Imboccata la via Etnea e superata piazza Duomo, dopo poche decine di metri, si apre subito la spaziosa Piazza Università che è protetta ai lati da due mastodontici palazzi in barocco: il Palazzo Centrale dell’Università e il Siculorum Gymnasium.
Si tratta di edifici adoperati come sede del rettorato e di alcuni istituti dell’ateneo di Catania: ospitano, infatti, le aule in cui vengono svolte le lezioni di letteratura, filosofia e storia. Entrambi furono costruiti prima del XVIII secolo, anche se a seguito del terremoto del 1693 sono stati ristrutturati ad opera di architetti del calibro di Giovanni Battista Vaccarini e Francesco e Antonino Battaglia. Particolari della piazza sono anche i lampioni che la illuminano e che raffigurano quattro episodi tratti da alcune vecchie leggende popolari: quella di Colapesce, di Gammazita, Uzeta e dei Fratelli Pii.

 

 

 

I QUATTRO LAMPIONI DELLA PIAZZA

Nella bella piazza dell'Universita', Catania ha voluto raffigurare nel bronzo del basamento dei quattro candelabri che adornano e illuminano la piazza, opera dello scultore catanese Mimmo Maria Lazzaro, quattro episodi mitici, della tradizione cittadina.

 

Sul basamento del candelabro posto a nord-est e ricordato l'eroismo dei pii fratelli Anapia e Anfinomo. Una notte L'Etna incomincio' a tuonare e vomito' un fiume di lava che tutto travolgeva nella sua discesa verso il basso. La gente fuggiva terrorizzata. Solo i due giovani procedevano lentamente sostenendo gli anziani genitori che li seguivano a fatica. I due fratelli si fermarono sbigottiti e levarono al cielo una muta preghiera. E prodigiosamente la colata lavica si sperse in due e i due fiumi ardenti proseguirono la loro corsa rovinosa lasciando libera una striscia di terra su cui i due fratelli proseguirono fino a raggiungere Catania 

 Nel candelabro di nord-est e rappresentata la storia di Uzeta, un giovane popolano catanese che si innamoro' della bellissima figlia del re Cocolo, di nome Galatea. Ma la principessa lo respinse, indignata solo all'idea di sposare un pitocco. Uzeta per essere degno dell 'amore di Galatea compì tante di quelle imprese eccezionali che riuscì a diventare cavaliere di Federico II per la sua bravura. Quando gli venne chiesto di combattere contro gli Ursini, giganti saraceni, accettò e vinse. Dal nome dei giganti sarebbe derivato quello del Castello al centro del capoluogo etneo.

Nel candelabro di sud-ovest e' esaltato il sacrificio della bella virtuosa Gammazita.

Promessa ad un giovane catanese, ai tempi della dominazione francese in Sicilia, la ragazza era corteggiata da un giovane provenzale, la cui proposta di nozze aveva respinta. Il giorno delle nozze, mentre Gammazita era sola presso il pozzo nell 'orto il provenzale tento' di rapirla. La ragazza, non trovando altra via di scampo, per sfuggire al manigoldo si butto' nel pozzo.

L'eroe del quarto candelabro è il leggendario Colapesce, un vigoroso pescatore che trascorreva la sua vita sempre nel mare . Capitato a Messina il re del tempo, mise alla prova il pescatore. Questi esegui tutti gli ordini che il re gli diede, finche' questi non ancora contento, gli ordino' di raggiungere il centro dello stretto di Messina. Quando il giovane raggiunse il fondo i gorghi ribollenti del mare presentarono uno spettacolo tanto affascinante, che egli non ebbe la forza di staccarsene, e mori' miseramente affogato .

 

 

 


 

 

 

Palazzo Gioeni D'Angiò. E' all'angolo nord-est di piazza Università, su cui si affaccia l'ingresso principale. La costruzione fu avviata nel 1743, forse su disegno del Vaccarini. Policastro afferma che "il prospetto su via Fragalà fu liberato da antiche sovrastrutture manifestando un'altra facciata ben più antica, forse anteriore del 1693, ricca di decorazioni". Nel 1966, pur mantenendo integri i prospetti, il palazzo, nell'interno, fu demolito e riedificato per adattarlo alla nuova destinazione di grande magazzino (dal 15 ottobre di quell'anno ha ospitato l'UPIM e sul finire degli anni '90 la Benetton). In occasione della trasformazione in magazzino, fu rimosso dall'androne un pregiato bassorilivo di marmo dedicato ad Annibale Gioeni, dal fratello Ottavio nel 1590, bassorilievo probabilmente tolto da un sepolcro. "Quel guerriero sdraiato e col capo appoggiato sulla celata era un antenato del padrone di casa... Era stato un valoroso ed era morto giovane siccome dal marmo rivelasi, con la barbetta a punta... Il rilievo marmoreo di Annibale Gioeni, certamente un particolare della tomba di costui che fino al 1693 trovavasi nella cappella gentilizia inserita nel palazzo medioevale, venne in seguito murato nella scala del palazzo settecentesco e poi collocato nell'androne" (Saverio Fiducia). Sul prospetto è rimasto invece il monumento di bronzo che ricorda che nel palazzo nacque e morì Giuseppe Gioeni dei duchi d'Angiò (1747-1822). Ospite dello scienziato, "principe dei naturalisti", fu nel 1787 Wolfango Goethe al quale Gioeni sconsigliò di arrampicarsi fino al cratere dell'Etna: "Se volete seguire il mio consiglio salite di buon'ora a cavallo fino ai piedi del monte Rosso: montate su quest'altezza e godrete di una delle più magnifiche vedute. Il panorama è splendido ed è evidente: il resto vale meglio di sentirlo raccontare". E l'anno appresso fu Lazzaro Spallanzani a salire le scale di quella dimora patrizia per ammirare "la collezione del cav. Gioeni con le produzioni più curiose e più interessanti del mare siciliano e con esemplari di corpi vulcanici". Ma di questi episodi, nel palazzo non c'è testimonianza.

http://www.sicilie.it/sicilia/Catania_-_Palazzo_Gioeni_d'Angi%C3%B2

 

Palazzo Gioeni D'Angiò

 

Palazzo La Piana (da sud)

Palazzo La Piana (da nord)

 

 

Catania, piazza dell'Università in un disegno della prima metà dell'ottocento di Salvatore Zurria. A quell'epoca nella piazza che si chiamava "della Regia Università" vi era la statua di Francesco I che attualmente si trova all'interno della villetta Pacini ed ha la testa mozzata e il braccio rotto.

FRANCESCO I – L’altezza della statua è di palmi 11 e mezzo, più di 3 metri. Originariamente si trovava in Piazza Università e fu innalzata il 14 aprile 1833. Ecco una descrizione dell’epoca, fatta da Lionardo Vigo sulla statua: “…vestir semplicissimo antico, nude braccia, gambe, ginocchio, testa, coverto il dorso di pallio, che un’ armilla ferma sul destro omero, il petto di corazza merlata, di cui sotto una tonicella mezzo gli vela le cosce, e i piedi di coturno..”.

(grazie a Salvatore Giordano)

 

 

Il Palazzo San Giuliano si trova sulla piazza Università di Catania di fronte al Palazzo dell'Università. Attualmente ospita gli uffici amministrativi dell'ateneo.
Il palazzo progettato dall'architetto Giovan Battista Vaccarini, fu costruito nel 1738 per i Paternò Castello Marchesi di San Giuliano. All'ingresso alcune lapidi ricordano gli ospiti illustri che vi hanno soggiornato. Fra questi il re d'Italia Vittorio Emanuele III con la regina Elena. Il palazzo è stato più volte rimaneggiato ma i prospetti esterni sono rimasti pressoché integri, solo la balaustrata che corona il tetto è completamento stilistico degli anni trenta quando il palazzo era sede del Credito Italiano. Nei primi anni del XX secolo ospitava il Teatro Machiavelli nel quale recitava il grande attore catanese Angelo Musco e dove mosse i primi passi (sul palcoscenico), come recita un'epigrafe posta su via Euplio Reina, l'altrettanto grande Giovanni Grasso. In quegli stessi anni una parte dell'edificio era occupato dal Hotel Bristol. Di particolare interesse è il partito centrale con il maestoso portone e la tribuna d'onore soprastante, di sicura ideazione vaccariniana (il progetto è del 1747). 

 

Costruito con vari marmi policromi, il portone è fiancheggiato da due colonne di marmo, recuperate a qualche edificio d'epoca romana, forse il Teatro. Al culmine dell'arco è posto un doppio stemma, a sinistra dei Paternò Castello, committenti del palazzo, a destra quello degli Asmundo, altra importante famiglia patrizia catanese, da cui era derivato a questo ramo cadetto dei Paternò il marchesato di San Giuliano nel 1702. Dello stesso Vaccarini è l'invenzione dell'originale scalinata a due rampe con portico a colonne posto in fondo alla corte interna in asse con il portone.

 

 

Il palazzo dell'Università di Catania situato nell’omonima piazza della città, deve il suo attuale aspetto ai lavori di ricostruzione eseguiti a partire dal 1696, per far fronte ai danni causati dal disastroso terremoto del 1693.
Realizzato per la prima volta su progetto degli architetti Francesco Battaglia, Antonino Battaglia, e Giovan Battista Vaccarini, l’edificio subì il primo intervento restaurativo nel 1818 ad opera dell'architetto Mario Di Stefano, realizzatore della meravigliosa facciata.
Il palazzo sede del rettorato dell’Università degli studi di Catania, presenta un cortile interno a forma di chiostro, una splendida Aula magna affrescata dal pittore Giovan Battista Piparo, ed infine una Biblioteca dove sono custoditi oltre 200.000 volumi tra codici, incunaboli, manoscritti e lettere autografe.
Il prospetto in gran parte ottocentesco, come del resto l’intero edificio, accoglie lo stemma di Aragona, il cui re Alfonso il Magnanimo fondò nel 1434 l'Università di Catania come unica università siciliana, composta da sei docenti, le cui lezioni si tennero in una struttura eretta in piazza Duomo accanto alla Cattedrale di Sant'Agata.
Trasferita nel 1684 all’interno dei locali dell'ospedale San Marco, l’Università raggiunse la sua attuale locazione subito dopo i lavori di ricostruzione dell’edificio.

La fondazione a Catania di uno Studium generale matura tra il 1434 e il 1444 come risarcimento alla città per il 'trasporto' a Palermo della capitale di Sicilia. Nel 1434 Alfonso d'Aragona emana il privilegio istitutivo che verrà assunto nella tradizione dell'Ateneo come la data di fondazione: ma bisogna attendere il 1444 perché - grazie all'iniziativa del domenicano di Palermo Pietro Geremia - siano rimosse le resistenze locali, ed il pontefice Eugenio IV si induca a firmare il breve istitutivo.
L'inizio dell'attività è fissato dal sermone del Geremia De laude scientiarum che egli tenne il 26 luglio 1445.

Privilegio del sovrano e breve del pontefice contengono i dati essenziali della costituzione dello Studium: cancelliere è il vescovo di Catania, assistito da giurati cittadini; le risorse finanziarie sono assicurate da tratte del locale caricatore dei grani e da fondi dell'Ospedale di S. Marco.

Gli anni difficili

Dopo un buon avvio, travagliato ma positivo, nel secondo Quattrocento, lo Studium (ora Siculorum Gymnasium) vivrà nel Cinquecento forse il tempo più difficile della sua lunga storia. Dovrà difendere il privilegio da Messina (i gesuiti) e da Palermo, ma soprattutto vede modificarsi profondamente il contesto geopolitico di Catania - in seguito alla crescente presenza turca nel Mediterraneo: la città si separa dal mare, e conosce il deperimento del caricatore (dalle cui tratte dipende il bilancio del suo Ginnasio), e deve inoltre far fronte al costo ingente della cinta muraria.

Frattanto il vicerè, insieme tutore dei privilegi e dispensatore delle nuove grazie sovrane (di Carlo V e di Filippo II), è chiamato a mediare i costanti conflitti tra il Vescovo-cancelliere e il rettore degli studenti, in sostanza tra la Chiesa e l'aristocrazia cittadina. La vicenda della peste del 1575 sottolinea inoltre, e in modo clamoroso, la sfasatura tra la medicina accademica e la medicina sociale (Ingrassia): e il protomedicato erge barriere corporative alle irruzioni entro la fortezza munita di un privilegio che ha portata quasi esclusivamente fiscale.

 


Dal 1595 lo Studio ha lasciato frattanto il luogo dimesso che occupa da mezzo secolo, per occupare la casa palazzata, in "contrata della strata della luminaria" (la futura via Etnea): vi sarebbe rimasto - salvo brevi interruzioni - sino al 1684. Quando in seguito ad accorti acquisti e permute potrà insediarsi nel luogo del presente Palazzo centrale.

Il Seicento conosce un declino del patriziato, del potere economico cittadino: e Catania non pare in grado di ripetere il modello napoletano. Catania si stringe allora a Messina, la cui egemonia si espande nel territorio, nell'economia e nella politica: estende la sfida a Palermo anche sul terreno culturale (Borrelli, etc.).
L'iniziativa di Mario Cutelli in funzione 'olivaresiana' non serve a contrastare il controllo della Chiesa catanese sulla città e sull'Università. Da questa in ogni caso non viene alcun supporto tecnico-scientifico al piano di Alfonso Borrelli di fermare la lava del 1669: se il velo di S. Agata non basta ad arrestar la colata, bisogna accettarla come scelta della Provvidenza!
La città e l'Università saranno a vario titolo coinvolte nella 'guerra di Messina' (1674-79), pagano la nuova indipendenza ed il ritorno alla grande dei privilegi con i costi della guerra e della repressione: è la base dell'alleanza tra vecchia nobiltà e alto clero, che ha nell'Università il suo centro politico, e che dovrà guidare la ricostruzione di Catania distrutta dal sisma del gennaio 1693.

 


 

Il recupero dei privilegi
Dopo la 'cancellazione' di Messina ribelle, che aveva coinvolto (1679) anche lo Studio messinese, l'Università catanese non ha rivali in Sicilia: e vede rafforzati i suoi privilegi.
Supera, non senza difficoltà, la frattura del terremoto (1693) che ha sconvolto l'assetto demografico e urbanistico della città e prende parte diretta alle scelte di prestigio nell'avviata ricostruzione.
Dopo le istruzioni del Santo Stefano (1679), imposte dal 'partito spagnolo' (nobiltà + Chiesa), interverranno a correzione le Istruzioni austriache del vicerè Sastago. Protettore dell'Università era (da Palermo) il consultore del vicerè; a reggerla il vescovo di Catania nell'ufficio di Gran Cancelliere; e il Patrizio della Città con la carica di Conservatore.
Tre le facoltà, dodici gli insegnamenti: teologia speculativa, teologia dommatica, teologia morale, diritto civile de mane e diritto civile de sero, diritto canonico, diritto feudale, istituzioni (instituta) romane, medicina de mane e medicina de sero, filosofia de mane e filosofia de sero, chirurgia, logica, matematica.
I docenti, scelti per concorso, avevano un incarico triennale: alla scadenza, potevano ricandidarsi, anche per discipline diverse da quella prima professata. La prevalenza, in numero e qualità di docenti e studenti, va alle facoltà di Legge e di Medicina: un prestigio che risale alle origini dello Studium, e che verrà posto in discusssione solo nel tardo XX secolo.
Nel 1737 l'Università aveva visto ulteriormente confermati i tradizionali privilegi. Conferma reiterata (1739) dal vicerè Corsini: "nessun Naturale del Regno che pretendesse esercitar in esso le Scienze o avere l'onori delli suoi gradi vada a studiare, nè a buscarsi il Privilegio di Dottore di fuori Regno [...], dovendo ogn'uno studiare [...] nella Università di questo Regno in Catania". "alcuna persona [...] in virtù di [...] privilegi forestieri potesse esercitare la Jurisprudenza, Medicina, Fisica, o Chirurgica, nè qualunque Officio attinente a Dottori di dette professioni, nè segli conferisca, nè permetta alcun atto onorifico ex vi di detto grado di dottore".
A metà del secolo XVIII la tensione tra Senato e Vescovo esplode in conflitto aperto: il vescovo S. Ventimiglia vorrebbe associare lo Studio ad una vasta impresa di riforma del Seminario e della cultura cittadina. Il Senato cittadino punta per contro alla difesa corporativa dei suoi privilegi, e gioca la partita del contemporaneo rigetto delle proposte curiali, e della domanda di riforme regie. Del '67 sono le Ragioni del Senato di Catania, del Patrizio, de' Collegianti, e de' Lettori dell'Università de'
studj di detta Città per l'osservanza delle leggi accademiche; del '71, dopo l'espulsione dei Gesuiti dal Regno le Leges a Ferdinando III ad augendum, firmandum et exornandum Siculorum Gymnasium latae. L'Università vive però come assediata dalle tante accademie, 'conversazioni', gabinetti e musei privati che nascono e prendono radice nella città, con una costante attrazione sulla nobiltà e borghesia provinciale - che trova impiego nell'Ospedale e nei tribunali.
L'epoca delle riforme
La riforma generale degli Studi si ha però nel '78, quando le risorse provenienti dall'Azienda gesuitica sono già destinate a finanziare un sistema generale di istruzioni. Allora G. A. De Cosmi presenta il suo Piano al vescovo-cancelliere: la Sicilia non è "tra le nazioni illuminate e polite", e sono soprattutto 'le discipline esatte' ad esser trascurate. "Si ha gran numero di teologi di scuola, ma pochissimi che coltivano le lingue dotte, l'ebreo, il siriaco, il greco, che sono le vere fonti della teologia solida. Gran numero di giureconsulti di professione, ma per lo più sforniti di quella culta e sublime letteratura, che capaci li renda di profittare dei fonti greci e latini. Gran numero di medici, ma senza sperienza di fisica, senza mecanica, senza sezioni anatomiche: che imparano la medicina dai libri e non dalla natura. Scarsissima soprattutto è la nazione di uomini esercitati nella pratica della geometria e della meccanica. Non abbiamo una specola di astronomia. Non un teatro anatomico, non una scuola di commercio, non d'agricoltura, non d'idraulica, non d'industria". E chiede una storia naturale della Sicilia.

La riforma dell'agosto 1779 porta a 30 le cattedre (di cui otto per Legge), mentre innova le procedure di concorso: quasi duemila gli studenti. Ora le lauree si tengono nel palazzo degli Studi; e nel 1787 il vicerè nomina un lettore della "gelosa cattedra del diritto nazionale e de' feudi". L'anno dopo sarà creata la cattedra di Istituzioni politiche. Non mancano le tensioni, e il fronte riformatore denuncia lo squilibrio tra le innovazioni e il progetto De Cosmi: D. Tempio, il poeta famulo del De Cosmi, parlerà di 'Sicula minzogna'. La riforma amministrativa dei Borboni (1817) comporta l'adeguamento dell'università alla domanda di nuove professioni - anche se a Catania la domanda e la considerazione sociale restano ancorate al prestigio delle lauree in Medicina ed in Diritto. Dal '17 il Siculorum Gymnasium passa, per la parte finanziaria, sotto il controllo dell'Intendenza; e per la parte didattica e scientifica, sotto quello della Commissione di pubblica istruzione (in Palermo). Dal '19 Gran Cancelliere sarà, al posto del vescovo, il Presidente della Gran Corte Civile. Presiedeva la Deputazione, della quale erano parte il Rettore ("il capo immediato e il locale superiore dell'Università", che vigilava "sulla esecuzione dei doveri rispettivi de' professori, [..] degli scolari, e di tutti gli altri impiegati"), il Segretario-Cancelliere, nominato come il rettore dal re; e quattro membri, due eletti dall'Università e due dallo intendente".

Lo sviluppo tra Ottocento e Novecento
Nel 1824 nasce, e si insedia nel Palazzo l'Accademia Gioienia (avrà da lì a poco, in stanze del piano terra il suo Gabinetto letterario).
Nel 1828 C. Maravigna cede il suo gabinetto di conchigliologia e orintologia (che sarebbe stato dello Aradas); e G. Reguleas eredita ed accresce il Gabinetto anatomico con  calchi e cere. Dal 1835 C. Gemmellaro ha trovato posto nel palazzo per il suo Osservatorio meteorologico, "in un casotto sulla loggia in cima della stessa Università". Lo sviluppo continua nonostante la crisi politica del '37 (che produce il Regolamento del 1840): i concorsi di Economia politica attivano competizioni prestigiose, che interpretano indirizzi avanzati di politica sociale; due scienziati di prestigio, il geologo G. B. La Via ed il botanico F. Tornabene, benedettini entrambi, cercheranno senza successo di trasformare il grande monastero di S. Nicola in sede attiva di collegi, laboratori, musei naturalistici. Né avrà miglior successo la realizzazione dell'Osservatorio Astronomico (bisognerà aspettare l'iniziativa del Tacchini e del Riccò degli anni 1880-90).

Accanto al Teatro anatomico (ospedale di S. Marco, 1798) si avrà in luoghi fuori del Palazzo nei tardi anni '40 l'Orto botanico.
Con l'Unità, dopo un breve trapasso (il 'soccorso' di Garibaldi), Catania entra nella difficile spirale delle Università minori: ciò spiega il crollo degli studenti - 600 nel 1857-58, 450 nel 1861-62, solo 150 nel 1869-70. E nel dibattito parlamentare sulla Riforma Baccelli, le voci dei catanesi (Majorana, De Felice, eccetera) sono tra le più autorevoli: sarà il potere locale a sostenere (dal 1877) lo Studio sul terreno politico e su quello finanziario. Dal 1885 l'Università torna tra le 'maggiori'. É questo il tempo dei Majorana: Salvatore Majorana Calatabiano, un politico della Sinistra colto ed esperto, ministro con Depretis, si fa capo di una dinastia intellettuale. Programma e realizza l'istruzione dei figli, tre dei quali - Giuseppe, Angelo, Dante - avranno ruoli prestigiosi nell'Ateneo, ed uno come Angelo consumerà in una vita breve una splendida carriera politica.
Il tardo Ottocento è un tempo grande per l'Ateneo ove accanto a Mario Rapisardi e Luigi Capuana è un'imponente presenza di scienziati - zoologi, fisiologi, biologi, fisici sperimentali. Ed è il tempo in cui la chirurgia, da Reina a Clementi, diventa disciplina principe della Facoltà medica.
Col primo Dopoguerra, ai Majorana s'affianca nell'impegno al controllo politico ed accademico dell'Ateneo la famiglia dei Carnazza, proprietari e titolari di professioni di successo: ed il maggiore dei Carnazza, Gabriello, sarà ministro dei Lavori Pubblici nel primo Ministero Mussolini. La riforma Gentile (1923) avrebbe riaperto la questione della gerarchia: il Siculorum Gymnasium è collocato nella seconda fascia, dispone perciò di risorse inadeguate ad assicurare un corpo accademico di qualità. Per vie politiche, e in conseguenza dello sforzo anche stavolta imponente del potere locale, la sfida è vinta. Eppure domina per gli anni '20, a Catania e nel suo Ateneo, un tono dimesso: se non di involuzione, di asfissia culturale, si ha come un rallentamento, un ricambio insufficiente, timore di sclerosi.

 

 

 

Ed il periodo fra le due guerre, che è il tempo dei Majorana e insieme soprattutto dei Condorelli, sarà segnato da nuove difficoltà che cementano ancor più l'asse privilegiato tra Legge e Medicina: i Majorana controllano la prima delle Facoltà, a Medicina si fanno strada - in alleanza coi Reina ed i Clementi - i Condorelli. Sono, su posizioni opposte, i Majorana liberali ed i Condorelli fascisti, non solo i piloti del vascello accademico nel lungo viaggio attraverso il fascismo: essi operano per consolidare alcuni indirizzi, di ricerca e formazione, che riguardano le Facoltà 'inferiori' (Lettere, Scienze, Ingegneria) rispetto alle Facoltà forti, che sono sempre Legge e Medicina - che assai meglio delle altre si collocano nel circuito nazionale, e riescono a promuovere a livelli alti figure locali di studiosi.

Nel 1934 l'Università celebra con grande solennità il 5° centenario del placet di Alfonso per la fondazione dello Studio: e ne lascia, buon testimone, una storia a più mani fatta di contributi originali per le sezioni più antiche, e di sintesi di modesto profilo per i tempi più moderni. Appartiene a questi decenni il consolidamento e l'espansione dell'edilizia universitaria. Francesco Fichera, innamorato della Catania settecentesca che vuol riscoprire, tenta operazioni di maquillage architettonico sul Palazzo centrale.

 Il nuovo sta altrove: gli insediamenti di via Androne crescono ad una 'cittadella' vera e propria; e nasce il Palazzo delle Scienze, con fra le altre la nuova Facoltà di Economia e Commercio. E prende forma, negli anni Trenta, quella politica di disseminazione dei luoghi dell'Università da tempo preparata: quei luoghi son nodi vitali del riassetto urbanistico di Catania, e collocano l'Ateneo tra i poteri 'forti' della città. Crescono gli studenti, soprattutto con incremento costante a Medicina e a Legge, mentre cresce a Lettere la presenza femminile. Aumentano anche presso gli ospedali cittadini le cliniche universitarie (nel '34 al "Vittorio Emanuele" la Clinica medica si aggiunge alla pediatrica).
Col secondo Dopoguerra, l'Ateneo assume e mantiene posizioni di tutto rispetto nel confronto con gli Atenei siciliani e meridionali: il mezzo secolo (1943-2003) che sta alle spalle si divide tra prima e dopo il Sessantotto. Prima l'uomo-forte è stato Cesare Sanfilippo, un romanista della scuola palermitana di S. Riccobono, che fu rettore dal 1950 al 1974: e lasciò per rinuncia, alle prese con trasformazioni che non condivideva e temette di non poter governare; dopo, a interpretare la fase tumultuosa della crescita avviata con le misure urgenti del 1972, e a governare con polso fermo e lucido dinamismo, sarà Gaspare Rodolico (1974-94). Per entrambi i periodi, il segno più forte è rappresentato dalla politica edilizia. Sanfilippo volle 'la cittadella', il Nuovo Centro Universitario Clinico-Scientifico di S. Sofia, come area di espansione dell'Università che sentiva come un busto scomodo l'armatura del Centro storico: la volle sopratutto per il Policlinico, e per esso realizzò l'Ufficio Tecnico. E potè dare alla sua Facoltà giuridica la sede prestigiosa della villa Cerami, acquistata e ristrutturata.

Più complessa e positiva l'opera di Rodolico, una personalità dinamica e creativa, che scelse di lasciare nel Centro storico le Facoltà umanistiche (Giurisprudenza, Lettere, Economia, quindi lo statizzato Magistero) trasferendo nella Cittadella le Facoltà scientifiche - Medicina, Scienze, Ingegneria, Agraria: e realizzò un programma imponente di costruzioni e trasformazioni. Espansione di Giurisprudenza, insediamento di Lettere nel grande monastero dei Benedettini (donato dal Comune), l'acquisizione di palazzo S. Giuliano destinato ai servizi centrali e di palazzo Paternò Raddusa per la Facoltà di Scienze politiche, riallocazione di Economia e del Magistero. Questa accelerazione della politica edilizia, in una con la dotazione di nuove strutture di ricerca (INFN, CNR, eccetera), ed un incremento significativo delle risorse, caratterizza il decennio successivo che ha visto il compimento non facile di quel disegno - in una con le trasformazioni delle strutture di partecipazione e di governo.

 

C'ERA UNA VOLTA LA FESTA DELLA MATRICOLA

 

Con gli amici di larga frequenza ci si riuniva nei periodi dell'apertura delle iscrizioni all'Università per assaporare le gioie connesse al tradizionale motto goliardico "Gaudeamus igitur".

La cosiddetta «Festa della Matricola» ci trovava pronti a baldorie e scherzi inusitati. Ci vestivamo in costume, ora seicentesco o di foggia e tipo promiscuo, e ridevamo e danzavamo per le piazze. Facevamo caroselli attorno alle belle fanciulle e alle leggiadre signore per riscuotere un sorriso, e facevamo lo stesso presso distinti signori per intascare l'obolo', che poteva essere indifferentemente in sigarette o in denaro. Si saliva e si scendeva dai tram e dagli autobus con grande scuotimento di capo dei conduttori; si cantava e si giocava per fare ridere e ridere di noi stessi con grande sollazzo dei passanti che, indulgenti e bonari, seguivano le nostre prodezze. Al nostro gioco (che in fondo era tale) partecipava la cittadinanza e quanti si trovavano involontariamente (o volontariamente) coinvolti. Era un modo per dimenticare gli affanni e gli assilli del vivere quotidiano.

Uno dei riferimenti del tempo era la "Corda Frates" dove ci si riuniva per mettere a punto l'arbitraria organizzazione del "papello" al quale interveniva col "pontefice massimo, i fagioli, le colonne e le magne colonne"  dell'Ateneo. Le malcapitate (poi mica tanto) matricole facevano le spese sottoponendosi a sberleffi e canzonature se il "magno gaudio" mangereccio era stato alquanto inconsistente. Talvolta venivano anche comminate punizioni di vario genere, a seconda della resistenza fatta dall'imprudente e squattrinata matricola.

F.A. Giunta

 

 

La città è chiusa in una morta di allegria: i ragazzi dai berretti a punta grondanti ciondoli variopinti, si riversano come api soldati per le vie e gli slarghi a vociare e ad eccitarsi per un nonnulla.

E' la "festa della matricola"; una caccia spietata si apre all'indifesa selvaggina (soprattutto se di sesso femminile e col "papello" non in ordine) che "deve" pagare lo scotto, la sbagnatina. Il veterano, la colonna fuoricorso, ha la priorità sugli "assaggi" e, su eventuali controversie, la sua decisione è insindacabile.

Blocchi stradali improvvisati; raccolta di soldi ovunque per finanziare la manifestazione e spesso le proprie tasche; sui mezzi pubblici non si paga, e non si paga neanche al cinema.

Ecco lo spettacolo al "Sangiorgi" (lazzi, massa vociante e, da presentatore, un pallido e imberbe Pippo Baudo) che si conclude inevitabilmente con qualche cazzottone e goliardiche pernacchie a chicchesia: artisti, registi, coreografi, truccatori, datori di luce.

E infine - godibile tradizione - 'a puliziata al sederone, e parti limitrofe, del 2liotru" del Duomo che la matricola selsionata (e commossa da tanto onore) deve pubblicamente effettuare con spazzolone e creme detergenti varie.

S', c'era una volta anche la festa della matricola....

(Aldo Motta)

 

tratto da "A Catania con amore" di Aldo Motta - Edizioni Greco 1991

 

 

I DUE PALAZZI DELL'AMMINISTRAZIONE CENTRALE

Palazzo Sangiuliano (Uffici amministrativi - Personale - Finanziari - Ragioneria)

Palazzo dell'Università (Rettorato - Direzione Amministrativa - Uffici amministrativi)

 

LA STORIA DEL PALAZZO

Era il 9 ottobre 1434 quando Alfonso V d’Aragona, detto anche il Magnanimo, decise di istituire l’Università di Catania. Non si trattava dell’inizio della storia di un ateneo come gli altri, quella che vedeva la nascita era la prima Università siciliana e fu poi papa Eugenio IV, con una bolla del18 aprile 1444 ad autorizzare la costituzione dello Studium Generale Siciliae.

Il Palazzo degli Studi non poteva sorgere in un luogo qualunque, ma in una zona centrale e prestigiosa. Cosa poteva esserci di meglio di quel primissimo tratto di via Etna (la vecchia via Uzeda) a pochi passi dal mare e dal Duomo, proprio dove si svolgeva la gran parte della vita dei catanesi e di quanti venivano in visita a Catania. Il Palazzo dell’Università non resistette alla violenza distruttiva del 1693 e la sua ricostruzione iniziò tre anni dopo, ripartendo proprio dalle macerie lasciate dalla tragedia.

A prendere in mano il compito della ricostruzione fu Giovan Battista Vaccarini, nel 1730. Sono i risultati dei suoi progetti quelli che ammiriamo oggi a sinistra della piazza risalendo la via Etnea. Vaccarini aveva pensato ad un’opera elegante e funzionale al tempo stesso e partì da quel cortile interno tanto famoso, pensato come un chiostro, con un disegno fatto di ciottoli e incorniciato da un porticato a due piani fatto di archi e colonne.

Toccò poi al catanese Giovan Battista Piparo, affrescare il primo piano di quello che noi siamo abituati a chiamare e l’Aula Magna, che è caratterizzata da pareti completamente rivestite di prezioso damasco, mentre sul muro che fa da sfondo alla cattedra si trova  un arazzo che riporta lo stemma della dinastia degli Aragona.

Il prospetto di Palazzo dell’Università ha subito delle modifiche negli anni a venire, ad opera dell’architetto Mario Di Stefano, dopo il terremoto del 1818 che fece alcuni danni proprio sulla facciata. Da notare che l’edificio, che una volta accoglieva tutte le Facoltà, è costruito su un intero isolato e, in origine, le sue porte permettevano di accedere al chiostro da tutti e quattro i lati.

All’Ateneo Catanesi le lezioni iniziarono il 19 ottobre del 1445, i docenti a quell’epoca erano solo sei e mentre il palazzo veniva costruito, discenti e insegnati furono accolti in quello che oggi è conosciuto come il Palazzo del Seminario dei Chierici in piazza Duomo.

Oggi in piazza Università insieme al Rettorato, e a suo uffici, si trova anche la Biblioteca Universitaria, un luogo ricco di  codici, manoscritti e lettere autografe vantando una collezione di oltre 200.000 volumi alla quale accedono studiosi da tutto il mondo.

http://www.peripericatania.it/cosa-vedere/palazzo-degli-studi-piazza-universita

 

 

 

 

Salvatore Majorana, il capostipite. 

Avvocato, Docente universitario di diritto e di economia, 

Senatore del Regno d'Italia, 

due volte Ministro dell'Agricoltura e Commercio nel Governo Depretis.

da Salvatore e Rosa Campisi (sposata in seconde nozze) nacquero sette figli

Giuseppe Majorana Angelo Majorana Quirino Majorana Dante Majorana

Docente universitario di statistica, Deputato, Rettore dell'Università di Catania

Economista, Docente universitario,

Rettore dell'Università di Catania,

Deputato, due volte Ministro del Governo Giolitti

Fisico, Inventore, Docente universitario,

Presidente della Società Italiana di Fisica

Giurista, Docente universitario, deputato,

Rettore dell'Università di Catania,

Giuseppe ebbe 3 figli:

Francesco, Salvatore e  Tullio 

Angelo ebbe 3 figli:

Rosina, Salvatore e  Maria 

Quirino ebbe 3 figle:

Graziella, Carmela e  Silvia  

Dante ebbe 4 figli:

Angelo, Salvatore, Claudio e Vittoria

Elvira Majorana Fabio Majorana Emilia Majorana
Sposò Salvini-Nucci, Consigliere di Stato

Ingegnere, Fisico,

Ispettore generale del Ministero delle PP.TT.

 

Sposata con l'Avv. Dominedò

Elvira ebbe 4 figli:

Mario, Angelo, Lavinia e Valeria

 

da Fabio e Dorina Corso nacquero 5 figli:

Rosina; Luciano (ingegnere civile, specializzato in ottica astronomica); Salvatore (avvocato e filosofo);  Maria (Insegnante di pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia in Roma) ed Ettore (il genio più grande della famiglia)

Emilia ebbe 4 figli:

Francesco, Valentino, caterina e Giovanna

 

Ettore Majorana scomparve misteriosamente e la sua morte fu un enigma nazionale tutt'oggi insoluto: morto suicida? Rapito da qualche Paese che già in quell'epoca conduceva studi atomici? Rifugiato presso un convento di padri Gesuiti? La madre non convincendosi della morte del figlio, aspettò sempre il suo ritorno. La sua era una famiglia di illustri professionisti ed era il penultimo di cinque figli. Ettore era un genio della Fisica, precocissimo, eccentrico, ombroso, indolente: da lontano appariva smilzo, con un'andatura timida e quasi incerta;da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, gli occhi neri, grandi e scintillanti. Molto severo nei giudizi, ancor prima con se stesso per poi esserlo con gli altri, le persone a lui vicine avevano finito col comprendere che tanta severità era la manifestazione di uno spirito insoddisfatto e tormentato. Sotto un apparente isolamento dal prossimo, non solo di fatto ma anche di sentimenti, si nascondeva una sensibilità vivissima che lo portava a stringere solo raramente rapporti di amicizia. Nato a Catania il 5 agosto del 1905 in via Etna 251, trasferitosi con la famiglia a Roma, studiò Ingegneria per quattro anni finchè l'amico Emilio Segré lo convinse a cambiare facoltà, facendogli notare come gli studi di Fisica fossero più consoni, di quelli di Ingegneria, alle sue aspirazioni scientifiche ed alle sue capacità speculative. Il cambio avvenne all'inizio del 1928 dopo un colloquio con Fermi, allora professore straordinario alla cattedra di Fisica teorica dell'Università di Roma e che voleva creare nella capitale una scuola di fisica moderna su suggerimento di O.M.Corbino, professore di Fisica sperimentale nella stessa Università. Majorana si laureò in Fisica nel 1930. Conosciuto per il suo straordinario valore di scienziato e ricercatore teorico, nel 1931 rifiutò i prestigiosi inviti di trasferimento presso le università di Cambridge, di Yale e della Carnegie Foundation. Non è motivato nemmeno il rifiuto per partecipare, nonostante la segnalazione fatta da Fermi a Mussolini, al concorso nazionale, per professore universitario di Fisica, bandito nel 1936. Accettò invece la nomina, per meriti particolari, a titolare della cattedra di Fisica teorica dell'Università di Napoli.

Trasferitosi in questa sede, alloggiò presso l'albergo "Bologna" dove continuò a coltivare i suoi interessi per la fisica. Si chiuse in casa e rifiutò persino la posta, scrivendo di suo pugno sulle buste: - Si respinge per morte del destinatario -. Agli amici più stretti confidò che all'Istituto di Roma, dove peraltro non tornò più, nessuno capiva nulla delle sue teorie (eppure c'erano Fermi e Corbino!). Riuscivano a comprenderlo solo quattro uomini al mondo: i tre premi "Nobel", cioè l'inglese Paul Dirac, il danese Niels Bohr ed il tedesco Werner Heisemberg e con essi l'americano Carl David Anderson. Majorana scrisse solo otto opere di non più di sei-sette pagine ciascuna, tra le quali "Teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone", "Atomi orientati in campo magnetico variabile", "Sulla teoria dei nuclei".
Allucinato dalla fatica diurna dell'insegnamento e notturna delle meditazioni scientifiche, si lasciò persuadere ad intraprendere, nel marzo 1938, un viaggio di riposo, Napoli-Palermo, su una nave della "Tirrenia". A Palermo alloggiò, per mezza giornata, all'albergo "Sole" e la sera fu di nuovo sul piroscafo dove fu visto sul ponte all'altezza di Capri, come affermano alcune testimonianze, ma a Napoli non arrivò mai. Dove scomparve e come? La supposizione di suicidio per annegamento fu scartata: sul piroscafo viaggiava un battaglione di reduci dall'Africa ed essendo il ponte stipato qualcuno si sarebbe accorto di un uomo che si gettava in mare. Quando in data stabilita non fu notato il suo rientro, fu lanciato l'allarme e nella sua camera al "Bologna" mancava solo il passaporto: era andato all'estero?
In quell'epoca pochi scienziati si occupavano di studi atomici e nessun uomo di Stato poteva essere competente: chi poteva chiamarlo con tanta segretezza? Vane si rivelarono le ricerche in tutto il Paese, nei conventi in particolare, compiute dalla polizia. Al prof. Antonio Carelli suo collega napoletano, era arrivato poco prima un telegramma di Ettore che diceva: - Annullo notizia che riceverai- . Evidentemente si riferiva ad una lettera giunta dopo il telegramma , nella quale si intravedeva, non chiaramente espresso, il proposito del suicidio. Eppure non soffriva di malattie gravi, solo una nevrosi gastrica ; non aveva relazioni sentimentali, non nutriva interesse per il denaro, non aveva avuto litigi con alcuno. La sua era semplice solitudine causata da incomprensioni di coloro che gli erano vicino. Ricostruzioni televisive e giornalistiche sono state tentate in più riprese e tutte, nell'affrontare il momento cruciale, hanno dovuto fermarsi sulla soglia aleatoria e sfumata delle ipotesi.

Fonti bibliografiche: L.Sciascia, "La scomparsa di Majorana",Einaudi;

http://www.majoranabrindisi.it/majorana.php

 

 

 

La facciata Nord del Municipio

Palazzo Sant'Alfano

 

 

VIA ETNEA,CATANIA,NATA DOPO IL DEVASTANTE TERREMOTO DEL 1693

 

La via Etnea sorse soltanto alla fine del XVII secolo a seguito del disastroso terremoto dell'11 gennaio 1693. L'evento tellurico rase pressoché al suolo la città di Catania e sotto le macerie perirono circa i due terzi dei suoi abitanti. Il duca di Camastra, inviato dal viceré con il mandato di sovraintendere alla ricostruzione della città, decise di tracciare le nuove strade secondo delle direttrici ortogonali e partì proprio dal duomo che era uno dei pochi edifici non completamente distrutti. Venne così creata una strada che dal duomo si dirigeva verso l'Etna e una strada che la incrociava con direttrice est-ovest. Nacque così quella che oggi è la via Etnea. La strada venne chiamata via duca di Uzeda, in onore del viceré del tempo. Nel corso dei secoli il suo nome venne poi mutato in via Stesicorea ed infine nell'attuale di via Etnea visto che la strada si dirige verso l'Etna. La strada era allora lunga circa settecento metri e terminava nell'attuale piazza Stesicoro, allora chiamata porta di Aci. Qui esisteva una delle porte della città di Catania. La strada perpendicolare, attualmente via Vittorio Emanuele, venne invece chiamata via Lanza e successivamente Corso per poi cambiare il suo nome nell'attuale durante il XIX secolo.

I palazzi che vennero costruiti lungo le due strade furono edificati nello stile del barocco siciliano dagli architetti Giovan Battista Vaccarini e Francesco Battaglia. Lungo la via Etnea vennero edificate ben sette chiese che partendo dalla cattedrale sita in piazza Duomo proseguivano con la basilica della Collegiata, la chiesa dei Minoriti, la chiesa di San Biagio, la chiesa del Santissimo Sacramento, la chiesa di Sant'Agata al Borgo e la chiesa della Badiella. Lungo il suo percorso vennero costruiti molti palazzi della nobiltà catanese ed edifici pubblici. Partendo dalla piazza Duomo si incontra il palazzo degli Elefanti, sede del municipio e quindi il palazzo dell'Università ed il palazzo San Giuliano. Proseguendo si incontrano il palazzo Gioieni ed il palazzo San Demetrio ai Quattro Canti. A piazza Stesicoro si trovano il palazzo del Toscano ed il palazzo Tezzano. Proseguendo si trova il palazzo delle Poste e l'ingresso principale della villa Bellini. Nel corso del XX secolo la strada si sviluppò oltre l'incrocio con i viali e proseguì fino a piazza Cavour, il Borgo per i catanesi, dove si trova la fontana di Cerere in marmo di Carrara, conosciuta dai vecchi catanesi come 'a tapallara (dea Pallade), e quindi al Tondo Gioieni, dove negli anni cinquanta del XX secolo venne costruita l'allora circonvallazione di Catania.

Dal 1915 al 1934 la via ospitò i binari della tranvia Catania-Acireale.

Gli scatti di memoria di Franz Cannizzo

 

 

 

 

 

 

 

Hanno due chitarre sgangherate che non le vorrebbero nemmeno al festival degli stonati, corde di metallo caricate fin dai tempi di Modugno ormai così piene di ruggine che diventa pericoloso addirittura tentare di accordare gli strumenti (strumenti?), un amplificatore utile solo per far dire "mamma" alla bambola .... e poi le mani, le loro magiche mani che volano su quelle tastiere ridotte ai minimi termini.

In queste paradossale situazione, quasi al limite della produzione di un suono, questi due chitarristi sudamericani regalano piccoli momenti di felicità musicale lungo i marciapiedi di via Etnea carichi di addobbi natalizi. Sono bravissimi e le offerte che ricevono sono meritate.

E poi un'offerta a un musicista di strada non si nega mai.

 

 

Questa Basilica sorge su una preesistente edicola dedicata alla Madonna dell'Elemosina, che era infatti dedicataria della Basilica al principio.
Nel corso dei secoli, la Chiesa divenne sempre più importante ed assunse dal 1396 il titolo di Regia Cappella, essendo spesso oggetto delle frequentazioni dei Reali aragonesi.
Dal 1446, ivi venne istituito un Collegio di Canonici (da qui il titolo di Collegiata), tramite una bolla pontificia di Papa Eugenio IV.
Anche quest'edificio subì danni ingentissimi dal violento sisma del 1693 e dovette essere riedificato, anche se stavolta la facciata venne rivolta lungo la via Etnea, che era divenuta nel mentre una delle arterie principali della città.
La facciata settecentesca fu realizzata nel 1781 da Stefano Ittar, ed è uno degli esempi più fulgidi di barocco catanese.
Si articola su due ordini, dei quali il primo presenta 6 colonne in pietra, sormontate da una balaustra, e sul secondo si apre una grande finestra centrale, incorniciata da 4 statue dei Santi Agata, Paolo, Pietro e Apollonia, due ai lati della balaustra e due in nicchie nel muro, separate da lesene piatte.
Al di sopra della finestra poi, si trova la campana della Chiesa, secondo uno stile che ricorda quello delle chiese di area spagnola.
L'accesso al tempio è garantito da uno scalone. Delimita il sagrato una bella cancellata in ferro battuto.
 

 

STORIA DELLA REGIA CAPPELLA MARIA SANTISSIMA DELL'ELEMOSINA

 

Sulle rovine del tempio di Proserpina sorse nei primi tempi del cristianesimo un'edicola con un'icona dedicata alla Madonna che i bizantini chiamavano Madre della Misericordia e che poi fu detta Maria Santissima dell'Elemosina, perché si sosteneva con le offerte dei fedeli. Essa è ricordata nelle vite dei vescovi catanesi S.Leone (V sec)e Ruggero (1194).

Nel 1356 Federico III d'Aragona, fissando la propria dimora a Catania, riconobbe che il tempio era dal 1226 di regio patronato e lo insigni del titolo di "Regia Cappella ";re Martino I poi lo doto' di notevoli benefici e ricche rendite nel 1396.

Papa Eugenio IV (1431-1447)con una bolla del 31 marzo 1446 elevo' la chiesa al rango di Collegiata (cioè chiesa con capitolo di canonici ma non sede di cattedra vescovile )concedendole gli stessi privilegi goduti dalla cappella di S. Pietro nel Palazzo reale di Palermo.

Nel 1589 i padri capitolari acquistarono un terreno limitrofo al sacro edificio in costruzione per poterlo ampliare, come richiedeva il suo prestigio, dato che esso veniva subito dopo al Duomo per importanza.

Nel 1629 il vescovo Innocenzo Massimo (1624-1633)istituì nella parte del coro a mezzogiorno, vicino alla cappella di S.Apollinare, un cimitero per i padri capitolari.

Nel 1655 il tetto della Chiesa fu nuovamente rifatto :al culmine stava l 'immagine della Madonna seduta in trono "con il sacro Figlio messo al petto ".In quel tempo la Collegiata era doviziosa di arredi, argenterie e vesti sacre :aveva 5 cappelle con quadri preziosi e un organo a 5 registri con cantoria; nel 1658 poi l'icona della Vergine fu rinnovata e l'antica immagine -dopo lunghe discussioni -fu sostituita con quella di Maria Purificata .

Il 9/11 gennaio 1693 il catastrofico terremoto distrusse ,insieme a quasi tutta la città, anche il glorioso monumento dei 32 padri capitolari la metà peri sotto le macerie; del tempio rimasero soltanto le due campane piccole e quella più grande, fusa nel 1676 da mastro Giacomo Marotta da Tortorici e dal calabrese mastro Giuseppe Rinaldo.

Nel 1697 il vescovo Andrea Riggio (Pa1660-Roma 1717)pose la prima pietra della nuova chiesa, che si volle più grande della precedente e orientata in modo diverso, così da presentare il prospetto lungo la nuova via Duca di Uzeda .

Nel 1697 Antonino Amato ottenne l'appalto per l'estaglio delle statue nel prospetto con il visto del faber murarius Giuseppe Longobardo;mentre Alonzo Di Benedetto, l'architetto scampato al terremoto, aveva l'incarico di fornire le pietre bianche e nere per la costruzione. Si ha notizia di un altro scultore :il messinese Domenico Biundo,e si sa che il marmo di Carrara arrivava da Genova per mare.

Nel 1703 appare per la prima volta il nome del progettista :Angelo Italia (Licata 1628-Palermo 1700),il padre gesuita venuto a Catania per costruire la chiesa del suo Ordine, statuarius ,sculptor,architectus .

Nel 1705 i lavori per la facciata si interruppero per una diatriba legale con i vicini fra cui il barone Paternò Castello, che rivendicavano la proprietà dell'area scelta per il campanile.

Nel 1767 Stefano Ittar disegnò la nuova facciata abbattendo (dal 1768 al 1769)

l'antico prospetto a pietre bianche e nere e il campanile situato sulla destra, che era stato iniziato da mastro Giuseppe Longobardo con il concorso del P.Crocifero messinese Vincenzo Cafarelli.

Il 29 maggio 1794 il vescovo Corrado Deodato Moncada consacrò la nuova Collegiata.

Nel V centenario dalla fondazione, il 3 marzo 1946 ,Papa Pio XII innalzo' la chiesa alla dignità di Basilica Pontificia.

Nel 1981 è stata istituita la festa della Madonna della Misericordia al 10 di ottobre di ogni anno.

Il 1*settembre 1982 Papa Giovanni Paolo II ha benedetto in piazza San Pietro l'immagine sacra .

Fonte descrittiva museale

 

 

 

L'interno ha un impianto a croce latina, a tre navate.
Il battistero si trova nella navata di destra. Nella stessa parte della Basilica, troviamo tre altari con tele che rappresentano Santa Apollonia e Sant'Euplio di Olivio Sozzi, oltre al Martirio di Sant'Agata di Francesco Gramignani.
In fondo alla navata, è collocato l'altare dell'Immacolata: antistante, una balaustra in marmo che reca una statua, altresì marmorea, della Vergine, di pregevole fattura. Nell'abside della navata centrale poi, si trova una preziosa icona russa, che raffigura la Madonna. Essa è posto tra un coro ligneo e due opere su tela del pittore locale Giuseppe Sciuti.

 

La volta della cupola e della Chiesa sono state affrescate dallo stesso Sciuti, con scene della vita di Maria, circondata da angeli e Santi.
Le pareti sono dipinte di vivaci colori pastello, tipici degli stilemi del tardo barocco, che ben si sposano con la ricchezza della decorazione pittorica e marmorea.
Nella navata di sinistra si trova la Cappella del SS. Sacramento, che possiede un altare in marmo.
Infine, dietro l'altare maggiore, è posto un bell'organo in legno del XVIII secolo.

 

 

 

 

 

Ex negozio Frigerio - Via Manzoni/Via Collegiata (foto di Andrea Mirabella)

 

 

 

Quando Mara Messina morì, il 14 di agosto del 1907, il cordoglio si sparse per le strade di Catania rapido come l’inconfondibile profumo dei suoi biscotti all’anice, ancor oggi rinomati in tutta la Sicilia. E fu con un’affettuosa gratitudine che i catanesi si recarono a rendere l’ultimo omaggio alla donna che aveva saputo portar fuori dal convento, quasi come Prometeo con il fuoco, il segreto di dolci semplici e gustosi. Un sentimento conservato quasi intatto fino a oggi che ricorre il centenario della scomparsa della Monaca dei viscotta d’a monica. Sì, perché fu proprio Mara Messina, nella Catania degli ultimi decenni dell’Ottocento, a metter su con la nipote Rosaria Di Mauro, che avrebbe poi sposato Giovanni Arena, una piccola rivendita di biscotti in via Mancini, proprio dietro la Piazza dell’Università, dove ancor oggi si trova un punto vendita della ditta.
Da allora i viscotta d’a monica sono i biscotti dei catanesi per antonomasia. Se volessimo esagerare potremmo dire che i cromosomi del cittadino marca liotru hanno forma di esse, un color mielato scuro e... un forte odore d’anice. La ricetta dei viscotta rimane però ancor oggi segretissima: la famiglia Arena non ne vuol sapere di rivelarla. Ma si può ipotizzare che siano a base di farina, strutto e semi d’anice, visto che dolci simili, di cui è nota la ricetta, vengono preparati anche a Cefalù e sulle montagne di Pistoia. Di certo c’è che sono inconfondibili: per il profumo, la forma a esse, per il crocchiare quando vengono addentati.
E perché, come le ciliege, non ci si stanca mai di mangiarne (qualcuno sostiene addirittura siano digestivi). Quel che comunque ci preme non è parlare dei viscotta d’a monica, è tentare di ricostruire la vicenda umana della Monaca stessa: Maria Messina, meglio nota come Mara.

 

 

Via Etnea fu la prima e più importante strada tracciata dal Duca Lanza di Camastra, inviato dal Vicerè Gian Francesco Paceco Duca di Uzeda, dopo il tremendo terremoto del 1693. Congiunge in linea retta il mare con le prime pendici del vulcano. Quì i notabili e i patrizi più importanti, costruirono le loro lussuose dimore, che furono realizzate dai migliori architetti. Tra gli edifici più pregevoli, quello appartenuto ad una delle famiglie che ebbero un ruolo importante nella vita della città:i Gioieni, discendenti da Arrigo d'Angiò, consanguineo di Carlo I d'Anjou. L'edificio è situato all'angolo fra via Etnea, piazza Università e via Euplio Reina. Sul fianco dell'ingresso principale, si trova un bassorilievo bronzeo, opera dello scultore Mario Rutelli, degli inizi del '900. Sulla stessa piazza, di fronte al palazzo dell'Università si nota il palazzo dei marchesi di S.Giuliano, oggi proprietà del Credito Italiano. Costruito dal Vaccarini (il genio palermitano), ricorda un edificio del Vanvitelli che si trova a Napoli, il palazzo Fontana Medina. I San Giuliano, come i Gioieni, fanno parte di un gruppo di famiglie catanesi notabili. Uno di essi, Antonio Paternò Castello, marchese di S.Giuliano, fu un insigne statista. Morì a Roma nell'Ottobre del 1914. Sul prospetto dell'edificio rivolto in via Euplio Rejna, una targa di marmo ricorda il 'Machiavelli' teatro dialettale che fu la scuola iniziale di attori come Giovanni Grasso e Angelo Musco.

 

 

Il Palazzetto Biscari

 

 

Sul lato opposto, due edifici, il secondo dei quali è quello di 'Casa Biscari'. Quasi di fronte, prima dei 'Quattro Canti', c'era un bel prospetto di antico palazzo, nel quale si apriva il balcone dal quale Garibaldi proclamò: 'O Roma o morte!'. In seguito, il palazzo, gravemente lesionato, venne abbattuto.
Sullo stesso lato della strada, sorge il settecentesco palazzo 'Carcaci' e, di fronte, il palazzo 'S.Demetrio'. Fu il primo ad essere innalzato dopo il terremoto e lo ricordano 2 iscrizioni nell'atrio, dove figura anche il nome del proprietario: Eusebio Massa barone di S.Gregorio e precettore della Valle dei Boschi. L'edificio, in pietra bianca, ricchissimo di ornamenti e bassorilievi, è opera di Pietro e Francesco d'Amico e di Pietro Flavetta. Venne quasi interamente distrutto dai bombardamenti aerei del 1943 e riedificato subito dopo, come una copia dell'originale!
Dietro palazzo Carcaci, sulla piazza omonima, sorge uno degli edifici monumentali più importanti: il palazzo dei Principi Manganelli.
Su piazza Stesicoro, con una facciata rivolta a via Etnea, vi è palazzo Tezzano, costruito nel 1724 da Alonzo Di Benedetto. Ha un coronamento turrito, sul quale si notano le teste di 2 mori ed un grande orologio sotto le campane. Fino al 1880 ospitò l'ospedale di S.Marco, poi fu sede del Tribunale e, nel 1953 fu adibito a scuola pubblica.

Di fronte a palazzo Tezzano, s'innalza il palazzo del marchese del Toscano, colossale costruzione in stile rinascimentale, opera dell'architetto napoletano Errico Alvino (1864). Sorge su un antico palazzo, opera del Vaccarini, ed era di proprietà del nobile Pietro Maria Tedeschi Bonadies.
Tra piazza Stesicoro e Corso Sicilia, ecco il palazzo del barone di Beneventano, che ha uno stile analogo. All'angolo di via Etnea-via Pacini, sorge il palazzo del principe del Grado, opera di Carlo Sada. Appena dopo l'ingresso del Giardino Bellini, la casa dove morì Federico De Roberto e di fronte, ad angolo con via Umberto, la casa del barone Pancari, di gusto barocchetto, realizzata dal Sada.
Prima di arrivare a piazza Cavour, ecco un'altra opera del Sada, l'ex palazzo Libertini e, quasi di fronte, l'Orto Botanico, fondato nel 1858 dal prof. Mario Di Stefano. Al civico 575, una lapide ricorda la casa del poeta Mario Rapisardi, che vi morì il 4 Gennaio 1912. Cento metri più avanti, l'Ospizio dei Ciechi, fondato da Tommaso Ardizzone barone di Gioieni (1911). Via Etnea termina al 'Tondo Gioieni', inizio di un importante nodo stradale e in cui si articola la Circonvallazione.

http://www.puzzle.altervista.org/katane/monumenti.php

 

La via Etnea è la strada principale del centro storico di Catania. Si snoda nella direttrice sud-nord, ha un andamento rettilineo ed è lunga circa tre chilometri. Va da Piazza Duomo al Tondo Gioieni.
La via Etnea sorse soltanto alla fine del XVII secolo a seguito del disastroso terremoto dell'11 gennaio 1693. L'evento tellurico rase pressoché al suolo la città di Catania e sotto le macerie perirono circa i due terzi dei suoi abitanti. Il Duca di Camastra, inviato dal viceré con il mandato di sovraintendere alla ricostruzione della città, decise di tracciare le nuove strade secondo delle direttrici ortogonali e partì proprio dal Duomo che era uno dei pochi edifici non completamente distrutti.

 

 

 

 

 

Palazzo Mannino Acanpora (Via Carcaci) Palazzo Cilestri

 

Palazzo Trigona di Misterbianco (Via Montesano)

 

Venne così creata una strada che dal Duomo si dirigeva verso l'Etna e una strada che la incrociava con direttrice est-ovest. Nacque così quella che oggi è la via Etnea. La strada venne chiamata via duca di Uzeda, in onore del viceré del tempo. Nel corso dei secoli il suo nome venne poi mutato in via Stesicorea ed infine nell'attuale di via Etnea visto che la strada si dirige verso l'Etna. La strada era allora lunga circa settecento metri e terminava nell'attuale piazza Stesicoro, allora chiamata Porta di Aci. Qui esisteva una delle porte della città di Catania. La strada perpendicolare, attualmente via Vittorio Emanuele, venne invece chiamata via Lanza e successivamente Corso per poi cambiare il suo nome nell'attuale durante il XIX secolo.

 

I palazzi che vennero costruiti lungo le due strade furono edificati nello stile del barocco siciliano dagli architetti Giovan Battista Vaccarini e Francesco Battaglia. Lungo la via Etnea vennero edificate ben sette chiese che partendo dalla Cattedrale sita in piazza Duomo proseguivano con la Basilica della Collegiata, la chiesa dei Minoriti, la chiesa di San Biagio, la chiesa del SS. Sacramento, la chiesa di Sant'Agata al Borgo e la chiesa della Badiella. Lungo il suo percorso vennero costruiti molti palazzi della nobiltà catanese ed edifici pubblici. Partendo dalla piazza Duomo si incontra il Palazzo degli Elefanti, sede del municipio e quindi il Palazzo dell'Università ed il Palazzo San Giuliano. Proseguendo si incontrano il Palazzo Gioieni ed il Palazzo San Demetrio ai Quattro Canti. A piazza Stesicoro si trovano il Palazzo del Toscano ed il Palazzo Tezzano. Proseguendo si trova il Palazzo delle Poste e l'ingresso principale della Villa Bellini. Nel corso del XX secolo la strada si sviluppò oltre l'incrocio con i viali e proseguì fino a piazza Cavour, il Borgo per i catanesi, dove si trova la Fontana di Cerere in marmo di Carrara, conosciuta dai vecchi catanesi come 'a tapallara (Dea Pallade), e quindi al Tondo Gioieni, dove negli anni cinquanta del XX secolo venne costruita l'allora circonvallazione di Catania.

La strada è stata recentemente ripavimentata, con selciato in pietra lavica dell'Etna, ed è ora un'isola pedonale nel tratto che va da Piazza del Duomo ai Quattro Canti. Nel tratto che dai Quattro Canti va fino al Giardino Bellini è invece percorsa dai soli mezzi pubblici e dai taxi. È la via dello shopping ed una delle strade più frequentate della città sia di giorno che nelle ore notturne. Infatti nelle strade circostanti esistono un centinaio di locali fra ristoranti, birrerie, pub e pizzerie che sono frequentati da giovani e meno giovani catanesi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Via_Etnea

 

 

Via Etnea, il salotto buono di Catania.
Filippo Arriva, 16  gennaio 2010
Allontaniamoci dalle note stonate per fare due passi nel salotto, e qualcuno aggiunge buono, come se ci fosse quello cattivo, di Catania: via Etnea. Per motivi diversi mi ritrovo spesso a percorrere la mitica via cittadina sul tratto che va da piazza del Duomo a via Umberto. Un bel tratto, forse il cuore di questa via, che ha visto Brancati e Aniante, Martoglio e Patti… L’epoca in cui si aveva anche il tempo di sedere al bar e parlare di un nuovo nodo alla cravatta.
Riviste patinate giurano, con belle foto a doppia pagina, che il fascino antico non è tramontato. Catania “chiù sta e chù bedda addiventa”, dicono. Ovviamente nulla da eccepire sul fatto che ormai le nostre vie (ma questo accade ovunque) sembrano percorse da pazzi scatenati che sembra parlino da soli (fa sempre una certa impressione, vero?), gesticolano o urlano i loro sentimenti al telefono mobile con cui vivono in simbiosi. Ed è altresì inutile dire che via Etnea, come tutte le strade del mondo, ha perduto tutti i negozi storici per passare ai grandi magazzini delle multinazionali. Mi addolora ancora la fuga di Barbisio da via Etnea per far posto a una insegna che trovi uguale in tutte le città. Ma è così e nessuno può far nulla, mi dicono.

 

 

Sì, c’è il sole. I ragazzini mangiano arancini o un gelato. Resto a fissarli e vedo che nei confronti delle ragazzine non hanno quegli sguardi ansiosi e curiosi che avevamo noi (Anni Sessanta, voglio dire). Si ha la sensazione che quel sesso brancatiano, che in qualche modo ha bollato questa via, non esista più. Sono vestiti tutti allo stesso modo, e questo lo sappiamo, ed hanno tutti lo stesso sguardo.
E’ una via che necessita di ronde. Da quando gruppi di tre giovani in divisa vanno avanti indietro, e di tanto in tanto fermano qualcuno che assomma trsitezza e miseria, sembra che si viva più tranqulli. Così sento dire, seduto al bar o dentro quelle due librerie rimaste. Sì, perché anche le librerie sono andate al diavolo per far posto a negozi di vestiti o, se va bene, a un supermarket del libro dove le signorine non sanno nemmeno chi ha scritto I promessi sposi senza consultare il computer!

 

 

La ronda che sta per immettersi su piazza del Duomo punta delle belle ragazze straniere. Le fanciulle rispondo di buon grando all’attacco, abbasano il ponte levatoio, sparano un sorriso e aspettano l’abbordaggio. L’avvicinamento non è discreto, fatto di buongiorno e “possiamo essere utili?”. I tre si lanciano nel dare informazioni su strade e piazze (geografiche e storiche) con una miscela di francese, inglese e siciliano che farebbe impallidire Totò e Peppino che chiedono informazioni al vigeli milanese. La ronda tentenna e tracolla alla domanda: perché un elefante al centro della piazza? Il più furbetto ci prova: perché siamo vicini all’Africa! Ma c’è il sole, le ragazze accettano tuutto e nonostante il mese di fine anno, indossano canotte colorate e tessono sguardi luminosi.
 Intanto assessori comunali, vigili urbani e affiliati entrano ed escono dai bar ridendo e scherzando, con quella soddisfazione che possiede solo chi ha risolto i problemi della città e con la precisione di ogni ora si può permettere di andare a prendere un bel caffé.
Risalgo e dopo piazza dell’Università esce trafelata da un negozio una ragazza con secchio d’acqua sporca che svuota al bordo del marciapiede. E’ d’uso per lei, non si guarda in giro ed certamente convinta d’aver fatto opera meritevole svuotando il secchio con gabo, cioé senza schizzi. Ho notato che in altre vie, se malauguratamente davanti al negozio c’è un alberello con un metroquadrato di terra, quello ha l’onore di beccarsi il secchio d’acqua sporca.

Auto, taxi, bus, moto, biciclette percorrono via Etnea. Non ho mai capito se è zona pedonale, quale tratto e per quanto tempo. Misteri catanesi! Ho altresì la sensazione, ma di certo sbaglio, che gli autobus catanesi siano più rumorosi di ogni altra città. Se ti passano accanto: primo non senti più il tuo interlocutore, secondo resti inquinato per un’ora, perché lasciano vere e propie nuvole di smog. Non parliamo poi se ne restano in coda indiana tre o quattro. Allora sembra di essere in un film sul disastro nucleare. Ma è il salotto della città.

Un salotto che ha un orario di apertura e di chiusura. Quella dei negozi. Ho la sensazione che sia loro il potere assoluto. Eccoli in molti, pochi minuti prima della chiusura serale, lasciare a fianco dell’ingresso, scatole e scatolone ricche di scarti e rifiuti da negozio. Qualcno nella notte ritirerà tutto, ne sono certo, ma intanto…

Intanto qualche cane pensa di rovistare tra il cartone, che ne sa il poverino che non troverà cibo, ma se gli va bene un appendino da rosicare. Mi fermo a guardarlo mentre scava con il muso. Si ferma, mi osserva con lo sguardo triste alla Rex che sembra dire: che si deve fare per campare! E poi riprende. Più giù dei ragazzi (mica tanto: tutti sui trenta!) allegri. spensierati e con la vocazione al calcio hanno deciso che è venuto il momento di prendere a calci cartoni (dei suddetti negozi) e buste per metter sù una bella partita di calcio-rifiuti in piena via Etnea. Che estro, che fantasia questi meridionali… Degni di un film di Salvatores!
A questo punto che proprio sia il caso di rientrare casa, dove non posso, non voglio, non devo avere un salotto.

http://blog.lasiciliaweb.it/wp_granbarsicilia/?p=104

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Occupa l'angolo nord-ovest dei Quattro Canti tra la via Etnea e la via di Sangiuliano ed è considerato, insieme al coevo Palazzo Biscari, il maggiore esempio di architettura tardobarocca della città oltre ad essere il simbolo stesso della rinascita di Catania, non solo del dopoterremoto ma anche del più recente secondo dopoguerra; fu infatti ricostruito pietra per pietra dopo che i bombardamenti del 1943 lo avevano distrutto quasi completamente.
Il palazzo fu il primo a risorgere, dopo il terribile terremoto che nel 1693 distrusse per intero la città di Catania e tutto il Val di Noto, per volere del Barone di San Demetrio, Don Eusebio Massa che nel 1694 pose nell'androne del nuovo edificio un'epigrafe a ricordo del terremoto e come buon auspicio per il futuro:

« D.O.M. Nell'anno primo dei terremoti siciliani 1694, di nostra salute, Don Eusebio Massa; B.ne della terra di S. Gregorio e ricevitore della valle dei boschi, costrusse per primo le case recenti che vedete in questo quadrivio, primizie di Catania rinscente. Ospite, da qui trai buon auspicio e vattene illeso. »

Nel XVIII secolo la famiglia Massa, di origine genovese e ricchissima, fu tra le più importanti a Catania e molti suoi membri ricoprirono numerose cariche pubbliche, mentre il palazzo continuamente ampliato, con la costruzione tra l'altro di un teatro (uno dei pochi a Catania in quell'epoca),oggi scomparso e dove più tardi avrebbe mosso i primi passi anche Vincenzo Bellini. Notevoli cambiamenti sono stati apportati nel corso dei secoli all'edificio in particolare con la costruzione di un nuovo palazzo nel XIX secolo, prospettante sulle vie Manzoni, Prefettura e Sangiuliano, ad inglobare il precedente di cui però non fu intaccata la facciata sulla via Etnea e sull'angolo dei Quattro Canti. Quest'ultimo prospetto fu però modificato nel corso dei lavori di livellamento del piano stradale (1870) che in quel punto fu abbassato di circa due metri provocando un notevole alteramento delle proporzioni dell'edificio con piccoli e grandi accorgimenti per riequilibrarlo col nuovo livello stradale. Così le cornici delle botteghe appaiono assolutamente incongrue e l'abbassamento del portone è stato camuffato con una finestrella cinta di goffe decorazioni baroccheggianti. Durante la Seconda guerra mondiale, Catania fu pesantemente bombardata e il 16 aprile 1943 due bombe caddero sul palazzo sventrandolo; in piedi rimasero solo i tre balconi angolari mentre circa settanta persone rifugiatesi nell'androne perirono sotto le macerie. Nel dopoguerra fu ricostruito basandosi su foto e progetti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_San_Demetrio

 

 

 

I QUATTRU CANTI

 

I Quattro Canti sono costituiti dall'incrocio della via Etnea con la via di Antonino di Sangiuliano.

I quattro palazzi, costruiti nello stesso stile architettonico, hanno gli angoli smussati creando così uno spiazzo a forma ottagonale.

I quattro palazzi sono degli edifici di nobili casati catanesi ed appartengono ai marchesi Paternò Castello di Sangiuliano (sud-est), ai duchi Paternò Castello di Carcaci (nord-est), alla famiglia Massa di San Demetrio (nord-ovest) ed il convento di Santa Nicolella (sud-ovest).

 

Palazzo ex Convento di Santa Nicolella

 

Fu proprio da un balcone di questo edificio nell'estate del 1862, che Garibaldi, dopo aver liberato la Sicilia dai Borboni, pronunciò la famosa frase "O Roma o morte!".

Dal 1915 al 1934 l'area fu attraversata dai binari della tranvia Catania-Acireale (a proposito di collegamenti intermodali con la provincia).

 

Palazzo Manganelli

 

Palazzo Massa di San Demetrio

 

 

Palazzo Carcaci

 

Un palazzo prospiciente il “chiano della Sigona” venne costruito sulla Lava Larmisi nel 1400 e aveva un solo piano, quello nobile. Non aveva fregi ed apparteneva alla famiglia Tornambene. Nel 1505 Bernardo Tornambene vendette il palazzo ai baroni di Sigona la cui ultima erede, Isabella, andò sposa nel 1655 ad Alvaro Paternò.
Il terremoto del 1693 lo distrusse quasi interamente ma i muri perimetrali resistettero al sisma.
L’attuale Palazzo Manganelli, che conserva le mura perimetrali del '400, fu costruito a partire dal 1694, su commissione di Antonio Paternò, dagli architetti Alonzo Di Benedetto e l'arco di San Benedetto) e dal suo discepolo Felice Palazzotto. Costruito come oggi si vede a meno dell'ultimo piano che fu aggiunto successivamente e a meno di un importante dettaglio.
Il livello della città sino al 1873 era quello delle chiese di San Michele Minore e di Santa Teresa. Quando fu abbassato, il palazzo Manganelli subì una lesione e il principe del tempo chiese all'ingegnere Ignazio Landolina, progettista del livellamento, di fare un preventivo per un piano di ristrutturazione. Furono così ricavate le botteghe della via San Giuliano e fu aggiunto l'ultimo piano.
Il nome del palazzo coincide con quello del predicato nobiliare della famiglia e si riferisce al principale apparecchio che si usava nei secolo passati per la filatura della seta. Il ramo in questione della famiglia Paternò gestiva una ricca attività in questo settore, con un centinaio di operai, e possedeva molti manganelli, che ispirarono il re Filippo IV, venuto in visita a Catania, ad abbinare ad essi il titolo di barone, con cui gratificare la famiglia.
Tra i personaggi più notevoli, Giuseppe Alvaro Paternò (1784 – 1838) 3° Principe di Sperlinga dei Manganelli, 4° Duca del Palazzo, 10° Barone delli Manganelli e 4° Barone del Mastronotariato dal 1831; Gentiluomo di Camera del Re delle Due Sicilie, Intendente Regio a Messina, Catania, Palermo e Abruzzo Citra, che donò al Comune di Catania cinque zappe di acqua di Valcorrente, che equivalevano a 24,40 litri al secondo, e fece costruire a proprie spese un acquedotto lungo sedici chilometri e oltre otto chilometri di rete interna.

Suo figlio Antonio Alvaro (1817 -1888), 4° Principe di Sperlinga dei Manganelli sposò tre volte. La terza moglie, Angela Torresi, una donna bellissima per la quale Mario Rapisardi scrisse un'ode, fece venire da Firenze architetti per apportare modifiche al palazzo. Poiché non amava i mobili antichi, fece sostituire tutto l'arredamento. Gli affreschi e le porte dipinti da Olivio Sozzi furono ricoperti, i saloni che prima si affacciavano sulla piazza Manganelli furono trasferiti nel lato dei giardino dove prima erano gli appartamenti privati.

Tutti i mobili dei '700 andarono perduti, del secolo precedente non rimase nulla anche perché i soldati garibaldini, nonostante le assicurazioni date dal generale al principe con una lettera in cui gli diceva “rispondo della vostra vita”, avevano saccheggiato il palazzo. Nell’androne, opera di Sebastiano lttar, fu posta una statua scolpita a Firenze da Valerio Pochini nel 1894, che rappresenta la storia della famiglia.

Dopo un Giuseppe Alvaro (1842 – 1916) che fece anche costruire a sue spese dallo scultore Mario Rutelli la statua di Umberto I, il re a cavallo, come lo chiamano i catanesi, e fu presidente della Croce Rossa a Catania venne Antonio Alvaro (1879 - 1937), 6° Principe di Sperlinga dei Manganelli alla cui morte il titolo di principessa di Sperlinga e Manganelli passò all'unica figlia, Angela (1902 - 1973), mentre il titolo di duca di Palazzo ritornò alla Corona. Si estinse così la linea maschile dei Paternò di Sperlinga Manganelli. Angela secondo la legge del tempo, non avrebbe potuto ereditare il titolo paterno ma, per intercessione dei principi di Piemonte, di cui il marito era gentiluomo di Corte e lei dama di palazzo, ottenne dal re l'autorizzazione a succedere nel titolo. Angela aveva sposato nel 1927 il principe Flavio Borghese, da cui ebbe tre figli, Camillo, Marcantonio e Vittoria. Alla morte dei genitori, il primogenito Camillo ha ereditato tutti i titoli ma per rispettare un desiderio della madre e del padre rinunciò in favore del fratello Marcantonio al titolo di principe di Sperlinga e Manganelli.

http://www.palazzomanganelli.com

 

Palazzo Manganelli

Un palazzo prospiciente il “chiano della Sigona” venne costruito sulla Lava Larmisi nel 1400 e aveva un solo piano, quello nobile. Non aveva fregi ed apparteneva alla famiglia Tornambene. Nel 1505 Bernardo Tornambene vendette il palazzo ai baroni di Sigona la cui ultima erede, Isabella, andò sposa nel 1655 ad Alvaro Paternò.

Il terremoto del 1693 lo distrusse quasi interamente ma i muri perimetrali resistettero al sisma. L’attuale Palazzo Manganelli, che conserva le mura perimetrali del ‘400, fu costruito a partire dal 1694, su commissione di Antonio Paternò, dagli architetti Alonzo Di Benedetto e l’arco di San Benedetto) e dal suo discepolo Felice Palazzotto. Costruito come oggi si vede a meno dell’ultimo piano che fu aggiunto successivamente e a meno di un importante dettaglio.

Il livello della città sino al 1873 era quello delle chiese di San Michele Minore e di Santa Teresa. Quando fu abbassato, il palazzo Manganelli subì una lesione e il principe del tempo chiese all’ingegnere Ignazio Landolina, progettista del livellamento, di fare un preventivo per un piano di ristrutturazione. Furono così ricavate le botteghe della via San Giuliano e fu aggiunto l’ultimo piano.

Il nome del palazzo coincide con quello del predicato nobiliare della famiglia e si riferisce al principale apparecchio che si usava nei secolo passati per la filatura della seta. Il ramo in questione della famiglia Paternò gestiva una ricca attività in questo settore, con un centinaio di operai, e possedeva molti manganelli, che ispirarono il re Filippo IV, venuto in visita a Catania, ad abbinare ad essi il titolo di barone, con cui gratificare la famiglia.

Tra i personaggi più notevoli, Giuseppe Alvaro Paternò (1784 – 1838) 3° Principe di Sperlinga dei Manganelli, 4° Duca del Palazzo, 10° Barone delli Manganelli e 4° Barone del Mastronotariato dal 1831; Gentiluomo di Camera del Re delle Due Sicilie, Intendente Regio a Messina, Catania, Palermo e Abruzzo Citra donò al Comune di Catania cinque zappe di acqua di Valcorrente, che equivalevano a 24,40 litri al secondo, e fece costruire a proprie spese un acquedotto lungo sedici chilometri e oltre otto chilometri di rete interna.

Suo figlio Antonio Alvaro (1817 -1888), 4° Principe di Sperlinga dei Manganelli 1 sposò tre volte. La terza moglie, Angela Torresi, una donna bellissima per la quale Mario Rapisardi scrisse un’ode, fece venire da Firenze architetti per apportare modifiche al palazzo. Poiché non amava i mobili antichi fece sostituire tutto l’arredamento. Gli affreschi e le porte dipinti da Olivio Sozzi furono ricoperti, i saloni che prima si affacciavano sulla piazza Manganelli furono trasferiti nel lato dei giardino dove prima erano gli appartamenti privati.

Tutti i mobili dei ‘700 andarono perduti, del secolo precedente non rimase nulla anche perché i soldati garibaldini, nonostante le assicurazioni date dal generale al principe con una lettera in cui gli diceva “rispondo della vostra vita”, avevano saccheggiato il palazzo. Nell’androne, opera di Sebastiano lttar, fu posta una statua scolpita a Firenze da Valerio Pochini nel 1894, che rappresenta la storia della famiglia.

Dopo un Giuseppe Alvaro (1842 – 1916) che fece anche costruire a sue spese dallo scultore Mario Rutelli la statua di Umberto I, il re a cavallo, come lo chiamano i catanesi, e fu presidente della Croce Rossa a Catania venne Antonio Alvaro (1879 – 1937), 6° Principe di Sperlinga dei Manganelli alla cui morte il titolo di principessa di Sperlinga e Manganelli passò all’unica figlia, Angela (1902 – 1973), mentre il titolo di duca di Palazzo ritornò alla Corona. Si estinse così la linea maschile dei Paternò di Sperlinga Manganelli. Angela secondo la legge del tempo, non avrebbe potuto ereditare il titolo paterno ma, per intercessione dei principi di Piemonte, di cui il marito era gentiluomo di Corte e lei dama di palazzo, ottenne dal re l’autorizzazione a succedere nel titolo. Angela aveva sposato nel 1927 il principe Flavio Borghese, da cui ebbe tre figli, Camillo, Marcantonio e Vittoria. Alla morte dei genitori, il primogenito Camillo ha ereditato tutti i titoli ma per rispettare un desiderio della madre e del padre rinunciò in favore del fratello Marcantonio al titolo di principe di Sperlinga e Manganelli.

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Giardino del Palazzo Manganelli di Catania

Palazzo Manganelli è oggi un grande edificio settecentesco con un prospetto di quasi 38 metri sull’omonima piazza, uno di 66 metri sulla Via Antonino di San Giuliano, comprendendo il giardino pensile di cui si dirà ed un terzo sulla Via Recalcaccia.

Le due facciate principali presentano sostanziali differenze. Sulla Via di San Giuliano si aprono sette ampie luci per botteghe, realizzate dopo l’abbassamento del livello stradale, su cui insistono altrettanti piccoli balconi di un piano ammezzato. L’altezza del piano terra e dell’ammezzato corrisponde a quella del terrapieno racchiuso, da un robusto muraglione che contiene il terreno che forma il giardino pensile. Questo muraglione si svolge anche su Via S. Teresa ed in parte su Via Recalcaccia e sfrutta un segmento di quella che fu la cinta muraria cinquecentesca della città.

La medesima fascia dell’edificio è utilizzata diversamente sulla facciata prospiciente la piazza, la principale, che espone al centro un ingresso monumentale con due finestre per lato, di cui quelle inferiori di grande dimensione e monumentalità e quelle del piano ammezzato di dimensione minore ed appena contornate da semplici mostre. L’ingresso è decorato nel più puro stile barocco ed è sormontato dallo stemma della casata, costituito a destra dallo stemma dei Paternò e a sinistra da quello dei Borghese, costituito da un’aquila che sormonta un drago. Dal portone si accede, tramite un’elegante androne, opera del primo Ottocento di Sebastiano Ittar, in un cortile quadrato di circa 20 metri di lato. Nella galleria, a sinistra, su un piedistallo, la statua di Valerio Polchini, di elegante fattura. Molto elaborato il cancello in ferro battuto che consente l’accesso al cortile.

Le quattro finestre del piano terra, protette da forti grate in ferro, hanno mostre in pietra bianca di Siracusa, annerite dal tempo, sormontate da un timpano ad arco spezzato.

Oltre i piani terra e mezzanino, su entrambi i lati si colloca il piano nobile del palazzo, con cinque aperture ad ovest, e sette aperture a sud, tutte balconate singolarmente, tranne le due ad angolo, che fruiscono di un unico lungo balcone ad L a lati uguali. Anche in questo caso viene data priorità al prospetto sulla piazza, dove le aperture hanno mostre con timpani ad arco spezzato ulteriormente elaborati, mentre quelli sulla Via di San Giuliano hanno mostre con più semplici retti. Molto elaborate e tipicamente barocche le mensole di sostegno dei balconi di entrambi i lati. E’ questo piano nobile che gode della possibilità di accedere, dal lato est, al giardino pensile, collocato allo stesso livello.

Infine, solo per una parte dell’edificio, un ulteriore piano, che chiameremmo secondo, di minore altezza e ornato con semplicità, costruito, come detto, negli anni ’70 dell’Ottocento.

(Rosanna Marchese, Giambattista Condorelli – Delegazione Fai di Catania)

 

 

 

 

TURI DELL'OLIO. Turi dell’ olio si guadagna da vivere oleando le saracinesche dei negozianti di Catania, lo si può vedere ovunque quasi tutti in città sanno chi è, e tutti gli voglione bene.
Lo si vede girare con un vecchio motorino che quasi arranca per le strette vie del centro storico e per i grandi vialoni della periferia, insdossa sempre abiti ironici con sopra il suo nome, è pieno di gadget caratteristici e quando fa il suo lavoro lo fa al meglio.
Da Wikipedia : Turi di l’ogghiu s’ammintò nu travagghiu: iddu furìa pi la citati di Catania jènnu nta tutti li nigozzii e … ci metti l’ogghiu nta li guidi di li saracineschi.
Fa nu travagghiu bonu e pulitu: havi nà spazzula cu lu manicu longu e cu chissa apprima pulizzia beddu pulitu la guida di la saracinesca e, appoi, cu n’autra spazzuledda cchiù nica, ci passa l’ogghiu.

Ogni cummircianti è cuntentu di ssu travagghiu e ci duna vulinteri quarchi sordu.

Ci fu quarcunu di sti cummiccianti ca, pi ssu sirvizziu ci desi na vota picca sordi, e iddu non ci dissi nenti, ma, di tànnu, non ci passò chiù l’ogghhiu nta la saracinesca.

Ora, ssi cummiccianti si mangiunu li manu, ca vidunu a l’àutri nigozzi isàri la saracinesca senza nuddu sforzu, mentri iddi…. 

“Turi, ci u passi l’ogghiu ?”
“Ora spirdìu, doppu passu “
ma non ci torna chiù.

Turi non jìvu a scola, ma lu sò travagghiu lu fa cu dignità e granni prufissiuni.

Si fici macari la pubblicità: nta lu muturinu ci misi na cascitedda unni teni l’attrezzi (lanna cu l’ogghiu, spazzuli, strazza) e nta ssa cascitedda ci misi la scritta pubbricitaria in talianu “ TURI DELL’OLIO”.

http://www.periodicolavoce.it/?p=249

 

 

 

 

 

Palazzo della famiglia Clarenza a Catania. Dopo aver acquistato il Casale, il Clarenza non costruì alcuna dimora gentilizia, in quanto non dimorò ne vi sostò per il periodo estivo. Tutti i componenti della famiglia abitarono in un maestoso palazzo che tutt’ora esiste nei pressi di Piazza Bellini a Catania, precisamente nell’attuale via Michele Rapisardi, sul cui frontone è ancora visibile lo stemma gentilizio. Come quasi tutti i nobili, egli preferì abitare in città ove svolgeva una vita più comoda e brillante. Nessuno dei discendenti della famiglia Clarenza si curò dei Casali sparsi nei loro feudi, preferendo trascorrere la villeggiatura nel paese di San Gregorio ove edificarono una grande dimora con giardini all’interno, in cui si stabilirono definitivamente solo quando vendettero il palazzo di Catania.

 

 

 

 

Il Teatro Massimo "V. Bellini", costruito su progetto dell'architetto milanese Carlo Sada, fu inaugurato nel 1890. Nei cent'anni della sua esistenza questo centro propulsore della vita musicale catanese ha visto passare sulle tavole del suo palcoscenico molti tra i maggiori musicisti dei Novecento: da Gino Marinuzzi a Vittorio Gui, da Antonio Guarnieri a Georg Solti, Lorin Maazel, Riccardo Muti, Giuseppe Sinopoli, Alain Lombard; da Toti Dal Monte alla Callas alla Caballé alla Scotto alla Freni; da Schipa a Gigli, a Corelli a Pavarotti a Pertile a Del Monaco a Di Stefano; da Galeffi a Bechi, a Gobbi, a Nucci, ed ha rappresentato in pratica tutti i capolavori del teatro musicale da Mozart a Berg, nonché opere contemporanee come, ultima in ordine di tempo, la Divara di Azio Corghi in prima esecuzione assoluta nella versione originale in lingua italiana. Il "Bellini" dispone di un'orchestra di 105 elementi, di un coro di 84 elementi, di un nutrito gruppo di tecnici di palcoscenico, di laboratori scenografici che negli ultimi anni hanno realizzato allestimenti di Ezio Frigerio, Pet Halmen, Maurizio Balò, Hugo de Ana, Luciano Ricceri, Dante Ferretti, Franca Squarciapino. 

Gli spettacoli sono stati curati da registi quali Pierre Ponnelle, Werner Herzog, Claude D'Anna, Gilbert Deflo, Giuliano Montaldo, Denis Krief. Nella sua sala di milleduecento posti, dall'acustica perfetta, si svolgono ogni anno una stagione d'opera, con sette turni d'abbonamento, ed una stagione sinfonica e da camera, con due turni d'abbonamento. Molti concerti vengono replicati in località della Sicilia ed una intensa attività promozionale viene svolta da piccoli complessi strumentali e vocali formati da elementi dell'orchestra e del coro.

 

 

 

 

Il Sada modificava pertanto lo schema progettuale venendo incontro all'esigenze finanziarie dell'Amministrazione Comunale che, nel 1880, per completare i lavori stanziava 605.000 lire ( complessivamente il costo dell'opera fu all'incirca di un milione di lire dell'epoca). I lavori stavolta procedettero abbastanza regolarmente e nell'arco di sette anni il teatro venne ultimato. Ma al momento dell'inaugurazione mancarono i contributi destinati all'impresario che doveva gestirlo. Inoltre, proprio in quel periodo sopravvenne un'epidemia di colera, che comprensibilmente distolse l'attenzione da ogni altro problema che non fosse quello della salute pubblica. In questa situazione, il Teatro , pur pronto, dovette attendere ancora tre anni per la sua apertura ufficiale. L'inaugurazione ebbe luogo il 31 maggio del 1890 con Norma, il capolavoro di Vincenzo Bellini.

 

 

Di un teatro pubblico a Catania si cominciò a parlare già nel '700, nel fervore della ricostruzione seguita al terremoto che nel 1693 aveva distrutto la città. Ma fu solo nel 1812 che venne posta la prima pietra di quello che, nelle intenzioni dei catanesi, doveva essere il "Gran Teatro Municipale" degno di una città in espansione. Ad avviare i lavori fu l'architetto Salvatore Zahra Buda in piazza Nuovaluce, di fronte al monastero di Santa Maria di Nuovaluce, proprio nell'area dell'attuale teatro. La progettazione del "Teatro Nuovaluce", grandiosa sotto tutti i punti di vista, fu concepita per dar vita a un'opera tra le più innovative d'Italia. Ma i lavori, dopo un promettente avvio, dovettero essere interrotti per mancanza di fondi, determinata dal dirottamento dei finanziamenti alla costruzione di un molo foraneo, opera, questa, ritenuta prioritaria per esigenze di difesa.

A distanza di anni, il Senato catanese decise di dotare la città di un teatro minore, il " Teatro Comunale Provvisorio", che venne infatti realizzato n un ex magazzino alla Marina e inaugurato nel 1822. (Questo teatro, dopo una più che dignitosa "carriera", verrà distrutto nel 1943 da un bombardamento aereo e mai più ricostruito). Finché, nel 1865, l'area venne ceduta a privati per finanziare la costruzione di un nuovo teatro. Era il 1870 quando all'architetto Andrea Scala, specializzato in costruzioni teatrali, veniva dato l'incarico di individuare un sito idoneo per il nuovo teatro. Su questa scelta si apriva un fervido dibattito: dove far sorgere l'agognato "Massimo "?

 

 

 Le opzioni erano diverse: piazza Stesicoro, dove ora si vede l'Anfiteatro, allora ancora celato; oppure, in alternativa, l'area della stessa piazza dove sorgeva l'ospedale San Marco; o, ancora, piazza Cutelli, largo Manganelli, via Lincoln ( l'attuale via Sangiuliano) nella zona adiacente al Teatro Sangiorgi e infine piazza Cavour, allora alla periferia della città. Quasi tutti esclusero l'area dell'Arena Pacini di piazza Nuovaluce. Alla fine, la scelta cadde su Piazza Cutelli. Ma le difficoltà finanziarie bloccarono ancora una volta l'iniziativa. Si pensò allora di ristrutturare l'arena Pacini per farne un Politeama, che servisse ad ogni tipo di rappresentazioni, anche equestri. Fra tanti ostacoli e incertezze, finalmente veniva approvato il progetto dello Scala che con l'assistenza dell'architetto Carlo Sada portava avanti i lavori, finanziati dal gruppo di azionisti della Società Anonima del Politeama. La Società poi cedette il passo al Comune per insufficenza di fondi. E una commissione comunale, che affiancava il Sada, decise allora che la struttura andava recuperata, con opportune modifiche, non come Politeama ma come Teatro lirico.

http://www.teatromassimobellini.it/storia.asp?id=22

 

Il cuore della movida catanese è piazza Teatro Massimo. Nei locali della piazza e nelle vie limitrofe ogni sera, con particolare rilievo nel fine settimana e nei “mercoledì universitari”, prende forma e sostanza il nightlife alle pendici dell'Etna. Via Landolina, via Teatro Massimo, Via Pulvirenti, Via Michele Rapisardi costituiscono la rete di vie e viuzze che è palcoscenico naturale per locali, ragazzi e turisti che vogliono uscire e divertirsi. Spostandosi di poco si incontrano altre artie altrettanto attive nell'accogliere locali e avventori.

Via Vasta, Via Biscari, Via Carcaci, via Bicocca, Via Fragalà, Via Colleggiata sono tappe obbligate del tour notturno nella movida cittadina. Infine la via Alessi con annessa scalinata (da sempre chiamata Scalinata Nievski per via dell'omonimo pub cittadino aperto 25 anni anni fa) che culmina su una parte di via Crociferi, la più bella, con tanto di chiese barocche illuminate. Sipario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DALLA NORMA MUSICALE ALLA NORMA GASTRONOMICA. LA MAGNIFICIENZA, ATTRAVERSO UN CELEBRE PRANZO,  IL PASSO FU BREVE.

"Norma" a Catania non solo significa "Musica", ma anche il "non plus ultra" di ogni cosa: infatti l’omaggio al Cigno catanese, autore di Norma, è stato ed è sempre senza riserve. Ma anche se dovessimo scrivere "norma" con la enne minuscola, avremmo sentenziato: pasta secondo l’alta tradizione degli antichi buongustai catanesi. "Pari ‘na Norma", sembra una Norma, era ed è il paragone corrente per l’iperbolica mania di cui sono sempre stati affetti gli abitanti della città.

Da quando questo paragone è stato dedicato alla popolare pasta? Nel 1920 in casa Musco-Pandolfini in via Etnea, si svolse un pranzo che adesso ci appare in tutta la sua storica prospettiva. Il grande attore catanese Angelo Musco era ancora celibe e viveva presso la diletta sorella Anna, sposata con Giuseppe Pandolfini. La coppia aveva due figli, il celebre caratterista Turi Pandolfini e Janu, primo teatrante, poi titolare di un notissimo negozio d’abbigliamento. Janu era sposato con la signora Saridda D’Urso, nel cui appartamento troviamo riuniti a tavola Angelo Musco, Turi e Janu Pandolfini e i noti commediografi e giornalisti Nino Martoglio, Pippo Marchese e Peppino Fazio. Quando Donna Saridda portò a tavola gli appetitosi spaghetti con la salsa di pomodoro, basilico, melanzane fritte e ricotta salata grattugiata, dopo  le prime religiose forchettate, da quel galante poeta e buongustaio che era, Nino Martoglio volle complimentarsi con l’autrice con queste precise parole: "Signora Saridda, chista è ‘na vera Norma!". Naturalmente, stante la presenza di tanti e così autorevoli "gazzettini", la frase immediatamente si riseppe in tutta via Etnea, da sempre salotto e curtigghiu dei catanesi. E dunque Nino Martoglio, indimenticato autore di Centona e delle più vivaci commedie del teatro siciliano, viene definitivamente accreditato dell’onore di aver ufficialmente battezzato "alla Norma" la popolare pasta catanese, anche se, come appare probabile, non fece altro che ripetere una felice espressione già coniata con straordinaria efficacia dal popolo, per un diretto ma sentitissimo omaggio all’arte di Vincenzo Bellini

 

 

L'Intendenza di finanza, organo periferico dell'amministrazione finanziaria, fu istituita nel 1869 con il compito di vigilare sulle entrate pubbliche e provvedere alla riscossione dei tributi e degli altri proventi, di amministrare i beni patrimoniali immobili dello Stato e tutelare i beni del demanio pubblico. A Catania, subito dopo l'unità d'Italia, ebbe sede nell'ex convento annesso alla chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata. Nel 1926 in piazza Vincenzo Bellini fu costruito il palazzo delle finanze. Nel nuovo ufficio si trasferirono, però, soltanto gli uffici principali. Un apposito reparto dell'Intendenza si occupava delle ricevitorie del lotto, e Catania era sede dell'<<archivio segreto del lotto>> ove affluivano tutte le bollette delle giocate delle province di Catania, Ragusa, Siracusa ed Enna. Nel 1991 le competenze dell'Intendenza sono state trasferite alle Direzioni regionali delle entrate.

 

 

 

 

"SCRIGNI" della Musica: il Teatro "Sangiorgi" di Catania.

Agli albori del XX secolo, Catania era una città bella e moderna. Grazie alla politica del Prosindaco De Felice e degli amministratori dell’epoca, si era addirittura pensato di renderla una città turistica “di svernamento”, al pari di altre città europee che godevano dello stesso clima mite e di simili tradizioni storico-artistiche. Anche Catania, dunque, visse la propria “Belle époque". La temperie culturale che la città attraversava in quel momento era estremamente ricca e variegata: dalle opere letterarie immortali del grande Giovanni Verga (1840-1922), che giganteggiava su tutti, all’aulica poesia di Mario Rapisardi (1844-1912); dall’arte incisoria e pittorica di Francesco Di Bartolo (1826-1913) e di Calcedonio Reina (1842-1911), al fermento musicale “belliniano”, che tese a trasformare in Museo la casa natale del Musicista. Nella città, bella anche a vedersi per le opere pubbliche volute e realizzate in quell’epoca dorata, spiccava, fra l’altro il “nuovo” Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”, splendido e ricchissimo, inaugurato nel 1890, progettato dall’architetto Carlo Sada (1849-1924) ed affrescato dai più abili pennelli dell’epoca, non ultimo Giuseppe Sciuti (1834-1911), autore anche del magnifico sipario, ancor oggi in uso, raffigurante l’immaginaria, storica vittoria dei Catanesi sui Libici.

Insomma, a Catania, in quell’epoca fortunata, che precedeva momenti storici ed economici purtroppo assai bui, la Cultura era in fermento. Le sollecitazioni del nuovo secolo facevano crescere nei suoi abitanti e nei turisti anche il desiderio di svago ed intrattenimento. Accadde proprio in tale temperie storico-culturale che Mario Sangiorgi, ex idraulico passato all’attività imprenditoriale (dapprima fabbricò cappelli, poi specchi, quindi testate di letti in ferro, più avanti avrebbe riprodotto e diffuso il modello della sedia thonet, costruendola in patria sull’originale austriaco) pensò di creare una struttura che oggi definiremmo “multimediale”, quale aveva visto in un suo viaggio a Parigi. Nella propria intraprendenza imprenditoriale, quindi, la struttura era autenticamente avveniristica nella sua concezione.

 Nacquero, così i cosiddetti “Esercizi Sangiorgi”. L’impresa era titanica, ma le risorse del cavaliere lo erano altrettanto: l’idea fu realizzata materialmente senza problemi di sorta, seguendo lo stile della moderna architettura, il Liberty; il progetto fu dell’ing. Salvatore Giuffrida, gli stucchi e le decorazioni del pittore napoletano Salvatore Di Gregorio. Nelle intenzioni, pienamente realizzate, del cav. Sangiorgi, la nuova struttura degli “Esercizi” comprendeva innanzitutto un teatro all’aperto, dove si rappresentavano opere, operette e spettacoli di prosa. A cavallo fra Ottocento e Novecento, Catania, oltre al suddetto Teatro Massimo “Bellini”, disponeva di ben altre dieci sale teatrali, nelle quali la faceva da padrone il teatro dialettale di tradizione, del commediografo catanese Nino Martoglio (1870-1921) soprattutto, con gli interpreti Giovanni Grasso, Angelo Musco, Rosina Anselmi in grande attività, ma dove venivano ospitati non di rado attori del calibro di Eleonora Duse o di Leopoldo Fregoli; persino Sarah Bernhardt approdò in quel periodo a Catania.

 Il Teatro Sangiorgi divenne allora, immediatamente, sala scelta e frequentatissima dalle migliori compagnie teatrali. Il Teatro degli “Esercizi Sangiorgi” fu inaugurato il 7 luglio del 1900, con la Bohème di Puccini, diretta dal M°. Filippo Tarallo, primadonna il soprano Bice Adami. Era, come sopra accennato, all’aperto, ma sarebbe stato ricoperto nel 1907 e poi ristrutturato nel 1938. Ma la struttura degli “Esercizi” non si fermava al teatro, con annessi e connessi: comprendeva anche un salone interno di caffè concerto, un ristorante, una sala da pattinaggio, vari spazi di ritrovo e di ristorazione e, non ultimo, un albergo. Gli “Esercizi Sangiorgi” erano stati realizzati in pieno centro della città ed anche per questo divennero polo di attrazione per i catanesi; ma non solo per coloro che desideravano svaghi arditi per l’epoca: anche per signore e signorine, come si specificava nella pubblicità, che potevano frequentarlo serenamente, dato l’ambiente serio e controllato e, addirittura, per famiglie, in vena di sorbire un gelato guardando un gradevole spettacolo o, magari di fare una pattinata. Il Sangiorgi (chiamato così dai catanesi, nel suo complesso) divenne, quindi, meta di svago e punto di ritrovo privilegiato. A volte, si poteva fruire di qualche sorpresa, come un importante avvenimento sportivo o addirittura una proiezione cinematografica. Il Cinema arrivò al Sangiorgi nell’autunno del 1900, con la proiezione di “Quadri dell’esposizione di Parigi”, ben dieci anni prima che a Catania si inaugurasse l’”Eliseo”, il primo cinema cittadino.

Natalia Di Bartolo

http://www.teatro.org/rubriche/prosa/scrigni_della_musica_il_teatro_sangiorgi_di_catania_i_8878

 

 

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