capitano,  le tue colpe pago anch'io coi giorni miei mentre il mio piu' gran peccato fa sorridere gli dei e se muori e' un re che muore, la tua casa avra' un erede. quando io non torno a casa entran dentro fame e sete

 

 

 

 

 

 

 

 

Lasciato il borgo di Ognina, ha inizio uno dei più suggestivi litorali della costa jonica di Sicilia, tre miglia di litorale basaltico interrotto da sette grotte, battezzato Costa dei Ciclopi. Risalendo, la prima località che s’incontra è Aci Castello, facilmente riconoscibile per la rocca basaltica a strapiombo sul mare, su cui è arroccato il Castello di origine normanna, edificato come difesa costiera.

La tappa successiva il villaggio di pescatori di Aci Trezza con il suo accogliente porticciolo turistico: due moli convergenti, il Nord banchinato, che termina con una piccola darsena, e il sud formato da due tronconi, orientati a est e nord-est.

C’è un piacevole via vai di barcaioli-taxi, di pescatori e di imbarcazioni per la visita della Costa, il chiosco “Luna Rossa” proprio sul molo e, sulla piazza del paese, un’infinita scelta di trattorie e ristoranti di pesce.

«Terra vergine e selvatica abitata da Ciclopi e Lestrigoni» così Omero definisce la Sicilia e da qui è nata la leggenda dell'identificazione dell'isola Lachea e dei faraglioni con i massi che Polifemo, accecato e furente, scagliò contro Ulisse e i suoi compagni.  

Accanto a questa leggenda è fiorita anche quella del fiume Aci, che ha dato il nome ai vari paesi che attraversava. Il mite pastorello Aci, era innamorato della dolce Galatea, ma Polifemo reso folle dalla gelosia perchè pazzamente innamorato della Ninfa5 uccide Aci con un enorme masso.

Gli Dei, mossi a pietà dallo strazio di Galatea trasformarono il pastorello in fiume che scorrendo perenne, trova‑ pace e ristoro tra le braccia di Galatea che l'attende nell'azzurro Ionio ove si fondono in un abbraccio senza fine.

La fantasia popolare ha probabilmente in tal modo spiegato eventi e cose naturali, ammantandole di una dolce poeticità.

Polifemo potrebbe essere la personalizzazione dell'Etna, Galatea la spuma del mare, Aci il fiume‑ che sfociava nei pressi di Capo Mulini.  

 

 

 

 

 

 

 

 

Mascolini all'agrodolce Ingredienti: Mascolini di grandezza media kg. 1 circa, farina gr. 200, aglio 2 spicchi, aceto un bicchiere, zucchero due cucchiaini, olio, sale e pepe. Preparazione: Pulite i mascolini togliendo loro la testa e la lisca e apriteli a libro. Passateli per farina e friggeteli. Rosolate in un tegame con l'olio e l'aglio a spicchi. Appena dorato allungate con l'aceto, un bicchiere d'acqua e due cucchiaini di zucchero. Quando la salsa bollirà, abbassate la fiamma e disponete in tegame anche il pesce. Condite con sale e pepe e lasciate addensare il sugo per una decina di minuti. Servite tiepidi o freddi.

 

 

La suggestione della costa e del paesaggio ha ispirato l'opera di G. Verga. Nei «Malavoglia», il poeta ha voluto immortalare la vicenda umana di umili pescatori.

 

POLIFEMO (mitologia romana). Il più celebre dei Ciclopi, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa. Dimorava in una caverna nell'isola dei Ciclopi (Sicilia). Ulisse, tornando da Troia, naufragò coi suoi compagni su quelle spiagge e, scoperto l'antro del ciclope Polifemo, lo esplorò e attese il suo ritorno; all'imbrunire il mostro rientrò e, sistemati i suoi armenti nella grotta , chiuse l'entrata con un enorme masso, così che Ulisse e i suoi rimasero bloccati dentro. Accortosi degli intrusi, Polifemo divorò sei dei compagni di Ulisse e a quest'ultimo che, interrogato dal mostro, aveva detto di chiamarsi Nessuno, promise di mangiarlo per ultimo. Vista preclusa ogni via di scampo, Ulisse escogitò un piano di evasione famoso in tutta la mitologia greca: aguzzò un grosso tronco d'ulivo e l'arroventò nel fuoco; poi, mentre il Ciclope,dopo d'aver munto le pecore e le capre e aver divorato due dei compagni di Ulisse, ubriaco per il vino fattogli bere da Nessuno, dormiva, glielo cacciò nell'unico occhio che aveva in mezzo alla fronte e l'accecò. Ulisse dicendogli di chiamarsi Nessuno si sottrasse alla vendetta degli altri Ciclopi i quali, invocati in soccorso da Polifemo e accorsi, fuori della spelonca, avendogli domandato se qualcuno gli avesse usato violenza ed essendosi sentiti rispondere che nessuno, con inganno, cercava d'ucciderlo, se ne andarono, dopo di averlo consigliato di invocare il padre Nettuno. Ora, restava ad Ulisse il difficile compito di uscire, coi compagni che gli erano rimasti, dalla spelonca della quale il ciclope sorvegliava l'ingresso, ostruito da un enorme macigno: ma non gli venne meno neanche allora l'usata scaltrezza. Egli prese, senza far rumore, i più grossi montoni e legatili con vimini, tre per tre, fece aggrappare alle lane del ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni e poterono salvarsi uscendo al mattino aggrappati alle pance villose degli arieti. Polifemo li inseguì brancolando e urlando di dolore ; scaraventò enormi massi in mare, in direzione delle loro navi e pregò suo padre Poseidone di non far giungere Ulisse in patria. 

 

 

Polifemu era un omu grossu ammàtula                         Polifemo era un uomo grosso invano
chi cu la testa tuccava li nuvuli,                                    che con la testa toccava le nuvole. 
ed era amanti di certa curàtula,                                   ed era amante di certa massara, 
ch'avia lu cori duru comu rùvuli;                                  che aveva il cuore duro come rovere; 
Galatia, duci chiù di na nacàtula,                                 Galatea, dolce più d'un pasticciotto, 
chi senz'isca, carvuni, e senza prùvuli,                         che senz'esca, carbone, e senza polvere,
c'infusi arduri accussì forti e strànii,                             gl'infuse ardori così forti e strani,
chi lu furzau a sdari ntra li smanii.                                che forzò a dare in ismanie.

    Chiù non ci spércia jiri a la putia                                  Più non si cura di andare alla bottega
unni lu mastru so zoppu Vulcanu,                                dal maestro suo zoppo Vulcano,
pri ddà fari, di l'àutri in compagnia,                              per fare lì, degli altri in compagnia, 
li fulmini chi Giovi teni in manu.                                    i fulmini che Giove tiene in mano.
Né chiù ci piaci, comu ci piacia,                                  Né più gli piace, come gli  piaceva,
fari di crapi e boi lu guardianu,                                    far di capre e buoi il guardiano, 
da comu un vacabunnu mariolu                                   e come un vagabondo fannullone
scurri e lu sceccu fa 'ntra lu linzolu.                              scorazza e fa l'asino nel lenzuolo. 

      A guardàrilu era cosa d'allucchiri,                               A guardarlo era cosa da intontire,
accussì grossu, grassu e smisuratu;                              così grosso, grasso e smisurato; 
chi pri vastuni si  sulia sirviri                                        che per bastone si solea servire 
d'un àrvulu di pignu arrimunnatu;                                 d'un albero di pino rimondato;
usari non sulìa nuddu vistiri,                                        usare non solea nessun vestire,
ca di pila era tuttu cummigghiatu;                                ché di peli era tutto ricoperto;
ed ognunu di chisti di grussizza                                   e ognun di questi di grossezza
era quantu un caddozzu di sosizza.                             era quanto un nodo di salsiccia. 

      Comu un tirrenu chinu di pirreri                                  Come un terreno cosparso di pietre 
avia la facci crafogghi crafogghi;                                 avea la faccia butteri butteri; 
pirchì appi li valori accussì feri                                    perché prese il vaiolo sì forte
chi si 'un tinìanu forti li cunocchi                                  che se non tenevano forte le conocchie 
li Parchi, iddu muria comu un sumeri;                          le Parche, sarebbe morto come un somaro;
avia un occhiu, chi jeva pri cent'occhi,                         avea un occhio, che valeva per cent'occhi,
ch'era, dici un auturi di giudiziu,                                   ed era, dice un autore di giudizio, 
quantu lu ròggiu  di lu Sant'Uffiziu.                               quanto l'orologio del Sant'Uffizio.

      Era lu nasu quantu un bastiuni,                                 Era il naso quanto un bastione,                 
ch'avia corvi pri muschi cavaddini;                              che avea corvi per mosche cavalline; 
la vucca chi capeva 'ntra un muccuni                           la bocca vi  entrava in un sol boccone 
lu gran cunventu di li Cappuccini;                                il gran convento dei Cappuccini; 
avia ancora pri oricchi dui gruttuni,                             aveva ancora per orecchie due grandi grotte,
nida di cucchi e d'oceddi rapini;                                 nidi di cucchi e di uccelli rapaci;
avia vòscura 'ntesta pri capiddi                                  avea boschi in testa per capelli 
ca addànii, e porci spini, e vulpi e griddi.                    con daini, e porci spini, e volpi e grilli. 

     D'un chiuppu sbacantatu s'avia fattu                         D'un pioppo svuotato s'era fatto
all'usu campagnolu un friscalettu,                                all'uso campagnolo uno zuffolo,
chi sunannu lu jia di trattu in trattu                               e suonando l'andava di tratto in tratto
sirvénnucci pri sfogu e pri dilettu;                                servendogli per sfogo e per diletto;
parrava sulu sulu comu un mattu,                              parlava solo solo come un matto,                
cuntava a li grutti lu so affettu;                                    e raccontava alle grotte il suo affetto;
li quali allammicannu a stizza a stizza,                          le quali gocciolando stilla a stilla, 
chi chiancìanu, cridia, pri tinnirizza                              che piangessero, credeva, per tenerezza. 

                          Giuvanni Meli                                                                   Giovanni Meli

http://www.csssstrinakria.org/mitos.htm#contact2

 

 

 

Fornita ogni opra, m'abbrancò di nuovo

due de' compagni, e cenò d'essi il mostro.

Allora io trassi avanti, e, in man tenendo

d'edra una coppa: "Te' Ciclope", io dissi:

"Poiché cibasti umana carne, vino

bevi ora, e impara, qual su l'onde salse

bevanda carreggiava il nostro legno.

Questa, con cui libar, recarti io volli,

Se mai, compunto di nuova pietade,

mi rimandassi alle paterne case.

Ma il tuo furor passa ogni segno. Iniquo!

Chi più tra gl'infiniti uomini in terra

fia che s'accosti a te? Male adoprasti".

La coppa ei tolse, e bevve, ed un supremo

del soave licor prese diletto,

E un'altra volta men chiedea: "Straniero,

darmene ancor ti piaccia, e mi palesa

subito il nome tuo, perch'io ti porga

l'ospital dono che ti metta in festa.

Vino ai Ciclopi la feconda terra

produce col favor di tempestiva

pioggia, onde Giove le nostre uve ingrossa:

ma questo è ambrosia e nèttare celeste".

 

Odissea - libro IX

 

"Vino ai Ciclopi la feconda terra  produce col favor di tempestiva

pioggia, onde Giove le nostre uve ingrossa:  ma questo è ambrosia e nèttare celeste".

 

Com'era questo vino, tanto buono al punto che Polifemo ne volle bere ancora fino ad ubriacarsi? Vediamo un po'...

La strada del vino più antica d'Europa. Dai vini doc dell’ Etna al Cerasuolo di Caltagirone

Un privilegio assoluto di cui pochi parlano. Un itinerario economico e turistico , preistorico e moderno, che potrebbe offrire alla Sicilia migliaia di posti di lavoro, come sostengono il Corriere della Sera – Lavoro del 21. Maggio 1999 e la “ Guida al turismo del vino 1999 “ del Touring Club. “Italia Oggi “ il 24.sett.’99 titola un interessante inchiesta : “ Le strade del vino aprono al turismo 10 mila nuovi posti di lavoro “.Ma pochi siciliani, e pochissimi catanesi, se ne sono resi conto. Misteri delle furbizie campanilistiche e di bottega , limiti della scarsa frequenza alla lettura della storia antica e moderna, ignoranza demoralizzante dell ‘esistenza di tesori autentici che possono offrire sviluppo a un’isola che non può condizionare la propria economia aspettando in eterno elemosine statali ed europee che non vengono.

Il privilegio nasce dal fatto che nessuna provincia italiana, come la nostra, può vantare un itinerario economico antico di 4000 anni , che trova conferma nella vocazionalità moderna. Infatti, la via collinare che va da Kamarina a Catania, ( e viceversa ), passando da Caltagirone, era percorsa dai trafficanti Egei che venivano in Sicilia per comprare vino, olio di oliva e miele . Poi, sostengono diversi storici antichi, portavano questi prodotti in tutta l’area del Mediterraneo, con grande successo. ( Da fare invidia ai tempi moderni ).

Plinio il Vecchio sostiene che il vitigno Murgentia , coltivato dai Morgeti nella zona di Caltagirone, forniva un vino “ che non doveva mancare in nessuna mensa regale di tutte le capitali del Mediterraneo” . ( Oggi il probabile erede è il CERASUOLO DOC )

Questo percorso, corrisponde ad una vasta area della Sicilia orientale con vocazione agricola di grande rilievo economico e commerciale. Ci riferiamo agli agrumi pigmentati ed all’olio di oliva che vanno da Catania a Caltagirone, ai fichidindia di Militello V.C., ai carciofi di Niscemi ed alle primizie di Acate, Vittoria , Comiso e Kamarina. Dunque , una vocazionalità agricola consolidata nei millenni che dovrebbe stimolare felici ritorni. Inoltre , le città attraversate , ( Lentini, Scordia, Militello, Mineo, Grammichele, Palagonia, Caltagirone, Acate, Vittoria, Comiso e Kamarina ) , sul piano turistico e culturale , offrono monumenti e testimonianze storiche ricchissime, che vanno dalla tavoletta di cultura egea di Militello V.C. , ai musei di Caltagirone e di Kamarina, dove si conservano collezioni di anfore di terracotta , uniche nel suo genere e dalle coppe vinarie di cultura micenea del museo di Adrano . 

 

 

Un itinerario per tutti i gusti dei visitatori, un paesaggio che si mantiene, malgrado tutto, costituito – diceva Piovene - di tutte gradazioni di verde esistenti in natura, e che tocca province diverse. E poi, colline e coste marine dal fascino più diverso , concentrate in poche diecine di chilometri . Il forestiero avrebbe l’ imbarazzo della scelta.

Molte “strade “ , purtroppo, sono state inventate sulla carta per ragioni pubblicitarie, ma nessuna ha questi supporti storici ed economici, come hanno meritato la “ Strada della seta “, quella “ del sale “ ecc. ecc. .

Per fare decollare questo originale itinerario, che non ha pari, mancano poche opere innovative e pochi spiccioli da spendere, anche se mulini ad acqua , abazie, monasteri , casali secenteschi attendono il restauro previsto dai fondi CEE. ( Che mai la Sicilia ha preteso ).

A parte il carente entusiasmo per valorizzare i propri tesori , che caratterizza i siciliani, basterebbe , per il momento, una dettagliata guida stradale , i cartelli indicatori, ed una campagna di propaganda pubblicitaria opportuna.

Ma forse le cose belle che costano poco hanno poca credibilità.

C’è da considerare, in fine , che “ La strada del vino più antica di Europa “ consentirebbe un flusso turistico diversificato da non esaurire in poche ore. Faciliterebbe lunghe soste per la visita ai centri dell’interno . Tutta la Sicilia orientale trarrebbe grandi benefici da questo nuovo modo di far turismo, gastronomia ed economia vinicola , con i suoi famosi vini a D.O.C.

fonte © Salvatore Cosentino   www.vini-imakara.it

 

 

nota: Il titolo inserito dal sottoscritto è frutto di puro "campanilismo". In verità Omero scrisse che Polifemo si ubriacò del vino offertogli da Ulisse (che era stivato nella sua nave, proveniente dalla Grecia) proprio perchè il vino greco era molto più buono di quello del ciclope, coltivato in modo grezzo nelle terre siciliane. A testimonianza che la viticoltura ellenica era già estremamente organizzata e molto più all'avanguarda rispetto a tutte le altre civiltà del tempo.  (M.R.)

 

I vini a D.O.C. dell'Etna

 

Caratteristiche

ETNA ROSSO

ETNA ROSATO

ETNA BIANCO SUPERIORE

ETNA BIANCO

Colore

rubino con  riflessi granato con l'invecchiamento

rosato al rubino

giallo paglierino con leggeri riflessi dorati

giallo paglierino con leggeri riflessi dorati

Odore

vinoso intenso tipico

intenso tipico

profumo delicato di carricante

profumo delicato di carricante

Sapore

caldo robusto pieno armonico asciutto

caldo robusto pieno armonico asciutto

fresco armonico asciutto

fresco armonico asciutto

Min. grad. alcolica

12,5

12,5

12

11,5

Affinamento

fino a 6 anni

fino a 3 anni

fino a 3 anni

fino a 2 anni

Abbinamento consigliato

arrosti selvaggina

tutto pasto

frutti di mare crostacei

frutti di mare crostacei

Vitigni

nerello mascalese (min 80%) nerello mantellato (max 20%)

nerello mascalese (min 80%) nerello mantel-lato (max 20%)

carricante (min 60%) catar-ratto bianco comune e/o lucido (max 40%) trebbiano e/o minnella bianca (5%-10%)

carricante (min 60%) catar-ratto bianco comune e/o lucido (max 40%) trebbiano e/o minnella bianca (5%-10%)

 

 

 

 

I Ciclopi sono figure favolose della mitologia greca, di statura gigantesca e fornite di un solo occhio in mezzo alla fronte (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo).

In epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano tre stirpi di ciclopi: i figli di Urano e Gaia (il Cielo e la Terra), che appartengono alla prima generazione divina dei Giganti; i Ciclopi "costruttori", che avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da blocchi enormi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane (le "mura ciclopiche"); e i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, di cui narra Omero. Odisseo si scontrò con Polifemo e riuscì a fuggire dalla sua caverna coi compagni superstiti, solo dopo avergli accecato nel sonno il grande occhio con un palo arroventato.

E' ipotizzabile che nell'Ellade dell'epoca primitiva con il nome di Ciclopi si indicassero i membri di una sorta di associazione di fabbri ferrai che avevano, tatuati sulla fronte, dei cerchi concentrici, allusivi alla potenza del sole, fonte primigenia del fuoco che alimentava le loro fucine. E la fucina nelle viscere dell'Etna non fa altro che spiegare la periodica fuoruscita di fumo e fuoco dalla bocca del vulcano.

I Ciclopi siciliani sono gli artefici del fulmine di Zeus, per questo motivo incorsi nell'ira di Apollo, il cui figlio Asclepio - dio della medicina - aveva risuscitato alcuni morti ed era stato pertanto fulminato da Zeus. Sono anche i fabbri degli dei, sotto la direzione di Efesto dio del fuoco, ai quali forniscono le armi. Abitano la Sicilia e le Eolie, in caverne sotterranee dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare fa brontolare i vulcani della zona, mentre il fuoco della loro fucina arrossa la cima dell'Etna. Omero li descrive come esseri selvaggi e giganteschi, muniti di un solo occhio al centro della fronte e dotati di forza smisurata, che allevano montoni, vivono allo stato di natura selvaggia e praticano l'antropofagia.

Virgilio nell'Eneide riprende in un certo senso dove l'Odissea aveva lasciato, quando i Troiani, sotto la guida di Enea, approdano in Sicilia e incontrano l'atterrito Achemenide, un compagno di Ulisse rimasto per sbaglio sull'isola, e Polifemo, avvertita la loro presenza, chiama a gran voce gli altri Ciclopi per catturarli.

Anche il dramma satiresco di Euripide, il Ciclope, è imperniato sulla figura di Polifemo, e in un idillio di Teocrito il gigante si umanizza in un giovane rozzo ma sentimentale, innamorato di Galatea. L'arte antica ha raffigurato Polifemo, sia nella scena dell'accecamento, sia in quella della fuga di Ulisse; e nel periodo ellenistico è rappresentato anche l'episodio di Galatea.

http://www.sullacrestadellonda.it/mitologia/ciclopi.htm

 

Non soltanto la dea Mater venne messa in rapporto con la terribile voragine del vulcano, ma anche le popolazioni etnee furono ideomorfizzate da quanti si accostarono alla costa jonica ritenendoli degli esseri giganteschi, crudeli ed inospitali. Quel loro vivere nella terra delfuoco dette occasioni a un gran numero di conclusioni poetiche e a quegli etnicoli si diede metaforico appellativo di Ciclopi, che valeva «cerchi», monocoli5 con chiara allusione al gran cratere ardente. Allo stesso modo le tribù stanziate nella Piana di Catania furono nomate Lestrigoni, ossia lagunari, e quelle delle regioni meridionali Lotofagi, perchè si nutrivano di fave e sorbe.  

Meglio di ogni altra fonte letteraria, Virgilio (111, 643‑44) con puntigliosa precisione ci riferisce che gli orribili Ciclopi vivevano in caverne sparse per le curve coste ed erravano sugli alti monti. E realmente, per opportunità geologica gli Etnicoli di Castelluécio abitavano per lo più le lunghe grotte di scorrimento lavico, poste in prossimità di vene d'acqua e feracità di terreno; in luoghi terrazzati ed ertissimi, di facile difendibilità contro attacchi venienti dal mare. La genesi di queste grotte tubolari è assai controversa, pare probabile possano essere dovute al correre del magma fluido sul terreno in pendenza anche dopo il cessare dell'alimentazione, quando in superfice la lava si consolida e fa la crosta, mentre all'interno la pressione idrostatica ne accellera il deflusso svuotando il ramo lavico e causando le estese cavità. Abbondanti indizi d'abitazioni trogloditiche si hanno in tutto l'arco alpestre del suburbio cittadino dal colle di Santa Sofia a Nizeti. Notevoli le caverne scoperte lungo la grande scarpata di basalti pliocenici del Monte d'Oro, nella strada che da S. Gregorio porta verso il mare in prossimità della fonte di Casalrosato, località in cui continuano gli ingrottamenti abitativi. Più a ponente, nella vicina Barriera del Bosco, si trovarono parecchie altre gallerie visitate e descritte dall'Orsi, che ne disegnò accuratamente la topografia e oggi quasi tutte scomparse in conseguenza della costruzione di nuovi edifici. L'archeologo esplorò sette tunnel di scorrimento, ognuno lungo da venti a sessanta metri circa, tutti comunicanti e con unica grande apertura. Numerosi erano pure gli antri che si aprivano a S. Giovanni Galermo, dove nell'isola di lave plioceniche a levante dell'abitato sopravvive presso la Matrice la celebre caverna di San Giovanni, menzionata da Pietro Carrera, in cui un tempo scorreva all'interno un rigagnolo torrentizio. In direzione del Fasano sono a rutta du Marranu e quella della regina Bianca. In basso a levante verso il mare, considerevoli insediamenti si avevano a Santa Sofia presso la sorgiva di Cifali; al Borgo; a Monserrato; alla Calvana e al Canalicchio. L'ultima importante scoperta fatta nel 1945 occasionalmente è la grotta di Novalucello 1, situata nella dàgala di lave del 122 a.C., presso il cortile del nuovo Seminario arcivescovile in via V. E. Dabormida. La galleria ha uno sviluppo complessivo di poco più di 200 metri e presenta diverse ramificazioni di minore lunghezza. All'interno, fra concrezioni stalattitiche, infiltrazioni d'acqua ed erosioni meteoriche, si avverte mancanza d'aria e temperatura ed umidità costante nel tempo, che favoriscono il formarsi d'una nebbiolina irrespirabile che avvolge i tunnel.  

 

 

Gli antichi mitografi distinguevano tre specie di Ciclopi: i Ciclopi "urani", figli di Urano e di Gaia (il Cielo e la Terra), i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, che intervengono nell'Odissea, e i ciclopi "costruttori".

I Ciclopi "urani" appartengono alla prima generazione divina, quella dei Gianti. Hanno un solo occhio in mezzo alla fronte, e sono caratterizzati dalla forza e dall'abilità manuale. Se ne contano tre, chiamati Bronte, Sterope (o Asterope) e Arge, i cui nomi ricordano quelli del Tuono, del Lampo e del Fulmine. Dapprima incatenati da Urano, sono liberati da Crono, poi incatenati da quest'ultimo nel Tartaro, fino a che Zeus, avvertito da un oracolo che avrebbe potuto riportare la vittoria soltanto col loro aiuto, non li liberò definitivamente. Allora, gli dettero il tuono, il lampo, e il fulmine; dettero ad Ade un lmo che rendeva invisibili, e a Poseidone un tridente. Armati in tal modo, gli Dei Olimpici sfidarono i Titani, e li fecero precipitare nel Tartaro.    

Nella leggenda, i Ciclopi restano fabbri del fulmine divino. A questo titolo, insorsero nell'ra di Apollo, il cui figlio, Asclepio, era stato ucciso da Zeus con un colpo di fulmine per aver risuscitato alcuni morti. Non potendo vendicarsi su Zeus, Apollo uccise i ciclopi (o i loro figli, secondio una tradizione isolata), e ciò gli valse, come punizione, l'obbligo di servire, in qualità di schiavo, presso Admeto. In questa versione, i Ciclopi appaiono dunque come esseri mortali, e non dei.

 

Nella poesia alessandrina, i Ciclopi non sono considerati altro che demoni subalterni, fabbri e artigiani di tutte le armi degli dei. Fabbricano, per esempio, l'arco e le frecce d'Apollo e della sorella Artemide, sotto la direzione d'Efesto, il dio fabbro. Abitano le isole Eolie, oppure la Sicilia. Qui possiedono una fucina sotterranea, e lavorano con gran rumore. Sono proprio l'ansimare del loro fiato e il fracasso delle loro incudini che si sentono rimbombare in fondo ai vulcani siciliani. Il fuoco della loro fucina rosseggia la sera in cima all'Etna. E, in queste leggende legate ai vulcani, essi tendono a confondersi con i Giganti imprigionati sotto la massa delle montagne, e i cui soprassalti agitano talvolta il paese. Già nell'Odissea i Ciclopi sono ritenuti una popolazione di esseri selvaggi e giganteschi, dotati di un solo occhio e di forza prodigiosa, che vivono sulla costa italiana (nei Campi Flegrei, presso Napoli). Dediti all'allevamento dei montoni, la loro sola ricchezza consiste nel gregge. Sono volentieri antropofagi e non conoscono l'uso del vino

 

. E neppure la coltivazione della vite. Abitano nelle caverne e non hanno imparato a formare  città. Certi tratti di questi Ciclopi tendono a farli assomigliare ai Satiri, con la quale sono talvolta assimilati. Si attribuiva a Ciclopi (venuti, si dice, dalla Licia) la costruzione di tutti  i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da grossi blocchi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane. Non si tratta più dei Ciclopi figli di Urano, ma di tutto un popolo che si era messo al servizio degli eroi leggendari, di Petro, per esempio, per fortificare Tirinto, di Perseo, per fortificare Argo ecc. Si affibia loro il curioso epiteto di Chirogasteri, cioè "coloro che hanno braccia al ventre", e ciò ricorda gli Ecatonchiri, i "Giganti dalle Cento Braccia", che sono, nella mitologia esiodea, i fratelli dei tre Ciclopi Urani.

Polifemo è il nome di due personaggi distinti.  Il primo è un Lapita, figlio d’Elato e d’Ippe. Suo padre "divino" è Poseidone. E’ il fratello di Ceneo. Sposò Laonome che, in una tradizione oscura, passava per essere sorella d’Eracle. Questo Polifemo partecipò alla spedizione degli Argonauti; ma restò in Misia, dove fondò la città di Cio. Perì nella guerra contro i Calibi.

 

Il secondo personaggio con questo nome, assai più celebre, è il Ciclope che ha una parte nell’Odissea. E’ figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, ella stessa figlia di Forcide. Il racconto omerico lo presenta come un gigante orribile, il più selvaggio di tutti i Ciclopi. E’ pastore, vive del prodotto del suo gregge di pecore e abita in una caverna. Benché conosca l’uso del fuoco, divora la carne cruda. Sa che cos’è il vino, ma ne beve molto di rado e non sta attento agli effetti dell’ubriacatura. Non è totalmente insocievole poiché, nel suo dolore chiama gli altri Ciclopi in aiuto, ma è incapace di far loro capire quello che gli è capitato.

Si sa come Ulisse, catturato da lui con alcuni compagni, in numero di dodici, fu rinchiuso nella caverna del Ciclope. Questi cominciò col divorarne diversi e promise ad Ulisse di divorarlo per ultimo per ringraziarlo d’avergli dato un vino delizioso, che l’eroe aveva fatto sbarcare con lui. Di notte quando il Ciclope era profondamente addormentato sotto l’effetto del vino, Ulisse e i compagni aguzzarono un palo immenso, l’indurirono al fuoco e lo piantarono nell’unico occhio del gigante. Al mattino quando il gregge uscì per andare al pascolo, i greci si legarono sotto il ventre degli arieti, per oltrepassare la soglia della caverna, dove il Ciclope, cieco, controllava con le mani tutto ciò che passava. Una volta libero, quando la sua nave prese il largo, Ulisse gridò a Polifemo il suo nome e lo canzonò. Ora, un oracolo aveva predetto un tempo al Ciclope ch’egli sarebbe stato accecato da Ulisse. Incollerito per essere stato ingannato, lanciò contro le navi massi enormi, ma invano. Proprio da questo momento data la collera di Poseidone, padre di Polifemo, contro Ulisse.

Dopo i poemi omerici, Polifemo diventa, in modo assai strano, l’eroe di un’avventura amorosa con la Nereide Galatea. E’ un Idillio di Teocrito che ci ha conservato il quadro più celebre del Ciclope galante, innamorato di una civetta che lo trova troppo villano. Lo stesso tema è ripreso da Ovidio. Esiste una tradizione secondo cui Galatea è innamorata del Ciclope e gli dà figli.   (Luccjo Cammarata)

 

 

La ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea, venne dai Greci spiegata con il mito di Aci e Galatea.

Aci, era un pastorello che viveva, pascolando il suo gregge, lungo i pendii dell’Etna. Di lui era innamorata la bella Galatea che aveva respinto le proposte amorose di Polifemo.

Galatea era una splendida ninfa del mar Ionio, che, durante le belle aurore, era solita sedersi su uno scoglio e aspettare che il sole la rivestisse di perle.

Una mattina la leggiadra fanciulla fu notata dal ciclope Polifemo, che abitava in una grotta sui fianchi dell’Etna e, spaventata, si tuffò subito nell’azzurro mare.

Un pomeriggio, il pastorello Aci avanzò con il suo gregge fino alla spiaggia, suonando dolcemente la zampogna.

Galatea, dal profondo del mare lo udì e corse ad ascoltare quelli che a lei sembravano i sospiri di un sereno tramonto.

La ninfa, incantata da quella musica, pregò il giovanetto di andare ogni giorno per farle sentire la zampogna. Così tutti i giorni Galatea, adagiata sulla sabbia, ascoltava silenziosamente il canto del pastorello.

Un triste giorno furono scoperti dal ciclope. Il gigante non riusciva a dimenticare quella fanciulla vestita di rosea luce e tutti i giorni, mentre il suo gregge brucava l’erba, si sedeva di fronte al mare, sperando di rivedere la ninfa per chiederle di sposarlo. Quindi cercò subito un pretesto per litigare: accusò Aci di essere il ladro dei suoi pascoli e, scagliandogli un macigno, lo colpì a morte.

Galatea, disperata e sconsolata chiese ed ottenne dal padre Oceano che Aci venisse trasformato in un fiume.

La bianca Nereide, sconsolata, con l’aiuto degli dèi, trasforma il corpo morto di Aci in sorgive di acqua dolce, che scivolano giù, lungo i pendii dell’Etna, mormorando suoni melanconici di struggente nostalgia. Ancora oggi il fiume Aci scaturisce da sotto una rupe di lava e spinge il suo corso fino a mescolarsi, nel mar Ionio, con la spuma dell’infelice Galatea.

Non lontani dalla costa, vicino la località chiamata oggi "Capo Molini", in un luogo poco accessibile da terra e più facilmente dal mare, esiste una piccola sorgiva ferruginosa chiamata dalla gente locale "il sangue di Aci" per il suo colore rossastro. Notare quale soave spiritualità pervade questa storia che non spiega nient’altro che un fenomeno geologico. Nella località chiamata oggi "Capo Molini" esistette un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello del mito greco, Aci. Nell’XI° sec. d.c.d.C.D.C. un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti, i quali fondarono altri centri nei dintorni.In memoria del nome della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci, al quale fu aggiunto in seguito un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro: così Aci Castello (per un castello costruito su di un faraglione prodotto da un’eruzione sottomarina che poi fu raggiunto da una colata lavica nell’XI sec., trasformandolo in un promontorio); Acitrezza (per la presenza di tre faraglioni antistanti il Paese); Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S. Antonimo, Aci Platani, Aci Sanfilippo.

  

 

 

Narra una leggenda popolare che il corpo del pastorello ucciso da Polifemo si sia smembrato in nove parti cadute dove poi sono state fondate Aci Bonaccorsi, Aci Castello, Aci Catena, Aci Platani, Acireale, Aci S. Filippo, Aci S. Antonio, Aci S. Lucia ed Aci Trezza. La costa viene anche chiamata Riviera dei Ciclopi.

Percorso nella memoria verghiana, si snoda attraverso i luoghi suggeriti dall'Autore. Parte dal Castello, con la drammatizzazione della novella "Le storie del Castello di Trezza", e prosegue per Acitrezza, dove si rivisitano i luoghi de "I Malavoglia": la casa del nespolo, le viuzze, la piazza, la fontana, la chiesa.

" Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza […], tutti buona e brava gente di mare, proprio all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, […] Alla domenica, quando entravano in chiesa, l'uno dietro l'altro pareva una processione"

Si ripercorrono anche i luoghi del celebre film "La terra trema" di Luchino Visconti, girato con attori locali, i pescatori di Trezza.

 

 

ACICASTELLO è una  caratteristica cittadina sul mare, famosa per il suo castello in pietra lavica, eretto nel 1.076. Alcune sale del castello ospitano il museo civico. Ai piedi del castello vi è una splendida scogliera su un mare limpido dai vividi colori. Soprattutto d'estate è meta di turisti e villeggianti, che invadono le sue spiagge rocciose, le sue vie e la sua superba piazza a picco sulla scogliera lavica per godere lo scenario di luci e di colori e la magica atmosfera tipicamente mediterranea. 

La colata del 1169 fu di enormi proporzioni, se ne vede testimonianza nella costa che va da Acicastello ad Ognina, spettacolare per altezza, raggiunge anche i 30 m sul mare, e movimentata dalla presenza di anfratti e grotte che creano un suggestivo paesaggio dato dalla grandiosità dell'insieme, dallo scuro colore della lava e dall'azzurro del mare.

Altre grotte esistono nel territorio compreso tra Acicastello e Ficarazzi nella zona denominata «Timpa Rosa». Una in particolare è assai interessante per avere tracce di abitati archeologici.

La grotta è un classico esempio di scolamento lavico, ove insieme alle formazioni geologiche quali i «denti di cane» vive una fauna tipica da grotta quali i ragni e i pipistrelli. I pochi cocci rinvenuti parlano del periodo denominato «Castellucciano», databile intorno al 1800‑1400 circa a.C. In questa età, mentre in altre zone della Sicilia era uso scavare le tombe a grotticella artificiale nel calcare, nelle zone laviche intorno all'Etna (es. Adrano), data la durezza della lava, si sfruttavano come sepolture le grotte che si erano formate all'interno delle varie colate laviche di età molto antica.  

Certo è necessario operare una ricerca approfondita nella zona al fine di ben individuare i vari periodi archeologici che si sono susseguiti nel territorio di Acicastello, visto che esistono parecchie testimonianze che vanno dal neolitico al periodo bizantino: resti di asce litiche, strumenti di selce e ossidiana, ceramica preistorica, fram~ menti di età greco~ellenistica, romana, bizantina. Le fonti classiche parlano del fiume Aci e in relazione a questo fiume è la statio di Acium a 9 miglia da Catania e a 24 da Naxos, citata nell'itinerarium Antonini.

Vissuto sempre ai piedi del Castello fu chiamato dagli Arabi «Al‑Yag». Esistono tracce di un passato medievale in un troncone di mura costruite utilizzando la pietra lavica. Il suo nome è legato alla leggenda del fiume Aci, che un'epigrafe settecente~ sca posta sul prospetto della chiesa di S. Mauro definisce «Acensitim faecunda parens»: madre feconda degli Acesi.

I terribili cataclismi del 1169, terremoto, maremoto, e una colata lavica di notevoli diniensioni,, dispersero gli abitanti della zona che si trasferirono nelle zone vicine. Colpito dal terremoto del 1693 fu ricostruito nel 1718.

Costruito su un'immensa rupe, prodotta da un'eruzione sottomarina, formata da un ammasso di pillows di lava, il Castello s'innalza scuro e imponente sulla piazza, come la prua di un'immensa nave.

L'impianto attuale di chiara impronta normanna lascia intravedere qua e là resti di passate civiltà. Resti di una probabile porta romana e una grotta che ricorda le tholos Micenee del XIII sec. a.C. ci inducono a pensare che il Castello, proprio per la sua posizione, sia stato abitato da civiltà diverse non esclusi Fenici, Greci e Romani per i quali il nome era «Rocca Satumia».  

La prima battaglia menzionata dalla storia fu quella che nel 414 a.C. vide in lotta Magone generale cartaginese contro Leptine siracusano. La vittoria dei Cartaginesi consolidò il loro dominio sulla Sicilia Orientale. La posizione che il Castello occupa non passò inosservata agli Arabi ed ai Normanni, che tanta parte ebbero nella cultura della nostra terra.

Distrutto in un primo tempo (902) dagli Arabi fu poi ricostruito dal Califfo Al‑Moez.  

Circolò per anni la leggenda che nel suo museo esistesse la testa del ciclope Polifemo, in quanto per molto tempo si credette d'aver trovato il cranio del Ciclope con un solo occhio. La scienza ha vanificato questa leggenda, idenficando il cranio con quello dell'elefante Falconeri, per l'appunto il nostro elefante nano.

Non mancano a completamento della sezione i fossili dei vegetali, tronchi, foglie, alghe e i pesci fossili su tripoli del Messiniano risalente a circa 8.000.000 di anni fa, periodo in cui, chiusosi lo Stretto di Gibilterra, il Mediterraneo si prosciugò lasciando grossi laghi.

L'uomo è stato l'ultimo a comparire sulla terra ed ha seguito un lento e faticoso processo detto appunto di ominazione. I calchi dei crani acquisiti presso il Museo dell'Uomo di Parigi ci consentono di seguire attraverso lo studio e l'analisi dei tratti somatici tutte le modificazioni che hanno portato l'uomo da un aspetto simile alla scimmia all'aspetto attuale.

A questa parte si aggancerà la sezione archeologica con i manufatti del paleolitico, mesolitico, neolitico nonché di età greca, romana, medievale.

A ciò si aggiungerà una sezione dedicata al materiale archeologico subacqueo frutto in una recente donazione, che permetterà di studiare la navigazione, la storia commerciale e storia politica della nostra zona.  

Il robot Gnom. Era questa la stagione in cui, fra Castello e Faraglioni, «ciàuli» e «mìnnuli» celebravano il loro matrimonio d'amore circondati da un ricco stuolo d'invitati («sardi, opi e masculini») che nel mare calmo formavano un tappeto argenteo, luccicante ai raggi del sole. Ciàuli e mìnnuli si trovano attualmente solo in pescheria, mentre riesce difficile tirarli su dal fondo del mare ai pochi che, con barche e lenze, ancora vanno nel «vadu», cioè sulla verticale del luogo in cui, in numero enorme, essi coronavano una volta il loro sogno d'amore. Sono finiti i tempi in cui si raccontava che un polpo, emergendo dalle acque, a mezzogiorno, faceva suonare le campane delle chiese di S. Giovanni e di S. Mauro! Non è che i pesci si siano estinti, ma altri sono i dominatori delle acque della Riviera dei Ciclopi: i bagnanti!
 Essi, dal primo di giugno sono entrati ufficialmente nelle loro tane, cioè negli stabilimenti balneari, che hanno aperto ufficialmente i battenti, quasi accompagnati dagli spari assordanti che a Trezza annunziavano la prossima festa di S. Giovanni. Il lido dei Ciclopi ha preceduto tutti di un buon mesetto ma gli altri hanno inaugurato la stagione con giugno, perimetrando subito le aree di rispetto che tuttavia non pullulano proprio di nuotatori: l'acqua è ancora fresca e molti preferiscono solo sdraiarsi al sole ad ungersi con gli olii più variegati per la prima tintarella.
Domenica scorsa abbiamo assistito alla prima traversata di stagione (Ciclopi - Praca) che è tornata di moda, a gruppi compatti, in questi ultimi anni, sia per il discreto stato delle acque (non più piene di sacchetti e rifiuti vari), sia per il procedere guardingo (non mancano naturalmente le eccezioni cafone) che i motoscafi adottano in zona.

E' arrivato anche un nuovo protagonista nei fondali dei Ciclopi: Gnom! E' un piccolo robot, grosso quanto un pallone, che scandaglia i fondali e trasmette su uno schermo, in diretta, tutto quello che riesce a vedere. E' legato a un cavo di circa 100 metri ed è tale quindi il suo raggio d'azione. L'area protetta «Isole Ciclopi», che lo ha adottato, ha già iniziato a farlo conoscere, o meglio, a farne conoscere le capacità di scrutare i più nascosti anfratti dei fondali.
Una barca messa a nuovo, con al posto del fondo uno schermo televisivo, è solitamente il suggestivo luogo che accoglie le immagini lanciate da Gnom che i responsabili dell'«Area protetta» si augurano di far presto conoscere a piazze e lidi dell'Area. La riperimetrazione intanto, come annunziato in autunno, non è ancora un fatto compiuto poiché il «Comitato ministeriale di riserva», che doveva esaminare la proposta del Comitato di gestione, per ben due volte non si è riunito (per mancanza del numero legale, ci dicono). (Enrico Blanco) 

 

Poco più di mille anni prima di Cristo, una sanguinosa guerra fra Greci e Troiani sconvolse molte città dell'Ellade. Valenti guerrieri di ambedue gli schieramenti si batterono con coraggio e valore per dieci lunghi anni. Malgrado l'audacia e l'ardimento dei combattenti, il conflitto non accennava a volgere a termine.

Un prode ed astuto combattente del campo greco, Ulisse, re di Itaca, escogitò un piano che consenti di rovesciare le sorti della guerra. Fece costruire un enorme cavallo di legno, lo portò in prossimità delle mura di Troia, dicendo che i Greci intendevano togliere l'assedio e lasciavano il cavallo come dono di ringraziamento per la dea Minerva.

I Troiani, che non potevano sospettare quale inganno si celasse all'interno del cavallo, accettarono il dono e lo introdussero in città fra feste e canti.

Nottetempo, mentre i Troiani, felici, festeggiavano la partenza dei loro nemici, un numero imprecisabile di soldati uscì dall'enorme pancia del cavallo con armi in pugno. In breve la città fu messa a ferro e fuoco ed i Troiani furono sconfitti.  

 

 

 

Dopo dieci anni, la guerra si concludeva grazie all'astuto inganno di Ulisse. I Greci vincitori si spartirono il bottino e fecero vela per rientrare in patria. Proprio per Ulisse, l'ideatore del cavallo di legno, il destino aveva riservato un lungo viaggio di ritorno, pieno di pericoli e disavventure.

La sua flotta, spinta dai venti e dalle tempeste, giunse in Africa settentrionale e da lì, approfittando dell'Austro, il vento che spira dal sud, raggiunse la Sicilia. Ormeggiate le navi, scese a terra con dodici marinai per far provviste. Portava con se oggetti da barattare e fra questi anche alcuni otri di vino.

Arrampicandosi su per un ripido sentiero di montagna, il gruppo raggiunse una grotta. Ulisse fece segno ai compagni di fermarsi, guardò attentamente verso l'interno aguzzando la vista, ma la penombra non gli consentì di distinguere quel che c'era dentro. Spinto della curiosità decise di entrare. I suoi, a spada tratta, lo seguivano dappresso, pronti ad intervenire ad ogni minimo segno di ostilità.

Poco oltre la soglia della caverna, c'era un rudimentale focolare, con delle pietre disposte in cerchio. La cenere e i tizzoni freddi dimostravano che la grotta era abitata e che il padrone di casa era uscito da tempo.

I dodici si scambiarono qualche commento, poi, più curiosi che mai, entrarono in quella strana abitazione.

Andavano avanti con prudenza, esaminando attentamente ogni angolo. Sulla destra, seminascosto nella penombra, un enorme giaciglio, fatto di paglia, foglie secche e pelli di animali,confermava l'uso della caverna come dimora abituale di qualcuno. A prima vista tutto sembrava normale, tuttavia la sproporzionata dimensione del pagliericcio incuriosì i dodici visitatori. Infatti era così grande che avrebbe potuto ospitare un uomo ben tre volte più alto del normale. Questo non spaventava per nulla i dodici prodi, che abituati ad affrontare situazioni ben più pericolose, più che preoccupati, erano curiosi di conoscere lo smisurato inquilino. 

Continuarono ad addentrarsi per una decina di passi, senza scorgere alcun segno d'anima viva. Intorno c'era un gran silenzio e nell'aria si sentiva un forte odore di sterco di capra, che faceva capire quale attività svolgesse lo strano abitante della caverna. Più avanti, in un angolo buio, disposte ordinatamente in fila, delle enormi provole pendevano da un'asta di legno fissata orizzontalmente fra due pareti. Sotto di esse, poggiate sopra un piano, c'erano svariate forme di formaggio. Tutti questi elementi confermavano che doveva trattarsi della dimora di un pastore. Tuttavia, ciò che lasciava perplessi i dodici era la sproporzionata dimensione dei vari oggetti.

Non riuscendo a farsene una ragione, Ulisse ed i suoi compagni si erano fatti più guardinghi. Per precauzione procedevano carponi, per non farsi scorgere, nel caso ci fosse stato qualcuno nascosto da qualche parte.

Nella grotta, invece non c'era proprio nessuno. C'era soltanto un assoluto silenzio, che faceva aumentare il nervosismo, e tanto cattivo odore di escrementi di capra che rendeva l'aria insopportabile.

Al tramonto, s'udì il ritmico tintinnare di un campanaccio. I dodici si sentirono rincuorati. Dopo ore d'attesa, finalmente giungeva qualcuno.

Uno del gruppo andò sull'uscio e guardò verso l'esterno. Un gregge, guidato da un grosso ariete, risaliva lungo il pendio e si dirigeva proprio verso la grotta. Il pastore procedeva lentamente, per ultimo, portando sulle spalle un agnellino. Vestiva una pelle d'animale che gli lasciava scoperta la spalla destra. L'osservatore, lo guardò bene e rimase sorpreso per la sua enorme statura. Impaurito, corse subito ad avvertire i compagni.

I dodici greci, nel vedere quell'omaccione, si guardarono in faccia sbalorditi. Uno di essi suggerì di darsela a gambe prima che arrivasse il padrone di casa. Ma il consiglio fu subito scartato, poichè ormai il pastore era così vicino che si sarebbe sicuramente accorto della loro presenza e li avrebbe acciuffati con molta facilità. Non restava che nascondersi nel punto più buio della grotta ed aspettare.

Intanto il gregge aveva raggiunto l'ingresso e come un fiume in piena, dilagava all'interno della caverna. Le capre, nel massimo disordine, raggiunsero l'angolo a loro riservato e, belando, rimasero ferme, in piedi, in paziente attesa della mungitura. Per ultimo giunse il pastore. Appena dentro, si guardò intorno per assicurarsi che le bestie fossero entrate tutte, poi chiuse l'accesso facendo rotolare un grosso macigno, tanto pesante che neppure dodici buoi sarebbero stati capaci di smuovere.  

Intanto Ulisse si era rannicchiato in un cantuccio buio insieme ai compagni e da lì, sicuro di non potere essere scoperto, osservava attentamente quel che succedeva.

Il pastore si avvicinò al focolare, prese alcuni rami secchi e li accese, poi si chinò e soffiò sul fuoco per ravvivare la fiamma. A quel punto una vampata gli illuminò il volto. Non appena lo videro, i dodici si guardarono atterriti. Non avevano mai visto un viso così orribile. Il gigantesco pastore non aveva due occhi, come tutti gli esseri normali, ma uno soltanto, sormontato da un enorme sopracciglio nero che gli attraversava quasi tutta la fronte.

 

 

 

 

Sarde a beccaficu Ingredienti: 24 sarde ( o alici ) 150 gr di pangrattato secco 50 gr di pangrattato fresco 100 gr di pinoli tritati 100 gr di uva sultanina ( uva passa ) una cipolla un cucchiaino di zucchero mezza bustina di zafferano poche foglie di alloro olio d'oliva sale e pepe q. b. un bicchierino di aceto. Preparazione: tagliare la testa alle sarde, spinarle, avendo cura di lasciare la coda attaccata e intatta. Bagnare il pangrattato secco con un poco di acqua e di aceto. Dopo averlo strizzato bene, unirvi i pinoli tritati e l'uva sultanina tritata, precedentemente fatta rinvenire in acqua. Spalmare questa farcia sulle sarde e arrotolarle formando dei piccoli involtini. Disporre gli stessi in una teglia sopra un " letto " di fette di cipolla e foglie di alloro . Cospargerli, infine, con il pangrattato fresco, un cucchiaino di zucchero, ½ bustina di zafferano, un filo di olio, sale e pepe q. b. Infornate a 180°C per 15 minuti. Servitele tiepide con fette d'arancia se volete.

 

 

Adesso era tutto chiaro. Erano capitati nella terra dei Ciclopi, un popolo di giganti con un solo occhio, che viveva di pastorizia. Questi esseri giganteschi si cibavano di prodotti caseari, ma, di tanto in tanto, non disdegnavano dei bocconcini di carne umana. Quello nel quale erano incappati i prodi greci si chiamava Polifemo ed era il più vorace di tutti.

Il Ciclope, che non si era accorto della presenza degli intrusi, continuò a svolgere le normali attività di ogni giorno. Munse una capra, poi prese un pentolone lo riempì di latte e lo mise a scaldare sul fuoco. Appena pronto, lo versò dentro una grossa scodella e lo bevve tutto d'un fiato, quindi prese del formaggio e lo mangiò avidamente, a grossi bocconi.

Mentre compiva quasi meccanicamente questi semplici gesti, il suo unico occhio continuava ad osservare distrattamente, di qua e di là, senza alcun interesse particolare. Il caso volle che il suo sguardo andasse a posarsi nell'angolo buio, proprio dove erano nascosti i dodici. Non appena li vide, colto dalla sorpresa, diventò furente. D'istinto s'alzò in piedi e strinse i pugni per la rabbia. L'occhio, roteando nervosamente, fissava guardingo a destra e a manca, come se cercasse qualche altro intruso nascosto chissà dove. Se avesse avuto sottomano uno di quei malcapitati, sicuramente lo avrebbe stritolato.

Dopo alcuni attimi, quando si rese conto che nella grotta c'erano solo quei dodici, puntò lo sguardo su di loro e con voce possente, tuonò: "Chi siete ? Cosa fate qui ? Come siete entrati ?"

Lo scaltro Ulisse si fece coraggio e uscì dal nascondiglio trascinando un otre di vino. Fece qualche passo verso il Ciclope e, con tono persuasivo, gli disse di chiamarsi Nessuno, che aveva combattuto nella guerra di Troia insieme ai suoi compagni e gli chiedeva ospitalità solo per una notte. Poi gli si avvicinò, gli pose l'otre ai piedi dicendo che era un dono portato espressamente per lui e lo ringraziava anche a nome dei compagni per l'ospitalità che gli avrebbe concesso.

Evidentemente le parole di Ulisse non furono troppo convincenti, poichè il gigante, per nulla preoccupato di rispettare i doveri d'ospitalità, non rispose neppure. Con la sua enorme mano abbrancò due uomini del gruppo e li uccise sbattendoli con violenza contro una parete, poi se li mise in bocca e li pasteggiò di gusto, sotto lo sguardo sgomento degli altri. L'astuto Ulisse, fingendosi indifferente davanti a tanta atrocità, aprì l'otre, riempì una grossa scodella di vino e gliela offrì. Polifemo la prese, guardò attentamente il contenuto, poi lo annusò, quindi, convintosi della bontà della bevanda, la tracannò tutta d'un fiato. Soddisfatto emise un sonoro sospiro per sottolineare che ne aveva apprezzato il sapore e si asciugò le labbra sbavanti con il dorso della mano.

Il gusto del buon vino greco dovette riuscirgli gradevole, poichè, con la scodella in mano, il braccio teso ed eloquenti grugniti, fece capire che ne voleva ancora. Lo scaltro Ulisse assecondò prontamente il suo desiderio riempiendogli una seconda scodella. Polifemo la bevve e, con voce alterata per effetto dei fumi del vino, rivolgendosi al suo coppiere, gli disse:

"Tu, Nessuno, mi sembri più coraggioso degli altri. Per premio ti mangerò per ultimo!". Poi bevve una terza scodella, una quarta, una quinta, finchè stramazzò sul pagliericcio completamente ubriaco e si addormentò profondamente.

 

A quel punto i dieci del gruppo avrebbero potuto ucciderlo con estrema facilità, ma non avendo la forza di smuovere l'enorme macigno che chiudeva la caverna, sarebbero rimasti intrappolati. Così decisero di trovare uno stratagemma che permettesse loro di farsi aprire l'uscio della grotta dallo stesso Polifemo.

Rimasero svegli per tutta la notte, pensando al modo migliore per vendicare ì compagni uccìsi e per fuggire. Trascorsero ore ed ore discutendo, senza arrivare ad una conclusione vera e propria, fino a quando una fioca luce cominciò a filtrare attraverso un tenue spiraglio fra il macigno e le pareti dell'ingresso.

Gli animali sottolinearono l'arrivo dell'alba con un insistente corale belato, che svegliò il padrone di casa. Ulisse ed ì suoi, prevedendo che il nuovo giorno non sarebbe stato tanto fortunato, sì nascosero fra gli animali.

Polifemo si sedette pigramente sul gìaciglio, si stiracchiò le braccia emettendo un sonoro sbadiglio, poi, ancora pieno di sonno, si alzò e si dìresse verso il gregge con sguardo assente. Non era ancora completamente sveglio e, muovendosi automatìcamente, si avvicinò ad una pecora e la munse. Riempì un'intera scodella di latte, che bevve ingordamente, mentre era ancora caldo. Poi si guardò intorno con insaziabìle appetito, alla ricerca dei suoi gustosi ospiti. Non appena li vide tese la mano e ne afferrò due. Con la stessa freddezza della sera precedente, li uccise fracassandoli contro una parete, e li mangiò sotto gli occhi atterriti degli altri.

 

 

Quando fu sazio, si avvicinò all'ingresso e con estrema facilità fece rotolare il grosso macigno. Un abbagliante fascio di luce intensa illuminò l'interno della caverna. Gli animali, ansiosi di raggiungere il pascolo, facendo ressa sull'uscio, in breve uscirono tutti, sotto il vigile controllo di Polifemo, che, prontamente, richiuse l'ingresso, in maniera da impedire al gruppo dei prodi greci di squagliarsela.

Adesso Ulisse ed i suoi erano rimasti soli nella grotta. Questo dava loro il grande vantaggio di esamìnare accuratamente ogni angolo e di prendere in considerazione ogni opportunìtà per battere Polifemo.

Perlustrarono l'ambiente in lungo ed ìn largo. Oggetti, attrezzi e quant'altro potesse tornare utile al loro scopo fu analizzato con cura. Poggiato ad una parete, lo scaltro re di Itaca vìde un grosso palo ricavato da un solìdo ramo d'ulivo. Lo scrutò attentamente, ne constatò la robustezza, poi rimase in silenzio, a riflettere sull'uso che ne avrebbe fatto. Dopo qualche minuto di attenta riflessione, ordinò di appuntirne una delle due estremità e di nasconderlo sotto lo sterco, poi spiegò ai compagni il suo piano.

Verso il tramonto giunse il Ciclope. Più ansioso che mai di gustare quegli ottimi filetti di carne umana, aprì l'ingresso della caverna, fece entrare il gregge, munse una capra ed accese il fuoco sul quale mise a scaldare una scodella di latte.  

 

La leggenda vista da Litterio

 

Litterio: Sig. La Rosa, mi lassassi stari, non mi dicissi nenti ca ancora mi batte il cuore e mi pussano le vene e mi tremano le gambe..., ho fatto gli esami! e se cci dico come è finita, lei manco cci crede .... . è successo che tutto il mondo è rimasto senza parole, con la bocca aperta, ca pecchè non se lo aspettava nuddo uno schezzo di questo, non ci credevo ai miei vavarelli quannu ho liggiuto "Litterio Scalisi: sbocciato ". Sig. La Rosa, dal dispiacere mi hanno m'pannate le corna degli occhi, ho avuto un furrioni di testa e ho svenuto, ca se lei mi dava un pizzilone io non lo sentivo e in quel momento preciso ho pinzato... "mi buttano ammezzo a una strada, io mi oppongo a questa sbocciatura. io cci faccio causa..."

La Rosa: ma a chi fa causa, scusi?

Litterio: ancora no sacciu ma a qualcuno u dinunziu;... il dispiacere ca mi ho preso, e tutti l'amici miei.. i parenti..i canuscenti... i vicini i casa, una collira di mortu! Mi hanno fatto persino le condoglionanze comu lutto, mi hanno mannato littri di solitudini,... telegrammi,... pacchi.

La Rosa: che cosa le hanno domandato all’esame??

Litterio: mi parli dell'uomo crectus, "L'uomo  ci dissi iù  è un uomo... bello... normale, ma se incontra ppe caso una donna ca è una casa di salute, di botto addiventa homo erectus, senza viagra. Poi mi dissi: mi parli di Creta..."Creta cci nn'è assai nda parti do Librinu e San Giorgio...

"E allora Corfù"??... mi disse iddu

“Corfù a fari chiccosa? ? " cci dissi iù

Poi all'ultimo mi disse: “parlami della Macedonia”

“In che senso?” ci dissi iù.

“Mi parli dell'antica Macedonia e mi dica almeno quattro nomi di "dei"

Diana: Dea dè sigaretti, Minerva: Dea dei posperi; Mercurio: Dei termometri; Pollo Ca quannu mossi cu vuleva l'ala, cui petto, cui a coscia... " . Per completare l'opira, mi addomandò: “Parlami di Ulisse".

Iù, ca a storia di Ulisse a conoscevo megghio dei miei taschi u taliai 'ntrigno 'ntrigno nelle palle degli occhi e ci scattiai tuttu così 'nda facci,  u dubbai... "Ulisse era mpiscatore ca un giorno passò da Trizza per fare una chilata di pesce azzurro ma appoi vedendo quella bella vista do mari coi Faracoglioni, ci fici u cori nicchi nacchi, pecciò attraccò a vacca e si frimmò.

Non ava abbiatu ancòra l’ancora ca si prisintò il guardiano del faro, un certo Poli Fremmo. U veru nomu veramenti era Poli, sulu ca siccomu quannu era nicu era troppu tostu, so nanna ci diceva "Poli, Fremmo... " e ci 'arristau 'Poli Fremmo "

Questo Poli Fremmo era molto più alto di lei, signor La Rosa, e poco poco... più alto di mia......e quanno tuppuliani a so potta, dissi "Cu ieee?"

Ulísse, appena visti a Poli Fremmo ci desi 1000 lire ppò posteggio da barca e ci dissi; "tè ccà, dacci n'occhiu!" Poli Fremmo, ca giustu giustu era orbu di n'occhio, si offese e accuminiò a fari comu  m’pazzu: pigghiò due marinari ca erunu con Ulisse, e sì calò a tipu masculini cruri. Ulisse, arrivò a scappari, pigghiò u remu e ci spunnò l'autru occhiu e finì ca Poli Fremmo mischinu, macari vulennu, non potti chianciri mancu ccu n'occhiu.

Basta, doppu tanti petrapezie Ulisse arrivò a so casa. A casa però si pigghiò bello dispiaciri, un dispiaciri di chiddi ca ti fanu caminari cca testa bassa in quanto in cui attruvò a so mugghieri ccu tanti froci...

La Rosa: Proci!

Litterio:  Sù erunu Proci no sacciù! Però assumigghiavanu tutti pari a Ciiicciu... Comu Ulisse visti a so muggheri con tutti ddi froci si misi manu 'e capiddi, pigghiò pi 'mpegnu 'ncavaddu e ci u 'mannò a so muggheri. So muggheri comu visti du bellu cavaddu ci arrirenu l'occhi. Ulisse invece si pigghiò di nervi, nisciu l'accendino e ci desi a focu. Appoi con l'uccellulare ci telefonò a so muggheri e ci disse: "Troia,... brucia... chiama i pumperi ".

A stu puntu il maestro membro interno, si alzò con gli occhi di fora e mi fici una voltariore domanta: "Come si chiamava il figlio di Ulisse?

Iù ddocu mi alzai di scattu, lo fissai, mi fissò e ci dissi: "Mi si acconsenta, signò maestro, ma ci devo fare annotare che Ulisse, il matologico Ulisse che lei sta pallando, figli n’aveva dui e no uno come dici lei…. due…. unu masculu e una fimmina.

U masculi si chiamava Telecom, a fimmina Teletna.

 

 

I prodi greci, che ormai si erano ridotti ad otto, presi dalla paura, cercarono di nascondersi nell'angolo più buio. Ciascuno di loro pregava ardentemente tutti gli dei dell'Olìmpo perchè non fosse trasformato in cena per il Ciclope. Neppure Ulisse, al quale era stato detto che sarebbe stato mangiato per ultimo, si sentiva al sicuro.

Quando lo sguardo di Polifemo si soffermò nel nascondiglio, gli otto si sentirono raggelare il sangue. Due di loro, da lì a poco, avrebbero fatto la medesima atroce fine dei loro compagni uccisi il giorno precedente. Malgrado la paura, però, non s'udì un lamento o un'imprecazione. Tutti rimasero fermi al Toro posto, in attesa che il destino si compisse.

Inesorabile, la gigantesca mano del mostro si avvicinò a quei poveretti, ne afferrò due e, con il solito macabro rituale, li uccise e li mangiò.

A quel punto, Ulisse si fece avanti con un otre pieno dì vino. Lo aprì e riempì una scodella. Il Ciclope la afferrò e bevve tutto d'un fiato, poi chiese dell'altro vino. Con smisurata avidità tracannò circa sei scodelle colme fino all'orlo, finchè, completamente ubriaco, stramazzò sul pagliericcio e dormì profondamente.

 

 

Per i sei eroi era giunto il momento di vendicare i compagni uccisi e di liberarsi dalla crudele prigionia. Cautamente, Ulisse si avvicinò al mostro e, sentendolo russare sonoramente, si rese conto che il vino lo aveva reso innocuo per un bel po'. Quando ritenne di potersi muovere con una certa sicurezza, ordinò ai suoi compagni di prendere il palo di legno nascosto sotto lo sterco e di metterlo sul fuoco per arroventarne la parte appuntita.

Dopo una decina di minuti, la punta diventò incandescente. A quel punto Ulisse e gli altri cinque sollevarono il palo, si avvicinarono a Polifemo, che dormiva saporitamente, e, tutti insieme, concentrando al massimo i loro sforzi, gli conficcarono la punta infuocata nell'occhio.

Nella grotta echeggio un urlo bestiale. Il Ciclope in preda ad un atroce dolore, si dimenava nel tentativo di liberarsi, mentre i sei, per creare un effetto più devastante, spingevano e facevano ruotare il palo dentro l'orbita. L'occhio, ormai spappolato per effetto del colpo ricevuto, emetteva un crepitio come se friggesse, mentre nella grotta, pervasa dal fumo e da un odore acre di carne bruciata, l'aria era diventata irrespirabile.

- Si compiva così l'anatema della ninfa Galatea. -

Eseguita l'azione, i sei marinai si allontanarono rapidamente nell'angolo più oscuro della caverna per non farsi acciuffare. Polifemo, dolorante, continuava a gridare, mentre con ambedue le mani tentava di sfilarsi il palo dall'occhio. A viva voce chiamò i suoi amici Ciclopi, che giunsero in breve tempo. Lungo il pendio che portava all'ingresso della grotta se ne radunarono almeno una ventina, pronti ad intervenire in aiuto del loro compagno. La Toro presenza creò qualche attimo di tensione fra i Greci. Infatti, se i giganti fossero entrati nella grotta, per loro sarebbe stata la fine.

"Polifemo, perchè ti lamenti ?", urlò uno dei Ciclopi dall'esterno.

"Nessuno mi acceca!", gli rispose dolorante Polifemo con voce roca e cavernosa.

"Se nessuno ti acceca, perchè ci fai alzare in piena notte?"; e credendo che il loro compagno fosse in preda ad un incubo, si allontanarono seccati.

Quando giunse l'alba, malridotto e dolorante com'era, Polifemo avrebbe preferito restarsene coricato, ma l'insistente belato del gregge lo convinse ad andare al pascolo. Come al solito rimosse il macigno che chiudeva l'ingresso e si mise sulla soglia. Per evitare che i prigionieri fuggissero, palpava accuratamente il dorso delle pecore man mano che uscivano.

Lo scaltro Ulisse, che aveva considerato ogni evenienza, legò i suoi compagni sotto il ventre degli arieti più grossi, mentre egli stesso si aggrappò sotto il lanoso capomandria. Con quest accorgimento, malgrado il Ciclope verificasse col palmo della mano il dorso degli animali, non potè accorgersi della fuga dei suoi ospiti.

- Ancora una volta l'astuzia di Ulisse aveva avuto la meglio sulla forza.- Appena fuori dalla grotta, il gruppo dei sei corse precipitosamente verso la nave, dove l'equipaggio aveva gia preparato tutto per la partenza. Aiutandosi con la vela e con i remi, in breve tempo le navi si allontanarono dalla costa.

Intanto Polifemo, che aveva intuito quel che era successo, andando avanti a tentoni, cercò di raggiungere i fuggitivi, ma ormai era troppo tardi. Le imbarcazioni si dirigevano velocemente verso il largo. A quel punto, Ulisse, sentendosi sicuro di non poter essere raggiunto, dalla prora della nave, con tono di scherno e non senza una buona dose d'orgoglio per averla fatta franca, rivolgendosi al Ciclope, gli urlò "Polifemo! se qualcuno dovesse chiederti chi ti ha accecato, dirai che non è stato nessuno, ma Ulisse, re di Itaca!".

Il Ciclope era fuori di se. Livido di rabbia, concentrò i suoi sforzi, afferrò la cima di una collina e la scagliò verso la direzione dalla quale veniva la voce di Ulisse.

Il gesto non ebbe alcun effetto. La nave fluttuò lievemente per le onde prodotte dalla caduta in mare del macigno e proseguì con la vela spiegata. Polifemo non si diede per vinto. Afferrò la cresta di un'altra collina e la scagliò contro le navi. Ma anche questo tentativo fallì miseramente.

- Gli increduli possono verificare: le cime delle colline sono ancora lì, nel mare di Acitrezza, a poche centinaia di metri dalla costa -.

In preda allo sconforto, Polifemo aprì le braccia al cielo ed invocò suo padre Poseidone, il dio del mare.

"Padre - implorò il Ciclope - fa che Ulisse soffra come io sto soffrendo e giunga in patria dopo infinite peripezie, senza navi e senza compagni".

Invece, Ulisse ed i suoi, con vento favorevole, in meno di un giorno di navigazione giunsero nelle isole Eolie, dove dimorava Eolo, il dio dei venti.

L'accoglienza fu sincera e calorosa. Il signore dei venti ospitò lui e l'equipaggio per un mese intero nella sua reggia. Quando fu il momento della partenza, Eolo voile fargli un grande dono. Gli regalò un otre contenente tutti i venti eccetto uno: il vento di ponente, grazie al quale la nave sarebbe stata spinta fino all'isola di Itaca. Nel consegnargli l'otre, gli raccomandò di non aprirlo per nessuna ragione, altrimenti i venti sarebbero usciti e, spirando tutti insieme, avrebbero causato una terribile tempesta. Ulisse lo ringraziò e ripose l'otre in un angolo della stiva, poi si preparò a salpare.

La partenza fu favorita da una dolce brezza, l'unica che potesse spirare, poichè gli altri venti erano chiusi dentro l'otre. Il mare era calmo e la prua fendeva l'acqua, sollevando due onde schiumose che lambivano le fiancate, lasciando una lunga scia dietro la nave.

Dopo due settimane di tranquilla navigazione, la nave giunse in vista dell'isola di Itaca. Erano trascorsi più di dieci anni dalla partenza ed i reduci della guerra di Troia erano lieti di rivedere finalmente la loro patria, i loro familiari, la loro casa. L'equipaggio era ansioso di arrivare. I vogatori con gli occhi bassi ed i nervi tesi,  spingevano sui remi con tutta la loro forza. Sulla nave c'era un gran fermento. Qualcuno recitava orazioni per ringraziare gli dei, altri si apprestavano a preparare la nave per l'ormeggio, altri ancora radunavano le loro cose per essere fra i primi a sbarcare.

Quando mancava ormai poco tempo all'arrivo, improvvisamente, Ulisse sentì gli occhi chiudersi per un'inspiegabile stanchezza. Un sonno pesante scese su di lui costringendolo a sedersi in un angolo e a dormire profondamente. Nettuno, che non aveva dimenticato le implorazioni del figlio Polifemo, stava mettendo in atto la sua vendetta. Mandando ad Ulisse un sonno pesante, gli aveva tolto il controllo della nave.

Intanto i compagni, che per tutto il viaggio avevano sospettato che dentro l'otre ricevuto in dono da Eolo ci fosse del vino, approfittarono del sonno del loro capo, per aprirlo e brindare alla conclusione del viaggio.

Non appena l'ultimo laccio che chiudeva l'otre fu sciolto, i venti uscirono tutti insieme e presero a spirare ognuno per la sua naturale direzione. All'istante, turbini violentissimi sollevarono onde gigantesche; si scatenò una burrasca che infuriò per giorni e giorni con inaudita violenza. Le navi furono sballottate di qua e di là. Alcune si inabissarono, altre, malridotte, continuarono a vagare per i mari per dieci lunghi anni, finchè il fato non fu compiuto.

" […] Ciclope, io dissi con lo sdegno in petto,

Se della notte, in che or tu giaci, alcuno

Ti chiederà, gli narrerai che Ulisse,

D'Itaca abitator, figlio a Laerte,

Struggitor di cittadi, il dì ti tolse.

[…] Sollevò un masso di più vasta mole

E, rotandol nell'aria, e una più grande

Forza immensa imprimendovi, lanciollo.

Cadde dopo la poppa, e del timone

La punta rasentò: levassi al tonfo

L'onda, e il legno coprì, che all'isoletta

Spinto dal mare, subitamente giunse."

(Omero - Odissea, libro IX)

 

 

Secondo il racconto che Ulisse fa dei suoi viaggi ai Feaci (Od. IX-X), la cui isola, Scheria, sin dall'antichità si identificò con Corcira.(Corfù) (G. De Sanctis), quando, al ritorno da Ilio, sta per doppiare il Capo Malea, un vento che viene da Nord lo respinge indietro lungo Citera (Cerigo): Al 10° giorno approda al paese dei Lotofagi (IX, vv. 103-133). Gli antichi lo collocavano sulle coste della Libia; talora invece nei pressi di Agrigento e Camarina., come pensano anche il Columba ed il Pace. I Greci gustano i germogli del loto offerti dagli indigeni e dimentichi di tutto vorrebbero restare. A stento Ulisse li fa imbarcare e ripreso il viaggio per mare. giunge nella terra dei Ciclopi , localizzata sin dall'antichità presso l'Etna.. Vicino alla costa c'è un'isoletta boscosa, abitata solo da capre. Attraccano nel porto ben protetto dai venti. Durante la notte “una densa caligine stava intorno alle navi”. Il giorno seguente scendono nell'isola e vanno a caccia di capre.

L'isoletta potrebbe essere l'Isola Lachea o di Aci, la più grande dei cosiddetti “Scogli dei Ciclopi” di Acitrezza, e “la densa caligine” può indicare le nere ceneri spesso vomitate dall'Etna. Il porticciolo può ben essere l'altro “Porto di Ulisse ”, oggi Ognina. Dopo il famoso episodio di Polifemo e la fuga per mare, l'eroe giunge all'Isola Eolia , identificata con Stromboli, Vulcano o Lipari, cioè una delle isole chiamate appunto Eolie. Da questa passano nel paese dei Lestrigoni , antropofagi, identificato probabilmente con la piana di Catania. Scampato ai Lestrigoni, con una sola nave Ulisse giunge all'isola Eea, dimora di Circe, figlia del Sole e di Persa, generata da Oceano, identificata col Promontorio Circeo (Eneide VII, 10ss.), nel Lazio, considerato dagli antichi come un'isola. Passato un anno riparte e dopo esser approdato nel misterioso paese dei Cimmeri, scende negli Inferi , nel regno di Plutone. Gli inferi sono localizzati a Cuma presso il lago Averno, nelle cui vicine cavità sotterranee vivevano i Cimmeri.

 

 

 Nell'Ade l'indovino Tiresia lo informa dei suoi casi futuri e come evitare i pericoli. “Tutti del mar vinti i perigli”, egli vaticina “approderai col ben formato legno alla verde Trinacria Isola, in cui pascon del Sol, che tutto vede ed ode, i nitidi montoni e i buoi lucenti….”. Lo ammonisce a non toccare i sacri buoi pena gravi sciagure. Ritornato da Circe, l'eroe riceve da costei conferma delle predizioni e ammonimenti di Tiresia.. Dopo aver superato le insidie delle Sirene e di Scilla e Cariddi, la maga gli predice, “Allor incontro ti verrai le belle spiaggie della Trinacria isola, dove pasce il gregge del Sol, pasce l'armento:….se giovenca molestate od agna, sterminio a te predico, e al legno e a' tuoi.”. La triste predizione purtroppo si avvera. Infatti l'eroe riparte, vince prima il pericolo delle Sirene , la cui isola si è cercata nella penisola Sorrentina e le loro tombe in Campania; quella della Sirena Partenope nel sito della futura Napoli, la città Partenopea.

 

 

 

Altri però, meno verosimilmente, fissano la loro sede vicino allo stretto di Messina, all'Etna, Catania, Capo Posidonio. Ulisse oltrepassa.quindi Scilla e Cariddi , indicate nello stretto di Messina, e subito gli appare l'Isola del Sole. Ulisse vorrebbe evitarla, ma i suoi compagni vogliono approdare per non incorrere, specie di notte, nelle tempeste e nei disastrosi venti. : “Or chi fuggir potrà l'ultimo danno” dice Euriloco, “dove repente un procelloso fiato di Mezzodì ci assalga, o di Ponente, che, de' Numi anco ad onta il legno sperda?”.

Importante questo riferimento ai venti di Mezzogiorno e di Ponente che sono proprio quelli che dominano nel nostro versante e causano spesso violente tempeste. Nel versante ionico invece domina il levante e lo scirocco; Le navi dunque avevano superato il Capo Pachino e si trovavano nel nostro litorale!

Ulisse cede e decide di approdare.al calar del sole e “nel porto appo una fonte e lauta cena apparecchiar sul lido”. Rientrati nelle navi, quando erano passati i due terzi della notte, il cielo diventò minaccioso, come spesso capita nel nostro litorale, ma non si scatenò una tempesta. “Declinavan le stelle, quando il cinto di nembi Olimpio Giove destò un gagliardo turbinoso vento, che la terra coverse ed il mar di nubi, e la notte di cielo a piombo cadde. Ma, al sorgere dell'Aurora il cielo si rasserenò, “tirammo a secco il legno ed in cavo speco, dei seggi ornato delle Ninfe, ch'ivi i lor balli tessean, l'introducemmo”.

Ebbene questo porto può ben essere il nostro Porto Ulisse , come confermano il nome e le fonti antiche! La sorgente poteva essere il fiumicello che allora dai pantani sboccava a mare. Invero l'ampia spiaggia sabbiosa di Porto Ulisse è adattissima per tirare a secco le leggere navi omeriche dal basso pescaggio, mentre la vicina costa della Marza era piena di spelonche dove potersi riparare, come scrive il Camilliani nel 1584. E nella zona non mancavano oltre le grotte, fiumi, laghi, sorgenti, boschi, dove avevano dimora le Ninfe della mitologia greca! I Greci si trattengono nella nostra zona per un mese perché i venti non erano favorevoli alla navigazione. E durante questa dimora possiamo collocare la costruzione del tempio e del cenotafio , di cui parla Licofrone!.

 “Per un intero mese Austro [vento del Sud] giammai di spirar non restava, e poscia fiato non sorgeva mai, che di Levante od Austro.”.

Questi venti, specie lo Scirocco, gonfiano infatti il nostro mare e durano parecchi giorni, impedendo l'uscita delle barche e dei pescherecci.

Durante questa sosta forzata, i compagni di Ulisse giravano “ dispersi per l'isola, d'augelli e pesci in traccia, con archi ed ami o di qual altra preda lor venisse alle man…”. Viene in mente la suggestiva descrizione del Fazello “Nella città scorre una grandissima sorgente, per cui tutta questa zona del litorale, oggi chiamata Ficallo, coi suoi fiumi, torrenti, laghi, fonti straordinariamente irrigue, offre agli uomini svariati piaceri, soprattutto con la pesca, l'uccellagione e la caccia.”.

Ulisse cerca una “solitaria piaggia, gli Eterni a supplicar se alcuna via mi si mostrasse del ritorno”. E certo l'eroe poté appartarsi in una delle numerose piccole insenature della vicina scogliera della Marza!

I compagni però, spinti dalla fame, rompono il giuramento fatto al loro capo di non toccare i vitelli del Sole e di nascosto, “ del Sol cacciate le più belle vacche di fronte larga e con le corna in alto, che dalla nave non pascean lontane” (vv. 456-58), le arrostiscono al fuoco e se ne cibano.

 

Le vacche e gli armenti del Sole, considerate sacre come oggi per gli Indù che non se ne cibano, potevano ben essere quelli della razza modicana, come dice il Caruso, ma dovevano pascolare nelle vicine nostre contrade della Marza e S. Maria, perché “dalla nave non pascean lontane”. Una conferma possiamo trovarla nell'etimo da noi proposto del fiume della Cava d'Ispica, Busaitone, dalle parole greche “bous = bue e “aedòn” = canto, muggito. Ma anche la derivazione da Poseidone, proposta da B. Pace, può mettersi in relazione col Dio del Mare, padre di Poliremo e fiero nemico di Ulisse, che lo aveva accecato. Anche il tempio di Apollo Libistino , di cui parla Macrobio, sito nel versante orientale di Porto Ulisse, preesistente allo sbarco dei Libici, come già notava il Cluverio, potè essere eretto per riparare l'offesa fatta a Febo-Apollo, Dio del Sole, dallo stesso Ulisse o dai Greci che, dopo di lui, vennero a colonizzare la nostra Isola. Una relazione, anche se debole, potremmo trovarla ancora con le “ Secche di Circe ”, distanti ca. Km.1,3 da Cirica, cosiddette non sappiamo se per voce popolare o per indicazione di qualche studioso del sette-ottocento; infatti. questo toponimo non si riscontra nelle carte antiche ed è segnato solo nelle carte nautiche. Invero, se sulla base del testo Omerico è da escludere che l'isola Eea di Circe fosse nel nostro territorio, si può tener conto che Circe era figlia del Sole.

 

 

 

 

 

Malgrado i lamenti e i rimproveri ai suoi di Ulisse, ignaro ed innocente del misfatto, Giove vendica l'irato Sole. Infatti dopo sei giorni, cessato “il turbinoso vento”, si misero in mare. “Di vista già della Trinacria usciti”, dopo breve tratto, “uno stridulo ponente”, colpisce la nave. Le acque si intenebrarono, un vento impetuoso imperversò, ruppe le funi, le vele e l'albero maestro. La nave, colpita dal fulmine di Giove si inabissa coi compagni e a stento l'eroe si salva legandosi all'albero spezzato. Egli supera incolume ancora una volta Scilla e Cariddi, .e dopo nove giorni in preda ai flutti, viene sbattuto nell'isola di Ogigia , dove è accolto dalla ninfa Calipso . Questa isola si è cercata a Gozo, nell'arcipelago maltese; ma è più probabile l'isola Melena o Nufea nell'Illiria (Albania).

Questa descrizione corrisponde alle condizioni meteorologiche della nostra zona. Il “turbinoso vento” che ostacolava l'uscita in mare, allora come oggi, è lo scirocco; la nave non era molto distante da Porto Ulisse e non aveva ancora girato Capo Pachino, perché viene colpita dal vento di Ponente, dominante nel nostro litorale a sud, mentre il versante ionico ne è riparato. E' poi evidente che l'eroe ritorna indietro spinto dal Ponente, perché non poteva andare controvento lungo il versante meridionale.

Un riferimento alla leggenda dello sbarco di Ulisse nel nostro porto si può rinvenire ancora nell'accenno di Virgilio (3° Eneide, vv. 698-670): “Oltrepassiamo il pingue suolo dello stagnate Eloro, indi rasentiamo gli alti scogli e le rocce prominenti di Pachino….” Enea naviga costeggiando il litorale ionico da nord a sud e, superato il Capo Pachino, passa oltre il Promontorio Odisseo e prosegue per Camarina, Gela, Agrigento fino a Trapani: è in parte lo stesso itinerario fatto all'inverso da Ulisse, come ricorda il suo compagno Achemenide che mostra ad Enea i lidi già percorsi. E invero se riferiamo “gli alti scogli” a Capo Pachino, cioè all'alta punta rocciosa dell'Isola di Capo Passero, allora unita alla terraferma, possiamo ben intendere per “le roccie che si protendeno innanzi” la nostra Punta Castellazzo, dove già ai tempi di Virgilio c'era il castello romano dei tempi di Verre (Cicerone, Verrine lib. V).

Prof. Melchiorre Trigilia  

 

Proseguendo la navigazione verso nord, si incontra la bella baia di Capo Mulini (peccato per qualche complesso alberghiero di troppo), la Torre del faro o di S. Anna, a pianta quadrata e sempre in materiale lavico, e il settecentesco Torriglione (Torre Alessandrano): su questo tratto di costa sono fittissime le coltivazioni di agrumi (la costa è detta anche “dei Limoni”), fino al balzo improvviso della Timpa, una scogliera vulcanica un tempo difesa dai pirati, oggi Riserva naturale.

ACIREALE. Se Catania è la regina del Barocco della costa ionica, allora Acireale, giusto a 15 km a nord, deve essere riconosciuta come la Principessa, giacendo regalmente guardando al mare, posizionata in una grande terrazza di lava.

Vista dal mare, questa terrazza spunta come un monte verde, un molo roccioso riflesso nelle cristalline acque dello Jonio, un muro di antica lava che riposa in un piedistallo acquatico, un insieme della verdura del Mediterraneo immersa nel mare per essere tenuta sempre fresca.

 

L'alto monte con un altezza di oltre 140 metri corre parallelamente verso il mare per 7 chilometri, cominciando a Capomulini e continuando con i monti di Don Masi, Santa Caterina e Santa Maria la Scala, finendo di fronte Santa Tecla. Il monte è composto di sedimenti almeno le ultime due maggiori eruzioni, e la sua vegetazione include alberi di ortica, oleandri e carrube. La lava è colorata di arancione dall'acqua piena di metallo, formando una fonte che corre in una piccola baia, un punto di frequente ancoraggio per gli yatch.

Una cattedrale di lava lungo il mare si fonde con i bastioni delle fortezze del 17° secolo di Tocco, che possono essere difficilmente distinguibili tra le terrazze di lava vulcanica.

La leggenda narra che l'insistenza del nome Aci, caratterizzante ben sette località, derivi dall'ampia eco avuta dalle sfortunate vicende amorose del bel pastore Aci e della neride Galatea che di lui s'innamorò suscitando l'ira del ciclope Polifemo. Questi, folle di gelosia e di dispetto, si liberò del rivale scagliandogli contro, dalle vertiginose altezze del Mongibello (oggi Etna), sua infernale dimora, un enorme macigno che sommerse l'amante  sfortunato.

Il sommo Giove, impietosito dal dolore di Galatea, volle tramutare l'amore dei due giovani in un gaio e imperituro fiumicello. Ma il fiume non ebbe miglior sorte del pastore, se è vero - come vuole un'altra credenza - che il nome deriva invece alle località dal fatto d'essere state, un tempo, tutte lambite dalle acque del fiume Aci, sommerso dalle tante eruzioni dell'Etna che si sono succedute nei secoli.

 

Per gli storici, il toponimo comune risale alla migrazione cui il terremoto del 1169 costrinse gli abitanti della località fondata dai Greci e successivamente detta Akis dai Romani. Questi lasciarono l'originario insediamento e diedero luogo a diverse borgate che conservarono nella loro denominazione l'eponimo di Aci.

La storia del comune di Acireale è discontinua, segnata dai terremoti e dalle eruzioni dell'Etna che più volte hanno sconvolto l'assetto del territorio, l'ultimo dei quali fu il catastrofico sisma del 1693. Alla fervida attività di ricostruzione post terremoto si deve la sua attuale veste barocca.

Nel 1873 furono costruiti, per iniziativa del barone Agostino Pennisi di Floristella, gli edifici delle Terme di S.Venera (consulta il sito http://www.terme-acireale.com ), di pregevole fattura neoclassicheggiante e del Grand Hotel des Bains, che divennero presto un punto di attrazione di rilievo europeo.  

 

Cassata Dolce siciliano di origine araba, ha un nome che deriva da "Quas'at", cioè "ciotola rotonda". Intorno all'anno mille, al culmine della dominazione musulmana, nel palazzo dell'Emiro, alla Kalsa di Palermo, i cuochi di corte si sbizzarrivano ad unire sapori e colori. E' infatti il miscuglio d'ingredienti e l'accostamento di gusti opposti richiamano le caratteristiche della cucina saracena. Da dolce definito "indispensabile nelle feste pasquali", in un documento approvato durante il Sinodo di Mazara del 1575, la cassata si mangia ormai tutto l'anno. Suore dei monasteri e cuochi dei nobili casati erano i depositari dei suoi segreti. Ingredienti Tuorli 300 g Zucchero 200 g Albumi 300 g   Farina 0 350 g Pan di spagna. Procedimento: Lavorare i tuorli con metà dello zucchero: a parte montare gli albumi con lo zucchero rimanente. Unire le due masse e aggiungere delicatamente la farina.

Per il ripieno alla ricotta: Ricotta di pecora 500 g Zucchero 300 g  Gocce di cioccolato q.b. Cubetti di cedro  q.b. Passare la ricotta al setaccio, aggiungere lo zucchero, le gocce di cioccolato e i cubetti di cedro. Ricoprire con zucchero fondente e decorare con frutta candita. La sua preparazione casalinga è - teoricamente - semplice: la bravura consiste nell'armonizzare il tutto, il che è da specialisti. Foderare una tortiera con sottili fette di pan di Spagna. Una volta farcita e livellata in superficie con il ripieno alla ricotta, si copre con un disco di pan di Spagna, e si fa freddare per un paio d'ore. Ovviamente la fantasia, e la ricerca sempre crescente per fare più belle le cassate, hanno portato ad alcune tecniche complementari, quali quella di farcire non solo con semplice ricotta (bianca), ma sovrapponendo a strati altri dischi di pan di Spagna, e su questi altre farce, sempre di ricotta, ma variamente colorate (all'uovo, o con essenze o con liquori coloranti).

 

 

Le acque di Acireale, classificate come sulfuree salsobromoiodiche radioattive e ricche di idrogeno solforato presentano delle eccellenti virtù terapeutiche. Allo stabilimento fu affiancato nel 1987 quello di S. Caterina. Lo stabilimento attuale ospita un centro medico idrologico dove, attraverso bagni, fanghi e inalazioni, vengono curate malattie reumatiche e osteoarticolari, otorinolaringoiatriche dell'apparato respiratorio, angiologiche e dermatologiche; inoltre, vi è un reparto di fisiokinesiterapia per i trattamenti riabilitativi.  

 

Ad Acireale si celebrano solennemente i Santi Venera e Sebastiano.

Alla prima, Patrona della città, vissuta nel II sec, gli acesi dedicano i festeggiamenti per ragioni climatiche il 26 luglio anziché il 14 novembre. Il seicentesco fercolo d'argento della Santa viene portato in processione per le vie cittadine, accompagnato dalle Cannalore, alti legni intagliati e decorati portati a spalla dai rappresentanti delle antiche corporazioni di arti e mestieri.  

Santa Maria la Scala, un piccolo villaggio di pescatori che sta intorno ad una chiesa costruita intorno al 17° secolo ai piedi del monte. Un tempo usata com porto da numerose nave mercanti da Trapani, Malta e Lipari, tracce del porto originale e del vecchio castello posso ancora essere scorte. Piccoli come possono essere questi posti, il piacere che danno è immenso. Santa Tecla, non come potrebbe essere pensato come nome di origine cristiana, proviene invece dall'Aravo "sciant tagla", la quale significa un posto di ancoraggio, che ha i resti di una torre.

 

Santa Maria La Scala

Poi in vicina successione viene Scillichenti, Stazzo con le rovine del suo vecchio porto di scambio, dove la pietra lavica era caricata per l'esportazione, e Pozzillo, con un porto e una sorgente ricca di minerali.

I piccoli villaggi di pescatori seguono la costa, costellati di hotels della massima qualità, un preludio alle spiagge a nord di Riposto e Torre Archirafi, sparse di scogliere levigate, crostacei sono pescati in prevalenza qui, come possono essere visti dalle boe che segnano i punti in cui vivono i crostacei.  

 

 

 

 

RIPOSTO. Dove i beni venivano depositati prima di essere trasportati lontano dall'isola, ha una spiaggi fatta di ciottoli, e una futura vocazione come posto di mare, dal centro per la costruzione di navi e importante porto come un tempo era, quando il vino e i frutti di cedro  venivano esportati, e più tardi lo zolfo.

Il porto di Riposto è posizionato solo secondo a quello di Catania della riviera Ionica, e un'ottima destinazione per turismo nautico per i visitatori di Taormina e le Gole dell'Alcantara, facendo di esso il porto del Monte Etna, allungandosi dal mare alla neve, in mezzo a campi di viti, cedri, orchidee e formazioni di lava.

 

 

 

Per il bagno, la spiaggia pubblica di Sant'Anna è perfetta. La spiaggi di Fondachello ha numerosi campeggi, e giunge fino alla foce del fiume Freddo, con la sua eccezionale vita subacquea, seguito dal litorale di Cottone, altrettanto famoso con campeggiatori, e la costa di Calatabiano, con il castello di San Marco, una residenza fortificata costruita alla fine del 17° secolo e posizionata nell'opulento verde di un bosco di pini che ospita anche campeggi, le attrezzature della spiaggia e un centro di vacanza rurale. Queste sono gli ultimi avamposti della Riviera del Monte Etna prima che il fiume Alcantara sia raggiunto, un invito aperto ad essere esplorata con passione.  

Santa Tecla