Cannizzaro è la più grande frazione del comune di Aci Castello, in provincia di Catania.

L'abitato è disposto lungo il lato ovest del percorso attuale della Strada statale 114 Orientale Sicula che porta da Messina a Catania; questa lo attraversava interamente prima della costruzione della variante attuale che permise di evitare l'ostacolo dei due vecchi passaggi a livello.

Vi si trova anche uno dei complessi ospedalieri più importanti della regione: l'Azienda Ospedaliera Cannizzaro, struttura ospedaliera di Riferimento Regionale di III livello. La principale festa di Cannizzaro è quella di Maria SS. Immacolata Concezione, ad Agosto.

 

 

Fino alla fine degli anni settanta era costeggiato dalla linea ferroviaria Messina-Catania che lo chiudeva tra i due passaggi a livello eliminati in seguito alla costruzione, più a monte, del nuovo tracciato a doppio binario. In seguito ai lavori anche la stazione ferroviaria è stata integralmente ricostruita in altra sede; oggi Cannizzaro è munita di una moderna stazione ferroviaria ed è sede di un terminal ferroviario merci costruito alla fine degli anni settanta.

Dal 1915 al 1934 la località era servita dalla tranvia Catania-Acireale.

 

 

 

 

 

I SCOGGHI I PAPIRA (Gli scogli dell'oca)

Abbiamo lasciato Ognina e siamo a Cannizzaro.

Superati «'i Vasciuliddi», un tratto di mare aperto la cui bellezza e ricchezza dipendono dalla presenza di anemoni di mare, di alghe rosse e violacee e di tutte le livree multicolori dei labridi.

Questo tratto di mare, il cui fondale scende dolcemente in un blu intenso e profondo, ha preso il nome di un pennuto palmipede che tutti conosciamo: l'oca. Sapevamo del passo dell'oca, del gioco dell'oca, della pelle d'oca, ma non degli scogli dell'oca o, meglio, degli «Scogghi 'i pàpira».

La curiosa denominazione, la cui origine non è certa, serve ad indicare ai marinai che il sito è pericoloso per le reti da calare.

La vicenda, che vuole invece proprio in quel posto la nascita di una «paparedda», è forse frutto della fantasia o dello scherzo di qualche marinaio mattacchione.

 

 

 

A PUNTA 'E L'OMU (La punta dell'uomo)

 La troviamo subito dopo «'i Vasciuliddi» di fronte all'Acqua 'e Pepiri. Un piccolo scoglio in mare (un isolotto in miniatura) proprio accanto ad un alto spuntone di roccia. Tra i due, dove è possibile transitare in barca soltanto durante l'alta marea, notiamo un fondale roccioso molto irregolare:

qui di vari metri, lì di qualche metro. Nel tratto di fondale più basso, detto «zotta», i raggi solari, penetrando, con-sentono la crescita di quello che noi chiamiamo «lippu»: il cibo preferito dai «muletti», che sulla «zotta» un tempo si facevano numerosi, specie nel pomeriggio.

 

 

 

Però le barche, anche quando il tratto di mare era agibile, non vi transitavano per evitare che i furbi «muletti» se la svignassero. I marinai facevano allora scendere uno di loro (un uomo) sullo spuntone di roccia adiacente per sorprendere il pesce e fiocinarlo d'astuzia.

Chi, di solito, si appostava era un esperto «fiscinaru». Questa complessa ed ingegnosa operazione d'astuzia diede il nome alla punta che, tuttora, viene chiamata «Punta 'e l'omu».

a punta 'e l'omu

 

A CACCARA (La calcara)

Poco prima dell'hotel «Baia Verde»  una piccola cala, detta «Caccara», nota agli «addetti ai lavori» per la sua posizione strategica: qui fu possibile la cattura di grandi quantità di acciughe senza l'ausilio delle reti.

Ciò capitò, più d'una volta, a barche con «lampara» che, in cerca di «ancileddi» , ebbero la sorpresa di essere abbordate da grossi branchi di acciughe.

I marinai allora, non avendo reti a bordo e non trovando chi potesse circuire i pesci, li conducevano pian piano fin dentro la cala, portandoli fin sugli scogli. Lì, quasi all'asciutto, avevano poi la possibilità di «'ncupparli» (catturarli con il retino), facendo così un grosso e originale bottino e rientrando quindi in porto «naci-naci» (con barche stracolme).

Sebbene il pescato sia oggi scarso non è detto che, presentandosi una «buona annata», non sia possibile il ripetersi di simili eventi.

II posto prese il nome di «Caccara» per la presenza di una fornace, che non doveva essere lontana e che riceveva — via terra — pietre bianche per farne calce.

 

 

U SAUTU DO CORVU (Il salto del corvo)

Il «Corvu» si trova sul lungomare Ognina-Acicastello, sotto l'hotel «Baia Verde»

Ahuu... carusi, viriti ca malu tempu c'è!...». Questa era la voce che il marinaio-meteorologo faceva passare, quando udiva i corvi gracchiare  sulla punta più alta della nostra scogliera. Già oasi di natura, è il picco emergente di un complesso lavico dove, dall'alba al tramonto, i corvi volteggiavano per calarsi nei tafoni e bere l'acqua che vi si raccoglieva.

Parliamo del «Corvu»: un'impressionante montagna di lava a picco sul mare, rigogliosa di macchia mediterranea: rovo, olivastro, fico d'India, cappero, ecc.

Prima, però, di abbordare «'u sàutu 'u Corvu», vogliamo darvi notizia della relazione fatta da Carlo Gemmellaro in ordine agli studi sull'azione chimica e corrosiva del mare, compiuti su un campione di roccia prelevato nella zona. Della dotta relazione, letta all'Accademia Gioenia di Scienze Naturali nella seduta ordinaria del 27 agosto 1829, leggiamo insieme un cenno:

 

«Questo pezzo di masso fu staccato dal fianco che presentano al mare le lave, che dallo scaro dell'Ognina si estendono sino ad Acicastello, e dal luogo precisamente detto salto del Corbo, d'onde sono provenienti forse tutti que' massi rotolati di natura simile, i quali si veggono ammontati presso la spiaggia orientale dell'Ognina [...] Si dà il nome di salto del Corbo ad un buon tratto di scogliera fra l'Ognina ed Acicastello. I pescatori distinguono poi con vari nomi quasi ogni scoglio. Il luogo d'onde questo masso fu strappato porta una indecente denominazione [...]  Esso è, come vedete, ridotto ad una forma di vespaio, bucato e corroso, con un labirinto di andrivieni, di archi, di volte e di colonnette, ed è nel tutto a prima vista un oggetto di mera curiosità. Ma se noi, come dobbiamo, vogliam penetrare addentro nella vera causa che da compattissimo masso di lava, un pezzo così logoro lo rese, abbiamo, son sicuro, di che scientificamente occuparci [...] Questo masso che osservate così logoro e bucato non è poi che una porzione d'una gran superficie di lava tutta corrosa anch'essa ed impraticabile; ed è in quel luogo del salto del Corbo, che voi osservar potete in grande l'effetto della forza solvente e meccanica delle onde, che in questo esemplare potete appena ammirare [...] Riepilogando [...] possiamo stabilire [...] che l'agente principale di questa forza solvente è il muriato di soda, sia per l'azione dell'acido sopra alcune basi, sia per la soda che scioglie la silice [...] Ma che a verificarsi la corrosione delle lave per questo processo, moltissimo tempo si richiede; e che nulla è la forza chimica delle acque in paragone de' grandiosi effetti della lor potenza meccanica».

Il luogo di cui parliamo e le sue adiacenze, che hanno preso nome di contrada Corvo, comprendono anche una serie di splendide grotte (la cui sommità i marinai chiamano «'a cruna d'i rutti»), che proteggono dalla vista del cemento e dal rumore del traffico.

Le grotte, ricche di pesci e crostacei, con le pareti a picco sul mare, le secche, che salgono verso la superficie da fondali profondi, e le praterie di Posidonia (anche qui intervallate da distese sabbiose), rappresentano la parte più attraente e spettacolare della nostra scogliera: i giochi di colore delle sue acque sono così decisi e intensi che sembrano appartenere alle acque dei mari del Sud.Questo era il luogo più noto e più idoneo per la pesca dei ricci.

 

 

U PALUMMU (Il Palombo)

Mentre proseguiamo il nostro viaggio, diretti verso Acicastello, ci viene ora indicato uno scoglio proteso in mare, denominato «Palummu», che è un noto punto di allineamento.

Gli allineamenti, che sono linee ideali che passano per due segnali sulla costa (chiese, monti, ciminiere, ecc.), sono necessari ai fini dell'orientamento e della individuazione dei tratti di mare da attenzionare.

Il marinaio conosce a memoria il comportamento dei pesci e regola di conseguenza le sue azioni, dirigendo le sue ricerche verso i posti ritenuti più pescosi.

Uno di questi era quello il cui sito veniva calcolato mediante l'allineamento tra «l'avvuliddu»  e lo scoglio del «Palummu» ed il riferimento tra il primo faraglione e la Punta aguzza. Il calcolo effettuato porta ad una profondità di circa quarantacinque metri.

Solo con la barca allineata in tal modo era possibile calare la «palummara»  che, in caso diverso, si sarebbe trovata distesa nel posto inesatto. Con un riferimento errato, ad esempio quando «affacciava» (si intravedeva) il faraglione, si correva il rischio che la rete finisse sulla secca chiamata «'u scogghiu d'u rèntici» , oppure sugli scogli detti della «Carrubba», dove non solo non avrebbe catturato «palummi», ma subito sicuramente seri danni.

Lo scoglio, per essere stato punto di riferimento per la pesca dei palombi, prese quindi il nome di «Palummu».

 

 

 

L'ACQUA E CAPRI (L'acqua delle capre)

Superato il «Palummu», poco prima di giungere di fronte all'Hotel Sheraton, ci vogliamo soffermare davanti ad un tratto di scogliera, detta comunemente «L'acqua 'e capri».

La denominazione «Acqua delle capre» sembra aver tratto origine sia per la presenza di uno sbocco in mare d'acqua dolce (oggi semisommerso da grossi sassi), che consentiva ai pastori di abbeverarvi il gregge, sia perché — come scriveva il D'Arcangelo —: «Sotto gli stessi scogli scaturiscono piccole fontane d'acqua, limpide e fresche [...] dolci e soavi al gusto, che nel fine del bere vi si sente un certo gradissimo sapore di latte» . Quanto riferito è per noi poco credibile, perché la logica dei marinai o della gente del posto, non poteva certamente affidarsi a voli poetici, ma più semplicemente, cercato un punto cui fare riferimento, vi ricamava poi con un po' di fantasia.

Piuttosto, visto che il luogo non era certamente idoneo per pascolarvi il gregge, né tantomeno per farlo dissetare, crediamo (come del resto ci viene confermato dai marinai) che la sorgente e quindi il luogo presero il nome di «Acqua 'e capri», perché le massaie vi lavavano la lana che, stesa ad asciugare sugli scogli, veniva poi cardata sul posto.

Secondo informazioni storiche, da questo luogo, prima che la lava del 118 a.C, passando per la Licatia, andasse al mare e distruggesse «Catania e i suoi contorni» , riuscendo a modificare per intero la fisionomia del posto, la costa, dopo aver tracciato un arco, si inoltrava fino all'odierna zona del Canalicchio.

 

L'acque 'e capri, pressi Sheraton

 

L'acqua ritenuta saluberrima doveva essere l'acqua del Fasano; il bosco sacro poteva essere il bosco che circondava un tempio dedicato alla «Bella dal tallon di perla figlia di Cadmo, Ino chiamata al tempo che vivea tra i mortali: or nel mar gode divini onori, e Leucotea si noma» Da qui il nome della località, che venne chiamata Licatia, e quindi Leucatia.

Anche Stesicoro, parlando dell'amore di una giovane di nome Calica, riferisce di una rupe — chiamata Scoglio di Leucate — dalla quale la fanciulla, per un amore non corrisposto, si lanciò «nei gorghi dello Ionio», trovandovi la morte .

  

pressi ex Ristorante Selene

 

A PUNTA A UZZA (La punta aguzza)

Superata «L'Acqua 'e capri» proseguiamo ora — sempre diretti a nord — in direzione di Acicastello, osservando l'ultimo tratto di scogliera, prima di cogliere in lontananza l'incanto della rocca del castello di Aci.

Qui turisti italiani e stranieri si stendono a prendere il sole sugli scogli e credono per un momento di essere in uno dei paradisi della Polinesia.

Il mare e il panorama sono quasi gli stessi e le bellezze naturali e l'acqua cristallina danno uno straordinario senso di quiete, che contrasta con il caos della strada, che costeggia il mare e gli ormai pochi giardini di ulivi, mandorli e limoni che una volta profumavano l'aria di intense fragranze.

Siamo nella «Punta Aguzza» o, più semplicemente, «'nta Uzza».

Il luogo, così ameno per turisti e bagnanti, non fu altrettanto accogliente per quei marinai che, come nei pressi della «Punta 'e Jaliuni», a bordo di antichi velieri furono qui sorpresi da improvvise burrasche, essendo la «Uzza» uno dei luoghi più esposti ai venti di tramontana e di grecale. E più d'una volta, non potendo fronteggiare la furia degli elementi della natura, non raggiunsero il porto di destinazione.

Si racconta di un veliero che, effettuata la prima virata in prossimità della «Punta 'e Jaliuni», non riuscendo qui ad effettuare la seconda, per il forte vento si trovò scarrocciato proprio sulla «Punta aguzza» e affondò assieme al carico. Da allora, e per tanto tempo, la punta anzidetta portò il nome di «Punta di S. Croce» perché, nel posto in cui il bastimento fece naufragio, mani pietose avevano deposto una croce in memoria dei marinai scomparsi. La «Punta aguzza» si trova subito dopo il lido «Esagono».

 

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le descrizioni dei punti sono stratte, a spezzoni, da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

 

 

 

  

 

Aci Castello (C.A.P. 95021) dista 208 Km. da Agrigento, 136 Km. da Caltanissetta, 9 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 105 Km. da Enna, 87 Km. da Messina, 258 Km. da Palermo, 113 Km. da Ragusa, 67 Km. da Siracusa, 365 Km. da Trapani.

Il comune conta 19.122 abitanti e ha una superficie di 865 ettari per una densità abitativa di 2210 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona pianeggiante, posta a 15 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in via Dante n. 28, tel. 095-7111654 fax. 095-7111620. L'indirizzo di posta elettronica è il seguente: acicastello.sindaco@tau.it.

Importante stazione balneare, Aci Castello vanta una ricca produzione di agrumi, olive, uva, mandorle e cereali. Fiorente è l'allevamento di bovini grazie alle numerose aree adibite a pascolo. Nel settore dell'artigianato spiccano gli oggetti lavorati in legno.

 

Il nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica e costruito nel 1076 dai Normanni. Il primo borgo venne fondato intorno al castello e venne ceduto dal conte normanno Ruggero ai vescovi di Catania. Intorno al 1170 venne completamente distrutto da un terribile terremoto e solo nel 1530 fu ripopolato con l'annessione dei vicini paesi di Ficarazzi e Aci Trezza. Nel 1647 appartenne alla nobile famiglia Massa e ad essa rimase sino all'abolizione del regime feudale.

Di notevole interesse architettonico risultano essere la Chiesa Madre con notevoli affreschi opere di Pietro Vasta (1697-1760) e il Castello normanno, oggi sede di un Museo, costruito con pietra lavica proveniente dal monte Etna.

È interessante ricordare che il primo caffè letterario di tutta Europa ebbe sede in Francia e venne fondato nel 1686 da Procopio dei Coltelli nativo di Aci Trezza, oggi frazione di Aci Castello, col nome di Cafè Procope per far conoscere in quel luogo gli ottimi gelati siciliani.

 

 

Il Castello Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di questi luoghi.

 

L'arrivo degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi.

La fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il 1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto. Sono ancora visibili, all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie della Santa al vescovo Maurizio.

L'affresco, purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di "romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro nome.

Nel l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.

Il possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.

 

Quando però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio. Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in possesso dei vescovi di Catania.

Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.

Quando però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno, chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel 1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia, passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu liberato.

 

Nel 1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono aragonese di Sicilia.

Martino, approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona, che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme. Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande afflusso di pubblico.

Martino fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).

Nel 1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di 20 onze d'oro.

 

Successivamente, nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci, Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il Municipio, seguì la stessa sorte.

La prima battaglia menzionata dalla storia fu quella che nel 414 a.C. vide in lotta Magone generale cartaginese contro Leptine siracusano. La vittoria dei Cartaginesi consolidò il loro dominio sulla Sicilia Orientale. La posizione che il Castello occupa non passò inosservata agli Arabi ed ai Normanni, che tanta parte ebbero nella cultura della nostra terra.

Distrutto in un primo tempo (902) dagli Arabi fu poi ricostruito dal Califfo Al‑Moez.

Circolò per anni la leggenda che nel suo museo esistesse la testa del ciclope Polifemo, in quanto per molto tempo si credette d'aver trovato il cranio del Ciclope con un solo occhio. La scienza ha vanificato questa leggenda, idenficando il cranio con quello dell'elefante Falconeri, per l'appunto il nostro elefante nano.

Non mancano a completamento della sezione i fossili dei vegetali, tronchi, foglie, alghe e i pesci fossili su tripoli del Messiniano risalente a circa 8.000.000 di anni fa, periodo in cui, chiusosi lo Stretto di Gibilterra, il Mediterraneo si prosciugò lasciando grossi laghi.  

L'uomo è stato l'ultimo a comparire sulla terra ed ha seguito un lento e faticoso processo detto appunto di ominazione. I calchi dei crani acquisiti presso il Museo dell'Uomo di Parigi ci consentono di seguire attraverso lo studio e l'analisi dei tratti somatici tutte le modificazioni che hanno portato l'uomo da un aspetto simile alla scimmia all'aspetto attuale.  

A questa parte si aggancerà la sezione archeologica con i manufatti del paleolitico, mesolitico, neolitico nonché di età greca, romana, medievale.  

A ciò si aggiungerà una sezione dedicata al materiale archeologico subacqueo frutto in una recente donazione, che permetterà di studiare la navigazione, la storia commerciale e storia politica della nostra zona.  

Interessante é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto, piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000 fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa patronale.

Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura:

"PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".

Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi. Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa. Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo.

Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza" che, tra amori,  tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

 

Il Castello dal Lungomare Martinez

 

Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Negli anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico, del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.

Dal 1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre, convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il passato.

La grotta sotto il castello  è un classico esempio di scolamento lavico, ove insieme alle formazioni geologiche quali i «denti di cane» vive una fauna tipica da grotta quali i ragni e i pipistrelli. I pochi cocci rinvenuti parlano del periodo denominato «Castellucciano», databile intorno al 1800‑1400 circa a.C. In questa età, mentre in altre zone della Sicilia era uso scavare le tombe a grotticella artificiale nel calcare, nelle zone laviche intorno all'Etna (es. Adrano), data la durezza della lava, si sfruttavano come sepolture le grotte che si erano formate all'interno delle varie colate laviche di età molto antica.

Certo è necessario operare una ricerca approfondita nella zona al fine di ben individuare i vari periodi archeologici che si sono susseguiti nel territorio di Acicastello, visto che esistono parecchie testimonianze che vanno dal neolitico al periodo bizantino: resti di asce litiche, strumenti di selce e ossidiana, ceramica preistorica, fram~ menti di età greco~ellenistica, romana, bizantina. Le fonti classiche parlano del fiume Aci e in relazione a questo fiume è la statio di Acium a 9 miglia da Catania e a 24 da Naxos, citata nell'itinerarium Antonini.  

 

 

Giacinta Pezzana (Torino, 28 gennaio 1841 – Aci Castello, 4 novembre 1919) è stata un'attrice teatrale italiana.
Iscrittasi all'Accademia Filodrammatica di Torino nel 1857, fu respinta per mancanza di attitudini l'anno seguente; continuò quindi gli studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti. Esordì in teatro nel 1859 con la compagnia Prina-Boldrini; passò quindi nella compagnia piemontese Toselli, una compagnia dialettale nella quale ottenne i suoi primi successi. Nel 1862 diventò prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. Il suo repertorio comprendeva le tragedie di William Shakespeare, le commedie di Carlo Goldoni e i drammi romantici.
Nel 1863 sposò lo scrittore Luigi Gualtieri, dal quale si separò alcuni anni dopo.
Nel 1865 passò nella compagnia di Luigi Bellotti Bon, e nel 1868 nella compagnia del Teatro dei Fiorentini di Napoli. Costituì quindi una sua compagnia, insieme con Luigi Monti e Guglielmo Privato. Nel 1873 partì per una lunga tournée in Spagna, Portogallo, in Sud America e nell'Europa orientale, rientrando in Italia per una breve pausa nel 1877. Nel 1879 al Teatro dei Fiorentini portò in scena Teresa Raquin di Émile Zola, considerata la sua interpretazione più celebre; gli altri interpreti del dramma erano Giovanni Emanuel e una giovanissima Eleonora Duse.
Lasciata l'attività regolare, negli anni successivi Giacinta Pezzana fece solo sporadiche apparizioni e nel 1887 si ritirò ad Acicastello. Tornò sulle scene nel 1895, ma non per stagioni regolari, salvo qualche breve eccezione. Nel 1910 fece un'altra tournée in Sud America, e si stabilì per qualche tempo a Montevideo, dove aprì una scuola di recitazione.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale rientrò in Italia. Nel 1915 interpretò il suo unico film, Teresa Raquin, diretto da Nino Martoglio. Si ritirò definitivamente ad Aci Castello, dove morì nel 1919.
La Pezzana incarnò un nuovo modello di attrice a cavallo tra Ottocento e Novecento: sobria, elegante, dotata di fisico statuario[1], trasformò i personaggi da lei interpretati creandoli da capo e dando loro un respiro "altro" rispetto alla consueta visione che si aveva di essi[2]. Fu maestra ammirata di Eleonora Duse e donna emancipata, come testimoniano le sue epistole con alcuni personaggi femminili dell'epoca tra i quali Sibilla Aleramo. Ancora prima di Sarah Bernhardt recitò en travesti il ruolo di Amleto, dimostrando grande coraggio e spirito di innovazione.

 

Vissuto sempre ai piedi del Castello fu chiamato dagli Arabi «Al-Yag». Esistono tracce di un passato medievale in un troncone di mura costruite utilizzando la pietra lavica. Il suo nome è legato alla leggenda del fiume Aci, che un'epigrafe settecente~ sca posta sul prospetto della chiesa di S. Mauro definisce «Acensitim faecunda parens»: madre feconda degli Acesi.

I terribili cataclismi del 1169, terremoto, maremoto, e una colata lavica di notevoli diniensioni,, dispersero gli abitanti della zona che si trasferirono nelle zone vicine. Colpito dal terremoto del 1693 fu ricostruito nel 1718.

Costruito su un'immensa rupe, prodotta da un'eruzione sottomarina, formata da un ammasso di pillows di lava, il Castello s'innalza scuro e imponente sulla piazza, come la prua di un'immensa nave.

L'impianto attuale di chiara impronta normanna lascia intravedere qua e là resti di passate civiltà. Resti di una probabile porta romana e una grotta che ricorda le tholos Micenee del XIII sec. a.C. ci inducono a pensare che il Castello, proprio per la sua posizione, sia stato abitato da civiltà diverse non esclusi Fenici, Greci e Romani per i quali il nome era «Rocca Satumia».  

 

 

 

 

Lasciato il borgo di Ognina, ha inizio uno dei più suggestivi litorali della costa jonica di Sicilia, tre miglia di litorale basaltico interrotto da sette grotte, battezzato Costa dei Ciclopi. Risalendo, la prima località che s’incontra è Aci Castello, facilmente riconoscibile per la rocca basaltica a strapiombo sul mare, su cui è arroccato il Castello di origine normanna, edificato come difesa costiera. La tappa successiva il villaggio di pescatori di Aci Trezza con il suo accogliente porticciolo turistico: due moli convergenti, il Nord banchinato, che termina con una piccola darsena, e il sud formato da due tronconi, orientati a est e nord-est. C’è un piacevole via vai di barcaioli-taxi, di pescatori e di imbarcazioni per la visita della Costa, il chiosco “Luna Rossa” proprio sul molo e, sulla piazza del paese, un’infinita scelta di trattorie e ristoranti di pesce.

 

 

«Terra vergine e selvatica abitata da Ciclopi e Lestrigoni» così Omero definisce la Sicilia e da qui è nata la leggenda dell'identificazione dell'isola Lachea e dei faraglioni con i massi che Polifemo, accecato e furente, scagliò contro Ulisse e i suoi compagni.  

Accanto a questa leggenda è fiorita anche quella del fiume Aci, che ha dato il nome ai vari paesi che attraversava. Il mite pastorello Aci, era innamorato della dolce Galatea, ma Polifemo reso folle dalla gelosia perchè pazzamente innamorato della Ninfa5 uccide Aci con un enorme masso. Gli Dei, mossi a pietà dallo strazio di Galatea trasformarono il pastorello in fiume che scorrendo perenne, trova‑ pace e ristoro tra le braccia di Galatea che l'attende nell'azzurro Ionio ove si fondono in un abbraccio senza fine.

La fantasia popolare ha probabilmente in tal modo spiegato eventi e cose naturali, ammantandole di una dolce poeticità. Polifemo potrebbe essere la personalizzazione dell'Etna, Galatea la spuma del mare, Aci il fiume‑ che sfociava nei pressi di Capo Mulini.  

Si narra che Aci Castello e le altre Aci traggano la propria origine da Xiphonia, misteriosa città greca scomparsa, probabilmente oggi in comune di Aci Catena. I poeti Virgilio e Ovidio fecero nascere il mito della fondazione alla storia d'amore tra una ninfa chiamata Galatea ed un pastorello chiamato Aci, e del ciclope Polifemo. In epoca romana esisteva una città chiamata Akis, che partecipò alle guerre puniche. La storia della medievale Jachium e poi dell'araba Al-Yag coincide strettamente con quella del Castello di Aci da cui si può desumere buona parte degli avvenimenti storici ed a cui si rinvia.

Di questo periodo è la fondazione del Santuario di Valverde. La storia di Aci Castello sarà praticamente condivisa fino al XVII secolo con quella degli altri casali del territorio di Aci a cui si può far riferimento. Sotto il dominio spagnolo, nel XVII secolo, il notevole sviluppo economico di Aquilia Nuova (Acireale) causò contrasti e rivalità con gli altri casali che chiedevano l'autonomia amministrativa. Vi sarà quindi la separazione dei casali di Aci. Nacquero: Aci Bonaccorsi (1652), Aci Castello (1647) (comprendente anche Aci Trezza), Aci S.Filippo ed Aci Sant'Antonio (1628) (comprendente anche Aci Valverde, Aci S.Lucia ed Aci Catena).

 

 

Nel XIX secolo, nell'allora borgo marinaro di Aci Trezza, lo scrittore Giovanni Verga ambientò il romanzo "I Malavoglia".

Miti: "Aci e Galatea" e "Ulisse e Polifemo"

Acicastello ricade nel territorio di Aci, ossia quei centri che hanno una storia che li ha accomunati per diversi secoli e la stessa discendenza nel mito di Aci e Galatea. Il mito risale al I secolo a.C. ed è riportato nelle Metamorfosi di Ovidio. Il pastorello Aci amava Galatea, ninfa delle acque, che dimorava nel mare antistante la costa acese. Ma ella era amata anche da Polifemo, un ciclope che per quell’amore rifiutato soleva calmare la sua ira lanciando massi infuocati dall’Etna. 

Polifemo un giorno sorprese la candida Galatea adagiata sul petto di Aci, impazzito dalla gelosia scaglio una parte del monte sul suo rivale, seppellendolo. La ninfa pianse il sul amato e l’eco di quegli strazi giunse fino a Giove che donò al giovane nuova vita. La roccia si fessurò ed Aci fu tramutato in limpido fiume per riversarsi in mare e riabbracciare in eterno il suo amore. L’altro mito è legato ai luoghi si riscontra nell’Odissea di Omero. Ulisse (Nessuno) con i suoi uomini sbarcano sulla costa, ma si imbattono i Polifemo, che li sorprende nella sua caverna. Fatti prigionieri, il ciclope fa scempio di alcuni marinai, ma l’astuto Ulisse riesce ad ubriacare Polifemo ed accecarlo del suo unico occhio posto al centro della sua fronte. Il Ciclope furente cerca di riprenderli, ma Ulisse ed i marinai superstiti prendo il largo con le navi, anche se inutilmente, Polifemo cerca di colpirli lanciando loro enormi massi, ovvero i faraglioni che stagliano antistanti la costa di Acitrezza.

 

 

Da Aci Castello a Capomulini
Un arcobaleno di storia e colori.  Uno dei tratti più suggestivi della costa che offre al visitatore innumerevoli bellezze
Aci Castello, Aci Trezza e i faraglioni. Un panorama eccezionale che si offre a coloro che fanno ... Se la Sicilia intera è una terra felice per tutto quello che generosamente sa offrire a chi la visita, la costa bagnata dal Mar Jonio è così ricca di doni naturali e storici che di meglio è difficile trovare.
A picco sul mare, Aci Castello, venne fondato dai Normanni: nel 1706 un castello, attorno al quale si formò il borgo, fu concesso da Ruggero ai Vescovi di Catania. Nel 1169 un terremoto distrusse in parte il borgo, cosicchè la maggio parte degli abitanti si trasferì nel territorio circostante; successivamente il paese fu ripopolato.

 


 

Mentre il castello appartenne a Ruggero di Lauria, venendo espugnato nel 1297 da Federico II d'Aragona, il borgo rimase a lungo possesso dei Vescovi di Catania. Passato in seguito agli Aragona, Aci Castello fu acquistato nel 1760 da Giuseppe Emanuele Massa. Il castello, assai pittoresco per la sua posizione su una roccia vulcanica e per il colore scuro delle sue cortine, risale, come già detto al periodo normanno (XI secolo), ma si presenta soprattutto nei rifacimenti dei secoli XIII-XIV, con robuste torri merlate. Sul litorale si elevano grandi spuntoni basaltici, sul maggiore dei quali sorge il castello che dà nome al paese.
Si arriva ad Aci Trezza, un piccolo borgo di pescatori dominato, dalla parte del mare, dai Faraglioni dei Ciclopi le cui masse laviche nere ed appuntite emergono dalle acque cristalline. Nell'Odissea si narra che questi fossero i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse che l'aveva accecato lanciandogli un dardo infuocato nell'unico occhio. L'eroe era poi fuggito con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope. Di fianco si erge l'isola Lachea, oggi sede di una stazione biologica dell'Università di Catania.

 

 

Il porticciolo, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra popolato dai fantasmi dei personaggi di Verga, la Maruzza e gli altri Malavoglia, che attendono ansiosi scrutando il mare, nella vana speranza di avvistare la Provvidenza con il suo carico di lupini. Ed è proprio ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La terra trema", rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato tratto.
Un chilometro più a nord-est si trova Aci Trezza, fronteggiato dagli alti scogli basaltici noti come "Faraglioni" o come "Ciclopi". A breve distanza si trovano Cannizzaro e Ficarazzi rispettivamente a sud e ad ovest del capoluogo. Senza dimenticare Capomulini, un piccolo borgo caratteristico, sede di un porticciolo attraente, così come il suo lungomare.
Arriviamo, infine, ad Acireale che trae il suo nome dalla mitologia e precisamente dalla leggenda dei Ciclopi (cantata dai greci e dai latini Ovidio e Virgilio), legata alla storia d'amore tra la ninfa Galatea e il pastore Akis (in latino Aci), perseguitato dal rivale Polifemo e trasformato poi in fiume dal Dio del mare Poseidone. Sulle rive del fiume Akis, oggi scomparso, vissero popolazioni primitive e, verso la fine del VIII secolo, coloni greci vi fondarono una città dal nome Akis, della quale non è mai stata identificata l'esatta ubicazione.
La Sicilia 24/03/2012

 

 

 

 

I SPIDDI DO CASTIDDAZZU

 

 

Castello di Aci Castello, tra storia e paranormale sulle sponde del mar Ionio

19 gennaio 2013 by Redazione S.a.r.de.              

 

Oggi per la rubrica“Le Nostre Indagini” Vi proponiamo un’analisi di uno dei monumenti della sicilia orientale più comunemente noti agli appassionati di paranormale: Il castello Normanno di Aci Castello. Cominciamo con alcuni cenni storici sulla fortezza che ci permetteranno di capire meglio le origini di tali fenomeni.

 Aci Castello è il primo centro della riviera dei Ciclopi, così chiamata per gli scogli che emergono dal mare e che sembrano gettati da un gigante; la leggenda narra che fu Polifemo accecato a scagliarli contro Ulisse in fuga. Il paese fu distrutto da un terremoto nella seconda metà del 1100 e gli abitanti furono costretti a riparare in località vicine, che a loro volta si svilupparono come centri autonomi e oggi sono riconoscibili dal prefisso Aci (Acitrezza, Acireale ecc.).

 Il castello di Aci Castello, distante pochi chilometri da Catania, è famoso per la rupe basaltica in cima alla quale sorge il castello  che da il nome al paese.

 La composizione della roccia sulla quale sorge l’edificio è estremamente rara e ne esistono pochi altri esempi.

Si è originata da un’eruzione vulcanica basaltica marina di oltre 500.000 anni fa, la pietra lavica è ricoperta da una crosta vetrosa (generata dalle alte temperature del magma) e divisa all’interno in prismi. Questa particolare forma e struttura è dovuta alla presenza di sabbia e argilla nel fondale originario e dal raffreddamento repentino del magma, causato dal contatto con l’acqua fredda del mare.

 Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina.

Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico all’interno della fortezza, attestano l’antica frequentazione di questi luoghi.

 Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo. Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell’arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell’ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella “Le stoffe del Castello di Trezza” che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

Numerose sono le leggende che vengono associate alla rocca di Aci Castello (Catania), adagiata sul mare, riguardo la presenza di fantasmi che dopo la mezzanotte si aggirano tra le stanze segrete o nelle tetre prigioni dove la storia descrive di morti in battaglia e di detenuti lasciati morire di fame. Di avvistamenti se ne parla da tanti anni; ne parlò il custode di un tempo oggi defunto, che disse di aver visto dei soldati a spasso entrare nelle stanze dove si trova il museo civico. Pare che qualche castellese sia rimasto una notte ad aspettare i fantasmi munito di macchina fotografica. Un’altra vicenda riguarderebbe due impiegate comunali che, al termine di una manifestazione tenutasi sul castello, si attardano a ripulire e sistemare le stanze del maniero normanno. L’orologio segnava le tre di notte e un leggero venticello avvolgeva la rupe dando un po’ di frescura alle stanche lavoratrici. Ad un tratto un rumore stridente, forse di catene, rompe il silenzio di una sonnacchiosa notte d’estate. Le malcapitate si guardano in faccia, capiscono che qualcosa di strano sta accadendo, pensano entrambe la stessa cosa ricordandosi le leggende dei fantasmi, e allora giù di corsa per le scale del castello a gambe levate.

Anche noi di SARDe abbiamo voluto approfondire tali argomentazioni e con i nostri strumenti ci siamo recati all’interno del Castello per fare alcuni scatti e monitorare alcuni ambienti nei quali, secondo i racconti sopracitati, si sono verificate delle attività paranormali. Qui di seguito Vi postiamo una presentazione che racchiude diverse immagini, tra le quali due in particolare che, grazie all’applicazione di particolari filtri di contrasto, sembrano rivelare due volti sulle rocce all’interno di una delle stanze.

 http://sarde.altervista.org/2013/01/19/castello-di-aci-castello-sintonia-di-storia-e-paranormale-che-si-affacciano-sul-mar/

 

 

 Aci Castello: i fantasmi del Castello normanno

 I fantasmi del Castello normanno di Aci CastelloLa manifestazione era appena finita. Le stante e i corridoi del Castello normanno di Aci Castello ne erano state la location ideale. Due impiegate comunali si erano attardate per ripulire tutto.

 Ormai erano le tre di notte. E le due donne erano stanche. Un leggero soffio di vento aleggiava intorno alla rocca dove sorge il castello. Dava alle due donne un po’ di refrigerio dalla calura ossessiva di quei giorni, che non dava scampo nemmeno durante la notte.

 Tutto era silente. I lavori procedevano tranquilli, interrotti solo dalle voci delle due donne, e da qualche loro motto salace. Ma nulla di più. Finché non lo sentirono.

 Un rumore, dapprima flebile, poi assordante. Come di qualcosa di pensante che venisse trascinano per terra. Come se si trattasse di catene.

 Le due donne si immobilizzarono di colpo. Erano terree in volto. All’inizio fu come se non capissero. Poi si ricordarono delle tante leggende di fantasmi che giravano intorno a quell’antico maniero. Si guardarono. E se la diedero a gambe levate.

 Tempo pochi, pochi secondi e le due donne si ritrovarono nel mezzo di Piazza castello. Dove solo la presenza di qualche persona in carne e ossa riuscì nuovamente a tranquillizzarle.

 Un’altra storia fu poi raccontata dal custode del castello. Questi affermò di aver visto dei soldati in arme che si aggiravano per le stanze del museo. I fantasmi delle persone che vennero uccise e torturate nelle sue anguste segrete.

http://www.storiedifantasmi.it/2012/06/fantasmi-aci-castello-castello-normanno/

 

Jean Calogero: Catania 20 Agosto 1922 - 15 Novembre 2001. Fin dall'adolescenza ha manifestato la sua passione per il disegno e la pittura e ha cercato negli studi artistici la risposta ai suoi quesiti tecnici, alle sue costruzioni compositive, alle sue necessità espressive.

Nella città etnea ha frequentato il Liceo Artistico. Poi i disagi del dopo-guerra e il bisogno di guardare lontano, verso i luoghi del confronto delle idee, lo hanno spinto a viaggiare e si è recato in Francia sia per approfondire gli studi che per conoscere le nuove tendenze dell'arte.

Nel 1947 è a Parigi dove frequenta i corsi di pittura all'Ecole Des Beaux-Arts. La capitale francese è il luogo ideale per le sue aspirazioni professionali e per i suoi sogni creativi.

Vive in maniera intensa, dedicandosi alla pittura e allo studio e, coinvolto dai momenti più vivaci della vita culturale parigina, partecipa alle mostre e ai dibattiti di maggiore rilievo.

Del 1949 è il suo primo contratto artistico, lo firma per la Galerie Hervé di Parigi che, notoriamente in quegli anni, seguiva gli svi- luppi della giovane pittura europea.

Calogero fa della Francia la sua seconda patria e inizia con coraggio e sentimento una frenetica attività espositiva che, grazie al consenso della critica, lo porterà in giro per il mondo.

Alle innumerevoli mostre parigine, negli anni cinquanta, si aggiungono le esposizioni americane a New York (Associated American Artists, 1952), a Los Angeles (James Vigevano Galleries, 1953) e poi in seguito anche in Giappone e nelle maggiori gallerie italiane. 

A Gauthier seguono George Waldemar (1956), Francois Christian Toussaint (1957), Leonardo Sciascia (1969) e poi in tempi più recenti Vanni Ronsisvalle (1977), Vito Apuleo (1979) e Francesco Gallo (1985).

Se George Waldemar mette in evidenza lo spirito d'avventura dell'artista ("Calogero si avvia a conquistare nuovi continenti e isole misteriose. I suoi vivi interessi, il suo osare, il suo spirito d'avventura e il suo istinto come un lirico visionario...") Sciascia consacra Calogero tra i surrealisti: "Direi, ecco, che Calogero è un surrealista quale poteva nascere in Sicilia: uno che non opera l'epanchement du rêve dans la vie réelle, ma totalmente sfugge alla vita reale".

Nel 1957 la città di Parigi lo premia con la Grande Medaglia d'Argento, massimo riconoscimento ad artisti viventi, e successivamente, nel 1959, viene inserito nel catalogo internazionale dell'arte BENEZIT tra i più autorevoli della pittura mondiale.

Dagli inizi degli anni settanta, dopo avere esposto a Chicago (Florida Gallery, 1970), si fa più presente in Italia ma mantiene il suo studio parigino e continua ad esporre negli Stati Uniti e in Giappone.

Dal 1971 la stampa italiana, che per vent'anni avveva riportato l'eco delle mostre francesi e americane, si inserisce nel vivo del dibattito artistico riguardante Jean Calogero grazie a Vincenzo Di Maria.

Il 25 Aprile 1971 dalle pagine de "La Sicilia" Di Maria finalmente chiarisce il rapporto tra Calogero e la sua terra e pubblica una visione struggente della piccola Acicastello.

Se a Parigi Jean Calogero rievoca la Sicilia, i suoi miti, i suoi colori forti e luminosi, ora ad Acicastello fa riemergere la capitale francese carica di glamour. Parigi e la Sicilia negli anni settanta, e anche in seguito, costituiranno così la linea preferenziale dei suoi sogni pittorici, dei suoi spostamenti fisici e la critica saprà coglierne puntualmente il significato, il valore.

Così scrive Vanni Ronsisvalle a tal proposito: "Jean Calogero è un buon nuotatore ed anche un buon trasvolatore. Un viaggio, due viaggi tre viaggi...Dal vecchio porto di Acicastello...da questo golfo della memoria altrui, che gli fornisce persino il bagaglio, Calogero intraprende i suoi viaggi" (da "Viaggi Innaturali", Roma 1977).

Negli anni novanta, lontano da ogni clamore, vive un'intensa stagione artistica caratterizzata dalla presenza delle città vissute e dalle città del sogno. Il suo pennello indagatore, i suoi colori vivaci, il suo segno allegro e festoso viaggiano tra le nuvole e le cupole dei luoghi cari alla memoria, tra il cielo e l'acqua dei mari attraversati... Da Jean Calogero - "Le città del mondo" Acicastello 1996 (Paolo Giansiracusa)

http://www.jeancalogero.it/

 

 

 

Come arrivare: Acicastello, che dista solo 9 km. da Catania, è raggiungibile in auto o in pullman dal capoluogo etneo in circa 10 minuti, attraverso la S.S. 114 o attraverso il lungomare La scogliera. dall'autostrada Messina-Catania, svincolo Acireale e proseguire sulla S.S. 114 -  dall'aeroporto,  tangenziale in direzione Messina, uscire allo svincolo Catania Est e proseguire per la S.S. 114 - Trasporti urbani ed extraurbani: AMT - Linea 448 Cannizzaro/Catania - Linee 334 e 335 Acicastello/Catania Taxi Tel: 095 274135

 

La cappelletta dell'Ecce Homo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STABILIMENTI BALNEARI RIVIERA DEI CICLOPI

 

 

Acquarius

95021 Aci Castello (CT) - Via Pezzana Giacinta, 18
095 7111550 - 095 271708
Esagono
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 46
095 271877
La Posada
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 32
095 274460

Bellatrix

Via Musco, 1 95121 Aci Castello Catania
095 4911314 - 095 494765

Grotta Smeralda

Via Antonello Da Messina, 11 - 95021 Aci Castello (CT)

095 271576

Lungomare
Piazza del Tricolore, 1 - 95127 Catania
095 376456

Camping Ionio

Via Villini a Mare, 2 - Catania 
Tel. 095 491139

Acicastello

Via Del Porto 2 Aci Castello (CT)

095 271160

Portofino

Via S. Maria La Scala Acireale

095 891545

La Terrazza
95024 Acireale (CT) - Via Della Marina

095 877470

 

Aldebaran 
95126 Catania (CT) - Via Villini a Mare, 34
095 7137236

Lido Dei Ciclopi

95021 Aci Castello (CT) - Via Provinciale, 2
095 7117105 - 095 276601

La Risacca
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 62
095 274177

La Battigia

Viale Ruggero Di Lauria, 2 - 95127 Catania (CT)

095 387898

LiCuti
95126 Catania (CT) - Viale Ruggero Di Lauria, 4

San Telmo

Via Mollica, Aci Castello (CT)
Tel. 095 7112410

Baia del Gambero

Via S.G. Li Cuti 80. 95127 Catania

095 376281 - 095 382556

Helyos

Piazza Europa - 95129 - Catania
095 375080
Camping Jonio

Via Acque Casse, 39 - Catania 
Tel. 095 491139

Mediterraneo

Via Gurne - Acireale

095 877489

 

 

U SCOGGHIU DU SCECCU (Lo scoglio dell'asino)

Doppiata la «Uzza», prima di puntare su Acitrezza, il nostro cicerone ci indica ora uno scoglio di roccia lavica nera e lucente e ci informa che nelle sue vicinanze è molto frequente la presenza di numerosi saraghi: i petulanti e ciondoloni che dappertutto trovano dimore temporanee tra buchi, crepacci ed anfratti. Ma non di rado, distratti come sono, finiscono anche su distese sabbiose. Non sono peraltro pesci viaggiatori, non indulgono ad avventurose esplorazioni e non si allontanano molto da quel tratto di litorale in cui hanno scelto di dimorare.

«Bastiano, ma lo scoglio che c'entra?...».

«Ah... sì, lo scoglio viene chiamato «'u Schogghiu d'u sceccu», perché consente di pescare stando comodamente seduti a cavalcioni, pur dovendo «cummàttiri»  con i trafficoni e indaffaratissimi saraghi».

 

S. MAURO A RENDI (S. Mauro appena visibile)

Se sulla linea retta, che passa per i segnali della chiesa di S. Mauro ad Acicastello e del castello, la prima è nascosta dal secondo, il sito viene chiamato «S. Mauru ammucciatu»; se, invece, spostandosi la barca (verso sud o verso nord), la chiesa di S. Mauro comincia ad intravedersi, il sito viene detto «S. Mauru a rendi» (rendersi appena visibile); se la barca continua ancora a spostarsi e la chiesa non appare interamente visibile, il sito si chiama «S. Mauru affacciatu»; quando, invece, è interamente visibile, il sito è denominato «S. Mauru apertu».

Costeggiamo la rocca del castello di Aci, mentre il nostro accompagnatore accenna a nomi e luoghi che sanno prevalentemente di leggenda: Galatea, Polifemo, i Ciclopi.

I prachi 'i Santu Mauru

 

La nostra guida ci conduce al largo per indicarci un sito, noto ai marinai come «S. Mauru a rendi», e per spiegarci come si allinea la barca tra «'u castiddazzu» e la chiesa di S. Mauro, se si vogliono trovare dei fondali che, costituiti per lungo ed ampio tratto da «rinazzu» (sabbia grossolana), «ospitano», in determinati periodi dell'anno, grandi quantità di «ciciareddu» .

Questo pesce, che appartiene alla famiglia degli Ammoditi, ama seppellirsi con molta abilità nella sabbia? ma può anche nuotare rapidamente. Appare in primavera, spesso in grandi sciami e in vicinanza della costa per deporre le uova; il suo sapore è simile a quello dell'«ancileddu» e dell'acciuga. La sua presenza (almeno nel golfo di Catania) si riscontra esclusivamente nelle zone di «S. Mauru a rendi».

Località Bagnaculo in Acicastello (Santu Mauru affacciatu)

C'ERA UNA VOLTA "LA FOSSA DEI SERPENTI"

C'era un tempo che bastava (per modo di dire, perchè allora era un lusso arrivarci)  un sorbetto, una capannina piena di note e colori e la brezza marina.

l'invano tentativo del sindaco Castorina, negli anni Novanta, di riportarla in vita.

Alla sera, una magica insegna sulla piazza cominciava a prendere luce.........

 

  

Località Fossa dei Serpenti, punto Santu Mauru apertu.

 

 

La Praca, il mitico campo di pallanuoto dello Sporting Club

ACI CASTELLO. – Imperterrito, dopo aver superato il mezzo secolo di vita, il campo di pallanuoto è tornato ieri mattina a piazzarsi ai piedi del Castello di Aci ed è stato subito preso d’assalto dai tanti giovani già da giorni in attesa, intenti a «palleggiare» in acqua o fra gli scogli della Praca. Il mare era calmo (o quasi) ma all’orizzonte i «palummeddi» (le increspature bianche, ad indicare le onde create dal vento) lasciavano presagire che il mare non sarebbe stato tranquillo per molti bagnanti sulle spiagge, considerato che il greco-levante avrebbe esercitato la sua spinta, sconsigliando fra l’altro la tanto attesa uscita in barca ai tanti dallo stomaco debole. Infatti, da mezzogiorno in avanti le onde sono aumentate e sono stati parecchi a procurarsi graffi nei tentativi di aggrapparsi allo scoglio per salire dall’acqua. La foto, scattata nel pomeriggio, ci mostra il campo resistere agevolmente alla spinta del vento e delle onde: una porta è stata messa giù; ma più che il mare sarà stata l’opera maldestra di qualcuno che avrà cercato di aggrapparsi sopra per riposare. In ogni caso, il campo ha ripreso la sua storica vita e, anche se non ospita più partite di campionato, per tutta l’estate sarà frequentatissimo da campioni e campioncini, alle prime o alle ultime armi, maschi e femmine che, magari ormeggiando al largo la barca (è più facile che parcheggiare per le vie cittadine), non resisteranno al richiamo dei palloni gialli o rosa. Il mare castellese, intanto, domenica mattina si prepara a ricordare il suo eroe del nuoto siciliano dell’immediato dopoguerra, Pippo Lanzafame, che proprio ai piedi del castello costruì la sua fama di grande nuotatore.

Enrico Blanco - Giornale "La Sicilia"

http://akis.altervista.org/blog/index.php?entryid=1220

 

gli splendidi spalti per vedere, in piedi, le partite di pallanuoto.

 

Lo S.C. PALLANUOTO ACICASTELLO è stato fondato nel 1958, ma la sua affiliazione alla FIN risale solo alla stagione 1964. Ha militato con alterna fortuna dal 1964 al 1974 nei Campi di Promozione arrivando nella stagione 1975 in SERIE C. Ha giocato in SERIE C dal 1975 al 1991 retrocedendo poi in SERIE D dove è rimasto fino alla stagione 1998; ma alla fine del campionato una nuova promozione in SERIE C, nel 1999 si e’ classificata al 3° posto. Nella stagione 2000 seconda classificata nel girone otto di SERIE C ammesso con ripescaggio in SERIE B, dove ha militato con buoni risultati.

 

La limpida acqua della "Praca", vista da piazza Castello

 

a Pracuzza

 

LE "PIETRE" DELLA ZONA DI ACITREZZA

 

 

U FARAGGHIUNI D'ACEDDI (Il faraglione degli uccelli)

Usciti dall'ambito del mare di Aci Castello, il nostro accompagnatore ci conduce ora ad Acitrezza, nella terra dei Malavoglia, laddove il carattere forte e generoso della natura di Sicilia trova la sua massima espressione nell'incantevole scogliera e nei mitici faraglioni, che ricordano le antichissime vicende del mondo omerico e la storia della nostra marineria.

Siamo nei pressi dei Faraglioni, vicino al primo dei tre poetici scogli, dove tra la roccia nidificavano i passeri; è per questo che venne chiamato «'u faragghiuni d'aceddi» .

Ecco perchè si chiama "U faragghiuni d'aceddi"

 

Nei pressi dell'imboccatura del porticciolo, il posto dove tempo addietro c'erano «'i du frati»: due scogli identici, che affioravano durante la bassa marea. Pericolosi per la navigazione, vennero eliminati.

Più avanti si trova una secca detta «'a Petra 'a sappa», così chiamata perché popolata dalle onnipresenti spaventatissime salpe (Box salpa), che quando fuggono lo fanno con tale precipitazione che si dirigono indifferentemente verso il fondo o verso il largo; l'importante per loro è fuggire il più freneticamente possibile.

Una serie infinita di luoghi, di riferimenti e di allineamenti in mare, di cui è ricchissimo il vocabolario del marinaio e di cui diamo solo qualche cenno, giacché non possiamo elencarli tutti:

- «'i Prachi 'i S. Mauru» , un sito conosciuto soprattutto perché nelle sue vicinanze è possibile la cattura di buone quantità di pagelli («lùvuri»);

- «'a Pitrudda» , punto di riferimento a sud dell'isola Lachea;

- «'a Ciacca 'e l'isula , ppa chesa 'i S. Giuvanni» , allineamento che serve a trovare le coordinate per la ricerca di una grande secca dove sono presenti rilevanti quantità di «sàuri».

 

Il faraglione grande

 

Poi il nostro accompagnatore — che non smette mai di parlare — ci indica «'u Scogghiu d'u zu' Janu», tra il faraglione centrale e quello degli uccelli, il cui nome trae origine dalle controversie tra «'u zu' Janu» e un delfino, che si trastullava con i suoi «bulèstrici» .

Passando ora a ridosso del faraglione più grande , il simpatico «Bastiano» non dimentica di informarci che in fondo al mare c'è «'a Testa 'e Mussolini».

Sul momento la notizia ci lascia un po' perplessi, però ci viene subito spiegato che si tratta solo di un frammento di roccia, la cui forma richiamava (nel profilo) la testa di Mussolini, staccatosi dal faraglione in seguito alla magna tempestas maris della notte tra il 31 dicembre 1972 e il 1° gennaio 1973.

Tra gli scogli di Acitrezza, non può certo fare a meno di indicarci — sorridente — «'u Lettu d'a zita»: una secca in prossimità dello «Scaru nicu», affiorante durante la bassa marea, dove è possibile, inquinamento permettendo, stendersi comodamente a prendere il bagno, come sdraiati sul letto della fidanzata.

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descrizioni tratte, a spezzoni, da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

La testa del mostro

 

 

 

 

 

IL BANACHER

In città non si parla d'altro. In programma per sabato una serata speciale per ricordare, rivivere e festeggiare i "primi quarant'anni" della storica discoteca

 La Sicilia, giovedì 29 Maggio 2014

 

In città non si parla d'altro. L'attesa cresce man mano che si avvicina la data. Una data che è destinata a entrare nella storia della night life catanese (per la quantità di gente che presenzierà all'evento), come nella storia è entrato il giorno che si sta festeggiando: la "prima" del Banacher, quaranta anni fa, anno 1974. Quarant'anni densi di vita, personaggi, musica, aneddoti, amori, primi baci, miti della canzone italiana, regie piene di giovani dalle belle speranze e dai grandi sogni, vinili e tormentoni. Quaranta anni segnati dalla presenza e dallo spirito dei fratelli Enzo e Paolo Aronica che nel 1974 scommisero tutto sull'attività dell'intrattenimento notturno, dopo i primi successi del '70 con lo Snoopy e il Charlie Brown e aprirono la discoteca all'aperto più grande d'Europa. Per generazioni e generazioni di catanesi, infatti, il Banacher ha rappresentato il primo approccio con il mondo sociale, la prima uscita serale da soli con gli amici, il primo bacio.

 

 

Da qualche anno Paolo non c'è più, ma sabato sera una ventata di amarcord soffierà fortissima tra le palme secolari del Banacher sussurrando il suo nome. Ci saranno le foto a ricordarlo, come quella con una giovanissima Ornella Vanoni, ci saranno gli amici di sempre, ci sarà il patron Enzo Aronica, i figli e chi lo ha voluto bene.

«Per festeggiare saranno riuniti i protagonisti del passato e del presente - spiega Mimmo Polizzi, che coordina i tantissimi gruppi organizzativi uniti per l'evento - alla consolle ci sarà il grande ritorno di chi oggi è un trend setter o un rinomato chef, un politico, un giornalista e di chi non ha rinunciato alla passione per vita notturna ed è ancora "in pista" per far ballare le nuove generazioni. Abbiamo suddiviso le aree musicali in "Yesterday" (1974- 1990), Millennium (1991/2004) e "Today" (2009-2014) per accontentare tutti i gusti, dal rock al pop, dalla disco all'house music. Ci sarà anche Davide Cordova, la drag queen Fuxia la cui vita ha ispirato il film di Sebastiano Riso "Più buio di mezzanotte" presentato a Cannes».

Carlo Corona e Aurelio Sapuppo curano la mostra fotografica che raccoglie storici scatti della movida catanese, ricordando il compianto produttore e manager Checco Virlinzi. Su Facebook impazzano i video-inviti prodotti ed editati da Carlo Corona. C'è Salvo Di Dio, quello che faceva le serate del martedì anni '70. C'è Nico Negretti che non ha un'età, è Nico e basta. Lui è nato facendo cocktail e continua a farli. C'è Giulio Fortini che sfoglia le pagine di Look '87, spolvera vecchi inviti e articoli del giornale, C'è il Mick Jagger etneo, Gigi Tropea che improvvisa una sfilata, ci sono Toti Vitale, Zapato, Carlito e Carmelo Quartarone. Chissà quanti altri ci saranno sabato sera a festeggiare 40 anni di movida notturna a Catania.

EVA SPAMPINATO

 

La signora Maria era vedova da almeno 30 anni. Da qualche tempo, ogni sabato e domenica, era seduta lì, nella panchina circolare della piazza principale di Acicastello, maltempo permettendo.
Non si preoccupava tanto dei gradi centigradi, che fossero tanti o pochi, lei era sempre seduta col suo cappellino in testa, il cappotto, i guanti, gli stivali, la sciarpa etc.. SEMPRE!
In tanti si chiedevano come mai la signora Maria non si fosse voluta più risposare. "Perché amava troppo don Pippo, ecco perché...", dicevano i saputelli di turno. E probabilmente era vero, seppur gli spasimanti non le fossero mancati.
Ogni sabato e domenica passava la sua mattinata lì, come se quella panchina fosse sua, come se ci fosse scritto il suo nome. Non che si facesse notare molto, tipa taciturna la signora, dai gesti minimali: sembrava quasi una statua, col suo sguardo fisso nel vuoto. Di lei si accorgevano solo gli abitudinari del luogo.
"Starà pensando ai tempi belli, a quando don Pippo ancora campava...", diceva chi la conosceva superficialmente.
Qualche settimana dopo, una domenica mattina di bel sole, noto che la signora Maria non è seduta sulla sua solita panchina. "Beh, magari starà male, è pur sempre una signora anziana, sono cose che capitano", mi dico. Il giorno dopo, domenica, idem.
La settimana seguente è molto piovosa, il paese è semi deserto. Fortunatamente il week end viene risparmiato e già da venerdì pomeriggio il meteo si sistema del tutto. Arrivo in piazza la domenica mattina verso le undici. Faccio qualche foto al Castello, ai faraglioni di Acitrezza che si vedono da lontano, e poi mi giro verso "la" panchina: della signora Maria, ancora, nessuna traccia. Molto strano.
Comincio un pò a preoccuparmi, anche se io e lei non abbiamo mai scambiato una parola in vita nostra. Ma lei è ormai una specie di "istituzione", una di quelle presenze che ti "cunottano", se ci sono. E che ti danno da pensare quando invece spariscono.
E così vado al bar della piazza, e con la scusa di un caffè chiedo alla cassiera: "Mi perdoni, sà per caso che fine ha fatto quella simpatica vecchietta che...".
Non faccio in tempo a finire la frase che la cassiera mi interrompe e mi dice: "La signora Maria? Adesso abita col signor Franco, qui vicino, a Vampolieri!", e mi sorride.
"Il signor Franco?", rispondo un pò attonito.
"Ma sì, il padre del gestore della pizzeria qui accanto!"
Improvvisamente mi viene un flash, che per uno che fà il fotografo è quasi un colmo.
Ecco perchè la signora Maria stava seduta sempre lì, fissa! Di fronte a lei c'era proprio la pizzeria!
E non fissava mica il vuoto, ma probabilmente il signor Franco, che di sicuro la ricambiava!
E il sabato e la domenica sono i giorni in cui la pizzeria era aperta!!!
D'un tratto mi sento sollevato, e mi viene fuori un sorriso a 32 denti.
Non bisogna mai pensare al peggio, e non bisogna dare nulla per scontato. Anche a 80 anni suonati le persone possono ancora stupire... e innamorarsi.
Foto e testo di: Salvo Puccio

 

 

 

 

 

 

Proseguendo verso nord si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di Verga I Malavoglia. E' famosissima   è una  caratteristica cittadina sul mare, famosa per il suo castello in pietra lavica, eretto nel 1.076. Alcune sale del castello ospitano il museo civico. Ai piedi del castello vi è una splendida scogliera su un mare limpido dai vividi colori. Soprattutto d'estate è meta di turisti e villeggianti, che invadono le sue spiagge rocciose, le sue vie e la sua superba piazza a picco sulla scogliera lavica per godere lo scenario di luci e di colori e la magica atmosfera tipicamente mediterranea. Proseguendo verso nord si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di Verga I Malavoglia. E' famosissima anche perchè abbraccia nel suo mare anche perchè abbraccia nel suo mare l'isola Lachea ed i Faraglioni, che diedero lo spunto alla  leggenda omerica di Ulisse e Polifemo, descritta nell'Odissea. Acitrezza è sicuramente una delle perle del Mediterraneo, una località ambita dai turisti di tutto il mondo, perchè offre uno scenario stupendo con il suo bellissimo mare, con i faraglioni e con il suo caratteristico porticciolo turistico. E' anche molto nota per i suoi ristoranti, ove si cucina con arte antica e sapiente il pesce fresco del suo mare, che ha un sapore unico, perchè vive in un habitat particolare prodotto dalla roccia lavica dei suoi fondali.

Aci Trezza si riconosce per i suoi faraglioni, scogli in pietra lavica, che la leggenda vuole fossero stati lanciati dal Ciclope contro la nave di Ulisse che lo aveva accecato; non lontana è la piccola isola Lachea (nome che significa “pianeggiante”), sfrangiata sul mare aperto, meta amata per passeggiate romantiche (sull’isola ci sono anche due musei, uno, vicino alla battigia, sede del laboratorio della stazione marittima di biologia, l’altro, nella zona alta, con esemplari provenienti dalla Riserva). L’intera area è infatti protetta, anche per quanto riguarda i fondali che comprendono formazioni vulcaniche “pre-etnee” e sono una meta molto apprezzata dai sub e dai sea-watchers con maschera e boccaglio.  

Sulle onde della provvidenza "Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda"

Si ripercorre l'ultimo viaggio della "Provvidenza", partendo dal porto di Acitrezza spostandosi verso Capo Mulini e giungendo sin dove sfocia il fiume Aci. Si ammira il paesaggio, un intreccio di verde e di azzurro, cu cui si stagliano gli "scogli giganteschi" sul mare "bello e traditore" e poco distante il piccolo golfo, l'elevarsi improvviso d'una rupe erta, ritta sul precipizio spumeggiante de mare. L'abilità degli uomini l'ha trasformato in un imprendibile maniero, alto sull'abisso nero di lava, ruvido di crepacci e trabocchetti. È la singola rocca di Acicastello.  

Il Cantiere peschereccio Rodolico.

ll cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie a Salvatore Rodolico che insieme al figlio Sebastiano cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta", ne è memoria una piccola via che porta il nome di: "Via Rodolico". Gli strumenti utilizzati al tempo, per dar vita alle barche di legno, erano l'ascia, la sega a mano, il chianozzo (pialla a mano), il chiano (pialla lunga) e i virrina (i trapani a mano). Gli anni '60 segnano l'inizio di una stagione florida per il cantiere che, passato nelle mani di Salvatore Rodolico (figlio di Sebastiano), comincia a costruire imponenti pescherecci di legno. Le commesse erano tantissime: arrivavano dalla Toscana, dalle isole Eolie e dall'isola D'Elba. Intanto il cantiere si era stanziato all'interno del porto di Acitrezza,  proprio dirimpetto all'isola Lachea, mentre andava sviluppandosi la pesca con i pescherecci anche a Trezza. Grazie alla gran quantità di commesse, anche da Acitrezza, il cantiere diede in quegli anni lavoro a più di 20 persone. Oggi non costruisce più imponenti pescherecci, l'ultimo risale al 1989, ma continua ad esistere grazie ai lavori di manutenzione e costruzione di piccole barche di legno. Passato in mano al giovane Sebastiano Rodolico (figlio di Salvatore) continua nella sua secolare arte di dar vita alle barche a legno. La tecnica, seppur con qualche variante dovuta alla nuova tecnologia, è sempre la stessa: "il fasciame di legno viene attaccato con la chiodatura zincata, poi il comento (le fessure tra un legno e l'altro) vengono chiuse con la stoppa catramata e quindi con la lanata (un pennellone) si passa, sul fasciame esterno, la pece per proteggere lo scafo (oggi sostituita con stucchi e pittura)". Le barche che solcano il mare di Trezza sono resistenti come una volta e l'arte dei maestri d'ascia attira, oggi anche, tantissimi turisti che percorrendo il Lungomare dei Ciclopi rimangono estasiati nel vedere quegli artigiani al lavoro.

Il testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net

 

 

Trezza, la battaglia dell'ultimo mastro d'ascia

L'avvocato: «Non si può considerare quella bottega alla stregue delle pizzerie: quello è un pezzo di storia da tutelare»

di Alfredo Zermo

 

Aci Trezza. Da che mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua. Centoquaranta anni fa Giovanni Verga scriveva così della famigliuola di padron ‘Ntoni, ma oggi quelle stesse parole tornano attuali per raccontare la storia dei Rodolico, laboriosa famiglia trezzota che costruisce barche di legno da quattro generazioni e che conserva nelle mani un'arte difficilmente tramandabile se non in bottega ma che ora rischia di scomparire, cancellata da una burocrazia cieca e insensibile, dietro la quale secondo voci di paese si nascondono pure interessi privati ancora poco chiari.

Le mani di Giovanni Rodolico, ultimo mastro d'ascia in attività nella Riviera dei Ciclopi, sono segnate dal lavoro, sono ruvide, nodose come la corteccia e dure come il tek. Sono le mani di un vero e proprio artista, mani che in tanti anni hanno solo misurato, lavorato, plasmato, dipinto tavole di legno. E che ora fanno incredibilmente fatica alle prese con tutte le "carte bollate" che sta affrontando per salvare la sua attività, il Cantiere Rodolico, una pluridecorata bottega artigiana che da oltre cento anni ha sede nel cuore del porto di Aci Trezza, ma che qualcuno oggi non vuole più.

 

Le male lingue dicono che dietro il tentativo di smantellare lo storico cantiere ci sia il progetto di riconversione dello scalo di Aci Trezza in porto totalmente turistico. E la recente approvazione da parte del Consiglio comunale di Aci Castello dell'atto di indirizzo del nuovo piano regolatore del porto già puzza di bruciato. Si prevede infatti che i pontili galleggianti siano gestiti dal Comune, come il campo boe, per attuare una riconversione degli operatori della pesca trezzota (in grave crisi) in ormeggiatori e operatori portuali.

Ed è proprio il Comune castellese che ha ha accelerato l'agonia della famiglia Rodolico che negli anni ha già dovuto combattere contro l'avvento della vetroresina prima e contro un mercato sempre più industriale poi. Mentre oggi si trova a combattere contro un "mostro" chiamato burocrazia.

Da quando l'area del cantiere da demanio marittimo è passata sotto la competenza del Comune, per i Rodolico è cominciato un "calvario". Prima il rifacimento del Lungomare di Acitrezza che ha costretto i proprietari a ricostuire e ridimensionare il cantiere, poi le multe per occupazione abusiva di suolo pubblico, poi le richieste di adeguamento a varie norme con conseguente acquisto di nuovi macchinari, poi le sanzioni per il mancato smaltimento di rifiuti speciali, poi le cartelle esattoriali per le tasse dei rifiuti non pagate e adesso anche la pretesa dell'Imu sul demanio pubblico in concessione (?). Con richieste di pagamenti per migliaia e migliaia di euro. E addirittura con la revoca della concessione per quei poco più che cento metri quadri occupati oggi dallo storico cantiere che una volta era il "padrone" dell'area portuale.

«Siamo stati costretti a notificare al Comune il ricorso contro la decadenza della concessione - afferma l'avvocato Gatenao Spoto Puleo, al quale la famiglia Rodolico si è affidata cercare di districarsi fra sanzioni, ricorsi e notifiche - ma la nostra intenzione è quella di continuare a dialogare con l'amministrazione per salvare la storica attività del mastro d'ascia.

 

 

Non vogliamo arrivare alla battaglia legale, ma speriamo di convincere il Comune che non si può considerare il cantiere navale alla stregua delle pizzerie. Quello è un pezzo di storia e come tale va tutelato».

Basterebbe stare qualche ora lì, davanti ai Faraglioni, per rendersene conto e vedere turisti che quotidianamente si avvicinano per immortalare quell'artista che nel suo piccolo antro suda e si sbraccia per dare forma a un pezzo di legno. Oppure intere classi dell'Istituto Nautico portate lì in gita didattica dai professori per capire come si fa a costruire una barca senza progetto e senza computer ma con la sola arte conservata nelle mani del mastro d'ascia.

Filippo Drago, il sindaco di Aci Castello, da cui dipende la frazione di Aci Trezza, meno di un mese fa si era detto disposto ad "accompagnare" i Rodolico in un percorso normativo che permettesse al cantiere di essere messo in regola e continuare la sua storia. «Ma quando sembra che si possa trovare una soluzione - racconta ancora l'avvocato Spoto Puleo - succede qualcosa che cambia le carte in tavola, come la richiesta di pagare per un anno la concessione su oltre 1.000 metri quadri porto quando il cantiere ne occupa poco più di 100. E oggi tra l'altro non costruisce più grandi pescherecci, ma si limita al restauro di poche e piccole imbarcazioni in legno».

Le barche di legno trezzote sono state anche inserite nel Registro regionale delle eredità immateriali della Sicilia. Una tradizione che oggi ha pure la possibilità di essere tramandata ancora da padre in figlio, visto che il primogenito di Giovanni vuole guardagnarsi il titolo di mastro d'ascia.

 

al centro, u "scogghiu do Zu Janu

 

Al fianco della famiglia Rodolico oggi si schiera quasi un intero paese. Sono partite raccolte di firme, raccolte di fondi per sostenere le spese legali, gruppi di opinione sui social network e sono in programma anche manifestazioni di piazza in difesa di questo baluardo della tradizione marinara della città dei Malavoglia. Una vera e propria iniezione di fiducia e di coraggio per Giovanni che non vuole arrendersi al "mostro" chiamato burocrazia mentre il padre Salvatore - iscritto nel 1986 nell'Albo d'onore dei maestri d'ascia del Ministero della Marina mercantile - è pronto a incatenarsi alla porta del suo storico cantiere per difendere l'arte di famiglia.

Certo è strano che in un paese che finisce ogni anno su Striscia la Notizia per la fognatura che scarica a mare sotto piazza Padre Pio, si facciano tanti sforzi per affossare un'attività tradizionale che è anche un richiamo turistico e non si faccia quasi nulla per chiudere quello scempio che inquina costantemente la Riviera dei Ciclopi.

All'amministrazione è arrivato ora anche l'appello del Centro Studi Acitrezza: «Il panorama di pontili galleggianti e motoscafi - scrive il presidente Antonio Castorina - non è lo scenario adeguato all'isola Lachea e ai Faraglioni. Da millenni questo specchio di mare ha visto solcare barche in legno realizzate alla maniera tradizionale e le istituzioni pubbliche hanno l'onere di battersi perché continui la storia». Speriamo che le istituzioni, molto spesso tacciate di sordità, stavolta aprano bene le orecchie.

La Sicilia, maggio 2015

 

 

La terra trema Un paesino di poveri pescatori siciliani e di grossisti di pesce. 'Ntoni Valastro, stanco dei soprusi dei grossisti, convince la sua famiglia a mettersi in proprio e ad ipotecare la casa per far fronte alle spese. Dopo un periodo di buona pesca, 'Ntoni, durante una tempesta, perda la barca e, non potendo riscattare l'ipoteca, anche la casa. Il dissesto economico porta la famiglia alla disgregazione. Dopo la morte del nonno e diverse disgrazie che hanno colpito la famiglia, 'Ntoni abbandona la lotta. Nonostante nei titoli di testa de "La terra trema" non appaia alcun esplicito riferimento a Verga ed a "I Malavoglia", il film ha molti debiti con la struttura narrativa e drammatica del romanzo, con i suoi luoghi e personaggi.  

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale.
Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema".
I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia".
Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale.
Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti.
Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente. Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film".
A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali.
L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali".
Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile.
La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata. A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.
Gli interpreti del film  

Antonio Arcidiacono – 'Ntoni   Giuseppe Arcidiacono – Cola      Giovanni Greco – nonno     Nelluccia Giammona – Mara
Agnese Giammona – Lucia     Nicola Castorina – Nicola     Rosario Galvagno – maresciallo   Lorenzo Valastro – Lorenzo   Rosa Costanzo – Nedda
 

La trama
Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera.

 

'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa.
Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca.
Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti.
© Umberto D’Arrò
http://www.acitrezza.it/il-porto/57-la-terra-trema

 

LA TERRA TREMA. Regia: Luchino Visconti Sceneggiatura: Luchino Visconti Fotografia: G. R. Aldo Musica: Luchino Visconti, Willy Ferrero Montaggio: Mario Serandrei (Italia, 1948) Durata: 160' Prodotto da: Salvo D'Angelo PERSONAGGI E INTERPRETI 'Ntoni: Antonio Arcidiacono Cola: Giuseppe Arcidiacono
Il nonno: Giovanni Greco Mara: Nelluccia Giammona Lucia: Agnese Giammona

 

Quando si parla di cinema nello Jonio, e soprattutto di Verga, è impossibile da dimenticare l'incontro tra lo scrittore e il regista Luchino Visconti.

Le bellezze paesaggistiche siciliane hanno ospitato vari set cinematografici, a partire dalla cittadina di Aci Trezza - che nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la realizzazione de "La terra trema".

La città dei faraglioni collaborò non solo come teatro della rappresentazione con chiari contorni urbani e con le sue bellezze, ma anche con alcuni dei suoi abitanti, circa una trentina, che furono coinvolti nel film come attori, i cui nomi non furono però citati nei titoli di coda ma che comunque restarono nella memoria cittadina e che sognarono spesso un rifacimento del film.

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale.

Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema".

I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia".

Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale.

Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti.

Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.

Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente.

Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film".

A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali.

L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali".

Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta  quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile.

La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata.

A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.

La trama - Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera.

'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa.

Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca.

Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti

fonti: www.sicilycinema.it/www.acitrezza.it

 

Tra mitologia e folklore La riviera dei Ciclopi, lungo cui si snoda il Parco Letterario Giovanni Verga, è nota per le vicende mitologiche pervenuteci dai grandi poeti dell'antichità: Omero e Virgilio. La leggenda vuole che i tre faraglioni, situati lungo la costa di Acitrezza, siano i  massi lanciati da Polifemo, contro la nave di Ulisse che fuggiva, il gigante Polifemo ritorna ancora nel mito di Aci e Galatea, geloso dell'amore tra i due giovani il Ciclope uccide Aci scagliandogli addosso un enorme masso. "L'Arcipelago" dei Ciclopi, intorno al 1750,  diventa teatro di una nuova e originale tradizione popolare rappresentata dalla pantomima "U pisci a mari". La rappresentazione è legata ai festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista, patrono di Acitrezza, che si svolgono ogni anno il 24 giugno. La pantomima rappresenta, con i toni della parodia, l'antica arte della pesca del pesce spada. Tutta la cultura , la storia, la tradizione di un popolo indissolubilmente legato al mare, si trova in questa messinscena che per l'occasione riempie il paese. Uno squarcio di vita quotidiana che ispirò in passato il verismo di Verga.

 

 

 

I Malavoglia La vicenda  narrata si svolge tra il 1863 ed il 1875. il lento decadimento di una famiglia, conosciuta da Ognina a Trezza col nomignolo di Malavoglia, ma che nel libro della parrocchia si chiama Toscano. I personaggi, legati ai pochi beni che possiedono, sono sottomessi alla legge della miseria. Le loro azioni rispondono al dovere, all'onore, al sacrificio e sottolineano il senso di rassegnazione in cui prevale "l'ideale dell'ostrica" rappresentato da casa, lavoro e famiglia che regola il loro esistere. Il dramma nasce dal contrasto tra diverse concezioni di vita. Da una parte coloro che vogliono rompere con la tradizione per trovare un riscatto umano: il nipote 'Ntoni. Dall'altra i rappresentanti di una società arcaica, ostili ad ogni idea di progresso, legati al passato: padron 'Ntoni. Grazie alla scrittura sapente che riproduce alcune caratteristiche del dialetto (i "motti"), il romanzo fa parlare il mondo raccontato. Un mondo che non c'è più, che si fondava sulla figura del patriarca e trovava il suo significato in poche cose semplici, come la casa del nespolo,la barca della "Provvidenza", le strade impolverate di Acitrezza, il carico di lupini che naufraga, i proverbi di padron 'Ntoni ricchi di una saggezza che non serve più.

www.parchiletterari.it  

 

Il museo della CASA DEL NESPOLO
Si può "entrare" nelle pagine de "I Malavoglia" percorrendo il cuore della vecchia Trezza, all'interno della quale si trova quella "Casa del Nespolo", la casa dei Malavoglia dalla quale - dice Verga - "si sentiva russare il mare".
Il Museo "Casa del Nespolo" è ospitato in una vecchia abitazione del centro storico di Aci Trezza, a fianco della chiesa di San Giovanni. La struttura architettonica è quella tipicamente siciliana della metà del XIX secolo, con cortile, un piccolo orto e l'ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto. L'interno è articolato in due stanze: la prima, la sala "La terra trema", raccoglie fotografie, locandine e varie testimonianze dell'omonimo capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, da lui girato proprio ad Acitrezza, nel 1947, con un cast di attori scelti interamente fra gli abitanti del piccolo borgo marinaro. La seconda, la "Stanza dei Malavoglia", ospita testimonianze del mondo dei pescatori trezzoti della metà dell'Ottocento, con una raccolta di antichi strumenti di lavoro e suppellettili della vita quotidiana. Interessanti le foto scattate personalmente da Giovanni Verga e la raccolta di lettere al fratello Pietro.

Informazioni: http://www.museocasadelnespolo.info/

 

Questa è la storia di Padron ‘Ntoni, del figlio Bastianazzo e della moglie Maruzza, e dei nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, poveri pescatori di Aci Trezza, la cui unica ricchezza era la “casa del nespolo“. Questa è la storia della Provvidenza, la barca con cui aveva tentato di far fortuna con un carico di lupini, andato irrimediabilmente perduto durante una tempesta, gettando definitivamente sul lastrico la famiglia Toscano, detta I Malavoglia. Una storia detestata da molti studenti del liceo perché scorcio troppo duro di una letteratura verista, quella di Giovanni Verga, e di una Sicilia che teneva imprigionati e distruggeva chiunque cercasse di cambiare la propria sorte arricchendosi.

Un romanzo che gli appassionati di letteratura hanno amato per la forza della parola con cui vengono raccontati frammenti di vita siciliana dei primi del ’900 e che possono rivivere in quello che un tempo era un antico borgo di pescatori. Oggi è un paese, che vive molto ancora di turismo e di pesca, in provincia di Catania. Se da una parte è vero che potrete rimanere delusi dal “Porto dei Malavoglia“, diventato ormai una colata di cemento, è altresì vero che, nascosta tra le viuzze di Aci Trezza, riuscirete a vivere l’atmosfera di quel duro romanzo verghiano nel Museo Casa Del Nespolo, gestito dall’Associazione Culturale Fantasticheria, in Via Arciprete Salvatore De Maria, 15.

L’albero di nespole all’interno del cortile vi accoglierà prima di entrare all’interno della casa. Una casa umile, piccolissima, fatta solo di due stanze, che ci permette di comprendere le condizioni di indigenza e miseria in cui vivevano all’epoca. La struttura è quella tipicamente siciliana della metà del XIX secolo, con cortile, orto e  ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto.

L’interno è costituito da due sale: la prima, dedicata al film La terra trema di Luchino Visconti, raccoglie fotografie, locandine e varie testimonianze dell’omonimo capolavoro cinematografico, girato proprio ad Acitrezza. La seconda, invece, detta la Stanza dei Malavoglia, raccoglie testimonianze del mondo dei pescatori trezzoti della metà dell’Ottocento, antichi strumenti di lavoro e suppellettili della vita quotidiana. All’interno è possibile trovare alcuni preziosi documenti come le lettere di Verga al fratello Pietro e un album fotografico, contenente una raccolta di immagini scattate dallo stesso scrittore, che racchiude lo spirito verista del tempo.

 

 

 

http://www.ilgiornaledellusso.it/2014/07/17/un-tuffo-nella-vita-dei-malavoglia/

 Pinella Petronio

 

U pisci a mari - 16 - 25 GIUGNO 2005 La pantomima "U pisci a mari" è una tradizione popolare trezzota che risale intorno al 1750, anno dell’inaugurazione della statua lignea del Santo Patrono di Acitrezza, San Giovanni Battista.

Tale pantomima è un rito propiziatorio, parodia della pesca del pesce spada che si svolgeva anticamente nello stretto di Messina, dove un marinaio da un’alta antenna (il "rais") piantata in mezzo ad una barca, spia il pesce che passa per lo stretto; in un’altra barca a lancia più piccola quattro marinai sono pronti al remo, e quando il grido della guardia annuncia la comparsa del pesce essi vogano di tutta forza: il "rais" dirige il corso, pronunziando parole in dialetto, in modo che il cetaceo venuto sotto tiro, viene inforcato furiosamente con la fiocina alla quale starebbe attaccato un capo di canape fatto fermo sulla barca.

Il pesce viene così ferito e s’inabissa tirandosi la corda, che è sufficientemente lunga, ma ben presto muore e viene tirato su rosseggiante fra le grida festose di altre barche di curiosi e di quello che sta all’antenna che manda benedizioni, e che cambierebbe in maledizioni o imprecazioni se il colpo dovesse fallire.

La pesca del pesce spada rappresenta, per il popolo protagonista, la continua lotta ingaggiata con gli elementi naturali, per sopravvivere in una terra che come pane ha il pesce. Ad Acitrezza è precisamente questa scena, che si vuole imitare, ma l’azione assume un che di comico, di folkloristico, di esagerato.  

 

Il faraglione di mezzo, u scogghiu do zu Janu, il faraglione d'aceddi

 

I geositi castellesi nell'Atlante Nazionale

18 gennaio 2011

 

ACI TREZZA. Saranno inseriti anche i siti di particolare interesse geologico castellesi nell'Atlante Nazionale dei Geositi. Le funzionarie del Dipartimento Territorio dell'assessorato regionale Territorio e Ambiente, Elga Arini e Ina Lo Cascio, proprio oggi, hanno effettuato un sopralluogo nel Castellese per censire i siti di maggiore pregio geologico per la redazione del futuro "Catasto regionale dei Geositi" e, successivamente, dell'Atlante nazionale dei Geositi e dei percorsi turistico-naturalistici che mettano in rete i geositi presenti ad Aci Castello, Catania, San Gregorio e Acireale.

 Le funzionarie regionali hanno visitato - raccogliendo le informazioni necessarie alla compilazione del database (con tanto di foto, tempi di percorrenza dei percorsi proposti e coordinate) - i siti dell'Isola Lachea e dei Faraglioni dei Ciclopi di Aci Trezza per i particolari megapillow (la riserva naturale gestita dal Cutgana, il centro interfacoltà dell'Università di Catania diretto da Maria Carmela Failla), i basalti colonnari presenti nell'area portuale di Aci Trezza, il Castello Normanno e la zona rocciosa sottostante ad Aci Castello e gli affioramenti basaltici come i "panettoni" presenti nei fondali dell'Area marina protetta Isole Ciclopi, già compresi in diversi percorsi subacquei realizzati dall'ente gestore dell'area protetta istituita dal ministero dell'Ambiente.

 

 

 Rientreranno nei percorsi anche Monte Ferro e l'area argillosa presenti nella collina Vampolieri e a Ficarazzi oltre alle grotte a scorrimento lavico della riserva naturale Complesso Immacolatelle e Micio Conti di San Gregorio (gestita dal Cutgana). Le funzionarie regionali sono state guidate lungo il percorso dal direttore dell'Amp Isole Ciclopi, Emanuele Mollica, dal geologo e direttore della riserva naturale "Grotta Palombara", Sandro Privitera, dagli operatori del Cutgana (Emanuele Puglia, Mauro Contarino e Giovanni Magnato) e dal geologo Danilo Cavallaro del Dipartimento di Scienze geologiche dell'Università di Catania.

http://www.bda.unict.it/Pagina/It/Cutgana_2/0/2011/01/18/4294_.aspx

 

 

FESTA DI SAN GIOVANNI - U PISCI A MARI (clicca qui)

 

 

 

 

Il trezzoto che inventò il sorbetto. Nel lontano 1660 un certo Francesco Procopio De Coltelli lasciò la natia Acitrezza per conquistare Parigi, Non partì con un carico di lupini, ma con uno speciale utensile che serviva a fabbricare sorbetti e granite. Forte della tradizione in materia, importata secoli prima in Sicilia dai lungimirati musulmani, Procopio capi che la specialità nostrana poteva avere successo anche in altre parti del inondo. E così inventò la sua ricetta vincente: lo zucchero al posto del miele (come nell'uso arabo) e il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la durata.

Ma non fu vita facile per il pescatore mancato. Passarono molti anni prima che Procopio potesse mettere a punto un sorbetto doc, e ad ogni tentativo fallito faceva ritorno nella sua Acitrezza e scoraggiato prendeva il largo, oltre i Faraglioni. Ma in quel fatidico 1660 riuscil finalmente ad aprire il suo primo caffè-gelateria nella capitale transalpina, addirittura con la benedizione del sovrano Luigi XIV, il mitico Re Sole, il quale era rimasto deliziato dal gusto "rnediterraneo" dei suoi sorbetti. La sua fama si propagò velocemente, al punto che dovette ampliare il suo locale e trasferirsi alla rue de l'Ancienne Cornédie Francaise, aprendo il famoso Cafè Procope. Il gelataio trezzoto divenne così Francois Procope De Couteaux, fu invitato alla corte di Versailles per ricevere dal re un ambito riconoscimento: "le Iettere patenti", una sorta di concessione esclusiva per produrre le cosiddette "acque gelate" (l'odierna granita), e poi gelati di frutta, "fiori d'anice e di cannella" e gelati al succo di limone e d'arance.

Un secolo più tardi sarebbe nato anche il celebre "Cafè Napolitainse" del partenopeo Tortoni.

E le vicende di questi due bar italiani si sarebbero incrociate più volte, luoghi che testimoniano grandi eventi storici e culturali, che lasceranno il segno in Europa.

Il Café Procope diventerà il ritrovo ideale di illuministi di grande fama, quali Voltaire, Rosseau, D'Alembert, Diderot; si dice che alcuni di loro abbiano lasciato manoscritti, tutt'oggi consultabili a chi abbia voglia di visitare questo locale, nel cuore del quartiere latino di Parigi. Non solo. Negli anni della rivoluzione francese il bar sarà frequentato dai capi del movimento giacobino, dai vari Roberspierre, Danton, Marat e Saintjust; qualche storico francese sostiene che sia stato anche teatro di omicidi durante gli anni del terrore. E invece, trent'anni dopo, nel vicino Cafè Tortoni, si davano appuntamento il sommo Gioacchino Rossini e un giovane siciliano, di Catania, che aveva appena composto un'opera che avrebbe scosso definitivamente il melodramma europeo. Il dramma musicale in questione è "I Puritani", e l'artista è quel tale Vincenzo Bellini, giovane di belle speranze che suscitava l'ammirazione del grande autore di "Barbiere di Siviglia". Rossini preferiva le paste napoletane del "Tortoni", mentre Vincenzino avrebbe sicuramente gustato una granita di limone nel "Procope", fondato da quel conterraneo venuto da Acitrezza.

 

Sulla magica Riviera dei Ciclopi sorge Aci Trezza, antico borgo marinaro che si specchia sulle acque cristalline del mare. Il nome Riviera dei Ciclopi si rifà ad un episodio cantato dal mitico Omero nell'Odissea. Si tratta dell'episodio in cui Ulisse, per sfuggire al terribile Ciclope Polifemo che lo aveva catturato insieme ai suoi compagni, acceca il gigante nel suo unico occhio con un dardo infuocato. L'eroe poi fugge con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope. Polifemo, travolto dal dolore e dalla rabbia scaglia contro la nave di Ulisse in fuga tre massi, che tutt'ora si trovano di fronte ad Aci Trezza a testimoniare l'episodio e che prendono il nome, per usare un'espressione Verghiana, di Faraglioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccolo borgo di pescatori dominato, dalla parte del mare, dai Faraglioni dei Ciclopi le cui masse laviche nere ed appuntite emergono dalle acque cristalline. Nell'Odissea si narra che questi fossero i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse che l'aveva accecato lanciandogli un dardo infuocato nell'unico occhio. L'eroe era poi fuggito con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope.

Il porticciolo, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra popolato dai fantasmi dei personaggi di Verga, la Maruzza e gli altri Malavoglia, che attendono ansiosi scrutando il mare, nella vana speranza di avvistare la Provvidenza con il suo carico di lupini. Ed è proprio ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare La terra trema, rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato tratto.

 

 

Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare Il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di Sant'Alfio ed il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda ...

Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarrate alle grosse pietre sotto il lavatoio...

Sulla riva c'era soltanto padron 'Ntoni, per quel carico di lupini che ci aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta

tratto da I Malavoglia di Giovanni Verga

 

 

 

L'autore della "Odissea" aveva scritto che la "Terra dei Ciclopi" era un'isola del Mediterraneo: fu un poeta del quinto secolo avanti Cristo, Euripide, nel dramma satiresco "Ciclope", a localizzare la "Terra dei Ciclopi" nella fascia costiera che separa l'Etna dal mare.

La leggenda passò poi nella letteratura romana e venne ripresa da Virgilio che nel libro III della "Eneide" immaginò una sosta di Enea in Sicilia durante il viaggio da Troia verso il Lazio. L'esule troiano -secondo i versi di Virgilio- approdò vicino all'Etna e qui incontrò un ex compagno di Ulisse, Achemenide, il quale gli raccontò il modo in cui Ulisse aveva sconfitto Polifemo.

In realtà i Faraglioni sono masse laviche nere e appuntite che emergono dalle acque. L'isola Lachea, il più grande di questi scogli, è oggi sede di una stazione biologica dell'Università di Catania e riserva naturale protetta e ospita varie specie animali e tra cui la Lacerta, una specie endemica presente solo in quest'isola.

Il porticciolo di Aci Trezza, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra ancora popolato dai personaggi di Verga, la Maruzza, Padron 'Ntoni, La Mena, Bastianazzo con la sua barca la Provvidenza e da tutti gli altri Malavoglia. Qui infatti, lo scrittore catanese Giovanni Verga si ispirò per scrivere il suo capolavoro "I Malavoglia", che narra le vicende sfortunate di una famiglia di pescatori che lottano contro il destino avverso per risollvare le loro sorti dopo il naufragio della Provvidenza. Sembra di vederli ancora dalla costa di Aci Trezza scrutare il mare, nella vana speranza di avvistare la barca con il suo carico di lupini.

 

E ancora ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La  terra trema" (1948) , rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato liberamente tratto. Ancora una volta protagonista è una famiglia di pescatori sfruttati nella loro povertà dai commercianti grossisti. Il giovanè Ntoni Valastro chiede ai pescatori di ribellarsi ma alcuni di essi vengono arrestati e poi fatti rilasciare dagli stessi grossisti cui serviva manodopera. Disposta a lottare contro l'oppressione, la famiglia Valastro ipoteca la casa per comprare una barca e lavorare in proprio. Un'eccezionale pesca di acciughe sembra aiutarli ma più tardi una tempesta distrugge la barca. Costretti a vendere le acciughe ai grossisti ad un prezzo irrisorio, perdono la casa e la famiglia si disgrega tra una sciagura e l'altra. 'Ntoni si rassegna così a lavorare per i grossisti e anche se umiliato.

U pisci a mare. Oggi la pantomima si è vestita di altri colori. Tra le bancarelle stracolme di oggetti, carrettini traboccanti di arachidi e ceci tostati e assordanti fuochi d’artificio, u Raisi, colui che dirige la pesca, si avvia a balzelloni sulla spiaggia, ostentando, in modo caricaturale, calzoni corti, un cappellaccio, stracci rossi, una fascia purpurea a tracolla.

 

 

 

Con fare minaccioso muove una canna di foglie fresche sulla mano destra ed un ombrello sulla sinistra. Alcuni pescatori, vistosamente ornati in rosso, con marcata gestualità iniziano la calata della barca.

Il loro compito è quello di arpionare u pisci, provetto nuotatore che furtivamente s’immerge nello specchio di acqua teatro della pantomima, nascondendosi tra le numerose imbarcazioni. In uno scenario scandito dalle urla della gente, ha così inizio la pesca.

U Raisi, dall’alto di uno scoglio, avvista la preda, lancia segnali, urla frasi arcaiche ed incita i marinai a catturarla. Il pesce, dopo vari tentativi, viene preso e levato a bordo, ma riesce a scappare. I pescatori imprecano, si accapigliano e u Raisi, disperato, si getta in acqua.

L’inseguimento del pesce si ripete e questa volta la preda viene ferita e catturata, macchiando di rosso il mare. Due pescatori tengono saldamente il pesce-uomo per le braccia e le gambe e minacciano di squartarlo con una grande mannaia. Urlano la bontà delle carni. Ma a pochi metri dall’approdo il pesce fugge definitivamente, scomparendo tra i flutti. Poi, tra l’entusiasmo generale, i pescatori capovolgono la barca e ritornano a terra in un gioco di spruzzi che coinvolge tutti gli spettatori.

Questa festa è considerata una delle manifestazioni popolari più importanti della Sicilia. Nella semplicità della rappresentazione, recitata, come già detto, da pescatori locali, è presente tutta la profondità del rapporto tra l’uomo e il mare, il pescatore e la preda, da Verga ad Hemingway. Il susseguirsi di momenti di conquista del pesce spada e della perdita della preda, sino al capovolgimento dell’imbarcazione, rappresentano l’alternarsi della ricchezza e della povertà, della felicità e della disperazione, della vita e della morte..

 

Le villeggiature ad Acitrezza   di Francesco Strano - da Catania con amore

Il catanese che, oggi, pronto a tutto, pur di evadere da una città che sente sempre meno "sua", si avventura tra la folla, le colonne immobili di auto, il rombo delle moto, i gas di scarico, la sporcizia, il frastuono degli impianti stereo a tutto volume, la volgarità della gente, la cementizzazione sfrenata, la distruzione dell'antico, che oggi distinguono Acitrezza, non può immaginare quale paradiso fosse questo vecchio borgo di pescatori negli anni '50.

uell'epoca, il catanese, ripresosi dalle rovine della guerra, cittadino orgoglioso di una città davvero viva e operosa, rivitalizzato dal primo miracolo economico, conquistati il frigorifero, l'automobile e i primi segni di quel benessere che si sarebbe in seguito trasformato nel consumismo più sfrenato, ma, ancora, egli, ingenuo e ignaro, scopriva la villeggiatura a mare. Superati i confini di Ognina, antico golfo, nel quale si mescolavano miseria e nobiltà, con i bagnanti portati in spiaggia  dai mezzi pubblici, che ammiravano, senza rancore e senza invidia, gli abitanti delle splendide ville sul mare non ancora inquinato e i soci del Circolo Canottieri Jonica, il catanese scopriva Acitrezza, angolo incontaminato di Sicilia e di mare, abitato da gente semplice e cordiale, accogliente come solo i puri sanno essere.

 

 

 

Ricordo ancora benissimo la prima casa di villeggiatura della mia famiglia, una piccola casa di pescatori, due vecchi sposi abbronzati e rugosi, con un esercito di figli, tutti sani e sorridenti, dediti alla pesca e ai genitori, in un'atmosfera ancora vagamente verghiana. Ricordo che all'imbrunire era quello il vero inizio della giornata dei trizzoti sulla spiaggia del porticciolo cominciavano i preparativi per la pesca notturna: le Iampare" portate giù da casa che si accendevano a una a una come enormi lucciole di speranza, l'odore dell'acetilene che si spandeva per l'aria, le barche calate in acqua a forza di braccia, scorrendo sulle 'Talanghe" scivolose di grasso, al ritmo di urla di incoraggiamento, le reti avvolte con cura a occupare i posti destinati, gli "specchi" lustri pronti a mostrare i magici fondali, il rumore dei remi, fissati agli scalmi, affondati con dolcezza e vigoria nell'acqua con la tipica voga dei pescatori. Tutto questo rappresentava uno spettacolo irrinunciabile per noi villeggianti, così come il ritorno delle barche, lo scarico del pesce ancora guizzante, dei polpi, dei ricci, dei crostacei; ed era una partecipazione gioiosa e sincera ai successi di quella brava gente, dalla quale acquistavamo i frutti di quel mare pescoso e profumato.

 

 

 La mattina, poi, a frotte noi ragazzini di città ci rovesciavamo sulle spiagge, gareggiando in agilità coi piccoli indigeni in temerarie corse a balzi sugli scogli neri e ruvidi, o in destrezza nella caccia agli "aranci di mare", servendoci di due corte canne, una, con una putrida sarda legata in cima, per invogliare i poveri crostacei ad allungare le chele, l'altra munita di un cappio rudimentale ma micidiale fatto col filo da lenza, pronto a stringere iii una presa invincibile la preda, tanto più ambita quanto più grossa e ribelle. Anche i gamberetti grigi, che ancora popolavano le rive, venivano catturati, questi con le mani, e subito sacrificati crudi al nostro fresco appetito. E con curiosità e rispetto stavamo a guardare (seri anche noi, perché, forse senza rendercene conto, comprendevamo che quello faceva parte del "Iavoro" e della lotta eterna dell'uomo col mare per strappargli da vivere) i lavori di rattoppo delle reti, stese ad asciugare al sole per tutta la loro lunghezza sulla spiaggia, lavori fatti dai vecchi, servendosi anche dei piedi nudi, con le dita infilate tra le maglie, per stendere la trama e cogliere le falle, che venivano riparate con veloce abilità.

 Tra questi due poli di partecipazione alla vita degli abitanti, noi villeggianti inserivamo le schegge del nostro essere cittadini e il nostro modo di vivere e godere di quella semplicità, in un'atmosfera di vacanza perpetua (almeno per noi ragazzi, perché la maggior parte dei padri pendolava tra il lavoro in città e il riposo in paese). E ricordo i bagni molti con l'ausilio di salvagente (camere d'aria dismesse o grosse zucche legate ai fianchi) i tuffi sempre più audaci, le prime passerelle, in legno per non alterare il paesaggio e la natura, sulle quali consumare veloci intervalli tra interminabili raccomandazioni materne: "è da stamane che sei in acqua!", "guarda che dita grinzose!", "ti prenderai un malanno, non sei un pesce!". Su quelle spiagge, su quelle passerelle nascevano anche i primi amori giovanili, tra sguardi e mute promesse, che poi la sera si tramutavano in passeggiate mano nella mano, in baci furtivi, in promesse di amore eterno, che la fine dell'estate portava via con sé, a colmare uno scrigno senza fondo e senza tempo.

 

 E non mancavano neanche allora i riti, semplici e spontanei: il mottarello o la coppa del nonno da acquistare nel piccolo chiosco della piazzetta (si trova ancora oggi lì nello stesso posto, dopo aver visto generazioni di mangiatori di gelati, resistente a tutto e a tutti), le serate all'arena allora ce n'erano due a servire gli abitanti di due zone diverse, che non si mischiavano mai, chissà perché nei cui programmi comparivano con feroce costanza i film con Nazzari, Vallone, Stanlio e Ollio; e anche lì, nel buio complice, le tenere coppiette consumavano le loro prime emozioni. I ragazzi più grandi organizzavano mitiche, e, per noi ragazzini, irraggiungibili, feste da ballo, la cui musica (Platters, Dallara, Modugno, Perry Como, Presley e altri divi dell'epoca) arrivava sfumata sulle spiagge, dove noi ne godevamo senza la sorveglianza dei genitori, tutti intenti a controllare i ballerini.

E i genitori, infine, la sera si riunivano per interminabili partite a carte, nelle quali facevano da padroni i classici poker e scopone, ma anche la canasta, allora in gran voga, e un gioco con carte siciliane, poi tramontato, lo "schipetaro", che provocava accese discussioni e grandi risentimenti, almeno per una sera; altre volte, in comitive, andavano alle famose serate al Lido dei Ciclopi, serate mai più eguagliate per divertimento e varietà di idee.

 

Quanto altro ci sarebbe da ricordare! Le gite sulle barche dei marinai, colme fino all'incoscienza e, a volte, al capovolgimento; una indimenticabile nottata su un cutter, passata a pescare "angileddi", che venivano sventrati, infarinati e fritti, passando in non più di cinque minuti dal mare ai nostri stomaci, attraverso palati stupiti di tanto sapore; i bagni notturni all'isola Lachea nelle notti di luna piena; una gustosa indimenticabile zuppa di tartaruga di mare, portata viva in casa e successivamente  macellata  e cucinata in un sugo mai più eguagliato, a mia memoria; le visite esaltanti nelle due più grosse e famose rivendite di pesce, quelle di Lorenzo "il giovane" e di Lorenzo "il vecchio", che rivaleggiavano in varietà di pesce freschissimo esposto con arte e fantasia in enormi ghiacciaie, che attiravano curiosità e ammirazione per la varietà e i colori del contenuto; le scorpacciate di frutti di mare crudi, abbondanti fino all'autolesionismo; l'offerta devota, che immancabilmente i miei nonni, nel ripartire per Catania, dopo la loro visita domenicale, depositavano nell'altarino (ancor oggi esistente) posto di fronte alla fermata dell'autobus;

 

 

 

 i tanti amici di allora, le famiglie di villeggianti, che avevano formato con la nostra un microcosmo che si ritrovava ogni anno, tanti nomi e tanti volti, alcuni nitidi, altri più sfocati, ma tutti ben vivi nel ricordo di un'epoca indimenticabile e irripetibile, resa ancor più preziosa per me e mio fratello Nino, allora appena un bambino, dalla guida brillante, gioiosa, amorevole e ricca di valori dei miei splendidi genitori, Pippo e Ilia, sempre teneramente innamorati, sempre ammirati e ricercati da tutti.
E poi veniva settembre, e con settembre Acitrezza si svuotava dei catanesi che ripartivano, caricando i camion di masserizie, in un intrecciarsi, nel contempo allegro e malinconico, di saluti e foto frettolose; molti, come noi a Nicolosi, si trasferivano per
vivere diverse, ma ugualmente intense, vacanze in montagna, altri tornavano a Catania, ma in una Catania diversa da quella di oggi, una città dalla quale non si desiderava fuggire, ma che si lasciava per una villeggiatura da godere, come un'amante, per tornarvi sempre, immancabilmente e con desiderio, come dalla moglie amata.

 

Aspetto da pirata, il pescatore Sebastiano Greco  dagli Anni 70 fino all’anno scorso ha prestato il suo aspetto ed il suo viso al personaggio centrale della pantomima U pisci a mari, che ogni anno si tiene nel giorno di San Giovanni davanti lo Scalo dei Malavoglia

 

La campana di San Giovanni batte il primo quarto dopo le nove nello stesso momento in cui Bastiano Greco risale dal porticciolo di Trezza per venire a sedersi alla fontana fra la scalinata in pietra lavica di piazza Verga ed il vecchio attracco dirimpetto la matrice, in quello scorcio letterario descritto ne I Malavoglia e immortalato ne La terra trema. Giunge a petto nudo, con il costume a pantaloncino, le scarpe di gomma, i capelli lunghi e biondi, il naso bruciato dal sole, l’orecchino d’oro che sembra un riccio uscito fuori dai suoi boccoli dorati.

Il suo nome, abbastanza comune in Sicilia, non dirà molto, ma il volto è di quelli già visti da qualche parte in tv, o sui libri, o forse semplicemente porta cucito addosso l’aspetto del marinaio bravo a «riconoscere le stelle sempre uguali sempre quelle all’Equatore e al Polo Nord».

Bastiano Greco è un trezzoto doc che, dagli Anni 70 fino all’anno scorso, ha prestato il suo aspetto ed il suo viso al rais della pantomima U pisci a mari, che ogni anno si tiene nel giorno di San Giovanni davanti l’antico Scalo dei Malavoglia, ruolo che gli ha dato la notorietà di una star. Amatori e professionisti lo hanno immortalato per decenni ed il suo viso spicca sempre in qualche mostra fotografica, in qualche documentario in tv o in qualche video caricato su Youtube.

«Non so nemmeno quando ho iniziato a fare il rais»,

dice posando le parole sulla gestualità che ne tratteggia la personalità di uomo del Sud, tutto sole e voglia di raccontare.

«Quarant’anni addietro di certo. L’anno scorso ho detto basta perché è una cosa faticosa fare il rais. È stato un ruolo che mi ha dato notorietà mondiale, visto che ci sono filmati su internet caricati da Los Angeles».

Aver dato corpo per così tanto tempo a quel personaggio ha condotto alla quasi identificazione fra lui ed il suo alter ego, anche se, in fondo, non si sente affatto rais.

«Impersonarlo non è cosa facile. U pisci a mari è la vita dei pescatori, lo puoi vedere come uno spettacolo, ma rappresenta chi va in mare per portare la pagnotta a casa. È una metafora sulla vita del pescatore e sulla vita in generale: se ti fai scappare il pesce che dai da mangiare ai tuoi figli? Io, comunque, col rais non mi identifico, mi ha dato tanta notorietà, ma io non sono un comandante, la mia personalità è altra».

La campana di San Giovanni suona un altro quarto e scendiamo al vecchio molo attorniato dai Faraglioni dei Ciclopi, «quello che si vede nella Terra trema», dove la sua barca blu di legno è ormeggiata accanto ai pescherecci su cui si preparano le reti per la notte.

«Usciamo. Porto questi amici a fare un giro attorno all’isola Lachea: sedetevi lì, nel salottino degli innamorati”.

Bastiano ma sei proprio trezzoto?

«La mia è una famiglia di pescatori, e pescatore e marinaio sono stato anche io. Sono nato nel “tondo” di mia nonna, il tavolo rotondo attorno cui giocavamo a carte e ci scaldavamo, perché sotto c’era la “conca”. Vedi, in fondo a Trezza siamo tutti un po’ Malavoglia, per noi la famiglia è sempre sacra. E anche oggi continua a essere così: moderni, ma uniti come ai tempi di Verga».

L’isola è vicina. La raggiungiamo in breve fra un aneddoto e poche vogate di mestiere assestate da Bastiano che inizia a circumnavigarla. Il mare dei Malavoglia, quieto, si lascia accarezzare dai remi, splendendo di verde sotto la barca. Rientriamo dal versante di mezzogiorno, illuminato dal sole, nel quale spicca la proboscide, una roccia bianca ad arco nella parete che sembra davvero il nasone d’un pachiderma:

«Ma non è un elefante, è un mammuth e le zanne ce le ho io».

Davanti alla casetta dell’isola Bastiano si ferma e indica lo scoglio dal quale ogni domenica d’estate si tuffa.

«La gente si ferma qui, con le barche, i pedalò, i materassini e mi aspetta. Quando mi vede arrivare mi acclama. Ma più del tuffo vogliono vedere come mi arrampico sullo scoglio, dicono che sembro un ragno. E io li accontento.

Salgo lentamente, tutti iniziano a fare il coro come allo stadio e io faccio crescere l’attesa. Poi mi affaccio e giù per tre volte. Il primo è il volo dell’angelo, il secondo la capriola, il terzo la verticale. E alla fine applausi e richieste di bis. Un tipo come te avrà di certo un soprannome.

«Ne ho diversi. Mi chiamano Bastianu u Signuri per questo mio aspetto, capelli lunghi e biondi, occhi chiari, assomiglio a Gesù Cristo. Altri mi chiamano Conan, Polifemo, Ulisse, ma io preferisco Bastianu u Signuri, anche perché ho tanta fede in Dio».

Che significano i capelli lunghi e l’orecchino a boccolo?

«L’orecchino significa che sono un pirata. Me lo ha dato una sirena, ma quando la stagione finisce glielo devo restituire».

Ride sottecchi, forse per vedere l’effetto che fa. Non svela chi è la sirena, un personaggio reale o una creatura mitologica, e non glielo chiediamo. In fondo preferiamo immaginare che Polifemo, a fine estate, vada su un qualche scoglio delle lave dell’Etna per incontrare una sirena e renderle indietro l’orecchino. E magari salutarla con un bacio sulla bocca.

 

testo e foto di Pietro Nicosia  pienicosia@gmail.com

da Vivere settimanale di società, cultura e tempo libero vivere@lasicilia.it Anno XIX - n. 747 25 settembre 2014

 

 

 

 

 

 

La storia di Bastiano, il Caronte di Aci Trezza

di Daniele Giustolisi - 3 Mar 2014

È un mattino di fine inverno e i pallidi raggi solari sferzano timidamente l’aria marina. L’incontro è sul molo di Aci Trezza, dove Verga immaginava storie di umili uomini vinti dalla modernità. Eccolo, Bastiano mi attende: è sulla sessantina, apparterrà alla quarta generazione di quella “buona e brava gente di mare” raccontata nel romanzo I Malavoglia. È tarchiato con occhi azzurri e una lunga chioma dorata un po’ sfiorita. Nonostante la fredda stagione, il suo petto è nudo e vigoroso con abbronzatura color cuoio. Non appena mi vede, questo gentile Caronte mi sorride in lontananza invitandomi a salire sulla sua barca.

Bastiano con la sua barca... 

Bastiano, mi aspettavo di trovare più pescatori.

Oggi Trezza è molto diversa rispetto a quello che la gente ricorda o immagina. Sono rimasti pochi pescatori e anche pochi pesci. Le tecniche intensive di raccolta non permettono più al mare di autoregolarsi e la conseguenza è che il pesce dei nostri mercati proviene sempre più da altri mari. Il nostro, purtroppo, è quasi spopolato.

Tu non sei pescatore ma traghetti in estate le persone da questo molo all’isoletta di Lachea. Di cosa ti occupi in questo periodo?

Quando nasci qui sei già pescatore, come mio nonno e mio padre. Io invece da ragazzo giravo il mondo sulle navi. Da tanti anni ormai lavoro solo in estate, traghettando le persone fino all’isola e con quello che guadagno ci vivo tutto l’anno. In questo periodo la mattina presto vado a puppi (polpi n.d.r)e a mezzogiorno faccio sempre il bagno a mare. Poi torno a casa, dove vivo con mia sorella e mio papà. Come si dice qui “in estate lavora, in inverno arriposa”.

Lo sai che su internet alcuni video riguardano te e i tuoi spettacolari tuffi dai faraglioni?

Sì, mia nipote mi ha informato. Mi fa molto piacere ma non li ho guardati. Non ho internet e ho troppe cose da fare il giorno: la manutenzione della barca, la pesca, i lavori di casa. I tuffi li faccio perché mi piace farli, la gente apprezza e sono davvero contento. Da quando lavoro solo tutto va per il meglio...

Da solo? Eppure, stando al romanzo di Verga e al film “La Terra Trema” di Visconti, da queste parti l’abbandono del gruppo porta solo sventure.

Eh Visconti…(si perde in un pensiero) qualcuno di quel film ancora vive…Prima lavoravo in una cooperativa, poi a causa di divergenze ho preferito continuare da solo. Sono un tipo pacifico e quello che m’interessa è solo lavorare. Oggi ho una clientela numerosa che ogni anno aumenta dimostrandomi affetto, e di questo gioisco molto.

In inverno il tempo è incerto, come organizzi le tue attività?

U Signuruzzu raccomandava ai suoi di comprendere i segni del cielo e della terra. Cerco di farlo pure io: qui le mareggiate sono rare, però è importante conoscere ogni piccolo segnale quando si è in mare. Mi aiutano anche i proverbi dei vecchi pescatori, ad esempio “A tramuntana u pisci s’intana, co ponenti u pisci è nenti”.

Mentre parliamo Bastiano pulisce a fatica una murena, pescata al mattino. La mangerà a pranzo con la famiglia. Gli scarti li getta agli avidi gabbiani che lo attorniano intuendo il loro giorno fortunato. Prima di andare, però, vorrei chiedergli chi sia Concetta, nome che leggo sul legno della sua barca. Sembra intuirlo e sospira dolcemente. Preferisco allora rimanere all’ombra di quel mistero.

Vado. Supero con la macchina il cartello “Catania” che segnala il confine con quel mondo, abitato dai poveri perdenti verghiani. Una fila chilometrica di macchine strombazza in circonvallazione, tra le ansie e le nevrosi urbane. Ripenso allora a quel sorriso sereno di Bastiano e non so più con certezza chi tra me e lui sia il vinto e il vincitore.

http://www.siciliatoday.net/quotidiano/articolo.php?Vinto-o-vincitore-La-storia-di-Bastiano-il-Caronte-di-Aci-Trezza-4354

 

 

 

 

 

 

"E arrivammo alla terra dei Ciclopi superbi e senza legge, i quali, fidando negli dei immortali, non piantano, non arano mai: 

nasce tutto senza semina e senza aratura, il grano, l'orzo e le viti che fioriscono di grappoli sotto la pioggia di Zeus.

 Assemblee non conoscono, né consigli, né leggi, vivono in cave spelonche sulle cime più alte dei monti,

 ciascuno comanda alle mogli ed ai figli, non si curano gli uni degli altri. 

Davanti al porto, non troppo vicina né troppo lontana dalla terra dei Ciclopi, 

c'è un'isola piatta e selvosa, dove vivono capre selvatiche, in gran numero."


(Odissea di Omero)

 

Ulisse, dopo l'assedio di Troia, nel suo pellegrinaggio lungo il Mediterraneo per tornare nell\'isola di Itaca approda in un\'isola, la \"Terra dei Ciclopi\", dove chiede ospitalità al gigantesco e selvaggio Polifemo, ministro di Efesto, il dio del fuoco . 

Il gigante Polifemo, signore del luogo, lavorava con gli altri ciclopi nella sua fucina, all'interno dell\'Etna, dove venivano fabbricati i fulmini per Zeus e si creavano opere mirabili come l'armatura di Achille.

Il ciclope uccide alcuni compagni di Ulisse e li divora. Per salvarsi, Ulisse fa ubriacare di vino il rozzo gigante, gli acceca l'unico occhio e così può tornare ad imbarcarsi.
Il ciclope accecato tenterà di colpirlo lanciandogli come massi le cime di alcuni monti identificate dalla leggenda nei "Faraglioni di Acitrezza".
Omero,autore della "Odissea" aveva scritto che la "Terra dei Ciclopi" era un'isola del Mediterraneo. Fu Euripide, poeta del quinto secolo avanti Cristo, nel dramma satiresco "Ciclope", a localizzare la "Terra dei Ciclopi" nella fascia costiera che separa l'Etna dal mare.
La leggenda venne ripresa successivamente da Virgilio che nel libro III della "Eneide" immaginò una sosta di Enea in Sicilia durante il viaggio da Troia verso il Lazio. L'esule troiano approdò, secondo Virgilio, vicino all'Etna e qui incontrò un ex compagno di Ulisse, Achemenide, il quale gli raccontò il modo in cui Ulisse aveva sconfitto Polifemo.

http://www.siciliasud.it/luoghi-faraglioni-acitrezza

 

La leggenda vista da Litterio

 

Litterio: Sig. La Rosa, mi lassassi stari, non mi dicissi nenti ca ancora mi batte il cuore e mi pussano le vene e mi tremano le gambe..., ho fatto gli esami! e se cci dico come è finita, lei manco cci crede .... . è successo che tutto il mondo è rimasto senza parole, con la bocca aperta, ca pecchè non se lo aspettava nuddo uno schezzo di questo, non ci credevo ai miei vavarelli quannu ho liggiuto "Litterio Scalisi: sbocciato ". Sig. La Rosa, dal dispiacere mi hanno m'pannate le corna degli occhi, ho avuto un furrioni di testa e ho svenuto, ca se lei mi dava un pizzilone io non lo sentivo e in quel momento preciso ho pinzato... "mi buttano ammezzo a una strada, io mi oppongo a questa sbocciatura. io cci faccio causa..."

La Rosa: ma a chi fa causa, scusi?

Litterio: ancora no sacciu ma a qualcuno u dinunziu;... il dispiacere ca mi ho preso, e tutti l'amici miei.. i parenti..i canuscenti... i vicini i casa, una collira di mortu! Mi hanno fatto persino le condoglionanze comu lutto, mi hanno mannato littri di solitudini,... telegrammi,... pacchi.

La Rosa: che cosa le hanno domandato all’esame??

Litterio: mi parli dell'uomo crectus, "L'uomo  ci dissi iù  è un uomo... bello... normale, ma se incontra ppe caso una donna ca è una casa di salute, di botto addiventa homo erectus, senza viagra. Poi mi dissi: mi parli di Creta..."Creta cci nn'è assai nda parti do Librinu e San Giorgio...

"E allora Corfù"??... mi disse iddu

“Corfù a fari chiccosa? ? " cci dissi iù

Poi all'ultimo mi disse: “parlami della Macedonia”

“In che senso?” ci dissi iù.

“Mi parli dell'antica Macedonia e mi dica almeno quattro nomi di "dei"

Diana: Dea dè sigaretti, Minerva: Dea dei posperi; Mercurio: Dei termometri; Pollo Ca quannu mossi cu vuleva l'ala, cui petto, cui a coscia... " . Per completare l'opira, mi addomandò: “Parlami di Ulisse".

Iù, ca a storia di Ulisse a conoscevo megghio dei miei taschi u taliai 'ntrigno 'ntrigno nelle palle degli occhi e ci scattiai tuttu così 'nda facci,  u dubbai... "Ulisse era mpiscatore ca un giorno passò da Trizza per fare una chilata di pesce azzurro ma appoi vedendo quella bella vista do mari coi Faracoglioni, ci fici u cori nicchi nacchi, pecciò attraccò a vacca e si frimmò.

Non ava abbiatu ancòra l’ancora ca si prisintò il guardiano del faro, un certo Poli Fremmo. U veru nomu veramenti era Poli, sulu ca siccomu quannu era nicu era troppu tostu, so nanna ci diceva "Poli, fremmo...Poli, fremmo " e ci 'arristau 'Poli Fremmo "

Questo Poli Fremmo era molto più alto di lei, signor La Rosa, e poco poco... più alto di mia......e quanno tuppuliani a so potta, dissi "Cu ieee?"

Ulísse, appena visti a Poli Fremmo ci desi 1000 lire ppò posteggio da barca e ci dissi; "tè ccà, dacci n'occhiu!" Poli Fremmo, ca giustu giustu era orbu di n'occhio, si offese e accuminiò a fari comu  m’pazzu: pigghiò due marinari ca erunu con Ulisse, e sì calò a tipu masculini cruri. Ulisse, arrivò a scappari, pigghiò u remu e ci spunnò l'autru occhiu e finì ca Poli Fremmo mischinu, macari vulennu, non potti chianciri mancu ccu n'occhiu.

Basta, doppu tanti petrapezie Ulisse arrivò a so casa. A casa però si pigghiò bello dispiaciri, un dispiaciri di chiddi ca ti fanu caminari cca testa bassa in quanto in cui attruvò a so mugghieri ccu tanti froci...

La Rosa: Proci!

Litterio:  Sù erunu Proci no sacciù! Però assumigghiavanu tutti pari a Ciiicciu... Comu Ulisse visti a so muggheri con tutti ddi froci si misi manu 'e capiddi, pigghiò pi 'mpegnu 'ncavaddu e ci u 'mannò a so muggheri. So muggheri comu visti du bellu cavaddu ci arrirenu l'occhi. Ulisse invece si pigghiò di nervi, nisciu l'accendino e ci desi a focu. Appoi con l'uccellulare ci telefonò a so muggheri e ci disse: "Troia,... brucia... chiama i pumperi ".

A stu puntu il maestro membro interno, si alzò con gli occhi di fora e mi fici una voltariore domanta: "Come si chiamava il figlio di Ulisse?

Iù ddocu mi alzai di scattu, lo fissai, mi fissò e ci dissi: "Mi si acconsenta, signò maestro, ma ci devo fare annotare che Ulisse, il matologico Ulisse che lei sta pallando, figli n’aveva dui e no uno come dici lei…. due…. unu masculu e una fimmina.

U masculi si chiamava Telecom, a fimmina Teletna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Manifestazioni - aprile – maggio Concorso di pittura estemporanea “Piazza d’Arte” (mostra itinerante per 4 domeniche, una in ogni frazione)

Rappresentazioni teatrali - 25 agosto Le Verghiane (rappresentazioni teatrali di opere e novelle del Verga) – Acitrezza  - 25 agosto Presa del Castello. Rappresentazioni in costume delle gesta di Re Martino - 23 settembre  Per la rassegna verghiana “Lungo i sentieri di Trezza” (di G. Ferro). Drammatizzazione delle gesta dei protagonisti dei “Malavoglia” all’interno della casa del Nespolo.

Rappresentazioni musicali   - luglio Rassegna di musica Jazz - agosto “Musicastello” rassegna internazionale di musica classica da camera sul castello che offre una cornice straordinariamente magica. (manifestazione itinerante lungo l’itinerario dei castelli della provincia Etnea). Il successo della rassegna dipende sicuramente anche dalla scelta di programmi musicali, sempre affidati ad esecutori di grande livello. Rivolti non soltanto agli intenditori e cultori, ma accessibili ad un vasto pubblico.

Feste religiose - 15 gennaio Festa patronale di S. Mauro (Acicastello) - 24 giugno Festa patronale di S. Giovanni Battista (Acitrezza) - 15 – 23 luglio Edizione estiva della festa in onore di S. Mauro - 22 agosto Festa dell’Immacolata (Cannizzaro)  - 1ª domenica d’agosto  Festa Madonna della Provvidenza (Ficarazzi)

Tradizioni locali   - 24 – 25 giugno Pantomima “U pisci a mari” durante la festa di S. Giovanni (Acitrezza)  

 

 

Manifestazioni sportive  - Traversata Nazionale “Trofeo Riviera dei Ciclopi” (percorso di circa 3 miglia, Torre Normanna – Isola Lachea e ritorno) valevole come prova per designare il campione italiano del “Grand Prix di Fondo”.

Sagre   - fine luglio Sagra del Pesce “Il Padellone” – durata 2 giorni  - agosto Sagra del Pane Condito   - 8 e 9 agosto Sagra del Polpo

Ristoranti, pizzerie e pub:  Al Gattopardo - Via Litteri, 88 -  Tel. 095-711.6111 - Da Federico - p.zza Verga - Acitrezza - Tel. 095-276364 - Holidays Club  - Via dei Malavoglia - Acitrezza - Tel. 095-711.6811 - La Bettola - Via IV Novembre, 65 - Tel. 095-271596 - Selene - Via Mollica - Tel. 095-494444  - Il Gabbiano - Piazza Giovanni Verga Tel. 095276117 I Malavoglia - Lungomare dei Ciclopi, 167 Tel. 0957116556 - Il Nespolo Via Provinciale, 276 Tel. 3489127823 Da Gaetano P.za Verga, 119 Tel. 095276342 - La Cambusa del Capitano Via Marina, 65 Tel. 095276298 Lachea P.za Verga, 1 Tel. 095276537 - Nuovo Polifemo Via Maganuco, 2 Tel. 095276814 Galatea Via Livorno, 146/a Tel. 095277913 - Villa Eden Via Provinciale, 295 Tel. 095277201 I FaraglioniLungomare Ciclopi, 109 Tel. 095276067 - Il Classico Via Provinciale, 66 Tel. 03394113835 Il Canguro Via Scalazza, 27/pl.A Tel. 095276277 - Baia Blu P.za Principe Campo Fiorito, 4 Tel. 0957116518 L'Arcobaleno Via Provinciale, 212 Tel. 0957116635 - Europa Via Provinciale, 5/e Tel. 0957116038 Da Pellegrino P.za G. Verga, 5 Tel. 095276060 - Pizza Fantasy Via Provinciale, 312 Tel. 0957116221 L'Aragosta Lungomare Ciclopi, 157 - Birra a Gò Gò Via Provinciale, 11/a Il Tramezzino Via Provinciale, 213  Tel. 0957116581 - Vicolo Cieco Via Provinciale, 45 Tel. 095276505

Alberghi:  Baia Verde - Via Angelo Musco,8 - Tel. 095-491522 - President Park Hotel - Via Litteri, 88 - Tel. 095-711.6111  Sheraton Catania - Via A. da Messina, 45 - Tel. 095-271557 - Galatea Sea Palace - Via Livorno, 146 - Tel. 095-711.6902

I Faraglioni - Acitrezza - Via Lungomare, 115 Tel. 095-276744 - Lachea - Acitrezza ss.114 - via Dusmet, 4 Tel. 095-276784 Eden Riviera - Acitrezza - Via Litteri, 57 - Tel. 095-277760  

Notizie Utili Azienda Soggiorno e Turismo di Acicastello Tel. 095-604521 opp. 605372  Museo del Castello: p.zza Castello - Tel. 095-271026 - Chiuso Lunedì.

 

Come arrivare d Acitrezza: è ad appena un chilometro a nord da Acicastello. Acicastello, che dista solo 9 km. da Catania, è raggiungibile in auto o in pullman dal capoluogo etneo in circa 10 minuti, attraverso la S.S. 114 o attraverso il lungomare La scogliera. dall'autostrada Messina-Catania, svincolo Acireale e proseguire sulla S.S. 114 -  dall'aeroporto,  tangenziale in direzione Messina, uscire allo svincolo Catania Est e proseguire per la S.S. 114 - Trasporti urbani ed extraurbani: AMT - Linea 448 Cannizzaro/Catania - Linee 334 e 335 Acicastello/Catania Taxi Tel: 095 274135  -