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Come
si poteva cominciare questa pagina senza di lui? Senza il più importante musicista di
Catania? Il Cigno!
VINCENZO
BELLINI
Vincenzo
Salvatore Carmelo Francesco Bellini (Catania, 3 novembre 1801 - Puteaux, 23
settembre 1835) è un compositore italiano, tra i più celebri operisti
dell'Ottocento.
Le
sue opere più famose e rappresentate sono La sonnambula, Norma e I puritani.
Studiò
musica prima a Catania, sua città natale, poi a partire dal 1819, grazie ad una
borsa di studio offerta dal comune di Catania, si trasferì a Napoli per
perfezionarsi al Conservatorio. Qui tra i suoi maestri ebbe Nicola Antonio
Zingarelli, che lo indirizzò verso lo studio dei classici e il gusto per la
melodia piana ed espressiva, senza artifici e abbellimenti, secondo i dettami
della scuola napoletana. Tra i banchi del conservatorio conobbe il calabrese
Francesco Florimo, la cui fedele amicizia lo accompagnerà per tutta la vita e
dopo la morte, allorché Florimo diventerà bibliotecario del conservatorio di
Napoli e sarà tra i primi biografi dell'amico prematuramente scomparso.
In
questo periodo Bellini compose musica sacra, alcune sinfonie d'opera e alcune
arie per voce e orchestra, tra cui la celebre Dolente immagine, oggi nota solo
nelle successive rielaborazioni per voce e pianoforte.
Nel
1825 presentò al teatrino del conservatorio la sua prima opera, Adelson e
Salvini, come lavoro finale del corso di composizione. L'anno dopo colse il
primo grande successo con Bianca e Fernando, andata in scena al Teatro San Carlo
di Napoli col titolo ritoccato in Bianca e Gernando per non mancare di rispetto
al principe Ferdinando di Borbone.
La
tomba di Bellini nel Duomo di Catania. L'anno seguente il celebre Domenico
Barbaja commissionò a Bellini un'opera da rappresentare al Teatro alla Scala di
Milano. Partendo da Napoli, il giovane compositore lasciò alle spalle
l'infelice passione per Maddalena Fumaroli, la ragazza che non aveva potuto
sposare per l'opposizione del padre di lei, contrario al matrimonio con un
musicista.
Sia
Il pirata (1827) che La straniera (1829) ottenero alla Scala un clamoroso
successo: la stampa milanese riconosceva in Bellini l'unico operista italiano in
grado di contrapporre a Gioachino Rossini uno stile personale, basato su una
maggiore aderenza della musica al dramma e sul primato del canto espressivo
rispetto al canto fiorito.
Meno
fortuna ebbe nel 1829 Zaira, rappresentata a Parma. Lo stile di Bellini mal si
adattava ai gusti del pubblico di provincia, più tradizionalista. Delle cinque
opere successive, le più riuscite sono non a caso quelle scritte per il
pubblico di Milano (La sonnambula, e Norma, entrambe andate in scena nel 1831) e
Parigi (I puritani - 1835). In questo periodo compose anche due opere per il
Teatro La Fenice di Venezia: I Capuleti e i Montecchi (1830), per i quali adattò
parte della musica scritta per Zaira, e la sfortunata Beatrice di Tenda (1833).
La
svolta decisiva nella carriera e nell'arte del musicista catanese coincise con
la sua partenza dall'Italia alla volta di Parigi. Qui Bellini entrò in contatto
con alcuni dei più grandi compositori d'Europa, tra cui Frédéric Chopin, e il
suo linguaggio musicale si arricchì di colori e soluzioni nuove, pur
conservando intatta l'ispirazione melodica di sempre. Oltre ai Puritani, scritti
in italiano per il Théâtre-Italien, a Parigi Bellini compose numerose romanze
da camera di grande interesse, alcune delle quali in francese, dimostrandosi
pronto a comporre un'opera in francese per il Teatro dell'Opéra di Parigi. Ma
la sua carriera e la sua vita furono stroncate a meno di 34 anni da un'infezione
intestinale probabilmente contratta all'inizio del 1830.

Bellini
fu sepolto nel cimitero Père Lachaise, dove rimase per oltre 40 anni, vicino a
Chopin e a Cherubini. Nel 1876 la salma fu traslata nel Duomo di Catania.
Dotato
di una prodigiosa vena melodica, Bellini dedicò la sua breve vita alla
composizione. Il suo talento nel cesellare melodie della più limpida bellezza,
conserva ancora oggi un'aura di magia, mentre la sua personalità artistica si
lascia difficilmente inquadrare entro le categorie storiografiche.
Legato ad una concezione musicale antica, basata sul primato del canto, sia esso
vocale o strumentale, il siciliano Bellini portò prima a Milano e poi a Parigi
un'eco di quella cultura mediterranea che l'Europa romantica aveva idealizzato
nel mito della classicità. Il giovane Wagner ne fu tanto abbagliato da
ambientare proprio in Sicilia la sua seconda opera, Il divieto d'amare,
additando la chiarezza del canto belliniano a modello per gli operisti tedeschi
e tentando di seguirlo a sua volta.
In anni recenti, la musica di Bellini ha attirato l'attenzione di
compositori d'avanguardia come Bruno Maderna e, soprattutto, Luigi Nono, che
l'hanno riletta al di fuori delle categorie operistiche, concentrando
l'attenzione su una particolare concezione del suono, della voce e dei silenzi
le cui radici affonderebbero nella musica della Grecia antica e dell'area del
Mar Mediterraneo anziché nella moderna tradizione musicale europea.
Opere:
Adelson e Salvini (febbraio 1825 Teatrino del Conservatorio di San Sebastiano,
Napoli - in 3 atti)
2a
versione: modificata a più riprese ma allestita solo il 23 settembre 1992 al
Teatro Bellini di Catania (in 2 atti)
Bianca
e Gernando (30 maggio 1826 Teatro San Carlo, Napoli)
2a
versione: Bianca e Fernando (7 aprile 1828 Teatro Carlo Felice, Genova)
Il
pirata (27 ottobre 1827 Teatro alla Scala, Milano)
La
straniera (14 febbraio 1829 Teatro alla Scala, Milano)
Zaira
(16 maggio 1829 Teatro Ducale, Parma)
I
Capuleti e i Montecchi (11 marzo 1830 Teatro La Fenice, Venezia)
La
sonnambula (6 marzo 1831 Teatro Carcano, Milano)
Norma
(26 dicembre 1831 Teatro alla Scala, Milano)
Beatrice
di Tenda (16 marzo 1833 Teatro La Fenice, Venezia)
I
puritani (24 gennaio 1835 Théâtre Italien, Parigi)
LA
MORTE BURRASCOSA DI UN CIGNO "FIMMINARU".
Fu
chiamato "IL CIGNO" per l'eleganza e la delicatezza del suo stile
musicale, evidente nelle sue romanze e nelle opere, il cui pathos malinconico e
sentimentale ha sempre intenerito chiunque ne ascoltasse qualche brano.
La sua bellezza fisica, i suoi amori e la sua inaspettata quanto prematura morte
hanno incuriosito e stimolato la fantasia di scrittori, poeti e cineasti, anche
perché la sua fine, che fu tremenda, solitaria, fulminea e sofferta, per molto
tempo ha portato in sé anche un certo mistero che ancora non è del tutto
risolto.
Bellini fu un musicista di fama internazionale, egli resta ancor oggi un raro
esempio di sensibilità musicale, capace di grande espressione drammatica unita
ad una poesia di estremo fascino e dolcezza romantica; egli fu, con Donizetti e
Rossini, uno dei tre grandi operisti italiani del primo Ottocento, le sue
melodie divennero subito popolari e si guadagnarono l'ammirazione di Chopin e di
altri artisti contemporanei.
La musica di Bellini è un singolare connubio tra classicità e romanticismo.
Certamente classica fu la sua formazione, ed in più egli aveva in sé anche una
particolare tendenza verso i valori poetici dell'armonia e compostezza che tanto
erano decantate dai classici, ma assolutamente romantico era lo spirito delle
sue composizioni, dove le passioni ed i sentimenti assumono il primo posto nelle
vicende rappresentate.
Il punto di raccordo fra i due stili è la melodia, che senza venir meno alla
classica sobrietà ed eleganza, sa creare atmosfere sognanti, sensuali e
notturne, in linea perfetta con il gusto del romanticismo.
La vita di Bellini si spostò presto dalla sua piccola provincia - Catania - a
Napoli (dove studiò) e poi a Londra ed a Parigi, dove incontrò cantanti
famosi, poeti, intellettuali e musicisti con i quali strinse grandi amicizie.
Soprattutto nella capitale francese furono in tanti a conoscerlo ed apprezzarlo,
ma in molti anche ad invidiarlo, viste le festose accoglienze che sempre
riceveva; egli era addirittura conteso dai circoli culturali o politici e dai
salotti aristocratici più in vista del momento, ma era soprattutto il mondo
artistico che ruotava intorno a lui.
Musicisti come Rossini, Chopin, Liszt, Cherubini, gli scrittori Alessandro Dumas
e Victor Hugo erano spesso insieme a lui, egli frequentava i salotti più
importanti ed i teatri come fossero la sua casa, tanto che scrisse "le
serate, i balli, i pranzi mi hanno fatto guadagnare una specie di mal di
testa", ma non c'era alcuno snobismo in queste parole, egli stesso si
stupiva della meraviglia che suscitava la sua musica; Bellini era un giovane
musicista proveniente da una piccola provincia, dove tutto era semplice e
naturale, e quel grande sfarzo non gli era certo familiare.
Nel
1833 Bellini era a Parigi, nel salotto aristocratico della principessa di
Belgioioso Cristina Trivulzio, e lì incontrò il bizzarro poeta tedesco
Heinrich Heine, il quale, osservando quel giovane dall'aspetto gradevole e bene
educato che proveniva dal profondo sud dell'Italia, che si faceva così
benvolere e che si muoveva "con garbo e con civetteria, sempre elegante
fino all'affettazione", fu preso da un moto d'invidia, e, sottolineando la
sua antipatia, gli predisse che sarebbe morto giovane.
Al bel catanese mancavano in effetti ancora solo due anni di vita, ma in quel
momento nulla lo lasciava prevedere, anzi, egli appariva in forma ed era come
sempre al centro dell'interesse dei suoi ospiti, era "adulato dalle più
belle donne di Parigi" ed in più stava per completare la sua decima opera
- "I Puritani" - concludendo l'accordo per la sua rappresentazione al
Teatro degli Italiani, ed in quell'occasione le parole di Heine - piuttosto
sgradevoli e malevole - furono accolte con una certa incredulità, un sospiro di
sopportazione e nulla di più.
Ma l'anno seguente Bellini iniziò ad essere tormentato da una strana malattia
viscerale che nessun medico riusciva a curare, e con questo problema di salute
egli trascorse più di un anno, tutto il tempo della composizione dei
"Puritani". Essa fu rappresentata a Parigi nel Gennaio del 1835, con
grandi interpreti ed un gran successo di pubblico e di critica; sui giornali del
tempo leggiamo articoli di grande ammirazione e la cronaca riporta quella serata
sottolineando che "tutte le donne sventolavano i fazzoletti e tutti gli
uomini agitavano in aria i loro cappelli". Il musicista fu assolutamente
felice di questo grande successo, naturalmente, e decise di prendersi un periodo
di riposo, visto che quel lavoro gli era costato tanta fatica.
Alcuni suoi amici, la famiglia Lewis - o Levys - gli offrirono ospitalità nella
loro villa di Puteaux, appena fuori Parigi, un'amena residenza immersa nel
verde, elegante ed ospitale, che si presentava come il luogo ideale per una
tregua dall'incessante lavoro cui il musicista era stato sottoposto, ma proprio
allora iniziarono i problemi più gravi.
Bellini passò a Puteaux tutta l'estate del 1835, la casa era piuttosto isolata
e la famiglia che ospitava il musicista non permetteva a nessuno di avvicinarlo,
con il pretesto che dovesse riposare. Bellini annullò tutti i suoi impegni e
disertò per un po' la vita di società, forse per un eccesso di zelo o perché
davvero si sentiva stanco, ma iniziò presto a sentirsi solo ed anche un po'
triste. Ancora egli accusava "una febbre infiammatoria gastrica
biliosa", come egli stesso definì il suo malessere, e che inizialmente fu
preso davvero come un segno di affaticamento, ma che certo non lo era visto che
peggiorava con il passar del tempo; egli si trovava quindi in una condizione
debilitante che però non presagiva affatto una fine così imminente e dolorosa.
Invece l'irrimediabile accadde in un attimo. Alla fine dell'estate Bellini
avrebbe dovuto recarsi a Parigi per una nuova rappresentazione dei
"Puritani" ma non poté muoversi a causa di una "leggera
indisposizione" (come egli stesso scrisse), che però tale non era, visto
che fu l'inizio del fulminante male che in meno di venti giorni lo avrebbe
ucciso.
Dopo qualche giorno da questa lettera, il 23 Settembre, Samuele Lewis e sua
moglie partirono improvvisamente per ignota destinazione, lasciando il loro
giovane e celebre amico solo e sofferente, il quale, abbandonato a sé stesso e
con la sola compagnia di un giardiniere, si spense un'ora dopo, a soli 34 anni,
in preda a tremende convulsioni.
Perché era rimasto solo? Non s'è mai saputo. Il giardiniere, attonito ed
addolorato per l'accaduto, riferì che il malato era disteso, pallido e sudato,
freddo e tremante prima della morte e con un'espressione di gran dolore negli
occhi, ma nulla era in grado di salvarlo, e l'uomo poté solo inginocchiarsi ai
piedi di quel letto e pregare. L'assenza dei padroni di casa proprio quella sera
parve fortemente sospetta, ed indusse a congetturare che Bellini fosse stato
avvelenato dai suoi ospiti. In seguito a ciò il re ordinò l'autopsia del
cadavere, ma il risultato fu negativo.
Questa morte così misteriosa fu oggetto di tante storie e congetture di ogni
tipo, e certo che le circostanze strane in cui essa avvenne le avallarono tutte.
Si vociferarono addirittura vicende di natura esoterica e fantasiosa, come
l'avverarsi della iattura enunciata da parte di quel poeta invidioso, oppure
quella che vede la signora Lewis come un'amante segreta del musicista, e che
quindi il delitto fosse nato nella mente del marito offuscata dalla tremenda
gelosia, ma anche questa diceria non portò da nessuna parte .
Ma le chiacchiere non si fermarono così presto, ed i Lewis furono al centro del
pettegolezzo più avverso, al punto che furono definiti "gente che lascia
di sé una curiosità sospettosa ed insoddisfatta, quanto più si mostra facile
alle amicizie, si sbraccia, invita, accoglie e facilmente abbandona gli ospiti e
gli amici.
Gente che predilige le compagnie varie, le persone del giorno; capricci,
simpatie da villeggiatura che svaniscono con l'autunno. Poi, chi s'è visto s'è
visto, te lo lasciano morire senza un soccorso…".
Vincenzo Bellini fu dapprima sepolto a Parigi, ma nel 1876 la sua salma fu
traslata a Catania, dove riposa nella Cattedrale. Gabriele D'Annunzio dedicò a
questo splendido e delicato musicista romantico dei versi poetici, e laddove
egli si trova oggi si legge un'epigrafe dettata da Mario Rapisarda che dice:
"Questa basilica, ove giacciono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà
famosa per la tomba di Vincenzo Bellini".
Ma le domande sulla natura di questo male incurabile e violento che finì il
"cigno della musica" nel fiore degli anni e nel momento del suo più
grande successo, hanno nel tempo trovato una risposta: si trattò di colera.
Questa verità certamente affranca la famiglia Lewis da ogni sospetto di
avvelenamento o storie simili - anche perché non vi fu mai alcuna prova in
proposito - ma rimane sempre la domanda del perché il giovane Vincenzo fu
lasciato da solo nel momento più terribile della sua malattia, probabilmente
essi non si avvidero della sua gravità e così non gli diedero la giusta
importanza.
L'ipotesi che la malattia che finì il giovane Bellini fosse proprio il colera
trova conferma nei tanti sintomi da lui stesso descritti in proposito, ed ancor
di più nel fatto che un'epidemia di questa malattia colpì l'Europa nel 1832,
quando i rimedi erano assolutamente sconosciuti, dato che la scoperta del
vibrione che ne è la causa risale a molti anni dopo.
Il "bacillo virgola" che causa tale malattia fu scoperto infatti da
Robert Koch solo nel 1883, mentre prima di allora il male era sconosciuto e,
soprattutto, mortale.
Nell'uomo il colera inizia generalmente con dolori intestinali ed una diarrea
banale, le cui scariche però diventano progressivamente più numerose (fino a
quindici o venti al giorno), accompagnate da vomiti biliari. Il polso diviene
debolissimo, la sete è sempre più intensa per via della forte disidratazione e
la temperatura corporea si abbassa fino ai 32 gradi, ed è questo un chiaro
sintomo dell'infezione colerica.
Successivamente si hanno dei crampi ai polpacci, la pelle diventa cianotica, gli
occhi si incavano dando al malato un'aria di estrema sofferenza, poi la
superficie corporea viene ricoperta da una secrezione sudorale vischiosa e
l'ammalato, giunto a questo stadio, muore rapidamente. Nei casi detti di colera
fulminante, tutti i sintomi compaiono contemporaneamente, ma la diarrea è
generalmente terminale.
Marina Pinto

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"Vitti
'na crozza supra lu cannuni
fuiu curiusu e ci vosi spiari
Iddra m'arrispunniu ccu gran duluri,
murevu senza toccu di campani
Si
nni jeru, si nni jeru, li me anni,
si nni
jeru, si nni jeru, 'un sacciu
unni
Ora ca sugnu viecchiu di tant'anni,
chiamu la Vita e Morti
m'arrispunni
Cunzatimi,
cunzatimi, lu lettu,
ca già li vermi mi mangiaru tuttu
Si nun lu scuntu cca, lu ma peccatu,
lu scuntu a chiddra vita, a sangu
ruttu
C'è
nu jardinu mienzu di lu mari,
chinu di
çiuri, d'aranci e di Suli
Tutti l'aceddri ci vann'a cantari,
puru li pisci ci fannu
l'amuri".
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Vidi un teschio sopra una torre,
ero curioso e volli domandargli
Lui mi
rispose con gran dolore
Sono morto senza rintocchi di campane
Sono
andati, sono andati i miei anni,
sono andati, sono andati, non so dove.
Ora che sono vecchio di tanti anni
chiamo la Vita
e Morte mi risponde
Preparatemi, preparatemi il letto
che già i vermi mi hanno mangiato
tutto
Se non lo sconto qui, il mio peccato
lo sconterò nell'altra
vita, a sangue rotto.
C'è un giardino in mezzo al mare,
pieno di fiori,
di arance e di sole.
Tutti gli uccelli vanno lì a cantare,
anche i
pesci vi fanno l'amore.
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Vitti
‘na crozza non è catanese. Nel film "Il
cammino della speranza" di Pietro Germi questa canzone
fu utilizzata come colonna sonora
attribuendogli una generica potestà popolare. In realtà il motivo,
riprodotto in migliaia di dischi e riproposto non si sa quante volte in
televisione, alla radio, negli spettacoli popolari e in piazza, ha un
autore. Si chiama Franco Li Causi, direttore di una piccola
orchestra agrigentina e solista di chitarra. Questi racconta che nel 1950
il regista Pietro Germi gli chiese se, nel suo repertorio di canzoni
siciliane, ci fosse un motivo "allegro-tragico-sentimentale" da
inserire in un film sugli emigrati siciliani. Le composizioni del
musicista però non piacquero al regista che, comunque, invitò il maestro
sul set a Favara. In quell’occasione un anziano minatore, Giuseppe
Cibardo Bisaccia, recitò al regista un brano poetico che conosceva a
memoria e Germi chiese a Li Causi di musicare quei versi. Ma questa
paternità non gli sarà riconosciuta nonostante il maestro agrigentino
avesse inviato subito la composizione in deposito SIAE. Così molti sono
stati i cantanti, i musicisti, le case discografiche che hanno utilizzato
la musica di "Vitti 'na crozza" o appropriandosene tout court o
attribuendola ad un'equivoca tradizione popolare. L'autore di uno dei più
popolari motivi siciliani, dunque, è stato per tanti anni un artista
indifeso, che ha strenuamente combattuto per far valere i suoi diritti di
unico ed indiscutibile autore della musica, avendo come unici alleati i
suoi concittadini che hanno testimoniato a suo favore affinché gli
fossero riconosciuti tutti i diritti morali ed economici.
Nel
film Vitti ’na crozza unisce dunque, in un reciproco scambio di
significati, il titolo del film e le scene in cui a prevalere è la
fiducia nel futuro: la canzone diventa così la musica del cammino della
speranza.

ECCO
L'AUTENTICO INNO DI CATANIA:
E
vui durmiti ancora
parole
di Giovanni Formisano
- Musica di Emanuel Calì
(entrambi catanesi)
Si
dice che fosse il 1916. Sul fronte della Carnia si fronteggiavano gli
austriaci e due reggimenti formati da catanesi. Si sparavano e si
ammazzavano. Una sera, splendendo la luna, uno dei nostri prese la sua
chitarra e cantò. E mentre cantava, gli spari cessarono. E quando finì
di cantare, gli austriaci applaudirono.
|
E
VUI DURMITI ANCORA
Lu
suli è già spuntatu di lu mari
E
vui bidduzza mia durmiti ancora
L'aceddi
sunnu stanchi di cantari
Affriddateddi
aspettanu ccà fora
Supra
ssu barcuneddu su pusati
E
aspettanu quann'è ca v'affacciati
Lassati
stari nun durmiti cchiui
Ca
'nzemi a iddi dintra sta vanedda
Ci
sugnu puru iu c'aspettu a vui
Ppi
viriri ssa facci accussì bedda
Passu
cca fora tutti li nuttati
E
aspettu sulu quannu v'affacciati
Li
ciuri senza i vui nun vonnu stari
Su
tutti ccu li testi a pinnuluni
Ognunu
d'iddi nun voli sbucciari
Se
prima nun si rapi ssu barconi
Intra
li buttuneddi su ammucchiati
E
aspettanu quann'è ca v'affacciati
Lassati
stari nun durmiti cchiui
Ca
'nzemi a iddi dintra sta vanedda
Ci
sugnu puru iu c'aspettu a vui
Ppi
viriri ssa facci accussì bedda
Passu
cca fora tutti li nuttati
E
aspettu sulu quannu v'affacciati
|
E
voi dormite ancora
Già
dal mare s'è levato il sole
E
voi dormite ancora, piccola e bella
Gli
uccelli sono stanchi di cantare
Infreddoliti,
aspettano qui fuori
Su
quel balconcino si son posati
E
aspettano che voi vi affacciate
Basta,
non dormite più
Perché
insieme a loro, in questa straduccia
Ci
sono anch'io ad aspettare voi
Per
vedere questo viso così bello
Passo
qui fuori tutte le mie notti
E
aspetto solo che voi vi affacciate
I
fiori non vogliono stare senza di voi
Tengono
tutti il loro capo chino
Non
ce n'è uno che voglia sbocciare
Se
prima non si apre quel balcone
Sono
nascosti fra i boccioli
E
aspettano che voi vi affacciate
Basta,
non dormite più
Perché
insieme a loro, in questa straduccia
Ci
sono anch'io ad aspettare voi
Per
vedere questo viso così bello
Passo
qui fuori tutte le mie notti
E
aspetto solo che voi vi affacciate
|

cantata
dal Maestro Alfio Marletta

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La Canzone
Catanese tra Ottocento e Novecento
( Prof. Salvatore Enrico Failla - Associato di Storia della Musica
all'Università di Catania)
Stabilire
quali siano i contorni più significativi di Catania sul piano
culturale, fra i molti che hanno avuto vita e che si possono
individuare, è impresa certamente non facile sostanzialmente per
due ordini di motivi: da una parte, ed è l'aspetto positivo, la
varietà e la pienezza dei contenuti relativi alle molteplici
condizioni che il centro etneo ha attraversato con alterne vicende
nel corso della sua storia; dall'altra, in posizione negativa, la
modesta conoscenza del passato anche recente delle nuove
generazioni di Catanesi, che impedisce una ricognizione
persuasiva, e quindi didatticamente valida, dei trascorsi lontani
e vicini di una città che è oggi considerata, in un'ottica ormai
drammaticamente generalizzata che purtroppo e sempre più spesso
è quella adottata anche dalla popolazione indigena, solo il
cattivo prodotto di una degenerazione costante e inarrestabile.
Che quanto sopra sia la realtà o soltanto il delirio interessato
di mass media lanciati alla conquista sfrenata di spazi sempre
più eloquenti nel descrivere i degradi piuttosto che le conquiste
culturali delle città meridionali poco importa, ciò che vale,
come argomento di discussione, è la conseguente difficoltà
creatasi nel tentativo di articolare proposizioni che,
rapportandosi al passato, siano in grado di dare di Catania
immagini positivamente costruttive, di esprimerla in progresso
sulla base di riferimenti storici, di renderla, in definitiva,
esempio per se stessa. La premessa, sebbene inflazionata da
migliaia di propositi di ogni genere sempre più lontani dalla
realizzazione, appare tuttavia allettante e probabilmente ancora
degna di considerazione.
Ma cosè esattamente la canzone catanese? Quando, cioè, una
canzone si può definire catanese? Sarebbe legittimo, ad esempio,
per porre in essere questa disamina, procedere per diminutiones
conseguenziali, stabilire, in altri termini, cosa sia la canzone
italiana e poi intercettare le canzoni trentine, lombarde,
campane, calabresi, siciliane ... e, fra quelle siciliane,
definire le canzoni palermitane, messinesi, catanesi ... ?
Un'impresa di questo genere, fatto salvo un elevato tasso di
impraticabilità, potrebbe forse avere cittadinanza in questa come
in altra sede ma è certo che per quello che ci si prefigge hic et
nunc sarebbe pretenziosa; meglio procedere per confronti meno
soddisfacenti sul piano della completezza scientifica ma
decisamente più efficaci per via della loro sperimentata
strumentalità ed assumere come punto di riferimento la canzone
italiana per antonomasia: la canzone napoletana.
Sostanzialmente diversa da quella napoletana, la canzone siciliana
ne riproduce tuttavia alcuni caratteri senza per questo
confondersi con quella e senza assumere le connotazioni del
sottoprodotto. Una considerazione può meglio chiarire quanto
possa diventare facile, in casi molto particolari, traslitterare
il linguaggio musicale etneo in quello partenopeo: Vincenzo
Bellini, inizialmente e principalmente caricatosi di melodie
popolari di Catania e dintorni, non ebbe nessuna difficoltà ad
inserirsi nel filone dei napoletanesimo quando questo, per giunta,
rappresentava in tutta l'Europa l'intera Penisola musicale. E, a
tal proposito, va detto che la popolarità e la diffusione della
musica napoletana non è paragonabile, sia pure alla lontana, con
la modestissima notorietà del canto catanese che, nella maggior
parte dei casi, non riesce a superare i confini del proprio
territorio (fanno eccezione le poche melodie distribuite in
versioni storpiate ai turisti di turno e, per questo, divenute
maldestri e svianti santini della nostra cultura) e spesso, come
si diceva prima, è ignoto agli abitanti dei suoi luoghi
d'origine. E' già questa una prima fondamentale differenza: se le
due maniere fossero indistinguibili (solo raramente possono
esserlo, come è avvenuto nella mirabile fusione operata dalla
penna di Bellini) sarebbero parimenti popolari. Nei fatti, al di
là di tutte le dissertazioni, dei ricorsi agli avvenimenti
storici, che potrebbero far venire in mente rapporti, più o meno
stretti, fra le espressioni musicali della Sicilia e della
Campania, ed eventi come il reame e il vicereame, la canzone
siciliana ha come nobili ed illustri prodromi quelli relativi al
mondo classico, ai modi della Grecia antica, arricchiti da
influenze provenienti dagli Arabi, dai Normanni, dagli Spagnoli...
e anche qui non si possono certo negare profonde concordanze con
la genesi del canto napoletano che, tuttavia, non possono
costituire pregiudizio sostanziale al fine di distinguere
stilisticamente i due prodotti.
Le canzonette catanesi, dalle mirabili favole d'amore di Francesco
Paolo Frontini alle deliziose "sciocchezze" a plettro di
Giovanni Gioviale, hanno caratteri specifici: la preponderanza del
modo minore, retaggio temperato delle armonie dorie, il trocaico
andamento ternario di lunga e di breve, il sovrabbondante
cromatismo che a volte spinge la sensibilità dell'interprete su
posizioni microintervallari tipiche della lettura enarmonica del
tetracordo. Come dire che la canzone catanese d'autore, quella
dell'800 e del primo '900, è il vero e proprio avamposto moderno,
forse l'unico, della cultura musicale dell'antica Grecia (si può
sostenere, infatti, che, dopo la stagione liberty, misurata sulla
modalità classica, un lento ma efficace processo di degenerazione
ha tolto inesorabilmente alla melodia catanese le sue più
specifiche peculiarità finendo con l'uniformarne e con
l'appiattirne i percorsi sugli schemi delle mode di passaggio con
qualche ingenuo tributo pagato a vaghe malinconie o ad
inconsistenti contenuti letterari di sapore civitoto). Di più,
però, hanno fatto, i compositori di canzoni catanesi delle epoche
citate, almeno quelli attenti ai tipici tragitti cantabili dei
carrettieri, dei contadini, dei carcerati e, perchè no, di
Bellini, di Pacini, di Coppola.Francesco Paolo Frontini (Catania,
1860 - ivi, 1939), soprattutto, certo il più tecnicamente
istruito dei sette musicisti convocati, sembra aver colto nel
segno, almeno per quanto attiene al tentativo di creare una sorta
di compromesso simbiotico fra la cultura musicale culta o
apparentemente tale e quella popolare del suo tempo. Aveva
studiato a Palermo con Pietro Platania e Giuseppe Pitrè (materie
letterarie) e a Napoli con Lauro Rossi, ricevendo dal primo una
buona impostazione contrappuntistica, dal secondo l'amore per
l'arte popolare e dal terzo una salda mentalità operistica. il
rapporto contrappunto-melodramma è sempre stato di notevole
importanza soprattutto nel tempo in cui visse ed operò Frontini
(autore, fra l'altro, di alcune valide opere liriche, nonchè di
lavori vocali e strumentali di un certo impegno), ne, d'altronde,
si possono ignorare i punti di contatto fra melodramma e canto
popolare, specie in quelle aree culturali in cui i repertori
tradizionali riescono a conquistare spazi precedentemente
controllati quasi del tutto dalla più rigorosa ed ufficializzata
intellighenzia musicale. Il contrappunto, di contro, sembrerebbe
lontano dall'arte tradizionale ma si tratta di mero abbaglio. A
parte i numerosi esempi di polifonia popolare, nei casi in cui la
melodia popolare o di carattere popolare è composta, adattata,
rimaneggiata e sostenuta da un accompagnamento strumentale - ed è
questa l'operazione condotta da Frontini - la conoscenza del
contrappunto riesce provvidenziale e talvolta persino
insostituibile. Frontini, dunque, aveva le carte in regola pe r
accostarsi alla composizione del canto popolare accompagnato?
Certamente sì da un punto di vista tecnico. Ma, poichè questa
affermazione contrasta nettamente con le connotazioni fondamentali
del canto popolare, bisogna affermare che Frontini fu un
compositore e non un coinpositore di musica popolare, che,
mantenendo l'accezione del termine compositore imposta dalla
cultura egemone, non è mai esistito né ha senso pensare che
possa esistere. Sospendendo giudizio di valore sulle sue canzoni,
gli si possono riconoscere un demerito ed un merito: un carente
rispetto per la genuinità de prodotto tradizionale, sebbene
attenuato dal fatto che, comunque, una ricerca sul campo precede
il vero e proprio lavoro compositivo (demerito, questo
attribuibile, per certi versi, anche ad Alberto Favara, in quanto
anche lui noi. riuscii ad evitare l'armonizzazione di alcuni canti
e persino a Goffredo Petrassi che, assieme a Giorgio Nataletti,
nel 1930 ha armonizzato alcuni canti laziali.
Canzuna di li carritteri, ricchi di accentuazioni inusitate ed
imprevedibili, come se volessero imitare, pur nella costanza del
tempo dell'impianto, le "squadrate" libertà dei
cantori. Si potrebbe, tuttavia, spezzare una lancia in favore
della "biasimevole" pratica frontiniana e non solo
frontiniana di armonizzare il canto proprio, quello popolare o
quello spacciato per tale: era costume diffusissimo, infatti, fra
Ottocento e Novecento, vestire musica di qualsiasi genere con
fogge utilizzabili durante gli intrattenimenti familiari e non e,
dunque, Frontini e i suoi colleghi altro non fecero, in questo
senso, se non uniformarsi a tale criterio, per altro utilissimo
per la diffusione della musica in tempi privi di mezzi elettronici
di riproduzione. D'altronde è destino della canzone di tutti i
tempi quello di dover subire l'arrangiamento a seconda delle
esigenze e delle circostanze.
Ma fra tutti è, a Catania e dintorni, Gaetano Emanuel Calì (Catania,
1885 -Siracusa, 1936), autore di quella romanza che è da molti
considerata l'inno della sicilianità lirica etnea, composto nel
1910: E vui durmiti ancora. Allievo di Frontini, Emanuel Calì,
molto attivo sui podi catanesi, ha fondato, condotto e promosso il
gruppo folcloristico i canterini etnei, che ha continuato ad agire
anche dopo la sua morte sotto la direzione della figlia Rita
Corona, ed ha portato in giro per il mondo la voce della Sicilia.
il testo di Giovanni Formisano (Catania, 1878 - ivi, 1962), un
quadretto di vita amorosa siciliana d'altri tempi che racconta di
un innamorato che aspetta paziente sotto il balcone dell'amata che
costei vi si affacci, permette al musicista di fare appello a
tutte le forze più spontanee e naturali di un melodiare
accattivante a tratti appassionato, sfaccettato in diversi
episodi, che ha facilmente conquistato vari strati della società
catanese.
Altro compositore è Salvatore Riela (Catania, 1897 - ivi, 1981),
amico di Frontini e diplomato al San Pietro a Majella, è l'autore
della serenata siciliana Quantu ni patu (parole di Francesco Foti).
--------------------
Vorrei
aggiungere qualcosa alla "accademica" e dotta
esposizione del Prof. Failla, in particolare all'ultima canzone
citata: Quantu ni patu.
L'inno musicale catanese è senza dubbio E vui durmiti ancora ma
la canzone che ascoltate anche in sottofondo, secondo me, non si
può definire una semplice serenata siciliana come l'aveva
"classificata" il suo autore, ma una delle più belle
canzoni d'amore mai scritte.Oltre ad avere una melodia che tocca
davvero l'anima, ha un testo che stilla amore da tutti i pori,
scritto sicuramente da un ventenne, perché solo a vent'anni si
possono scrivere certe cose, non si discute.E' una meravigliosa
serenata d'amore che il giovane dedica alla sua amata,
ricordandole sotto il balcone di tutti gli affanni che patisce per
incontrarla. E glielo dice per farle sapere che, nonostante la
tempesta, i vestiti inzuppati e la ruota del carretto andata,
tanta è la gioia di vederla che intorno a lui splende il sole.
Quando è davanti a lei in quel tratto di strada non sente più
pioggia, il gelo o il vento. Non gli fanno più niente. E'
invulnerabile alle intemperie perchè possiede il più efficace
degli antibiotici.
|
|
QUANNU
NI PATU
Oh
quantu longa mi pari 'sta strata,
Quantu
ni patu p'attruvari a tia!
E
lu cavaddu si ferma di 'cchianata,
La
rota pigghia scaffi e nun furria.
Partu
ccu' lu bon tempu, a matinata;
Lu
suli mi faceva cumpagnia....
Poi
vinni la timpesta,
Timpesta
a l'impinsata
E
lu cavaddu persi la varia.
Ma
si t'affacci di la barcunata
Quannu
la vuci di l'amuri senti,
Torna
lu suli 'ntra la me' iurnata
E
scordu tutti li me' patimenti.
Rosa
di maju frisca, spampinata,
Sbucciata
sula a lu me' cori ardenti...
Ppri
mia lu ventu e l'acqua,
L'acqua
e la jlata,
Quannu
passu di cca nun su' cchiù nenti!
|
QUANTE
NE PATISCO
Oh
quanto lunga mi sembra questa strada,
quanto
soffro per venirti a trovare!
Il
cavallo si ferma nella salita,
la
ruota s’inceppa per le buche e non gira.
Parto
col buon tempo, di buon mattino,
il
sole mi faceva compagnia...
poi
arrivò la tempesta,
tempesta improvvisa,
e
il cavallo perse la baldanza.
Ma
se ti affacci al tuo balcone,
quando
la voce dell'amore senti,
torna
il sole nella mia giornata
e
scordo tutti i miei patimenti.
Rosa
di maggio fresca e radiosa,
sbocciata
al solo calore del mio cuore...
Per
me, il vento e l'acqua,
l'acqua
e la gelata,
quando
passo di qua non sono più niente.
|
|
Francesco
Paolo Frontini
(Catania, 6 agosto 1860 - Catania, 26 luglio 1939)
"Figlio della sua terra e profondo studioso
dell'anima musicale del suo popolo" - Francesco Pastura
Francesco
Paolo Frontini, musicista e compositore siciliano. Del suo inizio
diceva egli stesso che ad avviarlo allo studio della musica era stato
suo padre, il cav. Martino (1827-1909), fondatore e direttore per
trentasette anni della Banda civica di Catania, anzi, come la
chiamavano allora, della Banda nazionale; diceva anche che aveva studiato
violino col maestro Santi D'Amico e che a tredici anni aveva esordito
in un concerto nel salone comunale. Un paio d'anni dopo aveva avuto in
Cattedrale il battesimo come compositore, con un « Qui tollis »
diretto dal maestro Pietro Antonio Coppola. Così si legge in un
articolo di Saverio Fiducia in un giornale del 13 agosto 1960. A
proposito di Fiducia, piace ricordare che Frontini compose la musica
per il suo atto unico «Vicolo delle belle». Fiducia desiderava
inserire il canto d'un cieco, ma il maestro non fu d'accordo. Disse
che invece avrebbe fatto, come infatti fece, un «pezzo» affidandolo,
anziché alla voce umana, al violino. Disse poi Fiducia che dall'oggi
al domani «nacque la toccante sonata dell'orbo». Accanto a Fiducia
non va dimenticato A. Russo Giusti, la cui commedia «U Spirdu», una
delle più significative del teatro siciliano, fu musicata da Frontini
e, recitata nel 1920 al Teatro Comunale Coppola, diretta dal maestro
Gaetano Emanuel Calì, fu accolta con grande successo. Nel 1875 fu
ammesso al Regio Conservatorio musicale di Palermo, dove ebbe maestro
Pietro Platania, grande contrappuntista come il suo maestro Pietro
Raimondi. In seguito passò al Conservatorio di Napoli in cui
conseguì il diploma di compositore.
Distintosi
fin da giovinetto con alcune composizioni, fra cui particolarmente
apprezzata una «Messa funebre» in morte del maestro Coppola, nel
1881 si rivelò col melodramma in tre atti «Nella» rappresentato con
vivo successo il 31 marzo nel Teatro Comunale di via Vecchio Bastione.
Dal trionfo di «Nella», che dal giornale dell'epoca, «Il
Plebiscito», fu giudicata «un tentativo, ma un tentativo di
gigante», comincia l'ascesa del Frontini e tutte le sue opere
successive: «Sansone» nel 1882, «Fatalità» nel 1890, «Malia»
nel 1891, «Il Falconiere» nel 1899. Frontini fu tra i pochi
musicisti, oltre a Giovanni Simone Mayr, ad essersi ispirati alla
leggenda di Adelasia e Aleramo e, nel medesimo periodo, il poemetto
lirico «Medio-Evo», gli fece meritare un "bravo" di tutto
cuore da Massenet segnando come pietra miliare il suo cammino
artistico. Amato ed apprezzato da personaggi come Victor Hugo, Émile
Zola, Giovanni Verga, Federico De Roberto, Mario Rapisardi, Sciuti,
Puccini, Cesareo. Particolarmente amici gli furono Massenet, (che si
vantava di andare in estasi quando ascoltava musica di Frontini), e
Luigi Capuana, la cui amicizia gli fruttò il libretto di «Malia»,
dal quale poi, caso più unico che raro, lo stesso anno del libretto
(1891), nacque la commedia omonima in lingua, e poi, nel 1902, quella
in dialetto malgrado il parere contrario di Verga, che non credeva in
una «Malia» in siciliano, e che fu portata alle stelle da Giovanni
Grasso e Mimì Aguglia. Prima di accingersi alla stesura dell'opera,
Frontini fece leggere il libretto a Rapisardi e a Verga.
Il
successo dell'opera, dopo Bologna, Milano e Torino, si rinnovò
entusiasticamente al Teatro Nazionale di Catania, in piazza Cutelli,
da anni scomparso. «A leggere l'opera anche oggi» - scriveva il
maestro Pastura alla morte del Frontini («Popolo di Sicilia» 26
agosto 1939) - «un brivido di commozione ci avvince. Il dramma del
Capuana trovò in Frontini un commentatore raffinato e preciso, un
musicista che facendo musica seppe fare anche della psicologia. Jana,
Nedda, Cola e Nino sono tratteggiati con profondo intuito e con una
indagine psicologica che mette a nudo le loro anime inquiete, che
precisa i caratteri, che ne riassume la tragedia». La «Lauda di
suora» dal «Giobbe», (edizione Tropea, Catania, 1884) la musicò
Frontini.
Frontini
insegnò musica, contrappunto, all'Ospizio di Beneficenza, al tempo in
cui ne era direttore il padre dello scrittore e storico del teatro
siciliano Francesco De Felice. Contemporaneamente vi insegnava anche
Emilio Romano, padre del maestro Armando Romano, attuale componente
del gruppo concertatori e direttori d'orchestra del Teatro Massimo.
Emilio Romano era un virtuoso solista di cornetta geniale interprete
della melodia belliniana. Ogni anno, la sera del 2 giugno, essendo in
programma l'omaggio a Bellini, per ascoltare Emilio Romano affluivano
a Catania folle di forestieri oltre che da gran parte della Sicilia,
anche da diversi luoghi del Continente e dell'estero. «Figlio della
sua terra e profondo studioso dell'anima musicale del suo popolo»
(così lo definisce Francesco Pastura nel "Popolo di
Sicilia"), le sue preziose raccolte: "Eco di Sicilia" e
"Natale Siciliano" (che Saverio Fiducia qualificò "un
fresco torrente melodico") sono dedicate alla madre terra. La
prima raccolta, che comprende cinquanta canti e che meritò la lode di
Giuseppe Pitrè (lode pubblicata nell'Archivio per lo studio delle
tradizioni popolari), fu compilata nel 1882 dal ventiduenne Frontini
per incarico della casa Ricordi. "Natale Siciliano", invece,
in cui il maestro raccolse i canti e le nenie con cui il popolo
siciliano festeggia il Natale apparve nel 1893 presso l'editore
milanese A. D. Marchi. Se la fama del Frontini operista è legata a
"Nella" al "Falconiere" e specialmente a
"Malia", non c'è dubbio che il suo nome di studioso delle
nostre tradizioni popolari è affidato soprattutto alle due raccolte
di cui s'è detto or ora, come si può dire che la sua popolarità
egli l'abbia conquistata con quella svariata e scintillante fiorita di
canzoni, di
romanze, di serenate, di melodie, che egli componeva a getto continuo
e con fluida vena melodica. Basti ricordare per tutti la « Serenata
araba ». Il Frontini scelse con cura i temi politici, come Aleramo o
il Falconiere, oppure positivisti da mettere in musica. Il "Canto
di Ebe" è tratto dal "Lucifero" di Mario Rapisardi
(suo fraterno amico), ispirato all'ateismo, per questo motivo e anche
per essere finito nelle mani del Demarchi, uno dei più grandi
interpreti dell'ottocento del Verismo in musica, pagò e continua a
pagare un prezzo altissimo, dimenticato dalla cultura del settore. -
Pietro Rizzo
Le opere
"Quartetto in do minore" (Napoli 1879).
"Spartaco", ouverture (Cremona1880). "Nella",
opera in 3 atti rappresentata al Comunale di Catania (1881).
"Sansone", azione biblica in 3 parti (1882) scritta per
incarico del Municipio di Catania ed eseguita per la festa di sant'Agata.
"Aleramo", in un prologo e 3 atti (1883). "Malia",
opera in 3 atti (1893). "Il Falconiere", in 3 atti (1899)
"Fatalità", in 2 atti (1900).
Le
composizioni
"Omaggio a Lauro Rossi" eseguita a Cremona (fantasia per
orchestra). "Grande messa di Requiem". "Medio Evo"
poemetto per soprano con accompagnamento di pianoforte. "Marcia
Trionfale" per orchestra e fanfara. "Elsie", ouverture
per orchestra. "Gloria", ouverture per orchestra.
"Minuetto", per archi. "Grande Messa di Requiem in sol
minore" (1888). "Un intermezzo per archi e strumenti a
fiato". "Un idillio per orchestra". "Un preludio
sinfonico". "Preludietto", per orchestra. "Notte
d'oriente", per orchestra. "Petite Tableaux".
"Impressioni". "Esquisse musical",
Le
canzoni
Eco della Sicilia (ed. Ricordi 1883). Canti della Sicilia ( ed.
Forlivesi 1890 ). Natale Siciliano (ed. De Marchi 1893). Antiche
canzoni di Sicilia (ed. Carisch 1936). Canti religiosi del popolo
siciliano (ed. Carisch 1938).
Il CD "La Canzone Catanese tra '800 e '900" comprende:
Malatu p'amuri, Pri tia diliriu e spasimu, Canzuna di li carritteri,
La vucca, e Mi lassasti in abbannunu tutte su musiche di Francesco
Paolo Frontini.
Informazioni
complete su Frontini si trovano sulla rivista "JU, SICILIA"
organo ufficiale del CSSSS
http://www.csssstrinakria.org
Giovanni
Gioviale
L’11
giugno del 1949 moriva il M° Giovanni Gioviale, apprezzato musicista
catanese, autore di brillanti compositori popolari oggi pressoché
introvabili. Era nato nel novembre del 1885. A distanza di 52 anni, il
mito di Gioviale è rimasto immutato tra gli amatori della musica di
genere popolare. Non c'era catanese che non conoscesse e non amasse la
sua generosità nell'affrontare, solo per il piacere di suonare e
deliziare il pubblico, faticosissimi concerti spesso senza percepire
alcun compenso.
Ovunque
egli suonasse, il successo era assicurato, anche se la sua fortuna non
fu pari alla sua abilità né al suo talento. La sua vita fu però
costellata d’emozionanti aneddoti, d’entusiasmanti
"imprese" musicali compiuti al mandolino, strumento musicale
diretto discendente del liuto. I pochi testimoni che ebbero la fortuna
di conoscerlo, raccontano che "suonava come un angelo". Al
mandolino, Gioviale era capace di sbalordire con le sue strabilianti
esecuzioni pieni di virtuosismi, con le sue geniali interpretazioni in
grado di raggiungere ritmi addirittura frenetici. Chi lo definì il
"Paganini del mandolino", ben comprese la grandezza del
personaggio.
Nella
sua arte, Gioviale non ebbe rivali, anche se nel panorama siciliano e
catanese in particolare, non mancavano i musicisti professionisti o
dilettanti capace di stupire per la loro naturale predisposizione
all'arte musicale. E questi personaggi, dediti all'artigianato o
addirittura agli umili mestieri, si formavano nelle botteghe di lavoro
o nei circoli privati; raramente nei teatri cittadini che contavano.
Questi musicisti o "orecchisti" (perché suonavano senza
leggere la musica; solo ascoltando il motivo musicale) di solito non
erano destinati alle grandi platee ma ad occasionali esibizioni
pubbliche per lo più familiari.
Cominciò
all'età di 10 anni l'attività musicale di Gioviale. Dopo avere
assistito ai concertini che si svolgevano quasi tutte le sere a
chiusura della giornata lavorativa in una sala da barba in via
Plebiscito, imparò a suonare il mandolino. Successivamente si
cimentò nel suono del banjo, della chitarra e del violino.
Quest'ultimo strumento egli cominciò a studiarlo al convitto di via
Crociferi. Come violinista, entrò a far parte dell'orchestra del
teatro "Bellini". Ma era il mandolino lo strumento che più
lo affascinava. Intorno al 1923, giovane musicista, ebbe modo di farsi
apprezzare da Pietro Mascagni venuto a Catania per dirigere una
propria opera. Il musicista toscano, nel corso di uno spettacolo
musicale offerto in suo onore all'Hotel Bristol, sarebbe rimasto
ammirato dalla versione de "La danza esotica" eseguita al
mandolino da Gioviale. Anche nell'episodio riferito da Saverio
Fiducia, successe qualcosa di analogo.
Protagonista
questa volta, il noto tenore Dino Borgioli che casualmente ascoltò in
una trattoria di via Paternò, "La danza delle ore" eseguita
da Gioviale con l'accompagnamento della chitarra suonata da un certo
Costa. Ne rimase talmente stupito da offrirgli una tournee in Spagna,
a Madrid, il musicista andò lo stesso. Nella città madrilena,
racconta un aneddoto, durante una prova di abilità, costrinse il
mandolinista avversario ad ammettere pubblicamente la propria
sconfitta. Nella ricca anneddòtica legata al suo "mito", si
racconta inoltre di una gara mandolinistica svoltasi nel 1922 ad
Acireale nella tenuta di un noto politico del luogo. Nella città
ionica, Gioviale diresse l'orchestra a plettro formata da 19 elementi
che si aggiudicò la gara sbaragliando tutte le altre formazioni
orche-strali che costituivano il meglio dei mandolinisti Siciliani.
Gioviale ebbe modo di "catturare", come ci riferisce ancora
il Fiducia in un articolo commemorativo scritto nel 1969 a vent'anni
dalla morte, le simpatie del maestro Leopoldo Mugnone.
Questo
direttore d'orchestra che godeva fama di "duro" e
"scorbutico" dopo la mirabile esecuzione della serenata del
secolo atto dell'Otello", rivolgendosi a Gioviale che l'aveva
eseguita, così si sarebbe espresso: "Ho diretto un centinaio di
volte il capolavoro Verdiano, ma una serenata come questa, così
eseguita, fu sempre prima d'ora un ardente desiderio". Gioviale
amava viaggiare: l'Africa, l'Inghilterra, la Spagna, l'Austria, le
tappe principali della sua carriera. In Italia suonò a
Torino,
Milano, Roma, Genova e Palermo. Poi negli Stati Uniti.
Nel
corso della sua permanenza a New York, dal 1926 al 1929, conquistò
un'altissima reputazione in campo concertistico e discografico. Nel
suo repertorio, oltre a Frontini, Emanuel Calì e alle proprie
composizioni caratterizzate dalle "acrobatiche" esibizioni,
vi furono: Bellini, Mozart, Grieg, Ponchielli, Verdi, Mendelsson,
Mascagni. Ma l'opulenza del nuovo continente e soprattutto il
rafforzarsi dei ritmi estranei alla sua cultura musicale; forse anche
tanta nostalgia della sua terra, lo convinsero a tornare. la sua fama
ha ormai raggiunto l'apice: è membro della Federazione Italiana del
Plettro; suona e dirige nelle orchestre a plettro siciliana e romana;
entra a far parte dell'orchestra Toscanini alla "Scala".
A
Catania, prese parte ad una trasmissione radiofonica settimanale a
diffusione nazionale intitolata: "I canti dell'Etna".La
sospensione del programma per "riduzione di autonomia", si
disse, dovette incidere notevolmente sulla sua decisione di ritornare
negli Stati Uniti. Era in attesa delle apposite autorizzazioni per
l'espatrio, quando si manifestò il tumore al polmone che in breve
tempo lo avrebbe condotto alla morte. L'ultimo concerto lo tenne al
club della stampa nel febbraio del 1949.
Scrisse
moltissime opere per mandolino, quasi tutte polke, valzer e mazurche
incise nelle migliori case discografiche. Tra queste ricordiamo le
più note: "Viale fiorito"; "Ritornando da
Vienna"; "Biancuccia"; "Allegra compagnia;
"Occhi di bambola"; "Amorino"; "Balliamo
l'ultima mazurca"; "Serate primaverili"; "L'ultimo
amore". Due storici e scrittori, in particolare, si occuparono di
lui: Francesco Granata e Saverio Fiducia. Un fatto è certo: la figura
artistica di Gioviale andrebbe meglio approfondita; se non altro
perché quella sua abilità tecnica che aveva conferito al man-dolino
una voce così speciale, non vada perduta per sempre. Una strada alla
periferia della città, è tutto quello che Catania fino a questo
momento gli ha saputo dedicare: ben poca cosa, forse, per un
mandolinista che suonava la "Lucia di Lammermoor" in sei
diverse voci, facendo esplodere la platea di scroscianti e prolungati
applausi.
Santo
Privitera
http://www.federmandolino.it/gioviale.htm
|

Ed
ora quello che ormai è diventato un fenomeno: la musica a Catania. Da
anni è diventata una città sonora, molto sonora. E' noto a tutti,
Catania è diventata una fucina di talenti, una Nashville del Mediterraneo,
una Menphis del Sud, che sforna continuamente musica passando dal jazz al
country, dal rock al folk. L'Etna cova questi geni musicali nelle sue viscere
da sempre sottoforma di pub, ritrovi e marciapiedi. Qui la gente suona, suona
tantissimo e tante piccole Carmen Consoli sono pronte a farsi ascoltare. Lei
cominciò proprio così. Eppure ogni iniziativa volta ad offrire arte pura
deve elemosinare annualmente presso i Palazzi per ottenere angusti e modesti
spazi, aiuti che non arrivano quasi mai. Credo che tutto questo meriti più
attenzione da parte di istituzioni che, al contrario, non hanno
"orecchio" o fanno finta di non averlo.
Oltre agli evergreen
degli anni Settanta, si aggiungono i nomi che vedete sotto e che hanno
portato Catania in alto. Ma qui c'è qualcosa che affascina anche altre Star
della musica nostrana e internazionale: Lucio Dalla da molti anni ha casa a
Milo e non per moda o per investimento. Ormai qui è di casa, Catania la
vive, produce il suo Stronzetto dell'Etna, lo si può incontrare in città mentre prende la granita o dietro il
fercolo di Sant'Agata il 5 febbraio. E perchè Mick Hucknall dei Simply Red
vuole produrre vino proprio a Sant'Alfio? E Vasco Rossi che prende casa a
Valverde? E Amedeo Minghi che vuole trasferirsi alle pendici dell'Etna?

CARMEN
CONSOLI
La
sua carriera di musicista parte dalla città etnea dove l'artista si
esibisce in vari pub con la band Moon Dogs's Party. Dopo brevi apparizioni
televisive presso emittenti locali e nazionali (partecipò alla
trasmissione tributo per Mia Martini, condotta da Michele Santoro),
l'incontro felice con il produttore Francesco Virlinzi e il conterraneo
Mario Venuti la fanno sbarcare sul palco del Festival di Sanremo 1996 nel
1996 con la canzone "Amore di plastica" contenuta nell'album Due
parole.
Ottimo
successo per la critica, la grinta di questa ragazzina che imbraccia la
chitarra e sussurra urli a metà tra Dolores O'Riordan (voce dei
Cranberries) e Janis Joplin la portano direttamente in finale,
conferendole il titolo di Big nell'edizione del 1997 alla quale si
presenta con il singolo "Confusa e felice" inclusa nell'omonimo
album. Comincia un nuovo tour in giro per l'Italia, dopo l'esperienza in
veste di supporter ai concerti di Raf durante l'inverno.
|
In
bianco e nero
(Carmen Consoli)
Guardo
una foto di mia madre
era felice avrà avuto vent'anni
capelli raccolti in un foulard di seta
ed una espressione svanita
Nitido scorcio degli anni sessanta
di una raggiante Catania
la scruto per filo e per segno e ritrovo
il mio stesso sguardo
E pensare a quante volte
l'ho sentita lontana
E pensare a quante volte…
Le avrei voluto parlare di me
chiederle almeno il perché
dei lunghi ed ostili silenzi
e di quella arbitraria indolenza
puntualmente mi dimostravo inflessibile
inaccessibile e fiera
intimamente agguerrita temendo
l'innata rivalità
Le avrei voluto parlare di me
chiederle almeno il perché……
Le avrei voluto parlare di me
chiederle almeno il perché ……
|
|
Il
nuovo rock italiano fa proselitismo. È l'autunno del 1998 quando esce un
album travolgente e dai toni stridenti: Mediamente isterica.
Il
successo al grande pubblico giunge nel 2000 quando ritorna a Sanremo con
un look tutto nuovo, taglio corto e colorato, presentando la canzone
"In Bianco e nero" che sancisce l'uscita negli stessi giorni del
quarto album: Stato di necessità. È con canzoni come "Parole di
burro" e "L'ultimo bacio" (già colonna sonora dell'omonimo
film di Gabriele Muccino che la vuole nel cast in un piccolo cameo) che
cattura l'attenzione del pubblico italiano.
Sound
soft e melodico anche per il quinto disco di inediti L'eccezione del 2002
che segue una raccolta live L'anfiteatro e la bambina impertinente
registrato in CD e DVD presso il Teatro Greco di Taormina. Il 23 ottobre
2002 registra il primo showcase italiano di MTV, che uscirà poi con il
titolo "Un sorso in più", nel quale presenta in anteprima
alcuni brani de "L'Eccezione".
Ha
scritto per Paola Turci il testo di "Saluto l'inverno",
presentato al Festival di Sanremo del 2001. Nell'estate dello stesso anno
è seguito un tour con Max Gazzè e con la stessa Turci. Tra i duetti,
celebre è quello con Mario Venuti in "Mai come ieri". Ha
firmato inoltre il brano "Cambio stagione" cantato da Ron in cui
riecheggia il rapporto con suo padre.
Il
suo nuovo album "Eva Contro Eva" è uscito il 12 maggio 2006. Il
nuovo lavoro discografico è stato anticipato il 21 aprile con l'airplay
del nuovo singolo "Signor Tentenna".
Dal
suo fanclub: Carmela Carla Consoli,ormai conosciuta da tutti con il
nome d'arte di Carmen Consoli, nasce il 4 settembre 1974 a San Giovanni La
Punta, in provincia di Catania, da Maria Rosa e Giuseppe Consoli. Talento
precocissimo, ha preso esempio soprattutto dal padre, ottimo suonatore di
chitarra che le ha trasmesso i rudimenti dell'arte musicale. Già a
partire dai quattordici anni Carmen era una vera e propria forza della
natura. Il pubblico, nonostante la giovane età, non le procurava alcuna
soggezione e si è da sempre trovata a suo agio sul palco, come potrebbero
testimoniare le persone la sentivano cantare fino a notte fonda nei pub e
nei locali catanesi con un gruppo chiamato "Moon's dog party".
Una vita da rockstar in erba che mal si conciliava con l'impegno
scolastico, anche se la brava Carmen ha sempre fatto di tutto per
rispettarlo (ha frequentato l'istituto di ragioneria con indirizzo
programmazione). Finalmente nel 1995, chiamata dalla Cyclope Records,
collabora per la realizzazione di un cd tributo a Franco Battiato
(intitolato "Battiato non Battiato"), cantando
"L'animale". La sua voce è inconfondibile e rimane decisamente
impressa a chiunque abbia avuto modo di sentirla la prima volta. Nel 1995
partecipa a Sanremo giovani con la canzone "Quello che sento",
presentata dal concittadino Pippo Baudo. Si era già iscritta
all'università in Lingue e aveva preparato 3 esami, ma nel 1996 arriva la
chiamata a Sanremo, dove presenta la canzone "Amore di
plastica", scritta con la collaborazione di Mario Venuti, e lascia
perdere gli studi. Francesco Virlinzi, produttore e fondatore della
Cyclope Records, dopo l'esordio a Sanremo produce il suo primo cd, uscito
nel 1996 e, nello stesso anno realizza i video di "Amore di
plastica" e "Lingua a sonagli". Dopo l'enorme successo
Carmen si ripropone a Sanremo nel 1997 con il brano "Confusa e
felice", divenuto ormai un suo cavallo di battaglia e che verrà
utilizzato anche come colonna sonora dello spot del profumo RoccoBarocco.
Il secondo album solista, uscito sulla scia del grande successo ottenuto
dal singolo conferma la salda posizione che Carmen ha raggiunto nei cuori
di tanti fan, tanto è vero che si aggiudica il tanto sospirato disco di
platino. Un riconoscimento che per un artista italiano è una vera
rarità. Nel 1998 è il momento di un duetto con Mario Venuti, ex leader
dell'ormai inesistente gruppo dei Denovo. Il titolo è "Mai come
ieri": il lancio del pezzo è accompagnato da un videoclip, cosa
anch'essa non così scontata per gli artisti nostrani, che soffrono di
cronica carenza di mezzi e di risorse . Nello stesso anno vede la luce
dunque anche il terzo cd, "Mediamente isterica", il titolo che
le porterà maggior fortuna e che verrà celebrato in un mitico tour in
tutta Italia. Tra il 1998 e il 1999 produce anche tre video dalle canzoni
di quest'ultimo album ("Besame Giuda", 1998; "Eco di
sirene", 1999; "Autunno dolciastro", 1999). Intanto, dopo
le grandi fatiche di quell'anno così intenso, la cantante catanese si
prende una pausa di riflessione e diserta le edizioni sanremesi del '98 e
del '99, tornando però alla ribalta alle soglie del 2000 con "In
bianco e nero", sempre ottimamente piazzato nelle classifiche
italiane. Malgrado il vasto suiccesso in veste solistica, Carmen non ha
mai scordato le collaborazioni, una "pratica" che l'intensa
cantautrice predilige particolarmente. Innumerevoli gli artisti che hanno
avuto l'onore di averla accanto: oltre al già citato Mario Venuti,
nell'elenco si trovano anche La Crus, Irene LaMedica, Paola Turci, Natalie
Merchant, Lula, Marco Parente, Nuovi Briganti, Francesca Lago e altri
ancora. Il suo quinto cd "Stato di necessità" ha goduto di un
lancio più internazionale, contando anche su una versione pensata apposta
per il mercato francese in cui ad esempio si trovano versioni di
"Bambina impertinente" (che diventa "Gamine
impertinente"), "Parole di burro" (trasformata in "Narcise"),
e una cover di Serge Gainsbourg "JE suis venu te dire que je m'en
vais".
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ufficiale


FRANCO
BATTIATO
Franco
Battiato (nato a Jonia di Riposto, in provincia di Catania, il 23 marzo
del 1945) è un cantautore, musicista, pittore (con lo pseudonimo Süphan
Barzani) e regista cinematografico italiano.
Personalità
tra le più eclettiche e originali espresse nel panorama italiano negli
ultimi decenni, ha attraversato molteplici stili musicali: gli inizi
romantici, la musica sperimentale, l'avanguardia colta, l'opera lirica, la
musica etnica, il rock progressivo e la musica leggera riuscendo sempre a
cogliere un grande successo di pubblico, avvalendosi di collaboratori
eccezionali come il violinista Giusto Pio e il filosofo Manlio Sgalambro e
costruendo una carriera ineguagliabile, che lo ha visto cimentarsi anche
nella regìa cinematografica.
Trasferitosi
a Milano nel 1965, pubblica due singoli per la rivista di enigmistica
"Enigmistica Tascabile", che proponeva come allegati dischi di
canzoni celebri interpretati da cantanti poco conosciuti, che oggi
possiedono un valore collezionistico molto alto. Il primo conteneva un
brano presentato al Festival di Sanremo del 1965 da Beppe Cardile e Anita
Harris, "L'amore è partito", al quale fa seguito una canzone già
portata al successo da Alain Barriere, "...e più ti amo".
Due
anni dopo (nel 1967), notato da Giorgio Gaber che gli procura un contratto
con la Jolly, inserendosi nel filone di "protesta" che in quel
momento andava molto di moda. Il primo singolo che incide ufficialmente fu
"La torre" a cui fa seguito "Il mondo va così". Ha
anche un esperienza come attore teatrale, recitando in un ruolo di
contorno insieme a nomi del calibro di Tino Carraro ed Elsa Merlini, in
"Molto rumore per nulla" di William Shakespeare. Collabora
inoltre con Gaber scrivendo la famosa "...e allora dai!",
presentata al Festival di Sanremo del 1967 e "Gulp Gulp", sigla
della trasmissione televisiva Diamoci del tu.
Nel
1968 cambia casa discografica, passa alla Philips e abbandona anche il
genere di protesta per incidere dischi romantici più immediati e di
facile consumo. Registra due brani che la casa discografica olandese
pubblicherà soltanto nel 1971 ("Vento caldo" e
"Marciapiede") e ottiene un discreto successo con "È
l'amore", nel quale l'arrangiamento classicheggiante al pianoforte e
una voce accorata lascia già intravedere quello che sarà il Battiato
futuro. Nel 1969 partecipa con ottimi risultati al Disco per l'estate con
il brano "Bella ragazza" (insieme a lui c'era anche un'altra
cantante destinata poi alla celebrità, Fiorella Mannoia).
Sarà
l'incontro con il musicista d'avanguardia Juri Camisasca a dare una prima
brusca svolta alla sua carriera. Collabora nel 1970 a uno dei pochi
esperimenti di rock psichedelico italiano con il gruppo Osage Tribe,
autore di un solo omonimo album ma leggendario, la cui copertina
(raffigurante una testa di bambola con la bocca sanguinante) fece epoca.
Dal
1971 si dedica alla musica sperimentale con ampio uso di elettronica con
una serie di album leggendari per l'etichetta Bla-Bla: Fetus (1972, con
un'altra famosa copertina, all'epoca censurata), Pollution (1973), Sulle
corde di Aries (1973), Clic (1974) e M.elle le Gladiator (1975). Un brano
di questo primo periodo, Propriedad prohibida (1974) viene utilizzato
ancora oggi come sigla del programma Tg2 Dossier. Media:Esempio.mp3
Nel
1976 passa alla Ricordi e si dedica all'avanguardia colta con tre album
pochissimo venduti ma apprezzati dalla critica: Battiato (1977), Juke Box
(1978) e L'Egitto prima delle sabbie (1978). Con Zâ, esperimento con un
solo accordo ripetuto al pianoforte, si aggiudica nel 1977 il Premio
Stockhausen di musica contemporanea.
Licenziato
dalla Ricordi, con il passaggio alla EMI nel 1979 torna alla canzone con
echi orientali senza mai cedere al gusto imperante, e ottiene uno
straordinario e meritato successo di pubblico in album come L'era del
cinghiale bianco (1979), Patriots (1980), La voce del padrone (1981, il
primo 33 giri italiano a superare il milione di copie vendute), L'arca di
Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi (1985),
Fisiognomica (1988), Giubbe rosse (1989, il suo primo album live), Come un
cammello in una grondaia (1992), Cafè de la Paix (1993) e L'ombrello e la
macchina da cucire (1994), l'ultimo album per la EMI, realizzato su testi
del filosofo Manlio Sgalambro, che diventerà in seguito suo stretto
collaboratore.
Parecchi
suoi brani sono entrati a pieno diritto nella storia della musica, non
solo italiana: basta citare L'era del cinghiale bianco, Il re del mondo,
Up patriots to arms, Prospettiva Nevskji, Bandiera bianca, Centro di
gravità permanente, Cuccuruccuccu, Radio Varsavia, Voglio vederti
danzare, I treni di Tozeur (con il quale nel 1984 si classifica al quinto
posto dell'Eurofestival), La stagione dell'amore, La Cura e tanti altri,
compreso il celebre Povera patria, una durissima requisitoria contro il
potere politico e il potere in generale. Nella sua musica si avverte una
profonda e costante ricerca di spiritualità: da citare su tutti E ti
vengo a cercare, L'oceano di silenzio e L'ombra della luce.
Determinante
è il suo contributo al lancio della cantante Alice, che vince il Festival
di Sanremo nel 1981 con Per Elisa e con la quale realizza numerosi L.P., a
partire da Caponord (1980) fino a Viaggio in Italia (2005)
Con
Giuni Russo, cantante lirica e leggera di eccellenti qualità vocali,
ottiene grande successo estivo con Un'estate al mare (1982). Il momento più
importante della collaborazione con questa artista è comunque la
realizzazione dell'album Energie (1981), lampante esempio dei fermenti
innovativi dei primi anni '80. Con Giuni collabora fino alla prematura
scomparsa dell'artista, firmando l'arrangiamento del suo testamento
musicale, la canzone Morirò d'amore con la quale partecipa al Festival di
Sanremo nel 2003.
Non
è poi da trascurare la decisiva collaborazione agli arrangiamenti di
Giusto Pio, già violinista nell'orchestra della Rai, che realizza in
proprio alcuni album strumentali prodotti da Battiato, cogliendo un buon
successo con Legione straniera (1982). Con la versatile Milva realizza due
album di grande fascino: Milva e dintoni (1982) e Svegliando l'amante che
dorme (1989), conosciuto anche con il titolo Una storia inventata. Altri
artisti che interpretato canzoni di Franco Battiato sotto la sue diretta
supervisione sono stati Juri Camisasca, Sibilla (partecipazione al
Festival di Sanremo nel 1983 con Oppio), Farida e Ombretta Colli.
A
partire dal 1985, travolto e forse sorpreso dal successo colossale
arrivato improvvisamente (non solo italiano, ma anche spagnolo e in gran
parte dell'Europa, mentre nei paesi anglosassoni non viene altrettanto
apprezzato) si dedica all'attuazione di numerosi progetti al di fuori del
campo leggero, accolti con interesse.
Nel
1985 una propria casa editrice ed etichetta di musica etnica, L'Ottava,
compone tre opere liriche, Genesi (1987), Gilgamesh (1992), e Il cavaliere
dell'intelletto (1994), è il primo musicista occidentale a esibirsi in
Iraq, nel 1992, sotto il regime di Saddam Hussein (Concerto di Baghdad,
pubblicato nel 2006 su DVD), ed è l'autore del balletto Campi magnetici,
presentato nel 2000 al Maggio musicale fiorentino. Inoltre, tra il 1999 e
il 2002 pubblica due raccolte di cover, Fleurs e Fleurs 3, dove omaggia
diversi celebri brani di fine anni '60 e '70 che lo hanno influenzato.
|
Stranizza
d'amuri (Franco
Battiato)
'Ndo
vadduni da Scammacca
i carritteri ogni tantu
lassaunu i loru bisogni
e i muscuni ciabbulaunu supra
jeumu a caccia di lucettuli ...
a litturina da Ciccum-Etnea
saggi ginnici 'u Nabuccu
a scola sta finennu.
Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi 'nda ll'ossa
ccu tuttu ca fora c'è a guerra
mi sentu stranizza d'amuri ... l'amuri
e quannu t'ancontru 'nda strata
mi veni 'na scossa 'ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d'amuri ... l'amuri.
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|
A
partire dal 1994 inizia la collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro
e la casa discografica Virgin per album di grande successo quali
L'imboscata (1996), Gommalacca (1998), Ferro battuto (2000) e Dieci
stratagemmi (2004). I brani di questo periodo sono meno fruibili, forse di
sonorità più ostica per il grande pubblico il quale però continua a non
abbandonarlo, e con ragione, a partire dalla straordinaria La cura
(dichiarato nel 1996 miglior brano dell'anno e nel 2005 votato come
miglior canzone d'amore degli anni '90), quindi Strani giorni, Shock in my
town, Il ballo del potere, Running against the grain (cantato insieme a
Jim Kerr del complesso dei Simple Minds) Ermeneutica e Tra sesso e castità.
Nel 2005 viene rilasciato il live Un soffio al cuore di natura elettrica
registrato al Nelson Mandela Forum di Firenze il 17 febbraio 2005.
Attorno
al 1990, Franco Battiato inizia a cimentarsi nella pittura, mediante una
specie di esperimento di autoanalisi e miglioramento di sè stesso.
Dipingendo, Battiato vuole verificare che l'abilità nel disegno e nella
pittura non siano caratteristiche innate nella persona umana, come molti
critici invece sostengono. Dopo un periodo di ricerca, adotta quindi
l'ideale pratica artistica associata alla sua facoltà pittorica.
Dal
1993 la sua attività nella pittura lo porta ad organizzare mostre
personali in Italia e nel mondo, in città come Roma, Catania, Firenze,
Stoccolma, Miami e Goteborg; una delle sue mostre è stata organizzata in
collaborazione con Piero Guccione. Dall'inizio della sua attività ha
prodotto circa ottanta opere firmandosi con lo pseudonimo di Süphan
Barzani; nelle sue pitture, prodotte su tele o tavole dorate, predilige
tecniche di pittura ad olio e utilizzi di terre e pigmenti duri. Le
copertine e i libretti di Fleurs, Ferro battuto e dell'opera lirica
Gilgamesh sono alcuni esempi della pittura di Battiato.
Il
rapporto di Franco Battiato con la settima arte inizia negli anni
Settanta, dopo l'unica esperienza come attore teatrale avvenuta nel 1967.
Già nel 1973 appare occasionalmente e non accreditato come attore nel
film di Corrado Farina Baba Yaga, interpretato da Carrol Baker. Compone
diverse colonne sonore, collaborando soprattutto col veronese Giacomo
Battiato (omonimo ma non parente), nello sceneggiato Brunelleschi (1974) e
nel film Una vita scellerata (1990) imperniati sulle figure di Filippo
Brunelleschi e Benvenuto Cellini, e quindi con il conterraneo Pasquale
Scimeca, firmando le musiche del film Il giorno di San Sebastiano (1992).
Alcuni suoi brani vengono utilizzati da Antonello Aglioti nel film Il
giardino dei ciliegi (1992), dove l'attrice Marisa Berenson esegue Luna
indiana, e soprattutto Nanni Moretti, che lo cita esplicitamente in Bianca
(1983, con il brano Scalo a Grado) e Palombella rossa (1989, con il brano
E ti vengo a cercare).
Le
sue aspirazioni di regìa iniziano già nel 1979, quando comincia a
dirigere tutti i suoi videoclip, raccolti in gran parte nella VHS Dal
cinghiale al cammello (1992) e ristampata in DVD con il titolo Dal
cinghiale al cammello - The Video Collection (2004). Nel 2003 scrive,
dirige e sceglie le musiche per il suo primo film a soggetto: Perdutoamor,
in larga parte autobiografico, con il quale si aggiudica il Nastro
d'Argento come miglior regista esordiente. A marzo 2006 è uscito nelle
sale il suo secondo film: Musikanten, imperniato sugli ultimi quattro anni
di vita del grande musicista Ludwig van Beethoven.
Nel
giugno 2006, alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, annuncia il suo terzo
film, sempre scritto con Manlio Sgalambro: Niente è come sembra,
interpretato da Giulio Brogi.
Franco
Battiato è apparso molto di rado sul piccolo schermo. Evita con grande
accuratezza di essere ospite in trasmissioni leggere (uniche eccezioni,
con Fabio Fazio nel programma Che tempo che fa, trasmesso da Raitre,
Quelli che il calcio su Raidue con Simona Ventura) e Il Tornasole con
Andrea Pezzi; concede invece interviste in occasione dell'uscita dei suoi
lavori e presta il proprio nome a campagne di solidarietà sociale. Nel
1988 appare insieme ad altri cantanti e musicisti come Gianni Morandi,
Giorgio Gaber, Ombretta Colli e Franz Di Cioccio nel film per la
televisione Una donna tutta sbagliata, diretto da Mauro Severino e con
protagonista Claudia Koll. Nel dicembre 2004 esordisce come presentatore
di un programma culturale in sei puntate, del quale è anche il curatore:
Bitte, keine réclame (Spiacenti, niente pubblicità) andato in onda sul
canale satellitare Rai Doc.
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MARIO
VENUTI
Mario
Venuti (nato a Siracusa il 28 ottobre 1963, ma catanese di adozione) è un
cantautore italiano di musica leggera.
La carriera artistica di Mario Venuti inizia con la consueta gavetta in
diverse cover bands, con le quali gira per i locali catanesi; la svolta
all'inizio degli anni '80, quando incontra i fratelli Madonia (Gabriele e
Luca) e Toni Carbone, con i quali, nel 1982, inizia l'avventura dei Denovo.
Il
sodalizio artistico tra i quattro durerà meno di un decennio e, nel 1990,
con all'attivo 4 album, un EP, centinaia di concerti e unanimi consensi da
parte di pubblico e critica, i quattro decidono di porre fine
all'esperienza dei Denovo.
Dopo
lo scioglimento del gruppo trascorrono tre anni prima del debutto da
solista. È il 1993 e l'album, trainato dal singolo Fortuna (brano che
vanta due cover, una in portoghese, ad opera dei Brazilian Love Affairs, e
un altra a cappella, eseguita dai Neri per Caso), si intitola Un po' di
febbre. Il lavoro, un eterogeneo quanto interessante insieme di pezzi pop
d'autore, viene accolto positivamente dalla critica.
La
positiva impressione viene confermata dal successivo Microclima del 1996
(insignito del premio Max Generation). È un album intenso e raffinato, in
cui l'amore per le sonorità sudamericane è ancora più evidente.
Nello
stesso anno, suggerisce all'amico Francesco Virlinzi, patron della Cyclope
Records, un interessante progetto: un album tributo al maestro Franco
Battiato. L'album, "Battiato non Battiato", riunisce sotto il
nome di Battiato, oltre allo stesso Venuti, che si cimenta nella cover di
E ti vengo a cercare, anche un altro ex Denovo, Luca Madonia (alle prese
con Summer on a solitary beach), i La Crus, i Bluvertigo, una, allora,
sconosciuta Carmen Consoli e tanti altri artisti.
È
proprio il 1996 l'anno di inizio della collaborazione con la Consoli.
Mario scrive insieme alla cantantessa Amore di plastica, che partecipa
nella sezione giovani al Festival di Sanremo del 1996 e La semplicità,
brani contenuti nel primo
lavoro della Consoli, "Due parole".
Non sarà l'unico incontro artistico tra i due, che si reincontreranno nel
1998 per duettare nel pezzo Mai come ieri (brano di grande successo che
raggiungerà il 3° posto delle classifiche di vendita dei singoli). È il
preludio all'album omonimo. Un lavoro che abbina tracce inedite, che
propongono un Venuti più maturo ed intimista, ed altre dal vivo,
occasione per ripercorrere oltre 15 anni di carriera.
L'attenzione
ricevuta dall'album sembra aprire la strada al successo per l'artista
siciliano. Tuttavia, la scomparsa nel 2000 di Francesco Virlinzi
(produttore di Venuti), e i problemi contrattuali che ne deriveranno,
ritardano di parecchio tempo l'uscita del nuovo album.
Nel
2002 risponde alla chiamata del vecchio amico Luca Madonia, il quale ha
scritto un pezzo in pieno "stile Denovo" pensato per un duetto
con Mario. Il risultato è una piccola gemma in uno scrigno di preziosi,
la canzone si intitola In santità ed è contenuta nell'album di Luca
Madonia "La consuetudine", nel quale spiccano anche le
collaborazioni con Franco Battiato e Carmen Consoli.
Nel
2003, dopo una lunga attesa, riesce a risolvere i problemi contrattuali e,
edito da una indie catanese, Musica&Suoni, esce l'album Grandimprese.
È un lavoro, ancora una volta, di notevole spessore, meno intimista ma più
orientato verso sonorità pop e rock. Il brano di punta è Veramente, uno
degli hit più programmati dalle emittenti radiofoniche (tanto da
partecipare al "Disco per l'estate").
Nel
2004 un'altra svolta per la carriera artistica del cantatutore siciliano,
l'incontro con Pippo Rinaldi, in arte Kaballà, con il quale inizia una
collaborazione che dura tutt'oggi, collaborazione che sfocia nella
partecipazione al Festival di Sanremo di quell'anno con Crudele, brano che
si piazza al 10° posto della classifica finale della kermesse sanremese e
che vale il prestigioso Premio della Critica del Festival della canzone
italiana "Mia Martini".
Il
successo sanremese sembra essere l'occasione giusta per proiettare la
musica di Mario verso il grande pubblico, e non solo nei confronti della
critica e di un pubblico di nicchia. Tuttavia, l'idea di pubblicare un
nuovo album viene accantonata in favore di un repacking di "Grandimprese",
arricchito con il brano sanremese, altri inediti e un brano già edito,
Per causa d'amore, un ritorno alle sonorità brasiliane tanto care a Mario
Venuti, una bossa nova scritta per Patrizia Laquidara e che la cantante
vicentina di origini catanesi aveva già inserito nel suo album d'esordio
"Indirizzo portoghese".
In
attesa di completare la registrazione del nuovo album, Mario Venuti
compone brani per illustri colleghi: Echi di infinito per Antonella
Ruggiero , brano che vince nella Categoria Donne del Festival di Sanremo
del 2005, Estate in città per Raf, Non è peccato per Syria (brano che da
il titolo all'album dell'artista romana), La lingua perduta del cuore per
Nicky Nicolai (brano che troverà posto nell'album "L'altalena",
del 2006). Duetta in Pura Ambra con Joe Barbieri, con gli amici La Crus
canta La prima notte di quiete e partecipa alla realizzazione dell'album
On the air, innovativo progetto dei "Jetlag" (Livio Magnini,
Jacopo Rondinelli ed Emilio Cozzi), prestando la sua voce in Slow burn. Il
1° maggio del 2005 è sul palco del concertone di Piazza S. Giovanni a
Roma dove, tra l'altro, si esibisce insieme alla PFM in La guerra di Piero
di Fabrizio De Andrè. Durante l'estate del 2005 debutta al Teatro Greco
di Taormina nel musical "Datemi tre caravelle" (di e con
Alessandro Preziosi), nella parte di Re Fernando. Sempre nell'estate del
2005 partecipa, insieme ad altri artisti tra i quali Max Gazzè e Paola
Turci, al progetto Stazioni Lunari (vincitore del Premio MEI 2005 come
miglior progetto speciale).
Ancora
nel 2005, firma la sua prima colonna sonora; a volerlo è Christian
Bisceglia (già regista del video di Veramente), per il film Agente
matrimoniale, prodotto da Eleonora Giorgi, girato a Catania con
protagonista Nicola Savino, celebre deejay di Radio Deejay e previsto in
uscita nell'autunno del 2006.
Nel
gennaio del 2006 esce il singolo Qualcosa brucia ancora, brano che
conquista il 1° posto nella classifica del Music Control e che anticipa
di qualche mese l'uscita di "Magneti", quinto album da solista
di Mario Venuti, che viene pubblicato all'indomani della partecipazione
all'edizione del 2006 del Festival di Sanremo, dove Mario si presenta
nella categoria gruppi in compagnia degli "Arancia Sonora"
(musicisti che da anni lo accompagnano in tour e che suonano nei suoi
album), con il brano Un altro posto nel mondo. Il brano non supera la
prima fase della kermesse canora, ma la partecipazione al festival è
comunque un'ottima vetrina, il brano risulta essere tra i più trasmessi
dalle radio.
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VINCENZO
SPAMPINATO
Fin
da giovanissimo Vincenzo Spampinato studia musica e suona in diversi
gruppi, spaziando dal rock al pop sperimentale, fusion e world music. E'
di quegli anni la sua partecipazione, appena sedicenne, al raduno
internazionale Palermo pop ’70 .
Presente sulla scena artistica degli anni ’70, ’80 e ’90 come
interprete della canzone d’autore, con le più prestigiose case
discografiche.
Nel 1978 è secondo al FestivalBar, nel 1979 vince il premio come miglior
paroliere, molteplici le sue tournée in tutti i maggiori teatri e
palasport italiani.
Singolari i due tour con Vasco Rossi, Fortis, Ferradini ('Primo concerto'
1979) e con i New Trolls (1981).
Nel 1991 canta in coppia con i Matia Bazar al Cantagiro, con la canzone "Antico
suono degli dei". Nel 1993 vince il Premio Tenco con l'album "L'amore
Nuovo" e, per l'occasione, duetta con Lucio Dalla e Franco
Battiato.
Non solo musicista, Spampinato s’interessa, come cultore della danza
(alle spalle scuole di mimo, drammatizzazione, dizione, fonazione,
creatività pubblicitaria) del teatro e d’ogni forma artistica.
E’ anche Ispettore Onorario dei Beni Culturali. Sulle orme di Schaeffer,
Henry, Cage, da tempo percorre le strade sperimentali della Musica
Concreta.
Come compositore ha prodotto brani, (milioni di dischi al suo attivo) che
sono stati interpretati, tra gli altri, da Fausto Leali, Irene Fargo,
Milva, Viola Valentino, Riccardo Fogli. Diversi i successi per Viola
Valentino tra cui "Sola" e "Arriva Arriva"
(Sanremo 1983). Suoi anche molti successi di Riccardo Fogli tra cui "Sulla
buona strada" (Sanremo 1985) e "Per Lucia" (Eurofestival
1983).
Curioso un secondo posto allo Zecchino d’oro del 1987 come autore della
canzone "Il mio grande papà". Versatile autore di
colonne sonore per film, spot pubblicitari, sigleTV, danza, teatro, alta
moda… tra le tante: Premio Regia Televisiva (RAI Uno Teatro Ariston anni
90); 'Di penna e di spada' (sceneggiato su Nino Martoglio per RaiTre);
Sorrisi, inno per lo spot del settimanale TV sorrisi e canzoni (primo
posto nelle classifiche di vendita nel 1984); 'Delito sull'autostrada',
film di Sergio Corbucci con Tomas Milian.
Nella sua carriera anche successi all’estero. Nei primi anni ’80, in
Spagna, il cantante Gonzalo interpreta "Mujer de un dia",
successivamente nei paesi del Sud America, Sebastian Casanova porta al
successo la versione spagnola di "Innamorati di me" con
la quale Spampinato ha partecipato al FestivalBar del 1981.
Ma il successo più clamoroso lo ottiene con "Quiero un angel"
in Venezuela, dove la cantante Kiara resta in vetta alla classifica per
mesi e mesi.
Nel 2001, Patrizia Bulgari esce in Grecia con "La tarantella di
Socrate", un Cd con varie canzoni di Vincenzo. Altre sue canzoni
vengono tradotte in Africa e in Cina.
La Bastogi editrice ha pubblicato, "Lettere mai spedite", la sua
biografia.
Da qualche anno collabora con i Rondò Veneziano, diretti da Giampiero
Reverberi, grande arrangiatore del mitico Lucio Battisti. Con loro ha
realizzato parte di "Kokalos.3", un Cd interamente in
lingua siciliana amalgamando la world mediterranea con le preziose armonie
della singolare orchestra, un’unione che ha rispolverato l’antico
amore di Spampinato per la musica classica. "Kokalos.3"
è stato presentato con successo al Midem di Cannes nel 2000, e presto
uscira' in Korea e Giappone.
Chi
non ricorda Vincenzo Spampinato, dominatore della scena artistica degli
anni Settanta/Ottanta con una serie di hit di successo?
È sera, Innamorati di me, tra i primi successi (nel 1978 con E' sera si
piazza al secondo posto al Festivalbar)
firma canzoni di successo per
Riccardo Fogli Per Lucia, con
cui partecipa all'Eurofestival e Torna a sorridere e Viola Valentino (
Sola) con Maurizio Fabrizio,
firma la sigla degli spot
televisivi di Sorrisi e canzoni. Fin da giovanissimo studia musica e suona
in diversi gruppi, spaziando dal rock al pop sperimentale, fusion e world
music.
Appena
sedicenne, col gruppo del fratello “ I Rovers “, partecipa al raduno
internazionale “ Palermo pop ’70 ”,la prima ed unica “ woodstock”
europea.
Nel
1979 vince il premio come miglior paroliere, partecipando, alle più
importanti trasmissioni televisive, da “Domenica in” a “Pronto
Raffaella”.
Molteplici
le sue tournée in tutti i maggiori teatri e palasport italiani.
Singolari
i due tour con Vasco Rossi, Fortis, Ferradini ed altri (“Primo
concerto” 1979) e con i New Trolls (1981). E' con lo pseudonimo di Peter
Pan che pubblica Rime tempestose, disco semplice e piacevole con
arrangiamenti molto curati.
Nel
1989, una nuova uscita: Dolce amnesia dell’elefante che contiene canzoni
scorrevoli con molta melodia, tipicamente mediterranea, e due ispirate
canzoni in siciliano, Veni ‘cca e Iè a terra mia. L'anno successivo è
la volta di Antico suono degli dei in cui collabora Alfio Antico, il,
pastore di Lentini artista del
tamburello. Notevole l’impiego di zampogne, mandolino, cornamusa, arpa
celtica e un’intera orchestra di archi. Molti i brani in evidenza. Nel
1992, esce il disco che forse lo rappresenta al meglio: L’amore nuovo.
Nel disco, dove si parla di Ustica, di mafia, di tangenti, oltre ai
vocalizzi di Lucio Dalla nel finale del brano Bella e il mare,
duetta con Franco Battiato in L’amore nuovo. Curiosa la danzante
Velenoso riso dalla strumentazione acustica, con flauto, tammorra e un
corpo bandistico. Negli anni '90 pubblica altri due lavoro: Judas del 1995
- che contiene canzoni dalla struttura essenziale in cui sono meno marcate
le sonorità etniche - e Il
raccolto del 1997.
Nel 2000
esce Kokalos.3 disco interamente in lingua siciliana in cui amalgama la
world mediterranea con le preziose armonie del Rondò Veneziano, che
collabora in alcuni brani. Nel 2002 I diritti dell’uomo (e una canzone
d’amore) opera a sfondo sociale dedicata al tema della violazione dei
diritti dell’uomo, realizzato con il patrocinio dell’Intergruppo
parlamentare per i diritti umani e civili dell’ARS. Nel disco c’è
spazio per una sola canzone d’amore, Bella don’t cry. Una parte dei
ricavati della vendita è stata devoluta alla Federazione Internazionale
dei Diritti dell’uomo della Sicilia e all’Associazione Telefono
Arcobaleno.
Non
solo musicista, s’interessa, come cultore della danza (alle spalle
scuole di mimo, drammatizzazione, dizione, fonazione, creatività
pubblicitaria) del teatro e d’ogni forma artistica.
Sulle
orme di Schaeffer, Henry, Cage, da tempo percorre le strade sperimentali
della “Musica Concreta”(l’uso di suoni della natura e rumori,
intrecciati con le melodie e le armonie ) la cosidetta “Tape-music”.Nella
sua carriera anche successi all’estero. Nei primi anni ’80, in Spagna,
il cantante Gonzalo interpreta “Mujer de un dia”, successivamente nei
paesi del Sud America, Sebastian Casanova porta al successo la versione
spagnola di “Innamorati di me” con la quale Spampinato ha partecipato
al FestivalBar del 1981.
Ma
il successo più clamoroso lo ottiene con “Quiero un angel” in
Venezuela dove la cantante Kiara resta in vetta alla classifica per mesi e
mesi. La stessa canzone in italiano, aveva dato notorietà e
successo alla giovane esordiente Valentina Gautier prodotta da Shel
Shapiro, leader dei Rokes. Negli anni ’90, in “compilation” con
altri artisti(tra i tanti anche Ramazzotti), per la DDD, esce in Germania
e in tutto il nord-Europa. Nel 2001, Patrizia Bulgari esce in Grecia con
“La tarantella di Socrate” un CD con varie canzoni di Vincenzo. Altre
sue canzoni vengono tradotte in Africa e in Cina.
Da
15 anni è socio alla SIAE ( Società Italiana degli Autori ).
E’
anche Ispettore Onorario dei Beni Culturali.
La
Bastogi editrice ha pubblicato "Lettere mai spedite", la sua
biografia.
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ufficiale


MARIO
BIONDI
Enrico
Bettinello - Un passo avanti e uno indietro per la
sempre fervida scena nu-jazz italica.
Il
passo avanti: finalmente una voce maschile davvero degna di nota, quella
del catanese Mario Biondi, qui al suo disco di esordio, Handful of Soul.
Artista dalla solida esperienza come turnista, Biondi ha un timbro scuro e
pastoso che fa riferimento direttamente a quel soul confidenziale e un po'
gaglioffo in cui la componente ormonale fa la sua bella parte, ma riesce a
metterlo a servizio di una linearità asciutta.
Il
repertorio del disco è scelto con accuratezza: riletture classiche ma non
abusate come quella di “On A Clear Day” o “Slow Hot Wind”,
puntuali cuciture r&b con “I’m Her Daddy” di Bill Withers,
addirittura l'Al Kooper di “I Can’t Keep From Crying Sometime”, si
affiancano ad alcuni originali, tra i quali spicca il notevole - e già
collaudato - singolo “This Is What You Are”.
Nell'affrontare
i brani Biondi dimostra gusto e sicurezza, non calca mai la mano e tutto
il lavoro è costruito su un ampio respiro tra le parti cantate e quelle
strumentali. Ma proprio l'aspetto strumentale costituisce il passo
indietro cui si accennava sopra: gli High Five, quintetto ormai collaudato
della scena nazionale, composto da ottimi strumentisti come il
sassofonista Daniele Scannapieco o il trombettista Fabrizio Bosso, suonano
il tutto in maniera impeccabile, ma non c'è in tutto il disco un solo
momento di originalità.
La
scelta di non percorrere l'ormai abusato terreno elettronico - che tanto
onore ha portato alla stessa etichetta, la Schema e al suo esponente più
famoso, Nicola Conte - è idea in partenza tutt'altro che disprezzabile,
ma se l'esito deve essere quello di riprodurre [per quanto in maniera
impeccabile, o forse sarebbe meglio dire “e per di più” in maniera
impeccabile, si ascolti ad esempio il pezzo di Withers, troppo “pulito”
nonostante la notevole prestazione di Biondi] sonorità e idee di decenni
fa, il senso del tutto incomincia a sfuggire.
Che
la scena sia sempre stata improntata a un certo “classicismo” non è
una novità e si ricollega a quella forte nostalgia - da noi sottolineata
più volte - di tempi e musiche “mitizzate”, rese paradigmatiche da
una concomitanza di fattori. Ma si rischia di non superare quest'impasse
espressiva se non si esce dalla stretta dinamica di una generica coolness,
fatta di party e martini, ball-chairs e croccanti vinili di Lou Rawls [tra
l'altro meravigliosi!].
Si
rimane quindi con la sensazione [che più che sensazione è realtà] del
già ascoltato, ci si pasce nella piacevolezza complessiva, ma spiace che
musicisti dotati di simili doti non osino di più. Anche perché un timbro
come quello di Mario Biondi sembra possedere tutte le carte in regola per
portare un determinato tipo di vocalità dentro scenari sonori di più
stringente contemporaneità.
Qui
non si tratta di esaltare il “nuovo ad ogni costo” o di negare la
fortissima dialettica con la tradizione di cui vibrano le musiche di più
stretto riferimento di “Handful of Soul”, ma di non negare le
possibilità che l'inserimento di elementi nuovi possa essere vivificante
senza togliere smalto alla qualità interpretativa dei singoli - cui
sembra talvolta si tenga di più che all'esito collettivo.
Le
possibilità ci sono e come, Mario Biondi è davvero bravo, non fateci
attendere troppo!
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GIANNI
BELLA
Nato
a Catania nel 1947, dopo aver guidato come cantante e chitarrista alcuni
gruppi catanesi, alla fine degli anni '60 si trasferisce al nord seguito
della sorella Marcella, che ha ambizioni come cantante. Nel 1972 il brano
Montagne verdi, firmato da Bella per la musica e da Giancarlo Bigazzi per
il testo, partecipa al Festival di Sanremo e sale in vetta al le
classifiche di vendita. Marcella si impone quindi come una delle cantanti
italiane di maggiore successo e il suo repertorio è quasi per intero
composto dal binomio Bigazzi-Bella. Fra i brani più famosi Un sorriso e
poi perdonami, Mi...ti...amo, Io domani, Nessuno mai. Contemporaneamente
anche Gianni comincia la propria carriera solista, sempre con l'aiuto del
paroliere Bigazzi, e subito ottiene un buon esito col singolo Più ci
penso che rimane più di 3 mesi nella top ten italiana del 1974. Due anni
dopo Gianni Bella domina le classifiche estive con Non si può morire
dentro, e vince il Festivalbar. Nel 1978 si impone nuovamente nella stessa
manifestazione col brano No. Nel 1981 partecipa al Festival di Sanremo col
brano Questo amore non si tocca. Il limite dei brani del periodo sono
soprattutto i testi di Bigazzi. In alcuni brani dell'album Toc toc si
sfiora frequentemente il ridicolo. ("... e quando vieni qui non ti
spogliare / perchè anche un uomo solo può dir di no..."). Negli
anni '80 continua la sua attività di autore per la sorella (tra le altre
Nell'aria del 1983) e inizia la collaborazione con Mogol, che diventa suo
paroliere. I tre dischi usciti nel decennio sono prodotti dal musicista
inglese Jeff Westley: Gb1, Una luce, Due cuori rossi di vergogna.
Partecipa al Festival di Sanremo del 1991 con il brano La fila degli
oleandri, titolo anche dell'album prodotto da Mogol. Qualche anno dopo è
la volta di Vocalist album realizzato a Los Angeles con musicisti di fama
internazionale. Alla fine degli anni '90, il duo Mogol-Bella firma i brani
del grandissimo successo di Celentano Io non so parlar d'amore, bissato
due anni dopo da Francamente me ne infischio e nel 2002 da Per sempre. Nel
2001 partecipa nuovamente al Festival di Sanremo, presentando Il profumo
del mare, titolo anche del suo ultimo album.
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GERARDINA
TROVATO
Nata
a Catania il 27 maggio 1967, Gerardina Trovato sembra essere l’artista
che ha aperto la strada alle future promesse della musica siciliana.
Figlia di artisti, eredita dal padre la passione per la chitarra e per la
canzone popolare e dalla madre, diplomata in pianoforte, riceve le prime
lezioni di musica.
Dopo
il conseguimento del diploma di ragioneria Gerry, chiamata così dagli
amici, lascia la sua città e si trasferisce a Roma dove fa le sue prime
esperienze musicali, provini, tournée come corista, incontrando delusioni
e gratifiche.
Il
suo talento è immediatamente notato da Caterina Caselli grazie alla
quale, nel ’92, firma il contratto con la Sugar e raccoglie larghi
consensi col primo singolo ''Non ho più la mia città'' che, presentata
tra le ‘Nuove proposte al Festival di Sanremo del ’93 e prodotta
artisticamente da Maurizio Malavasi, regala alla cantante il secondo posto
diventando un successo.
Nel
’93 esce il suo primo album “Gerardina Trovato” che, con
duecentomila copie vendute solo in Italia, si rivela uno dei successi dell’anno
conquistando anche il resto dell’Europa. Anche il suo secondo singolo
''Sognare Sognare''è tra i più gettonati dell’estate 1993 e nello
stesso anno la cantante col suo gruppo debuttano nei grandi stadi
affiancando Zucchero nella sua tournée. La sua carriera è in ascesa.
Prodotto
da Celso Valli, nel ’94 esce il suo secondo album ''Non è un film'' che
nel giro di poche settimane diventa di platino. Con la canzone ''Non è un
film'' (tratta dall’omonimo album) Gerardina Trovato partecipa, questa
volta tra i ‘big’, al Festival di Sanremo conquistando la quarta
posizione.
Dopo
la famosa kermesse canora, la cantante parte in tournée nei teatri
italiani con Andrea Bocelli duettando nella commovente Vivere. Coordinata
da Mauro Malavasi, nel ’95, scrive undici brani che rivelano tutta la
sua grinta, raffinatezza e dolcezza che esplodono nel suo terzo album ''Ho
trovato Gerardina''. ''Piccoli già grandi''è il grande successo della
sua ultima fatica ma di notevole effetto è anche il toccante duetto con
Renato Zero ''Eh già''. L’album è un gran successo anche all’estero,
infatti rimane in classifica nei top 30 in Olanda e in Belgio.
Nel
’97, anticipato dal singolo ''Il sole dentro'', scritto dal cantautore
napoletano Enzo Gragnaniello, esce l'album antologico ''Il sole dentro. Le
sue più belle canzoni'' con sedici brani di cui due inediti: Il sole
dentro e Nascerai. Nello stesso anno Gerardina partecipa ad un mega show
in mondo visione entrando nella top 10 dei cantanti Europei presentando
cinque brani dal vivo.
Dopo
un lungo tour per le principali città d’italia, Gerardina decide di
dedicare del tempo a sé stessa, alla sua famiglia e ai suoi amici stando
un po’ lontano dai riflettori. Nel 2000 fa di nuovo la sua apparizione
al Festival di Sanremo partecipando col brano ''Gechi e vampiri'' nella
sezione ‘Campioni’ che arriva prima nella classifica demoscopica e
sesta in quella finale. In poco tempo il suo album entra in classifica
raggiungendo le prime dieci posizioni conquistando prima il disco d’oro
e successivamente quello di platino.
Il
primo maggio del 2000 inizia il suo tour attraversando le principali
città d’Italia e in estate esce il singolo “Mammone” e la versione
spagnola del brano “Gechi e Vampiri” ovvero “Buhos y vampiros”.
Nel
2003, dopo tre anni di assenza dalla scena musicale, collabora attivamente
alla composizione e alla produzione del brano “M’ama non m’ama”
dei Verbavolant, gruppo emergente del panorama musicale italiano. La
cantante si è divertita a cantare il pezzo con Massimiliano D’Apollo,
calda e profonda voce del gruppo.Il pezzo unisce la tradizionale melodia
pop di Gerardina ai ritmi più rock dei Verbavolant, anticipando così l’uscita
del suo nuovo album.
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MARCELLA
BELLA
Marcella
Bella nasce a Catania il 18 giugno 1952 e fa parte di una famiglia intera
di musicisti. Oltre a lei vanno ricordati i fratelli Giovanni (in arte
Gianni), cantante a sua volte ed autore della maggior parte delle musiche
per la sorella, Antonio, autore talvolta dei testi e Rosario, anch'esso
autore.
Marcella comincia molto presto a muovere i suoi primi passi nel mondo
della canzone, incoraggiata peraltro da mamma Grazia e da papà Pietro.
Si iscrive a tutti i concorsi per dilettanti della sua zona e si convince
di essere tagliata per la carriera di cantante. Approva al Festival di
Ariccia, famoso trampolino di lancio negli Anni Sessanta per i giovani
debuttanti, e riesce a vincerlo, fermo poi farsi squalificare perché
l'età minima per partecipare è di 15 anni e lei ne ha solo 13.
Questo fatto però non riesce a farle cambiare opinione ed anzi continua a
partecipare fino al giorno in cui riesce ad ottenere un provino
discografico a Milano, dove giunge accompagnata dalla mamma e dal fratello
Gianni.
Ma il provino va male, perché la ragazza ha un accento siciliano troppo
marcato e quindi torna a Catania, dove comincia a perfezionare la sua
pronuncia, smette di partecipare ai concorsi per fare invece numerose
serate nei locali insieme ad un complesso che aveva formato ed al quale
aveva dato il nome di "Ninetti di Giuda".
Durante una di quelle serate viene notata dal produttore Ivo Callegari,
allora manager e produttore di Caterina Caselli, che le propone di entrare
a far parte della CGD e Marcella non si lascia sfuggire l'occasione.
Lascia
la Sicilia per trasferirsi a Sant'Ilario d'Enza, in provincia di Reggio
Emilia, accompagnata dal fratello e dal suo complesso. Più tardi anche
gli altri componenti della famiglia la raggiungeranno.
Entra in sala d'incisione per il suo primo disco, che contiene i brani
"Il pagliaccio" e "Un ragazzo nel cuore", ma nemmeno
lei è molto convinta di queste due canzoni ed il singolo passa
completamente inosservato, nonostante sia stato inserito nel girone B del
Cantagiro del 1969.
Il disco viene inciso con il suo nome e cognome, Marcella Bella.
La stessa sorte tocca al secondo singolo, con i brani "Bocca
dolce", cover di "Sugar sugar" e "E' semplice":
è l'anno 1969.
Marcella insiste presso la sua casa discografica perché vuole incidere
una composizione del fratello, dal titolo "Montagne verdi", ma i
tempi non sono ancora maturi e, nel 1971, si presenta alla Mostra
Internazionale della Musica Leggera di Venezia, in gara per la Gondola
d'Argento, con una composizione proprio dei fratelli Antonio e Gianni,
"Hai ragione tu", perdendo il cognome che riacquisterà più
avanti negli anni.
E Marcella ha proprio ragione, perché viene notata dal pubblico per la
sua grinta ma al tempo stesso per la dolcezza del suo viso.
Tra i suoi sogni c'è quello di partecipare al Festival di Sanremo ed ecco
che, nel 1972, questo sogno diventa realtà: insieme ad altre tre
debuttanti, Carla Bissi (che diventerà poi Alice), Delia (che poi
aggiungerà il suo cognome Gualtiero) e Angelica, arriva sul palco dell'Ariston.
"Montagne verdi" è una canzone con un ritmo dolce e trascinante
e lei, non ancora ventenne, è affascinante e fresca con la sua chioma di
capelli ribelli e il successo è garantito. Il brano convince, va in
finale ed arriva in Hit Parade.
Il 1972 è un anno denso di partecipazioni a trasmissioni televisive e
concorsi. Dopo Sanremo, Marcella viene iscritta al "Festivalbar",
dove ottiene un discreto successo con "Sole che nasce, sole che
muore", canzone dal ritmo tipicamente estivo e senza grandi pretese,
ma che entra subito nell'orecchio della gente.
Sicuramente soddisfacente la sua partecipazione a "Canzonissima
1972": anche se non riesce a passare direttamente dal primo turno al
terzo (in questa edizione, infatti, il cantante che si classificava per
primo passava direttamente alla terza fase, l'ultimo veniva eliminato e
gli altri due passavano alla seconda fase per una sorta di
"spareggio"), la sua "Montagne verdi" riscuote
comunque un buon successo. Al secondo turno presenta ancora "Sole che
nasce, sole che muore" e viene un poco presa di mira dalla stampa per
questa scelta. Infatti i giornali dell'epoca commentarono "non è
ancora arrivata e già si brucia subito presentando i suoi successi".
Ma Marcella va avanti ed arriva al terzo turno, dove canta una convincente
ed appassionante versione di "Io vivrò (senza te)" di Lucio
Battisti, con la quale raggiunge la semifinale. Si affida ancora alla
coppia Bigazzi-Bella per la canzone inedita, dal titolo "Un sorriso e
poi… perdonami", con la quale riesce a mandare a casa addirittura
Caterina Caselli e la sua "E' domenica mattina" ed agguanta la
finale del 6 gennaio.Non vince, ma il suo brano diventa un altro successo da Hit Parade.
Il seguito della storia è noto a tutti.
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ROSARIO
DI BELLA
Rosario
Di Bella nasce a Zafferana Etnea (CT). Ha studiato pianoforte, medicina
all'università di Catania e teatro all'Arsenale di Milano. Vive e lavora
tra Roma e Milo, un paesino sulle montagne dell'Etna.

Dopo un lungo periodo passato in giro per il mondo a suonare con gruppi e
formazioni di diversa estrazione, dove ha l'occasione di respirare musiche
ed avventure musicali di differente provenienza e destinazione, approda
nel 1987 al Festival di Castrocaro dove vince con il brano Sono
Interessante. Vittoria che gli apre le porte ufficiali del mondo musicale.
Il suo primo lavoro Pittore di me stesso (Emi) viene pubblicato nel 1989.
È un disco elettronico dove Rosario sperimenta sulla struttura della
forma canzone e sui testi. Il lavoro viene presentato al "Club Tenco"
e ottiene ottimi consensi da parte della critica. Tra i brani spiccano le
composizioni Come se parlassero due amici, Bella come una rosa e Svegliati
Maria.
Nel 1991 viene pubblicato il suo secondo disco Figlio perfetto (Emi).
È un disco riflessivo dove Rosario inizia a trasmettere la propria
visuale della vita e del viaggio immaginario in un brano come Cantando e
dove medita sull'esistenza in Figlio perfetto. È anche l'anno della
guerra del golfo e Rosario respira l'odore della tragedia e ne racconta
con il brano I soldati e le donne.
In questo stesso anno incontra Bungaro e Conidi, due cantautori coetanei e
dopo una serie di concerti in giro per l'Italia nasce il progetto del trio
Bungaro-Conidi-Di Bella che presenta il brano E noi qui (Bmg-It-Emi) al
festival di Sanremo. Il brano diventa subito un grande successo popolare
dopo essersi posizionato al terzo posto nella categoria dei giovani.
Nel 1993 torna a Sanremo in chiave solista con il brano Non volevo (Emi).
Il brano segna anche il suo incontro con il produttore Greg Walsh.
Nel 1995 esce il suo terzo lavoro: Esperanto (Polygram). Un disco di
grande apertura dove i testi sono molto diretti e i suoni meno
elettronici. Nel lavoro in questione Rosario immagina che esista una
grande anima comune a tutti i popoli del mondo e per questo chiama
metaforicamente il cd Esperanto.
Esplorando il mondo dell'università di orientalistica di Torino, si
documenta sul linguaggio e sulla musica cantata in esperanto ed approda
all'idea di scrivere il chorus di Liberi, uno dei brani del disco, in
lingua esperanto. Il lavoro contiene anche un hit radiofonico come
Difficile amarsi e una canzone molto particolare: La casa del pazzo.
Dove affronta con grande poesia il mondo dei malati di mente: quel
labilissimo confine tra normalità e follia. La casa del pazzo diventa
anche un video clip alla cui realizzazione partecipano gli Ospiti dell'ex
Ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Il video in realtà è un vero
e proprio cortometraggio che infatti viene proiettato nel corso del tempo
in numerose occasioni pubbliche e manifestazioni tra le quali il Festival
di Recanati.
La sua musica alle soglie del 2000 torna a raccontare il suo mondo
interiore, i suoi turbamenti, la sua vita, in un disco che respira però
anche i dubbi del tempo, le incertezze, le cose perse, la difficile
ricerca dell' equilibrio. Succede ne I Miei amici (Sony) dove si ascoltano
brani come Il giorno del mio compleanno, I miei amici, Le cose perse.
Nel 2001 inizia un periodo di intense collaborazioni. Scrive per molti
altri artisti (Meneguzzi, Patty Pravo, Godiva) e, affascinato da sempre
dalle immagini, scrive soundtracks e musica per documentari (Voyager Rai
2).
A settembre del 2006 Rosario torna in scena come artista con il brano
Invece No.
A gennaio del 2007 pubblica il singolo Portami via che anticipa l'uscita
del suo nuovo lavoro discografico Il negozio della solitudine (Maremosso/Universo)
in uscita per il 16 febbraio del 2007.


SUGARFREE
Gli
SUGARFREE nascono come cover band nel 2000, a Catania, iniziano suonando
nei locali, proponendo le cover del rock’n’roll anni ’50, il rithm’n’blues’,
il funky. Ottengono un’immediata risposta positiva del pubblico, dando
dimostrazione di notevole presenza scenica live, nonché di una non
indifferente maturità musicale e artistica. Riescono così ad abbracciare
parecchi stili e generi musicali: rock, pop, rithm'n'blues, jazz, blues,
latino, funky e rock'n'roll. La loro ecletticità è stata determinante
nella ricerca di elementi in grado di riprodurre sonorità particolari
costituendo un gruppo compatto e allo stesso tempo di talento. Dai
migliori pub di Catania, alle piazze dei maggiori centri siciliani, gli
SUGARFREE coinvolgono con la loro musica centinaia di giovani che
stravedono per loro. E’ grazie a questo loro successo che approdano al
mondo della televisione locale siciliana, rilasciando numerose interviste
ed esibendosi in 'live performance'. Nel 2003, Matteo Amantia, compie il
suo ingresso negli SUGARFREE, (proviene da un’altra nota band locale,
nella quale è leader da diversi anni) Matteo è alla ricerca di nuove
esperienze e nuovi stimoli, con gli Sugarfree nasce subito un’intesa
perfetta. “nell’ambiente musicale ci conoscevamo già, ci siamo
incontrati nel momento in cui tutti noi avevamo l’esigenza di
intraprendere un nuovo percorso musicale e tanta voglia di iniziare a
scrivere e proporre brani nostri”. Gli SUGARFREE, iniziano a buttar giù
qualche idea di brano inedito, collaborando anche con altri giovani
autori, e ben presto sentono la necessità di entrare in studio di
registrazione cercando un filo conduttore nella loro musica, riescono a
scrivere un gran numero di belle canzoni inedite diventando una delle band
più promettenti nel panorama nazionale. Il loro primo successo ‘Cleptomania’,
lo hanno inciso nello studio di registrazione di Matteo (il cantante), l’idea
del “morbo incurabile”, è di Davide Di Maggio (giovane autore che
collabora con loro). “ Davide ci ha proposto il brano, noi lo abbiamo
sentito subito nostro e lo abbiamo arrangiato in studio...ci piaceva
l'idea di parlare d'amore in maniera non consueta, ma così'maniacale'".
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BRANDO
Orazio
Grillo in arte Brando, musicista catanese, inizia la carriera artistica a
17 anni con il gruppo dei Boppin' Kids che, in breve, grazie a tre album e
all'attività concertistica, diviene fra i più rappresentativi del
panorama rockabilly italiano (travolgente, ancora oggi, la loro cover di
Tainted Love). Ben presto, però, l'autore muta stile indirizzandosi verso
un genere musicale più orientato verso il rock statunitense d'ampio
respiro.
La carriera solista prende il via nel 1992 con l'album Santi e peccatori.
L'album è prodotto dal compianto Francesco Virlinzi e registrato
Waterbird Studio di Catania con l'assistenza di George Cowan (già dietro
gruppi quali R.E.M. e 10.000 Maniacs). Trainato dai singoli Donne in
amore, composto dall'amico Kaballà, e Oh Mary, il lavoro si pone subito
all'attenzione degli addetti ai lavori. Il giovane autore catanese
comincia quindi a farsi notare, grazie anche all'attività live in
qualità di supporter a musicisti quali Vasco
Rossi, Bryan Adams, Sting e, qualche anno dopo, Simple Minds.
Il successivo lavoro è del 1994 e porta il titolo di Fuori dal branco, e
segna una tappa fondamentale per l'artista catanese, portandolo a contatto
con una realtà di spessore ben più elevato. Registrato in parte ad
Athens, l'album si avvale infatti del supporto tecnico in fase di
registrazione di Gary Rindfuss, nonché di collaborazioni eccellenti
d'oltreoceano quali quella di Mike Mills dei R.E.M.. L'impronta sonora
conferita all'insieme, di chiara ispirazione statunitense, è molto
curata, tanto da far sì che l'album in questione sia considerato come uno
dei migliori dell'autore catanese.
Nel 1997 esce Buoni con il mondo. Un'opera importante nella carriera di
Brando, non solo per la maturità che emana da ogni singola traccia, ma
anche perché segna il distacco da Virlinzi. In cabina di regia, questa
volta, troviamo infatti Mauro Pagani, il quale darà una connotazione meno
"internazionale" al lavoro, ma non per questo meno rock e
interessante, grazie anche all'apporto di musicisti di notevole caratura
artistica, molti dei quali provenienti dall'entourage di Fabrizio De
André. La critica, ancora una volta, è prodiga di commenti favorevoli.
Nel 1998, sotto il nome Strych9, con la complicità del batterista Emilio
Catera e dell'ex Denovo Toni Carbone (sotto lo pseudonimo Consuelo),
Brando rievoca lo spirito rock 'n roll e punk dei Boppin' Kids con l'album
Toxicparty.
Tuttavia, alla ricerca di nuovi stimoli, un nuovo cambio di rotta è alle
porte. Grazie all'incontro con Jovanotti e Saturnino, la musica di Brando
abbandona le highway statunitensi per farsi più solare ed approdare verso
le atmosfere latine di un genere più leggero ed immediato. La
collaborazione tra Brando e Lorenzo Jovanotti darà parecchi frutti. Il
primo sarà l'album No autostop, cui seguirà un'intensa attività live
durante il Capo Horn Tour. Nel 2000 Azucar moreno, Sin corazon (Malavida)
e La mia vita, saranno programmatissimi dalle radio, tanto da valergli la
partecipazione al Festivalbar e la riedizione del precedente album con
l'aggiunta delle hits in questione e un nuovo titolo: Azucar moreno.
Impegnato nella collaborazione al programma di Italia 1 "2008",
seguirà comunque Se ci credi, altro singolo di successo, e la
composizione di Sei volata via, che verrà portata al successo da Ron.
Raggiunto un discreto successo, tuttavia, per Brando segue un periodo di
allontanamento dalla prima linea delle scene musicali, concentrandosi
sull'attività di produzione e management discografico.
Il silenzio è interrotto nel 2005, quando Tav Falco lo chiamerà al suo
fianco in qualità di musicista. Brando sembra essere quindi pronto al
rientro sulle scene. Il nuovo progetto, dal sapore rock, prende il nome di
"Brando & Congopower" che, dopo la presentazione live, nel
2006 sfocia in un nuovo album: Boogie nights.
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UMBERTO
BALSAMO
Cantautore
catanese attivo principalmente negli anni '70. Raggiunto subito un buon
successo con Se fossi diversa del 1972, partecipò nel 1973 al Festival di
Sanremo nel 1973 con Amore mio, che ottenne un buon piazzamento e un
discreto riscontro commerciale. Da allora, per tutto il decennio i suoi
successi furono diversi. I brani più conosciuti sono Bugiardi noi, 3°
posto nella hit parade e soprattutto L'angelo azzurro, canzone che
raggiunse il 1° posto, rimanendovi per ben 6 settimane. Il brano fu uno
dei grandi successi del 1977, (28 settimane in hit parade). Nel 1979
l'ultimo grande successo con Balla (18 settimane in classifica). Negli
anni '80 ha scritto brani soprattutto per altri. Alcuni suoi brani sono
parecchio imbarazzanti; in special modo Futuro per Orietta Berti
("... a voi russi e americani / io non delego il suo
domani..."), Italia per Mino Reitano, Nascerà Gesù per i Ricchi e
Poveri.

BRIGANTONY
"IL
CANTASTORIE DEL SUD-ITALIA, IL MICIO TEMPIO DEL 2000, CON GLI OCCHI APERTI
SULLE DISGRAZIE CHE AFFLIGGONO IL MEDITERRANEO… BRIGANTONY!"
Un artista come Brigantony non è raro nel suo genere, ma del suo calibro
non può essere raggiunto da nessuno. Per la cronaca, Antonino Caponnetto
(Catania, 1950) è la leggenda del folk catanese, famoso in Sicilia, meno
nel resto dell'Italia, tantissimo all'estero. Il suo repertorio è basato
maggiormente su canzoni dialettali molto volgari e che, a volte, sono
parodie di pezzi famosissimi.
Quello che mi ritrovo a recensire (A'Ciolla) è l'ottavo album su 47
prodotti dal 1976 a oggi (raccolte comprese), e , lasciatemelo dire, si
tratta del capolavoro dell'artista siciliano. È un disco eccezzionale, un
opera unica, divertentissima, graffiante, satirica, volutamente stupida e
volgare (e quando mai!). Il primo brano "Stuppai Na Fanta"(Italiano:
"Ho stappato una Fanta") non è altro che la parodia del celebre
brano degli Europe "The Final Countdown"; musica identica, testo
insensato e diffamatorio. A dir la verità questa è forse la canzone meno
importante dell'album, anche se è la più famosa. La satira vera e
propria comincia con la sbalorditiva "Mi Vulissi Maritari"
(Italiano: "Vorrei Sposarmi"), uno spaccato della società
italiana (non solo siciliana!) che coniuga rime e ritornelli
irresistibili. Il controcanto(?!…in realtà battute parlate!) è
affidato al solito gay di turno (succede molto spesso nelle sue canzoni).
Altri sprazzi di satira in "Comu Ci Mangia"(Italiano: "Ci
fa molto prurito"!), ballata avente tema le "pulsioni"
sessuali dei giovani d'oggi e in "A Machinedda"(Italiano:
"La macchinetta"). Ma il pezzo che convincerebbe Elio e Le
Storie Tese e artisti simili a ritirarsi dalle scene (Le loro canzoni in
confronto sono scherzetti musicali!) è la memorabile "O Pa Cche
Bellu u Cinima" (Italiano: "Papà, ma che bello il cinema!"…
ovviamente in siciliano questo titolo è tutto un gioco di parole nel
quale si nasconde un accenno al solito organo sessuale femminile!), pezzo
da antologia, un folk/rap frizzante, scattante, energico, improbabile, la
classica canzone che non ti stancheresti mai di ascoltare per la sua
impressionante struttura: uno dei pezzi migliori di tutto il repertorio di
Brigantony.
La sua musica è popolare: la maggior parte della sue canzoni sono degli
adattamenti in siciliano di canzoni famose (cover), come ad esempio "Stuppai
na Fanta" (basata sul celebre brano "The final countdown"
degli Europe), forse la sua cover più famosa.
In questo è stato il primo in Sicilia e decine di altri autori, negli
anni, lo hanno seguito.
Il suo genere spazia dalla classica tarantella siciliana al rock ed al
pop.
Tra i Premi che ha ricevuto si ricordano: il Personaggio più gettonato
del 1982 per le radio libere siciliane; la medaglia d'onore di Milano nel
1985; I grandi della Sicilia 1990 (in Australia); Divulgatore della
canzone siciliana nel mondo nel 1995; premio al personaggio ne "La
Sicilia che sorride" del 2001.
Ecco, fino ad adesso avrò dato l'impressione di aver recensito un
cantante dialettale sulla falsa riga di Gigi Finizio, Gigi D'Alessio e
smielataggini varie. In realtà l'unico difetto che si può rimproverare
alla musica di Brigantony è di essere poco… esportabile!
(babyburdoc)
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BEANS
Pier
Paolo Cristaldi, Carmelo Morgia, Pippo Panascì, Tony Ranno e il nuovo
aggiunto Alex Magrì.
Hanno raggiunto una certa notorietà derivatagli soprattutto da un impasto
vocale "particolare".
Gianni Bella fu il loro primo produttore.
Scelse per il loro lancio il revival di "Come pioveva".

Fu
un grosso successo della Hit Parade, con più di mezzo milione di copie
vendute.
Seguirono canzoni inedite, quali: "Sto Piangendo" e
"Cara", due successi presenti nell'alta classifica delle
"hit parade" per varie settimane.
Il '77 fu un anno molto fortunato per i Beans; il successo li portò in
Canada, Stati Uniti e Sud America dove per molti mesi furono nelle
classifiche dei dischi più venduti.
Nel noto brano "non si può morire dentro" cantato da Gianni
Bella, vi incisero i loro cori particolari .
Al festival di Sanremo del 1978 presentarono l'eccellente
"Soli", scritto da Antonio e Gianni Bella, ottenendo un ottimo
riscontro di vendite.
Per questi ed altri successi sono ancora oggi sulla "cresta
dell'onda".
Nel 1996 hanno realizzato un prodotto ( Ever green ), distribuito dalla
Sony Music , destinato soprattutto al mercato europeo.
Continuano a partecipare a programmi televisivi (su RAI e Networks) come :
"Le stelle del mediterraneo" ( TMC); "L'antifestival"
(TMC); "Napoli prima e dopo" (Rai1); "Anima mia"
(Rai2); presenti su TMC con la sigla finale del programma "Il
processo di Biscardi". Di recente e per diverse volte, a "La
vita in diretta" il programma (Rai) ottimamente condotto da Michele
Cucuzza
Nel 2002 si presentano sul mercato con un CD contenente, tra gli altri
eccellenti brani, l'accattivante "Heaven must be missing an angel"
(dei Tavares gruppo anni '70) , riportato al successo dai Beans in una
ottima versione italiana con il titolo "Stelle".
Incoraggiati dal successo ottenuto, durante i loro tours, I Beans
nell'estate 2005 , mettono sul mercato un nuovo CD: " Beans per
sempre " .
Una miscellania di sapori : beans style e musica latina.
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LAUTARI
Se
il rock incontra il folk siciliano
I Lautari in concerto con Carmen
La storica formazione popolare in un inconsueto progetto che fonde musica
leggera e suond mediterraneo. "Un incontro storico come quello tra De
Andrè e Mauro Pagani", lo definisce il musicista catanese.
Riflessioni e confidenze di un'amicizia "in note" nata da tempo:
"La Consoli - racconta - veniva ai nostri concerti"
Il gruppo dei Lautari è il prescelto da Carmen Consoli per il suo nuovo
progetto acustico. Un bel salto per la ragazza catanese che nel 1996
debuttò a Sanremo con la 'rocchettara' "Confusa e felice". Da
stasera - concerto numero uno del suo nuovo tour italiano, Palasport di
Palermo - sul palco accanto a lei non solo batteria, basso elettrico e
Yamaha laccata in rosso, ma anche chitarre acustiche, flauto, fisarmonica,
contrabbasso e tammorre. Insomma, il suond della migliore tradizione
mediterranea.
Ma - verrebbe da chiedersi - al gruppo di musica popolare nato a Catania
nel 1987, uno di quelli che più di altri ha riportato alla luce la
tradizione sonora della nostra Isola, chi gliel'ha
fatto fare di mettersi con una cantante di musica leggera? "Trovo che
sia superficiale separare rock e acustico, come se si trattasse di due
universi diversi", precisa subito Roberto Fuzio, (nella foto il primo
a sinistra) uno dei fondatori dei Lautari. Insieme a lui, altri cinque
musicisti, Gionni Allegra, Puccio Castrogiovanni, Salvo Farruggio, Enrico
Luca, Antonio Catalfano e Salvo Carruggio, "tre del nucleo storico e
tre esordienti aggregati", precisa ancora.
Beh, però tutta l'attenzione della stampa è rivolta su Carmen, ma la
decisione di seguirla appare in verità ancora più inconsueta per una
formazione come la vostra.
"Vuoi sapere cosa penso? Dico che questo è un incontro storico, come
quello tre Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani. Non può che uscirne che
qualcosa di particolare".
Ma avete avuto modo in passato di suonare con Carmen?
"Certo, l'abbiamo accompagnata l'estate scorsa a Roma nel grande
concerto Italia-Africa dove lei ha cantato un pezzo nostro. Il vero
connubio però è nato quando Carmen ha aperto la sua etichetta
discografica Due Parole-Narciso con la volontà di partire da qualcosa di
catanese, con la musica della sua terra. Così ha scelto di produrre il
nostro lavoro, 'Anima antica'. Poi si è talmente innamorata di noi - e
noi di lei - da voler costruire un progetto comune".
Dal punto di vista non professionale, invece, che tipo di rapporto avete
instaurato?
"Non è per dire le solite frasi fatte, ma tra me e lei c'è una vera
amicizia. Mi viene da sorridere se penso che Carmen da ragazzina veniva ai
nostri concerti! Quest'ultimo lavoro che condividiamo., poi, è stato
concepito attraverso un'intesa straordinaria".
Siate sinceri, però, non vi infastidisce avere una 'signora' della musica
leggera, per di più estranea alla vostra formazione, come leader?
"Ma no! E' vero che la "cantantessa" è una figura molto
carismatica, ma è anche una ragazza dolcissima. Non si è mai imposta al
gruppo con arroganza e lo spettacolo stesso è frutto della collaborazione
di tutti: ci siamo influenzati a vicenda. La Consoli, insomma, è una che
si fa valere, ma solo per le cose che contano veramente".
Come convincerete il pubblico a venire al vostro concerto?
"Vi anticipo solo che saremo noi Lautari ad aprire la serata, con
cinque brani popolari 'rubati' al nostro repertorio. Poi arriverà Carmen
e le nuove canzoni composte pensando alla sua Sicilia. Spazio ai vecchi
successi e infine il momento per me più emozionante: la poesia di Peppino
Impastato, 'Ciuri di campo' che il nostro gruppo ha musicato qualche
tempo. E sarà propio la nostra brava voce femminile ad interpretarla. Mi
vengono i brividi a pensare che giusto stasera è l'anniversario della
morte di quel coraggioso giovane ucciso dalla mafia. Una coincidenza,
credetemi. Dai, vi aspettiamo!"
Maria Angela Vacanti (9 maggio 2006)
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ARCHINUE'
Il
nome: "archinuè" è una parola del siciliano antico
(letteralmente “Arco di Noè”) che indicava l’arcobaleno.
Il
gruppo si forma nel lontano 1991 dall’unione di quattro “soggetti”
assolutamente ignari di ciò cui sarebbero andati incontro. Dalla prima
esibizione in pubblico, sapientemente organizzata nella casa di campagna
del cantante per il piacere di pochi intimi costretti ad ascoltare, alle
partecipazioni più importanti, fino alle ultime apparizioni “plateali”,
ciò che ha caratterizzato i quattro musicisti è stato l’entusiasmo, la
voglia di suonare, di comunicare attraverso la propria musica, di
divertirsi facendo divertire.
L ’otto marzo 2002, dopo la partecipazione al Festival di Sanremo (in
cui al gruppo vengono assegnati il “Premio della Critica” e il “Premio
Sala Stampa Radio-TV”) esce il primo lavoro discografico, un cd, dal
titolo “Oltremare”, che raccoglie insieme alla scanzonata “La Marcia
dei Santi” altri quattordici brani frutto di dieci anni di esperienze,
di emozioni, di sogni, di incontri fatti ,durante la lunga ma piacevole
gavetta.
La
naturale “escalation”, che ha visto gli Archinuè protagonisti di
manifestazioni e programmi televisivi
La
naturale “escalation”, che ha visto gli Archinuè protagonisti di
manifestazioni e programmi televisivi quali Sanremo Giovani (novembre
2001), Festival di Sanremo (marzo 2002), Sanremo Top (aprile 2002), Un
Disco per l’Estate (giugno 2002) e quant’altro, ha portato il gruppo
ad una popolarità non indifferente ed a molteplici riconoscimenti da
parte degli addetti ai lavori e del grande pubblico.
Il
gruppo è composto da Ciccio(voce e chitarre; Pasqualino(plettri e
chitarre); Michele (basso e fiati all'occorrenza); Dario(batteria e
percussioni). Il loro genere ha conquistato il pubblico e nel 2002 con
"La marcia dei santi" vincono il Premio della Critica della
52°edizione del Festival di Sanremo.
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LUCA
MADONIA
Nato
a Catania , Luca Madonia è fra le realtà più interessanti scaturite
dalla frizzante scena musicale della città siciliana. Una scena che ha
portato alla ribalta, di recente e non, un interessante ventaglio di
musicisti , cantautori, gruppi di ogni genere musicale conosciuto. Inizia
la sua carriera insieme al fratello Gabriele e ai musicisti Mario Venuti e
Toni Carbone, fondando il gruppo dei Denovo, nei quali da chitarrista si
alterna al canto con Venuti. La felice avventura della band dura cinque
album, fra il 1984 e il 1989: "Niente insetti su Wilma", "Unicanisai",
"Persuasione", "Così fan tutti" e "Venuti dalle
Madonie a cercar carbone", prodotto da Franco Battiato. A questo
punto, siamo nel 1990, il gruppo si scioglie e Luca Madonia si sente
pronto per la carriera solista. Senza ripudiare lo stile dei Denovo, ma
anzi arricchendolo e personalizzandolo, incide così i primi lavori a suo
nome: prima "Passioni e manie" (1991), poi "Bambolina"
(1993) e "Moto perpetuo" (1994). Tre album subito apprezzati
dalla critica, che indica in lui uno dei cantautori più interessanti e
promettenti del pop italiano.
Dopo un periodo di riflessione arriva il nuovo lavoro di Luca Madonia: un
mini CD, "Solo" il titolo, con tre brani che rappresentano in
pieno ciò che l’artista intende essere adesso. Nel 2002 torna
finalmente a pubblicare un nuovo album intitolato "La
consuetudine", anticipato dall’omonimo singolo, sigla del programma
di RadioRai "Hobo" di Massimo Cotto, e che vede la
partecipazione di Franco Battiato, Carmen Consoli e Mario Venuti. L'album
riscuote un notevole successo di critica e di pubblico ed è seguito da un
tour che porta Luca a toccare gran parte delle regioni italiane. Nel 2003
esce un ulteriore mini CD dal titolo "5 minuti e poi"
liberamente ispirato alla colonna sonora del film "Perduto amor"
di Franco Battiato (e che include l'inedito "La strada" ed un
brano dei Denovo "Buon umore") e nel 2004 la raccolta
L'essenziale proposta in tutte le edicole ad prezzo speciale ed ora in
vendita on-line. Nel 2005 Luca è impegnato, insieme all'amico ed autore
del testo Jonathan Giustini, nella presentazione del libro "Tempi di
libero rock" dedicato interamente alla storia dei Denovo e della
Catania rock. Nel 2006 esce Vulnerabile, il nuovo album di inediti.
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ETTA
SCOLLO
Nell’infanzia
e giovinezza di Etta Scollo si sono impresse le influenze musicali più
diversificate, in particolare quella legata alla passione del padre per il
Jazz, e in generale quelle provenienti dal suo crescere a contatto con la
cultura popolare siciliana.
La
nonna suonava il mandolino e in giovinezza improvvisava con le due sorelle
(voce e chitarra) pomeriggi musicali nel terrazzo di casa, lasciando in
estasi i passanti che si fermavano ad ascoltare.
Il
padre, proveniente da una famiglia contadina, da ragazzo suonava il
clarinetto nella banda del paese ma il suo vero talento era nella voce.
Spesso la sera veniva richiesto sotto i balconi a cantare serenate alle
ragazze da marito per conto di giovani pretendenti. Negli anni vissuti in
Inghilterra sul finire della guerra si ritrovò a cantare, nei Musical
organizzati dai militari, un repertorio che spaziava da Billie Holiday a
Frank Sinatra. Tornato in Italia coltivò questa sua passione cantando e
suonando occasionalmente la chitarra in un gruppo semiprofessionale.
Etta
ha un ricordo curioso di quella prima chitarra elettrica un po'
rudimentale del padre: essa possedeva un amplificatore incorporato, e
questo, grazie alla prossimità di una potente antenna di diffusione, la
faceva funzionare anche da radio, cosicché la famiglia Scollo ascoltava
la domenica, dalla chitarra trasformata in radio, „Il gazzettino di
Sicilia“ notiziario regionale. Era la stessa chitarra con cui il padre
la accompagnò nel suo debutto canoro all’età di 6 anni in un festival
per bambini.
Erano
gli anni ’70 e casa Scollo era un porto di mare per la musica. Lì si
riunivano gli amici, dei fratelli quelli più giovani, dei genitori quelli
adulti, improvvisando interminabili serate musicali di un repertorio che
andava dalla canzone d’autore della scuola genovese a quella di
tradizione napoletana di Roberto Murolo, passando per i Beatles ed i
Rolling Stones. Anche Etta si appassionò alla chitarra, con cui scriveva
i suoi primi brani e imparava i segreti della canzone popolare, attraverso
le ricerche musicali di Roberto Leydi, o dei canti di Giovanna Marini o,
ancora, di Rosa Balistreri.
Malgrado
ciò l’idea di una carriera musicale era per lei ancora lontana. Solo a
Torino, dove aveva intrapreso gli studi di Architettura, verrà a contatto
con il mondo del blues, in particolare quello di Little Walter e di Big
Mama Thornton che diverranno il suo modello stilistico di quel periodo. Un
concerto con la sua prima formazione la porta a Vienna e qui, se da un
lato si dedica agli studi di canto del conservatorio, dall’altro fa
esperienza dal vivo, accompagnata dal „Joachim Palden trio“, nei Club
di mezza Europa. Si alternano in quegli anni esperienze che consolideranno
il suo carattere musicale: uno Stage vocale con la cantante lirica
Gabriella Ravazzi, l’assegnazione del primo premio al Festival Jazz di
Diano Marina (diretto dal pianista jazz Giorgio Gaslini) e la
collaborazione discografica con il sassofonista Eddie Lockjaw Davis. Sarà
ospite di concerti e tournee accanto ad artisti quali Sunnyland Slim o
Champion Jack Dupree e farà tesoro di esperienze canore sui palchi di
Chicago, New York e New Orleans. Ma gli anni ’80 segnano anche il
fermento di nuovi stili musicali e Vienna è piena di talenti della
Jazz-Fusion, del Funky, del Punkrock. Etta si sente attirata dall’improvvisazione
vocale, frequenta uno Stage al conservatorio di Graz con Bobby McFerring e
Sheila Jordan. Scrive brani a quattro mani con Heiri Känzig, il
contrabassista dell’allora „Vienna Art Orchestra“, sperimenta il be
bop per Contrabasso e voce, è ospite di alcuni concerti del pianista
Roland Batik.
Dall’incontro
casuale con produttori dell’ambiente pop nasce una collaborazione
musicale e la registrazione, quasi per scherzo, del brano „Oh darling“
di Paul Mc Cartney, da Etta rielaborato in lingua italiana, che si
classifica subito al primo posto della Hitparade austriaca.
Più cresce la sua popolarità, più Etta se ne allontana e ricerca,
viaggiando, il filo di un discorso musicale interrotto. Lo ritrova in
Sicilia, dove ritorna a causa della malattia del padre. La nuova
situazione rafforza in lei il desiderio di un ritorno alle origini.
Dopo un ultimo adempimento discografico per la EMI-Austria Etta focalizza
la sua attività su una serie di concerti acustici, accompagnata dal
pianista Robert Gutdeutsch e dal batterista francese Patrice Heral,
approfondisce le sue conoscenze di tecnica vocale e si dedica all’insegnamento.
Alla
ricerca di nuove ispirazioni, Etta segue il suo compagno ad Amburgo, nella
città che ha dato i natali a spettacoli quali „Black Rider“, le cui
musiche portano la firma di Tom Waits, o „Time Rocker“ con quella di
Lou Reed. Etta prova qui altre strade, cimentandosi insieme al batterista
Matthias Kaul, del gruppo di musica contemporanea „L’art pour l’art“,
nella rappresentazione di „Palimsest“, un brano per voce e percussioni
scritto dal compositore Hans-Joachim Hespos su testi di Ezra Pound. Il
brano, rappresentato più volte in festival di musica sperimentale, ha
successo e raccoglie il favore della critica.
Ma
in questo nuovo periodo Etta scrive quasi per se stessa un diario di
ricordi che diventano canzoni sotto la regia del compositore di musica da
film Christoph M. Kaiser. Ne nasce il CD „Blu:“ incoronato dagli
arrangiamenti di Wil Malone per la „London Session Orchestra“ di cui
due brani saranno scelti come colonna sonora di due Film di fama
internazionale: „Für immer und immer “ di Hark Bohm fa suo il brano
„Come la pioggia“ e „I tuoi fiori“ verrà scelto solo nel 2002 per
il film „Bad guy“, del coreano Kim Ki-Duk, presentato alla „Berlinale“(festival
internazionale del cinema, Berlino).
La
musica da Film prende posto nel suo mondo: Etta improvvisa texture vocali
per le immagini del film „Jenseits der liebe“ del regista Matti
Geschonneck, musiche di Stephan Zacharias (ZDF/Arte), e per il film della
francese Anne Alix „Dream Dream Dream“, musiche di Frank e Stefan
Wulff.
L'attività
concertistica di questi anni l'ha resa popolare nei paesi di lingua
tedesca. Con la realizzazione dei successivi CD "Il bianco del
tempo" (interamente registrato a Venezia), "In concerto"
(registrato dal vivo al teatro Tivoli di Amburgo, con la partecipazione
dell'orchestra d'archi femminile "Musica nostra") e
"CASA", Etta conferma il suo stile personalissimo e naturale,
fuori dagli schemi convenzionali del mercato discografico.
Vive
attualmente fra Berlino e Catania dove si dedica alla composizione e alla
ricerca musicale nell'ambito della musica tradizionale.
Il
trionfo dei concerti sinfonici intitolati Canta Ro' tenutisi nel luglio
del 2004, nell'ambito della stagione estiva palermitana, interpretati da
Etta Scollo ed eseguiti dall'Orchestra Sinfonica Siciliana diretta dal
maestro Angelo Faja, hanno confermato l'attualità della musica
tradizionale siciliana, finora conosciuta solo da un pubblico ristretto.
Il CD dal vivo die concerti è stato nominato per il "Premio della
critica discografica tedesca 2005" e il Premio RUTH 2005. Canta Ro'
è stato eseguito da prestigiose formazioni quali la "Ensemble
Resonanz" di Amburgo e l'Orchestra Filarmonica di Baden-Baden.
Su
richiesta del suo pubblico affezionato, Etta Scollo presenta quest'anno un
nuovo album registrato durante la sua ultima tournee in trio, una versione
intima della precedente pubblicazione orchestrale.
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RITA BOTTO
Rita
Botto non arriva dal nulla. E' al suo primo disco, ma dietro ci stanno
anni di lavoro, prima nella natia Sicilia (è nata sulle pendici
dell'Etna), poi a Ferrara e infine a Bologna, dove si è recata a
insegnare canto, inserendosi nell'ambiente musicale locale, ma senza mai
perdere i contatti con la Sicilia e soprattutto con il siciliano,
"una lingua che suona", come lei stessa la definisce
"Stranizza
d'amuri" quindi è un album di canzoni siciliane, ma (già prevengo
il rimbrotto: "che palle! Un altro disco di musica etnica!") non
è un disco di musica etnica. Come dice la stessa Rita nell'intervista che
le abbiamo fatto, l'approccio è trasversale. "E' un disco a rombo,
un disco che vaga". Un po' l'inquetudine e la curiosità della stessa
Rita, un po' un gruppo di musicisti che l'accompagna dal coté jazzistico
pronunciato (Teo Ciavarella al pianoforte e tastiere, Felice Del Gaudio al
basso e contrabbasso e Ruggero Rotolo alla batteria che preferibilmente
suona con le mani) a cui si aggiunge in alcuni brani al sax Antonio
Marangolo danno al suono una deriva non esattamente identificabile, mentre
Alfio Antico, presente voce e tamburo in un brano di cui è anche autore,
e Fabio Tricomi con mandolino e friscaletti, tengono strettamente legato
il disco a terra e mare.
Il
fascino è costante, per cui si fatica anche a scegliere fior da fiore, ma
i brani vanno almeno raccontati. A partire da quello che dà il titolo al
disco, "Stranizza d'amuri" che è di Franco Battiato, da
"L'era del cinghiale bianco" del 1979, ma che qui torna a nuova
vita, forse superiore all'originale, per l'intensa partecipazione di Rita
nel canto. Il sax di Marangolo intinge di color seppia la musica già di
per sè evocativa. Pianoforte, fisarmonica, contrabbasso e spazzole
completano il panorama. E' una meravigliosa canzone d'amore a cui non si
può resistere.
Compiendo
un balzo nella tracklist, ma non nelle atmosfere, atterriamo dalle parti
di "Sirena 1 e 2" dal fascino particolare che può avere il mare
quando uno strato di nebbia ne sfuma i contorni. Non ci deve essere sole
per vedere le sirene. Sennò che incanto sarebbe? Devono bastare le voci.
E anche qui, anche questa volta, bastano. "Sirena 2" poi allunga
i suoi tentacoli per 9'05" per non lasciare niente di intentato alla
malia prima della chiusura del disco. Nove minuti di brividi crescenti.
Cambiamo
adesso completamente atmosfera e clima. Torniamo al sole e scogliamo la
lingua con lo "Scioglilingua" impraticabile che Rita ci propone.
Un esercizio di bravura che ricorda quello di Mina in "Brava".
La voce che si trasforma in strumento percussivo che accelera o rallenta i
battiti e si scioglie in canto popolare. Solo voce. Nessun altro
accompagnamento che la propria bravura. "Cu ti lu dissi" di
Otello Profazione resta sullo stesso tema, affrontato a pieno jazz, come
pure la strasentita "Ciurì ciurì" una volta tanto proposta in
una versione che le rende giustizia.
Mimmo
Modugno fornisce la stupenda storia del pesce spada, separato dalla
compagna che sceglie di morire con lui. "Lu pisci spada", grande
storia d'amore in chiave ittica! Ne parlano ancora in tutti i mercati del
pesce. Non solo alla Vucciria. Modugno aveva già fatto quanto di meglio
si poteva pensare. Era difficile migliorarlo. Rita quasi ce la fa. "Avò"
è invece una ninna nanna di Rosa Balistreri, tesa come una corda di
violino e arricchita dal suono del djdjieridu e dagli
"uccellini" di Cristian Lisi: un cristallo splendente.
Restano
i 5 minuti e 51 secondi di Alfio Antico e dei suoi tamburi in "Storia
antica". Tamburo, sax e voce: nulla più. Rita la definisce così:
"Alfio è una persona splendida, una forza della natura! La canzone
sua è fuori dall’usuale …Ha staccato completamente. E’ una canzone
molto strana, va per i fatti suoi. Fuori dallo schema
inciso-strofa-ritornello, con i tempi suoi, un po’ libera …
larga". E credo non ci sia niente che si possa aggiungere. Bisogna
solo sentirla.
Bellissime
infine le due poesie: "L'amuri" di Nino Martoglio e "Dimmillu
doppu" di Ignazio Buttitta e convincente la resa recitativa di Rita.
mentre della "Mavaria" se n'è già parlato: è la malia che
affascina e strega, il filtro d'amore che non perdona. Ma state attenti!
Avverte Rita che il filtro colpisce anche da lontano. Basta ascoltare il
disco per caderne vittime. E allora vi stupite che questa recensione sia
un po' di parte? Non è colpa mia. Scrivo sotto malia!
Giorgio
Maimone (bielle.org)
sito
ufficiale
www.ritabotto.com
RADIOVINTAGE
La
forza del loro sound nasce dal connubio tra il rock’n’roll e le
melodie degli anni ’60 con il rock puro degli anni ’70 in una veste
assolutamente originale, basata su continui riferimenti stilistici e
sonori dal look rigorosamente Vintage!
“Cinque
ragazzi senza tempo…”:
DIFFERENTI
IN QUANTO VINTAGE Quattro amici spinti dalla stessa passione nel 2004
decidono di creare un progetto inedito con l'intento di realizzare un
unico grande sogno: EMOZIONARE il pubblico con le loro canzoni Alfio
Consoli(voce) - Mario Indaco(chitarre) Anthony Panebianco(tastiere)
- Max Firetto(batteria)
2005 Finalisti al Festival di San Marino e al Tim Tour col brano
"Come Prima"
2007 Marzo 1° posto web-contest NOKIA TRENDS LAB con il brano
"Libero ovunque io sia" Settembre-Novembre Web-Single
"L'Acquario" - CMP Italy 1° in classifica su i Tunes Music
Dicembre Nella settimana di Natale 2007 il singolo entra nella TOP FIVE
DIGITAL DOWNLOAD ITALIA: L'Acquario è il 3° brano più scaricato (a
pagamento) in Italia.
Il singolo resta per 10 settimane nella TOP 50 SINGOLI ITALIANA e viene
suonato da diverse Radio regionali medio-grandi ottenendo un significativo
riscontro da parte del pubblico
Il 23 Dicembre 2007 i Radiovintage sono Finalisti (5° posto) al Festival
di SANREMO ROCK 2007 con il brano "Bilaterale" 2008 Attualmente
i ragazzi sono impegnati nella realizzazione del loro primo Album con
l'intento di far conoscere al grande pubblico il loro rock vintage! -----
"Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi
come"

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