Proseguendo verso nord si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di Verga I Malavoglia. E' famosissima   è una  caratteristica cittadina sul mare, famosa per il suo castello in pietra lavica, eretto nel 1.076. Alcune sale del castello ospitano il museo civico. Ai piedi del castello vi è una splendida scogliera su un mare limpido dai vividi colori. Soprattutto d'estate è meta di turisti e villeggianti, che invadono le sue spiagge rocciose, le sue vie e la sua superba piazza a picco sulla scogliera lavica per godere lo scenario di luci e di colori e la magica atmosfera tipicamente mediterranea. Proseguendo verso nord si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di Verga I Malavoglia. E' famosissima anche perchè abbraccia nel suo mare anche perchè abbraccia nel suo mare l'isola Lachea ed i Faraglioni, che diedero lo spunto alla  leggenda omerica di Ulisse e Polifemo, descritta nell'Odissea.

 

https://www.mimmorapisarda.it/2022/207.jpg

 

 

LE "PIETRE" DELLA ZONA DI ACITREZZA

 

Sito noto per essere il luogo in cui Giovanni Verga ambientò il romanzo “I Malavoglia”, ricade all'interno dell'Area Marina Protetta "Isole dei Ciclopi", area di particolare pregio naturalistico che si estende fino a Capo Molini nel Comune di Acireale (CT).

Le “Isole dei Ciclopi” costituiscono questo piccolo arcipelago formato da tre isolotti principali (Lachea, Faraglione Grande e Faraglione Piccolo) e da quattro grandi scogli disposti ad arco rispetto alla costa. Sono così chiamate perché, secondo la leggenda, rappresenterebbero i massi scagliati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga.

Le rocce che formano l’arcipelago si sono originate durante la prima delle quattro fasi dell’evoluzione dell’Etna, chiamata Prima fase o fase pre–etnea. Circa cinquecentomila anni fa, a seguito dallo scontro tra le placche euroasiatica ed africana, iniziò un lungo periodo di attività sottomarina che, con l’emissione di lave basiche, diede origine all’Isola Lachea e ai Faraglioni.

www.geositidisicilia.it/

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Ognuno degli “scogli” ha un nome, benedetto dai pescatori del luogo e aggiunto dal sottoscritto sulla splendida foto aerea di Luca Barone.

Se qualcuno l’ho sbagliato, prego i Trizzoti DOC di correggermi.

M.R.

 

 

 

U FARAGGHIUNI D'ACEDDI (Il faraglione degli uccelli)

Usciti dall'ambito del mare di Aci Castello, il nostro accompagnatore ci conduce ora ad Acitrezza, nella terra dei Malavoglia, laddove il carattere forte e generoso della natura di Sicilia trova la sua massima espressione nell'incantevole scogliera e nei mitici faraglioni, che ricordano le antichissime vicende del mondo omerico e la storia della nostra marineria.

Siamo nei pressi dei Faraglioni, vicino al primo dei tre poetici scogli, dove tra la roccia nidificavano i passeri; è per questo che venne chiamato «'u faragghiuni d'aceddi» .

Ecco perchè si chiama "U faragghiuni d'aceddi"

 

Nei pressi dell'imboccatura del porticciolo, il posto dove tempo addietro c'erano «'i du frati»: due scogli identici, che affioravano durante la bassa marea. Pericolosi per la navigazione, vennero eliminati.

Più avanti si trova una secca detta «'a Petra 'a sappa», così chiamata perché popolata dalle onnipresenti spaventatissime salpe (Box salpa), che quando fuggono lo fanno con tale precipitazione che si dirigono indifferentemente verso il fondo o verso il largo; l'importante per loro è fuggire il più freneticamente possibile.

Una serie infinita di luoghi, di riferimenti e di allineamenti in mare, di cui è ricchissimo il vocabolario del marinaio e di cui diamo solo qualche cenno, giacché non possiamo elencarli tutti:

 

Il faraglione grande O Faraglione di Santa Maria

 

- «'i Prachi 'i S. Mauru» , un sito conosciuto soprattutto perché nelle sue vicinanze è possibile la cattura di buone quantità di pagelli («lùvuri»);

- «'a Pitrudda» , punto di riferimento a sud dell'isola Lachea;

- «'a Ciacca 'e l'isula , ppa chesa 'i S. Giuvanni» , allineamento che serve a trovare le coordinate per la ricerca di una grande secca dove sono presenti rilevanti quantità di «sàuri».

Poi il nostro accompagnatore — che non smette mai di parlare — ci indica «'u Scogghiu d'u zu' Janu», tra il faraglione centrale e quello degli uccelli, il cui nome trae origine dalle controversie tra «'u zu' Janu» e un delfino, che si trastullava con i suoi «bulèstrici» .

Passando ora a ridosso del faraglione più grande , il simpatico «Bastiano» non dimentica di informarci che in fondo al mare c'è «'a Testa 'e Mussolini».

 

 

Sul momento la notizia ci lascia un po' perplessi, però ci viene subito spiegato che si tratta solo di un frammento di roccia, la cui forma richiamava (nel profilo) la testa di Mussolini, staccatosi dal faraglione in seguito alla magna tempestas maris della notte tra il 31 dicembre 1972 e il 1° gennaio 1973.

 

La testa del mostro

 

Tra gli scogli di Acitrezza, non può certo fare a meno di indicarci — sorridente — «'u Lettu d'a zita»: una secca in prossimità dello «Scaru nicu», affiorante durante la bassa marea, dove è possibile, inquinamento permettendo, stendersi comodamente a prendere il bagno, come sdraiati sul letto della fidanzata.

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descrizioni tratte, a spezzoni, da "Luci sulla scogliera" di Pippo Testa e Mimmo Urzì - Edizioni Greco in Catania

 

 

 

 

IL BANACHER

In città non si parla d'altro. In programma per sabato una serata speciale per ricordare, rivivere e festeggiare i "primi quarant'anni" della storica discoteca

 La Sicilia, giovedì 29 Maggio 2014

 

In città non si parla d'altro. L'attesa cresce man mano che si avvicina la data. Una data che è destinata a entrare nella storia della night life catanese (per la quantità di gente che presenzierà all'evento), come nella storia è entrato il giorno che si sta festeggiando: la "prima" del Banacher, quaranta anni fa, anno 1974. Quarant'anni densi di vita, personaggi, musica, aneddoti, amori, primi baci, miti della canzone italiana, regie piene di giovani dalle belle speranze e dai grandi sogni, vinili e tormentoni. Quaranta anni segnati dalla presenza e dallo spirito dei fratelli Enzo e Paolo Aronica che nel 1974 scommisero tutto sull'attività dell'intrattenimento notturno, dopo i primi successi del '70 con lo Snoopy e il Charlie Brown e aprirono la discoteca all'aperto più grande d'Europa. Per generazioni e generazioni di catanesi, infatti, il Banacher ha rappresentato il primo approccio con il mondo sociale, la prima uscita serale da soli con gli amici, il primo bacio.

 

 

 

Da qualche anno Paolo non c'è più, ma sabato sera una ventata di amarcord soffierà fortissima tra le palme secolari del Banacher sussurrando il suo nome. Ci saranno le foto a ricordarlo, come quella con una giovanissima Ornella Vanoni, ci saranno gli amici di sempre, ci sarà il patron Enzo Aronica, i figli e chi lo ha voluto bene.

«Per festeggiare saranno riuniti i protagonisti del passato e del presente - spiega Mimmo Polizzi, che coordina i tantissimi gruppi organizzativi uniti per l'evento - alla consolle ci sarà il grande ritorno di chi oggi è un trend setter o un rinomato chef, un politico, un giornalista e di chi non ha rinunciato alla passione per vita notturna ed è ancora "in pista" per far ballare le nuove generazioni. Abbiamo suddiviso le aree musicali in "Yesterday" (1974- 1990), Millennium (1991/2004) e "Today" (2009-2014) per accontentare tutti i gusti, dal rock al pop, dalla disco all'house music. Ci sarà anche Davide Cordova, la drag queen Fuxia la cui vita ha ispirato il film di Sebastiano Riso "Più buio di mezzanotte" presentato a Cannes».

 

 

Carlo Corona e Aurelio Sapuppo curano la mostra fotografica che raccoglie storici scatti della movida catanese, ricordando il compianto produttore e manager Checco Virlinzi. Su Facebook impazzano i video-inviti prodotti ed editati da Carlo Corona. C'è Salvo Di Dio, quello che faceva le serate del martedì anni '70. C'è Nico Negretti che non ha un'età, è Nico e basta. Lui è nato facendo cocktail e continua a farli. C'è Giulio Fortini che sfoglia le pagine di Look '87, spolvera vecchi inviti e articoli del giornale, C'è il Mick Jagger etneo, Gigi Tropea che improvvisa una sfilata, ci sono Toti Vitale, Zapato, Carlito e Carmelo Quartarone. Chissà quanti altri ci saranno sabato sera a festeggiare 40 anni di movida notturna a Catania.

EVA SPAMPINATO

 

 

Acitrezza è sicuramente una delle perle del Mediterraneo, una località ambita dai turisti di tutto il mondo, perchè offre uno scenario stupendo con il suo bellissimo mare, con i faraglioni e con il suo caratteristico porticciolo turistico. E' anche molto nota per i suoi ristoranti, ove si cucina con arte antica e sapiente il pesce fresco del suo mare, che ha un sapore unico, perchè vive in un habitat particolare prodotto dalla roccia lavica dei suoi fondali.

 

 

Aci Trezza si riconosce per i suoi faraglioni, scogli in pietra lavica, che la leggenda vuole fossero stati lanciati dal Ciclope contro la nave di Ulisse che lo aveva accecato; non lontana è la piccola isola Lachea (nome che significa “pianeggiante”), sfrangiata sul mare aperto, meta amata per passeggiate romantiche (sull’isola ci sono anche due musei, uno, vicino alla battigia, sede del laboratorio della stazione marittima di biologia, l’altro, nella zona alta, con esemplari provenienti dalla Riserva). L’intera area è infatti protetta, anche per quanto riguarda i fondali che comprendono formazioni vulcaniche “pre-etnee” e sono una meta molto apprezzata dai sub e dai sea-watchers con maschera e boccaglio.  

Sulle onde della provvidenza "Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda"

Si ripercorre l'ultimo viaggio della "Provvidenza", partendo dal porto di Acitrezza spostandosi verso Capo Mulini e giungendo sin dove sfocia il fiume Aci. Si ammira il paesaggio, un intreccio di verde e di azzurro, cu cui si stagliano gli "scogli giganteschi" sul mare "bello e traditore" e poco distante il piccolo golfo, l'elevarsi improvviso d'una rupe erta, ritta sul precipizio spumeggiante de mare. L'abilità degli uomini l'ha trasformato in un imprendibile maniero, alto sull'abisso nero di lava, ruvido di crepacci e trabocchetti. È la singola rocca di Acicastello.  

 

 

Il Cantiere peschereccio Rodolico.

ll cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie a Salvatore Rodolico che insieme al figlio Sebastiano cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta", ne è memoria una piccola via che porta il nome di: "Via Rodolico". Gli strumenti utilizzati al tempo, per dar vita alle barche di legno, erano l'ascia, la sega a mano, il chianozzo  (pialla a mano), il chiano (pialla lunga) e i virrina (i trapani a mano). Gli anni '60 segnano l'inizio di una stagione florida per il cantiere che, passato nelle mani di Salvatore Rodolico (figlio di Sebastiano), comincia a costruire imponenti pescherecci di legno. Le commesse erano tantissime: arrivavano dalla Toscana, dalle isole Eolie e dall'isola D'Elba. Intanto il cantiere si era stanziato all'interno del porto di Acitrezza,  proprio dirimpetto all'isola Lachea, mentre andava sviluppandosi la pesca con i pescherecci anche a Trezza. Grazie alla gran quantità di commesse, anche da Acitrezza, il cantiere diede in quegli anni lavoro a più di 20 persone. Oggi non costruisce più imponenti pescherecci, l'ultimo risale al 1989, ma continua ad esistere grazie ai lavori di manutenzione e costruzione di piccole barche di legno. Passato in mano al giovane Sebastiano Rodolico (figlio di Salvatore) continua nella sua secolare arte di dar vita alle barche a legno. La tecnica, seppur con qualche variante dovuta alla nuova tecnologia, è sempre la stessa: "il fasciame di legno viene attaccato con la chiodatura zincata, poi il comento (le fessure tra un legno e l'altro) vengono chiuse con la stoppa catramata e quindi con la lanata (un pennellone) si passa, sul fasciame esterno, la pece per proteggere lo scafo (oggi sostituita con stucchi e pittura)". Le barche che solcano il mare di Trezza sono resistenti come una volta e l'arte dei maestri d'ascia attira, oggi anche, tantissimi turisti che percorrendo il Lungomare dei Ciclopi rimangono estasiati nel vedere quegli artigiani al lavoro.

Il testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net

 

 

Trezza, la battaglia dell'ultimo mastro d'ascia

L'avvocato: «Non si può considerare quella bottega alla stregue delle pizzerie: quello è un pezzo di storia da tutelare»

di Alfredo Zermo

Aci Trezza. Da che mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua. Centoquaranta anni fa Giovanni Verga scriveva così della famigliuola di padron ‘Ntoni, ma oggi quelle stesse parole tornano attuali per raccontare la storia dei Rodolico, laboriosa famiglia trezzota che costruisce barche di legno da quattro generazioni e che conserva nelle mani un'arte difficilmente tramandabile se non in bottega ma che ora rischia di scomparire, cancellata da una burocrazia cieca e insensibile, dietro la quale secondo voci di paese si nascondono pure interessi privati ancora poco chiari.

Le mani di Giovanni Rodolico, ultimo mastro d'ascia in attività nella Riviera dei Ciclopi, sono segnate dal lavoro, sono ruvide, nodose come la corteccia e dure come il tek. Sono le mani di un vero e proprio artista, mani che in tanti anni hanno solo misurato, lavorato, plasmato, dipinto tavole di legno. E che ora fanno incredibilmente fatica alle prese con tutte le "carte bollate" che sta affrontando per salvare la sua attività, il Cantiere Rodolico, una pluridecorata bottega artigiana che da oltre cento anni ha sede nel cuore del porto di Aci Trezza, ma che qualcuno oggi non vuole più.

Le male lingue dicono che dietro il tentativo di smantellare lo storico cantiere ci sia il progetto di riconversione dello scalo di Aci Trezza in porto totalmente turistico. E la recente approvazione da parte del Consiglio comunale di Aci Castello dell'atto di indirizzo del nuovo piano regolatore del porto già puzza di bruciato. Si prevede infatti che i pontili galleggianti siano gestiti dal Comune, come il campo boe, per attuare una riconversione degli operatori della pesca trezzota (in grave crisi) in ormeggiatori e operatori portuali.

Ed è proprio il Comune castellese che ha ha accelerato l'agonia della famiglia Rodolico che negli anni ha già dovuto combattere contro l'avvento della vetroresina prima e contro un mercato sempre più industriale poi. Mentre oggi si trova a combattere contro un "mostro" chiamato burocrazia.

 

Da quando l'area del cantiere da demanio marittimo è passata sotto la competenza del Comune, per i Rodolico è cominciato un "calvario". Prima il rifacimento del Lungomare di Acitrezza che ha costretto i proprietari a ricostuire e ridimensionare il cantiere, poi le multe per occupazione abusiva di suolo pubblico, poi le richieste di adeguamento a varie norme con conseguente acquisto di nuovi macchinari, poi le sanzioni per il mancato smaltimento di rifiuti speciali, poi le cartelle esattoriali per le tasse dei rifiuti non pagate e adesso anche la pretesa dell'Imu sul demanio pubblico in concessione (?). Con richieste di pagamenti per migliaia e migliaia di euro. E addirittura con la revoca della concessione per quei poco più che cento metri quadri occupati oggi dallo storico cantiere che una volta era il "padrone" dell'area portuale.

«Siamo stati costretti a notificare al Comune il ricorso contro la decadenza della concessione - afferma l'avvocato Gatenao Spoto Puleo, al quale la famiglia Rodolico si è affidata cercare di districarsi fra sanzioni, ricorsi e notifiche - ma la nostra intenzione è quella di continuare a dialogare con l'amministrazione per salvare la storica attività del mastro d'ascia.

 

 

Non vogliamo arrivare alla battaglia legale, ma speriamo di convincere il Comune che non si può considerare il cantiere navale alla stregua delle pizzerie. Quello è un pezzo di storia e come tale va tutelato».

Basterebbe stare qualche ora lì, davanti ai Faraglioni, per rendersene conto e vedere turisti che quotidianamente si avvicinano per immortalare quell'artista che nel suo piccolo antro suda e si sbraccia per dare forma a un pezzo di legno. Oppure intere classi dell'Istituto Nautico portate lì in gita didattica dai professori per capire come si fa a costruire una barca senza progetto e senza computer ma con la sola arte conservata nelle mani del mastro d'ascia.

Filippo Drago, il sindaco di Aci Castello, da cui dipende la frazione di Aci Trezza, meno di un mese fa si era detto disposto ad "accompagnare" i Rodolico in un percorso normativo che permettesse al cantiere di essere messo in regola e continuare la sua storia. «Ma quando sembra che si possa trovare una soluzione - racconta ancora l'avvocato Spoto Puleo - succede qualcosa che cambia le carte in tavola, come la richiesta di pagare per un anno la concessione su oltre 1.000 metri quadri porto quando il cantiere ne occupa poco più di 100. E oggi tra l'altro non costruisce più grandi pescherecci, ma si limita al restauro di poche e piccole imbarcazioni in legno».

 

 

Gianni Rodolico, mastro d'ascia di Acitrezza, ha il suo nome  annotato in uno speciale Libro d'Oro dell'Eccellenza Artigiana Italiana: un prezioso manufatto sul quale i MAM hanno apposto la loro firma, e che dunque andrà ad arricchirsi con autorevolezza nelle edizioni future, accogliendo i nomi dei nostri Tesori Viventi, Insignito della medaglia "Maestro d'Arte e Mestiere 2020".

Soddisfazioni trizzote e non solo.

 

Le barche di legno trezzote sono state anche inserite nel Registro regionale delle eredità immateriali della Sicilia. Una tradizione che oggi ha pure la possibilità di essere tramandata ancora da padre in figlio, visto che il primogenito di Giovanni vuole guardagnarsi il titolo di mastro d'ascia.

Al fianco della famiglia Rodolico oggi si schiera quasi un intero paese. Sono partite raccolte di firme, raccolte di fondi per sostenere le spese legali, gruppi di opinione sui social network e sono in programma anche manifestazioni di piazza in difesa di questo baluardo della tradizione marinara della città dei Malavoglia. Una vera e propria iniezione di fiducia e di coraggio per Giovanni che non vuole arrendersi al "mostro" chiamato burocrazia mentre il padre Salvatore - iscritto nel 1986 nell'Albo d'onore dei maestri d'ascia del Ministero della Marina mercantile - è pronto a incatenarsi alla porta del suo storico cantiere per difendere l'arte di famiglia.

 

 

 

Certo è strano che in un paese che finisce ogni anno su Striscia la Notizia per la fognatura che scarica a mare sotto piazza Padre Pio, si facciano tanti sforzi per affossare un'attività tradizionale che è anche un richiamo turistico e non si faccia quasi nulla per chiudere quello scempio che inquina costantemente la Riviera dei Ciclopi.

All'amministrazione è arrivato ora anche l'appello del Centro Studi Acitrezza: «Il panorama di pontili galleggianti e motoscafi - scrive il presidente Antonio Castorina - non è lo scenario adeguato all'isola Lachea e ai Faraglioni. Da millenni questo specchio di mare ha visto solcare barche in legno realizzate alla maniera tradizionale e le istituzioni pubbliche hanno l'onere di battersi perché continui la storia». Speriamo che le istituzioni, molto spesso tacciate di sordità, stavolta aprano bene le orecchie.

La Sicilia, maggio 2015

 

La terra trema Un paesino di poveri pescatori siciliani e di grossisti di pesce. 'Ntoni Valastro, stanco dei soprusi dei grossisti, convince la sua famiglia a mettersi in proprio e ad ipotecare la casa per far fronte alle spese. Dopo un periodo di buona pesca, 'Ntoni, durante una tempesta, perda la barca e, non potendo riscattare l'ipoteca, anche la casa. Il dissesto economico porta la famiglia alla disgregazione. Dopo la morte del nonno e diverse disgrazie che hanno colpito la famiglia, 'Ntoni abbandona la lotta. Nonostante nei titoli di testa de "La terra trema" non appaia alcun esplicito riferimento a Verga ed a "I Malavoglia", il film ha molti debiti con la struttura narrativa e drammatica del romanzo, con i suoi luoghi e personaggi.  

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale.
Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema".
I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia".
Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale.
Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti.

 

 

 

foto di Antonio  Treccarichi

 

 

Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente. Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film".
A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali.
L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali".

 


Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile.
La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata. A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.
Gli interpreti del film  

Antonio Arcidiacono – 'Ntoni   Giuseppe Arcidiacono – Cola      Giovanni Greco – nonno     Nelluccia Giammona – Mara
Agnese Giammona – Lucia     Nicola Castorina – Nicola     Rosario Galvagno – maresciallo   Lorenzo Valastro – Lorenzo   Rosa Costanzo – Nedda

La trama
Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera.

 

 

'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa.
Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca.
Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti.
© Umberto D’Arrò
http://www.acitrezza.it/il-porto/57-la-terra-trema

 

LA TERRA TREMA. Regia: Luchino Visconti Sceneggiatura: Luchino Visconti Fotografia: G. R. Aldo Musica: Luchino Visconti, Willy Ferrero Montaggio: Mario Serandrei (Italia, 1948) Durata: 160' Prodotto da: Salvo D'Angelo PERSONAGGI E INTERPRETI 'Ntoni: Antonio Arcidiacono Cola: Giuseppe Arcidiacono
Il nonno: Giovanni Greco Mara: Nelluccia Giammona Lucia: Agnese Giammona

Quando si parla di cinema nello Jonio, e soprattutto di Verga, è impossibile da dimenticare l'incontro tra lo scrittore e il regista Luchino Visconti.

Le bellezze paesaggistiche siciliane hanno ospitato vari set cinematografici, a partire dalla cittadina di Aci Trezza - che nel 1948 ospitò Luchino Visconti ed il suo gruppo di lavoro per la realizzazione de "La terra trema".

La città dei faraglioni collaborò non solo come teatro della rappresentazione con chiari contorni urbani e con le sue bellezze, ma anche con alcuni dei suoi abitanti, circa una trentina, che furono coinvolti nel film come attori, i cui nomi non furono però citati nei titoli di coda ma che comunque restarono nella memoria cittadina e che sognarono spesso un rifacimento del film.

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale.

Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema".

I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia".

Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale.

Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti.

Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.

Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente.

 

Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film".

A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali.

L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier. Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali".

Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta  quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile.

La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata.

A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.

La trama - Il giovane 'Ntoni Valastro incita gli altri pescatori di Acitrezza a ribellarsi ai soprusi dei grossisti di pesce. Dalle proteste nasce un tumulto e i pescatori vengono arrestati; ma poi gli stessi grossisti li fanno rilasciare non potendo fare a meno della loro manodopera.

'Ntoni convince i propri familiari a mettersi in proprio, ipotecando la casa per far fronte alle spese. Un'eccezionale pesca di acciughe, che vengono "salate", sembra inizialmente favorire l'iniziativa, ma una tempesta fa naufragare la barca. La famiglia Valastro, così, è costretta a vendere le acciughe salate ai grossisti ad un prezzo irrisorio e, non potendo pagare l'ipoteca, perde anche la casa.

Il dissesto economico fa disgregare la famiglia. 'Ntoni, non potendo trovare lavoro, si abbrutisce all'osteria e viene abbandonato dalla fidanzata. Suo fratello Cola si fa abbindolare da alcuni contrabbandieri e si associa ad essi. Il nonno muore. La sorella di 'Ntoni, Mara, afflitta dalla situazione nella quale versa la famiglia, si ritiene ormai indegna del fidanzato, il muratore Nicola, e scioglie il fidanzamento. La sorella minore, Lucia, si lascia irretire dalle lusinghe del maresciallo del paese ed è ridotta alla condizione di "donna disonorata", particolarmente pesante nella Sicilia dell'epoca.

Alla fine, 'Ntoni si rassegna e piega la testa: va a chiedere lavoro, assieme ai fratelli più piccoli, ai grossisti. Ma, sebbene "vinto", appare consapevole che in futuro la lotta comune con gli altri pescatori riuscirà a sconfiggere i soprusi dei grossisti

fonti: www.sicilycinema.it/www.acitrezza.it

 

Tra mitologia e folklore La riviera dei Ciclopi, lungo cui si snoda il Parco Letterario Giovanni Verga, è nota per le vicende mitologiche pervenuteci dai grandi poeti dell'antichità: Omero e Virgilio. La leggenda vuole che i tre faraglioni, situati lungo la costa di Acitrezza, siano i  massi lanciati da Polifemo, contro la nave di Ulisse che fuggiva, il gigante Polifemo ritorna ancora nel mito di Aci e Galatea, geloso dell'amore tra i due giovani il Ciclope uccide Aci scagliandogli addosso un enorme masso. "L'Arcipelago" dei Ciclopi, intorno al 1750,  diventa teatro di una nuova e originale tradizione popolare rappresentata dalla pantomima "U pisci a mari". La rappresentazione è legata ai festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista, patrono di Acitrezza, che si svolgono ogni anno il 24 giugno. La pantomima rappresenta, con i toni della parodia, l'antica arte della pesca del pesce spada. Tutta la cultura , la storia, la tradizione di un popolo indissolubilmente legato al mare, si trova in questa messinscena che per l'occasione riempie il paese. Uno squarcio di vita quotidiana che ispirò in passato il verismo di Verga.

 

 

 

 

 

I Malavoglia La vicenda  narrata si svolge tra il 1863 ed il 1875. il lento decadimento di una famiglia, conosciuta da Ognina a Trezza col nomignolo di Malavoglia, ma che nel libro della parrocchia si chiama Toscano. I personaggi, legati ai pochi beni che possiedono, sono sottomessi alla legge della miseria. Le loro azioni rispondono al dovere, all'onore, al sacrificio e sottolineano il senso di rassegnazione in cui prevale "l'ideale dell'ostrica" rappresentato da casa, lavoro e famiglia che regola il loro esistere. Il dramma nasce dal contrasto tra diverse concezioni di vita. Da una parte coloro che vogliono rompere con la tradizione per trovare un riscatto umano: il nipote 'Ntoni. Dall'altra i rappresentanti di una società arcaica, ostili ad ogni idea di progresso, legati al passato: padron 'Ntoni. Grazie alla scrittura sapente che riproduce alcune caratteristiche del dialetto (i "motti"), il romanzo fa parlare il mondo raccontato. Un mondo che non c'è più, che si fondava sulla figura del patriarca e trovava il suo significato in poche cose semplici, come la casa del nespolo,la barca della "Provvidenza", le strade impolverate di Acitrezza, il carico di lupini che naufraga, i proverbi di padron 'Ntoni ricchi di una saggezza che non serve più.

www.parchiletterari.it  

 

 

Il museo della CASA DEL NESPOLO
Si può "entrare" nelle pagine de "I Malavoglia" percorrendo il cuore della vecchia Trezza, all'interno della quale si trova quella "Casa del Nespolo", la casa dei Malavoglia dalla quale - dice Verga - "si sentiva russare il mare".
Il Museo "Casa del Nespolo" è ospitato in una vecchia abitazione del centro storico di Aci Trezza, a fianco della chiesa di San Giovanni. La struttura architettonica è quella tipicamente siciliana della metà del XIX secolo, con cortile, un piccolo orto e l'ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto. L'interno è articolato in due stanze: la prima, la sala "La terra trema", raccoglie fotografie, locandine e varie testimonianze dell'omonimo capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, da lui girato proprio ad Acitrezza, nel 1947, con un cast di attori scelti interamente fra gli abitanti del piccolo borgo marinaro. La seconda, la "Stanza dei Malavoglia", ospita testimonianze del mondo dei pescatori trezzoti della metà dell'Ottocento, con una raccolta di antichi strumenti di lavoro e suppellettili della vita quotidiana. Interessanti le foto scattate personalmente da Giovanni Verga e la raccolta di lettere al fratello Pietro.

Informazioni: http://www.museocasadelnespolo.info/

 

Questa è la storia di Padron ‘Ntoni, del figlio Bastianazzo e della moglie Maruzza, e dei nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, poveri pescatori di Aci Trezza, la cui unica ricchezza era la “casa del nespolo“. Questa è la storia della Provvidenza, la barca con cui aveva tentato di far fortuna con un carico di lupini, andato irrimediabilmente perduto durante una tempesta, gettando definitivamente sul lastrico la famiglia Toscano, detta I Malavoglia. Una storia detestata da molti studenti del liceo perché scorcio troppo duro di una letteratura verista, quella di Giovanni Verga, e di una Sicilia che teneva imprigionati e distruggeva chiunque cercasse di cambiare la propria sorte arricchendosi.

Un romanzo che gli appassionati di letteratura hanno amato per la forza della parola con cui vengono raccontati frammenti di vita siciliana dei primi del ’900 e che possono rivivere in quello che un tempo era un antico borgo di pescatori. Oggi è un paese, che vive molto ancora di turismo e di pesca, in provincia di Catania. Se da una parte è vero che potrete rimanere delusi dal “Porto dei Malavoglia“, diventato ormai una colata di cemento, è altresì vero che, nascosta tra le viuzze di Aci Trezza, riuscirete a vivere l’atmosfera di quel duro romanzo verghiano nel Museo Casa Del Nespolo, gestito dall’Associazione Culturale Fantasticheria, in Via Arciprete Salvatore De Maria, 15.

 

L’albero di nespole all’interno del cortile vi accoglierà prima di entrare all’interno della casa. Una casa umile, piccolissima, fatta solo di due stanze, che ci permette di comprendere le condizioni di indigenza e miseria in cui vivevano all’epoca. La struttura è quella tipicamente siciliana della metà del XIX secolo, con cortile, orto e  ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto.

L’interno è costituito da due sale: la prima, dedicata al film La terra trema di Luchino Visconti, raccoglie fotografie, locandine e varie testimonianze dell’omonimo capolavoro cinematografico, girato proprio ad Acitrezza. La seconda, invece, detta la Stanza dei Malavoglia, raccoglie testimonianze del mondo dei pescatori trezzoti della metà dell’Ottocento, antichi strumenti di lavoro e suppellettili della vita quotidiana. All’interno è possibile trovare alcuni preziosi documenti come le lettere di Verga al fratello Pietro e un album fotografico, contenente una raccolta di immagini scattate dallo stesso scrittore, che racchiude lo spirito verista del tempo.

 

 

 

http://www.ilgiornaledellusso.it/2014/07/17/un-tuffo-nella-vita-dei-malavoglia/

 Pinella Petronio

 

 

U pisci a mari - 16 - 25 GIUGNO 2005 La pantomima "U pisci a mari" è una tradizione popolare trezzota che risale intorno al 1750, anno dell’inaugurazione della statua lignea del Santo Patrono di Acitrezza, San Giovanni Battista.

Tale pantomima è un rito propiziatorio, parodia della pesca del pesce spada che si svolgeva anticamente nello stretto di Messina, dove un marinaio da un’alta antenna (il "rais") piantata in mezzo ad una barca, spia il pesce che passa per lo stretto; in un’altra barca a lancia più piccola quattro marinai sono pronti al remo, e quando il grido della guardia annuncia la comparsa del pesce essi vogano di tutta forza: il "rais" dirige il corso, pronunziando parole in dialetto, in modo che il cetaceo venuto sotto tiro, viene inforcato furiosamente con la fiocina alla quale starebbe attaccato un capo di canape fatto fermo sulla barca.

Il pesce viene così ferito e s’inabissa tirandosi la corda, che è sufficientemente lunga, ma ben presto muore e viene tirato su rosseggiante fra le grida festose di altre barche di curiosi e di quello che sta all’antenna che manda benedizioni, e che cambierebbe in maledizioni o imprecazioni se il colpo dovesse fallire.

La pesca del pesce spada rappresenta, per il popolo protagonista, la continua lotta ingaggiata con gli elementi naturali, per sopravvivere in una terra che come pane ha il pesce. Ad Acitrezza è precisamente questa scena, che si vuole imitare, ma l’azione assume un che di comico, di folkloristico, di esagerato.  

 

Il faraglione di mezzo, u scogghiu do zu Janu, il faraglione d'aceddi

 

I geositi castellesi nell'Atlante Nazionale

18 gennaio 2011

 

ACI TREZZA. Saranno inseriti anche i siti di particolare interesse geologico castellesi nell'Atlante Nazionale dei Geositi. Le funzionarie del Dipartimento Territorio dell'assessorato regionale Territorio e Ambiente, Elga Arini e Ina Lo Cascio, proprio oggi, hanno effettuato un sopralluogo nel Castellese per censire i siti di maggiore pregio geologico per la redazione del futuro "Catasto regionale dei Geositi" e, successivamente, dell'Atlante nazionale dei Geositi e dei percorsi turistico-naturalistici che mettano in rete i geositi presenti ad Aci Castello, Catania, San Gregorio e Acireale.

 Le funzionarie regionali hanno visitato - raccogliendo le informazioni necessarie alla compilazione del database (con tanto di foto, tempi di percorrenza dei percorsi proposti e coordinate) - i siti dell'Isola Lachea e dei Faraglioni dei Ciclopi di Aci Trezza per i particolari megapillow (la riserva naturale gestita dal Cutgana, il centro interfacoltà dell'Università di Catania diretto da Maria Carmela Failla), i basalti colonnari presenti nell'area portuale di Aci Trezza, il Castello Normanno e la zona rocciosa sottostante ad Aci Castello e gli affioramenti basaltici come i "panettoni" presenti nei fondali dell'Area marina protetta Isole Ciclopi, già compresi in diversi percorsi subacquei realizzati dall'ente gestore dell'area protetta istituita dal ministero dell'Ambiente.

 

 

 Rientreranno nei percorsi anche Monte Ferro e l'area argillosa presenti nella collina Vampolieri e a Ficarazzi oltre alle grotte a scorrimento lavico della riserva naturale Complesso Immacolatelle e Micio Conti di San Gregorio (gestita dal Cutgana). Le funzionarie regionali sono state guidate lungo il percorso dal direttore dell'Amp Isole Ciclopi, Emanuele Mollica, dal geologo e direttore della riserva naturale "Grotta Palombara", Sandro Privitera, dagli operatori del Cutgana (Emanuele Puglia, Mauro Contarino e Giovanni Magnato) e dal geologo Danilo Cavallaro del Dipartimento di Scienze geologiche dell'Università di Catania.

http://www.bda.unict.it/Pagina/It/Cutgana_2/0/2011/01/18/4294_.aspx

 

 

FESTA DI SAN GIOVANNI - U PISCI A MARI (clicca qui)

 

 

 

 

Il trezzoto che inventò il sorbetto. Nel lontano 1660 un certo Francesco Procopio De Coltelli lasciò la natia Acitrezza per conquistare Parigi, Non partì con un carico di lupini, ma con uno speciale utensile che serviva a fabbricare sorbetti e granite. Forte della tradizione in materia, importata secoli prima in Sicilia dai lungimirati musulmani, Procopio capi che la specialità nostrana poteva avere successo anche in altre parti del inondo. E così inventò la sua ricetta vincente: lo zucchero al posto del miele (come nell'uso arabo) e il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la durata.

Ma non fu vita facile per il pescatore mancato. Passarono molti anni prima che Procopio potesse mettere a punto un sorbetto doc, e ad ogni tentativo fallito faceva ritorno nella sua Acitrezza e scoraggiato prendeva il largo, oltre i Faraglioni. Ma in quel fatidico 1660 riuscil finalmente ad aprire il suo primo caffè-gelateria nella capitale transalpina, addirittura con la benedizione del sovrano Luigi XIV, il mitico Re Sole, il quale era rimasto deliziato dal gusto "rnediterraneo" dei suoi sorbetti. La sua fama si propagò velocemente, al punto che dovette ampliare il suo locale e trasferirsi alla rue de l'Ancienne Cornédie Francaise, aprendo il famoso Cafè Procope. Il gelataio trezzoto divenne così Francois Procope De Couteaux, fu invitato alla corte di Versailles per ricevere dal re un ambito riconoscimento: "le Iettere patenti", una sorta di concessione esclusiva per produrre le cosiddette "acque gelate" (l'odierna granita), e poi gelati di frutta, "fiori d'anice e di cannella" e gelati al succo di limone e d'arance.

Un secolo più tardi sarebbe nato anche il celebre "Cafè Napolitainse" del partenopeo Tortoni.

E le vicende di questi due bar italiani si sarebbero incrociate più volte, luoghi che testimoniano grandi eventi storici e culturali, che lasceranno il segno in Europa.

Il Café Procope diventerà il ritrovo ideale di illuministi di grande fama, quali Voltaire, Rosseau, D'Alembert, Diderot; si dice che alcuni di loro abbiano lasciato manoscritti, tutt'oggi consultabili a chi abbia voglia di visitare questo locale, nel cuore del quartiere latino di Parigi. Non solo. Negli anni della rivoluzione francese il bar sarà frequentato dai capi del movimento giacobino, dai vari Roberspierre, Danton, Marat e Saintjust; qualche storico francese sostiene che sia stato anche teatro di omicidi durante gli anni del terrore. E invece, trent'anni dopo, nel vicino Cafè Tortoni, si davano appuntamento il sommo Gioacchino Rossini e un giovane siciliano, di Catania, che aveva appena composto un'opera che avrebbe scosso definitivamente il melodramma europeo. Il dramma musicale in questione è "I Puritani", e l'artista è quel tale Vincenzo Bellini, giovane di belle speranze che suscitava l'ammirazione del grande autore di "Barbiere di Siviglia". Rossini preferiva le paste napoletane del "Tortoni", mentre Vincenzino avrebbe sicuramente gustato una granita di limone nel "Procope", fondato da quel conterraneo venuto da Acitrezza.

 

Sulla magica Riviera dei Ciclopi sorge Aci Trezza, antico borgo marinaro che si specchia sulle acque cristalline del mare. Il nome Riviera dei Ciclopi si rifà ad un episodio cantato dal mitico Omero nell'Odissea. Si tratta dell'episodio in cui Ulisse, per sfuggire al terribile Ciclope Polifemo che lo aveva catturato insieme ai suoi compagni, acceca il gigante nel suo unico occhio con un dardo infuocato. L'eroe poi fugge con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope. Polifemo, travolto dal dolore e dalla rabbia scaglia contro la nave di Ulisse in fuga tre massi, che tutt'ora si trovano di fronte ad Aci Trezza a testimoniare l'episodio e che prendono il nome, per usare un'espressione Verghiana, di Faraglioni.

 

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Piccolo borgo di pescatori dominato, dalla parte del mare, dai Faraglioni dei Ciclopi le cui masse laviche nere ed appuntite emergono dalle acque cristalline. Nell'Odissea si narra che questi fossero i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse che l'aveva accecato lanciandogli un dardo infuocato nell'unico occhio. L'eroe era poi fuggito con i suoi compagni aggrappato al ventre delle pecore del ciclope.

Il porticciolo, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra popolato dai fantasmi dei personaggi di Verga, la Maruzza e gli altri Malavoglia, che attendono ansiosi scrutando il mare, nella vana speranza di avvistare la Provvidenza con il suo carico di lupini. Ed è proprio ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare La terra trema, rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato tratto.

 

 

Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare Il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di Sant'Alfio ed il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda ...

Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarrate alle grosse pietre sotto il lavatoio...

Sulla riva c'era soltanto padron 'Ntoni, per quel carico di lupini che ci aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta

tratto da I Malavoglia di Giovanni Verga

 

 

 

L'autore della "Odissea" aveva scritto che la "Terra dei Ciclopi" era un'isola del Mediterraneo: fu un poeta del quinto secolo avanti Cristo, Euripide, nel dramma satiresco "Ciclope", a localizzare la "Terra dei Ciclopi" nella fascia costiera che separa l'Etna dal mare.

La leggenda passò poi nella letteratura romana e venne ripresa da Virgilio che nel libro III della "Eneide" immaginò una sosta di Enea in Sicilia durante il viaggio da Troia verso il Lazio. L'esule troiano -secondo i versi di Virgilio- approdò vicino all'Etna e qui incontrò un ex compagno di Ulisse, Achemenide, il quale gli raccontò il modo in cui Ulisse aveva sconfitto Polifemo.

 

 

In realtà i Faraglioni sono masse laviche nere e appuntite che emergono dalle acque. L'isola Lachea, il più grande di questi scogli, è oggi sede di una stazione biologica dell'Università di Catania e riserva naturale protetta e ospita varie specie animali e tra cui la Lacerta, una specie endemica presente solo in quest'isola.

Il porticciolo di Aci Trezza, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra ancora popolato dai personaggi di Verga, la Maruzza, Padron 'Ntoni, La Mena, Bastianazzo con la sua barca la Provvidenza e da tutti gli altri Malavoglia. Qui infatti, lo scrittore catanese Giovanni Verga si ispirò per scrivere il suo capolavoro "I Malavoglia", che narra le vicende sfortunate di una famiglia di pescatori che lottano contro il destino avverso per risollvare le loro sorti dopo il naufragio della Provvidenza. Sembra di vederli ancora dalla costa di Aci Trezza scrutare il mare, nella vana speranza di avvistare la barca con il suo carico di lupini.

 

E ancora ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La  terra trema" (1948) , rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film è stato liberamente tratto. Ancora una volta protagonista è una famiglia di pescatori sfruttati nella loro povertà dai commercianti grossisti. Il giovanè Ntoni Valastro chiede ai pescatori di ribellarsi ma alcuni di essi vengono arrestati e poi fatti rilasciare dagli stessi grossisti cui serviva manodopera. Disposta a lottare contro l'oppressione, la famiglia Valastro ipoteca la casa per comprare una barca e lavorare in proprio. Un'eccezionale pesca di acciughe sembra aiutarli ma più tardi una tempesta distrugge la barca. Costretti a vendere le acciughe ai grossisti ad un prezzo irrisorio, perdono la casa e la famiglia si disgrega tra una sciagura e l'altra. 'Ntoni si rassegna così a lavorare per i grossisti e anche se umiliato.

U pisci a mare. Oggi la pantomima si è vestita di altri colori. Tra le bancarelle stracolme di oggetti, carrettini traboccanti di arachidi e ceci tostati e assordanti fuochi d’artificio, u Raisi, colui che dirige la pesca, si avvia a balzelloni sulla spiaggia, ostentando, in modo caricaturale, calzoni corti, un cappellaccio, stracci rossi, una fascia purpurea a tracolla.

 

 

 

Con fare minaccioso muove una canna di foglie fresche sulla mano destra ed un ombrello sulla sinistra. Alcuni pescatori, vistosamente ornati in rosso, con marcata gestualità iniziano la calata della barca.

Il loro compito è quello di arpionare u pisci, provetto nuotatore che furtivamente s’immerge nello specchio di acqua teatro della pantomima, nascondendosi tra le numerose imbarcazioni. In uno scenario scandito dalle urla della gente, ha così inizio la pesca.

U Raisi, dall’alto di uno scoglio, avvista la preda, lancia segnali, urla frasi arcaiche ed incita i marinai a catturarla. Il pesce, dopo vari tentativi, viene preso e levato a bordo, ma riesce a scappare. I pescatori imprecano, si accapigliano e u Raisi, disperato, si getta in acqua.

 

Salvo Olimpo photo

 

L’inseguimento del pesce si ripete e questa volta la preda viene ferita e catturata, macchiando di rosso il mare. Due pescatori tengono saldamente il pesce-uomo per le braccia e le gambe e minacciano di squartarlo con una grande mannaia. Urlano la bontà delle carni. Ma a pochi metri dall’approdo il pesce fugge definitivamente, scomparendo tra i flutti. Poi, tra l’entusiasmo generale, i pescatori capovolgono la barca e ritornano a terra in un gioco di spruzzi che coinvolge tutti gli spettatori.

Questa festa è considerata una delle manifestazioni popolari più importanti della Sicilia. Nella semplicità della rappresentazione, recitata, come già detto, da pescatori locali, è presente tutta la profondità del rapporto tra l’uomo e il mare, il pescatore e la preda, da Verga ad Hemingway. Il susseguirsi di momenti di conquista del pesce spada e della perdita della preda, sino al capovolgimento dell’imbarcazione, rappresentano l’alternarsi della ricchezza e della povertà, della felicità e della disperazione, della vita e della morte..

 

 

Le villeggiature ad Acitrezza   di Francesco Strano - da Catania con amore

Il catanese che, oggi, pronto a tutto, pur di evadere da una città che sente sempre meno "sua", si avventura tra la folla, le colonne immobili di auto, il rombo delle moto, i gas di scarico, la sporcizia, il frastuono degli impianti stereo a tutto volume, la volgarità della gente, la cementizzazione sfrenata, la distruzione dell'antico, che oggi distinguono Acitrezza, non può immaginare quale paradiso fosse questo vecchio borgo di pescatori negli anni '50.

uell'epoca, il catanese, ripresosi dalle rovine della guerra, cittadino orgoglioso di una città davvero viva e operosa, rivitalizzato dal primo miracolo economico, conquistati il frigorifero, l'automobile e i primi segni di quel benessere che si sarebbe in seguito trasformato nel consumismo più sfrenato, ma, ancora, egli, ingenuo e ignaro, scopriva la villeggiatura a mare. Superati i confini di Ognina, antico golfo, nel quale si mescolavano miseria e nobiltà, con i bagnanti portati in spiaggia  dai mezzi pubblici, che ammiravano, senza rancore e senza invidia, gli abitanti delle splendide ville sul mare non ancora inquinato e i soci del Circolo Canottieri Jonica, il catanese scopriva Acitrezza, angolo incontaminato di Sicilia e di mare, abitato da gente semplice e cordiale, accogliente come solo i puri sanno essere.

 

 

 

Ricordo ancora benissimo la prima casa di villeggiatura della mia famiglia, una piccola casa di pescatori, due vecchi sposi abbronzati e rugosi, con un esercito di figli, tutti sani e sorridenti, dediti alla pesca e ai genitori, in un'atmosfera ancora vagamente verghiana. Ricordo che all'imbrunire era quello il vero inizio della giornata dei trizzoti sulla spiaggia del porticciolo cominciavano i preparativi per la pesca notturna: le Iampare" portate giù da casa che si accendevano a una a una come enormi lucciole di speranza, l'odore dell'acetilene che si spandeva per l'aria, le barche calate in acqua a forza di braccia, scorrendo sulle 'Talanghe" scivolose di grasso, al ritmo di urla di incoraggiamento, le reti avvolte con cura a occupare i posti destinati, gli "specchi" lustri pronti a mostrare i magici fondali, il rumore dei remi, fissati agli scalmi, affondati con dolcezza e vigoria nell'acqua con la tipica voga dei pescatori. Tutto questo rappresentava uno spettacolo irrinunciabile per noi villeggianti, così come il ritorno delle barche, lo scarico del pesce ancora guizzante, dei polpi, dei ricci, dei crostacei; ed era una partecipazione gioiosa e sincera ai successi di quella brava gente, dalla quale acquistavamo i frutti di quel mare pescoso e profumato.

 

 

 

 La mattina, poi, a frotte noi ragazzini di città ci rovesciavamo sulle spiagge, gareggiando in agilità coi piccoli indigeni in temerarie corse a balzi sugli scogli neri e ruvidi, o in destrezza nella caccia agli "aranci di mare", servendoci di due corte canne, una, con una putrida sarda legata in cima, per invogliare i poveri crostacei ad allungare le chele, l'altra munita di un cappio rudimentale ma micidiale fatto col filo da lenza, pronto a stringere iii una presa invincibile la preda, tanto più ambita quanto più grossa e ribelle. Anche i gamberetti grigi, che ancora popolavano le rive, venivano catturati, questi con le mani, e subito sacrificati crudi al nostro fresco appetito. E con curiosità e rispetto stavamo a guardare (seri anche noi, perché, forse senza rendercene conto, comprendevamo che quello faceva parte del "Iavoro" e della lotta eterna dell'uomo col mare per strappargli da vivere) i lavori di rattoppo delle reti, stese ad asciugare al sole per tutta la loro lunghezza sulla spiaggia, lavori fatti dai vecchi, servendosi anche dei piedi nudi, con le dita infilate tra le maglie, per stendere la trama e cogliere le falle, che venivano riparate con veloce abilità.

 Tra questi due poli di partecipazione alla vita degli abitanti, noi villeggianti inserivamo le schegge del nostro essere cittadini e il nostro modo di vivere e godere di quella semplicità, in un'atmosfera di vacanza perpetua (almeno per noi ragazzi, perché la maggior parte dei padri pendolava tra il lavoro in città e il riposo in paese).

 

 

 

 

E ricordo i bagni molti con l'ausilio di salvagente (camere d'aria dismesse o grosse zucche legate ai fianchi) i tuffi sempre più audaci, le prime passerelle, in legno per non alterare il paesaggio e la natura, sulle quali consumare veloci intervalli tra interminabili raccomandazioni materne: "è da stamane che sei in acqua!", "guarda che dita grinzose!", "ti prenderai un malanno, non sei un pesce!". Su quelle spiagge, su quelle passerelle nascevano anche i primi amori giovanili, tra sguardi e mute promesse, che poi la sera si tramutavano in passeggiate mano nella mano, in baci furtivi, in promesse di amore eterno, che la fine dell'estate portava via con sé, a colmare uno scrigno senza fondo e senza tempo.

 

 E non mancavano neanche allora i riti, semplici e spontanei: il mottarello o la coppa del nonno da acquistare nel piccolo chiosco della piazzetta (si trova ancora oggi lì nello stesso posto, dopo aver visto generazioni di mangiatori di gelati, resistente a tutto e a tutti), le serate all'arena allora ce n'erano due a servire gli abitanti di due zone diverse, che non si mischiavano mai, chissà perché nei cui programmi comparivano con feroce costanza i film con Nazzari, Vallone, Stanlio e Ollio; e anche lì, nel buio complice, le tenere coppiette consumavano le loro prime emozioni. I ragazzi più grandi organizzavano mitiche, e, per noi ragazzini, irraggiungibili, feste da ballo, la cui musica (Platters, Dallara, Modugno, Perry Como, Presley e altri divi dell'epoca) arrivava sfumata sulle spiagge, dove noi ne godevamo senza la sorveglianza dei genitori, tutti intenti a controllare i ballerini.

E i genitori, infine, la sera si riunivano per interminabili partite a carte, nelle quali facevano da padroni i classici poker e scopone, ma anche la canasta, allora in gran voga, e un gioco con carte siciliane, poi tramontato, lo "schipetaro", che provocava accese discussioni e grandi risentimenti, almeno per una sera; altre volte, in comitive, andavano alle famose serate al Lido dei Ciclopi, serate mai più eguagliate per divertimento e varietà di idee.

 

Quanto altro ci sarebbe da ricordare! Le gite sulle barche dei marinai, colme fino all'incoscienza e, a volte, al capovolgimento; una indimenticabile nottata su un cutter, passata a pescare "angileddi", che venivano sventrati, infarinati e fritti, passando in non più di cinque minuti dal mare ai nostri stomaci, attraverso palati stupiti di tanto sapore; i bagni notturni all'isola Lachea nelle notti di luna piena; una gustosa indimenticabile zuppa di tartaruga di mare, portata viva in casa e successivamente  macellata  e cucinata in un sugo mai più eguagliato, a mia memoria; le visite esaltanti nelle due più grosse e famose rivendite di pesce, quelle di Lorenzo "il giovane" e di Lorenzo "il vecchio", che rivaleggiavano in varietà di pesce freschissimo esposto con arte e fantasia in enormi ghiacciaie, che attiravano curiosità e ammirazione per la varietà e i colori del contenuto; le scorpacciate di frutti di mare crudi, abbondanti fino all'autolesionismo; l'offerta devota, che immancabilmente i miei nonni, nel ripartire per Catania, dopo la loro visita domenicale, depositavano nell'altarino (ancor oggi esistente) posto di fronte alla fermata dell'autobus;

 

 

 

 i tanti amici di allora, le famiglie di villeggianti, che avevano formato con la nostra un microcosmo che si ritrovava ogni anno, tanti nomi e tanti volti, alcuni nitidi, altri più sfocati, ma tutti ben vivi nel ricordo di un'epoca indimenticabile e irripetibile, resa ancor più preziosa per me e mio fratello Nino, allora appena un bambino, dalla guida brillante, gioiosa, amorevole e ricca di valori dei miei splendidi genitori, Pippo e Ilia, sempre teneramente innamorati, sempre ammirati e ricercati da tutti.
E poi veniva settembre, e con settembre Acitrezza si svuotava dei catanesi che ripartivano, caricando i camion di masserizie, in un intrecciarsi, nel contempo allegro e malinconico, di saluti e foto frettolose; molti, come noi a Nicolosi, si trasferivano per
vivere diverse, ma ugualmente intense, vacanze in montagna, altri tornavano a Catania, ma in una Catania diversa da quella di oggi, una città dalla quale non si desiderava fuggire, ma che si lasciava per una villeggiatura da godere, come un'amante, per tornarvi sempre, immancabilmente e con desiderio, come dalla moglie amata.

 

Aspetto da pirata, il pescatore Sebastiano Greco  dagli Anni 70 fino all’anno scorso ha prestato il suo aspetto ed il suo viso al personaggio centrale della pantomima U pisci a mari, che ogni anno si tiene nel giorno di San Giovanni davanti lo Scalo dei Malavoglia

 

La campana di San Giovanni batte il primo quarto dopo le nove nello stesso momento in cui Bastiano Greco risale dal porticciolo di Trezza per venire a sedersi alla fontana fra la scalinata in pietra lavica di piazza Verga ed il vecchio attracco dirimpetto la matrice, in quello scorcio letterario descritto ne I Malavoglia e immortalato ne La terra trema. Giunge a petto nudo, con il costume a pantaloncino, le scarpe di gomma, i capelli lunghi e biondi, il naso bruciato dal sole, l’orecchino d’oro che sembra un riccio uscito fuori dai suoi boccoli dorati.

Il suo nome, abbastanza comune in Sicilia, non dirà molto, ma il volto è di quelli già visti da qualche parte in tv, o sui libri, o forse semplicemente porta cucito addosso l’aspetto del marinaio bravo a «riconoscere le stelle sempre uguali sempre quelle all’Equatore e al Polo Nord».

Bastiano Greco è un trezzoto doc che, dagli Anni 70 fino all’anno scorso, ha prestato il suo aspetto ed il suo viso al rais della pantomima U pisci a mari, che ogni anno si tiene nel giorno di San Giovanni davanti l’antico Scalo dei Malavoglia, ruolo che gli ha dato la notorietà di una star. Amatori e professionisti lo hanno immortalato per decenni ed il suo viso spicca sempre in qualche mostra fotografica, in qualche documentario in tv o in qualche video caricato su Youtube.

«Non so nemmeno quando ho iniziato a fare il rais»,

dice posando le parole sulla gestualità che ne tratteggia la personalità di uomo del Sud, tutto sole e voglia di raccontare.

«Quarant’anni addietro di certo. L’anno scorso ho detto basta perché è una cosa faticosa fare il rais. È stato un ruolo che mi ha dato notorietà mondiale, visto che ci sono filmati su internet caricati da Los Angeles».

Aver dato corpo per così tanto tempo a quel personaggio ha condotto alla quasi identificazione fra lui ed il suo alter ego, anche se, in fondo, non si sente affatto rais.

«Impersonarlo non è cosa facile. U pisci a mari è la vita dei pescatori, lo puoi vedere come uno spettacolo, ma rappresenta chi va in mare per portare la pagnotta a casa. È una metafora sulla vita del pescatore e sulla vita in generale: se ti fai scappare il pesce che dai da mangiare ai tuoi figli? Io, comunque, col rais non mi identifico, mi ha dato tanta notorietà, ma io non sono un comandante, la mia personalità è altra».

La campana di San Giovanni suona un altro quarto e scendiamo al vecchio molo attorniato dai Faraglioni dei Ciclopi, «quello che si vede nella Terra trema», dove la sua barca blu di legno è ormeggiata accanto ai pescherecci su cui si preparano le reti per la notte.

«Usciamo. Porto questi amici a fare un giro attorno all’isola Lachea: sedetevi lì, nel salottino degli innamorati”.

Bastiano ma sei proprio trezzoto?

«La mia è una famiglia di pescatori, e pescatore e marinaio sono stato anche io. Sono nato nel “tondo” di mia nonna, il tavolo rotondo attorno cui giocavamo a carte e ci scaldavamo, perché sotto c’era la “conca”. Vedi, in fondo a Trezza siamo tutti un po’ Malavoglia, per noi la famiglia è sempre sacra. E anche oggi continua a essere così: moderni, ma uniti come ai tempi di Verga».

L’isola è vicina. La raggiungiamo in breve fra un aneddoto e poche vogate di mestiere assestate da Bastiano che inizia a circumnavigarla. Il mare dei Malavoglia, quieto, si lascia accarezzare dai remi, splendendo di verde sotto la barca. Rientriamo dal versante di mezzogiorno, illuminato dal sole, nel quale spicca la proboscide, una roccia bianca ad arco nella parete che sembra davvero il nasone d’un pachiderma:

«Ma non è un elefante, è un mammuth e le zanne ce le ho io».

Davanti alla casetta dell’isola Bastiano si ferma e indica lo scoglio dal quale ogni domenica d’estate si tuffa.

«La gente si ferma qui, con le barche, i pedalò, i materassini e mi aspetta. Quando mi vede arrivare mi acclama. Ma più del tuffo vogliono vedere come mi arrampico sullo scoglio, dicono che sembro un ragno. E io li accontento.

Salgo lentamente, tutti iniziano a fare il coro come allo stadio e io faccio crescere l’attesa. Poi mi affaccio e giù per tre volte. Il primo è il volo dell’angelo, il secondo la capriola, il terzo la verticale. E alla fine applausi e richieste di bis. Un tipo come te avrà di certo un soprannome.

«Ne ho diversi. Mi chiamano Bastianu u Signuri per questo mio aspetto, capelli lunghi e biondi, occhi chiari, assomiglio a Gesù Cristo. Altri mi chiamano Conan, Polifemo, Ulisse, ma io preferisco Bastianu u Signuri, anche perché ho tanta fede in Dio».

Che significano i capelli lunghi e l’orecchino a boccolo?

«L’orecchino significa che sono un pirata. Me lo ha dato una sirena, ma quando la stagione finisce glielo devo restituire».

Ride sottecchi, forse per vedere l’effetto che fa. Non svela chi è la sirena, un personaggio reale o una creatura mitologica, e non glielo chiediamo. In fondo preferiamo immaginare che Polifemo, a fine estate, vada su un qualche scoglio delle lave dell’Etna per incontrare una sirena e renderle indietro l’orecchino. E magari salutarla con un bacio sulla bocca.

 

testo e foto di Pietro Nicosia  pienicosia@gmail.com

da Vivere settimanale di società, cultura e tempo libero vivere@lasicilia.it Anno XIX - n. 747 25 settembre 2014

 

 

 

La storia di Bastiano, il Caronte di Aci Trezza

di Daniele Giustolisi - 3 Mar 2014

È un mattino di fine inverno e i pallidi raggi solari sferzano timidamente l’aria marina. L’incontro è sul molo di Aci Trezza, dove Verga immaginava storie di umili uomini vinti dalla modernità. Eccolo, Bastiano mi attende: è sulla sessantina, apparterrà alla quarta generazione di quella “buona e brava gente di mare” raccontata nel romanzo I Malavoglia. È tarchiato con occhi azzurri e una lunga chioma dorata un po’ sfiorita. Nonostante la fredda stagione, il suo petto è nudo e vigoroso con abbronzatura color cuoio. Non appena mi vede, questo gentile Caronte mi sorride in lontananza invitandomi a salire sulla sua barca.

Bastiano con la sua barca... 

Bastiano, mi aspettavo di trovare più pescatori.

Oggi Trezza è molto diversa rispetto a quello che la gente ricorda o immagina. Sono rimasti pochi pescatori e anche pochi pesci. Le tecniche intensive di raccolta non permettono più al mare di autoregolarsi e la conseguenza è che il pesce dei nostri mercati proviene sempre più da altri mari. Il nostro, purtroppo, è quasi spopolato.

 

 

Tu non sei pescatore ma traghetti in estate le persone da questo molo all’isoletta di Lachea. Di cosa ti occupi in questo periodo?

Quando nasci qui sei già pescatore, come mio nonno e mio padre. Io invece da ragazzo giravo il mondo sulle navi. Da tanti anni ormai lavoro solo in estate, traghettando le persone fino all’isola e con quello che guadagno ci vivo tutto l’anno. In questo periodo la mattina presto vado a puppi (polpi n.d.r)e a mezzogiorno faccio sempre il bagno a mare. Poi torno a casa, dove vivo con mia sorella e mio papà. Come si dice qui “in estate lavora, in inverno arriposa”.

Lo sai che su internet alcuni video riguardano te e i tuoi spettacolari tuffi dai faraglioni?

Sì, mia nipote mi ha informato. Mi fa molto piacere ma non li ho guardati. Non ho internet e ho troppe cose da fare il giorno: la manutenzione della barca, la pesca, i lavori di casa. I tuffi li faccio perché mi piace farli, la gente apprezza e sono davvero contento. Da quando lavoro solo tutto va per il meglio...

Da solo? Eppure, stando al romanzo di Verga e al film “La Terra Trema” di Visconti, da queste parti l’abbandono del gruppo porta solo sventure.

Eh Visconti…(si perde in un pensiero) qualcuno di quel film ancora vive…Prima lavoravo in una cooperativa, poi a causa di divergenze ho preferito continuare da solo. Sono un tipo pacifico e quello che m’interessa è solo lavorare. Oggi ho una clientela numerosa che ogni anno aumenta dimostrandomi affetto, e di questo gioisco molto.

In inverno il tempo è incerto, come organizzi le tue attività?

U Signuruzzu raccomandava ai suoi di comprendere i segni del cielo e della terra. Cerco di farlo pure io: qui le mareggiate sono rare, però è importante conoscere ogni piccolo segnale quando si è in mare. Mi aiutano anche i proverbi dei vecchi pescatori, ad esempio “A tramuntana u pisci s’intana, co ponenti u pisci è nenti”.

Mentre parliamo Bastiano pulisce a fatica una murena, pescata al mattino. La mangerà a pranzo con la famiglia. Gli scarti li getta agli avidi gabbiani che lo attorniano intuendo il loro giorno fortunato. Prima di andare, però, vorrei chiedergli chi sia Concetta, nome che leggo sul legno della sua barca. Sembra intuirlo e sospira dolcemente. Preferisco allora rimanere all’ombra di quel mistero.

Vado. Supero con la macchina il cartello “Catania” che segnala il confine con quel mondo, abitato dai poveri perdenti verghiani. Una fila chilometrica di macchine strombazza in circonvallazione, tra le ansie e le nevrosi urbane. Ripenso allora a quel sorriso sereno di Bastiano e non so più con certezza chi tra me e lui sia il vinto e il vincitore.

http://www.siciliatoday.net/quotidiano/articolo.php?Vinto-o-vincitore-La-storia-di-Bastiano-il-Caronte-di-Aci-Trezza-4354

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"E arrivammo alla terra dei Ciclopi superbi e senza legge, i quali, fidando negli dei immortali, non piantano, non arano mai: 

nasce tutto senza semina e senza aratura, il grano, l'orzo e le viti che fioriscono di grappoli sotto la pioggia di Zeus.

 Assemblee non conoscono, né consigli, né leggi, vivono in cave spelonche sulle cime più alte dei monti,

 ciascuno comanda alle mogli ed ai figli, non si curano gli uni degli altri. 

Davanti al porto, non troppo vicina né troppo lontana dalla terra dei Ciclopi, 

c'è un'isola piatta e selvosa, dove vivono capre selvatiche, in gran numero."


(Odissea di Omero)

 

Ulisse, dopo l'assedio di Troia, nel suo pellegrinaggio lungo il Mediterraneo per tornare nell\'isola di Itaca approda in un\'isola, la \"Terra dei Ciclopi\", dove chiede ospitalità al gigantesco e selvaggio Polifemo, ministro di Efesto, il dio del fuoco . 

Il gigante Polifemo, signore del luogo, lavorava con gli altri ciclopi nella sua fucina, all'interno dell\'Etna, dove venivano fabbricati i fulmini per Zeus e si creavano opere mirabili come l'armatura di Achille.

Il ciclope uccide alcuni compagni di Ulisse e li divora. Per salvarsi, Ulisse fa ubriacare di vino il rozzo gigante, gli acceca l'unico occhio e così può tornare ad imbarcarsi.
Il ciclope accecato tenterà di colpirlo lanciandogli come massi le cime di alcuni monti identificate dalla leggenda nei "Faraglioni di Acitrezza".
Omero,autore della "Odissea" aveva scritto che la "Terra dei Ciclopi" era un'isola del Mediterraneo. Fu Euripide, poeta del quinto secolo avanti Cristo, nel dramma satiresco "Ciclope", a localizzare la "Terra dei Ciclopi" nella fascia costiera che separa l'Etna dal mare.
La leggenda venne ripresa successivamente da Virgilio che nel libro III della "Eneide" immaginò una sosta di Enea in Sicilia durante il viaggio da Troia verso il Lazio. L'esule troiano approdò, secondo Virgilio, vicino all'Etna e qui incontrò un ex compagno di Ulisse, Achemenide, il quale gli raccontò il modo in cui Ulisse aveva sconfitto Polifemo.

http://www.siciliasud.it/luoghi-faraglioni-acitrezza

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2022/232.jpg

 

 

La leggenda vista da Litterio

 

Litterio: Sig. La Rosa, mi lassassi stari, non mi dicissi nenti ca ancora mi batte il cuore e mi pussano le vene e mi tremano le gambe..., ho fatto gli esami! e se cci dico come è finita, lei manco cci crede .... . è successo che tutto il mondo è rimasto senza parole, con la bocca aperta, ca pecchè non se lo aspettava nuddo uno schezzo di questo, non ci credevo ai miei vavarelli quannu ho liggiuto "Litterio Scalisi: sbocciato ". Sig. La Rosa, dal dispiacere mi hanno m'pannate le corna degli occhi, ho avuto un furrioni di testa e ho svenuto, ca se lei mi dava un pizzilone io non lo sentivo e in quel momento preciso ho pinzato... "mi buttano ammezzo a una strada, io mi oppongo a questa sbocciatura. io cci faccio causa..."

La Rosa: ma a chi fa causa, scusi?

Litterio: ancora no sacciu ma a qualcuno u dinunziu;... il dispiacere ca mi ho preso, e tutti l'amici miei.. i parenti..i canuscenti... i vicini i casa, una collira di mortu! Mi hanno fatto persino le condoglionanze comu lutto, mi hanno mannato littri di solitudini,... telegrammi,... pacchi.

La Rosa: che cosa le hanno domandato all’esame??

Litterio: mi parli dell'uomo crectus, "L'uomo  ci dissi iù  è un uomo... bello... normale, ma se incontra ppe caso una donna ca è una casa di salute, di botto addiventa homo erectus, senza viagra. Poi mi dissi: mi parli di Creta..."Creta cci nn'è assai nda parti do Librinu e San Giorgio...

"E allora Corfù"??... mi disse iddu

“Corfù a fari chiccosa? ? " cci dissi iù

Poi all'ultimo mi disse: “parlami della Macedonia”

“In che senso?” ci dissi iù.

“Mi parli dell'antica Macedonia e mi dica almeno quattro nomi di "dei"

Diana: Dea dè sigaretti, Minerva: Dea dei posperi; Mercurio: Dei termometri; Pollo Ca quannu mossi cu vuleva l'ala, cui petto, cui a coscia... " . Per completare l'opira, mi addomandò: “Parlami di Ulisse".

Iù, ca a storia di Ulisse a conoscevo megghio dei miei taschi u taliai 'ntrigno 'ntrigno nelle palle degli occhi e ci scattiai tuttu così 'nda facci,  u dubbai... "Ulisse era mpiscatore ca un giorno passò da Trizza per fare una chilata di pesce azzurro ma appoi vedendo quella bella vista do mari coi Faracoglioni, ci fici u cori nicchi nacchi, pecciò attraccò a vacca e si frimmò.

Non ava abbiatu ancòra l’ancora ca si prisintò il guardiano del faro, un certo Poli Fremmo. U veru nomu veramenti era Poli, sulu ca siccomu quannu era nicu era troppu tostu, so nanna ci diceva "Poli, fremmo...Poli, fremmo " e ci 'arristau 'Poli Fremmo "

Questo Poli Fremmo era molto più alto di lei, signor La Rosa, e poco poco... più alto di mia......e quanno tuppuliani a so potta, dissi "Cu ieee?"

Ulísse, appena visti a Poli Fremmo ci desi 1000 lire ppò posteggio da barca e ci dissi; "tè ccà, dacci n'occhiu!" Poli Fremmo, ca giustu giustu era orbu di n'occhio, si offese e accuminiò a fari comu  m’pazzu: pigghiò due marinari ca erunu con Ulisse, e sì calò a tipu masculini cruri. Ulisse, arrivò a scappari, pigghiò u remu e ci spunnò l'autru occhiu e finì ca Poli Fremmo mischinu, macari vulennu, non potti chianciri mancu ccu n'occhiu.

Basta, doppu tanti petrapezie Ulisse arrivò a so casa. A casa però si pigghiò bello dispiaciri, un dispiaciri di chiddi ca ti fanu caminari cca testa bassa in quanto in cui attruvò a so mugghieri ccu tanti froci...

La Rosa: Proci!

Litterio:  Sù erunu Proci no sacciù! Però assumigghiavanu tutti pari a Ciiicciu... Comu Ulisse visti a so muggheri con tutti ddi froci si misi manu 'e capiddi, pigghiò pi 'mpegnu 'ncavaddu e ci u 'mannò a so muggheri. So muggheri comu visti du bellu cavaddu ci arrirenu l'occhi. Ulisse invece si pigghiò di nervi, nisciu l'accendino e ci desi a focu. Appoi con l'uccellulare ci telefonò a so muggheri e ci disse: "Troia,... brucia... chiama i pumperi ".

A stu puntu il maestro membro interno, si alzò con gli occhi di fora e mi fici una voltariore domanta: "Come si chiamava il figlio di Ulisse?

Iù ddocu mi alzai di scattu, lo fissai, mi fissò e ci dissi: "Mi si acconsenta, signò maestro, ma ci devo fare annotare che Ulisse, il matologico Ulisse che lei sta pallando, figli n’aveva dui e no uno come dici lei…. due…. unu masculu e una fimmina.

U masculi si chiamava Telecom, a fimmina Teletna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Manifestazioni - aprile – maggio Concorso di pittura estemporanea “Piazza d’Arte” (mostra itinerante per 4 domeniche, una in ogni frazione)

Rappresentazioni teatrali - 25 agosto Le Verghiane (rappresentazioni teatrali di opere e novelle del Verga) – Acitrezza  - 25 agosto Presa del Castello. Rappresentazioni in costume delle gesta di Re Martino - 23 settembre  Per la rassegna verghiana “Lungo i sentieri di Trezza” (di G. Ferro). Drammatizzazione delle gesta dei protagonisti dei “Malavoglia” all’interno della casa del Nespolo.

Rappresentazioni musicali   - luglio Rassegna di musica Jazz - agosto “Musicastello” rassegna internazionale di musica classica da camera sul castello che offre una cornice straordinariamente magica. (manifestazione itinerante lungo l’itinerario dei castelli della provincia Etnea). Il successo della rassegna dipende sicuramente anche dalla scelta di programmi musicali, sempre affidati ad esecutori di grande livello. Rivolti non soltanto agli intenditori e cultori, ma accessibili ad un vasto pubblico.

Feste religiose - 15 gennaio Festa patronale di S. Mauro (Acicastello) - 24 giugno Festa patronale di S. Giovanni Battista (Acitrezza) - 15 – 23 luglio Edizione estiva della festa in onore di S. Mauro - 22 agosto Festa dell’Immacolata (Cannizzaro)  - 1ª domenica d’agosto  Festa Madonna della Provvidenza (Ficarazzi)

Tradizioni locali   - 24 – 25 giugno Pantomima “U pisci a mari” durante la festa di S. Giovanni (Acitrezza)  

 

 

Manifestazioni sportive  - Traversata Nazionale “Trofeo Riviera dei Ciclopi” (percorso di circa 3 miglia, Torre Normanna – Isola Lachea e ritorno) valevole come prova per designare il campione italiano del “Grand Prix di Fondo”.

Sagre   - fine luglio Sagra del Pesce “Il Padellone” – durata 2 giorni  - agosto Sagra del Pane Condito   - 8 e 9 agosto Sagra del Polpo

Ristoranti, pizzerie e pub:  Al Gattopardo - Via Litteri, 88 -  Tel. 095-711.6111 - Da Federico - p.zza Verga - Acitrezza - Tel. 095-276364 - Holidays Club  - Via dei Malavoglia - Acitrezza - Tel. 095-711.6811 - La Bettola - Via IV Novembre, 65 - Tel. 095-271596 - Selene - Via Mollica - Tel. 095-494444  - Il Gabbiano - Piazza Giovanni Verga Tel. 095276117 I Malavoglia - Lungomare dei Ciclopi, 167 Tel. 0957116556 - Il Nespolo Via Provinciale, 276 Tel. 3489127823 Da Gaetano P.za Verga, 119 Tel. 095276342 - La Cambusa del Capitano Via Marina, 65 Tel. 095276298 Lachea P.za Verga, 1 Tel. 095276537 - Nuovo Polifemo Via Maganuco, 2 Tel. 095276814 Galatea Via Livorno, 146/a Tel. 095277913 - Villa Eden Via Provinciale, 295 Tel. 095277201 I FaraglioniLungomare Ciclopi, 109 Tel. 095276067 - Il Classico Via Provinciale, 66 Tel. 03394113835 Il Canguro Via Scalazza, 27/pl.A Tel. 095276277 - Baia Blu P.za Principe Campo Fiorito, 4 Tel. 0957116518 L'Arcobaleno Via Provinciale, 212 Tel. 0957116635 - Europa Via Provinciale, 5/e Tel. 0957116038 Da Pellegrino P.za G. Verga, 5 Tel. 095276060 - Pizza Fantasy Via Provinciale, 312 Tel. 0957116221 L'Aragosta Lungomare Ciclopi, 157 - Birra a Gò Gò Via Provinciale, 11/a Il Tramezzino Via Provinciale, 213  Tel. 0957116581 - Vicolo Cieco Via Provinciale, 45 Tel. 095276505

Alberghi:  Baia Verde - Via Angelo Musco,8 - Tel. 095-491522 - President Park Hotel - Via Litteri, 88 - Tel. 095-711.6111  Sheraton Catania - Via A. da Messina, 45 - Tel. 095-271557 - Galatea Sea Palace - Via Livorno, 146 - Tel. 095-711.6902

I Faraglioni - Acitrezza - Via Lungomare, 115 Tel. 095-276744 - Lachea - Acitrezza ss.114 - via Dusmet, 4 Tel. 095-276784 Eden Riviera - Acitrezza - Via Litteri, 57 - Tel. 095-277760  

Notizie Utili Azienda Soggiorno e Turismo di Acicastello Tel. 095-604521 opp. 605372  Museo del Castello: p.zza Castello - Tel. 095-271026 - Chiuso Lunedì.

 

 

Come arrivare d Acitrezza: è ad appena un chilometro a nord da Acicastello. Acicastello, che dista solo 9 km. da Catania, è raggiungibile in auto o in pullman dal capoluogo etneo in circa 10 minuti, attraverso la S.S. 114 o attraverso il lungomare La scogliera. dall'autostrada Messina-Catania, svincolo Acireale e proseguire sulla S.S. 114 -  dall'aeroporto,  tangenziale in direzione Messina, uscire allo svincolo Catania Est e proseguire per la S.S. 114 - Trasporti urbani ed extraurbani: AMT - Linea 448 Cannizzaro/Catania - Linee 334 e 335 Acicastello/Catania Taxi Tel: 095 274135  -