Adagiata sull'antica collina chiamata di Montevergine, la splendida via Crociferi è da considerarsi la più alta espressione del tardivo barocco catanese ed esprime una forza suggestiva di notevole impatto. Fu ricavata a metà altezza del pendio collinare sul quale poggiano anche il Teatro e l'Odeon romani e aveva lo scopo di collegare la Porta del Re (sopra piazza Stesicoro) con il piano di S. Filippo (la piazza Mazzini). Nel primo tratto della strada quello che parte dall'arco di San Benedetto all'attuale Via di San Giuliano, quest'ultima teatro della spettacolare salita delle cannalore durante i festeggiamenti di Sant'Agata patrona della città, si possono ammirare la chiesa di San Benedetto e la chiesa di San Francesco Borgia o dei Gesuiti.

Via Crociferi fu tracciata dopo il terremoto del 1693 e deve il suo nome ai padri Crociferi, che vi avevano la Chiesa di San Camillo. Adagiata su quella che si chiamava la collina di Montevergine, Via Crociferi godette di grande rinomanza nei tempi antichi: arricchita da edifici e chiese che le famiglie più influenti vi avevano edificato, essa divenne ben presto il centro della vita cittadina. Nel Medio Evo, dove oggi si eleva la chiesa di San Francesco, vi era il palazzo fatto costruire da don Bartolomeo Altavilla, attigua ad esso era stata eretta, nel 1396, una chiesa in perfetta simmetria con la grandiosità delle strutture architettoniche del palazzo, queste costruzioni furono distrutte dal gran terremoto. Successivamente l'edilizia civile vi ebbe scarso peso e la strada divenne il monumento simbolo della potenza degli ordini monastici del Settecento. Su di essa, infatti, si concentrarono una serie di edifici religiosi, racchiusi all'estremità da due grandiosi archi: a sud quello, fatto costruire dal vescovo Riggio per collegare due parti del Monastero delle Benedettine, a nord il portale di villa Cerami. Nel primo tratto, che va dall'arco di San Benedetto alla Via Lanza, oggi via di San Giuliano, dopo il collegio San Benedetto, si affacciano sulla sinistra, senza rispettare l'allineamento della strada, la chiesa di San Benedetto, iniziata a costruire (1704-1707) sotto il governo della Badessa Ignazia Asmundo, il cui palazzo di famiglia sorge alle spalle della chiesa, la chiesa di San Francesco Borgia, o dei Gesuiti, il cui autore è incerto: si fanno i nomi di fra’Angelo Italia, di Giuseppe Pozzi. A questa chiesa è annesso l'ospizio di beneficenza, ex convento, dal superbo cortile con colonnato, ora sede dell'istituto statale d'arte. Sul lato opposto, il destro di Via Crociferi, si incontrano il Palazzo Zappalà e subito dopo la chiesa di San Giuliano, a unica navata ellittica, opera del Vaccarini, con facciata curvilinea, sottolineata e accompagnata dalla straordinaria cancellata di affascinante movimento. All'interno dell'adiacente convento uno straordinario cortile, con la tradizionale alternanza del bianco e nero. 

 

 

Oltrepassata la via di San Giuliano, ancora a destra c'è il Palazzo Villaruel, tipico esempio di edilizia civile borghese. Sul lato opposto, pressoché di fronte, la giù citata chiesa dei Crociferi. In posizione arretrata rispetto alla linea stradale per via dell'ampio sagrato, fu costruita dal vescovo mons. Pietro Galletti dal 1735 al 1737, su disegno del padre crocifero Domenico Antonio La Barbera, messinese, che diresse la prima parte dei lavori, poi ultimati dal padre Vincenzo Caffarelli. Questa strada è uno dei più splendidi esempi del barocco catanese e gli artisti che collaborarono a conferirle sfarzo e bellezza sono l'Amato, i Battaglia, Alonzo Di Benedetto, Vaccarini e Italia. In essa trovarono il loro scenario le più solenni feste e cerimonie religiose cittadine: le feste natalizie, la processione del Cristo morto, nella ricorrenza della Pasqua e tutte le altre feste religiose di ogni chiesa che su di essa si affacciava, compresa la festa di Sant’Agata (5 febbraio e quello che il popolo chiama festino d'estate, (17 agosto). Nel 1795, con la chiusura della Cattedrale al culto per opere di restauro le funzioni religiose furono trasferite nella chiesa di San Francesco Borgia, e fu per questo che vi fu battezzato Vincenzo Bellini, la cui casa natale, oggi trasformata in museo, si trova nella piazza antistante l'arco di San Benedetto. L'aspetto scenografico della strada, resa omogenea dai colori delle facciate degli edifici e dalle ampie ringhiere che raccordano le scalinate delle chiese al piano stradale, ha, in tempi recenti, attratto l'attenzione di artisti e urbanisti, che hanno progettato varie soluzioni che la riportassero all'originale splendore, ma che non hanno trovato attuazione.

http://library.thinkquest.org/27892/data/crocif.htm

 

VIA CROCIFERI BY NIGHT

 


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Autoritratto di via dei Crociferi

da Passeggiate sentimentali di Saverio Fiducia

Oggi che quasi tutte le ferite fatte sul volto augusto de' miei monumenti sono rimarginate, voi che mi vedete così bella e serena e raccolta nella fastosa maestà delle mie basiliche e dei miei palazzi, sappiatelo, malgrado sull'antichissimo sentiero tracciato sui fianchi del monte dagli aborigeni si fossero venuti allineando templi e ville patrizie, tanto bella non fui ne' miei primordi o lo fui d'una diversa bellezza; e non sempre mi si chiamò dei Crociferi; ma altri nomi ebbi, che si perdettero nei secoli. Tali nomi non me li chiederete, che non li ricordo neppure; ricordo, però, che i nativi allorchè scorgevano un pericolo profilarsi sul mare, veniveno a rifugiarsi con le loro donne i loro vecchi e i bamini, dietro i massi e i dirupi delle remotissime lave tra le quali pianeggiavo, e apprestarsi a difesa.

 

 Poi venne d'oltremare un popolo di scultori e di poeti che ornò di statue e di altorilievi marmorei e patinò di stucchi policromi la casta tessitura de' miei templi; e poi ancora un popolo carico di destino che aveva ismisurati potenza e orgoglio, ed io divenni una strada lastricata nel mezzo come cadesta gente usava, sebbene sempre tra orti, ville, giardini. Chiaro: alludo ai greci e ai romani. Non crediate perciò ch'io fossi una strada di campagna. Di faccia al mare lontano e al sole nascente, tre templi aprivano la teoria delle loro colonne: di Castore e Polluce, di Esculapio e di Ercole, iddii dimenticati. La vita dell'operosa e spirituale città mi ferveva d'attorno, e nelle mie immediate vicinanze v'era un Teatro sulla cui scena s'era udito l'urto del coturno di Eschilo, e un'Odeo al quale accorrevano i musicisti di Trinacria, che non ne possedevano altri. I tre templi occupavano l'area delle basiliche attuali ed erano edificati nel divino stile che nato in Sicilia chiamano dorico, fatto per l'eternità; ma i terremoti, le guerre e gli incendi, lungh'essi i secoli li cancellarono per sempre dal volto di Catania e di essi non è rimasto che il nome e nemmeno sicuro.

E ne ho visti in tre o quattro millenni di vita, lutti e rovine attorno a me; ne ho viste strane torme di guerrieri d'oltreterra e d'oltremare premere baldanzose i conci del mio selciato, penetrare avide di rapine nei templi e nelle ville, contendersi tra gli intercolunni e i peristili il bottino predato, e litigare con l'arme in pugno, e scannarsi. I Greci prima e poi i Siracusani, i Cartaginesi, i Romani, i Bizantini, i Mussulmani, i Normanni, i Tedeschi, i Francesi, gli Spagnoli: gente bramosa di violenza e di strage, rubatori e assassini a man salva; facce pallide d'Asia e nere d'Africa, bionde capellature di Normandia e di Svevia, torbi di ceffi di Provenza, mulatti di Castiglia e di Aragona, mediterranei e nordici, piombare simili ad avvoltoi in veste di colombe e impossessarsi delle ricchezze accumulate in decenni di paziente lavoro, e cupidi, cercare le nostre donne, le nostre bellissime donne.- Ah le nostre donne, invisibili, custodite, selvaggiamente difese! Fu per esse che in un maggio lontano udii anch'io echeggiare il grido scoppiato a Palermo Mora, mora! e assistere a zuffe feroci e a una caccia senza pietà, e vidi cataste di cadaveri, che non uno si salvò dal castigo.

 

Tra gli ultimi lutti, un terremoto, quello del 1693: la città rasa al suolo, in pochi secondi un carnaio dolorante, un cimitero. Nel fatale e tragico pomeriggio, il destino, per Catania, parve concluso. Non fu e non sarà mai così: sette volte sette, essa rinascerà dalle rovine ed anch'io difatti, rinacqui, più bella di prima, quale oggi sono, per opera di costruttori che sapevano quel che facevano, committenti che guardavano in cielo e architetti che non pietre elevavano l'una all'altra conteste, ma melodia di pietra. Sciolto il velo della modestia mi si consenta di cantare la mia bellezza.

Dall'una e dall'altra parte due archi mi chiudono, quasi ganci di un prezioso monile: l'Arco di San Benedetto, imposto al miope governo secolare dell'impetuoso Vescovo Riggio, per unire le due ali d'un medesimo fabbricato; il portale di Casa Cerami, campito nel più azzurro dei cieli. Quattro chiese allineano i loro fronti fastosi: S. Benedetto, S. Francesco Borgia, S. Giuliano, S. Camillo; quattro monasteri regali, con chiostri monumentali e ombrosi giardini, e fonti mormoranti e poi vasti palazzi di signori dai nomi sonanti, e giardini pensili allietati d'oleandri e di rose, profumati di gelsomino e di zagara, e anche oggi, nel secolo dello strepito e della vita intensamente vissuta, una grande pace e dolci silenzi.

 


Grande pace diffusa, dolci silenzi! Voi siete in me, siete l'essenza di me stessa; per voi io fui pezzo per pezzo edificata. (....) Or sono vent'anni si sono accorti ch'io sono quasi parallela della via di maggior traffico della città, ed ecco violati, per alleggerir questo, la mia pace, i miei diffusi silenzi: viavai incessanti di veicoli, strombettanti. Ma si fossero limitati solo a questo! Si sono accorti altresì che la mia singolare e suggestiva bellezza meritava di essere ammiarata anche di notte, ed ecco: al calar della sera, brutti aggeggi sospesi in aria come l'anima degli impiccati accendersi di falsa luce solare, e frugando le modanature le statue i frontoni, annullare le ombre ed uccidere in me il mistero della mia pace notturna, un mistero che era forse l'unico al mondo. Ed hanno infine creduto, ahimè con quanta poca intelligenza, che la maestà dei miei monumenti poteva loro servire ad avallare certe spettacolari visioni di un mestiere duro a morire che spesso e volentieri si illude di raggiungere i fastigi dell'arte, ( il cinematografo ), ed ecco ancora una volta la mia bellezza violata da ridicole rievocazioni di costumanze ottocentesche, che diffamando l'ottocento, tentarono diffamare anche me.
Catania - scrisse per me qualcuno che se ne intende - è città aperta a tutti gli orizzonti con le sue strade dritte, ed ha una sola strada appartata, via Crociferi, che è il suo cuore, ed è anche una delle più belle strade del mondo. Chi salverà la mia bellezza?

 

 

 

I numerosi cittadini e i turisti - oltre 300 le adesioni raccolte dal personale incaricato dalla Soprintendenza che ha patrocinato l'evento nazionale "Invasioni digitali", organizzato da Soa -"Spazio oltre l'Architettura", hanno potuto ammirare la chiesa di S. Francesco Borgia, di proprietà del demanio culturale della Regione siciliana, i chiostri del Collegio dei Gesuiti e l'interno del sito monumentale che conserva i dipinti di Luciano Foti, di Giovanni Tuccari, del Guarnaccia, di Daniele Monteleone (S. Agata in carcere visitata da San Pietro), per la realizzazione di scatti fotografici con qualsiasi strumento (cellulare, tablet, eccetera) e la loro divulgazione sul web e sui social network.
«L'elevata preparazione del personale della Soprintendenza prescelto per assistere la cittadinanza - afferma la sovrintendente ai Beni culturali, arch. Fulvia Caffo - è risultata la carta vincente in questa manifestazione. E' obiettivo primario mettere a valore il patrimonio culturale per la diffusione della conoscenza e per la valorizzazione attraverso l'uso dei nuovi strumenti di comunicazione come i tablet, i social network».

 

 

Fondale perfetto della via Crociferi è l’arco che collega la badia grande di San Benedetto a quella piccola attribuita al Vaccarini: si tratta dell’unico arco esistente a Catania, detto anche della passerella di San Benedetto, che si dice costruito in una sola notte per volontà del vescovo della città e completato in tre anni.
Altra leggenda è legata all’arco, quella del cavallo senza testa, un fantasma che si aggirava per la via, ma che, come dicevano le malelingue, si vedeva in giro solamente quando, nel cuore della notte, dai conventi uscivano personaggi avvolti in mantelli o scialli che tenevano fra le braccia ben celato qualche neonato.
La chiesa di San Benedetto, ricostruita sopra le macerie della vecchia chiesa crollata interamente durante il terremoto del 1693 e costata la vita a ben 55 suore delle 60 presenti nella badia, ha una facciata di autore ignoto in pietra calcarea, composta nel primo ordine da semicolonne con capitello composito che reggono una trabeazi
one dentellata sulla quale si staglia il frontone spezzato che regge le allegorie della Fortezza e della Temperanza.
La piccola scalinata è chiusa da un’ampia cancellata (su cui sono posti i simboli della pax benedettina) dalla quale si affacciano le suore all’alba del 6 febbraio, per rendere omaggio a Sant’Agata con le loro angeliche voci e consegnare un mazzo di rose bianche alla Santa che viene scambiato con un altro mazzo di rose che proviene dal simulacro. Finito l’omaggio l’imponente portone ligneo raffigurante scene della vita di S. Benedetto, viene chiuso per essere riaperto solo l’anno dopo nella stessa data.
L’interno è costituito da un’unica navata con pavimento di marmi policromi, mentre l’altare maggiore è decorato con pietre preziose ed argento. Degna di nota la cantoria che si staglia con grazia ed armonia per celare i volti delle monache di clausura.
Angela Allegria - 13 ottobre 2009, in www.2duerighe.com

 

L'attuale aspetto della Chiesa di San Benedetto, risale alla ricostruzione dopo il terremoto avvenuto nel 1693 che ne aveva distrutto l’antico tempio adorno di pitture, sculture, marmi e arredi preziosi. La facciata, ricca di statue e decorazioni, è divisa in due ordini: in quello inferiore sta il magnifico portale d’ingresso, attribuito al Vaccarini. Al centro del prospetto è un timpano spezzato con le statue allegoriche della Temperanza e della Fortezza. La porta  d'ingresso è in legno e sulle formelle sono riportate scene della vita di San Benedetto.

L'interno è preceduto da un vestibolo con pavimento di marmi policromi; le doppie gradinate a tenaglia sono sottolineate da una balaustrata sinuosa su cui poggiano Otto figure di angeli. Alla fine della scalinata si trova una bussola a vetri incisi realizzata nel nostro secolo. La chiesa, a unica navata, è illuminata dalla luce che penetra dai sei finestroni sulla volta e dai raffinati candelieri a triplice voluta che poggiano sulla trabeazione. Stupendo il pavimento in marmi policromi, che fu recuperato dalle rovine del terremoto; prezioso è l'altare maggiore in pietre dure, argento e oro, eseguito fra il 1792 e il 1795.

La calotta dell’abside è affrescata con l’Incoronazione della Vergine, opera del messinese Giovanni Tuccari. Pure del Tuccari è la decorazione della volta a botte, con scene della vita e dell’opera di San Benedetto.Tra le opere d’arte della chiesa una Immacolata di S. Lo Monaco (fine Settecento), un S. Benedetto di M. Rapisardi (1822-1886), l’altare del SS. Crocefisso con il fondo di marmo scuro, il Martirio di S. Agata affresco di autore ignoto datato al 1726.

http://www.siciliacreativa.it/it/arte-e-cultura/arte-e-cultura-news/architettura/468-chiesa-di-san-benedetto-catania-

 

 

VIRTUAL TOUR

 

Per tre secoli, questo trionfo di affreschi e giochi prospettici è stato occultato agli occhi del mondo, essendo parte del Monastero di San Benedetto, luogo di preghiera claustrale perpetua, luogo in cui il silenzio è la presenza costante, insieme al canto delle religiose di clausura, udibile nelle ore pomeridiane, quando si affacciano, mai viste, dalle gelosie ai fianchi della chiesa e ai lati dell’altare.

 L’edificio è stato restaurato nel 1948 sotto la direzione dell’architetto Armando Dillon, pochi anni dopo che gli affreschi che decorano la volta e parte dei fianchi tornassero alla luce grazie all’esplosione di un ordigno che, durante la seconda guerra mondiale, colpì la chiesa creando uno squarcio nella volta che ruppe quella patina di intonaco bianco che, durante tutto il XIX secolo aveva nascosto gli affreschi agli occhi dei fedeli. Tre sono gli ordini di affresco che decorano la volta. Nel primo, rappresentato dagli affreschi che si trovano sulle lunette, sono raffigurate le virtù teologali e le virtù cardinali, intervallate da immagini che rappresentano episodi della vita di San Benedetto, fondatore dell’ordine benedettino - cui la chiesa appartiene - e patrono d’Europa.

 Proprio a questo ultimo tratto fanno riferimento gli affreschi raffigurati, che evidenziano non soltanto la fondazione del Monastero di Montecassino, ma anche il tentativo, compiuto da Benedetto, di far dialogare la componente gotica e quella latina presente in Europa dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Ma la magnificenza del barocco della chiesa si sviluppa in tutta la sua pienezza nella parte centrale della volta, dove sono rappresentati il Trionfo ed il Viatico di San Benedetto; entrambi gli affreschi sono un raro esempio di mirabile prospettiva e teatralità barocca, grazie ad un sapiente contrasto di colori scuri ed accesi, che esplode in tutta la sua forza espressiva negli affreschi del presbiterio, al di sopra dell’altare, punto focale dell’intera chiesa, che attira l’attenzione dell’osservatore sin dal suo ingresso in chiesa.

http://www.benedettineviacrociferi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9&Itemid=117&lang=it

 

 

Sant'Agata - Il dolce Canto delle Monache Benedettine
In una soave atmosfera dove il tempo sembra quasi non trascorrere, dove la luce della serenità e l'adorazione con le preghiere sembrano aleggiare nello spazio circostante, ammiriamo la dolce e tanto gentile Madre Giovanna, Priora del Monastero dei Benedettini a Catania.

Ci incontriamo nel parlatorio; una piccola stanza in cui le monache di clausura accolgono alcuni parenti ed amici. Le fredde sbarre di ferro color crema tentano di dividerci ma svaniscono immediatamente appena le nostre mani si avvolgono stringendosi.

Silenziosamente ci accomodiamo e con cortesia e tanta affabilità, Madre Giovanna inizia a rispondere alle nostre discrete domande.

Madre Giovanna, il sentimento d'amore che ha accolto con devozione Dio nel suo cuore, Le ha concesso una scelta importante per la sua vita. Come inizia la sua vocazione?
«Ero ancora giovanissima, avevo 16 anni e frequentavo il magistrale; quando entravo in Chiesa ed ascoltavo con profonda partecipazione le messe, il mio cuore si riempiva di gioia, di serenità anche se ancora non capivo di che cosa si trattasse. La vocazione, per Grazia del Signore, si manifestò in occasione del Precetto Pasquale a scuola: fu un momento di grande emozione, di grazia ed amore per Dio e senza troppo pensare e ragionare mi sono avvicinata alle Monache Benedettine. Da quel momento sono piena di gioia e felice nella Grazia del Signore».

 

 

Pronunciato il suo "si", la sua vita ha subito una svolta significativa e per sempre. Cosa ha lasciato e cos'ha adesso.

«In 60 anni di assoluta devozione ed adorazione per il Signore non ho mai avuto un momento di ripensamento, sembra di essere entrata ieri in questo Monastero, quando nella realtà sono trascorsi tanti anni.

La gratitudine per il Signore nella Grazia e nella perseveranza mi regala il desiderio di fare sempre di più e, alle volte, ho il timore santo di fare poco per il Signore perché anche noi siamo esseri umani, non siamo sante e possiamo anche sbagliare».

Rispetto alle altre suore che vivono attivamente nel sociale, le Monache di Clausura come si differenziano?

«Tante suore hanno la soddisfazione di vedere il bene che fanno; porto l'esempio di tante missionarie che aiutano con le loro forze e con il loro coraggio i poveri dei paesi africani.

La funzione delle Monache Benedettine del SS Sacramento e di tutte le contemplative la paragono a quella della radice di una rigogliosa pianta che si nutre e si alimenta dalle sue profonde radici. Dalle retrovie, l'adorazione per Gesù attraverso le nostre costanti preghiere, danno ossigeno ed alimentano le folti chiome della pianta».

Tra pochi giorni la nostra città ricorderà Sant'Agata, Martire, Santa, Protettrice di Catania. Quali emozioni, quali sentimenti si accendono la mattina del 6 febbraio quando il feretro di Sant'Agata si soffermerà davanti al vostro Monastero?

 

«Nutriamo un grande sentimento di gratitudine nei confronti della Santa anche perché siamo concittadine e sin da piccole, tra le braccia dei nostri genitori, ammiravamo e pregavamo Sant'Agata in processione.

Ci rivolgiamo a Lei con la speranza di provare ancor di più amore e devozione per Nostro Signore Gesù Cristo e Le chiediamo di ottenere anche una sola parte del suo spirito di sacrificio.

Preghiamo per tutta la gente che si trova davanti a noi e per tutti quei giovani che tirano il fercolo.

 

La Scalinata Alessi ha origine Medioevale e conduce alla "Via Sacra" (via Crociferi). Vi si affacciano diversi edifici Barocchi, tra cui il Convento delle Benedettine e il Palazzo Zappalà, nonché lo storico Nievski Pub, rinomato locale. Al di sotto negli anni '80 del Novecento si rinvennero i resti della città Romana: resti di edifici domestici con splendidi mosaici e affreschi parietali.

 

Preghiamo per la nostra città affinché sia una città cristiana, una città che non soffra per la mancanza di lavoro ed, inoltre, preghiamo per tutti i sacrifici che i nostri concittadini sono costretti a sopportare».

È più una preghiera rivolta alla Santa o un canto d'amore?

«In un profondo silenzio preghiamo e cantiamo e, seppur ci troviamo dietro la grata della Chiesa, ci sentiamo molto vicine alla gente».

Il "canto delle Monache Benedettine" per Sant'Agata è un dolcissimo momento in cui uscite in pubblico. In quali altre circostanze avete contatto con la gente?

«Usciamo per l'Immacolata, l'8 dicembre e per il Cristo morto, il Venerdì Santo; sempre dietro la grata della chiesa, preghiamo e cantiamo. Inoltre, usciamo per motivi essenziali o di studio o per andare in ospedale per visite ed esami medici».

Madre Giovanna, insieme alle altre Monache guardate la televisione, avete internet, leggete i giornali?

«Abbiamo una televisione ed ascoltiamo il telegiornale e le Sante Messe del Papa. Le tragiche notizie che apprendiamo dai telegiornali sono il contenuto della nostra preghiera per l'indomani. Noi Monache Benedettine siamo nel mondo ma non siamo del mondo: le gioie ed i dolori della società sono anche le nostre. Leggiamo i giornali l'Avvenire, Prospettive e abbiamo il computer per ricevere ed inviare mail».

Come si svolge una giornata in clausura?

 

San Benedetto

 

«Il nostro motto per noi Benedettine è ora et labora. Ci svegliamo alle 5.00 del mattino; intorno alle 5.30 siamo pronte per l'ufficio divino, salmi e letture della Parola di Dio, per le lodi e per la messa; concludiamo dopo circa due ore di preghiera. Facciamo la colazione e poi ognuno va al proprio lavoro: in cucina, in lavanderia, in portineria, alcune, ma sono poche perché vogliono stare nel Monastero, vanno a scuola per insegnare. Verso le 12.45 ci incontriamo per pregare insieme un'altra parte dell'ufficio divino e dopo si pranza. Il pomeriggio si riprende a lavorare e verso le cinque c'è un altro momento di preghiera e di meditazione (i Vespri), segue la formazione permanente della Madre. La cena e subito dopo un momento di ricreazione: stiamo tutte insieme, ci raccontiamo quello che abbiamo fatto durante il giorno, ascoltiamo il telegiornale. Infine la Compièta, l'ultima preghiera del giorno e si va a letto. L'adorazione continua anche di notte: a turno le monache si chiamano per pregare il Nostro Signore Gesù Cristo sino al mattino».

Quante Suore Benedettine sono presenti nel Monastero?

«Adesso siamo 28; quando sono entrata io eravamo 75. Sono davvero poche le ragazze che rispondono alla chiamata di Dio; c'è troppa distrazione pertanto il numero tende a diminuire infatti si nota una crisi vocazionale nella Chiesa».

Con tanta emozione Oggimedia si congeda da Madre Giovanna, ringraziandola di cuore per la sua dolcissima gentilezza.

Melania Costantino

http://www.oggimedia.it/special/158-sant-agata-patrona-di-catania/2179-santagata-il-dolce-canto-delle-monache-benedettine.html

 

 

 

L'ingresso della chiesa, detto La scalinata degli Angeli

 

Vestibolo della Chiesa di San Benedetto, la scalinata degli angeli, realizzata nel corso del XVIII secolo, è un grande ambiente con portali e decorazioni in stile rococò illuminato da ampie finestre, con pavimentazione a tarsie marmoree policrome e decorazioni in stucco.

Tra questi, risaltano le iscrizioni dedicatorie posate nel 1764. L’armonioso ambiente ospita una scalinata monumentale delimitata da una balaustrata sui cui piedistalli troneggiano otto statue alate, rivestite da Nicolò Mignemi in stucco marmoreo nel 1763. La scalinata consente di raggiungere il piano della chiesa attraverso un maestoso portone in legno con una vetrata artistica, realizzata da Carmelo Abate nel 1950 e raffigurante San Benedetto e Santa Scolastica.

http://www.benedettineviacrociferi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=18&Itemid=154&lang=it

 

La sala del parlatorio delle monache di clausura.

Da notare i divanetti all'incontrario di fronte alle grate dietro alle quali si aprirà una finestra per far comunicare la religiosa con i parenti. La sala ispirò Giovanni Verga alla scrittura della novella "Storia di una capinera", ripresa poi nell'omonimo film di Franco Zeffirelli. 

VIRTUAL TOUR

 

Luogo di preghiera, luogo di bellezza e spazio museale
Il Monastero delle Benedettine di Catania si apre da domani al pubblico. «Da sempre la nostra chiesa è meta di turisti» dice la Priora Madre Giovanna
La Sicilia, Sabato 06 Aprile 2013 - Grazia Calanna


«Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio», il pensiero di Hesse si coniuga perfettamente con la nascita, a Catania, di una singolare realtà artistica e culturale. Parliamo del «MacS», Museo di Arte Contemporanea Sicilia, accolto dalla Badia Piccola del Monastero delle Benedettine di Via Crociferi. L'anteprima del MacS è fissata per domani alle 17.30, con l'inaugurazione della mostra del maestro Gesualdo Prestipino, ennese classe '33, stimato demiurgo della materia. «Il mio cammino - dichiara Prestipino - è stato lungo ma lo ritengo ancora in fase di partenza e questi ultimi lavori, grovigli semplici lineari e chiari, sia visibilmente che scultoreamente, mi esaltano. Ogni elemento rappresentato è la vita di un uomo, il suo vissuto con alti e bassi. Usare il bronzo o il ferro per raccontare è fantastico, si prestano felicemente al martellamento e al travaglio». La nascita del MacS permetterà ai visitatori di varcare la soglia del Convento delle Benedettine, ammirare il settecentesco Parlatorio e la sontuosità della Chiesa di San Benedetto. «È proprio vero che quando il Signore vuole qualcosa, lui stesso apre la strada e ispira i progetti - spiega Madre Giovanna, Priora del Monastero di San Benedetto -. Da sempre la nostra chiesa, vero gioiello dell'arte barocca, è meta di turisti che hanno interesse per l'arte. Vengono non solo per questo ma anche per la pace e il silenzio che conciliano la preghiera. Papa Giovanni Paolo II, il 4 aprile 1999, nella sua lettera agli artisti scriveva: "Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'Arte.

 Essa deve, infatti, rendere percepibile, e anzi per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell'invisibile, di Dio". Ci siamo chieste come poter rendere più fruibile questo bene patrimonio dell'Unesco. Abbiamo contattato un nostro carissimo amico, nonché Ingegnere Sebastiano Di Prima, che ha condiviso la nostra idea e ci ha guidati alla realizzazione di questo progetto che, a giorni, darà l'opportunità, a chi lo desidera, di visitare la Chiesa e il parlatorio monastico». L'apertura ufficiale del MacS avverrà in giugno, per allora il museo accoglierà anche una collezione permanente di dipinti di odierni artisti figurativi come, solo per citarne alcuni, Andrea Martinelli, Giuseppe Guindani, Santiago Ydanez, Alex Kanevsky, e di dispositivi tecnologici d'avanguardia. «Il progetto MacS - dichiara la direttrice Giuseppina Napoli -, è legato alle istanze tendenti alla valorizzazione dei beni culturali del patrimonio siciliano e alla promozione dell'arte contemporanea. La filosofia è quella di instaurare un dialogo tra l'arte del passato e l'arte contemporanea. Il luogo che ospita il museo è un contenitore così prezioso da essere uno dei contesti più importanti della città di Catania e dell'intera Sicilia. È nella scelta del Monastero delle Benedettine come sede che c'è l'essenza stessa del MacS. Anche se la particolarità del contenitore architettonico ci concede poche sale espositive, contiamo di potenziare lo spazio museale».

a sinistra una scena del film "Storia di una capinera" di Franzo Zeffirelli (1993)

 

- Chi è il curatore del MacS?
«Alberto Agazzani, critico d'arte di chiara fama, col quale da subito ho intrecciato una rara sintonia etica ed estetica. Siamo convinti che l'Arte è Bellezza. Agazzani ha maturato tutta la sua esistenza nel segno dell'Arte, possiede il dono di avvicinare chiunque all'arte contemporanea e riesce, senza imporre mai la sua visione, a condurre e porre, attraverso la sua indagine storica e poetica, ciascuno nella condizione di svelare e comprendere un'opera d'arte. Sarà assistito dalla giovanissima e preparatissima catanese Laura Cavallaro».
I visitatori del MacS potranno varcare la soglia del Monastero delle Benedettine. Decisamente un «passo storico». «Madre Giovanna Caracciolo, cui rivolgo la mia gratitudine, la mia stima e il mio affetto profondo, ma anche tutta la meravigliosa comunità delle Benedettine, hanno accolto con slancio la nostra proposta, consapevoli dell'immenso valore del bene culturale che custodiscono, disponibili a consentirne la fruibilità per fini di promozione culturale del territorio, perché, al contrario di quello che si può pensare di una comunità religiosa di clausura, le Benedettine di Via Crociferi sono invece, seppur raccolte nella preghiera tra le mura claustrali, una comunità intensamente viva, attenta e disponibile alle istanze finalizzate al bene comune e alla sua valorizzazione».
 

 

 

Fra la badia e la chiesa di San Francesco Borgia la via S. Benedetto conduce al Palazzo Asmundo, dalla facciata di pietra lavica con decorazioni in pietra calcarea e balcone unico incorniciato da un’inferriata panciuta.
La chiesa di San Francesco Borgia (cosidetta dei Gesuiti), dedicata al pronipote di Alessandro VI, eletto nel 1554 Generale della Compagnia di Gesù e in tutto diverso dal suo antenato tanto da essere dichiarato santo, fu ricostruita fra il 1698 ed il 1736 sulle fondamenta di una progettata da fra’ Angelo Italia precedentemente distrutta dal terremoto.

In essa, che si eleva su un’alta scalinata in pietra lavica a due braccia che la unisce al piano stradale, è avvenuto il battesimo di Vincenzo Bellini. Il prospetto bianco comprende due ordini: nel primo si inserisce il portone centrale, sul quale si adagia un timpano spezzato sorretto da due coppie di colonne scanalate con capitello composito, mentre ai lati si elevano verso l’altro altre due coppie di colonne tuscaniche, mentre nel secondo si può notare un’ampia finestra al centro, con timpano sorretto da lesene con capitello composito, e altre due coppie di colonne tuscaniche laterali, poste sopra le sottostanti, che sorreggono un’ampia trabeazione spezzata.


L’interno, a tre navate, contiene altari marmorei con pale di pittori catanesi del XVIII secolo, mentre la cupola è affrescata da Olivio Sozzi, che vi raffigurò temi legati all’ordine dei gesuiti.

 

Presso la chiesa dei gesuiti si svolsero le funzioni religiose allorché la cattedrale fu chiusa per i lavori di restauro del 1795. Questo evento infuse un alone di sacralità e di suggestione a tutta la via che si percepisce ancora oggi.

Angela Allegria - 13 ottobre 2009, in www.2duerighe.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia

Il  grande palazzo settecentesco era il più bell’edificio della Compagnia di Gesù in tutta la Sicilia. Il prospetto è in stile barocco siciliano e vi si accede mediante una scalinata. L’edificio ha quattro cortili fra cui un chiostro con loggiato sormontato da colonne. Il pavimento del cortile è a ciottoli bianchi e neri, sistemati a strisce, alla maniera del Borromini.

La costruzione dell’edificio si svolse in parallelo con il processo di ricostruzione della città dopo il terremoto del 1693. La ricostruzione dopo il sisma non è avvenuta in tempi brevi, adiacente alla chiesa di San Francesco Borgia e il collegio sono stati completati nell’arco di quarant’anni. Questo significa che al programma costruttivo hanno preso parte varie figure di capomastri e di architetti, ciascuno con il proprio linguaggio architettonico.

Tra le varie figure che hanno dato il loro contributo ai lavori spiccano alcuni nomi già noti nella storiografia locale: Angelo Italia, Alonzo di Benedetto, Francesco Battaglia e altri fino ad oggi sconosciuti come l’architetto Francescano, lo scultore G.B. Marino con il ruolo di architetto.

La scelta del sito, l’impianto tipologico della chiesa e del collegio, sono il risultato di una complessa fusione fra parti di costruzioni risparmiate dal sisma, modelli spaziali della tradizione seicentesca e regole della vita comunitaria dei gesuiti. Fino al 2009 è stato sede dell’Istituto d’arte di Catania.

 

L'edilizia Gesuita a Catania, in concorrenza con i Benedettini.

I gesuiti sono presenti in Sicilia fin dal 1547 quando il Senato della città di Messina chiede loro di fondare il collegio pubblico d’istruzione. Dopo Messina essi fondano collegi nelle principali città dell’isola, prima lungo la costa per poi insediarsi gradualmente nell’entroterra. A Catania giungono nel 1556 chiamati dal vescovo riformatore Nicola Maria Caracciolo che gli affida il compito di insegnare la dottrina cristiana in 14 chiese.

Con un accordo, stipulato il 9 febbraio 1556, fra i Giurati della città, il vescovo e la compagnia di Gesù, ai padri dell’ordine religioso viene ceduta l’antica chiesa della Santissima Ascensione ed alcuni locali di un annesso ospedale rimasto vuoto dopo la sua fusione con quello di San Marco. La chiesa si trovava in prossimità della chiesa e monastero di San Nicolò l'Arena popolarmente chiamato monastero dei Benedettini.

Nel 1565 l’architetto gesuita Giovanni Tristano avevano predisposto il disegno per il progetto di ampliamento della chiesa della SS. Ascensione e per la costruzione di un piccolo collegio e di una casa di probazione. In seguito il collegio viene destinato a sede universitaria e ampliato grazie al sussidio del re. L’edificio viene completato attorno al 1578, su probabile disegno dell’architetto gesuita Francesco Schena.

 

In una veduta di Catania di Pierre Mortier, che riproduce una precedente incisione edita a Colonia nel 1575, la città è racchiusa da mura bastionate e con un sistema di strade di origine medioevale, prevalentemente orientato in direzione est-ovest; soltanto due, più ampie e fra loro parallele, attraversano tutta la città in direzione nord-sud: una la strada della Luminaria (via Etnea), collega la porta Acis (piazza Stesicoro) con la Platea Magna (piazza Duomo), l’altra collega la porta Regis (in prossimità della chiesa di S. Agata la Vetere) con il Piano de l’herba (piazza S. Francesco). La seconda strada coincide in buona parte con l’attuale via dei Crociferi. In entrambe le strade si trovavano numerose chiese: lungo la via della Luminaria le chiese di S. Anna dei Triscini, della SS. Trinità, della collegiata, di S. Martino; lungo l’attuale via dei Crociferi le chiese di S. Maria della Dagala, della SS. Ascensione, di S. Benedetto, di S. Francesco, di S. Giovanni li Barillari. Dalla veduta del Mortier si deduce che il luogo più importante della città si trova all’estremo sud della via Luminaria in cui sorgono sulla piazza Grande (piazza Duomo), la cattedrale e la loggia dei Giurati. I gesuiti, pur avendo chiesa e collegio localizzati in un sito non periferico nella struttura urbana cinquecentesca, ambiscono a guadagnare un ruolo primario nella scena urbana. È presumibile che lungo la via Luminaria, asse principale della città, sorgessero gli edifici dei nobili, mentre invece nel sito del collegio dei Gesuiti sorgessero solo modeste case; da qui il desiderio di trasferirsi. Il rettore inoltre motiva la richiesta di trasferimento dal vecchio sito al nuovo con il fatto che i cittadini o i forestieri, venuti da lontano, faticano ad affrontare la salita che porta al vecchio collegio.

Il 14 novembre 1621 il generale della Compagnia di Gesù autorizza il mutamento di sito, e i padri gesuiti si mettono subito all’opera acquistando la casa degli Orfani, appartenente al monastero della Santissima Trinità, costruendo il nuovo collegio in via Luminaria o Strada Maggiore (Via Etnea).

Il nuovo collegio inizia il 3 agosto 1623 con la costruzione della chiesa dedicata a S. Ignazio, i tempi di costruzione sono molto lunghi, in parte a causa della mancanza di proventi, e in parte per via della crisi economica che interessò la Sicilia nella metà del XVII secolo.

Fra il 1666 e il 1682, il nuovo collegio risulta ancora in costruzione. La chiesa invece è praticamente completa quando viene colpita dal terremoto dell'11 gennaio 1693. Nel 1694 i Gesuiti chiedono di continuare la costruzione del collegio danneggiato dal sisma.

Il rettore del collegio, padre Ferdinando Gioieni in data 14 febbraio 1694, chiede al Vescovo Andrea Riggio il consenso per ricostruire la chiesa, in parte rovinata dal terremoto e in parte demolita per costruire la strada principale chiamata Osseda.

In attesa della licenza del Vescovo, il rettore del collegio inizia ugualmente la ricostruzione nel piano della fera nova, suscitando l’opposizione dei vicini padri del convento di S. Caterina che temevano ampliamenti edilizi in loro danni e quelli delle monache del monastero S.Agata che temevano di essere viste dalle finestre del collegio in costruzione. Sulla costruzione sorgono forti contrasti e conflitti da parte di privati cittadini che rivendicano la proprietà di case utilizzate come sede della chiesa e del collegio in costruzione. Pertanto i Gesuiti sono costretti, ad abbandonare il piano della fera nova sito da loro prediletto in quanto nel cuore della città. Trascorso qualche anno di incertezza sul a farsi, i padri gesuiti ritornano nel loro antico collegio abbandonato dopo il sisma. Per la ricostruzione della chiesa e del collegio, è stato riutilizzato tutto ciò che è stato risparmiato dal sisma.

 

La ricostruzione

Le prime notizie sulla ricostruzione del collegio di Catania risalgono al 1698: il vicedirettore del collegio, padre Francesco Maria Bonincontro, chiede al vescovo il permesso di vendere parte di case, situate nel piano della Fera Nova (piazza dell'Università) nella contrada Pozzo Bianco. Queste case erano state acquistate, prima del terremoto, dai padri gesuiti che intendevano ricostruire il proprio collegio nel piano della fiera. Poiché essi non poterono raggiungere l’obiettivo, tornarono nel collegio antico di nuovo riedificato, che corrisponde all’attuale complesso edilizio. Qui il portale di acceso al terzo cortile porta incisa sull’arco la data 1697 e il motivo a grottesca delle mensole del balcone sono ancora di foggia manierista.

 

 

Nel 1699 vengono sterrate le strade pubbliche a carico dell’ordine gesuitico: la strada di San Benedetto, quella davanti alla chiesa (via dei Crociferi) e quella di tramontana (via Gesuiti).

Alle opere di fondazione della chiesa sovrintende, verso il 1701, il capomastro Alonzo di Benedetto. La planimetria della struttura della chiesa fa presupporre l’ipotesi che quest’ultimo si sia servito del disegno, in possesso dei padri gesuiti, eseguito dal padre Tommaso Blandino verso il 1623 per la costruzione della chiesa nel piano della Fera Nova. La pianta dell’attuale chiesa corrisponde difatti a quel progetto, che comprendeva le navate inscritte in un rettangolo. Alonzo di Benedetto da un lato rispetta un impianto tipologico dato dall’ordine religioso, dall’altro esprime il linguaggio architettonico che più gli è congeniale, attuando mutamenti di gusto del suo tempo. Il disegno della facciata della chiesa è invece da attribuire all’architetto Angelo Italia, anche per la ricostruzione del collegio si può pensare che abbia impostato uno schema tipologico poi interpretato dal di Benedetto. Il disegno di questo collegio, a differenza degli altri più modesti diffusi nell’isola, svolge il tema delle tre corti in successione lineare e parallela all’asse longitudinale della chiesa. Questo tema è insolito nel modo nostro di costruzione dei collegi siciliani, in cui le corti si sviluppano lungo un asse ortogonale a quello longitudinale della chiesa.

 

 

Nel 1713 sotto la sorveglianza dell’architetto Stefano Masuccio, iniziano i lavori di demolizione di vecchi muri, e di livellamento per impostare i pilastri del cappellone della chiesa. Agli inizi del 1718 risultano già eseguite le sette finestre del piano terra del prospetto di levante e parte del portale d’ingresso del collegio. Alla fine del 1719 sono state affrontate le spese per fabbricare la scuola (il corpo di ponente dell’area scholarum) nel sito della chiesa vecchia, per spianare la strada di San Benedetto.

Negli anni compresi tra il 1726-1740 i lavori procedono con opere di finitura all’interno della chiesa e con l’impostazione delle volte lungo il portico della corte dell’area scholarum. Agli inizi del 1745 ad Alonzo di Benedetto segue la direzione dei cantieri l’architetto Stefano Battaglia. Probabilmente è opera sua il disegno del secondo ordine del portico dell’area scholarum, molto diverso dalla concezione figurativa del primo ordine, dalla cui costruzione sono passati più di 20 anni. Così agli archi a tutto sesto del primo ordine, egli contrappone un loggiato fatto di pilastri più familiari al linguaggio barocco.

Le notizie relative al completamento del collegio si fermano al 1757.

(fonte: Wikipedia)

 

 

L'europeo concetto architettonico del Collegio universitario.

 Le regole dell’organizzazione distributiva e spaziale delle chiese e collegi a cui si ispirano i padri gesuiti erano stabilite nel canone 34 (De rationae aedificiorum), in base a tali regole il disegno di ogni nuova fabbrica doveva essere inviato a Roma per l’approvazione del generale (praepositus generalis) che si avvale, per gli aspetti di ordine pratico e tecnico, di un Consiliarius aedilicius , che a partire dalla metà del XVII sarà il “matematico” del collegio romano.

L’insieme delle indicazioni tipologiche e delle caratteristiche, che deve essere rispettato nella costruzione dei collegi per soddisfare i bisogni dell’Ordine, viene chiamato "modo nostro", questo stabilisce che gli edifici della comunità religiosa – area collegii- organizzati attorno a una corte, siano ben distinti da quelli scolastici e delle congregazioni – area scholarum- anch’essi distribuiti attorno ad una corte.

La chiesa, generalmente affiancata all’area collegii, deve legarsi agli edifici della comunità ed essere al contempo accessibile sia ai padri dell’Ordine, agli scolari e ai fedeli. In fine un’altra corte contenente i servizi generali – corte di carri o rustica- deve essere connessa ai fabbricati del collegio ma avere un accesso autonomo per i carri. Queste regole nella realtà subivano alcune variazioni in base al contributo personale dell’architetto che le metteva in pratica.

Il collegio di Catania, contrariamente alle regole del modo nostro che prevedono generalmente una sola corte di carri o rustica accanto all’aera collegii, viene costruita una seconda corte di carri . I collegi gesuitici con più di tre corti sono rari, tuttavia in questo caso la presenza di una quarta corte è attribuibile alla ricostruzione dell’edificio che utilizza il sito della chiesa della SS. Ascensione e parti del primitivo collegio risparmiato dal sisma.

 

Il suo utilizzo nel tempo.

Rispetto al disegno originario, l’ex collegio ha subito molte modifiche a seconda dei suoi usi nel tempo, tanto da renderne illeggibile il ruolo primitivo nella scena urbana.

1767 - lo Stato borbonico decide di espellere i gesuiti dalla Sicilia. Il governo borbonico entra in possesso dei beni dei gesuiti, e decide di concedere il loro patrimonio fondiario in enfiteusi ai contadini privi di terra e di trasformare i loro collegi in scuole pubbliche di Stato o in ospizi per l’assistenza ai poveri.

1779 - Il collegio dei gesuiti viene trasformato in “casa di educazione della bassa gente” o secondo un appellativo più nobile “collegio delle Arti”, esso ospita sia lavoratori artigiani (di panni, sete, ceramiche, manifatture d’acciaio) che alloggi per alunni. Con questo nuovo riuso avvengono alcune modifiche per adeguare la struttura alle nuove funzioni: demolizione dei muri divisori delle celle dei padri per trasformarle in dormitori o officine.

1834 - Con il decreto del 7 agosto 1834 il re Ferdinando II delle Due Sicilie dichiarava chiuso il “Collegio delle Arti” per sostituirlo con il “Reale ospizio di Beneficenza per le province di Catania e Noto”. Iniziano una serie di lavori di adeguamento dell’impianto distributivo originario per ospitare un numero sempre crescente di alunni e mendicanti. Originariamente al piano superiore del collegio si trovavano: 12 camere per i padri, poi ridotte a 10 dall’apertura dei corridoi superiori di tramontana e meridionale ed in seguito distrutte per creare un unico salone per l’ospizio, la scala e verso ponente l’appartamento del rettore costituito da tre vani.

1854 - Sopraelevazioni vengono eseguite sull’area scholarum e sul primo corpo di ponente dell’area collegii. A partire da 1854 l’area scholarum diventa sede del tribunale.

1968 - 2009 - Il collegio è stgto sede dell’Istituto statale d’arte, il quale ha proseguito la pratica di microtrasformazioni interne per rispondere alle esigenze degli allievi.

(fonte: Wikipedia)

 

 

 

Sul lato opposto, il destro di Via Crociferi, si incontrano il Palazzo Zappalà e subito dopo la chiesa di San Giuliano, attribuita al Vaccarini e datata fra il 1739 e il 1751, presenta una cancellata panciuta, che segue l’andamento della facciata convessa, sulla quale domina la scritta “DOM ET S. IULIANO SACRUM 1832” sorretta da due putti altezzosi che reggono i simboli ecclesiastici, la mitria ed il pastorale. Il breve sagrato è decorato da un tappeto di arabeschi in bianco e nero.

  Anche le finestre sono chiuse da grate panciute, rifatte dopo il ventennio, durante il quale, le grate originarie finirono addirittura in California per ornare le ville di nababbi e dive del cinema. L’interno, con pianta ottagonale, riccamente decorato, contiene “La Madonna delle Grazie”, realizzata da Olivio Sozzi.

Da alcuni punti della strada e dal chiostro dell’ex monastero si può ammirare la cupola con la loggia esterna di coronamento dalla quale un tempo le monache di clausura seguivano il passaggio delle processioni sacre.

Il monastero è composto solo da due ordini, senza balcone centrale, contenente solo finestre. Il portone con arco a tutto sesto, sostenuto da due lesene con capitello tuscanico, è inquadrato in un rettangolo ai lati del quale si possono scorgere due fiori. Sopra la chiave dell’arco si nota uno stemma illeggibile sormontato da una corona, con sotto una maschera grottesca e ai lati delle foglie di acanto. All’interno il chiostro è circondato da un loggiato con archi a tutto sesto al centro del quale si presume ci fosse una fontana, oggi sostituita da un’aiuola di forma ottagonale.

 


 

Di fronte all’ex monastero sorgeva un giardino pensile, sostituito, in seguito, da un palazzotto. Alcuni ritengono che proprio all’angolo fra via Crociferi e via Sangiuliano sorgesse il tempio di Esculapio, mentre altri lo collocano all’angolo fra via Crociferi e via Vittorio Emanuele.

Angela Allegria - 13 ottobre 2009, in www.2duerighe.com

Catania, via Crociferi tra degrado e incuria.  Nel 1998 la Protezione Civile aveva stanziato 5 milioni di euro, finora ne sono stati spesi 800 mila

Via Crociferi, una delle vie più belle del barocco siciliano, nel 2002 dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, versa in uno stato di degrado e incuria.

Quattro chiese in 200 metri. La prima è quella di San Benedetto collegata al convento delle suore benedettine dall’arco omonimo che sovrappassa la via e collega la Badia grande alla Badia piccola. Ad essa si accede a mezzo di una scalinata ed è contornata da una  cancellata in ferro battuto. Proseguendo si incontra la chiesa di San Francesco Borgia alla quale si accede tramite due scaloni. A seguire l’edificio settecentesco del collegio dei Gesuiti, dal 1960 al 2009, sede dell’Istituto d’Arte.

Per la messa in sicurezza dell’edificio, che è di proprietà della Regione, già nel 1998 la Protezione Civile aveva stanziato 5 milioni di euro, ad oggi ne sono stati spesi 800 mila: se tutto va bene i lavori proseguiranno a partire dalla prossima primavera.

Di fronte al Collegio è ubicata la Chiesa di San Giuliano considerata uno degli esempi più belli del barocco catanese. L’edificio è stato attribuito all’architetto Giovan Battista Vaccarini.

 

 

 

Proseguendo ed oltrepassando la via Antonino di San Giuliano, si può ammirare il Convento dei Crociferi e quindi la Chiesa di San Camillo.

Lo scorso novembre sono partiti i lavori di pulizia dei muri dai graffiti, grazie ad un accordo siglato dal Comune e l’Ance, associazione nazionali costruttori edili. “Facciamo un appello ai nostri giovani perchè siano rispettosi di questo patrimonio. Ne godano la bellezza ma lo custodiscano gelosamente”, così ha commentato il sindaco Raffaele Stancanelli.

http://www.universy.it/2011/12/catania-via-crociferi-tra-degrado-e-incuria/

 

 

Palazzo Zappalà

 

 

 

Il futuro del Collegio dei gesuiti fra abbandono e grandi progetti
di Antonio Borzì

Gli interventi per la messa in sicurezza procedono a rilento, come testimoniano le immagini. L’ex Istituto d’arte dovrebbe diventare sede di un’importante Biblioteca regionale

CATANIA – Nell’ottobre del 2009 è stata messa la parola fine alle vicissitudini dei ragazzi dell’Istituto d’arte che, dopo essere stati costretti ad abbandonare il Collegio dei gesuiti - edificio storico di via Crociferi - per motivi di sicurezza, hanno trovato una nuova “casa” nell’attuale sede di viale Vittorio Veneto. Prima del definitivo “trasloco”, tante discussioni, tanti proclami e tentativi più o meno fortunati di trovare una soluzione.

Così la scuola finalmente iniziò e venne l’inverno, e con esso il solitosilenzio che avvolge i fatti catanesi colpì anche la situazione relativa ai lavori di restauro nel palazzo di via Crociferi. Ovviamente la fine dell’emergenza giustificava la fine del clamore, ma è sembrato quasi che la questione non importasse più.

Un edificio dalla grande valenza storica che è sembrato quasi abbandonato a se stesso. Oggi, poco o nulla sembra essere cambiato nel corso dei lavori. Interventi che, a dire il vero, stanno proseguendo con un ritmo che, apparentemente, appare lento e senza fretta.

Le immagini interne ed esterne dell’edificio sono eloquenti. Le finestre sono in gran parte rotte consentendo, soprattutto in questa stagione invernale, l’ingresso degli agenti atmosferici, gli stessi che, entrando dal famoso buco sul tetto, hanno causato ingenti danni alla pavimentazione dell’ex palestra che rischia tuttora il crollo. All’interno, invece, si assiste a immagini d’autentico abbandono con un dominio totale di calcinacci a terra e erbacce.

Percorrendo il perimetro della struttura si può notare come, mentre in via dei Gesuiti i lavori, seppur senza fretta, proseguono, la parte che si affaccia sulla zona non aperta al traffico e adibita a parcheggio (abusivo) sia rimasta totalmente all’abbandono. Il rischio appare evidente anche per eventuali crolli di materiali dalla facciata che andrebbero a finire sulle auto in sosta o, peggio ancora, su qualche sventurato pedone.

I progetti vorrebbero quest’edificio futura sede di una grande Biblioteca regionale. Ma, vedendo queste immagini, ci si può rendere conto come i tempi di realizzazione appaiano ancora molto lunghi. Dovrebbero essere fatti prima di tutto degli interventi strutturali per rafforzare la resistenza di un edificio che sta letteralmente crollando a pezzi.
Ha suscitato anche un pizzico di ironia la vista, fino a poche settimane fa, dei camion delle ditte dei trasporti, ancora impegnati a lavorare alacremente per completare il trasferimento nella nuova sede. Quasi il simbolo del fare siciliano, un modus operandi che tiene poco conto di programmazione e controlli, cercando di far defluire le cose. Senza dimenticare quella spinta entusiastica verso progetti esaltanti che difficilmente verranno realizzati.

 

 

Via Crociferi, un set all'aperto.

 

 

Sabato 25 Giugno (La Sicilia) Mario Bruno

La rinascita di una città dipende anche dallo sviluppo della cultura e dell'arte, che contribuiscono a incrementare il turismo. Catania è una città dove fervono costantemente vivaci iniziative  teatrali, musicali, cinematografiche e letterarie. Qui arrivano molti registi, conquistati dal barocco, sedotti dalle chiese di vie Crociferi, dai prospetti dei palazzi di via Etnea, dal pittoresco, variopinto microcosmo della pescheria con la sua umanità vociante, dall'azzurro luminoso del mare, dagli abbaglianti colori caraibici delle spiagge della Plaia.
Non a caso il capoluogo etneo è stato, è tutt'oggi, e sarà sempre set ideale di un cospicuo manipolo di registi, alcuni dei quali - per esempio Peppuccio Tornatore, Maurizio Zaccaro, Franco Zeffirelli - sono tornati un'altra volta con le loro Arriflex per riprendere gli scorci più seducenti, come piazza Duomo, l'arco di San Benedetto, via Alessi, Villa Cerami, piazza Dante, il monastero di San Nicolò l'Arena, l'Antico Corso, San Cristoforo, palazzo Biscari e anche Librino, quartiere dal fascino quasi spettrale in cui Roberta Torre ha ambientato il suo ultimo film "I
baci mai dati". Mauro Bolognini, nel 1960, si innamorò talmente della "bomboniera barocca" alle falde dell'Etna, da ambientarvi "Il bell'Antonio", impeccabile film tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati e con un cast di rilievo che vedeva in primo piano Marcello Mastroianni (Antonio Magnano), una magnifica Claudia Cardinale (Barbara) e inoltre Tomas Milian, Rina Morelli e Pierre Brasseur. Quarantaquattro anni dopo, il milanese Maurizio Zaccaro, infatuato anche lui di Catania, gira una sorta di remake del "Bell'Antonio", con Daniele Liotti e Nicole Grimaudo protagonisti. Zaccaro ripercorre per buona parte gli itinerari descritti con maestria da Brancati e trasferiti nel grande schermo da Bolognini, indugiando, come l'illustre predecessore, anche sui sudici ma comunque "attraenti" budelli del quartiere del vizio, il  vecchio San Berillo, la  strada delle "lucciole", dove Alfio Magnano, stremato dal dolore per aver appreso dell'impotenza sessuale dell'amato figlio, va a morire mentre fa l'amore con una prostituta, noncurante delle bombe sganciate dagli aerei americani che sorvolano la città, in pieno conflitto mondiale. Va a morire fiero, per salvare l'onore e la virilità del suo casato.
Anche Lina Wertmuller girò oltre metà del suo "Mimì metallurgico ferito nell'onore" nei luoghi-simbolo del capoluogo etneo, irrompendo con la macchina da presa all'interno della pescheria, tra i banconi e i recipienti colmi di guizzanti masculini, sauri, cefali e luvari. Girò pure a Ognina, sotto il secolare baobab del giardino Bellini, in via Vincenzo Giuffrida, davanti alla Cattedrale, nella regale via Crociferi, nel suggestivo chiostro del monastero dei Benedettini e poi, in un gabbiotto della Plaia, tra una zoomata sul mare e un'altra sulla dorata distesa di sabbia, realizzò l'indimenticabile scena d'amore "forzato" organizzato per sfregio, tra Giancarlo Giannini e la brutta, grassa consorte (l'attrice Elena Fiore) del carabiniere che aveva cornificato il bel Mimì con "la di lui" moglie (Agostina Belli)

 

Via Crociferi, un set tra i più ricercati dai registi di cinema
Un ruolo di primo piano per la bellissima strada. Nel breve spazio  hanno girato Bolognini, Zeffirelli,Vicario, Wertmuller, Samperi, Zaccaro

(La Sicilia 12.5.2012) di Mario Bruno
Catania possiede un sito di inestimabile valore, un gioiello architettonico che si chiama via Crociferi, uno dei più ambìti set cinematografici del mondo, come Manhattan, il Central park e le spettacolari street di New York; come Santa Monica di Los Angeles, come Philadelphia, Miami, come la piazza Duomo di Milano, la torre Eiffel di Parigi e come il cuore di Roma.
In via Crociferi, nel breve spazio di 200 metri, sono ubicate ben quattro chiese e questa realtà, oltre al prezioso barocco che rende l'arteria davvero unica, ha affascinato una moltitudi
ne di registi.  
Già nel 1960 Mauro Bolognini diede più di un ciak nella strada d'impronta settecentesca per «Il bell'Antonio» e stessa cosa fece Maurizio Zaccaro nel 2004 per il remake televisivo dell'opera letteraria di Vitaliano Brancati. Nel primo film, via Crociferi è ritratta in bianco e nero, nel secondo a colori e nella sua inalterata maestosità. Marco Vicario azionò poi la Arriflex tra le storiche mura, per il suo «Paolo il caldo» tratto dal romanzo postumo di Brancati e stessa cosa fece Franco Zeffirelli per lo struggente «Storia di una capinera» dove si vedono splendidi scorci notturni della via, con la luce argentata della luna
che rimbalza sulle basole laviche.

Indimenticabili, va certamente sottolineato, le inquadrature realizzate da Lina Wertmuller nel suo lungometraggio, divenuto un cult, «Mimì metallurgico ferito nell'onore». La regista - era il 1972 - si dichiarò «innamorata persa di Catania e soprattutto di via Crociferi», dove la macchina da presa riprende un giovane Giancarlo Giannini intento a seguire Elena Fiore, donna giunonica e impettita che l'esile ma agguerrito Mimì dovrà sedurre «per questioni d'onore».
La Wertmuller, assieme a molti autorevoli colleghi non esitò a definire via Crociferi «una
delle strade più affascinanti del mondo, che seduce per la ricchezza del suo patrimonio monumentale».
La serie di film non è terminata. Anche Diego Ronsisvalle fu attirato dal fascino di quella gemma barocca dove girò «Gli astronomi», mentre anni prima il regista e sceneggiatore catanese poi trapiantato a Roma, Rino Di Silvestro, portò Guia Jelo, Tuccio Musumeci e Philippe Leroy a villa Cerami per una scena del malriuscito film «Bello di mamma».
Ben altra sorte, cioè un clamoroso successo, ebbe invece l'indimenticato «Malizia» di Salvatore Samperi, e sottolineiamo indimenticato sia per la presenza del grande Turi Ferro sia per quella di una strepitosa, bellissima Laura Antonelli all'apice della sua carriera e del suo fascino. Altro film dove si vede via Crociferi è «Giovannino» di Paolo Nuzzi interpretato da un giovanissimo Christian De Sica e dalla brava e graziosa attrice catanese Sara Rapisarda prediletta da Lina Wertmuller che le aveva dato una parte pure in «Mimì metallurgico».
La preziosa strada si vede non soltanto in film, ma anche in fiction televisive, tra cui nella citata «Il bell'Antonio» di Zaccaro e nella romantica «Posso chiamarti amore» del regista Paolo Bianchini con Debora Caprioglio ed Enrico Lo Verso.

 

 

VIA CROCIFERI E IL CAVALLO SENZA TESTA
di Daniela Monaco

La leggenda del cavallo senza testa è ambientata in Via Crociferi nella Catania del 1700. Via famosissima per le sue Chiese, un tempo era il luogo in cui i nobili avevano le residenze per incontri notturni, intrallazzi amorosi e cospirazioni private da tenere al nascosto. Proprio per questi intrighi notturni gli stessi nobili, per evitare intromissioni della plebe nella Via, fecero spargere la voce che di notte vagasse senza meta un cavallo senza testa. Durante la notte nessuno osava entrare in Via Crociferi.

Solo un giovane catanese impavido e poco avvezzo alle leggende scommise con i suoi amici che sarebbe andato nel cuore della notte sotto l’Arco delle suore Benedettine (che la storia narra come costruito in una sola notte nel 1704), per smentire tale diceria. A prova del suo passaggio in quel luogo doveva affiggere un chiodo. Gli amici accettarono la scommessa.

Il giovane a mezzanotte in punto piantò il chiodo alla parete dell’arco, ma non si accorse che insieme al chiodo attaccò anche il suo mantello, che gli impediva i movimenti non potendo scendere dalle scala. Il ragazzo allora pensò di essere stato preso dal cavallo senza testa e per il terrore morì, vincendo la scommessa e confermando la leggenda.

 

Via Crociferi amatissima, dunque, non soltanto dagli uomini del cinema ma pure da documentaristi, da studiosi di storia, da fotografi rinomati provenienti da tutto il mondo per ritrarre i prospetti delle chiese, l'arco di San Benedetto, il cancello di ferro battuto dell'omonima chiesa, la prima delle quattro che si incontrano salendo dalla piazza San Francesco d'Assisi, che ospita la casa natale di Vincenzo Bellini «il Cigno» e il monumento al cardinale Dusmet. Proseguendo si incontra la chiesa di San Francesco Borgia e, a seguire, il Collegio dei gesuiti, vecchia sede dell'Istituto d'arte, che ha al suo interno un bel chiostro con portici su colonne e arcate sulle quali si soffermò l'obiettivo di Diego Ronsisvalle per «Gli astronomi».

 

 Di fronte al Collegio spicca la chiesa di San Giuliano un tempo definita «patrizia» perché vi si celebravano cerimonie religiose per i nobili e considerata uno degli esempi più eleganti del barocco catanese. E' proprio all'interno e all'esterno di questo tempio che il regista Zaccaro ambientò la scena del matrimonio fra Barbara (l'attrice Nicole Grimaudo) e Antonio Magnano (Daniele Liotti) soprannominato il bell'Antonio, uomo attraente ma affetto da impotenza: un'onta per i «masculi siculi» con in testa il padre di Antonio, Alfio Magnano, il quale andrà a morire in una casa di tolleranza pur di dimostrare a tutti l'indiscussa virilità del suo «casato».

 


 

Nelle scene corali di quello che poi si rivelerà uno sfortunato matrimonio, quello fra Barbara e Antonio, si vedono noti attori, primi fra tutti Leo Gullotta (nel ruolo del saggio zio Ermenegildo) e Luigi Maria Burruano (Alfio Magnano), e poi Vitalba Andrea, Marcello Perracchio e Anna Malvica. La scena in questione (noi eravamo presenti) fu girata più volte, nel corso di ben due mattinate, perché uno dei cavalli che trainavano la carrozza nuziale si imbizzarriva facilmente, facendo sobbalzare i poveri sposi, cioè gli attori Nicole Grimaudo e Daniele Liotti, sballottati qua e là, con effetto decisamente comico, dall'irrequieto equino. E ciò per la disperazione del director Zaccaro e della troupe, costretta a ripetere la medesima scena, peraltro con il rischio che il cavallo prendesse a galoppare pericolosamente lungo la discesa.
In fondo alla strada, oltrepassata la via di San Giuliano, si staglia Villa Cerami (sede della facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo catanese) altro sito che, a cominciare dalla stilizzata fontanella che spicca all'ingresso, costituisce un'altra perla settecentesca di via Crociferi, strada che appartiene alla Storia e al cinema. E per l'appunto in una delle sale di villa Cerami, Rino Di Silvestro girò l'esilarante scena che vede un'imbruttita e baffuta Guia Jelo indaffaratissima a sedurre Tuccio Musumeci, qui magro come un grissino e nei panni del "Bello di mamma", film che risale al 1980 e che vede nel cast pure il menzionato Philippe Leroy e poi Carmen Scarpitta, Carole Andrè (la mitica perla di Labuan degli sceneggiati tv di Sandokan), Pippo Pattavina e il compianto Gianni Creati.
In "Mimì metallurgico" la Wertmuller indugiò a lungo con la macchina da presa, in via Crociferi, percorrendola per quasi tutta la sua lunghezza, finché Giannini ricompare in piazza Duomo entrando poi da piazza Alonzo Di Benedetto, nella vociante e pittoresca «piscaria». Per «Capinera», Zeffirelli invece ambientò la sua raffinata scena in notturna, con un sapiente utilizzo di luci che rendono ancor più attraente la strada.
Altre scene furono girate su balconate e terrazzi di chiese e conventi della via, con primi piani delle grate dalle quali si affacciavano le monache di clausura che da lì respiravano un po' di libertà.
Uno degli «affreschi» migliori resta comunque quello in bianco e nero di Mauro Bolognini, che amò a tal punto Catania e via Crociferi da girarvi pure «Un bellissimo novembre» con una stupenda Gina Lollobrigida. Ma il precedente «Il bell'Antonio» resta un pietra miliare della cinematografia, sia dal punto di vista drammaturgico, sia da quello tecnico. Un film con un cast stellare (Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Tomas Milian, Pierre Brasseur) dove via Crociferi ha un ruolo di primo piano e dunque può senz'altro definirsi «protagonista» a tutti gli effetti.

 


Sulla sinistra di Via Crociferi, camminando verso Villa Cerami, sorge il convento dei padri Crociferi e la
chiesa di San Camillo.
I padri crociferi giunsero a Catania dopo il terremoto, stanziandosi nella via che ne prese in seguito il nome e nella quale cominciarono a costruire il monastero e la chiesa sin dai primi anni del Settecento, costruzione che si protrasse fino alla fine del secolo e vide l’opera di Domenico La Barbera a partire al 1723 e di Francesco Battaglia dal 1771 al 1788.
L’ingresso del convento è delimitato da due colonne tuscaniche che, poste sopra un alto basamento, sorreggono l’unico balcone presente nella facciata decorato da due lesene con capitello con volute avvolte verso l’interno e lo stemma raffigurante una croce dalla quale si sprigionano raggi di luce.
La chiesa ha una facciata concava con portone contornato da lesene. Nel secondo ordine una statua di San Camillo che guarda al cielo con un libro nella mano destra, mentre la sinistra si eleva nell’atto di invocare lo Spirito Santo. Ai suoi piedi un putto, grassoccio, accovacciato con la sinistra alzata e la destra fra la spalla sinistra ed il collo. In alto lo stesso stemma che si trova nel convento, ma con i raggi più sottili.
L’interno è di forma ovale e presenta numerosi dipinti fra i quali spicca al centro, una grande icona dai tratti bizantini raffigurante la Santa Vergine con il Bambino.

Angela Allegria - 13 ottobre 2009, in www.2duerighe.com

 

 

Palazzo Villaruel

Superato l’incrocio, a destra due palazzi signorili: il palazzo Villaruel del Battaglia seguito dal palazzo Sturzo, che il proprietario blasonato, perse in una notte giocando a carte con il Duca di Misterbianco. Il palazzo fu ampliato fino al 1929 allorquando il duca di Misterbianco, chiese ed ottenne dal podestà l’autorizzazione per la “costruzione del 4° a secondo piano prospettante nella corte interna del palazzo di via Crociferi 56 consistenti essi lavori nella costruzione di n. 3 stanzette ed accessori”, come si legge nella richiesta approvata con parere favorevole della commissione edilizia n. 60 in seduta del 26/03/1929. In seguito, negli anni Cinquanta la residenza gentilizia è stata smembrata in più parti vendute singolarmente nuovo proprietario il quale aveva il vizio di non pagare i propri dipendenti.

 

 

Chiude la via, in perfetta simmetria con l’arco di San Benedetto, il portale di villa Cerami, realizzato dal Vaccarini, con arco a tutto sesto bordato da due lesene con capitello ionico con volute verso l’interno e decorazioni fogliacee. La chiave dell’arco è accentuata da un capitello con conchiglia e rosa mentre sopra due galli, altezzosi, paralleli, si guardano. L’architrave ospita tre faccioni grotteschi con bocche spalancate, lo sguardo cupo e le sopracciglia aggrottate. Lo stemma dei Rosso di Cerami è sorretto da due putti e sormontato da una corona.
Dal portale si accede ad un vasto giardino con una scalinata marmorea che conduce all’ampia terrazza ed un piccola fontana ancora funzionante legata ad una leggenda metropolitana secondo la quale chi ne beve l’acqua non conseguirebbe la laurea.
L’interno della villa, sede della facoltà di Giurisprudenza, presenta una parte antica, le stanze di rappresentanza, della principessa, e la cappella, ed una parte moderna, i cui primi progetti furono realizzati dall’Ing. Prof. catanese Salvatore Boscarino.

 

 

Merita menzione la fontanella all’ingresso, appena fuori il portale: essa porta la scritta “PVBLICO NON A PVBLICO HIC PVBLICUS”, che indica che l’acqua veniva offerta dal principe Cerami ai cittadini attraverso un’opera realizzata in assenza di soldi pubblici.
Angela Allegria - 13 ottobre 2009, in www.2duerighe.com

 

 

Oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania, Villa Cerami è l'ennesimo capolavoro del notevole stile barocco siciliano ed opera di quello che forse fu il suo maggior rappresentante a Catania, l'abate Gian Battista Vaccarini.

 Il Palazzo fu voluto dalla Famiglia principesca dei Rosso di Cerami, che ivi risiedette fino agli anni '60, quando la Villa venne acquistata e fu creata sede universitaria.
Attraverso il notevolissimo portale si accede ad un cortile interno, molto ampio, sul quale si apre uno scalone monumentale alla cui prima versione probabilmente lavorò anche il Vaccarini, ora nella versione ottocentesca opera del'architetto Sada.
Il cortile è adornato da una fontana.
L'impianto della Villa è settecentesco (venne costruita dopo il celeberrimo terremoto del 1693), ma vi sono state addizioni ottocentesche al complesso.
L'interno contiene ancora gli arredi originali e le ricche decorazioni barocche d'epoca.

 

Il famoso portale d'ingresso al giardino, sormontato dallo stemma di famiglia, è opera preziosa del Vaccarini appunto. Il grande architetto palermitano, attivissimo a Catania, tra l'altro nella Fontana dell'Elefante, nel Palazzo del Municipio, nel Duomo, nelle Chiese di Santa Chiara e San Giuliano, nella Badia di Sant'Agata e in numerose altre opere d'arte, era stato allievo di Carlo Fontana, a Roma. Fu fortemente influenzato dal barocco romano, in particolare dal Bernini, anche se conobbe ed ammirò anche Vanvitelli: uno stile quindi più misurato di quello siciliano, nelle cui zone operava, più classico.

Il Principe di Cerami, Giovanni Rosso (mandatario della costruzione della Villa) fu uomo di cultura e mecenate, amico tra l'altro del grande Principe Ignazio di Biscari.

Attiva è la vita che si svolge al suo interno. Migliaia di giuristi la percorrono e la vivono. Frequentate le aule per le lezioni, come pure le biblioteche e le aule studio dei piani superiori dove gli studenti tra una lezione e l'altra 

ricavano tempo per studiare. Usati anche il giardino e la piazzetta come punto di incontro e di studio.

http://www.flickr.com/photos/-bandw-/3170832446/

 

 

 

VISITA A VILLA CERAMI 

(a cura della Facoltà di Giurisprudenza)

 

 

 

 

 

 

Il Palazzo Asmundo Francica-Nava, eretto nella prima metà del Settecento, venne realizzato con il prospetto sulla stradina che portava alla Via dei Crociferi, in modo da essere visibile dall'antica Via Sacra. L'edificio rispetta il suo impianto originario con poche superfatazioni che non ne deturpano comunque il linguaggio architettonico, perfettamente leggibile. Sulla piazza si apre la magnifica facciata a due piani con due settori, uno relativo alla facciata nobile, visibile dalla stradella, l'altro a tre piani nascosto prospetticamente al di là della chiesa di San Francesco Borgia. 

  La facciata principale apre con un'ampio portale chiuso da colonne su cui porgia l'ampio balcone centrale. Sul finestrone campeggia lo scudo di famiglia. A nord una torretta fungeva da terrazzo per il sorbetto estivo, mentre a sud è l'ampio giardino pensile, il secondo per estenzione in città, in cui si ammirano palme, pini e altra vegetazione arborea. Il lato ovest è mosso da una sequenza di porte e finestre piuttosto regolari caratterizzati da bei balconi.

 

Il recupero del Conservatorio delle Verginelle di Catania nel libro di Lo Faro
La casa delle fanciulle orfane e indigenti

La Sicilia, Giovedì 16 Maggio 2013

Patrizia Briguglio
 

L'ex Conservatorio delle Verginelle in Catania è stato di recente oggetto di un complesso restauro per diventare sede didattica. L'edificio, da anni quasi abbandonato o sotto utilizzato, è stato individuato nel 2000 dall'Amministrazione universitaria cittadina come immobile da riutilizzare e destinare all'insegnamento nell'area della collina di Montevergine, per la sua posizione privilegiata di fronte al polo umanistico già insediato presso il Monastero dei Benedettini di S. Nicolò l'Arena. Questa scelta si è rivelata in linea con gli obiettivi di «rigenerazione urbana integrata» previsti dalla strategia «Europa 2020», contenuti in documenti quali la Carta di Lipsia del 2007, la Dichiarazione di Toledo del 2010, o «Città del futuro» pubblicato a fine 2011 dall'Unione Europea, in cui l'espansione urbana incontrollata viene individuata come una delle principali minacce allo sviluppo territoriale sostenibile. Ne consegue la necessità di strategie per il riciclo dei terreni attraverso il risanamento urbano, la riconversione o riutilizzo di zone abbandonate in declino o non utilizzate.
La storia del restauro è raccontata nel libro di Alessandro Lo Faro, «Il Conservatorio delle Verginelle in Catania. Indagini preliminari e progetto di riuso di una fabbrica tradizionale», pubblicato da Aracne Editrice nella collana «Esempi di architettura».
La conoscenza del bene da trasformare è il momento fondante negli interventi che hanno per oggetto le fabbriche tradizionali. L'indagine storica è oggetto del primo capitolo del libro. Si apprende che la Casa, dedicata a Sant'Agata e destinata all'assistenza di fanciulle orfane o indigenti, fu fondata nella seconda metà del XVI secolo per volontà del patrizio catanese Giovanni La Rocca. Il Senato di Catania individuò la sede e pose l'Istituto sotto il controllo di un patrizio con la qualifica di rettore. Il Conservatorio era posto anche sotto il controllo vescovile. Una relazione del vescovo Marco Antonio Gussio tramanda che nel 1655 vi erano ospitate 23 giovani.
La sorte del Conservatorio è legata al nome di un altro patrizio catanese, Giuseppe Asmundo Mendicino, regio milite e dottore utriusque iuris, rettore in carica già dal 1669. Dopo il terremoto del 1693, che distrusse in gran parte l'edificio, Asmundo devolse alle Verginelle, con atto notarile del 1706, numerose proprietà immobiliari, alcune in corso di costruzione, impegnando se stesso ed i suoi eredi a completarle: sua volontà che «la Venerabile Casa delle fanciulle Vergini debba possedere tutto integralmente e nel migliore dei modi». Lo stesso Asmundo, dopo il terremoto del 1693, fu commissario generale per la ricostruzione di Noto, e venne riconosciuto come uno degli artefici del Barocco siciliano.

 

 

 

 

S. Nicolò l'Arena

La grande chiesa di San Nicola, che si ispira ai modelli architettonici romani, fu iniziata nel 1687 su disegno di G.B. Contini. Dopo il terremoto del 1693 i lavori furono portati avanti da diversi architetti, tra cui Francesco Battaglia e Stefano Ittar; quest’ultimo realizzò la cupola alta 62 metri: il prospetto, come si può vedere dalle coppie di colonne non finite, rimase incompiuto (1796); tra le cause principali dell’interruzione dei lavori vi furono le difficoltà di ordine tecnico e i gravi problemi economici. L’interno della chiesa è a tre navate e raggiunge una lunghezza di 105 metri; ciò che colpisce è la grandiosità delle partizioni architettoniche e la chiara luce diffusa che penetra dagli alti finestroni. Nella navata destra e sinistra si aprono le cappelle semicircolari precedute da eleganti balaustrate. A destra: cappella di S. Gregorio papa con una tela del Camuccini; cappella di S. Giovanni Battista con una tela del romano Tofanelli; cappella di S. Giuseppe con una tela del messinese Mariano Rossi. A sinistra: cappella di S. Andrea con tela di F. Boudard; cappella di S. Euplio con tela del Nocchi e cappella di S. Agata con grande tela di M. Rossi. Alle estremità del braccio orizzontale della croce latina sono due cappelle: a destra è quella dedicata a S. Nicolò di Bari e, a sinistra, quella di S. Benedetto. Al centro dell’area presbiteriale spicca il grande altare maggiore realizzato con materiali preziosi, tutt’intorno si dispongono gli stalli del coro ligneo scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnasco. Ma l’opera che aveva, nel passato, dato più lustro alla chiesa era il celeberrimo organo di Donato del Piano.

Non vi è cosa più solenne, più profonda, più maestosa dei ripieni che la orchestra più perfetta non potrebbe produrre". Anche lo scrittore Wolfgang Goethe, in visita a Catania (1787), andò a vedere questa meraviglia: "Ci recammo nell’immensa chiesa - scrive - e il frate maneggiò il magnifico strumento, facendo sospirare del fiato più leggero gli angoli più reconditi o facendoli rintronare dei tuoni più potenti". Oggi questo capolavoro non esiste più perché tutte le sue parti sono state barbaramente saccheggiate. Degna di una particolare attenzione è anche la grande meridiana lunga 39 metri.

 

 

 

La facciata su piazza Dante fu cominciata su progetto di Carmelo Battaglia Santangelo, nipote e allievo di Francesco Battaglia, che aveva vinto il concorso bandito dal cenobio nel 1775. Il progetto, un ibrido tra il tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo che trovava sempre più largo consenso anche nell'élite isolana, appare piuttosto freddo, con le otto poderose colonne libere che scandiscono la facciata, i tre grandi portali con le finestre balaustrate soprastanti e il timpano centrale, tutto elaborato in una scala grandiosa che non ha eguali in città e che si adegua alle dimensioni altrettanto grandiose della stessa chiesa. Complici i problemi tecnici che la costruzione comportava e la precaria situazione finanziaria dei monaci, più inclini a render maggiormente comodi e sfarzosi gli ambienti del monastero e la vita che vi si conduceva, piuttosto che la loro chiesa, la facciata fu innalzata solo parzialmente lasciando le colonne a metà e il tutto privo della trabeazione di coronamento con un timpano al centro, prevista dal progetto. Nel 1796, l'architetto firmava il finestrone centrale, ma a quel punto i lavori venivano interrotti definitivamente.

 

Fu realizzata, nel 1841, dagli astronomi Wolfrang Sartorius barone di Waltershausen di Gottinga e dal prof. Cristiano Peters di Flensburgo. Lo spettro solare vi passa con un diametro maggiore in inverno di 938 millimetri e minore in estate di 28 millimetri, senza la penombra. L’altezza dello gnomone sopra la linea della meridiana è di metri 23 e 895 millimetri. Nei fianchi delle lastre di marmo con le figure delle Zodiaco si possono leggere varie informazioni relative alla meridiana.

http://www.siciliainfesta.com/da_visitare/chiese/chiesa_di_san_nicolo_l_arena_catania.htm

 

 

RELIQUIARIO DEL SANTO CHIODO

Lo scorso anno ho avuto la rarissima occasione di vedere la Reliquia del Santo Chiodo presso la sacrestia della Cattedrale di Sant'Agata di piazza Duomo.

Innanzitutto la Reliquia è conservata in questo prezioso reliquiario in oro sbalzato e decorato con pietre preziose incastonate opera di Saverio Corallo del 1705.

Forse son pochi i catanesi che sanno quanto fosse importante il culto del Santo Chiodo a Catania in passato e molti sconoscono l'esistenza e la storia .Forse il culto è stato oscurato dalla grandezza e forte devozione a Sant'Agata così come è stato un po trascurato Sant'Euplio compatrono e quindi credo sia giusto diffondere questo antico culto.

La reliquia del Santo Chiodo apparteneva a re Martino I il quale nel 1393 la donò ai monaci benedettini di San Nicolò l'Arena.

Il Chiodo che,secondo un manoscritto della metà del XVIII secolo, redatto dal monaco benedettino Colonna,"trafisse la mano destra del Redentore del mondo",è così descritto dalla studiosa Naselli :..."è lungo 8 cm.circa,ha il capo ovato,sul quale si vedono segni di battiture,poi scende quadrato nel gambo".

L'insigne reliquia in antico era celebrata in occasione della festa dell'Invenzione della Santa Croce il 3 maggio, dal 1601 si celebrò per la festa dell'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre.

Il reliquiario è custodito in una cassettina lignea rivestita di seta color cremisi e decorata da bordure dorate.

Tra i miracoli che il Colonna narra,c'è quello che occorre all'abate benedettino Asmundo,il quale gravemente ammalato e ormai abbandonato dai medici,ricevette la grazia della guarigione. Per questo si adoperò per la commissione di questo reliquiario.

Nel 1669,in seguito ad una terribile eruzione dell'Etna, si proclamò il Santo Chiodo patrono della città :la colata lavica,grazie alla miracolosa intercessione della reliquia, arrivata in città, devio' il suo corso proprio lungo il muro del monastero e la città fu salva.

L'incremento del culto Santo Chiodo fu tale che nella seconda metà del XVII secolo, in cattedrale fu dedicato un altare a San Carlo Borromeo esponendovi una copia della tela romana di Carlo Saraceni, oggi esposta in sacrestia e che raffigura il Santo che porta in processione il Chiodo durante la peste che si abbatte' sulla città di Milano tra il 1576 e il 1577

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by Milena Palermo - Obiettivo Catania

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Dal lato sinistro del transetto si accede alla sacrestia, opera di Francesco Battaglia, e al Sacrario dei Caduti, ricavato in alcuni locali dietro l'abside maggiore e sotto alcune aule del monastero. Il sacrario ospita le lapidi a ricordo dei caduti della Prima guerra mondiale ed è ornato dagli affreschi di Alessandro Abate, fortemente degradati a causa dell'umidità, mentre la sacrestia, con gli stalli lignei settecenteschi e gli affreschi di Giovan Battista Piparo comunica col chiostro orientale da cui prende luce.

 

 

La Meridiana dei benedettini

Si trova nella chiesa di S. Nicolò l’Arena, in Piazza Dante, fu costruita nel secolo scorso dal barone tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen, uno dei più insigni topografi della Germania. Già fin dai primi anni dell’800 i monaci avevano chiesto di dotare la loro chiesa di una meridiana "a similitudine di altre che erano state costruite in celebri abbazie". L’abate don Federico La Valle destinò al progetto una somma notevole, ma fu il suo successore, don Tommaso Ansatone, a conferire l’incarico all’astronomo palermitano Nicolò Cacciatore. L’opera però, appena iniziata, fu subito sospesa.

Nel 1838, dopo le due visite compiute nel 1834 e nel 1837, ritornò a Catania il Sartorius per completare uno studio dell’Etna (sul vulcano vi sono due monti dedicati al suo nome), di cui lascerà una delle carte più complete. E a lui il nuovo abate, Don Giovanni Francesco Corvaia, affidò la ripresa dei lavori. Furono così gettate le basi per il grande orologio solare che avrebbe indicato ai catanesi, giorno per giorno, mese per mese, l’attimo del mezzodì.

Il barone chiamò al suo fianco il danese Cristoforo F.W. Peters, che si trovava anche lui a Catania per eseguire studi d’astronomia, tra cui la determinazione della latitudine geografica della città e il rilevamento topografico dell’Etna. Assoldò anche artigiani e scultori locali per la realizzazione delle piastrelle con le figure dello Zodiaco, per i fregi ornamentali e per i numerini che segnarono i giorni e i mesi, come in un grande calendario dispiegato da una punta all’altra del transetto. L’opera fu pronta nel 1841 e fu molto ammirata, e lo è ancora, per arditezza di concezioni e calcoli, per il fasto della realizzazione è soprattutto perché quella meridiana "spaccava il secondo", a mezzogiorno in punto, dal foro praticato nel tetto del transetto, ad un’altezza di 23 metri, 91 cm e 7 mm, un raggio di sole piombava, come una spada luminosa, sul posto esatto dove era segnato il giorno e il mese.

Sulla fascia marmorea distesa sul pavimento spiccava, e spiccano ancora seppur danneggiati, 24 lastroni di marmo intarsiato: nel mezzo, in rosso, la linea meridiana. Accanto ai segni dello Zodiaco sono scolpite iscrizioni con notizie riguardanti l’opera, indicazioni per l’esatta interpretazione dei segni nelle varie stagioni dell’anno, non che i rapporti tra le varie misure in uso in Europa. Inoltre la meridiana è completata da altre iscrizioni che forniscono interessanti dati fisici e metereologici relativi alla città.

Wolfgang Sartorius fu anche l’autore di un altro orologio solare che si conserva ancora a Catania: lo "Gnomone" sistemato nel Giardino Bellini, alla sommità delle due rampe di scale che dalla parte occidentale del grande piazzale portano nel viale degli uomini illustri.

http://www.cataniatradizioni.it/storia/Meridiana%20dei%20Benedettini.htm

 

 

VISITE GUIDATE

LE VISITE GUIDATE

 

 

 

 

 

In una guida di Catania del 1899 leggiamo: "Basta questa sola meravigliosa macchina per la celebrità del monastero dei Benedettini di Catania. Fu opera dell’abate Donato del Piano e vi sono esattamente imitati tutti gli strumenti a corda ed a fiato: ha 72 registri, cinque ordini di tastiere, 2.916 canne. Si ode dall’ottavino al serpentone, dal violino al contrabbasso, dal tamburo rollante e battente alla pastorale zampogna.

 

Pur presentandosi incompiuto a nord della grande chiesa, il monastero di San Nicolò l'Arena, per la sua vastità è ritenuto secondo, in Europa, soltanto a quello portoghese di Mafra. Soprattutto nel '700 il suo immenso patrimonio, gli stretti legami con la nobiltà dalla quale provenivano la maggior parte dei suoi monaci, e un notevole prestigio culturale gli conferirono un ruolo di rilievo, non circoscritto al territorio catanese. Ammirato dai viaggiatori, che ne ricordano l'ospitalità, le raccolte librarie e il fasto dei monaci, dominava e condizionava la vita civile e religiosa della città. De Roberto, ne "I Vicerè", non si mostrò certo indulgente verso quanto accadeva dentro i chiostri del monastero che, "immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c'erano le catene distese dinanzi al portone". I monaci vi abitarono sino al 1866; tre anni dopo esso venne assegnato al Comune e ospitò una caserma militare e vari istituti, ed ebbe così inizio un lungo periodo di guasti e di abbandono. Nel 1977 è stato ceduto all'università , che ne ha fatto la sede della facoltà di Lettere.

 I Benedettini a Catania fecero storia non solo per il loro potere, ma anche perchè vivevano nel più assoluto benessere. Nel '700 i frati erano odiati dalla popolazione, che provata dalla carestia assisteva all'abbondanza delle loro libagioni. Tanta gente della Catania povera attendeva la fine dei pranzi davanti al monastero per potersi sfamare con gli avanzi. Nel 1558, fu posta la prima pietra dell'edificio di forma quadrata. In questo stesso anno i monaci, con una solenne processione, presero possesso del monastero ancora incompleto. Sul finire del secolo si iniziò a costruire una piccola chiesa e un chiostro. Alla metà del '600 il monastero accoglieva 52 monaci e comprendeva molti altri religiosi e servi; era ricco di affreschi e quadri, di statue e dotato di un acquedotto.

 

 

Monastero dei Benedettini

Piero Isgrò

Nel Seicento il monastero era abitato da un’ottantina di privilegiati coscritti che certo vi si muovevano solitari e impauriti e talvolta si perdevano nei lunghi corridoi che incrociano chiostri, dormitori, cortili, giardini, bibliote - che, foresterie. L’unica bussola a loro disposizione era l’olfatto che li dirigeva, con una certa precisione, alle cucine e ai refettori che avevano fama europea. Quando questo labirintico palazzo della solitudine venne costruito il motto dei padri fondatori fu quello del capitolo della cattedrale di Siviglia: “Innalziamo un monumento che faccia dire ai posteri che eravamo pazzi!”. Già, matti perpendicolari, secondo la definizione di Léon Daudet, da cima a fondo, matti che le cose non solo le dicono ma le fanno.

Quando fu posta la prima pietra correva l’anno 1558, e occorsero tre secoli per finirlo. Furono utilizzati i migliori ingegni dell’isola e de lla peniso la, compr eso l’abate Vaccarini che venne pagato dai committenti, come ricorda Saverio Fiducia, con grandi elogi e pochissime lire.

Lasciando l’incarico per il vescovado di Milazzo l’insigne artista dovette pure ringraziarli perché al suo posto, e per la medesima cifra, furono assunti due architetti. La ricchezza dei padri fondatori era leggendaria, inferiore soltanto alla loro cupidigia e di certo all’altezza della loro aristocrazia cadetta. A quei tempi Catania era una città splendente di passato e di povertà, come tutte del resto in Sicilia, ma si distese ai piedi del suo monumento con riconoscenza e orgoglio. La reggia divenne il centro della nobiltà del sangue e dello spirito, il faro che illuminava la vita del popolo ignorante, della plebe affamata di pane e ostie e che ogni giorno bussava alle sue porte per ottenere gli ossi della sua pantagruelica mensa.

Il chiosto di Ponente, o dei Marmi

 

Insomma, la reggia si comportava come un convento alla rovescia. Tecnicamente era un monastero, a dire la verità, ma i suoi frati non se n’andavano in giro come questuanti ma vivevano nelle loro stanze come principi e s’annoiavano come principi. Una testimonianza autorevole l’abbiamo da Federico De Roberto che nei “Viceré” paragonò l’immenso e sontuoso monastero “ai palazzi reali, a segno che c’eran le catene distese dinanzi al portone”. Le catene come segno di divisione e protezione, come luogo della coscienza e dell’incoscienza, dal momento che i muri dell’Escorial etneo proteggevano misteri insondabili ma facilmente immaginabili. Sotto le tonache di padri e novizi battevano cuori nobili e ribelli che avrebbero preferito le gioie della vita a quelle del convento ma che per dovere di maggiorasco furono condannati dai loro padri a servire il Signore. E lo servirono a loro modo, a volte pregando, a volte vendicandosi, a tavola e a letto.

Il costume, o malcostume, delle agapi fraterne, le ubriacature e le compagnie extraconventuali hanno segnato anche la storia di questo monastero immenso che domina la città, si sono riversati in storielle salaci.

 

 

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 Nel 1669, la lava della grande eruzione dell’etna raggiunse il monastero e squassò la chiesa, e i benedettini, allora, si prodigarono a riparare i danni, riprendendo presto l'ambizioso progetto di una grande chiesa per raccogliere la folla dei catanesi. Da Roma chiamarono un famoso architetto Giambattista Contini, ma il terremoto del 1693 interruppe i lavori delle prime strutture della chiesa, distruggendo quasi del tutto il monastero e uccidendo trentadue monaci. I superstiti tentarono di ricostruire il monastero in altro luogo, ma poi ritornarono "in lo loco detto de la cipriana" e così furono utilizzati i resti delle fabbriche precedenti. Nel 1703 fu steso il primo contratto gli intagli delle facciate che in poco più di vent'anni furono completate e decorate con "scartocci, figure, mascaroni, pottini". Le due facciate vennero lavorate dai più esperti intagliatori catanesi, tra i quali Giovanni Nicolosi e i Battaglia, in società con i tanti immigrati dopo il terremoto, come i messinesi Amato e Palazzotto. Nominato architetto del monastero, Francesco Battaglia doveva occuparsi soprattutto del collegamento verso nord e del nuovo refettorio; invece sarebbe toccato a Vaccarini realizzare, a partire dal 1739, questo vasto ambiente e altri, che comprendono la biblioteca e il museo. All'armoniosa sacrestia e al ponte verso il vasto giardino, ricavato sulla lava del 1669, si dedicò Battaglia al suo rientro nel 1747: e diresse pure la costruzione delle strutture di sostegno della cupola della chiesa, che per il resto delle fabbriche venne quasi completato alla metà del secolo. Difatti nel 1755 i monaci richiesero a Donato Del Piano un organo, che fu inaugurato nel 1767 e che per oltre un secolo è stato l'opera più ammirata del monastero. 

 

Stefano Ittar progettò nel 1769 con una soluzione urbanistica l'esedra davanti al sagrato della chiesa, intesa a valorizzare il quartiere circostante, e diresse i lavori della cupola, ultimata nel 1780. Per la facciata della chiesa, iniziata dagli Amato e da tempo interrotta, nel 1775 si fece il concorso di un nuovo progetto, che ebbe sviluppi intricati. L'incarico venne poi affidato a Carmelo Battaglia Santangelo, che nel 1796 firmò, nel finestrone centrale, quest'opera ambiziosa e rigida, realizzata solo a metà per difficoltà tecniche. Allo stesso architetto, e al cugino Antonino Battaglia si rivolsero i benedettini per un nuovo portale d'ingresso allo scalone. Somme ingenti vennero profuse nel ricercare i marmi più pregiati per gli altari in modo da interrompere l’interno del vasto tempio: intieramente bianco. Le cappelle e le altre navate nel passato erano illuminate da grandi lampadari in cristallo. Altre opere notevoli dell'arredo della chiesa sono l'altare maggiore, di Vincenzo Belli, e la grande meridiana di Waltershausen e Peters, del 1841, lunga 39 metri. Nello stesso tempo si provvide a completare il primo chiostro già iniziato da Francesco Battaglia nella corsia meridionale inferiore con dinamico ritmo classicheggiante. L'incarico fu affidato a Mario Musumeci. 

 

 

Oggi, compatibilmente con le attività che si svolgono all'interno degli istituti universitari, è possibile visitarne una parte che consente, comunque, di farsi un'idea della grandiosità e della magnificenza dell'insieme. Entrando da piazza Dante si viene immediatamente conquistati dall'esuberanza decorativa delle facciate e dei balconi. Vito Librando ci spiega che: "Nel 1703 fu steso il primo contratto degli intagli delle facciate: queste, in poco più di vent'anni, furono completate e decorate con 'scartocci', figure, mascaroni (mascheroni), puttini', doviziosi frutti di un fantasioso repertorio ed esempio senza uguale di un gusto barocco ancora debitore della tradizione manieristica, diffuso e persistente nella fascia orientale dell'Isola". All'interno del monastero si possono visitare: i lunghi corridoi (dai quali è possibile ammirare i chiostri), il grande refettorio e le celle dei religiosi.

 

 

 

 

 

Monastero dei Benedettini 
Piazza Dante, 32 95124 Catania Tel. 095.7102767 / 334.9242464

SITO UFFICIALE

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Chiostro di Levante

Il Chiostro di Levante, così chiamato per la posizione geografica in cui si trova, è il chiostro più recente. Iniziato nel ‘700 e completato dall’architetto Mario Musumeci che nel 1842 introduce l’edicola centrale in stile eclettico, è caratterizzato dal portico in pietra bianca. L’edicola neogotica aveva funzione di Kaffee-haus è un pregevole esempio del sincretismo artistico tipico nell’800. Sembrerebbe, quindi, un chiostro monastico che dovrebbe indurre alla meditazione e alla preghiera, in realtà è semplicemente un giardino d’inverno dove si consumavano cioccolata, caffè, tè. Possiamo immaginare che all’interno del chiostro i monaci si intrattenessero e accogliessero gli intellettuali del Grand Tour, quali Goethe e Brydone: quest’ultimo paragonò il monastero alla regia di Versailles. Il primo piano del Monastero dei Benedettini, infatti, veniva utilizzato come foresteria dai viaggiatori europei.

Chiostro di Ponente

Il secondo chiostro, a ponente, è il più antico. Il monastero cinquecentesco si sviluppa attorno ad esso. Definito nel 1608 su disegno dell’architetto Giulio Lasso, è caratterizzato dalla presenza di una fontana in marmo bianco. Dello stesso marmo bianco sono costituiti il colonnato del portico e le balaustre. Con il terremoto del 1693 avviene il crollo del colonnato che pertanto verrà successivamente rialzato. Dopo l’unità d’Italia il monastero viene acquisito dallo Stato e ceduto al comune di Catania. Da questo momento in poi il monastero di S. Nicolò l’Arena dovrà accogliere diversi istituti scolastici, caserme, abitazioni di privati, palestre, uffici e depositi vari, un Osservatorio Astrofisico, un Laboratorio di Geodinamica: insediamenti che porteranno allo stravolgimento della struttura originaria. Il chiostro dei Marmi diventa palestra a cielo aperto a scapito della fontana che verrà distrutta. Proprio la fontana attuale è infatti una ricostruzione avvenuta in tempi recenti. Negli anni ‘70 un processo inarrestabile di degrado ha portato l’amministrazione comunale catanese ad assumere la decisione di donare all’Università quel che restava del glorioso monastero benedettino. Dopo un concorso nazionale di idee conclusosi con la mancata assegnazione del primo premio, l’Università ha assegnato all’architetto Giancarlo De Carlo l’incarico di redigere un progetto-guida per il recupero del monastero.

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Il chiostro di Levante

 

Dalla “Libreria” Benedettina alle Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero"

Le Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero” (e questo il nome assunto dall’Ente nel 1931), occupano un ala del monumentale settecentesco ex-Monastero dei benedettini che accoglie anche il Sacrario dei caduti e la chiesa di San Nicolò. Il complesso monastico è sede anche del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania. Occupano gli originali locali della Libreria benedettina, dell’ex-Museo, della Sala Guttadauro, del Refettorio piccolo o Sala "rotonda", del Corridoio dell’elefante, del Cellerario nella zona Nord del Monastero per complessivi mq. 1540 al netto delle muratura. Nascono dalla fusione della Biblioteca Civica (ex-Biblioteca dei Padri benedettini, Congregazioni religiose catanesi soppresse, e Biblioteca-Museo Mario Rapisardi) con la Biblioteca del Barone Antonio Ursino-Recupero, giusta suo testamento del 27 marzo 1924, comprendente circa 41.000 pezzi di carattere siciliano, nonchè con i libri e i fondi che perverranno all'Ente stesso in dono o per acquisto

Le due Biblioteche vennero costituite nel 1931[1], in Ente Morale, abrogato e sostituito dal nuovo Statuto con decreto del Presidente della Repubblica del 22 Maggio 1969 N. 594, e riunite di fatto sul finire del 1933. Il 28 ottobre 1934 ultimati i lavori di restauro degli ambienti, già sede del Museo benedettino appena trasferito al Castello Ursino, con la seconda e terza sala arredata da pregiate scaffalature bianche settecentesche, e il "Refettorio piccolo" o di Grasso si riunirono con il trasferimento della Ursino-Recupero presso la Comunale nel 1933, e la Biblioteca venne inaugurata nel 1934. La Biblioteca oggi raccoglie, prevalentemente, materiale bibliografico di interesse locale e siciliano, per oltre 270.000 volumi. Sono patrimonio della Biblioteca, inoltre, codici miniati, manoscritti, pergamene, incunaboli, cinquecentine, fogli volanti, disegni, giornali e periodici. La Biblioteca ubicata presso un edificio incluso tra i complessi monumentali della città, Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco oltre agli spazi dedicati alla lettura offre una vasta gamma di servizi tra i quali informazioni bibliografiche, visite guidate, tirocini e tirocini postlauream, manifestazioni culturali di vario genere, convegni, eventi espositivi, etc..

Biblioteche "Riunite Civica e A. Ursino Recupero" - Sala Vaccarini

Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero" - Sala Vaccarini, Mostra Arte e Scienza

Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero" - Sala Vaccarini, Affreschi

Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero" - Sala Vaccarini

Patrimonio librario

Fondo Mario Rapisardi – Biblioteche riunite civica ed Ursino Recupero

bibliotecario-agg. Federico De Roberto

Il patrimonio delle Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero" con oltre 270.000 volumi è particolarmente ricco e vario in quanto costituito da codici e libri che coprono i più svariati campi del sapere biblico, patristico, liturgico, giuridico, letterario, artistico, scientifico, musicale e con una notevole collezione di pergamene medievali, corali, incunaboli, cinquecentine, erbari secchi (Sabbato Liberato) e dipinti del ‘700, lettere e carteggi, stampe e fogli volanti, periodici e giornali,disegni, fotografie,etc. Il fondo più ricco e prezioso è tuttora quello dei PP. benedettini di San Nicolò l'Arena, basti ricordare la Bibbia miniata latina dei secoli XIII - XIV del Cavallini, l’Officium B.M.V. del XV secolo,il Salterio del XIII secolo, il Martirologio del XIII secolo, il Calendario in caratteri ebraici del Rabbino Emmanuel del XIII secolo, il De Priapea del XV secolo redatto in scrittura crittografica. Al Fondo Ursino-Recupero appartiene la Miscellanea di contenuto prevalentemente musicale, fra cui Boethius, De musica, Modarius iuxta regulas artis musicae secundum Guidonem, Marchettus de Padua, Lucidarium, Prosdocimus de Beldemandis, De musica, datata 1478.

 Possiede, inoltre, oltre 5.000 testate giornalistiche, in parte siciliane, e accoglie parecchi fondi privati, tra i quali, il Fondo Ursino-Recupero e quello della Biblioteca-Museo Mario Rapisardi, ricco di 3.565 volumi (manoscritti e a stampa), 3.800 lettere, cimeli, quadri, mobili (che erano nel suo studio). Dal 1931 ad oggi moltissimi altri fondi hanno arricchito le Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero": Vincenzo Giuffrida, Ursino Trombatore, Geraci, Saverio Fiducia, N. Fallico, U. Galante, Scammacca, Giuseppe Perrotta, G. Mirone, D'Alessandro Falzone, Lo Presti, Lorenzo Vigo-Fazio, Francesco Granata, Giacomini, F. Pezzino, il carteggio Casagrandi, i disegni di C. Sada, le carte rapisardiane di A. Tomaselli, C. Maugeri, E. Ferrante, il fondo musicale del maestro Santonocito, G. Di Marco, G. Benzoni, etc.

La Biblioteca Civica di Catania si era formata dalla Biblioteca benedettina o Libreria dei PP. cassinesi dell'Abbazia cassinese di San Niccolò l'Arena, un convento benedettino, dalle Librerie delle soppresse Congregazioni religiose catanesi e dalla Biblioteca-Museo Mario Rapisardi. La Biblioteca benedettina, ricostituita dopo il terremoto del 1693, era stata incamerata dal nuovo Regno d'Italia nel 1866, insieme a tutti i beni ecclesiastici. La struttura divenne comunale nel 1869[2]. Nel 1893 fu nominato "bibliotecario onorario" Federico De Roberto, che scrisse in uno scrittoio a schiena d'asino, ancora custodito nella Guttadauro della Biblioteca, molte pagine del suo romanzo I Viceré. Nel 1925 Giuseppe Villaroel ebbe dal comune l'incarico di risistemazione del museo o "antiquarium comunale" e della Biblioteca.[3]

 

 

 

La Biblioteca Benedettina o "Libreria dei PP. cassinesi"

Il Fondo librario originario delle Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, appartenne all’ex-Monastero benedettino di S. Nicolò l’Arena e s’inquadra nel movimento di rinnovamento promosso a Catania da Giacomo De Soris, abate del suddetto convento nel secolo XIV. In seguito alle leggi eversive (1866) la Biblioteca benedettina divenne Biblioteca comunale e destinataria dei 20.000 volumi delle disciolte congregazioni religiose catanesi (1868). Sfrattati gli altimi 46 monaci (1867), i libri rimasero in preda all’umido ed ai vandali fino al 1872. Dal 1872 in poi ricomincia la rinascita della Biblioteca.

La Biblioteca–Museo Mario Rapisardi

Nel 1912, dopo la morte di Mario Rapisardi, il Consiglio direttivo della Seconda Esposizione Agricola Siciliana, acquisto dagli eredi, per donarli al Comune, libri e cimeli del poeta. In sintesi: 3.565 volumi ed opuscoli con le sei librerie a vetri che li contenevano (altre due saranno realizzate successivamente); 3.800 lettere costituenti un nutrito carteggio; i suoi manoscritti; lo scrittoio; una poltrona; mobili ed oggetti che formavano il suo studio, compresi alcuni quadri ad olio. La raccolta di Mario Rapisardi, fatta confluire, dall’Amministrazione Comunale, nella biblioteca Civica, riunisce armonicamente le opere più importanti non solo della letteratura italiana, delle letterature antiche e moderne ma anche le opere più notevoli relative agli studi filosofici, religiosi e politico-sociali che il poeta raccolse e custodì con amore, nonchè altre opere inviategli in omaggio dagli autori con dediche autografe - tra le quali si trovano quelli dei maggiori letterati e scienziati del tempo. Nella Biblioteca di Mario Rapisardi non figura alcun testo di diritto, pur essendo stato suo padre un uomo colto e preparato, che esercitò la professione di procuratore legale. Nel 1944, dal 25 al 27 febbraio, le Biblioteche Riunite “Civica e A.Ursino Recupero”, hanno esposto una parte del materiale “della Biblioteca-Museo di Mario Rapisardi” in una mostra dedicata al grande “Poeta”, nel primo centenario della sua nascita. Il Museo-Biblioteca Mario Rapisardi, ospitato nella sala fronteggiante l’ex-museo benedettino, oggi ingresso della Biblioteca, costituisce una importante sezione delle Biblioteche Riunite sia per il valore dei libri rari e pregevoli, sia per l'epistolario inedito, sia per le memorie di un nostro passato che essi custodiscono. Il cospicuo fondo della Biblioteca–Museo Mario Rapisardi e ricca di opere, per lo più letterarie e filosofiche, che il poeta raccolse e custodi con amore.

 

 Tra le edizioni rare, moderne e antiche, ricordiamo le Opere latine del Petrarca, stampate a Venezia nel 1503 da Simone da Pavia, detto Bevilacqua, e contenente infine il Bucolicum Carmen, impresso anche esso a Venezia da Marco Horigano, con la data errata 1416, che, probabilmente, va letta 1496. Del Petrarca, inoltre, vi sono tre pregevoli edizioni cinquecentine Sonetti e Canzoni, con la esposizione del Vellutello,Venezia 1563, le Opere stampate a Basilea nel 1581 e la bellissima edizione di Sonetti e Canzoni con la esposizione di G. A. Gesualdo, Venezia 1533. Delle altre rare edizioni segnaliamo le Opere di Machiavelli, stampate a Roma nel 1550, la Gerusalemme Liberata, del Tasso, nelle edizioni Napoli, 1582 e nell'altra di Genova del 1590 le Rime e le Satire dell Ariosto, stampate a Venezia da G. Giolitto de Ferrari nel 1567. L'Orlando Furioso, stampato pure a Venezia dal Valgrisi nel 1580,e la rarissima edizione del Pontano,stapata a Basilea nel 1530,in 3 volumi l Opus macaronium del Folengo, stampata ad Amstelodami nel 1768 e i due volumi Della Famosissima Compagnia della lesina, stampati a Venezia nel 1767. Tra i classici latini e greci spiccano tre incunaboli,stapati a Venezia le Opere di Ovidio per Cristoforo de Pensis, nel 1498, la Farsaglia, di Lucano, coi tipi del Bevilacqua, nel 1493, e le Opere di Orazio col commento di Cristoforo Landino, nel 1493. Tra le cinquecentine citiamo le opere di Cicerone, in caratteri aldini, l'Argonauta, di Valerio Flacco, edita a Venezia nel 1501, le Noctes Acticae, del Gallio, stampate da Sebastiano Grifo nel 1550, le Opere di Platone interpretate da Marsilio Ficino, Lugduni, 1557, e poi ancora Rerum gestarum libri di Ammiano Marcellino, nella edizione di Parigi del 1554, le Vite di Plutarco, impresse a Basilea nel 1549, le Opere di Giovenale, annotata dal Poliziano, Milano,1514, le Historiae di Tito Livio, uscite dai torchi dell'officina Frobenia di Basilea nel 1535 etc.

 

La Biblioteca "Ursino-Recupero"

La Biblioteca "Ursino-Recupero" rispecchia gli interessi politico-letterari del barone e conserva testi siciliani ed in particolare catanesi, dalla fine del XVIII secolo agli inizi del XIX. Molti di questi testi furono donati personalmente dal barone e quindi sono autografi. Il fondo del barone Antonio Ursino-Recupero e ricco di nove incunaboli e 316 cinquecentine, fra le quali ricordiamo De successione feudalium del Cumia, al quale si deve l'introduzione della stampa a Catania. Tra le opere moderne ricordiamo Il Duomo di Monreale del Gravina con le sue meravigliose tavole a colori e I Carbonari della montagna di Giovanni Verga, stampati in quattro volumi a Catania, dalla Tipografia Galatola, nel 1861-62. Oltre ai circa 19.000 opuscoli, alla raccolta di giornali catanesi e siciliani, ai fogli volanti, notevole importanza per la storia locale i 621 manoscritti inventariati dal Casagrandi e tra i quali figurano quelli di Alessandro Recupero, Vito Coco, Domenico Tempio, venerando Gangi, Giuseppe e Francesco Bertuccio, Vincenzo Bondice, Pasquale Castorina, Francesco Strano, Domenico Strano, Carlo Gemmellaro etc. Una collezione interessantissima di questa Biblioteca è costituita infine dalla raccolta dei libretti delle opere liriche italiane rappresentate a Catania nei primi decenni dell'800, nello scomparso Teatro Comunale G. Coppola.

 

 

La Sala Vaccarini

 La Sala Vaccarini o Libreria dei PP. Cassinesi (Libreria dei monaci benedettini) progettata da Giovanni Battista Vaccarini, a pianta ovale, arricchita da un pavimento maiolicato, e da un soffitto affrescato, è completamente arredata con scaffali contenenti libri rari e di pregio dei secoli XVII-XIX. La sequenza degli spazi vaccariniani, dal corridoio del Noviziato alla grande Biblioteca, è uno dei pochi esempi dell’architettura del Settecento catanese in cui la libertà dalle rigide regole trattatistiche, dalla simmetria e dalla staticità, trovano espressione. L'impianto originario, sia per esigenze funzionali che per modesti adattamenti dei committenti, si articolava in spazi segregati (cucina e museo) e in sequenze con cerniera nell'antirefettorio (antirefettorio-refettorio grande, ortogonale a questo capolino corridoio noviziato-antirefettorio-refettorio piccolo-gabinetto padre La Via-libreria). Le mutate destinazioni d'uso hanno portato ad una fruizione dinamica e articolata che coinvolge tutti gli spazi. La sala Vaccarini è l'unico ambiente del monastero che si conserva pressochè integro nella configurazione originaria (a parte la modesta modifica della scaffalatura dal lato nord e la trasformazione in finestre dei balconi a ovest). Oltre la conservazione degli elementi connotativi dello spazio si conserva ancora il ricco e raro patrimonio librario. Agli scaffali curvi nei quattro angoli della sala è affidato il compito di fare scivolare lo sguardo da una parete all'altra conferendo dinamicità a tutto l'impianto. La splendida libreria o Sala Vaccarini ci piace immaginare che sia stato F. Fichera, nel febbraio del 1915, nel celebrare il 147° della morte del Vaccarini oltre alla lapide e al busto abbia battezzato la vecchia libreria benedettina dedicandola all'amato architetto.

 

Biblioteche Riunite Civica e Ursino Recupero
Via Biblioteca, 13, 95124 Catania (CT) tel: 095 316883 fax. 095 316883

 

 

Il Giardino dei Novizi

Il “Giardino dei novizi” è l’ala verde destinata allo svago dei giovani novizi che risiedevano nel corridoio adiacente. Costruito a partire dal 1739 dall’architetto Vaccarini, sorge sulla lava del 1693 così come tutta la seconda ala del monastero. Vaccarini, infatti, non potendo eliminare l’enorme banco lavico, che proprio in questa zona ha fatto rialzare il livello del suolo di circa 10- 15 metri, decide di sfruttarlo costruendo su di esso. In questo modo, realizzando un solo piano riesce addirittura a ricreare lo stesso ordine architettonico della prima ala del monastero costituita da un pianterreno, un primo piano e un secondo piano.
Dopo la confisca del monastero, il giardino dei novizi diventerà una palestra a cielo aperto utilizzata da diversi istituti scolastici.
Quando poi nel 1977 il monastero viene ceduto alla Facoltà di Lettere e Filosofia, il giardino verrà riprogettato dall’architetto Giancarlo De Carlo, il quale inserisce elementi nuovi, ovvero le ciminiere della centrale termica che si trova sotto il giardino e la fontana.
Alla fine del pergolato è presente una struttura che dall’aspetto sembra debba aver avuto funzione religiosa: in realtà è un semplice vespasiano esterno.

 

Le Cucine

Le cucine vengono costruite a partire dal 1739 dall’architetto Vaccarini.
Al centro dell’ambiente si trova una Tribuna contenente il grande fornello utilizzato per la cottura e alimentato dal vano sottostante.
Le pentole venivano fatte poggiare su una lastra di metallo e spostate attraverso un sostegno agganciato alla struttura posta all’interno della Tribuna stessa.
La comunicazione tra la cucina e il grande refettorio avveniva attraverso il vano passavivande che si trova sulla parete sinistra della stanza.
Ai lati della stanza sono presenti quattro aperture nel pavimento, tre circolari,una rettangolare. Quest’ultima conserva la scala utilizzata per accedere al ventre delle cucine.
Le aperture circolari avevano la funzione di mettere in comunicazione le cucine con i magazzini
delle derrate alimentari.
Le strisce di cemento che vedete per terra servono ad indicare cosa accade qui a partire dal 1890. Le cucine diventano sede del laboratorio di geodinamica, che si occuperà di controllare e studiare i movimenti della terra. Il laboratorio ha bisogno di spazi per creare degli uffici questo comporterà lo stravolgimento delle cucine: la copertura viene demolita e sostituita, a una quota più bassa di ben due metri, da volte portanti; il grande vano quadrato viene tagliato in quattro porzioni da una croce di muri ed archi; alcune finestre e porte sono murate; i vani adiacenti modificati così da potere accogliere le scale per scendere nello scantinato e per salire nella specola, la cupola contenente il grande equatoriale che consentiva l’osservazione astronomica.
Sul finire del secolo scorso, finalmente, ha inizio il recupero condotto dall’Architetto De Carlo con l’Ufficio Tecnico dell’Ateneo.

 

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Il giardino dei Novizi

 

 

 

IL BAROCCO A CATANIA

 

 

Fin dall'epoca normanna i monaci benedettini risiedevano nei cenobi di . Leone, di . Maria di Licodia e di S. Nicolò dell'Arena, situati nelle belle conuade boscose per cui si ascende al vulcano, e possedevano
anche una piccola residenza nella città di Catania. Nel 1536 furono obbligati a un forzato trasloco in città a causa dell'eruzione dell'Etna che aveva sommerso il cenobio di S. Leone e gravemente danneggiato quello di S.
S. Nicolò dell'Arena. Scelto quindi un luogo tra i più belli e salubri, per la vista mirabile che si godeva e l'aria marina che si respirava, si diedero a edificare nell'anno 1558 un nuovo grandioso monastero sull'acropoli di Catania, nella contrada allora denominata de la Cipriana e de lo Parco, un' area densa di vestigia di epoca greca e romana. Il convento fu dotato di acquedotto e arredato di affreschi e di quadri, di statue e di una monumentale fontana al centro del chiostro circondato da peristilio con 52 colonne di marmo. QueSto primo monastero fu parzialmente invaso dalla lava del 1669 e distrutto dal terremoto del 1693.
Per una visione complessiva dell'attuale monastero, ricostruiro e ampliato nel Settecento, conviene ascendere verso la cupola della chiesa di S. Nicolò. Il convento si distende sotto gli occhi come un'immensa mappa in plastico rilievo. Ecco il terro della chiesa, limitato verso la facciata dalle ciclopiche mura che avrebbero dovuto sostenere il maestoso frontone incompiuto. Ecco l'ininterrotta sequenza di fabbricati che furono magazzini, officine e scuderie. Ecco il chiostro di levante e quello di ponente. Più in là il giardino dei novizi e, in fondo, il refettorio, il museo e la biblioteca nuda e isolata.
Ma occorre scendere dalla cupola per ammirare da vicino il regale prospetto di mezzogiorno, modello del barocco catanese, che lo storico dell' arte ,Vito Librando cosÌ descrive: Scarto cci, figure, mascaroni e pottini, doviziosi frutti di un fantastico repertorio, mai stanchi anzi sanguigni e vitali, inferiori soltanto a quelli che si allargano scenograficamente nel palazzo Biscari, ma di esito architettonico più imponente e suggestivo, per le paraste dell'ordine gigante bugnate a punta di diamante e per il vigoroso cornicione, esempio senza uguale di un gusto barocco debitore della tradizione manieristica, cos" diffu50 e persistente nella fascia orientale dell'isola.
Guardando tanta estensione di fabbriche e camminando per i corridoi che attraversano le vaste ali dell'edificio, segnando con limpida geometria i percorsi interni fiancheggiati dai chiostri e dalle confortevoli celle allineate verso le facciate, viene tuttavia di pensare quanto solitario dovette essere l'immenso convento per i suoi ottanta residenti, tra padri, novizi e fratelli, quanto malinconici dovettero risuonare i loro passI nei lunghi corridoi. Erano nobili quei padri e quei novizi, cadetti delle famiglie aristocratiche siciliane. I costumi del tempo li avevano costretti a convenire in studio e meditazione una vita nata libera. E se la vocazione non c'era, e il più delle volte non c'era, quale soffocante gabbia quella dimora di principi!
Toccò all'architetto Giambattista Vaccarini realizzare nel 1739 1'espansione del monastero verso Nord, con il grande refettorio, la nuova cucina, il museo e la biblioteca. Lavori imponenti che documentano un modo diverso di ripartire gli spazi interni, anche tramite l'arredo che ancora si conserva nell' antirefettorio nobilitato da stucchi e nel salone affrescato della biblioteca. I preziosi armadi intagliati conservano importanti pergamene dell' epoca normanna, vari codici, una Bibbia del Trecento stupendamente miniata, manoscritti, incunaboli, cinquecentine e numerose opere rare e pregevoli, nonché una ricca collezione di giornali e periodici.
Toccò invece al Battaglia nel 1747 la costruzione del ponte che collegava il monastero con il vasto giardino, oggi occupato dagli edifici dell' ospedale Vittorio Emanuele. Don Francesco Paternò Castello, VII duca di Carcaci, cosÌ scriveva nel 1841: la villa occupa estensione di canne 2800 quadre di terreno e vi si trova tutto ciò che l'arte ha saputo ideare per rendere gai e variati simili luoghi, come fontane, viali, sedili, uccelliere e pergolati. Ma ciò che destar dee sorpresa maggiore si è appunto la posizione topografica del terreno. La lava del 1669 in questo punto si alza quasi a picco sopra base larghissima sino al livello del secondo piano dell'edificio; l'arte profittando della circostanza rafforzò con mura il contorno, appianò la superficie coprendola di terra vegetale, onde le piante vi potessero mettere liberamente, e così formare una specie di orto pensile simile a quei che leggiamo descritti nelle antiche storie, e che si noveravano fra le maraviglie dei tempi di allora.

 

Il chiostro di Levante

 

Nel 1755 i benedettini vollero arricchire la chiesa con un organo maximum et mirabile che il monaco Donato Del Piano realizzò in dodici anni di lavoro. Le sue note delicate o possenti, che imitavano esattamente i suoni di tutti gli strumenti a fiato, a corda e a percussione, penetrando negli angoli più remoti della chiesa, stupirono persino lo smaliziato Goethe. Oggi, privo delle 2916 canne, mostra solo la splendida cornice rococò.
Gli ultimi episodi dell'impegno costruttivo dei benedettini, durato, attraverso travagliate vicende, quasi tre secoli, furono la grande meridiana intarsiata sul pavimento marmoreo della chiesa, che misura il mezzogiorno astronomico di Catania con l'approssimazione di meno di un secondo, e l'arredamento del chiostro di levante con un tempietto in stile neo-gotico, forse estraneo all' ambie-nte classicheggiante ma certamente di gradevole effetto.
Ammirato dai visitatori il monastero dominava entro la cinta delle mura e condizionava la vita religiosa, culturale e civile della città. Era un Regio Palazzo, e come tale poteva fregiarsi del simbolo regale delle catene di ferro poste all'ingresso. I benedettini catanesi nel corso dei secoli hanno occupato posizioni di rilievo nella regia UniversitLeJlellcdott~socleJ~ europee, nelle curie e nelle corti. Tra loro, l'eminentissimo cardinale Giuseppe di Primo che svolse un ruolo decisivo nella fondazione del Siculorum Gymnasium, e il venerabile cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, che prima della nomina a vescovo di Catania fu l'ultimo abate del monastero. I monaci vi risiedettero fino al 1866, l'anno della soppressione dei benefici degli ordini religiosi. Tre anni dopo ospitava caserme e istituti scolastici, ed ebbe cosÌ inizio un lungo periodo di degrado. Quando nel 1894 Federico De Roberto pubblicò il romanzo I Vicerè, con la minuziosa descrizione dello stato di abbandono del monastero, il Municipio di Catania manifestò per la prima volta l'intento di donarlo all'Università, ma si dovrà giungere fino al 1977 per il trasferimento di proprietà.
Oggi l'antico monastero è sede della Facoltà di Lenere e Filosofia, destinazione culturale corrispondente alla dignità altissima del complesso monumentale. Grandi lavori di restauro sono stati avviati, e già restaurati sono la maestosa scalinata di accesso al piano nobile, il quartiere dell'abate, ora sede della Presidenza della Facoltà, e il grande refettorio trasformato in aula magna.
La fabbrica del monastero vedrà l'inizio del nuovo millennio con quel fervore di attività che fu caratteristico del Settecento.

Emanuele Maccarone - Catania in controluce - Lyons Club Catania Bellini - ed- Greco

A causa del terribile terremoto del 1693 (che colpì, soprattutto, la Val di Noto), della città di Catania rimaneva assai poco: il Castello Ursino, fortezza medievale, e tre navate della cattedrale (la leggenda narra che la città sia stata distrutta per ben sette volte dai terremoti nel corso della sua storia). Il resto se non fu distrutto dal terremoto lo fu dalla ricostruzione successiva (chiese e conventi, monumenti, palazzi pubblici e privati). Con la riedificazione si operò sull’assetto urbanistico della città. Furono allargate le strade che si incrociavano con un gioco di vaste piazze, utilizzate a scopo monumentale e come eventuali aree antisismiche. Il costo diverso dei terreni, a secondo la zona, portò alla creazione di due grandi quartieri, uno nobile, l’altro più popolare, divisi tra loro dalle attuali vie Vittorio Emanuele II a sud e Santa Maddalena a est.
La ricostruzione di Catania, supervisionata dal Vescovo della città, fu portata avanti dall’unico architetto rimasto vivo dal terremoto, Alonzo di Benedetto, insieme ad altri tecnici provenienti da Messina. Tra le diverse aree importanti della città, ci si dedicò, soprattutto, sulla Piazza del Duomo. Tre edifici la delineavano: il Palazzo Vescovile e il Seminario dei Chierici a sud, il Palazzo degli Elefanti a nord (che sostituisce l'antica Loggia medioevale) e ad ovest il Palazzo Pardo Sammartino. Lo stile architettonico utilizzato si ispirava allo stile siciliano del XVII secolo, forse troppo scontato e superficialenell’esecuzione, anche se nel Convento dei PP. Gesuiti, si ha un influsso neoclassico, ripreso dall’architettura europea del periodo.
Tutto ciò fino al 1730, quando viene nominato architetto della città Giovan Battista Vaccarini, che con il suo arrivo dà un’impostazione più ardita e personale. Egli si rifà al Barocco romano: I pilastri reggono cornicioni del tipo romano ed un fiorire di timpani tradizionali e curvilinei, trabeazioni, e colonne a tutto tondo che sostengono balconi più mossi. Il materiale lavico proveniente dalla zona, pur utilizzato nella costruzione precedente, inizia a colloquiare con altri materiali come elemento decorativo. Davanti al nuovo Palazzo di Città viene eretto l’obelisco posto sul dorso dell'Elefante, ispirato alle fontane romane del Bernini, che diverrà il simbolo di Catania. La stessa Cattedrale di Sant’Agata acquisisce una facciata in uno stile proprio del Barocco siciliano, proprio del XVIII secolo nell’Isola. La stessa ispirazione si coglie nella Chiesa della Collegiata, costruita intorno al 1768 dall’architetto Stefano Ittar.
Tra gli architetti che hanno aiutato la città a risorgere dalla distruzione, dandogli una rara impronta barocca, possiamo citare, oltre i già citati Alonzo di Benedetto e Giovan Battista Vaccarini, anche Francesco Battaglia, Stefano Ittar e Girolamo Palazzotto.

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