La miniminagghia è un indovinello, un gioco, un divertente passatempo. Potrebbe definirsi un cruciverba moderno, che diventa un vero e proprio rompicapo. ...

Si tratta di na'dumanna di quattru righi, tanti voti abbastanti vaga, di cui lu litturi o chiddu chi ricivi la dumanna, havi a pruvari a nzirtari la risposta giusta. Pò èssiri anticchia schirzusa, ma nurmalmenti lu ndrizzu dâ dumanna è accussì vagu ca è assai difficili a nzirtarila; e sulu stu fattu cci basta p'èssiri nu passatempu divirtenti.

Si chiama indovinello pi taliani e "riddle" pi ngrisi.

(DA WILKIPEDIA)

 

RE BAFE', VISCOTTU E MINE'

 

C'era 'na vota un Re, bafè viscottu e minè, 

c'aveva 'na figghia bafigghia, viscottu e minigghia.

Sta figghia bafigghia viscottu e minigghia

aveva n'aceddu bafeddu viscottu e mineddu

Allura l'aceddu Bafeddu viscouttu e mineddu 

scappau bafau, Viscottu e abbulau!

Ciancieva sta figghia, bafigghia viscottu e minigghia, 

vuleva l'aceddu bafeddu, viscottu e mineddu. 

Allura lu re, bafè, viscottu e minè, dissi:

 a cu' potta l'aceddu, bafeddu viscottu e mineddu  

ci rugnu me figghia, 

bafigghia viscottu e minigghia.

Vinni vavusu, viscottu e minusu, 

puttau l'aceddu bafeddu viscottu e mineddu

Ora ma runa a so figghia, bafigghia viscottu e minigghia?

Pigghiatilla sta figghia Bafigghia viscottu e Minigghia. 

Iddi furunu filici e cuntenti ..... e nuautri arristamu 'ca sputazza n'de renti!

 

Le tavole sono del pittore naif Gaetano Calogero (Catania, 1932), "il pittore di San Cristoforo" noto per il suo particolare apprendistato artistico: decoratore edile, impiegato nel restauro di chiese, egli ha avuto modo di osservare l'iconografia sacra, e, ispirandosi a quei modelli "alti", ha poi realizzato pitture votive di tipo popolare. Ma Calogero predilige anche la riproduzione dell'ambiente urbano. Questa fonte iconografica ispira la mostra ai Minoriti (visitabile sino al prossimo 13 maggio), intitolata "Com'erano, e sono, i quartieri di Catania", che permetterà di ripercorrere con la memoria le immagini dei rioni e degli antichi mestieri. "La pittura di Gaetano Calogero è un documento per la città, perché rappresenta luoghi che ormai forse non esistono più". 

 

 

 

 

Fin da ragazzini l’occasione del “gioco” si presenta sotto forma di “bische volanti” sparse in piazze, mercati e agli angoli delle vie: con un paio di dadi , una rudimentale roulette o un mazzo di carte, e l’aiuto di un “compare”, iniziano i ragazzi al brivido del gioco.
Comincia così il “demone del gioco” ad impossessarsi delle sue vittime. Da grandi ci si incontra, naturalmente, in posti chiusi dove si accede se conosciuti e dove si rischia molto. Non é la roulette, non sono il poker, il baccarat, né lo chemin de fer ha tenere banco, ma la “volgare”, popolarissima “zicchinetta”. Così giocando contrabbandieri, magnaccia e ladri di ogni risma, ”ccu du’ manu di zicchinetta”, fanno circolare milioni, grosse automobili, case, locali pubblici e “fimmini”. Questo si verifica durante tutte le stagioni, anche se, nel rispetto delle tradizioni, registra un incremento in periodo natalizio e di fine anno. In questo periodo, in cui le bische clandestine registrano il tutto esaurito, questi locali diventano anche utili fonti di approvvigionamento “di contante fresco e pulito”. Il gioco come fonte di affari é una variante per le attività della malavita tradizionale: c’é chi si indebita, firma cambiali, ingenerando uno stato di soggezione per debiti da gioco: motivo di “passaggi di mano” di attività commerciali o di grosse spese per il pagamento di interessi usurari.
Le scommesse hanno molta fortuna, siano esse gestite dallo stato come il lotto, il totocalcio, sia quelle, a carattere locale, le clandestine. Rischiare una somma con l’intento di vederla “lievitare” é una aspirazione diffusa, figurarsi fra chi vive in situazione di precarietà e che, allorché vuole “sbilanciarsi” in qualche spesa di straordinaria amministrazione, ha due possibilità: ricorrere all’usuraio o sperare in un colpo di “fortuna” (più comunemente chiamata “culo”), scommettendo. Scommesse se ne faranno tante, nelle piazze, nei bar e in tutti i posti di ritrovo, sui fatti più diversi (per gli eventi sportivi, sui quelli della vita quotidiana, su…..la fantasia non manca), ma una menzione particolare meritano le corse dei cavalli. Fra le mura di quelle case fatiscenti dei quartieri maggiormente periferici, oltre alle persone, spesse volte trovano ospitalità dei belli cavalli di razza che, da quando sono scomparse le carrozze e i calessi, non hanno ragione di stare nei centri abitati, tranne che ci sia in programma una qualche perfomance, in qualche rettifilo, anche non tanto isolato. Talvolta sono gare fra “amatori” ed allevatori di puro sangue, per proprio diletto; altre volte é una iniziativa a più ampio respiro e con una “borsa” più “pesante” che richiama una larga partecipazione di scommettitori e l’attenzione delle forze dell’ordine che intervengono a tutela delle strade cittadine per l’uso improprio e, “scandalizzate”, perché l’illegalità venga consumata senza utile per lo stato.

Lasicilia.it

 

 

La leggenda della Fonte di Aretusa Aretusa era una delle ninfe che stavano nell'Acaia (Grecia). Era ritenuta una ninfa bella, sebbene non avesse mai aspirato ad avere la fama d'essere bella, anzi arrossiva delle sue doti fisiche, e, se piaceva se ne faceva una colpa.
Un giorno mentre tornava stanca dalla foresta di Stinfàlo, si fermò nella riva di un fiume, trasparente fino al fondo, tanto che attraverso  l'acqua si poteva contare tutti i sassolini. Desiderosa di farsi un bagno, si spogliò, e appese i molli veli a un ramo pendente di salice.
Mentre batteva e traeva a se l'acqua guizzando in mille modi, sentì venire da sotto i gorghi uno strano bisbiglio ed atterrita risalì sulla sponda opposta. - Dove vai così in fretta, Aretusa? - gli chiedeva con voce roca Alfeo, il fiume su cui Aretusa si stava rinfrescando. Aretusa, impaurita, iniziò a correre senza vestiti addosso. Alfeo prese le sembianze umane, e iniziò a seguirla.
Dopo tanto correre, Aretusa non c'è la fece più, così chiese aiuto alla dea Diana, la quale commossa la aiutò coprendola con una nube. Alfeo, non si dava per vinto, e girava e rigirava attorno alla nube sperando di vederla. Aretusa impaurita e scossa iniziò a sudare, tanto che tutto il suo corpo grondava di gocce azzurrine ed ogni volta che spostava il piede, si formava una pozza d'acqua; così, in poco tempo, Aretusa si trasformò in acqua. Alfeo, riconobbe nell'acqua l'amata, e lasciato l'aspetto umano, tornò ad essere quello che era, cioè una corrente, per mescolarsi a lei. La dea di Delo (Ortigia) fece uno squarcio nel terreno e , Aretusa, sprofondando in buie caverne giunse fino ad Ortigia dove per la prima volta riemerse in superficie

Il Vicerè e la Baronessa verso la fine del XVI secolo divenne viceré ,don Marcantonio Colonna.Quando giunse a Palermo era già anziano;ma si innamorò perdutamente della nobildonna Eufrosina Valdaura moglie del nobile Calcerano Corbera e baronessa del Miserendino.Il marito e il suocero se la presero a morte con il viceré e durante un ricevimento pronunciarono minacce nei suoi confronti.Fu uno sbaglio.Il viceré temendo per la sua vita,non volle correre rischi e prese i suoi provvedimenti.Anzitutto fece arrestare il suocero della baronessa per debiti non pagati,che,detenuto nel carcere della Vicaria,morì in breve tempo.Restava ancora il marito.Un bel giorno fu invitato per una gita di piacere che si fece su di una galera del viceré e fece scalo a Malta.Un bel mattino il Corbera fu trovato ucciso.Dopo un breve periodo di lutto la baronessa celebrò i suoi amori con il viceré,che fece arredare alcune stanze su porta Nuova per i loro incontri amorosi e,per manifestare il suo amore,regalò al popolo una grande fontana nei pressi di piazza Marina,adorna di sirene,putti e creature marine dove spiccava l’immagine di una sirena bellissima che dai seni stillava acqua per gli assettati.In quella sirena tutti riconobbero l’effige della baronessa Eufrosina del Miserendino.

Jana da Motta.  nel 1409 la vedova Bianca di Navarra divenne Vicaria del regno,e l’anziano conte di Mòdica,Bernardo Cabrera,avrebbe voluto prenderla in sposa,per aumentare il suo potere,dato che era già Gran Giustiziere del Regno.La regina Bianca,però,non voleva sentirne;e allora il conte la inseguì per tutto il regno;la regina esausta si rivolse al suo fedele ammiraglio Sancio Ruiz de Livori,che catturò il focoso Giustiziere,e lo fece rinchiudere mel castello di Motta;dove al danno della prigionia si unì la beffa che ai suoi danni ordì una giovane donna di Motta Jana,che era una fedele e astuta damigella di corte della regina Bianca. D’accordo con l’ammiraglio Sancio,e ottenuto il permesso dalla regine,Jana si travestì da paggio,e si fece assumere al servizio del conte,entrando nelle sue grazie,e convincendolo a tentare un’evasione per riprendere i suoi tentativi di sposare la regina Bianca.Il conte abboccò all’amo;e una notte,fattolo travestire da contadino,la diabolica Jana lo fece calare da una finestra del castello,sostenendolo con una corda;ma ad un certo punto,Jana mollò la corda,e il povero conte cadde dentro una grossa rete,a bella posta preparata,dove rimase tutta la notte al freddo;e al mattino fu beffato dai contadini,che lo presero per un ladro,e lo derisero. Jana,riprese le sue vesti femminili,e rivelatasi chi era,lo fece inviare prigioniero al Castello Ursino di Catania,dove sbollirono definitivamente i suoi ardori per la regina Bianca. 

La Madonna dei Mirti. nella campagna di Villafranca Sicula (AG) esiste una chiesetta dedicata alla Madonna dei Mirti,la cui origine è spiegata da un’interessante leggenda locale.Un vecchio frate stava rientrando dalla questua al suo convento di Bugio,recando sul suo asinello due quadri sacri,di cui uno raffigurava la Madonna.Quando fu nei pressi del convento,si accorse di aver perduto il quadro che raffigurava la madonna:Subito tornò nei suoi passi,e ritrovò il quadro lungo la strada,dentro un cespuglio di mirti.Tornato al convento,raccontò agli altri frati la strana avventura che gli era capitata;ma,quando volle mostrare loro il quadro della Madonna,il quadro scomparve per la seconda volta;e fu ancora una volta ritrovato dentro il cespuglio di mirti,lungo la strada per Villafranca.Si capì allora che la Madonna voleva essere onorata proprio in quel punto;e così sorse la chiesetta campagnola della Madonna dei Mirti di Villafranca Sicula.

Il clima della Sicilia Il racconto mitologico afferma che un giorno di primavera il Dio Plutone, re del mondo sotterraneo e fratello di Giove, sbucò in Sicilia dal lago di Pergusa; e rimase colpito dalla visione che apparve ai suoi occhi: in mezzo ai prati, la giovane Proserpina, assieme alle ninfe che la accompagnavano, raccoglieva fiori variopinti e profumati. Vederla, innamorarsene e rapirla, fu tutt’uno per Plutone; e se la portò giù agli inferi. Il ratto fu cosi subitaneo, che nessuno seppe dare indicazioni alla madre Cerere, che per tre giorni e tre notti ricercò Proserpina, per tutta la terra, facendosi luce di notte con un pino da lei divelto e acceso nel cratere dell’Etna. Alla fine dei tre giorni d’inutili ricerche, Cerere si adirò e cominciò a far soffrire gli uomini, provocando siccità, carestie e pestilenze. Gli uomini allora si rivolsero a Giove, supplicandolo di trovare una soluzione; e Giove risolse il problema, decidendo che Proserpina stesse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre; e per quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito Plutone, determinando così l’alternanza di due sole stagioni nel clima della Sicilia.

Billonia Personaggio popolare e pittoresco della Catania a cavallo tra due secoli, il XIX e il XX. Era una donna minuta, tutt’altro che sgraziata, era "la fioraia della Villa, sfiorita per conto suo, ma con la camicetta ostinatamente sfavillante di dorati lustrini" (Domenico Magrì). Andava anche su e giù per via Etnea "con i fasci di fiori di campo, le margherite, le rose, che offriva alle coppiette di fidanzati sperando di ricevere una ricompensa, e di sera si piazzava davanti ai teatri" (Pietro Nicolosi). In fondo, era un’immagine gentile con i suoi coloratissimi costumi ricchi di nastri, un’immagine che sotto i lustrini tentava di nascondere un’immensa povertà. Ma c’era anche un pizzico di femminile civetteria in quello strano abbigliamento! Andava spesso in giro con la madre "ma gli stenti le avevano rese uguali e sarebbe stato difficile capire, a vederle, chi di esse fosse la più vecchia" (Giuseppe Toscano Tedeschi). D’inverno trascorrevano gran parte delle giornate sui gradini della chiesa di San Biagio, in piazza Stesicoro, ma d’estate si trasferivano al giardino Bellini, sempre popolato di catanesi che accorrevano ad ascoltare i concerti della banda: e lì Billonia poteva raggranellare qualche soldino in più. Poi la madre morì, e poco dopo scoppiò il primo conflitto mondiale: "e, mentre il mondo dava addio ai divertimenti e alle spensieratezze di un tempo, neanche Billonia, la semplice e inutile fioraia, travolta dai tempi e dalla guerra, ebbe più motivo di sopravvivere"(Pietro Nicolosi). Nessuno la vide più.

La leggenda della messa interrotta. Una strana leggenda è legata alla distruzione di Gulfi (Rg) nel 1299;e dice che i soldati francesi penetrarono nella chiesa dell’Annunziata,uccidendo tutti i fedeli che vi si erano rifugiati,e perfino il sacerdote che aveva in mano il calice per l’Elevazione,interrompendo la messa nel suo momento più solenne;e andarono a godere dei frutti del loro saccheggio,bivaccando per tutta la notte.Senonché alla mezzanotte precisa,si sentì sonare messa nella chiesa dell’Annunziata;ed ecco apparire il prete col calice in mano,seguito da tutti i fedeli che con lui erano stati assassinati.Spinti da una forza misteriosa,tutti i soldati francesi,li seguirono in chiesa,dove la messa riprese,dal punto preciso dove era stata selvaggiamente interrotta ;e,alla fine,un turbine impetuoso scosse con violenza la chiesa,e fece aprire una voragine,dove precipitarono tutti i soldati francesi,e il pavimento si richiuse su di loro.

Perchè la Sicilia si chiama così? Il nome dell'isola è molto antico, risale alla colonizzazione greca, che iniziò nell'VIII secolo a.C ; il popolo più antico stanziato nell'isola fu quello dei Sicani, che abitava originariamente la parte orientale dell'isola, finchè, nel II millennio a. C. una popolazione certamente indoeuropea, quella dei Siculi, non sospinse i Sicani verso l'interno dell'isola. I Greci chiamarono i Siculi "Sikeloi",e l'isola cominciò ad essere chiamata "Sikelia". La Sicilia è forse la terra più suggestiva ed emozionante del Mediterraneo dove s'incontrano miti, leggende e tradizioni millenarie che ne hanno fatto una delle culle della civiltà. E' difficile poter affermare di conoscere a fondo questa splendida isola di luce e natura. Più spesso se ne ha un'immagine stereotipata o da cartolina per turisti mordi e fuggi. Sin dall'antichità più remota la Sicilia è stata il teatro di ambientazione dei miti e delle leggende delle civiltà mediterranee sui quali poi si sono sovrapposte le tradizioni religiose. Attraverso queste nostre pagine, seppur riduttive, desideriamo trasmetterVi il desiderio e la volontà di percorrerla in lungo e in largo, di parlare con la sua gente, di ammirare e toccare i suoi numerosi monumenti. La Sicilia è unica, come unico è il suo popolo che ha saputo custodire e conservare la sua precisa individualità culturale attraverso i secoli e attraverso le varie dominazioni, dai Fenici, ai Greci, ai Bizantini, agli Arabi, ai Normanni, agli Svevi, agli Angioini, agli Aragonesi, agli Spagnoli, ai Sabaudi, agli Austriaci ed ai Borboni. Questa terra di cultura e di gentilezza, è aperta a tutti i suoi visitatori con l'incanto della sua eterna bellezza, con la maestà della sua storia, con lo splendore della sua arte, con la magnificenza dei suoi monumenti, e sopratutto con la cordialità del suo popolo.
"L'Italia ,senza la Sicilia, non lascia immagine nello spirito: soltanto qui é la chiave di tutto. J.Wolfgang Goethe". Se mai nella tua gioventù sognasti d'un paese nel quale per tutto l'anno regnano la primavera e l'estate, dove nell'inverno i monti sono smaltati di fiori fragranti, dove è possibile inghirlandare di rose fiorenti l'albero di Natale [...] se mai sognasti di un tal paese... tale paese ti si è dischiuso dinanzi agli occhi qui nella Sicilia, un gioiello senza pari, in questa isola non solamente la più grande di tutto il mare Mediterraneo, ma anche la più ricca di storia e di fati, e la più giovane, perché è oggi, come migliaia di anni fa, piena di vita, in questa isola che non ha l'eguale nel globo terrestre, dove tu puoi sentire il palpito del mondo più distintamente che altrove, e dove anche più chiaramente si svolge per uno spirito meditativo la dottrina dell'eterno divenire e dell'eterno passare degli uomini e della natura.

 Il fiume di latte presso Catenanuova (En) ,in contrada Cuba,esiste ancora un’antica masseria,che nei tempi passati fungeva anche da albergo,e da stazione di posta,per chi si recasse a cavallo o in lettiga da Enna a Catania.Una lapide,posta sotto il balcone,ricorda che in quella stazione di posta pernottarono un re e una regina nel 1714,e un grande poeta tedesco nel 1787,Wolfgang Goethe,col suo compagno di viaggio,il pittore Crisoforo Kneip.Vale la pena di raccontare perché vi si sia fermata a pernottare una coppia regale nel 1714:ciò fu dovuto al marchingegno ideato dal cavaliere Ansaldi da Centùripe,che era il proprietario della masseria-albergo,e nutriva un grande desiderio di ossequiare personalmente il re Vittorio Amedeo II di Savoia,re di Sicilia dal 1713,che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando da Palermo a Messina,per tornare in Piemonte.Quando il corteo reale stava per giungere alla sua masseria,il cavaliere Ansaldi diede ad i suoi dipendenti uno stranissimo ordine;quello di versare nel torrentello vicino,tutto il latte che avevano munto quel giorno.Quando le avanguardie del re arrivarono al torrentello,si fermarono,perché non credevano ai loro occhi:davanti a loro c’era un fiume di latte! Esterrefatti ,corsero a comunicarne notizia al re,che,incredulo,volle assaggiare:e dovette riconoscere che i suoi cortigiani non avevano preso un abbaglio.Si fece avanti allora il cavaliere Ansaldi;il quale spiegò loro che egli era ricorso a questo espediente,per avere l’onore di ossequiare personalmente i reali di Sicilia;e,poiché si era già fatta sera,li pregò di pernottare,con tutto il loro seguito,nella sua masseria;e l’invito fu gradito al re,che al momento della partenza nominò l’Ansaldi,inventore del fiume di latte,Capitano onorario delle Guardie reali.

Padre Celestino era un monaco di casa ripostese, in pratica di quelle persone che pur essendo laiche, fanno vita religiosa.Dei giovinastri locali, sapendo che padre Celestino, pur essendo "monaco di casa" era benestante, decisero di mettere le mani sul gruzzolo, ma non con una rapina o un atto di violenza, bensì in maniera del tutto "religiosa".Pertanto, una notte, si travestirono da angeli, con le camicie da notte lunghe fino ai piedi, e con le ali di cartone appiccicate alle spalle, scoperchiarono le tegole della casetta dove abitava padre Celestino, e gli calarono un paniere attaccato a una corda, mentre cantavano: <<O padre Celestino dice il buon Gesù/prima manda il gruzzoletto /e dopo sali tu!>>.Il povero "monaco di casa", nella sua ingenuità, abboccò all’amo; raccolse subito tutti i soldi che aveva, li mise nel paniere, si inginocchiò con le mani in croce, e….rimase aspettando. Passò del tempo; e quando quei bravi giovani pensarono che era di nuovo venuto il momento di ritentare l’impresa, rifecero tutto come la prima volta; si vestirono da angeli, calarono il paniere, cantarono la canzone; ma questa volta la canzone la sapeva anche padre Celestino; il quale, quando i presunti angeli finirono di cantare, rispose a sua volta, e con la stessa intonazione: <<O angeli beati/dite al buon Gesù/che mi ha fregato una volta/e non mi frega più!>

Un santo straordinario il Santo Patrono di Noto è il piacentino Corrado Gonfalonieri, che si ritiro a vita eremitica a Noto, dove visse dal 1343, fino alla morte, avvenuta nel 1351.tra i suoi miracoli, c’è quello di avere allargato la sua grotta a forza di spallate; onde ancor oggi i Retini dicono nelle difficoltà: <<E chi sono io, san Corrado, che allargò la sua grotta a forza di spalle?>>.E le campane delle chiese, alla sua morte, il 19 febbraio 1351, suonarono da sole, per annunziare il trapasso; per cui i Retini lo considerarono santo prima ancora della canonizzazione pontificia; e pertanto incorsero nella censura della Curia romana, da cui furono liberati soltanto da papa Paolo III nel 1544, quando la Congregazione dei Riti ne autorizzò ufficialmente il culto come Beato; e papa Urbano VIII lo canonizzò nel 1615.

La bella Angelina , la sua leggenda per spiegare il toponimo del comune di Francavilla di Sicilia (ME), una leggenda popolare racconta di una nobile fanciulla francavillese, Angelina, di cui si era innamorato il delfino di Francia; il quale, durante il Vespro, venne a rapirla nottetempo, per questo Angelina raccomandava alla sua fedele ancella Franca di vegliare (Franca, vigghia!), per essere pronte al momento dell’atteso segnale di partenza.La leggenda, in realtà, non è che un tentativo di spiegare etimologicamente il toponimo di Francavilla, che in siciliano suona appunto Francavigghia. 

La leggenda dei due fratelli per spiegare l’origine del monte Mojo (che si trova in provincia di Messina),che ha l’aspetto di un moggio,o di un immenso cumulo di grano,una leggenda locale parla di due fratelli,di cui uno era cieco,e l’altro era un volgare profittatore;il quale,al momento della spartizione del grano trebbiato,riempiva il moggio completamente quando toccava a lui,e lo capovolgeva,riempiendolo dal fondo,quando toccava al fratello cieco;e per di più gli faceva passare sopra la mano,per fargli capire che il moggio era ben colmo;e il fratello cieco,passando la mano sul misero mucchio,diceva:<<Se non vedo io,vede per me Iddio!>>.E il Signore ci penso lui,a fare le giuste vendette;perché,quando fu terminata la fraudolenta spartizione,una spaventosa folgore bruciò il fratello ladro,e trasformò l’enorme mucchio di frumento nel monte Mojo,che ancora si vede.

La leggenda de la Zisa a Palermo,nel quartiere Olivuzza,c’è un grandissimo palazzo che assomiglia a un castello ed è chiamato La Zisa.In questa Zisa c’è una grande entrata,è fatta d’oro ed elegantemente affrescata;nel centro sta una fontana di marmo dalla quale sgorga acqua limpida e fresca,e nella quale si riflettono i mosaici dorati delle pareti.Alla Zisa c’è un incantesimo per via di un grande tesoro nascosto di monete d’oro. A tenere l’incantesimo,a guardia del tesoro,ci stanno i Diavoli,i quali non vogliono che sia preso dai Cristiani.Questo palazzo fu infatti costruito al tempo dei pagani, e sì ci custodivano i tesori dell’imperatore. All’entrata della Zisa ci sono dipinti dei diavoli:chi va a guardarli nel giorno della festa dell’Annunziata (25 di marzo) vede che essi muovono la coda,storcono la bocca,e non si finisce mai di contarli. C’è chi dice siano tredici, chi quindici, chi di più.Sono diavoli, ed appunto per questo non si fanno mai contare.Anche le monete non si sa quante siano e nessuno è mai riuscito a prenderle.Ma un giorno forse ci riuscirà a sciogliere l’incantesimo e allora finirà tutta la miseria di Palermo.E’ per questo che, quando una cosa non si può sapere con esattezza, si dice: <<E chi su, li diavuli di La Zisa>>!

La storia di Mata e Grifone A Messina viveva una bella ragazza dalla grande fede cristiana, figlia di re Cosimo II da Casteluccio; il suo nome Marta in dialetto si trasforma in Matta o Mata. Verso il 970 dopo Cristo il gigante moro Hassan Ibn-Hammar sbarcò a Messina, con i suoi compagni pirati e incominciò a depredare nelle terre in cui passava. Un giorno il moro vide la bella fanciulla e se ne innamora, la chiede in sposa ma ottiene un rifiuto. Ciò provocò l'ira del pirata che uccise e saccheggiò più di prima. I genitori, preoccupati, nascosero Marta, ma il moro riuscì a rapirla con la speranza di convincerla a sposarlo. Marta non ricambiava il suo amore trovando nella preghiera la forza a sopportare le pressioni del moro. Alla fine, il moro si converte al cristianesimo e cambia il suo nome in Grifone. Marta apprezza il gesto e decide di sposarlo. La tradizione ci tramanda che furono loro a fondare Messina.

Gli scongiuri del popolo siciliano Tra le credenze popolari c’è la convinzione che dei poteri soprannaturali possono difendere e proteggere e per questo esistono vari scongiuri: contro il malocchio, contro varie malattie come quelle degli occhi e quelle esantematiche dei bambini, contro gli animali nocivi e le tempeste e per le questioni amorose. Buona parte di queste credenze popolari sono oggi raccolte nel Museo Etnografico Siciliano a Palermo, Museo fortemente voluto da Giuseppe Pitrè.  

L'isola Ferdinandea Fra Pantelleria e Sciacca nel 1831 spuntò un’Isola vulcanica.I fenomeni eruttivi si presentarono a metà luglio per cessare nei primi di agosto quando l’isola raggiunse il suo massimo sviluppo. Nella parte nord c’era il cratere con due bocche eruttive dalle quali uscivano i materiali vulcanici. L'eruzione durava da mezz'ora ad un'ora ed era ad intermittenza. Cessata l'eruzione, le due bocche del cratere si riempirono di acqua marina formando due laghetti. L'analisi di questi laghetti dimostrò che erano formati da acqua marina con sali ferrosi ed idrogeno solforato. All'isola furono dati vari nomi (Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia, Graham, Ferdinandea), ma ebbe una breve vita perché, flagellata dalle onde, scomparire negli abissi.  

Gole dell'Alcantara V'era un tempo in cui il fiume Alcantara scorreva placido in un letto tranquillo, senza scosse o ripide o Salti. E rendeva fertile la valle. Gli uomini però erano malvagi: si danneggiavano tra loro e non rispettavano la natura. Nella valle vivevano due fratelli che coltivavano insieme un campo di grano.

Uno dei due era cieco. Al momento di spartire il raccolto il contadino sano prese il mojo e si accinse a dividere il grano. Una misura per sè e una per il fratello. Spinto dalla malvagità, però, si riservò gran parte del raccolto.Un'aquila che volava sopra il loro campo vide e riferì tutto al Signore che scagliò un fulmine contro l'imbroglione, uccidendolo. Il fulmine colpì anche il mucchio di grano ingiustamente accumulato che si trasformò allora in una montagna di terra rossa dalla quale, sbuffando, usci un fiume di lava che arrivò fino al mare. Leggenda tratta dal libro Al Qantarah di L. Danzuso e E. Zinna.

Leggenda del vascellazzu Grazie ai Vespri siciliani Messina e Palermo si liberano dal dominio Angioino chiamando come re della Sicilia, nell’ordine, Pietro III d' Aragona, Giacomo e Federico II d'Aragona. Prima della pace di Caltabellotta, gli Angioini cercarono di riconquistare le città perdute, soprattutto Messina. Roberto D'Angiò, per conquistare tale città, mandò il suo esercito a Catona e assediò Reggio Calabria, in modo da bloccare gli aiuti per Messina che al momento era governata da Federico II D'Aragona. La città soffriva una grossa crisi alimentare. Nicolò Palizzi suggerì di andare da Alberto da Trapani, già considerato Santo per dei grandi prodigi che aveva effettuato. Il giorno seguente, Federico II e la sua corte si diressero alla Chiesa del Carmine in cui Sant'Alberto celebrava la messa. Egli cominciò a pregare ed alla fine delle sue preghiere una voce dal cielo gli confermò che le sue preghiere erano state esaudite: si videro arrivare tre navi i cui equipaggi scaricarono del grano. I messinesi si convinsero che le navi fossero state mandate dalla Madonna. L’evento determinò la nascita della tradizione del "vascelluzzo". Tutti corsero ai piedi del Santo per ringraziarlo, lui li benedì e lì esortò a credere in Dio e nella Madonna della Lettera. Qualche giorno dopo arrivarono altre quattro navi cariche di vettovaglie. Roberto d'Angiò capì che non poteva più sconfiggere la città per la fame e si convinse ad arrendersi e stabilì un trattato di pace con Federico II D'Aragona La leggenda narra che in quei giorni accadde un altro prodigio: una signora vestita di bianco passeggiava sugli spalti delle mura con lo stendardo di Messina, un francese lanciò una freccia contro di lei ma la freccia ritornò indietro. Anche in questa occasione la Madonna della Lettera difese Messina. Sant'Alberto morì nel 1307. Quando Federico II fece alloggiare i suoi cavalli nel convento del Carmine, trasformando in stalla la chiesa in cui era il Santo era sepolto, un male misterioso portò alla morte i cavalli ed i soldati. Aprendo la tomba di Sant'Alberto, questi fu trovato in ginocchio per chiedere la punizione per i profanatori.  

Il ratto di Proserpina Cerere, sorella di Giove e dea che aveva insegnato agli uomini come coltivare i campi, era la madre della bella Proserpina, amante dei fiori. La leggenda mitologica ricorda che un giorno di primavera il Dio Plutone rimase colpito dalla vista della giovane Proserpina, se ne innamora e la rapisce portandosela negli inferi. Plutone era il più odiato fra gli dei, perché il suo regno era quello delle ombre. Proserpina era morta con lui e tutto ciò era avvenuto con il consenso di Giove. Plutone, in onore della sposa, aveva creato la fonte azzurra Ciana. Il ratto fu così improvviso che nessuno seppe informare bene la madre della ragazza, Cerere che per tre giorni e tre notti la cercò ininterrottamente. La verità le fu rivelata da Elios, il dio Sole, che le confessò anche il consenso di Giove agli eventi. Alla fine, Cerere si adirò e cominciò a far soffrire gli uomini provocando siccità, carestie e pestilenze. Gli uomini, privati dell’aiuto della Madre Terra, chiesero aiuto a Giove. Ma Proserpina aveva gustato il melograno, simbolo d'amore, donatole da Plutone e quindi a tutti gli effetti sua sposa, e non poteva più tornare definitivamente da sua madre. Giove, commosso dal dolore della sorella, risolse il problema decidendo che Proserpina stesse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre; e per quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito Plutone, creando così l’alternanza di due stagioni nel clima della Sicilia. La leggenda spiega che Proserpina risalga alla terra in primavera per portare all’isola l’abbondanza e per poi scompare ai primi freddi invernali.  

Le donne di fora Le donne di fora non vanno confuse con le maliarde e le streghe. Secondo la credenza, queste belle signore escono di casa la notte, non col corpo, ma solamente con lo spirito. Vanno a trovare gli spiriti degli inferi, le anime vaganti, per averne consigli, risposte e domande di cose future, secondo le richieste dei clienti. Era credenza che le "signore" costituivano una società di 33 potenti creature, le quali erano sotto la dipendenza di una mamma maggiore, che si trovava a Messina. Tre volte la settimana, le notti di martedì, giovedì e sabato uscivano in spirito e andavano a concilio, per deliberare sulle fatture da rompere, le legature da sciogliere, i castighi o i premi da proporre contro o pro chi ha meritato il loro odio o il loro amore.

Chi voleva in casa una donna di fora doveva, prima della mezzanotte, ardere dell'incenso, foglie d'alloro e rosmarino. Le donne di fora non si lasciano vedere da nessuno, ma il loro passaggio è rivelato da sentori e da rumori impercettibili. Si vuole che le prime donne di fora ricevettero la potenza direttamente dal demonio, a cui per contratto diedero l'anima. La credenza vuole che le doti di una donna di fora devono essere la bellezza, il senso della giustizia, la virtù del silenzio e dell'ubbidienza

Conte di Cagliostro ( PA ) Giuseppe Balsamo, nato nel 1743 e morto nel 1795, secondo alcuni grande alchimista e mago, secondo altri impostore. Palermitano di origini, visse di espedienti durante la gioventù, divenendo un personaggio di spicco negli ambienti massonici dell’epoca. Fu monaco per un periodo, ma successivamente abbandonò gli abiti del convento, sposandosi nel 1768. Dopo aver perpetrato numerose truffe e raggiri, mise da parte una consistente ricchezza personale e a Londra, nel 1776, si autoproclamò Conte Alessandro di Cagliostro. La sua fama di alchimista e guaritore raggiunse le corti più importanti d’Europa, da Londra a San Pietroburgo, dove gli fu possibile stringere amicizie con personalità di spicco come Schiller e Goethe. Alla corte di Versailles conobbe il potentissimo Cardinale di Rohan che lo coinvolse nel misterioso "affaire du collier", un complotto che diffamò la regina Maria Antonietta e aprì la strada alla Rivoluzione francese. In giro si diceva che Cagliostro possedesse la pietra filosofale e che fosse membro della massoneria. La sua fama non conobbe limiti quando affermò di essere immortale. Fu espulso dopo essere entrato in Russia e a Strasburgo diede prova pubblica di poter trasformare qualunque materiale in oro. Dopo che fu espulso anche dalla Francia e dopo aver trovato ospitalità in Inghilterra, Caliostro e sua moglie rientrarono in Italia. Fu graziato per i trascorsi illegali sul territorio italiano ma raggiunta Roma, fu arrestato dalla polizia pontificia per aver sfidato apertamente la Chiesa fondando una loggia di Rito Egiziano e assumendo il titolo di ‘’Gran Cofto’’. Fu imprigionato nelle prigioni di Castel Sant'Angelo morendo nella rocca di San Leo, al confine tra l'Emilia Romagna e le Marche. Ci sono voci però che raccontano della riuscita fuga di Cagliostro da questa prigione e che si sarebbe vestito da monaco e con in pugno la formula per la vita eterna, vagherebbe ancora in giro per il mondo con altri nomi ed altre vesti.  

Lu fusu di la vecchia (TP) Secondo le credenze popolari, gli antichi abitanti della Sicilia erano dei giganti, dato che costruivano edifici colossali. A Selinunte, tra le grandiose ed impressionanti rovine, si erge solitaria una colonna alta oltre 16 metri, con un diametro di quasi 3 metri e mezzo alla base, che i contadini e i marinai del luogo chiamano con la curiosa denominazione di "lu fusu di la vecchia", perché secondo loro, doveva servire alle antiche filatrici di Selinunte, come fuso per filare la lana. Oltre a questa leggenda popolare vi è un'altra singolarità riguardante la colonna. La singolarità è data dalle sue perfette proporzioni architettoniche che, da lontano, la fanno apparire una colonna certamente notevole, ma non poi così grande, come invece essa è nella realtà. Per rendersi conto di quanto questa colonna sia effettivamente massiccia ed alta, bisogna andarci proprio vicino; bisogna addirittura toccarla con le mani e solo quando, almeno sette persone, cercheranno di abbracciarla, si accorgeranno di quanto essa sia grande, anzi gigantesca perché la sua circonferenza è di oltre dieci metri.  

La cripta dei Cappuccini ( PA ) La fama del convento, costruito dai Cappuccini venuti a Palermo nel 1533, è rinomata per uno strano cimitero, da sempre definito "Le Catacombe" della città di Palermo. In realtà il nome è improprio, poiché trattasi di un cimitero sotterraneo, con lunghe gallerie scavate nel tufo, per un’estensione di circa 300 mq, in uso nel XVII secolo, con circa 8.000 cadaveri imbalsamati. La macabra parata raffigura una società intera che visse dal XVII al XIX secolo. Essa destò la curiosità di diversi visitatori fra cui il celebre poeta veronese Ippolito Pindemonte, che visitò le catacombe nel giorno dei morti nel 1779 e le decantò nei versi dei "Sepolcri ", e il celebre scrittore francese Guj de Maupassant che, avendole visitate nell’anno 1885, si soffermò lungamente sul metodo dell’essiccamento. L’origine delle catacombe si fa risalire intorno al 1599, quando i frati sfruttando una preesistente cavità naturale al di sotto dell’altare maggiore della chiesa, trasferirono le salme di 40 frati precedentemente sepolti presso il lato meridionale della chiesa. I frati iniziarono a scavare in quanto la preesistente cavità non riusciva più a contenere le salme che via via arrivavano . Essi furono posti tutti attorno alle pareti e al centro in una nicchia fu posta l’immagine della Madonna, oggi non più esistente. Ripresi i lavori di ampliamento nel 1601, fu scavata una seconda stanza a cui si accedeva per mezzo di una scala che si dipartiva dalla sagrestia. Dal 1601 al 1678 si continuò a scavare e furono costruiti il corridoio dei frati e quello degli uomini; i lavori continuarono fino al 1732 raggiungendo l’attuale dimensione: quattro corridoi a quadrato divisi su un impianto di forma rettangolare da un quinto corridoio. Questa sistemazione si deve al frate architetto Felice La Licata da Palermo nel 1823. Un luogo singolare: la Cripta dei Cappuccini. La sua fama e’ legata al fatto che dal Seicento fino al 1881 fu scelta come luogo di eterno riposo dai cittadini più in vista di Palermo. Lungo i corridoi riservati a varie categorie di persone - uomini, donne, professionisti ed ecclesiastici - si contano centinaia di corpi scheletriti, mummificati, alcuni imbalsamati altri deposti in urne e bare. 

Origine dei Pupi siciliani Un allievo di Socrate, l'ateniese Senofonte, ci parla di un puparo, un siciliano di Siracusa, che con le sue marionette rallegrò il convito offerto da Callia in onore di Autolico, vincitore di una gara atletica. Al convito, che sarebbe avvenuto nel 421 a.C., era presente anche Socrate, che richiese al puparo siciliano di fare ballare le sue marionette, ed egli eseguì la danza di Bacco e Arianna. Terminato lo spettacolo, Socrate gli chiese che cosa desiderasse per essere felice: il puparo di Siracusa, con arguzia tutta siciliana, gli rispose: "Che ci siano molti sciocchi, perché essi, accorrendo allo spettacolo dei miei burattini, mi procurano da vivere".  

Il fantasma del Teatro Massimo di Palermo Secondo alcune testimonianze, questo teatro lirico vantava la presenza di uno spettro. L'ombra di una suora di bassa statura sarebbe apparsa diverse volte sul palcoscenico, tra le quinte e nei sotterranei dove erano udibili rumori misteriosi. Il teatro, é costruito sull'area ove in passato sorgevano una chiesa e un monastero. Per la costruzione del teatro furono abbattuti la chiesa e il monastero delle Stimmate, e pare sia stata involontariamente profanata la tomba di una suora. Da quel giorno si dice che il Fantasma giri irrequieto per il teatro e lanci maledizioni. Infatti si narra che sia stata colpa del Fantasma se il teatro fu costruito in 23 anni e in altrettanti anni rimase chiuso per restauri. Oggi il Teatro Massimo, secondo teatro d'Europa, é aperto ogni giorno al pubblico.

 

I Beati Paoli ( PA ) La società segreta dei Beati Paoli, il cui ricordo ancor oggi è mantenuto vivo da una costante tradizione orale, è nata, secondo il marchese di Villabianca, dallo strapotere e dai soprusi dei nobili che amministravano direttamente anche la giustizia criminale nei loro Stati e, molto spesso, si servivano di bravacci per risolvere, alla svelta, quei casi che per ragioni di opportunità o di prudenza consigliavano di non far ufficialmente decidere alle loro Corti.

I membri di questa setta Furono giustizieri o sicari? Certamente l’uno e l’altro contemporaneamente. Giustizieri, quando operarono per vendicare delitti impuniti ed impedire soprusi; sicari, quando invece si prestarono ad eseguire vendette personali o allorché si servirono dell’alone di mistero che li circondava e dell’indubbio favore popolare per compiere delitti comuni. Dalle scarse fonti a nostra disposizione non possiamo fornire notizie per documentare attendibilmente il loro operato, in ogni modo possiamo affermare che questa setta sicuramente esistette, e costituì un vero e proprio tribunale di giustizia, protettrice dei deboli e degli oppressi. La setta agiva nell'ombra e nella massima segretezza per proteggere i deboli e gli oppressi utilizzando un vero e proprio tribunale. Solo il Marchese di Villabianca nei suoi " Opuscoli palermitani" cita la setta segreta con il suo tribunale e i luoghi dove agiva. In questi diari hanno attinto diversi autori tra cui il Linares ed il Natoli. Quest'ultimo scrisse tra il 1909 e 1910 un romanzo d'appendice che era regalato dal Giornale di Sicilia ai propri lettori. Il quartiere Capo, intricato da ampie cavità sotterranee che fanno parte di un vasto complesso cimiteriale cristiano. Il luogo dove si riuniva la fratellanza dei Beati Paoli si trova nei pressi della chiesa di Santa Maruzza e il vicolo degli orfani. La leggendaria grotta dei Beati Paoli, che fa parte di un complesso di cavità di quello che era il letto naturale del fiume Papireto, è ricavata nella sua sponda di sinistra in un grosso blocco di calcarenite. Nei secoli, la grotta fu interessata, ora come luogo di riunioni segrete (secondo quanto tramandatoci dalle tradizioni), ora come immondezzaio privato, sfruttando la preesistenza dell’ipogeo, ora come rifugio durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale.

All'antro, accessibile da nove gradini, si perviene attraverso un piccolo ingresso che dà sul vicolo degli orfani dove sorge una vasca seicentesca con un ninfeo in pietra lavica, alimentata da una vecchia torre d’acqua. Accanto a lei, alla profondità di tre metri e mezzo, c’è un cunicolo che porta ad altre due grotte, che sicuramente custodiscono nuovi misteri. Durante i lavori di pulitura, sepolte nel terriccio che ricolmava l’ingrottato, sono stati trovati diversi oggetti di differenti epoche, ma la cosa che ha suscitato scalpore è il ritrovamento di un puntale conico di ferro che altro non è che un portafiaccola da parete, per il quale bisogna stabilire il periodo a cui risale. Quest’ultimo ritrovamento richiama certamente a presupposti sull’esistenza dei sectarij. Ma a dir del Villabianca alla fine del settecento di quella terribile organizzazione “se n’era già perduta la semenza”. Il Comune di Palermo, ha iniziato il recupero di tutta la zona che interessa il complesso di palazzo Blandi, in vista d’inserire il tutto in un nuovo itinerario nel circuito cittadino. Il percorso potrebbe comprendere l’area che riguarda l’antico letto che solcava il fiume Papireto, iniziando con la visita alle catacombe paleocristiane del IV-V sec. dopo Cristo, proseguendo con la visita d’alcune cripte e finendo con la leggendaria grotta dei Beati Paoli.  

Santa Eustochia (ME) A Messina nel monastero di Montevergine sembra che accada un fatto inspiegabile: al cadavere della suora Eustochia Calafato crescono le unghie e i capelli, che ogni anno, nel giorno dedicato a lei, le vengono tagliati.

Esmeranda Calafato nacque nel 1837 da una nobile e ricca famiglia messinese. Nonostante fosse una ragazza dotata di rara bellezza non si interessava del mondo, vivendo esclusivamente una intensa vita spirituale. Nell'adolescenza un giovane signore si innamorò perdutamente della ragazza e lei, per evitare tentazioni, scappò via di casa e andò in un monastero, quello di Basicò, dove abbandonò il suo nome per prendere quello di Eustochia; ma lei desiderava una vita più intensamente spirituale e, per le sue idee, si scontrò con le altre suore che non la pensavano come lei. Allora cominciò a chiedere con insistenza dei soldi ad un ricco zio e, quando finalmente li ottenne, poté fondare il monastero di Montevergine che ancora esiste nella via Ventiquattro Maggio. Finalmente soddisfatta, Santa Eustochia visse qui come desiderava fino all'età di 51 anni.

Si dice che lo spirito della Beata Eustochia avverta le suore della loro prossima morte parecchie settimane prima: colei che si avvicina al sonno eterno sente un rumore cupo e particolare: significa che la sua morte è vicina.  

La baronessa di Carini ( PA ) La leggenda narra la morte di Donna Laura Lanza che a soli 14 anni andò sposa, per volere del padre, al barone di Carini. Ben presto, delusa dalla vita matrimoniale e dai continui abbandoni del marito impegnato nella cura della sua proprietà, la baronessa si innamora di un amico d'infanzia, Ludovico Vernagallo, e ne diventa l'amante. Scoperta dal marito e dal padre, Laura viene uccisa insieme a Ludovico. Si narra che su una parete del castello di Carini ci sia ancora l'impronta insanguinata della baronessa e che il suo fantasma vi si aggiri senza pace.

Nella realtà, esistono dei documenti dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia, informa, all'epoca, la Corte di Spagna che il Conte Cesare Lanza ha ucciso la figlia Laura e Ludovico Vernagallo. Questo documento avvalora l'atto di morte della baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si conserva nell'archivio della Chiesa Madre di Carini insieme a quello di Ludovico Vernagallo. Non esiste, invece, alcuna prova che tra Laura Lanza e Ludovico Vernagallo ci fosse qualcosa di diverso dall'amicizia. Quindi Cesare Lanza di Trabia, complice il genero, uccise per leso onore della famiglia, la figlia Laura e fece uccidere da un sicario Ludovico Vernagallo.

La leggenda racconta che fu un frate del vicino convento, infatti, ad informare il padre ed il marito della sposa, e questi, assieme, freddamente meditarono e prepararono l’assassinio. Fu preparato l’agguato e quando l’ignobile spia si accorse che i due amanti stavano insieme, avvertì don Cesare Lanza, che corse nella stessa notte a Carini, accompagnato da una sua compagnia di cavalieri, e fatto circondare il castello, per evitare qualsiasi fuga dell’amante di sua figlia, vi irruppe all’improvviso, e sorpresili a letto, li uccise. L’atto di morte di Laura Lanza e Lodovico Vernagallo, trascritto nei registri della chiesa Madre di Carini, reca la data del 4 dicembre 1563. Nessun funerale fu celebrato per i due amanti, e la notizia della loro morte, o per paura o per rispetto, fu tenuta segreta. La cronaca del tempo lo registrò con estrema cautela senza fare i nomi degli uccisori, scrive Luigi Maniscalco Basile, senza dire nemmeno che cosa era accaduto, mentre il Paruta riporta il fatto nel suo diario, così: "sabato a 4 dicembre. Successe il caso della signora di Carini". Ma nonostante la riservatezza d’obbligo, la notizia si divulgò lo stesso ed il "caso" della baronessa di Carini divenne di dominio pubblico. Il viceré, appena venuto alla conoscenza dei delitti, immediatamente adottò per don Cesare Lanza ed il barone di Carini i provvedimenti previsti dalla legge; furono banditi ed i loro beni vennero sequestrati. Don Cesare Lanza ancora una volta si rivolse a re Filippo II; spiegò i motivi che lo avevano portato assieme al genero a trucidare i due amanti ed avvalendosi delle norme, in quel tempo in vigore, sulla flagranza dell’adulterio, chiese il perdono che fu accordato. Liberato da ogni molestia, don Cesare Lanza riebbe i suoi beni; ancora una volta la Giustizia non lo aveva neanche toccato e giustamente, come scrisse il Dentici, "l’aristocrazia del tempo era al di sopra delle leggi e della giustizia". Anche il barone di Carini, marito di Laura, fu assolto con formula piena, e visse indebitato sino alla sua morte, dopo avere portato al Monte dei Pegni gli ultimi gioielli della sua famiglia.  

I nati di venerdì Per molte persone, il venerdì è ritenuto un giorno nefasto, tranne che per il popolo siciliano. Anticamente pensavano che i bambini nati di venerdì fossero privilegiati: erano ritenuti forti, valenti, scaltri, furbi e potenti a tal punto da maneggiare serpenti velenosi di qualsiasi natura e a far fronte ai lunatici (secondo le credenze del popolo, sono quelle persone che in certe notti acquistano istinti di lupo, pur conservando le forme di uomini). Il "venerino" così chiamato per chi nasce in tale giorno, ha anche la facoltà di vedere le cose occulte e di profetizzare l'avvenire. Gli spiriti maligni non hanno nessuna influenza su di lui. Chi nasce di venerdì, non può essere stregato e può anche abitare in una casa invasa dagli spiriti, senza che venga da questi disturbato. Era usanza per le donne di Trapani, di conservare le uova fatte dalle loro galline, nel venerdì santo. Così come per i Palermitani, che ogni venerdì si recavano alla chiesa delle Anime dei corpi decollati. Dopo aver offerto il loro rosario, le donne andavano ad origliare sopra una lapide per sentire se ciò che esse desideravano venisse loro concesso.  

Il castagno  dei cento cavalli. Celebre per le sue dimensioni è in Sicilia il "castagno dei cento cavalli" situato sulle pendici dell'Etna, nel territorio di Sant'Alfio.

Si narra che, nel XVI secolo, Giovanna d'Aragona, sorpresa da un temporale mentre si stava recando a Napoli proveniente dalla Spagna, trovò riparo con tutto il seguito, composto di cento cavalieri, sotto le fronde del grande castagno.

Sebbene il tronco principale sia bruciato nel 1923, quel castagno appare ancora gigantesco: i suoi attuali quattro polloni hanno una circonferenza complessiva di 50 metri.

Artù nell'Etna Lo Re Artù k'avemo perduto, Cavalieri siamo di Bretagna ke vegnamo de la montagna, ke l'omo appella Mongibello. Assai vi semo stati ad ostello per apparare ed invenire la veritade di nostro sire lo Re Artù, k'avemo perduto e non sapemo ke sia venuto. Or ne torniamo in nostra terra ne lo reame d'Inghilterra 

La poesia, e’ di un autore duecentesco noto come Gatto Lupesco,un nome piuttosto pittoresco che ricordera’ da vicino altre simbologie in italia , legate al mitico rex. La leggenda di Artù nell'Etna è riportata anche negli Otia Imperialia dell'inglese Gervase di Tilbury (XII secolo), il quale l'aveva appresa sul luogo intorno al 1190.

La storia della Fata Morgana La leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferisce in Sicilia tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai non si avvicinano a causa delle forti tempeste, e si costruisce un palazzo di cristallo.

Sempre in base alla leggenda, Morgana esce dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli e getta nell'acqua tre sassi, il mare diventa di cristallo e riflette immagini di città.

Grazie alle sue abilità, la Fata Morgana riesce ad ingannare il navigante che, illuso dal movimento dei castelli aerei, crede di approdare a Messina o a Reggio, ma in realtà naufraga nelle braccia della fata.

La Fata Morgana in realtà non è altro che un fenomeno ottico che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell'isola di Favignana a causa di particolari condizioni atmosferiche. Guardando da Messina verso la Calabria, si vede come sospesa nell'aria l'immagine di Messina e, viceversa, guardando da Reggio Calabria verso Capo Peloro, si vede nello stretto Reggio.

La leggenda del cavallo senza testa. Nasce nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti. Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello, quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda fu confermata.

U Liotru - l ’elefante di Catania Il simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che quando Catania fu abitata per la prima volta, tutti gli animali feroci furono allontanati da un elefante al quale i catanesi, per ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata “liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo bruciato vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché, non essendo designato vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra.

Diverse ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo. Di queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:

quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;

quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la quale l’elefante è una statua magica costruito in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.

Pietra del mal consiglio. Ricorda gli eventi legati alla morte di Ferdinando il Cattolico (23 gennaio 1516), quando il viceré Ugo Moncada rifiutò di lasciare la carica e scatenò una guerra civile partì da Palermo e che funestò la Sicilia per tre anni. A Catania, dove la rivolta aveva numerosi seguaci, i nobili ribelli scelsero per le loro riunioni un giardino nel piano dei Trascini vicino un capitello dorico e un pezzo di architrave, entrambi in pietra lavica.La lotta continuò finche i fautori del Moncada non furono sconfitti. Il nuovo viceré, Ettore Pignatelli, stroncò le ribellioni colpendo direttamente e ferocemente i responabili. Il Senato della città, a ricordo di questi avvenimenti, spostò i due avanzi lavici: il capitello, da allora chiamato "Pietra del mal consiglio" fu innalzato nel piano della Fiera (oggi Piazza Università) mentre l’architrave fu sistemata all’ingresso del palazzo della Loggia. La pietra del mal consiglio nel 1872 fu posta nella corte del Palazzo Carcaci ai Quattro canti. L’architrave si trova nel cortiletto posteriore del teatro Massimo Bellini.

La grotta delle Palombe o delle Colombe La Grotta delle Colombe si trova a Santa Maria La Scala (frazione di Acireale, in provincia di Catania) e raccoglie due leggende. In base alla prima tale

grotta era il rifugio segreto dei due innamorati Aci e Galatea. L'altra racconta la storia della ninfa Ionia che curava dei colombi che ogni inverno si rifugiavano in questa grotta. Purtroppo altre ninfe invidiose ne ostruirono l'entrata facendo morire i colombi e suscitando la disperazione della ninfa che fece crollare la grotta rimanendo seppellita insieme ai suoi amici.

 

Il terremoto del 1693 A questo cataclisma sono legate due leggende catanesi: quella di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa. La prima narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale che gridò a Don Arcaloro di affacciarsi perché gli doveva dire una cosa di grande importanza. Don Arcolaio ordinò che la facessero salire. La vecchia strega confidò al barone che quella notte aveva sognato Sant’Agata che supplicava il Signore di salvare la sua città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi rifiutò la grazia. Il Barone si rifugiò in aperta campagna, dove attese che la profezia della strega si verificasse.

Un vecchio quadro settecentesco di Salvatore Lo Presti rappresenta il barone con l’orologio in mano in attesa dell’evento.

La seconda leggenda è quella del vescovo di Catania Francesco Carafa, capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua città il terremoto. Ma nel 1692 egli morì e l’anno dopo Catania fu distrutta. L’iscrizione posta sul suo sepolcro ricorda proprio tale evento ed il ruolo incisivo delle sue preghiere.

Cola Pesce Nicola fu l'ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d'immergersi profondamente nell'acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott'acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrotto acerbamente:

– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch'egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d'oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un'antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l'imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.

- Voglio esperimentare – gli disse l'Imperatore – quello che sai fare. getto questa coppa d'oro nel mare; tu riportamela.

- Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d'oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse:

- Voglio sapere com'è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l'isola di Sicilia.

Cola s'immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l'Imperatore.

– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l'altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.

Il sovrano volle sapere com'era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.

- Confessalo, Cola, tu hai paura.

- Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l'altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.

Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.

Cola era disceso fino al fondo, dove l'acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch'egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo. www.colapisci.it  

Peppa 'a Cannunera

La rivolta garibaldina a Catania - L'intervento di Peppa 'a cannunera salvò l'insurrezione contro i Borbone alla fine di maggio 1860
(Antonino Blandini)
Maggio 1860: alla notizia che i Mille avanzavano, i patrioti catanesi, dopo i falliti tentativi dell'8 e 10 aprile, decisero d'insorgere, privi di armi e munizioni, lasciando la città, presidiata da duemila militari del gen. Tommaso Clary, per organizzare la rivolta ad Adrano con i picciotti del col. Giuseppe Poulet. Giorno 24 entrarono a Mascalucia, dove l'avv. Martino Speciale eresse il tricolore, per puntare poi su Catania in stato d'assedio, mentre tanti si rifugiavano nei consolati di Francia e Gran Bretagna, dove si era insediato il comitato insurrezionale del marchese Domenico Bonaccorsi Casalotto e del principe Gioacchino Biscari, nonostante che tremila soldati stavano per abbandonare Girgenti e Caltanissetta per Catania. Allorché il 29 arrivò la notizia che Garibaldi era a Palermo, dopo una drammatica riunione fu deciso di rompere gli indugi. All'alba del 31, mentre le campane e i tricolori annunciavano l'insurrezione, una squadra di giovani al grido di "unità e libertà" si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci e Clary ordinò di bombardare la città da una nave da guerra e dal Castello Ursino. Le colonne di Poulet urtarono contro le barricate borboniche erette anche in piazza Università con i libri della Biblioteca.
A questo punto entra in scena Giuseppina, una coraggiosa popolana analfabeta originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, della quale sono state tramandate notizie contraddittorie: nata nel 1826 o nel 1841, figlia d'ignoti o frutto di avventure amorose di un certo Antonino Mazzeo, sensale di agrumi, di cognome Bolognari, Bolognara o Bolognani con riferimento alla balia da cui fu allevata o ad un certo Giorgio che l'avrebbe adottata, o anche Calcagno per una certa Maria, nutrice di trovatelli, alla quale sarebbe stata affidata dalla Congregazione di carità, già a 12 anni serva di un oste e aiutante stalliera in un fondaco a Catania, o vetturina. Si dice che avesse il volto devastato dal vaiolo e che era legata a un suo compagno di avventure, il giovanissimo Vanni.
La giovane è passata alla leggenda col nome di Peppa 'a cannunera per gli atti eroici che le meritarono la medaglia d'argento al valor militare e una gratifica di 216 ducati. La "Bulignanina" si unì ai rivoltosi e li aiutò a trasportare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, a issarlo su un carro e ad installarlo nell'atrio di palazzo Tornabene all'Ogninella. Aperto all'improvviso il portone, la donna, accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i napoletani che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini, ripararono dietro le barricate tra l'Università e il Municipio, lasciando su via Euplio Reina diversi caduti e un pezzo di artiglieria, di cui gli insorti non riuscivano ad impossessarsi per i continui colpi di archibugio, ma che Peppa riuscì a tirare avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune. Verso mezzogiorno, mentre la resistenza s'indeboliva per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, la cavalleria cercò d'aggirare gli insorti. Intervenne l'eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina. Due squadroni di lancieri dal Duomo stavano per sferrare la carica. Gli insorti lasciarono sola Peppa che, rimasta dietro l'affusto, beffò la cavalleria, inducendola all'assalto, spruzzando sulla punta del cannone un po' di polvere cui diede fuoco, dando l'impressione che il colpo avesse fatto cilecca.
La cannoniera sparò al momento giusto decimando il nemico e mettendosi in salvo. L'epilogo della sanguinosa giornata fu negativo per i patrioti: Poulet fu ferito e, dopo 7 ore di guerriglia, ordinò la ritirata. Per 3 giorni la reazione delle soldatesche contro la popolazione fu terrificante. Dopo l'effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Le epiche gesta dell'amazzone risorgimentale furono riportate anche dai giornali stranieri. Peppa, dopo aver fatto da vivandiera alla Guardia nazionale, partecipò anche alla liberazione di Siracusa; nel 1861 o 1876 si trasferì a Messina dove, in abiti maschili, frequentò osterie e caserme, giocando a carte, bevendo e fumando. Caduta nelle mani degli usurai morì tra il 1884 e il 1900.

«Peppa», olio su tela (1865) di Giuseppe Sciuti distrutto nell´incendio del municipio di Catania .

La Sicilia, Domenica 30 Maggio 2010 

 

C'era una volta una principessa greca di nome Filide che si innamorò di Acamante, valoroso figlio di Teseo.

Quando gli Achei partirono alla volte di Troia anche lui, giovane e forte guerriero si unì alla spedizione.
Passarono gli anni e per Filide l'attesa del ritorno del suo amato sembrava non volere finire mai.
La giovane trascorreva il suo tempo in una spiaggia in preda alla preoccupazione ed alla disperazione, nella speranza di vedere apparire all'orizzonte la nave che avrebbe riportato Acamante a casa.
Ma l'ansia fu troppa, tanto da spezzare il suo giovane cuore, così la povera Filide morì di crepacuore

 

 

credendo che il suo amato non avrebbe più fatto ritorno dalla guerra.

Acamante, però non era morto. Solo innumerevoli traversie ne stavano ritardando il rientro dopo che, caduta Troia, la flotta achea aveva issato le vele per rientrare in patria.

Ma quando finalmente giunse era già troppo tardi: la sua amata Filide era già morta. Sulla spiaggia, però, là dove lei aveva trascorso lunghe ore di tristezza e di pianto, Acamante trovò uno snello albero di mandorlo. Preso anche lui dalla disperazione e dallo sconforto, abbracciò ed accarezzò il tronco, perso nel ricordo del suo amore, all'improvviso la pianta si coprì di fiori candidi e profumati.

 

Carmelo Coco
Cani, elefanti, dee e santi (La storia dello stemma e del gonfalone di Catania)

- Qual è il vero significato della A sovrapposta all'elefante nello stemma di Catania?
- Perché Sant'Agata è stata raffigurata armata nel gonfalone di Catania?
- Qual è il motivo simbolico della tazza o piatto sempre presenti nelle raffigurazioni del gonfalone?
- Perché e quando si è confusa la dea Atena-Minerva con Sant'Agata?

Il libro, avvalendosi di due importanti e antichi documenti - mai, finora, messi nella giusta relazione fra di loro - e da evidenze e deduzioni logiche, risponde a queste e altre domande, proponendo una nuova tesi unitaria, sorprendente e originale.

Molte le sorprese:
- Le raffigurazioni del cane cirneco dell'Etna al posto dell'elefante;
- Sant'Agata mancina nelle incisioni fatte realizzare dall'architetto Vaccarini;
- I versi di Ovidio nella statua di Cerere a Catania;
- Un'antica fonte letteraria che invalida la leggenda di Eliodoro.

Completa il lavoro un'appendice con il simbolo dell'elefante nelle monete; una ricerca sul presunto culto della dea Atena in Sicilia e a Catania; una vastissima rassegna descrittiva e iconografica del simbolo dell'elefante con la lettera A sovrapposta e del simbolo dell'elefante con la figura femminile armata.
L'autore, attualmente, scrive spettacoli per il Teatro dell'Opera dei Pupi www.ilpaladino.org ("Leggende Siciliane", in dialetto e in rima) ed è impegnato nella stesura di un ambizioso progetto con i Pupi Siciliani, un fantasmagorico spettacolo con canti, danze, musiche, recitazioni, dal titolo "'A senti 'a vuci ri l'Etna", un omaggio appassionato al nostro amato vulcano.
Di prossima pubblicazione due lavori raffinati e sorprendenti: "L'irresistibile leggerezza della risata" e "Dono, dunque sono".

GIOVANE HOLDEN EDIZIONI - 2011 - Prezzo di copertina 6,00
Richiedere il libro all'indirizzo dell'autore comi44@tin.it


ALCUNE PAGINE DEL LIBRO:
Premessa

Da molto tempo si dibatte sul vero significato da attribuire alla A che sovrasta l’elefante dello stemma di Catania.
Valenti storici e studiosi hanno dato il loro contributo e la loro interpretazione senza giungere, però, ad una certezza conclusiva.
Sono state formulate tre ipotesi:
- A = Aragona in onore della casa reale aragonese;
- A = Atena, per ricordare la dea di un presunto e antico culto cittadino;
- A = Sant’Agata, in onore della Santa cittadina.
Questo studio, avvalendosi di due importanti e antichi documenti - mai, finora, messi nella giusta relazione tra di loro - e da evidenze e deduzioni logiche, propone una nuova tesi, sorprendente e originale, sulla storia dello stemma e del gonfalone di Catania.
Nel 1239 Catania diventò, per concessione di Federico II, città demaniale e ottenne importanti privilegi. In tale occasione furono ideati sia il gonfalone cittadino, sia lo stemma della città. Il gonfalone esisteva già ma era un emblema vescovile con San Giorgio che uccideva il drago. Il cavaliere venne sostituito con una figura femminile armata che sovrastava l’elefante. Per lo stemma si scelse lo stesso simbolo, l’elefante, ma sormontato dalla lettera A.
Nei secoli successivi, e specialmente nel Seicento, lo stemma e il gonfalone subirono arbitrarie modifiche, diminuzioni di simboli, aggiunte e, sopratutto, differenti interpretazioni.
Non sembra azzardato supporre che tali modificazioni siano state dettate da attribuzioni/interpretazioni di carattere intellettualistico/ classicheggiante intese ad avvalorare una presunta forza cittadina.
- Come si è arbitrariamente modificato nel tempo lo stemma e il gonfalone di Catania?
- Quali sono state le idee che hanno inquinato l’originario stemma e gonfalone di Catania?
- Perché e quando si è confusa la dea Atena-Minerva con Sant’Agata?
- Quali sono le incisioni, i bassorilievi, i sigilli che raffigurano, nei secoli, lo stemma e il gonfalone di Catania?
- Perché Sant’Agata è stata raffigurata armata sul dorso dell’elefante?
- Qual è il motivo simbolico della tazza (o piatto) sempre presente nelle raffigurazioni del gonfalone cittadino?
- Qual è il vero significato della A sovrapposta all’elefante?
Questo saggio - grazie a un lungo studio, una lunga ricerca e consultazione di libri, un’attenta analisi di frontespizi di libri antichi e di carte topografiche della città - risponde a queste domande, presentando una vastissima rassegna descrittiva e iconografica del simbolo dell’elefante con la lettera A sovrapposta e del simbolo dell’elefante con la figura femminile armata.
Uno studio che propone, finalmente, una ipotesi unitaria e logica.
Il lavoro è completato da alcune sorprese:
- Le raffigurazioni del cane cirneco dell’Etna al posto dell’elefante;
- Sant’Agata mancina nelle incisioni fatte realizzare dall’architetto Vaccarini;
- I versi di Ovidio nella statua di Cerere a Catania;
- L’errata interpretazione di Palizzolo-Gravina;
- Un’antica fonte letteraria che invalida la leggenda di Eliodoro;
- Un’appendice con il simbolo dell’elefante nelle monete;
- Una ricerca sul presunto culto della dea Atena in Sicilia e a Catania;
- Una Miscellanea con molte curiosità.
Parte di questo studio è stato presentato - assieme ad alcuni bozzetti grafici - durante la mostra “Artisti per Catania” alla villa Bellini il 22 aprile 2007; articoli sono stati pubblicati su “L'Elefantino” (rivista di Storia e Cultura di Sicilia diretta dalla giornalista Stefania Bonifacio). Su questa e su altre riviste cittadine saranno pubblicati gli approfondimenti degli argomenti trattati in questo saggio.
Il libro sullo stemma e gonfalone di Catania è il primo di una serie di pubblicazioni dedicate ai “Simboli della città di Catania e della Sicilia”; è in preparazione il secondo volume dal titolo “Il simbolo della Medusa e della Trinacria in Sicilia” di grande interesse per le novità proposte.
San Gregorio di Catania, 19/07/2010
Un’ antica mappa della città di Catania è inserita nel libro di Pietro Bertelli (autore, bibliopolam e collectore) dal titolo Theatrum Urbium Italicarum, pubblicato a Venezia nel 1599 con descrizioni e piante cartografiche delle maggiori città d’Italia (Milano, Venezia, Roma, Napoli, etc.).
La pianta della città di Catania (il titolo su nastro è Catania in Sicilia Patria di S’ Agata) è disegnata a volo di uccello. Si vedono le mura di fortificazione, il castel Ursino, le porte d’ingresso alla città (Porta de Canali, Porta Reale, Porta della Marina), il vulcano in eruzione (sul quale è riportata la dicitura Monte di Etna).
A sinistra della pianta è disegnato un ovale coronato con lo stemma aragonese, a destra un ovale coronato con la figura femminile armata di spada e scudo.
La figura femminile è posta su un piatto in equilibrio sulla testa di un animale, col muso rivolto a destra, che non ha niente di elefantiaco ma assomiglia fortemente a un cane!
E’ una delle due mappe che si discosta, in modo sorprendente, da quelle con l’elefante come simbolo ricorrente.
Si tratta di un errore, di una cattiva interpretazione, di una cattiva realizzazione stilistica, di una cattiva informazione?
Un altro libro, dal titolo Drepanum, urbs est Siciliae trans Lilybaeum promontorium non procul ab Erice monte del 1625 riporta una figura simile.
Il disegno della pianta è lo stesso del precedente ma con differenze significative: il titolo su nastro è Catania in Sicilia Patria de S’Agatha Virgo et Mar.; lo scudo aragonese non è più un ovale; la scritta sul vulcano è cambiata in La Mons. Etna; mancano le indicazioni delle porte fortificate.
Anche il disegno della figura femminile è modificato. Impugna ancora una spada e uno scudo ma è posta su un piatto poggiato sul dorso dell’animale.
E il disegno del cane, col muso rivolto a destra, è molto definito e non lascia più dubbi di sorta.
Ecco, allora, due interpretazioni molto diverse da quelle finora conosciute.
Questa “anomalia” (cane al posto dell’elefante) è stata mai messa in rilievo dagli studiosi?
Simbologia della tazza e della coppa sul dorso dell’elefante
Nessuno, finora, ha mai spiegato il motivo della presenza della tazza o coppa (quasi sempre riportata, come vedremo, nelle diverse raffigurazioni del gonfalone di Catania) e che mai è stata associata ad Atena-Minerva, che mai è visibile nelle statue, nelle monete, nelle pitture che raffigurano la dea.
Secondo la mia personale opinione, la tazza (o il piatto) è la raffigurazione del contenitore dove sono state poste le mammelle sanguinanti di Sant’Agata per essere portate e mostrate al console Quinziano.
Il piatto e la tazza, a volte grondanti sangue, rappresentano, simbolicamente, il martirio e, anche, il trionfo della Santa.
In molti, quadri raffiguranti il martirio di Sant’Agata, si nota il motivo della tazza e del piatto.
Ecco alcuni esempi:

- nel quadro intitolato Santa Águeda di Francisco de Zurbarán è Sant’Agata a sostenere un piatto con le mammelle asportate (Museo Fabre, Montpellier, Francia);
- nel quadro intitolato Martirio di Sant’Agata di Piero della Francesca è la stessa Santa a reggere il piatto con le mammelle asportate (Perugia, Galleria Nazionale);
- nel quadro intitolato S. Agata di Guido Cagnacci la Santa regge un piatto con le mammelle asportate (Modena, Banca Popolare dell’Emilia Romagna);
- nel quadro intitolato Martirio di Sant’Agata di Giovanni Battista Tiepolo si nota il piatto che servirà per deporvi le mammelle (Basilica di Sant’Antonio a Padova);
- in altri dipinti si nota il piatto dove verranno poste le mammelle sanguinanti per essere portate e mostrate al console Quinziano.
Perché Sant’Agata è raffigurata con le armi?

Il Professore Santi Correnti in Leggende di Sicilia e loro genesi storica (Longanesi, Milano, 1975) scrive: Il campione cristiano è San Giorgio, che nella Sicilia orientale ha avuto sempre una particolare devozione da parte dei fedeli: si pensi che San Giorgio era il patrono di Catania, assieme a Sant’Agata, nei tempi medievali, e fino al 1239 fu il simbolo della città ...
San Giorgio e Sant’Agata erano, dunque, entrambi patroni della città di Catania. Una città retta da un vescovo che aveva, come unico emblema, un gonfalone con San Giorgio.
Probabilmente San Giorgio era raffigurato, secondo la leggenda medievale, con lancia (o spada) nell’atto di trafiggere un drago che eruttava fiamme.
Quando, nel 1239, Catania diventò città demaniale dovette munirsi di uno stemma cittadino. E si pensò di modificare anche l’esistente gonfalone.
Il gonfalone esistente venne modificato e, al posto di San Giorgio, venne rappresentata Sant’Agata sul dorso dell’elefante. Un passaggio, quasi obbligato, da un patrono all’altro: al posto di un leggendario cavaliere venne raffigurata una reale concittadina, martire e Santa.
Con estrema devozione, nel gonfalone cittadino, al posto del cavaliere San Giorgio, i catanesi elessero Sant’Agata. San Giorgio aveva liberato Catania dal diavolo (secondo una leggenda nostrana) e aveva battuto il drago ma Sant’Agata aveva realmente salvato Catania già in diverse occasioni.
Ma perché Sant’Agata venne raffigurata armata?
Se osserviamo attentamente le antiche incisioni che raffigurano San Giorgio e leggiamo le antiche leggende sul drago è facile comprendere: il terrore maggiore che il drago incuteva era costituito dalle fiamme incessanti che sgorgavano dalle fauci dell’animale.
Ma i catanesi conoscevano (e conoscono ancora) fiamme ben più terribili di quelle di un drago: le fiamme e la lava dell’Etna.
Ecco il nuovo drago, terribile e imprevedibile con il quale i catanesi convivevano. Ecco perché Sant’Agata è armata di lancia (o spada) e scudo: per combattere contro il nuovo drago, armata con le stesse armi del cavaliere San Giorgio.
Quando il drago distendeva le sue grandi ali, alto nel cielo, l’orizzonte si oscurava, diventava nero. Poi il drago picchiava sui villaggi, eruttava fiamme e portava morte e distruzione.

L’Etna lanciava lapilli, la cenere oscurava il cielo. Poi la lava sgorgava inarrestabile, incendiava villaggi e portava morte e distruzione.
Come non vedere una precisa correlazione?
Sant’Agata armata sostituisce San Giorgio in una lotta contro un altro drago.
E’ alla Santa che i catanesi affidano la protezione della città contro le eruzioni, le fiamme, la lava di questo drago chiamato Etna.
Quante volte, infatti, è stato portato il velo di Sant’Agata in processione per fermare le colate laviche?

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Copyright 2011: Carmelo Coco

 

 

 

 

 

Marisol - Cuando Te Canses De Llora