nasce il cratere di nord-est. La lava sfiora il villaggio di Solicchiata, nel comune di Castiglione di Sicilia, in località Imboscamento;

1923 - Tra il 17 e il 29 giugno la lava coprì circa 3 km² di terreno coltivato a vigneto e noccioli, distrusse la stazione ferroviaria di Castiglione di Sicilia della ferrovia Circumetnea, le case di Cerro e parte del villaggio Catena[9];

1928 - Il 2 novembre si apre una frattura sotto il cratere centrale; il 3 novembre si attiva una seconda frattura da cui viene emessa una colata che si riversa in una zona disabitata; il 5 novembre una terza frattura si apre sopra Ripa della Naca. Da qui viene emessa una colata lavica che il 6 novembre taglia la ferrovia Circumetnea e il 7 novembre raggiunge e distrugge Mascali in pochi giorni. La colata fuoriuscì da diverse bocche laterali sul versante orientale del vulcano e minacciò anche Sant'Alfio e Nunziata. L'eruzione termina il 20 novembre dopo che il fronte lavico più avanzato ha raggiunto quota 25 metri sul livello del mare. In quei giorni di panico dovuto all'avanzare della lava verso le abitazioni due persone perdono la vita;

1947 - Colate sul versante settentrionale nei comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo;

1949 - Originatasi sui crateri sommitali;

1950-1951 - Eruzione a nord di Milo: durò 372 giorni da quota 2800 e 2250 m s.l.m. est; Minaccia ai centri di Milo e Zafferana Etnea. Produsse 171 milioni mm³ di materiale effusivo;

1955 - 1967: varie eruzioni dal cratere centrale e dal cratere di nord-est;

1971 - Dal 5 aprile al 7 maggio diverse bocche intorno a quota 3050 da una voragine dalla quale l'emissione di prodotti piroclastici formò l'attuale cono sub-terminale di Sud-est. Vennero distrutti l'osservatorio Vulcanologico e la Funivia dell'Etna. Dal 7 maggio al 12 giugno, ben 7 fessure da quota 2800 m a quota 1800 m nella valle del Leone. La colata che partì dalla quota più bassa, appena sopra il rifugio Citelli, spinse un imponente fronte lavico fino ai margini dell'abitato di Fornazzo (Milo). Si forma il cratere di Sud-Est;

1974 - Originatasi lungo il versante Ovest, ha formato i Monti De Fiore;

1979 - Dal cratere di sud-est. Caratterizzata da fenomeni esplosivo-effusivi al cratere subterminale di sud-est e con lave che dalla Valle del Bove arrivano a minacciare Fornazzo. Nove morti e trenta feriti per un'improvvisa esplosione di massi presso la voragine ovest del cratere centrale;

1981 - L'eruzione di Randazzo ebbe inizio il 17 marzo e si rivelò abbastanza minacciosa: in appena poche ore si aprirono fenditure da quota 2550 via via fino a 1140. Le lave emesse, molto fluide, raggiunsero e tagliarono la Ferrovia Circumetnea; un braccio si arrestò appena 200 metri prima di Randazzo. Il fronte lavico tagliò la strada provinciale e la Ferrovia Taormina-Alcantara-Randazzo delle Ferrovie dello Stato, proseguendo fino alle sponde del fiume Alcantara. Si temette un disastro ecologico per tutta la pittoresca e fertile vallata, ma la furia del vulcano si arrestò alla quota di 600 m;

1983 - Dura 131 giorni e distrugge gli impianti sportivi e la funivia dell'Etna. È nota anche per il primo tentativo al mondo di deviazione per mezzo di esplosivo della colata lavica. L'eruzione si presentava abbastanza imprevedibile, con numerosi ingrottamenti ed emersioni di lava fluida a valle, che fecero temere per i centri abitati di Ragalna, Belpasso e Nicolosi. Pur tra molte polemiche, e divergenze tra gli studiosi, vennero praticati, con notevole sacrificio date le altissime temperature che arrivavano a rovinare le punte da foratura, decine e decine di fornelli per consentire agli artificieri di immettere le cariche esplosive. La colata venne deviata e l'eruzione ebbe termine ben presto. Produsse circa 100 milioni mm³ di materiale lavico;

1985 - L'eruzione cominciò il 10 marzo con un violento parossismo al cratere di Sud-Est; successivamente alcune fratture si formarono sul fianco meridionale del vulcano, nella zona già interessata dalla precedente eruzione del 1983. Il 12 marzo ebbe inizio l'attività effusiva da tali fratture, nei pressi del Piccolo Rifugio, il quale, già gravemente danneggiato due anni prima, venne completamente distrutto. L'attività fu piuttosto modesta e caratterizzata da un basso tasso di emissione lavico: per questo motivo le colate si estesero soltanto per 2–3 km in direzione sud-ovest. L'eruzione si concluse il 13 luglio;

1986 - L'eruzione cominciò il 29 ottobre 1986 con l'emissione di colate laviche e di fontane di lava nella parte settentrionale della Valle del Bove, a quota 2600 m; successivamente le fratture si estesero verso E - NE, a quote via via inferiori e l'emissione di colate avvenne da una bocca posta a quota 2300 m (l'attuale Monte Rittmann). L'eruzione durò fino al 27 febbraio del 1987 e produsse un esteso campo lavico confinato nella zona settentrionale della Valle del Bove; il fronte più avanzato si arrestò a quota 1400 m, nei pressi di Monte Fontane;

1991-1993 - Il 14 dicembre ebbe inizio la più lunga eruzione del XX secolo (473 giorni), con l'apertura di una frattura eruttiva alla base del cratere di Sud-est, alle quote da 3100 m a 2400 m s.l.m. in direzione della Valle del Bove. L'esteso campo lavico ricoprì la zona detta del Trifoglietto e si diresse verso il Salto della Giumenta, che superò il 25 dicembre 1991 dirigendosi verso la Val Calanna. La situazione venne giudicata pericolosa per la città di Zafferana Etnea e pertanto venne messa in opera, con un vero tour de force, una strategia di contenimento concertata tra la Protezione civile e il Genio dell'Esercito. In venti giorni venne eretto un argine di venti metri d'altezza che, per due mesi, resse alla spinta del fronte lavico. La tecnica dell'erezione di barriere in terra per mezzo di lavoro ininterrotto di grandi ruspe ed escavatori a cucchiaio si rivelò efficace anche nel tentativo di salvataggio del rifugio Sapienza nel corso dell'eruzione 2001, ed è stata oggetto di studio da parte di équipe internazionali, tra cui tecnici giapponesi. Tuttavia queste azioni non diedero i risultati finali sperati per arrestare il fronte lavico. Quando queste si rivelarono inefficaci, furono chiamati gli incursori della Marina che operarono nel canale principale, a quota 2200 m, con cariche esplosive al plastico (C4) e speciali cariche esplosive cave per deviare il flusso di lava ed inviarla così nella valle del Bove riportando indietro di circa sei mesi la posizione del fronte di lava avanzante. L'operazione riuscì perfettamente, fu utilizzata una carica di C4 pari a 7 tonnellate e 30 cariche cave, il tutto fatto esplodere in rapidissima successione.

 

grazie ad Andrea Mirabella per la foto

 

Per gli alloggi degli abitanti del quartiere venne attuato un grande piano di costruzione nelle zone di Nesima inferiore a sud del viale Mario Rapisardi creando i quartieri di San Leone e San Berillo nuovo. Furono creati grandi quartieri dormitorio anche a Nesima superiore. Venne aperta la prima parte della Circonvallazione e iniziò la costruzione dell'odierno viale John Kennedy, che costeggia la Plaia, la spiaggia a sud del centro abitato.

 Si arrivò così al boom degli anni sessanta, quando Catania venne definita la Milano del Sud per la dinamicità nell'economia e nell'espansione della popolazione. Nel 1964 fu reso noto il Piano Regolatore Generale di Luigi Piccinato, che puntava al recupero delle zone più degradate, come San Berillo e San Cristoforo, dove tuttora ben poco è cambiato.

Negli anni cinquanta si iniziò la ripresa della città. Tanto per cominciare, nel 1950 l'Aeroporto di Fontanarossa fu riaperto dopo una lunga ristrutturazione e si inaugurò la linea dei filobus di via Etnea, che sostituirono i vecchi tram. Poi, grazie all'opera delle amministrazioni comunali dirette da vari sindaci, tra cui Domenico Magrì e Luigi La Ferlita, venne aperta la zona industriale di Pantano d'Arci che, in tempi recenti, sarebbe stata soprannominata Etna Valley. L'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare aprì un centro regionale in città, si iniziò la ristrutturazione del quartiere di San Berillo, la zona più degradata del centro città, attuando, ma in maniera disorganica, lo sventramento progettato già nel 1931.

Nel 1971 la popolazione toccò i 400.000 abitanti, quasi duecentomila in più in trent'anni. In quest'ambiente proliferava la mafia, ma nessuno ne parlava. Grandi appalti, possibili per l'assenza di un piano regolatore, vengono interamente gestiti dal clan di Benedetto Santapaola, detto Nitto. I primi a denunciare la situazione furono i giornalisti della rivista I Siciliani di Giuseppe Fava, che sarebbe stato ucciso nel 1984.

 

La mafia è molto più nascosta, la città è decisamente più vivibile. Negli anni 1990 Catania ha inoltre conosciuto un'esplosione della sua vita notturna. Ancora nel 1992 le sue strade erano quasi deserte alle 08.00 di sera, tranne quelle principali, e gran parte del centro storico era abbandonato e anche pericoloso. In seguito, grazie alla nuova politica dell'amministrazione del sindaco Enzo Bianco, che facilitò la concessione di licenze per l'apertura di ristoranti, caffè, pub, le strade del centro storico si sono popolate con migliaia di giovani, provenienti anche dai centri limitrofi.

 

La lezione di Kenzo Tange arrivata anche a Catania: un modello di creazione

 

Nei giorni scorsi ci ha lasciati, novantenne, l’architetto ed urbanista giapponese Kenzo Tange, celebre per essere stato l’architetto delle Olimpiadi di Tokio e della rinascita di Hiroshima, oltre ad aver firmato prestigiose opere in tutto il mondo, tra le quali il Fiera District a Bologna ed il piano urbanistico della città satellite di Librino a Catania.

Tange rappresenta una pietra miliare per la storia dell’architettura e dell’urbanistica mondiale anche per essere stato tra i maggiori protagonisti della evoluzione culturale, oltre che industriale, che ha messo il Giappone in linea con i paesi occidentali più avanzati dopo il disastro della seconda guerra mondiale.

Agli esordi della sua carriera realizzò una serie di opere che rinnovarono profondamente i modelli dell’architettura giapponese, superando la fase di semplice emulazione dei modelli occidentali per giungere ad una elaborazione estetica originale. Riuscì in questo suo intento attraverso una rilettura in chiave simbolica della tradizione giapponese, sposata ad un linguaggio molto plastico cui non fu estraneo l’influsso delle ultime opere di Le Corbusier. Ciò anche attraverso le esperienze giovanili presso lo studio di Kunio Mayekawa che aveva effettivamente aperto il Giappone alle intuizioni del Movimento Moderno ed all’esperienza del Bauhaus.

Già nel 1960 prefigurava l’evoluzione delle problematiche sociali che oggi viviamo; ebbe infatti a sostenere: ” Mentre lasciamo la seconda metà del novecento ho la sensazione che stiamo sperimentando vitali cambiamenti nelle forme culturali, nella struttura sociale, nell’ambiente umano…il grande cambiamento attuale è il risultato dello sviluppo dell’energia atomica e dell’elettronica e la direzione del cambiamento… è verso il controllo e la programmazione. Più potente diventa l’energia della scienza più forte si fa la coscienza dell’uomo della propria esistenza…”; aveva preso coscienza che la tecnologia tende progredire solo in alcune direzioni, mentre in altre si allontana dall’umanità ricercando, nell’individuazione di questa disarmonia, il suo superamento attraverso lo studio dei problemi con il filtro della creatività. Creatività che giustamente riteneva l’arma più forte in mano agli architetti ,a condizione che questa fosse crescente con il crescere del progresso tecnologico.

In questa poetica si inserisce l’arditezza strutturale che connota molte delle sue opere, quale corollario necessario alla sensibilità figurativa propria dell’atteggiamento estetico giapponese, non sconfinando mai nel formalismo e nella ripetitività. Le sue forti radici culturali non gli hanno impedito di realizzare opere in tutto il mondo modellando la sua poetica sulle realtà territoriali in cui ha operato.

Purtuttavia, l’opera catanese di Tange, ancora in fase di attuazione, non ha avuto i risultati voluti dall’Architetto, a causa di varianti ed al non rispetto delle matrici etico-formali che Egli, peraltro puntigliosamente, aveva preordinato, come invece è avvenuto in altre parti del mondo ed in Italia stessa.

La sua opera ha forse fatto da traino ad altri importanti professionisti giapponesi come Arata Isozaki e Tadao Ando le cui opere anche in Italia possiamo ammirare.

Per tutti è stato un modello di riferimento nella compenetrazione tra sapienza tecnica, attenzione all’uomo, e qualità etico-estetica del progetto. Grazie Kenzo.

 

http://www.scannella.it/la-lezione-di-kenzo-tange-arrivata-anche-a-catania-un-modello-di-creazione/

 

 

 

 

L'Elefante d'Oro (1966)

 

Gianni Ravera, al quale evidentemente non basta Sanremo e Napoli, è dentro anche ad un altro festival canoro svoltosi a Catania, l'Elefante D'Oro. Un festival che non è andato troppo bene a causa dell'eccessivo entusiasmo della folla che ha provocato alla Villa Bellini, all'incirca, venti milioni di lire di danni. Gli incidenti dovuti al sovraffollamento sono stati tali che la manifestazione ha dovuto essere sospesa pochi minuti dopo l'inizio. Si calcola che a ridosso del palco dove si sarebbero dovuti esibire Richard Anthony, Mina, Little Tony, Domenico Modugno e l'Equipe 84 si siano ammassati qualcosa come trentamila persone (centomila in tutto). C

Con grande difficoltà i cantanti hanno potuto risalire immediatamente sul pullman col quale erano giunti e ritornare in albergo sotto scorta della polizia. Il presentatore, che in quel caso era Mike Bongiorno, è rimasto bloccato da un gruppo di persone ed ha dovuto essere liberato da una pattuglia dei carabinieri. Non si sa quali intenzioni realmente avessero gli "assalitori", ma sicuramente Mike non deve aver passato un bel momento. Intanto veniva fatto scempio delle aiuole del giardino e venivano divelti i segnali stradali. Nella calca erano stati sperduti almeno venti bambini e molte donne, prese da crisi isteriche dovute alla paura, erano svenute. Una giovane che faceva parte del cast della produzione è stata letteralmente denudata ed altre molestate pesantemente. Non si capisce il perché di tutta questa follia e stupisce vedere il pubblico catanese così impetuoso e violento.

Di sicuro si capisce il motivo per il quale l'Elefante D'Oro debba considerarsi un episodio ormai chiuso in partenza. Comunque, lo spettacolo riprende il giorno dopo ma sembrava più la parata del 2 giugno, per quanti militari erano schierati in difesa dei partecipanti, che una kermesse canora. A serata conclusa c'è chi ha lasciato subito Catania con i vari voli per Roma o Milano e chi è rimasto la notte: Mina, Modugno e Dalida, che all'interno dell'Hotel Excelsior in piazza Verga, fino alle due di notte, sentivano i cori della gente che li reclamava per un inconsueto bis sulla piazza. Infuriati dell'assordante silenzio dei reclamati sono stati allontanati con difficoltà dalla polizia. In fondo, si saranno detti "!cosa costa a Mina scendere in vestaglia e pantofole a cantarci SE TELEFONANDO per strada, senza microfono e orchestra?"

 

Anna Fougez

http://www.hitparadeitalia.it/voli/articoli/ch660924.htm

 

 

 

L'Elefante d'Oro

Gianni Ravera, al quale evidentemente non basta Sanremo e Napoli, è dentro anche ad un altro festival canoro svoltosi a Catania, l'Elefante D'Oro. Un festival che non è andato troppo bene a causa dell'eccessivo entusiasmo della folla che ha provocato alla Villa Bellini, all'incirca, venti milioni di lire di danni. Gli incidenti dovuti al sovraffollamento sono stati tali che la manifestazione ha dovuto essere sospesa pochi minuti dopo l'inizio. Si calcola che a ridosso del palco dove si sarebbero dovuti esibire Richard Anthony, Mina, Little Tony, Domenico Modugno e l'Equipe 84 si siano ammassati qualcosa come trentamila persone (centomila in tutto).

Con grande difficoltà i cantanti hanno potuto risalire immediatamente sul pullmam col quale erano giunti e ritornare in albergo sotto scorta della polizia. Il presentatore, che in quel caso era Mike Bongiorno, è rimasto bloccato da un gruppo di persone ed ha dovuto essere liberato da una pattuglia dei carabinieri. Non si sa quali intenzioni realmente avessero gli "assalitori", ma sicuramente Mike non deve aver passato un bel momento. Intanto veniva fatto scempio delle aiuole del giardino e venivano divelti i segnali stradali. Nella calca erano stati sperduti almeno venti bambini e molte donne, prese da crisi isteriche dovute alla paura, erano svenute. Una giovane che faceva parte del cast della produzione è stata letteralmente denudata ed altre molestate pesantemente.

Non si capisce il perché di tutta questa follia e stupisce vedere il pubblico catanese così impetuoso e violento. Di sicuro si capisce il motivo per il quale l'Elefante D'Oro debba considerarsi un episodio ormai chiuso in partenza. Comunque, lo spettacolo riprende il giorno dopo ma sembrava più la parata del 2 giugno, per quanti militari erano schierati in difesa dei partecipanti, che una kermesse canora.

A serata conclusa c'è chi ha lasciato subito Catania con i vari voli per Roma o Milano e chi è rimasto la notte: Mina, Modugno e Dalida, che all'interno dell'Hotel Excelsior in piazza Verga, fino alle due di notte, sentivano i cori della gente che li reclamava per un inconsueto bis sulla piazza. Infuriati dell'assordante silenzio dei reclamati sono stati allontanati con difficoltà dalla polizia. In fondo,si saranno detti cosa costa a Mina scendere in vestaglia e pantofole a cantarci SE TELEFONANDO per strada, senza microfono e orchestra?

 Anna Fougez

http://www.hitparadeitalia.it/voli/articoli/ch660924.htm

 

 

 

Quel che resta di quella che fu la “Milano del Sud”…

 

Presentato stamane alla Camera di Commercio di Catania il “Report sull’economia della provincia”.

A cura di Iena Aziendale

In valori assoluti, il Pil pro capite delle province siciliane oscilla dalle € 15.548,62 di Agrigento alle € 18.661,09 di Siracusa, con una media regionale di € 17.242,91. Ma Catania, con € 16.861,24, possiede valori inferiori alla media Sicilia. La città dell’ Etna mostra un valore aggiunto di 16.117,2 milioni di euro ed un prodotto interno lordo di 18.187,0, seconda provincia siciliana per ricchezza prodotta.
Lo dice il “Report sull’ economia della provincia” presentato stamattina alla Camera di Commercio in occasione della “Giornata dell’ economia” , e dunque lo dicono i numeri, frutto di studi e riflessioni di studiosi ed esperti e del fitto lavoro degli uffici camerali da mesi impegnati per la raccolta dei dati.
Stamattina, il “Report” è stato presentato dal presidente della Camera di Commercio Pietro Agen, dal segretario generale Alfio Pagliaro, dal vice presidente Francesco Costanzo (nella foto), dal direttore della Banca d’Italia, Pietro Raffa, dal direttore provinciale dell’agenzia delle entrate Rosario Sciuto. Sui temi del commercio e del turismo è intervenuto l’ ordinario di economia e gestione delle imprese dell’Universitá di Catania Rosario Faraci.

Al Sud, Sicilia compresa, la ricchezza netta delle famiglie si concentra maggiormente con percentuali superiori al 72% nelle attività reali, terreni e fabbricati. Mentre al Centro–Nord si destina una maggiore quota della ricchezza nelle attività finanziarie, depositi, valori mobiliari e riserve, con destinazioni dal 36 al 42% a seconda delle macro aree geografiche.
Le famiglie catanesi destinano il 76% della propria ricchezza alle attività reali ed il 24% a quelle finanziarie così come a Palermo si arriva al 77% contro un 22% di destinazioni finanziarie.
Ma veniamo alle imprese: al 31 dicembre 2011, il tessuto imprenditoriale catanese è costituito da 82.380 imprese attive su un totale di 100.973 imprese registrate.
Considerato che l’insieme di imprese registrate è comprensivo delle imprese inattive (11.289), di quelle sottoposte a procedure concorsuali (2.410) e in stato di scioglimento o liquidazione (4.866), l’analisi viene effettuata sui dati delle imprese attive.
Osservando il quadro della distribuzione per settore economico risulta di tutta evidenza una marcata concentrazione di imprese nei settori tradizionali: commercio, agricoltura, costruzioni e industria.
L’anno 2011 ha fatto registrare la nascita di 7.475, imprese e la cessazione di 6.301 imprese. Il tasso di natalità è stato del 7,45%, contro un tasso di mortalità del 6,28%.
La nascita di un maggior numero di imprese, nel corso dell’anno 2011, rispetto a quelle cessate, fa rilevare un tasso di sviluppo positivo pari al 1,17%.
In valori assoluti lo stock di imprese che conforma il tessuto imprenditoriale catanese è cresciuto di 1.322 imprese rispetto al 2010 (99.651).
Confrontando i tre parametri – natalità, mortalità e sviluppo – delle tre aree di riferimento (provinciale, regionale e nazionale), riscontriamo che Catania, con le sue 7.475 imprese nate, ha registrato un tasso di natalità del 7,45%, la Sicilia, con 29.953 imprese nate, del 6,43%, mentre, a livello nazionale, con 391.310 imprese, del 6,40%.
Per quanto riguarda le imprese cessate, a Catania si è registrata la chiusura di 6.301 imprese, con il relativo tasso di mortalità del 6,28%, in ambito regionale hanno chiuso i battenti 34.393 imprese, con un corrispondente tasso di mortalità del 7,39%, mentre, in ambito nazionale, si sono avute 393.463 imprese cessate ed un tasso di mortalità del 6,44%.
Anche per quanto riguarda le imprese cessate, Catania ha registrato il miglior risultato (6,28%), inferiore di un punto percentuale rispetto al dato della Sicilia (7,39%) e di 1/5 di punto rispetto al dato nazionale (6,44%).
Il tasso di sviluppo imprenditoriale, a Catania, è stato di 1,17%, in Sicilia di -0,95% e, in ambito nazionale, di -0,04%.

Spiega il presidente Agen: “il calo del Pil ha riguardato l’ intero territorio nazionale ma il Meridione ha registrato un crollo che supera il 2%. Catania, dunque, non fa eccezione. La crisi è palpabile e i segni negativi ora toccano anche i settori prima non colpiti. L’ anno scorso avevamo detto che anche la grande distribuzione sarebbe stata coinvolta. E così, purtroppo, è stato…”
Che fare allora? ” I politici, le istituzioni e comunque tutti noi, dovremmo disporre progetti concreti e metterci in rete. I tempi delle corse solitarie sono finite”-aggiunge Agen.

Ma rispetto al tasso di sviluppo registrato a livello nazionale e regionale, entrambi negativi, seppur con valori diversi, Catania è in controtendenza, con un tasso di sviluppo positivo.
“Nonostante la crisi e la negatività del momento storico, la crescita del tessuto imprenditoriale è evidente. Ma bisogna saper leggere i dati e dunque la reale qualità di questa crescita che riguarda quasi esclusivamente le cosiddette ‘imprese non classificate’ – tiene a precisare il segretario generale Alfio Pagliaro- quelle, cioè, che non dichiarano la loro tipologia di attività. Si potrebbe trattare di quelle attività in cui si rifugiano i cittadini fuoriusciti dal mondo del lavoro e che sperano nell’autoimpresa. Di certo, questo è sintomo di una voglia di farcela, a tutti i costi”.
Infine, ci sono le idee per uscire dalla crisi. Non a caso il “Report” quest’anno ha scelto di puntare l’attenzione su due settori in particolare, il commercio e il turismo. Il docente Faraci spiega il perché: “Il terziario è senza dubbio il settore che genera maggiore valore aggiunto, con un percentuale di oltre l’80%. Il commercio tradizionale è in crisi, mentre il turismo vede Catania ancora lontano dalla media delle altre città. Credo che se si potenziasse il turismo ne beneficerebbe prima di tutto il commercio. La chiave vincente potrebbe essere la programmazione territoriale, la creazione di centri commerciali naturali e la revisione dei modelli di business. Lo dimostrano anche i numeri elaborati dall’Università”.

http://www.ienesiciliane.it/cronaca/4414-quel-che-resta-di-quella-che-fu-la-%E2%80%9Cmilano-del-sud%E2%80%9D%E2%80%A6.html

 

IL PAPA A CATANIA. viaggio in Sicilia. davanti a migliaia di persone il Pontefice ha usato parole forti e invitato la citta' " a stare in piedi e sconfiggere il male ". Il Papa: alzatevi e vinciamo la mafia!.

l' appello di Wojtyla a Catania: " non rassegnatevi al dominio della criminalita' " . Giovanni Paolo 2o sara' in Sicilia 3 giorni. le sue condizioni sono apparse buone. fara' sette discorsi, oggi tappa a Siracusa

 

"Catania, alzati e rivestiti di luce e di giustizia": con questo grido biblico, applicato al riscatto di Catania dalla mafia, e' iniziata ieri sera la quarta visita del Papa in Sicilia. Vojtyla non ha detto la parola mafia, ma ne ha descritto a lungo il fenomeno, concludendo la sua invettiva con l' invito "in nome di Cristo" a "stare in piedi e vincere il male con il bene". Il Papa ha parlato in piedi, in piazza Duomo. Durante gli ultimi viaggi, a Zagabria e a Lecce, aveva sempre parlato stando seduto. Ieri stava meglio, era sceso dall' aereo senza usare il bastone e non ha avuto bisogno della sedia. Ma forse l' ha fatto anche per adattarsi al messaggio che voleva lanciare, con gli appelli "Catania alzati" e "state in piedi". L' aveva appena salutato il sindaco Enzo Bianco, che aveva descritto una Catania che "finalmente combatte in modo adeguato la piu' dura delle lotte, quella di liberarsi dal dramma della mafia". Vojtyla ha risposto augurando che quella lotta riesca: "Voglia il Signore concedere alla vostra citta' saggezza e coraggio per proseguire e rafforzare l' impegno per la giustizia che gia' avete intrapreso con decisione, lasciandovi alle spalle le forme di sopraffazione e corruzione esercitate da alcuni a danno dei molti. A tutti e a ciascuno rivolgo l' augurio piu' fervido di riuscire in questa impresa". "

Eccomi fra voi per annunciarvi la speranza", ha continuato il Papa, accennando ai segnali di risveglio e di riscatto" e ai "mutamenti morali e sociali che appaiono sempre piu' necessari e indilazionabili", perche' "i tempi urgono e non ci puo' essere posto per la pusillanimita' e l' inerzia". Ed ecco le parole piu' forti del Papa, applaudito a lungo dalla folla: "Troppe volte e da troppo tempo i figli di questa comunita' hanno subito l' umiliazione di essere additati come abitanti di una citta' degradata e violenta, dominata dalla criminalita' , rassegnata e resa invivibile". C' e' chi ha "pensato di lasciare questo territorio divenuto ostile", non e' possibile "sopportare ancora una tale immagine gravosa e avvilente". A questo punto il Pontefice ha iniziato a descrivere il dramma della mafia e il riscatto da esso usando espressioni della Bibbia. Ha detto che voleva "interpretare i sentimenti" dei catanesi con l' invocazione del Salmo 53: "Ascolta la nostra preghiera, perche' contro di noi sono insorti gli arroganti e i prepotenti insidiano la nostra vita". E subito ha applicato a Catania le parole che Isaia usa per Gerusalemme: "La Chiesa sente il dovere di parlare, anzi di gridare a quanti abitano nella citta' : Catania, alzati e rivestiti di luce e di giustizia". Il Papa restera' in Sicilia tre giorni: oggi pomeriggio passa da Catania a Siracusa, domani sera rientra a Roma. Fara' sette discorsi e gia' dal primo sappiamo che non girera' intorno ai problemi, ma li prendera' di petto come gia' fece un anno e mezzo fa ad Agrigento, quando grido' ai mafiosi: "Convertitevi, una volta verra' il giudizio di Dio!". Quel grido aveva la forza di una scomunica, segno' un punto di non ritorno nell' impegno della Chiesa contro la mafia. Cosi' e' stato interpretato anche fuori dalla Sicilia: il camorrista Carmine Alfieri ha detto ai giudici che decise di "collaborare" con la giustizia quando vide il Papa in televisione lanciare quel monito. Pare che la stessa mafia siciliana l' abbia preso sul serio quel grido lanciato nella Valle dei Templi di Agrigento. Il luglio scorso il procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro disse che c' erano dei pentiti di mafia che avevano parlato di una risposta della Cupola al Papa, che era andata dalle bombe del luglio 1993 alle chiese di Roma all' uccisione di don Puglisi. E' verosimile che il Papa approfitti di questa visita per completare il messaggio di Agrigento. E ce n' e' bisogno, dicono i sacerdoti siciliani che lottano in prima linea contro la mafia. Ultimamente un prete palermitano e' stato costretto ad abbandonare il campo dalle minacce mafiose: gli avevano indicato perfino il giorno in cui l' avrebbero ucciso. E un altro, domenica scorsa, ha visto un gruppo di fedeli alzarsi e lasciare la chiesa appena pronunciata la parola mafia, durante una predica in cui invitava al riscatto, proprio come ha fatto il Papa ieri qui a Catania. A Catania e a Siracusa il Papa doveva venire a fine aprile: glielo impedi' la caduta in bagno che lo porto' al "Gemelli". Sono passati sei mesi e Wojtyla ricammina senza bastone, come gli avevano promesso i medici. Ieri per un momento il bastone l' ha portato, ma tenendolo con la mano sinistra (la gamba operata e' la destra) e senza appoggiarvisi sopra. Ieri era anche l' onomastico di Karol Wojtyla, essendo la festa di San Carlo Borromeo.

 

Accattoli Luigihttp://archiviostorico.corriere.it/1994/novembre/05/Papa_alzatevi_vinciamo_mafia_co_0_9411058180.shtml

 

 

Scapagnini, il sindaco viveur sedotto e abbandonato

Ex deputato del Pdl e primo cittadino a Catania dal 2000 al 2008, si è spento a Roma all’età di 71 anni. Inaugurò l'era delle rotatorie, con lui l'abbattimento-show del cavalcavia di Ognina

"Guaglio’, non mi piace vedere la mia faccia appesa al muro", diceva Umberto Scapagnini ad amici e collaboratori. Ma non fu per fargli una cortesia che ancora 18 mesi dopo avere lasciato la poltrona di primo cittadino, nel 2008, l’ultimo sindaco di Catania ritratto a Palazzo degli Elefanti fosse Enzo Bianco, suo predecessore e poi rivale. In realtà quel ritratto mancante, poi precipitosamente commissionato dopo il primo grave allarme sulla salute di Scapagnini, aiuta a comprendere meglio la parabola dell’uomo e del sindaco: votato, riverito, invidiato e poi quasi rimosso da una città che come poche sa sedurre e tradire.

 Ma, nel bene e nel male, Scapagnini non è stato di passaggio. Nel bene e nel male è stato espressione della catanesità: brancatiano con in più tratti da gagà napoletano, simpaticone e ruffiano, “spettu” fino a fare della furbizia una sorta di linea programmatica, amante dell’iperbole fino a diventare una declinazione non periferica della grandeur berlusconiana. Infatti, per dire della tempra del Cavaliere, esagerava - “Berlusconi è tecnicamente immortale” - sfacciatamente incurante dei sorrisi stupiti degli interlocutori. Adesso che la morte è sopraggiunta, tutti avranno parole buone per la persona e per lo scienziato. Scorrendo invece i giudizi sull’amministratore, la coerenza massima sarà di chi lo ha sempre attaccato per avere portato Catania sull’orlo del crac. Molte saranno le lacrime di coccodrillo.

 Perché Umberto Scapagnini, dopo essere stato “Sciampagnini” per tutti e con tutti, politicamente è morto in solitudine. A molti è risultato conveniente, dopo che i danni erano stati fatti, addossare al Professore ogni colpa, anziché ricordare che la voragine cominciò ad allargarsi nella corte di Palazzo degli Elefanti nel 2001, quando la legge impose ai Comuni di accendere mutui soltanto per investimenti e non già per ripianare debiti, e ciò nonostante, per esempio, si continuava a caricare sulle casse del Comune il peso di decine e decine di precari. E sempre in questo frattempo la finanza creativa si traduceva in uno spericolato esercizio di fantasia. Scapagnini lasciava colpevolmente fare agli uni - quelli delle Partecipate e delle stabilizzazioni - agli altri - i creativi della finanza - e anche a se stesso - le compagnie brasiliane ingaggiate a spese del Comune e poi non pagate. Inconsapevole vaso di coccio del Centrodestra anche in Consiglio comunale - dove non a caso non riuscì a dare la sperata svolta per il Prg e per corso Martiri della Libertà - Scapagnini delegava tanto in materia di bilanci e chissà quanto spontaneamente. "Il guaio del mio amico Umberto è che non capisce di numeri", ebbe a dire una volta Raffaele Lombardo, che del Professore fu a lungo ascoltato vicesindaco nel corso del primo mandato. Affermazione che voleva essere forse assolutoria, ma che riferita a un amministratore pubblico aveva il peso di un macigno.

 Però è anche vero che Scapagnini in quegli stessi anni inaugurava piazze (molte e tante restituite a nuova bellezza: per tutte piazza Università), riportava il basolato lavico sul selciato di via Etnea, rimuovendo i cubetti di porfido che sfregiavano il salotto dopo ogni acquazzone, ridisegnava corso Italia. Poi, dopo la pioggia di cenere del 2002, bussò alla porta del suo amico Silvio, allora premier, e si fece assegnare i poteri speciali per l’emergenza. In virtù di quei poteri, di quella scorciatoia, Catania ebbe accesso a finanziamenti degni di una capitale, non di una città di media grandezza e peraltro già di dubbia virtù amministrativa. Col gessato, l’elmetto e la cazzuola per le foto di rito, si pensò alla circonvallazione senza semafori, s’inaugurò l’era delle rotatorie, ci fu l’abbattimento-show del cavalcavia di Ognina, si sognò di eliminare anche la strozzatura del Tondo Gioeni - ancora un sogno - si mise mano al waterfront, al piano parcheggi.

 Si mise mano a tanto, forse a troppo. E si perdeva di vista la città reale, non ci si accorgeva delle casse comunali esangui, del menu della refezione scolastica che cominciava a prevedere soltanto lenticchie: costavano meno della carne, né le rotatorie risultano essere commestibili. Non ci si voleva accorgere, neanche, della perdita del senso di appartenenza dei catanesi, del decadimento morale, etico della città.

 Su quegli anni s’è espressa la magistratura, con una condanna definitiva per i rimborsi cenere dati ai dipendenti comunali alla vigilia delle amministrative del 2005, rivale Enzo Bianco, altre due in primo grado per il buco di bilancio e abuso d’ufficio per una consulenza sul teatro dialettale, ma anche con un’assoluzione (richiesta dal Pg anche in appello la settimana scorsa) per il caso parcheggi. Su quegli anni s’è espressa anche quella parte di città che, a suo modo “spetta”, fiutata l’aria ha voltato le spalle all’uomo e al politico. Così, anche per questi catanesi dalla memoria corta e dal naso sospettosamente lungo, Scapagnini resterà il sindaco del buco, dopo essere stato “soltanto” il sindaco viveur, perennemente abbronzato e innamorato. Epitaffio possibile: grande seduttore anche nella “sua” Catania, dalla “sua” Catania fu sedotto e abbandonato.

Antonello Piraneo

http://www.lasicilia.it/index.php?id=96060&template=lasiciliait

 

 

Era il 18 maggio del 1993 quando il boss più conosciuto e più temuto della storia mafiosa di Catania, Nitto Santapaola, veniva catturato dopo 11 anni di latitanza in una fattoria nella campagna di Granieri, frazione di Caltagirone. L'allora Caporedattore Domenico Tempio mi aveva telefonato all'alba per avvertirmi che era in corso l'operazione per la cattura del «Cacciatore». Quando con il fotografo arrivai sul posto, Santapaola era in mezzo ai poliziotti che erano appena entrati nel caseggiato di campagna. Era ben vestito, tranquillo, il giorno prima era andato a trovarlo la moglie Carmela Minniti come se si aspettasse di essere arrivato all'ultimo giorno di latitanza.

Per catturarlo era arrivata il giorno prima da Reggio Calabria una squadra speciale che aveva circondato la fattoria. Santapaola non aveva né guardie del corpo e nemmeno una vedetta. Lui era approdato in contrada Granieri dopo essere scappato dalla zona di Barcellona Pozzo di Gotto dove ormai si stavano accentrando le indagini dei carabinieri. Barcellona era un posto che lui conosceva bene e dove era stato abbastanza tranquillo per qualche settimana, ma ormai circolavano troppe indiscrezioni sulla sua presenza e decise di cambiare rifugio. Pare che il corrispondente del nostro giornale da Barcellona, Beppe Alfano, stesse per far conoscere con i suoi articoli la presenza del boss nella sua città e che per questo fu eliminato.

I poliziotti prima di entrare in azione avevano perlustrato la zona, alcuni erano vestiti da contadini. Poi all'alba irruppero nella fattoria senza trovare resistenza. Santapaola uscì tranquillo, fece una carezza ai due cani che stavano all'ingresso e poi venne fatto salire su un'auto.

L'operazione era stata diretta dal questore Antonio Manganelli diventato poi capo della polizia di Stato. Non aveva fatto avvertire nessuno a Catania per timore che qualcosa trapelasse poiché il Cacciatore aveva informatori dappertutto. Manganelli tenne poi una conferenza stampa in Prefettura descrivendo l'operazione portata a termine in maniera perfetta. Mi sono permesso di contraddirlo solo quando ha detto che gli agenti avevano sfondato la porta d'ingresso, perché, ho obiettato, che la porta in alluminio anodizzato mi sembrava del tutto integra. Ma era inutile sottilizzare, era invece giusto dare merito alla polizia dell'operazione portata a termine senza spargimento di sangue e con grande professionalità.

Durante una pausa nel corso di un processo a Caltanissetta, Santapaola mi disse da dietro le sbarre: «Il giorno prima avevo visto dei contadini che riempivano le ceste piene di asparagi, ma erano asparagi troppo grossi per quel periodo e così ho capito che erano poliziotti e che stavo per essere arrestato. Ma ero stanco di fuggire».

Il «Cacciatore» è da quasi 22 anni in carcere e di lui non si è saputo più nulla, né ha mai parlato. Sulle sue condizioni è caduto il silenzio. Si sa soltanto che è quasi cieco a causa del forte diabete e si dice che soffra di licantropia per cui si metterebbe a urlare nelle notti di luna. Guarda caso, anche l'operazione della sua cattura era stata soprannominata «Luna piena».

Nitto Santapaola ha dominato la scena mafiosa della Sicilia orientale e tuttora, nonostante la lunga detenzione, molte attività mafiose vengono attribuite al «gruppo Santapaola» che quindi sarebbe una «ditta» ancora egemone. E' nato 76 anni addietro nel quartiere catanese di San Cristoforo e da ragazzino ha studiato dai salesiani, ma poi, come si dice in catanese, ha preso «la via dell'aceto» salendo rapidamente ai vertici.

Il salto di qualità lo fece quando diventò autista-guardaspalle del vecchio boss Giuseppe Calderone, già capo della cupola di Cosa Nostra e spedito a Catania in «esilio» con il compito di creare una «testa di ponte» sotto l'Etna. Dopo l'uccisione di Calderone, il «Cacciatore» ne aveva preso il posto e aveva consolidato la sua leadership. Per alcuni anni venne anche considerato un brillante uomo d'affari, tanto che lo stesso prefetto Abbatelli tagliò il nastro inaugurale della concessionaria di auto «Pam Car».

Prima di darsi alla latitanza nel 1982 dopo l'uccisione del suo rivale catanese Alfio Ferlito (assassinato assieme a tre carabinieri e all'autista della Mercedes che lo stavano trasferendo dal carcere di Enna a quello di Trapani) Nitto Santapaola aveva gestito il suo potere con grande accortezza giovandosi anche dell'alleanza con i corleonesi a Palermo e con Pulvirenti il «Malpassotu» che si dice avesse cinquemila fucili ai suoi ordini nell'hinterland etneo. Il «Cacciatore» non voleva fare troppo rumore: si era opposto al progetto di Luciano Liggio, latitante a Catania, di rapire gli imprenditori più facoltosi e di tenerli in ostaggio in una villa di Vaccarizzo sino al pagamento del riscatto, così come aveva risposto di no quando Brusca voleva che uccidesse l'allora presidente della Regione Rino Nicolosi.

Quando venne catturato nella campagne di Caltagirone aveva appena 55 anni, avrebbe potuto pentirsi e recuperare la libertà, ma aveva troppo cose da dire anche nei riguardi di parenti e amici, e ha preferito il silenzio. Forse la moglie Carmela Minniti voleva parlare per fare scarcerare i due figli, ma non le diedero il tempo. E la potei vedere nella sua casa di via Sgroppillo a Cerza. Mentre polizia e carabinieri cercavano quella strada e quel complesso, ci potei arrivare subito perché in quella via abitava un mio vecchio amico. Trovai la povera signora distesa a terra tra il salotto e l'ingresso con una grande macchia di sangue che si allargava sul petto. A vegliarla c'era la figlia Cosima. Quando capì che io non ero un commissario di polizia, ma un giornalista mi disse: «Se ne vada! ».

 

 Tony Zermo  28/02/2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enel, Catania rischia di restare al buio Comune alle prese con debiti milionari. Già nel 2008 nessuno faceva più credito e in molte strade e piazze cittadine i lampioni sono rimasti spenti a lungo

 CATANIA - Contratto scaduto, e sta per scadere pure la proroga: il Comune di Catania è alle prese con le bollette dell'Enel. In una catena di debiti milionari, dovuti da un ente all'altro. Già qualche anno fa, nel 2008 quando il sindaco era ancora Scapagnini, nessuno faceva più credito a Palazzo degli Elefanti e in strade e piazze i lampioni sono rimasti spenti per un pezzo. Adesso il Comune corre ai ripari per evitare quella figuraccia, tranne che a Librino: le tenebre avvolgono il quartiere da così tanto tempo che i residenti non ci fanno quasi più caso e, quando si chiede loro se la luce c'è o meno, alzano le spalle.

BLACKOUT - "Da quasi un anno lamentiamo la mancanza di illuminazione pubblica - spiega Sara Fagone della Cgil di Librino - e tutt'oggi la luce c'è solo a macchia di leopardo. Ampi tratti di Viale Castagnola e Viale Moncada, ad esempio, sono in pieno blackout. Siccome non ci sono nemmeno negozi, non possiamo contare nemmeno sulla luce delle insegne.

Alcuni residenti delle cooperative hanno protestato, ma senza risultati. Eppure, non possiamo abituarci a vivere al buio". Un rompicapo legato anche ai frequenti furti di rame dai pali della luce, ad al buio complice della criminalità.

DEBITO ENEL - "A noi non importa qual è il problema - taglia corto Fagone - noi vogliamo solo che lo risolvano".

"Siamo in una situazione transitoria - spiega l'amministrazione Comunale - perché il Comune non ha un contratto diretto con l'Enel ma con la società Simei che gestisce questo settore. Il debito di Simei con l'Enel è di 10milioni di euro, ma l'arretrato del Comune alla società di gestione è di 6-7milioni di euro". Con tutti questi debiti, com'è che la luce nella strade c'è ancora? "Il Comune non può comportarsi da privato cittadino - rispondono da Palazzo degli Elefanti - perchè c'è di mezzo l'illuminazione pubblica. Il contratto con l'Enel, che dura nove anni, è in scadenza da un anno, e la proroga scade il 30 aprile: dal primo maggio ci sarà un nuovo gestore, abbiamo anche espletato le procedure di gara. Ci saranno nuove iniziative in termini di risparmio energetico ed efficenza".

 www.corrieredelmezzogiorno.it

 

  

 

Quello che avete visto non è altro che una grande raccolta di informazioni già esistenti sottoforma di materiale multimediale o cartaceo relative a Catania e che ho incastrato in ogni periodo storico. Non c'è una sola parola o commento del sottoscritto, non mi permetterei con argomenti così importanti come la storia.

In questo Speciale ho solo tentato di mettere ordine cronologico alle notizie in rete e fare un po' di conti con i secoli e i personaggi che hanno determinato le sorti di Catania. Inoltre, con molte immagini a tema, ho cercato di destare curiosità al fine di allontanare certi sbadigli e rendere finalmente chiara, anche al meno navigato dei catanesi, la storia della sua città.

Mi riservo di rendere sempre più corposa o modificabile questa pagina (soprattutto con il vostro aiuto) e preciso che ogni ritaglio o recensione sono corredati dalla fonte di origine. Quelle principali provengono da:

 

 http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Catania

http://www.comune.catania.it/la_citt%C3%A0/culture/progetto-culturale-per-catania/storia/

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

 

Buon divertimento nella vostra storia!

 

 

Baaria  - Soundtrack                                    Ennio Morricone