Cannizzaro è la più grande frazione del comune di Aci Castello, in provincia di Catania.

L'abitato è disposto lungo il lato ovest del percorso attuale della Strada statale 114 Orientale Sicula che porta da Messina a Catania; questa lo attraversava interamente prima della costruzione della variante attuale che permise di evitare l'ostacolo dei due vecchi passaggi a livello.

Vi si trova anche uno dei complessi ospedalieri più importanti della regione: l'Azienda Ospedaliera Cannizzaro, struttura ospedaliera di Riferimento Regionale di III livello. La principale festa di Cannizzaro è quella di Maria SS. Immacolata Concezione, ad Agosto.

 

 

Fino alla fine degli anni settanta era costeggiato dalla linea ferroviaria Messina-Catania che lo chiudeva tra i due passaggi a livello eliminati in seguito alla costruzione, più a monte, del nuovo tracciato a doppio binario. In seguito ai lavori anche la stazione ferroviaria è stata integralmente ricostruita in altra sede; oggi Cannizzaro è munita di una moderna stazione ferroviaria ed è sede di un terminal ferroviario merci costruito alla fine degli anni settanta.

Dal 1915 al 1934 la località era servita dalla tranvia Catania-Acireale.

 

 

 

 

 

I SCOGGHI I PAPIRA (Gli scogli dell'oca)

Abbiamo lasciato Ognina e siamo a Cannizzaro.

Superati «'i Vasciuliddi», un tratto di mare aperto la cui bellezza e ricchezza dipendono dalla presenza di anemoni di mare, di alghe rosse e violacee e di tutte le livree multicolori dei labridi.

Questo tratto di mare, il cui fondale scende dolcemente in un blu intenso e profondo, ha preso il nome di un pennuto palmipede che tutti conosciamo: l'oca. Sapevamo del passo dell'oca, del gioco dell'oca, della pelle d'oca, ma non degli scogli dell'oca o, meglio, degli «Scogghi 'i pàpira».

La curiosa denominazione, la cui origine non è certa, serve ad indicare ai marinai che il sito è pericoloso per le reti da calare.

La vicenda, che vuole invece proprio in quel posto la nascita di una «paparedda», è forse frutto della fantasia o dello scherzo di qualche marinaio mattacchione.

 

 

 

A PUNTA 'E L'OMU (La punta dell'uomo)

 La troviamo subito dopo «'i Vasciuliddi» di fronte all'Acqua 'e Pepiri. Un piccolo scoglio in mare (un isolotto in miniatura) proprio accanto ad un alto spuntone di roccia. Tra i due, dove è possibile transitare in barca soltanto durante l'alta marea, notiamo un fondale roccioso molto irregolare:

qui di vari metri, lì di qualche metro. Nel tratto di fondale più basso, detto «zotta», i raggi solari, penetrando, con-sentono la crescita di quello che noi chiamiamo «lippu»: il cibo preferito dai «muletti», che sulla «zotta» un tempo si facevano numerosi, specie nel pomeriggio.

 

 

 

Però le barche, anche quando il tratto di mare era agibile, non vi transitavano per evitare che i furbi «muletti» se la svignassero. I marinai facevano allora scendere uno di loro (un uomo) sullo spuntone di roccia adiacente per sorprendere il pesce e fiocinarlo d'astuzia.

Chi, di solito, si appostava era un esperto «fiscinaru». Questa complessa ed ingegnosa operazione d'astuzia diede il nome alla punta che, tuttora, viene chiamata «Punta 'e l'omu».

a punta 'e l'omu

 

A CACCARA (La calcara)

Poco prima dell'hotel «Baia Verde»  una piccola cala, detta «Caccara», nota agli «addetti ai lavori» per la sua posizione strategica: qui fu possibile la cattura di grandi quantità di acciughe senza l'ausilio delle reti.

Ciò capitò, più d'una volta, a barche con «lampara» che, in cerca di «ancileddi» , ebbero la sorpresa di essere abbordate da grossi branchi di acciughe.

I marinai allora, non avendo reti a bordo e non trovando chi potesse circuire i pesci, li conducevano pian piano fin dentro la cala, portandoli fin sugli scogli. Lì, quasi all'asciutto, avevano poi la possibilità di «'ncupparli» (catturarli con il retino), facendo così un grosso e originale bottino e rientrando quindi in porto «naci-naci» (con barche stracolme).

Sebbene il pescato sia oggi scarso non è detto che, presentandosi una «buona annata», non sia possibile il ripetersi di simili eventi.

II posto prese il nome di «Caccara» per la presenza di una fornace, che non doveva essere lontana e che riceveva — via terra — pietre bianche per farne calce.

 

 

 

 

La "carcara"

(fornace dove si scioglieva la calce).

 

In questa foto, che purtroppo non è in ottime condizioni, è ritratta un'antica fornace che in passato esisteva sulla nostra riviera, l'ho fotografata nel 1996 durante un'eccezionale mostra fotografica organizzata presso le Ciminiere di Catania dal Touring Club Italiano. La didascalia non indicava il luogo esatto, ma solo la riviera Catanese. Una rara e antica "carcara" ancora esistente, è quella  ben visibile a S.G. li Cuti. Di quella suggestiva e sconosciuta della foto ho fatto ricerche che mi inducono a credere che sia quella che un tempo esisteva sulla scogliera, che oggi delimita verso sud il complesso della Baia Verde, https://www.mimmorapisarda.it/2021/94.jpgdove tutt'ora esiste una piccola caletta, chiamata dai vecchi pescatori di Ognina "a carcara". Questo mi fa pensare che sulla scogliera soprastante un tempo esisteva l'antica fornace; il gregge che pascola indica che il sito era campestre (i numerosi giardini sulla scogliera incominciarono a scomparire subito dopo la seconda guerra mondiale con l'incessante speculazione edilizia che ha stravolto e cancellato ogni cosa). Anche la conformazione della costa visibile nella foto avvalora la mia ipotesi, trattasi dunque di quella antica fornace sotto la quale si stendeva la caletta che ne tramanda la memoria. Mio padre nei suoi racconti citava spesso la "carcara" ricordando tutte quelle volte che con la sua lampara a petrolio, dopo aver radunato per tutta la notte sotto il fascio luminoso numerosi branchi di "masculini" ( acciughe), poco prima che iniziasse "l'abburi" (i primi bagliori dell'alba), con la "rema" (corrente sottomarina) favorevole, si dirigeva lentamente con la sua lampara, diminuendo sapientemente l'intensità luminosa, fin dentro la cala dove il fondale marino si abbassava costringendo il branco di acciughe a sollevarsi dal fondo ed ammucchiarsi sotto la fonte luminosa. Quello era il momento in cui mio padre esercitava la sua maestria, da tutti riconosciuta, immergendo il suo "coppo" nel branco riempiendolo così di acciughe che caricava dentro la barca fino a che questa ne potesse contenere. Quelle "masculini" della "carcara", lo ricordo da ragazzo, chissà perché erano sempre di taglia più grossa.

Mario Strano

 

 

 

U SAUTU DO CORVU (Il salto del corvo)

Il «Corvu» si trova sul lungomare Ognina-Acicastello, sotto l'hotel «Baia Verde»

Ahuu... carusi, viriti ca malu tempu c'è!...». Questa era la voce che il marinaio-meteorologo faceva passare, quando udiva i corvi gracchiare  sulla punta più alta della nostra scogliera. Già oasi di natura, è il picco emergente di un complesso lavico dove, dall'alba al tramonto, i corvi volteggiavano per calarsi nei tafoni e bere l'acqua che vi si raccoglieva.

Parliamo del «Corvu»: un'impressionante montagna di lava a picco sul mare, rigogliosa di macchia mediterranea: rovo, olivastro, fico d'India, cappero, ecc.

Prima, però, di abbordare «'u sàutu 'u Corvu», vogliamo darvi notizia della relazione fatta da Carlo Gemmellaro in ordine agli studi sull'azione chimica e corrosiva del mare, compiuti su un campione di roccia prelevato nella zona. Della dotta relazione, letta all'Accademia Gioenia di Scienze Naturali nella seduta ordinaria del 27 agosto 1829, leggiamo insieme un cenno:

 

«Questo pezzo di masso fu staccato dal fianco che presentano al mare le lave, che dallo scaro dell'Ognina si estendono sino ad Acicastello, e dal luogo precisamente detto salto del Corbo, d'onde sono provenienti forse tutti que' massi rotolati di natura simile, i quali si veggono ammontati presso la spiaggia orientale dell'Ognina [...] Si dà il nome di salto del Corbo ad un buon tratto di scogliera fra l'Ognina ed Acicastello. I pescatori distinguono poi con vari nomi quasi ogni scoglio. Il luogo d'onde questo masso fu strappato porta una indecente denominazione [...]  Esso è, come vedete, ridotto ad una forma di vespaio, bucato e corroso, con un labirinto di andrivieni, di archi, di volte e di colonnette, ed è nel tutto a prima vista un oggetto di mera curiosità. Ma se noi, come dobbiamo, vogliam penetrare addentro nella vera causa che da compattissimo masso di lava, un pezzo così logoro lo rese, abbiamo, son sicuro, di che scientificamente occuparci [...] Questo masso che osservate così logoro e bucato non è poi che una porzione d'una gran superficie di lava tutta corrosa anch'essa ed impraticabile; ed è in quel luogo del salto del Corbo, che voi osservar potete in grande l'effetto della forza solvente e meccanica delle onde, che in questo esemplare potete appena ammirare [...] Riepilogando [...] possiamo stabilire [...] che l'agente principale di questa forza solvente è il muriato di soda, sia per l'azione dell'acido sopra alcune basi, sia per la soda che scioglie la silice [...] Ma che a verificarsi la corrosione delle lave per questo processo, moltissimo tempo si richiede; e che nulla è la forza chimica delle acque in paragone de' grandiosi effetti della lor potenza meccanica».

Il luogo di cui parliamo e le sue adiacenze, che hanno preso nome di contrada Corvo, comprendono anche una serie di splendide grotte (la cui sommità i marinai chiamano «'a cruna d'i rutti»), che proteggono dalla vista del cemento e dal rumore del traffico.

Le grotte, ricche di pesci e crostacei, con le pareti a picco sul mare, le secche, che salgono verso la superficie da fondali profondi, e le praterie di Posidonia (anche qui intervallate da distese sabbiose), rappresentano la parte più attraente e spettacolare della nostra scogliera: i giochi di colore delle sue acque sono così decisi e intensi che sembrano appartenere alle acque dei mari del Sud.Questo era il luogo più noto e più idoneo per la pesca dei ricci.

 

 

 

U PALUMMU (Il Palombo)

Mentre proseguiamo il nostro viaggio, diretti verso Acicastello, ci viene ora indicato uno scoglio proteso in mare, denominato «Palummu», che è un noto punto di allineamento.

Gli allineamenti, che sono linee ideali che passano per due segnali sulla costa (chiese, monti, ciminiere, ecc.), sono necessari ai fini dell'orientamento e della individuazione dei tratti di mare da attenzionare.

Il marinaio conosce a memoria il comportamento dei pesci e regola di conseguenza le sue azioni, dirigendo le sue ricerche verso i posti ritenuti più pescosi.

Uno di questi era quello il cui sito veniva calcolato mediante l'allineamento tra «l'avvuliddu»  e lo scoglio del «Palummu» ed il riferimento tra il primo faraglione e la Punta aguzza. Il calcolo effettuato porta ad una profondità di circa quarantacinque metri.

Solo con la barca allineata in tal modo era possibile calare la «palummara»  che, in caso diverso, si sarebbe trovata distesa nel posto inesatto. Con un riferimento errato, ad esempio quando «affacciava» (si intravedeva) il faraglione, si correva il rischio che la rete finisse sulla secca chiamata «'u scogghiu d'u rèntici» , oppure sugli scogli detti della «Carrubba», dove non solo non avrebbe catturato «palummi», ma subito sicuramente seri danni.

Lo scoglio, per essere stato punto di riferimento per la pesca dei palombi, prese quindi il nome di «Palummu».

 

 

 

 

 

L'ACQUA E CAPRI (L'acqua delle capre)

Superato il «Palummu», poco prima di giungere di fronte all'Hotel Sheraton, ci vogliamo soffermare davanti ad un tratto di scogliera, detta comunemente «L'acqua 'e capri».

La denominazione «Acqua delle capre» sembra aver tratto origine sia per la presenza di uno sbocco in mare d'acqua dolce (oggi semisommerso da grossi sassi), che consentiva ai pastori di abbeverarvi il gregge, sia perché — come scriveva il D'Arcangelo —: «Sotto gli stessi scogli scaturiscono piccole fontane d'acqua, limpide e fresche [...] dolci e soavi al gusto, che nel fine del bere vi si sente un certo gradissimo sapore di latte» . Quanto riferito è per noi poco credibile, perché la logica dei marinai o della gente del posto, non poteva certamente affidarsi a voli poetici, ma più semplicemente, cercato un punto cui fare riferimento, vi ricamava poi con un po' di fantasia.

Piuttosto, visto che il luogo non era certamente idoneo per pascolarvi il gregge, né tantomeno per farlo dissetare, crediamo (come del resto ci viene confermato dai marinai) che la sorgente e quindi il luogo presero il nome di «Acqua 'e capri», perché le massaie vi lavavano la lana che, stesa ad asciugare sugli scogli, veniva poi cardata sul posto.

Secondo informazioni storiche, da questo luogo, prima che la lava del 118 a.C, passando per la Licatia, andasse al mare e distruggesse «Catania e i suoi contorni» , riuscendo a modificare per intero la fisionomia del posto, la costa, dopo aver tracciato un arco, si inoltrava fino all'odierna zona del Canalicchio.

 

L'acque 'e capri, pressi Sheraton

 

L'acqua ritenuta saluberrima doveva essere l'acqua del Fasano; il bosco sacro poteva essere il bosco che circondava un tempio dedicato alla «Bella dal tallon di perla figlia di Cadmo, Ino chiamata al tempo che vivea tra i mortali: or nel mar gode divini onori, e Leucotea si noma» Da qui il nome della località, che venne chiamata Licatia, e quindi Leucatia.

Anche Stesicoro, parlando dell'amore di una giovane di nome Calica, riferisce di una rupe — chiamata Scoglio di Leucate — dalla quale la fanciulla, per un amore non corrisposto, si lanciò «nei gorghi dello Ionio», trovandovi la morte .

  

pressi ex Ristorante Selene

 

A PUNTA A UZZA (La punta aguzza)

Superata «L'Acqua 'e capri» proseguiamo ora — sempre diretti a nord — in direzione di Acicastello, osservando l'ultimo tratto di scogliera, prima di cogliere in lontananza l'incanto della rocca del castello di Aci.

Qui turisti italiani e stranieri si stendono a prendere il sole sugli scogli e credono per un momento di essere in uno dei paradisi della Polinesia.

Il mare e il panorama sono quasi gli stessi e le bellezze naturali e l'acqua cristallina danno uno straordinario senso di quiete, che contrasta con il caos della strada, che costeggia il mare e gli ormai pochi giardini di ulivi, mandorli e limoni che una volta profumavano l'aria di intense fragranze.

Siamo nella «Punta Aguzza» o, più semplicemente, «'nta Uzza».

Il luogo, così ameno per turisti e bagnanti, non fu altrettanto accogliente per quei marinai che, come nei pressi della «Punta 'e Jaliuni», a bordo di antichi velieri furono qui sorpresi da improvvise burrasche, essendo la «Uzza» uno dei luoghi più esposti ai venti di tramontana e di grecale. E più d'una volta, non potendo fronteggiare la furia degli elementi della natura, non raggiunsero il porto di destinazione.

Si racconta di un veliero che, effettuata la prima virata in prossimità della «Punta 'e Jaliuni», non riuscendo qui ad effettuare la seconda, per il forte vento si trovò scarrocciato proprio sulla «Punta aguzza» e affondò assieme al carico. Da allora, e per tanto tempo, la punta anzidetta portò il nome di «Punta di S. Croce» perché, nel posto in cui il bastimento fece naufragio, mani pietose avevano deposto una croce in memoria dei marinai scomparsi. La «Punta aguzza» si trova subito dopo il lido «Esagono».

 

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le descrizioni dei punti sono stratte, a spezzoni, da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2022/209.jpg

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica e costruito nel 1076 dai Normanni. Il primo borgo venne fondato intorno al castello e venne ceduto dal conte normanno Ruggero ai vescovi di Catania. Intorno al 1170 venne completamente distrutto da un terribile terremoto e solo nel 1530 fu ripopolato con l'annessione dei vicini paesi di Ficarazzi e Aci Trezza. Nel 1647 appartenne alla nobile famiglia Massa e ad essa rimase sino all'abolizione del regime feudale.

Di notevole interesse architettonico risultano essere la Chiesa Madre con notevoli affreschi opere di Pietro Vasta (1697-1760) e il Castello normanno, oggi sede di un Museo, costruito con pietra lavica proveniente dal monte Etna.

È interessante ricordare che il primo caffè letterario di tutta Europa ebbe sede in Francia e venne fondato nel 1686 da Procopio dei Coltelli nativo di Aci Trezza, oggi frazione di Aci Castello, col nome di Cafè Procope per far conoscere in quel luogo gli ottimi gelati siciliani.

 

 

Il Castello Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico, attestano l'antica frequentazione di questi luoghi.

 

per gentile concessione di Salvo Olimpo ph

 

 

 

 

L'arrivo degli Arabi fu segnato da un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi.

La fortezza sulla rupe fu distrutta dall'emiro lbrahim nel 902. Non si sa con esattezza se il Califfo Al Moez, nel 909, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (kalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato di Aci (Al-Yag). Tra il 1071 e il 1081, nell'ambito della conquista dell'isola da parte dei normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, si deve porre la costruzione del castello di cui ancora oggi si possono visitare le strutture superstiti ed ammirare gli splendidi archi a sesto acuto. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto.

Sono ancora visibili, all'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, i resti di un affresco che ricorda appunto la consegna delle sacre reliquie della Santa al vescovo Maurizio.

L'affresco, purtroppo, versa in uno stato di avanzato degrado, soprattutto a causa di "romantici" visitatori che hanno graffito su di esso il loro nome.

Nel l169 una disastrosa eruzione investì il paese di Aci e raggiunse perfino la rupe che fino ad allora emergeva dal mare, isolata dalla terraferma; la colata colmò il braccio di mare antistante la rupe, rendendo inutile il ponte levatoio che serviva a congiungere il castello al paese.

Il possesso del castello rimase ai vescovi dì Catania fino al 1239.

Quando però il vescovo Gualtiero di Palearia fu rimosso dal suo incarico da Federico II di Svevia, il castello entrò a far parte del Demanio Regio. Poco più tardi, durante il breve periodo angioino (che si concluse con la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282), il castello tornò nuovamente in possesso dei vescovi di Catania.

Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone della lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Federico III d'Aragona, re dì Sicilia, tolse il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concesse all'ammiraglio Ruggero di Lauria come premio per le sue imprese militari.

 

il porticciolo di Acicastello

 

Quando però quest'ultimo passò dalla parte degli angioini, il re fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fece costruire una torre mobile, dì legno, chiamata "cicogna" (essa era alta quanto la rupe lavica ed aveva un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello). Nel 1320, su concessione ancora di Federico III, il possedimento di Aci andò a Blasco d'Alagona ed in seguito al figlio Artale. Nel 1354, durante un assalto del maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia per ordine di Ludovico d'Angiò, il castello fu espugnato e devastato il territorio di Aci. Artale in breve tempo organizzò una flotta, usci dal porto di Catania e vinse gli angioini in una dura battaglia navale condotta nel tratto di mare tra Ognina ed il castello. In seguito a questa battaglia, passata alla storia come "lo scacco di Ognina", il castello fu liberato.

 

Nel 1396 il castello, allora in possesso di Artale II d'Alagona, fu nuovamente espugnato da Martino il Giovane (nipote di Pietro lV, re d'Aragona), il quale era sbarcato in Sicilia dopo aver contratto matrimonio nel 1391 con la regina Maria, unica figlia di Federico lV ed ultima erede al trono aragonese di Sicilia.

Martino, approfittando dell'assenza di Artale II, riuscì nell'impresa dopo aver guastato il sistema di approvvigionamento idrico del castello, mentre l'Alagona, che aveva fatto di Aci e di Catania l'epicentro della sua accanita resistenza contro la presenza di Martino in Sicilia, raggiunto frettolosamente il suo possedimento non poté far altro che constatare la propria sconfitta e la perdita del castello, ormai dato alle fiamme. Spesso d'estate il Comune di Acicastello ripropone la rappresentazione di tale avvenimento storico, che per la sua suggestività richiama grande afflusso di pubblico.

Martino fece del castello la sua stabile dimora insieme a Bianca di Navarra divenuta sua sposa nel 1402 dopo la morte della prima moglie, la regina Maria. In questo periodo il castello conobbe un breve periodo di splendore in cui furono organizzate feste e lussuosi ricevimenti. Alla morte di re Martino, Bianca, nominata vicaria di Sicilia da Martino II succeduto a Martino il giovane, lasciò il castello a Ferdinando il Giusto di Castiglia, nuovo re di Sicilia (1412).

Nel 1416 il primo viceré di Sicilia, Giovanni di Castiglia, ordinò alcune opere di ristrutturazione del castello, per le quali stanziò la cifra di 20 onze d'oro.

 

Giacinta Pezzana (Torino, 28 gennaio 1841 – Aci Castello, 4 novembre 1919) è stata un'attrice teatrale italiana.
Iscrittasi all'Accademia Filodrammatica di Torino nel 1857, fu respinta per mancanza di attitudini l'anno seguente; continuò quindi gli studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti. Esordì in teatro nel 1859 con la compagnia Prina-Boldrini; passò quindi nella compagnia piemontese Toselli, una compagnia dialettale nella quale ottenne i suoi primi successi. Nel 1862 diventò prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. Il suo repertorio comprendeva le tragedie di William Shakespeare, le commedie di Carlo Goldoni e i drammi romantici.
Nel 1863 sposò lo scrittore Luigi Gualtieri, dal quale si separò alcuni anni dopo.
Nel 1865 passò nella compagnia di Luigi Bellotti Bon, e nel 1868 nella compagnia del Teatro dei Fiorentini di Napoli. Costituì quindi una sua compagnia, insieme con Luigi Monti e Guglielmo Privato. Nel 1873 partì per una lunga tournée in Spagna, Portogallo, in Sud America e nell'Europa orientale, rientrando in Italia per una breve pausa nel 1877. Nel 1879 al Teatro dei Fiorentini portò in scena Teresa Raquin di Émile Zola, considerata la sua interpretazione più celebre; gli altri interpreti del dramma erano Giovanni Emanuel e una giovanissima Eleonora Duse.
Lasciata l'attività regolare, negli anni successivi Giacinta Pezzana fece solo sporadiche apparizioni e nel 1887 si ritirò ad Acicastello. Tornò sulle scene nel 1895, ma non per stagioni regolari, salvo qualche breve eccezione. Nel 1910 fece un'altra tournée in Sud America, e si stabilì per qualche tempo a Montevideo, dove aprì una scuola di recitazione.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale rientrò in Italia. Nel 1915 interpretò il suo unico film, Teresa Raquin, diretto da Nino Martoglio. Si ritirò definitivamente ad Aci Castello, dove morì nel 1919.
La Pezzana incarnò un nuovo modello di attrice a cavallo tra Ottocento e Novecento: sobria, elegante, dotata di fisico statuario[1], trasformò i personaggi da lei interpretati creandoli da capo e dando loro un respiro "altro" rispetto alla consueta visione che si aveva di essi[2]. Fu maestra ammirata di Eleonora Duse e donna emancipata, come testimoniano le sue epistole con alcuni personaggi femminili dell'epoca tra i quali Sibilla Aleramo. Ancora prima di Sarah Bernhardt recitò en travesti il ruolo di Amleto, dimostrando grande coraggio e spirito di innovazione.

 

 

Successivamente, nel 1421. il viceré Ferdinando Velasquez divenne il nuovo signore del castello e del feudo di Aci, per il quale pagò al re Alfonso il Magnanimo la somma di 10.000 fiorini. Alla morte del Velasquez, il castello tornò al demanio regio di re Alfonso, che lo rivendette al suo segretario Giambattista Platamone. Il successore di re Alfonso, Giovanni Il d'Aragona, rivendicò il possesso del castello a Sancio, discendente del Platamone. Questi si rifiutò di restituire il castello, che di conseguenza fu assediato ed espugnato in breve tempo; Sancio e suo figlio furono catturati e segregati nel Castello Ursino di Catania, dove morirono. Durante il XVI secolo il castello passò nelle mani di diversi privati, finché fu adibito a sede di una guarnigione che aveva il compito di segnalare i pericoli provenienti dal mare alle popolazioni interne ed alle altre fortificazioni vicine, poste lungo la costa. Allo stesso tempo il castello assolveva la funzione di prigione: si hanno testimonianze delle precarie condizioni in cui versavano i detenuti, che spesso venivano lasciati morire d'inedia nelle segrete. Anche un tesoriere comunale di Aci, Miuccio di Miuccio, incarcerato nel 1595 per debiti contratti con il Municipio, seguì la stessa sorte.

La prima battaglia menzionata dalla storia fu quella che nel 414 a.C. vide in lotta Magone generale cartaginese contro Leptine siracusano. La vittoria dei Cartaginesi consolidò il loro dominio sulla Sicilia Orientale. La posizione che il Castello occupa non passò inosservata agli Arabi ed ai Normanni, che tanta parte ebbero nella cultura della nostra terra.

Distrutto in un primo tempo (902) dagli Arabi fu poi ricostruito dal Califfo Al‑Moez.

Circolò per anni la leggenda che nel suo museo esistesse la testa del ciclope Polifemo, in quanto per molto tempo si credette d'aver trovato il cranio del Ciclope con un solo occhio. La scienza ha vanificato questa leggenda, idenficando il cranio con quello dell'elefante Falconeri, per l'appunto il nostro elefante nano.

Non mancano a completamento della sezione i fossili dei vegetali, tronchi, foglie, alghe e i pesci fossili su tripoli del Messiniano risalente a circa 8.000.000 di anni fa, periodo in cui, chiusosi lo Stretto di Gibilterra, il Mediterraneo si prosciugò lasciando grossi laghi.  

L'uomo è stato l'ultimo a comparire sulla terra ed ha seguito un lento e faticoso processo detto appunto di ominazione. I calchi dei crani acquisiti presso il Museo dell'Uomo di Parigi ci consentono di seguire attraverso lo studio e l'analisi dei tratti somatici tutte le modificazioni che hanno portato l'uomo da un aspetto simile alla scimmia all'aspetto attuale.  

A questa parte si aggancerà la sezione archeologica con i manufatti del paleolitico, mesolitico, neolitico nonché di età greca, romana, medievale.  

A ciò si aggiungerà una sezione dedicata al materiale archeologico subacqueo frutto in una recente donazione, che permetterà di studiare la navigazione, la storia commerciale e storia politica della nostra zona.  

Interessante é anche la notizia che nel 1571 ventiquattro prigionieri preferirono arruolarsi nella spedizione navale che condusse alla battaglia di Lepanto, piuttosto che continuare a stare rinchiusi nelle tetre prigioni del castello. Una tappa fondamentale nella storia di Aci e del suo castello é l'anno 1528, quando l'imperatore Carlo V la rese libera da ogni vassallaggio erigendola a Comune, dietro il pagamento di ben 72.000 fiorini. Nel 1571, inoltre, si diede incarico a don Vincenzo Gravina di definire lo stemma della città, rimasto così fino ad oggi; lo stendardo veniva custodito all'interno del castello e portato fuori per la festa patronale.

 

 "Madre e figlio" (2002) di Antonio Santacroce

 

Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura:

"PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".

Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murato sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi. Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa. Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo.

 

Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell'arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le stoffe del Castello di Trezza" che, tra amori,  tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

 

Il Castello dal Lungomare Martinez

 

Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Negli anni 1967-69 la Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale restaurò il castello; si trattò tuttavia di un restauro poco filologico, del quale rimane in ricordo una lapide all'ingresso.

Dal 1985, anno di inaugurazione del piccolo museo posto all'interno del castello, grazie alla promozione di diverse iniziative culturali (mostre, convegni, visite guidate, concerti, studio del materiale paleontologico ed archeologico), esso sta via via assumendo sempre più la fisionomia ed il ruolo che più si addicono ad un monumento storico ed architettonico di tale importanza: non una muta testimonianza storica, ma il centro propulsore di un vivo e continuo dialogare tra i contemporanei ed il passato.

 

 

La grotta sotto il castello  è un classico esempio di scolamento lavico, ove insieme alle formazioni geologiche quali i «denti di cane» vive una fauna tipica da grotta quali i ragni e i pipistrelli. I pochi cocci rinvenuti parlano del periodo denominato «Castellucciano», databile intorno al 1800‑1400 circa a.C. In questa età, mentre in altre zone della Sicilia era uso scavare le tombe a grotticella artificiale nel calcare, nelle zone laviche intorno all'Etna (es. Adrano), data la durezza della lava, si sfruttavano come sepolture le grotte che si erano formate all'interno delle varie colate laviche di età molto antica.

Certo è necessario operare una ricerca approfondita nella zona al fine di ben individuare i vari periodi archeologici che si sono susseguiti nel territorio di Acicastello, visto che esistono parecchie testimonianze che vanno dal neolitico al periodo bizantino: resti di asce litiche, strumenti di selce e ossidiana, ceramica preistorica, fram~ menti di età greco~ellenistica, romana, bizantina. Le fonti classiche parlano del fiume Aci e in relazione a questo fiume è la statio di Acium a 9 miglia da Catania e a 24 da Naxos, citata nell'itinerarium Antonini.  

 

 

Vissuto sempre ai piedi del Castello fu chiamato dagli Arabi «Al-Yag». Esistono tracce di un passato medievale in un troncone di mura costruite utilizzando la pietra lavica. Il suo nome è legato alla leggenda del fiume Aci, che un'epigrafe settecente~ sca posta sul prospetto della chiesa di S. Mauro definisce «Acensitim faecunda parens»: madre feconda degli Acesi.

I terribili cataclismi del 1169, terremoto, maremoto, e una colata lavica di notevoli diniensioni,, dispersero gli abitanti della zona che si trasferirono nelle zone vicine. Colpito dal terremoto del 1693 fu ricostruito nel 1718.

Costruito su un'immensa rupe, prodotta da un'eruzione sottomarina, formata da un ammasso di pillows di lava, il Castello s'innalza scuro e imponente sulla piazza, come la prua di un'immensa nave.

L'impianto attuale di chiara impronta normanna lascia intravedere qua e là resti di passate civiltà. Resti di una probabile porta romana e una grotta che ricorda le tholos Micenee del XIII sec. a.C. ci inducono a pensare che il Castello, proprio per la sua posizione, sia stato abitato da civiltà diverse non esclusi Fenici, Greci e Romani per i quali il nome era «Rocca Satumia».  

 

 

 

Lasciato il borgo di Ognina, ha inizio uno dei più suggestivi litorali della costa jonica di Sicilia, tre miglia di litorale basaltico interrotto da sette grotte, battezzato Costa dei Ciclopi. Risalendo, la prima località che s’incontra è Aci Castello, facilmente riconoscibile per la rocca basaltica a strapiombo sul mare, su cui è arroccato il Castello di origine normanna, edificato come difesa costiera. La tappa successiva il villaggio di pescatori di Aci Trezza con il suo accogliente porticciolo turistico: due moli convergenti, il Nord banchinato, che termina con una piccola darsena, e il sud formato da due tronconi, orientati a est e nord-est. C’è un piacevole via vai di barcaioli-taxi, di pescatori e di imbarcazioni per la visita della Costa, il chiosco “Luna Rossa” proprio sul molo e, sulla piazza del paese, un’infinita scelta di trattorie e ristoranti di pesce.

 

 

 

«Terra vergine e selvatica abitata da Ciclopi e Lestrigoni» così Omero definisce la Sicilia e da qui è nata la leggenda dell'identificazione dell'isola Lachea e dei faraglioni con i massi che Polifemo, accecato e furente, scagliò contro Ulisse e i suoi compagni.  

Accanto a questa leggenda è fiorita anche quella del fiume Aci, che ha dato il nome ai vari paesi che attraversava. Il mite pastorello Aci, era innamorato della dolce Galatea, ma Polifemo reso folle dalla gelosia perchè pazzamente innamorato della Ninfa5 uccide Aci con un enorme masso. Gli Dei, mossi a pietà dallo strazio di Galatea trasformarono il pastorello in fiume che scorrendo perenne, trova‑ pace e ristoro tra le braccia di Galatea che l'attende nell'azzurro Ionio ove si fondono in un abbraccio senza fine.

La fantasia popolare ha probabilmente in tal modo spiegato eventi e cose naturali, ammantandole di una dolce poeticità. Polifemo potrebbe essere la personalizzazione dell'Etna, Galatea la spuma del mare, Aci il fiume‑ che sfociava nei pressi di Capo Mulini.  

 

Si narra che Aci Castello e le altre Aci traggano la propria origine da Xiphonia, misteriosa città greca scomparsa, probabilmente oggi in comune di Aci Catena. I poeti Virgilio e Ovidio fecero nascere il mito della fondazione alla storia d'amore tra una ninfa chiamata Galatea ed un pastorello chiamato Aci, e del ciclope Polifemo. In epoca romana esisteva una città chiamata Akis, che partecipò alle guerre puniche. La storia della medievale Jachium e poi dell'araba Al-Yag coincide strettamente con quella del Castello di Aci da cui si può desumere buona parte degli avvenimenti storici ed a cui si rinvia.

Di questo periodo è la fondazione del Santuario di Valverde. La storia di Aci Castello sarà praticamente condivisa fino al XVII secolo con quella degli altri casali del territorio di Aci a cui si può far riferimento. Sotto il dominio spagnolo, nel XVII secolo, il notevole sviluppo economico di Aquilia Nuova (Acireale) causò contrasti e rivalità con gli altri casali che chiedevano l'autonomia amministrativa. Vi sarà quindi la separazione dei casali di Aci. Nacquero: Aci Bonaccorsi (1652), Aci Castello (1647) (comprendente anche Aci Trezza), Aci S.Filippo ed Aci Sant'Antonio (1628) (comprendente anche Aci Valverde, Aci S.Lucia ed Aci Catena).

 

 

Nel XIX secolo, nell'allora borgo marinaro di Aci Trezza, lo scrittore Giovanni Verga ambientò il romanzo "I Malavoglia".

Miti: "Aci e Galatea" e "Ulisse e Polifemo"

Acicastello ricade nel territorio di Aci, ossia quei centri che hanno una storia che li ha accomunati per diversi secoli e la stessa discendenza nel mito di Aci e Galatea. Il mito risale al I secolo a.C. ed è riportato nelle Metamorfosi di Ovidio. Il pastorello Aci amava Galatea, ninfa delle acque, che dimorava nel mare antistante la costa acese. Ma ella era amata anche da Polifemo, un ciclope che per quell’amore rifiutato soleva calmare la sua ira lanciando massi infuocati dall’Etna. 

Polifemo un giorno sorprese la candida Galatea adagiata sul petto di Aci, impazzito dalla gelosia scaglio una parte del monte sul suo rivale, seppellendolo. La ninfa pianse il sul amato e l’eco di quegli strazi giunse fino a Giove che donò al giovane nuova vita. La roccia si fessurò ed Aci fu tramutato in limpido fiume per riversarsi in mare e riabbracciare in eterno il suo amore. L’altro mito è legato ai luoghi si riscontra nell’Odissea di Omero. Ulisse (Nessuno) con i suoi uomini sbarcano sulla costa, ma si imbattono i Polifemo, che li sorprende nella sua caverna. Fatti prigionieri, il ciclope fa scempio di alcuni marinai, ma l’astuto Ulisse riesce ad ubriacare Polifemo ed accecarlo del suo unico occhio posto al centro della sua fronte. Il Ciclope furente cerca di riprenderli, ma Ulisse ed i marinai superstiti prendo il largo con le navi, anche se inutilmente, Polifemo cerca di colpirli lanciando loro enormi massi, ovvero i faraglioni che stagliano antistanti la costa di Acitrezza.

 

 

Da Aci Castello a Capomulini
Un arcobaleno di storia e colori.  Uno dei tratti più suggestivi della costa che offre al visitatore innumerevoli bellezze
Aci Castello, Aci Trezza e i faraglioni. Un panorama eccezionale che si offre a coloro che fanno ... Se la Sicilia intera è una terra felice per tutto quello che generosamente sa offrire a chi la visita, la costa bagnata dal Mar Jonio è così ricca di doni naturali e storici che di meglio è difficile trovare.
A picco sul mare, Aci Castello, venne fondato dai Normanni: nel 1706 un castello, attorno al quale si formò il borgo, fu concesso da Ruggero ai Vescovi di Catania. Nel 1169 un terremoto distrusse in parte il borgo, cosicchè la maggio parte degli abitanti si trasferì nel territorio circostante; successivamente il paese fu ripopolato.

 


 

Mentre il castello appartenne a Ruggero di Lauria, venendo espugnato nel 1297 da Federico II d'Aragona, il borgo rimase a lungo possesso dei Vescovi di Catania. Passato in seguito agli Aragona, Aci Castello fu acquistato nel 1760 da Giuseppe Emanuele Massa. Il castello, assai pittoresco per la sua posizione su una roccia vulcanica e per il colore scuro delle sue cortine, risale, come già detto al periodo normanno (XI secolo), ma si presenta soprattutto nei rifacimenti dei secoli XIII-XIV, con robuste torri merlate. Sul litorale si elevano grandi spuntoni basaltici, sul maggiore dei quali sorge il castello che dà nome al paese.
Si arriva ad Aci Trezza, un piccolo borgo di pescatori dominato, dalla parte del mare, dai Faraglioni dei Ciclopi le cui masse laviche nere ed appuntite emergono dalle acque cristalline. Nell'Odissea si narra che questi fossero i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse che l'aveva accecato lanciandogli un dardo infuocato nell'unico occhio. L'eroe era poi fuggito con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope. Di fianco si erge l'isola Lachea, oggi sede di una stazione biologica dell'Università di Catania.

 

 

Il porticciolo, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra popolato dai fantasmi dei personaggi di Verga, la Maruzza e gli altri Malavoglia, che attendono ansiosi scrutando il mare, nella vana speranza di avvistare la Provvidenza con il suo carico di lupini. Ed è proprio ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La terra trema", rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato tratto.
Un chilometro più a nord-est si trova Aci Trezza, fronteggiato dagli alti scogli basaltici noti come "Faraglioni" o come "Ciclopi". A breve distanza si trovano Cannizzaro e Ficarazzi rispettivamente a sud e ad ovest del capoluogo. Senza dimenticare Capomulini, un piccolo borgo caratteristico, sede di un porticciolo attraente, così come il suo lungomare.
 

 

 

Arriviamo, infine, ad Acireale che trae il suo nome dalla mitologia e precisamente dalla leggenda dei Ciclopi (cantata dai greci e dai latini Ovidio e Virgilio), legata alla storia d'amore tra la ninfa Galatea e il pastore Akis (in latino Aci), perseguitato dal rivale Polifemo e trasformato poi in fiume dal Dio del mare Poseidone. Sulle rive del fiume Akis, oggi scomparso, vissero popolazioni primitive e, verso la fine del VIII secolo, coloni greci vi fondarono una città dal nome Akis, della quale non è mai stata identificata l'esatta ubicazione.
La Sicilia 24/03/2012

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2022/206.jpg

 

I SPIDDI DO CASTIDDAZZU

 

 

Castello di Aci Castello, tra storia e paranormale sulle sponde del mar Ionio

19 gennaio 2013 by Redazione S.a.r.de.              

 

Oggi per la rubrica“Le Nostre Indagini” Vi proponiamo un’analisi di uno dei monumenti della sicilia orientale più comunemente noti agli appassionati di paranormale: Il castello Normanno di Aci Castello. Cominciamo con alcuni cenni storici sulla fortezza che ci permetteranno di capire meglio le origini di tali fenomeni.

 Aci Castello è il primo centro della riviera dei Ciclopi, così chiamata per gli scogli che emergono dal mare e che sembrano gettati da un gigante; la leggenda narra che fu Polifemo accecato a scagliarli contro Ulisse in fuga. Il paese fu distrutto da un terremoto nella seconda metà del 1100 e gli abitanti furono costretti a riparare in località vicine, che a loro volta si svilupparono come centri autonomi e oggi sono riconoscibili dal prefisso Aci (Acitrezza, Acireale ecc.).

 Il castello di Aci Castello, distante pochi chilometri da Catania, è famoso per la rupe basaltica in cima alla quale sorge il castello  che da il nome al paese.

 La composizione della roccia sulla quale sorge l’edificio è estremamente rara e ne esistono pochi altri esempi.

Si è originata da un’eruzione vulcanica basaltica marina di oltre 500.000 anni fa, la pietra lavica è ricoperta da una crosta vetrosa (generata dalle alte temperature del magma) e divisa all’interno in prismi. Questa particolare forma e struttura è dovuta alla presenza di sabbia e argilla nel fondale originario e dal raffreddamento repentino del magma, causato dal contatto con l’acqua fredda del mare.

 Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, sicuramente la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina.

Sebbene non si siano conservati resti di strutture di tale periodo, a causa probabilmente della distruzione delle fortezze costiere operata dagli Arabi, gli scrittori antichi ci hanno lasciato il ricordo di famose battaglie navali combattute in queste acque (Diodoro Siculo ci ricorda quella tra lmilcone cartaginese e Leptine siracusano).

Anche i rinvenimentì archeologici, soprattutto quelli sottomarini, esposti nelle vetrine del Museo Civico all’interno della fortezza, attestano l’antica frequentazione di questi luoghi.

 Poche le testimonianze relative al castello nel XVIII secolo, se si esclude la leggenda di un povero cacciatore che venendo un giorno a cacciare nelle vicinanze del castello, uccise per errore una gazza di proprietà del governatore del castello, uomo crudelissimo. Questi fece arrestare il cacciatore e lo fece segregare nelle prigioni del castello, dove rimase ben 13 anni. Un giorno, saputo dell’arrivo del Duca Massa, proprietario del castello, il cacciatore compose un canto in suo onore; quando lo udì, il duca volle conoscerlo e, appresane la triste storia, diede subito ordine che venisse scarcerato.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell’ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella “Le stoffe del Castello di Trezza” che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Garzia e di donna Violante.

Numerose sono le leggende che vengono associate alla rocca di Aci Castello (Catania), adagiata sul mare, riguardo la presenza di fantasmi che dopo la mezzanotte si aggirano tra le stanze segrete o nelle tetre prigioni dove la storia descrive di morti in battaglia e di detenuti lasciati morire di fame. Di avvistamenti se ne parla da tanti anni; ne parlò il custode di un tempo oggi defunto, che disse di aver visto dei soldati a spasso entrare nelle stanze dove si trova il museo civico. Pare che qualche castellese sia rimasto una notte ad aspettare i fantasmi munito di macchina fotografica. Un’altra vicenda riguarderebbe due impiegate comunali che, al termine di una manifestazione tenutasi sul castello, si attardano a ripulire e sistemare le stanze del maniero normanno. L’orologio segnava le tre di notte e un leggero venticello avvolgeva la rupe dando un po’ di frescura alle stanche lavoratrici. Ad un tratto un rumore stridente, forse di catene, rompe il silenzio di una sonnacchiosa notte d’estate. Le malcapitate si guardano in faccia, capiscono che qualcosa di strano sta accadendo, pensano entrambe la stessa cosa ricordandosi le leggende dei fantasmi, e allora giù di corsa per le scale del castello a gambe levate.

Anche noi di SARDe abbiamo voluto approfondire tali argomentazioni e con i nostri strumenti ci siamo recati all’interno del Castello per fare alcuni scatti e monitorare alcuni ambienti nei quali, secondo i racconti sopracitati, si sono verificate delle attività paranormali. Qui di seguito Vi postiamo una presentazione che racchiude diverse immagini, tra le quali due in particolare che, grazie all’applicazione di particolari filtri di contrasto, sembrano rivelare due volti sulle rocce all’interno di una delle stanze.

 http://sarde.altervista.org/2013/01/19/castello-di-aci-castello-sintonia-di-storia-e-paranormale-che-si-affacciano-sul-mar/

 

 

 Aci Castello: i fantasmi del Castello normanno

 I fantasmi del Castello normanno di Aci CastelloLa manifestazione era appena finita. Le stante e i corridoi del Castello normanno di Aci Castello ne erano state la location ideale. Due impiegate comunali si erano attardate per ripulire tutto.

 Ormai erano le tre di notte. E le due donne erano stanche. Un leggero soffio di vento aleggiava intorno alla rocca dove sorge il castello. Dava alle due donne un po’ di refrigerio dalla calura ossessiva di quei giorni, che non dava scampo nemmeno durante la notte.

 Tutto era silente. I lavori procedevano tranquilli, interrotti solo dalle voci delle due donne, e da qualche loro motto salace. Ma nulla di più. Finché non lo sentirono.

 Un rumore, dapprima flebile, poi assordante. Come di qualcosa di pensante che venisse trascinano per terra. Come se si trattasse di catene.

 Le due donne si immobilizzarono di colpo. Erano terree in volto. All’inizio fu come se non capissero. Poi si ricordarono delle tante leggende di fantasmi che giravano intorno a quell’antico maniero. Si guardarono. E se la diedero a gambe levate.

 Tempo pochi, pochi secondi e le due donne si ritrovarono nel mezzo di Piazza castello. Dove solo la presenza di qualche persona in carne e ossa riuscì nuovamente a tranquillizzarle.

 Un’altra storia fu poi raccontata dal custode del castello. Questi affermò di aver visto dei soldati in arme che si aggiravano per le stanze del museo. I fantasmi delle persone che vennero uccise e torturate nelle sue anguste segrete.

http://www.storiedifantasmi.it/2012/06/fantasmi-aci-castello-castello-normanno/

 

 

Jean Calogero: Catania 20 Agosto 1922 - 15 Novembre 2001. Fin dall'adolescenza ha manifestato la sua passione per il disegno e la pittura e ha cercato negli studi artistici la risposta ai suoi quesiti tecnici, alle sue costruzioni compositive, alle sue necessità espressive.

Nella città etnea ha frequentato il Liceo Artistico. Poi i disagi del dopo-guerra e il bisogno di guardare lontano, verso i luoghi del confronto delle idee, lo hanno spinto a viaggiare e si è recato in Francia sia per approfondire gli studi che per conoscere le nuove tendenze dell'arte.

Nel 1947 è a Parigi dove frequenta i corsi di pittura all'Ecole Des Beaux-Arts. La capitale francese è il luogo ideale per le sue aspirazioni professionali e per i suoi sogni creativi.

Vive in maniera intensa, dedicandosi alla pittura e allo studio e, coinvolto dai momenti più vivaci della vita culturale parigina, partecipa alle mostre e ai dibattiti di maggiore rilievo.

Del 1949 è il suo primo contratto artistico, lo firma per la Galerie Hervé di Parigi che, notoriamente in quegli anni, seguiva gli svi- luppi della giovane pittura europea.

Calogero fa della Francia la sua seconda patria e inizia con coraggio e sentimento una frenetica attività espositiva che, grazie al consenso della critica, lo porterà in giro per il mondo.

Alle innumerevoli mostre parigine, negli anni cinquanta, si aggiungono le esposizioni americane a New York (Associated American Artists, 1952), a Los Angeles (James Vigevano Galleries, 1953) e poi in seguito anche in Giappone e nelle maggiori gallerie italiane. 

A Gauthier seguono George Waldemar (1956), Francois Christian Toussaint (1957), Leonardo Sciascia (1969) e poi in tempi più recenti Vanni Ronsisvalle (1977), Vito Apuleo (1979) e Francesco Gallo (1985).

Se George Waldemar mette in evidenza lo spirito d'avventura dell'artista ("Calogero si avvia a conquistare nuovi continenti e isole misteriose. I suoi vivi interessi, il suo osare, il suo spirito d'avventura e il suo istinto come un lirico visionario...") Sciascia consacra Calogero tra i surrealisti: "Direi, ecco, che Calogero è un surrealista quale poteva nascere in Sicilia: uno che non opera l'epanchement du rêve dans la vie réelle, ma totalmente sfugge alla vita reale".

Nel 1957 la città di Parigi lo premia con la Grande Medaglia d'Argento, massimo riconoscimento ad artisti viventi, e successivamente, nel 1959, viene inserito nel catalogo internazionale dell'arte BENEZIT tra i più autorevoli della pittura mondiale.

Dagli inizi degli anni settanta, dopo avere esposto a Chicago (Florida Gallery, 1970), si fa più presente in Italia ma mantiene il suo studio parigino e continua ad esporre negli Stati Uniti e in Giappone.

Dal 1971 la stampa italiana, che per vent'anni avveva riportato l'eco delle mostre francesi e americane, si inserisce nel vivo del dibattito artistico riguardante Jean Calogero grazie a Vincenzo Di Maria.

Il 25 Aprile 1971 dalle pagine de "La Sicilia" Di Maria finalmente chiarisce il rapporto tra Calogero e la sua terra e pubblica una visione struggente della piccola Acicastello.

Se a Parigi Jean Calogero rievoca la Sicilia, i suoi miti, i suoi colori forti e luminosi, ora ad Acicastello fa riemergere la capitale francese carica di glamour. Parigi e la Sicilia negli anni settanta, e anche in seguito, costituiranno così la linea preferenziale dei suoi sogni pittorici, dei suoi spostamenti fisici e la critica saprà coglierne puntualmente il significato, il valore.

Così scrive Vanni Ronsisvalle a tal proposito: "Jean Calogero è un buon nuotatore ed anche un buon trasvolatore. Un viaggio, due viaggi tre viaggi...Dal vecchio porto di Acicastello...da questo golfo della memoria altrui, che gli fornisce persino il bagaglio, Calogero intraprende i suoi viaggi" (da "Viaggi Innaturali", Roma 1977).

Negli anni novanta, lontano da ogni clamore, vive un'intensa stagione artistica caratterizzata dalla presenza delle città vissute e dalle città del sogno. Il suo pennello indagatore, i suoi colori vivaci, il suo segno allegro e festoso viaggiano tra le nuvole e le cupole dei luoghi cari alla memoria, tra il cielo e l'acqua dei mari attraversati... Da Jean Calogero - "Le città del mondo" Acicastello 1996 (Paolo Giansiracusa)

http://www.jeancalogero.it/

 

 

 

Come arrivare: Acicastello, che dista solo 9 km. da Catania, è raggiungibile in auto o in pullman dal capoluogo etneo in circa 10 minuti, attraverso la S.S. 114 o attraverso il lungomare La scogliera. dall'autostrada Messina-Catania, svincolo Acireale e proseguire sulla S.S. 114 -  dall'aeroporto,  tangenziale in direzione Messina, uscire allo svincolo Catania Est e proseguire per la S.S. 114 - Trasporti urbani ed extraurbani: AMT - Linea 448 Cannizzaro/Catania - Linee 334 e 335 Acicastello/Catania Taxi Tel: 095 274135

 

La cappelletta dell'Ecce Homo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STABILIMENTI BALNEARI RIVIERA DEI CICLOPI

 

 

Acquarius

95021 Aci Castello (CT) - Via Pezzana Giacinta, 18
095 7111550 - 095 271708
Esagono
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 46
095 271877
La Posada
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 32
095 274460

Bellatrix

Via Musco, 1 95121 Aci Castello Catania
095 4911314 - 095 494765

Grotta Smeralda

Via Antonello Da Messina, 11 - 95021 Aci Castello (CT)

095 271576

Lungomare
Piazza del Tricolore, 1 - 95127 Catania
095 376456

Camping Ionio

Via Villini a Mare, 2 - Catania 
Tel. 095 491139

Acicastello

Via Del Porto 2 Aci Castello (CT)

095 271160

Portofino

Via S. Maria La Scala Acireale

095 891545

La Terrazza
95024 Acireale (CT) - Via Della Marina

095 877470

 

Aldebaran 
95126 Catania (CT) - Via Villini a Mare, 34
095 7137236

Lido Dei Ciclopi

95021 Aci Castello (CT) - Via Provinciale, 2
095 7117105 - 095 276601

La Risacca
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 62
095 274177

La Battigia

Viale Ruggero Di Lauria, 2 - 95127 Catania (CT)

095 387898

LiCuti
95126 Catania (CT) - Viale Ruggero Di Lauria, 4

San Telmo

Via Mollica, Aci Castello (CT)
Tel. 095 7112410

Baia del Gambero

Via S.G. Li Cuti 80. 95127 Catania

095 376281 - 095 382556

Helyos

Piazza Europa - 95129 - Catania
095 375080
Camping Jonio

Via Acque Casse, 39 - Catania 
Tel. 095 491139

Mediterraneo

Via Gurne - Acireale

095 877489

 

 

U SCOGGHIU DU SCECCU (Lo scoglio dell'asino)

Doppiata la «Uzza», prima di puntare su Acitrezza, il nostro cicerone ci indica ora uno scoglio di roccia lavica nera e lucente e ci informa che nelle sue vicinanze è molto frequente la presenza di numerosi saraghi: i petulanti e ciondoloni che dappertutto trovano dimore temporanee tra buchi, crepacci ed anfratti. Ma non di rado, distratti come sono, finiscono anche su distese sabbiose. Non sono peraltro pesci viaggiatori, non indulgono ad avventurose esplorazioni e non si allontanano molto da quel tratto di litorale in cui hanno scelto di dimorare.

«Bastiano, ma lo scoglio che c'entra?...».

«Ah... sì, lo scoglio viene chiamato «'u Schogghiu d'u sceccu», perché consente di pescare stando comodamente seduti a cavalcioni, pur dovendo «cummàttiri»  con i trafficoni e indaffaratissimi saraghi».

 

S. MAURO A RENDI (S. Mauro appena visibile)

Se sulla linea retta, che passa per i segnali della chiesa di S. Mauro ad Acicastello e del castello, la prima è nascosta dal secondo, il sito viene chiamato «S. Mauru ammucciatu»; se, invece, spostandosi la barca (verso sud o verso nord), la chiesa di S. Mauro comincia ad intravedersi, il sito viene detto «S. Mauru a rendi» (rendersi appena visibile); se la barca continua ancora a spostarsi e la chiesa non appare interamente visibile, il sito si chiama «S. Mauru affacciatu»; quando, invece, è interamente visibile, il sito è denominato «S. Mauru apertu».

Costeggiamo la rocca del castello di Aci, mentre il nostro accompagnatore accenna a nomi e luoghi che sanno prevalentemente di leggenda: Galatea, Polifemo, i Ciclopi.

I prachi 'i Santu Mauru

 

 

La nostra guida ci conduce al largo per indicarci un sito, noto ai marinai come «S. Mauru a rendi», e per spiegarci come si allinea la barca tra «'u castiddazzu» e la chiesa di S. Mauro, se si vogliono trovare dei fondali che, costituiti per lungo ed ampio tratto da «rinazzu» (sabbia grossolana), «ospitano», in determinati periodi dell'anno, grandi quantità di «ciciareddu» .

Questo pesce, che appartiene alla famiglia degli Ammoditi, ama seppellirsi con molta abilità nella sabbia? ma può anche nuotare rapidamente. Appare in primavera, spesso in grandi sciami e in vicinanza della costa per deporre le uova; il suo sapore è simile a quello dell'«ancileddu» e dell'acciuga. La sua presenza (almeno nel golfo di Catania) si riscontra esclusivamente nelle zone di «S. Mauru a rendi».

 

 

 

U Principi

 

Nella terminologia dei siti locali, a parte le indicazioni viarie dedicate genericamente al Duca Massa e al Principe Manganelli, il richiamo alla famiglia, dominatrice dell'antico paese, e ai loro discendenti è U Principi.

Esso indica la zona, a sud di Bagnaculo (e fino a Punta Uzza), che ha al centro un bel palazzo di pietra lavica sul mare, nato nel '900 (anni '30) cioè nel momento dell'affermazione dei bagni ... anche se il palazzo in funzione balneare è stato nel passato poco sfruttato dai proprietari.

Così Alfredo Porto ci ha narrato, poco prima di lasciarci, uno dei pochi episodi che in tal senso vide protagonisti due dei giovani discendenti della stirpe principesca nei primi momenti della 2° guerra mondiale.

Essi erano abili nuotatori e, trovandosi in barca al largo del loro palazzo con amici, avevano voluto impegnarsi a tornare a terra tuffandosi e nuotando in solitudine; furono però scambiati per spie dalla milizia di sorveglianza sul Castello e furono attesi con i fucili puntati dai militari (... e dai tanti curiosi) al loro arrivo fra gli scogli... dove mandarono tutti a quel paese sotto il Castello! C'è chi afferma che l'immobile fu rifugio anche del Principe Borghese per un breve e burrascoso momento nei decenni finali del secolo scorso.

(E. Blanco) 

 

 

Località Bagnaculo in Acicastello (Santu Mauru affacciatu)

C'ERA UNA VOLTA "LA FOSSA DEI SERPENTI"

C'era un tempo che bastava (per modo di dire, perchè allora era un lusso arrivarci)  un sorbetto, una capannina piena di note e colori e la brezza marina.

l'invano tentativo del sindaco Castorina, negli anni Novanta, di riportarla in vita.

Alla sera, una magica insegna sulla piazza cominciava a prendere luce.........

 

  

Località Fossa dei Serpenti, punto Santu Mauru apertu.

 

 

La Praca, il mitico campo di pallanuoto dello Sporting Club

ACI CASTELLO. – Imperterrito, dopo aver superato il mezzo secolo di vita, il campo di pallanuoto è tornato ieri mattina a piazzarsi ai piedi del Castello di Aci ed è stato subito preso d’assalto dai tanti giovani già da giorni in attesa, intenti a «palleggiare» in acqua o fra gli scogli della Praca. Il mare era calmo (o quasi) ma all’orizzonte i «palummeddi» (le increspature bianche, ad indicare le onde create dal vento) lasciavano presagire che il mare non sarebbe stato tranquillo per molti bagnanti sulle spiagge, considerato che il greco-levante avrebbe esercitato la sua spinta, sconsigliando fra l’altro la tanto attesa uscita in barca ai tanti dallo stomaco debole. Infatti, da mezzogiorno in avanti le onde sono aumentate e sono stati parecchi a procurarsi graffi nei tentativi di aggrapparsi allo scoglio per salire dall’acqua. La foto, scattata nel pomeriggio, ci mostra il campo resistere agevolmente alla spinta del vento e delle onde: una porta è stata messa giù; ma più che il mare sarà stata l’opera maldestra di qualcuno che avrà cercato di aggrapparsi sopra per riposare. In ogni caso, il campo ha ripreso la sua storica vita e, anche se non ospita più partite di campionato, per tutta l’estate sarà frequentatissimo da campioni e campioncini, alle prime o alle ultime armi, maschi e femmine che, magari ormeggiando al largo la barca (è più facile che parcheggiare per le vie cittadine), non resisteranno al richiamo dei palloni gialli o rosa. Il mare castellese, intanto, domenica mattina si prepara a ricordare il suo eroe del nuoto siciliano dell’immediato dopoguerra, Pippo Lanzafame, che proprio ai piedi del castello costruì la sua fama di grande nuotatore.

Enrico Blanco - Giornale "La Sicilia"

http://akis.altervista.org/blog/index.php?entryid=1220

 

 

 

 

 

Aci Castello nel 1966, con il bar di Castorina

 

 

 

gli splendidi spalti per vedere, in piedi, le partite di pallanuoto.

 

Lo S.C. PALLANUOTO ACICASTELLO è stato fondato nel 1958, ma la sua affiliazione alla FIN risale solo alla stagione 1964. Ha militato con alterna fortuna dal 1964 al 1974 nei Campi di Promozione arrivando nella stagione 1975 in SERIE C. Ha giocato in SERIE C dal 1975 al 1991 retrocedendo poi in SERIE D dove è rimasto fino alla stagione 1998; ma alla fine del campionato una nuova promozione in SERIE C, nel 1999 si e’ classificata al 3° posto. Nella stagione 2000 seconda classificata nel girone otto di SERIE C ammesso con ripescaggio in SERIE B, dove ha militato con buoni risultati.

 

La limpida acqua della "Praca", vista da piazza Castello

 

La signora Maria era vedova da almeno 30 anni. Da qualche tempo, ogni sabato e domenica, era seduta lì, nella panchina circolare della piazza principale di Acicastello, maltempo permettendo.
Non si preoccupava tanto dei gradi centigradi, che fossero tanti o pochi, lei era sempre seduta col suo cappellino in testa, il cappotto, i guanti, gli stivali, la sciarpa etc.. SEMPRE!
In tanti si chiedevano come mai la signora Maria non si fosse voluta più risposare. "Perché amava troppo don Pippo, ecco perché...", dicevano i saputelli di turno. E probabilmente era vero, seppur gli spasimanti non le fossero mancati.
Ogni sabato e domenica passava la sua mattinata lì, come se quella panchina fosse sua, come se ci fosse scritto il suo nome. Non che si facesse notare molto, tipa taciturna la signora, dai gesti minimali: sembrava quasi una statua, col suo sguardo fisso nel vuoto. Di lei si accorgevano solo gli abitudinari del luogo.
"Starà pensando ai tempi belli, a quando don Pippo ancora campava...", diceva chi la conosceva superficialmente.
Qualche settimana dopo, una domenica mattina di bel sole, noto che la signora Maria non è seduta sulla sua solita panchina. "Beh, magari starà male, è pur sempre una signora anziana, sono cose che capitano", mi dico. Il giorno dopo, domenica, idem.
La settimana seguente è molto piovosa, il paese è semi deserto. Fortunatamente il week end viene risparmiato e già da venerdì pomeriggio il meteo si sistema del tutto. Arrivo in piazza la domenica mattina verso le undici. Faccio qualche foto al Castello, ai faraglioni di Acitrezza che si vedono da lontano, e poi mi giro verso "la" panchina: della signora Maria, ancora, nessuna traccia. Molto strano.
Comincio un pò a preoccuparmi, anche se io e lei non abbiamo mai scambiato una parola in vita nostra. Ma lei è ormai una specie di "istituzione", una di quelle presenze che ti "cunottano", se ci sono. E che ti danno da pensare quando invece spariscono.
E così vado al bar della piazza, e con la scusa di un caffè chiedo alla cassiera: "Mi perdoni, sà per caso che fine ha fatto quella simpatica vecchietta che...".
Non faccio in tempo a finire la frase che la cassiera mi interrompe e mi dice: "La signora Maria? Adesso abita col signor Franco, qui vicino, a Vampolieri!", e mi sorride.
"Il signor Franco?", rispondo un pò attonito.
"Ma sì, il padre del gestore della pizzeria qui accanto!"
Improvvisamente mi viene un flash, che per uno che fà il fotografo è quasi un colmo.
Ecco perchè la signora Maria stava seduta sempre lì, fissa! Di fronte a lei c'era proprio la pizzeria!
E non fissava mica il vuoto, ma probabilmente il signor Franco, che di sicuro la ricambiava!
E il sabato e la domenica sono i giorni in cui la pizzeria era aperta!!!
D'un tratto mi sento sollevato, e mi viene fuori un sorriso a 32 denti.
Non bisogna mai pensare al peggio, e non bisogna dare nulla per scontato. Anche a 80 anni suonati le persone possono ancora stupire... e innamorarsi.
Foto e testo di: Salvo Puccio

 

 

a Pracuzza

 

Lungomare Scardamjanu

 

 Lo Scardamiano, cioè lo Scaro di Damiano, ci porta invece indietro nel tempo all'affermazione dei Massa ma non ha alcun legame con essi, anche se ci ricorda il momento (a metà '600) di sviluppo della nostra marina, fra il sito dove poi nacque il primo molo e la Pracuzza. Essa allora andava a ospitare barche (sempre in numero maggiore) pronte a affrontare i lunghi viaggi e desiderose dell'attracco finale nel rifugio veloce e sicuro a terra, incuneandosi fra gli scogli. Damiano era un personaggio acese (sanfulippotu). Così il cap. Paolo Muscarà nei suoi Racconti ci narra di Damiano, vecchio pescatore misantropico e scorbutico che, dopo la morte della madre, s'era costruito lontano dal paese un ricovero per sé e per la barca. Vestiva in maniera strana, quasi all'orientale, e i marinai lo chiamarono "rabbino"; i ragazzi invece "mau" (mago) e da ciò gli sarebbe venuto il soprannome di " U Marrabinu".Muscarà , fra vicende dal sapore quasi moderno (cioè collocate nei suoi tempi giovanili) spesso in contrasto con modi lontani (come il sotterrare i morti nel campicello di San Giuseppe) percorre le vicende della vita di Damiano fino alla morte, avvenuta durante una tempesta non ben annunciata dalle condizioni del mare al mattino.

 

 

Essa lo avrebbe colto mentre, dopo aver tirato le reti, disperatamente cercava di raggiungere la riva e, pur contando sull'aiuto concreto dei tanti castellesi, accorsi subito in suo aiuto, non era riuscito nel suo intento, andando a fondo con la barca al cui interno sarebbe poi stato trovato impigliato fra le reti.

Ho già scritto che tale nome indica la conosciuta e ricca famiglia acese (ma originaria genovese) dei Barabini, che possedettero terre proprio nella zona ma non si identificano con il Damiano, che ha lasciato il suo nome alla nostra marina perché ne era il proprietario quando cominciò (a metà '600) la nuova vita delle barche sul mare. Si chiamava infatti Damiano Continella e di lui sappiamo che il 26 dicembre 1643 nel firmare il contratto di dote con la futura moglie Vincenza Maugeri, figlia del fu Abramo.

Dopo i discendenti del secentesco  Damiano,  nella  zona  bassa dell'attuale via Fornace vi fu nel periodo  estivo l'ospizio dei Padri Riformati di Aci Catena del convento di S. Antonino. Proprio la contrada  dietro l’'Ospizio  di S. Antonio  è indicata nel 1882 come Scardamiano e per mq. 825 fu comprata dal parroco di Trezza, sac. Cristoforo Cosentini. Parti della zona soprastante andarono invece nel tempo ai Barabini (Marrabinu) come si riscontra ancora nei decenni finali dell’800.

(E. Blanco)